"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Russia, l’Operazione di Putin non è più così «speciale»

MARTA OTTAVIANI – Avvenire 16 Luglio 2022

A Mosca è arrivata la stagione preferita dai suoi abitanti. Quella dove ci si dimentica dei mesi di freddo e di gelo, dove la città si riversa nelle piazze e lungo le rive della Moscova, con eleganti tavolini all’aperto, da cui ci si gode lo skyline cittadino, fatto di edifici di epoca sovietica e nuove costruzioni che hanno accettato la sfida della modernità.

I moscoviti aspettano questo periodo tutto l’anno, quest’anno più del solito, perché arrivava dopo il biennio di pandemia, durante il quale tutto è stato dimezzato. Purtroppo per loro, non è ancora arrivato il ritorno alla normalità, perché, per quanto Mosca cerchi di nascondere la polvere sotto il tappeto e la città appaia splendente nella sua stagione più bella, le preoccupazioni per la situazione economica si fanno sentire, insieme con un crescente disagio nei confronti della guerra.

A dirlo sono ben tre sondaggi, usciti a poca distanza l’uno dall’altro. Uno di questi, in particolare, è stato commissionato dalla presidenza russa e i suoi risultati sono stati tenuti nascosti, perché tutti a sfavore del Cremlino. A renderli noti è stato il sito di informazione indipendente Meduza. Il 30% degli intervistati è a favore di una cessazione immediata dell’attività militare in Ucraina. La percentuale di contrari al conflitto sale al 56% nella fascia di persone con età compresa fra i 18 e il 24 anni. Solo la fascia di chi ha più di 60 anni è a favore della continuazione della “Operazione militare speciale” di Putin, con il 76%. Segno di una spaccatura generazionale che in Russia è sempre più evidente, dove i più giovani sono attratti da modelli politici ed economici diversi, ma dove il potere rimane saldamente concentrato nelle mani di vecchi funzionari dei servizi segreti.

Se dunque i sentimenti nei confronti della guerra sono sempre più deboli, le preoccupazioni per la situazione economica diventano sempre più forti. Anche perché ormai i segni dell’isolamento a cui è stato sottoposto il Paese diventano sempre più evidenti, soprattutto nelle grandi città, dove le vie del centro e i centri commerciali più lussuosi sono pieni di negozi di “brand” stranieri che hanno tirato giù la saracinesca ormai da mesi.

Un sondaggio condotto dal progetto Chronicle e che ha interessato un campione di 1.800 persone, mostra come, in un mese, il consenso attorno all’operazione militare speciale sia sceso dal 64% al 55%. Non solo, la ricerca ha fotografato anche la situazione economica delle famiglie russe e i risultati dipingono un quadro poco roseo. Il 56,5% degli intervistati ha ammesso di essere stato costretto a risparmiare sul cibo, il 39,1% ha riscontrato una diminuzione del reddito familiare e l’11.8% ha perso il posto di lavoro per motivi direttamente connessi alle sanzioni. Appena il 3% del campione ritiene che l’annessione di nuovi territori porterà vantaggi alla Russia.

Un terzo sondaggio, condotto dall’agenzia Cros e pubblicato dal Moscow Times, evidenzia come i russi temano più l’aumento dei prezzi e la carenza di merci che l’aggravamento del conflitto militare: da mesi ormai i prodotti provenienti dall’estero scarseggiano sugli scaffali dei supermercati e si è consolidato un mercato “parallelo” di beni occidentali che a molti ha fatto ricordare (con una punta se vogliamo di ironia) i tempi dell’Unione Sovietica.

Russi sempre più poveri e soli quindi, e anche sempre più tagliati fuori dal circuito della libera informazione. Ieri il sito di inchiesta “Bellingcat”, lo stesso che ha seguito i retroscena dell’avvelenamento del dissidente Alexeij Navalny nel 2020, è stato dichiarato «indesiderabile» dalle autorità di Mosca, che lo han- no definito «una minaccia» per la sicurezza del Paese. Bellingcat, che ha dedicato diversi articoli alla guerra, era già stato inserito nell’elenco degli «agenti stranieri» in Russia nel 2021. Stessa sorte di Bellingcat anche per “The Insider” che ha una linea editoriale indipendente, con redazione e server in Lettonia per sfuggire alle persecuzioni del Cremlino. Ancora più spietate dopo l’inizio della guerra in Ucraina, lo scorso 24 febbraio.

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L’appoggio alla guerra è in caduta libera: a dirlo sono ben tre indagini commissionate dal potere, uscite a poca distanza l’una dall’altra, e tenute ben nascoste Il 30% vuole una cessazione immediata dell’attività militare in Ucraina e la percentuale di contrari al conflitto sale al 56% nella fascia fra i 18 e il 24 anni

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Ucraina, il gulag dietro la cortina di fuoco: così la Russia opprime e sfrutta la popolazione nei territori occupati

di Federico Fubini e Andrea Nicastro- Corriere della sera – 15 Luglio 2022

Quello che succede a Mariupol, a Kupiansk, a Kherson non può essere visto da chi è fuori e solo a fatica e a grande rischio personale è testimoniato da chi lo vive. Il racconto del dramma che si sta consumando nei territori ucraini finiti nella mani dei russi.

Non c’è più una cortina di ferro a spezzare l’Europa, ma una di fuoco: corre lungo i duemila chilometri del fronte ucraino, dalla regione di Kherson nel Sud a quella di Kharkiv al Nord del fronte. Ciò che accade nella guerra combattuta dall’artiglieria è reso chiaro, se non altro, dalle distruzioni. Invece il dramma che si sta consumando dietro quella cortina di fuoco – nei territori ucraini occupati dalla Russia – non può essere visto da chi è fuori e solo a fatica e a grande rischio personale è testimoniato da chi lo vive.
Gli abusi, le minacce, le violenze o la sottrazione dei beni e della stessa identità ucraina non possono essere verificati in modo indipendente, perché i racconti arrivano da terre inaccessibili. Ma il Corriere ne ha raccolto un numero significativo, tutti convergenti a comporre il quadro di un territorio sconvolto da quattro forze che perversamente coesistono: la russificazione dell’Ucraina occupata, con all’orizzonte dell’autunno il progetto di vari pseudo-referendum che preludano all’annessione a Mosca; l’oppressione poliziesca; lo sfruttamento degli uomini e delle risorse. Il tutto facilitato dal rapido delinearsi di un ceto di collaborazionisti e di una zona grigia di ucraini che si inchinano ai nuovi padroni.

Il 10 giugno il capo dell’ «amministrazione civile transitoria dell’Oblast di Kharkiv», da Kupiansk (dunque nella parte occupata della regione) ha emanato un ukase, un decreto, su un foglio in carta intestata con l’immagine dell’aquila zarista a due teste. Annuncia «per stabilire ordine e sicurezza»l’entrata in vigore della legge marziale russa, la quale prevede il diritto per le autorità di imporre lavori forzati «per esigenze militari, di ricostruzione o di emergenza», uno stretto coprifuoco indicato sulla base del fuso orario di Mosca, divieti di adunanza, diritto di sequestro di proprietà privata e di coscrizione al lavoro per tutti cittadini oltre i 14 anni di età.

Non è il solo caso di provvedimenti draconiani presi dai nuovi governanti. A Kherson la nuova amministrazione «civile-militare» il 12 luglio ha pubblicato sul suo canale di Telegram un invito alla delazione a pagamento o meglio «appello agli abitanti della regione a fornire informazioni in cambio di un compenso». Si promette che le denunce resteranno anonime purché riguardino «persone osservate in attività sospette, interpretabili come spionaggio di individui, palazzi, oggetti, auto», oppure «persone che gestiscono siti, canali di chat o gruppi Internet anti-russi», o ancora «appartamenti che esse usano come basi per attività sovversive o per nascondersi». Chi denuncia, conclude l’ukase, «riceverà un sostanzioso premio monetario».

Non sembrano essere minacce vuote. Il governatore di Zaporizhya, Oleksandr Starukh, vive all’estremità del territorio ucraino libero dall’avanzata dell’esercito di Mosca e raccoglie spesso testimonianze di fuggitivi o voci dall’altra parte. Dice Starukh: «Dall’inizio della guerra solo nel nostro Oblast ci sono stati quattrocento rapimenti. Gente che si mostrava perplessa, capace di pensare o che addirittura si rifiutava di collaborare con gli occupanti. Alcuni sono stati liberati dopo essere stati torturati, altri non sono tornati. Tra loro cinque amministratori comunali e un deputato, ma tantissimi sono gli imprenditori. Dove comandano i russi – aggiunge Starukh – gli ucraini sono trattati come schiavi». Perché l’oppressione poliziesca non è mai fine a se stessa. Serve a paralizzare nel terrore e ridurre al silenzio. Ma serve anche al dispiegarsi di una vasta rete di sfruttamento delle risorse e della manodopera.

