"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sulle parole del Santo Padre ai giovani riuniti a Medjugorje in occasione del Mladifest (4-8 agosto 2025)

Cari amici, il Santo Padre ha inviato un messaggio ai partecipanti al 36° Festival dei giovani che si tiene a Medjugorje dal 4 all’8 agosto.

Riporto, di seguito, le sue parole alternate dalle mie riflessioni.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
 AI PARTECIPANTI AL 36° FESTIVAL DEI GIOVANI (MLADIFEST)
Da Castel Gandolfo, 9 luglio 2025

Cari giovani,

sono molto lieto di rivolgermi a voi, con un messaggio in occasione del 36° Festival che vi riunisce, come ogni anno, a Medjugorje. Provenite da tanti Paesi del mondo: a tutti rivolgo con affetto il saluto del Signore Risorto: “La pace sia con voi!”

In questi giorni meditate sul motto scelto per il Festival: «Andremo alla casa del Signore» (Sal 122,1). Questa frase ci parla di un cammino, di un desiderio che ci muove verso Dio, verso il luogo della sua dimora, dove possiamo essere veramente a casa, perché lì ci attende il suo Amore. Come si fa a camminare verso la casa del Signore e non sbagliare la strada? Gesù ci ha detto «Io sono la via» (Gv 14,6): è Lui stesso che ci accompagna, ci guida, ci rafforza lungo il cammino. Il Suo Spirito ci apre gli occhi e ci fa vedere ciò che da soli non riusciremmo a comprendere.

Gesù è il nostro compagno di viaggio, come lo è stato per i discepoli di Emmaus. Alle domande sul senso della vita, sul senso della morte, sull’Aldilà, sul dolore e sul male non possiamo rispondere se non accompagnati da Gesù che ci dà il suo Spirito, il quale ci rivela le risposte che ritroviamo nella Sacra Scrittura, che entrano nel nostro cuore e ci illuminano. Il suo Spirito ci apre gli occhi, altrimenti rischiamo di vagare per tutto il tempo della vita fino a precipitare nell’abisso di tenebre che è un’insidia a tutti quelli che non aprono il cuore a Dio. Il cammino della vita è bellissimo e pericolosissimo al medesimo tempo e noi possiamo percorrerlo in sicurezza se apriamo il cuore a Dio che bussa. Papa Benedetto XVI diceva che chi crede non è mai solo.

Sulla strada della vita non si cammina mai da soli. Il nostro cammino è sempre intrecciato con quello di qualcun altro: siamo fatti per l’incontro, per camminare insieme e per scoprire insieme una meta comune. Perciò condivido volentieri con voi un pensiero di Sant’Agostino che non parla della casa del Signore come di una meta lontana, ma annuncia la gioia di un cammino vissuto insieme, come popolo in pellegrinaggio: «Andiamo, andiamo! Parlano così fra loro e, accendendosi, per così dire, l’un l’altro, formano un’unica fiamma. E quest’unica fiamma, nata da chi parlando comunica all’altro il fuoco di cui arde» (S. Aurelii Augustini, Enarrationes in Psalmos, PL 37, p. 1619). Che immagine meravigliosa! Nessuno cammina da solo: ci si incita a vicenda, ci si accende a vicenda. Le fiamme dei cuori si uniscono, e diventano un unico grande fuoco che illumina il cammino. Anche voi, giovani, non siete pellegrini solitari. Questa strada verso il Signore si percorre insieme. È questa la bellezza della fede vissuta nella Chiesa.

Provo una certa sorpresa nel sentire queste parole perché siamo soliti associare la popolazione americana a un certo tipo di avanguardia tecnologica, un alto livello di efficienza e poca attitudine alla poesia. Papa Leone è un finissimo teologo, un filosofo poeta com’era Sant’Agostino.

Attraverso gli incontri quotidiani, possiamo percorrere insieme il nostro pellegrinaggio verso la casa del Signore. A questo proposito, carissimi, sapete bene che viviamo in un mondo sempre più digitale, dove l’intelligenza artificiale e la tecnologia ci offrono mille opportunità. Ricordate: nessun algoritmo potrà mai sostituire un abbraccio, uno sguardo, un vero incontro, né con Dio, né con i nostri amici, né con la nostra famiglia. Pensate a Maria. Anche lei ha intrapreso un viaggio faticoso per incontrare sua cugina Elisabetta. Non era facile, ma lo ha fatto, e quell’incontro ha generato gioia: Giovanni Battista ha esultato nel grembo di sua madre riconoscendo, nel grembo della vergine Maria, la presenza viva del Signore. Sull’esempio di Maria, vi incoraggio perciò a cercare incontri veri. Gioite insieme, e non abbiate paura di piangere con chi piange, come ci dice anche San Paolo: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12,15).

Papa Leone invita i ragazzi a riflettere sul valore di un abbraccio, di uno sguardo, di un incontro vero che non si possono paragonare alla pochezza delle esperienza digitali. Il Papa poi porta lo sguardo su Maria, che si mette in viaggio per incontrare sua cugina Elisabetta, è un cammino lungo e faticoso ma la Madonna non è sola, Gesù è nel suo grembo.

Siete arrivati a Medjugorje da molte Nazioni e forse vi sembra che la lingua o la cultura siano un ostacolo all’incontro: abbiate coraggio. C’è un linguaggio più forte di ogni barriera, il linguaggio della fede, alimentato dall’amore di Dio. Siete tutti membra del suo Corpo, che è la Chiesa: incontratevi, conoscetevi, condividete. Solo così, camminando insieme, sostenendoci a vicenda, accendendoci l’un l’altro, arriveremo alla casa del Signore. Che gioia sapere che siamo attesi nella casa del Padre, accolti dal suo amore e che non dobbiamo camminare da soli, ma insieme!

Il Papa ricorda la bellezza di scoprire negli altri persone che condividono la nostra stessa fede, che amano Gesù e Maria come noi li amiamo. Questa scoperta è una grande gioia, è un grande incoraggiamento che avviene ovviamente non soltanto in momenti particolari di incontri mondiali come quello di Torvergata o di Medjugorje, ma anche nella vita quotidiana. In questo mondo molto secolarizzato che in gran parte ha rifiutato la fede e la Croce, capita di incontrare persone che condividono la nostra fede e questi incontri riempiono il cuore di una grande gioia. Il linguaggio della fede, alimentato dall’amore di Dio, è veramente più forte di ogni barriera. Noi che crediamo in Cristo siamo un’unica famiglia, i legami spirituali sono certamente più stretti rispetto a quelli carnali. Il Papa riflette inoltre sulla gioia che ci attende in Paradiso quando il Padre ci accoglierà nel suo immenso amore. La strada verso il Paradiso è più bella se condivisa, il Papa invita i giovani a non percorrerla da soli, ma insieme, con quelli che hanno la nostra medesima fede e sono legati a noi dal medesimo amore.

Lungo la strada, se qualcuno di voi sente in sé la chiamata a una vocazione speciale, alla vita consacrata o al sacerdozio, vi incoraggio a non avere paura di rispondere. Quell’invito, che sentite vibrare dentro, viene da Dio, che parla al nostro cuore. Ascoltatelo con fiducia: la parola del Signore, infatti, non solo ci rende davvero liberi e felici, ma ci realizza autenticamente come uomini e come cristiani.

Papa Leone torna ancora una volta a riflettere sulla vocazione sacerdotale o alla vita consacrata. Il Papa sa quanto siano importanti per la vita della Chiesa i sacerdoti, le suore, i consacrati e le consacrate. La Madonna stessa ha detto: «Pregate per i vostri pastori, affinché abbiano la forza e l’amore per essere dei ponti di salvezza». Nel tempo dei Segreti i sacerdoti saranno ponti su cui il popolo di Dio dovrà passare per arrivare sulla sponda del tempo della pace. L’invito del Papa è frequente, dice ai giovani e alle giovani che sentono la chiamata del Signore di rispondere con coraggio e con fiducia. Personalmente aggiungo una mia riflessione personale, una domanda che spesso mi pongo e che rivolgo ai giovani: se non avessi risposto alla chiamata che vita avrei avuto? Certamente non così bella e piena come quella che ho vissuto.

Cari giovani, mentre affido ciascuno di voi a Maria, Madre di Cristo e nostra Madre, vi accompagno con la mia preghiera. La Vergine Santa vi incoraggi e vi guidi lungo il cammino, per diventare annunciatori di pace e di speranza. Di cuore imparto su tutti voi la mia benedizione apostolica.

Da: “Lettura cristiana della cronaca e della Storia”

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sulle parole del Santo Padre al Giubileo dei giovani (II parte)

Cari amici, il Santo Padre ha rivolto parole bellissime, profonde e molto edificanti ai giovani in occasione del Giubileo a loro dedicato.

Riporto, di seguito, l’Omelia del Santo Padre intervallata da una mia personale riflessione proprio sulle parole rivolte ai giovani riuniti domenica 3 agosto a Tor Vergata, in occasione della Santa Messa.

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV
SANTA MESSA A TOR VERGATA, 3 AGOSTO 2025

Carissimi giovani,
dopo la Veglia vissuta assieme ieri sera, ci ritroviamo oggi per celebrare l’Eucaristia, Sacramento del dono totale di Sé che il Signore ha fatto per noi. Possiamo immaginare di ripercorrere, in questa esperienza, il cammino compiuto la sera di Pasqua dai discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35): prima si allontanavano da Gerusalemme intimoriti e delusi; andavano via convinti che, dopo la morte di Gesù, non ci fosse più niente da aspettarsi, niente in cui sperare. E invece hanno incontrato proprio Lui, lo hanno accolto come compagno di viaggio, lo hanno ascoltato mentre spiegava loro le Scritture, e infine lo hanno riconosciuto allo spezzare del pane. I loro occhi allora si sono aperti e l’annuncio gioioso della Pasqua ha trovato posto nel loro cuore.

I discepoli di Emmaus, ci fa capire il Santo Padre, sono passati dalla tristezza alla gioia quando hanno incontrato il Signore

La liturgia odierna non ci parla direttamente di questo episodio, ma ci aiuta a riflettere su ciò che in esso si narra: l’incontro con Cristo Risorto che cambia la nostra esistenza, che illumina i nostri affetti, desideri, pensieri.

La prima Lettura, tratta dal Libro del Qoelet, ci invita a prendere contatto, come i due discepoli di cui abbiamo parlato, con l’esperienza del nostro limite, della finitezza delle cose che passano (cfr Qo 1,2;2,21-23); e il Salmo responsoriale, che le fa eco, ci propone l’immagine dell’«erba che germoglia; al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca» (Sal 90,5-6). Sono due richiami forti, forse un po’ scioccanti, che però non devono spaventarci, quasi fossero argomenti “tabù”, da evitare. La fragilità di cui ci parlano, infatti, è parte della meraviglia che siamo. Pensiamo al simbolo dell’erba: non è bellissimo un prato in fiore? Certo, è delicato, fatto di steli esili, vulnerabili, soggetti a seccarsi, piegarsi, spezzarsi, e però al tempo stesso subito rimpiazzati da altri che spuntano dopo di loro, e di cui generosamente i primi si fanno nutrimento e concime, con il loro consumarsi sul terreno.

Papa Leone ha tratti di prosa proprio agostiniana, bellissima, poetica.

È così che vive il campo, rinnovandosi continuamente, e anche durante i mesi gelidi dell’inverno, quando tutto sembra tacere, la sua energia freme sottoterra e si prepara ad esplodere, a primavera, in mille colori.

Anche la Regina della pace, nei suoi Messaggi, ha espresso le sue altissime qualità poetiche come quando ha parlato dei fiori di primavera: «oggi desidero esortarvi ad aprire il vostro cuore a Dio, come si aprono i fiori in primavera alla ricerca del sole» (31 gennaio 1985).

Noi pure, cari amici, siamo fatti così: siamo fatti per questo. Non per una vita dove tutto è scontato e fermo, ma per un’esistenza che si rigenera costantemente nel dono, nell’amore. E così aspiriamo continuamente a un “di più” che nessuna realtà creata ci può dare; sentiamo una sete grande e bruciante a tal punto, che nessuna bevanda di questo mondo la può estinguere. Di fronte ad essa, non inganniamo il nostro cuore, cercando di spegnerla con surrogati inefficaci! Ascoltiamola, piuttosto! Facciamone uno sgabello su cui salire per affacciarci, come bambini, in punta di piedi, alla finestra dell’incontro con Dio. Ci troveremo di fronte a Lui, che ci aspetta, anzi che bussa gentilmente al vetro della nostra anima (cfr Ap 3,20). Ed è bello, anche a vent’anni, spalancargli il cuore, permettergli di entrare, per poi avventurarci con Lui verso gli spazi eterni dell’infinito.

Sant’Agostino, parlando della sua intensa ricerca di Dio, si chiedeva: «Qual è allora l’oggetto della nostra speranza […]? È la terra? No. Qualcosa che deriva dalla terra, come l’oro, l’argento, l’albero, la messe, l’acqua […]? Queste cose piacciono, sono belle queste cose, sono buone queste cose» (Sermo 313/F, 3). E concludeva: «Ricerca chi le ha fatte, egli è la tua speranza» (ibid.). Pensando, poi, al cammino che aveva percorso, pregava dicendo: «Tu [Signore] eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo […]. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai (cfr Sal 33,9; 1Pt 2,3) e ho fame e sete (cfr Mt 5,6; 1Cor 4,11); mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace» (Confessiones, 10, 27).

Questo brano di Sant’Agostino, tratto da Le Confessioni, è sempre attuale, ricco di spunti di riflessione.

Sorelle e fratelli, sono parole bellissime, che ricordano quanto Papa Francesco diceva a Lisbona, durante la Giornata Mondiale della Gioventù, ad altri giovani come voi: «Ognuno è chiamato a confrontarsi con grandi domande che non hanno […] una risposta semplicistica o immediata, ma invitano a compiere un viaggio, a superare sé stessi, ad andare oltre […], a un decollo senza il quale non c’è volo. Non allarmiamoci allora se ci troviamo interiormente assetati, inquieti, incompiuti, desiderosi di senso e di futuro […]. Non siamo malati, siamo vivi!» (Discorso per l’incontro con i Giovani Universitari, 3 agosto 2023).]

C’è una domanda importante nel nostro cuore, un bisogno di verità che non possiamo ignorare, che ci porta a chiederci: cos’è veramente la felicità? Qual è il vero gusto della vita? Cosa ci libera dagli stagni del non senso, della noia, della mediocrità? Nei giorni scorsi avete fatto molte belle esperienze. Vi siete incontrati tra coetanei provenienti da varie parti del mondo, appartenenti a diverse culture. Vi siete scambiati conoscenze, avete condiviso aspettative, avete dialogato con la città attraverso l’arte, la musica, l’informatica, lo sport. Al Circo Massimo, poi, accostandovi al Sacramento della Penitenza, avete ricevuto il perdono di Dio e avete chiesto il suo aiuto per una vita buona.

