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FONTE IMMAGINE: EWTN
Chiesa cattolica | CR 1933 – 14 Gennaio 2026
di Roberto de Mattei
Mi è capitato spesso di riferirmi a sant’Agostino e in particolare al suo capolavoro La Città di Dio. All’inizio di questo 2026, ho scritto che il De civitate Dei di sant’Agostino ci offre una chiave interpretativa della storia, che ci consente di andare oltre la lettura puramente contingente degli eventi politici ed economici e ci rimanda a un conflitto più profondo, tra opposte visioni dell’uomo e del mondo.
Sono stato colpito dunque dal discorso che il Papa ha fatto il 9 gennaio di quest’anno ai membri del Corpo diplomatico. Un discorso che è incentrato proprio sulla Città di Dio di sant’Agostino e di cui vorrei citare i passi salienti, con le stesse parole di Leone XIV:
«Ispirato dai tragici eventi del sacco di Roma del 410 d.C., – dice il Papa – Sant’Agostino scrive una delle opere più poderose della sua produzione teologica, filosofica e letteraria: il De Civitate Dei, La Città di Dio. Come ha osservato Benedetto XVI si tratta di un’“opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia” (Benedetto XVI, Catechesi 20 febbraio 2008).(…)
Certamente i nostri tempi sono molto distanti da quegli avvenimenti. Non si tratta solo di una lontananza temporale, ma anche di una sensibilità culturale diversa e di uno sviluppo di categorie del pensiero. Tuttavia, non si può tralasciare il fatto che proprio la nostra sensibilità culturale ha tratto linfa da quell’opera, che, come tutti i classici, parla agli uomini di ogni tempo.
Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei)”, e “la città terrena, incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione. Non si tratta tuttavia di una lettura della storia che intende contrapporre l’aldilà all’aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile.
Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull’atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria.
Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. (…) Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del V secolo, alcune analogie rimangono assai attuali. Come allora siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di cambiamento ma in un cambiamento d’epoca.
Se Sant’Agostino evidenzia la coesistenza della città celeste e di quella terrena fino alla fine dei secoli, il nostro tempo sembra piuttosto incline a negare “diritto di cittadinanza” alla città di Dio. Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi confini. Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” (S. Agostino, De Civ. Dei, XIX, 13), che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace, la quale interessa tanto la società e le nazioni quanto lo stesso animo umano, ed è essenziale per qualunque convivenza civile.
Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena (Ibid., XIV, 28). Tuttavia, come nota Agostino, è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da se stessi (Ibid., XIX, 4. 4). L’orgoglio offusca la realtà stessa e l’empatia verso il prossimo. Non a caso all’origine di ogni conflitto vi è sempre una radice di orgoglio».
Qual è dunque l’insegnamento di sant’Agostino riproposto da Leone XIV? È l’insegnamento sempre attuale della Città di Dio: la consapevolezza che la storia dell’umanità è attraversata da una radicale alternativa, da due visioni del mondo e della storia inconciliabili tra loro. Da una parte vi è la visione trascendente, che riconosce Dio come principio e fine di ogni realtà e orienta a Lui non solo la vita personale, ma anche quella sociale, culturale e politica, a livello nazionale e internazionale.
Dall’altra vi è la visione immanente, che rinchiude l’uomo nell’orizzonte del finito, escludendo Dio dalla storia e riducendo ogni criterio di verità, di giustizia e di bene alla misura dell’uomo stesso. La prima visione è fondata sull’umiltà, di chi non confida nelle proprie forze, ma tutto attende da Dio. La seconda visione, al contrario, nasce dall’orgoglio: dall’auto-adorazione dell’uomo che pensa e agisce come se Dio non esistesse e pretende di costruire la società prescindendo da Lui.
Tra queste visioni del mondo, tra queste due città, non c’è compromesso possibile. Sant’Agostino ci insegna che nelle epoche più drammatiche della storia, come fu il V secolo e come lo è il nostro, è doveroso abbandonare la neutralità e schierarsi, perché la vita dell’uomo e quella della Chiesa è lotta di ogni giorno e in ogni campo, ma a condizione di cogliere l’aspetto soprannaturale di questa lotta, di comprenderne il carattere religioso e metafisico.
Combattere dunque, ma con lo sguardo rivolto alla Città di Dio e non a quella degli uomini; combattere, in una parola, per l’avvento del Regno di Cristo, in Cielo e in terra: un Regno che non è un miraggio, ma è l’unica meta reale e ideale per la quale valga veramente la pena vivere e, se necessario, morire.
L’Angelus di Papa Leone XIV
Di Veronica Giacometti – ACI Stampa, 18 gennaio 2026
“Oggi il Vangelo ci parla di Giovanni il Battista, che riconosce in Gesù l’Agnello di Dio, il Messia. Giovanni riconosce in Gesù il Salvatore, ne proclama la divinità e la missione al popolo d’Israele e poi si fa da parte, esaurito il proprio compito, come attestano queste sue parole: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. L’Angelus di oggi di Papa Leone XIV in Piazza San Pietro parte dal Vangelo odierno che racconta la storia del Battista.
“Il Battista è un uomo molto amato dalle folle, al punto da essere temuto dalle autorità di Gerusalemme. Sarebbe stato facile per lui sfruttare questa fama, invece non cede per nulla alla tentazione del successo e della popolarità. Davanti a Gesù, riconosce la propria piccolezza e fa spazio alla grandezza di Lui. Sa di essere stato mandato a preparare la via al Signore, e quando il Signore viene, con gioia e umiltà ne riconosce la presenza e si ritira dalla scena.”, continua il Pontefice.
“Quanto è importante per noi, oggi, la sua testimonianza! Infatti all’approvazione, al consenso, alla visibilità viene data spesso un’importanza eccessiva, tale da condizionare le idee, i comportamenti e gli stati d’animo delle persone, da causare sofferenze e divisioni, da produrre stili di vita e di relazione effimeri, deludenti, imprigionanti. In realtà, non abbiamo bisogno di questi “surrogati di felicità”, sottolinea il Papa prima della preghiera mariana.
“La nostra gioia e la nostra grandezza non si fondano su illusioni passeggere di successo e di fama, ma sul saperci amati e voluti dal nostro Padre che è nei cieli. È l’amore di cui ci parla Gesù: quello di un Dio che ancora oggi viene tra noi non a stupirci con effetti speciali, ma a condividere la nostra fatica e a prendere su di sé i nostri pesi, rivelandoci chi siamo realmente e quanto valiamo ai suoi occhi”, dice ancora il Pontefice.
“Carissimi, non lasciamoci trovare distratti al suo passaggio. Non sprechiamo tempo ed energie inseguendo ciò che è solo apparenza. Impariamo da Giovanni il Battista a mantenere vigile lo spirito, amando le cose semplici e le parole sincere, vivendo con sobrietà e profondità di mente e di cuore, accontentandoci del necessario e trovando possibilmente ogni giorno un momento speciale, in cui fermarci in silenzio a pregare, riflettere, ascoltare, insomma a “fare deserto”, per incontrare il Signore e stare con Lui”, conclude il Papa prima di recitare l’Angelus.
