Alcuni obiettivi sono chiari ma resta incerto il cambio di regime

Federico Rampini / CorriereTv – 3 Marzo 206

Dalla guerra del Vietnam degli anni ’60 in poi, gli Stati Uniti non hanno mai perso un conflitto sul terreno strettamente militare, ma ne hanno persi alcuni sul terreno interno, quello del consenso politico che è venuto meno e ha costretto i presidenti a fare marcia indietro. È il problema che si pone oggi per Donald Trump, che già partiva da un livello di popolarità bassissimo e non si può permettere una guerra infinita.

Quindi questo precedente dei conflitti persi sul fronte interno rende ancora più importante che lui chiarisca quali sono gli obiettivi che si pone in questa guerra. In parte lo ha fatto. Sono i tre obiettivi fondamentali anche per la sicurezza degli Stati Uniti che furono messi sul tavolo a Ginevra durante la trattativa con la delegazione iraniana, che sono la rinuncia definitiva alla costruzione dell’arma nucleare da parte dell’Iran, lo smantellamento dell’arsenale missilistico e la fine del sostegno a milizie terroristiche che hanno insanguinato il Medio Oriente e anche oltre, cioè Hamas, Hezbollah, Huthi.

Questi sono obiettivi chiari e danno una logica stringente al conflitto. Poi c’è invece il tema del rovesciamento del regime e questo è stato messo all’ordine del giorno dopo le vastissime proteste popolari, le rivolte di massa della popolazione iraniana di gennaio (una carneficina senza precedenti 30.000 morti). E tuttavia su questo Trump ha mostrato una certa incertezza o flessibilità a seconda di come la si vede.

A volte parla di cambiamento di regime. Esorta la popolazione iraniana a prendere il destino della nazione nelle proprie mani. Altre volte si dice invece disposto a dialogare se esiste una fazione del regime attuale che è disposta a pentirsi, emendarsi, imboccare una strada diversa, in particolare nei rapporti con l’Occidente e con l’America. Questa è la vera incertezza che rimane.

E su questo ultimo punto, quanto cioè puoi andare fino in fondo nel rovesciamento di questo regime e quanto invece si mantenga aperta un’opzione e cioè che ci sia una parte del regime iraniano disposta a abbandonare la strada della guerra santa, della jihad, della guerra a oltranza contro l’America contro Israele contro l’Arabia Saudita, contro tutti i regimi arabi sunniti moderati della regione.
Su quest’ultimo punto, l’incertezza di Trump potrebbe generare un’incertezza molto più generale sugli esiti del conflitto.