"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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«In due giorni 30 mila uccisi»

Iran, ecco la conta dell’orrore

La denuncia di «Time». L’ordine di Khamenei: usate ogni mezzo

Corriere della Sera, 26/01/2026

Sono finiti i sacchi neri. Ne hanno uccisi così tanti da esaurire le buste di plastica color pece dove sigillare per sempre chi gridava «libertà». Anche le ambulanze sono finite. E per rastrellare i corpi falciati e lasciati in strada dalla rabbia dei repressori, le Guardie dell’ayatollah Ali Khamenei hanno usato i camion dell’esercito.

 Che fosse un massacro è stato evidente sin dalle prime immagini in grado di sfondare il blackout di internet, durato quasi tre settimane. E i video delle centinaia di corpi adagiati dentro e fuori l’obitorio di Teheran erano prove di una carneficina in atto. Ma gira un nuovo numero: oltre 30 mila.

Lo scrive il Time, citando due alti funzionari del ministero della Salute iraniano. E quel dato non include i feriti spirati negli ospedali militari, né gli uccisi nelle zone remote, rimaste fuori bilancio. Trentamila morti. Una cifra dieci volte superiore al conteggio dei fedelissimi di Khamenei, che il 21 gennaio annunciavano 3.117.

 Ma gli attivisti, che danno un nome alle vittime, hanno identificato 5.459 persone e stanno lavorando su altre 17.031.  Iran International, giornale dell’opposizione a Londra, conferma i numeri. Lo fanno anche i medici sul campo: Amir Parasta, chirurgo tedesco-iraniano, ha contato 30.304 vittime solo negli ospedali civili. La maggioranza è stata uccisa tra l’8 e il 9 gennaio, nelle notti della mattanza.

Non sono nuovi ai massacri, gli ayatollah. Ma trentamila in due giorni è un macabro record. Il New York Times racconta che il 9 gennaio Ali Khamenei ha dato l’ordine di «schiacciare» le piazze «con ogni mezzo: uccidere, senza pietà»: missione compiuta. E ora che internet va a singhiozzo, le informazioni si incrociano e si sommano.

«Puntavano le mitragliatrici sulla folla e scaricavano i proiettili. Sparavano dai tetti, da dietro gli edifici», racconta Ali da Teheran. «Non riesco a dormire dalla rabbia e dal dolore». Parliamo con un dottore di un ospedale della capitale. Racconta di reparti stracolmi — «mancavano sangue, personale, medicinali» — e di esecuzioni nei letti. Decine di militari nei corridoi cercavano stanza per stanza i feriti, per finirli sulle barelle.

«Abbiamo centinaia di prove. Immagini di persone intubate, cateterizzate, con buchi alla fronte». Kian scrive che «molte vittime sono giovani, altre appartenevano ai Mojahedin del Popolo, ai Fedayin e al Partito Tudeh». I morti sono così tanti che non ci stanno nei cimiteri «e hanno dovuto scavare fosse comuni». Una ragazza ci chiede di non scriverle più perché «sparirò per un po’». Gli uomini della mattanza setacciano case e ospedali alla ricerca di manifestanti: lei è nella lista.

Il confronto

La cifra è dieci volte superiore al conteggio ufficiale di Teheran che parla di 3.117 vittime

Per ora, l’aiuto promesso da Donald Trump non s’è visto, ma le sue parole hanno creato tensione in Medio Oriente. Israele è in allerta con il timore che la Guida suprema decida di prevenire un raid americano colpendo lo Stato ebraico.

 Sabato sera c’è stato un vertice al ministero della Difesa di Tel Aviv: il capo del Centcom Usa Brad Cooper e dello stato maggiore Eyal Zamir si sono incontrati per mettere a punto difese comuni. Netanyahu, a fine Shabbat, ha visto gli inviati americani Witkoff e Kushner. Intanto gli Stati Uniti spostano i muscoli in Medio Oriente: portaerei, sei navi da guerra, due sottomarini, oltre cento caccia, rifornitori, spie volanti, scudi antimissile. 

Le Guardie rivoluzionarie rispondono: «State alla larga dalle nostre acque». Finalmente, l’Iran torna tra i dossier europei: giovedì i 27 sono chiamati a dare il via libera a un nuovo pacchetto di sanzioni. Sul tavolo c’è la definizione dei Pasdaran come organizzazione terroristica. Si attende di vedere che cosa deciderà l’Italia, che ancora non ha messo le Guardie rivoluzionarie di Ali Khamenei nella lista nera.

Leone XIV, il Vangelo chiede il rischio della fiducia per vincere la tentazione di chiuderci

Il pensiero del Papa ancora una volta va all’ Ucraina e alle popolazioni sconvolte dalle guerre

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano , domenica 25 gennaio, 2026 12:15 (ACI Stampa).

Quando e dove inizia la missione di Gesù? Il Papa risponde nella riflessione prima della preghiera dell’ Angelus di mezzogiorno. Leone XIV ripercorre il Vangelo di oggi e ricorda “«quando seppe che Giovanni era stato arrestato»” e “dunque in un momento che non sembra quello migliore” e anche noi a volte “pensiamo che non sia il momento giusto per annunciare il Vangelo, per prendere una decisione, per fare una scelta, per cambiare una situazione”. Ma si rischia di rimanere bloccati “mentre il Vangelo ci chiede il rischio della fiducia”.

E Gesù inizia la sua missione “in Galilea, un territorio abitato soprattutto da pagani, che per via del commercio è anche una terra di passaggio e di incontri; potremmo dire un territorio multiculturale attraversato da persone con provenienze e appartenenze religiose diverse. In questo modo, il Vangelo ci dice che il Messia viene da Israele, ma supera i confini della propria terra per annunciare il Dio che si fa vicino a tutti, che non esclude nessuno, che non è venuto solo per chi è puro ma, anzi, si mescola nelle situazioni e nelle relazioni umane.” 

 E quindi anche noi “dobbiamo vincere la tentazione di chiuderci” perché “come i primi discepoli siamo chiamati ad accogliere la chiamata del Signore, nella gioia di sapere che ogni tempo e ogni luogo della nostra vita sono visitati da Lui e attraversati dal suo amore”.

Il Papa ha ricordato che oggi è la Domenica della Parola di Dio, incoraggiando chi si impegna alla diffusione del Vangelo.

Il pensiero va all’ Ucraina: “Anche in questi giorni, l’Ucraina è colpita da attacchi continui, che lasciano intere popolazioni esposte al freddo dell’inverno. Seguo con dolore quanto accade, sono vicino e prego per chi soffre. Il protrarsi delle ostilità, con conseguenze sempre più gravi sui civili, allarga la frattura tra i popoli e allontana una pace giusta e duratura. Invito tutti a intensificare ancora gli sforzi per porre fine a questa guerra”. 

Poi la vicinanza ai malati di Lebbra di cui oggi ricorre la giornata.

Infine il saluto ai ragazzi di Azione Cattolica di Roma con la consueta Carovana della Pace.

“Cari bambini e ragazzi, vi ringrazio perché aiutate noi adulti a guardare il mondo da un’altra prospettiva: quella della collaborazione tra persone e popoli diversi. Grazie! Siate operatori di pace a casa, a scuola, nello sport, dappertutto. Non siate mai violenti, né con le parole né con i gesti. Mai! Il male si vince solo con il bene.

Insieme con questi ragazzi, preghiamo per la pace: in Ucraina, in Medio Oriente e in ogni regione dove purtroppo si combatte per interessi che non sono quelli dei popoli. La pace si costruisce nel rispetto dei popoli!”.

Mille notti di grida e rabbia a Teheran. La mattanza al buio di oggi e quel venerdì nero in piazza Jaleh

Siegmund Ginzberg  24 gennaio 2026 – IL FOGLIO

C’è solo una cosa più angosciante che vedere commettere un massacro. È non vederlo, perché viene perpetrato nell’oscurità. Dal 1978 a oggi, le repressioni si assomigliano, ma il finale può cambiare

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Mille notti buie, squarciate da spari, raffiche, esplosioni, grida, slogan, urla di rabbia, di dolore, di paura. A Teheran, a Pechino. Le rivivo come un incubo, che mi accompagna da anni. C’è solo una cosa più angosciante che vedere commettere una mattanza. E’ non vederla, perché viene perpetrata nell’oscurità. A Teheran, prima di procedere alla carneficina, si erano premurati di chiudere la luce. Niente internet, niente campo per i cellulari. Buio totale. Poi, per tre giorni e tre notti, hanno massacrato, picchiato, arrestato senza sosta. Sistematicamente, metodicamente.