Papa Leone XIV poi passa ai consueti saluti. “Inizia oggi la Settimana per la preghiera dell’unità dei cristiani, le origini di questa iniziativa risalgono a due secoli fa”. “Invito pertanto tutte le comunità cattoliche a rafforzare la preghiera per la piena unità visibile di tutti i cristiani” e poi l’auspicio che l’impegno per l’unità sia anche “quello per la pace e la giustizia nel mondo”.
Per questo poi cita le sofferenze della popolazione dell’Est della Repubblica Democratica del Congo, “costretta a fuggire dal proprio paese e ad affrontare una grave crisi umanitaria”. “Preghiamo affinché prevalga il dialogo per la riconciliazione e la pace”, dice il Pontefice.
Infine il ricordo per le vittime colpite inondazioni che hanno colpito Africa meridionale.
Marina Corradi – Il Foglio, 17 Gennaio 2026
Le tegole in pezzi, i vetri infranti, gli abitanti che fuggono a fatica nella neve. Queste immagini da Kyiv passano ogni mattina sui nostri smartphone, ma non ne parliamo al lavoro, o con gli amici. Come un tabù
Ma: queste immagini da Kyiv, ogni mattina, queste case rosse di fiamme o fantasmatiche, morte. Le tegole in pezzi, i vetri infranti, gli abitanti che fuggono a fatica nella neve. Queste immagini passano ogni mattina sui nostri smartphone, ma non ne parliamo al lavoro, o con gli amici. Come un tabù. Di ciò di cui non si può parlare occorre tacere, diceva un famoso filosofo, uno che se ne intendeva. Io fatico a tacere.
L’altro giorno un missile Oreshnik ha colpito Leopoli. Potenzialmente può portare testate nucleari. Un biglietto da visita. A Kyiv è stato ucciso un medico dei soccorsi. I russi hanno colpito una seconda volta, pochi minuti dopo, apposta. Vecchia tecnica. A Dresda gli Alleati attaccarono con un bombardamento incendiario, poi scatenarono un secondo attacco sui soccorritori. Una strage.
Ci sono tempi molli, in cui gli uomini sembrano diventati quasi civili. Ne abbiamo goduto in Italia per ottant’anni. Poi, come dalle viscere, riemerge una bestialità di cui non siamo pienamente coscienti. Lontano, certo, lontano per ora – anche se non poi così tanto. Guardiamo, e chiudiamo gli occhi. Via, è impossibile.
A Kyiv l’altra notte è saltata la corrente elettrica e il riscaldamento. Mi immagino, nei condomini di dieci piani, i vecchi, i malati rimasti in alto, al buio, soli. Il gelo. Le medicine che mancano. Dover lasciare solo un padre, per non morire tutti.
Ma, ci pensate anche voi? Queste immagini mi inseguono nella giornata come un coro scuro. Guardo la mia casa calda, il frigo pieno, i nipoti che giocano. Tutto quello che ho mi fa paura, perché posso perderlo. Bisognerebbe ricominciare a pregare. Sì, questa antica inattuale abitudine dei nonni, messa via come una vecchia fiaba, se non ridicolizzata.
Bisognerebbe ricominciare a pregare, ma non solo per noi: per tutti. Perché davvero buio è questo inverno, e noi così distratti. Sanremo, l’Inter. Come se la notte di Kyiv dovesse restare sempre lontana. Come se il destino degli altri non ci riguardasse mai.

di Stefano Caprio – Asia News, 17 Gennaio 2026
Il Golem impantanato nel fango paludoso del “servire, pregare e partorire”. Impossibile credere a indagini sociologiche con dati statistici sempre meno accessibili. La frattura fra maggioranza ottimista e una significativa minoranza pessimista, ma prevale la visione per cui “tutto rimarrà come oggi”. La prospettiva apocalittica di Kirill e la lotta al ‘demone’ Bartolomeo.
Il 14 gennaio la Russia ha festeggiato lo Staryj Novyj God, il “Vecchio Anno Nuovo” del Capodanno secondo il calendario giuliano, raddoppiando così le occasioni per dimenticare il passato e prevedere il futuro, oppure – secondo lo spirito russo al contrario – per dimenticare il futuro ritornando al passato. Sotto le grandiose nevicate di questi giorni, che hanno seppellito soprattutto Mosca sotto una coltre impenetrabile di gelo liquido, in modo da non vedere quanto accade nei tanti Paesi del mondo sconvolti da sommosse e invasioni, i russi attendono la solenne conclusione del periodo degli Svjatki, le feste in maschera da Natale al Battesimo di Gesù del 19 gennaio, quando le maschere si levano per immergersi nella croce delle acque aperte nel ghiaccio dei fiumi e dei laghi, per scacciare i demoni che insidiano il futuro.
La doppia euforia del nuovo anno moltiplica le possibilità di esprimere i propri sogni e desideri, e i sociologi e analisti russi si scatenano nelle inchieste e sondaggi, per capire quale immagine si forma nel popolo guardando al corso degli eventi. La sensazione più diffusa che se ne ricava è che attualmente in Russia non esiste in realtà alcuna vera “immagine del futuro”, in quanto ormai da quattro anni in seguito all’invasione dell’Ucraina non si riesce a capire quali siano le vere intenzioni dei capi politici e religiosi, concentrati soltanto sulla distruzione del presente in nome di mitologie del passato.
Il corso della guerra russa oscilla tra la completa distruzione del malefico Occidente e l’occupazione militare di qualche chilometro di campagna nell’Ucraina devastata, tra la “guerra santa” e la “operazione militare speciale”. L’economia del Paese viene magnificata come fiorente e innovativa, ma i cittadini sono costretti a stringere sempre di più la cinghia e sborsare tutti i rubli rimasti per le tasse sempre più alte, a sostegno delle spese militari. E se anche si riuscisse quest’anno a concludere la santa operazione speciale, non si capisce che cosa potrà succedere dopo la tanto agognata Vittoria di Pirro-Putin.
L’impressione, da quanto affermano i semplici cittadini e gli stessi dirigenti della casta al potere, è che se si fermeranno le azioni militari la Russia rimarrà congelata, come in questi giorni di neve e vodka tra i capodanni e le sacre immersioni sotto-zero. Si rinchiuderà nella nuova realtà di una struttura demografica forzatamente alterata, di un’economia orientata agli standard bellici e di una legge dura e repressiva, e come se non bastasse, abbaglierà i Paesi vicini con ghirlande di “valori tradizionali” e testate nucleari. Il Golem impantanato nel fango paludoso del “servire, pregare e partorire” in realtà difficilmente potrà andare avanti con particolare vigore. Allo stesso modo non è detto che i russi, anche quelli che per un motivo o per l’altro, per fanatismo o per soldi si sono dedicati alla guerra contro i cugini della porta accanto, vogliano davvero trascorrere l’intera vita in uniforme color kaki.
