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Don Cesare e la fede cristiana di Umberto Bossi: «Ha cercato Dio fino alla fine»

Il parroco di Luino don Cesare Zuccato racconta la conversione del fondatore della Lega negli ultimi anni di vita: dalla malattia alla riscoperta della fede, fino alla confessione nella sua casa di Gemonio. «Un uomo cambiato, che ha fatto i conti col Padreterno»

Francesco Anfossi – Famiglia cristiana

24 marzo 2026

Don Cesare Zuccato, parroco di Luino, il paesino affacciato sul Lago Maggiore che ha dato i natali a Piero Chiara, è il sacerdote che ha accompagnato Umberto Bossi nel suo cammino di conversione cristiana. 

L’aggettivo è d’obbligo, nel caso del fondatore della Lega, avendo attraversato parecchi periodi spirituali (ve lo ricordate il dio Po?) con una discreta fama di mangiapreti (polemizzò anche con papa Giovanni Paolo II, oltre che con i vari “vescovoni”). 

«Ma il Bossi che ho conosciuto io, segnato dalla malattia, era ben diverso. Ha compiuto un vero e autentico percorso di fede cristiana», spiega il cinquantasettenne don Cesare. «Ci eravamo conosciuti attraverso un comune amico, il senatore Giuseppe Leoni, tre o quattro anni fa, e lui ha cominciato a frequentare la Messa, accompagnato da Leoni e dalla consorte Emanuela nella chiesa di Buguggiate, di cui ero parroco prima di trasferirmi, lo scorso autunno, a Luino.

 «Se vuole un particolare, gli piaceva che a Messa durante la liturgia suonasse l’organo, me lo chiedeva espressamente “Con la Messa ci vuole l’organo”, diceva». L’ultimo incontro è avvenuto nell’abitazione di Gemonio della famiglia Bossi, «una casa normale, senza alcuna pretesa di lusso, l’ho anche confessato ma naturalmente sui contenuti della confessione non le dirò nulla. 

L’unica cosa che le posso dire, la mia impressione in generale, che esula dal segreto confessionale, è che in fondo ha sempre ascoltato quel che diceva la Chiesa, anche se poi, soprattutto in gioventù, la interpretava a modo suo». E il dio Po? «Io non parlo del Bossi politico ma della persona, sul dio Po non le dirò nulla perché non posso. 

Ma la mia impressione è stata quella di un uomo che ha fatto i conti con Dio, che si è sempre interrogato di fronte a Padreterno, che ha ripercorso la sua vita, quello che gli è successo, e ha sempre cercato il rapporto con il Signore, oltre che il suo perdono». 

Poi don Cesare passa a raccontare gli episodi avvenuti dopo quella confessione. «Abbiamo detto tutti insieme il Padre Nostro, insieme a Giuseppe Leoni e alla signora Emanuela, su suo invito, e poi ci siamo salutati. Ci eravamo dati appuntamento a prima di Pasqua. Non pensava certo che la sua vita terrena si sarebbe spenta da lì a un mese, era malato, ma lucido, sereno, stava relativamente bene, faceva i suoi ragionamenti e anche molte battute. 

Lo ricordo come un colloquio di profonda fede e umanità. In questi anni era molto affascinato da papa Francesco, che seguiva con grande attenzione, riferendomi le sue parole. Ha certamente fatto un bilancio della sua vita alla luce della fede, questo glielo posso dire ed è una cosa molta bella secondo me».

In quelle conversazioni Bossi parlava spesso della sua passione politica. «Mi aveva colpito una frase che mi aveva detto durante uno dei nostri incontri, che in fondo potrebbe essere un insegnamento anche per tutti gli amministratori pubblici: diceva che fare politica è come essere innamorati, per cui ti viene la passione per le cose che succedono, per i cambiamenti che si possono fare, non è soltanto un lavoro.

Questa cosa qui mi ha proprio colpito e secondo me è una cosa bella. E poi le dicevo della casa in cui viveva, della vita che faceva, come un pensionato qualunque, da quello che ho visto, non era certo un politico che si era arricchito».

Iran, la guerra degli altri: Europa, Cina, Arabia

di Federico Rampini| 24 marzo 2026 – Corriere della Sera

L’Europa è il retroterra logistico della guerra, l’Arabia prova a orientarne l’esito, mentre la Cina è il laboratorio dove ne si misura l’impatto economico.

Vista da Europa, Cina e Arabia Saudita, la guerra contro l’Iran assume tre forme diverse: supporto logistico silenzioso, gestione interna dello choc economico, pressione politica per radicalizzare l’offensiva. Tre prospettive molto diverse che oggi ricevono attenzione sui media Usa.

Il primo teatro è l’Europa, che ufficialmente prende le distanze ma nei fatti è un pilastro operativo più essenziale di quanto creda. Le basi militari disseminate nel continente stanno svolgendo un ruolo cruciale nella conduzione della guerra, al punto che senza questa infrastruttura l’intera campagna americana sarebbe più lenta, più costosa e meno efficace.

Il dato di partenza è elencato in un dettagliato reportage del Wall Street Journal: circa 40 basi americane e 80.000 militari statunitensi distribuiti sul suolo europeo. Una rete costruita durante la Guerra fredda e oggi riattivata come piattaforma avanzata per operazioni verso Medio Oriente e Africa. La sua funzione è duplice: logistica e operativa. Da queste basi partono missioni, ma soprattutto vengono preparate, coordinate e sostenute.

Il cuore di questo sistema è in Germania. La base di Ramstein è una delle piattaforme della guerra: un hub di comando, comunicazioni e trasmissione dati. Qui passano flussi informativi che collegano i droni in volo, i centri di comando americani e le unità operative nel Golfo. Da Ramstein vengono dirette molte missioni con droni e coordinati gli attacchi a lunga distanza. Attorno a questa base ruota un intero sistema: Spangdahlem contribuisce al dispiegamento delle forze, mentre il quartier generale di Stoccarda svolge funzioni di pianificazione strategica. Sempre in Germania si trova anche il più grande ospedale militare americano fuori dagli Stati Uniti, supporto sanitario per operazioni prolungate. Dalla Germania parte un «ponte aereo» continuo verso il Medio Oriente. Aerei da trasporto come i C-17 e i C-130J trasferiscono personale, munizioni ed equipaggiamenti verso il Golfo. Questo flusso logistico è uno degli elementi meno visibili ma decisivi della guerra.

Il secondo pilastro è il Regno Unito. La base di RAF Fairford è stata utilizzata per i bombardieri strategici B-1, fotografati mentre caricavano carburante e munizioni prima di missioni dirette contro obiettivi iraniani. Londra inizialmente aveva posto limiti all’uso delle proprie basi, ma in seguito ha autorizzato missioni definite «difensive», in particolare contro sistemi missilistici iraniani. È una distinzione politica, non cambia la sostanza operativa: gli aerei partono da lì.

Nel Mediterraneo orientale, la Grecia svolge un ruolo importante. La base di Souda Bay, a Creta, è uno dei pochi porti profondi e sicuri in grado di ospitare grandi unità navali americane. Qui ha trovato appoggio la portaerei USS Gerald R. Ford, e da qui operano anche aerei da ricognizione elettronica come i Rivet Joint, impegnati a raccogliere intelligence sui sistemi iraniani. Non è solo un punto di passaggio, ma un centro avanzato per operazioni di sorveglianza e guerra elettronica.

Un altro nodo è il Portogallo, con la base delle Azzorre di Lajes, sull’isola di Terceira. Questa installazione è diventata un hub logistico per il rifornimento in volo: decine di aerei cisterna vi hanno fatto scalo per sostenere le missioni a lunga distanza. In una guerra che si combatte a migliaia di chilometri di distanza, la capacità di rifornire in volo i bombardieri è decisiva.

Anche l’Italia è parte integrante di questa architettura illustrata nell’ampio servizio del Wall Street Journal. La base di Aviano, una delle principali installazioni dell’US Air Force in Europa, ospita velivoli per il rifornimento che permettono ai bombardieri di raggiungere l’Iran senza rientrare negli Stati Uniti. Il governo italiano ha insistito sul fatto che queste attività «non implicano bombardamenti», ma si tratta di un supporto essenziale: senza rifornimento, le missioni non sarebbero possibili.

La Francia ha offerto un contributo simile, consentendo l’utilizzo della base di Istres-Le Tubé per gli aerei cisterna. Anche qui la narrativa ufficiale sottolinea la natura «tecnica» del supporto: un aereo cisterna è una «stazione di servizio volante». Ma, ancora una volta, è un elemento chiave dell’intero sistema operativo.

Infine, ci sono le piattaforme navali e i punti di appoggio sparsi nel Mediterraneo e nell’Atlantico, che completano la rete. Questa infrastruttura consente agli Stati Uniti di evitare lunghi voli transoceanici, riduce i tempi di risposta e mantiene una presenza continua nell’area di operazioni.

Da un lato, i governi europei – dalla Germania all’Italia – ribadiscono che «non è la nostra guerra». Dall’altro, permettono agli Stati Uniti di utilizzare infrastrutture fondamentali per combatterla. In alcuni casi, come la Germania, il governo sottolinea di non avere alcun controllo diretto sull’uso delle basi, a causa di accordi bilaterali che risalgono a decenni fa. In altri, come Spagna e inizialmente Regno Unito, emergono resistenze politiche, ma senza compromettere l’insieme del sistema. In sostanza, l’Europa è diventata il retroterra logistico della guerra: non combatte, ma rende possibile combattere. E questo spiega perché Washington continui a considerare il continente un elemento indispensabile della propria proiezione globale di potenza.

