"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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SACERDOZIO DI DIAMANTE

Auguri da RM CHILE 🥰
Felicidades Padre Livio. Que el Señor la bendiga con muchos años más para continuar su servicio de evangelización a travez de la nostra amada y bendecida Radio Maria.
Padre Tarcisio- New York


“AUGURI PADRE LIVIO. che il Signore la Benedica con tanti anni ancora per continuare il Suo servizio di evangelizzazione attraverso la ns amata e benedetta Radio Maria”


Dear Fr. Livio,
Hearty congratulations 🎊 on your 60th priestly ordination anniversary.
Your service to God and humanity has been enormous, more specifically of your commitment and dedication to Radio Maria Italia and by extension to us all.
YOU ARE A DIGITAL MISSIONARY!
May the good Lord continue to reward your efforts and bless you.RADIO MARIA
SIERRA LEONE
Rev. Fr. Samuel Von Tucker CSSp.
Priest Director.


“Caro Padre Livio,
Congratulazioni di cuore 🎊 per il suo 60° anniversario di ordinazione sacerdotale.
Il suo servizio a Dio e all’umanità è stato immenso, in particolare il suo impegno e la sua dedizione a Radio Maria Italia e, di conseguenza, a tutti noi.
LEI È UN MISSIONARIO DIGITALE!
Che il buon Dio continui a ricompensare i suoi sforzi e a benedirla.”

Unidos en oración por toda una vida de entrega y servicio. Felicidades. 🙏🙏🙏🙏😇😇

RM GUATEMALA
Unidos en oración por el ministerio sacerdotal del P. Livio

Hormuz e le altre trappole: perché tenere aperto lo Stretto è così difficile? I punti critici sottovalutati da Trump

di Guido Olimpio – Correre della Sera – 17 Marzo 2026

Le criticità emerse nelle due settimane di guerra: alcuni previsti e sottovalutati da Donald Trump, altri legati alle variabili di ogni guerra

Dopo due settimane di Furia Epica americana e Ruggito del Leone israeliano sono emersi diversi punti critici. Alcuni ampiamente previsti e sottovalutati da Donald Trump, altri legati alle variabili di ogni guerra. 

Il passaggio

Il presidente ha il problema di tenere aperto lo Stretto. Gli iraniani, per ora, sono nelle condizioni di decidere chi può passare indenne. Non servono armi rivoluzionarie per ostacolare il transito in un corridoio angusto in termini geografici e militari. Droni, mine, missili, razzi ma anche azioni di barchini sono sufficienti a creare un imbuto. Basta, in certi casi, la minaccia.

Gli Usa invocano una coalizione di alleati e la risposta è fatta di no oppure di cautele. Perché la missione è rischiosa e vorrebbe dire partecipare al conflitto. Gli esperti sostengono che, oltre a ripulire il mare da ordigni, il Pentagono dovrebbe neutralizzare le unità iraniane lungo la costa meridionale e nell’immediato retroterra.

Il comando americano ha replicato ricordando l’affondamento delle navi nemiche e di oltre cento vedette. Il direttore dell’International Maritime Organization, Arsenio Dominguez, ha invece sottolineato come una eventuale scorta al naviglio non rappresenta una soluzione sicura al 100 per cento e che le misure militari non rappresentano una garanzia sostenibile sul lungo termine. È tornata, poi, l’ipotesi di uno sbarco per occupare Kharg, il principale terminale per l’export di greggio iraniano.

Anche qui i «tecnici» sottolineano: fattibile ma vanno considerate perdite mentre i precedenti degli anni ’90 ricordano come ci siano voluti mesi per bonificare l’area minata. 

Il nucleare

Una parte degli impianti per il programma atomico sono stati danneggiati. C’è sempre la questione di quasi 400 chilogrammi di uranio arricchito indispensabili per arrivare alla Bomba.

Secondo l’Aiea sarebbero nel bunker di Isfahan: se sia accessibile è fonte di discussione. L’area ha subito devastazioni e per recuperarlo servirebbe una missione di forze speciali accompagnati da personale in grado di trattare il materiale. Di nuovo sono gli esperti ad evidenziare la complessità dell’intervento: non mettono in discussione le capacità dei militari però avvertono sulle incognite di un blitz in profondità. Inoltre, invitano a non sottovalutare i pasdaran.

L’uranio è solo una parte del problema. Gli israeliani, in questi anni, hanno ucciso i migliori scienziati di Teheran, intaccato la rete con mosse cyber e sabotaggi, però il sapere non è andato disperso. C’è anche un’opinione diffusa tra i commentatori che solo il tempo può dire se sia corretta: l’offensiva di marzo indurrà il regime ad andare avanti con i suoi progetti. 

L’arsenale

Gli israeliani sostengono che gli strike potrebbero continuare per altre 3-4 settimane, un periodo necessario per smantellare l’industria militare, un complesso già martellato con intensità.

Le basi sono importanti, ma lo sono ancora di più le fabbriche che realizzano droni-kamikaze, vettori a lungo raggio, combustibile solido per i missili, lanciatori. Una parte era stata presa di mira nella campagna dei 12 giorni a giugno ma ciò non ha impedito ai guardiani di affrontare la nuova sfida. Continuano a lanciare vettori anche se con una cadenza inferiore e si affidano molto agli Shahed.

La degradazione delle infrastrutture belliche è un risultato importante, tuttavia secondo molti critici non si traduce in un immediato successo politico. Anche perché Teheran ha allargato i fronti servendosi delle milizie alleate, utili nel favorire la «strategia del caos». Allarma l’ampliamento della manovra di terra israeliana in Libano, pende la spada di Damocle rappresentata dagli Houthi in Mar Rosso. Per tutti i contendenti vale il tema scorte: munizioni antiaeree per Usa, Israele e alleati arabi, missili per i pasdaran. 

Gli alleati

La vita e le economie dei regni sunniti del Golfo sono sconvolte dalla rappresaglia iraniana. I guardiani della rivoluzione, oltre a tirare sullo stato ebraico, hanno riservato una quota massiccia ai vicini, in particolare gli Emirati arabi e la città-simbolo Dubai. La presenza delle basi statunitensi, invece che rappresentare uno scudo si è tramutata in una «colpa» e non ha garantito la sicurezza.

Già è in corso un dibattito sul futuro di questa alleanza. I monarchi devono decidere su un modello di difesa, sul rapporto con Washington, sulle dinamiche nei confronti di Teheran. Hanno dialogato con gli ayatollah, Omar e Qatar hanno mediato, più ambigui Arabia ed Emirati perché hanno smussato i toni con il regime ma hanno continuato a considerarlo un rivale da temere.