Come si fa coi tonni, condotti di corridoio di reti in corridoio di reti verso la camera della morte. Con la differenza che nelle tonnare avviene alla luce del sole. Mille notti. Mille indomani. Uno quasi uguale all’altro. Macerie, edifici anneriti e ischeletriti dal fuoco, carcasse di autobus, automobili e mezzi militari incendiati. Cicatrici permanenti, foto e spezzoni di filmati, o anche solo racconti di orrore. E maquillage propagandistici più o meno improvvisati da parte dei regimi. “La sedizione è finita.

 Dobbiamo essere grati, come sempre, al popolo che l’ha soppressa in modo tempestivo”, l’annuncio del procuratore generale della Repubblica islamica, Mohammad Movahedi. Al prezzo di migliaia di morti riconosciuti dal regime stesso. Mentre, con tempestività davvero eccezionale, comparivano agli incroci e sui cavalcavia striscioni: “Ecco quello che i vandali hanno fatto alle tasse che avete sudato a pagare”. Nemmeno una strage trattiene la propaganda.

Alle prime luci dell’alba, un déjà vu si sovrappone all’altro. Ma talvolta il buio pesto dura anni, decenni, generazioni, avvolge anche la memoria. Solo di recente sono apparsi in rete spezzoni di una corte marziale svoltasi a Pechino nel 1989. Alla sbarra, un generale di corpo d’armata dell’Esercito popolare di liberazione, che si era rifiutato di dare ai suoi soldati l’ordine di sparare in piazza Tiananmen. Il generale Xu Qinxian, in abiti civili, scortato da tre soldati armati, è solo di fronte a un panel di tre alti ufficiali in uniforme. 

Non ci sono avvocati, non ci sono testimoni, non ci sono spettatori. Gli viene chiesto perché ha rifiutato di far eseguire al trentottesimo Gruppo gli ordini che gli erano stati impartiti. “Non mi sembrava un ordine giusto. Era un delitto contro la nostra storia”, la sua tersa risposta. Condannato al carcere, il generale Xu è deceduto nel 2021, all’età di 85 anni. La sua disobbedienza non era riuscita a impedire che l’unità procedesse alla carneficina. Trentacinque anni dopo i fatti, in Cina è ancora proibito anche solo menzionare Tiananmen.

Non sapere quel che sta succedendo è peggio che vederlo succedere. Non sapere cosa sia successo a tuo figlio, alla tua ragazza, al tuo vicino, al tuo amico, a persone che hai conosciuto, o a persone che non conosci affatto, di cui non sai niente, è, se possibile, anche peggio che sapere che te li hanno ammazzati, sono in prigione, nelle camere di tortura dei regimi. Non è per pietà che si bendavano e si incappucciavano i condannati alle forca o alla fucilazione. Desaparecidos, fu il marchio supremo di terrore del regime dei generali in Argentina.

I nazisti perpetrarono l’olocausto nascondendolo agli occhi del mondo. Anche allora qualcuno sapeva, cercò di far sapere. Non gli avevano creduto. Sembrava un’enormità inverosimile. A Londra e a Washington forse sapevano, ma fecero finta di non sapere. Avrebbe distratto dall’obiettivo principale, vincere al più presto la guerra: questa una delle spiegazioni offerte dagli storici. Non c’è peggior buio di quello che ci si impone per indifferenza, per viltà, per opportunità, per partito preso ideologico, per realpolitik.

Nel 1978, quasi mezzo secolo fa, Teheran mi aveva accolto avvolta nel buio della legge marziale e del coprifuoco. Dai tetti si alzavano per tutta la notte imprecazioni contro il regime dello Scià, inni alla libertà, slogan a squarciagola zittiti dalle raffiche di fucili automatici. L’alba rivelava le cicatrici, strade devastate, edifici anneriti dagli incendi. Le sparatorie continuavano durante il giorno. I labirinti del bazar deserto, con le serrande delle botteghe sprangate, sembravano corridoi di un immenso obitorio.

Che all’improvviso si rianimavano, come la Kasbah della Battaglia di Algeri, con spari, gente che correva, pattuglie di militari all’inseguimento. Le pallottole che fischiano metalliche – zing, zing, zing – non fanno molta impressione. Sembrano irreali, parte di una colonna sonora. Molto più agghiacciante il click quasi impercettibile del colpo che mette in canna il soldato che ti si para dinanzi. Puoi percepire l’odore della sua paura, sai che, nel suo panico, forse premerà il grilletto.

La prima strage c’era stata l’8 settembre, in piazza Jaleh, una delle piazze del sud povero della capitale iraniana. Era un venerdì. Da allora viene ricordato come “il venerdì nero”. I cortei di protesta confluiti da diverse direzioni, in sfida alla legge marziale che proibiva manifestazioni, erano stati intrappolati nella piazza, poi l’esercito aveva cominciato a sparare. Divenne presto una leggenda, che continuava ad alimentarsi. Si disse che avevano sparato sulla folla anche dagli elicotteri. Si parlava di migliaia di morti. 

Qualcuno diceva addirittura cinquantamila. Si narrava di enormi fosse scavate coi bulldozer per scaricare i cadaveri. Andai a vedere al cimitero di Behesht-e Zahra. C’erano effettivamente molte fosse scavate di fresco. C’era chi raccontava di aver visto montagne di chador insanguinati appartenenti alle donne vittime del massacro. Ai capannelli che avvicinavamo durante le proteste ti mostravano foto riprese con la polaroid, raffiguranti corridoi di ospedale, obitori insanguinati, mucchi di arti umani amputati.

In realtà ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, non si sa quante siano state le vittime, cosa sia successo. E’ innegabile che il massacro ci sia stato. Ma le dimensioni effettive restano un mistero ballerino. Proprio sulla strage di piazza Jaleh, in un recentissimo saggio due studiosi iraniani della svedese Lund University (Arvin e Ardavan Khoshnood, Black Friday revisited: disinformation. misinformation, and the politics of memory at Tehran’s Jaleh square) mostrano efficacemente come la leggenda urbana abbia continuato ad autoalimentarsi. 

Non è la cronaca a fare le rivoluzioni. E’ il modo in cui vengono raccontate. Io in piazza Jaleh quel giorno non c’ero. Non ero ancora stato inviato a Teheran dal mio giornale, l’Unità. Ma non sono riuscito a trovare un testimonianza diretta nemmeno dai colleghi della stampa internazionale che erano lì già da giorni. Qualcuno mi confessò addirittura che non si erano nemmeno accorti di quel massacro. Piazza Jaleh, all’estremo sud della città era molto distante dagli alberghi del centro in cui alloggiavano i giornalisti. Il New York Times era in sciopero, ne avrebbe riferito per la prima volta solo in un articolo del successivo 6 novembre. Le Monde si limitò a scrivere che c’era stato spargimento di sangue, e che il regime ne attribuiva la responsabilità a potenze straniere. Lo psicanalista Michel Foucault, inviato per il Corriere della Sera, arrivato con la sua equipe di giovani collaboratori quasi allo stesso tempo in cui ero arrivato io, diede per buona la cifra di quattromila morti.

Se l’obiettivo della strage era mostrare il pugno di ferro, terrorizzare, soffocare la protesta, sortì invece l’esatto effetto contrario. Dal bazar di Teheran la protesta si sarebbe estesa agli impianti petroliferi e alle raffinerie di Abadan. Urla e spari sarebbero continuati notte dopo notte. Per settimane, mesi. Intensificandosi anche dopo che lo Scià rilevò dalle sue funzioni il generale Oveissi, il principale esponente della linea dura, e affidò in segno di moderazione il governo a Shapour Bakhtiar, un esponente storico del Fronte nazionale di Mohammed Mossadegh, cioè dell’opposizione allo Scià. Non bastò.

Era troppo tardi e troppo poco per cancellare un ventennio di repressione mostruosa, rimediare al vuoto politico creato con il colpo di stato a marchio Cia del 1953. Già allora il tema era: cherchez il petrolio. Non si erano resi conto che quel vuoto sarebbe stato colmato dal ciclone Khomeini. Scontri e sparatorie continuarono giorno dopo giorno, notte dopo notte.

Ricordo bene il giorno in cui lo Scià fece le valigie e scappò all’improvviso. Mi trovavo a intervistare Ehsan Naraghi, un brillante sociologo, dissidente democratico del regime, ma con agganci anche di parentela alla famiglia imperiale. Il telefono continuava a squillare senza interruzione. “Tutti mi chiedono di intercedere con lo Scià perché non parta”, mi spiegò lui.

