"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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La strage dei ragazzi in Iran: chi erano Rubina, Akram, Amir e gli altri giovani uccisi. Le famiglie: «Per i corpi ci chiedono cifre enormi»

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 13 Gennaio 2025

Le ong sono al lavoro per identificare le (moltissime) vittime dei massacri compiuti dagli apparati repressivi della Repubblica islamica

In alto da sinistra: Akram Pirgazi, Amirali Heidari e Mehdi Salahshour. Sotto: Amir Mohammad Koohkan, Rubina Aminian e Ako Mohammadi

Li schedano per non perderne le tracce. Verificano nomi, cognomi, età, storie per non rischiare che rimangano solo numeri di una cifra che di ora in ora cresce. Sono i morti iraniani. Gli uomini e le donne, i ragazzi e le ragazze, uccisi dalle Guardie rivoluzionarie di Ali Khamenei. Colpiti alla fronte, alle spalle, al cuore.

 «Facciamo questo lavoro di raccolta per ricordare al mondo che erano persone come noi, che erano in strada a protestare per chiedere una vita normale. Volevano diritti che noi diamo per scontati», ci dice Mahmood Amiry-Moghaddam di Iran Human Rights, che con altre ong sta cercando di identificare le vittime del massacro iraniano. «In risposta — continua — si sono trovati davanti a guardie armate che li hanno uccisi per mantenere in vita il re.

A oggi, i morti identificati sono 648. Ma Moghaddam ritiene credibili i numeri che arrivano da dentro il Paese: «Saranno migliaia». Da cinque giorni il blackout di Internet e delle comunicazioni rende impossibile comprendere la portata di quello che sta succedendo nelle città iraniane.

Ma qualche nome, qualche storia riesce a superare i confini della Repubblica islamica. Come quella di Rubina Aminian, studentessa di moda all’università Shariati di Teheran. Giovedì esce dal college e si unisce alle manifestazioni che tagliano le strade e le piazze. È curda di Kermanshah, ma studia nella capitale. Era, racconta lo zio, «una ragazza forte e coraggiosa, che difendeva i diritti delle donne».

 In un Paese che, su quei diritti negati, ha costruito la sua macchina repressiva. Rubina combatteva gli ayatollah in modo pacifico, disobbedendo alle loro leggi ingiuste. Non mettendo il velo, vestendosi alla moda, sognando una vita libera. Le sparano alla nuca, di spalle, a distanza ravvicinata: un’esecuzione. AvvertOno la famiglia che corre a Teheran. Una fonte racconta che i genitori vengono portati vicino al college dove fino al giorno prima Rubina studiava, e si sono trovati di fronte ad altri centinaia di corpi di giovani, tra i 22 e i 28 anni. Frugano tra i sacchi neri, alla ricerca della figlia.

 All’inizio le autorità non vogliono consegnare il corpo, quando lo rilasciano, la famiglia corre verso casa, a Kermanshah. Al loro arrivo scoprono che l’intelligence ha circondato l’abitazione. Nuovo ordine: non hanno il permesso di seppellirla. Riprendono la macchina e la seppelliscono lungo la strada tra Kermanshah e Kamyaran. Sono ancora in attesa di farle il funerale.

Tra gli identificati, ci sono più nomi di uomini che di donne. «Ma temiamo che da Teheran arriveranno notizie di molte ragazze uccise. Lì, il movimento femminile e femminista è molto forte. Sono appena arrivate le storie di altre due studentesse», continua Moghaddam.

La prima donna a essere identificata è Akram Pirgazi. Aveva 40 anni ed era la mamma di due bambine. Di Nishapur, nella provincia di Razavi Khorasan, Akram viene uccisa il 7 gennaio da colpi d’arma da fuoco alla testa, sparati dalle forze della Repubblica islamica, mentre protesta nella sua città. La portano in ospedale, ma non ha speranze: Akram muore.

Muore anche Amir Mohammad Koohkan, aveva 26 anni, era un allenatore e arbitro di calcio a cinque. Viene ucciso il 3 gennaio durante le proteste a Niriz, nella provincia di Fars. Amir lo ammazzano sul colpo. Le guardie prelevano il corpo dalla strada e la sua famiglia non riesce ancora ad averlo indietro. Koohkan aveva lavorato come allenatore a Niriz e Shiraz e, negli ultimi due anni, era stato anche arbitro. Poco prima di essere ucciso, scrive sui social: «Non lo so. Voglio solo andarmene, ma ho dei pensieri in testa». 

Nell’album della morte, c’è anche la fotografia di Amirali Heidari, un ragazzo curdo di 17 anni di Kermanshah. Sembra un bambino. Lo uccidono l’8 gennaio nel quartiere Elahiyeh con un colpo al cuore. Per consegnare il suo corpo, le autorità chiedono alla famiglia un miliardo di toman, che equivale a oltre 800 euro, una cifra altissima per le famiglie iraniane. Non contenti, chiedono ai genitori di raccontare che il figlio è morto per una caduta dall’alto.

Ako Mohammadi aveva 22 anni, era curdo e abitava a Qeshm. Anche lui viene ucciso sul colpo, anche alla sua famiglia viene chiesto un miliardo di toman per la consegna del corpo. Viene trucidato l’8 gennaio, quel giorno fanno la stessa fine altre 15 persone, tra cui due donne della provincia di Ilam.

Mehdi Salahshour era uno scultore e un professore. Era il padre di due figli. Lo uccidono in piazza a Mashhad. «Molti dei nomi che abbiamo identificato vengono dal Kurdistan», racconta Moghaddam. «Non perché nelle altre città i morti siano di meno, ma perché all’inizio le proteste erano più grandi nell’Ovest del Paese. Poi hanno spento la luce». Per dire, nei video girati davanti dell’obitorio di Teheran si contano almeno 250 corpi.