Borova è un villaggio agricolo di 16 mila abitanti nell’area di Kharkiv, dove l’armata russa è arrivata attorno a metà aprile. All’area sono stati presto assegnati un comandante civile bielorusso, Andrei Semashko, e un comandante militare russo di Novosibirsk di nome Sergei Razdorozhny. Il loro primo atto è stato minacciare di morte chi avesse dato sepoltura alle decine di soldati ucraini rimasti sul terreno nelle strade del villaggio. I piccoli ladri ora vengono pestati in piazza «per dare l’esempio». Ma il gesto più carico di conseguenze è stato un invito ai lavoratori delle funzioni essenziali –acqua o luce – a tornare nelle loro aziende a una condizione precisa: lavorare gratis. La testimonianza di questi eventi viene dai pochi fuggitivi e da un canale di Telegram alimentato da abitanti di Borova spintisi in auto fino a un caffè di Svatove, a sessanta chilometri a Sud-Est, dove si trova il più vicino accesso a Internet (le linee telefoniche verso l’Ucraina sono chiuse). Queste persone riferiscono regolarmente che chi si è rifiutato di lavorare senza paga sarebbe stato prelevato e torturato. Una decina i casi riferiti. Sempre dallo stesso edificio, il silenzio del villaggio si riempie di gemiti e urla abbastanza alte perché tutti odano e tutti ricordino. Non si tratta del solo caso di racconti del genere che filtrano dai territori sotto il tallone di Mosca.

Mariupol il nuovo «sindaco» Konstantin Ivashenko, un ucraino che guidava un’impresa locale, avrebbe rivolto un’offerta ai seimila dipendenti delle acciaierie rimasti in una città che ne ospitava almeno 50 mila. Non torneranno a lavorare a Azovstal perché quel simbolo della resistenza ucraina sarà raso al suolo – avrebbe detto Ivashenko – «per farci un parco». Gli operai rimasti potranno invece produrre o riparare attrezzatura militare russa nell’altra grande acciaieria di Mariupol, Ilych, oppure raccogliere macerie nelle strade. La sola condizione è che nessuno si aspetti di essere pagato, perché il solo compenso saranno razioni di cibo. È del resto probabilmente il solo bene essenziale che non manca il cibo, in uno degli spicchi di terra più fertili del mondo. Solo che anche su di esso si stanno sviluppando sempre nuove forme di sfruttamento troppo sistematiche perché siano solo frutto dell’avidità di singoli kapò locali.

Borova, nella regione di Kharviv, opachi intermediari incalzano i proprietari delle fattorie perché vendano le loro terre a prezzi stracciati. Nella regione di Zaporizhya la denuncia del governatore della parte libera, Oleksandr Starukh, non potrebbe essere più chiara: «I contadini ormai hanno un solo acquirente per i loro prodotti. Ed è lui a fare il prezzo: adesso una tonnellata di grano è venduta a 50 dollari» (il prezzo sul mercato internazionale è circa otto volte superiore). Nasce anche da qui la pressione fortissima a piegarsi all’autorità degli invasori. «Chi ha ricevuto dai russi l’autorizzazione ad esportare si arricchisce – osserva Starukh – mentre tanti contadini l’anno prossimo non avranno i soldi per le sementi e saranno alla mercé dall’aiuto di Mosca. È un ricatto ed è una colossale rapina, perché ci guadagneranno solo i collaborazionisti pro-russi». Che si tratti di un’operazione la cui regia è al centro del sistema putiniano lo dimostra del resto la proposta di legge 163025-8 presentata martedì pomeriggio alla Duma. Emenda le norme sulle dogane per «semplificare il passaggio di prodotti agricoli e alimentari attraverso il confine della Federazione Russa dalle aree adiacenti alle zone di operazioni militari speciali»: velocizza il furto dei raccolti ucraini.

L’altro volto dell’oppressione è far sentire gli oppressi un’unica cosa con i loro carcerieri, trasformare l’Ucraina occupata in una sorta di villaggio Potemkin della Federazione russa, schiacciandone l’identità per sovrapporvi quella del presunto impero di Vladimir Putin. Oggi nei territori occupati dai russi è in corso il più grande tentativo di lavaggio dei cervelli mai immaginato dai tempi di 1984 di George Orwell. «Appena conquistata una zona, la prima cosa che fanno è installare le antenne per trasmettere le loro tv – denuncia Oleksiy Honcharenko – un deputato ucraino attivissimo sui social a cui scrivono migliaia di persone anche dai territori occupati –. Accendono la loro propaganda e sperano che prima o poi la gente comincerà a credere in quel che dicono.

Se manca l’elettricità, come a Mariupol, mandano in strada grandi schermi a led montati su camion a mostrare i notiziari russi. Raccontano che gli ucraini sono nazisti, aiutati da nazisti tedeschi e italiani, che bombardano i quartieri civili delle proprie città e se la Russia non fosse intervenuta i gay e lesbiche europee avrebbero obbligato tutti a partecipare ai loro cortei». Per russificare, il primo passaggio è spezzare la speranza. Dice Honcharenko: «Cercano di convincere la gente che mai l’Ucraina saprà lanciare una controffensiva e che la gente deve solo rassegnarsi. Esattamente come avveniva nell’Unione sovietica». Dunque, continua il deputato, è fondamentale la «cancellazione della memoria: a Mariupol hanno addirittura cambiato il nome in Zdanov come ai tempi sovietici. Bruciano libri, sostituiscono monumenti ucraini con simbologie russe. Nelle scuole ci saranno solo libri russi che raccontano la solita vecchia favola che russi, bielorussi e ucraini sono lo stesso grande popolo e, in sostanza, l’Ucraina non esiste». Sta succedendo davvero.

Nella libreria della scuola di Borova, il villaggio vicino a Kharkiv, sono scomparsi i libri ucraini e sono apparsi quelli russi. «Se metti una persona in un campo di concentramento non è perché lo vuoi convincere, ma è perché ne vuoi spezzare la volontà e l’identità. Nei territori invasi, i russi si comportano allo stesso modo», sostiene il governatore di Zaporizhya Starukh. Seguono, inevitabilmente, misure amministrative dai livelli più minuti fino alle più grandi. Il canale Telegram di Borova riferisce che agli abitanti vengono offerti 15 rubli (25 centesimi di euro) per ogni palo decorato dalla bandiera russa. A chi chiede la cittadinanza dell’oppressore è riservato un premio di diecimila rubli (170 euro) e tra Kherson e Zaporizhya circa ventimila persone, secondo fonti russe, avrebbero ottenuto il passaporto. Russe diventano la rete telefonica, la scadente marca del latte nei negozi, le pensioni, la moneta (con le grivnie ucraine cambiate in rubli alla metà del loro valore). Russi sono il servizio dei bus, sempre vuoti, che collegano alla Crimea e il pacchetto di vacanze-studio che portano gli scolari di Kherson proprio in

Neanche queste azioni sono fini a se stesse, perché sembrano preludere a referendum – anch’essi Potemkin – di «annessione» dei territori alla Russia stessa se la situazione militare dell’autunno lo permetterà. Di recente Kyrylo Stremousov, un russo che è vicecapo dell’«amministrazione civile-militare» della regione di Kherson ha parlato di questa prospettiva e la stessa intelligence militare di Londra lo conferma apertamente. Ma niente di tutto questo sarebbe pensabile senza l’appoggio di ucraini che per convenienza, ambizione o adesione collaborano. La zona grigia È il caso di Volodymyr Saldo, già deputato nel parlamento ucraino, ma fulmineo nell’assumere una postura filo-Putin che gli è valsa la nomina a governatore di Kherson: ora si rivolge ai cittadini attraverso Telegram con la bandiera russa alle spalle. È il caso anche di Konstantin Ivaschenko, che ha colto l’arrivo dei russi per diventare finalmente qualcuno a Mariupol. Loro sono i nuovi kapò. Ma i racconti da dietro la cortina fanno capire che esiste una zona grigia più ampia – chissà quanto – di chi cerca di convincersi e di adattarsi invece di lottare. Neanche l’Ucraina è esente da ciascuno dei lati della sfaccettatissima natura umana.

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Satan II, la nuova arma hi-tech che i russi intendono produrre a breve

di Floriana Bulfon-La Repubblica –  14 Luglio 2022

Il missile potrebbe sganciare fino a quindici testate autonome, che si separano nella parte finale del volo dirigendo contro altrettanti obiettivi. Bombe nucleari  trasportate da una navetta che compie manovre per sopravvivere alle difese antimissile.

Nonostante l’embargo internazionale il Cremlino intende avviare la produzione di nuove armi hi-tech: ordigni di potenza apocalittica che hanno un valore politico, perché riaffermano davanti al mondo la forza dell’arsenale nucleare russo. Lo ha ribadito martedì Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri: “Dopo aver provocato un aggravamento della crisi ucraina e scatenato un feroce confronto ibrido con Mosca, Washington e i suoi alleati si stanno pericolosamente dirigendo sull’orlo di un confronto militare aperto con la Russia, il che significa un conflitto armato diretto tra potenze nucleari”.? 

