"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: PENSIERO FESTIVO Pagina 34 di 53

BUONA DOMENICA

DOMENICA 33.MA DEL TEMPO ORDINARIO (A)

Cari amici di Radio Maria Buona Domenica!

La Domenica è il primo e l’ultimo giorno della settimana ed è un simbolo della nostra vita, che ha Dio Creatore come punto di partenza e Cristo Redentore come traguardo finale.

Siamo perciò, fin dal primo momento della nostra esistenza, in cammino verso la meta, che è quella dell’eternità , alla quale possono pervenire tutti gli uomini che credono in Dio e lo amano.

Purtroppo, pur avendo a disposizione tutti i doni di natura e di grazia necessari, molti vagano qua e là e finiscono per perdersi nel labirinto tenebroso del male e della morte.

E’ questo il significato della Parabola dei talenti del vangelo di oggi, con la quale Gesù ci richiama alla responsabilità per quanto riguarda la nostra vita, che è un dono di inestimabile valore, del quale dovremo rispondere quando sarà il momento stabilito da Dio.

Un uomo, racconta Gesù, chiamò a sé i suoi servi ai quali diede ad uno cinque talenti, ad un altro due, e ad un altro uno, secondo le capacità di ciascuno.

I primi due subito andarono a impiegare i talenti e li raddoppiarono, il terzo invece andò a seppellire il suo in una buca.

Il padrone al suo ritorno  lodò i primi due e li rese parteci dei suoi beni. Invece ebbe parole dure nei confronti di quello inoperoso, chiamandolo “servo inutile”, che cacciò fuori “nelle tenebre, dove c’è pianto e stridore di denti”.

 Questa Parabola, cari amici, riguarda la nostra vita che è un tempo di prova, durante il quale dobbiamo mettere a frutto tutti i doni naturali e soprannaturali che Dio dà ad ogni uomo. Alla fine ognuno sarà giudicato secondo i meriti in rapporto al Regno di Dio.

Questo è un insegnamento fondamentale della Sacra Scrittura, in particolare del Vangelo, e chiama ognuno alla responsabilità dinanzi a Dio.

La vita non è una nostra proprietà ma è un dono di inestimabile valore, che dobbiamo far fruttificare con le opere di bene., secondo i talenti che Dio assegna a ognuno.

Dio a questo riguardo è esigente e non tollera né  l’inerzia e tanto meno la malizia. Tuttavia, ben conoscendo la fragilità umana, ci dà sempre la possibilità di cambiare e di recuperare il tempo perduto con la grazia della conversione.

Questo riguarda in modo particolare la nostra generazione che, essendosi appropriata dei talenti ricevuti,  si sta scavando una fossa, in cui seppellire se stessa e dalla quale potrà uscire soltanto alzando con umiltà lo sguardo verso il  Cielo.

Vostro Padre Livio

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Vangelo

Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 25,14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.

Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.

Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo. Il padrone gli rispose:

Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».

DALLA NOSTRA CAPPELLA P. LIVIO PRESENTA IL VANGELO DOMENICALE

BUONA DOMENICA

DOMENICA 32.DEL TEMPO ORDINARIO

Cari amici di Radio Maria Buon domenica!

Il nostro cuore si riempia di gioia in questo giorno benedetto, nel quale Cristo è risorto, riscattandoci dal male e dalla morte e introducendo la nostra vita nella gloria dell’immortalità.

Consideriamo come le oscurità, le fatiche e le sofferenze del nostro pellegrinaggio terreno siano ben cosa in confronto della felicità senza fine, che ha preparato per quelli che credono in Lui, lo amano e lo seguono.

Ravviviamo dunque la nostra fede nel Signore, dandogli testimonianza nelle tenebre   del momento presente e, rivestiti della sua fortezza, resistiamo coraggiosamente alla potenza del male, che è stata vinta dal sacrificio della Croce.

Oggi Gesù nel Vangelo racconta un’altra parabola per rivelare il mistero del Regno dei cieli, che Egli è venuto a portare con la sua Persona e la sua Parola, piene di grazia e di verità.

E’ la parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte che sono in attesa dello spose. Quelle sagge hanno olio di riserva, ma quelle stolte ne sono prive.

Lo sposo tarda e, quando arriva, solo quelle sagge hanno la lampada accesa per entrare nelle nozze, mentre quelle stolte restano fuori.

Inutilmente bussano alla porta perché lo Sposo apra. La Sua riposta è un sentenza irrevocabile: “In verità vi dico, non vi conosco!”