In tutto questo potete cogliere una risposta importante: la pienezza della nostra esistenza non dipende da ciò che accumuliamo né, come abbiamo sentito nel Vangelo, da ciò che possediamo (cfr Lc 12,13-21). È legata piuttosto a ciò che con gioia sappiamo accogliere e condividere (cfr Mt 10,8-10; Gv 6,1-13). Comprare, ammassare, consumare, non basta. Abbiamo bisogno di alzare gli occhi, di guardare in alto, alle «cose di lassù» (Col 3,2), per renderci conto che tutto ha senso, tra le realtà del mondo, solo nella misura in cui serve a unirci a Dio e ai fratelli nella carità, facendo crescere in noi «sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità» (Col 3,12), di perdono (cfr ivi, v. 13), di pace (cfr Gv 14,27), come quelli di Cristo (cfr Fil 2,5). E in questo orizzonte comprenderemo sempre meglio cosa significhi che «la speranza […] non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (cfr Rm 5,5).

Il Papa sottolinea che abbiamo ricevuto in dono lo Spirito Santo che, quindi è già presente in noi. Partendo da questa certezza possiamo sviluppiamo uno sguardo di speranza sul futuro perché sappiamo di essere amati da Cristo che ci conduce verso il futuro.

Carissimi giovani, la nostra speranza è Gesù. È Lui, come diceva San Giovanni Paolo II, «che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande […], per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna» (XV Giornata Mondiale della Gioventù, Veglia Di Preghiera, 19 agosto 2000). Teniamoci uniti a Lui, rimaniamo nella sua amicizia, sempre, coltivandola con la preghiera, l’adorazione, la Comunione eucaristica, la Confessione frequente, la carità generosa, come ci hanno insegnato i beati Piergiorgio Frassati e Carlo Acutis, che presto saranno proclamati Santi. Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno. Allora vedrete crescere ogni giorno, in voi e attorno a voi, la luce del Vangelo.

Il Santo Padre invita i giovani a prendere a modello Piergiorgio Frassati e Carlo Acutis che saranno proclamati Santi fra poche settimane. Sono modelli mirabilissimi per tanti giovani che vogliono fare della loro vita un poema per Dio. Il Papa incoraggia i ragazzi e le ragazze ad aspirare a cose grandi, a non accontentarsi. La santità è alla portata di tutti.

Vi affido a Maria, la Vergine della speranza. Con il suo aiuto, tornando nei prossimi giorni ai vostri Paesi, in tutte le parti del mondo, continuate a camminare con gioia sulle orme del Salvatore, e contagiate chiunque incontrate col vostro entusiasmo e con la testimonianza della vostra fede! Buon cammino!

Da: “Lettura cristiana della cronaca e della Storia”

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sulle parole del Santo Padre al Giubileo dei giovani (I parte)

Cari amici, il Giubileo dei giovani è stato un evento di grazia e di preghiera, oltre che una bellissima testimonianza di come la Chiesa è viva, è un faro di speranza oggi nel mondo più che mai. Come dice il Concilio Vaticano II la Chiesa è uno strumento di unità del genere umano in Cristo; è uno strumento che affratella gli uomini in Colui che è il Figlio di Dio fatto uomo. Questo evento ha anche testimoniato che la Chiesa è viva perché in essa è vivo Cristo nell’Eucarestia, nella Sua Parola; è Cristo Risorto, vincitore del male e della morte. Tutta questa folla di giovani accorsi a Roma per il Giubileo sono dei cercatori di assoluto, assetati di Dio, e lo hanno cercato nel posto giusto, la Chiesa, che è Cristo vivo e prolungamento di Cristo stesso, della sua Parola, della sua presenza, della sua grazia. La presenza di così tanti giovani da ogni parte del mondo è stato uno sguardo di speranza sul futuro: un mondo di pace è possibile! Un mondo di pace ci sarà al termine di questo travaglio; l’umanità si troverà affratellata in Cristo. Non è un’utopia ma sarà la conseguenza della vittoria di Cristo glorioso sul male e sulla morte che si realizzerà nel tempo della Chiesa. La Regina della pace è qui per guidarci a questo tempo di pace.

Papa Leone XIV è senza dubbio un grande dono di Maria per la Chiesa e per l’umanità. Uomo umile, forte e saldo nella fede, ha saputo parlare ai giovani anche di Sant’Agostino come se fosse un santo dei nostri giorni, perché era un uomo spiritualmente inquieto, sempre alla ricerca dell’assoluto. Le Confessioni, infatti, sono il libro più letto da tutti coloro che sono alla ricerca di Dio anche oggi. La tradizione agostiniana di ricerca interiore della Verità e del bene è sempre attuale, il cuore è unito alla ragione e la teologia è sempre una ricerca del senso della vita. Oggi i giovani sono alla ricerca del senso della vita, che – come ha sottolineato il Papa – è un dono di Dio ma se non sappiamo perché viviamo, qual è il fine della vita e non sappiamo come spenderla realizzando la sete di felicità, la vita rischia di essere un fallimento. Se non si coglie la grazia della fede e la presenza di Colui che ci viene a cercare, se non si apre il cuore a Dio che bussa, la vita è un fallimento. I giovani che sono arrivati a Roma per il Giubileo l’hanno riempita di speranza e il Santo Padre non ha mancato di riconoscerlo nelle parole a loro dedicate quando ha fatto quell’irruzione a sorpresa il 29 luglio in Piazza San Pietro dopo la Santa Messa presieduta da Mons. Rino Fisichella:
Gesù ci dice: «Voi siete il sale della terra […]. Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,13-14). E oggi le vostre voci, il vostro entusiasmo, le vostre grida – che sono tutte per Gesù Cristo – saranno ascoltate fino ai confini del mondo. Oggi state iniziando alcuni giorni, un cammino, il Giubileo della Speranza, e il mondo ha bisogno di messaggi di speranza; voi siete questo messaggio, e dovete continuare a dare speranza a tutti. Speriamo che tutti voi siate sempre segni di speranza nel mondo! Oggi stiamo cominciando. Nei prossimi giorni avrete l’opportunità di essere una forza che può portare la grazia di Dio, un messaggio di speranza, una luce alla città di Roma, all’Italia e a tutto il mondo. Camminiamo insieme con la nostra fede in Gesù Cristo. E il nostro grido deve essere anche per la pace nel mondo. Diciamo tutti: “Vogliamo la pace nel mondo!”

Tutti possiamo essere la speranza del mondo se cerchiamo nella direzione giusta e non ci facciamo attirare dalle false luci, dalle fale promesse, dagli inganni del mondo e del tentatore che vuole sviarci e metterci sulla sua via.

Riporto, di seguito, la mia personale riflessione alle parole del Santo Padre rivolte ai giovani riuniti sabato sera a Tor Vergata, in occasione della veglia di preghiera. Inizialmente il Papa ha risposto ad alcune domande che alcuni ragazzi hanno preparato per questo momento bellissimo di preghiera. La veglia è stata bellissima, toccante, soprattutto il momento dell’Adorazione Eucaristica, dono di Medjugorje che è diventata un momento forte degli incontri del Papa con i giovani. Nell’Adorazione c’è Cristo vivo, presente nella Chiesa, speranza nostra, eternamente Via, Verità e Vita.

VEGLIA DI PREGHIERA
PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE LEONE XIV

SABATO 2 AGOSTO 2025, TOR VERGATA

Domanda 1 – Amicizia
Santo Padre, sono Dulce María, ho 23 anni e vengo dal Messico. Mi rivolgo a Lei facendomi portavoce di una realtà che viviamo noi giovani in tante parti del mondo. Siamo figli del nostro tempo. Viviamo una cultura che ci appartiene e senza che ce ne accorgiamo ci plasma; è segnata dalla tecnologia soprattutto nel campo dei social network. Ci illudiamo spesso di avere tanti amici e di creare legami di vicinanza mentre sempre più spesso facciamo esperienza di tante forme di solitudine. Siamo vicini e connessi con tante persone eppure, non sono legami veri e duraturi, ma effimeri e spesso illusori. Santo Padre, ecco la mia domanda: come possiamo trovare un’amicizia sincera e un amore genuino che aprono alla vera speranza? Come la fede può aiutarci a costruire il nostro futuro?       

Risposta del Santo Padre    
Carissimi giovani, le relazioni umane, le nostre relazioni con altre persone sono indispensabili per ciascuno di noi, a cominciare dal fatto che tutti gli uomini e le donne del mondo nascono figli di qualcuno. La nostra vita inizia grazie a un legame ed è attraverso legami che noi cresciamo. In questo processo, la cultura svolge un ruolo fondamentale: è il codice col quale interpretiamo noi stessi e il mondo. Come un vocabolario, ogni cultura contiene sia parole nobili sia parole volgari, sia valori sia errori, che bisogna imparare a riconoscere. Cercando con passione la verità, noi non solo riceviamo una cultura, ma la trasformiamo attraverso scelte di vita. La verità, infatti, è un legame che unisce le parole alle cose, i nomi ai volti. La menzogna, invece, stacca questi aspetti, generando confusione ed equivoco. Ora, tra le molte connessioni culturali che caratterizzano la nostra vita, internet e i media sono diventati «una straordinaria opportunità di dialogo, incontro e scambio tra le persone, oltre che di accesso all’informazione e alla conoscenza» (Papa Francesco, Christus vivit, 87). Questi strumenti risultano però ambigui quando sono dominati da logiche commerciali e da interessi che spezzano le nostre relazioni in mille intermittenze. A proposito, Papa Francesco ricordava che talvolta i «meccanismi della comunicazione, della pubblicità e delle reti sociali possono essere utilizzati per farci diventare soggetti addormentati, dipendenti dal consumo» (Christus vivit, 105). Allora le nostre relazioni diventano confuse, sospese o instabili. Inoltre, come sapete, oggi ci sono algoritmi che ci dicono quello che dobbiamo vedere, quello che dobbiamo pensare, e quali dovrebbero essere i nostri amici. E allora le nostre relazioni diventano confuse, a volte ansiose. È che quando lo strumento domina sull’uomo, l’uomo diventa uno strumento: sì, strumento di mercato, merce a sua volta. Solo relazioni sincere e legami stabili fanno crescere storie di vita buona. Carissimi, ogni persona desidera naturalmente questa vita buona, come i polmoni tendono all’aria, ma quanto è difficile trovarla! Quanto è difficile trovare un’amicizia autentica! Secoli fa, Sant’Agostino ha colto il profondo desiderio del nostro cuore – è il desiderio di ogni cuore umano – anche senza conoscere lo sviluppo tecnologico di oggi. Anche lui è passato attraverso una giovinezza burrascosa: non si è però accontentato, non ha messo a tacere il grido del suo cuore. Agostino cercava la verità, la verità che non illude, la bellezza che non passa. E come l’ha trovata? Come ha trovato un’amicizia sincera, un amore capace di dare speranza? Incontrando chi già lo stava cercando, incontrando Gesù Cristo. Come ha costruito il suo futuro? Seguendo Lui, suo amico da sempre. Ecco le sue parole: «Nessuna amicizia è fedele se non in Cristo. È in Lui solo che essa può essere felice ed eterna» (Contro le due lettere dei pelagiani, I, I, 1); e la vera amicizia è sempre in Gesù Cristo con fiducia, amore e rispetto. «Ama veramente il suo amico colui che nel suo amico ama Dio» (Discorso 336), ci dice Sant’Agostino. L’amicizia con Cristo, che sta alla base delle fede, non è solo un aiuto tra tanti altri per costruire il futuro: è la nostra stella polare. Come scriveva il beato Pier Giorgio Frassati, «vivere senza fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere una lotta per la Verità non è vivere, ma vivacchiare» (Lettere, 27 febbraio 1925). Quando le nostre amicizie riflettono questo intenso legame con Gesù, diventano certamente sincere, generose e vere. Cari giovani, vogliatevi bene tra di voi! Volersi bene in Cristo. Saper vedere Gesù negli altri. L’amicizia può veramente cambiare il mondo. L’amicizia è una strada verso la pace.
   

Il Santo Padre ha dato una risposta bellissima, profonda, attuale e molto intelligente. Oggi più che mai, quando si entra nella rete o quando si accende la tv, bisogna usare il discernimento. Il Papa cita molte volte Sant’Agostino, segno della modernità del pensiero di questo grandissimo santo che dice sempre di aver trovato Colui che lo cercava. Sant’Agostino nella ricerca della Verità ha avuto bisogno della Chiesa e ha trovato aiuto in sant’Ambrogio le cui prediche lo hanno convertito. Sant’Agostino, infatti, predicava a pochi passi dalla scuola palatina dove Agostino insegnava retorica a Milano. Inoltre, Ambrogio ha battezzato Agostino nella veglia pasquale del 387, nell’antica basilica di Milano, sotto al Duomo. Il Santo Padre ha detto ai giovani che solamente in Cristo un’amicizia può essere felice ed eterna e ha citato anche Pier Giorgio Frassati, proprio a proposito dell’amicizia e della fede, senza la quale la vita non ha senso.

Domanda 2 – Coraggio per scegliere
Santo Padre, mi chiamo Gaia, ho 19 anni e sono italiana. Questa sera tutti noi giovani qui presenti vorremmo parlarle dei nostri sogni, speranze e dubbi. I nostri anni sono segnati dalle decisioni importanti che siamo chiamati a prendere per orientare la nostra vita futura. Tuttavia, per il clima di incertezza che ci circonda siamo tentati di rimandare e la paura per un futuro sconosciuto ci paralizza. Sappiamo che scegliere equivale a rinunciare a qualcosa e questo ci blocca, nonostante tutto percepiamo che la speranza indica obiettivi raggiungibili anche se segnati dalla precarietà del momento presente. Santo Padre, le chiediamo: dove troviamo il coraggio per scegliere? Come possiamo essere coraggiosi e vivere l’avventura della libertà viva, compiendo scelte radicali e cariche di significato? 

