di Guido Olimpio -Corriere della Sera – 28 Febbraio 2026
Le portaerei, i caccia, i missili: i numeri dell’armata messa in campo dagli Stati Uniti. Ma Teheran ha imparato dai suoi errori di giugno. E resta ambiguo l’obiettivo finale di Trump

Mentre i negoziatori erano a Ginevra per cercare una soluzione, i generali erano da tempo nelle war room per mettere a punto le ultime mosse. Su tutti pressioni, timori di compiere passi azzardati, ma anche bluff. Fino all’attacco sferrato oggi, sabato 28 febbraio.
Molte delle attività erano visibili. La portaerei Ford aveva lasciato Souda Bay (Creta) diretta verso il Mediterraneo orientale: un breve video su X postato da un testimone oculare l’ha mostrata salpare. Altre informazioni erano state diffuse da una compagnia privata cinese che da giorni diffonde immagini satellitari degli spostamenti dell’Us Air Force.
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Ecco i velivoli a Diego Garcia, l’atollo nell’Oceano Indiano, usato in condominio dagli anglo-americani: Londra ne avrebbe vietato l’impiego per eventuali raid sull’Iran ma il veto non ha precluso lo schieramento di ricognitori, di rifornitori e di F-16 provenienti da Misawa, in Giappone. Nota di un esperto: Pechino analizza le tattiche pensando a Taiwan.

Ampia la presenza di F-35 sulle piste di Muwaffaq Salti, in Giordania. E ancora più interessante, in quanto inedito, il trasferimento di una dozzina di F-22 nella base israeliana di Ovda. Il Pentagono ha mobilitato i caccia più sofisticati per colpire e contrastare l’eventuale rappresaglia iraniana.
Gigantesco lo sforzo logistico: oltre 100 aerei tanker disseminati in diverse installazioni.
Li hanno avvistati in Bulgaria, nel Golfo, di nuovo in Israele. Dovranno assistere le missioni dei bombardieri strategici o degli altri velivoli impegnati in missioni a lungo raggio. E il loro ruolo potrebbe aumentare ancora, molto dipenderà dalle intenzioni della Casa Bianca: le indiscrezioni oscillano tra uno scenario di raid limitati per spingere Teheran a cedere e quello, più preoccupante, di una campagna massiccia. Opzioni esaminate giovedì da Trump durante un briefing con lo Stato Maggiore e il responsabile del Central Command, Brad Cooper.
Sempre intenso il trasbordo di materiale, in particolare equipaggiamenti per i sistemi anti-aerei che costituiscono un ampio ombrello «poggiato» su stazioni di rilevamento e le ricognizioni di una «flottiglia» di aerei radar o per l’intelligence. Gli Awacs, gli RC-135, forse gli «anziani» ma insostituibili U-2 e i droni fanno da sentinelle: spiano il nemico, sorvegliano i possibili punti di lancio dei missili terra-terra, intercettano le comunicazioni.
Oltre alla Ford, accompagnata da una robusta task force, c’è una seconda portaerei, la Lincoln in azione a est dello Stretto di Hormuz. Sono più di una ventina le unità, compresi un paio di sottomarini nucleari e diversi cacciatorpedinieri dotati di missili da crociera. Possono lanciarne a centinaia su siti dei Guardiani, impianti nucleari, caserme, snodi di comando.
In questi giorni, però, erano trapelate in modo evidente le preoccupazioni degli alti gradi statunitensi nonostante Trump abbia sostenuto il contrario. Il capo di stato maggiore, generale Dan Cain, ha sottolineato il problema del consumo elevato di munizioni antiaeree piuttosto costose e la possibilità di perdite.
Un aspetto già emerso durante il conflitto a giugno: gli israeliani e gli americani hanno dato fondo alle scorte per intercettare la falange di missili/droni. Fonti anonime citate dal New York Times sostengono che gli Stati Uniti possono sostenere incursioni al massimo per un periodo di 7-10 giorni (vero? diversivo?). Qualche osservatore aggiunge la spesa elevata per mantenere l’Armada: dozzine di milioni ogni giorno.
Quella crisi ha rivelato le debolezze del dispositivo iraniano ma, allo stesso tempo, ha dimostrato le capacità dei pasdaran. Che hanno studiato cercando di rimediare agli errori e hanno minacciato risposte su più livelli.
Molto esposte le basi Usa, alto l’allarme sulle iniziative di milizie sciite. E sullo sfondo il dubbio più grande, ovvero quale sia l’obiettivo finale di Trump. Per questo dominano l’incertezza e la paura di conseguenze devastanti.