"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 33 di 146

Il mondo illiberale di Russia e Cina

di Stefano Caprio- Asia News 1 Febbraio 2026

Il politologo russo super-putiniano Gleb Kuznetsov ha pubblicato sulla rivista Gosudarstvo (“Lo Stato”) un articolo dove afferma esplicitamente che “la divisione dei poteri, le elezioni concorrenziali e la libertà di parola impediscono allo Stato di funzionare in modo efficace”. E indica a modello l’esempio di Shenzen “una delle città più controllate al mondo”.

Quando è finito l’impero sovietico, trentacinque anni fa, tutti erano convinti che fosse stata ormai archiviata l’ideologia comunista, che sottomette i principi liberali a quelli del totalitarismo collettivo. Rimanevano alcuni residuati del “Mondo Rosso” novecentesco, come Cuba, il Vietnam e ovviamente la Cina, il gigantesco erede di Mao Tse-Tung, che si pensava in via di “conversione” capitalista e liberale, tranne poi scoprire che il capitalismo di Pechino è diventato uno dei fattori dominanti dell’economia mondiale, senza per questo concedere ai suoi cittadini i diritti e le libertà personali.

La crisi del globalismo, inteso come abbattimento delle frontiere e libertà universale di commercio e interazione tra i popoli del mondo intero, è iniziata dopo un ventennio di “fine della storia”, con i crolli finanziari del 2008 e le successive scosse di revisione degli equilibri geopolitici. Mentre la Cina ha cercato di approfittare della disgregazione dei poteri occidentali, inserendosi nelle falle aperte dell’economia globale con le nuove “vie della seta”, la Russia ha visto la possibilità di rialzarsi dall’umiliazione del suo ruolo marginale, riprendendo il controllo dell’impero non con i soldi, ma con le armi e le minacce apocalittiche dei suoi arsenali e delle sue aspirazioni ideologiche di eredità secolare, quanto mai adeguate al “nuovo medioevo” che il mondo sta affrontando per capire a che futuro ci si deve preparare.

Ora la Russia si attribuisce il merito di aver distrutto il dominio globalista dell’Occidente e di aver instaurato il nuovo ordine mondiale “multipolare”, come viene ripetuto ossessivamente dal presidente Vladimir Putin e da tutti i suoi sottoposti, anche se rimane da capire quanti “poli” si sono effettivamente aperti, nelle contrapposizioni tra il Nord/Occidente e il Sud/Oriente globale, con i Corridoi dell’estremo settentrione artico, quelli “di mezzo” dell’Asia e del Caucaso e quelli meridionali dove scorrazzano le navi “pirata” della flotta ombra della Russia, ora fermate dall’America sovrana che si sta dividendo dall’Europa, in una giostra multipolare sempre più da capogiro.

Al di là delle svolte imprevedibili della geopolitica, che offrono ai commentatori di tutto il mondo argomenti per sviluppare fantasie senza freni, un fattore sistematico sembra imporsi ormai a tutte le latitudini: la fine dei valori liberali, sostituiti dai “valori tradizionali” su cui si reggeva il mondo intero prima della “degradazione” moderna della democrazia. Il politologo russo super-putiniano Gleb Kuznetsov ha pubblicato un articolo in questo senso sulla rivista Gosudarstvo (“Lo Stato”), dove afferma esplicitamente che “la divisione dei poteri, le elezioni concorrenziali e la libertà di parola impediscono allo Stato di funzionare in modo efficace”, e l’ideologo Aleksandr Dugin lo conferma con dichiarazioni secondo cui “è finita l’epoca degli Stati nazionali democratici”.

Si delinea quindi, in modalità radicali tipiche della Russia, la nuova ideologia mondiale del sovranismo e del tradizionalismo, che ripropongono forme contemporanee di autocrazia in cui il leader guida la volontà del popolo nella modalità “illiberale”, il termine decisivo che Putin ripete fin dal famoso discorso di Monaco nel 2007 alla Conferenza sulla sicurezza, dopo aver ascoltato le tante omelie del patriarca di Mosca Kirill contro il liberalismo, il male che distrugge il mondo dai tempi della rivoluzione francese, anzi da quelli della teologia scolastica latina. Da allora la Russia ha cominciato a staccarsi dai rapporti con le potenze occidentali, iniziando nel 2008 la guerra con la Georgia, che ormai oggi è stata addomesticata ai voleri del Cremlino, e dal 2014 con l’Ucraina, dilaniata da un conflitto simbolico tra diverse visioni del mondo, che sembra non avere fine.

Kuznetsov afferma che gli uomini del XXI secolo stanno disprezzando sempre più le libertà sociali e politiche, in cambio dei “servizi digitali gratuiti”, segnando i termini del “medioevo tecnologico” che al posto della responsabilità personale fa prevalere il dominio artificiale delle coscienze. Il politologo russo non esprime soltanto un’opinione isolata, per quanto riferita all’ideologia ufficiale, ma sintetizza il lavoro di uno dei più importanti think tank dell’amministrazione presidenziale del Cremlino, il gruppo Eisi guidato da uno dei principali consiglieri e possibili eredi di Putin, l’ex-premier Sergej Kirienko. Questo testo è stato analizzato attentamente da uno degli analisti di Meduza, Andrej Pertsev, che cerca di capire in che cosa consista il segreto del successo dei “sistemi illiberali” di Russia e Cina, che spinge gli abitanti di questi Paesi a scegliere il controllo digitale al posto dei valori liberali.

La rivista Gosudarstvo è stata inaugurata nel 2025, proprio allo scopo di esprimere in modalità sempre più efficaci i principi della nuova ideologia, grazie al contributo dei “polit-tecnologi”, come vengono chiamati in Russia gli araldi del pensiero dominante. Ad esempio Aleksandr Kharičev, un altro uomo di Kirienko, scrive sulla “sacralità del potere” sostenuta dalla “capacità di sacrificio” e dal “collettivismo” dei russi, unendo i principi dello zarismo e del comunismo sovietico. Queste dimensioni vengono sottolineate da un articolo di un altro membro del gruppo, Boris Rapoport, col titolo “Questioni e compiti della politica interna dello Stato russo nelle varie epoche storiche”, in cui si afferma che “la scarsità della popolazione sull’enorme territorio della Russia e il clima molto severo hanno imposto ai russi l’idea di uno Stato forte come uno dei principi fondamentali per garantire la propria sopravvivenza”.

Il polit-tecnologo Andrej Polosin propone un testo sulla “Legittimità digitale”, che si accorda con la tesi di Kuznetsov sulla prevalenza ormai inarrestabile dei “regimi illiberali” nei confronti di quelli “liberali”, come dimostrano su tutti proprio i sistemi di Russia e Cina. Non si nominano particolari “regimi liberali”, indicati genericamente come “Stati occidentali” dove “la legittimità si basa sulle procedure e sulle illusioni del controllo sociale nei confronti delle istituzioni”, mentre gli illiberali propongono la fonte alternativa della “efficacia tecnologica”. Le elezioni periodiche ogni 4-5 anni sono infatti ingannevoli, perché il regime al potere dovrebbe lavorare per gli elettori ogni giorno, quando in realtà questo servizio può essere realizzato in modo “visibile e non misurabile” soltanto dalle strutture digitali.

Questi servizi tecnologici sono talmente utili per i cittadini che diventano “un argomento decisivo in favore del sistema, molto più delle discussioni astratte sulle procedure democratiche”, aggiunge Kuznetsov. Il vantaggio degli illiberali come Russia e Cina non sta nel controllo in quanto tale sulla popolazione, ma nella “conversione di questo controllo in una vera legittimità, grazie all’offerta dei servizi di qualità nelle forme più convenienti”, che rendono la vita quotidiana più semplice e soddisfacente. Per questo “non c’è bisogno di manipolare l’opinione pubblica”, e il successo dell’approccio illiberale è assicurato dalla “concentrazione del potere”, considerata pericolosa dai decadenti regimi liberali.

Vengono portate ad esempio le due megalopoli di Mosca e Shēnzhèn, entrambe con circa 13 milioni di abitanti, dove i servizi cittadini sono “al massimo livello di comfort” rispetto a qualsiasi metropoli occidentale, dove è evidente che “le decisioni politiche diventano risposte tecnologiche” e il sindaco assume il ruolo di “direttore generale della città”, spogliandosi della funzione esplicita del potere ed esaltando quella del “servizio”, il cui confine con la “supervisione” diventa del tutto secondario e invisibile. Per questo i moscoviti, e sempre più i russi in generale, accettano di buon grado il controllo totale da parte delle autorità centrali e locali, perché “quanto più controllano, tanto più si vive comodamente”, e se il controllo venisse meno “non sarebbe una liberazione, ma un ritorno al rischio dell’ignoto”.