Risposta del Santo Padre
Grazie per questa domanda. La scelta è un atto umano fondamentale. Osservandolo con attenzione, capiamo che non si tratta solo di scegliere qualcosa, ma di scegliere qualcuno. Quando scegliamo, in senso forte, decidiamo chi vogliamo diventare. La scelta per eccellenza, infatti, è la decisione per la nostra vita: quale uomo vuoi essere? Quale donna vuoi essere? Carissimi giovani, a scegliere si impara attraverso le prove della vita, e prima di tutto ricordando che noi siamo stati scelti. Tale memoria va esplorata ed educata. Abbiamo ricevuto la vita gratis, senza sceglierla! All’origine di noi stessi non c’è stata una nostra decisione, ma un amore che ci ha voluti. Nel corso dell’esistenza, si dimostra davvero amico chi ci aiuta a riconoscere e rinnovare questa grazia nelle scelte che siamo chiamati a prendere. Cari giovani, avete detto bene: “scegliere significa anche rinunciare ad altro, e questo a volte ci blocca”. Per essere liberi, occorre partire dal fondamento stabile, dalla roccia che sostiene i nostri passi. Questa roccia è un amore che ci precede, ci sorprende e ci supera infinitamente: è l’amore di Dio. Perciò davanti a Lui la scelta diventa un giudizio che non toglie alcun bene, ma porta sempre al meglio. Il coraggio per scegliere viene dall’amore, che Dio ci manifesta in Cristo. È Lui che ci ha amato con tutto sé stesso, salvando il mondo e mostrandoci così che il dono della vita è la via per realizzare la nostra persona. Per questo, l’incontro con Gesù corrisponde alle attese più profonde del nostro cuore, perché Gesù è l’Amore di Dio fatto uomo. A riguardo, venticinque anni fa, proprio qui dove ci troviamo, San Giovanni Paolo II disse: «è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare» (Veglia di preghiera nella XV Giornata mondiale della Gioventù, 19 agosto 2000). La paura lascia allora spazio alla speranza, perché siamo certi che Dio porta a compimento ciò che inizia. Riconosciamo la sua fedeltà nelle parole di chi ama davvero, perché è stato davvero amato. “Tu sei la mia vita, Signore”: è ciò che un sacerdote e una consacrata pronunciano pieni di gioia e di libertà. “Tu sei la mia vita, Signore”. “Accolgo te come mia sposa e come mio sposo”: è la frase che trasforma l’amore dell’uomo e della donna in segno efficace dell’amore di Dio nel matrimonio. Ecco scelte radicali, scelte piene di significato: il matrimonio, l’ordine sacro, e la consacrazione religiosa esprimono il dono di sé, libero e liberante, che ci rende davvero felici. E lì troviamo la felicità: quando impariamo a donare noi stessi, a donare la vita per gli altri. Queste scelte danno senso alla nostra vita, trasformandola a immagine dell’Amore perfetto, che l’ha creata e redenta da ogni male, anche dalla morte. Dico questo stasera pensando a due ragazze, María, ventenne, spagnola, e Pascale, diciottenne, egiziana. Entrambe hanno scelto di venire a Roma per il Giubileo dei Giovani, e la morte le ha colte in questi giorni. Preghiamo insieme per loro; preghiamo anche per i loro familiari, i loro amici e le loro comunità. Gesù Risorto le accolga nella pace e nella gioia del suo Regno. E ancora vorrei chiedere le vostre preghiere per un altro amico, un ragazzo spagnolo, Ignacio Gonzalvez, che è stato ricoverato all’ospedale “Bambino Gesù”: preghiamo per lui, per la sua salute. Trovate il coraggio di fare le scelte difficili e dire a Gesù: Tu sei la mia vita, Signore”. “Lord, You are my life”. Grazie.        

Il Santo Padre ha rincuorato i giovani che si trovano un po’ smarriti davanti a scelte come il percorso di studi, la professione, la persona con cui condividere la vita nel matrimonio o rispondere alla chiamata di Gesù al sacerdozio o alla consacrazione religiosa. Insieme a tante altre, sono indubbiamente scelte che decidono la vita. Il Papa ha dato una lunga risposta, ben articolata e come sempre profonda e saggia, come quando dice che davanti alle scelte dobbiamo ricordarci di essere stati scelti a nostra volta. Il Papa ricorda ai giovani che per fare la scelta giusta è importante rivolgersi a Colui che li ha scelti. Siamo stati scelti da Dio e a Lui dobbiamo riferirci per fare la scelta giusta. Ringraziamo Dio per il dono di Papa Leone che ancora una volta ha dimostrato di essere una grazia per tutta la Chiesa e per l’umanità; risposte come queste valgono tanto oro per i giovani, sono formidabili, sono profondissime e toccano anche il cuore di chi non crede. Davanti alle scelte, suggerisce il Papa, facciamo riferimento a Colui che ci ha scelto e ci ama in maniera totale e gratuita; allo stesso modo, nella scelta, amiamo in maniera gratuita e totale chi ci ha scelto e chi scegliamo nella vita. Papa Leone dice che la vita si realizza nel dono di noi stessi, non nell’arraffare, nel desiderare, nel divorare. Il Papa invita a fare l’esperienza dell’amore di Gesù. Chi apre il cuore a Gesù e gusta la sua amicizia fa l’esperienza dell’amicizia vera, eterna, assoluta. Ai giovani cattolici dico personalmente di ritornare al Sacramento del Matrimonio; in chiesa gli sposi vengono uniti da Cristo, in comune gli sposi vengono uniti dal sindaco. Cari giovani, fate la differenza! Il Papa ricorda ai giovani che Cristo ci ha amato immensamente da dare la sua vita per liberarci dal peccato, dall’oppressione, dalla schiavitù del demonio, da tutto il male nelle sue proliferazioni. Cristo ci ha liberato dalla morte e ci ha dato la vita eterna; satana lavora subdolamente per distogliere l’attenzione (soprattutto dei giovani) e indirizzare il loro sguardo a cose inutili, effimere, futili, pericolose, velenose, mortali. Le scelte vere in cui ci si dona totalmente danno senso alla vita, la trasformano a immagine dell’Amore perfetto che l’ha creata e redenta da ogni male, anche dalla morte. Il Santo Padre ha poi ricordato le due giovani che sono tornate alla Casa del Padre proprio nei giorni del Giubileo; ha chiesto preghiere per loro, per i familiari, per gli amici e per le loro comunità. Il Papa ha chiesto poi preghiere per la salute di un ragazzo che è stato ricoverato in ospedale a Roma proprio in questi giorni. Il Santo Padre ha concluso questa risposta invitando i giovani ad avere il coraggio di fare scelte difficili sempre affidandosi a Gesù.

Domanda 3 – Richiamo del bene e valore del silenzio     
Santo Padre, mi chiamo Will. Ho 20 anni e vengo dagli stati Uniti. Vorrei farle una domanda a nome di tanti giovani intorno a noi che desiderano, nei loro cuori, qualcosa di più profondo. Siamo attratti dalla vita interiore anche se a prima vista veniamo giudicati come una generazione superficiale e spensierata. Sentiamo nel profondo di noi stessi il richiamo al bello e al bene come fonte di verità. Il valore del silenzio come in questa Veglia ci affascina, anche se incute in alcuni momenti paura per il senso di vuoto. Santo Padre, le chiedo: come possiamo incontrare veramente il Signore Risorto nella nostra vita ed essere sicuri della sua presenza anche in mezzo alle difficoltà e incertezze?    

Risposta del Santo Padre
Proprio all’inizio del Documento con il quale ha indetto il Giubileo, Papa Francesco scrisse che «nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene» (Spes non confundit, 1). Dire “cuore”, nel linguaggio biblico, significa dire “coscienza”: poiché ogni persona desidera il bene nel suo cuore, da tale sorgente scaturisce la speranza di accoglierlo. Ma che cos’è il “bene”? Per rispondere a questa domanda, occorre un testimone: qualcuno che ci faccia del bene. Più ancora, occorre qualcuno che sia il nostro bene, ascoltando con amore il desiderio che freme nella nostra coscienza. Senza questi testimoni non saremmo nati, né saremmo cresciuti nel bene: come veri amici, essi sostengono il comune desiderio di bene, aiutandoci a realizzarlo nelle scelte di ogni giorno. Carissimi giovani, l’amico che sempre accompagna la nostra coscienza è Gesù. Volete incontrare veramente il Signore Risorto? Ascoltate la sua parola, che è Vangelo di salvezza! Cercate la giustizia, rinnovando il modo di vivere, per costruire un mondo più umano! Servite il povero, testimoniando il bene che vorremmo sempre ricevere dal prossimo! Rimanete uniti con Gesù nell’Eucaristia. Adorate l’Eucarestia, fonte della vita eterna! Studiate, lavorate, amate secondo lo stile di Gesù, il Maestro buono che cammina sempre al nostro fianco. Ad ogni passo, mentre cerchiamo il bene, chiediamogli: resta con noi, Signore (cfr Lc 24,29)! Resta con noi Signore! Resta con noi, perché senza di Te non possiamo fare quel bene che desideriamo. Tu vuoi il nostro bene; Tu, Signore, sei il nostro bene. Chi ti incontra, desidera che anche altri ii incontrino, perché la tua parola è luce più chiara di ogni stella, che illumina anche la notte più nera. Come amava ripetere Papa Benedetto XVI, chi crede, non è mai solo. Perciò incontriamo veramente Cristo nella Chiesa, cioè nella comunione di coloro che il Signore stesso riunisce attorno a sé per farsi incontro, lungo la storia, ad ogni uomo che sinceramente lo cerca. Quanto ha bisogno il mondo di missionari del Vangelo che siano testimoni di giustizia e di pace! Quanto ha bisogno il futuro di uomini e donne che siano testimoni di speranza! Ecco, carissimi giovani, il compito che il Signore Risorto ci consegna. Sant’Agostino ha scritto: «L’uomo, una particella del tuo creato, o Dio, vuole lodarti. Sei Tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per Te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in Te. Che io ti cerchi, Signore, invocandoti e ti invochi credendoti» (Confessioni, I). Accostando questa invocazione alle vostre domande, vi affido una preghiera: “Grazie, Gesù, per averci raggiunto: il mio desiderio è quello di rimanere tra i Tuoi amici, perché, abbracciando Te, possa diventare compagno di cammino per chiunque mi incontrerà. Fa’, o Signore, che chi mi incontra, possa incontrare Te, pur attraverso i miei limiti, pur attraverso le mie fragilità”. Attraverso queste parole, il nostro dialogo continuerà ogni volta che guarderemo al Crocifisso: in Lui si incontreranno i nostri cuori. Ogni volta che adoriamo Cristo nell’Eucaristia, i nostri cuori si uniscono in Lui. Perseverate dunque nella fede con gioia e coraggio. E così possiamo dire: grazie Gesù per averci amati; grazie Gesù per averci chiamati. Resta con noi, Signore! Resta con noi!

Anche questa risposta è profondissima e tocca i cuori. Leone XIV cita inizialmente il passaggio del documento con cui Papa Francesco ha indetto il Giubileo, quando scrisse che «nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene». Nel cuore di ciascuno c’è il desiderio di speranza del bene e c’è la speranza di accoglierlo. Il Papa aggiunge che possiamo sapere che cos’è il bene se abbiamo fatto l’esperienza di qualcuno che è il nostro bene; senza questi testimoni non saremmo nati né saremmo cresciuti nel bene. Per sapere che cos’è quel bene che desideriamo dobbiamo sperimentare la presenza di qualcuno che sia il nostro bene e ci faccia del bene; è, ad esempio, l’amore degli sposi, dei genitori per i figli e dei figli per i genitori. Papa Leone ci riporta a Cristo, vero amico che non ci abbandona mai, ci ama incondizionatamente e ci guida nella Verità attraverso la Sua Parola. Il Papa invita a seguire sempre Gesù, maestro buono che cammina al nostro fianco; in questo modo possiamo realizzare il desiderio di bene che il nostro cuore ricerca. Gesù è il nostro bene ed è il bene che doniamo agli altri. Il Papa poi cita delle riflessioni di Sant’Agostino, sempre attuali e bellissime, altissime e profondissime. Il Santo Padre invita i giovani a cercare Cristo nella Chiesa, a partecipare della vita comunitaria e ad affratellarsi con altri cercatori di Dio, missionari del Vangelo, testimoni di giustizia e di pace. L’umanità ha bisogno di uomini e donne testimoni di speranza. Dio ci ha creati per Lui, per cercarlo, servirlo e amarlo. La preghiera che il Papa ha consegnato ai giovani è breve ma intensa, vale la pena impararla e diffonderla ai ragazzi, è un inno d’amore a Cristo:

“Grazie, Gesù, per averci raggiunto:
il mio desiderio è quello di rimanere tra i Tuoi amici,
 perché, abbracciando Te, possa diventare compagno di cammino

per chiunque mi incontrerà.
Fa’, o Signore, che chi mi incontra, possa incontrare Te,
pur attraverso i miei limiti, pur attraverso le mie fragilità”.

Ringraziamo la Madonna per averci donato questo grande Papa e ringraziamo i giovani che stanno dando una bellissima testimonianza di fede sincera, ricerca di verità e speranza di pace.

Da: “Lettura cristiana della cronaca e della Storia”

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sulla divinità di Gesù Cristo, cuore della fede

Cari amici, quello di Nicea è stato il primo Concilio della Chiesa Cattolica. Il Santo Padre presto vi si recherà perché quest’anno nel ricorre il 1700° anniversario; si tratta di un Concilio importantissimo perché ha stabilito la divinità di Gesù Cristo.
Proprio in vista del viaggio del Papa, il 2 luglio Roberto De Mattei ha pubblicato su Corrispondenza Romana un articolo dedicato al Concilio di Nicea. Per rafforzare anche dal punto di vista teologico la nostra fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, commentiamo l’articolo di Roberto De Mattei “Essere cristiani nello Spirito di Nicea”.

È ricorso quest’anno, nel mese di maggio, il 1700° anniversario del Concilio di Nicea, il primo Concilio ecumenico della Chiesa e Papa Leone XIV ha annunciato di voler andare in Turchia, dove oggi Nicea si trova, per commemorare questo grande evento. Nicea ci può apparire come un luogo e come un tempo lontani, distante dalle preoccupazioni di ogni giorno, eppure tutto ciò che riguarda la storia della Chiesa deve essere per noi sempre attuale, perché è carico di insegnamenti che non si perdono nel tempo. Internet talvolta ci assorbe, leggiamo di tutto, crediamo di sapere tutto, ma dobbiamo chiederci quale posto ha nelle nostre occupazioni lo studio della storia della Chiesa, lo studio della teologia e della filosofia cristiana. Senza questo studio la vita spirituale di un cristiano non potrà mai svilupparsi, sarà solo superficiale e sentimentale, destinata ad inaridirsi.
Non dimentichiamo che molta teologia è nella preghiera, ad esempio nel Ti Adoro, nel Credo. Se pregassimo con il cuore avremmo già una robusta formazione teologica.

Cristiani significa essere discepoli di Gesù Cristo, ma come si può essere discepoli di Gesù Cristo, senza approfondirne la conoscenza? Nel suo primo discorso, alla Cappella Sistina, il 9 maggio 2025, il Papa ha detto: «Gesù va annunciato a tutti. Non come superuomo, come talvolta è considerato, ma come il Cristo, Figlio del Dio vivente». Fu il Concilio di Nicea, furono i primi quattro Concili della Chiesa, a chiarire la vera natura di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, promulgando le prime grandi verità di fede.
I due misteri principali della fede, come ci insegna il Catechismo di San Pio X, sono l’unità e la trinità di Dio, la divinità del Verbo Incarnato. Si tratta dei due capisaldi della fede cattolica messi a fuoco nei primi due Concili. Anche l’affermazione di Maria Madre di Dio è stata proclamata da Concilio, a Efeso e significa che il Figlio di Maria è il Figlio di Dio. È la professione di fede cattolica.

San Gregorio Magno ha paragonato i primi quattro Concili ecumenici della Chiesa ai quattro Vangeli: «Confesso che vennero con devozione i primi quattro Concili come i quattro libri del santo Vangelo» (Epistola I, 24: PL 77, col. 478). I quattro Concili a cui si riferisce sono Nicea (325); Costantinopoli I (381); Efeso (431) e Calcedonia (451). Essi formularono quelli che sono i dogmi fondamentali della Chiesa: il dogma trinitario e quello cristologico, assieme a quello, altrettanto importante, della Maternità divina di Maria.
L’affermazione di Maria Theotókos (Madre di Dio) è cristologica, indica che quel Bambino generato da Maria e concepito per opera dello Spirito Santo è il Figlio di Dio. Ovviamente questi Concili sono serviti per combattere le eresie che negavano Dio Santissima Trinità e, di conseguenza, la Trinità del Figlio.

Gli antitrinitari del IV secolo, seguaci del prete Ario, negavano la divinità di Cristo. Essi sostenevano che solo il Padre sarebbe l’unico e vero Dio. Il Verbo, intermediario tra Dio e il mondo, sarebbe invece di una sostanza diversa da quella divina. Nicea definì, contro gli ariani, che il Verbo è vero Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre e perciò veramente Dio. Il termine consustanziale esprime la perfetta uguaglianza del Verbo e del Padre. Il Concilio di Costantinopoli confermò il simbolo niceno, stabilendo che lo Spirito Santo è veramente Dio come il Figlio e il Padre.
Gli ariani si erano così diffusi nella Chiesa cattolica che si arrivò a pensare che la Chiesa fosse diventata ariana. Lo stesso sant’Ambrogio quando fu nominato vescovo di Milano ebbe a che fare con un vescovo ariano che lo contestava e voleva scalzargli il posto. Ambrogio fu un grande combattente contro Ario. Per quanto affermassero la grandezza del Verbo, gli ariani dicevano che era una creatura negandone la divinità. Ma Cristo non è una creatura, è il Verbo eternamente generato dal Padre. Homoousion (in greco: ὁμοούσιον, homooúsion, letteralmente «stesso essere», «stessa essenza», dal greco ὁμός, homós, «stesso», e οὐσία, ousía, «essere» o «essenza») significa che Dio e Cristo sono della stessa sostanza, condividono la divinità. Questo termine è stato utilizzato anche per definire la natura dello Spirito Santo, terza Persona della Santissima Trinità. Il Padre e il Figlio sono uguali nella divinità, ma diversi nella Persona: il Padre è colui che genera, il Figlio è colui che è generato. Lo Spirito Santo è colui che è ispirato dal Padre e dal Figlio. Quindi, la loro identità personale è diversa ma la sostanza della natura è uguale ed è quella divina. Il Concilio di Costantinopoli ha aggiunto che lo Spirito Santo è come il Figlio e come il Padre; nel Segno della Croce professiamo la divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. C’è una sola sostanza divina a cui la Santissima Trinità partecipa, ma è diversa l’identità di ciascuna delle tre Persone. Il Padre è colui che genera; il Figlio è colui che è generato; lo Spirito Santo è ispirato da entrambi. C’è un’unica comunione divina nella comunione eterna delle tre Persone. È un mistero inabissabile quello della Santissima Trinità che sant’Agostino cercò di capire. Un giorno, mentre in riva al mare stava riflettendo proprio sul mistero della Santissima Trinità, gli apparve un angelo che gli porse un bicchiere e gli disse: “Prova a svuotare il mare con questo bicchiere”. Con un bicchiere non si può certamente svuotare il mare, allo stesso modo con il nostro intelletto non si può comprendere l’immensità della Santissima Trinità.

Il Concilio di Efeso affermò, contro l’eretico Nestorio, la maternità divina di Maria e l’unità vera e sostanziale dell’elemento divino e umano di Cristo nell’unità della Persona del Verbo, unico soggetto a cui dobbiamo attribuire la proprietà e le operazioni dell’una e dell’altra natura. Quando, in opposizione a Nestorio, un altro eretico, Eutiche, volle difendere l’unità sostanziale di Cristo, fino al punto di porre in essa non solo una Persona, ma anche una sola natura, il Concilio di Calcedonia stabilì che le due nature in Cristo sono unite in una sola persona ma distinte, non confuse, né mutate o comunque alterate.
Ario negava la divinità del Verbo, Nestorio negava la divina maternità di Maria. Ovviamente si tratta di concetti che capiremo in parte nell’Aldilà. Qualcosa possiamo capire anche adesso. In Gesù Cristo c’è un solo Io che è divino; difatti quando i farisei e i giudei volevano lapidarlo perché si diceva più grande di Abramo, Gesù rispose: “Prima che Abramo fosse, Io sono”. Quell’Io sono è quello di Jahvè, è l’Io divino, è l’Io di Dio, è l’Io del Verbo. Come quando i soldati nel Getsemani si accostano a Gesù per imprigionarlo e, conoscendo tutto quello che gli stava per accadere, chiese loro: «Chi cercate?».  Gli risposero: «Gesù il Nazareno». Gesù disse loro: «Io sono». Questa risposta li fece stramazzare perché era l’affermazione della divinità e quindi della generazione eterna del Verbo dal Padre. Si tratta, alla fine, di concetti semplici: c’è un solo Io in Gesù che è l’Io divino che opera sia attraverso la natura umana (quando mangia, quando beve…) sia attraverso la natura divina (quando fa i miracoli, quando fa profezie…). Il medesimo Io agisce attraverso la natura divina e attraverso quella umana; è pienamente Dio ed è pienamente uomo. In Cristo la natura divina e la natura umana sono distinte, non sono confuse, non sono mutate, non sono alterate e l’Io divino agisce sia attraverso la natura divina sia attraverso la natura umana.

I primi quattro Concili della Chiesa stabilirono dunque che c’è un unico Dio, in tre persone e che Gesù Cristo, Verbo Incarnato, ha due nature, la divina e la umana, ma una sola Persona divina.
Da questi misteri scaturiscono quattro grandi verità:

1) Innanzitutto, la divinità di Gesù Cristo. Egli è Dio, la seconda delle persone divine. È Dio dall’eternità ed è tale per tutta l’eternità.

2) Dio però è anche uomo, e come ogni uomo ha anima e corpo, ha mente, volontà e sensi. Gesù Cristo ha tutte le facoltà e le qualità umane, perché, accanto a una natura divina, ha una natura umana.

3) In terzo luogo, le due nature di Gesù Cristo, la natura divina e la natura umane sono in Lui unite, ma non confuse. Gesù Cristo è nel medesimo tempo perfetto Dio e perfetto uomo.

4) Infine, è nell’unità della persona del Verbo che sussiste l’unione di Dio e dell’uomo. Ciò significa che la natura umana è in Gesù Cristo assorbita nella persona divina. La natura umana può essere mossa solo da quella divina, così come il corpo di ogni uomo è incapace di alcuna attività che non provenga dall’anima.
Chi ignora queste verità non può dirsi cristiano. Essere cristiani significa essere fatti ad immagine di Gesù Cristo, essere formati e trasformati da Cristo, ricevere la vita da Lui e per mezzo di Lui crescere nella vita divina.

Gesù Cristo è Dio, è il Verbo eternamente generato dal Padre e quindi lo è per tutta l’eternità. Dio è anche uomo, ha un’anima e un corpo uniti nell’Io divino. In Cristo non ci sono due Io distinti, quello divino e quello umano, c’è un solo soggetto. Gesù Cristo è allo stesso tempo pienamente Dio e pienamente uomo. La natura umana di Cristo è mossa da quella divina ed è permeata da quella divina; in Lui c’è una fonte di grazia inesauribile che dalla natura umana trabocca nella natura divina.

Dom Francesco Pollien, nel suo aureo libro “Cristianesimo vissuto” (tr. it. Edizioni Fiducia, Roma 2023), ci spiega che non può esistere vita cristiana se non si trovano riuniti i quattro caratteri che costituiscono Cristo: il perfetto elemento divino; il perfetto elemento umano; l’unione del divino con l’umano; l’annientamento dell’indipendenza umana di fronte a Dio.
La natura umana è totalmente unita e soggetta alla natura divina, attraverso la quale l’Io divino di Cristo opera attraverso la natura umana che è totalmente obbediente all’Io divino.

Il primo elemento è quello divino: il primato di Dio nella nostra vita. Se crediamo in Dio e comprendiamo chi è Dio, dobbiamo indirizzare tutta la nostra vita a Lui e alla sua gloria, cercando di ingrandire continuamente in noi la gloria di Dio.
Anche noi, con la nostra natura umana e attraverso la natura umana di Cristo, dobbiamo assimilarci al Verbo, alla sua Persona divina che è eternamente generata dal Padre.

Il secondo elemento è quello umano: dobbiamo sviluppare il corpo, il cuore, la mente, orientandoli al loro fine, che è Dio. Questo elemento ha come modello la natura umana di Gesù Cristo, in cui però tutto era perfetto fin dal principio. Per noi, al contrario, la perfezione è un punto di arrivo a cui dobbiamo tendere con tutte le nostre forze.
Come tutta la natura umana di Cristo è orientata alla divinità, anche la nostra divinità dev’essere tutta orientata a Dio, al Verbo, perché attraverso la sua santa umanità ci uniamo alla sua divinità e attraverso la sua divinità partecipiamo della sua eterna generazione. Anche noi diventiamo figli di Dio. La natura umana di Cristo è perfetta, in Lui non c’è peccato. La nostra natura umana non è perfetta, a causa della nostra imperfezione e del retaggio del peccato originale; la perfezione, per noi, è un punto di arrivo a cui dobbiamo tendere con tutte le nostre forze.

Il terzo elemento è l’unione del divino e dell’umano, attraverso l’azione della grazia, che porta alla nostra anima la vita divina. Non possiamo fare nulla di buono senza l’azione della grazia divina che vivifica le nostre facoltà umane. Questo elemento corrisponde all’unione, senza confusione, delle due nature in Cristo, quella umana e quella divina.
Mentre la natura umana e quella divina di Cristo sono unite alla Persona del Verbo, per noi questa unità tra la natura umana e il Verbo avviene attraverso la grazia dello Spirito Santo che ci purifica, che ci eleva e che ci unisce strettamente a Cristo.

Infine, il quarto elemento è la completa sottomissione dell’umano al divino, della nostra volontà alla volontà di Dio, in modo che, per così dire, ci sia una sola Persona, che non è la nostra, ma quella di Gesù Cristo che vive in noi. È quanto avviene in Cristo, in cui l’unica Persona divina, assorbe le due nature.
La generazione dei miei nonni sapeva benissimo queste cose. Conoscevano bene il pensiero di Ario, di Nestorio; sapevano benissimo che la natura umana e quella divina erano unite nella Persona di Cristo. Sapevano bene che cosa vuol dire nella vita essere uniti a Cristo facendo la sua santa volontà, che è una sola insieme a quella del Padre e dello Spirto Santo.

La nostra vita di cristiani è un germe che deve svilupparsi, tendendo verso la perfezione dei quattro caratteri che abbiamo ritrovato in Cristo. Questo è il grande orizzonte, la grande meta dell’anima cristiana: un Cristianesimo vissuto, forte e virile, carico di grande passione, ma senza nulla di languido e di mellifluo. In tal modo alla domanda di Gesù: «Ma voi, chi dite che io sia?», potremmo rispondere, con le nostre parole e con la nostra vita, come rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 13-20).
Questo articolo è bellissimo e ci fa capire la grandezza inafferrabile, inconcepibile del mistero di Cristo e di Dio Santissima Trinità che Lui stesso ci ha rivelato inviando Suo Figlio sulla terra. Meditando queste Verità possiamo anche capire come la nostra vita cristiana con Maria dev’essere una tensione continua a Suo Figlio Gesù, per essere una sola cosa con Lui. È così che anticipiamo già su questa Terra la vita eterna e siamo già nella pienezza, nella gloria perché in qualsiasi momento della giornata o della notte possiamo entrare in noi stessi e vivere questa intimità con Cristo vivo in noi.

Da: “Lettura cristiana della cronaca e della Storia”

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero spirituale sulla vita che è una missione da compiere

Cari amici, in occasione del Giubileo dei giovani vorrei dedicare due parole non solo ai giovani ma anche ai genitori e agli educatori. È difficile per i giovani crescere in un tipo di società che non è riuscita a trasmettere il messaggio cristiano, dobbiamo confessare questo fallimento.

Abbiamo assistito in questi decenni in modo graduale e accelerato a un’emorragia di giovani che si sono allontanati dalla fede e dalla Chiesa, fino ad essere delle piccole minoranze. Questo è dovuto al fatto che la generazione dei nonni e dei padri non hanno saputo trasmettere la fede, anzi molti di loro l’hanno addirittura persa.

L’espressione della Madonna: «La croce e la fede sono rifiutate» (Messaggio del 25 luglio 2020) è rivolta non ai ragazzi ma ai padri. Ci sono due o tre generazioni che hanno visto dissolvere la fede e abbracciare le ideologie di cui ci ha parlato la Gospa nel Messaggio del 25 giugno 2025: «Le ideologie che demoliscono voi e la vostra vita spirituale sono passeggere».

Di conseguenza, oggi abbiamo una generazione di giovani nei Paesi dell’antica cristianità – come l’Europa e l’America – che sono cresciuti con i Sacramenti dell’iniziazione cristiana e che crescendo hanno perso la fede, la preghiera, la pratica religiosa. Non hanno avvertito la partecipazione alla Chiesa come la loro casa, la loro casa e la loro Madre. Per questo motivo, sono andati in cerca nel mondo delle ragioni per vivere, per dare un senso alla loro vita.

A tal proposito vengono in mente le parole di San Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Vangelo di Giovanni capitolo 6 versetto 68). Il dramma che ha vissuto la nostra generazione è che ha abbandonato l’unica ragione di vita e di salvezza che è stata donata all’umanità: Cristo che è il Figlio di Dio fatto uomo. Egli ha sofferto e redento il mondo con l’amore, ha insegnato a vivere secondo Dio, è Risorto e vive glorioso nella Gloria della sua Resurrezione. Egli è fonte di vita per tutta l’umanità che sceglie la verità e non le ideologie o la morte. Alla fine, o Cristo che è la Via, la Verità e la Vita oppure il mondo che è l’abisso che porta alla perdizione, la menzogna che inganna, la morte che inghiotte.

Queste sono realtà che una persona sperimenta vivendo. Se ne accorgono soprattutto i ragazzi e i giovani che non hanno trovato nella fede Cristo vivo, non hanno trovato Maria che è il paradigma e l’esempio di come la fede viene vissuta, con amore totale e assoluto, come compimento di una Missione divina, come una dedizione d’amore. Non essendo entrati in contatto con questa realtà che sono persone vive, i nostri ragazzi hanno trovato ben poco nelle famiglie e nelle nostre parrocchie.

Questo sono i fatti, abbiamo una generazione della quale la Madonna ha detto: «L’umanità ha deciso per la morte» (Messaggio del 25 ottobre 2022). Bisogna essere conseguenti nell’analizzare gli effetti delle scelte. Se una persona nella vita sceglie per Dio e Cristo, non è una scelta illusoria come dicono i non credenti. Essi affermano che Dio, Gesù, la Madonna e l’eternità non esistono. Chi è consapevole della propria scelta sa che non c’è illusione. Chi ha la Grazia della fede sa di aver trovato l’ancora, la forza, la luce, la via, la gioia, la ragione, la missione della vita. Non è un teorema ma una realtà che vivono tutti quelli che sono veramente cristiani e che vivono Cristo. Sono persone felici, positive, una benedizione per il mondo e gli altri. Questa è la realtà che ci conferma che è la via giusta da seguire.

Nel mondo quando non c’è il Verbo di Dio – che si è fatto carne, che è la Via, la Verità e la Vita, che è la Resurrezione, che è la vita eterna – c’è il vuoto perché tutto quello che sperimentiamo è effimero, è qualcosa che inganna e illude di felicità e di sazietà. Di conseguenza, ci sono gli sbandamenti della vita senza una meta, il correre verso la morte, il tempo che divora, il peccato che ci rende prigionieri dei vizi e che abbruttisce e degrada, la potenza del male che prende possesso e fa di noi delle persone cattive, delle serpi che danno veleno. Una realtà che porta verso la morte che è una perversione, una malvagità assoluta, significa entrare nell’abisso senza fondo, dove satana ingoia le anime per assimilarle a sé e farle diventare parte della sua maledizione eterna. Chi ha la fede vede la bellezza di Dio e la profondità del male. i ragazzi invece, vanno nel mondo che è fatto di vanità, falsi luci, false promesse, di pescecani che divorano.

Ho letto di un giovane che cercava una professione in un determinato ambito – che non specifico per non demonizzare nessun ambiente – dove cercava una sua affermazione di vita. Era un giovane molto ingenuo che dopo un po’ di tempo che è entrato in quella realtà ne è uscito spaventato perché si è reso conto che è un mondo di squali che si mangiano a vicenda. Questo è il mondo che senza Dio diventa a immagine del maligno che distrugge. Al di là delle false luci che il mondo presenta, quello che c’è nel mondo è la morte concepita, non solo come dissoluzione del corpo, ma come perversione dell’anima. Nel festival dei giovani di Medjugorje nei primi anni la Madonna numerose volte ha detto: «Non fatevi ingannare dalle false luci» (Messaggio del 2 ottobre 2003).

I nostri giovani crescono, cercano un lavoro, mettono su famiglia che sarebbe già una grande grazia. È un modo degno di riempire anche se non si ha una fede completa e matura. Ma la maggioranza “vivendo si scava la fossa”. Il destino eterno è come la terra senza il sole, un’eternità senza Dio, senza luce, senza pace, senza gioia.

In questa situazione, di gravissimo allarme, è venuta la Madonna da più di 44 anni, che ha scelto dei ragazzi giovani con cui ha iniziato un cammino di evangelizzazione, per far conoscere suo Figlio a un mondo che l’aveva rifiutato. La fede e il Cristianesimo sono stati dimenticati e la Gospa è venuta per confortare e ravvivare la Chiesa, chiamando tanti giovani da tutto il mondo per riscoprire la via, la salvezza, la vita di Cristo Risorto.

L’evangelizzazione dei giovani è aprire i cuori a Gesù Cristo vivo, che è il Figlio di Dio fatto uomo, risorto glorioso dai morti e propone l’eternità, la gioia, la verità, la pienezza della vita. Questa pienezza è Dio stesso che Cristo, nella sua Santa umanità, ci ha portato e che la Madonna già vive nella sua pienezza divina, nel suo splendore immacolato, come Creatura più bella, completa e totale. È la vita umana, è l’essere umano nel suo compimento completo, nella Sua bellezza, nella Sua immortalità, nel Suo amore, è un’immagine viva di Gesù Cristo. Noi saremo come Lei, è lo sbocco della nostra vita, il cammino della vita che dobbiamo fare con Lei verso l’eternità. Questo non ci distoglie dalla vita concreta, ma dobbiamo vivere la professione, il lavoro, gli impegni e tutto ciò che fa crescere il mondo. Tutto questo lo collochiamo in questa visione di speranza, di luce e di eternità.

Riempite la vita stringendo un’amicizia eterna con Gesù Cristo e con Maria santissima, che sono persone vive e concrete, con cui potete parlare ogni giorno, potete aprire loro il cuore, potete chiedere le grazia di cui avete bisogno. Se manca la pienezza di Dio che ci illumina andiamo a prendere le false luci. Nel momento in cui manca Colui che ci ha creato, ci ha redento e che per noi è tutto, mettiamo al suo posto gli idoli o gli uomini stessi, andando a fondo.

Cari ragazzi, incominciate orientandovi verso Dio, aprite le orecchie alla voce profonda del cuore, esso è inquieto finché non Lo trova. Incominciate con una preghiera e vedrete che si concretizza una luce, una fede, una presenza che parla ed esorta, risveglia, chiama, dà la gioia. Una presenza da scoprire perché Gesù bussa alla porta di ogni cuore, anche dei più disperati e lontani. Dobbiamo abbandonare le paludi, spezzare i legami che ci tengono prigionieri e schiavi del demonio, aprire il cuore a Dio, sentire la voce di Gesù che ci chiama, chiedere il suo aiuto.

Potremo scoprire il Mistero, la presenza di Gesù e della Madonna, la bellezza della Chiesa, i Sacramenti, la Confessione, la Santa Messa, la Comunione, la bellezza della Bibbia, la storia dei Santi, dei Santuari e tutto ciò che di bello ha fatto il Cristianesimo nella storia. Anche la vita acquista un valore diverso, si orienta a Dio, diventa una ricerca di Dio, un volere amare, conoscere e aiutare Dio nella sua grande opera della Creazione e della Redenzione. Perché il Signore ci vuole tutti felici nei Cieli nuovi e nella Terra nuova, nel Paradiso.

Entriamo, allora, in questa grande visione nella quale anche noi siamo una persona irripetibile, unica, con una missione da compiere, con una vocazione propria. In questo modo la nostra vita diventa qualcosa per cui lavoriamo nella prospettiva dell’eternità. Non siamo più strumenti di questo mondo, rotelle di un ingranaggio, pietre di scarto. Diventiamo persone alle quali Dio ha assegnato un compito da realizzare e con il quale costruiamo la felicità eterna già in questa vita. Quando si lavora per Dio la vita ha un altro senso e le paure, le angosce che cercano di assalirci dal risveglio non fanno paura perché abbiamo la presenza di Dio nel cuore che illumina la nostra giornata. Senza Dio siamo come in balìa delle onde, con il rischio di essere divorati dagli squali. È vita? No, è morte!

Entrando nella luce di Dio scopriamo tutta la bellezza del Cristianesimo, della nostra vita e qualsiasi cosa la facciamo riscattandola dagli egoismi e dal male, ne facciamo uno strumento di bene e di amore. In questo modo la nostra vita diventa utile anche agli altri. All’interno di questa valorizzazione, come Papa Leone ha detto diverse volte, ci sono anche delle vocazioni straordinarie che sono importanti più delle altre. Il Santo Padre ha esortato i giovani a essere missionari di Cristo, anche nel mondo digitale e in tutti gli ambiti in cui i ragazzi sono presenti, come ci ha insegnato Carlo Acutis. Ci sono poi chiamate speciali, come quella di Gesù a Pietro: “vieni e seguimi!”; dedicare la propria vita a Cristo è certamente la più alta delle vocazioni per essere pastore di anime come lo è stato lui. Cristo sceglie molti giovani al suo servizio per diffondere la bellezza della fede e accompagnare le anime alla salvezza eterna. Siate generosi nel rispondere a Cristo!

Personalmente anche io posso testimoniare di aver fatto una scelta radicale da giovanissimo, ero un ragazzino quando sono entrato in seminario e sono sempre stato convinto di voler dedicare tutta la mia vita al Signore. È una scelta che rinnovo ogni giorno. Se avessi avuto dei tentennamenti, dei ripensamenti, certamente la mia vita sarebbe stata molto diversa e certamente non sarebbe stata così gratificante com’è poi diventata al servizio di Dio. Cristo chiama anche oggi, chiama i ragazzi e le ragazze a una speciale Consacrazione, al dono totale di sé. Una vita così dedicata è un albero che produce frutti incredibili! Benedirete per sempre il Signore per avervi dato questa possibilità. Chi non avrà avuto il coraggio della scelta, sarà accompagnato dal rimpianto per aver perso un’occasione unica.

Ho una lunga sequela di anni alle spalle, sono stato ordinato sacerdote nel 1966 e se c’è una cosa di cui mi pento è di non aver fatto abbastanza. Avrei potuto fare molto di più. Come accade a tutti, si matura man mano e molte volte ci si perde in cose che non servono. Nell’insieme, però, la perseveranza porta frutti straordinari. È bene che i giovani sappiano queste cose e riflettano.

Ci aspettano tempi difficili, la gente avrà bisogno di un ponte abbastanza solido che la porti al di là del Mar Rosso, conducendoli al tempo della pace. Questo ponte ,su cui passa l’umanità che ha scelto per Maria, sarà formato dai sacerdoti e la Madonna ha bisogno di coloro che Suo Figlio ha scelto, coloro le cui mani consacrate benedicono e trasformano la loro voce in voce di Cristo, il pane e il vino in Corpo e Sangue di Cristo, la loro assoluzione nell’ assoluzione di Cristo. C’è bisogno urgente di queste vite dedicate a Dio, soprattutto adesso. I tempi stringono e bisogna essere pronti alla grande battaglia che avrà come esito finale il trionfo del Cuore Immacolato di Maria e un tempo di pace per l’umanità.

Quanto è importante che i giovani ascoltino il proprio cuore e rispondano alla chiamata del Signore. È altrettanto importante che i genitori, fin da piccoli, orientino la vita dei loro figli a Dio, facciano loro capire che con Lui si vive meglio.

Da: “Lettura cristiana della cronaca e della storia”

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero spirituale su: “Lottate figlioli e non permettete a Satana di prevalere

Cari amici, leggendo un articolo di Roberto de Mattei sulla figura di San Gregorio VII mi è venuta in mente la straordinaria esortazione che ha fatto la Regina della pace nel Messaggio del 25 luglio 2025: «Non permettetegli di prevalere ma lottate, figlioli, per la santità di ogni vita umana». Chiediamoci quale sia il motivo di tale avvertimento. Certamente sono tempi in cui il male cerca di prevalere, quindi dobbiamo essere strenui, decisi e perseveranti nella lotta, l’esempio dei Santi ci aiuta molto a questo riguardo.

La lettura è orientata soprattutto al nostro tempo che è diverso e difficile, nel quale tutti dobbiamo combattere con decisione con le armi spirituali per la fede e per la Chiesa con la preghiera e il coraggio della testimonianza. Il combattimento spirituale è ancora più impegnativo di qualsiasi altro combattimento.

Di seguito vi riporto l’articolo:

San Gregorio VII un Papa combattente di Roberto de Mattei

Nel maggio del 1085, 940 anni fa, morì il Papa san Gregorio VII, Ildebrando di Soana (1030ca-1085), il più grande riformatore del suo tempo e anche uno dei più grandi Papi della storia. 

Ildebrando, malgrado la sua riluttanza, fu eletto al soglio pontificio il 29 aprile 1073, a sessant’anni di età. Così egli si esprimeva appena eletto: «Voglio che voi sappiate fratelli carissimi che siamo stati posti in tal luogo da essere costretti, volenti o nolenti, ad annunciare la verità e la giustizia a tutte le genti, soprattutto alle genti cristiane, poiché ha detto il Signore: grida, non stancarti di gridare, leva la tua voce come una tromba e annuncia al mio popolo i suoi delitti». Queste sono le parole con cui Gregorio VII ha iniziato il suo pontificato.

Gregorio VII affrontò di petto i mali morali del suo tempo. (I quale erano molto estesi e riguardavano soprattutto la Chiesa) Pochi mesi dopo la sua elezione, nel 1074, convocò a Roma un Concilio e vi fece approvare due importanti decreti: il primo contro i preti trasgressori della legge sul celibato, il secondo contro la simonia; inviò quindi da ogni parte legati e lettere, imponendo ai vescovi di tenere concili dove promulgassero e facessero osservare tali decreti. In un secondo concilio nel 1075 condannò l’investitura laica dei vescovi. Ovvero i vescovi erano nominati dal mondo politico, militare e laico di quel tempo.

Per Gregorio esisteva uno stretto nesso tra la simonia e la politica delle investiture. (le cariche ecclesiastiche) I pubblici poteri (imperatore, re, duchi e conti) infatti designavano i prelati, ne imponevano la scelta e talvolta li creavano consegnando loro il pastorale o l’anello, insegna dei loro uffici religiosi. (Queste personalità indicavano chi dovesse coprire la carica di prelato, vescovo o cardinale. Erano proprio loro che consegnavano il pastorale o l’anello in sede ai loro uffici religiosi. La Chiesa non era più padrona e non aveva più autorità sui suoi vescovi e preti) Obiettivo di Gregorio era quello di ripristinare la dignità e l’indipendenza dell’episcopato, opponendosi all’investitura laica da parte dell’imperatore o di altri poteri secolari.

Si ribellarono al Papa l’imperatore Enrico IV, il clero di Germania e quello di Lombardia. Gregorio citò Enrico a comparire in Roma, in un dato giorno, con minaccia di scomunica se egli avesse mancato. Allora Enrico convocò un Concilio contro Gregorio a Worms e si accordò con il prefetto di Roma, Leucio, per destituire il Papa. Leucio, nella notte di Natale del 1075, entrò con i suoi armati in Santa Maria Maggiore, dove il Pontefice celebrava una cerimonia, lo strappò dall’altare ferendolo nel capo e lo fece prigioniero. Ma il popolo poche ore dopo liberò il Papa. Gregorio adunò un nuovo Concilio (1076) nel quale solennemente scomunicò Enrico e dichiarò i sudditi di Germania e di Italia sciolti dal giuramento di fedeltà, scrivendo però ai principi tedeschi che non abusassero della scomunica contro il Re, ma cercassero di farlo ravvedere. 

La sentenza del Papa fu un colpo terribile per la causa di Enrico in Germania. Molti dei signori a lui soggetti gli si ribellarono e convocarono una dieta per nominargli il successore. Enrico allora, visto il pericolo, scese in Italia per riconciliarsi con il Papa (1077). Gregorio, che si era mosso da Roma per recarsi in Germania per assistere alla dieta di Augusta, saputo del viaggio di Enrico in Italia, da Mantova, dove si trovava, si portò a Canossa (Nei nostri tempi questo evento è divenuto un modo di dire, per affermare che una persona è venuta pentita soltanto per ricevere la grazia), nel castello della contessa Matilde, a lui fedele. Era il mese di gennaio. Gregorio, all’inizio, si rifiutò di ricevere Enrico, ma questi giunse al castello di Canossa, camminando a piedi nella neve, rivestito di una tunica di lana grezza. Il Papa nutriva diffidenza verso quel pentimento così improvviso, ma la contessa Matilde e l’abate Ugo di Cluny implorarono il Pontefice di non ricusare le suppliche di un penitente. Dopo tre giorni di attesa, il 28 gennaio (1077), Enrico venne ufficialmente ammesso alla presenza del Papa, perdonato e assolto dalla scomunica. 

Dopo circa sette secoli da che l’Imperatore Teodosio si era inginocchiato penitente di fronte al vescovo Ambrogio di Milano, un nuovo imperatore si inginocchiava di fronte all’autorità religiosa della Chiesa. Ma il pentimento di Enrico IV, a differenza di quello di Teodosio, non fu sincero. Il sovrano non rimase fedele alle sue promesse e nonostante gli fosse stata vietata dal Papa l’incoronazione come re d’Italia, si fece coronare e prese le armi contro Rodolfo di Svevia che intanto era stato eletto imperatore in sua vece dai principi tedeschi. 

Gregorio VII reagì con fermezza rivendicando la sua autorità. Egli sintetizzò la sua posizione nel Dictatus Papae, una raccolta di sentenze che mostra le relazioni che devono esistere fra il Sacro Romano Impero e il Papato. Si aprì una guerra tra i fedeli dell’imperatore e quelli del Papa. 

Gregorio trovò appoggio in Matilde di Canossa, una donna straordinaria, di stirpe longobarda. Suo marito era stato assassinato e Matilde era rimasta sola a governare un vasto Stato, nel centro dell’Italia, di cui, non avendo eredi, fece dono a Gregorio nel 1079, in aperta sfida con l’imperatore. Enrico IV convocò a Bressanone un Concilio, in cui fece deporre il Papa e decretò Matilde deposta e bandita dall’impero. Il sovrano tedesco scese quindi su Roma e assediò il Papa in Castel Sant’Angelo. Gregorio fu deposto e l’antipapa Clemente fu intronizzato solennemente al suo posto. Il giorno di Pasqua (31 marzo 1079) Enrico, insieme con la moglie Berta, ricevette la corona imperiale dall’antipapa. Il principe normanno Roberto il Guiscardo accorse in aiuto di Gregorio VII, ma il saccheggio della città a cui si abbandonò il suo esercito provocò la reazione del popolo che, sobillato dalla fazione contraria al Papa, si sollevò in armi. 

Gregorio, protetto dalle armi di Roberto il Guiscardo, fu costretto a fuggire e si recò in volontario esilio a Salerno, dove rinnovò la scomunica contro Enrico e l’antipapa Clemente e poco dopo morì, il 24 maggio 1085. (Fino alla fine ha combattuto la battaglia della libertà religiosa all’interno della Chiesa e sopra di essa. Una battaglia che potrà rinverdire prossimamente nel tempo dei Segreti) Fu canonizzato nel 1606 da papa Paolo V e le sue spoglie sono venerate nel Duomo di Salerno.

Si dice che le sue ultime parole furono: «Dilexi iustitiam, et odivi iniquitatem, propterea morivi in exilio», riecheggiando quella del salmista: «Amasti la giustizia e odiasti l’iniquità, perciò ti mosse il Signore con l’oblio della letizia dei tuoi pari» (Salmo 44, 9).

La vita di san Gregorio VII ci insegna molte cose. Vorrei intanto sottolinearne una. Il Papa, come Gesù Cristo di cui è Vicario, è sempre stato segno di contraddizione dentro e fuori la Chiesa. La vita di Gregorio VII fu una lotta continua. Qualcuno pensa che nel Medioevo, o in altre epoche, i cristiani potessero vivere disinteressandosi di ciò che diceva e faceva il Papa. Non è così. Nel Medioevo, come in ogni epoca storica, tutti i cristiani, anche i più semplici furono chiamati a rendersi consapevoli delle lotte che la Chiesa affrontava e a dover scegliere tra un Papa e un antipapa, tra un Papa e un imperatore, assumendosi davanti a Dio le responsabilità della propria scelta. La vita del cristiano, come quella della Chiesa, è lotta, (Ricordiamoci sempre le parole della Regina della pace: «Non permettetegli di prevalere ma lottate, figlioli, per la santità di ogni vita umana» Messaggio del 25 luglio 2025) e non ci si può sottrarre a questa lotta, limitandosi a seguire l’insegnamento e i riti della Chiesa, senza prendere parte alla battaglia che essa combatte ogni giorno contro i suoi nemici interni ed esterni.

Riprendendo le parole che la Madonna ha detto a Fatima e a Medjugorje, con tutte le profezie dei mistici e dei Santi di questi ultimi due secoli, sappiamo che il tempo dei Segreti è un tempo di battaglia fra la Donna e il drago, il Papa e l’anticristo. Siamo chiamati a partecipare dalla parte giusta, come Matilde di Canossa e Roberto il Guiscardo protagonisti nella storia di Gregorio VII.

L’esito conclusivo di questo combattimento sarà il trionfo Immacolato di Maria e questa è una ragione in più per prepararsi a questa lotta capitanata dalla Madonna che è il condottiero invisibile e il Papa che è quello visibile. Tra i nemici avremo qualche antipapa e i principi di questo mondo che hanno messo se stessi al posto di Dio. Per noi vale solo ciò che dice la Gospa: «Non permettetegli di prevalere ma lottate, figlioli, per la santità di ogni vita umana» (Messaggio del 25 luglio 2025).

Lottiamo, facciamo la buona battaglia della fede – come ci invita a fare San Paolo – perché avremo la corona della vittoria in Cielo. Questa conquista vale anche a costo di sacrificare la propria vita o di coronarla con il martirio.

Da: “Lettura cristiana della cronaca e della storia”

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero spirituale sul vero significato del Cantico delle creature

Cari amici, vorrei proporre un articolo di Corrispondenza Romana scritto da Cristina Siccardi dedicato al Cantico delle creature di San Francesco.

Negli anni ’80 ricordo di essere andato a un convegno su quest’opera, nel quale ci furono tante presentazioni e discussioni con il pubblico. Erano presenti molte voci che davano al Cantico un’interpretazione un po’ secolarizzata, un’esaltazione della natura che metteva nel sottofondo il vero intendimento di San Francesco, ovvero esaltare la Creazione per dare lode al Creatore come i Salmi biblici. Così è cominciata quell’interpretazione del Cantico delle creature come fosse una specie di manifesto della cultura green, ma è infinitamente di più.

Siamo di fronte a un evento notevole dal punto di vista culturale perché nel Medioevo la lingua ufficiale era il latino per tutta l’Europa e il Cantico delle creature è la prima opera letteraria di grande valore in lingua italiana. Ma soprattutto, è un’espressione altissima della fede cristiana. San Francesco ha avuto esperienze mistiche e straordinarie – come lo sono le stimmate – ed era un’anima innamorata di Dio che ha voluto esprimere il suo amore attraverso questo Cantico.

Quando sono andato al convegno erano uscite altre opere religiose ma con un taglio modernizzante e secolarizzante, come la famosa sequela televisiva del film di Franco Zeffirelli “Fratello Sole, Sorella Luna”. Nonostante fosse cattolico, ignorò il dogma della fede che afferma che la Madonna era vergine prima del parto, durante e dopo, perciò ha partorito miracolosamente senza infrangere la Sua verginità. Il suo film, per quanto bello dal punto di vista della realizzazione cinematografica, in realtà era una esaltazione della natura disancorata dalla contemplazione che aveva generato San Francesco. Egli, infatti, ha scritto il Cantico delle creature in un momento di grande sofferenza e di purificazione interiore. Dobbiamo recuperare il Cantico delle creature come una grande opera mistica di San Francesco senza togliere nulla ai valori umani e letterari.

L’articolo che vi propongo ci aiuta a gustare e a valorizzare questa grande opera nella sua reale impostazione, che è una lode a Dio e non una celebrazione della natura.

Come è noto, la prima composizione poetica che è stata scritta in volgare italiano è il Cantico delle creature, anticamente conosciuto come Cantico di Frate Sole, sublime lirica di san Francesco, di cui quest’anno ricorrono 800 anni, essendo stata scritta nel 1225 presso il convento delle Povere Dame (le Clarisse) di San Damiano. I nostri direttori di Radio Maria hanno tenuto gli esercizi spirituali proprio in questo convento recentemente.

Il Cantico si pone nella tradizione filosofico-teologica di stile agostiniano e trova legami con il salmo 148, nel quale si invitano tutte le creature, animate e inanimate, a lodare Dio, ma anche con il libro veterotestamentario di Daniele (3, 56-88), nel quale si reitera la richiesta a tutti gli elementi del cosmo di benedire il Signore.

Nella purezza e nell’innocente semplicità sta il segreto di questo capolavoro letterario e religioso, che non conosce tempo, grazie alle verità ivi contenute, che trasmettono la gioia di riconoscere in ogni creatura la mano del Creatore e in questa gioia sta la lode d’amore della creazione per il Signore della vita e della morte. Lo dice la Regina della pace in tanti Messaggi a Medjugorje: «Nella natura cercate Dio che vi ha creati perché la natura parla e lotta per la vita e non per la morte» (Messaggio del 25 marzo 2019). Attraverso le sue creature scoprite le perfezioni divine, ovvero la sua Potenza, la sua Sapienza e il suo Amore.

Il cuore del mistico san Francesco, che porta già su di sé le stimmate, trabocca d’amore e di ringraziamento per il Padre, sebbene una dolorosa patologia agli occhi gli stia procurando la cecità e viva nell’oscurità: sono i giorni in cui si trova a San Damiano, in una cella fatta di stuoie; intanto i topi lo disturbano continuamente e la cosa viene presa dai suoi Frati minori come un tormento di origine demoniaca. Una notte, torturato dalle sofferenze fisiche, supplica il Signore di venirlo a soccorrere per sopportare tutto con pazienza, e il Padre non si fa attendere, gli dice di considerare quelle prove come questioni materiali perché lo aspettano gioie incommensurabili nella Salvezza eterna… Grazia e natura, dalla conversione in poi, (ricordiamo che San Francesco si spogliò davanti al vescovo e a suo padre dicendo che non era più il figlio di Pietro Bernardone ma figlio del Padre celeste) interloquivano costantemente in lui, perciò, con l’animo colmo di giubilo, consolato direttamente da Dio, vuole comporre in quella mattina di primavera, come ebbe a dire lo stesso san Francesco, «una nuova lauda del Signore riguardo alle sue creature» per sua consolazione e per edificazione del prossimo, perché quotidianamente «usiamo delle creature e senza di loro non possiamo vivere, e in esse il genere umano molto offende il Creatore. (L’uomo idolatra le creature o le usa per i peccati).

E ogni giorno ci mostriamo ingrati per questo grande beneficio, e non ne diamo lode, come dovremmo, al nostro Creatore e datore di ogni bene», (Compilazione di Assisi, in Fonti Francescane, Editrici Francescane, Padova 20113, § 1614, p. 947 e § 1615, p. 947).

La Madonna diede un Messaggio di rimprovero ai parrocchiani di Medjugorje, perché ci furono molte piogge e si rifiutavano di andare in Chiesa perché passando attraverso i campi si infangavano. «Ora piove e voi dite: “Perché piove tanto? Perché non smette di piovere? Non si può andare in chiesa con tutto questo fango per la strada”. Non dite mai più così. Avete pregato tanto Dio che vi mandasse la pioggia che feconda la terra. Ora non dovete rivoltarvi contro la benedizione di Dio. Dovete piuttosto ringraziarlo con la preghiera e il digiuno» (Messaggio del 1° febbraio 1984). Dobbiamo saper lodare Dio anche in queste situazioni.

Messo in versi il Cantico, fu composta anche una melodia di accompagnamento. San Francesco amava cantare. Quindi mandò a chiamare frate Pacifico per scegliere alcuni frati affinché andassero per il mondo a predicare e lodare Dio con il Cantico di Frate Sole e, al termine, essi dovevano dire alla gente: «Noi siamo giullari del Signore e la ricompensa che desideriamo da voi è questa: che viviate nella vera penitenza» (Ivi, § 1615, p. 948). 

Ma c’è di più, quel di più che non viene ormai quasi più ricordato: san Francesco con questa lauda inneggia il Signore anche per riconoscere il merito di coloro che sanno perdonare e che sopportano malattie e sventure per amore di Dio, «Laudato si’, mi’ Signore,/per quelli ke perdonano per lo Tuo amore/e sostengo infirmitate e tribulazione»; indica poi «Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,/ka da Te, Altissimo, sirano incoronati». Portando la Croce si arriva alla Gloria, come diceva San Francesco: “È tanto il bene che mi aspetto che ogni pena mia è diletto”.

Infine, chiude il Cantico esprimendo l’autentico significato della vita, che lo si scopre interamente al momento della morte per entrare nella vita eterna come dannati o salvati:

La cultura ecologista moderna ha completamente stracciato e cancellato questa parte del Cantico. Di seguito, è riportata in lingua originale:

 «Laudato si’, mi’ Signore,/per sora nostra Morte corporale,/da la quale nullu homo vivente po’ skampare:/guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;/ beati quelli ke trovarà ne le Tue santissime voluntati,/ beati quelli che saranno pienamente confermati della Volontà di Dio.

ka la morte secunda no’l farrà male./ Perché essi non verranno afferrati dalla seconda morte che è quella dell’inferno. Questa parte non esiste nemmeno nelle canzoni.

Laudate e benedicite mi’ Signore e rengraziate/e serviateli cum grande humilitate».

Questa è una sintesi meravigliosa del Vangelo ma che mutilata, è stata utilizzata per celebrare madre terra e quindi il neopaganesimo. Questa “evoluzione” è arrivata prima con il rifiuto della Croce, poi con il paganesimo.

Per celebrare la gloria di Dio San Francesco, come sempre, passa attraverso il ponte della contemplazione e dell’estasi piuttosto che per l’enunciazione speculativo-filosofica.

Anche la poesia e la pittura sono modi per evangelizzare, come la predicazione, la contemplazione filosofica e mistica che viene attraverso opere letterarie, ma con il Cantico siamo nel campo che ha prodotto dei capolavori come quelli di Jacopone da Todi, Alessandro Manzoni, la Divina Commedia di Dante Alighieri e molti altri poeti e scrittori nella letteratura italiana.

Attraverso i sensi filtrati dall’anima, egli penetra la bontà e la bellezza del Signore, rendendogli grazie per tutto ciò che è opera delle sue mani. 

[…]

Il sentire fraterno di san Francesco con le creature di cielo, mare e terra, non è riconducibile ad una idealizzazione degli esseri come suoi simili, bensì come voci che si uniscono alla sua e a tutti gli umili credenti per dare gloria a Dio attraverso un coro sinfonico che nella molteplicità si fa unità nel Dio Uno e Trino. Siamo nella spiritualità biblica espressa nei Salmi e nei Vangeli.

Alcuni hanno tentato e tentano, invece, di virare verso la laicizzazione di questo capolavoro, puntando l’attenzione unicamente sugli elementi della natura e mettendo volutamente in disparte Colui che li ha voluti e realizzati, al fine di sostenere l’ideologia ambientalista, scristianizzando Terra e Universo.

Essendo attivo come sacerdote fin dal 1966 ed essendo stato in seminario, ho visto questo processo lento di secolarizzazione della fede, per cui siamo arrivati al punto attuale. Tutto questo è un processo inesorabile che ci ha travolto e adesso siamo povere creature che vagano qua e là nella palude dell’inferno che ci sta per inghiottire.

Ho letto un articolo di uno scrittore ateo che afferma che l’odio, l’invidia e la cattiveria si sono ormai impadroniti del mondo e stanno travolgendo tutti, come anche la comunicazione che è diventata sguaiata, piena di odio e distruzione. Perciò descrive un mondo nel quale satana regna anche se non ci crede. La Madonna ha ricordato la stessa cosa, durante il Covid: «satana regna» (Messaggio del 25 marzo 2025), è satana sciolto dalle catene che sta imperversando.

È bene ricordare anche l’Enciclica di Papa Francesco il cui sforzo è stato quello di reinserire l’ideologia ambientalista di cui ha parlato la Madonna proprio nel Messaggio del 25 giugno 2025: «Le ideologie che demoliscono voi e la vostra vita spirituale sono passeggere». Egli ha cercato di reinserirla nella versione biblica e cristiana della natura, ma purtroppo il processo va verso la direzione della scristianizzazione di terra e universo.