Qualche giorno prima, i giornalisti italiani erano stati convocati dal nostro ambasciatore in Iran. “Ho visto Sua Maestà tranquillo al lavoro, la situazione è pienamente sotto controllo”, ci aveva raccontato. La mattanza non era cessata nemmeno dopo il ritorno dall’esilio parigino di Khomeini, accolto da un’immensa folla, milioni, recatisi a piedi all’aeroporto. Quando, in una sola notte, l’insurrezione spazzò via, come neve squagliatasi al sole, uno dei regimi più sanguinari del Novecento, fu un momento di enorme sollievo. Per tutti. Non si poteva immaginare che il peggio fosse di là da venire.

Mi ero innamorato di una giovane persiana che mi faceva da interprete. Insegnava architettura all’Università, aveva studiato in Italia. Aveva occhi verdi, un volto di luna d’alabastro, e un sorriso splendente. Ci eravamo conosciuti in ospedale, al capezzale di un comune amico, un giornalista ferito nel corso di uno degli innumerevoli scontri di strada. Galeotte erano state le poesie di Catullo che le avevo regalato, e le poesie di Hafez che lei mi traduceva. Mi portava con la sua diane da un capo all’altro dell’immensa città.

Protestava attivamente contro il regime. Non indossava il chador, e nemmeno il foulard del pudore, ma eleganti tailleur. Era figlia di un magistrato laico che brevemente fece il ministro della Giustizia nel primo governo di coalizione dopo la caduta del regime, quello del vecchio democratico Bazargan, anche lui esponente storico del Fronte di Mossadegh. Ricordo ancora con una stretta allo stomaco l’angoscia di tante notti insonni nel non sapere se al mattino dopo l’avrei rivista.

L’errore non fu essermi innamorato dell’Iran anche per via di quegli occhi verdi. Fu aver frequentato soprattutto un’élite, trascurando gli umori, gli orientamenti, i fanatismi della massa islamica, della stragrande maggioranza. Confesso di essere recidivo. E’ un errore in cui sono caduto ripetutamente, pervicacemente. Ci caddi a proposito della perestrojka di Gorbaciov. Ci caddi a proposito degli esperimenti di democrazia in Cina, mandati in frantumi dalla mattanza di piazza Tiananmen nel 1989. Ci caddi a proposito delle speranze di un futuro di progresso e di democrazia in un’Europa liberata dal giogo sovietico. 

Tornai a caderci, ma stavolta con meno entusiasmi, allo scoppio delle Primavere arabe. Ci fu chi brindò alla “rivoluzione del popolo egiziano”. Non immaginavano che sarebbe finita con il generale al-Sisi. Ci si rallegrò per la caduta di Gheddafi. Uno dei peggiori regimi massacratori del proprio popolo è stato quello degli Assad in Siria. Possiamo cullarci nella speranza che con il jihadista Ahmad al-Sharaa vada un po’ meglio?

Più di recente, ci sono in qualche modo ricascato nel ritenere che fosse impossibile che un altro grande paese che ho amato, gli Stati Uniti d’America, potessero finire sotto le grinfie di Trump, e della sua destra sostenuta da un’ondata popolare di consensi dalla pancia dell’America profonda. E poi da un’ondata di consenso servile, di illuminazioni sulla via di Damasco, da parte delle élite che vi hanno trovato un loro tornaconto.

Il New York Times ha pubblicato una lista impressionante di quanto hanno guadagnato ancora di più, nel giro di un anno, i super-super ricchi che avevano preso parte in ghingheri all’inaugurazione della nuova presidenza Trump. No, non è vero. Non ci sono cascato affatto. Ho scritto un libro di pessimismo lancinante, quasi profetico, sul peggio che poteva arrivarci addosso, di cui avvertivo i segnali: Sindrome 1933, sulle analogie tra l’attualità e quel che succedeva quando andò al governo Hitler. Anni dopo, si confermano spaventose. Ma speravo, mi illudevo che non succedesse.

La Teheran di fine anni 70 era (e resta ancora oggi) una delle città più brutte al mondo. Una distesa di cemento grigio, attraversata da immensi cavalcavia che non alleviano un traffico impossibile. Rallegrata solo dalla neve che d’inverno imbianca la montagna a cui è addossata. I ricchi in cima, i più poveri giù in fondo, sommersi dai liquami dei ricchi.

 Il paesaggio è però cambiato in questi decenni. Si è cementificata anche la montagna, ora quasi interamente ricoperta da nuovi casermoni. Sono gli alloggi che il regime ha riservato alla propria nomenklatura, ai pasdaran, agli altri servizi di sicurezza, insomma alla manovalanza della repressione. E’ comprensibile che le autocrazie si abbarbichino al potere, siano terrorizzate all’idea di venirne scalzati. Anche i peggiori regimi hanno i loro beneficati.

“La nuova classe” è l’espressione che fu coniata da un comunista jugoslavo, Milovan Djilas, a proposito del sistema staliniano. Di siloviki (apparati) e oligarchi (i nuovi padroni dell’economia, gli ultraricchi, beneficati e al tempo stesso asserviti al potere) si è parlato a proposito della resilienza del regime di Putin. I beneficati dai regimi si stringono sempre come un sol uomo, ferocemente, a sostegno dei propri privilegi. Hanno molto da perdere. Più un regime è fallimentare, più si sente minacciato, più sarà disposto a tutto, anche a massacrare la propria gente.

Potrebbe ripetersi nell’America di Trump? Credo di sì, se perde le elezioni di midterm, e di conseguenza la maggioranza parlamentare che sinora l’ha protetto dall’impeachment per il tentato golpe del 2020. Temo che non si tratti solo di un incubo di quelli che svaniscono all’alba. Il tipo è di quelli che fanno quel che dicono. Ha già convocato i generali per dirgli che dovevano prepararsi a far guerra nelle strade delle città d’America. Impensabile? Quante volte avevamo detto, pensato che certe cose fossero impensabili? Tutti i massacri si somigliano. Ma non tutti si concludono alla stessa maniera. 

C’è una cosa ancor più spaventosa dei regimi che sparano sui propri cittadini: i regimi che, facendolo, riescono a mantenere il potere. La casistica è varia. Ci sono però delle costanti. Il momento di massima crisi dei regimi autocratici, quello in cui si decide tra cedimento o intensificazione della repressione, ha in genere a che fare con un problema di successione. In Iran le componenti del potere si stanno dilaniando da tempo sulla successione a Khamenei.

 Il regime sospetta traditori a ogni angolo, ma soprattutto al proprio interno. Putin non ha successori, se non per finta. E nemmeno li ha il sultano Erdogan. Non ha successori Xi Jinping in Cina. Mao, e poi Deng Xiaoping, i successori da loro stessi designati se li erano divorati uno dopo l’altro. Trump è ossessionato da molte cose, ma soprattutto dal problema della successione a sé stesso.

A suo tempo, i despoti a Mosca, e le loro satrapie nell’Europa orientale non avevano osato far sparare sulla folla che demoliva il Muro di Berlino, o su quella che a Mosca aveva reagito al tentato colpo di stato ai danni del riformatore Gorbaciov. Posti dinanzi all’alternativa del fare come aveva fatto Deng Xiaoping a Pechino, avevano ceduto a più miti consigli. Mal glie n’era incolto. Col Muro erano crollati, uno dopo l’altro, regimi di polizia apparentemente inscalfibili. Infine era crollata, da un giorno all’altro, la stessa Unione sovietica.

 Il regime di Pechino è invece ancora lì, incrollabile nella sua autocrazia imperiale. Tiananmen è passata all’oblio nel corso di appena una generazione. Non ci fosse stato il Covid, probabilmente sarebbe stato soffocato nel sangue il movimento per la democrazia a Hong Kong. E’ andata bene: si sono limitati ad annientarlo con gli arresti in massa. Com’è possibile che se la cavino, vincano regimi che sparano sulla propria gente? It’s the economy, not democracy, stupid.

Sotto le bombe a -20°: sopravvivere a Kiev senza gas e con tre ore di luce ogni due giorni

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 25 Gennaio 2026

I fortunati che hanno il gas in cucina si attrezzino con mattonelle da scaldare e tenere come stufe. Le candele sono diventate fonti di calore. Il sindaco ha dichiarato la situazione d’emergenza e ha chiuso le scuole

Sopravvivere in Ukraina con -20°

Appena torna l’acqua nelle tubature riempi taniche e secchi e, se non perde, anche la vasca da bagno. Fai subito il bucato, fatti la doccia: non sai quando potrai rifarlo. Quando hai almeno un paio d’ore di elettricità carica il power bank e ogni tipo di batteria che hai in casa, inserisci le spine di computer e cellulare; accendi le stufette elettriche che almeno contribuiscono a rialzare la temperatura. 