Padre Aleksey dall’Ucraina

– Padre Aleksey – inviato 12 gennaio 2026

Buongiorno, sono Padre Aleksey e sono il direttore di Radio Maria Ucraina. Sono adesso a Kyiv, come vedete c’è il sole, c’è la neve, il cielo è azzurro però siamo in inverno. Adesso a Kyiv ci sono -15 gradi. Vorrei raccontare come vive adesso Radio Maria e come vive adesso Kyiv, la nostra capitale e tutta l’Ucraina. Proprio dietro di me c’è un edificio, al cui centro c’è una piaga nera, è il segno di un drone russo che ha colpito questo edificio e questo è avvenuto a 300 metri dagli studi di Radio Maria. davanti a me c’è proprio l’edificio di Radio Maria. Quindi qualche giorno fa abbiamo vissuto un attacco atroce di missili russi; proprio adesso a Kyiv fa molto freddo, come ho detto -15 gradi, forse anche meno. Dopo questo attacco per due giorni non abbiamo avuto la luce, tanta gente che abita che abita in queste case non ha luce, non ha il riscaldamento e vive in queste condizioni. In Ucraina fa molto freddo e penso che i russi abbiano aspettato proprio questo momento per distruggere il Paese. Tanta gente abita in questa situazione. Ieri sono stato proprio a guidare la macchina a Kyiv, era tutto buio, senza luce e senza riscaldamento, la gente soffre tantissimo. Grazie a Dio in questa situazione Radio Maria funziona, grazie alla Provvidenza di Dio e alla vostra generosità abbiamo il generatore e l’accumulatore e Radio Maria non ha mai mancato. In questo momento tanta gente ci chiama e dice che proprio questa è la missione di Radio Maria: essere la luce, essere il caldo in questo momento, dare la speranza quando c’è il buio e la sofferenza è tanta. Radio Maria funziona anche se abbiamo tante difficoltà, anche nel nostro edificio fa freddo e i nostri collaboratori si coprono molto in questo momento. Tutta la gente soffre e in questa città tanta gente non ha nemmeno la possibilità di riscaldare il cibo perché manca l’elettricità. Vorrei chiedere una preghiera per l’Ucraina, una preghiera per la pace. In Ucraina vediamo che la Russia non vuole finire la guerra, ma sappiamo che per il Signore non ci sono cose impossibili. Chiedo preghiere per la pace

⚪️PAPA LEONE XIV PROCLAMA L’ANNO GIUBILARE FRANCESCANO PER L’800º ANNIVERSARIO DEL TRANSITO DI SAN FRANCESCO D’ASSISI

Con gioia comunichiamo la promulgazione del Decreto che istituisce uno speciale Anno Giubilare in commemorazione dell’ottavo centenario del transito di San Francesco d’Assisi. Sua Santità Papa Leone XIV ha stabilito che, dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027, si celebri questo Anno di San Francesco, durante il quale tutti i fedeli cristiani sono invitati a seguire l’esempio del Santo di Assisi, diventando modelli di santità di vita e testimoni instancabili di pace. La Penitenzieria Apostolica concede l’indulgenza plenaria, alle consuete condizioni, a quanti parteciperanno devotamente a questo straordinario Giubileo, che rappresenta un’ideale continuazione del Giubileo Ordinario del 2025.

Questo Anno giubilare è rivolto in modo particolare ai membri delle Famiglie Francescane del Primo, Secondo e Terzo Ordine Regolare e Secolare, così come agli Istituti di vita consacrata, alle Società di vita apostolica e alle Associazioni che osservano la Regola di San Francesco o si ispirano alla sua spiritualità. Tuttavia, la grazia di questo anno speciale si estende anche a tutti i fedeli, senza distinzione, che, con l’animo distaccato dal peccato, visiteranno in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana o luogo di culto dedicato a San Francesco in qualunque parte del mondo. Gli anziani, i malati e quanti, per gravi motivi, non possono uscire di casa, potranno ugualmente ottenere l’indulgenza plenaria unendosi spiritualmente alle celebrazioni giubilari e offrendo a Dio le loro preghiere, i loro dolori e le loro sofferenze.

In questo tempo di celebrazione, che corona otto secoli di memoria francescana, invitiamo cordialmente tutti i fedeli a prendere parte attiva a questo eccezionale Giubileo. Il luminoso esempio di San Francesco, che seppe farsi povero e umile per essere un vero alter Christus sulla terra, ispiri i nostri cuori a vivere nella carità cristiana autentica verso il prossimo e con sinceri desideri di concordia e di pace tra i popoli. Sulle orme del Poverello di Assisi, trasformiamo la speranza che ci ha resi pellegrini durante l’Anno Santo in fervore e zelo di carità operosa. Questo Anno di San Francesco sia per ciascuno di noi un’occasione provvidenziale di santificazione e di testimonianza evangelica nel mondo contemporaneo, a gloria di Dio e per il bene di tutta la Chiesa.

Condizioni per ricevere l’Indulgenza

(per sé o per i defunti)

Confessione sacramentale per essere in grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti);
Partecipazione alla Messa e Comunione eucaristica;
Visitare in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana o luogo di culto dedicato a San Francesco in qualunque parte del mondo, dove si rinnova la professione di fede, mediante la recita del Credo, per riaffermare la propria identità cristiana;
La recita del Padre Nostro, per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo;
Una preghiera secondo le intenzioni del Papa, per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.

Papa Leone XIV: “La fede è più che necessaria, perché con Dio la vita trova salvezza”

Stamane nella Cappella Sistina Papa Leone XIV ha presieduto la Messa nella festa del Battesimo del Signore, durante la quale ha battezzato alcuni bambini. 

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, domenica 11 gennaio 2026, 9:58 (ACI Stampa).

Proseguendo una ormai lunga tradizione, stamane nella Cappella Sistina Papa Leone XIV ha presieduto la Messa nella festa del Battesimo del Signore, durante la quale ha battezzato alcuni bambini.

“Quando il Signore entra nella storia – ha osservato il Papa nell’omelia – viene incontro alla vita di ciascuno con cuore aperto e umile. Egli cerca il nostro sguardo con il suo, pieno d’amore, e dialoga con noi rivelandoci il Verbo della salvezza. Fatto uomo, il Figlio di Dio realizza per tutti una possibilità sorprendente, che inaugura un tempo nuovo e inatteso persino dai profeti”.

“Come luce nelle tenebre – ha aggiunto – il Signore si fa trovare lì dove non ce lo aspettiamo: è il Santo tra i peccatori, che vuole abitare in mezzo a noi senza tenere le distanze, anzi, assumendo fino in fondo tutto quel che è umano”.

Si adempie – ha proseguito Papa Leone – la giustizia di Dio “che nel  battesimo di Gesù opera la nostra giustificazione: nella sua infinita misericordia, il Padre ci fa giusti per mezzo del suo Cristo, l’unico Salvatore di tutti”.

“Colui che viene battezzato da Giovanni nel Giordano – ha spiegato ancora il Pontefice- fa di questo gesto un segno nuovo di morte e risurrezione, di perdono e comunione. Ecco il Sacramento che celebriamo oggi per questi bambini: poiché Dio li ama, essi diventano cristiani, nostri fratelli e sorelle”.

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“I figli, che ora tenete in braccio, sono trasformati – ha scandito – in creature nuove. Come da voi genitori hanno ricevuto la vita, così ora ricevono il senso per viverla: la fede. Quando sappiamo che un bene è essenziale, subito lo cerchiamo per coloro che amiamo. Chi di noi, infatti, lascerebbe i neonati senza vestiti o senza nutrimento, nell’attesa che scelgano da grandi come vestirsi e che cosa mangiare? Se il cibo e il vestito sono necessari per vivere, la fede è più che necessaria, perché con Dio la vita trova salvezza”.