L’ultimo allarme riguarda un missile intercontinentale chiamato Satan II ma più noto come Sarmat. I media russi nei giorni scorsi hanno mostrato Dmitry Rogozin, responsabile dei programmi spaziali, illustrare le capacità dell’ordigno, trasferito in un bosco della Siberia per una serie di prove: “Il più potente missili intercontinentale esistente viene preparato per nuovi test e per la costruzione in serie”. 

L’RS-28 Sarmat è stato presentato quattro anni fa da Vladimir Putin come una delle sei “super-armi” destinate a permettere la superiorità strategica. Il progetto risale al 2008 ed è andato avanti con lunghi ritardi, tanto che l’entrata in servizio è stata rinviata più volte. Si tratta di un missile lungo oltre 35 metri e pesante più di duecento tonnellate, con un raggio d’azione ipotizzato di 18mila chilometri: può quindi colpire qualsiasi continente. La velocità è pari a venti volte quella del suono. 

Si ipotizza che possa sganciare fino a quindici testate autonome, che si separano nella parte finale del volo dirigendo contro altrettanti obiettivi. Una tecnologia già disponibile dalla fine degli anni Settanta, ma la particolarità di Sarmat è che alcune di queste bombe nucleari sono trasportate da una navetta che compie manovre per sopravvivere alle difese antimissile. Si tratta dell’Avangard, a cui viene attribuita la capacità di operare a bassa quota e a velocità ipersoniche, che di fatto renderebbero impossibile ogni tentativo di intercettarlo.

I test sono cominciati nel 2015 e lo scorso dicembre è stato annunciato che sei Avangard erano operativi per l’impiego con i vecchi missili intercontinentali, che saranno sostituiti dal Sarmat. Ma gli analisti occidentali sono scettici sulle reali prestazioni dell’ordigno, che dovrebbe comportarsi come un aereo a velocità enorme ponendo significativi problemi tecnologici e progettuali. 

C’è pero un dato di fatto. La Russia ha investito somme ingenti per mettere in campo nuove “armi dell’Apocalisse”, continuando a credere nello scenario di un conflitto nucleare mentre gli Stati Uniti hanno interrotto ricerche e programmi per quasi venti anni. Ogni progetto del Cremlino è stato pensato per superare le reti di protezione della Nato: Sarmat ha una fase iniziale di lancio, quella in cui i razzi emettono maggiore calore, molto ridotta per diminuire la possibilità di venire scoperto dai satelliti spia ad infrarossi. Sono iniziative che testimoniano come Vladimir Putin consideri ancora oggi l’eventualità di fare ricorso agli ordigni più terribili. Tre settimane fa lo Zar ha dichiarato: “Sarmat può penetrare ogni sistema di difesa missilistica presente e futura, farà riflettere chi ci sta minacciando.

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IL NUOVO MISSILE CRUISE IPERSONICO

Entro l’anno la Russia schiererà «Zircon»

FRANCESCO  PALMAS – Avvenire 14 Luglio 2022

A una Nato che avanza verso est, cingendo la Russia dall’Artico al Mar Nero, Mosca risponde con un’arma dirompente, “cercata” fin dal 2011 e ora pronta ad equipaggiare i lanciatori terrestri e navali. Ribattezzata «Zircon», la nuova spada del Cremlino è una reazione asimmetrica all’eccessivo dinamismo dell’Alleanza atlantica. Può volare 9 volte più rapidamente del suono e coprire 1.000 chilometri in un batter d’occhio.

L’esperto russo Anatolij Wasserman non ha dubbi: «Con quest’arma, in linea entro fine anno, Mosca potrà infrangere ogni sistema difensivo nemico. E il raggio d’azione di mille chilometri supererà di gran lunga la portata degli scudi delle portaerei americane. Gli Stati Uniti possono scordarsi l’avvicinamento a zone di interesse russo».

 L’abbinata missilistica Kalibr-Zircon proietterà la Russia verso un primato inedito, anticipando nella corsa all’ipersonico Washington e Pechino. Una forza di fuoco che potrebbe ribaltare con facilità gli attuali equilibri. I due soli incrociatori Kirov potrebbero lanciare 160 di questi cruise: rapidi, praticamente non intercettabili e devastanti. Gli obiettivi non mancano, con gli avversari che affollano il Mar Baltico, il Mare del Nord e l’Artico. La televisione di Stato Rossiya 1 ha avanzato nei mesi scorsi persino una lista di potenziali bersagli terrestri, inclusivi dei principali centri decisionali in una guerra contro Mosca. Con tanto di tabelle, diagrammi e cerchi a tracciare il range di azione del nuovo terribile ordigno bellico.

L’elenco, smentito dal portavoce del Cremlino Dimitrij Peskov, menziona il Pentagono, la residenza presidenziale di Camp David e la Jim Creek Naval Radio Station, fulcro delle comunicazioni statunitensi con i sottomarini in immersione costante e armati dei missili nucleari.

 Pur non essendo un’arma rivoluzionaria, lo Zircon sarà un vero incubo per le navi da guerra occidentali sostengono gli esperti: più tecnologico e molto più letale di quanto già lo sia l’armamentario dello stesso conflitto ucraino in corso.

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Ucraina, Francesco: Dio mostri la strada per porre fine a questa folle guerra

L’appello del Papa si rinnova anche in questa domenica di luglio: il suo pensiero è per il popolo “quotidianamente tormentato dai brutali attacchi di cui fa le spese la gente comune”

Antonella Palermo – Città del Vaticano

Ancora un nuovo appello del Papa per la situazione in Ucraina. Dopo l’Angelus di questa domenica, torna a definire “brutali” gli attacchi che danneggiano la “gente comune”:

E rinnovo la mia vicinanza al popolo ucraino, quotidianamente tormentato dai brutali attacchi di cui fa le spese la gente comune. Prego per tutte le famiglie, specialmente per le vittime, i feriti, i malati; prego per gli anziani e per i bambini. Che Dio mostri la strada per porre fine a questa folle guerra!

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Le false ragioni delle ostilità fornite da chi ha fatto la «prima mossa», una storia che si ripete

Le guerre mentono e distruggono quelle «preventive» persino di più

La Russia ha invaso l’Ucraina con la scusa di anticipare una possibile aggressione occidentale. Le analogie con Cecenia e Siria ma anche con l’intervento in Iraq di Usa e Gb

VITTORIO POSSENTI-  Avvenire 9 Luglio 2022

«Le guerre non ristabiliscono diritti, ma spostano confini e ridistribuiscono poteri» (H. Arendt). Impossibile illustrare con maggiore chiarezza la realtà ‘cainitica’ della guerra, stregata dalla potenza e tesa a rimodellare l’assetto geopolitico mondiale. Invece occorre dire: Non abituiamoci alla guerra, e ancor meno a quella preventiva, in cui si aggredisce per primi per ottenere maggiori possibilità di successo e di prostrazione dell’avversario. 

Nel conflitto contro l’Ucraina la strategia russa è stata questa. In un’intervista concessa al ‘Corriere della Sera’ (8 aprile 2022) Sergej Karaganov, ex consigliere presidenziale di Yeltsin e di Putin e ancora attivo nel circolo dei putiniani, ha dichiarato, riferendosi ad alcuni anni fa: «Il conflitto (con l’Ucraina) stava già diventando probabile. E abbiamo visto divisioni e problemi strutturali nelle società occidentali, così il Cremlino ha deciso di colpire per primo.

 Tra l’altro, questa operazione militare sarà usata per ristrutturare la società russa: diventerà più militante, spingendo fuori dall’élite gli elementi non patriottici». La “dottrina Putin” elaborata da Karaganov teorizzava già nel 2019 l’invasione dell’Ucraina. Nel discorso a Mosca del 9 maggio scorso Putin non ha smentito, ma avallato l’assunto del primo colpo.

 Per giustificare l’invasione dell’Ucraina ha sostenuto che «la Russia ha reagito preventivamente contro l’aggressione ». Si riferiva a un presunto attacco della Nato per invadere «le nostre terre storiche, compresa la Crimea; una minaccia per noi assolutamente inaccettabile, sistematicamente creata, direttamente ai nostri confini… Il pericolo è cresciuto ogni giorno; il nostro è stato un atto preventivo, una decisione necessaria e assolutamente giusta, la decisione di un Paese sovrano, forte, indipendente».

 L’ attuale guerra preventiva non è l’unica del nuovo secolo. Nella memoria di molti rimane l’attacco all’Iraq da parte degli Stati Uniti guidati dal presidente George W. Bush (insieme ad alcuni altri Stati). Essa iniziò il 20 marzo 2003 e terminò formalmente il 18 dicembre 2011 quando venne instaurato un regime ufficialmente democratico, col passaggio dei poteri alle autorità irachene, insediate dagli Usa. L’intento primario della guerra era un ‘cambio di regime’: deporre Saddam Hussein, inviso sin dalla prima guerra del Golfo.