Poi Gesù rivolgendosi ai discepoli rivela il Significato della parabola: “Vegliate dunque perché non sapete né il giorno né l’ora”.

Cari amici, l’opera della nostra è di una serietà estrema. L’amore di Dio è immenso, ed è più grande delle nostre miserie e dei nostri peccati, ma è esigente e non concede nulla alla pigrizia e alla indifferenza, e ancora meno alla indifferenza e alla incredulità.

Detto in parole molte semplici, per salvarsi è necessario aprire il cuore a Dio, accogliere il suo perdono e il suo amore e perseverare nella fede fino alla fine.

Una  fine che non sappiamo quando arriverà. Per questo occorre essere sempre pronti, vivere in grazia di Dio, saldi nella fede, nella speranza e nella carità.

Abbiamo tutti bisogno di misericordia, ma essa viene concessa solo a quelli che la desiderano, la chiedono e la praticano.

Scrolliamoci dunque di dosso le mondanità che offuscano il Vangelo, le soluzioni di comodo, i compromessi col peccato, le vie di salvezza ingannevoli.

Il cristianesimo non è facile, ma è felice ci ha insegnato il grande Papa Paolo VI.  Vigiliamo per non renderlo facile e infelice.

Vostro padre Livio


Vangelo

Ecco lo sposo! Andategli incontro!

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 25,1-13
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi.
Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.
Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.
Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.

Parola del Signore

DALLA NOSTRA CAPPELLA P. LIVIO PRESENTA IL VANGELO DOMENICALE

BUONA DOMENICA

DOMENICA 31.MA DEL TEMPO ORDINARIO,

Cari amici, buona Domenica! Che la luce del Signore risorto illumini la nostra vita e il suo  amore  riscaldi e purifichi i nostri cuori.

Guardiamo al giorno benedetto della Domenica nella luce della fede, perché ci disvela il traguardo della vita, che è l’eternità beata per tutti coloro che pregano, che credono e che amano.

Nutriamo la nostra anima con la sapienza della Parola di Dio e rafforziamo la nostra debolezza con il pane vivo dell’Eucaristia.

Viviamo la Domenica nella luce della fede e non nella dispersione della mondanità, perché siamo entrati nel tempo delle prove,  nel quale solo Cristo, vincitore del male e della morte, ci può aiutare.

Il Vangelo di oggi riporta un severo ammonimento di Gesù agli scribi e ai farisei, che si sono seduti sulla cattedra di Mosè per insegnare la legge, che però loro non praticano, e che fanno uso della religione per esaltare se stessi e  opprimere gli altri.

Poi Gesù, rivolgendosi ai suoi discepoli, indica la via da percorrere, che è quella che Lui stesso percorre: “Chi di voi è il più grande, sarà il vostro servo”.

L’autorità pastorale della Chiesa viene da Gesù stesso, il Buon Pastore che dà la vita per le sue pecorelle. E’ molto più che un servizio dovuto, ma un dono di se stessi, per la salvezza delle  anime.

In questa luce dobbiamo vedere il dono inestimabile del Sacerdozio, attraverso il quale Gesù continua la sua missione redentrice qui sulla terra, come Maestro, come Guida e come Salvatore.

Infine dà una regola di vita che vale per tutti coloro che lo seguono: “Chi si esalta sarà umiliato, che si umilierà sarà esalto”.

Il richiamo all’umiltà è fondamentale per una vita cristiana autentica, specialmente oggi, quando l’uomo nega Dio per esaltare se stesso.

Siamo in un passaggio della storia in cui vedremo operare la giustizia divina che rovescia i potenti dai troni ed esalta gli umili.

Viviano in questa dimensione di creature e di figli, assicurandoci in questo modo la  protezione e la benevolenza del Padre celeste.

Vostro Padre Livio


Dicono e non fanno.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 23,1-12
 
In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei.

Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito.

Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ”rabbì” dalla gente.

Ma voi non fatevi chiamare ”rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno ”padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare ”maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo.

Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato”.

Parola del Signore.

LE PENE E LE GIOIE DEL PURGATORIO

“La pena minima del purgatorio supera la massima di questa terra” (S. Tommaso d’Aquino)

Il purgatorio è uno stato di sofferenza. Si tratta tuttavia di una sofferenza che ha lo scopo di purificare l’anima e di renderla pronta all’incontro con Cristo. Questo è il costante insegnamento della Chiesa, così sintetizzato nel nuovo Catechismo: “ Coloro che muoiono  nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo”. (1030). Per quanto riguarda la natura, l’intensità e la durata delle pene del purgatorio, il Magistero non ha definito nulla di vincolante. L’argomento rimane aperto alla riflessione teologica, dove tuttavia le intuizioni dei mistici svolgono un notevole influsso. Infatti appare sempre meno sostenibile la posizione di coloro che assimilano le pene del purgatorio a quelle infernali, dalle quali differirebbero perché qui le anime hanno la certezza della loro salvezza e della provvisorietà della punizione.