Costruisci un baldacchino di coperte attorno al letto e tappa con stracci le fessure di porte e finestre. Se poi vivi ai piani alti e funziona l’ascensore, corri a fare la spesa e porta subito su le cose pesanti: tutti noi sappiamo che cosa significhi trasportare a piedi al diciannovesimo piano chili e chili di roba. Per i fortunati che hanno il gas naturale in cucina si attrezzino con mattonelle da scaldare e tenere come stufe, la fiamma comunque aiuta, ma non lasciatela accesa se uscite di casa. E fate buona riserva di candele: diventano a loro volta fonti di calore e fungono persino da fornelli.

Le istruzioni via social

Di questi tempi gelati, bui e travagliati dai bombardamenti russi, i social media ucraini e i siti di governo e municipalità assomigliano sempre più a manuali per le Giovani Marmotte o a vecchie guide del Club Alpino per affrontare la montagna invernale. Ancora una volta Kiev è nell’occhio della crisi

«Il terrorista Putin approfitta dell’ondata di gelo per cercare di colpire la nostra popolazione, mira a fiaccare la volontà di resistenza, ci vuole tutti morti di freddo e penalizza in particolare bambini, anziani e malati», denuncia con rabbia crescente il presidente Volodymyr Zelensky.

Freddo eccezionale 

Non è certo la prima volta che i missili e droni russi prendono di mira il sistema energetico nazionale per bloccare l’elettricità, impedire il pompaggio dell’acqua nelle tubature e fermare i sistemi di riscaldamento centralizzati. È dall’inverno 2022-23 che ci provano. Ma questa volta è la peggiore di tutte. L’ondata di freddo eccezionale è iniziata a fine dicembre con temperature che nella regione di Kiev sono costantemente tra i meno 10 e meno 20 gradi, con punte notturne sino a meno 24. 

Il fiume Dnipro è ghiacciato come non si vedeva da decenni, certo da molto prima degli attacchi russi contro il Donbass e la Crimea nel 2014. I ghirigori di neve gelata sui rami, i riflessi argentei del cielo, i pescatori nel mezzo della distesa bianca del corso del fiume di fronte al buco nel ghiaccio sono immagini che ricordano le novelle di Gogol e quadri ottocenteschi di un’altra era climatica.

I raid mirano alle infrastrutture 

Ma oggi ad aggravare la situazione sono questi continui raid notturni, che mirano alle infrastrutture della capitale. I più gravi in questo mese di gennaio sono avvenuti le notti del 9, del 13, del 19 e ieri tra l’una e le quattro del mattino, quando droni e missili balistici sono tornati a colpire ciò che i tecnici municipali avevano appena rimesso in funzione. Ci sono migliaia di abitazioni in totale black out, i loro numeri cambiano di continuo; la notte manca l’illuminazione municipale e i marciapiede coperti di ghiaccio verde diventano trappole per i pedoni che rischiano cadute rovinose.

Scuole chiuse 

Il sindaco, Wladimir Klitschko, ha dichiarato la situazione d’emergenza, ha chiuso le scuole sino almeno ai primi di febbraio: invita chi ha la possibilità a lasciare l’area urbana per non gravare sui servizi pubblici e pochi giorni fa ha annunciato che almeno 600 mila persone erano già partite. Ma Google, Telegram e i siti locali sono carichi di critiche contro l’autorità pubblica e richieste di soccorso. «Buongiorno, in via Balzac 92 non c’è riscaldamento già da sei giorni, in casa ci sono meno di otto gradi, chiediamo aiuto, ci dicono che arrivano, ma poi non si presenta nessuno. Non sappiamo più che cosa fare», si legge tra i tanti appelli. 

«Già da molti giorni abbiamo soltanto quattro ore di elettricità ogni 24. Manca internet, scaldiamo con i fornelli, ma il problema è il bucato. È difficile portare fuori i cani. Oggi non lo abbiamo fatto per nulla, sono sotto choc. Abbiamo i pannolini, ma loro hanno bisogno di correre», scrive un’altra famiglia. «Abbiamo la luce soltanto tre ore ogni due giorni. Non capiamo come si possa vivere con un bambino», dice una mamma.

I generatori 

Come spesso in questi casi, a fare la differenza sono le possibilità economiche. La municipalità sta fornendo pasti caldi nei quartieri di Berezniaky e Darnyza, che stanno sulla riva orientale del Dnipro e sono tra le zone più povere. Se la cavano meglio i professionisti che lavorano nei grandi uffici del centro. «L’azienda permette di farsi la doccia al lavoro, i potenti generatori garantiscono acqua calda notte e giorno», ci dicono i giornalisti del canale televisivo 1+1. Chi può spendere almeno 5 mila euro per comprare i power bank cinesi di EcoFlow ha la vita più facile. Ci sono inquilini che se la prendono con i proprietari, i quali a loro volta rispondono di essere al buio.

Conversione di San Paolo Apostolo

Conversione di San Paolo Apostolo

autore: Giovan Battista Gaulli anno: 1690 titolo: Conversione di San Paolo luogo: Chiesa di San Paolo, Fiastra

Nome: Conversione di San Paolo Apostolo

Titolo: L’adesione al cristianesimo

Ricorrenza: 25 Gennaio

Uno dei più gloriosi trionfi della grazia divina é senza dubbio la conversione di S. Paolo, che la Chiesa celebra oggi con festa particolare.

S. Paolo era ebreo della tribù di Beniamino. Fu circonciso l’ottavo giorno dopo la nascita, e fu chiamato Saulo. Apparteneva, come il padre, alla setta dei farisei: setta la più rigorosa, ma nello stesso tempo la più recalcitrante alla grazia di Dio.

I suoi genitori lo mandarono per tempo a Gerusalemme, alla scuola di Gamaliele, celebre dottore in legge. Sotto questa sapiente guida. Saulo si abituò alla più esatta osservanza della legge mosaica. Questo zelo fu quello appunto che fece di Saulo il persecutore più terribile dei primi seguaci di Gesù.

Lo vediamo nella lapidazione di Stefano custodire le vesti dei lapidatori, non potendo far altro, non avendo l’età prescritta; egli stesso però lapidava nel suo cuore, non solo Stefano, ma tutti i Cristiani, avendo in mente una sola cosa: sradicare dalle fondamenta la Chiesa di Cristo e propagare in tutto il mondo il Giudaismo.

Con questo zelo quindi non vi è niente da stupire se fu uno dei più fieri, anzi il più terribile ministro della persecuzione che infierì contro i Cristiani di Gerusalemme e ben presto fece scomparire i Cristiani che colà si trovavano; ma non pagò di ciò, chiese lettere autorizzative al Sommo Sacerdote, per poter fare strage dei Cristiani rifugiatisi in Damasco. Qui però il Signore l’attendeva: qui la grazia divina doveva mostrare la sua potenza.

Eccolo sulla via di Damasco, accompagnato da arcieri, spirante furore e vendetta. Ma d’improvviso, mentre galoppa, una luce fulgida lo accieca; una forza misteriosa lo sbalza da cavallo ed egli ode una voce dal cielo che gli grida:
« Saulo, perchè mi perseguiti? ».

– « Chi sei tu? »
risponde Saulo, meravigliato e spaventato ad un tempo.

Ed il Signore a lui:
– « Io sono quel Gesù che tu perseguiti. »

– « Che vuoi ch’io faccia, o Signore? »
chiede Saulo interamente mutato dalla grazia.

– « Va’ in Damasco » gli risponde il Signore – « colà ti mostrerò la mia volontà ».

Saulo si alza, ma essendo cieco, si fa condurre a Damasco, dove rimane tre giorni in rigoroso digiuno e in continua orazione. Al terzo giorno Anania, sacerdote della Chiesa Damascena, per rivelazione di Dio, si porta nel luogo dove si trova Saulo, lo battezza e gli ridona la vista. Da quel momento Paolo è mutato da feroce lupo in docile agnello: la grazia di Dio opera in lui per formare il vaso di elezione, l’Apostolo delle genti.