 L’attacco si basò in buona misura su una supposizione rivelatasi falsa: il possesso da parte di Saddam di armi biologiche e la sua capacità di produrre in breve tempo missili che avrebbero raggiunto e colpito la Gran Bretagna in pochi minuti: così dichiarò Tony Blair spalleggiato da Bush jr. Come è noto, una missione di ispettori Onu non scoprì nulla di quanto invece secondo la Cia doveva scoprire. Successivamente il Segretario di Stato C. Powell all’Onu cercò di convincere l’assemblea mostrando una piccola provetta, sostenendo che contenesse antrace. Anni dopo Powell, senza più cariche ufficiali, ammise l’errore e considerò quel discorso una macchia sulla sua carriera. Nel 2015 in un’intervista alla Cnn anche Blair riconobbe in buona misura di aver sbagliato.

 L a vittoria militare americana aprì un terribile periodo per il popolo iracheno, diviso in fazioni e consegnato a una guerra civile e a terrorismi che mieterono un numero assai alto di vittime civili, oltre a causare un’instabilità strutturale dell’intero Medio Oriente che perdura. L’attacco all’Iraq si appoggiava sulla nuova dottrina Usa, teorizzata nella “Strategia della sicurezza nazionale” del settembre 2002, un anno dopo la tragedia delle Torri Gemelle dell’11 settembre che colpì al cuore la nazione americana. In quel documento si affermava che «la migliore difesa è un buon attacco».

Una volta concepito il mondo come un composto formato da Stati per bene e “Stati canaglia” e minacciato dal terrorismo, la conseguenza era questa: «Non possiamo lasciare che i nostri nemici sparino per primi… Maggiore è la minaccia e più impellente la necessità di intraprendere un’azione anticipatoria in difesa di noi stessi, persino nell’incertezza del luogo e dell’ora dell’attacco da parte del nemico».

 L e due maggiori potenze mondiali (sino a poco fa) non sono riuscite a scampare alla maledizione della guerra preventiva, e l’Onu purtroppo si è mostrata impotente a sanare il guasto. In Iraq e in Ucraina è stato scavalcata come un aggeggio inutile, cui ricorrere solo quando serve per i propri interessi. Nessuno potrà dimenticare l’energia trasfusa da Giovanni Paolo II per evitare le Guerre del Golfo, cui dovette amaramente piegarsi, e quella messa in campo oggi da papa Francesco per l’Ucraina.

Qui l’aggressione ha prodotto molte vittime militari e civili e una distruzione sistematica di città (si pensi a Mariupol), territori e infrastrutture. L’invasione russa sta assomigliando sempre di più alle campagne militari condotte precedentemente a Grozny (Cecenia) e ad Aleppo (Siria). Ad Aleppo nel 2016 Putin e Assad decisero di bombardare la parte della città sotto il controllo dei ribelli con una violenza che ha pochi precedenti. In Ucraina la soluzione non può che essere politica e non militare.

L’attuale inferiorità strategica (navale e aerea) dell’Ucraina potrebbe essere colmata da nuove armi occidentali per rendere in qualche modo confrontabili le forze in campo, e assicurandole una legittima difesa (non nucleare); l’Ucraina ha rinunciato nel 1994 alle armi nucleari di cui era zeppa dopo il crollo dell’Urss. Anche la Merkel, a cui da varie parti si è guardato come mediatrice, ha sposato l’idea di sostenere l’Ucraina contro i ‘nuovi barbari’.

La strada sarebbe quella di un cessate il fuoco immediato per iniziare una trattativa e poi addivenire a una conferenza di pace e sicurezza europea, qualcosa di analogo a Helsinki 1975, con garanzie per gli attori in campo, naturalmente a partire da Kiev e Mosca. Ma quanto sangue dovrà ancora essere versato per giungere a un esito oggi improbabile ma necessario? Il colpo preventivo che instaura un potere di guerra insindacabile e imprevedibile, non edifica alcun nuovo ordine mondiale accettabile, ma rischia di distruggerlo ulteriormente.

Secondo Sergej Karaganov questa operazione militare sarà usata per ristrutturare la società russa: diventerà più militante, spingendo fuori dall’élite gli elementi non patriottici Il colpo preventivo non edifica alcun nuovo ordine mondiale accettabile, ma rischia di distruggerlo ulteriormente.

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L’incontro diretto con le persone, con le loro sofferenze e attese

SAPER ASCOLTARE GLI UCRAINI: PRIMO PASSO PER FARE PACE

ANGELO MORETTI  – Avvenire 9 Luglio 2022

Caro direttore, in un film simbolo della tradizione popolare sovietica, ‘Matrimonio in Malinovka’, c’è una scena in cui gli ucraini rivedono la propria secolare sofferenza da oppressione: un anziano contadino toglie e mette il suo cappello, con il simbolo dell’Armata Rossa, pur di cercare di continuare ‘a campare’ senza essere disturbato dagli occupanti di turno, bolscevichi, briganti o cosacchi… I racconti che abbiamo ascoltato direttamente a Kiev ci ricordano molto quella scena: a febbraio 2014 gli abitanti dell’Est hanno saputo dal solo rumore dei mitra che i loro governanti locali ucraini erano stati deposti e che da quel momento coloro che comandavano erano quelli con la mimetica, che non avevano simboli di una nazione precisa.

Da quando, nel lontano novembre 1917, l’Ucraina ha provato a proclamare e vivere una sua indipendenza, non ha quasi mai avuto pace. Le sfere di tensione sono sempre state molteplici: con i bolscevichi, interessati all’annessione alle future Repubbliche sovietiche, e con gli imperi occidentali che premevano da ovest per occupare le zone più importanti. Proprio come oggi, poi, nell’economia globale ogni crisi ucraina significa ‘crisi del grano’ ed è per questo che la pace tra Est e Ovest, firmata il 3 marzo 1918 a Brest-Litovsk, venne chiamata «pace del pane», firmata sul corpo degli ucraini, che di lì a poco sarebbero stati di nuovo occupati dai sovietici. Fino al 1991.

Ancora oggi, il racconto mainstrean che si fa sull’Ucraina è totalmente dimentico delle ragioni profonde del popolo, il dibattito è fagocitato sulla discussione relativa alle ragioni e agli errori degli appetiti altrui. Ciò che ci sembra incredibile, dopo l’ascolto attivo praticato a Kiev dalla delegazione del Mean, è che non c’è evento più bistrattato in Europa proprio di ‘EuroMaidan’, letto ancora solo in funzione delle sfere di influenza coinvolte (Russia e Occidente). Maidan è stata la più grande manifestazione popolare pro-Europa degli ultimi decenni, mentre due anni dopo gli inglesi celebravano la Brexit. Le testimonianze di chi l’ha animata e vissuta compongono un racconto univoco, coerente con la resistenza di oggi: gli ucraini hanno lottato per essere riconosciuti come europei e per non tornare nella sfera di influenza russa.

Un racconto davvero popolare che ci è stato confermato in tutti i dialoghi intessuti: Janukovyc aveva fatto richiesta di «associazione alla Ue» e l’immediata reazione russa fu una convocazione del premier ucraino al Cremlino. Al ritorno da Mosca, novembre 2013, il premier comunicò ai suoi elettori che l’accordo di associazione non avrebbe avuto seguito «per gravi motivi di sicurezza nazionale». Tanti ucraini però non intendevano fare passi indietro e misero a ferro e fuoco la loro piazza principale, il cui nome completo è Piazza dell’Indipendenza, passata alla storia come «La Piazza» (Maidan, appunto). La rivolta finì con cento manifestanti uccisi dalla polizia e centinaia di feriti, ma soprattutto con la vittoria delle posizioni europeiste.

Come preannunciato da Janukovic, il conto della svolta arriva subito: si solleva una parte della popolazione russofona e gruppi di militari e paramilitari, russi, invadono l’Est. La Crimea viene presa da Mosca. Scatta, pronta, la reazione ucraina, anche qui in forma articolata: militare e paramilitare. E inizia la guerra che, nel 2022, diventa terribile con «l’operazione speciale» di Putin.

Chi dal lato dell’Europa chiede a ragione pace e dismissione delle armi, non può prescindere da questo ascolto: gli ucraini oggi sono un popolo unito che chiede ancora Europa. Per ‘sentirlo’ e capirlo bisogna attraversare quella piazza e pranzare all’’Ultima barricata’, il locale sotterraneo dove si conservano oggetti e gesta della ribellione europeista. Cosa c’è da fare dopo questo ascolto? Ribaltare il racconto: gli ucraini hanno la forza morale per diventare gli artefici della loro pace e non l’oggetto di essa, a difesa di interessi altrui. Mentre si cercano le strade per una tregua possibile, dobbiamo sostenere la società civile ucraina perché ottenga che questa volta non ci sia alcuna «pace del pane», a sue spese, ma gli stessi ucraini siano artefici della lavorazione del pane della pace, nella prospettiva di un’Ucraina libera ed europea.