L’esperienza della Cina suscita nei politologi russi un entusiasmo sempre maggiore, come mostra proprio l’esempio di Shēnzhèn, che in quarant’anni si è trasformata da villaggio di campagna a “capitale tecnologica” proprio grazie alla totale assenza delle caratteristiche ritenute indispensabili dagli occidentali: le elezioni, i media indipendenti, la divisione dei poteri. “Una delle città più controllate al mondo funziona con grande efficacia, in un modo che le città occidentali possono soltanto sognarsi”, sottolinea lo specialista. Kuznetsov sottolinea che uno dei principali vantaggi dei sistemi illiberali è “l’indipendenza dai cicli elettorali”, che in questi Paesi si tengono solo per celebrare il regime al potere che può portare avanti i suoi programmi “per decenni”, mentre le alternanze contrapposte dei liberali impediscono di realizzare quanto era stato promesso agli elettori. Considerando che tra un mese e mezzo si terranno le elezioni parlamentari in Russia, queste spiegazioni aiuteranno senz’altro i cittadini russi a scegliere i propri rappresentanti, che saranno i tutori del benessere illiberale.

San Giovanni Bosco


autore: Mario Caffaro Rore anno: 1941 titolo: Ritratto di Don Bosco

Nome: San Giovanni Bosco

Titolo: Sacerdote

Nascita: 16 agosto 1815, Castelnuovo d’Asti

Morte: 31 gennaio 1888, Torino

Ricorrenza: 31 gennaio

Protettore:
degli educatori, dei bambini, degli editori, giovani, degli scolari, degli studenti

Beatificazione:
2 giugno 1929, Roma, papa Pio XI

Canonizzazione:
1 aprile 1934, Roma, papa Pio XI

Luogo reliquie: Basilica di Don Bosco Basilica di Santa Maria Ausiliatrice

Questo nome popolarissimo e tanto venerato ricorda un’istituzione grandiosa e benefica che da anni assiste ed educa cristianamente la gioventù, raccolta in centinaia di case sparse in tutto il mondo.

Giovanni Bosco nacque il 16 agosto 1815 ai Becchi, frazione di Murialdo presso Castelnuovo d’Asti, da una povera famiglia di agricoltori. Sua mamma, Margherita, era una santa donna tutta dedita al lavoro ed ai suoi doveri di cristiana: infondere nei suoi figliuoli il santo timore di Dio. Del babbo non poté gustare il sorriso e la carezza, perché se ne volò al cielo quando Giovanni era ancora in tenerissima età.

Fin da fanciullo ebbe il dono di attirare a sé le anime dei fanciulli con i suoi giochi di prestigio e con la sua pietà, che gli cattivava l’animo di tutti.

A prezzo di privazioni di ogni genere, in mezzo alle contrarietà degli stessi familiari, riuscì a compiere gli studi ecclesiastici e nel 1841 fu ordinato sacerdote. Da questo punto comincia la sua missione speciale: « l’educazione dei giovani ».

Lo aveva difatti profondamente colpito il fatto di vedere per le vie di Torino tanti giovanetti malvestiti, male educati, abbandonati, esposti ad ogni pericolo per l’anima e per il corpo, molti già precocemente viziosi e destinati alla galera… Il cuore del giovane sacerdote sanguina: prega e pensa: e la Vergine Benedetta, che lo aveva scelto, gli ispira l’istituzione degli Oratori.

Dopo mille difficoltà e persecuzioni, gli riuscì di comperare a Valdocco (allora fuori Torino) un po’ di terreno con una casa ed una tettoia a cui aggiunse una cappella; ebbe così un luogo stabile e sicuro dove poter radunare i suoi « birichini ».

Non aveva un centesimo : unica sua risorsa una fede illimitata nella Divina Provvidenza.

In pochissimo tempo i poveri giovani ricoverati diventarono più numerosi; l’opera cresceva e bisognava pensare al futuro. La benedizione di Dio era visibile. E Don Bosco fonda una nuova congregazione religiosa, la Pia Società di S. Francesco di Sales, detta comunemente dei Salesiani, composta di sacerdoti e laici, che poco alla volta aprirono oratori festivi, collegi per studenti, ospizi per artigiani, scuole diurne e serali, missioni fra gli infedeli in tutte le parti del mondo.

Per le fanciulle delle stesse condizioni, D. Bosco istituì le Suore di Maria Ausiliatrice, le quali, come i Salesiani, sono sparse in tutto il mondo, ed affiancano l’opera dei sacerdoti.

Per il popolo D. Bosco scrisse libretti pieni di sapienza celeste, dal titolo « Letture cattoliche » in contrapposizione a quelle protestanti.

Fino all’ultimo la sua vita fu spesa a vantaggio del prossimo, con sacrificio continuo, eroico. Il Signore lo chiamò a sè il 31 gennaio 1888 e fu canonizzato da Pio XI.

PRATICA. Aiutiamo in qualche modo le opere per l’educazione della gioventù.

PREGHIERA. O Dio, che suscitasti il beato confessore Giovanni per l’insegnamento cristiano e per trattenere la gioventù nella via della verità., e per suo mezzo radunasti una nuova famiglia nella Chiesa. concedici che a suo esempio e intercessione, infiammati di zelo per la tua gloria e la salute delle anime, possiamo nel cielo essere partecipi del suo gaudio.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Torino San Giovanni Bosco, Confessore, Fondatore della Società Salesiana e dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, insigne per lo zelo delle anime e la propagazione della fede, ascritto dal Papa Pio undecimo nei fasti dei Santi.

Don Bosco e Domenico Savio

L’incontro tra San Domenico Savio e Don Bosco avvenne il 2 ottobre 1854 nel cortile della casa dei Becchi. Dopo un lungo dialogo, Don Bosco, riconoscendo le qualità del ragazzo, usò una metafora sartoriale per esprimere il suo potenziale spirituale. Domenico accettò con entusiasmo e, poche settimane dopo, si trasferì all’oratorio di Valdocco. Lì, vedendo il motto di Don Bosco “Da mihi animas, coetera tolle”, comprese che la missione della casa era salvare anime e desiderò che anche la sua appartenesse al Signore.

L’8 dicembre 1854, giorno in cui Papa Pio IX proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione, Domenico rinnovò davanti all’altare di Maria le promesse della sua prima comunione, consacrandosi interamente a Gesù e Maria e chiedendo di morire piuttosto che commettere un peccato. Don Bosco iniziò a seguire attentamente la sua

Il 24 giugno successivo, per l’onomastico di Don Bosco, Domenico gli chiese un aiuto speciale: diventare santo. Don Bosco gli suggerì tre regole per la santità: allegria, impegno nei doveri di studio e di preghiera, e fare del bene agli altri. Domenico seguì queste indicazioni con fervore, distinguendosi per la sua profonda pietà, la gioia serena e l’attenzione verso i compagni, aiutandoli nello studio, nel gioco e nell’assistenza ai malati.

VOCAZIONE DI SAN GIOVANNI BOSCO 

San Giovanni Bosco racconta nelle sue Memorie che all’età di nove anni fece un sogno straordinario. Si trovava vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove alcuni ragazzi stavano giocando e bestemmiando.

«Al sentire le bestemmie mi slanciai in mezzo a loro. Cercai di farli tacere usando pugni e parole».

Proprio in quel momento gli apparve un uomo maestoso, vestito interamente di bianco, che, chiamandolo per nome, gli ingiunse di mettersi a capo di quei ragazzi:

«Dovrai farteli amici con bontà e carità», soggiunse, «non picchiandoli. Su, parla, spiega loro che il peccato è una cosa cattiva e che l’amicizia con il Signore è un bene prezioso».

Giovanni, meravigliato, gli domandò:

«Chi siete voi che mi chiedete cose impossibili?»

L’uomo misterioso gli rispose enigmaticamente che ciò che sembrava impossibile sarebbe diventato possibile con l’obbedienza e lo studio, sotto la guida di una maestra.

«Ma chi siete voi?» insistette il ragazzo.

«Io sono il figlio di colei che tua madre ti ha insegnato a salutare tre volte al giorno.»

Giovanni, perplesso, ribatté:

«La mamma mi dice sempre di non stare con chi non conosco senza il suo permesso. Perciò ditemi il vostro nome.»

«Il mio nome domandalo a mia madre.»

In quel momento apparve una donna maestosa, avvolta in un manto risplendente. Lo prese per mano e gli disse:

«Guarda.»

I ragazzi che giocavano erano scomparsi e al loro posto erano apparsi animali selvatici.

«Ecco il tuo campo,» proseguì la donna, «ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che ora vedrai accadere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli.»

All’improvviso, le bestie si trasformarono in agnelli mansueti, che saltellavano e belavano intorno a loro. Giovanni, sconcertato, scoppiò a piangere e confessò alla signora di non riuscire a comprendere.

Lei gli rispose, posandogli una mano sul capo:

«A suo tempo tutto comprenderai.»

Quel sogno segnò la vocazione e la missione di tutta la vita di Don Bosco.

FRASI FAMOSE

Guai a chi lavora aspettando le lodi del mondo: il mondo è un cattivo pagatore e paga sempre con l’ingratitudine.

Dite ai giovani che li aspetto tutti in Paradiso.

Amate ciò che amano i giovani, affinché essi amino ciò che amate voi.