“Verrà il giorno in cui diventeranno pesanti da tenere in braccio; e verrà anche il giorno in cui saranno loro a sostenere voi.

Il Battesimo, che ci unisce nell’unica famiglia della Chiesa, santifichi in ogni tempo tutte le vostre famiglie – ha concluso – donando forza e costanza all’affetto che ci unisce. I gesti che tra poco compiremo ne sono bellissime testimonianze: l’acqua del fonte è il lavacro nello Spirito, che purifica da ogni peccato; la veste bianca è l’abito nuovo, che Dio Padre ci dona per l’eterna festa del suo Regno; la candela accesa al cero pasquale è la luce di Cristo risorto, che illumina il nostro cammino”.

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Papa Leone XIV: “Il Battesimo è luce, riconciliazione e porta del Cielo”

Al termine dell’Angelus il Papa ha pregato per Siria, Iran e Ucraina

Papa Leone XIV |  | Vatican MediaPapa Leone XIV | | Vatican Media

Di Marco Mancini

Città del Vaticano , domenica, 11. gennaio, 2026 12:14 (ACI Stampa).

“La festa del Battesimo di Gesù, che oggi celebriamo, dà inizio al Tempo Ordinario: questo periodo dell’anno liturgico ci invita a seguire insieme il Signore, ascoltare la sua Parola e imitare i suoi gesti d’amore verso il prossimo. È così  che confermiamo e rinnoviamo il nostro Battesimo, cioè il Sacramento che ci fa cristiani, liberandoci dal peccato e trasformandoci in figli di Dio, per la potenza del suo Spirito di vita”. Lo ha detto stamane il Papa, introducendo la preghiera mariana dall’Angelus.

Nell’episodio del Battesimo di Gesù – ha osservato Leone XIV – “tutta la Trinità si fa presente nella storia: come il Figlio discende nell’acqua del Giordano, così lo Spirito Santo discende su di Lui e, attraverso di Lui, ci viene donato quale forza di salvezza”.

Dio- ha spiegato ancora Papa Leone –  non guarda il mondo da lontano, senza toccare la nostra vita, i nostri mali e le nostre attese! Egli viene in mezzo a noi con la sapienza del suo Verbo fatto carne, coinvolgendoci in un sorprendente progetto d’amore per l’intera umanità. Nella sua santità il Signore si fa battezzare come tutti i peccatori, per rivelare l’infinita misericordia di Dio. Il Figlio Unigenito, nel quale siamo fratelli e sorelle, viene per servire e non per dominare, per salvare e non per condannare”.

“E’ il Cristo redentore: prende su di sé quello che è nostro, compreso il peccato, e ci dona quello che è suo, cioè la grazia di una vita nuova ed eterna. Il sacramento del Battesimo – ha concluso il Papa – realizza quest’evento in ogni tempo e in ogni luogo, introducendo ciascuno di noi nella Chiesa, che è il popolo di Dio, formato da uomini e donne di ogni nazione e cultura, rigenerati dal suo Spirito. Dedichiamo allora questo giorno a fare memoria del grande dono ricevuto, impegnandoci a testimoniarlo con gioia e con coerenza. Proprio oggi ho battezzato alcuni neonati, che sono diventati nostri nuovi fratelli e sorelle nella fede: quant’è bello celebrare come un’unica famiglia l’amore di Dio, che ci chiama per nome e ci libera dal male! Il primo dei Sacramenti è un segno sacro, che ci accompagna per sempre. Nelle ore buie, il Battesimo è luce; nei conflitti della vita, il Battesimo è riconciliazione; nell’ora della morte, il Battesimo è porta del cielo”.

“Come ho già accennato – ha proseguito Leone XIV prima di concludere l’Angelus – questa mattina secondo la consuetudine della festa del Battesimo di Gesù battezzato alcuni neonati figli di dipendenti della Santa Sede. Ora vorrei estendere la mia benedizione a tutti i bambini che hanno ricevuto o riceveranno il battesimo in questi giorni a Roma e nel mondo intero, affidandoli alla materna protezione della Vergine Maria: in modo particolare prego per i bimbi nati in condizioni più difficili sia di salute sia per i pericoli esterni”.

Il pensiero del Papa si è poi esteso a Iran e Siria: “auspico e prego che si  coltivi con pazienza il dialogo e la pace perseguendo il bene comune dell’intera società”.

Infine “in Ucraina nuovi attacchi particolarmente gravi indirizzati soprattutto a infrastrutture energetiche proprio mentre il freddo si fa più duro colpiscono pesantemente la popolazione civile. Rinnovo l’appello a cessare le violenze e a intensificare gli sforzi per arrivare alla pace”.

Venezuela e Ucraina, il nuovo mondo di Putin e Trump

di Stefano Caprio – Asia News – 10 Gennaio 2025

La “dottrina Donroe”, enunciata da Trump, ormai corrisponde perfettamente ai principi del Russkij Mir di Putin: gli Usa come la Russia valutano quanto i Paesi del proprio spazio di competenza, sia esso il doppio continente americano o lo spazio eurasiatico ex-sovietico, siano da controllare, conquistare, invadere e sfruttare.

L’operazione americana a Caracas ha suscitato reazioni contrastanti in Russia, a cominciare dall’invidia di Putin nei confronti di Trump, per essere riuscito in due ore a fare quello che a lui non riesce da quattro anni, e cioè catturare e annientare il leader “ucronazista” Zelenskyj ed esibirlo al mondo come è accaduto con il dittatore “narcotrafficante” Maduro.

 L’ex-presidente Dmitrij Medvedev ha invece espresso, con il suo solito gergo esagitato, un avvertimento ai “compagni del Pindostan”, come venivano chiamati sprezzantemente gli americani ai tempi sovietici: “adesso non potrete più rimproverarci di nulla, neanche formalmente”, visto che “la squadra di Trump si cura soltanto dei propri interessi, in modo cinico e violento”.

Insomma, la “dottrina Donroe”, enunciata da Trump per difendere gli ideali Maga, ormai corrisponde perfettamente ai principi del Russkij Mir di Putin: gli Usa come la Russia valutano quanto i Paesi del proprio spazio di competenza, sia esso il doppio continente americano o lo spazio eurasiatico ex-sovietico, siano da controllare, conquistare, invadere e sfruttare, e nessuno si deve intromettere, soprattutto i debosciati dell’Europa.

pindosy americani dei tempi sovietici erano ancora prima i greci dei tempi zaristi, accusati di “degradazione morale” già nell’Ottocento, essendo anche gli avversari per la difesa della vera fede ortodossa, e non a caso la guerra russa in Ucraina è stata provocata anche dallo scisma con il patriarcato di Costantinopoli. Nella lingua neogreca pindos vuol dire in effetti “stagno puzzolente”, tutto ciò di cui ci si deve liberare e ripulire.