Neppure l’Iran, però, può ignorare le conseguenze delle sue azioni in quanto Dubai rappresenta moltissimo in termini economici.

La storia coloniale dell’impero russo

di Stefano Caprio- Asia News 14 Marzo 2026

Dalla guerre cecene in poi la politica russa dopo il 1991 è una continuazione incondizionata di quanto era rimasto sostanzialmente incompiuto nel XIX secolo: una forma di colonialismo terrestre (a differenze di quello marittimo occidentale) proseguita con la guerra in Georgia nel 2008-2011 e quella in Ucraina dal 2014 ad oggi, utilizzando esattamente gli stessi metodi.

Il colonialismo è comunemente associato agli imperi marittimi – Gran Bretagna, Francia, Spagna – ma esisteva anche un altro modello: un modello terrestre, che si sviluppava senza oceani o territori d’oltremare. Nel corso di diversi secoli, la Russia si espanse a spese dei popoli e delle regioni confinanti, formando un proprio sistema di centro e periferia. Il colonialismo russo può essere considerato una politica continuativa? Quali sono le sue caratteristiche e in che modo si differenzia dalle pratiche imperialistiche occidentali? Il sito Idel. Realii ha discusso di questi temi con Anton Saifullaev, dottore in lettere e docente presso l’Università di Varsavia.

Di origine uzbeka, Saifullaev è direttore dell’iniziativa di studi de-coloniali presso l’Istituto per gli Studi Interculturali dell’Europa Orientale e Centrale, vicedirettore dell’Istituto per l’Europa Centrale di Lublino, in Polonia. È specializzato nella teoria postcoloniale e de-coloniale applicata all’Europa orientale e allo spazio post-sovietico, e le sue competenze appaiono quanto mai necessarie per comprendere il corso attuale degli eventi nello spazio eurasiatico, e non solo.

Egli ricorda che “il colonialismo è un fenomeno abbastanza familiare, esiste nella vita di tutti i giorni, nel nostro vocabolario politico, sociale e culturale quotidiano”. Di solito si associa il colonialismo alla sottomissione, ai grandi imperi che si stabiliscono in territori “meno sviluppati” e iniziano a sfruttarli. In realtà, il colonialismo ha molte versioni e, oltre al consueto colonialismo conquistatore e sedentario (dall’inglese settler colonialism), esistono anche le sue varie manifestazioni e strumenti discorsivi, ad esempio l’orientalismo o il razzismo.

L’orientalismo è una percezione e rappresentazione dell’Oriente nell’Europa occidentale, emersa durante l’Illuminismo e il Romanticismo, caratterizzata da esotizzazione, stereotipi e da una giustificazione intellettuale del dominio coloniale. È un discorso culturale che presenta il Medio Oriente, l’Asia e il Nord Africa come un mondo misterioso, sensuale e tuttavia “arretrato”, in contrasto con l’Occidente razionale. Il colonialismo russo, o russo-sovietico, ha le sue caratteristiche specifiche, come sottolinea Saifullaev, e queste caratteristiche, tra l’altro, sono la ragione per cui l’influenza coloniale della Russia sui territori confinanti, e il suo attuale comportamento globale, sono difficili da comprendere e descrivere all’interno delle categorie tradizionali di analisi coloniale a cui si è abituati.

Nel caso russo, spiega l’esperto, questo colonialismo ha una caratteristica distintiva: è basato sulla terraferma, e questo lo distingue dai grandi colonialismi imperialisti occidentali. Il colonialismo basato sulla terraferma è più strutturale, più incentrato sulla sottomissione, più verticale, perché la logica di questa sottomissione (anche se si tratta soltanto di un aspetto militare o economico) è più esplicita ed evidente. Ad esempio, nell’Europa orientale si basa principalmente sulla conoscenza, sull’ideologia e sulla politica di delimitazione nazionale che esiste ovunque, ma in questo contesto – ad esempio, in Bielorussia, Ucraina o Moldavia – i marcatori razziali o orientali non si applicano. Tutto funziona in modo leggermente diverso.

Una delle caratteristiche chiave del colonialismo russo è che si manifesta in modo diverso nelle diverse parti del mondo. Gli imperi basati sulla terraferma sono vasti (ad esempio, la Cina o la Russia stessa, che occupa la maggior parte dell’Eurasia) e, di conseguenza, ogni direzione ha la sua strategia specifica. Esiste il cosiddetto colonialismo interno, che, secondo Saifullaev, è “in qualche modo frainteso nel contesto della storiografia russa”. Esso viene inteso nello spazio intellettuale russo in termini di casta ed economia: si presume che “alcuni russi hanno colonizzato altri russi”, ma in sostanza il colonialismo interno non è mai cessato entro i confini dell’impero russo, dell’Unione Sovietica, della Federazione Russa fin dal XVI secolo, interessando i numerosi popoli e gruppi etnici che fanno parte della Russia da più di 500 anni.

La presa di Kazan a metà del XVI secolo ad opera del primo zar Ivan il terribile è stato il punto di partenza dell’espansionismo russo, che presto iniziò a trasformarsi in colonialismo. È interessante notare che questo coincide con l’età delle scoperte a livello mondiale, quindi si potrebbe dire che la Russia seguì alcune delle tendenze globali del XVI secolo, tentando anch’essa di sviluppare e attuare una politica espansionistica, scoprendo nuovi territori e cercando contemporaneamente nuove opportunità economiche. I principali centri dell’ex-impero tataro-mongolo, sia politici che economici, furono sottomessi a Mosca: Kazan, Astrakhan e poi il Khanato siberiano, che aprì la strada verso est.

La politica coloniale all’interno dell’entità che oggi chiamiamo Federazione Russa non è mai cessata, e solo in seguito lo Stato ha iniziato a interessarsene e a introdurre una politica più strutturale, quella che si potrebbe definire politica coloniale e “sedentaria”. Osservando una mappa moderna della Federazione Russa, e del territorio asiatico che comunemente si chiama Siberia, si vede che le città hanno iniziato ad apparire più o meno nello stesso periodo, nel XVII-XVIII secolo, quando lo Stato ha iniziato a penetrare più intensamente in questi territori e a consolidarli attraverso il colonialismo sedentario. La fase successiva è il XIX e l’inizio del XX secolo, quando la politica del colonialismo sedentario è continuata includendo il modello che si è sviluppato notevolmente nell’Unione Sovietica, dove la colonizzazione è stata attuata, tra le altre cose, attraverso il sistema carcerario del Gulag. L’intera infrastruttura economica creata nell’Estremo Nord e nell’Estremo Oriente è stata in gran parte costruita negli anni Venti e Trenta dai prigionieri dei lager.