Se l’Europa è il retroterra operativo della guerra, la Cina è il laboratorio dove si misura il suo impatto economico. Pechino osserva il conflitto con preoccupazione crescente, soprattutto per le conseguenze sul prezzo dell’energia e sulla stabilità interna.

Il governo cinese è intervenuto direttamente sul prezzo della benzina, una decisione insolita per un sistema che normalmente segue formule automatiche legate ai prezzi internazionali del petrolio. Stavolta lo Stato ha deciso di assorbire parte dello choc per proteggere consumatori e imprese. Nonostante questo, dall’inizio della guerra il prezzo della benzina in Cina è salito di circa il 20%. Un incremento significativo in un’economia in deflazione e alle prese con difficoltà strutturali: crisi immobiliare, disoccupazione giovanile elevata, fiducia dei consumatori fragile. Il rischio è che l’energia diventi il fattore scatenante di un rallentamento più grave.

La sensibilità cinese è legata alla dipendenza energetica. Più della metà del petrolio importato via mare proviene dal Medio Oriente, una quota rilevante dall’Iran. Questo rende Pechino particolarmente esposta a qualsiasi interruzione delle forniture o aumento dei prezzi. Il governo è consapevole delle implicazioni sociali. Circa 300 milioni di veicoli in Cina funzionano ancora esclusivamente a benzina. I più colpiti sono i lavoratori della gig economy – autisti, corrieri – e i camionisti, molti dei quali operano con margini ridottissimi. Già si registrano segnali di tensione: alcuni autisti dichiarano di voler sospendere l’attività perché i costi del carburante erodono i guadagni.

La decisione di calmierare i prezzi ha un significato politico oltre che economico. È un segnale che il governo vuole prevenire un deterioramento del clima sociale, un indizio della preoccupazione di fondo: una guerra prolungata in Medio Oriente potrebbe compromettere non solo la crescita, ma anche la stabilità interna.

Infine c’è la prospettiva dell’Arabia Saudita, terzo punto di osservazione: non subisce passivamente gli effetti della guerra, ma cerca di orientarne l’esito. Secondo fonti americane citate in un retroscena del New York Times, il principe ereditario Mohammed bin Salman ha esercitato una pressione diretta su Donald Trump perché l’offensiva contro l’Iran prosegua fino in fondo, parlando di una «opportunità storica» per ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. 

La sua posizione parte da una valutazione strategica: l’Iran è una minaccia strutturale per i Paesi del Golfo e può essere neutralizzato solo con un cambiamento di regime. Da qui la spinta a non fermarsi a metà strada, a non accontentarsi di una semplice riduzione delle capacità militari iraniane. Secondo le stesse fonti, il principe avrebbe suggerito anche opzioni più radicali, inclusa la possibilità di operazioni terrestri per colpire infrastrutture energetiche chiave. È un salto qualitativo significativo rispetto a una guerra limitata a bombardamenti e attacchi mirati. 

Tuttavia, la posizione saudita è ambivalente. Da un lato, la volontà di sfruttare la guerra per indebolire definitivamente l’Iran. Dall’altro, la consapevolezza dei rischi immediati. Gli attacchi iraniani con missili e droni hanno già colpito infrastrutture petrolifere saudite, causando interruzioni nella produzione e nel mercato energetico. 

Il nodo centrale è lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa la maggior parte delle esportazioni di petrolio del Golfo. La sua chiusura – anche parziale – ha effetti devastanti. Oleodotti e gasdotti alternativi esistono, ma hanno capacità limitata e sono anch’essi vulnerabili. Per Riad il dilemma è duplice: una guerra incompiuta potrebbe lasciare un Iran indebolito ma vendicativo; una guerra prolungata potrebbe destabilizzare l’intera economia regionale. A questo si aggiunge un fattore interno: i grandi progetti di trasformazione economica saudita richiedono stabilità e investimenti internazionali. Un conflitto lungo e incerto rischia di compromettere queste ambizioni.

Da queste tre prospettive emerge un quadro molto differenziato. L’Europa è coinvolta (senza dirlo troppo ad alta voce) anche militarmente, la Cina è colpita senza combattere e rivela la sua vulnerabilità, l’Arabia Saudita cerca di guidare l’esito senza esporsi direttamente sul campo. La guerra contro l’Iran, pur combattuta da altri, è già una guerra di tutti.

Perché Putin si sente vincitore

diMarco Imarisio| 23 marzo 2026 – Corriere della Sera

Tra propaganda e repressione. Per il presidente russo conta solo il qui e ora. E non gli importa di ottenere una vittoria a un costo talmente alto da risultare quasi equivalente a una sconfitta

«Non vogliamo, non ci prenderete nella vostra rete/Non stiamo, non staremo mai seduti sul vostro Internet». La canzone è affidata a una vecchia gloria della scena musicale russa, dietro di lei una decina di bambini fanno il coro e ballano felici. Nord Corea, stiamo arrivando. E non soltanto da quando il primo canale di Stato si è messo a trasmettere tre volte al giorno, mattina, pomeriggio e sera, il video estratto da una puntata dell’equivalente del nostro vecchio Zecchino d’oro. 

L’uso massiccio della televisione come strumento di propaganda per fare il lavaggio del cervello alla popolazione e indurla a credere negli eventuali benefici di una vita senza il web, tranne quello controllato dal Cremlino, alla cinese, non è certo una novità.

Niente WhatsApp, niente Telegram, niente di niente a Mosca. È un blocco totale che può essere letto in due diversi modi. Il primo riguarda l’eterna diffidenza di Vladimir Putin verso la Capitale, che nella sua visione è un luogo popolato da giovani sediziosi e spie straniere, e il timore conseguente di una improbabile fine alla Khamenei. La seconda interpretazione, avallata da molte ambasciate estere, racconta di una prova generale dell’ennesima torsione dei diritti civili, in vista di una nuova mobilitazione parziale, per trovare altra carne da gettare sul banco della macelleria ucraina.

Perché in questo enorme disordine mondiale, una sola cosa appare chiara. Putin non ha mai avuto la minima intenzione di fermare il conflitto. I colloqui di Anchorage, Istanbul e Ginevra, sono stati sabbia da gettare negli occhi di chi strumentalmente finge di credere a una sua volontà di pace, come l’attuale inquilino della Casa Bianca. Quella in Ucraina non è una guerra esistenziale per la Russia. Lo è solo per Putin e i suoi accoliti. Il presidente russo ha bisogno assoluto di quel lembo restante di Donbass per celebrare una vittoria purchessia, con la parata militare sulla piazza Rossa e la consueta glorificazione mediatica. Senza il 20 per cento mancante di un territorio martoriato, spacciare quel risultato come una vittoria dell’attuale ideologia imperialista sarebbe difficile anche per la sua dominante macchina della propaganda.

In questo senso, a quasi un mese dall’inizio della terza guerra del Golfo inaugurata da Usa e Israele, l’unico vincitore appare essere lui, Vladimir Putin. I media occidentali possono provare ad accontentarsi con l’acclarata perdita di peso internazionale dovuta all’ennesimo abbandono di un alleato. Ma i vantaggi immediati che derivano dall’attuale caos sono più importanti. Gli Usa hanno allentato le sanzioni sul petrolio russo, alimentando le speranza del Cremlino di una loro cancellazione totale. Il vertiginoso aumento dei prezzi del greggio porterà un temporaneo sollievo all’economia, che stava davvero cominciando a vacillare, mentre sta mettendo pressione addosso ai nemici europei.

 La recente affermazione di Volodymyr Zelensky, secondo il quale la guerra in Iran sta privando l’Ucraina dei missili necessari per difendersi e contrattaccare, è stata accolta da grida pubbliche di giubilo, per tacere degli insulti quotidiani di Trump all’odiata Nato. «Vale la pena coltivare relazioni e trattare la fine del conflitto ucraino con una amministrazione Usa incapace e inaffidabile?», si chiede l’agenzia statale Ria Novosti nell’editoriale di ieri.

Prima degli affari con Donald Trump, del prestigio internazionale, della possibile recessione globale e del crollo di un fantomatico Nuovo ordine mondiale, viene la necessità di portare a termine la cosiddetta Operazione militare speciale. Un uomo come Putin, isolato dal mondo, ignaro di qualunque nuova tecnologia, che frequenta unicamente i libri di storia, sa bene che l’invasione dell’Ucraina è lo strumento che gli rimane per essere ricordato, per venire citato con grande evidenza in quei manuali. «Lui parla solo con Pietro il Grande e Caterina II», disse un giorno il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, il suo più longevo collaboratore, e non stava scherzando.

Per il Cremlino, conta il qui ed ora. Il risultato immediato. Poco importa se la sconfitta, o la vittoria di Pirro, in Ucraina diventerà per la Russia l’equivalente della crisi di Suez del 1956 per la Gran Bretagna e della guerra in Algeria per la Francia, quel momento in cui un’ex potenza imperiale viene obbligata proprio dalla Storia a fare i conti con un ruolo molto ridimensionato, in questo caso soprattutto a causa degli errori e dell’autolesionismo di un uomo che da venticinque anni detiene il potere assoluto. 

A Putin interessa soprattutto allontanare e mascherare il momento in cui lui e il suo Paese dovranno affrontare i propri demoni. E la continuazione della guerra in Ucraina è un presupposto necessario per raggiungere questo obiettivo.