Alcuni collocano i diavoli persino in purgatorio, come strumenti della giustizia divina e parlano di un fuoco che avrebbe la medesima natura di quello dell’inferno. Si tratta di una visione delle pene del purgatorio che si allontana dal concetto di purificazione che sta alla base dell’insegnamento del Magistero. Infatti vi è una differenza radicale fra le pene punitive dell’inferno e quelle purificatorie del purgatorio. Le prime sono senza pentimento e nella disperazione, le seconde sono nella contrizione e nella speranza, tanto che l’anima si purifica perfezionandosi nell’amore di Dio. Infatti le anime purganti non subiscono passivamente  la punizione, ma, per quanto essa sia nel dolore e nella sofferenza, l’accettano e la desiderano, per diventare degne dell’abbraccio col Signore. D’altra parte basta la certezza della propria salvezza, e perciò della durata limitata della sofferenza, per cambiare la natura delle pene del purgatorio rispetto a quelle dell’inferno. Questa seconda posizione riflette meglio l’insegnamento della Chiesa per la quale “ La purificazione finale degli eletti è  tutt’altra cosa dal castigo dei dannati” (Catechismo C. C. 1031).

Se la pena principale dell’inferno è l’eterna privazione di Dio, dal quale si è separati per sempre per una nostra libera scelta ( Catechismo C. C, 1033), la pena principale del purgatorio consiste in una lontananza provvisoria da Dio. Infatti le anime sta create  ad immagine di Dio, capaci di conoscerlo e di amarlo. Il desiderio di Dio diviene ancora più acuto nelle anime separate dal corpo, che vivono una vita spirituale più intensa, poiché sono libere dal peso e dalle oscurità della carne. Lontane dalle illusioni terrene, dal ribollire delle passioni, dalle distrazioni e dalle dissipazioni della vita, che si dissolvano come fantasmi alla luce dell’eternità, le anime purganti conoscono con chiarezza qual è il fine ultimo della vita e la fonte inesauribile della gioia. Concepiscono così un insopprimibile desiderio di unirsi a Dio e di contemplare il suo volto faccia a faccia. Essendo membra vive del Corpo mistico di Cristo, sentono una spinta incoercibile verso il Capo, che infonde la sua grazia in tutte le membra.

Tuttavia il desiderio acuto di Dio è contrastato dalla loro situazione di imperfezione e dalla consapevolezza della propria indegnità. Infatti su di loro grava un triplice fardello: la pena temporale non ancora espiata, dovuta ai peccati gravi perdonati, i peccati veniali non rimessi e le cattive inclinazioni contratte nella vita terrena. Impossibilitate a raggiungere Dio, le anime purganti sentono le pene proprie di un cuore straziato, a causa dell’assenza di Colui che solo può placarlo. Ferite d’amore, invocano il Diletto che non risponde, chiamano l’Amato che non viene. In questo desiderio mai sazio dell’amore divino, le anime purganti rimpiangono le infedeltà terrene, le tiepidezze e le grazie perdute, che causano loro una così grande angoscia. Si rendono conto di quanto hanno mancato non corrispondendo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente all’amore del Creatore. Non avendo sulla terra messo  Dio al primo posto, ora ne provano la pungente nostalgia. Uscite ormai dalla prigione angusta del proprio io egoistico, nella luce dell’eternità si rendono conto con quanto “legno”, “paglia” e “fieno” abbiano costruito sul fondamento divino del battesimo. Per tale profonda tristezza e per l’anelito costante verso il Cielo, nell’intimo di queste anime si forma un circolo misterioso di amore e di dolore, come i battiti di sistole e di diastole del cuore. L’amore per la sua intensità genera la sofferenza;  questa a sua volta affina l’amore. Così l’anima espia, si purifica e “si fa più bella”, così che “di salir al cielo diventa degna” (Dante). In questa prospettiva anche il fuoco del purgatorio, che però non compare nelle dichiarazioni dei Concili ecumenici, viene inteso in senso molto spirituale ed equiparato a una fiamma ardente di carità.