Nella greve ironia di Medvedev traspare peraltro anche un certo senso di soddisfazione, del tipo “avete visto che adesso ci imitano tutti”, dando alla Russia la convinzione di essere riusciti a tornare a dirigere il mondo come ai bei tempi della guerra fredda.

Tra Ucraina e Venezuela si consuma quindi la fine del globalismo del trentennio post-sovietico, dal 1992 delle riforme liberali di Eltsin al 2022 dell’operazione speciale di Putin; col 2026 delle conquiste di Trump, inizierebbe una nuova era di divisione del mondo tra i vari imperatori, da Trump a Putin fino a Xi Jinping.

Ora si capisce meglio perché sia stata vietata ufficialmente la parola “guerra” nel linguaggio pubblico della Russia, tanto che nei testi voina si deve scrivere v***na con gli asterischi, altrimenti si rischiano forti multe: la guerra è soltanto un “ideale religioso” che viene proclamato dal patriarca di Mosca Kirill, che a Natale ha proclamato i soldati “uomini santi che agiscono per conto di Dio”, mentre quello che sta avvenendo è un’operazione davvero “speciale”, di cui la conquista militare è solo la facciata, mentre il vero fine è una nuova definizione dei rapporti tra gli uomini e gli Stati, un nuovo mondo tutto ancora da risistemare.

Siamo davvero soltanto all’inizio, e le farsesche trattative per la pace in Ucraina perdono sempre più di significato, lasciando tutto lo spazio alle compravendite del petrolio, dei territori e dei ghiacci eterni che ormai si sciolgono, come quelli della tanto ambita Groenlandia, la nuova “ucraina” che segna il confine artico degli imperi.

Trump ha imposto alla presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez, sottoposta al suo pieno controllo, di tagliare ogni rapporto commerciale e finanziario con la Russia e la Cina, che hanno quindi elevato la loro protesta nelle stanze ormai ammuffite del Consiglio di sicurezza dell’Onu. I loro rappresentanti hanno chiesto di liberare Maduro, mentre gli americani rispondono che “non stiamo facendo la guerra in Venezuela, e non lo abbiamo occupato”, proprio mentre si aprivano le sedute di tribunale per presentare le accuse contro il deposto leader in catene.

Il russo Vasilij Nebenzja ha aggiunto alla seduta dell’Onu che “l’incidente” del 3 gennaio a Caracas è “un presagio del ritorno all’epoca dell’illegalità e del dominio americano imposto con la forza, del caos e dell’immoralità”, toni aggressivi della guerra fredda novecentesca, e della “guerra ibrida” del terzo millennio, ma anche un annuncio del ristabilimento dei ruoli.

Dopo aver più volte giustificato l’operazione russa in Ucraina, Nebenzja ha lamentato che “una serie di Stati” negli ultimi anni applicano le norme del diritto internazionale “in modo selettivo, a seconda delle congiunture politiche”, in pratica ognuno faccia un po’ come gli pare. Il rappresentante cinese Fu Cong ha aggiunto che Pechino “è scioccata da quanto è successo a Caracas”, condannando le “azioni unilaterali degli Usa”, anch’egli quindi rispolverando linguaggi antichi con prospettive nuove.

Del resto, le dichiarazioni minacciose abbondano da parte russa, come quella del capo della commissione della Duma per la politica informativa Aleksej Puškov, che parla delle possibili “conseguenze catastrofiche” in seguito ai proclami trionfali di Trump, “in analogia con i disastrosi interventi di Washington nel passato, attribuendosi il diritto di decidere tutto nel proprio emisfero senza riguardo per niente e per nessuno”.

Il vice-capo del comitato parlamentare per la difesa, Aleksej Žuravlev, ha proposto di rispondere all’arresto delle petroliere russe “affondando le navi americane”, e poi di colpire in Europa con i missili ipersonici Oreškin, considerando le azioni degli occidentali “equivalenti ad attacchi sul territorio russo” e vista l’euforia degli impuniti americani per l’operazione in Venezuela, l’unica risposta adeguata per fermarli è “prenderli a calci in faccia”.

Il capo degli analisti del Fondo per la sicurezza energetica della Russia, Jurij Juškov, esprime invece la preoccupazione che l’operazione speciale in Venezuela sconvolga il mercato mondiale del petrolio, “togliendo dal mercato” 500-600 mila barili al giorno, ciò che potrebbe far lievitare il prezzo fino a 65-70 dollari al barile, ma senza aggiungere che questo andrebbe del tutto a favore della Russia, costretta finora a fare sconti a tutti pur di vendere qualche barile in più, dove vengono accettati.

I primi a soffrire di questa “guerra energetica” sono peraltro gli abitanti di Cuba, che senza il petrolio venezuelano rimangono senza luce e riscaldamento, e Trump attende di aprire all’Avana la sua più grande agenzia turistica, magari insieme a quella di Gaza, nell’unione edonistica di Oriente e Occidente.

Come in effetti ricorda Ivan Preobraženskij, politologo di Radio Svoboda, “la Russia e il Venezuela si occupano insieme da anni di contrabbando del petrolio a livello mondiale”, e la Russia interviene per condannare le ingerenze negli affari interni di altri Stati “solo quando non è la Russia stessa ad interferire”.

Di solito le petroliere russe escono dai porti venezuelani con la bandiera del Ghana o di altri Stati, e ora vengono esposte le bandiere della Russia chiedendo agli americani di non toccarle, ma gli Usa ne hanno già fermate un paio nonostante la presenza di un sottomarino russo a protezione, come nei migliori film delle guerre navali.

L’estrazione di petrolio in Venezuela è da tempo limitata dalle sanzioni, e quello che riesce a produrre è appannaggio delle compagnie alleate di Russia, Iran e Cina, che ora gli Usa vogliono cacciare, magari per poi mettersi d’accordo con loro alle proprie condizioni, come già era accaduto a Panama, dove l’influsso cinese è stato allontanato senza bisogno di alcuna azione militare, ma soltanto attraverso accordi di investimenti finanziari.

La partita è aperta, anche perché per rilanciare le produzioni petrolifere venezuelane serviranno enormi investimenti a lungo termine, considerando che il petrolio di quei pozzi è di scarsa qualità, molto denso e pesante, e necessita di aggiunte di altro petrolio americano.