«Usa e Israele stanno vincendo la guerra»: la svolta di Al Jazeera sull’Iran

di Federico Rampini| 22 marzo 2026

Corriere della Sera

L’emittente basata in Qatar ha sempre avuto una linea filo-palestinese e anti americana. Ma un editoriale sostiene ora che quella di Washington è una strategia lucida: eliminare la minaccia iraniana

Gli esperti di Medio Oriente sono colpiti dalla svolta di Al Jazeera: un editoriale autorevole apparso sul suo sito sostiene che l’America e Israele stanno vincendo contro l’Iran. Questo network televisivo è il più importante del mondo, in lingua araba. Ha un’influenza notevole sulle élite e le opinioni pubbliche delle nazioni musulmane. Ha sempre avuto una linea editoriale pro-palestinese, anti-israeliana, e di conseguenza quasi sempre anti-americana. Di proprietà della famiglia reale del Qatar, Al Jazeera viene considerato il «braccio mediatico» dell’emiro Al Thani (il cognome, condiviso da vari membri della famiglia, è lo stesso anche per il primo ministro, il ministro della Difesa e tanti altri). Tutti gli osservatori ritengono che quell’editoriale su Al Jazeera, firmato da un autorevole esperto locale di geopolitica, strategia e dottrine militari, è stato non solo autorizzato ma sollecitato dall’emiro. 

La novità è di rilievo. Il Qatar ha sempre mantenuto una posizione di grande ambiguità, per non dire complicità, verso il regime degli ayatollah in Iran. Anche per ragioni geoeconomiche evidenti: Iran e Qatar condividono praticamente lo stesso giacimento di gas, uno dei più grandi del mondo, e devono trovare un modus vivendi per sfruttarlo. Perciò il Qatar si è sempre destreggiato fra i suoi rapporti con i potentati arabi sunniti del Golfo e il potente vicino sciita; ha ospitato a lungo i capi politici di Hamas, finanziandoli generosamente (peraltro con il beneplacito di Netanyahu, e degli americani fin dai tempi di Obama). A volte la politica estera del Qatar si è avvicinata così tanto all’Iran da scatenare tensioni gravi con i vicini arabi.

Perché questa sterzata di Al Jazeera, all’improvviso? La spiegazione sta nella scelta dell’Iran di attaccare militarmente il Qatar, non solo prendendo di mira la base militare americana che ospita (la più grande di tutto il Medio Oriente) ma anche infrastrutture energetiche e zone civili della capitale Doha. Quell’offensiva – così come accade con gli Emirati – sta compattando la coalizione araba a fianco degli Stati Uniti.

La lettura di Al Jazeera è istruttiva. Per non omettere alcun dettaglio ve ne propongo qui la traduzione integrale. Titolo: «La strategia USA-Israele contro l’Iran sta funzionando. Ecco perché». Firmato: Muhanad Seloom, docente di Politica internazionale e Sicurezza al Doha Institute for Graduate Studies.

«Due settimane dopo l’inizio dell’operazione Epic Fury, la narrazione dominante si era già stabilizzata: Stati Uniti e Israele sarebbero entrati in guerra senza un piano. L’Iran starebbe reagendo in tutta la regione. I prezzi del petrolio salgono, il mondo rischia un nuovo pantano mediorientale. Senatori americani parlano di errore strategico. I media elencano le crisi. I commentatori prevedono una guerra lunga. Questo coro è forte e, in parte, comprensibile. La guerra è brutta, e questa ha imposto costi reali a milioni di persone in Medio Oriente, compresa la città in cui vivo.

Ma questa narrazione è sbagliata. Non perché i costi siano immaginari, ma perché i critici stanno misurando le variabili sbagliate. Stanno contabilizzando il prezzo della campagna, ma ne ignorano il bilancio strategico. Se si osserva ciò che è accaduto ai principali strumenti di potere dell’Iran — il suo arsenale di missili balistici, l’infrastruttura nucleare, le difese aeree, la marina e la rete di comando dei proxy, le milizie che combattono guerre per procura — il quadro non è quello di un fallimento americano. È quello di una degradazione sistematica, per fasi, di una minaccia che le precedenti amministrazioni avevano lasciato crescere per quattro decenni.

Scrivo da Doha, dove i missili iraniani hanno fatto scattare gli allarmi e Qatar Airways ha iniziato voli di evacuazione. Ho vissuto quattro anni di guerra a Baghdad. Ho lavorato per il Dipartimento di Stato americano e ho consigliato agenzie di difesa e intelligence in diversi paesi. Non ho interesse a fare propaganda di guerra. Ma ho dedicato la mia carriera accademica a studiare come gli Stati autorizzano l’uso della forza, e ciò che vedo nella campagna attuale è un’operazione militare riconoscibile che procede per fasi identificabili contro un avversario la cui capacità di proiettare potenza sta crollando in tempo reale.

 I lanci di missili balistici iraniani sono diminuiti di oltre il 90%, passando da 350 il 28 febbraio a circa 25 il 14 marzo. Anche i droni mostrano lo stesso andamento: da oltre 800 il primo giorno a circa 75 il quindicesimo. Le cifre variano nei dettagli, ma convergono nella tendenza. Centinaia di lanciatori sono stati resi inutilizzabili. Secondo alcune stime, l’80% della capacità iraniana di colpire Israele è stato eliminato. Le capacità navali iraniane — motoscafi d’attacco, mini-sottomarini, mine — vengono distrutte. Le difese aeree sono state neutralizzate al punto che gli Stati Uniti volano con bombardieri non stealth sopra l’Iran, segnale di dominio aereo quasi totale.

La campagna ha attraversato due fasi: la prima ha neutralizzato le difese aeree, decapitato il comando e ridotto le infrastrutture di lancio. La seconda, in corso, colpisce l’industria della difesa e i siti produttivi. Non è bombardamento casuale: è una strategia per impedire la ricostruzione. L’Iran è ora di fronte a un dilemma: se usa i missili residui, espone i lanciatori; se li conserva, rinuncia a esercitare pressione. È una forza in declino, non in espansione».

«L’Iran era arrivato al 2026 con 440 kg di uranio arricchito al 60%, sufficiente per più armi nucleari. Era a meno di due settimane dalla produzione di materiale fissile per una bomba. La campagna ha colpito Natanz e reso inutilizzabile Fordow. Gli impianti necessari a ricostruire la capacità di arricchimento vengono sistematicamente distrutti. Si può discutere se la diplomazia fosse stata esaurita. Ma l’alternativa implicita dei critici — continuare a tollerare l’avanzata nucleare — è la politica che ha prodotto la crisi. I limiti dell’azione militare esistono: le conoscenze non si distruggono, e le scorte di uranio restano. Ma questi sono argomenti per una strategia diplomatica post-bellica, non contro la campagna».

«La chiusura dello Stretto di Hormuz domina le critiche. Ma è anche un’arma che si consuma: il 90% del petrolio iraniano passa da lì. Bloccandolo, l’Iran colpisce sé stesso e aliena la Cina, suo principale partner. Più dura il blocco, più aumenta l’isolamento. Nel frattempo, le capacità navali iraniane vengono distrutte quotidianamente. La questione non è se lo stretto riaprirà, ma quando e con quale capacità residua iraniana».

«L’escalation regionale viene vista come segno di fallimento. In realtà indica il contrario. La rete iraniana funziona su livelli di controllo. La campagna li ha colpiti tutti: la morte di Khamenei ha eliminato il vertice, la struttura dei Pasdaran è stata decapitata. Gli attacchi dei proxy sono risposte pre-autorizzate: segno di un sistema che anticipa la propria distruzione. I gruppi continueranno a colpire, ma in modo disordinato e sempre più costoso politicamente per i paesi ospitanti. Hezbollah è indebolito, le milizie irachene isolate, gli Houthi meno coordinati».

«La critica più forte è che manchi un “endgame”. La retorica di Trump ha contribuito alla confusione. Ma l’obiettivo è chiaro: disarmare strategicamente l’Iran, impedendogli di proiettare potenza. Non si tratta di occupare Teheran, ma di creare le condizioni per una soluzione duratura. Il problema è che la diplomazia non ha ancora raggiunto la fase militare».

«I costi sono reali: oltre 1.400 civili morti, danni economici globali, vittime americane. Ma i critici ignorano i costi dell’inazione: un Iran nucleare, capace di chiudere Hormuz e controllare la regione. 

Dopo 17 giorni, il leader supremo è morto, le capacità militari sono devastate, la rete di proxy frammentata. La guerra è imperfetta, la comunicazione politica confusa, il piano post-bellico incompleto. Ma la strategia — misurata sui risultati militari — sta funzionando».

Papa Leone XIV, Gesù ci invita ad uscire dagli spazi angusti dei sepolcri dell’egoismo

Non possiamo restare indifferenti davanti alla sofferenza di così tante persone vittime inermi dei conflitti

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano , domenica 22 marzo 2026, 12:15 (ACI Stampa).

Il racconto della risurrezione di Lazzaro, ci invita “a liberare i nostri cuori da abitudini, condizionamenti e modi di pensare che, come macigni, ci chiudono nei sepolcri dell’egoismo, del materialismo, della violenza, della superficialità. In questi luoghi non c’è vita, ma solo smarrimento, insoddisfazione e solitudine”. Papa Leone XIV lo ha detto nella riflessione prima della recita della preghiera dell’Angelus alle dodici di oggi.

Dalla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico il Papa ha commentato il Vangelo che oggi viene proposto nella liturgia con il racconto della Resurrezione di Lazzaro “Nell’itinerario quaresimale, questo è un segno che parla della vittoria di Cristo sulla morte e del dono della vita eterna, che riceviamo con il Battesimo”.

Il Papa prosegue citando Sant’Agostino, e dice che la Grazia del Cristo Risorto “illumina il mondo che sembra in continua ricerca di novità e di cambiamento, anche a costo di sacrificare cose importanti – tempo, energie, valori, affetti – come se fama, beni materiali, divertimenti, relazioni effimere, potessero riempirci il cuore o renderci immortali.