La prima felicità di un fanciullo è sapersi amato.

In ognuno di questi ragazzi, anche il più disgraziato, v’è un punto accessibile al bene. Compito di un educatore è trovare quella corda sensibile e farla vibrare.

Noi facciamo consistere la santità nello stare sempre allegri e fare sempre e bene il nostro dovere.

Non rimandate al domani il bene che potete fare oggi, perché forse domani non avrete più tempo.

Fare il bene senza comparire. La violetta sta nascosta ma si conosce e si trova grazie al suo profumo.

Coraggio, coraggio sempre; non istanchiamoci mai di fare il bene e Dio sarà con noi.

Se vuoi farti buono, pratica queste tre cose e tutto andrà bene: allegria, studio, pietà.

Il demonio ha paura della gente allegra.

Se il cibo del corpo si deve prendere tutti i giorni, perché non il cibo dell’anima?

La gioia è la più bella creatura uscita dalle mani di Dio dopo l’amore.

Con le opere di carità ci chiudiamo le porte dell’inferno e ci apriamo il paradiso.

Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la nostra società.

Il paradiso non è fatto per i poltroni.

Chi prega si occupa della cosa più importante di tutte.

Tenete a memoria che la solita parola che usa il demonio quando vuole spingerci al male è: Oh! Non è niente!

Il migliore consiglio è di fare bene quanto possiamo e poi non aspettarci la ricompensa dal mondo ma da Dio solo.

Senza religione non vi è vera scienza, non vi è moralità, né educazione.

Chi si rimette pienamente a Dio, è impossibile che non venga esaudito.

Sii con Dio come l’uccello che sente tremare il ramo e continua a cantare, sapendo di avere le ali.

Maria non fa le cose solo per metà.

È quasi impossibile andare a Gesù se non ci si va per mezzo di Maria.

Dio non si lascia vincere in generosità.

Parla poco degli altri e meno di te.

La lettera di Papa Leone per i 30 anni del Foglio

“Auguro al Foglio di essere sempre animato da questo desiderio di costruire un futuro fatto di incontri e non di scontri, e di difendere così la bellezza delle nostre vite”. Il senso di fare informazione oggi. Ci scrive Papa Leone XIV

Papa Leone XIV  30 gen 2026

Caro direttore,

con piacere rivolgo a lei e ai lettori de Il Foglio i miei auguri per il 30° anniversario dalla nascita del giornale. In anni di così grande cambiamento, la presenza di una offerta plurale nel campo della informazione, alla quale con il vostro lavoro avete contribuito, è stata ed è garanzia di libertà.

La possibilità di diffondere opinioni diverse, e di offrire interpretazioni diverse dei fatti, è il fondamento concreto di quel libero confronto di idee senza il quale non c’è libertà di pensiero, ma la negazione della dignità di ogni essere umano e del suo dıritto a pensare.

Per questo occorre promuovere il dialogo e non arrendersi ad una polarizzazione estremista e ingannevole che riduce la realtà ad una sua parodia, le radici culturali e religiose quasi ad etichette da esibire, il pensiero ad un calcolo.

La libera stampa e più in generale tutti i media avrebbero questo compito straordinario di formare informando. E di contribuire così alla costruzione di un mondo più giusto, e pacifico. Ciò richiede un grande senso di responsabilità, per esempio nella distinzione tra la narrazione il più obiettiva possibile dei fatti e la esposizione delle opinioni su di essi, sempre doverosamente aperta al confronto.

Auguro a lei e al suo giornale di essere sempre animati da questo desiderio di costruire un futuro fatto di incontri e non di scontri, e di difendere così la bellezza delle nostre vite.

Buon anniversario!

Klitschko, sindaco di Kiev: «Non credo affatto alle promesse di Putin. Mai così tanti attacchi e mai così tanto freddo: questa è l’ora più difficile»

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 31 Gennaio 2026

L’ex pugile: «Non credo affatto alle promesse di Putin. Gli attacchi sono aumentati, ho detto a chi può di andarsene»

«Sarò onesto. Non credo affatto alle promesse di Putin: è un mentitore inveterato. Dall’inizio della guerra ha sempre detto che le sue forze attaccano esclusivamente obiettivi militari, ma allora perché da quattro anni non fa che lanciare missili e droni contro le nostre città e le infrastrutture civili? Come spiega i nostri 300 concittadini uccisi dal 2022 e gli oltre 1.000 appartamenti distrutti?». 

Il sindaco di Kiev Vitaly Klitschko ci riceve nel suo ufficio oberato dai problemi che lo assillano dall’inizio del mese. Li riassume così: «Ripristinare la rete elettrica, il riscaldamento e il sistema idrico. In quasi 12 anni da sindaco non avevo mai visto un’ondata di gelo tanto prolungata e i russi ne approfittano: non solo bombardano per rendere ancora più difficile l’esistenza della popolazione, ma soprattutto usano ogni mezzo per fomentare i dissidi interni. I loro blogger istigano la gente a criticare le autorità ucraine e diffondere la sfiducia, mentre noi ci prodighiamo per ricordare che la causa prima di ogni difficoltà è stata e resta l’invasione russa». 

Kiev, parla il sindaco Vitaly Klitschko: «Il cessate il fuoco? Non credo che Putin manterrà la parola»

Putin avrebbe promesso a Trump che non attaccherà le infrastrutture energetiche sino al primo febbraio: c’è da credergli? 
«I raid russi sono continuati esattamente come prima, non su Kiev, ma sul resto del Paese. Da domenica scorsa città come Odessa, Zaporizhzhia e Dnipro sono al freddo e al buio in molti quartieri». 

Russi e ucraini dovrebbero tornare a trattare faccia a faccia ad Abu Dhabi. Cosa si aspetta? 
«Non faccio parte della nostra delegazione. Ma sono aperte un mucchio di domande: come difendere i nostri territori nazionali, quali sono le garanzie di sicurezza e soprattutto quando i russi smetteranno di bombardarci?». 

Kiev è nell’occhio dei raid con temperature che si avvicinano ai meno 30. Cosa intende fare? 
«Gli attacchi contro la capitale sono in crescita. E dimostrano che ancora oggi Putin è molto più interessato al controllo di Kiev che non del Donbass. Se vuoi eliminare qualcuno gli spari al cuore e infatti Putin tuttora nega la legittimità di un’Ucraina libera e indipendente. Ci sono stati raid contro di noi con oltre 500 tra droni e missili. L’obiettivo? Spezzare la nostra volontà di resistenza, destabilizzare, dividere, impaurire». 

Nel suo ultimo comunicato lei parla di 378 edifici ancora privi di elettricità… 
«La nostra è una delle più grandi città dell’Est europeo con attualmente oltre tre milioni e mezzo di abitanti. Il 9 gennaio abbiamo subito uno dei raid più gravi, che ha danneggiato 12.000 edifici, di questi 6.000 si sono trovati senz’acqua ed energia, mentre la temperatura esterna sfiorava i 20 sottozero. I tecnici municipali sono entrati subito in azione per evitare che gelassero le tubature e per ripristinare i riscaldamenti centralizzati. Quando, pochi giorni dopo, i russi hanno osservato che eravamo in grado di riparare i danni hanno subito lanciato nuove ondate di attacchi. Lo hanno fatto per tre volte da allora. E noi ci siamo trovati in gravi difficoltà perché l’intero Paese soffre di draconiani tagli all’energia nazionale, a seconda dei momenti siamo stati tra il 40 e il 60 per cento delle capacità energetiche normali. Se manca la corrente le pompe non funzionano e l’acqua non arriva ai rubinetti». 

È preoccupato? 
«Mai tanti attacchi e mai così freddo: il mio periodo più difficile da sindaco». Lei è stato accusato di demotivare la popolazione quando di recente ha esortato a lasciare la città chiunque potesse farlo. «Sono responsabile di servire la mia cittadinanza e devo dire la verità. Quando ho ammesso che non avevamo le risorse per rispondere ai bisogni di tutti ho consigliato di evacuare temporaneamente chiunque potesse. L’ho fatto e lo rifarei. Meno abitanti significa poter garantire servizi migliori». 

Com’è cambiata la demografia di Kiev? 
«Circa 4 milioni di abitanti prima dell’invasione, poi due milioni di sfollati, seguiti dall’arrivo di un milione e mezzo, per lo più fuggiti dalle zone occupate o minacciate dai russi. A fine dicembre avevamo tre milioni e 600.000 abitanti, ora sono circa tre milioni, con un largo numero di pendolari che ogni sera vanno nei paesi di periferia». 

E di giorno? 
«Tornano in città a lavorare e sono felice che lo facciano. Occorre che Kiev resti viva grazie al lavoro della sua gente. L’ultimo attacco russo è stato il 27 gennaio e gli uffici sono rimasti aperti. È il nostro modo per dimostrare che non molliamo, non ci arrendiamo». 