Oggi questo popolo non vuole togliersi il berretto davanti al nuovo occupante, a noi tocca sostenerli con tutta la forza della diplomazia, non solo nel dialogo tra Stati, ma anche e soprattutto ‘dal basso’ con l’amicizia tra popoli.

Portavoce Mean

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Più che una guerra, questo è l’annichilimento terroristico di una nazione

ALFONSO BERARDINELLI  02 LUG 2022- Il Foglio

Putin non deve vincere in Ucraina e si deve raggiungere la pace: questo è chiaro a tutti. Ma nel nostro paese si nota una certa inerzia e vigliaccheria, perchè noi italiani ci siamo assuefatti all’impotenza politica 

La guerra scatenata da Putin e dalla Russia in Ucraina (oggi la maggioranza dei russi appoggia Putin) è una guerra che dura, che può durare a lungo. Più passa il tempo e più ne diventa chiara la gravità, l’importanza e la minaccia per il prossimo futuro della politica europea e mondiale. Anche i nostri leader più prudenti e timorosi sembrano aver accettato l’idea che Putin non può, non deve vincere, perché un tale evento farebbe precipitare il mondo in una catastrofe reale e simbolica, in un degrado morale intollerabile per la politica internazionale.

Se l’assurdità, l’insensatezza e la ferocia dell’arbitrio politico e bellico di un autocrate criminale e di una nazione che lo segue ottenessero di cancellare un’intera nazione, un popolo, una democrazia acerba e fragile eppure eroicamente determinata a difendersi e resistere; se questo accadesse, niente e nessuno sarebbe più al sicuro: nessun valore di libertà politica e civile, sulla società e popolazione, potrebbero più avere il minimo di garanzie di sopravvivenza.


Si continua a parlare di guerra, a usare la parola “guerra” per indicare quello che sta avvenendo. Ma si tratta di qualcosa di diverso e di molto peggiore. Nel suo editoriale sul Corriere della Sera, domenica scorsa, Ernesto Galli della Loggia ha richiamato l’attenzione su questo, avvertendo con energia che quella in Ucraina non è una guerra, è una programmatica azione di cancellazione metodica di una realtà nazionale. Si tratta di genocidio, di annichilimento terroristico. Putin non vuole semplicemente conquistare, sconfiggere e annettersi l’Ucraina, vuole distruggerla e annientarla come identità culturale e umana.

 Quell’articolo è un allarme che non può essere trascurato, mentre nei nostri dibattiti televisivi si dà ancora voce a degli insensibili, imbecilli dottorini che vogliono apparire equanimi quando equanimi non si può essere, e per “equilibrare” con le loro miserabili obiezioni un’indignazione contro la Russia di Putin che invece è ancora insufficiente, anzi in diminuzione. Non si vedono manifestazioni di studenti universitari, né di ultrasinistre anti impero e anti vaccino che denuncino la politica genocida russa.


Ci stiamo quasi abituando a quella guerra, e aiutare “ancora” gli ucraini in lotta ad alcuni comincia a sembrare eccessivo, una specie di scorretta partigianeria. La guerra minaccia infatti di durare più a lungo di quanto durino le nostre iniziali reazioni di scandalo e deplorazione. Diventiamo sempre più attenti agli effetti economici di quel conflitto sulla nostra tranquilla e pacifica vita quotidiana. Si stenta a vedere che, per quanto indirettamente, anche noi europei siamo in guerra, anche noi siamo stati aggrediti, offesi, sfidati, umiliati. 

Eppure si nota una certa e diffusa inerzia e insensibilità nel prendere atto che al di là e dentro quella guerra c’è al primo posto una pratica di sterminio che viene dal Novecento nazista e stalinista: “Si tratta di cose che con la guerra, con lo scontro tra i combattenti non c’entrano nulla. Si tratta di uccisioni per rappresaglia di civili ucraini inermi al di fuori di qualunque scontro militare. Si tratta”, continua Galli della Loggia, “della deportazione in Russia di migliaia e migliaia (c’è chi dice trecentomila!) bambini ucraini”.


Questa guerra non è che contenga dei singoli crimini di guerra compiuti dalle due parti in conflitto. E’ un crimine la guerra di Putin, la guerra russa nata in odio a un paese da distruggere. Il numero di aprile di “Una città” si apriva con una lunga intervista a Oxana Pachlovska, docente di Letteratura ucraina alla Sapienza di Roma, che ora si trova a Kyiv con la madre scrittrice e storica dissidente. Cito poche righe: “Questa furiosa devastazione del paese, le atrocità indicibili, la denigrazione totale della vita umana, nel disprezzo di qualsiasi regola e legge internazionale, significa che sul piano morale la Russia è catastroficamente degradata, per cui rappresenta un pericolo per tutto il mondo democratico”.

 C’è dietro a tutto questo un vecchio problema culturale russo: anche di fronte alle peggiori atrocità i russi continuano a sentirsi “i salvatori del mondo”.


Ma è difficile non pensare anche a noi italiani e a tutti coloro che continuano a parlare a vuoto di pace, quando la guerra non sta per iniziare ma è già iniziata da tempo e chi l’ha voluta non ha nessuna intenzione di interromperla “per trattare”. Putin non vuole trattare e continua a mentire su tutto, fin dall’inizio, equiparando Nato e nazismo, Ucraina e nazismo.

Da noi credo che si parli di pace soprattutto per sbrigarsela a buon mercato senza dire né pensare niente altro che l’impossibile pace, una nobilissima impossibilità. Chi ha deciso di combattere contro l’invasione russa “fino alla morte” perché non fa pensare al partigiano di Bella ciao “morto per la libertà”? Solo in nome di una inflessibile coerenza morale e religiosa, a costo della vita, si può parlare di pace a chi combatte per difendersi. In più numerosi casi si tratta piuttosto di pigrizia e vigliaccheria mentali.

Ma forse qualche parziale scusante o ragione c’è in questa pigrizia e vigliaccheria. Ci si indigna finché l’indignazione precede una azione efficace. Ma noi italiani ci siamo assuefatti, in casa nostra, all’impotenza politica. Da troppo tempo, qualunque scelta politica si faccia, niente di nuovo avviene nel nostro paese.

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Il patriarca Kirill è con Putin l’ideologo e il protagonista della “Guerra santa”contro l’Ucraina

KIRILL E LA GUERRA “PARALLELA”

Il patriarca a Kaliningrad torna a giustificare l’invasione oltre frontiera: «La Russia non ha fatto del male a nessuno» Il ramo ucraino della «sua» Chiesa ortodossa lo sta abbandonando: sono già 12mila le parrocchie che hanno detto no

FULVIO SCAGLIONE – Avvenire – 7 Luglio 2022

Kaliningrad, l’armatissima exclave russa compressa tra Polonia, Lituania e Mar Baltico, è nell’occhio del ciclone? Arriva il patriarca Kirill, accolto con tutti gli onori dal governatore Anton Alikhanov e dal comandante della Flotta del Baltico ammiraglio Viktor Liina. Difficile credere che la massima autorità della Chiesa ortodossa russa abbia affrontato il viaggio in un punto così “caldo” solo per consacrare la cattedrale dei Santi Cirillo e Metodio o rivedere la città della cui diocesi, a partire dal 1984 e fino all’elezione al patriarcato nel 2009, è stato amministratore. O per lasciar cadere un’altra delle frasi tipiche con cui ha punteggiato questi mesi drammatici: «Molti oggi si ribellano al nostro Paese ma sappiamo che il Paese non ha fatto del male a nessuno. L’alterità della Russia suscita gelosia, invidia e indignazione ma non possiamo cambiare ». Aggiungendo per buona misura che l’ostilità verso la Russia nasce «non perché siamo cattivi ma perché siamo diversi».