 È il sintomo di un bisogno di infinito che ciascuno di noi porta in sé, la cui risposta però non può essere affidata a ciò che passa. Niente di finito può estinguere la nostra sete interiore, perché noi siamo fatti per Dio e non troviamo pace finché non riposiamo in Lui”.

Gesù ci sprona ad “uscire, rigenerati dalla sua grazia, da tali spazi angusti, per camminare nella luce dell’amore, come donne e uomini nuovi, capaci di sperare e amare sul modello della sua carità infinita, senza calcoli e senza misura”.

Dopo la preghiera il Papa parla dello “sgomento” per la situazione delle regioni lacerate da guerra e violenza “non possiamo rimanere in silenzio davanti alla sofferenza di così tante persone vittime inermi di questi conflitti. Ciò ferisce l’intera umanità”. Uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio. Il Papa chiede di perseverare nella preghiera perché cessino le ostilità e si aprano cammini di pace fondati sul dialogo e il rispetto della dignità.

Oggi pomeriggio in san Pietro che oggi è chiesa stazionale si rinnova il rito di antichissima tradizione della Chiesa romana nel periodo quaresimale dell’ostensione della Reliquia

Maggiore del “Volto Santo”. L’appuntamento è alle 18:00, durante il canto delle litanie, i fedeli percorreranno le navate della Basilica. Dalla loggia della Veronica vi sarà l’ostensione della reliquia del Volto Santo (Velo della Veronica). Seguirà, all’Altare della Cattedra, la Celebrazione eucaristica.

Ilja II, Kirill e cinquant’anni di storia russo-sovietica

di Stefano Caprio –  Asia News – 22 Marzo 2026

La morte del patriarca che guidava la Chiesa ortodossa della Georgia dal 1977 e il cinquantesimo anniversario della consacrazione episcopale di quello di Mosca: due parabole che vengono esaltate nel “mondo russo” come “eroismo della fede che resiste all’eresia”. Ma rivelano anche la continuità tra la Russia attuale e la stagione staliniana.

In questi giorni vengono ricordate due figure molto caratteristiche dell’ultimo mezzo secolo di storia, nel passaggio dall’Unione Sovietica alla Federazione russa e dall’ateismo di Stato alla rinascita religiosa. Il 17 marzo è venuto a mancare il patriarca della Georgia, Ilja II, che sedeva sul trono ecclesiastico di Tbilisi dal 1977, quando aveva 43 anni, e il 14 marzo è stato festeggiato a Mosca il cinquantesimo anniversario dell’ordinazione episcopale del patriarca di Mosca Kirill, diventato vescovo ausiliare a Leningrado nel 1976, a soli 29 anni, per poi assurgere alla sede patriarcale accanto al Cremlino nel 2009. Dalla collaborazione al regime totalitario di Leonid Brežnev fino al sovranismo tradizionalista di Vladimir Putin, dall’eredità del dittatore georgiano Josif Stalin all’attuale governo filo-russo del Sogno Georgiano, i due patriarchi hanno rappresentato lo stretto rapporto della Chiesa con lo Stato, in qualunque variante della politica dei due Paesi eurasiatici ex-neo-sovietici.

Il corpo del defunto patriarca ortodosso georgiano Ilja II è stato esposto nella cattedrale patriarcale della SS. Trinità di Tbilisi, e il Sinodo riunito sotto la guida del luogotenente patriarcale Šio Mudžiri ha deciso che la cerimonia funebre si terrà il 22 marzo nell’antica cattedrale di Sioni a Tbilisi. Mentre giungono condoglianze anche dall’estero, il teologo Mirian Gamrekelašvili spiega come il katholikos “sia riuscito a conciliare l’autorità personale con la forza istituzionale della Chiesa, creando un culto della sua stessa personalità”.

Nel messaggio di congratulazioni del Sinodo russo a Kirill si afferma che “nelle condizioni non semplici dei nostri giorni, quando il nemico del genere umano semina la divisione e l’odio reciproco, quando con la mente ottenebrata e il cuore indurito il nemico lacera la veste di Cristo [frase della preghiera per la vittoria della Santa Rus’ nella guerra], la fedeltà ai voti episcopali e patriarcali è un’autentica testimonianza dell’eroismo della fede”. Il ministero di Kirill viene esaltato come la resistenza agli scismi, alla superstizione e all’eresia, un’altra citazione presa dal rito russo di consacrazione del vescovo, che risuona secondo le profezie della Terza Roma che salva il mondo, composte per le grandi celebrazioni ai tempi dello zar Ivan il Terribile.

La liturgia per l’anniversario patriarcale ha coinciso anche con la proclamazione del Trionfo dell’Ortodossia, la domenica della quaresima ortodossa che ricorda la vittoria della venerazione delle icone contro gli eretici “iconoclasti” nel IX secolo, uno dei momenti di maggiore affermazione degli ortodossi nei confronti di tutti i nemici. Come la scorsa domenica, questa era la festa liturgica di quando il giovane ieromonaco Kirill (Vladimir Gundjaev) venne consacrato vescovo di Vyborg nella Lavra del santo principe Aleksandr Nevskij a Leningrado, la meta conclusiva del grande Nevskij Prospekt, la spettacolare via centrale della capitale del nord con i grandi palazzi nobiliari e le chiese scenografiche del barocco russo pietroburghese.

Gundjaev era figlio di una guardia del corpo di Stalin, e poco dopo la sua ordinazione sacerdotale era diventato il rettore dell’Accademia Teologica riaperta proprio dal dittatore, subito dopo la vittoria della Grande Guerra Patriottica. Da giovane monaco negli anni Sessanta accompagnava nei viaggi all’estero il metropolita Nikodim (Rotov), il punto di riferimento della Ostpolitik vaticana nei rapporti con la Russia sovietica, con la partecipazione al Concilio Vaticano II in cui si evitò la condanna del comunismo e si aprì un intenso dialogo ecumenico tra Roma e Mosca. Nikodim e Kirill soggiornavano abitualmente al Collegio Russicum di Roma, aperto nel 1931 per tentare una “missione russa” dei cattolici per salvare il cristianesimo dalla persecuzione ateista, e da vescovo e metropolita Kirill ha continuato a frequentare il collegio dei gesuiti fino al periodo conclusivo della storia sovietica, quando le relazioni si interruppero a causa delle rivolte in Ucraina dei greco-cattolici, condannate da Kirill e sostenute invece dal papa polacco Giovanni Paolo II.

Il metropolita più filo-occidentale e filo-cattolico della storia russa è poi diventato il primo patriarca a incontrare e abbracciare fraternamente il papa di Roma Francesco all’Avana nel 2016, ma allo stesso tempo è stato il primo grande ispiratore del sovranismo religioso dello zar Putin, assecondandolo nella interpretazione aggressiva e apocalittica dell’ultimo ventennio. Il dialogo ecumenico si era interrotto ufficialmente nel 1997, proprio su ispirazione del defunto patriarca georgiano, che all’Assemblea delle Chiese d’Europa convocata a Graz dichiarò che la Chiesa di Tbilisi considerava l’ecumenismo “un’eresia”, posizione assunta poi anche dai russi. Proprio Kirill fece interrompere le trattative che avrebbero dovuto realizzare il primo incontro tra il papa e il patriarca a Vienna dopo il consesso ecumenico, evitando così di essere preceduto dall’allora patriarca Aleksij II, che lui stesso aveva fatto eleggere nel 1990 al posto del metropolita di Kiev, Filaret (Denisenko), iniziando lo scisma con l’Ucraina che ha ispirato la guerra attuale.

Le scelte di politica ecclesiastica di Kirill, formatosi alla scuola del Kgb negli anni brezneviani e nella stessa generazione di Vladimir Putin, hanno attraversato le varie fasi del regime dalla stagnazione brezneviana alla perestrojka gorbacioviana, diventando poi il “metropolita oligarca” negli anni di Boris Eltsin che trafficava in alcolici e sigarette, e infine uno dei grandi ideologi della restaurazione imperiale putiniana. Cinquant’anni di rivolgimenti politici, economici, tecnologici e sociali in Russia e nel mondo intero, ma Kirill è ancora in sella al cavallo patriarcale-imperiale, dimostrazione vivente di un “mondo russo” che si trasforma in continuazione per rimanere sempre uguale a sé stesso, in sospeso tra Oriente e Occidente.

E davvero la Russia di oggi diventa sempre più simile a quella sovietica di Stalin e Brežnev, con le sue interminabili misure repressive che si formulano non soltanto nell’arresto e detenzione dei dissidenti, nella censura ad ogni espressione artistica e culturale, e in questi giorni nella forma più odiosa e insopportabile di imposizione, alle generazioni ormai dipendenti dalle connessioni e dalle applicazioni digitali. Da mesi è in atto la sospensione dell’internet mobile in tutte le regioni della Russia, e ora la misura si applica anche nelle capitali di Mosca e San Pietroburgo e nelle grandi città “per ragioni di sicurezza”. Ancora più urtante per la popolazione è la decisione di bloccare il messenger Telegram, l’unica “finestra di libera comunicazione” ancora a disposizione degli utenti generici e in particolare per i militari al fronte ucraino, che si stanno lamentando in maniera sempre più stizzita.