Il sogno di Trump è il controllo della produzione a livello mondiale, ma non è detto che questo interessi veramente alle compagnie petrolifere americane, che Trump non può costringere con metodi dittatoriali alla maniera di Putin, o degli eredi di Maduro. Neppure sarà così semplice smontare il regime di Caracas, al di là dell’incarcerazione del presidente e di sua moglie, visti gli stretti rapporti anche familiari dei Rodríguez con il clan Maduro. La sostituta del capo in catene potrebbe giocare su due fronti, mettendosi d’accordo con gli americani e mantenendo i rapporti con russi e cinesi, tenendo conto che Delcy è anche la ministra del petrolio in Venezuela.

Alla fine le mosse di Trump possono risultare favorevoli a Putin, visto che intanto hanno congelato tutte le trattative per la pace in Ucraina, che al Cremlino chiaramente non interessano. L’esclusione dagli sporchi affari con il petrolio venezuelano delle compagnie russe, a partire dalla Rosneft di Igor Sečin, il vero capo della casta economica al potere in Russia sulla vasta scala della corruzione a tutti i livelli, potrebbe finire per essere a sua volta conveniente, attribuendo alle perdite di investimenti tutto ciò che è stato rubato per anni in Venezuela.

La Russia ha comunque dimostrato di non essere in grado di aiutare i propri alleati, e la Cina si limita alle condanne formali, dimostrando che il “Sud globale” non ha alcuna reale consistenza sul palcoscenico della geopolitica mondiale, come già accaduto con il crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria o le azioni militari di Israele e Usa in Iran. Ora si sta preparando una villa dorata per mettere a riposo l’ayatollah Khamenei vicino a quella di Assad, e non si può escludere che si chieda la consegna di Maduro per farlo riposare vicino all’ex-presidente dell’Ucraina Janukovič, facendo della periferia di Mosca il cimitero degli elefanti dei tempi passati, trofei degli imperatori del tempo attuale e della nuova divisione del mondo

Perché questa può essere una rivoluzione diversa per l’Iran: le manovre di Pahlavi e le mosse americane. I due scenari

di Andrea Nicastro – Corriere della Sera – 10 Gennaio 2025

La nostalgia monarchica si somma alle altre frustrazioni ma questo non basta per far cadere il regime

Non ci si accorge subito quando comincia una rivoluzione. Il giorno della presa della Bastiglia, Luigi XVI era a caccia come sempre e quando scese da cavallo sul diario scrisse «niente». Ieri la Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamanei, è comparso come sempre al suo pubblico di donne in chador nero e uomini in grigio. 

Nelle strade i suoi sgherri tagliano internet, sparano ai manifestanti e li arrestano, eppure Khamenei ha detto che «quel mucchio di vandali vuole solo fare un favore a Trump». Forse un giorno gli storici dovranno spiegare la miopia di chi non capisce di avere i giorni contati. Forse no. 

L’Iran è sull’orlo del collasso almeno dal 2009, quando milioni di iraniani contestarono i brogli elettorali. Allora il sistema poteva riformarsi, ma decise di stroncare la protesta. Il candidato sconfitto è tutt’oggi agli arresti domiciliari. Ora il regime è ancora meno popolare, azzoppato da decenni di sanzioni economiche e indebolito dalle vittorie israeliane. La caduta prima o poi arriverà, ma chi sarà decisivo? 

Rispetto alle proteste degli anni scorsi questa ha il vantaggio di saldare la contestazione politica a quella economica. Sfilano assieme poveri, studenti e «bazarì», commercianti. Era successo di rado. In più è comparso un terzo attore: le minoranze. 

Gli scontri sono stati più sanguinosi nelle regioni a prevalenza curda, azera e araba. Mahsa Amini, la ragazza da cui era partita la rivolta del movimento «Donna, Vita, Libertà», era curda. Disoccupati, classe media e minoranze assieme hanno più possibilità di prendere il carcere di Evin, come i francesi presero la Bastiglia. 

Il regime però resta forte. Ha apparati fedeli e una penetrazione economica tale da ricattare i padri di famiglia. Tieni tuo figlio a casa o perderai il lavoro. C’è anche un altro angolo da cui guardare la crisi. La Repubblica Islamica è nemica degli Stati Uniti e di Israele sin dalla nascita nel 1979. Ostilità pienamente ricambiata. Il progetto di esportazione dell’Islam sciita è un pericolo «esistenziale» per Israele e strategico per gli Usa. Gli ayatollah inseguono proseliti tra i sunniti che gli Usa preferiscono divisi. E lo fanno difendendo la causa palestinese che per Israele è l’incubo. Il tentativo di rivolta avviene in questo contesto, non in un’ampolla sigillata. Per gli ayatollah è più pericoloso. 

La Casa Bianca sa di non poter invadere l’Iran. Dopo l’esperienza dell’Iraq e dell’Afghanistan, non vuole morti americani all’estero. Anche l’idea della proxy war, la guerra fatta combattere a qualcun altro, è fallita dopo 10 anni di scontri tra Iraq e Iran. Il presidente Trump ha annunciato una linea rossa: se la repressione sarà sanguinosa, le «meravigliose armi americane» difenderanno gli insorti. Tradotto: bombe.

Negli anni passati i dissidenti iraniani hanno osteggiato l’ipotesi. La premio Nobel Shirin Ebadi è rimasta ferma sulla «non interferenza», ma la protesta 25-26 è diversa anche sotto questo aspetto. Reza Ciro Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià, è più ambiguo sull’intervento straniero. Esule tra Los Angeles e Parigi, lancia appelli online alla rivoluzione, ha un seguito rilevante tra gli expat e in strada si sentono cori chiedere il suo ritorno.

Il 13 gennaio secondo influencer trumpiani sarà a Mar-a-Lago, la reggia di Trump in Florida. Si proporrà per guidare la transizione a un presidente piuttosto scettico. La nostalgia monarchica si somma alle altre frustrazioni per far cadere il regime. Basterà? No. Ci vuole altro. 

Due gli scenari: quello libanese-venezuelano e quello siriano. Il primo è un mix di intelligence e cacciabombardieri per individuare ed eliminare i vertici del nemico. L’ha sperimentato Israele contro i filo iraniani di Hezbollah in Libano e l’ha «americanizzato» Trump con il rapimento del presidente venezuelano Maduro. Via la «testa del serpente», la speranza è che il corpo cambi atteggiamento. Senatori americani parlano apertamente di «uccidere Khamenei».

Trump non si pone limiti di legalità. Il secondo scenario prevede di finanziare e armare qualsiasi gruppo ostile al regime. In Siria il sistema è costato 650 mila morti, ma alla fine il dittatore se n’è andato. In Iran sperano che la storia, per loro, sia diversa.

De Maria numquam satis

Chiesa cattolica | CR 1932

 7 gennaio 2026 ore 14:59

di Redazione

Pubblichiamo oggi una preghiera intitolata Ammenda onorevole per il 1° sabato del mese tratta da Un segreto di felicità. Filotea mariana (Propaganda Mariana, Casale Monferrato 1950, pp. 566-567).