Nemmeno si deve pensare, però, a un mero pronto soccorso religioso verso le strategie del Cremlino. Della crisi profondissima che l’Europa attraversa, compresa l’invasione dell’Ucraina e la guerra, Kirill è protagonista, non comprimario. E per diverse ragioni. La prima è che la teoria del russkij mir, la fantomatica coerenza storica, culturale e spirituale che lega i popoli di Ucraina, Russia e Bielorussia e deve a tutti i costi essere difesa, cioè la teoria con cui Vladimir Putin giustifica le recenti decisioni, non è nata al Cremlino bensì in ambienti ecclesiali che proprio a Kirill possono essere ricondotti. Le riflessioni cominciarono a metà degli anni Novanta con lo Vse- mirnyj Russkij Narodny Sobor (Concilio mondiale popolare russo), al cui lanciò lavorò l’attuale patriarca, allora metropolita e responsabile delle Relazioni estere della sua Chiesa. Nel 2008, poi, uscì il documentario Il crollo dell’impero, centrato sull’idea di una Russia assediata dal male e da un Occidente privo di valori, e di una Mosca impegnata nel destino di «terza Roma». L’autore era Tikhon Shevkunov, spesso definito “il confessore” o “il padre spirituale di Putin”, oggi metropolita di Pskov e braccio destro dello stesso Kirill. Teorie vecchie di secoli, risuscitate e portate all’attenzione della politica dalla Chiesa kirilliana. La seconda è che il patriarca gioca, all’interno del mondo ortodosso, la stessa partita che Putin gioca nel russkij mir e con l’Occidente. Non una partita secondaria (il Cremlino decide e io l’appoggio) ma una uguale e parallela. Gli scossoni sono cominciati nel 2016, quando il patriarcato russo disertò il Concilio pan-ortodosso convocato dal patriarca ecumenico Bartolomeo, giudicato troppo sensibile al richiamo dell’ecumenismo e sospettato di voler fare il “Papa degli ortodossi”. Cosa insopportabile per un patriarcato che sente di rappresentare la più grande comunità del mondo ortodosso e pensa di essere centro e cuore di quel mondo. La frattura è arrivata nel 2018, quando lo stesso Bartolomeo ha concesso l’autocefalia alla Chiesa ortodossa dell’Ucraina, voluta in chiave nazionalista dal presidente ucraino Petro Poroshenko in un processo animato dietro le quinte dal ribelle metropolita Filaret di Kiev, 93 anni, nel 1990 candidato al patriarcato di Mosca ma sconfitto da Aleksii II, allora appoggiato proprio da Kirill.

Nella visione di Kirill, l’influenza dell’Occidente mandava in frantumi l’unità (e la «diversità», come detto all’inizio) di quel mondo ortodosso su cui pensa di esercitare la primazia. Non c’è da stupirsi, quindi, se la guerra di Putin è per lui quella del bene contro il male. Il patriarca, però, non può occupare territori o imporre il coprifuoco. Il ramo ucraino della “sua” Chiesa, già autonomo nell’amministrazione e nella nomina dei vescovi, lo sta abbandonando. Il metropolita Onufry non osa lo strappo finale ma le 12mila parrocchie (40% di tutte quelle del patriarcato di Mosca) se ne vanno, trascinate dai fedeli sconvolti dalla guerra. E altrettanto succede in Lituania, dove il metropolita Innokentyj, pure tra i primi a pronunciarsi contro l’invasione dell’Ucraina, ha perso ormai quasi tutti i 60 sacerdoti. Per non parlare della Chiesa ortodossa all’estero o delle parrocchie dell’Europa occidentale ch’erano rientrate nell’alveo del patriarcato nel 2004. E non v’è destino più paradossale per un religioso che, prima di diventare patriarca, nell’Europa occidentale era di casa e che ancora nel febbraio 2016 abbracciava il Papa all’Avana.

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CONCLUSIONE DELL’ANNO SACERDOTALE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù
Piazza San Pietro
Venerdì, 11 giugno 2010

Cari confratelli nel ministero sacerdotale,
Cari fratelli e sorelle,

l’Anno Sacerdotale che abbiamo celebrato, 150 anni dopo la morte del santo Curato d’Ars, modello del ministero sacerdotale nel nostro mondo, volge al termine. Dal Curato d’Ars ci siamo lasciati guidare, per comprendere nuovamente la grandezza e la bellezza del ministero sacerdotale. Il sacerdote non è semplicemente il detentore di un ufficio, come quelli di cui ogni società ha bisogno affinché in essa possano essere adempiute certe funzioni. Egli invece fa qualcosa che nessun essere umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo la parola dell’assoluzione dai nostri peccati e cambia così, a partire da Dio, la situazione della nostra vita. Pronuncia sulle offerte del pane e del vino le parole di ringraziamento di Cristo che sono parole di transustanziazione – parole che rendono presente Lui stesso, il Risorto, il suo Corpo e suo Sangue, e trasformano così gli elementi del mondo: parole che spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a Lui. Il sacerdozio è quindi non semplicemente «ufficio», ma sacramento: Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore. Questa audacia di Dio, che ad esseri umani affida se stesso; che, pur conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua – questa audacia di Dio è la cosa veramente grande che si nasconde nella parola «sacerdozio». Che Dio ci ritenga capaci di questo; che Egli in tal modo chiami uomini al suo servizio e così dal di dentro si leghi ad essi: è ciò che in quest’anno volevamo nuovamente considerare e comprendere. Volevamo risvegliare la gioia che Dio ci sia così vicino, e la gratitudine per il fatto che Egli si affidi alla nostra debolezza; che Egli ci conduca e ci sostenga giorno per giorno. Volevamo così anche mostrare nuovamente ai giovani che questa vocazione, questa comunione di servizio per Dio e con Dio, esiste – anzi, che Dio è in attesa del nostro «sì». Insieme alla Chiesa volevamo nuovamente far notare che questa vocazione la dobbiamo chiedere a Dio. Chiediamo operai per la messe di Dio, e questa richiesta a Dio è, al tempo stesso, un bussare di Dio al cuore di giovani che si ritengono capaci di ciò di cui Dio li ritiene capaci. Era da aspettarsi che al «nemico» questo nuovo brillare del sacerdozio non sarebbe piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in fin dei conti Dio fosse spinto fuori dal mondo. E così è successo che, proprio in questo anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, siano venuti alla luce i peccati di sacerdoti – soprattutto l’abuso nei confronti dei piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a vantaggio dell’uomo viene volto nel suo contrario. Anche noi chiediamo insistentemente perdono a Dio ed alle persone coinvolte, mentre intendiamo promettere di voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa succedere mai più; promettere che nell’ammissione al ministero sacerdotale e nella formazione durante il cammino di preparazione ad esso faremo tutto ciò che possiamo per vagliare l’autenticità della vocazione e che vogliamo ancora di più accompagnare i sacerdoti nel loro cammino, affinché il Signore li protegga e li custodisca in situazioni penose e nei pericoli della vita. Se l’Anno Sacerdotale avesse dovuto essere una glorificazione della nostra personale prestazione umana, sarebbe stato distrutto da queste vicende. Ma si trattava per noi proprio del contrario: il diventare grati per il dono di Dio, dono che si nasconde “in vasi di creta” e che sempre di nuovo, attraverso tutta la debolezza umana, rende concreto in questo mondo il suo amore. Così consideriamo quanto è avvenuto quale compito di purificazione, un compito che ci accompagna verso il futuro e che, tanto più, ci fa riconoscere ed amare il grande dono di Dio. In questo modo, il dono diventa l’impegno di rispondere al coraggio e all’umiltà di Dio con il nostro coraggio e la nostra umiltà. La parola di Cristo, che abbiamo cantato come canto d’ingresso nella liturgia, può dirci in questa ora che cosa significhi diventare ed essere sacerdoti: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29).