Quanto conta l’aiuto degli alleati? 
«Moltissimo. Oggi i generatori europei ci permettono di sopravvivere alla crisi energetica. Anche se, ci tengo a sottolinearlo, nel lungo periodo non possono essere un sostituto per la rete nazionale. Costano troppo, necessitano di 300 tonnellate di carburante al giorno solo quelli pubblici, inquinano causando gravi problemi di salute alla popolazione. Tutti gli ospedali sono autosufficienti. La città ha bisogno di quasi 200.000 megawatt quotidiani che non possono dipendere dai generatori per sempre. Il nostro deficit energetico è ora del 60 per cento, ecco perché ci sono black out che a seconda dei quartieri possono durare da due ore a due giorni». 

Le scuole restano chiuse? 
«A gennaio abbiamo prolungato le vacanze di Natale. Da febbraio saranno i presidi a decidere: se nelle classi la temperatura supera i 18 gradi le lezioni saranno regolari, altrimenti si faranno via remoto come ai tempi del Covid». 

L’ammiraglio Cavo Dragone: «No all’esercito europeo, gli Usa sono fondamentali»

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 29 Gennaio 2026

Intervista al presidente del Comitato militare della Nato: «Putin è contrario alla tregua. L’Alleanza deve adattarsi ai cambiamenti»

KIEV – «La Nato ha gli strumenti per rispondere alla crisi e ripensare se stessa. Invece di parlare di esercito europeo, cerchiamo piuttosto nuovi modi di cooperazione militare tra Europa e Stati Uniti». L’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che da un anno presiede il Comitato Militare dell’Alleanza Atlantica ed è stato capo di Stato maggiore della Difesa italiano, offre risposte a quella che è stata descritta come la crisi più grave del sistema di difesa occidentale creato dopo la Seconda Guerra Mondiale. 

Il nodo Groenlandia ha fatto esplodere tensioni latenti nella Nato. Il premier canadese Mark Carney sostiene che ormai gli Stati Uniti non si fanno più carico della difesa comune. Cosa fare?

«È nel DNA della Nato riflettere sul proprio ruolo, lo facciamo da 76 anni, continuando ad adattarci ai cambiamenti. I valori della sicurezza collettiva, la difesa della libertà e della democrazia restano centrali». 

Nonostante gli attacchi di Donald Trump?

«Abitudine dei nostri ufficiali e anche mia è quella di prendere tempo e lasciare decantare ciò che viene detto sul momento. Però non vedo crisi; anzi, direi che usciamo più coesi e più forti dal dibattito e dagli ultimi stress test». 

La priorità?

«Al cuore resta la minaccia russa, che è stata confermata dal 2022 e che guida la nostra strategia. Dobbiamo continuare a esercitare deterrenza. Ed è vero che gli Stati Uniti suonano la carica: hanno dato forti scossoni in nome di una necessità che io ritengo giusta, ovvero che i costi per la difesa collettiva vengano distribuiti in modo più equo. L’ultimo summit dell’Aja l’estate scorsa è stato un successo in questo senso: l’Europa s’impegna a più alte spese militari, adesso vanno assunte maggiori responsabilità operative». 

E la crisi esistenziale della Nato?

«La Nato non è assolutamente in crisi. C’era la necessità di un elemento catalizzatore e lo abbiamo avuto. Ora si aprono nuovi orizzonti. Tutte le dichiarazioni, anche brutalmente critiche, vanno valutate con più calma». 

Si è temuta persino una guerra aperta tra Usa e Danimarca. Come l’avete valutata?

«Per nostra fortuna, proprio in quei giorni, il 21 e 22 gennaio, si è riunito il Comitato Militare della Nato. Abbiamo lasciato che il tema Stati Uniti, Groenlandia e Danimarca fosse negoziato a livello politico tra loro. Io credo che arriveranno a una soluzione politica. Posso assicurare che nessuno ha valutato potesse scoppiare un conflitto armato tra alleati. Noi ci siamo dunque focalizzati sull’Artico. Molto probabilmente vi incentiveremo le nostre attività: ci saranno spese per adddestramenti in loco e per i necessari equipaggiamenti in climi rigidi». 

Cina e Russia negano di avervi accresciuto le operazioni militari. Cosa rilevate? 

«L’Artico sta diventando sempre più centrale: i cambiamenti climatici portano allo sciglimento dei ghiacci e all’apertura di nuove rotte commerciali, oltre a rendere accessibili zone ricche di minerali e risorse. I russi sicuramente non vanno in Artico solo per osservare foche e orsi: hanno riaperto basi chiuse da decenni e testato nuove armi». 

È preoccupante?

«Secondo me no, grazie alle nostre contromisure. Noi vogliamo un Artico libero, accessibile a tutti, non militarizzato con libertà di navigazione». 

Si può quantificare le presenza cinese? 

«Non con precisione. Ci sono otto nazioni artiche, sette sono della Nato, l’ottava è la Russia e ora opera di concerto con la Cina, che si qualifica ormai come una nazione quasi artica». 

Volodymyr Zelensky parla di esercito europeo e non è il solo. Però Mark Rutte esclude che l’Europa possa fare a meno dell’ombrello Usa. Dove siamo? 

«Non sposo l’idea di esercito europeo, resto legato alla Nato assieme agli Usa: un’alleanza virtuosa e navigata. I militari americani rimangono fondamentali, potranno esserci in futuro dei riorientamenti parziali e ci adatteremo in modo flessibile. Oltretutto adesso avremo più fondi grazie agli apporti europei e questo permetterà una più stretta collaborazione con le industrie militari. Leggo le parole di Rutte come uno sprone: si può fare di più, il legame Usa-Ue resta è indiscutibile». 

Ma Trump ha preso a schiaffi l’Europa… 

«Sì lo ha fatto, però in altri consessi lo stesso Trump ha ribadito la validità della Nato». 

Come vede la guerra in Ucraina?

 «Siamo quasi all’inizio del quinto anno dell’invasione russa con l’inverno più rigido degli ultimi decenni e gli ucraini proseguono nel darci grandi lezioni di coraggio e capacità di resistenza. La Russia avanza a passi minimi. Negli ultimi 20 mesi è progredita di meno di 50 chilometri, circa 75-100 metri al giorno. Dall’inizo della guerra si stima abbia subito un milione e 200mila soldati tra morti, feriti e dispersi. Noi valutiamo che negli ultimi 10 mesi il dato sia di 300.000 perdite, più o meno 650 soldati al giorno. E’ un prezzo che noi eserciti occidentali non potremmo mai pagare, lo può fare Putin perché loro hanno un rispetto per il valore della vita umana più basso». 

Dunque? 

«Putin ha un problema di reclutamento, non ricesce a rimpiazzare le perdite: in ottobre 25.000, novembre 30.000, dicembre 35.000». 

Come lo spiega? 

«Gli ucraini stanno usando al meglio i loro droni. Ormai è chiaro che Putin non ha raggiunto nessuno dei suoi obbiettivi strategici iniziali: mirava a prendere l’intera Ucraina e non ha neppure occupato tutto il Donbass. Si era illuso che la sconfitta della Nato in Afghanistan lo ponesse in vantaggio. Ma oggi la Nato è più forte e coesa di prima proprio grazie alla reazione contro l’invasione dell’Ucraina: siamo passati da 30 a 32 Stati membri; aumentano le spese militari; con l’entrata della Finlandia nell’Alleanza, la Russia si ritrova con 1.340 chilometri di confine in più da dover pattugliare». 

Però anche gli ucraini hanno perso 600.000 soldati dal 2022 e sono un quinto dei russi… 

«Vero, sono perdite gravissime. Ma i soldati ucraini sono molto più motivati a difendere il loro Paese che i russi siberiani a invaderlo. La Nato continua a lavorare affinchè Kiev possa sedere al tavolo dei negoziati da una posizione non di debolezza». 

Cosa si attende dalla prossima tornata di colloqui a Abu Dhabi? 

«La speranza c’è sempre che si possa terminare questo orribile massacro. Ma onestamente vedo pochi passi avanti. Putin resta contrario al compromesso».

De Maria numquam satis

Chiesa cattolica | CR 1935

 28 Gennaio 2026 ore 14:31

di padre Serafino Lanzetta

Riportiamo la prima parte di un articolo su Maria Corredentrice, paradigma di vita cristiana. La sofferenza vicaria, il Corpo mistico e la manifestazione della vera religione di padre Serafino M. Lanzetta.

La Corredenzione di Maria può essere compresa bene alla luce di due feste liturgiche. Il 15 settembre è una grande festa mariana dedicata a Nostra Signora Addolorata ai piedi della Croce. Nel rito antico questa festa è preparata da quella dei Sette Dolori di Maria che si celebra il Venerdì della Settimana di Passione prima della Settimana Santa. Il 14 settembre celebriamo invece l’Esaltazione della Santa Croce. Sono feste importantissime che si annodano l’una all’altra: una cristologica e una mariana. Questo ci fa capire che è sempre doveroso approfondire il mistero della Corredentrice alla luce della Redenzione: Gesù e Maria sono una cosa sola, sempre uniti. Si tratta di vedere insieme la Croce e la Corredentrice. In questa riflessione, che svilupperò in tre parti, ho pensato che fosse opportuno cercare di vedere in un modo più pratico (pastorale) l’importanza della corredenzione per la nostra vita cristiana, delineandone il suo aggancio, anch’esso pratico, alla salvezza operata da Cristo.

