
La preghiera all’ Angelus domenicale
Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano , domenica, 1. marzo, 2026 12:15 (ACI Stampa).
“Il Verbo fatto uomo sta tra la Legge e la Profezia: egli è la Sapienza vivente, che porta a compimento ogni parola divina”. Così sinteticamente il Papa commenta la pagina del Vangelo che racconta la Trasfigurazione di Gesù che “anticipa la luce della Pasqua, evento di morte e di risurrezione, di tenebra e di luce nuova che Cristo irradia su tutti i corpi flagellati dalla violenza, sui corpi crocifissi dal dolore, sui corpi abbandonati nella miseria. Infatti, mentre il male riduce la nostra carne a merce di scambio o a massa anonima, proprio questa stessa carne risplende della gloria di Dio.
Il Redentore trasfigura così le piaghe della storia, illuminando la nostra mente e il nostro cuore: la sua rivelazione è una sorpresa di salvezza! Ne restiamo affascinati? Il vero volto di Dio trova in noi uno sguardo di meraviglia e di amore?” Si chiede il Papa.
E aggiunge: “alla disperazione dell’ateismo il Padre risponde con il dono del Figlio Salvatore; dalla solitudine agnostica lo Spirito Santo ci riscatta offrendo una comunione eterna di vita e di grazia; davanti alla nostra debole fede, sta l’annuncio della risurrezione futura: ecco quel che i discepoli hanno visto nel fulgore di Cristo, ma per capirlo occorre tempo (cfr Mt 17,9). Tempo di silenzio per ascoltare la Parola, tempo di conversione per gustare la compagnia del Signore”.
Dopo la preghiera dell’Angelus di mezzogiorno il Papa ha espresso la sua preoccupazione per quanto succede in Medio Oriente ed Iran. “Stabilità e pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile. DChi è Mojtaba Hosseini, figlio di Khamenei e nuova Guida suprema dell’Iran (a cui il padre aveva già spianato la strada )
di Andrea Nicastro- Corriere della Sera – 4 Marzo 2026
Il figlio di Khamenei, 56 anni, è la nuova Guida suprema. Ma con lui nulla può cambiare in Iran. Il ministro della Difesa israeliano Katz minaccia: «Ogni leader nominato sarà un bersaglio inequivocabile da eliminare»

GERUSALEMME – Le elezioni presidenziali del 2009 in Iran si trasformarono in un massacro. Il voto venne truccato a favore del conservatore Mahmud Ahmadinejad e la gente uscì di casa a protestare a milioni. Ricordo una strada larga dodici corsie e lunga dieci chilometri zeppa di iraniani che gridavano il nome che avevano scelto nelle urne. «Moussavi, Moussavi».
Dalla folla saliva un’energia potente, pacifica. Da groppo in gola. Mai visto niente di così partecipato né prima né dopo. Solo quel giorno saranno stati almeno due milioni. Chiamarono la protesta «Onda Verde», in onore del colore dell’Islam, e fu l’ultimo momento in cui la Repubblica Islamica avrebbe potuto conservare legittimità popolare. I manifestanti non chiedevano di diventare filoamericani o rinunciare all’indipendenza. Molti erano persino a favore di una gerarchia civile-religiosa. Però volevano contare nel futuro del Paese ed essere rispettati.
Invece il sistema degli ayatollah li stritolò. I cortei vennero aggrediti da bande di picchiatori in motocicletta. Migliaia furono uccisi e arrestati. Le condanne a morte disgustose. Gli influencer che oggi animano il web della diaspora fuggirono dal Paese in quelle settimane. Moussavi, che pure si era sempre inchinato ai turbanti, è ancora prigioniero in casa.
A organizzare i brogli e coordinare la repressione fu un chierico appena quarantenne. Trasformò la sezione giovanile delle Guardie Rivoluzionarie nella macchina di repressione interna che oggi conosciamo come Basij. Indossava il turbante nero, concesso solo a chi vanta un’ascendenza di sangue (vera o millantata) con il Profeta. Si chiamava Mojtaba Hosseini Khamenei. Era il secondogenito della Guida suprema Ali Khamenei.
Diciassette anni dopo, ieri sera, quell’uomo ha preso il posto del padre alla guida della Repubblica Islamica. È lui il successore. E, in quanto tale, è già nel mirino di Israele. Lo ha detto esplicitamente il ministro della Difesa Katz, nelle prime ore del mattino del 4 marzo: «Ogni leader nominato sarà un bersaglio inequivocabile da eliminare».
Con questa nomina la Repubblica perde persino l’ipocrisia del nome. L’uomo che aveva aiutato a sfigurare la Repubblica in dittatura, ora la trasforma in ereditaria. Il padre ha lavorato bene per spianargli la strada. Ha accentrato il potere, gli ha concesso il controllo di enormi conglomerati economici.
Mojtaba Khamenei controllerebbe il 40% dell’intera economia nazionale. Le Guardie della Rivoluzione gli sono fedeli. I Basij restano un baluardo. Se Donald Trump sperava che qualcuno di più morbido salisse al potere dopo la morte del vecchio ayatollah è rimasto deluso. Con Mojtaba nulla in Iran può cambiare.
Come il padre a suo tempo, anche il 56enne erede ha bisogno di essere promosso d’ufficio al grado di ayatollah per prendere il posto del padre. Ha studiato teologia nei seminari di Qom, ma non ha ancora la competenza religiosa necessaria. Non importa. È abituato a ignorare le regole. Ha problemi più gravi davanti. La guerra, l’opposizione interna, la crisi economica, il rischio di essere ucciso.
La stessa procedura della nomina è ancora un mistero. Il presidente Masoud Pezeshkian aveva annunciato domenica che il successore sarebbe arrivato «anche in due, tre giorni». Ha mantenuto la parola. È riuscito a dare la sensazione che il sistema tiene, governa nonostante non abbia difese aeree e le spie abbiano infiltrato la rete. Usa e Israele hanno cercato di impedire l’elezione. Lunedì è stata distrutta a Teheran la sede dell’Assemblea degli esperti, quella sorta di Corte Costituzionale che doveva scegliere il successore. Ieri hanno sgretolato un ufficio dell’Assemblea a Qom e poi un palazzo a Teheran dove, dicevano gli israeliani, «era in corso la riunione per eleggere il sostituto di Ali Khamenei». Si sbagliavano. Ma la caccia a Mojtaba, c’è da giurarci, continua.ivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile. Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace.”
Un appello alla pace anche per il conflitto tra Pakistan ed Afganistan,“per un ritorno urgente al dialogo. Preghiamo insieme, affinché prevalga la concordia in tutti i conflitti nel mondo. Solo la pace, dono di Dio, può sanare le ferite tra i popoli.“
Il Papa si è detto “vicino alle popolazioni dello Stato brasiliano di Minas Gerais, colpite da violente inondazioni. Prego per le vittime, per le famiglie che hanno perso la casa e per quanti sono impegnati nelle operazioni di soccorso”.
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Il pensiero anche al Cameroun nel saluto di un gruppo di fedeli del paese che vivono a Roma: avrò la gioia di visitare il paese in aprile.