Guardando alla Russia moderna, le guerre russo-cecene a cavallo del secolo sono assolutamente una storia coloniale. La politica russa dopo il 1991, e le guerre cecene sono state il primo esempio, è una continuazione incondizionata di ciò che era rimasto sostanzialmente incompiuto nel XIX secolo, poi proseguite con la guerra in Georgia nel 2008-2011 e quella in Ucraina dal 2014 ad oggi, utilizzando esattamente gli stessi metodi. Una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha definito la deportazione di bambini ucraini nel suo territorio da parte della Russia un crimine di guerra, mentre i funzionari russi parlano con orgoglio del trasferimento dei bambini dall’Ucraina, per “rieducarli” nello spirito dell’amore per la Russia. Le autorità di occupazione russa nella regione ucraina di Lugansk hanno creato un “catalogo” on-line di bambini ucraini, offrendoli per “adozione” forzata tramite il dipartimento dell’istruzione.

Uno degli elementi principali dei processi di colonizzazione è l’imposizione della lingua, che non a caso è uno dei fattori più importanti dell’ostilità tra russi e ucraini, a lungo oppressi da processi di russificazione imposti dagli zar e dai sovietici, sfociati quindi in un’emarginazione della lingua russa nell’Ucraina indipendente degli ultimi trent’anni, quella che Mosca chiama “il genocidio del Donbass”. Forti tensioni in questo senso esistono anche in Asia centrale e soprattutto in Kazakistan, il Paese con i maggiori territori russofoni settentrionali, e in misure diverse in tutti gli Stati ex-sovietici, fino ai Paesi baltici.

Eppure la Russia di Putin si presenta come il paladino del “Sud globale” che lotta contro il “colonialismo globalista” del Nord-Occidente globale, per difendere la sovranità dei popoli più deboli. Questo in realtà rimane un’eredità dell’ideologia sovietica, in cui era obbligatorio dichiarare di essere anti-coloniali e anti-razzisti, scaricando sugli occidentali tutte le colpe storiche dell’arretratezza del “Terzo Mondo”. Nel 2022 si è visto chiaramente che la politica russa è in realtà coloniale fino al midollo, e l’invasione dell’Ucraina ha sollevato un tema che per Saifullaev e molti altri commentatori diventerà particolarmente critico in Russia, se e quando finiranno i conflitti armati: la ripresa dell’identità dei “popoli minori”, con il rischio della disgregazione di tutta la Federazione. Dopo la fine dell’Urss e nel corso di questi trentacinque anni non è apparsa in Russia una vera concezione nazionale, e come afferma il metropolita ortodosso Tikhon (Ševkunov), il “padre spirituale” di Putin, “la Russia può essere soltanto imperiale”. Se il decennio eltsiniano si orientava sulla visione globalista, il quarto di secolo putiniano risulta un ibrido tra le tante narrative imperiali zariste e sovietiche, e le azioni militari del colonialismo americano di Donald Trump stanno ulteriormente mettendo a nudo le contraddizioni di questo “mondo russo” sempre incompiuto, incapace di affermare la grandezza del proprio impero, e senza nemmeno la forza di colonizzare sé stesso

Medio Oriente, l’appello di Papa Leone XIV all’Angelus: “Cessate il fuoco!”

Nella meditazione introduttiva Leone XIV ha ricordato che “la fede non è un atto cieco, un abdicare alla ragione” 

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, domenica 15 marzo 2026, 12:14 (ACI Stampa).

Attraverso l’episodio evangelico del cieco nato il Vangelo “ci parla del mistero della salvezza: mentre eravamo nell’oscurità, mentre l’umanità camminava nelle tenebre, Dio ha inviato suo Figlio come luce del mondo, per aprire gli occhi dei ciechi e illuminare la nostra vita”. Lo ha detto Leone XIV, stamane, introducendo l’Angelus domenicale.

“Possiamo dire- ha aggiunto il Papa –  che noi tutti siamo ciechi dalla nascita, perché da soli non riusciamo a vedere in profondità il mistero della vita. Perciò Dio si è fatto carne in Gesù, perché il fango della nostra umanità, impastato  con il respiro della sua grazia, potesse ricevere una nuova luce, capace di farci vedere finalmente noi stessi, gli altri e Dio nella verità.”

“Colpisce il fatto che si sia diffusa l’opinione, presente ancora oggi, secondo cui la fede – ha osservato ancora Papa Leone – sarebbe una specie di salto nel buio, una rinuncia a pensare, cosicché avere fede significherebbe credere ciecamente. Il Vangelo ci dice invece che a contatto con Cristo gli occhi si aprono”.

“Anche noi, guariti dall’amore di Cristo, siamo chiamati – è stato l’invito del Papa – a vivere un cristianesimo dagli occhi aperti. La fede non è un atto cieco, un abdicare alla ragione, una sistemazione in qualche certezza religiosa che ci fa distogliere lo sguardo dal mondo. Al contrario, la fede ci aiuta a guardare dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere e, perciò, ci chiede di aprire gli occhi, come faceva Lui, soprattutto sulle sofferenze degli altri e sulle ferite del mondo”.

“Oggi – ha concluso Leone XIV -, a fronte delle tante domande del cuore umano e delle drammatiche situazioni di ingiustizia, di violenza e di sofferenza che segnano il nostro tempo, c’è bisogno di una fede sveglia, attenta e profetica, che apra gli occhi sulle oscurità del mondo e vi porti la luce del Vangelo attraverso un impegno di pace, di giustizia e di solidarietà”.

Dopo aver recitato l’Angelus, Papa Leone XIV è tornato a parlare della situazione in Medio Oriente.

“Da due settimane i popoli del Medio Oriente soffrono la violenza della guerra: migliaia di persone innocenti sono state uccise e moltissime altre costrette ad abbandonare le proprie case. Rinnovo – ha detto il Papa –  la mia vicinanza orante a tutti coloro che hanno perso i propri cari negli attacchi che hanno colpito scuole, ospedali e centri abitati”.

“ E’ motivo di grande preoccupazione – ha aggiunto – la situazione in Libano. Auspico cammini di dialogo che possano sostenere le autorità del Paese nell’implementare soluzioni durature alla grave crisi in corso per il bene comune di tutti i libanesi. A nome dei cristiani del Medio Oriente e di tutte le donne  e gli uomini di buona volontà mi rivolgo ai responsabili di questo conflitto: cessate il fuoco! Si riaprano percorsi di dialogo, La violenza non potrà mai portare alla giustizia, alla stabilità e alla pace che i popoli attendono”.