Santa Vergine Maria, Madre di Dio, Regina degli Angeli e degli uomini, noi ringraziamo l’adorabile e SS. Trinità dei privilegi gloriosi di cui vi ha favorita. Noi crediamo quanto la Chiesa ci insegna sulle vostre grandezze, circa la vostra potenza, la bontà vostra, le vostre virtù; crediamo specialmente, o Maria, che la Concezione vostra fu immacolata; che la vostra Maternità fu in Voi unita ad una inviolabile, perpetua Verginità; che mediante la pienezza delle grazie da Voi ricevute e la fedeltà vostra a corrispondervi, Voi vi siete elevata al più alto grado di santità, al disopra d’ogni creatura angelica ed umana.

Noi crediamo, o Maria, che, per la parte da Voi presa alla redenzione del mondo, meritaste il titolo di Corredentrice del genere umano; che per l’associarvi che Dio fece alla dispensa dei suoi favori, Voi ne diveniste la tesoriera e la porta del cielo; che infine Voi foste investita di un regno universale e proclamata sovrana, Regina degli Angeli e degli uomini.

Noi siamo lieti di ripetere, o Maria, che siete l’onnipotenza supplichevole, e che vi servite di questo sconfinato potere, solo per la salvezza delle anime ed il conforto degli afflitti, porgendo sempre aiuto a chiunque vi invoca, favorendo spesso di grazie chi non vi ha neppure invocata! O Madre della divina Grazia, rifugio dei peccatori e potente soccorso dei Cristiani!

Ricevete l’umile nostro ringraziamento per le grazie innumerevoli che otteneste all’intera chiesa ed a ciascuno dei suoi figli; noi vi offriamo il tributo della nostra riconoscenza per i vostri benefizi! Perdonateci, o Regina, o Madre di misericordia, tutte le infedeltà da noi commesse verso di Voi! Più che mai vi promettiamo di amarvi, o Maria, di onorarvi, d’imitarvi con l’aiuto della grazia divina.

Perdono, o buona tenera Madre, per tutte le bestemmie lanciate contro di Voi a voce, in iscritto!

Perdono per la profanazione delle vostre immagini!

Perdono per gli oltraggi e le ingratitudini che hanno trafitto il vostro Cuore materno! Perdono per tante anime a Voi consacrate ed infedeli alla grazia…

Noi vogliamo degnamente riparare tante ingiurie e ci uniamo ai cori degli Angeli e dei Santi, agli Eletti che vi lodano sulla terra e nei Cieli… Accogliete l’espressione del nostro filiale amore, mostratevi nostra Madre e rendeteci degni d’esser chiamati e di essere veri vostri figli e vostri fedeli servi. Così sia.

La sconfitta strategica di Putin in Venezuela

Nona Mikhelidze  05 gen 2026 -Il Foglio

Dopo la Siria, la caduta di Maduro infligge a Mosca perdite sempre più importanti. Il colpo alla presunta potenza globale del Cremlino

L’attacco militare di Donald Trump al Venezuela, condotto in aperta violazione del diritto internazionale e conclusosi con la cattura di Nicolás Maduro, segna un ulteriore passo nella normalizzazione del principio secondo cui la forza prevale sul diritto. E’ il mondo del might is right, inaugurato dalla Russia all’inizio degli anni Novanta, quando scatenò una serie di guerre nel proprio vicinato, intervenendo militarmente in paesi sovrani.

All’epoca, un occidente miope preferì etichettarle come “guerre secessioniste”, invece di chiamarle per quello che erano: violazioni del diritto internazionale da parte di uno stato contro un altro. Trump si inserisce oggi lungo quella stessa traiettoria, spingendoci verso un mondo sempre più instabile, più brutale, più simile a una giungla che a un ordine internazionale.

Un mondo che la Russia ha a lungo invocato e legittimato, per sé e per gli altri. Eppure, anche in questa realtà senza regole, la caduta di Maduro rappresenta oggi una sconfitta per Mosca

Una volta Barack Obama disse che la Russia era una potenza regionale: il Cremlino se ne risentì. Mosca pretendeva di essere un attore globale e ha cercato di affermarlo lanciando la guerra contro l’Ucraina. Il risultato?

 Non hanno conquistato l’Ucraina, sono stati spazzati via dalla Siria, dall’Armenia e dall’Asia centrale (dove l’attore dominante resta la Cina); non riescono a fare granché nemmeno per sostenere il regime iraniano e, oggi, con la caduta del regime di Nicolás Maduro, anche il Venezuela si aggiunge a questo elenco.

Quella frase, pronunciata da Obama nel 2014, fu vissuta a Mosca come un insulto strategico. Non solo una svalutazione simbolica, ma una diagnosi che metteva in discussione l’intero progetto geopolitico russo post-sovietico.

 Da allora il Cremlino ha cercato con ostinazione di smentirla, dimostrando – o credendo di dimostrare – che la Russia non fosse una potenza confinata al proprio spazio regionale, bensì un attore globale capace di intervenire, influenzare e determinare gli equilibri internazionali.

 L’invasione dell’Ucraina, nel febbraio 2022, è stata il tentativo più ambizioso e rischioso di affermare questa pretesa. Ed è anche il punto da cui oggi emerge, con chiarezza crescente, la sconfitta strategica della Russia su scala globale.

Il caso ucraino è il cuore di questa sconfitta. Dopo quattro anni di guerra – una guerra che nelle intenzioni iniziali doveva durare poche settimane – la Russia non è riuscita a piegare l’Ucraina, né militarmente né politicamente. Kyiv non è caduta, il governo ucraino non è stato rovesciato, l’esercito non si è dissolto.

Al contrario, l’Ucraina ha rafforzato la propria identità nazionale, ha consolidato il legame con l’Unione europea e ha trasformato il conflitto in un fattore strutturale della sicurezza europea.

La Russia, dal canto suo, ha bruciato enormi risorse militari, economiche e umane, compromettendo la propria capacità di proiezione di potenza altrove. Anche laddove ha ottenuto conquiste territoriali parziali, il costo è stato sproporzionato e il risultato strategico nullo: non ha spezzato l’Ucraina, non ha diviso l’Europa e non ha imposto un nuovo ordine regionale.

Questa incapacità ha avuto effetti a catena su altri teatri. La Siria, spesso citata come esempio del “ritorno” russo sulla scena globale, è col tempo diventata il simbolo opposto. In passato Mosca aveva presentato il proprio intervento come la dimostrazione di una potenza affidabile, capace di salvare un alleato e di stabilizzare un regime.