Come commenta Evgenij Dobrenko, editorialista di Radio Svoboda, “gli storici discuteranno a lungo su come sia stato possibile che la Russia sia giunta alla condizione attuale”, dopo aver vissuto i grandi cambiamenti e lo sviluppo irruente degli anni post-sovietici, sulle ali delle speranze di una vita di libertà e benessere come mai era accaduto nella storia russa, “o forse ce lo siamo soltanto sognato”, si chiede il politologo. Ora invece “ci siamo ritrovati nella solita palude di squallida schiavitù, lealtà ufficiale, autocensura e paura opprimente”. Ricordando diversi eventi, egli afferma che “alcuni indicheranno la sparatoria in parlamento del 1993 come il punto di non ritorno, altri la costituzione super-presidenziale, altri ancora le elezioni truccate, e altri ancora l’errore fatale nella scelta del successore… Mi sembra, tuttavia, che la decisione fatidica che ha determinato l’intero corso della storia russa moderna, sia stata presa proprio nel momento della nascita del nuovo Paese, quando la Federazione Russa si è dichiarata legittima erede dell’Unione Sovietica”.

La scelta di perpetuare l’immagine storica della Russia è stata proprio quella di conservare l’immagine di superpotenza imperiale, ispirata dal Concilio giubilare del 2000 in cui l’ancora metropolita Kirill fece approvare il documento sulla “Dottrina sociale della Chiesa russa”, il vero programma politico del nuovo presidente Putin. La “verticale del potere” putiniana ha quindi eliminato ogni forma di autonomia sociale e politica, asservendo anche gli oligarchi nella lealtà alla politica dello Stato, incarcerando o esiliando coloro che non si assoggettavano. La Russia è stata affidata agli organi di sicurezza e di forza, eredi del Kgb sovietico, unica struttura sopravvissuta al crollo dell’impero insieme alla Chiesa ortodossa.

La Russia attuale ricorda una vecchia battuta dei tempi sovietici secondo cui, qualunque cosa si cerchi di costruire, si finisce sempre per ritrovarsi con un fucile d’assalto Kalašnikov. Se uno storico dell’Urss dovesse stilare un elenco delle varie iniziative legislative, proibitive, politiche, ideologiche, educative e culturali adottate in Russia nell’ultimo decennio, e soprattutto negli ultimi quattro anni, e confrontarle punto per punto con le pratiche sovietiche, rimarrebbe sbalordito dalle somiglianze. In sostanza, consapevolmente o inconsapevolmente, il sistema attuale sta ricreando il modello sovietico di governo, istruzione, cultura e così via, quasi a partire dalle cellule staminali. Questo processo “è ormai irreversibile”, commenta Dobrenko, poiché “il Paese ha ripreso un percorso già attraversato e prevedibile”. Basandosi sulla mitologia sovietica della grandezza imperiale, della “giustizia sociale” e di un “senso di profonda soddisfazione popolare”, a malapena ci si ricorda com’era una volta, e non ha più alcun senso ricordare fin dove ha portato. Ancora un anniversario è stato ricordato nei giorni scorsi, quando settant’anni fa, il 25 febbraio 1956, il segretario del partito Nikita Khruscev presentò in seduta segreta del XX Congresso del Pcus la relazione “Sul culto della personalità e le sue conseguenze”, denunciando i crimini di Stalin. Kirill aveva allora 10 anni, e Putin soltanto 4, consacrando poi l’intera vita a restaurare il culto della Russia. Per ricordare quell’evento, nei giorni scorsi è stato radunato il Consiglio superiore storico-militare, presieduto dall’ideologo super-putiniano Vladimir Medinskij, affermando che le repressioni staliniane furono “necessarie per sconfiggere i traditori e le quinte colonne alla vigilia della guerra”, che si è poi conclusa con la grande Vittoria, in questo modo riabilitando Stalin, il patriarca georgiano dell’impero russo

La dittatura del martirio. Il sentimento tragico dell’Iran celebra il sacrificio, non la vittoria

Siegmund Ginzberg – 21 mar 2026

La decapitazione del regime prosegue. Nella Teheran crivellata da droni, bombe e missili, compaiono, dalla notte al mattino, murales freschi che raffigurano i leader martirizzati. Il sacrificio di Hussein, mito fondante, e la scelta di Mojtaba Khamenei

Sembra se la siano proprio cercata. Ali Khamenei sapeva benissimo di essere nel mirino. Sapeva benissimo di non potersi fidare di nessuno, men che meno dei suoi. Al tempo della breve guerra che avrebbe dovuto, anzi a detta di Trump aveva già “totalmente obliterato” le speranze nucleari iraniane, era sparito, aveva interrotto ogni contatto. Poi, alla vigilia di questa nuova guerra, aveva convocato una riunione con i suoi massimi collaboratori nel posto più ovvio, il bunker di casa sua. Come dire: eccomi, mandate i missili.

Ali Larijani, il potentissimo reggente di fatto dell’Iran dopo l’uccisione della guida suprema, si era fatto vedere e intervistare alla testa di un corteo, mentre piovevano missili sulla città. “Noi siamo qui. I loro capi si nascondono sull’isola di Epstein”, aveva dichiarato. Come dire: eccomi, provateci ad ammazzarmi. Detto fatto. Con lui è stato ucciso il nuovo capo dei pasdaran. Di Mojtaba Khamenei non si sa se è vivo o solo mezzo vivo. La decapitazione dei successori continua a ritmo serrato. Al punto che si fatica a tenerne il conto. Sopravvivere è quasi una macchia. Se qualcuno sfugge, o per un po’, il sospetto è che si sia defilato perché è stato lui a tradire gli altri. Se questa decapitazione permanente sia efficace o controproducente è un altro paio di maniche.

Intanto, quel che sorprende è la rapidità con cui, nella Teheran crivellata da droni, bombe e missili, compaiono, dalla notte al mattino, murales freschi che raffigurano i leader martirizzati. Più infaticabili di Banksy e dei suoi seguaci sui muri di Bristol. L’iconologia dei martiri è una tradizione che non si è mai interrotta. Ritratti dei caduti in guerra, le gigantografie dei leader assassinati, hanno proliferato sulle facciate degli edifici, incombono sul reticolo ormai fitto di sovrappassi e cavalcavia che attraversano come cicatrici tutta la città. Sono propaganda tanto scontata da essere diventata “sottofondo invisibile”. Sono onnipresenti. Ma invisibili, per assuefazione, ai presunti destinatari del messaggio. Quanto lo erano diventati, causa eccesso, le statue di Stalin e di Mao, o i magnifici, coloratissimi poster dei tempi della Rivoluzione culturale. Colpivano la fantasia dei visitatori occidentali. Ma non più quella dei cinesi. Che a Teheran ci tengano ancora a rinfrescarli ogni notte potrebbe però essere un ulteriore segno della resilienza del regime.

Più Trump li dà per battuti, sgominati, completamente distrutti, imploranti secondo ogni logica solo di potersi arrendere, più quelli continuano, contro ogni logica, a dar segni di sfida, rispondere colpo a colpo, tirar fuori missili dal cappello. Ci si interroga sulle ragioni della resilienza. Non c’è solo la stranezza per cui i leader massimi iraniani sembrano tenerci proprio ad essere uccisi. Ci sono radici profonde nel modo di sentire iraniano, nella particolare cupezza dello sciismo iraniano.

Miguel de Unamuno aveva chiamato “sentimento tragico della vita” il veder nero che avrebbe portato la Spagna alla gran voglia di autodistruzione della guerra civile. Unamuno sarebbe diventato poi un formidabile interprete del “caballero dalla triste figura”, e del suo scudiero Sancio Panza, che “no es estupido”, dubita continuamente delle panzane di Don Chisciotte, ma continua a seguirlo. Il titolo completo del libro di Unamuno, dei primi del Novecento, era, significativamente: El sentimiento trágico de la vida en los hombres y en los pueblos. Negli uomini e nei popoli.

Le nazioni hanno i loro miti fondatori, i loro eroi. Quello dell’Iran sciita non è un conquistatore, un vincitore. Non è carismatico. Non è un liberatore. Non è neanche un profeta. E’ un perdente. Una vittima. Un leader il quale, pur accerchiato da forze militarmente soverchianti, pur dopo aver perso in battaglia tutti i suoi comandanti, pur ridotto alla sete e alla fame, rifiuta di arrendersi. Preferisce farsi uccidere, piuttosto che fare atto di sottomissione.

La leggenda si intreccia alla storia. E come succede spesso, anche in questo caso poté più la leggenda che la storia. Nel 680 si erano già succeduti diversi califfi alla testa dell’islam quando Hussein, nipote di Maometto, figlio di sua figlia Fatima e del suo genero Ali, rifiutò di dichiarare fedeltà al califfo di Damasco, Yazid. Hussein era in viaggio, con la famiglia e una scorta armata verso l’oasi di Kufa, dove i suoi avevano fomentato una rivolta contro Yazid. La notizia del fallimento della rivolta raggiunse Hussein a metà cammino. La carovana fu intercettata presso Karbala da un esercito del califfo. Gli tagliarono le vie di ritirata, i rifornimenti, persino l’accesso all’acqua. Si narra che uno dei suoi luogotenenti fosse riuscito a raggiungere l’Eufrate, ma rifiutò di bere, perché i suoi compagni rimasti accerchiati non potevano dissetarsi. La battaglia era impari: poche decine di uomini (la leggenda dice 72) contro migliaia. Hussein fu ucciso con tutti i suoi. La sua testa portata a Damasco con le donne e i bambini fatti prigionieri.