San Bonaventura da Bagnoregio, biografo di san Francesco, individuò e illustrò teologicamente e misticamente l’esultanza che l’umile di Assisi aveva per tutte le opere del Signore e carpì il senso autentico della sua contemplazione nel «Laudato si’, mi’ Signore»: «Contemplava, nelle cose belle, il Bellissimo e, seguendo le orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto. Di tutte le cose si faceva una scala per salire ad afferrare Colui che è tutto desiderabile».

Secondo la teologia cattolica fondata sul Vangelo e sulla Bibbia, la Creazione è opera del Creatore. Attraverso le creature ritorniamo al Creatore che è la causa prima di tutte le cose che hanno impresso il suo Sigillo, la sua Bellezza, la sua grandezza, il suo Amore. La grande Rivelazione divina afferma che il mondo non si è fatto da solo, non è eterno, la materia non è eterna, il mondo non è Dio, l’uomo non è Dio, la Creazione è un’opera mirabile di sapienza, di potenza e di amore.

Sant’Agostino dice che è soprattutto attraverso il cuore dell’uomo – inquieto finché non riposa in Dio – che si sale fino al Creatore. L’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio e il cuore umano proprio perché abitato da Dio è inquieto finché non riposa in Lui.

Concludo con il Cantico delle creature di San Francesco in una versione di lingua italiana moderna, con un altissimo contenuto contemplativo mistico, evangelico e biblico:

«Altissimo, Onnipotente Buon Signore, tue sono le lodi, la gloria, l’onore e ogni benedizione.

A te solo, o Altissimo, si addicono e nessun uomo è degno di menzionarti.

Lodato sii, mio Signore, insieme a tutte le creature, specialmente per il signor fratello sole, il quale è la luce del giorno e tu tramite lui ci illumini: è bello e raggiante con grande splendore e di te, Altissimo, porta il segno.

Lodato sii, o mio Signore, per sorella luna e le stelle: in cielo le hai create, chiare preziose e belle.

Lodato sii, mio Signore, per fratello vento, e per l’aria e per il cielo; per quello nuvoloso e per quello sereno, per ogni stagione tramite la quale alle creature dai sostentamento.

Lodato sii, mio Signore, per sorella acqua, la quale è molto utile e umile, preziosa e pura.

Lodato sii, mio Signore, per fratello fuoco, attraverso il quale illumini la notte. Egli è bello, giocondo, robusto e forte.

Lodato sii, mio Signore, per nostra sorella madre terra, la quale ci sostiene e ci governa: produce diversi frutti, con fiori variopinti ed erba.

Lodato sii, mio Signore, per quelli che perdonano in nome del tuo amore, e sopportano dolori e malattie.

Beati quelli che li sopporteranno serenamente, perché da te, Altissimo, avran corona.

Lodato sii, mio Signore, per la nostra sorella morte corporale, dalla quale nessun uomo che vive può scappare; guai a quelli che moriranno mentre sono in peccato mortale.

Beati quelli che troveranno la morte mentre rispettano le tue volontà. In questo caso la morte spirituale non farà loro alcun male.

Lodate e benedite il mio Signore, ringraziatelo e servitelo con grande umiltà.»

Prendiamo contatto con la natura che attraverso la sua bellezza, le sue perfezioni e tutto quello che ha di straordinario ci eleva fino alla contemplazione del Creatore.

Da: “Lettura cristiana della cronaca e della storia”

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sull’impostare la giornata nella ricerca di Dio

Cari amici, il modo migliore per iniziare la giornata è cercare Dio con il cuore, nella preghiera, in do tale che sia Lui il faro che ci guida durante la giornata. Vivere la giornata nella luce di Dio, in compagnia di Gesù e di Maria, affidandosi alla loro protezione per affrontare i pericoli della vita e per superare le difficoltà, è certamente un’impostazione fruttuosa, bella, luminosa. In questo modo, nel corso della giornata, si respirano pace e gioia che si possono donare agli altri. Vivendo la giornata senza Dio l’umore è ben diverso, si è nervosi, senza motivazione, non si ha la capacità di discernimento fra bene male, si vive in balìa di quello che accade nel mondo, delle forze distruttrici. Senza Dio siamo come turaccioli trasportati dal mare in tempesta e sbattuti qua e là.

È bello iniziare la giornata cercando Dio, con le preghiere semplici del buon cristiano, aprendo il cuore e la mente al Cielo. Nel corso della giornata, la ricerca di Dio dev’essere ripresa proprio per tenere vivo questo luogo di pace ricostruendolo con momenti di silenzio, raccoglimento e riflessione. È consuetudine, durante le vacanze, visitare qualche chiesa di cui il nostro Paese è ricco; oltre che ammirare le bellezze architettoniche e artistiche che certamente sono apprezzabili, è bene anche dedicare un momento di saluto e di preghiera al Santissimo presente sull’altare. La chiesa è la casa di Dio.

Sottraiamo la nostra vita alla banalità e alle cose che passano, inquadriamola nella luce celeste proprio perché veniamo da Dio e torniamo a Lui. Apriamoci interiormente all’eternità, alla verità, alla santità, alla bontà, all’amore. La vita è certamente una lotta continua, ma se la impostiamo nella ricerca di Dio possiamo vivere un pezzetto di Paradiso già sulla Terra. Viviamo le nostre giornate da cristiani, fin dal mattino e nel corso della giornata rinnoviamo questa ricerca con pensieri d’amore, brevi preghiere, giaculatorie, richieste di aiuto e ringraziamenti a Dio, alla Madonna e ai Santi perché sono veramente presenti nella nostra vita e ci accompagnano.

Anche Radio Maria aiuta a impostare la giornata con Dio scandendola con preghiere e riflessioni, di giorno e di notte.

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero spirituale sulla storia umana nella luce di Dio

Cari amici, dobbiamo imparare a guardare la storia umana nella luce di Dio perché viviamo in un tempo in cui è subentrata una tendenza di emancipazione dal Cristianesimo. Tale tendenza porta a una visione della vita nella luce di ciò che si vede, si tocca e che è accessibile alla scienza. Significa che da una visione trascendente della vita – illuminata da Dio, dalla Sua provvidenza e dalla Sua presenza – si è passati ad una visione opposta e preponderante nel mondo, dove la luce, la guida e il governo di Dio non esistono.

Possiamo paragonare quello che succede oggi alla Parabola di Gesù sui vignaioli. In questa parabola, un proprietario terriero affitta la sua vigna a dei vignaioli e, quando arriva il momento del raccolto, invia i suoi servi per riscuotere i frutti, ma i vignaioli li maltrattano e li uccidono. Infine, il proprietario manda suo figlio, credendo che i vignaioli avrebbero avuto rispetto per lui, ma anche lui viene ucciso. Il proprietario, allora, punisce i vignaioli e dà la vigna ad altri.

Questo è un passaggio che negli ultimi secoli ha toccato prima le classi più evolute e poi la popolazione, specialmente in Occidente. Da una visione della vita basata sulla fede, si è passati a una visione basata sull’intramondanità, ovvero sul rifiuto di guardare oltre l’effimero e uscire dalla caverna.

La nostra generazione, soprattutto del dopoguerra, ha abbandonato il soprannaturale. In questo tempo, interessa solo ciò che è visibile, fruibile e utilizzabile. Invischiati in questo male, ci ritroviamo ad accettare di essere delle cose passeggere. Abbiamo impoverito e svuotato la dimensione della vita per arrivare a un mondo senza Dio.

La Madonna nel Messaggio del 25 giugno 2025 – ma anche numerose volte prima – disse: «Le ideologie che demoliscono voi e la vostra vita spirituale sono passeggere. Io vi chiamo, figlioli, ritornate a Dio perché con Dio avete il futuro e la vita eterna». Abbandonando Dio, negando il soprannaturale, abbiamo negato il futuro e la vita eterna. Ci siamo assemblati con le cose che passano e che vanno a finire nella spazzatura dell’universo, Dobbiamo riappropriarci della visione della vita tipica cristiana, che è una vita che ha una sua origine e non deriva dal caso.

Quando ero studente, mi meravigliavo che la filosofia greca – che fa capo ai materialisti greci – ritenesse che Dio era identificato con la materia e che essa è eterna. Significava divinizzare una cosa attribuendole una caratteristica esclusiva di Dio. Purtroppo, stiamo facendo la medesima cosa affermando di venire dalla materia e di ritornare a essa. Quando affrontiamo questo tema, ripetiamo spesso la frase della Bibbia: “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai” (Genesi 3,19), dimenticandoci però che nella polvere Dio ha soffiato il suo Spirito, il suo Ruah, quindi qualcosa di irriducibile alla materia, di divino e che distingue l’uomo da ogni creatura del mondo.

Alla luce della fede, dobbiamo rimettere Dio al suo posto. Ritornare a una visione della vita in cui c’è Dio Creatore e che viviamo nella Sua casa che ha donato a noi. Nelle preghiere del mattino recitiamo: “Ti adoro mio Dio, ti amo sopra ogni cosa e ti ringrazio per avermi creato”. Attraverso questa preghiera teniamo ferme e salde le basi attraverso le quali il mondo diventa intellegibile, comprensibile, bello, finalizzato, abitabile, perché il mondo è una Creatura divina, è opera di Dio.

Questo non significa che Dio ha creato direttamente tutto quello che vi è nel mondo; infatti, anche nel Cristianesimo possiamo trovare una sorta di evoluzionismo. Ma l’evoluzione cristiana afferma che il Creatore ha infuso tutta la Sua potenza, la Sua grandezza e il Suo amore affinché potessimo evolverci secondo il suo progetto. Anche Tommaso Campanella, filosofo del 1500, disse che Dio ha creato il mondo con la sua sapientia, con la sua potentia e il suo amor. Questa è la visione vera della vita.

Dio non si è limitato a creare il mondo, ma lo sostiene, lo governa e lo porta alla sua finalità ultima che sono i Cieli e la Terra nuova. Questa è la visione che dobbiamo avere: un mondo che non è governato o abbandonato al caso. Non per nulla la scienza moderna è nata da grandi credenti come Galileo Galilei e Newton. Questi scienziati hanno visto il mondo come una grande costruzione basata su leggi straordinarie che lo governano. Come c’è una vita umana che è governata dalla legge morale, così c’è il mondo fisico che è governato da leggi senza le quali non ci sarebbe neanche la scienza.

Per essere moderni non dobbiamo essere atei, infatti, la scienza moderna la creata chi crede in Dio. Anche un grande uomo di scienza, Einstein, disse che il mondo è stato creato dal Vecchio, l’Eterno, cioè Dio.

Questa ennesima menzogna satanica, che la scienza è per forza atea, è da rimuovere. Il mondo parla da solo, anche un bel fiore non si può pensare che venga dal caso perché è un progetto che si realizza. Il nostro sguardo sulla Creazione deve essere di incanto, di rapimento, di estasi, per le sue bellezze e le perfezioni del Creatore che rifulgono in esso, che sono la sua Potenza, Sapienza e Amore. Se queste leggi che reggono il mondo non fossero stabili ed espressione della volontà di Dio Creatore non ci saremmo neanche più sulla Terra. Tutto sarebbe inghiottito dal caos.

Questo è il primo sguardo che dobbiamo avere anche durante il tempo di vacanze. La bellezza del cielo, delle costellazioni, il mare, i fiori e la natura richiamano alla presenza di Dio Creatore e Legislatore del mondo. Platone stesso definiva il Signore come un grande pittore che nessuno poteva pareggiare.

Il secondo punto che vorrei presentare è la storia umana nella luce di Dio. La storia umana la vediamo nella Creazione espressa in modo mirabile nella Sacra Scrittura. Possiamo leggerla specialmente nelle prime pagine della Genesi ma anche nel Nuovo Testamento, nelle Lettere Apostoliche, nella Creazione mediante il Verbo, nelle grandi lettere di San Paolo e il prologo nel Vangelo di Giovanni.

Tutta la storia umana nella Sacra Scrittura è raccontata mirabilmente nella luce della fede come un intervento continuo di Dio nella storia degli uomini. Prendendo la Bibbia possiamo vedere come Dio sia il protagonista della storia umana dall’inizio alla fine. Anche l’uomo è un protagonista importante ma è sempre nella luce e provvidenza di Dio, sorretto dalla sua Onnipotenza.

L’altro attore che è l’angelo ribelle con le sue schiere. Sono anch’essi presenti nella storia umana come elementi negativi che cercano di distruggere l’opera di Dio. La Creazione culmina nell’uomo, creato a immagine di Dio ed elevato in grazia; quindi, satana colpendo e facendo cadere l’uomo ha inquinato anche il mondo, ha tolto la sua perfezione originaria. Il mondo è stato colpito dal riverbero del peccato originale che ha sconquassato la Creazione, rompendo il legame con Dio. L’uomo è il vertice della Creazione, rotto il legame con Lui anche la Creazione ha sofferto.

La presenza di Dio nella storia umana è ugualmente presente ma in modo straordinario, attraverso i Suoi interventi, i profeti, i rappresentanti, la Sua parola, i Suoi prodigi e miracoli di ogni genere. Il miracolo più grandioso – nonché il cuore della storia della salvezza – è l’Incarnazione. Il Verbo che si è fatto carne è il miracolo dei miracoli, è il progetto di Dio che ha creato l’uomo in vista dell’Incarnazione. Come dicono tanti teologi e San Paolo: “Tutte le cose sono create per mezzo di lui e in vista di Lui”. Il Verbo che si è fatto carne è il momento più solenne dell’intervento di Dio nel mondo, della Sua manifestazione, della Sua gloria che irradia su tutta la Terra, della Sua presenza nel mondo nell’umiltà della carne, con i miracoli straordinari che Cristo ha compiuto. Il miracolo per il quale non c’è un aggettivo che riesca a esprimerlo in modo inestimabile è la Resurrezione di Cristo nuova creatura nella quale tutti siamo chiamati a rinascere.

La Chiesa è una storia di Santi, di miracoli, di testimoni, di soprannaturale nella quale i membri per mezzo della fede credono a cose sublimi come Dio Creatore, Cristo Redentore, nel Verbo che si è fatto carne. Ripassando gli articoli del Credo ci rendiamo conto di quante cose sfuggono alla ragione umana, ma dobbiamo credere per essere cristiani. Alcuni degli articoli del Credo, infatti, fanno fatica a essere accettati, come la Resurrezione, la vita eterna, il Paradiso, l’inferno e il purgatorio. Il soprannaturale ha talmente straripato che, se dovessimo ripassarlo tutto negli articoli della fede, ci accorgeremmo che l’uomo senza la grazia della fede non può conoscere molto. Con la grazia, invece, si può conoscere tutto l’aldilà: Dio Creatore, Dio Santissima Trinità, Cristo Redentore, il Cielo, gli angeli, i Santi, la vita eterna.

Tutto l’universo sarà trasformato, ci saranno Cieli nuovi e Terra nuova. Questo è l’occhio con il quale dobbiamo guardare la storia umana, che è la storia degli interventi di Dio. Il più grande è l’Incarnazione, ma la storia umana e di salvezza è Dio che continuamente interviene. La Bibbia è un libro che descrive tutti gli interventi che l’Onnipotente ha fatto in passato e che farà in futuro fino alla fine dei tempi.