Celebriamo la festa del Sacro Cuore di Gesù e gettiamo con la liturgia, per così dire, uno sguardo dentro il cuore di Gesù, che nella morte fu aperto dalla lancia del soldato romano. Sì, il suo cuore è aperto per noi e davanti a noi – e con ciò ci è aperto il cuore di Dio stesso. La liturgia interpreta per noi il linguaggio del cuore di Gesù, che parla soprattutto di Dio quale pastore degli uomini, e in questo modo ci manifesta il sacerdozio di Gesù, che è radicato nell’intimo del suo cuore; così ci indica il perenne fondamento, come pure il valido criterio, di ogni ministero sacerdotale, che deve sempre essere ancorato al cuore di Gesù ed essere vissuto a partire da esso. Vorrei oggi meditare soprattutto sui testi con i quali la Chiesa orante risponde alla Parola di Dio presentata nelle letture. In quei canti parola e risposta si compenetrano. Da una parte, essi stessi sono tratti dalla Parola di Dio, ma, dall’altra, sono al contempo già la risposta dell’uomo a tale Parola, risposta in cui la Parola stessa si comunica ed entra nella nostra vita. Il più importante di quei testi nell’odierna liturgia è il Salmo 23 (22) – “Il Signore è il mio pastore” –, nel quale l’Israele orante ha accolto l’autorivelazione di Dio come pastore, e ne ha fatto l’orientamento per la propria vita. “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”: in questo primo versetto si esprimono gioia e gratitudine per il fatto che Dio è presente e si occupa di noi. La lettura tratta dal Libro di Ezechiele comincia con lo stesso tema: “Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura” (Ez 34,11). Dio si prende personalmente cura di me, di noi, dell’umanità. Non sono lasciato solo, smarrito nell’universo ed in una società davanti a cui si rimane sempre più disorientati. Egli si prende cura di me. Non è un Dio lontano, per il quale la mia vita conterebbe troppo poco. Le religioni del mondo, per quanto possiamo vedere, hanno sempre saputo che, in ultima analisi, c’è un Dio solo. Ma tale Dio era lontano. Apparentemente Egli abbandonava il mondo ad altre potenze e forze, ad altre divinità. Con queste bisognava trovare un accordo. Il Dio unico era buono, ma tuttavia lontano. Non costituiva un pericolo, ma neppure offriva un aiuto. Così non era necessario occuparsi di Lui. Egli non dominava. Stranamente, questo pensiero è riemerso nell’Illuminismo. Si comprendeva ancora che il mondo presuppone un Creatore. Questo Dio, però, aveva costruito il mondo e poi si era evidentemente ritirato da esso. Ora il mondo aveva un suo insieme di leggi secondo cui si sviluppava e in cui Dio non interveniva, non poteva intervenire. Dio era solo un’origine remota. Molti forse non desideravano neppure che Dio si prendesse cura di loro. Non volevano essere disturbati da Dio. Ma laddove la premura e l’amore di Dio vengono percepiti come disturbo, lì l’essere umano è stravolto. È bello e consolante sapere che c’è una persona che mi vuol bene e si prende cura di me. Ma è molto più decisivo che esista quel Dio che mi conosce, mi ama e si preoccupa di me. “Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me” (Gv 10,14), dice la Chiesa prima del Vangelo con una parola del Signore. Dio mi conosce, si preoccupa di me. Questo pensiero dovrebbe renderci veramente gioiosi. Lasciamo che esso penetri profondamente nel nostro intimo. Allora comprendiamo anche che cosa significhi: Dio vuole che noi come sacerdoti, in un piccolo punto della storia, condividiamo le sue preoccupazioni per gli uomini. Come sacerdoti, vogliamo essere persone che, in comunione con la sua premura per gli uomini, ci prendiamo cura di loro, rendiamo a loro sperimentabile nel concreto questa premura di Dio. E, riguardo all’ambito a lui affidato, il sacerdote, insieme col Signore, dovrebbe poter dire: “Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. “Conoscere”, nel significato della Sacra Scrittura, non è mai soltanto un sapere esteriore così come si conosce il numero telefonico di una persona. “Conoscere” significa essere interiormente vicino all’altro. Volergli bene. Noi dovremmo cercare di “conoscere” gli uomini da parte di Dio e in vista di Dio; dovremmo cercare di camminare con loro sulla via dell’amicizia di Dio.

Ritorniamo al nostro Salmo. Lì si dice: “Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (23 [22], 3s). Il pastore indica la strada giusta a coloro che gli sono affidati. Egli precede e li guida. Diciamolo in maniera diversa: il Signore ci mostra come si realizza in modo giusto l’essere uomini. Egli ci insegna l’arte di essere persona. Che cosa devo fare per non precipitare, per non sperperare la mia vita nella mancanza di senso? È, appunto, questa la domanda che ogni uomo deve porsi e che vale in ogni periodo della vita. E quanto buio esiste intorno a tale domanda nel nostro tempo! Sempre di nuovo ci viene in mente la parola di Gesù, il quale aveva compassione per gli uomini, perché erano come pecore senza pastore. Signore, abbi pietà anche di noi! Indicaci la strada! Dal Vangelo sappiamo questo: Egli stesso è la via. Vivere con Cristo, seguire Lui – questo significa trovare la via giusta, affinché la nostra vita acquisti senso ed affinché un giorno possiamo dire: “Sì, vivere è stata una cosa buona”. Il popolo d’Israele era ed è grato a Dio, perché Egli nei Comandamenti ha indicato la via della vita. Il grande Salmo 119 (118) è un’unica espressione di gioia per questo fatto: noi non brancoliamo nel buio. Dio ci ha mostrato qual è la via, come possiamo camminare nel modo giusto. Ciò che i Comandamenti dicono è stato sintetizzato nella vita di Gesù ed è divenuto un modello vivo. Così capiamo che queste direttive di Dio non sono catene, ma sono la via che Egli ci indica. Possiamo essere lieti per esse e gioire perché in Cristo stanno davanti a noi come realtà vissuta. Egli stesso ci ha resi lieti. Nel camminare insieme con Cristo facciamo l’esperienza della gioia della Rivelazione, e come sacerdoti dobbiamo comunicare alla gente la gioia per il fatto che ci è stata indicata la via giusta della vita.

C’è poi la parola concernente la “valle oscura” attraverso la quale il Signore guida l’uomo. La via di ciascuno di noi ci condurrà un giorno nella valle oscura della morte in cui nessuno può accompagnarci. Ed Egli sarà lì. Cristo stesso è disceso nella notte oscura della morte. Anche lì Egli non ci abbandona. Anche lì ci guida. “Se scendo negli inferi, eccoti”, dice il Salmo 139 (138). Sì, tu sei presente anche nell’ultimo travaglio, e così il nostro Salmo responsoriale può dire: pure lì, nella valle oscura, non temo alcun male. Parlando della valle oscura possiamo, però, pensare anche alle valli oscure della tentazione, dello scoraggiamento, della prova, che ogni persona umana deve attraversare. Anche in queste valli tenebrose della vita Egli è là. Sì, Signore, nelle oscurità della tentazione, nelle ore dell’oscuramento in cui tutte le luci sembrano spegnersi, mostrami che tu sei là. Aiuta noi sacerdoti, affinché possiamo essere accanto alle persone a noi affidate in tali notti oscure. Affinché possiamo mostrare loro la tua luce.

“Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”: il pastore ha bisogno del bastone contro le bestie selvatiche che vogliono irrompere tra il gregge; contro i briganti che cercano il loro bottino. Accanto al bastone c’è il vincastro che dona sostegno ed aiuta ad attraversare passaggi difficili. Ambedue le cose rientrano anche nel ministero della Chiesa, nel ministero del sacerdote. Anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo strappare via. Al tempo stesso, però, il bastone deve sempre di nuovo diventare il vincastro del pastore – vincastro che aiuti gli uomini a poter camminare su sentieri difficili e a seguire il Signore.

Alla fine del Salmo si parla della mensa preparata, dell’olio con cui viene unto il capo, del calice traboccante, del poter abitare presso il Signore. Nel Salmo questo esprime innanzitutto la prospettiva della gioia per la festa di essere con Dio nel tempio, di essere ospitati e serviti da Lui stesso, di poter abitare presso di Lui. Per noi che preghiamo questo Salmo con Cristo e col suo Corpo che è la Chiesa, questa prospettiva di speranza ha acquistato un’ampiezza ed una profondità ancora più grandi. Vediamo in queste parole, per così dire, un’anticipazione profetica del mistero dell’Eucaristia in cui Dio stesso ci ospita offrendo se stesso a noi come cibo – come quel pane e quel vino squisito che, soli, possono costituire l’ultima risposta all’intima fame e sete dell’uomo. Come non essere lieti di poter ogni giorno essere ospiti alla mensa stessa di Dio, di abitare presso di Lui? Come non essere lieti del fatto che Egli ci ha comandato: “Fate questo in memoria di me”? Lieti perché Egli ci ha dato di preparare la mensa di Dio per gli uomini, di dare loro il suo Corpo e il suo Sangue, di offrire loro il dono prezioso della sua stessa presenza. Sì, possiamo con tutto il cuore pregare insieme le parole del Salmo: “Bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita” (23 [22], 6).

Alla fine gettiamo ancora brevemente uno sguardo sui due canti alla comunione propostici oggi dalla Chiesa nella sua liturgia. C’è anzitutto la parola con cui san Giovanni conclude il racconto della crocifissione di Gesù: “Un soldato gli trafisse il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua” (Gv 19,34). Il cuore di Gesù viene trafitto dalla lancia. Esso viene aperto, e diventa una sorgente: l’acqua e il sangue che ne escono rimandano ai due Sacramenti fondamentali dei quali la Chiesa vive: il Battesimo e l’Eucaristia. Dal costato squarciato del Signore, dal suo cuore aperto scaturisce la sorgente viva che scorre attraverso i secoli e fa la Chiesa. Il cuore aperto è fonte di un nuovo fiume di vita; in questo contesto, Giovanni certamente ha pensato anche alla profezia di Ezechiele che vede sgorgare dal nuovo tempio un fiume che dona fecondità e vita (Ez 47): Gesù stesso è il tempio nuovo, e il suo cuore aperto è la sorgente dalla quale esce un fiume di vita nuova, che si comunica a noi nel Battesimo e nell’Eucaristia.