Le anime purganti non si impongono da se stesse le pene, ma le accettano da Dio. Questa accettazione, pur essendo passiva e non meritoria, non è involontaria, perché esse desiderano di venire purificate.  Sulla intensità delle pene, il Magistero non si pronuncia.  Per alcuni teologi,  fra cui S. Gregorio Magno e S. Tommaso d’Aquino, la minima pena del purgatorio supera la massima di questa terra. In ogni caso le pene sono proporzionate ai peccati e alla imperfezioni di ciascuno e quindi sono graduate. Sulla durata della permanenza in purgatorio non si può dire nulla, se non che terminerà con la Giudizio universale e che può venire abbreviata dai suffragi dei fedeli.

Le anime purganti soffrono e gioiscono nel medesimo tempo. Non vi è contraddizione in questo, perché anche nelle situazioni della vita il dolore è conciliabile con la gioia. Infatti il peccatore pentito sperimenta nello stesso tempo la gioia per il perdono ottenuto e dispiacere per le offese recate a Dio. Per le anime del purgatorio il ricordo del passato, unito al pensiero dei pericoli superati, è  fonte di letizia e di gratitudine immense.  Rivedono i momenti in cui la mano di Dio le ha salvate dall’abisso nel quale avrebbero potuto precipitare. Ripercorrono le insidie del tentatore occulto, che li trascinava alla perdizione con la seduzione e con l’inganno. Nel medesimo tempo   scorgono l’opera della grazia e della misericordia che è intervenuta per la loro salvezza.

 Scampate alla morte eterna, gioiscono nella certezza che un giorno entreranno in paradiso. Questa consapevolezza fa dire a S. Caterina da Genova: “ Io non credo che dopo la felicità dei Santi in Cielo, possa darsi altra gioia pari a quella delle anime del purgatorio”.  Secondo la tradizione spirituale le anime del Purgatorio provano una grande sollievo per la visita degli angeli, in particolare dell’angelo custode, e soprattutto della Santa Vergine, chiamata “Solatium Purgatorii” ( Sollievo del Purgatorio).

E’ dogma di fede che le anime del purgatorio sono sollevate dai suffragi dei fedeli, soprattutto dalla S. Messa. A loro volta esse ricambiano impetrando per loro grazie e benedizioni. Questo scambio di doni nel mistero della Comunione dei Santi lenisce sia la nostra come la loro sofferenza. 

La Regina della pace ha fatto spesso accenno alla preghiera per le anime del Purgatorio:

“Molte anime sono in Purgatorio da molto tempo perché nessuno prega per loro. Nel Purgatorio ci sono diversi livelli: i più bassi sono vicini all’Inferno mentre quelli elevati si avvicinano gradualmente al Paradiso”. ( 20 Luglio 1982)

“La maggior parte degli uomini, quando muore, va in Purgatorio. Un numero pure molto grande va all’Inferno. Soltanto un piccolo numero di anime va direttamente in Paradiso. Vi conviene rinunciare a tutto pur di essere portati direttamente in Paradiso al momento della vostra morte”. ( 2 Novembre 1983)

“Cari figli, oggi desidero invitarvi a pregare ogni giorno per le anime del purgatorio. A ogni anima sono necessarie la preghiera e la grazia per giungere a Dio e all’amore di Dio. Con questo anche voi, cari figli, ricevete nuovi intercessori, che nella vita vi aiuteranno a capire che le cose della terra non sono importanti per voi; che soltanto il Cielo è la meta a cui dovete tendere. Perciò, cari figli, pregate senza sosta affinché possiate aiutare voi stessi e anche gli altri, ai quali le preghiere porteranno la gioia. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”. (6 Novembre 1986)

“Se questo è quello sono diventati santi, perché non io?” (S. Agostino)

Caro amico, Se ti dico che la santità è il fine della vita di ogni uomo, probabilmente mi guardi con scetticismo. Mi concedi volentieri che alcune persone siano chiamate a vivere eroicamente sotto il profilo morale e spirituale. Anzi, sei assolutamente convinto che senza i santi il mondo sarebbe una landa deserta e inospitale. Ma, obbietti, la maggioranza degli uomini è fatta da persone le cui principali preoccupazioni sono di ordine materiale e temporale. Non è forse vero che le moltitudini si preoccupano in primo luogo di soddisfare gli istinti primari, completamente dimentichi della vita interiore?

 Purtroppo hai ragione, caro amico, ma quella che hai davanti agli occhi non è l’umanità che Dio ha creato nello splendore della sua grazia, ma quella decaduta e abbruttita dal peccato. Su di essa, e anche tu lo hai sperimentato, si è chinata la divina misericordia per chiamarla a nuova vita. In Gesù Cristo la santità non è un ideale astratto, ma una realtà concreta che  viene proposta e donata a tutti . Con la sua grazia ogni uomo può seguirlo e imitarlo. Se ti metti alla scuola di  Gesù, cammini spedito sulla via della santità.

Ora che sei impegnato nel cammino di conversione, mi preme sgombrare il campo da un malinteso, secondo il quale la santità sarebbe un traguardo che non è alla portata di tutti, ma soltanto di alcuni privilegiati. Questo non può essere, perché la santità è il fine stesso della vita, raggiungendo il quale l’uomo si realizza e consegue la felicità. Comprendi anche tu che il traguardo della felicità deve essere accessibile a tutti, dal momento che tutti la desiderano ardentemente.

S. Agostino, quando era ancora nel difficile passaggio della conversione, guardandosi intorno diceva a se stesso per spronarsi a decidere: “Se questo e quello sono diventati santi, perché non io?”. Infatti, se ci rifletti bene, il punto di partenza è uguale per tutti. Ogni uomo infatti nasce malato e incline al male. I santi, prima di diventare tali, erano uomini fragili e peccatori come noi. Come sono diventati santi? Con l’aiuto della grazia e la loro buona volontà. Ma, caro amico, non è forse vero che la grazia viene concessa a tutti e che la buona volontà dipende da ognuno di noi? Non dimenticare che alcune delle stelle più fulgide della santità sono stati dei grandi peccatori. 

Ora ascoltami: se tutti nasciamo nel peccato e a tutti viene concessa la grazia di Cristo, perché mai alcuni diventano santi e altri no? Dovrai ammettere che la differenza è data soltanto dalla buona volontà. E’ questo il fattore decisivo e discriminante fra chi realizza la sua vita sul cammino della santità e chi la disperde lungo la via della mediocrità e del male. Il motivo per cui non pochi cristiani indietreggiano di fronte alla chiamata universale alla santità è dovuto a un falso concetto che se ne sono formati.

Associano la santità ad opere straordinarie, per le quali ritieni di non essere portato. Effettivamente molti santi sono state persone eccezionali, ai quali Dio ha dato doni e affidato missioni particolari. Tuttavia vi è una moltitudine immensa di santi ordinari, molti dei quali ignoti alla uomini, ma ben noti a Dio, che hanno vissuta la sanità nella dimensione ordinaria della loro vita.

Tante esitazioni e perplessità si dissolvono come la nebbia al sole se intendi la santità nel suo genuino significato. Non vi è dubbio che esistano vie straordinarie alla santità, che sono connesse a particolari bisogno della Chiesa e delle anime

Quante figure di santi ci sovrastano e quasi ci impauriscono per la severità dell’ascesi, per la profondità della dottrina, per le opere realizzate nel campo sociale ed ecclesiale, per i miracoli compiuti. Si tratta però di vocazioni straordinarie, mentre la maggioranza dei fedeli è chiamata a percorrere una via assai più semplice, che consiste nella pratica delle virtù umane e cristiane nel contesto dei compiti, dei doveri e degli impegni della vita quotidiana.

“Imparate da me che sono mite e umile di cuore” ( Mt 11,29).  Percorri il tuo cammino di perfezione sforzandoti di creare, giorno dopo giorno, un cuore umile, puro, mite, compassionevole, paziente e distaccato dalle cose del mondo, come era il cuore di Gesù. Ti sembra difficile tutto questo? Incomincia il cammino e man mano che avanzi ti sentirai più forte, mentre ne scoprirai sempre meglio la bellezza e la grandezza.

Ti voglio però dare una indicazione molto concreta, affinché possa avere un punto di riferimento certo che sei sulla strada giusta. In senso stretto la santità è la veste candida della grazia santificante della quale sei stato rivestito col battesimo e che hai di nuovo riconquistato col sacramento della riconciliazione. Nel tuo cammino di perfezione veglia per conservarti in grazia di Dio o per riacquistarla al più presto, nel triste caso che l’avessi perduta. Allora fioriranno in te le virtù e i doni dello Spirito Santo, perfino a tua insaputa e nel più totale nascondimento di una vita normale.

Il desiderio di diventare santi non è superbia, ma risposta a una chiamata. Tuttavia mettiti in cammino facendoti piccolo come una formica. Piccola e nera com’è, non la nota nessuno. Non cercare visibilità, apprezzamenti e riconoscimenti da parte degli uomini. C’è una santità nascosta, nota solo a Dio, che conosceremo in cielo.

Allora sarà grande il nostro stupore quando ci renderemo conto di quanti sono coloro che noi  credevamo fossero gli ultimi e invece sono i  primi. A meno che Dio disponga diversamente, deciditi per questo tipo di sanità, quella che i più non vedono. E’ la più sicura e la meno esposta alle insidie del superbo serpente. E’ la stessa santità di Maria, tenuta nascosta agli occhi del mondo, ma infinitamente più luminosa di quella di tutti i santi.

Dalla formica impara anche la tenacia. Osserva come tiene ben stretto in bocca il chicco di grano, più grosso di lei, e lo porta a destinazione senza lasciarlo cadere. Allo stesso modo tu tieni saldamente in pugno la decisione di diventare santo e non permettere che si sciolga come la neve al sole di primavera. La santità è un’opera di pazienza quotidiana. Ogni giorno devi fare un passo in avanti. Ogni giorno devi aggiungere un mattone all’edificio che stai costruendo. Non servono gesti sensazionali, ma piuttosto l’oscura dedizione al dovere quotidiano. Dalla formica impara la virtù della perseveranza. Dopo ogni calamità esse riprendono sempre a ricostruire.

Lungo il cammino di santità ti può succedere di rallentare e persino di cadere. L’importante è che tu non lo lasci mai, per seguire la via larga della perdizione. Solo chi persevererà fino alla fine sarà salvo ( cfr Mt 24,13). Ti sarà di grande aiuto la fiducia nella divina Misericordia. In fondo a Dio non importa quanto sei riuscito a realizzare. A Lui importa che tu, nella tua miseria, abbia fiducia nella sua bontà e nel suo perdono.

DALLA NOSTRA CAPPELLA P. LIVIO PRESENTA IL VANGELO DOMENICALE

BUONA DOMENICA

DOMENICA 30.MA DEL TEMPO ORDINARIO (A)

Cari amici di Radio Maria buona Domenica.

Il giorno del Signore è il giorno della sua Resurrezione dai morti e ci ricorda che la vita umana è stata riscattata dal peccato e dalla morte e che la meta del nostro cammino nel tempo è l’eternità.

Alziamo dunque gli occhi al Cielo, che è il traguardo a cui dobbiamo tendere e dove ci hanno preceduto la Chiesa gloriosa e quella sofferente, alle quali ci uniamo nelle  prossime festività.

Nel Vangelo di oggi Gesù, rispondendo alla domanda di un Dottore della Legge, ci indica nell’amore di Dio e del prossimo il più grande Comandamento:

“Amerai il Signore  tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” e “amerai il tuo prossimo come te stesso”. “Da questo due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”.

Questa, cari amici, è la sintesi della legge naturale e della morale cristiana che eleva il Cristianesimo al livello di  religione soprannaturale che viene da Dio, che in Gesù Cristo si è rivelato come amore prodigo e senza confini.

Infatti, come potremmo amare Dio e il prossimo come Lui desidera, se Dio non fosse amore e se questo amore non ci fosse donato per purificare il nostro cuore così pieno di egoismi, di malizie e di cattiverie?

Pe questo  motivo  il primo passo per vivere la nostra vita nella dimensione dell’amore è quello di aprire il cuore a Dio, nell’umiltà di un cuore pentito, perché Dio lo purifichi e lo renda capace di amare.

Se non ci abbeveriamo alla fonte dell’amore di Dio, che ci viene donato attraverso il Cuore trafitto di Gesù, noi non potremmo amare né Dio né il prossino né noi stessi.

Nasciamo nel peccato, con un cuore abitato dall’egoismo e da tutte le sue nefaste proliferazioni, che diventano sempre peggiori se viviamo senza Dio, senza preghiera, senza moralità, senza coscienza.

Noi lo vediamo ogni giorno in quali abissi di perversità può precipitare il cuore umano, quando si chiude alla grazia divina che purifica, che guarisce e che eleva.

Resistiamo forti nella fede  ai venti del male, dell’odio e della perversione che soffiano sulla terra, in unione con Cristo crocifisso, che offre la sua vita per amore, pregando e perdonando.

Vostro padre Livio


Vangelo

Amerai il Signore tuo Dio, e il tuo prossimo come te stesso.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,34-40

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Parola del Signore

Dalla nostra cappella P. Livio commenta il Vangelo domenicale

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