Ora l’esercito Usa chiede al Pentagono risorse per stare in guerra 100 giorni (e non le 4-6 settimane annunciate): ecco perché

di Giuseppe Sarcina – Corriere della Sera – 15 Marzo 2026

Il Dipartimento alla Difesa dovrà stanziare altre decine di miliardi di dollari che andranno ad aggiungersi agli 11,3 spesi soltanto nei primi sei giorni di guerra

Dateci le «risorse» per far fronte a 100 giorni di guerra. È la richiesta che il Centcom, il Comando centrale delle forze armate americane, con sede in Florida e competenza sull’intera regione del Medio Oriente, ha inviato nei giorni scorsi al Pentagono. I generali che stanno gestendo l’operazione «Epic Fury» chiedono più soldati, più mezzi, più equipaggiamenti. Ciò significa che il Dipartimento alla Difesa dovrà stanziare altre decine di miliardi di dollari che andranno ad aggiungersi agli 11,3 spesi soltanto nei primi sei giorni di guerra.

È un dato che sembra offrire una pista nella confusione permanente creata dagli annunci contraddittori di Donald Trump. Arrivati a questo punto, sondata l’aspra difesa degli ayatollah, i vertici militari americani ritengono che il conflitto potrà continuare almeno per altri tre mesi. Un orizzonte molto più lungo, quindi, delle «quattro-sei settimane», ipotizzate pubblicamente dal presidente. Sempre che la Casa Bianca confermi gli obiettivi di partenza: disarticolare le forze armate degli ayatollah, in particolare la Marina militare; neutralizzare la minaccia missilistica; azzerare la capacità di costruire la bomba atomica.

In questo quadro si comprende meglio perché il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, abbia accolto una sollecitazione più specifica del Centcom, forse la prima di una lunga serie. Così una flottiglia di tre navi, guidata dall’unità anfibia d’assalto «Tripoli», lascerà la base nipponica di Sasebo per fare rotta verso l’Iran. La squadra trasporterà un contingente di 5 mila militari, tra i quali 2.500 marines finora di stanza a Okinawa, sempre in Giappone. Completerà lo schieramento di uno «squadrone», cioè due o tre dozzine di F-35 i più micidiali caccia in dotazione all’Aeronautica.

La spedizione anfibia e la presenza delle truppe scelte dei marines ha subito spinto gli analisti americani a ipotizzare una possibile incursione nell’isoletta di Kharg, già bersagliata dai bombardamenti Usa. Non si esclude, quindi, che Trump stia pensando a occupare stabilmente quel frammento di terra, 22 chilometri quadrati incuneati nella parte alta dello Stretto di Hormuz. Uno snodo vitale per l’Iran, visto che ospita fondamentali infrastrutture petrolifere da cui transita circa l’80-90% del greggio destinato all’esportazione. Certo, le conseguenze geopolitiche di un’operazione simile potrebbero essere devastanti. Gran parte di quel petrolio è acquistato dalla Cina. Trump ha davvero intenzione di mettere un tappo a forniture cruciali per Pechino? Probabilmente punta a sostituirsi agli iraniani, senza alterare il flusso degli idrocarburi in viaggio verso la Cina. O, altro scenario, la mossa americana va interpretata come un pesante avvertimento, forse l’ultimo, per il regime degli ayatollah.

C’è, però, anche un’altra pista complementare. Nelle scorse settimane, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman si sono riuniti ufficialmente più volte nel Consiglio di Cooperazione del Golfo. Inoltre, i contatti informali tra le diverse capitali della regione sono costanti. Le sei monarchie si sono subito trovate d’accordo su un punto: bisogna assolutamente evitare l’allargamento del conflitto; occorre, quindi, limitarsi a difendere il proprio territorio dai missili e dai droni iraniani, senza pianificare alcun contrattacco su Teheran. I monarchi sunniti sono convinti che lo scontro totale con gli ayatollah iraniani avrebbe conseguenze devastanti per il Medio Oriente, l’Europa, l’Asia e gli stessi Usa. Ecco perché anche i Paesi più colpiti, come gli Emirati Arabi, bersaglio di circa il 40% dei droni complessivi lanciati dall’Iran, continuano a incassare, pur avendo a disposizione arsenali iper tecnologici.

Nello stesso tempo, però, sauditi, emiratini e tutti gli altri hanno cominciato a fare pressione sugli Stati Uniti: dovete riaprire al più presto lo Stretto di Hormuz e riportare in sicurezza la navigazione delle petroliere. Secondo gli arabi, sarebbero sufficienti blitz mirati. Un diplomatico del Golfo si sarebbe rivolto più o meno in questi termini agli interlocutori occidentali: qui non è in gioco solo il greggio, quella è la superficie della questione. A questo punto bisogna capire se a Teheran verrà concessa la possibilità di ricattare il resto del mondo, manovrando a suo piacimento il traffico di merci fondamentali.

Altre realtà, invece, spingono per riprendere il filo del dialogo con la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei. La Turchia sembra più avanti di tutti. Nei giorni scorsi, i diplomatici di Recep Tayyip Erdogan avrebbero già incontrato le controparti di Teheran.

Papa Leone XIV si trasferisce nell’Appartamento papale del Palazzo Apostolico

Dopo oltre 10 mesi il Papa lascia la sua abitazione a Palazzo del Sant’Uffizio 

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, sabato 14 marzo 2026, 16:41 (ACI Stampa).

Nel pomeriggio di oggi Papa Leone XIV prenderà possesso dell’appartamento nel Palazzo Apostolico, trasferendosi, con i suoi più stretti collaboratori, negli spazi a disposizione dei suoi predecessori. Lo ha comunicato nel pomeriggio la Sala Stampa della Santa Sede.

Dopo oltre 10 mesi dalla sua elezione dunque Leone XIV lascia il suo appartamento al Palazzo del Sant’Uffizio e si trasferisce in quella che è stata a lungo la casa dei Pontefici, usanza abolita nel marzo del 2013 da Papa Francesco che – come è noto – preferì abitare fin dal primo giorno del suo pontificato a Casa Santa Marta.

