Iran, ecco la conta dell’orrore

La denuncia di «Time». L’ordine di Khamenei: usate ogni mezzo

Corriere della Sera, 26/01/2026

Sono finiti i sacchi neri. Ne hanno uccisi così tanti da esaurire le buste di plastica color pece dove sigillare per sempre chi gridava «libertà». Anche le ambulanze sono finite. E per rastrellare i corpi falciati e lasciati in strada dalla rabbia dei repressori, le Guardie dell’ayatollah Ali Khamenei hanno usato i camion dell’esercito.

 Che fosse un massacro è stato evidente sin dalle prime immagini in grado di sfondare il blackout di internet, durato quasi tre settimane. E i video delle centinaia di corpi adagiati dentro e fuori l’obitorio di Teheran erano prove di una carneficina in atto. Ma gira un nuovo numero: oltre 30 mila.

Lo scrive il Time, citando due alti funzionari del ministero della Salute iraniano. E quel dato non include i feriti spirati negli ospedali militari, né gli uccisi nelle zone remote, rimaste fuori bilancio. Trentamila morti. Una cifra dieci volte superiore al conteggio dei fedelissimi di Khamenei, che il 21 gennaio annunciavano 3.117.

 Ma gli attivisti, che danno un nome alle vittime, hanno identificato 5.459 persone e stanno lavorando su altre 17.031.  Iran International, giornale dell’opposizione a Londra, conferma i numeri. Lo fanno anche i medici sul campo: Amir Parasta, chirurgo tedesco-iraniano, ha contato 30.304 vittime solo negli ospedali civili. La maggioranza è stata uccisa tra l’8 e il 9 gennaio, nelle notti della mattanza.

Non sono nuovi ai massacri, gli ayatollah. Ma trentamila in due giorni è un macabro record. Il New York Times racconta che il 9 gennaio Ali Khamenei ha dato l’ordine di «schiacciare» le piazze «con ogni mezzo: uccidere, senza pietà»: missione compiuta. E ora che internet va a singhiozzo, le informazioni si incrociano e si sommano.

«Puntavano le mitragliatrici sulla folla e scaricavano i proiettili. Sparavano dai tetti, da dietro gli edifici», racconta Ali da Teheran. «Non riesco a dormire dalla rabbia e dal dolore». Parliamo con un dottore di un ospedale della capitale. Racconta di reparti stracolmi — «mancavano sangue, personale, medicinali» — e di esecuzioni nei letti. Decine di militari nei corridoi cercavano stanza per stanza i feriti, per finirli sulle barelle.

«Abbiamo centinaia di prove. Immagini di persone intubate, cateterizzate, con buchi alla fronte». Kian scrive che «molte vittime sono giovani, altre appartenevano ai Mojahedin del Popolo, ai Fedayin e al Partito Tudeh». I morti sono così tanti che non ci stanno nei cimiteri «e hanno dovuto scavare fosse comuni». Una ragazza ci chiede di non scriverle più perché «sparirò per un po’». Gli uomini della mattanza setacciano case e ospedali alla ricerca di manifestanti: lei è nella lista.

Il confronto

La cifra è dieci volte superiore al conteggio ufficiale di Teheran che parla di 3.117 vittime

Per ora, l’aiuto promesso da Donald Trump non s’è visto, ma le sue parole hanno creato tensione in Medio Oriente. Israele è in allerta con il timore che la Guida suprema decida di prevenire un raid americano colpendo lo Stato ebraico.

 Sabato sera c’è stato un vertice al ministero della Difesa di Tel Aviv: il capo del Centcom Usa Brad Cooper e dello stato maggiore Eyal Zamir si sono incontrati per mettere a punto difese comuni. Netanyahu, a fine Shabbat, ha visto gli inviati americani Witkoff e Kushner. Intanto gli Stati Uniti spostano i muscoli in Medio Oriente: portaerei, sei navi da guerra, due sottomarini, oltre cento caccia, rifornitori, spie volanti, scudi antimissile. 

Le Guardie rivoluzionarie rispondono: «State alla larga dalle nostre acque». Finalmente, l’Iran torna tra i dossier europei: giovedì i 27 sono chiamati a dare il via libera a un nuovo pacchetto di sanzioni. Sul tavolo c’è la definizione dei Pasdaran come organizzazione terroristica. Si attende di vedere che cosa deciderà l’Italia, che ancora non ha messo le Guardie rivoluzionarie di Ali Khamenei nella lista nera.