Oggi siamo completamente chiusi al soprannaturale e questo ci pone davanti ad un interrogativo importante: a cosa si riduce la vita? Quattro mura, vagare nel mondo, dopo una disgrazia fare riferimento allo Stato e così via. Una visione del mondo senza Dio, senza la sua Provvidenza, senza la sua Sapienza, Potenza, Presenza, i Suoi miracoli, il soprannaturale che straripa nella storia umana. Nella nostra vita personale ce ne accorgiamo che Dio c’è, ci protegge e ci aiuta, altrimenti non ci sarebbe più la Terra e l’angelo ribelle l’avrebbe già distrutta.

Tutta la vita, la storia, il presente è illuminato dal soprannaturale. Sono 44 anni che la Madonna scende sulla Terra per confortarci con la Sua presenza, per proteggerci con la Sua preghiera, per guarire i nostri cuori appesantiti, per spezzare le catene del peccato, per guarirci dalla nostra incredulità e dalla nostra cattiveria, dalla nostra violenza con il quale stiamo distruggendo il mondo. Questo miracolo della presenza della Gospa e del soprannaturale è ovunque nella Chiesa, una persona che prega, una persona che muore pregando, una persona che soffre offrendo a Dio il suo dolore, una persona che contempla la Creazione e loda Dio sono tutti fatti soprannaturali. Eppure, siamo arrivati a un punto di demenza tale per cui diciamo che la fede è una malattia. Il diavolo ci ha conciati come dei pipistrelli nella caverna di Platone.

Chi crede a Medjugorje è guardato con sospetto, perché non è concepibile per l’uomo moderno dire che siamo entrati nel tempo dell’Apocalisse e che il diavolo sta operando per distruggere la bellissima creazione che Dio ci ha donato. Questa paganizzazione e accecamento del mondo si è espanso rapidamente negli ultimi anni diventando un fenomeno di massa.

La Regina della pace ha tirato le conclusioni: «Il futuro è al bivio perché l’uomo moderno non vuole Dio» (Messaggio del 25 gennaio 2023). Ma dobbiamo reagire prima di tutto con la preghiera, perché essa alimenta la fede. Di conseguenza, avremo la visione soprannaturale della realtà che è meravigliosa. Il Paradiso sulla Terra consiste in questo: nel contemplare Dio Santissima Trinità, Cristo, l’opera della Creazione che opera in tutti i cuori per portarli alla salvezza. Ma soprattutto nel proprio cuore. Ognuno di noi deve scoprire l’opera di Dio e la Grazia dello Spirito Santo nel proprio cuore, sentiamo e alimentiamo con la preghiera, rispondiamo a questa chiamata, usciamo dallo stagno che ci inghiotte. Se non usciamo ora con le buone, usciremo con le cattive come facevano le mamme con il battipanni quando ci comportavamo in modo sbagliato.

Da: “Lettura cristiana della cronaca e della storia”

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero spirituale su “I Novissimi: le realtà ultime della vita”

Cari amici, i Novissimi sono le ultime realtà della vita, ovvero il traguardo finale nel cammino della vita che percorriamo incominciando con il momento della nascita. I Novissimi sono le cose nuove che ci sono dopo che il tempo ha finito di scorrere per noi e la clessidra si è svuotata.

Che cosa c’è dopo la morte è una domanda che tutti gli uomini di ogni tempo si sono posti. Le risposte sono state tantissime e molte non sono state date perché ci si ferma alle cose tangibili, cioè un corpo che diventa polvere. Per questo motivo l’uomo ha pensato che il momento in cui il corpo cessa le sue funzioni vitali fosse l’atto terminale e conclusivo della vita. Dopo di esso diventa un pugno di polvere, il nulla.

Questa è la risposta che sta dando il mondo di oggi, il quale ha rimosso la Salvezza Cristiana dalla sua prospettiva e si è illuso di creare una propria immortalità. Infatti, quando una persona muore, lo fa senza preghiera, senza la luce della fede che illumina e quindi – come il Curato di campagna del romanza di Bernanos, si sente dire dal suo sacrestano che assisteva alla Messa – con la morte finisce tutto. Questa mentalità vi era nel momento della diffusione del Cristianesimo, un evento straordinario come la vittoria sulla morte. Ciò che caratterizza la morte di Cristo è proprio la sua Resurrezione, quindi il sepolcro vuoto e senza un cadavere o uno scheletro. Egli é Risorto glorioso in una dimensione totalmente diversa ma reale, tanto che gli Apostoli hanno potuto mettere il dito nel suo costato.

La speranza cristiana è il grande evento nella storia dell’umanità che si è realizzato in Cristo risorto, al quale tutti possiamo unirci mediante la fede. Le varie religioni al riguardo sono a volte pervenute ad affermare l’immortalità dell’anima, ma spesso in un contesto ambiguo, come quello della reincarnazione.

Ad esempio il popolo minoritario della Siria, i Drusi, credono fermamente nella reincarnazione. Tale credenza si diffuse nell’Europa nell’antichità come forma spuria dell’immortalità dell’anima. Infatti, la reincarnazione – come la vive l’induismo – può essere anche una forma infernale di prigionia. Sono varie le forme attraverso le quali gli uomini hanno cercato di rispondere alla domanda: qual è l’esito della vita umana? Cosa c’è dopo l’ultimo respiro?

Questo interrogativo ce lo poniamo anche noi man mano che il tempo passa. Quando si è piccoli si pensa di essere eterni e la vita è solo un panorama infinito da percorrere. Più cresciamo più ci rendiamo conto che la falce inesorabile della morte può toccare tutti indiscriminatamente. In qualsiasi momento la vita può esserci tolta e non solo nella veneranda età.

Quello della sopravvivenza dell’anima è un traguardo a cui l’umanità è arrivata a tastoni in modo imperfetto, come le civiltà dei greci, dei romani, degli indù stessi. Ma l’evento eclatante e straordinario cristiano della Resurrezione dei morti, riguarda la Resurrezione dell’uomo intero. La morte fa entrare l’anima in una vita nuova che al termine del mondo verrà riunita al suo corpo glorioso. Colui che ha potuto vivere totalmente questo momento è Gesù Cristo Risorto. Lui è la risposta al nostro interrogativo.

Dopo la morte vi è una prospettiva di vita eterna, di immortalità felice, in un corpo nella Gloria, partecipe dell’Immortalità divina che ha investito la Santa umanità di Cristo.

Questo è il grande evento divino, non è una risposta della ricerca umana che ha sorpreso, prima di tutto, gli Apostoli. Sappiamo che gli Apostoli hanno fatto fatica a credere anche dopo averLo visto. Dubitavano e si chiedevano come fosse possibile, finché la realtà della Resurrezione di Cristo si è imposta come il cuore stesso della fede cristiana. È una prospettiva non facile da assimilare, per accoglierla bisogna uscire dalla caverna di platonica memoria, uscire da una visione intramondana della vita. È difficile credere che oltre alla vita nel tempo che passa inesorabile ci sia altro, specialmente per l’uomo moderno che è rinchiuso in un orizzonte intramondano di finitezza materiale.

La Resurrezione dei morti si è imposta nel mondo attraverso la predicazione degli Apostoli in un modo straordinario nei primi tempi. Basti pensare ai popoli germanici che erano i più sensibili a questo richiamo della Resurrezione. Le tante testimonianze della predicazione degli apostoli hanno rivelato la verità che la vita non finisce con la morte, ma con la Gloria dell’anima immortale , che sarà partecipe della vita eterna e della Resurrezione della carne alla fine dei tempi.

Questa Rivelazione divina che riguarda Cristo è il cuore stesso del Cristianesimo che ha avuto un polo di attrazione straordinario nella predicazione e che deve essere anche oggi il cuore stesso della fede che viene predicata e annunciata. Lo vediamo nelle Lettere di San Paolo negli Atti degli Apostoli. Loro hanno iniziato predicando Cristo Risorto mentre Pilato e i suoi seguaci cercavano le tracce del corpo.

C’è sempre stata una certa resistenza, difatti in Italia (nel 1952 un tempo in cui la secolarizzazione non si era ancora fermata) uno dei primi sondaggi che si fecero dopo la Guerra sulla fede, fece risultare che il 50% delle persone che uscivano dalla Messa avevano dei dubbi sull’immortalità dell’anima e sulla Resurrezione dei corpi. Ma questo è il cuore del Cristianesimo che viene prima di qualsiasi altra affermazione che riguardi la moralità, i comandamenti e tutto quello che è il bagaglio cristiano. Il cuore del Cristianesimo è quello dell’Annuncio, ovvero Cristo Risorto che ha vinto la morte ed è lo sbocco divino della vita e della Gloria.

Questo è ciò di cui dobbiamo riappropriarci nella formulazione della nostra fede, che è una grazia incommensurabile e inestimabile con la quale entriamo in contatto con Cristo risorto. Mediante la fede, Gesù entra in noi e noi entriamo in Lui, diventando una cosa sola. Con la Resurrezione, incomincia il momento in cui una persona crede e viene unita a Lui. Questa partecipazione avviene mediante il Battesimo ed è l’incipit del Cristianesimo, che comporta tutta la vita cristiana sulle orme di Cristo secondo la grazia dello Spirito Santo.

Questa prospettiva si è molto annebbiata anche nei cristiani che sono rimasti fedeli. Dobbiamo partire dall’interrogativo esistenziale che è la propedeutica alla fede: qual è il traguardo nel cammino della propria vita? La vita è un viaggio nel tempo, dove il futuro diventa presente che diventa passato, l’uomo deve sapere il futuro verso il quale è diretto, come un pellegrinaggio. Dobbiamo riappropriarci di questa sapienza della Chiesa, nel nostro cammino cristiano dobbiamo tenere sempre ben presente qual è la meta di questo pellegrinaggio. Incominciamo la vita credendo in Cristo, camminiamo con Lui e andiamo verso il compimento della vita che è l’abbraccio con il Risorto.

Siamo richiamati alla luce con la potenza di Dio mediante la grazia del Battesimo, il cammino della nostra vita è in Gesù, nella Sua grazia, nella Sua forza e nella Sua luce. Avanziamo verso la meta con la Grazia dello Spirito Santo che ci dà la forza di camminare nel faticoso viaggio della vita: per arrivare dove? Questo è un interrogativo che dovremmo porci tutti ed è fondamentale dare la risposta della fede. Nel cammino della vita dobbiamo tenere gli occhi fissi verso l’eternità, dove Cristo ci aspetta perché il Paradiso è Dio che irradia la Sua luce su tutti quelli che l’hanno accolto, seguito e che sono diventati membra del suo Corpo glorioso.

Non possiamo vivere vagando qua e là, imbevuti dalla mentalità del tempo attuale dove il Cristianesimo è stato rimosso. Non dobbiamo cadere nella trappola dell’inganno satanico dove dopo la morte finisce tutto. Arrivare alla fine della vita con questa mentalità significa morire senza pentimento e senza riferimento a Dio. Così facendo si accetta di precipitare nell’abisso senza speranza, arrendendosi al nulla, al male, alle credulità, all’inganno del tentatore. La morte seguendo satana è un precipitare nell’abisso, nell’inferno perché significa aver rifiutato la grazia che Dio ha donato mediante suo Figlio morto in Croce. Grazie al Risorto abbiamo avuto la remissione dei peccati e la vita eterna, solo mediante la fede e la grazia partecipiamo già in questo tempo alla Resurrezione di Cristo.

La Madonna ha definito in un modo straordinario la realtà della vita sotto il profilo esistenziale: «A tutti coloro che vagano nella tenebra del peccato, della disperazione, del dolore e della solitudine» (Messaggio del 2 novembre 2011). Ma essere in balia delle onde, delle passioni, degli eventi, delle tentazioni, dell’intemperie significa essere come relitti nel mare. È una vita nell’insignificanza, nella noia, nel dolore, che giustifica tutte quelle brutte espressioni che diciamo quando siamo infelici.

Navigando nella vita, nella luce di Cristo Risorto, in compagnia della Vergine Maria possiamo vedere il suo Corpo glorioso che sarà anche il nostro. Gesù, nella sua Santa umanità unito alla divinità, è il primogenito della Creazione nuova, ma la Vergine Maria nella sua grandezza infinita, è una creatura come noi che già ora ha il suo Corpo glorioso. Con Lei possiamo vedere quello che saremo alla Resurrezione dei corpi. Percorrendo il cammino della vita in Loro compagnia, andiamo verso quella meta affrontando le difficoltà con la forza della speranza, perché abbiamo la consapevolezza che la fatica del momento presente avrà come premio la gloria futura. Lottiamo, fatichiamo, ci rialziamo, chiediamo perdono umilmente dei nostri peccati e della nostra miseria, cosicché il Paradiso diventi l’orizzonte al quale guardiamo e verso il quale andiamo.

Vivere la vita come un pellegrinaggio, una scalata della Santa montagna del Cielo, ci condurrà alla cima dove verremo accolti dalla gioia, dalla grazia, dall’amore, da Dio Santissima Trinità, Cristo Risorto, gli angeli e i santi del Cielo.

Viviamo nel Mistero della fede che deve essere una realtà più vera di quello che tocchiamo con le mani. Le convinzioni che si fanno attraverso la preghiera e l’apertura del cuore verso la grazia dello Spirito Santo, sono convinzioni di Dio, di Cristo e del Loro amore e non un’illusione.

Appropriamoci della grazia della fede, viviamola, facciamo di essa il nostro modo di pensare, di vedere, di agire, di impostare la vita. In questo modo diventiamo, per chi affoga nelle tenebre del male e della morte, un salvagente di speranza.

Una storia molto interessante su questo argomento è quella di François Mitterrand, un Presidente francese, che nella sua vita è sempre stato ateo, ma che ha sempre cercato cessendo un’anima inquieta. Giunto al termine della sua presidenza chiamò un intellettuale cattolico francese per farsi spiegare cosa dice il Cristianesimo sull’aldilà, ascoltando volentieri. È impressionante vedere come una persona politicamente potente con onori e gloria intramondani, non fosse contento. Ma sappiamo che il cuore umano è inquieto e non trova pace finché non trova Cristo.

Il maligno fa credere a tanti non credenti che noi cristiani ci illudiamo e che la vita è una proiezione della nostra psiche malata, ma non si rendono conto che sono loro stessi ad essere stati inghiottiti nella palude. Il maligno è riuscito ad attirare dalla parte dell’incredulità, dell’intramondanità, del rifiuto di Cristo la grande maggioranza di un mondo cristiano.

Quello che avverrà nel Tempo dei Segreti ci metterà davanti a una scelta. Incominciando con il segno sulla montagna e tutto ciò che avverrà dopo, Dio ci farà vedere le conseguenze dell’incredulità.

Finché siamo in tempo cerchiamo di essere luce per noi stessi, per i nostri cari, per le persone che ci incontrano. Testimoniamo la gioia dell’eternità, del Paradiso, di una vita con Cristo e di avere fin da ora la gioia di Dio nel nostro cuore. Che ci siano sempre i Novissimi davanti ai nostri occhi, al mattino quando ci alziamo dobbiamo pensare che siamo un passo avanti per raggiungere la felicità eterna. Con questa prospettiva il cammino diventerà molto più facile e molto più felice.

Da: “Lettura cristiana della cronaca e della storia”

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