La liturgia della Solennità del Sacro Cuore di Gesù prevede, però, come canto di comunione anche un’altra parola, affine a questa, tratta dal Vangelo di Giovanni: Chi ha sete, venga a me. Beva chi crede in me. La Scrittura dice: “Sgorgheranno da lui fiumi d’acqua viva” (cfr Gv 7,37s). Nella fede beviamo, per così dire, dall’acqua viva della Parola di Dio. Così il credente diventa egli stesso una sorgente, dona alla terra assetata della storia acqua viva. Lo vediamo nei santi. Lo vediamo in Maria che, quale grande donna di fede e di amore, è diventata lungo i secoli sorgente di fede, amore e vita. Ogni cristiano e ogni sacerdote dovrebbero, a partire da Cristo, diventare sorgente che comunica vita agli altri. Noi dovremmo donare acqua della vita ad un mondo assetato. Signore, noi ti ringraziamo perché hai aperto il tuo cuore per noi; perché nella tua morte e nella tua risurrezione sei diventato fonte di vita. Fa’ che siamo persone viventi, viventi dalla tua fonte, e donaci di poter essere anche noi fonti, in grado di donare a questo nostro tempo acqua della vita. Ti ringraziamo per la grazia del ministero sacerdotale. Signore, benedici noi e benedici tutti gli uomini di questo tempo che sono assetati e in ricerca. Amen.

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A PESTE  FAME  ET  BELLO LIBERA NOS DOMINE

Non si perché mi tornano in mente immagina della  mia infanzia quando nei nostri paesi vigeva la tradizione delle rogazioni del 25 aprile. Presto al mattino partendo dalla chiesa, a cui accorrevano i fedeli di una manciata di paesini sparsi sul versante montano, con il prete in testa si percorrevano i sentieri tra prati e campi raggiungendo le varie frazioni. Anche col ben tempo l’erba era madida di rugiada e mia madre mi raccomandava di seguire le orme degli altri per non bagnarmi i piedi. «Non prenderti un malanno», mi raccomandava, ma, tant’è, ero comunque bagnato fino alle ginocchia. Ed i versanti del monte riecheggiavano delle preghiere e dei canti.

«A peste, fame et bello», risuonava il grido accorato del parroco, cui rispondeva la fila indiana dei fedeli: «Libera nos Domine!». E poi la cantilena infinita del richiamo dei Santi chiamati a dare uno sguardo benevolo alle povere valli beneciane. «Orate pro nobis!». La natura, i prati, i campicelli, gli orti, i boschi, i torrenti, i fienili e le mede divenivano il tempio su cui si implorava benedizione e protezione. Era bella quella tradizione. D’altronde, tranne che per noi ragazzi nati dopo la guerra, i fedeli avevano ancora nelle orecchie l’eco dei cannoni, il frastuono dei bombardamenti, le ferite corporali e morali del grande macello, i lutti e gli stenti. Ora ascolto le notizie radiofoniche, televisive, leggo giornali, consulto i social e mi rammarico nel constatare dopo tanti decenni di tempo trascorso, come l’umanità abbia un rinnovato bisogno di innalzare suppliche, canti, preghiere e magari riflettere più seriamente sul proprio percorso storico, sull’incapacità di gestire razionalmente il proprio futuro. «A peste, fame et bello… libera nos Domine! », perché da soli, senza un richiamo al senso del messaggio evangelico al bene comune pare non ci sia prospettiva. Perché peste o Aids, Ebola o Sars, Coronavirus pandemico, sono richiami quanto mai evidenti alla ragione e anche alle responsabilità di ognuno, a iniziare dai più in alto nella gerarchia del potere.

Oggi, quando l’uomo ha raggiunto vette impensabili nelle scienze e nelle tecnologie, ha sviscerato i segreti del genoma, si spinge sempre più nella conquista spaziale… nella propria presunzione è convinto di poter superare, manipolare e dominare il creato a piacimento. Ma sono proprio i ricorsi come quello attuale a dimostrare la sua debolezza. Il creato, vivente in quanto fonte di vita, si inventa i suoi modi per avvertire l’incosciente parassita umano che ne ha abbastanza della sua imprevidenza; mostra a chi si professa «re» del creato che il suo scettro è di legno tarlato.

Se penso a come era il nostro mondo in quei miei anni giovanili, quello che allora più mi preoccupava era la fame, più che la peste o la guerra; l’indigenza più che la malattia, ma avevo speranza. Non conoscevo le meraviglie della ricerca biologica, la potenza di calcolo dei computer… Non c’era neppure un telefono in paese, altro che tv, computer e cellulari; ma non c’erano neppure immense isole di plastica nei mari e negli oceani; le stagioni erano regolari e le previsioni meteorologiche, sebbene si basassero su osservazioni empiriche e si esprimessero in detti e proverbi, ci azzeccavano, perché non ancora condizionate dalle bizzarrie umane. I valori morali tradizionali, per quel tanto che la religione cattolica vi potesse influire, davano il senso del bene e del male, del lecito e dell’illecito; oggi a regolare i valori della vita è l’economia, il denaro. E di fronte alla paura di una catastrofe pandemica si fanno i conti dei costi economici che il coronavirus comporta, del rischio che corre il benessere della società cosiddetta evoluta.

E corre, sale, si diffonde più veloce e pandemica la paura, che si aggiunge a quella creata dalla politica, con la coscienza che anche il mondo del benessere sta sul filo del rasoio. E diventa paura di avvicinarsi al prossimo, di toccarlo, di stringergli la mano, di respirare la stessa aria, di toccare qualsiasi oggetto che possa esser stato sfiorato da uno sconosciuto o semplicemente da chiunque, perché ogni mano, ogni respiro può essere virale. Lo stesso famigliare diventa un pericolo, ed il mondo spicciolo che ci circonda e che ci viene incontro ad ogni passo un trabocchetto.

Magari proprio oggi fa comunque effetto l’orientamento dell’uomo a ricercare soluzioni trascendentali, constatando, in casi come quello odierno, la limitatezza delle proprie risorse. Qualcuno penserà, come in tempi antichi che – come le bibliche piaghe d’Egitto, o Sodoma e Gomorra –, le disgrazie umane siano castighi di Dio. Ma ben poco centra il castigo di Dio in queste traversie, men che meno in quelle odierne. Gesù Cristo ha dato la sua rivoluzionaria ricetta all’uomo di duemila anni fa, come a quello di oggi, perché facesse della terra un pianeta di pace, di corresponsabilità e condivisione, e oggi lo stesso richiamo parte e riecheggia dal suo rappresentante, il papa, che grida e richiama tutti alla responsabilità di salvare «la casa comune».

A non ascoltarlo, sempre più la Terra farà di tutto per scrollarsi di dosso il proprio parassita, il quale, come una immensa formazione neoplastica nella sua espansione mondiale, prefigura la soluzione finale. La Terra, ritornata padrona e maestra, avrà sempre le proprie risorse, mentre parte della razza umana, quella che si sente più evoluta, rischia la propria sopravvivenza nel suo allegro e spensierato bengodi. Sono tanti gli avvisi che arrivano, ma, come dicevano i latini, «quem Juppiter vult dementat prius», a quelli che vuole rovinare Giove toglie prima la ragione.

Riccardo Ruttar

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Francesco: cosa faccio per il popolo ucraino? Ognuno si risponda

La NATO avverte: tempi lunghi per la guerra in Ucraina

Nel dopo Angelus, il Papa sollecita ogni persona a interrogarsi su quanto sia vicina o meno a comprendere ed essere solidale con un popolo martoriato” che sta soffrendo

La NATO avverte: tempi lunghi per la guerra in Ucraina

Alessandro De Carolis – Città del Vaticano

L’appello, ennesimo, arriva quasi in sordina, dopo i saluti ai gruppi in Piazza che di norma chiudono l’Angelus. Ma la portata è universale, una sorta di chiamata a raccolta che coinvolge chi è in ascolto ben al di là del perimetro delle colonne berniniane.

Non dimentichiamo

Il Papa ha appeno finito di citare l’ultimo dei gruppi che ha in elenco cui indirizzare un saluto particolare, un’Associazione ciclistica di Sesto San Giovanni, quando aggiunge subito:

E non dimentichiamo il martoriato popolo ucraino in questo momento, popolo che sta soffrendo. Io vorrei che rimanga in tutti voi una domanda: cosa faccio io oggi per il popolo ucraino?

Domande per la solidarietà

La domanda non resta isolata. Una manciata di secondi e se ne aggiungono altre quattro – l’ultima che si riaggancia alla prima – il tracciato si potrebbe dire di un esame di coscienza mondiale, che non sollecita come in altre occasioni i leader che hanno in mano i destini del pianeta ma le singole persone, a sottolineare che di fronte a una simile tragedia, alla sofferenza di un “popolo martoriato”, non esiste una prima e una seconda linea d’azione, ma una responsabilità umana collettiva che non distingue tra governanti e governati e che si rivolge intanto a chi ha fede e da questa fa discendere un impulso alla solidarietà:

Prego? Mi do da fare? Cerco di capire? Cosa faccio io oggi per il popolo ucraino? Ognuno si risponda nel proprio cuore.

L’Angelus si chiude poi come sempre, con gli auguri domenicali di Francesco, tra le colonne che si svuotano ma dove resta l’eco di quelle domande.

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