L’unico dato su cui concordano tutti gli esperti e analisti è che è impossibile credere alle indagini sociologiche nella Russia di oggi, anche se in casi rari esse coincidano con dati statistici sempre meno accessibili dalle agenzie ufficiali, o con le considerazioni di prima mano dei ricercatori. I redattori di Novaja Gazeta hanno quindi deciso di evitare le previsioni sull’anno nuovo o sul prossimo decennio, chiedendo agli intervistati come immaginano la Russia tra cinquant’anni, quando certamente non ci saranno più i capi attuali e il mondo potrebbe essere radicalmente diverso in generale.
I risultati di questo “sondaggio estremo” non aggiungono sensazioni particolarmente favorevoli, rimanendo proiettati sulle immagini retoriche della “grande Russia guidata da una mano forte di un autocrate e popolata da famiglie numerose”.Tutt’intorno ci sono i robot dipinti come le ceramiche russe Gžel e una rete artificiale sovrana, addestrata sui testi di Dostoevskij, Dugin e del Domostroj medievale, il “codice di comportamento morale” dei tempi della Terza Roma, un futuro in cui risplende il passato più oscuro. Secondo i risultati pubblicati dal sito, il 56% della popolazione pensa che la Russia si estenderà sempre di più a livello territoriale, il 53% che aumenterà di molto il numero dei suoi abitanti, il 59% che la sua autorità nel mondo sarà sempre più forte, e ben il 73% è sicuro che ci sarà un’enorme crescita tecnologica. Anche se in realtà un segnale di preoccupazione viene indicato dal 23% degli intervistati, che ritiene che la Russia del futuro avrà una popolazione molto più ridotta di quella attuale.
Le proporzioni tra una maggioranza ottimista e una significativa minoranza pessimista si ritrovano anche a riguardo del tenore di vita della Russia futura, che per il 49% sarà più elevato, per il 25% non andrà oltre l’attuale e il 14% che immagina un continuo impoverimento. Tra i più scettici vi sono gli imprenditori, massacrati dalle politiche militari di questi anni. La domanda più complicata posta dai sondaggisti riguarda le libertà civili e politiche della Russia tra mezzo secolo, a cui oltre il 20% ha dichiarato di “non sapere che cosa rispondere”. Di quelli che hanno risposto, il 34% ritiene che ci saranno maggiori libertà, la stessa percentuale afferma che saranno uguali a quelle odierne, e il 12% che ce ne saranno ancora di meno. I più ottimisti sono i giovani negli anni dello studio, e i più pessimisti – guarda caso – sono gli imprenditori.
Nel complesso, tra le varie tendenze prevale quella che ritiene che “tutto rimarrà come oggi”, lo Stato proseguirà nella sua linea bellico-repressiva e la popolazione continuerà a sottomettersi e adattarsi. Sarebbe strano, del resto, se ci fosse oggi una convinzione diffusa che ci possano essere cambiamenti radicali sul breve e sul lungo periodo: l’impressione è che la Russia non presenterà il suo nuovo volto entro la fine di questo secolo, e il “congelamento” sarà il tipico inverno infinito prima di eventuali improvvisi “disgeli” e brevissime primavere.
Il fatto che la maggioranza dei russi non veda un luminoso futuro del Paese, peraltro, non significa che ciò che si immagina coincida con quanto si desidera. Negli ultimi anni, e come eredità di tradizioni secolari, i russi hanno imparato a mantenere dentro di sé i propri desideri più autentici, o ad esprimerli con grande circospezione; l’ultimo a parlare esplicitamente della “felice Russia del futuro” è stato Aleksej Naval’nyj, annichilito nel gelo del lager quasi due anni fa, il 16 febbraio 2024.
La speranza nel futuro è in effetti un argomento primario delle concezioni religiose, e molte delle previsioni sono condizionate dalle minacce della Chiesa ortodossa di finire all’inferno, accompagnati dal “diavolo in persona” individuato da dichiarazioni di ortodossi russi in questi giorni nel patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo (Archontonis). La prospettiva apocalittica predicata dal suo grande avversario, il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev), accompagna ogni visione del presente e del futuro fin da prima dell’avvento dello zar Putin, come ha sottolineato la specialista di questioni religiose Vita Tatarenko, consigliera della presidenza ucraina. Ella ricorda che la propaganda della “guerra santa” era già in atto negli anni Novanta, anche se in modalità soft e implicita, ma già orientata sulla futura aggressione.
Una delle previsioni più drammatiche per il futuro della Russia riguarda infatti lo scontro delle due Chiese ortodosse in Ucraina, quella filo-moscovita Upz e quella autocefala Pzu. La prima dovrebbe essere eliminata per legge, ma nonostante il passaggio di circa 1.500 comunità a quella avversaria, essa mantiene una proporzione del doppio della seconda, e nel confronto si evidenzia la dimensione simbolica dello scontro di civiltà e scenari del futuro. L’Ucraina ha tardato a rispondere non tanto sul campo nel 2022, quanto sugli altari nel 1992, quando il suo metropolita Filaret (Denisenko) si illuse di chiudere la questione auto-proclamandosi patriarca di Kiev, titolo che conserva come “onorario” nel suo palazzo di sovietica memoria all’età di 97 anni, esempio supremo di un passato di contraddizioni che non vuole scomparire.
La “de-nazificazione” ideologica dell’Ucraina, giustificazione ufficiale della guerra, è un derivato della “de-ortodossizzazione” decisa insieme al patriarca di Costantinopoli oggi demonizzato, e le visioni del futuro non possono prescindere dalla visione religiosa che alimenta le previsioni e le speranze con motivazioni “superiori”. Quale Ortodossia, quale Cristianesimo ci sarà tra cinquant’anni in Russia, in Ucraina, in Europa e nel mondo intero? Questa domanda non rientra nei sondaggi dei vari specialisti e agenzie, ma riguarda veramente la consistenza e l’identità dei popoli del futuro.

(1) Il santo padre Antonio, una volta, mentre era seduto nel deserto, si trovò in preda alla tristezza e a una fitta oscurità di pensieri; diceva a Dio: “Signore, voglio salvarmi, ma i pensieri non me lo permettono. Che cosa farò nella mia tribolazione? Come mi salverò?” Ed ecco che, sporgendosi un po’, Antonio vede uno come lui, che sta seduto e lavora, poi si alza dal lavoro e si mette a pregare, poi torna a sedersi e ad attorcigliare corde, e poi di nuovo si alza a pregare: era un angelo di Dio, inviato per correggere Antonio e rassicurarlo. Allora sentì che l’angelo diceva: “Fa’ così, e ti salverai”. A queste parole, Antonio provò grande gioia e coraggio; e così facendo si salvò.
(2) Il padre Antonio, scrutando l’abisso dei giudizi di Dio, domandò: “Signore, come mai alcuni muoiono dopo una vita breve, mentre altri diventano molto vecchi? E perché alcuni vivono in povertà, mentre altri sono ricchi? Perché uomini ingiusti sono ricchi e uomini giusti sono poveri?” Allora gli arrivò una voce che diceva: “Antonio, bada a te stesso. Questi sono giudizi di Dio, e a te non conviene conoscerli.”