Eppure, quando il regime di Bashar el Assad è caduto, la Russia si è rivelata incapace di proteggerlo, e il massimo che ha potuto offrire al dittatore siriano è stato l’esilio a Mosca. L’attenzione e le risorse erano ormai assorbite dall’Ucraina, e la presenza russa in Siria si è progressivamente svuotata di significato. Gli equilibri sul terreno sono tornati a dipendere da altri attori – regionali e no – mentre Mosca ha perso centralità e credibilità come garante.

Ancora più evidente è il fallimento nel Caucaso meridionale. L’Armenia, formalmente alleata della Russia e membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, si è trovata sostanzialmente sola di fronte alla guerra lanciata dall’Azerbaigian, sostenuto apertamente dalla Turchia, per la riconquista dei territori persi negli anni Novanta.

La Russia, che per anni aveva rivendicato un ruolo di arbitro e protettore nella regione, è rimasta impotente. Non è intervenuta, non ha dissuaso Baku, non ha difeso Erevan. Questo non solo ha segnato una sconfitta politica e simbolica, ma ha incrinato in modo profondo la fiducia dell’Armenia nella capacità e nella volontà di Mosca di onorare i propri impegni.

Il risultato? L’Armenia oggi guarda sempre più all’Europa e ricostruisce progressivamente la cooperazione regionale con l’Azerbaijan e la Turchia, con le quali con ogni probabilità si apriranno anche confini rimasti chiusi per oltre trent’anni.

In Asia centrale il processo è meno spettacolare, ma altrettanto significativo. Qui la sconfitta russa non si manifesta attraverso una singola crisi, bensì tramite un lento ma costante arretramento. La Cina si è affermata come attore dominante, soprattutto sul piano economico, infrastrutturale e commerciale.

Mosca conserva una presenza militare e una certa influenza culturale, ma il baricentro della regione si è spostato. I paesi centroasiatici diversificano le proprie relazioni, riducono la dipendenza dalla Russia e guardano sempre più a Pechino come partner strategico. La guerra in Ucraina ha accelerato questo processo, mostrando una Russia indebolita, isolata e meno capace di offrire stabilità e sviluppo.

Tutti questi casi compongono un quadro coerente: la Russia ha sacrificato la propria posizione globale nel tentativo di riaffermarla. Ed è qui che entra in gioco il Venezuela, spesso evocato come ultimo bastione dell’influenza russa nell’emisfero occidentale.

Solo due mesi fa Putin ratificava la legge sul Trattato tra la Russia e il Venezuela sul partenariato strategico e la cooperazione, che prevedeva anche una collaborazione in materia di difesa e sicurezza. Un gesto simbolico, più che sostanziale, volto a ribadire una presenza che in realtà era già fragile e largamente retorica.

La teoria secondo cui esisterebbe un accordo tra Putin e Trump – tu prendi il Venezuela, io prendo l’Ucraina – si rivela oggi per quello che è sempre stata: una costruzione fantasiosa. Con quali mezzi Putin avrebbe potuto difendere Maduro? Con gli stessi con cui ha “difeso” Assad?

La Russia non dispone più delle capacità militari, logistiche ed economiche necessarie per sostenere un alleato lontano, in un contesto ostile e sotto pressione internazionale. Mosca può offrire dichiarazioni, qualche consulenza, forse forniture limitate, ma da tempo non è più in grado di garantire la sopravvivenza di un regime quando questo viene seriamente sfidato.

Il rovesciamento di Maduro potrebbe avere implicazioni molto gravi per la Russia. Sul piano economico, un cambiamento di regime in Venezuela potrebbe aprire la strada a un massiccio aumento della produzione petrolifera, soprattutto se gli Stati Uniti e altri attori occidentali tornassero a investire e a “pompare” petrolio venezuelano su larga scala.

Un aumento significativo dell’offerta globale avrebbe un effetto depressivo sui prezzi del petrolio, colpendo direttamente l’economia russa, che resta fortemente dipendente dalle esportazioni energetiche. In questo scenario la Russia subirebbe un secondo colpo: alla perdita di un alleato simbolico si aggiungerebbe un danno strutturale alle proprie entrate.

In altre parole, Mosca rischia di pagare la caduta di un alleato non solo sul piano geopolitico, ma anche su quello economico. Il Venezuela, da simbolo della proiezione globale russa, si trasforma così in un ulteriore moltiplicatore delle sue vulnerabilità.

La sconfitta strategica della Russia non consiste in una singola battaglia persa o in un alleato abbandonato. E’ un processo cumulativo che attraversa l’Ucraina, il medio oriente, il Caucaso, l’Asia centrale e persino l’America Latina.

Nel tentativo di dimostrare di non essere una semplice potenza regionale, Mosca ha finito per confermare – se non aggravare – proprio quella definizione. Non perché sia irrilevante, resta pur sempre una potenza nucleare, ma perché le sue ambizioni globali superano ormai di gran lunga le sue capacità reali. Questa è la sconfitta strategica della Russia su tutti i fronti.

Chiesa cattolica | CR 1931

Adeste Fideles e la conversione di Paul Claudel

 Chiesa cattolica | CR 1931

31 Dicembre 2025 ore 09:05

di Roberto de Mattei

Ci sono melodie che accompagnano un istante e poi svaniscono, come un’eco lontana. E ce ne sono altre che sembrano attraversare i secoli come un fiume sotterraneo, riaffiorando nei momenti decisivi della vita degli uomini. Adeste fideles appartiene a questa seconda categoria: un canto natalizio dalla storia affascinante, capace di unire popoli e lingue diverse attorno al mistero della Natività.

Per lungo tempo l’inno fu attribuito a san Bonaventura o al re Giovanni IV di Portogallo, ma oggi gli studiosi concordano nell’indicare come suo autore Sir John Francis Wade, musicista cattolico inglese vissuto nel XVIII secolo. Wade era uno degli esuli che avevano lasciato le isole britanniche a causa delle persecuzioni contro i cattolici e si era stabilito a Douai, nel nord della Francia. Questa cittadina era allora un importante centro del cattolicesimo europeo: vi sorgeva infatti un celebre collegio cattolico, fondato da Filippo II di Spagna, che accoglieva studenti e chierici inglesi costretti all’esilio.

Secondo una tradizione accreditata, Wade avrebbe rinvenuto il testo e la melodia di Adeste fideles in alcuni manoscritti conservati in archivio tra il 1743 e il 1744. Egli ne trascrisse lo spartito e lo utilizzò per l’esecuzione liturgica con un coro cattolico a Douai. Nel 1751 decise poi di raccogliere e pubblicare a stampa le sue copie manoscritte in un volume intitolato Cantus Diversi pro Dominicis et Festis per annum. In questa raccolta comparve anche Adeste fideles: si tratta della prima fonte stampata conosciuta che documenta ufficialmente il canto.