Il sacrificio di Hussein a Karbala è il mito fondante dell’islam iraniano.  Lo si insegna ai bambini  e si tramanda di generazione in generazione

Il sacrificio di Hussein a Karbala è il mito fondante dell’islam iraniano. E’ profondamente radicato nella psiche nazionale. Lo si insegna ai bambini sin dalla più tenera età. E’ più che semplice nazionalismo. E’ un culto della sofferenza subita dal leader a nome di tutta la sua comunità. La favola si tramanda di generazione in generazione. Il culto è capillare. Non c’è vetrina, non c’è casa in cui non ci sia un santino, un’immagine di Hussein il martire, bello e rifulgente come un Cristo giovane, o insanguinato e morente ai piedi del suo cavallo, o addirittura con una scimitarra conficcata in testa. Ashura, il decimo giorno del mese di Muharram, il giorno detto di Ashura in cui si svolse il massacro di Karbala (quest’anno ricorre il 25 giugno), è la ricorrenza più sacra per l’islam sciita. E’ un po’ come la fuga dall’Egitto per gli ebrei, la Pasqua per i cristiani. La narrazione ha una forza che supera qualsiasi cosa sia avvenuta nella realtà storica, persino qualsiasi cosa sia tramandata dai testi sacri.

Una specificità iraniana è la truculenza e la cupezza. Tra i molti colori delle bandiere dell’islam, il verde, il rosso, una per tribù, preferiscono il nero. Così come neri, in segno di lutto, sono i turbanti dei discendenti diretti di Maometto. Ancora oggi è tradizione celebrare l’Ashura (il decimo giorno) con processioni in cui i fedeli si autoflagellano a sangue, talvolta con catene e punta di flagello taglienti, lamentando il martirio dell’imam Hussein. Quella iraniana è l’unica cultura islamica ad aver fatto culto dell’immagine umana, altrimenti proibita dal Corano, e aver fatto arte teatrale del martirio. Il tazieh, dal termine arabo “condoglianza”, è una rappresentazione teatrale, un reenactment del dramma di Karbala, che fa il paio, per popolarità e resilienza, con i Mistery plays e le Passioni medievali europee. E’ una via crucis drammatizzata all’estremo, in cui lo spettatore viene coinvolto emotivamente. Non solo dalla fiction cinematografica, come ne La passione di Cristo di Mel Gibson (film del 2003, anno di guerre di vendetta per l’attentato alle Torri gemelle). Nell’Oberammergauer Passionsspiele bavarese, che tanto piaceva a Hitler, l’accento è sul realismo collettivo, sulla violenza esasperata, partecipata da attori e spettatori. Dal 1600 in poi l’intera popolazione del villaggio di Oberammergau, che era stato quasi annientato dalla peste, recita la passione di Cristo e rivive con odio l’accanimento degli ebrei nei confronti del condannato. I nazisti ne andavano matti. Ovvio: giustificava lo sterminio.

Una specificità iraniana è la cupezza. Ancora oggi è tradizione celebrare l’Ashura con processioni in cui i fedeli si autoflagellano a sangue

Un grande regista iraniano, Abbas Kiarostami, ha dato del tazieh, spettacolo cui assisteva sin da quando era bambino, un’interpretazione cinematografica memorabile. La sua cinepresa non si fissa tanto sul palcoscenico, quanto sulle reazioni degli spettatori. Uomini, donne, bambini riuniti per la festa cambiano atteggiamento mano mano che la rappresentazione si addentra nella dolorosa vicenda. I sorrisi si spengono nel momento in cui Hussein, circondato nel deserto, manda ad attingere acqua dal vicino Eufrate per la sua gente assetata da giorni, e arriva a pregare i suoi nemici di salvare almeno i bambini. Gli spettatori cessano di bere il tè, smettono di sbucciare i pistacchi e le loro guance si rigano di lacrime. Ho rivisto pubblicata da qualche parte in questi giorni una foto del fotografo iraniano Morteza Nikoubazl Nur scattata nel 2023, in occasione del 44esimo anniversario della rivoluzione iraniana. E’ tristissima. Mostra una bambina in ciador, una scolaretta con gli occhiali, che sotto lo sguardo di un gigantesco murale di Khamenei ritratto su uno sfondo di fiori, con una mano imbraccia un missile di cartone, evidentemente costruito nell’ora d’arte a scuola, con l’altra fa il segno V di vittoria.

Tazieh, autoflagellazioni, recite rituali si tenevano regolarmente nell’Iran che ho conosciuto ai tempi della cacciata dello Scià. Sono proseguite ai tempi della guerra in cui Saddam Hussein bersagliava Teheran con i suoi missili Hussein (così nominati non in onore della persona del dittatore iracheno, ma in sfregio alla figura sacra agli iraniani del loro primo martire). Continuano imperterrite ai giorni nostri. Si svolgono per strada, nei cortili delle moschee, nelle scuole coraniche o nei teatri circolari in cui la scena si svolge al centro, non a un estremo della sala. Gli stessi in cui si tengono le esibizioni tradizionali degli uomini forti, dei muscolosi giocolieri dalle grandi mazze. Anche questo culto dei muscoli ha una sua corrispondenza speculare in occidente, nei ring del wrestling americano, tutto spettacolo, tutta scena, ma poco sangue.

Il mito fondatore del cristianesimo è la tortura e crocifissione di un uomo, che soffre come soffrono gli uomini in carne ed ossa, anche se lui non è solo uomo, è al tempo stesso Dio. La principale ricorrenza è la nascita, cosa anch’essa umanissima. Seguita, ma a distanza, dalla resurrezione, che invece non lo è. La principale ricorrenza ebraica è Pesach, la liberazione dall’oppressione egiziana, il passaggio del Mar rosso. O almeno è tale nei miei ricordi d’infanzia, perché è una festa completamente laica, una serata di narrazione, canti, cena e festa in famiglia che non comporta andare al tempio o la presenza di ministri del culto. Non c’è forse popolo che non sia stato preso di mira, pestato, nei secoli, quanto il popolo ebraico. Hanno cercato di sterminarli e di costringerli alla conversione, a un cambio forzato di regime, anzi, peggio, di identità. E quelli, duri, ostinati, a resistere.

C’è stato persino chi, nel tentativo di rintracciare le origini dei rituali dell’Ashura sciita ha addirittura ipotizzato che siano stati influenzati dalla tradizione ebraica. “In ogni generazione si leverà qualcuno che cercherà di sterminarci… In ogni generazione ciascuno deve considerarsi come se fosse uscito dall’Egitto”, recita la Haggadah (il racconto) di Pesach. “Come se in ogni luogo fosse Karbala dinanzi ai miei occhi e ogni momento fosse Ashura”, recita la tradizione sciita. Pesach però non è una celebrazione di sofferenza, di martirio, ma di festosa vittoria su un tiranno, il Faraone, incomparabilmente più forte e più potente. Non è celebrazione della vendetta, e nemmeno promessa o minaccia di vendetta. E’ una festa in allegria. Non è celebrazione del lutto. Gli ebrei non celebrano eventi luttuosi, nemmeno il più luttuoso di tutti, l’Olocausto. Celebrano semmai i massacri sventati. La cifra è il ricordo, non la vendetta.

Quella conclusasi a Karbala era una delle tante guerre per la successione che hanno insanguinato tutti gli imperi, a ogni latitudine e a ogni epoca. E’ all’origine della separazione tra le due principali branche dell’islam, gli sciiti che sono 200 milioni, e non vivono solo in Iran, e i sunniti, che sono un miliardo e mezzo. Nel millennio e mezzo trascorso, hanno continuato a odiarsi, e spesso ad ammazzarsi. Era cominciata già molto prima di Karbala. E non era finita a Karbala. Non contrapponeva musulmani ad ebrei, e ancora nemmeno musulmani a crociati, ma tribù musulmane ad altre tribù musulmane, anzi cordate di famiglia ad altre cordate di famiglia. Ali, il genero a cui Maometto aveva affidato, secondo la leggenda, la guida dell’islam dopo la propria scomparsa (molti storici insistono invece che non scelse successori), fu ucciso con una spada avvelenata. Non dai nemici, ma dal sicario di un clan prima suo alleato, e poi divenuto rivale.

Gli sciiti si chiamano così da shiat Ali, il partito di Ali, cioè della famiglia di Ali. Capita ancora nelle migliori famiglie, e non solo in Oriente, che la successione sia una questione di famiglia. Il figlio di Ali, Hussein, il martire di Karbala, fu ucciso perché non riconosceva il califfo, cioè il capo della sua religione. Uno studio densissimo dell’islamista dell’Università di Bristol, Toby Mathiessen, The Caliph and the Imam. The Making of Sunnism and Shiism (Oxford University Press 2023) racconta per filo e per segno, in quasi mille pagine comprese note e bibliografia, le infinite giravolte dei rapporti tra sciiti e sunniti nei tredici secoli trascorsi da Karbala. Niente è scontato come vorrebbero le tradizioni di fazione. Individuare un filo diritto di continuità è impossibile. Guai a chi pensa si possa semplificare. I califfi sunniti si scannano tra di loro per il potere, talvolta addirittura cambiano setta confessionale per convenienza. Altrettanto volatili sono le strategie dei leader sciiti. Capita che i vincitori vincano e poi si pentano di aver vinto. Come il saudita Mohammed Bin Salman, per il quale l’ayatollah Khamenei era fino a qualche anno fa “il nuovo Hitler del medio oriente”. E ora potrebbe arrivare alla conclusione che sarebbe stato meglio trovare un modus vivendi con l’Iran. “Caos, missili e droni che volano tutt’attorno, campi, porti e impianti petroliferi che vanno a fuoco è proprio l’ultima cosa che Mbs avrebbe voluto”, dice chi se ne intende.