Differenziandosi da Papa Francesco – che aveva scelto non di soggiornare mai nella residenza estiva di Castel Gandolfo – Papa Leone XIV ha ripristinato anche questa abitudine. La scorsa estate il Papa ha soggiornato a Villa Barberini, e successivamente ha deciso di trasferirsi quasi ogni settimana a Castel Gandolfo dal lunedì sera al martedì sera

L’appartamento papale è stato sottoposto a un lungo e accurato restauro, essendo stato disabitato dalla fine del pontificato di Papa Benedetto XVI, conclusosi il 28 febbraio 2013. L’ultima ristrutturazione risaliva alla primavera del 2005, dopo la morte di Papa Giovanni Paolo II e prima che Benedetto XVI prendesse possesso della sua nuova residenza.

Oltre alle camere da letto, l’Appartamento è composto anche da uno studio privato per il Papa, dalla cui finestra ogni domenica si affaccia per la recita dell’Angelus , la sala da pranzo e ovviamente la cappella privata, dove i Papi erano soliti celebrare la Messa all’inizio di ogni giornata.

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Insieme a Papa Leone XIV vivranno nell’appartamento papale del Palazzo Apostolico sicuramente i suoi due segretari, il peruviano Monsignor Edgard Iván Rimaycuna Inga e l’italiano Don Marco Billeri.

C’è una destra Usa che crede alla vittoria in Iran. E intanto gli alleati pagano

di Federico Rampini| 13 marzo 2026 – Corriere della Sera

I mercati internazionali valutano soprattutto il rischio energetico e il suo impatto asimmetrico sulle grandi economie e molti alleati, così come mezza società americana, tifano perché gli Usa perdano.

Gli anni Sessanta e Settanta aiutano a capire meglio questa guerra. L’Iran come il Vietnam, è un conflitto che l’America può perdere politicamente, non militarmente. 

Come allora, c’è mezza società americana (almeno) che tifa più o meno apertamente per la sconfitta del proprio paese, con una varietà di motivazioni in cima alle quali metterei questa: considera il proprio presidente una minaccia per la democrazia e per la pace peggiore del regime degli ayatollah. 

Nel resto del mondo, idem: molti alleati dell’America tifano perché perda, sia perché condividono la stessa analisi che fa la sinistra americana su Trump (e ne sono ampiamente condizionati), sia perché l’Iran allarga il conflitto sul fronte geoeconomico e i danni globali sono reali. Il regime di Teheran sa di non poter vincere sul terreno militare ma pensa di poter scatenare una catastrofe energetica ed economica globale, che generi pressioni molto vaste su Trump per cessare la guerra. 

In questo caso la geoeconomia è dominata dall’asimmetria, perché gli alleati dell’America sono più esposti allo choc energetico di quanto lo sia lei. In questo quadro generale è interessante cercare qualche voce a supporto dell’azione degli Stati Uniti, visto che queste voci sono pressoché introvabili in Europa.

Nel dibattito americano sulla guerra contro l’Iran si stanno sovrapponendo due piani distinti: quello strategico-militare e quello economico globale. Il primo è al centro dell’analisi di Marc Thiessen, editorialista conservatore del Washington Post ed ex consigliere di George W. Bush; il secondo emerge invece da uno studio della società di consulenza geopolitica Eurasia Group, che prova a misurare gli effetti macroeconomici del conflitto. Letti insieme, i due contributi offrono un quadro interessante: mentre nella destra Usa si discute di «vittoria» e di cambio di regime, i mercati internazionali valutano soprattutto il rischio energetico e il suo impatto asimmetrico sulle grandi economie.

Thiessen parte da una polemica politica. I critici di Trump sostengono che la guerra contro l’Iran sia stata avviata senza un obiettivo finale chiaro; alcuni consiglieri della stessa amministrazione temono che il conflitto possa trascinarsi oltre il necessario. Secondo l’analista conservatore entrambe le letture sbagliano bersaglio. A suo giudizio esiste una strategia coerente, e il presidente potrebbe ottenere un risultato storico se avrà la pazienza di non interrompere l’operazione troppo presto.

Il nodo centrale è la definizione della vittoria. Per Thiessen non esiste una sola soglia di successo, ma tre livelli progressivi. 

Il primo riguarda l’obiettivo militare più immediato: privare l’Iran della capacità di proiettare forza oltre i propri confini. La campagna militare congiunta tra Stati Uniti e Israele starebbe già producendo effetti notevoli. Le conseguenze operative sono visibili nei numeri. Gli attacchi missilistici iraniani e le operazioni con droni contro obiettivi americani o alleati hanno subito una drastica riduzione. Il punto chiave della strategia non è soltanto distruggere gli arsenali esistenti, ma demolire le infrastrutture industriali e militari che permettono al regime di ricostruirli.

In questa prospettiva la campagna non punta a infliggere una punizione temporanea, ma a neutralizzare in modo duraturo la macchina militare iraniana. Se questo primo obiettivo venisse raggiunto fino in fondo, l’Iran perderebbe gran parte della sua capacità di intimidazione regionale. Non potrebbe più minacciare con missili o droni i paesi vicini, né rifornire di armamenti le milizie alleate nel Medio Oriente. Sarebbe un cambiamento strategico significativo per l’equilibrio della regione. Tuttavia, osserva Thiessen, il risultato sarà fragile se il regime che ha costruito quell’apparato resta al potere.

Da qui nasce il secondo livello di vittoria: il collasso del regime. Secondo questa interpretazione, la strategia americana non era inizialmente centrata sulla decapitazione politica del regime. L’obiettivo principale era distruggere le difese e la capacità di risposta militare iraniana. Ma una volta ottenuta la superiorità aerea, gli Stati Uniti potrebbero intensificare gli attacchi mirati contro la leadership rimasta. In uno scenario del genere possono emergere divisioni all’interno dell’élite iraniana. Alcuni apparati potrebbero scegliere la resistenza fino all’ultimo, altri negozieranno pur di salvare se stessi e le proprie strutture di potere. Da queste fratture può nascere un governo disposto a rompere con la teocrazia e ad avviare un riavvicinamento con l’Occidente.

Il terzo livello di vittoria, il più ambizioso, chiama in causa la società iraniana. Il rovesciamento del regime non verrebbe imposto solo dall’esterno ma nascerebbe anche dall’interno. Gli iraniani potrebbero tornare nelle piazze e reclamare il controllo delle proprie istituzioni, avviando una transizione politica. Il modello evocato è quello delle rivoluzioni democratiche che alla fine della guerra fredda trasformarono l’Europa orientale. Non necessariamente con un crollo improvviso come la caduta del Muro di Berlino: potrebbe trattarsi anche di una transizione più graduale, guidata da governi provvisori e culminata in un sistema politico scelto dai cittadini. Thiessen riconosce che questo scenario è pieno di incognite. 

Il regime può rivelarsi più resistente del previsto; possono emergere conflitti interni o persino una guerra civile. Tuttavia, a suo giudizio il rischio più grave sarebbe interrompere l’operazione prima che il sistema politico iraniano crolli. Se sopravvivesse, anche mutilato, il regime potrebbe interpretare la propria sopravvivenza come una vittoria e continuare la sua sfida all’Occidente.

Mentre negli Stati Uniti si discute di questi obiettivi strategici, i mercati globali osservano l’altra faccia della guerra: quella economica. 

Un’analisi dell’Eurasia Group sottolinea che gli investitori stanno scommettendo su un conflitto relativamente breve e con effetti limitati sui flussi energetici del Medio Oriente. Gli operatori finanziari ritengono improbabile una lunga interruzione delle forniture. 

In questo scenario di base — che gli analisti stimano con una probabilità intorno al 60 per cento — l’impatto sull’economia mondiale resterebbe contenuto. La volatilità dei prezzi energetici continuerà, ma senza produrre uno choc macroeconomico paragonabile a quello provocato dalla guerra in Ucraina nel 2022. 

Il rischio maggiore è quello di una guerra più lunga. Gli analisti attribuiscono circa il 40 per cento di probabilità a uno scenario in cui il conflitto si prolunga e mantiene alta la volatilità dei prezzi del petrolio e del gas. In questo caso si produrrà uno choc di offerta capace di rallentare la crescita economica globale, alimentare l’inflazione e irrigidire le condizioni finanziarie. La distribuzione di questi effetti sarebbe fortemente asimmetrica. 

Gli Stati Uniti, grazie alla loro indipendenza energetica, subiscono un impatto macroeconomico limitato. L’aumento dei prezzi della benzina resta un problema politico interno per l’amministrazione Trump, ma il colpo diretto alla crescita economica è vicino allo zero. 

Molto diversa è la situazione in Asia e in Europa. Il sistema energetico di queste regioni dipende in larga misura dalle importazioni, e l’Indo-Pacifico assorbe da solo circa l’80 per cento delle esportazioni di petrolio e gas del Golfo. In uno scenario di prezzi energetici più elevati, il rallentamento della crescita può arrivare a sottrarre circa tre quarti di punto percentuale al Pil di molte economie asiatiche. 

L’Europa si trova in una posizione analoga, aggravata da altri fattori: debito pubblico elevato, tassi di interesse più alti, inflazione ancora persistente e un dollaro in ascesa che rende più costose le importazioni di energia. In queste condizioni lo choc energetico potrebbe trasformarsi in un fattore di instabilità politica, come spesso accade quando recessione e inflazione colpiscono contemporaneamente.

La guerra iraniana, dunque, presenta un paradosso geopolitico. Sul piano strategico, parte dell’establishment conservatore americano la interpreta come un’occasione storica per smantellare definitivamente la Repubblica islamica. Sul piano economico globale, invece, i costi più pesanti rischiano di ricadere non sugli Stati Uniti ma sugli alleati europei e sulle economie asiatiche. 

In quest’ottica secondo Eurasia Group il conflitto potrebbe rafforzare la posizione strategica americana mentre scarica gran parte del prezzo economico sul resto del mondo industrializzato.

13 marzo 2026, 16:35 – modifica il 13 marzo 2026 | 16:41

Susanna Tamaro: «La famiglia ci salva. Salviamola da questo clima di disprezzo»

di Susanna Tamaro – Corriere della Sera – 12 Marzo 2026

La scrittrice: «Da dove nasce questo rigetto verso ciò che è importante per la maggior parte degli esseri umani? Un presente di solitudine virtuale mette a rischio legami necessari»

Ferdinand Georg Waldmüller (1793–1865), Bambini alla finestra, olio su tela, 1853, Salisburgo, Residenz-galerie

Da qualche tempo sento montare un clima di disprezzo sempre più diffuso verso tutto ciò che ricorda l’importanza della famiglia e dell’amore coniugale.

Da quale senso di superiorità nasce questo disprezzo? Non è forse desiderabile avere delle relazioni affettive capaci di edificare il tempo nella dimensione dell’amore?

Nel nostro Paese, come nella maggior parte del bacino mediterraneo, la realtà della famiglia è ancora in fondo la colonna portante su cui si regge la società e l’indignazione che non si placa nei confronti della favola nera dei bambini del bosco ne è la conferma.

 Una coppia che si ama, che ama i suoi figli, un po’ eccentrica certo, ma di un’eccentricità che non nuoce a nessuno, in cui non c’è alcun odio, viene devastata da una psichiatrizzazione forzata degna dei peggiori regimi totalitari. Ci si lamenta che la madre è oppositiva, ma quale madre che ama i suoi figli può accettare passivamente che le vengano sottratti e che sia fatto loro dell’inutile male, in nome di una normalità che esiste solo nei piani teorici dei loro persecutori?

Per anni in un campo vicino alla mia casa hanno vissuto delle mucche; per anni ho visto nascere i vitellini, assistendo alla loro gioia di correre felici nel prato e alla dolcezza con cui le madri li richiamavano all’ordine, ma anche, per anni, ho dovuto condividere lo strazio delle madri quando i piccoli venivano caricati sul camion per andare al macello: le mucche correvano trafelate avanti e indietro, lo sguardo spiritato, emettendo richiami nella speranza di ricevere una risposta. E questa sofferenza non durava un’ora ma diversi giorni.

Nelle recenti meravigliose Olimpiadi, al termine di ogni gara, i vincitori ringraziavano per prima cosa i genitori e la famiglia che, con la loro dedizione e la loro pazienza, avevano permesso loro di diventare dei campioni.

Da dove nasce dunque questo disprezzo e questo bisogno di ridicolizzare ciò che è importante per la maggior parte degli esseri umani?

Negli ultimi tempi ho sentito il bisogno di rileggere i libri che sono stati le colonne portanti della mia generazione, quella diventata adulta negli anni Settanta. Anni di violenza, di morte, di fanatismi fuori controllo che hanno segnato profondamente il nostro Paese e che forse sono stati archiviati senza essere stati metabolizzati, permettendo alle loro spore di riattivarsi pericolosamente in questi ultimi tempi.

Come primo testo, dunque, ho voluto leggere un irrinunciabile classico di allora: La morte della famiglia di David Cooper. Cooper era uno psichiatra sudafricano che si era occupato principalmente di giovani schizofrenici ed era allievo di Ronald Laing, l’autore alcolizzato e depresso de L’Io diviso, a suo volta sostenitore dell’Lsd come via di conoscenza di sé. Il libro, uscito nel 1971, venne tradotto da Einaudi nel 1972 nella collana Nuovo Politecnico, caratterizzata da una copertina bianca con un quadrato rosso al centro, che ospitava un numero non indifferente di libri votati alla distruzione della società fino ad allora esistente e alla ricostruzione della stessa sanificata dalle sue parti arcaiche.

La morte della famiglia
 ha un andamento altalenante. Ci sono parti condivisibili, e alcune altre profetiche, come l’intuizione del pericoloso avanzamento del potere della tecnologia nelle nostre vite, ma la maggior parte sono dei deliri di una persona che ha degli evidenti problemi di equilibrio mentale. 

Il discorso di fondo è l’auspicato annientamento della figura del padre, la distruzione di ogni autorità e di ogni legame generazionale e la consacrazione del folle e del bambino privo di costrizione quali profeti di una nuova civiltà.

Nel tempo queste rivoluzionarie posizioni, come truppe silenziose e invisibili, hanno conquistato ogni dimensione della società, facendo così un grande favore al capitalismo. Quello stesso capitalismo che, secondo Cooper, sarebbe stato annientato dalla morte della famiglia e dal sorgere di comuni libertarie.

 L’irrompere del controllo elettronico, le ricchezze del mondo spartite da un numero di persone che si contano sulle dita di una mano, il neofeudalesimo post moderno non possono che trarre vantaggio da un mondo in cui tutti i rapporti umani sono stati disgregati e l’individuo vive nella sua cellula atomica in una solitudine popolata da schermi, suoni e immagini ma totalmente priva di vere relazioni.

 Viviamo sotto l’ossessivo ritornello della realizzazione personale come unica dimensione dell’esistere e in questa realizzazione, ci viene detto, l’altro non può essere che un mezzo o un inciampo.

«La famiglia è ariosa e stimolante come una camera a gas» si proclamava negli anni Settanta e ora paradossalmente, dopo quarant’anni di distruzione sistematica, siamo arrivati al perfetto compimento di questa realtà. 

Come si può sentire infatti un bambino che cresce in un appartamento di città assieme a due genitori di cui percepisce la fragilità e la temporaneità e la cui vita è divisa tra le balie elettroniche e il nido? Come può non provare una profonda sensazione di solitudine e di angoscia? Che cos’è infatti la solitudine se non un gas tossico? Noi siamo mammiferi sociali e quando questa socialità non si può esplicare, si scivola rapidamente verso un disagio mentale sempre più difficile da arginare.

In un futuro forse non lontano i bambini nasceranno concepiti in uteri artificiali, con un patrimonio genetico predeterminato nella sua eccellenza dall’intelligenza artificiale, ma fino ad ora tutti gli esseri umani sono venuti al mondo dall’incontro fra un seme maschile e un ovulo femminile perché la legge della vita degli organismi superiori è la polarità. I genitori hanno dei genitori che, a loro volta, hanno dei genitori e, dalla somma di questi antenati, si forma l’albero genealogico. 

La persona è la sua genealogia. Prima di ognuno di noi c’è una lunga memoria: alcuni tratti sono noti, altri meno, altri ancora possono essere falsificati perché tanto la madre è certa, altrettanto non si può dire del padre. E, come un albero ha i rami, le foglie e le radici, cioè è legato a un flusso di energia che lo fa vivere, così altrettanto noi siamo legati ai nostri parenti da importanti fattori genetici.

La disperazione dei bambini contemporanei è proprio quella della solitudine genetica. Niente fratelli, nessun cugino, nessuno zio, nessuna alterità con cui confrontarsi e crescere. In questo modo il bambino diventa il re della casa, convinto che il mondo sia una proiezione dei suoi desideri; nel suo microcosmo, spesso dominato solo dalla presenza materna, ogni cosa diventa autoreferenziale, negandogli così la possibilità di un rapporto sano con il reale.

Come tutti gli alberi di un bosco comunicano tra di loro attraverso le ife dei funghi, così la famiglia, nel suo sviluppo naturale, è in grado di generare una grande creatività di relazioni. Una persona ad esempio può avere un pessimo rapporto con la madre, ma in una zia può trovare affinità capaci di colmare quella freddezza. Si possono avere dei fratelli estremamente irritanti e sentirsi più prossimi a qualche cugino. La famiglia dunque è fondamentalmente un grande organismo che permette a ogni persona di trovare un suo spazio di affinità, di realizzare il proprio lato umano e soprattutto di trovare sostegno nei momenti di fragilità.

È proprio questo dono gratuito dell’amore che è fortemente inviso ai potenti esaltatori del transumanesimo perché, come tutti gli esseri dotati di spirito predatorio, sanno che la preda isolata è molto più facile da raggiungere di quella protetta da un branco. La famiglia, con la sua lunga storia evolutiva, ci parla di un ordine e della capacità delle persone che la compongo di impegnarsi perché questo ordine sia il più costruttivo possibile, anche compiendo sacrifici e rinunce, mentre oggi è proprio il concetto stesso di costruzione ad essere costantemente ridicolizzato da una società che ti propone unicamente il tutto e subito.

Rileggere David Cooper è stato interessante anche perché in lui c’era una sete di verità nei rapporti e una vera sofferenza per il conformismo dell’epoca, ma la sorpresa più grande l’ho avuta alla fine del libro, quando nella pagine dedicate ai ringraziamenti racconta: «Mentre terminavo di scrivere questo libro contro la famiglia, ho attraversato anche un periodo di crisi profonda, sia fisica che spirituale, che si è tradotta nell’esperienza di rinnovamento, di morte e di rinascita di cui ho parlato in queste pagine.

Le persone che mi sono state vicine e che si sono occupate di me con immensa gentilezza e sollecitudine durante il periodo peggiore delle crisi sono stati mio fratello Peter, mia cognata Carol e le loro figliolette. Proprio come dovrebbe fare una vera famiglia. Ho insegnato ad Heidi, che ha quattro anni, il linguaggio degli alberi, a stringere la mano a un ramo di una quercia, a dire ciao e ascoltare le risposte degli alberi, sempre così sbalorditivamente diverse. Quello che lei ha insegnato a me, va molto più là». E allora? Viva gli zii, viva i nipoti capaci di prenderli per mano e farli uscire dai loro fantasmi interiori.

Come fa l’Iran a resistere a Usa e Israele (e a bucare le loro difese)? La strategia dietro la «non sconfitta» di Teheran

di Guido Olimpio- Corriere della Sera –  11 Marzo 2026

Quello dell’Iran è un piano dichiarato. Il suo obiettivo è un conflitto d’attrito che riesca a spaventare la Casa Bianca, i mercati, l’elettorato. Le sue capacità si sono rivelate superiori alle

Sono due i messaggi che arrivano dal Golfo: l’Iran ha mantenuto le sue promesse belliche ed ha adattato il proprio dispositivo. Non sono sorprese ma le conferme di quanto era stato messo in conto. È questa la valutazione del momento di un conflitto che nessuno sa come possa concludersi.

Nelle settimane precedenti a Epic Fury, Teheran aveva spiegato quale sarebbe stata la sua risposta ad un eventuale assalto avversario. Attacchi alle basi americane nella regione. Ostacoli alla navigazione nello Stretto di Hormuz. Ritorsione su più livelli (allusione a missioni coperte/eversive). Contraccolpi sull’economie. È ciò che avvenuto. Strano che trapelino commenti da Washington su una possibile sottovalutazione dei pericoli.

Inoltre, sempre gli iraniani, avevano insistito su un punto: Donald Trump non deve illudersi su uno scontro limitato dove, ad un certo momento, decide di uscirne dichiarando la vittoria – era la precisazione –. Questa volta la sfida sarà globale ed estesa. Un principio ribadito in queste ore su quando potrà finire l’incendio: ayatollah e pasdaran sostengono che l’ultima parola spetterà a loro.

È un piano dichiarato che punta ad un conflitto d’attrito, una guerra continua che deve spaventare la Casa Bianca, i mercati, l’elettorato. I guardiani non vincono, ma non perdono. Ma la sfida nasconde anche un bluff perché l’Iran sta subendo danni consistenti e non è che fosse in buone condizioni prima delle ostilità. Proteste nelle piazze, inflazione, crisi idrica e tutto il corredo negativo dovuto sia all’embargo che agli errori di chi ha governato ignorando le rivendicazioni sociali. Tuttavia, per ora, Teheran cerca di tenere testa coinvolgendo il maggior numero di Paesi possibile. 

A questo servono droni e missili lanciati contro le monarchie sunnite, l’Azerbaigian, la Turchia, la più lontana Cipro.

La strategia di Teheran è il risultato di esperienze disseminate nel tempo. Ha di fatto due apparati militari distinti, con i Guardiani della Rivoluzione e le unità regolari. Dispone di un sistema di sicurezza che non para le infiltrazioni nemiche fino ai vertici ma è determinato nel reprimere contestazioni e minacce interne. Conta su una sua tradizione di resistenza nata da anni di prove complesse. Agisce in un teatro conosciuto ed ha avuto tempo per prepararsi. È abile nello sfruttare i passi falsi altrui.

L’arsenale missilistico e le falangi – a basso costo – dei droni kamikaze hanno consentito di portare avanti la battaglia. Lo scontro dei 12 giorni a giugno è servito per adeguare le tattiche. I Guardiani hanno cercato di impiegare al meglio – sempre nell’ottica di scatenare il caos tra i vicini – ciò che avevano. Hanno preso di mira aeroporti e raffinerie per incidere sul versante civile, con ripercussioni che vanno oltre i confini. Hanno tirato con precisione su installazioni importanti: almeno 17 i siti militari statunitensi centrati, dove sono stati messi fuori uso radar preziosi della rete antimissile e snodi per le comunicazioni. Un tentativo di ridurre o rallentare le possibilità di allerta.

Gli sciami di proiettili hanno costretto Usa, Israele e gli alleati a impiegare un alto numero di intercettori. Fonti citate dal New York Times hanno fornito alcuni dati: 100/250 THAAD (per alta quota), ossia tra il 20 e il 50 per cento delle scorte americane; 80 missili SM3; molte altre munizioni. Il Pentagono aveva accumulato rifornimenti, però in queste ore è stato costretto a trasferire con urgenza batterie e “colpi” dalla Corea del Sud. 

In arrivo gli esperti ucraini, convocati per fornire il loro expertise nel fronteggiare una minaccia peraltro nota. Segnali che forse – come hanno sostenuto i media – le capacità iraniane si sono rivelate superiori alle previsioni. O che comunque ci sono sempre le variabili della battaglia e il peso di scelte politiche che condizionano i generali. 

Proprio il Pentagono, nell’imminenza dell’assalto, aveva messo in guardia su ciò poteva accadere. Oltre alla ritorsione, il potere – da “buon regime” – ha pensato alla sopravvivenza della catena di comando affidandosi alla “dispersione” e alla maggiore autonomia concessa agli ufficiali.

 Le contromisure non hanno impedito l’uccisione della Guida Alì Khamenei e di molti generali ma, sempre secondo le valutazioni americane e israeliane, non sono emerse fratture tali da far pensare a mutamenti drastici. L’idea degli ayatollah è sempre quella di ribadire che non c’è spazio per un cambio.

Per contro l’offensiva congiunta dell’IDF e del Pentagono ha debilitato ulteriormente l’industria militare, le fabbriche di missili, il network di caserme, gli impianti strategici e molti equipaggiamenti. Quasi 3 mila i pasdaran uccisi, ha scritto Haaretz citando fonti israeliane. Messa fuori uso la metà dei lanciatori, sigillati dai bombardamenti i bunker che ospitano i missili, distrutte decine di navi, migliaia i target raggiunti, inesistente l’aviazione, ridotta l’efficienza della contraerea che comunque ha abbattuto almeno undici droni d’attacco Reaper (costano) e diversi mezzi analoghi israeliani. Gli effetti degli strike, che hanno provocato la morte di centinaia di civili, potrebbero vedersi più avanti, con il trascorrere dei giorni. Anche perché l’Air Force ha mobilitato i bombardieri strategici B 52 e B 1, proprio per aumentare l’impatto.

C’è, infine, un fronte sospeso e riguarda un passaggio geografico fondamentale, quello del Mar Rosso. Gli Houthi, il movimento sciita yemenita alleato dell’Iran, possono riprendere le aggressioni contro le navi.

Per i commentatori forse è una carta di riserva tenuta nel caso l’Arabia Saudita decida di entrare in guerra. Oppure è una mossa da attuare nel quadro di una escalation fatta di passi successivi. Giustamente un osservatore, esaminando i rischi per Hormuz e altre rotte, ha indicato che non è necessario centrare sempre il bersaglio. Per perturbare il traffico e aumentare la spesa dei trasporti è sufficiente creare un’atmosfera di rischio con azioni saltuarie o rilasciando qualche mina.

Pomeriggio insieme Marco Gallo

PROPOSTA DI VITA PER INCORAGGIARE TUTTI NOI ALLA SANTITA’

A cura di Roberta

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