Nei manoscritti di Wade, accuratamente miniati, Adeste fideles appare come un inno destinato alla liturgia natalizia, costruito con una struttura semplice e solenne. È un invito pressante – “Venite, fedeli” – che si apre progressivamente alla contemplazione del Bambino nato a Betlemme. La forza del canto risiede nella chiarezza teologica e nella capacità di coinvolgere l’assemblea, quasi trascinandola fisicamente verso la mangiatoia.

L’originale latino è molto più bello delle traduzioni in lingua volgare, ma voglio ricordare le parole di questo canto in italiano: 

Venite, fedeli, l’angelo ci invita,
venite, venite a Betlemme.
Nasce per noi Cristo Salvatore.

Venite, adoriamo, venite, adoriamo,
venite, adoriamo il Signore Gesù!

La luce del mondo brilla in una grotta:
la fede ci guida a Betlemme.
Nasce per noi Cristo Salvatore.

La notte risplende, tutto il mondo attende:
seguiamo i pastori a Betlemme.
Nasce per noi Cristo Salvatore.

“Sia gloria nei cieli, pace sulla terra”,
un angelo annuncia a Betlemme.
Nasce per noi Cristo Salvatore.

Il Figlio di Dio, Re dell’universo,
si è fatto bambino a Betlemme.
Nasce per noi Cristo Salvatore.

Adeste fideles non è solo un canto da ascoltare: è una professione di fede che si ripete strofa dopo strofa. Nel corso del XVIII e XIX secolo questa melodia attraversò confini e culture. Dall’Inghilterra cattolica clandestina giunse in Francia, Germania, Italia. Con la diffusione della stampa musicale e dei nuovi repertori liturgici, Adeste fideles divenne uno dei canti natalizi più conosciuti dell’Occidente cristiano. Fu tradotto in numerose lingue: l’inglese O Come, All Ye Faithful, il francese Peuple fidèle, l’italiano Venite fedeli. Ogni traduzione conservava il nucleo originario: l’invito a lasciare tutto per andare incontro a Gesù Bambino nella capanna di Betlemme.

La sera di Natale del 1886, un giovane studente di diciotto anni che aveva abbandonato la pratica religiosa, di nome Paul Claudelmentre vagava inquieto nelle vie di Parigi, entrò quasi per caso nella cattedrale di Notre-Dame, inondata dal suono dell’organo e del canto Adeste fideles.

Claudel ricorderà così quell’istante decisivo: «Io ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che dominò tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: ‘Come sono felici le persone che credono!’ Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’’Adeste, fideles’ […]».

Entrato incredulo, Paul Claudel uscì dalla cattedrale convertito. Il canto, con il suo invito diretto e universale, lo aveva posto di fronte a una scelta personale. Nelle parole “Venite” il giovane riconobbe qualcosa che lo toccava intimamente. La bellezza musicale e la solennità liturgica non furono un fatto estetico, ma il veicolo di una verità che si impose alla sua mente con evidenza.

Claudel abbracciò pienamente la fede cattolica, che divenne il centro della sua vita e della sua opera. Poeta, drammaturgo, diplomatico, non smise mai di interrogare il mistero cristiano attraverso la parola. Ma tutto ebbe origine da quella notte, da quel canto.

Adeste fideles continua a risuonare ogni Natale nelle chiese del mondo, spesso senza che se ne conosca la storia. Eppure, in quelle dolci note, resta inscritta la testimonianza di una forza discreta ma reale: la capacità della musica sacra di aprire varchi nell’anima, di raggiungere la mente e il cuore dove le parole da sole non bastano. Oggi come allora, questo canto accompagna la celebrazione della Natività. Cantato da cori imponenti o da piccole comunità di fedeli, conserva intatta la sua potenza originaria. La storia di Paul Claudel ci ricorda che la fede può nascere anche così: non da un trattato teologico, ma da una melodia; non da un discorso astratto, ma da un invito cantato. Le note di un canto, quando sono vere, possono toccare il cuore di un uomo e trasformarne la vita

Il Papa: “Tutto ciò che siamo e possediamo chiede di essere offerto a Gesù”

L’Angelus dalla Loggia Centrale di Papa Leone XIV

Papa Leone, l'Angelus dalla Loggia |  | Vatican Media / EWTNPapa Leone, l’Angelus dalla Loggia | | Vatican Media / EWTN

Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano, martedì 6 gennaio 2026, 12:12 (ACI Stampa).

Sotto una pioggia incessante Papa Leone XIV si affaccia dalla Loggia Centrale della Basilica Vaticana per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro sia per la Chiusura della Porta Santa, sia per la Messa dell’Epifania. È il secondo di questo 2026.

“In questo periodo abbiamo vissuto diversi giorni festivi e la solennità dell’Epifania, già nel suo nome, ci suggerisce che cosa rende possibile la gioia anche in tempi difficili. Come sapete, infatti, la parola “epifania” significa “manifestazione”, e la nostra gioia nasce da un Mistero che non è più nascosto.

Si è svelata la vita di Dio: molte volte e in diversi modi, ma con definitiva chiarezza in Gesù, così che ora sappiamo, anche fra molte tribolazioni, di poter sperare. “Dio salva”: non ha altre intenzioni, non ha un altro nome. Viene da Dio ed è epifania di Dio solo ciò che libera e salva”, dice il Papa prima della recita dell’Angelus.

“Sì, la vita divina è alla nostra portata, si è manifestata, per coinvolgerci nel suo dinamismo liberante che scioglie le paure e ci fa incontrare nella pace. È una possibilità, un invito: la comunione non può essere una costrizione, ma che cosa si può desiderare di più?”, dice il Pontefice.

“Non sappiamo che cosa possedessero i Magi, venuti dall’oriente, ma il loro partire, il loro rischiare, i loro stessi doni ci suggeriscono che tutto, davvero tutto ciò che siamo e possediamo, chiede di essere offerto a Gesù, tesoro inestimabile. E il Giubileo ci ha richiamato a questa giustizia fondata sulla gratuità: esso ha originariamente in sé stesso l’appello a riorganizzare la convivenza, a ridistribuire la terra e le risorse, a restituire “ciò che si ha” e “ciò che si è” ai sogni di Dio, più grandi dei nostri. Carissimi, la speranza che annunciamo dev’essere coi piedi per terra: viene dal cielo, ma per generare, quaggiù, una storia nuova.

Nei doni dei Magi, allora, vediamo ciò che ognuno di noi può mettere in comune, può non tenere più per sé ma condividere, perché Gesù cresca in mezzo a noi. Cresca il suo Regno, si realizzino in noi le sue parole, gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle, al posto delle diseguaglianze ci sia equità, invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace”, commenta il Papa prima della recita mariana.

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