Parliamo molto spesso del mistero della corredenzione di Maria ed è certamente una cosa meravigliosa, ma penso che se rimaniamo troppo sul piano teorico, rischiamo di non cogliere l’importanza concreta che questo mistero ha per la nostra vita cristiana. Cercherò di lumeggiare la questione partendo chiaramente da una considerazione dottrinale per arrivare poi a qualcosa di più pratico: vedere cioè la corredenzione all’opera, a partire proprio dall’inizio della nostra salvezza, dal compimento stesso della nostra redenzione operata da Gesù e da Maria. Da lì potremo capire quanto sia fondamentale cooperare con Dio, esattamente come ha fatto la Madonna. Maria ha tracciato il modello perfetto di cooperazione con Dio; questo modello esemplare mariano a sua volta è anche la dimostrazione più perfetta che la religione cattolica è l’unica vera religione. Questo sarà il mio sforzo: cercare di far vedere “le opere” della corredenzione. Nel farlo ci renderemo conto del modo in cui questo mistero manifesta l’unicità storico-salvifica del Cattolicesimo. 

Partiamo dalla Redenzione 

Dobbiamo necessariamente partire dalla redenzione e rinfrescare la nostra memoria a riguardo. Infatti, la corredenzione è possibile solo se è intimamente unita a ciò che fa fatto Gesù, alla nostra salvezza. Non ci deve essere alcuna ambiguità ovviamente: non si deve mai pensare che la Madonna prenda il posto di Gesù o che voglia mettersi al posto di Gesù nel redimerci. La Madonna è sempre subordinata a Gesù ed è con Lui. La parola stessa “co-redentrice” significa “con” il Redentore, sotto di Lui, ma un solo cuore con Lui, una sola anima con Lui: totalmente unita a suo Figlio. Il punto di partenza rimane la redenzione e quindi il mistero della Croce. L’esaltazione liturgica della Santa Croce rimanda proprio a questo mistero: la redenzione di Cristo. 

Nella Croce c’è infatti la sintesi perfetta di questo mistero: la redenzione come via, come atto di carità totale da parte di Cristo, il quale si è offerto al posto nostro per salvarci, per strapparci dalla perdizione eterna. La redenzione è il pagamento di un prezzo per liberarci da una schiavitù, quella del peccato. Letteralmente è il “riscatto” di uno schiavo, un prezzo da pagare affinché una persona torni libera. Ma è anche una via, un soccorso. La redenzione può essere intesa come aiuto soprannaturale di Colui che è venuto per salvarci. Eravamo morti, come caduti in un baratro e Lui, il Signore, è disceso dall’alto per tirarci fuori da quel precipizio. Ci ha rialzato dopo la caduta nell’abisso del peccato. Quindi è una vera e propria operazione di salvataggio. La redenzione può essere compresa proprio quale azione divina di soccorso: un intervento soprannaturale di Cristo che per puro amore gratuito è venuto a salvarci scendendo Egli stesso in questa valle di miseria mettendoci al sicuro, riportandoci in alto, lì dove eravamo prima della caduta.

In pratica, Egli ha fatto per noi ciò che noi non eravamo assolutamente in grado di fare. Eravamo morti, in una condizione di totale infermità: non potevamo fare nulla, non potevamo neanche muoverci. Per rendere meglio l’idea, eravamo completamente paralizzati. Non potevamo salvarci da soli. Ci trovavamo in una situazione di morte, di impotenza, di incapacità di agire. Cristo è venuto a soccorrerci e ha detto: “Quello che tu non puoi fare a causa della tua condizione, lo faccio Io al posto tuo.”

Questo ci fa capire che la redenzione può essere definita anche come “sofferenza ed espiazione vicaria”. Si tratta di una definizione tecnica. “Vicaria” nel senso etimologico: fare qualcosa al posto di un altro. Un’opera vicaria è questo: “Io compio al tuo posto ciò che tu non sei in grado di compiere. Lo faccio per te”. È un’opera sostitutiva, ma in un senso più profondo: “Un’opera realizzata per te proprio perché tu non puoi realizzarla”. Sofferenza vicaria significa quindi che Nostro Signore ha sofferto al posto nostro, ha sofferto per noi. Ha preso su di sé il nostro peccato e tutte le sue conseguenze per espiarlo completamente. Egli ha fatto per noi ciò che noi non potevamo fare. Questa è squisita carità, amore senza alcun interesse.

La co-redenzione quale offerta d’amore in Cristo, legge della vita cristiana

La redenzione dunque è quell’atto di carità totale ed esclusiva di Cristo, il quale ha preso su di sé i nostri peccati e ha espiato per noi, al nostro posto, tutti i nostri peccati e tutte le loro conseguenze nefaste. Alla luce di ciò appare evidente che il mistero della Co-redenzione, cioè la partecipazione di Maria in Cristo alla nostra redenzione, una partecipazione congiunta, non è qualcosa di illogico o di impossibile. Al contrario, è pienamente possibile e conveniente proprio in ragione della sofferenza e dell’opera vicaria di Cristo. Cristo ha fatto qualcosa al posto nostro, è venuto in nostro soccorso.

Proprio in ragione di questo amore totale di Cristo, che si offre al posto di noi peccatori, la Madonna non può rimanere indifferente o estranea all’opera del Figlio. L’amore si diffonde. L’amore immacolato, senza peccato, non ammette egoismo, ma si dona e si offre al posto dei peccatori per salvarli. Maria è stata “chiamata” dal Figlio, dalla voce soave del suo amore, a collaborare con Lui per noi. Lei ha fatto, come Gesù, qualcosa per noi: ciò che noi non eravamo in grado di fare. 

Questa, in fondo, è una legge della nostra vita cristiana, la legge della vita cattolica: fare qualcosa per un altro, per il nostro prossimo. Come dubitarne quando si è dinanzi alla perfezione della carità di Gesù e di Maria? Questo è ciò che il Signore ci ha insegnato a vivere e in ciò consiste esattamente la possibilità di edificare il Corpo Mistico di Cristo, la Chiesa. La legge del Corpo Mistico, infatti, è questa: aiutarci gli uni gli altri a portare la croce; fare qualcosa per l’altro che magari da solo non ce la fa. La vera carità presuppone un cuore che vede e che dice, nel silenzio e nel nascondimento: “Tu non riesci a portare quella croce; ti aiuto. Sono qui per te. È la carità di Cristo che mi spinge”.

Questa è la vera carità fraterna che deve sempre guidarci nella vita spirituale. Non si dimentichi il dato di partenza, come spesso si fa mescolando carità e assistenza sociale: è l’opera redentiva di Cristo che suscita questa cooperazione. In modo ordinato, Cristo suscita dapprima la cooperazione di Maria, che è la più perfetta, e poi la cooperazione di ciascuno di noi, ammessi quindi a cooperare grazie alla cooperazione primordiale e strutturale della Vergine Maria. 

Si tratta di un’azione, certo, di un fare e non di un rimanere a guardare. Ma già in Cristo stesso c’è una cooperazione tra la Sua natura divina e la Sua natura umana. La sua incarnazione e quindi il mistero della sua Passione e Morte redentrici implicano un’attività della natura umana del Figlio di Dio, libera e meritoria, subordinata ordinatamente alla sua natura divina in comunione con il Padre e lo Spirito Santo. Inoltre, siccome la natura umana di Gesù è la più perfetta, la sua cooperazione con la natura divina del Figlio di Dio implica un’opera salvifica perfetta che va a beneficio dell’umanità peccatrice da salvare. Un’opera vicaria, dicevamo. Perciò, la cooperazione dell’umanità di Gesù con la sua divinità è un mezzo universale di salvezza della natura umana come tale.

Qui si iscrive la necessità della cooperazione dell’uomo con Dio alla sua salvezza; qui si vede l’ancoraggio forte della cooperazione di Maria con Cristo, che a differenza di noi tutti, non è dalla parte dei peccatori, in quanto Immacolata Concezione, ma dalla parte di Cristo che salva noi dal peccato, essendone stata preservata in vista dei meriti del Figlio così da essere attivamente capace di salvare noi con Gesù. La salvezza è sempre cooperazione: prima quella di Cristo uomo con la sua natura divina, poi quella di Maria con Cristo per noi, poi la nostra in Gesù e Maria. Dunque, è in Gesù per Maria che si costituisce il Corpo Mistico di Cristo, la cui essenza è la carità che salva, liberandoci dal peccato e dalla morte.