Paolo, docile ai voleri di Dio, tanto crebbe nell’amore di Gesù, che arrivò a dire: « Chi mi separerà dalla carità del mio Gesù? forse la persecuzione? la fame? i sacrifici o la morte? Ah, no, né la vita, né la morte, né il presente, né il futuro saranno capaci di separarmi da quel Gesù per cui vivo, per cui lavoro e col quale sono crocifisso. Egli sarà la mia corona perché non sono io che vivo ma è Gesù che vive in me ».

PRATICA. Iddio permette nella Chiesa le persecuzioni affinché la sua vigna, potata, produca frutti più abbondanti (S. Agostino).

Il ponte delle lingue tra Russia e Ucraina

di Stefano Caprio- 24 Gennaio 2026

La poetessa e traduttrice Irina Jurčuk, nativa della città di Kharkov sul confine tra i due Paesi, epicentro del conflitto in corso, ha pubblicato a Kiev il suo libro “Il passaggio sopraelevato”, un’antologia in cui unisce testi di autori russi e ucraini contemporanei, con le traduzioni e le sue stesse rime bilingue. Un modo per ritrovare la propria vera identità, senza farsi annientare dalle prevaricazioni e dalle rivendicazioni.

La questione di fondo nell’eterno conflitto tra Russia e Ucraina, che si prolunga sul campo da quattro anni e nelle coscienze da quattro secoli (si potrebbe dire da oltre un millennio fin dalla fondazione della Rus’ di Kiev), è il confronto tra due visioni del mondo, delle relazioni umane e dei rapporti tra i popoli, quella dell’Oriente collettivista e dell’Occidente personalista, nelle tante varianti in cui si possono definire. Il conflitto riguarda i territori sulle due sponde del fiume della storia europea, nella rappresentazione del Danubio, del Dnepr fino al Volga, si esalta nel confronto tra le diverse interpretazioni del cristianesimo latino e bizantino, ortodosso russo e ortodosso ucraino, cristianesimo e islam, fino alle molteplici flessioni linguistiche e culturali.

I russi non ritengono l’ucraino una vera lingua, ma il confronto si estende a quello con il polacco, il ceco o il bulgaro, il serbo e il croato e altre varianti delle lingue slave, ciascuna delle quali ritiene di essere “lingua-madre” a cui tutti devono fare riferimento. Tutti gli slavi ortodossi utilizzano la sacra dimensione dello slavo ecclesiastico, che richiama le comuni radici dello slavo antico, riuscendo a litigare perfino per la pronuncia variabile di formule ormai poco comprensibili per i fedeli durante le liturgie, che rimangono appannaggio del clero come strumento di affermazione della superiorità “istitutiva” della Chiesa sullo Stato.

La grande cultura russa dei secoli passati è oggi finita nel dimenticatoio della propaganda più insulsa, che si limita a sfruttare slogan e citazioni di Puškin, Gogol e Dostoevskij per dimostrare la grandezza artistica dell’artificioso “mondo russo”, mentre da parte ucraina questi grandi nomi del passato vengono demonizzati e accusati di aver ispirato le politiche imperiali degli zar, dei comunisti sovietici e dei sovranisti putiniani, imponendo la “lingua del nemico”. In questo modo si azzerano le possibilità di capirsi e dialogare, rifiutando di credere che “l’altro” abbia una sua dignità culturale, sociale e religiosa, e tutto si riduce ad affermazioni aggressive di identità sempre più artificiose, come avviene ormai nel mondo della comunicazione tecnologica che si riflette nelle relazioni sociali a tutti i livelli, fino alle operazioni militari, alle trattative diplomatiche e alle ideologie politiche dominanti.

Un tentativo di ristabilire dei ponti di comunicazione reale e profonda viene offerto da una poetessa e traduttrice bilingue russo-ucraina, Irina Jurčuk, nativa della città di Kharkov sul confine tra i due Paesi, epicentro del conflitto in corso. Da anni vive in Germania, lavora come medico e scrive poesie sia in ucraino sia in russo, per adulti e per bambini. Dopo aver vinto numerosi premi di concorsi letterari in Ucraina e a livello internazionale, di recente è stato pubblicato a Kiev il suo libro Nadzemnyj perekhid, “Il passaggio sopraelevato”, un’antologia in cui unisce testi di autori russi e ucraini contemporanei, con le traduzioni e le sue stesse rime bilingue.

Jurčuk afferma di essersi fatta ispirare dal “fascino poetico della lingua nativa insieme al desiderio di ampliare i limiti delle proprie capacità”, passando dal lavoro di traduzione all’espressione creativa. Mettere insieme le diverse dimensioni della cultura russa e ucraina ha anche “coinciso con la necessità di estraniarsi psicologicamente dalla spaventosa realtà della guerra”, usando l’immersione nelle traduzioni come meccanismo di fuga dalla tragedia. In questo modo si può cercare di “costruire un ponte tra le lingue e le epoche, tra le generazioni contemporanee e quelle future degli ucraini”, ritrovando nella lingua la propria vera identità, senza farsi annientare dalle prevaricazioni e dalle rivendicazioni.

Basterebbe ricordare un termine abusato ormai a tutte le latitudini, quello del “genocidio” di cui gli Stati in conflitto si accusano reciprocamente. La motivazione principale del “genocidio dei russi nel Donbass”, che per Mosca giustifica la “operazione militare speciale”, è proprio quella linguistica, imponendo ai russofoni della regione di usare solo la lingua ucraina, come del resto gli ucraini ritengono di essere stati sottoposti da secoli al “genocidio della russificazione” da cui bisogna liberarsi definitivamente, ricordando la proibizione della lingua ucraina da parte degli imperatori russi nell’Ottocento, e le successive ondate di cancellazione dell’identità ucraina da parte dei sovietici, anche con la soppressione della Chiesa greco-cattolica e il dominio russofono dell’ortodossia patriarcale.

Il progetto dell’antologia è dunque quello di passare “al di sopra”, nadzemnyj, a tutte le diatribe e le battaglie, per cercare di limitare al massimo i danni e ritrovare la vera espressione di entrambe le lingue e le culture, grazie anche alla “diversa musicalità dei suoni nelle diverse formulazioni, usando gli strumenti poetici che scardinano le barricate”, afferma Jurčuk. La composizione dei versi è il modo migliore di usare le lingue, e la traduzione obbliga a guardare ogni parola molto attentamente, analizzandone il senso nel contesto della rima, più che riportarne semplicemente il corrispettivo formale. Anche conoscendo bene una lingua straniera, è inevitabile la continua ricerca sui vocabolari e la scelta di usare forme anche molto diverse da quelle convenzionali, tanto più quando si tratta di lingue molto vicine tra loro come il russo e l’ucraino, come del resto era avvenuto in passato per le lingue greco-latine, romanze, anglosassoni e così via, col risultato di migliorare la propria stessa lingua nativa.

La traduzione è sempre a rischio di tradimento, ma solo in questo modo si compie il processo della tradizione, nelle diverse varianti dello stesso termine dal latino tradere. In tempi di “valori tradizionali” enunciati dall’alto degli amboni politico-religiosi, lo sforzo letterario e poetico può davvero far riscoprire il valore autentico delle tradizioni, di cui la lingua è un vettore imprescindibile. Come spiega la Jurčuk, “la traduzione è una piccola vita nello spazio e nel tempo della poesia, cercando di evitare gli scogli della perdita di significato o di portarlo dalla propria parte, diversa da quella dell’autore”. In tempi di traduttori automatici sempre più perfezionati, si apre uno spazio nuovo di comprensione reciproca, dimostrando che la tecnologia non risolve nulla senza il contributo della persona.

Non esiste attualmente alcun dialogo tra la cultura e la letteratura di Russia e Ucraina, e sarà difficile che si possa riconnettere per chissà quanto tempo, qualche decennio come minimo, ammesso che finiscano prima o poi le operazioni militari. Jurčuk cita un verso di un poeta ucraino in lingua russa, secondo cui in futuro la biblioteca / sarà un pericolo per gli uomini / e nel XXI secolo che acceca / sarà nel fuoco dei fenomeni, ovviamente in traduzione italiana che non rispetta l’originale russo e neppure la traduzione ucraina, sempre però rimarcando come i libri e le parole stanno diventando sempre meno delle certezze, e sempre di più delle armi di distruzione di massa.