(3) Un tale fece questa domanda all’abate Antonio: “Che cosa devo osservare per piacere a Dio?” L’anziano gli rispose: “Osserva quello che ti ordino: dovunque tu vada, tieni sempre Dio davanti agli occhi; e qualunque cosa tu faccia, segui la testimonianza delle Sacre Scritture; in qualunque luogo tu ti stabilisca, non muoverti di lì dopo poco. Osserva questi tre comandi, e ti salverai”.
(4) Disse il padre Antonio al padre Poimén: “Questa è la grande opera dell’uomo: gettare su se stesso la propria colpa davanti a Dio, e aspettarsi tentazioni fino all’ultimo respiro”.
(5) Disse anche: “Nessuno, che non sia stato tentato, potrà entrare nel regno dei cieli. Infatti –dice – togli le tentazioni, e nessuno si salva.”
(6) Il padre Pambone interrogò il padre Antonio: “Che cosa devo fare?” Gli risponde l’anziano: “Non confidare nella tua giustizia, non darti pensiero di ciò che passa, domina la lingua e il ventre”.
(7) Il padre Antonio disse: “Ho visto tutte le reti del nemico dispiegate sopra la terra, e gemendo ho detto: ‘Chi riuscirà a sfuggirne?’ E ho sentito una voce che mi diceva: ‘L’umiltà”.
(8) Un’altra volta disse che ci sono alcuni i quali hanno macerato il corpo nell’ascesi ma, non avendo il discernimento, sono finiti lontano da Dio.
(9) Disse ancora che dal prossimo dipendono la vita e la morte: se infatti guadagniamo il fratello, guadagniamo Dio, se scandalizziamo il fratello, pecchiamo contro Cristo.
(10) Disse ancora: “Come i pesci restando all’asciutto muoiono, allo stesso modo i monaci, attardandosi fuori dalla cella o passando del tempo con persone del mondo, allentano la tensione alla pace interiore/ vita interiore. E’ dunque necessario che, come il pesce si affretta al mare, così noi ci affrettiamo alla nostra cella, perché non capiti che, attardandoci fuori, ci dimentichiamo di custodire dentro / della custodia interiore.
(11) Una volta disse: “Chi siede nel deserto e attende alla pace interiore, è liberato di tre guerre: quella dell’udito, quella del parlare e quella del vedere; gliene resta una sola, quella del cuore.”
(12) Alcuni fratelli si recarono dal padre Antonio, con l’intenzione di raccontargli delle visioni che avevano, e sapere da lui se erano vere o se venivano dai demoni. Avevano un asino, che morì durante il viaggio. Quando dunque arrivarono dall’anziano, questi, prevenendoli, disse loro: “Come mai l’asinello è morto per strada?” Gli chiedono: “Come fai a saperlo, padre?” E lui risponde: “I demoni me l’hanno fatto vedere”. Allora gli dicono: “Noi proprio per questo siamo venuti a interrogarti: per non sbagliare, perché vediamo delle visioni, e spesso sono vere”. E l’anziano, con l’esempio dell’asino, li convinse pienamente che le visioni venivano dai demoni.
(13) Nel deserto c’era un tale che andava a caccia di animali selvatici. Costui vide il padre Antonio che scherzava con i fratelli e se ne scandalizzò. Allora l’anziano, volendolo convincere che ogni tanto bisogna compiacere i fratelli, gli dice: “Metti una freccia nel tuo arco, e tendilo”, e quello lo fece. Gli dice: “Tendilo un’altra volta”, e lui lo tese. Gli dice ancora: “Tendilo”. Allora il cacciatore gli dice: “Se lo tendo oltre misura, l’arco si rompe”. E l’anziano gli risponde: “Così è anche per l’opera di Dio: se tendiamo troppo l’arco con i fratelli, ben presto si spezzano. Perciò ogni tanto si deve accondiscendere ai fratelli.” A queste parole, il cacciatore fu preso da compunzione e, molto edificato dall’anziano, si allontanò. Anche i fratelli, rassicurati, si ritirarono nei loro luoghi.
(14) Il padre Antonio sentì parlare di un giovane monaco che in viaggio aveva operato un prodigio: aveva visto degli anziani che camminavano ed erano affaticati: allora aveva dato ordine a degli asini selvatici di venire, di caricarsi degli anziani e di portarli fino ad Antonio. Gli anziani dunque riferirono al padre Antonio il fatto. Ed egli dice: “Questo monaco mi sembra una nave piena di tesori, ma non so se arriverà in porto.” Ed ecco che qualche tempo dopo il padre Antonio incomincia all’improvviso a piangere, a strapparsi i capelli, a lamentarsi. I discepoli gli dicono: “Perché piangi, padre?” E l’anziano rispose: “Una grande colonna della Chiesa poco fa è caduta – si riferiva al giovane monaco – ma, dice, andate da lui a vedere che cosa è successo.” I discepoli vanno e trovano il monaco seduto su una stuoia che piange la colpa commessa. Vedendo i discepoli dell’anziano, dice “Dite all’anziano che supplichi Dio di concedermi dieci giorni soli, e spero di fare ammenda”. E nello spazio di cinque giorni morì.
(15) Un monaco fu lodato dai fratelli alla presenza del padre Antonio. Allora, presolo da parte, egli lo mise alla prova per vedere se sopportava il disprezzo, e avendo trovato che non lo sopportava, gli disse: “Mi sembri un villaggio tutto adorno sul davanti, saccheggiato dai predoni sul retro”.
(16) Un fratello disse al padre Antonio: “Prega per me”. L’anziano gli dice: “Né io né Dio possiamo avere pietà di te, se tu stesso non ti dai da fare e non preghi Dio”.
(17) Una volta degli anziani si recarono dal padre Antonio, e con loro c’era il padre Giuseppe. Allora l’anziano, volendo metterli alla prova, propose loro una frase della Scrittura, e cominciando dai più giovani chiese loro che cosa significasse. Ciascuno rispondeva secondo le proprie capacità. Ma l’anziano a ciascuno diceva: “Non hai ancora trovato”. Ultimo tra tutti interroga il padre Giuseppe: “Secondo te che cosa significa questa parola?” Risponde: “Non lo so”. Gli dice il padre Antonio: “Il padre Giuseppe ha trovato davvero la strada, perché ha detto: ‘Non so’.”
(18) Alcuni fratelli partirono da Scete per andare a trovare il padre Antonio. Imbarcandosi, trovarono un anziano che voleva anche lui andare là. I fratelli però non lo conoscevano. Seduti nella nave, conversavano delle parole dei Padri, di quelle della Scrittura e anche dei loro lavori manuali. L’anziano taceva. Arrivati all’ormeggio, si scoprì che anche l’anziano andava dal padre Antonio. Quando giunsero, Antonio disse loro: “Avete trovato un buon compagno di viaggio in questo anziano!” Poi all’anziano disse: “E tu, padre, ti sei trovato con dei buoni fratelli.” L’anziano risponde: “Buoni lo sono, ma il loro cortile non ha porta e chi vuole può entrare nella stalla e slegare l’asino.” Voleva dire che chiacchieravano di qualunque cosa venisse loro alla bocca.