Perché Gesù ha istituito la Chiesa suo Corpo Mistico? Proprio per essere un solo Corpo, per essere una sola cosa in Lui e, in questo mistero d’amore, aiutarci a vicenda a raggiungere la meta finale: la salvezza eterna. Così siamo redenti, salvati dal vuoto vorticoso del male. Liberati da ogni peccato, viviamo nella grazia. Si capisce così la logica profonda della vita cristiana: cooperare con Cristo come Maria alla salvezza. Di conseguenza, cooperare con ogni altra persona di buona volontà, con ogni fratello, con il mio prossimo perché anch’egli si salvi. Cooperare perché ogni altro fratello possa rimanere in questa comunione del Corpo mistico di Cristo, rimanendo al sicuro per sempre.

Questa è la logica del bene per il nostro prossimo. “Chi è il mio prossimo?” Ricordiamo la parabola del Buon Samaritano. Posero a Gesù quella domanda per metterlo alla prova. Gesù, rispose raccontando la parabola che troviamo nel Vangelo di Luca (10:29-37). Il mio prossimo, ci dice Gesù, è ogni persona che si trova nel bisogno, ogni uomo che ha bisogno dell’amore di Cristo per essere guarito. Quel buon Samaritano non era più straniero, ma un uomo che si fece carico di un altro completamente privo di forze, debole e incapace di salvarsi da solo uscendo da quella condizione disagiata. Quel buon Samaritano era Gesù stesso che si fece carico dell’uomo incappato nei briganti del male. Quel “Va’ e anche tu fa lo stesso” diventerà la legge dell’amore che si carica delle miserie dell’altro, della sua sofferenza, del suo bisogno di salvezza eterna. Questa è la logica della vita cristiana, la logica della carità. 

Sul Calvario con Gesù e Maria

Ora, dove troviamo il modello perfetto di questa carità cristiana, legge della vita cristiana? Sul Calvario. Lì, infatti, si compie la salvezza, si realizza pienamente la redenzione. Lì vediamo ciò che Gesù ha fatto per noi morendo in croce, offrendosi al posto nostro: è la sofferenza vicaria per eccellenza. Ed è sempre sul Calvario che vediamo ciò che la Madonna ha fatto per noi insieme a Cristo, imitando perfettamente il suo esempio: amare l’altro, l’intera umanità per un fine salvifico, effondendo, per mezzo della sofferenza espiatrice, il bene della carità soprannaturale. Maria ha imitato l’esempio di Cristo cooperando con Lui, offrendo se stessa al posto nostro e offrendo Gesù per noi. Come Gesù, ha preso su di sé tutti i nostri peccati per espiarli con la sua sofferenza materna, con le sue lacrime, con l’offerta sacrificale di Gesù e di tutta sé stessa insieme a Gesù. Lei era una con Gesù.

 Il Calvario è il modello che ci fornisce la condizione per essere discepoli di Cristo. Se penetriamo questa logica del corpo Mistico di Cristo, cioè, fare qualcosa per l’altro, cooperare con Gesù e Maria per la mia salvezza e quella dei miei fratelli, allora abbracciamo la vera vita cristiana, altrimenti ne rimarremo fuori, accontentati di buoni sentimenti. Questo è il mistero della carità: amare Dio, Cristo, la Madonna e amare il prossimo, cioè ogni persona che è nel bisogno, un bisogno di salvezza. La corredenzione, quindi, è il modello della vita cristiana, la vera legge della nostra santificazione. Non c’è santificazione, cioè non c’è partecipazione alla propria salvezza, senza questa imitazione di ciò che il Signore insieme alla sua Madre ha fatto per noi. (continua)

San Francesco di Sales e san Giovanni Bosco, patroni della “buona stampa” 

Mercoledì 28 Gennaio 2026 

di Roberto de Mattei CR 1935

Alla fine del mese di gennaio, la Chiesa cattolica ricorda, a pochi giorni di distanza, due grandi santi intimamente legati tra loro: san Francesco di Sales (1567-1623) e san Giovanni Bosco (1815-1888).

Questi due santi vissero in epoche diverse: san Francesco di Sales mori nel 1623 e san Giovanni Bosco nacque due secoli dopo, nel 1815, ma il loro apostolato si svolse in una medesima area geografica e culturale: il ducato, poi regno sabaudo, che comprendeva il Piemonte e la Savoia, con Torino come capitale. San Francesco di Sales, vescovo di Ginevra-Annecy, preservò questo territorio dal calvinismo e la sua eredità spirituale, anche attraverso le Amicizie Cattoliche di Pio Brunone Lanteri, arrivò a san Giovanni Bosco, che vide nel santo savoiardo il modello per la sua opera educativa e ne fece il punto di riferimento della congregazione da lui fondata, chiamandola salesiana. 

Uno dei più importanti punti che questi santi hanno in comune è anche uno dei meno conosciuti: il loro impegno nella battaglia delle idee, per difendere a viso aperto le verità della fede e della morale. Anche per questa ragione, il 26 gennaio 1923, nel terzo centenario della sua morte, san Francesco di Sales, fu proclamato da Pio XI, con l’enciclica Rerum omnium, patrono di «tutti quei cattolici, che con la pubblicazione o di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la cristiana dottrina».  «Ad essi – afferma Pio XI – è necessario, nelle discussioni, imitare e mantenere quel vigore, congiunto con moderazione e carità, tutto proprio di Francesco. Egli, infatti, con il suo esempio, insegna loro chiaramente la condotta da tenere. Innanzi tutto studino con somma diligenza e giungano, per quanto possono, a possedere la dottrina cattolica; si guardino dal venir meno alla verità, né, con il pretesto di evitare l’offesa degli avversari, la attenuino o la dissimulino; abbiano cura della stessa forma ed eleganza del dire, e si studino di esprimere i pensieri con la perspicuità e l’ornamento delle parole, in maniera che i lettori si dilettino della verità. Se si presenta il caso di combattere gli avversari, sappiano, sì, confutare gli errori e resistere alla improbità dei perversi, ma in modo da dare a conoscere di essere animati da rettitudine e soprattutto mossi dalla carità».

Sullo stesso fronte fu impegnato san Giovanni Bosco. Molti, quando parlano di lui, si riferiscono quasi esclusivamente alle sue grandi realizzazioni sociali e dimenticano la sua opera di apostolo della “buona stampa cattolica” contro i nefasti effetti di quella “cattiva”, veicolo di menzogne ed eresie. Nella lettera circolare ai Salesiani del 19 marzo 1885, don Bosco raccomanda caldamente la diffusione dei buoni libri come mezzo privilegiato per la gloria di Dio e la salvezza delle anime: «Io non esito a chiamare Divino questo mezzo, poiché Dio stesso se ne giovò a rigenerazione dell’uomo. Furono i libri da esso ispirati che portarono in tutto il mondo la retta dottrina».  I “buoni libri” sono «tanto più necessari in quanto che l’empietà e la immoralità oggigiorno si attiene a quest’arma, per fare strage nell’ovile di Gesù Cristo, per condurre e per trascinare in perdizione gli incauti e i disobbedienti. Quindi è necessario opporre arma ad arma. Aggiungete che il libro, se da un lato non ha quella forza intrinseca della quale è fornita la parola viva, da un altro lato presenta vantaggi in certe circostanze anche maggiori. Il buon libro entra persino nelle case ove non può entrare il sacerdote, è tollerato eziandio dai cattivi come memoria o come regalo. Presentandosi non arrossisce, trascurato non s’inquieta, letto insegna verità con calma, disprezzato non si lagna e lascia il rimorso che talora accende il desiderio di conoscere la verità; mentre esso è sempre pronto ad insegnarla» (Epistolario di San Giovanni Bosco, vol. IV, LAS, Roma 1996, pp. 357-360).  

La “buona stampa” non è un’attività secondaria dei Salesiani ma, scrive don Bosco, è «una fra le precipue imprese che mi affidò la Divina Provvidenza; e voi sapete come io dovetti occuparmene con instancabile lena, non ostante le mille altre mie occupazioni. L’odio rabbioso dei nemici del bene, le persecuzioni contro la mia persona dimostrarono, come l’errore vedesse in questi libri un formidabile avversario e per ragione contraria un’impresa benedetta da Dio.

Infatti la mirabile diffusione di questi libri è un argomento per provare l’assistenza speciale di Dio. In meno di trent’anni sommano circa a venti milioni i fascicoli o volumi da noi sparsi tra il popolo. Se qualche libro sarà rimasto trascurato, altri avranno avuto ciascuno un centinaio di lettori, e quindi il numero di coloro, ai quali i nostri libri fecero del bene, si può credere con certezza di, gran lunga maggiore del numero dei volumi. pubblicati.

Questa diffusione dei buoni libri è uno dei fini principali della nostra Congregazione. L’articolo 7 del paragrafo primo delle nostre Regole dice dei Salesiani: “Si adopereranno a diffondere buoni libri nel popolo, usando” tutti quei mezzi che la carità cristiana inspira. Colle parole e con gli scritti cercheranno di porre un argine all’empietà ed all’eresia, che in tante guise tenta insinuarsi fra i rozzi e gli ignoranti. A questo scopo devono indirizzarsi le prediche le quali di tratto in tratto si tengono al popolo, i tridui, le novene e la diffusione dei buoni libri».