La successione per via ereditaria farebbe orrore a Khamenei padre. Ma quando Trump ha detto di disapprovare Mojtaba, non c’è stata scelta

Che i leader della shia iraniana si succedano di padre in figlio, per diritto ereditario, avrebbe fatto orrore a Khomeini (che dopotutto aveva rovesciato una monarchia ereditaria, quella dello Scià), e anche al suo successore Khamenei. L’uno e l’altro si erano guardati bene dall’indicare come successori i propri figli. L’idea che a succedere a Khamenei padre fosse il figlio faceva storcere il naso anche ai maggiorenti del regime. Larijani, uno dei papabili, si era dichiarato contrario. C’è chi sostiene che ammazzarlo sia stato un favore fatto ai puri e duri. Quelli che lo osteggiavano perché laico e non ayatollah, forse perché troppo intellettuale (si era laureato con una tesi su Kant e l’illuminismo), perché troppo spregiudicato e pragmatico. Temevano diventasse l’Andropov del cambio di regime in Iran, il capo del Kgb che spiana la strada a un Gorbaciov.

Era stato Donald Trump a combinare il guaio. Quando dichiarò che il successore di Khamenei avrebbe dovuto avere la sua approvazione, e disse che Khamenei figlio, Mojtaba, non gli andava bene. Era come dirgli: non avete altra scelta che eleggere Mojtaba. Una nomination al contrario, che ha finito col bloccare le alternative e a zittire, sgomentare, confondere persino l’opposizione agli ayatollah. Un invito alla perpetuazione del regime, altro che al cambio di regime!

Con gli assaltatori ucraini: «Abbiamo respinto l’offensiva di primavera ma i russi sono come zombie e noi siamo stanchi di ucciderli»

di Marta Serafini – Corriere della Sera – 23 Marzo 2026

Tra i tank che hanno combattuto la guerra del Golfo e militari che non fanno una licenza da due anni

DALLA NOSTRA INVIATA

FRONTE DI ZAPORIZHZHIA – Sul comodino, due barattoli di integratori e una bomba a mano. La neve si è sciolta da poco e il campo base degli incursori della 225esima è ancora immerso nel fango ma la temperatura sta salendo. «Abbiamo respinto gli assalti del nemico per tutto l’inverno. Ne abbiamo uccisi in media 20/30 al giorno». 

Butta il fucile per terra Anton. E si toglie il giubbetto anti-proiettile. Ha 22 anni e il fisico di un lottatore pronto a spezzarti un braccio solo con lo sguardo. Sta preparando lo zaino per il corso di addestramento da testa di cuoio. «I russi ………..hanno i giubbetti anti-proiettile talmente pesanti con le piastre di ferro che quando li attacchiamo se li tolgono per scappare. E poi non hanno rispetto di sé stessi. Molti di loro non sanno nemmeno perché e dove stanno combattendo».

Anton è volontario.  Sopra la branda ha appeso la bandiera americana e la scritta God Bless America. La testa, ancora quella di un ragazzo che crede forte e giusto siano sinonimi.

Il suo comandante, Serhii, è poco più grande. Passa a salutare. Si accende la sigaretta elettronica e racconta: «Per giorni i russi hanno provato a infiltrarsi sul fronte di Huliapole. Ma ci siamo difesi». Spiega che ora usano nuove tattiche. «Entrano in gruppi di tre o quattro carichi di munizioni e razioni. Noi li chiamiamo i soldati usa e getta: i comandanti sanno che li uccideremo. Poi arrivano gli altri che raccolgono tutto e vanno avanti, magari piantano una bandiera per pochi secondi solo per mandare il video a Mosca buono solo per la propaganda. Ma sono mesi che di corpi speciali russi sul fronte non ne vediamo, hanno finito gli uomini migliori e non riescono a tenere i territori che conquistano».  

Tra i prigionieri, la lista degli stranieri si allunga. «Africani qui non ne abbiamo ancora visti. Ma nel Kursk era pieno». Una cosa però i russi la sanno fare bene. «La loro divisione di dronisti, la Rubikon, ci ha dato filo da torcere. Noi siamo più forti. Ma i loro piloti sono bravi, purtroppo, e sanno usare bene la fibra ottica».

Fronte sud est, il fronte dimenticato, quello che ha fatto la differenza. Secondo gli esperti, sebbene i combattimenti più intensi si concentrino nel Donbass, il suo destino è cruciale. È qui, nella regione che la Russia rivendica dopo i referendum farsa illegali del 2022, che la città di Zaporizhzhia, polo industriale e logistico di 700.000 abitanti, ora rischia la testa.

Un azzardo che potrebbe ribaltare il tavolo negoziale a favore di Mosca.
Lo sa il generale Sirsky, il capo di stato maggiore ucraino. Lo sa il presidente Zelensky. Lo sa Putin. Ma lo capisce Trump? E se ne rendono davvero conto gli europei mentre litigano e mentre il presidente ungherese Viktor Orbán tiene tutti bloccati?)

La strada che parte da Zaporizhzhia è costellata da case distrutte e villaggi fantasma. La sagoma della Zaporizhstal, una delle acciaierie più grandi di Europa, si prende mezzo orizzonte mentre il fumo nero copre il sole dell’alba. È il fumo della fabbrica. Due giorni fa alla stessa ora era il fumo di un grad, un missile caduto contro il centro logistico della posta. E ormai a Zaporizhzhia chi dorme più. «C’è un’aria strana. Tanti movimenti di soldati in città. Io ho paura», ci racconta un amico.

Qualche chilometro più a sud est, in direzione di Huliapole, il vice sergente Anton è al telefono vicino al suo Bradley, tank statunitense di cui tanto si è discusso ai tavoli diplomatici. «Quando ce lo hanno portato nel 2023 era color sabbia. Questo bestione ha fatto la Guerra del Golfo. Aveva ancora attaccate le patch degli americani. Lo abbiamo dovuto ridipingere e riadattare al terreno ucraino». Da quando c’è Trump alla Casa Bianca però le cose sono cambiate. «Rischiamo che ce lo richieda indietro», scherza Anton. Ma non troppo. «L’anno scorso ce ne sono arrivati 10, 3 erano inutilizzabili. E se non ci danno nuovi rifornimenti non so come riusciremo a tenere il fronte, questa primavera».

Per la prima volta dal 2022 – ha detto Zelensky – l’Ucraina ha liberato più territorio di quanto ne abbia perso, grazie a una serie di operazioni di contrattacco sul fronte meridionale. Il presidente in persona si è congratulato con gli uomini per essere riusciti a sopravvivere all’inverno peggiore degli ultimi dieci anni. E per aver resistito. Ma non solo. A febbraio, le forze ucraine hanno effettivamente condotto operazioni di contrattacco nella zona in cui il confine orientale dell’oblast di Zaporizhzhia incontra la vicina Dnipropetrovsk, area in cui le forze russe sono entrate per la prima volta alla fine dell’estate.

Nonostante i successi, l’umore della squadra di Anton non è alle stelle. Nessuno degli uomini fa una licenza da oltre un anno. «E chi lo difende il fronte se ce ne andiamo? Speriamo per Pasqua». Anton e i suoi sono scampati alla morte così tante volte che non se lo ricordano nemmeno più. «Come quella volta che eravamo in 16 su un blindato che al massimo ne porta 9, c’erano feriti, sangue dappertutto», dicono mentre lo sguardo un po’ si accende. Mostrano le ferite del carro come se fossero le loro. «Guardi qui, proiettili frammentati, questa una mina. Ma questo carro ci ha salvato decine di volte», raccontano mentre le sigarette finiscono in bocca una dopo l’altra.

Anton ha 37 anni, non ha una famiglia. Spera un giorno di farsene una. «La mia ragazza è anche lei nell’esercito. Lavora in amministrazione». Prima della guerra faceva il muratore e aveva un’auto che aveva ribattezzato Dobby come il personaggio di Harry Potter. Poi l’hanno richiamato, e ora comanda la squadra di uomini e il «suo» Bradley.

È vice sergente ma presto dovrebbe passare di grado. «Spero mi porti fortuna e che arrivi la telefonata, la sto aspettando proprio ora».
Kiev ha inviato sul fronte sud Est unità delle sue forze d’assalto e le migliori brigate come la 225esima: grandi reparti specializzati in operazioni offensive al diretto comando del generale Sirsky. È qui che arriva il flusso maggiore di uomini mobilitati.

Nella maggior parte dei casi, è vero che questi reggimenti d’assalto sono riusciti a stabilizzare le linee ucraine, ma in alcune aree, come il villaggio di Ternuvate, le forze russe sono riuscite a infiltrarsi dietro le linee ucraine, a trincerarsi e, così facendo, ad ampliare la già vasta zona grigia contesa.

All’orizzonte, le matasse di filo spinato si srotolano lungo le trincee di difesa. Vengono tutte dalla Polonia, arrivano al fronte via treno. Poi squadre di civili le sistemano, così come montano le reti anti drone che ormai proteggono tutte le strade del fronte. «Sono uomini che accettano di lavorare in cambio dell’esenzione della leva», spiega Oleksey, press officer della 225esima. I campi che un tempo erano granaio dell’Europa sono ormai una distesa infinita di denti di drago e fortificazioni.

Preme lo zar alle porte del Vecchio continente. E preme ancora più forte mentre il mondo è distratto.

Roman, capitano della 225esima Foto di Matteo Placucci)

«Miniamo ogni giorno». Roman è un geniere. Ha 38 anni, prima della guerra faceva il mobiliere. È stato richiamato. L’anno scorso Kiev e tutti gli stati europei che confinano con la Russia sono usciti dalle convenzioni anti mine data la necessità di proteggere i loro confini. Roman ha le mani grandi e sporche di grasso. Non si toglie nemmeno il giubbetto e inizia a raccontare: «Noi usiamo le Ozem-72, mine anti uomo a frammentazione. Ma non basta. I loro soldati sono così tanti, ne mandano così tanti a morire qui. I russi sono come gli zombie. E noi siamo stanchi di uccidere zombie»

Quanto può durare ancora la guerra in Iran? Ipotesi e scenari, dalle truppe di terra Usa a Hormuz all’ira (contro Israele) dei Paesi del Golfo

di Guido Olimpio – Corriere della Sera – 20 Marzo 2026

Da Washington si fa più insistente la possibilità dell’invio di truppe per presidiare la fascia costiera attorno a Hormuz e occupare l’isola di Kharg. L’Arabia Saudita minaccia di intervenire, ma a quale prezzo?

Il conflitto continua ad espandersi coinvolgendo sempre di più il settore energia mentre da Washington trapelano segnali di ulteriori mosse, compreso il ricorso a forze di terra.

L’offensiva

Israele e Stati Uniti, a volte con distinguo, perseguono nella campagna per neutralizzare basi missilistiche, depositi, fabbriche belliche, bunker. Sono migliaia i raid condotti con cruise delle navi, ordigni ad alto potenziale dei bombardieri B 1 e B 52, missili dei caccia e droni. 

Gli ultimi strike nella zona di Hormuz sono considerati dagli esperti come una fase preparatoria per cercare di tenere aperto lo Stretto. La sola aviazione, però, non basta. Ed ecco i presunti piani per l’impiego di unità terrestri. Non solo il contingente dei Marines in trasferimento via nave dall’Asia ma anche truppe oggi ancora negli Usa. Fonti citate dalla Reuters rilanciano le ipotesi di azioni per presidiare la fascia costiera attorno allo Stretto, per occupare l’isola di Kharg o tre isolotti Abu Musa, Piccola e Grande Tumb, per assumere il controllo di impianti nucleari.

Quanto sia vicino questo scenario è difficile dirlo: c’è chi mette in guardia sui rischi e chi, invece, ritiene esistano possibilità di raggiungere gli obiettivi anche se sono da calcolare perdite pesanti. Il presidente ha affermato che non è sua intenzione schierare truppe ma ha poi ha subito aggiunto: «Se lo facessi non ve lo direi».  Le incognite principali però restano immutate: nessuno ha idea di quale sia lo sbocco «politico» o il progetto pensato dalla Casa Bianca. Cambio di regime? Soluzione pragmatica con un accordo? Ma soprattutto quanto durerà? The Donald ha cambiato registro tante volte e non è detto che il co-pilota Bibi Netanyahu condivida la stessa rotta. 

Il segretario del Pentagono ha dichiarato giovedì che sarà il presidente a decidere la fine. Resta la prospettiva di una crisi senza termine mentre gli esperti fanno stime sulla disponibilità di munizioni antimissile necessarie per contrastare gli attacchi dei guardiani. Anche qui c’è il solito balletto di versioni su quanto siano sufficienti le scorte. Domanda che riguarda, però, anche l’arsenale pasdaran. Il Capo di Stato Maggiore statunitense Caine ha osservato che i guardiani «hanno ancora capacità». Lo confermano le fiamme nella raffinerie di Haifa e, su un livello diverso, l’ F 35 «raggiunto» dalla contraerea e costretto ad un atterraggio di emergenza: prima volta che accade.

La difesa

Gli iraniani affermano di essere pronti e, del resto, è da anni che si preparano. Ritengono di poter sfruttare a loro vantaggio la geografia, il territorio, le difficoltà logistiche. Il Pentagono confida sulla potenza del dispositivo, sull’efficacia del martellamento delle posizioni, sul progressivo fiaccamento delle difese. I pasdaran, come previsto, si affidano a missili e droni lanciati in numero ridotto rispetto ai primi giorni però piuttosto precisi. 

La manovra non cambia: allargare i confini della guerra, far saltare la stabilità delle monarchie del Golfo, tenere in ostaggio il mercato petrolifero usando Hormuz e magari anche il Mar Rosso, resistere il più possibile sperando che The Donald, senza risultati immediati, si stanchi. 

Ma c’è anche un obiettivo più ambizioso: vogliono creare condizioni diverse per la regione per evitare che vi siano in futuro nuove Epic Fury. Le ostilità si fermano – è la loro parola d’ordine – solo in cambio di garanzie precise stipulate con tutti i protagonisti dello scacchiere. Naturalmente devono prima sopravvivere al micidiale taglia-erba, all’eliminazione in serie dei loro leader, allo smantellamento progressivo degli equipaggiamenti, ad un eventuale danneggiamento massiccio delle infrastrutture civili. C’è la possibilità che si apra un fronte interno animato dagli oppositori? Il regime ha agito in modo preventivo con retate massicce e impiccagioni per chiudere gli spazi alla sua maniera.

Le monarchie

Le monarchie del Golfo sono ostaggio di un conflitto che non hanno voluto. Oppure pensavano che sarebbe stato limitato. L’incursione israeliana sul sito qatarino di South Pars ha portato ad una rappresaglia ampia dell’Iran. Il Qatar ha parlato di linea rossa violata e ha ordinato l’espulsione dell’addetto militare iraniano insieme al suo staff. L’Arabia Saudita ha minacciato di intervenire mentre una fonte non ha escluso che Riad possa invocare il patto di difesa con il Pakistan, accordo che le permette di avere un ombrello atomico e missilistico.

Un eventuale intervento saudita ha comunque un prezzo: 
1) Riad ha già subito nel 2019 le incursioni sui suoi impianti da parte degli Houthi. 
2) Rischia di trovarsi in una morsa con «proiettili» in arrivo dall’Iran e altri dallo Yemen, sparati proprio dalla milizia sciita che, stando ad un’interpretazione diffusa, aspetta solo questo momento per unirsi alla lotta. 
3) Il restare passivi, però, non ha indotto la Repubblica islamica ad abbassare il tiro. 
4) Alla vigilia della crisi erano uscite indiscrezioni sul «doppio linguaggio» saudita con gli inviti pubblici alla Casa Bianca ad evitare l’assalto e l’incoraggiamento in segreto a scatenarlo per farla finita con la Repubblica islamica.

Ci sono però anche altri messaggi trasmessi dagli emiri. Uno insiste su un punto: la guerra – affermano – non è nell’interesse degli Usa ma risponde alle esigenze israeliane. Il Qatar ha espresso tutta la sua rabbia a Trump in persona dopo lo strike israeliano a South Pars. Un secondo messaggio raccoglie l’idea di avere Iran debole, senza però aprire le porte al caos di una seconda rivoluzione. Un terzo auspica il negoziato: il mediatore Oman se ne è fatto portavoce trovando consenso anche nel mondo degli affari degli Emirati. Che oscillano tra la volontà di preservare gli interessi economici e l’ipotesi di aderire ad una missione multinazionale per una libera navigazione attraverso Hormuz.

Zelensky contro l’Iran

Sui droni l’aiuto dell’Ucraina è prezioso per l’America

Federico Rampini / CorriereTv – Giovedì 19 Marzo 2026

Zelensky ha messo a disposizione degli americani circa 200 esperti di droni per aiutare l’offensiva degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran e aiutare, soprattutto, la difesa di tutta la zona che viene colpita dalle rappresaglie iraniane. 

Questa notizia è interessante per tante ragioni. Intanto ci ricorda quanto l’Ucraina è diventata una potenza nella tecnologia della sicurezza, della difesa. È un Paese che ha ormai un’industria molto avanzata nei droni per la difesa. E quindi, nonostante sia un paese sotto attacco in guerra, che deve pensare soprattutto a proteggersi dall’offensiva della Russia, l’Ucraina riesce comunque a fornire un aiuto a Stati Uniti e Israele nell’altro conflitto, quello del Medioriente. 
È una mossa che ha anche una valenza tattica, politica; Zelensky in questo modo vuole accumulare dei crediti nei confronti dell’amministrazione Trump e spera che questi poi gli servano in futuro, al tavolo del negoziato con la Russia che per il momento sembra completamente impantanato. 
È anche però – da parte di Zelensky – una scelta di campo che corrisponde al fatto che si stanno delineando di nuovo due schieramenti molto precisi: cioè nella guerra in Iran rinasce il cosiddetto asse della Resistenza, l’asse anti occidentale.
La Russia di Putin sta aiutando i Pasdaran, sta aiutando le forze iraniane nella scelta di obiettivi da colpire. La Russia di Putin fornisce intelligence aerea, satellitare. Insomma, c’è un ruolo molto attivo della Russia a sostegno del suo alleato di sempre, che è l’Iran. E lo stesso fa, sia pure in forme più discrete, la Cina. 

Quindi questa è anche quella dell’Iran, una guerra per procura. Da una parte ci sono gli Stati Uniti, Israele, il mondo arabo molto compatto perché l’Iran ha ricostituito la coalizione araba colpendo un po’ tutti Arabia Saudita, Emirati, Qatar. E quindi c’è da una parte questo schieramento di Stati Uniti, Israele e mondo arabo. Dall’altra ci sono dietro l’Iran, la Russia e la Cina. È la classica guerra per procura in questa guerra.

Gli europei per adesso si sono chiamati fuori, ma bisogna constatare che oltre che una scelta politica, in certi casi per certi paesi europei questa è semplicemente una constatazione di fatto che non hanno molto da offrire. 
Un esempio clamoroso è quello della Germania: se l’Ucraina scende in campo a favore degli Stati Uniti, aiuta gli Stati Uniti e Israele con le proprie tecnologie di droni può fare la differenza. La Germania invece, dal punto di vista strettamente militare, in quella parte del mondo, non ha niente da offrire. Che ci sia o non ci sia, in sostanza non se ne accorge nessuno.

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