(19) Alcuni fratelli si recarono dal padre Antonio e gli chiesero: “Dicci una parola: come ci salveremo?” L’anziano risponde loro: “Avete udito la Scrittura? E’ quello che ci vuole per voi.” Ma essi: “Anche da te, Padre, vogliamo sentire qualcosa”. E l’anziano: “Il vangelo dice: ‘Se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra’(Mt 5, 39).” Gli rispondono: “Non siamo capaci di farlo.” Allora l’anziano dice: “Se non siete capaci di porgere anche l’altra, almeno tenete ferma la prima”. Gli rispondono: “Nemmeno di questo siamo capaci”. E l’anziano: “Se non riuscite a fare neppure questo, non restituite il male che avete ricevuto.” Rispondono: “Non siamo capaci neppure di questo.” Allora l’anziano dice al suo discepolo: “Prepara loro una polentina: sono deboli. Se di questo non siete capaci e di quello non avete voglia, che cosa posso fare per voi? C’è bisogno di preghiere”.
(20) Un fratello che aveva rinunciato al mondo e aveva dato le sue sostanze ai poveri, ma aveva trattenuto per sé qualcosa, si recò dal padre Antonio. L’anziano, conoscendo la cosa, gli dice: “Se vuoi diventare monaco, va’ in quel villaggio, compera della carne, legatela sul corpo nudo e in questo modo vieni qui.” Avendo il fratello eseguito l’ordine, i cani e gli uccelli gli lacerarono il corpo. Quando si presentò all’anziano, questi gli chiese se aveva fatto come gli aveva consigliato, e quello gli fece vedere il corpo tutto dilaniato. Allora sant’Antonio gli dice: “Coloro che hanno rinunciato al mondo, ma vogliono tenere dei beni, in questo modo vengono fatti a pezzi dai demoni combattendo contro di loro.”
(25) Disse il padre Antonio: “Verrà un tempo in cui gli uomini impazziranno, e quando vedranno uno che non è impazzito, gli si rivolteranno contro dicendogli: ‘Tu sei pazzo!’ perché non sarà come loro”.
(27) Tre padri avevano l’abitudine di andare ogni anno a trovare il beato Antonio. Due di loro lo interrogavano sui pensieri e sulla salvezza dell’anima, una stava in assoluto silenzio e non domandava nulla. Dopo molto tempo il padre Antonio gli dice: “Ecco, è tanto tempo che vieni qui e non mi chiedi nulla”. E quello rispose: “A me basta solo vederti, Padre.”
(29) Un fratello in un cenobio fu calunniato con l’accusa di impurità. Levatosi, andò dal padre Antonio. Ed ecco che i fratelli dal cenobio vennero per prendersi cura di lui e riportarlo indietro. Allora cominciarono ad accusarlo: “Tu ti sei comportato così”. E lui si difendeva: “Non ho commesso nulla di questo genere”. Capitò lì a proposito l’abate Pafnuzio detto Cefala, che disse questa parabola: “Ho visto sulla riva di un fiume un uomo gettato nella melma fino alle ginocchia, ed alcuni, sopraggiunti per dargli una mano, lo hanno affondato nella melma fino alla gola.” Allora il padre Antonio disse loro, riferendosi al padre Pafnuzio: “Ecco un uomo vero, capace di curare e di salvare le anime”. Perciò, presi da compunzione all’udire le parole degli anziani, si inginocchiarono davanti al fratello e, ammoniti dai padri, lo ricondussero al cenobio.
(32) Disse il padre Antonio: “ Io non temo più Dio, lo amo. Infatti l’amore scaccia il timore (1Gv 4, 18)”.
(33) Disse anche: “Abbi sempre davanti agli occhi il timore di Dio. Ricordati di colui che fa morire e fa vivere (1 Sam 2,6). Odiate il mondo e tutto ciò che contiene, odiate ogni soddisfazione del corpo. Rinunciate a questa vita affinché viviate per Dio. Ricordate che cosa avete promesso a Dio: infatti ve lo chiederà nel giorno del giudizio. Sopportate la fame, la sete, la nudità, le veglie, piangete, gemete, affliggetevi nel vostro cuore; giudicate se siete degni di Dio; disprezzate la carne, per salvare la vostra anima.
(35) Il padre Antonio disse: “Chi batte una sbarra di ferro, prima ha l’idea di ciò che ne vuol fare: una falce, o una spada o un’ascia. Così anche noi dobbiamo sapere a quale virtù tendiamo, per non faticare a vuoto.”
(36) Disse ancora: “L’obbedienza e la continenza domano le bestie feroci”.
(37) Disse anche: “Conosco monaci che dopo molte fatiche sono caduti e sono arrivati a uscire di senno, per avere confidato nella loro opera trascurando il precetto che dice: ‘Interroga tuo padre ed egli te lo annunzierà”.
(Apoftegmi tratti dal libro: ”Lotte e tentazioni dei Padre del deserto”- Padre Livio – Edizioni Sugarco)


FONTE IMMAGINE: EWTN
di Roberto de Mattei – CR 1933, 14 Gennaio 2026
Mi è capitato spesso di riferirmi a sant’Agostino e in particolare al suo capolavoro La Città di Dio. All’inizio di questo 2026, ho scritto che il De civitate Dei di sant’Agostino ci offre una chiave interpretativa della storia, che ci consente di andare oltre la lettura puramente contingente degli eventi politici ed economici e ci rimanda a un conflitto più profondo, tra opposte visioni dell’uomo e del mondo (https://www.corrispondenzaromana.it/comunismo-e-anti-comunismo-in-unora-decisiva-della-storia/).
Sono stato colpito dunque dal discorso che il Papa ha fatto il 9 gennaio di quest’anno ai membri del Corpo diplomatico (https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/january/documents/20260109-corpo-diplomatico.html). Un discorso che è incentrato proprio sulla Città di Dio di sant’Agostino e di cui vorrei citare i passi salienti, con le stesse parole di Leone XIV: «Ispirato dai tragici eventi del sacco di Roma del 410 d.C., – dice il Papa – Sant’Agostino scrive una delle opere più poderose della sua produzione teologica, filosofica e letteraria: il De Civitate Dei, La Città di Dio. Come ha osservato Benedetto XVI si tratta di un’“opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia” (Benedetto XVI, Catechesi 20 febbraio 2008).(…) Certamente i nostri tempi sono molto distanti da quegli avvenimenti. Non si tratta solo di una lontananza temporale, ma anche di una sensibilità culturale diversa e di uno sviluppo di categorie del pensiero. Tuttavia, non si può tralasciare il fatto che proprio la nostra sensibilità culturale ha tratto linfa da quell’opera, che, come tutti i classici, parla agli uomini di ogni tempo. Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei)”, e “la città terrena, incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione. Non si tratta tuttavia di una lettura della storia che intende contrapporre l’aldilà all’aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile.
Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull’atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. (…) Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del V secolo, alcune analogie rimangono assai attuali. Come allora siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di cambiamento ma in un cambiamento d’epoca.
Se Sant’Agostino evidenzia la coesistenza della città celeste e di quella terrena fino alla fine dei secoli, il nostro tempo sembra piuttosto incline a negare “diritto di cittadinanza” alla città di Dio. Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi confini. Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” (S. Agostino, De Civ. Dei, XIX, 13), che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace, la quale interessa tanto la società e le nazioni quanto lo stesso animo umano, ed è essenziale per qualunque convivenza civile. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena (Ibid., XIV, 28). Tuttavia, come nota Agostino, è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da se stessi (Ibid., XIX, 4. 4). L’orgoglio offusca la realtà stessa e l’empatia verso il prossimo. Non a caso all’origine di ogni conflitto vi è sempre una radice di orgoglio».
Qual è dunque l’insegnamento di sant’Agostino riproposto da Leone XIV? È l’insegnamento sempre attuale della Città di Dio: la consapevolezza che la storia dell’umanità è attraversata da una radicale alternativa, da due visioni del mondo e della storia inconciliabili tra loro. Da una parte vi è la visione trascendente, che riconosce Dio come principio e fine di ogni realtà e orienta a Lui non solo la vita personale, ma anche quella sociale, culturale e politica, a livello nazionale e internazionale. Dall’altra vi è la visione immanente, che rinchiude l’uomo nell’orizzonte del finito, escludendo Dio dalla storia e riducendo ogni criterio di verità, di giustizia e di bene alla misura dell’uomo stesso. La prima visione è fondata sull’umiltà, di chi non confida nelle proprie forze, ma tutto attende da Dio. La seconda visione, al contrario, nasce dall’orgoglio: dall’auto-adorazione dell’uomo che pensa e agisce come se Dio non esistesse e pretende di costruire la società prescindendo da Lui.
Tra queste visioni del mondo, tra queste due città, non c’è compromesso possibile. Sant’Agostino ci insegna che nelle epoche più drammatiche della storia, come fu il V secolo e come lo è il nostro, è doveroso abbandonare la neutralità e schierarsi, perché la vita dell’uomo e quella della Chiesa è lotta di ogni giorno e in ogni campo, ma a condizione di cogliere l’aspetto soprannaturale di questa lotta, di comprenderne il carattere religioso e metafisico. Combattere dunque, ma con lo sguardo rivolto alla Città di Dio e non a quella degli uomini; combattere, in una parola, per l’avvento del Regno di Cristo, in Cielo e in terra: un Regno che non è un miraggio, ma è l’unica meta reale e ideale per la quale valga veramente la pena vivere e, se necessario, morire.
Kristina Berdynskykh – Il Foglio, 17 Gennaio 2026
Kyiv vive in stato di emergenza. Ma tra tende da campeggio in casa, musica e thermos gli ucraini resistono e aspettano la primavera: “Sarà un po’ più caldo e più facile”
Kyiv. La temperatura a Kyiv oscilla fra i -14 e i -16 gradi. Fuori il freddo è penetrante e, per giunta, è buio pesto. Da quando la Russia ha bombardato la capitale ucraina il 9 gennaio, la città vive in stato di emergenza. 100 condomini sono ancora senza riscaldamento, sebbene la corrente elettrica sia già stata ripristinata in 5.900. Sono in vigore interruzioni di corrente di emergenza. La durata media è di dieci ore senza corrente, seguite da tre ore con la corrente. Spesso le interruzioni si prolungano e molte case rimangono senza corrente per 20 ore al giorno.
Quest’inverno, Vladimir Putin ha deciso di rendere Kyiv invivibile, ma ancora una volta ha sottovalutato il popolo ucraino. Durante una di queste lunghe interruzioni, la sera del 15 gennaio, i residenti di un complesso residenziale sulla riva sinistra della città hanno organizzato una festa nel loro cortile, servito vin brulé e improvvisato un dj set.
Vestiti con calde giacche invernali, cappelli e sciarpe, hanno ballato e cantato a squarciagola: “All I need is a light tonight” (tutto quello di cui ho bisogno stanotte è una luce). “Stare sedute per ore senza corrente in un appartamento freddo è incredibilmente triste”, dice Irina Krikunenko, 36 anni, residente a Kyiv. Vive sulla riva destra del fiume, nel quartiere di Obolonskyi, e ogni sera fa lunghe passeggiate sul lungofiume. Il paesaggio pittoresco e gli alberi innevati le risollevano il morale anche nel freddo gelido. “Cerco di non stare seduta a casa per lunghi periodi durante un blackout. Vado al lavoro, a vedere il balletto e incontro gli amici”, racconta al Foglio. Krikunenko vive al 13° piano di un edificio di 19 piani. Senza corrente, gli ascensori non funzionano. Tornare a casa a piedi non è un problema per lei, ma per i residenti anziani che vivono ai piani alti è una vera sfida. Per questo, i vicini hanno posizionato degli sgabelli sui pianerottoli di ogni piano. “Così i pensionati possono sedersi e prendersi una pausa”, spiega. I residenti comunicano tra loro online. Ogni volta che arriva un elettricista, qualcuno pubblica subito un messaggio.
Ma a volte la corrente dura solo un’ora o due, e poi la chat si riempie di altri messaggi. “Un vicino scrive: ‘Non ho finito di cucinare il borscht’. E un altro: ‘La mia lavatrice non ha finito il lavaggio’”, Irina cita alcuni esempi fra i messaggi che riceve in chat. Afferma che trovarsi in una situazione estremamente difficile ha reso le persone più compassionevoli, e molte si sono offerte di aiutare.
Per esempio, gli amici nel suo palazzo hanno comprato contenitori di acqua potabile da usare in caso di interruzioni idriche e le hanno detto che erano lì anche per lei. Vladislav Faraponov, 28 anni, direttore del think tank American Studios, ha recentemente avuto un figlio di due mesi. Subito dopo la sua nascita, lui e sua moglie hanno iniziato a prepararsi per eventuali blackout. Hanno una centrale elettrica portatile nel loro appartamento, oltre a lampade che possono essere ricaricate da un power bank e da una lampada a batteria. Quando si svegliano la mattina, scaldano subito l’acqua per tre thermos: uno con il tè e due con acqua bollente. Crede che la cosa più importante ora sia il sostegno reciproco all’interno della famiglia e un chiaro accordo per cui chi rimane a casa quando torna la corrente, collega immediatamente tutto e lo carica. “Quando la situazione di riscaldamento e luce era completamente disperata, siamo andati a dormire da parenti”, racconta. E’ uno scenario comune a Kyiv. Chi è più accogliente invita amici e conoscenti che si trovano in situazioni peggiori.