Ai nostri giorni la “buona stampa” ha assunto un’importanza molto maggiore di quanto ne avesse ai tempi di san Francesco di Sales e di san Giovanni Bosco, a causa dello sviluppo degli strumenti di comunicazione, che spesso sono anche mezzi di disinformazione: giornali digitali, siti web, video, social media. Anche oggi, dunque, la Chiesa è chiamata a “opporre arma ad arma”, annunciando la verità senza attenuazioni, e combattendo inflessibilmente gli errori, ma con carità, senza quei sentimenti di rabbia, di amarezza e di sarcasmo, che sono estranei allo spirito cristiano. 

Ma l’insegnamento di don Bosco e di san Francesco di Sales ci deve soprattutto ricordare che ogni nostra battaglia deve avere come fine e come fondamento la gloria di Dio e la salvezza delle anime. 

L’INUTILE STRAGE

Csis, 1,2 mln soldati russi uccisi o feriti da invasione

Corriere della Sera – 28 Gennaio 2025

Circa 1,2 milioni di soldati russi sono stati uccisi, feriti o risultano dispersi dall’invasione dell’Ucraina avvenuta quasi quattro anni fa. È quanto emerge dal rapporto del think tank Center for Strategic and International Studies (CSIS) secondo cui si registra un tasso di vittime per una grande potenza militare mai visto dalla Seconda guerra mondiale.

Secondo il rapporto, «l’enorme tributo di vite umane ha garantito guadagni territoriali relativamente piccoli sul campo di battaglia, con la Russia che ha aumentato la quantità di territorio ucraino sotto il suo controllo solo del 12% dal 2022».

Il rapporto del CSIS afferma anche che l’Ucraina conserva un vantaggio significativo come schieramento difensivo sul campo di battaglia: la strategia di «difesa in profondità» di Kiev – che prevede l’uso di trincee, ostacoli anticarro, mine e altre barriere, insieme a droni e artiglieria – ha ostacolato il tentativo della Russia di ottenere guadagni significativi, afferma il rapporto.

Nel frattempo, le perdite sul campo di battaglia favoriscono l’Ucraina con un rapporto di 2,5 o 2 a 1. Russia e Ucraina non hanno mai pubblicato cifre dettagliate sulle loro vittime in combattimento, ma secondo il rapporto, il bilancio delle vittime ucraine è di circa 500.000-600.000 morti, rispetto agli 1,2 milioni di feriti e dispersi della Russia. Mosca ha avuto tra 275.000 e 325.000 morti sul campo di battaglia, rispetto ai 100.000-140.000 caduti in Ucraina.

Rispetto ai conflitti che hanno coinvolto le grandi potenze dopo la Seconda guerra mondiale, le perdite subite da Mosca sono impressionanti, sottolinea il rapporto. Gli Stati Uniti hanno perso circa 57.000 soldati nella guerra di Corea e 47.000 durante la guerra del Vietnam.

Le perdite della Russia in Ucraina sono cinque volte superiori alle perdite totali di tutte le guerre russe e sovietiche dalla Seconda guerra mondiale in poi, comprese la guerra in Afghanistan e le due guerre in Cecenia, afferma ancora il Csis. 

San Tommaso d’Aquino


Nome: San Tommaso d’Aquino

Titolo: Sacerdote e dottore della Chiesa

Nascita: 1227, Aquino ( Frosinone)

Morte: 7 marzo 1274, Fossanova (Latina)

Ricorrenza: 28 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Protettore:
degli accademici, librai, degli scolari, degli studenti, teologi

Canonizzazione:
18 luglio 1323, Roma , papa Giovanni XXII

Luogo reliquie: Chiesa dei Giacobini

Un astro di luce particolare e inestinguibile brilla nel cielo del secolo XIII; luce che attraversa i secoli, che illumina le menti: l’Angelico Dottore S. Tommaso. Nacque ad Aquino nell’anno 1227 dal conte Landolfo e dalla contessa Teodora, parente di Federico Barbarossa, signori fra i più illustri di quei tempi.


Educato cristianamente fin dalla più tenera età, diede molti segni della sua futura scienza e grandezza.

A cinque anni fu affidato per l’educazione ai monaci benedettini di Montecassino. Vi rimase fino ai quattordici anni, fino a quando cioè i torbidi politici non decisero i genitori a riprenderlo entro le mura del proprio castello. Più tardi fu mandato all’Università di Napoli, ove, sebbene assai giovane, manifestò il suo potente ingegno, acquistandosi fama presso i condiscepoli e stima presso i maestri. Già si concepivano su di lui le più lusinghiere speranze, già i conti d’Aquino ed altri vedevano in lui il futuro campione del foro napoletano o romano, quando egli di colpo fece crollare tutti questi sogni, annunciando la sua decisione di entrare nell’Ordine di S. Domenico.


Da Napoli, per timore della famiglia che gli si opponeva decisamente, fu mandato a Parigi, ma nel viaggio, raggiunto dai fratelli, venne arrestato e ricondotto nel castello paterno di S. Giovanni a Roccasecca. Rimase prigioniero per circa un anno, vincendo tutte le difficoltà e le lusinghe. Per il suo angelico candore ed in premio della sua fortezza contro una grave tentazione, meritò d’essere cinto del cingolo di purezza da due Angeli, così che dopo d’allora mai più ebbe a subire tentazioni contro la bella virtù. Aiutato dalle sorelle riuscì a fuggire, e tosto rientrò nel convento da cui era stato strappato.

 All’Università di Parigi studiò filosofia e teologia sotto il celeberrimo S. Alberto Magno e a 25 anni cominciò con somma lode a interpretare filosofi e teologi. Passò indi col suo maestro a Colonia, e qui ricevette la sacra ordinazione. Ritornato a Parigi come insegnante universitario sostenne lotte coi maestri secolari. Chiamato poi alla Corte Pontificia in qualità di teologo della curia romana vi rimase qualche anno, poi tornò a Parigi. È questo il tempo più fecondo del suo insegnamento. Da Parigi entrò in Italia e fu inviato da Gregorio X al Concilio di Lione. Ma nel viaggio mori a Fossanova, il 7 marzo 1274.


Raccolse, sistemò ed espose tutto lo scibile antico, e segnò le vie alle scienze nuove, tanto che non si esita a chiamarlo uno dei più grandi ingegni dell’umanità. Mirabili ed eccelse furono le sue virtù. Tale e tanta fu la sua umiltà che ricusò l’arcivescovado di Napoli ripetutamente offertogli dal Sommo Pontefice. Il suo confessore ebbe a dire: « Fra Tommaso a 50 anni aveva il candore e la semplicità di un bambino di cinque anni ».Il 18 luglio del 1323 Papa Giovanni XXII canonizzò Tommaso d’Aquino ad Avignone. La sua santità fu riconosciuta grazie ai numerosi miracoli attribuiti a lui.

La cerimonia di canonizzazione si concentrò più sui miracoli che sulla sua opera intellettuale, ma sottolineò anche la sua dedizione allo studio e alla preghiera. San Tommaso è ricordato per il suo equilibrio tra dottrina e carità, e per il suo ideale di unire la conoscenza di Dio con l’amore per Lui.

PRATICA. Impariamo da questo santo la fermezza nell’eseguire la volontà di Dio.


Chiesa dei Giacobini


RELIQUIE DI SAN TOMMASO D’AQUINO

Nome: Chiesa dei Giacobini

Titolo: Église des Jacobins

Indirizzo: Place des Jacobins, 31000 Toulouse – Francia

Dedicato a: San Tommaso d’Aquino

Reliquie di: San Tommaso d’Aquino

Un vero gioiello di arte medievale, esempio del gotico della Linguadoca, il convento dei Giacobini, come in Francia erano chiamati i domenicani, si trova a Tolosa nel centro della città ed è un enorme e sobrio edificio con una chiesa unica nel suo genere.

La costruzione del convento, iniziata nel 1230, durò quasi un secolo per via degli ampliamenti realizzati nel tempo con l’aumentare delle risorse e della folla da contenere; inoltre è stata restaurata nel XIX secolo dopo essere stata ceduta all’esercito da Napoleone, che ne modificò alcune parti.

La lunghezza della chiesa è di 80 metri e la larghezza di 20 metri, e la sua austerità esterna si riflette all’interno per la mancanza di arredi, rispecchiando l’ideale di povertà dell’Ordine.

L’ESTERNO

Il campanile

La prima cosa che colpisce è il grande campanile ottagonale, a quattro piani ed alto 44 metri, interamente in laterizio con inserti in pietra e marmo. Il resto della chiesa, in mattoni, rappresenta come detto la classica architettura gotica: forme allungate, contrafforti, finestre a ogiva. Senza fronzoli, l’unico ornamento sono alcuni doccioni, un portale in stile romanico e i rosoni.

La facciata

L’INTERNO

Varcato il portale d’ingresso ecco che la chiesa conferma lo stupore di chi la visita, illuminata dalle 20 sottili vetrate e dai due rosoni, nessun arredo aggiunto se non la sua stessa struttura.