La letteratura ucraina in generale, e la poesia in particolare, si stanno sviluppando come mai era successo nella storia, e la guerra ha ulteriormente accelerato i tempi della creatività, con grande presa di coscienza per la necessità di dissociarsi sempre più da quella russa. La lingua russa, che tutti gli ucraini conoscono e parlano correntemente, è diventata un fattore traumatico della quotidianità tragica da cui prendere le distanze in modo assoluto, e capita spesso che il russo parlato in casa per abitudine venga censurato in pubblico per la vergogna che provoca sentirlo, e non tutti hanno la possibilità di passare integralmente ad esprimersi in ucraino, lingua nativa a lungo repressa e oggi lingua espressiva di un desiderio di cambiamento radicale. Lo stesso presidente Volodymyr Zelenskyj, prima di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2019, aveva seguito un corso di ucraino, essendo russofono per eredità familiare.

La nuova cultura ucraina non vuole però essere determinata soltanto dalla reazione di protesta contro l’aggressore, ma cerca di definire una identità proiettata su un futuro ancora tutto da scrivere e declamare, ben sapendo che la pressione della Russia non si fermerà soltanto ai missili e alle conquiste territoriali, ma cercherà in tutti i modi di riconquistare l’autocoscienza di un popolo da cui gli stessi russi provengono, e con cui sono ancora strettamente imparentati. La lingua sarà sempre più la “difesa immunitaria in un organismo vivente”, afferma Irina Jurčuk, che cerca di mantenere un ponte sopra l’abisso dei due popoli, con una dedizione necessaria non soltanto ai russi e agli ucraini, ma come esempio per i popoli nemici di tutte le parti del mondo, usando la lingua degli uni e degli altri per riscoprire verità comuni e più grandi, come in questi versi da lei composti sotto il fragore delle bombe che distruggono le case:

…La scienza della fuga, l’esperienza della sopravvivenza,
il lenzuolo stretto come un cappio,
e io sogno: ogni colpo nell’universo è un colpo diretto su di me…

San Francesco di Sales


autore: Ambito campano anno: XVIII-XIX sec. titolo: San Francesco di Sales

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Nome: San Francesco di Sales

Titolo: Vescovo e dottore della Chiesa

Nascita: 1567, Thorens, Savoia

Morte: 28 dicembre 1622, Lione, Francia

Ricorrenza: 24 gennaio

Protettore: giornalisti, 


19 aprile 1665, Roma, papa Alessandro VII

Luogo reliquie: Basilica della Visitazione

Francesco nacque l’anno 1567 nel castello di Sales, diocesi di Ginevra, da Francesco, conte di Sales, e da Francesca di Sionas.

Fin dai primi anni mostrò spiccata inclinazione al bene, e una grande docilità.

Fece i suoi primi studi ad Annecy, e di qui fu mandato a Parigi. Qui studiò retorica, filosofia e teologia presso i PP. Gesuiti. La sua vita era ritirata: frequentava la chiesa e i Sacramenti; fin d’allora fece il voto di castità.

Compiuti gli studi a Parigi, fu dal padre mandato a Padova per addottorarsi in legge. Quivi Francesco fu esposto a grandi pericoli, cui scampò felicemente con la sua forte volontà e l’aiuto di Dio in cui sempre confidava.

Il padre di Francesco aveva pensato di fare del suo figlio uno dei più stimati gentiluomini della società e gli aveva già ottenuto un posto distinto nel senato di Chambery, mentre gli andava preparando un ricco partito. Francesco invece era chiamato a ben altro, e svelò ogni cosa al suo precettore, incaricandolo di farne consapevole il padre. Molti furono gli ostacoli che i genitori gli opposero, ma vedendolo fermo nel suo proposito acconsentirono alla volontà di Dio.

titolo San Francesco di Sales in meditazione
autore Carlo Maratta anno 1662 circa



Fatto Sacerdote, il Vescovo di Ginevra lo delegò a combattere l’eresia di Calvino, che infestava tutto il Chiablese. Il nostro Santo ebbe da faticare e soffrire molto per quegli eretici, e corse pericolo più volte di essere assassinato, ma la sua grande dolcezza, unita ad uno zelo instancabile e ad una pietà esemplare, vinse i più ostinati calvinisti tanto da convertirne, dicono, 72 mila. Morto il vescovo di Ginevra Mons. Granier, Francesco fu eletto a succedergli.

titolo San Francesco di Sales consegna le costituzioni a S. Francesca di Chantal
autore Ubaldo Gandolfi anno 1769



Nel 1610 fondò l’ordine delle Suore della Visitazione, coadiuvato dalla S. Madre di Chantal. Quando sentì di non aver più le forze d’un tempo e che la sua salute deperiva, chiese un aiuto per il governo della diocesi. Nonostante fosse ammalato, salì per l’ultima volta il pulpito di Lione nella vigilia del S. Natale 1622, ma il giorno dopo dovette mettersi a letto, con segni manifesti di apoplessia progressiva. Chiese subito gli ultimi Sacramenti, indi con fervore serafico ripetè alcuni passi della S. Scrittura, finchè il male gli tolse la parola e la vita, la sera del 28 dicembre. Non contava ancora 56 anni d’età, 20 dei quali passati nell’episcopato.Egli è celebre per la sua incomparabile dolcezza, e per i libri che scrisse, ripieni di unzione divina.


FRASI FAMOSE

  • Non bisogna rispondere minimamente né dimostrare d’aver udito quello che il nemico dice.
  • Il contadino non sarà mai messo sotto accusa se non ottiene un buon raccolto, ma lo sarà certamente se non ha ben coltivato e ben seminato i campi.
  • Diciamo così: Dio è il pittore, la nostra fede è la pittura, i colori sono la parola di Dio, il pennello è la Chiesa.
  • Nella santa Chiesa tutto appartiene all’amore, vive nell’amore, si fa per amore e viene dall’amore.
  • È necessario sopportare gli altri, ma, in primo luogo, è necessario sopportare se stessi e rassegnarsi a essere imperfetti.
  • È sempre molto dannosa quella distrazione del cuore che porta ad avere il cuore in un posto e il dovere in un altro.
  • Il Cuore parla al cuore.
  • Non è per la grandezza delle nostre azioni che noi piaceremo a Dio, ma per l’amore con cui le compiamo.
  • L’amor proprio muore solo quando moriamo noi, e conosce tanti modi di rintanarsi nella nostra anima, che non si riesce mai a farlo sloggiare.
  • Accusiamo il prossimo per cose lievi e scusiamo noi stessi in cose grandi.
  • Chi conquista il cuore dell’uomo conquista tutto l’uomo.
  • Filotea, sii costante e giusta nelle tue azioni: mettiti sempre al posto del prossimo e metti lui al tuo e così giudicherai rettamente; quando compri fa la venditrice e quando vendi fa la compratrice e vedrai che riuscirai a vendere e comprare secondo giustizia.
  • L’effetto della pazienza è quello di possedere bene la propria anima; e quanto più la pazienza è perfetta, tanto più il possesso dell’anima diviene completo ed eccellente.
  • I piccoli errori commessi all’inizio di qualsiasi impresa, ingigantiscono con il tempo e risultano, alla fine, irreparabili o quasi. Il male è già mezzo guarito quando se n’è scoperta la causa.
  • In ogni momento, in ogni circostanza, facciamo appello a questa dolce Madre, invochiamo il suo amore materno e, facendo ogni sforzo per imitare le sue virtù, abbiamo per Lei un sincero cuore di figli.
  • Bisogna avere un cuore capace di pazientare; i grandi disegni si realizzano solo con molta pazienza e con molto tempo.
  • È un ottimo segno che il nemico si ostini a bussare alla porta: questo vuol dire che non ha ottenuto quello che voleva.
  • Quando si è nell’agitazione è necessario non fare né dire alcuna cosa, se non rimanere fermi e risoluti nella decisione di non seguire le nostre passioni, qualsiasi motivo avessimo per farlo.
  • Quel che facciamo per gli altri ci sembra sempre molto, quel che per noi fanno gli altri ci pare nulla.
  • Tutte le pietre preziose, gettate nel miele, diventano più splendenti, ognuna secondo il proprio colore, così ogni persona si perfeziona nella sua vocazione, se l’unisce alla devozione.

Ad Abu Dhabi, ucraini e russi siedono nella stessa stanza. Ma Putin non indietreggia di un passo sul Donbass

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 24 Gennaio 2025

La Casa Bianca: passi avanti. Zelensky: colloqui seri ma la sostanza si affronta oggi

KIEV – La prima giornata del vertice trilaterale tra russi, ucraini e americani si è conclusa con le prevedibili dichiarazioni di rito e pochi dettagli sullo stato di avanzamento. Il negoziatore ucraino Rustem Umerov ha detto che ieri si è lavorato «sui parametri per progredire verso una pace giusta e duratura». Fonti della Casa Bianca l’hanno definito un «incontro produttivo». Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha confermato che «il lavoro sta progredendo», ma anche ribadito che «è fondamentale attuare la formula di Anchorage», come a dire che Mosca resta aggrappata a quanto ottenuto in Alaska la scorsa estate, quando Donald Trump sembrava pronto a concedere quasi tutto. Zelensky ieri sera spiegava che i negoziati sono stati seri ma che la giornata più importante sarà quella di oggi.

Eppure, il faccia a faccia iniziato ieri ad Abu Dhabi è di per sé un passo importante. Occorre tornare ai colloqui in Turchia nel maggio del 2025 per ritrovare i rappresentanti ucraini e russi nella stessa stanza. Nei colloqui di Riad del marzo precedente, i mediatori Usa facevano la spola tra le due parti. Adesso gli incontri trilaterali dovrebbero durare almeno sino a questa sera e sono stati preceduti da una lunga serie di colloqui, non ultimi il summit tra Zelensky e Trump a Davos giovedì, oltre alle quattro ore di consultazioni a Mosca tra Putin e gli emissari americani Steve Witkoff, Jared Kushner e Josh Gruenbaum. Quest’ultimo è un recente acquisto di Trump nei circoli imprenditoriali Usa, direttore dell’agenzia federale responsabile delle forniture governative e consigliere del Board or Peace.

Va detto che la condizione imposta da Putin di avere il pieno controllo del Donbass, con il ritiro ucraino dal circa 15-20 per cento della regione che ancora controlla, pesa come un macigno. Lo stesso Zelensky è tornato a ribadire ieri che la «questione territoriale» è al cuore delle trattative, almeno in questa fase. «Le forze armate ucraine devono lasciare il Donbass. È una condizione importante, se non sarà soddisfatta è inutile sperare in un accordo di lungo periodo», ha ribadito Peskov.

Sono parole che danno il senso delle difficoltà. «Gran parte dei nodi sono stati sciolti», rassicurano Trump, Zelensky e persino Putin. Ma i problemi centrali restano irrisolti. Questo per dire che, nonostante le dichiarazioni di circostanza, volte anche a rovesciare sull’altro campo le responsabilità di un eventuale fallimento, la strada del negoziato resta in salita e la guerra continua dura come prima. Intanto l’Ucraina resta al buio e, soprattutto, al freddo: la crisi energetica, causata dai bombardamenti russi, è la peggiore dall’inizio della guerra.

Ma non mancano le novità importanti. Barak Ravid su Axios riporta che i mediatori americani guidati da Witkoff con Putin hanno discusso a lungo delle prospettive economiche che potrebbero vedere la cooperazione diretta tra Stati Uniti e Russia dopo un’eventuale pace con Kiev. Politico Europe riprende nel dettaglio il progetto americano ed europeo di costituire un fondo di 800 miliardi di dollari dedicato alla ricostruzione dell’Ucraina a cui dovrebbero partecipare investitori sia pubblici che privati, tra i quali la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale. Secondo una prima versione del progetto, elaborato in un documento di 18 pagine diffuso il 22 gennaio, il finanziamento potrebbe continuare sino al 2040.

Zelensky ricorda soddisfatto di avere ottenuto da Trump una nuova spedizione di missili Patriot, fondamentali per difendere i cieli dagli attacchi russi, e intanto è in costante contatto con la sua delegazione negli Emirati guidata dall’ex ministro della Difesa, Rustem Umerov, coadiuvato dal capo di stato maggiore Kyrylo Budanov e dal consigliere militare Andrii Hnatov. Per i russi il capo delegazione è il negoziatore Kirill Dmitriev, assistito tra gli altri dal responsabile dell’intelligence militare, l’ammiraglio Igor Kostyukov. Sia i blogger russi che la stampa ucraina notano che in ogni caso le due delegazioni non potranno prendere nessuna decisione importante. Il negoziato continua.

L’obiettivo è dividerci

di Carlo Cottarelli| 21 gennaio 2026 – Corriere della Sera –  22 Gennaio 2025

Il rapporto difficile tra Trump e il Vecchio Continente I continui attacchi sono una strategia, non un capriccio

L’atteggiamento antagonizzante di Trump nei confronti dell’Europa (vedi guerra dei dazi, spese per la difesa e Groenlandia) viene da molti attribuito alla sua personalità, al suo «bullismo», che lo porterebbe a compiere azioni difficili da comprendere dal punto di vista strategico. Ma come, si dice, nel mondo del XXI secolo non è ovvio che la principale minaccia per gli Stati Uniti venga dalla Cina? Non sarebbe più sensato cercare di rafforzare l’alleanza con i partner europei invece di antagonizzarli?
Prendiamo la Groenlandia: è chiaro che col riscaldamento globale sia rischioso lasciarla indifesa rispetto alle mire espansionistiche della Cina. È chiaro che una «sveglia» rispetto all’apparente inerzia europea fosse necessaria. Ma perché farlo in questo modo aggressivo («ci serve e ce la prenderemo»)?

Senza voler sminuire gli aspetti legati alla personalità del presidente americano, credo però che il suo atteggiamento abbia una spiegazione più razionale, come si capisce da due documenti strategici dell’Amministrazione Trump: la «Strategia di Sicurezza Nazionale» (Ssn) di novembre e il rapporto sugli «Sviluppi militari e di sicurezza che coinvolgono la Repubblica Popolare Cinese» inviato al Congresso in dicembre. Entrambi i documenti confermano che l’avversario strategicamente più rilevante e pericoloso per gli Usa è la Cina.

Il secondo documento è ancora più esplicito del primo. Il suo Executive Summary dice: «l’Esercito Popolare di Liberazione … è una componente chiave dell’ambizione della Cina di soppiantare gli Stati Uniti come nazione più potente del mondo… La Cina mantiene un vasto e crescente arsenale di capacità nucleari, marittime, convenzionali di attacco a lungo raggio, cibernetiche e spaziali, in grado di minacciare direttamente la sicurezza degli americani».

In questo confronto tra le due superpotenze del XXI secolo gli Stati Uniti hanno però bisogno di alleati. La Ssn sostiene che: «Gli Stati Uniti devono collaborare con i propri alleati e partner vincolati da trattati, che insieme aggiungono altri 35.000 miliardi di dollari di potenza economica ai 30.000 miliardi dell’economia nazionale statunitense, … per utilizzare il nostro potere economico congiunto al fine di tutelare la nostra posizione di primato nell’economia globale…».

 La Ssn sostiene anche che l’alleato naturale degli Usa è l’Europa: «L’Europa resta strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti… Non solo non possiamo permetterci di accantonare l’Europa, ma farlo sarebbe controproducente rispetto agli obiettivi che questa strategia intende raggiungere».

Perché allora questa aggressività verso il vecchio continente? È solo l’effetto della personalità di Trump? Non credo. La realtà è che attaccare le istituzioni europee, metterne in luce la debolezza, prendersela soprattutto con i Paesi europei (in primis Francia e Germania) protagonisti del passato percorso di unificazione europea (per quanto incompleto esso sia), introdurre dazi supplementari su questi per aver mandato pochi soldati in Groenlandia, è funzionale all’obiettivo strategico americano di trasformarli, spingerli ad abbandonare i sogni unitari per riaffermarne la natura di distinte unità sovrane, singolarmente alleate agli Stati Uniti, ma che non ne possano contrastare minimamente l’egemonia.

La Ssn è chiara in proposito: «L’America incoraggia i propri alleati politici in Europa a promuovere questa rinascita dello spirito, e la crescente influenza dei partiti patriottici europei dà effettivamente motivo di grande ottimismo … Vogliamo collaborare con Paesi allineati che desiderano restaurare la loro antica grandezza».

 Se questo è l’obiettivo strategico, allora, il tono usato da Trump rispetto all’attuale leadership europea è del tutto spiegabile razionalmente: sconvolgere gli equilibri esistenti, con la speranza che ne beneficino i «partiti patriottici europei» che, per affinità ideologica, rifuggano dall’europeismo e siano pronti ad allearsi con gli Usa da «Paesi allineati». Dipenderà dall’opinione pubblica europea se questo obiettivo strategico sarà raggiunto.

Verso lo scisma?”La Chiesa non può farsi riscrivere il Catechismo dal Sinodo tedesco

Matteo Matzuzzi  20 gen 2026 il foglio

Intervista a Bernhard Meuser, oppositore del processo sinodale tedesco ricevuto pochi giorni fa dal Papa. “Non è vero che i cattolici tedeschi sono favorevoli a quanto sta accadendo”

Roma. Bernhard Meuser, fondatore assieme a Martin Brüske dell’iniziativa “Neuer Anfang”, è stato uno dei tre scettici sul percorso sinodale tedesco che Papa Leone XIV ha ricevuto in udienza pochi giorni fa. Insieme a lui, oltre a Brüske, la direttrice della rivista Tagespost, Franziska Harter. A loro, il Pontefice ha confidato di condividere la preoccupazione per quanto avviene sulle rive del Reno, cosa che peraltro si era capita dalla risposta data in aereo tornando da Beirut, a inizio dicembre. A fine mese, a Stoccarda si terrà l’ultima assemblea plenaria del Cammino sinodale e inizierà una nuova fase: quella della Conferenza sinodale, nella quale i laici saranno in maggioranza rispetto ai vescovi. (54 contro 27. E disporranno di competenze deliberative. Anche un non esperto riconosce subito che questo è un problema. Eppure già Papa Francesco aveva affermato che tale organismo contraddice la natura sacramentale della Chiesa. Perché allora si è deciso comunque di insistere?

Meuser dice al Foglio che “in Germania abbiamo una lunga tradizione di ignorare, sminuire o interpretare come conferma della propria linea le disposizioni e le obiezioni romane. Sullo sfondo, nel nostro paese, infuria attualmente una Kulturkampf ecclesiale, di cui forse in Italia non ci si fa una reale idea. In superficie si confrontano due concezioni ecclesiologiche che, dal Concilio Vaticano II, non sono mai state ricondotte a unità. ‘Communio’ contro ‘Concilium’: una Chiesa strutturata in modo apostolico-sacramentale-gerarchico contro una Chiesa dei concili che può reinventarsi continuamente in modo democratico dal basso. Considerata con sobrietà, la questione riguarda il potere e il denaro. Gli strateghi della presa di potere laicale sono già riusciti a portare dalla loro parte la maggioranza dei vescovi tedeschi; ora si mendica ancora a Roma la benedizione papale, una qualunque formula di compromesso da poter sollevare trionfalmente. La gente dovrebbe credere che il Papa sia ormai anche a favore del ‘Cammino sinodale’ tedesco. In realtà non si pensa minimamente a rientrare nella barca della Chiesa universale, a revocare la nuova etica sessuale introdotta o a riallinearsi al magistero della Chiesa”.

Eppure in questi anni si sono svolte trattative fra Roma e la Germania, con periodici incontri in curia. L’ultimo, lo scorso novembre. Nei comunicati domina la fiducia circa una possibile intesa e si segnala sempre il clima cordiale. Non si nominano mai, però, i veri temi oggetto del contendere, come se la questione fosse meramente giuridica, di aderenza al diritto canonico. E’ così? “Direi di sì”, risponde Meuser: “Si cerca di eludere il confronto sostanziale separando diritto e verità. Il diritto, si sa, è elastico; la verità no. O l’etica sessuale tedesca (introdotta in modo tanto discreto quanto quasi capillare) è gradita a Dio e ortodossa, oppure si tratta di un’eresia e di un allontanamento dalla fede comune della Chiesa. O la Chiesa universale deve lasciarsi riscrivere il Catechismo dai tedeschi, oppure i vescovi tedeschi devono ‘sottomettersi’. Tertium non datur”.
Ma quali sono questi temi entrati in modo dirompente nel dibattito? Su cosa si rischia il possibile scisma? “In sostanza vedo quattro punti. Innanzitutto, l’indebolimento del principio apostolico e la decostruzione dell’autorità episcopale. Sul tavolo da disegno sinodale tedesco compare un vescovo che può essere messo in minoranza dai laici, ricattabile e che vive meglio quando si intende solo come moderatore e rappresentante della volontà del ‘popolo di Dio’. Questo ‘popolo di Dio’ è poi costituito dallo ZdK (il Comitato centrale dei cattolici tedeschi, ndr), una sorta di sindacato dei funzionari. In secondo luogo, il radicale pensiero dell’autonomia nell’etica teologica, che pone la libertà del soggetto al di sopra di ogni forma di indicazione e di comandamento, rendendo superflua la rivelazione, distruggendo la Parola di Dio ed eliminando la ‘devozione a Dio’ dal repertorio spirituale. Di Gesù rimane solo l’incoraggiamento a essere se stessi. Terzo, la desacralizzazione e l’autosecolarizzazione della Chiesa, il suo congedo dalla sequela di Cristo, la sua silenziosa trasformazione in una ‘amministrazione religiosa’ gestita in modo burocratico (come detto da Martin Brüske). Ciò è percepibile nel risentimento contro il prete”. Infine, un’antropologia teologica nella quale esistono più di due generi, l’omosessualità è una ‘buona dote creaturale di Dio’, gli atti omosessuali e la masturbazione non sono mai peccato, gli esperimenti sessuali prematrimoniali sono considerati utili e normali, le unioni simili al matrimonio sono guardate con apprezzamento e il matrimonio sacramentale dovrebbe essere aperto anche alle relazioni uomo/uomo e donna/donna. Le benedizioni liturgiche di coppie, proibite dalla Santa Sede, hanno luogo nelle cattedrali. I genitori devono assistere all’implementazione completa dell’agenda lgbtq nelle scuole cattoliche”.

Parlando con i giornalisti in aereo, il Papa ha detto di avere l’impressione che non sia rappresentata l’intera voce dei cattolici tedeschi. Ma esiste davvero una “grande maggioranza” che desidera vivere la propria fede senza occuparsi troppo del celibato sacerdotale, del diaconato femminile e di temi simili o no? E’ anche una questione di cifre: mentre il presidente dell’episcopato, mons. Georg Bätzing, assicura che il 96 per cento dei cattolici tedeschi è favorevole al Cammino sinodale, l’Insa (l’istituto più autorevole in Germania) ha fornito numeri ben diversi: il 21 per cento ha un atteggiamento positivo, mentre il 17 per cento  esprime un giudizio negativo


Questi cattolici hanno spazio? “Sì, questa ampia maggioranza esiste, ed è persino confermata dalle statistiche. Ma bisogna sapere che in Germania ottocentomila (!) collaboratori laici vivono del denaro della Chiesa. Gran parte di loro non si vede mai alle celebrazioni. Questi dipendenti ecclesiastici, in larga misura, non sono identificati con la Chiesa (o lo sono solo sub conditione dei loro sogni ecclesiali progressisti). Tuttavia dispongono talvolta di un potere comunicativo, strutturale e amministrativo maggiore di quello dei nostri vescovi. Pensate al Servitore di due padroni di Goldoni. La Chiesa sta perdendo quattro gruppi: i giovani, che emigrano verso Chiese libere; i devoti, che vedono ormai solo nella ‘messa antica’ bellezza e fedeltà alla fede; gli intellettuali sensibili ai valori, respinti dal livello teologico dei protagonisti; e i movimenti di rinnovamento missionario, sistematicamente marginalizzati. ‘Neuer Anfang’ – il contenitore di quelli che non esistono – non compare nei media ufficiali della Chiesa (Kna, katholisch.de). Le richieste di dialogo vengono respinte dagli uffici dei vescovi. Sì, un vescovo ha risposto personalmente: ‘Scelgo io stesso con chi parlare e con chi no!’”.

Quel che è certo è che la Chiesa tedesca vive una grande crisi: defezioni, pratica sacramentale molto bassa e il numero delle ordinazioni sacerdotali è a un minimo storico. Qual è stato, secondo lei, l’errore? E perché si insiste su questa strada? Secondo Meuser, “l’errore originario è stato l’abbandono della catechesi e del Catechismo (in Germania un termine dispregiativo, equivalente a un cristianesimo infantile). Il cardinale Marx ha detto non a caso che ‘il Catechismo non è mica il Corano’. Poi non ci si deve stupire se il 30 per cento dei cattolici tedeschi considera la figliolanza divina come una favola. E quando i vescovi si vincolano tramite una ‘autovincolazione’ alle decisioni del ‘Cammino sinodale’, ci si deve chiedere dove abbiano appreso i loro strumenti teologici e quando abbiano guardato l’ultima volta il loro giuramento”.
Ma allora, qual è il vero obiettivo di questa Conferenza sinodale, cioè di tutto questo lungo processo iniziato addirittura prima della pandemia? A che cosa mira la grande maggioranza dei vescovi che hanno dato il loro consenso a questo processo? Breve, qui, la chiosa di Meuser: “Me lo chiedo anch’io (almeno per quanto riguarda i vescovi). Non ho una risposta”

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