I pensionati che vivono soli stanno affrontando il momento più difficile. I loro problemi quotidiani sono quelli che si conoscono meno. Per questo motivo, la città ha aperto 1.200 “punti dell’invincibilità” al chiuso e all’aperto, dove le persone possono riscaldarsi e ricaricare i propri dispositivi. A questo scopo, sono state allestite grandi tende arancioni nelle zone residenziali. Dentro all’appartamento della famosa cantante ucraina Sasha Koltsova, la temperatura è di soli 6 gradi. Ha già installato la pellicola a bolle d’aria sulle finestre per ridurre la dispersione di calore, ma non basta. “La stanza è grande e non riesco a riscaldarla completamente”, racconta al Foglio. Così, in una delle stanze, ha montato una tenda da campeggio con un materasso, una coperta normale e una coperta termica. E ora dorme lì. All’interno della tenda, la temperatura va dai 12 ai 15 gradi. Il kit di base che consiglia a tutti è: biancheria intima termica, un sacco a pelo, una tenda, un thermos e un fornello a gas portatile (molte case di Kyiv hanno fornelli elettrici).
Irina Krikunenko ammette di dormire sotto quattro strati: due piumoni e due coperte. “Cammino per la stanza con calzamaglie calde, pantaloni di lana, due paia di calzini, due maglioni e un cardigan”, dice. Non ha una stazione di ricarica portatile, ma ha tantissime candele. “Le accendo tutte e creo una bellissima atmosfera romantica”, aggiunge Irina, con allegria. Il 16 gennaio, il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha invitato le aziende a spegnere la luce delle pubblicità esterne e la città a spegnere i lampioni. Questo significa che i viali di Kyiv saranno presto immersi in un’oscurità ancora maggiore. “Illuminazione stradale e dei parchi, insegne e lucine: niente di tutto ciò ha importanza se le persone non hanno abbastanza elettricità”, ha detto. Ma nonostante i blackout, la stanchezza intensa e le difficoltà quotidiane, gli ucraini non si disperano. “Aspettiamo la primavera; sarà un po’ più caldo e più facile”, spera Faraponov.

Nome: Sant’ Antonio
Titolo: Abate
Nascita: 12 gennaio 251, Eraclea (Egitto Superiore)
Morte: 17 gennaio 356, Tebaide (Alto Egitto)
Ricorrenza: 17 gennaio
Tipologia: Memoria liturgica
Protettore:
degli animali domestici, dell’ agricoltura, degli allevamenti, degli allevatori, dall’ herpes zoster (fuoco di Sant’Antonio), dei macellai, dai morbi contagiosi, dalla peste, dallo scorbuto
Luogo reliquie: Chiesa di San Trofimo
Antonio nacque presso Eraclea (Egitto Superiore) nel 251 da nobili genitori, ricchi e timorati di Dio, i quali si presero grande cura di educarlo cristianamente. A soli diciotto anni li perdette, rimanendo egli custode di una piccola sorella e possessore di considerevoli ricchezze.
Ma la voce di Dio non tardò a farglisi sentire, era orfano da appena sei mesi, quando in chiesa sentì leggere le parole di Gesù: « Se vuoi essere perfetto, vendi quanto hai, e dallo ai poveri, così avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi ».
Antonio le prese come dette a se medesimo: andò a casa, distribuì le sue sostanze ai poveri, riservandosene solamente una piccola porzione pel mantenimento suo e della sorella. Poco dopo avendo udito le altre parole di Gesù: « Non vi prendete fastidio del domani », diede ai poveri anche il rimanente, pose la sorella in un monastero di vergini, e lui stesso si ritirò a fare vita penitente nel deserto.
Quivi si sforzava di praticare le virtù che vedeva praticate da altri santi penitenti, nelle cui cellette spesso si recava per imparare da essi la via della perfezione. Lavorava inoltre per procacciarsi il cibo, e tutto ciò che guadagnava in più lo donava ai poveri. Ma il demonio non poteva sopportare in un tal giovane tanto ardore di perfezione, e cercò tutte le maniere possibili per distoglierlo dal suo intento; ma Antonio si raccomandava caldamente notte e giorno a Gesù, e accompagnava le preghiere con rigorosissime penitenze. Mangiava pochissimo e poverissimamente una volta sola al giorno, dormiva sulla nuda terra, e macerava in ogni modo il suo corpo: ottenne così completa vittoria sul demonio.
Dopo un po’ di tempo, pregato un amico che ogni settimana gli portasse qualcosa per cibarsi, si volle appartare maggiormente; si inoltrò nel deserto, si pose in una grotta. Quivi il demonio ricominciò a tendergli le sue insidie, ed una volta venne e lo percosse tanto, che egli fu vicino a morirne; ma benché giacesse per terra sfinito, continuò a pregare e a cantare il versetto del salmo: « Ancorché eserciti interi siano schierati contro di me, il mio cuore non temerà ». Al demonio poi ripeteva le parole di S. Paolo: « Nulla mai potrà separarmi dalla carità di Cristo ».

titolo Tentazioni di Sant’Antonio abate
autore Enea Salmeggia anno 1605
Volle poi egli segregarsi ancor più dagli uomini, e si inoltrò nel deserto giungendo ad una grande grotta; ma furono tante le istanze che alcuni gli fecero per essere suoi discepoli, che egli li accettò, ed essi incominciarono ad abitare vicino a lui.
Ai suoi discepoli il Santo raccomandava continuamente la perseveranza, la custodia del cuore, l’esortazione vicendevole, la pratica delle virtù, e il ricordo quotidiano dei Novissimi. Morì esortando i suoi monaci l’anno 356 al 17 gennaio, in età di 105 anni.

titolo I santi Antonio Abate e Paolo Eremita
autore Diego Velázquez anno 1634-1660
Un testo greco, probabilmente scritto a integrazione della Vita di Atanasio e tradotto in latino da S. Girolamo (30 set.), racconta di una visita di un S. Antonio novantenne a Paolo l’Eremita (15 gen.). Secondo il testo Antonio, che era tentato dalla vanità di credersi colui che aveva servito Dio nel deserto più a lungo e più duramente, aveva ricevuto in sogno la notizia che qualcuno lo aveva invece preceduto nel condurre questo tipo di vita. Guidato quindi da un centauro, da un satiro e da una luce celeste, dopo due giorni e mezzo di marcia giunse alla cella di Paolo. I due si abbracciarono e si salutarono per nome; poi un corvo portò loro del pane, un fatto che Paolo disse avvenire da sessant’anni. Infine disse ad Antonio che Dio lo aveva mandato per seppellirlo e che desiderava essere avvolto nel mantello che Antonio aveva ricevuto da Atanasio. Antonio fece ritorno al monastero per prenderlo, e quando ritornò alla cella di Paolo lo trovò morto in ginocchio; apparvero allora due leoni che scavarono una fossa. Questo incontro è stato raffigurato ancora prima delle tentazioni; appare infatti sulla croce di Ruthwell in Northumbria (VIII sec.) e sulle otto croci irlandesi che risalgono a prima dell’anno 1000.
FRASI DI SANT’ANTONIO ABATE
« Non appesantirti del tuo peccato, neanche con il pretesto di fare penitenza. Perché se ti fissi sul peccato, non fai altro che mettere sempre al centro te stesso »
« Vivete come se doveste morire ogni giorno »
« È dal prossimo che ci vengono la vita e la morte. Perché se guadagniamo il fratello, è Dio che guadagniamo; e se scandalizziamo il fratello è contro Cristo che pecchiamo. »
« Il pessimo male dell’anima sono i desideri insaziabili di ricchezze e piaceri, uniti all’ignoranza della verità. »
« La Pace è a prezzo della moderazione dei desideri, il nostro desiderare continuo ci riempie di agitazione. »
« Siamo grati al medico anche per il medicamento doloroso; di fronte al patire dobbiamo esser grati a Dio; qualunque cosa ci accada è per il nostro bene. »
« Verrà un tempo in cui gli uomini impazziranno, ed al vedere uno che non sia pazzo, gli si avventeranno contro dicendo: – Tu sei pazzo! a motivo della sua dissomiglianza da loro. »
« Vidi tutte le reti del Maligno distese sulla terra e dissi gemendo: – Chi mai potrà scamparne? E udii una voce che mi disse: – l’umiltà. »
Un fratello disse al padre Antonio: « prega per me! »
L’anziano gli disse: « Non posso io avere pietà di te, e neppure Dio, se non sei tu stesso ad impegnarti nel pregare Dio. »

FONTE IMMAGINE: Diocesi di Ventimiglia (https://www.diocesiventimiglia.it/)
di Fabio Fuiano, CR 1933 – 14 Gennaio 2026
In un precedente articolo abbiamo parlato dell’iniziativa del vescovo di Ventimiglia-Sanremo, mons. Antonio Suetta, di istituire una campana per ricordare i bambini vittime dell’aborto. Le reazioni del mondo abortista, come prevedibile, sono state ampie e violente. Il Consigliere della Parità della regione Liguria, era arrivata a scrivere una lettera di protesta direttamente a papa Leone XIV. L’ultima notizia è quella di una manifestazione pubblica, in programma per sabato 17 gennaio a Sanremo, promossa da Radicali Italiani e diverse associazioni del territorio.
Nel loro comunicato, i promotori hanno criticato le affermazioni di mons. Suetta riguardo alla 194 e, in particolare, il suo appello al rispetto del diritto naturale, evidenziando come «gesti simbolici che alimentano senso di colpa o giudizio morale non favoriscono il dialogo». Provvidenzialmente, il Pontefice ha risposto con parole molto chiare, in occasione del discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede del 9 gennaio scorso. Partendo dalla sapiente visione dell’opera De Civitate Dei di Sant’Agostino, il Papa ha sottolineato come «per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano. Riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro».
Non c’è dialogo possibile con chi nega il dato di realtà, in special modo relativamente alla natura umana e alla legge naturale, inscritta nel cuore dell’uomo, che da essa deriva. Infatti, prosegue il Pontefice, ai nostri giorni «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti».
Si pensi, per esempio, alla negazione dell’umanità del concepito, che l’abortismo degrada alla sua mera componente cellulare senza minimamente considerare quella perfetta organizzazione, orchestrata dall’anima umana razionale, che lo porterà in breve tempo ad assumere la forma umana. Uno degli errori di fondo di alcuni abortisti sta nel capovolgere il legame che lega la natura umana alla forma umana: non è questa a determinare quella, ma il contrario. Anche se nelle primissime fasi il concepito non condivide la forma di un uomo (cosa che, comunque, avviene ben presto), ciò non implica che non ne condivida la natura. Se il concepito non fosse un essere umano, già dal principio, non potrebbe mai attualizzare le successive fasi della sua crescita. Embrione, feto, bambino, adolescente, adulto e anziano sono infatti solo fasi – dapprima potenziali mache col passare del tempo si attualizzano in sequenza – di una medesima natura, quella umana, già in atto dal concepimento. Il valore di un essere umano non dipende dalla fase in cui si trova, ma dal fatto di essere uomo: un bambino non “vale meno” di un adulto, così come un embrione non dovrebbe valer meno di un bambino.
Chiarire i termini significa riagganciarli alla verità che essi esprimono e costruire quel fondamento senza il quale non è possibile intendersi. Senza la verità, non avrebbe senso discutere perché nulla potrebbe essere affermato. In effetti, continua papa Leone XIV, «il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Tuttavia, a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
Da questa deriva ne conseguono altre «che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza. In tale contesto, l’obiezione di coscienza consente all’individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale: che si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari».
Se non si parte dalla realtà del concepito, dalla sua reale identità, è impossibile comprendere per quale motivo l’aborto, lungi dall’essere un diritto, sia in verità un delitto la cui esecuzione entra in conflitto con la coscienza morale.
Le parole del Pontefice giungono provvidenzialmente in risposta a coloro che attaccano un vescovo semplicemente per aver ricordato una verità elementare sull’essere umano. Infatti, il Papa ha voluto mettere l’accento sulla difesa della vita nascente e sulle condizioni necessarie per attuarla: «la vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente. Ciò è quanto mai prioritario specialmente in quei Paesi che stanno vivendo un drammatico calo del tasso di natalità. La vita, infatti, è un dono inestimabile che si sviluppa all’interno di un progetto di relazionalità basato sulla reciprocità e sul servizio».
Proprio alla luce di questa profonda visione della vita come dono da accudire e della famiglia come sua custode responsabile, si impone «il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo. Tra queste c’è l’aborto, che tronca una vita in crescita e rifiuta di accogliere il dono della vita. In tal senso, la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie. L’obiettivo primario deve rimanere la protezione di ogni nascituro e il supporto effettivo e concreto a ogni donna affinché possa accogliere la vita».
Il Pontefice ha ragione a porre tra virgolette le parole “diritto” e “sicuro” in relazione all’aborto. Se si riconosce che l’aborto consiste nell’intenzionale soppressione di un essere umano innocente è impossibile parlare di “diritto”, come già ricordato in passato. D’altro canto, l’unica accezione in cui si potrebbe legare la parola “sicuro” all’aborto, è considerarlo come sicuramente lesivo della vita del concepito nonché mortale per l’anima della madre e di chi lo esegue. Altrettanto vero è che, in base all’iniqua 194, l’aborto viene sovvenzionato col denaro dei contribuenti, facendo sì che tutti, volenti o nolenti, siano indirettamente cooperatori di questo massacro silenzioso.
Di fronte all’imperterrita violenza del mondo abortista, la tentazione di indietreggiare e la paura di essere isolati possono essere grandi. Ma la speranza è che le parole di papa Leone XIV possano rinfrancare l’anima di tutti i pro-life continuamente in trincea per difendere la vita umana innocente in ogni sua fase.