L’interno

La luce che entra dalle finestre è spettacolare, e muta con la diversa posizione del sole giacché quelle che si trovano nella navata sud hanno colori caldi che riempiono l’interno della chiesa di rosso e arancione mentre quelle che circondano la navata nord hanno i toni freddi dell’azzurro.

Invece della solita pianta a croce, ne troveremo una rettangolare; davanti a noi si aprirà un ambiente perfettamente diviso in due da una fila di colonne, come se mancasse la navata centrale. Invece ce ne sono due orizzontali, quella destinata ai fedeli che assistevano alla messa, e di fronte quella per i religiosi, contenente l’altare; per mantenere il senso di austerità solo mezza navata contiene delle sedie per pregare e meditare.

Osservando pareti e colonne tutto è in pietre, ma avvicinandosi ci accorgiamo che in realtà è tutto a trompe-l’oeil, si tratta infatti di laterizio dipinto a sembrare pietra, una vera opera d’arte minuziosamente eseguita. E non troveremo nessun marmo o altro materiale nobile, ma tanti colori pastello, rosa, verde e giallo.

Il vero spettacolo è la cosiddetta palma: alziamo gli occhi al cielo, le colonne terminano con dei decori che formano le volte, e l’ultima, di ben 28 metri d’altezza, forma con le sue nervature 22 costole, una sorta di palma, un intreccio che offre uno spettacolo unico nel suo genere.

Sotto di essa, uno specchio circolare che ne riflette la magnificenza. Ai più attenti non possono sfuggire, ai piedi di alcune colonne, alcune piccole sculture nascoste che rappresentano piccole mani e piedini e piccoli animali come rane o topi.

Couvent des Jacobins de Toulouse – Autel de St Thomas d’Aquin

Tomba di San Tommaso D’Aquino

Infine, sotto l’altare si trovano le reliquie di San Tommaso D’Aquino, a cui la chiesa è dedicata, poste qui dal 1369. Un tempio magnifico nella sua semplicità che sembra voler richiamare all’essenza della fede, all’intimità con Dio senza bisogno di altro che il nostro cuore.Il chiostro è formato da quattro gallerie costruite tra il 1306 e il 1309. I colonnati sono in marmo grigio di Saint-Béat e i capitelli sono decorati con sculture floreali. Sostengono un tetto a falde poggiante su archi in mattoni, a loro volta appoggiati sui capitelli.

Il chiostro

«La loro memoria sia benedizione»

Per il Giorno della memoria
Passeggiando nel Parco dei Giusti tra le Nazioni a Gerusalemme

 «La loro memoria sia benedizione»  QUO-020

26 gennaio 2026

di G. Claudio Bottini*

Da quando, più di quaranta anni fa (7 marzo 1982), sulla collina di Yad Vashem (Ente Nazionale d’Israele per l’Olocausto) a Gerusalemme, fu piantato l’albero di carrubo (7 marzo 1982) in memoria di don Gaetano Tantalo (1905-1947) riconosciuto «Giusto tra le Nazioni», non si contano le volte che vi sono tornato da solo o, il più delle volte, accompagnandovi altre persone. Lo scorso dicembre, anche in vista del Giorno della memoria 2026, ho avuto la gioia di andarvi nuovamente.

Naturalmente ho fatto sosta nelle varie parti del complesso, ma la mia speciale attenzione era per i ricordi di don Gaetano, riconosciuto dalla Chiesa Venerabile Servo di Dio nel 1995. Oltre all’albero, sotto il quale si trova la targa con il nome preceduto da «Av/Padre», nel Museo sono esposti immagini e scritti autografi di don Gaetano, a testimonianza di quanto egli fece per salvare due famiglie ebree, Orvieto e Pacifici, fuggite da Roma nel momento tragico dell’occupazione nazista (1943-1944).

Don Gaetano, grazie anche alla silenziosa complicità dei parrocchiani, nascose nella modesta canonica di S. Pietro a Tagliacozzo per sette mesi e provvide al sostentamento dei due nuclei familiari. Commuove vedere tra i ricordi esposti nel Museo il foglio di quaderno sul quale don Gaetano fece il calcolo per Pesach 5704, la Pasqua ebraica di quell’anno e che i Pacifici e Orvieto avevano conservato. Non meno toccante sapere che tra le poche cose lasciate da don Gaetano che viveva in povertà e austerità si trovò un frammento di «matzàh» (pane azzimo) per la cui cottura egli aveva provveduto perfino una piccola fornace ritualmente «pura».

Al nome di don Gaetano, come è noto, va associato quello di tanti altri prelati, sacerdoti e religiosi cattolici, senza dimenticare tanti laici, donne e uomini che hanno ricevuto da Israele il riconoscimento di «Giusto tra le Nazioni», l’unica onorificenza civile conferita dallo Stato.

Percorrendo il «Viale dei Giusti tra le Nazioni» e il parco punteggiato di alberi e inconfondibili targhe, si incontrano nomi ben noti, per fare qualche esempio tra gli italiani: padre Rufino Niccacci (1911-1976), francescano di Assisi che insieme al vescovo di allora monsignor Giuseppe Placido Nicolini (1877.1973) misero in piedi una rete segreta per procurare documenti e mettere in salvo ebrei perseguitati o ricercati, cui collaborò anche il popolare ciclista Gino Bartali anche lui tra gli onorati. La loro eroica impresa è stata rievocata da Alexander Ramati in un romanzo dal titolo The Assisi underground / Assisi clandestina, New York 1978/Porziuncola 1981, divenuto nel 1985 anche un film-documentario.

Non meno noti sono i nomi di Elia dalla Costa (1872-1961), cardinale arcivescovo di Firenze, Pietro Boetto (1071-1946), cardinale arcivescovo di Genova, don Pietro Pappagallo (1988-1944), sacerdote martire nell’eccidio delle Fosse Ardeatine e tanti, tanti altri, persone coerenti con la propria fede e coraggiose, che durante la persecuzione nazifascista soccorsero, spesso nascondendoli, e fornirono supporto di vario tipo a ebrei che soli o in gruppi cercavano scampo.

Esaurito lo spazio pur molto ampio offerto dal Parco, l’Istituto Yad Vashem ha provveduto a far incidere i nomi di numerosi altri «Giusti» in apposite steli numerate e disposte per Nazione nella zona denominata Valle delle Comunità Ebraiche scomparse. Tra le migliaia di nomi con don Nicola abbiamo individuato quello di un altro sacerdote marsicano al quale la decorazione fu concessa «in memoria» con la motivazione: «Don Gaetano Piccinini, religioso orionino della Piccola Opera della Divina Provvidenza che si adoperò a salvare molti ebrei a rischio della propria vita». Anche di don Piccinini che, rimasto orfano nel terribile terremoto di Avezzano (1915), fu raccolto dallo stesso beato Luigi Orione si conoscono bene vita e opere grazie al libro di A. Gemma, Il Camminatore di DioProfilo biografico di Don Gaetano Piccinini, Marna 2012.

In occasione dell’onorificenza a lui conferita l’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, Mordechay Lewy, il 23 giugno 2011 presso il Centro Don Orione a Monte Mario disse: «Sarebbe un errore dichiarare che il Vaticano e il Papa [=Pio XII] si opponevano alle azioni a favore degli ebrei; la Santa Sede si è adoperata. Non ha potuto evitare la partenza del treno per Auschwitz il 18 ottobre 1943, tre giorni dopo il rastrellamento nel ghetto…, ma è un fatto che quello è stato il solo convoglio partito alla volta di Auschwitz».

Merita ricordare nel giorno della memoria un’altra persona: Michael Tagliacozzo (1921-2011), autorevole storico dell’Olocausto, scomparso a Nir Etzion presso Haifa quindici anni fa. Amico sincero di tanti cattolici, a cominciare dai francescani di Terra Santa, fu presente alla piantumazione dell’albero in memoria di don Gaetano Tantalo. In numerose occasioni ha fatto sentire in Israele e in Italia la sua voce di testimone diretto in difesa dell’opera della Chiesa, del Vaticano e di Pio XII in particolare.

Di lui conservo amorevolmente alcune lettere di cui è bello far conoscere qualche tratto. «Debito di grande riconoscenza debbono gli Israeliti di Roma alla memoria di Papa Pacelli, perché — come ho ripetutamente affermato — più vicini alla sua Augusta Persona, furono oggetto di speciali sollecitudini e provvidenze» (18 aprile 1985). Qualche anno dopo scriveva: «La difesa della calunniata memoria dello scomparso Santo Padre costituisce ormai per me uno dei principali scopi che occupano l’ormai breve periodo di vita terrena che il Signore vorrà concedermi. I denigratori, coscienti, o incoscienti, della memoria di Pio XII, non sono pochi. Chi per ignoranza di cose e fatti; chi per innati pregiudizi e chi — e questi sono i meno scusabili — per ragioni di strumentalizzazione politica. Per tutti non ci resta che ricordare la divina invocazione (Lc 23,34: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”)».

*Decano emerito dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme

Pagina 33 di 146

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy