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La notte di Pietro

 La notte di Pietro  QUO-081

L’Osservatore Romano 06 aprile 2023

Il Giovedì santo è affollato di personaggi che circondano Gesù. Tra costoro spicca indubbiamente Pietro, come era accaduto in altre tappe della vita pubblica di Cristo. Questa volta, però, la sua è una giornata cupa, è il momento della crisi, dell’oscurità non solo esteriore con le tenebre notturne che incombono nel crepuscolo del Giovedì santo, ma anche del buio interiore della sua coscienza attraverso la debolezza del tradimento. Ricostruire quelle ore è piuttosto complesso perché le relazioni dei quattro Vangeli si sviluppano secondo percorsi diversi con ramificazioni che comprendono eventi specifici in ciascuna narrazione.

È ovvio che la nostra potrà essere solo un’evocazione essenziale: se si volesse adottare un rigoroso canone esegetico e storico-critico, dovremmo seguire, ad esempio, quanto ha fatto uno dei maggiori neotestamentaristi del ’900, l’americano Raymond E. Brown (1928-1998), col suo monumentale commentario ai racconti della Passione, La morte del Messia, un’opera che nella versione italiana del 1999 (l’originale era del 1994) assomma ben 1815 pagine! Certo, l’ambito che noi ora dobbiamo ritagliare è più ristretto e ha il suo avvio quando «venuta la sera, Gesù si mise a tavola con i Dodici» per celebrare la cena pasquale che sarà da lui segnata in chiave eucaristica.

È qui che entra in scena, a tutto tondo, Pietro, paradossalmente in parallelo con Giuda. Infatti tutti gli evangelisti sono concordi, sia pure in forme diverse, a introdurre — accanto all’esplicito annuncio del tradimento di Giuda (formidabile è il gelido dialogo narrato da Matteo 26,25: Giuda, il traditore «disse: Rabbì, sono forse io? Gli rispose: Tu l’hai detto») — la predizione del rinnegamento di Pietro. Esso per Luca e Giovanni è annunciato da Gesù durante l’ultima cena, mentre per Marco e Matteo è esplicitato «dopo aver cantato l’inno», ossia i Salmi cosiddetti dell’Hallel (la lode innica) del rito pasquale, dal 113 al 118 del Salterio e dopo essere usciti dal Cenacolo per avviarsi tutti insieme verso il Getsemani, ai piedi del monte degli Ulivi.

In quei momenti Gesù, ricorrendo a una citazione del profeta Zaccaria («Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge» 13,7), dipinge l’«inciampo», in greco skándalon, nel quale cadranno i discepoli in quella notte tragica. La replica di Pietro è enfatica: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai!». Solenne e lapidaria è la controreplica di Cristo: «In verità, io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti [curiosamente Marco parla di un canto per due volte], tu mi rinnegherai tre volte». Ancor più enfatica fino al parossismo è l’ulteriore reazione dell’apostolo: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò!» (si legga l’intero brano di Matteo 26,30-35).

Con quella sinistra predizione di Gesù il gruppo raggiunge il podere del Getsemani (in ebraico e aramaico «frantoio»). I discepoli si siedono per terra sotto gli ulivi, mentre Cristo va oltre in uno spazio più riservato, facendosi accompagnare da Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre apostoli testimoni esclusivi di altri eventi importanti. Ma la scena a questo punto si divarica ed è potentemente rappresentata da una tela del Mantegna (1460) custodita nel museo di Tours: in basso domina la pesante corporeità assonnata dei tre apostoli; in contrasto ecco nel registro superiore la remota e sospesa figura di Gesù su una rupe, solo nell’orazione e col viso rivolto a Dio. Da lassù egli scenderà per interpellare proprio Pietro scuotendolo: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora?» (Marco 14,37). Il pensiero corre al celebre commento dei Pensieri di Pascal: «Gesù sarà in agonia sino alla fine del mondo, non bisogna dormire fino a quel momento» (n. 553).

Introduciamo ora una sorta di flashback, ritornando nella sala del Cenacolo poche ore prima, ricorrendo al racconto del quarto Vangelo. Là, secondo Giovanni, Pietro era stato protagonista di un altro atto, la lavanda dei piedi, un segno che viene reiterato ancor oggi nella liturgia della Messa «in coena Domini». Nota è la reazione, sempre impulsiva dell’apostolo. Dopo aver iniziato a lavare i piedi ai discepoli, un gesto servile umiliante e proibito a un ebreo, Gesù «venne da Simon Pietro e questi gli disse: Signore, tu lavi i piedi a me?. Rispose Gesù: Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo.  Gli disse Pietro: Tu non mi laverai i piedi in eterno! Gli rispose Gesù: Se non ti laverò, non avrai parte con me.  Gli disse Simon Pietro: Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!» (Giovanni 13,6-9).

Ritorniamo tra gli ulivi del Getsemani, seguendo ancora il racconto giovanneo, che ha un parallelo nei Vangeli Sinottici, ciascuno però con annotazioni originali che l’esegesi cerca di isolare. La sostanza dell’evento che riguarda Pietro è, comunque, netta e riconferma la focosità dell’apostolo. Nella concitazione dell’arresto di Gesù, egli sfodera una spada (si ricordi l’equivoco delle «due spade» presentate a Gesù dai Dodici durante l’ultima cena, secondo Luca 22,38), e assesta un fendente che mozza l’orecchio destro del «servo del sommo sacerdote» di nome Malco. È Giovanni a darci questo nome e a segnalare la forte contestazione di Gesù: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?» (18,11). Altrettanto potente è quella, diventata quasi un proverbio contro ogni violenza, riferita da Matteo: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che impugnano la spada, di spada periranno» (26,52).

Tanti altri sono i particolari di intenso impatto teologico che costituiscono la filigrana di questa scena che nell’immaginario di tutti è incisa con l’emozionante raffigurazione del bacio di Giuda dipinto da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Noi ora dobbiamo invece seguire Pietro che, dopo il suo gesto “eroico”, si dà alla fuga con gli altri discepoli. Ma con un rigurgito di preoccupazione e curiosità «segue da lontano» il suo Maestro, «fino al palazzo del sommo sacerdote», ove Gesù era stato trasferito dopo l’arresto per essere deferito presso il tribunale del Sinedrio. L’apostolo era entrato nel palazzo e «si era seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire» (26,58). Ed è proprio là, nel cortile della residenza del sommo sacerdote, che si consuma l’atto estremo del suo tradimento, il momento più tenebroso di quella notte non solo temporale.

Per Gesù era iniziato, invece, un calvario giudiziario presso l’autorità giudaica e poi nel tribunale romano, una vicenda che anticipava l’ascesa al Calvario vero e proprio, il colle della crocifissione. In quelle ore e nelle successive la sua autentica umanità si sarebbe rivelata attraverso tutte le sofferenze tipiche della persona umana: la paura della morte nell’orazione al Getsemani, le accuse e il rigetto del suo popolo, il tradimento degli amici, la tortura fisica e la solitudine umana e spirituale con l’assenza del Padre, fino a una brutta morte per asfissia in croce. All’interno di questo orizzonte oscuro si colloca appunto anche il triplice rinnegamento di Pietro durante quell’assise giudiziaria che, come scriveva lo studioso inglese Samuel G.F. Brandon nel suo Processo a Gesù, sarà «la più importante dell’umanità, conosciuta da un numero incalcolabile di persone», capace di far impallidire gli altri celebri processi storici a Socrate, Giovanna d’Arco o Galileo.

Nel cortile esterno del palazzo di Caifa, davanti a una fiamma che riscalda i convenuti dal freddo delle notti primaverili, si consuma il cosciente rifiuto di Pietro nei confronti di Cristo. I racconti evangelici registrano variazioni nei dettagli: curioso è quello di Giovanni che introduce «un altro discepolo noto al sommo sacerdote che entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote, mentre Pietro s’era fermato fuori, vicino alla porta. Quel discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro» (18,15-16). Per la maggioranza degli esegeti questo personaggio sarebbe proprio «il discepolo amato» che entra in scena soltanto nel racconto della Passione e che forse è uno pseudonimo dell’apostolo Giovanni o dello stesso autore e redattore finale del quarto Vangelo.

Come è risaputo, triplice è la negazione di Pietro nei confronti di Gesù variamente espressa ma costruita in un crescendo che ha il suo apice nella terza quando l’apostolo si abbandona a un empito di imprecazioni e di giuramenti, ribadendo sempre la stessa proclamazione quasi isterica: «Non conosco quest’uomo!». Una sola nota curiosa. Marco introduce un primo canto del gallo, già alla prima negazione con una successiva strana uscita di Pietro dal cortile, forse segno di un’autentica narrazione preesistente ai Vangeli che supponeva un’unica negazione dell’apostolo (Marco 14,68). Sta di fatto che è indiscutibile la storicità di quell’evento notturno. Proprio perché esso è indegno di colui che sarà poi la «pietra» di fondazione della Chiesa, non sarebbe stato passibile di “invenzione” da parte della comunità delle origini.

Tuttavia, alla fine il sipario non cala sul tradimento. «Subito dopo il canto del gallo, Pietro si ricordò della parola di Gesù che aveva detto: Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte. E uscito fuori, pianse amaramente» (Matteo 26,74-75). È solo in questa occasione che in tutto il Nuovo Testamento ricorre l’avverbio greco pikrôs, «amaramente», a indicare l’intensità di un pentimento che lava la colpa. Idealmente si può stabilire un ponte con la scena che si svolgerà successivamente sul lago di Tiberiade quando per tre volte con grande passione Pietro ribadirà il suo amore per Cristo risorto che gli affiderà di nuovo il ministero di pastore della Chiesa (Giovanni 21,15-17).

La notte dell’apostolo non è, quindi, un baratro, come nel caso di Giuda. Le lacrime della conversione fanno sorgere una nuova alba per Pietro, parallela ma più grandiosa di quella che era sorta anni prima sul litorale del lago di Galilea quando Gesù l’aveva convocato e cooptato tra i primi suoi discepoli (Matteo 4,18-22). Pentito e purificato, potrà diventare d’ora innanzi il rappresentante visibile del Risorto, pietra di fondazione e guida della sua Chiesa.

di Gianfranco Ravasi

IL RITO DELLA CONFESSIONE

1. Dopo esserti preparato con la preghiera e aver fatto l’esame di coscienza, ti presenti per fare la tua confessione. Il sacerdote ti accoglie invitandoti a fare il segno della croce:

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Rispondi: Amen.

2. Il sacerdote ti esorta ad esporre con retta coscienza i tuoi peccati confidando nell’infinita misericordia di Dio:

Il Signore che illumina con la fede i nostri cuori, ti dia una vera conoscenza dei tuoi peccati e della sua misericordia.

Rispondi: Amen.

3. Incominci la tua confessione dicendo da quanto tempo non ti confessi e esponendo con semplicità, chiarezza, umiltà e brevità tutti i peccati mortali dall’ultima confessione e almeno alcuni peccati veniali.

4. Il sacerdote ti può rivolgere alcune domande e darti dei consigli adatti. Anche tu puoi chiedere dei suggerimenti per il tuo cammino spirituale o spiegazioni su alcune problematiche che non ti sono chiare.

5. Il Sacerdote ti esorta a recitare una preghiera che esprima il tuo pentimento. Potrai recitare una di queste preghiere:    

Mio Dio, mi pento e mi dolgo

con tutto il cuore dei miei peccati,

perché peccando ho meritato i tuoi castighi,

e molto più perché ho offeso te,

infinitamente buono

e degno di essere amato sopra ogni cosa.

Propongo col tuo santo aiuto

di non offenderti mai più

e di fuggire le occasioni prossime di peccato.

Signore, misericordia, perdonami.

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

O Gesù di amore acceso

non ti avessi mai offeso,

o mio caro e buon Gesù

con la tua santa grazia

non ti voglio offendere più

né mai più disgustarti,

perché ti ama sopra ogni cosa.

Gesù mio, misericordia.

6. Il Sacerdote, dopo averti proposto la penitenza, ti dà l’assoluzione con queste parole:

Dio, Padre di misericordia,

che ha riconciliato a sé il mondo

nella morte e risurrezione del suo Figlio,

e ha effuso lo Spirito Santo

per la remissione dei peccati,

ti conceda, mediante il ministero della Chiesa,

il perdono e la pace.

E io ti assolvo dai tuoi peccati

Nel nome del Padre e del Figlio

E dello Spirito Santo.

Rispondi. Amen

AIUTI PER L’ESAME DI COSCIENZA

I dieci comandamenti

Io sono il Signore Dio tuo:

  1. Non avrai altro Dio fuori di me
  2. Non nominare il nome di Dio invano
  3. Ricordati di santificare le feste
  4. Onora tuo padre e tua madre
  5. Non uccidere
  6. Non commettere atti impuri
  7. Non rubare
  8. Non dire il falso
  9. Non desiderare la donna d’altri
  10. Non desiderare la roba d’altri

I precetti della Chiesa

  1. Partecipa alla Messa la domenica e le altre feste comandate e rimani libero dalle occupazioni di lavoro
  2. Confessa i tuoi peccati almeno una volta all’anno
  3. Ricevi il sacramento dell’eucaristia almeno a Pasqua
  4. In giorni stabiliti dalla Chiesa astieniti dal mangiare carne e osserva il digiuno
  5. Sovvieni alle necessità della Chiesa

I sette vizi capitali

  1. Superbia
  2. Avarizia
  3. Lussuria
  4. Ira
  5. Gola
  6. Invidia
  7. Accidia

Il peccati che gridano al Cielo.

  1. Omicidio volontario
  2. Peccato impuro contro natura
  3. Oppressione dei poveri
  4. Defraudare la mercede a chi lavora

Le virtù teologali

  1. Fede
  2. Speranza
  3. Carità

Le virtù cardinali

  1. Prudenza
  2. Giustizia
  3. Fortezza
  4. Temperanza

Le opere di misericordia spirituale

  1. Consigliare i dubbiosi
  2. Insegnare agli ignoranti
  3. Ammonire i peccatori
  4. Consolare gli afflitti
  5. Perdonare le offese
  6. Sopportare pazientemente le persone moleste
  7. Pregare Dio per i vivi e per i morti

Le opere di misericordia corporale

  1. Dar da mangiare agli affamati
  2. Dar da bere agli assetati
  3. Vestire gli ignudi
  4. Alloggiare i senza tetto
  5. Visitare gli infermi
  6. Visitare i carcerati
  7. Seppellire i morti

Gli ammonimenti della Parola di Dio       

“ Dal di dentro, dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo” ( Marco, 7, 21-23).

“ Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maledicenti, né rapaci, erediteranno il regno di Dio” ( 1 Cor. 6. 9-10).

            “ Ma per i vili e gli increduli, gli abbietti e gli omicidi, gli immorali, o fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. E’ questa la seconda morte”  ( Ap 21, 8).

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Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Giovanni

Gv 18, 1– 19,42

 – Catturarono Gesù e lo legarono

In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».

– Lo condussero prima da Anna

Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo».

Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.

Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.

– Non sei anche tu uno dei suoi discepoli? Non lo sono!

Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

– Il mio regno non è di questo mondo.

Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?». Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».

E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.

– Salve, re dei Giudei!

Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.

Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».

Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».

All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura. Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».

– Via! Via! Crocifiggilo!

Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parascève della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

– Lo crocifissero e con lui altri due.

Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».

– Si sono divisi tra loro le mie vesti.

I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: «Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte». E i soldati fecero così.

– Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

– E subito ne uscì sangue e acqua.

Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

– Presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli insieme ad aromi.

Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di áloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

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Nel XX secolo migliaia di testimoni della fede furono barbaramente ridotti al silenzio dal totalitarismo d’impronta sovietica

Le memorie senza volto del comunismo

Dagli archivi del cardinale Franz König storie di ordinaria persecuzione

di Jan Mikrut
Pontificia Università Gregoriana

Jan MIKRUT – Professore Ordinario, Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa

Attraverso l’esperienza maturata come responsabile dell’Ufficio cause di beatificazione dell’arcidiocesi di Vienna e curatore della redazione del nuovo Martirologio della Chiesa austriaca per l’anno 2000 e la collaborazione col Comitato nuovi martiri, che si occupava di elaborare le statistiche dei martiri cristiani per il grande Giubileo, ho potuto avere una visione mondiale delle persecuzioni del XX secolo.
Il 24 giugno 2010 è stato aperto nell’Archivio dell’arcidiocesi di Vienna il “Kardinal-König-Archiv”. Agli studiosi sono stati messi a disposizione 2.000 cartoni, contenenti il prezioso materiale riguardante la vita del cardinale fino al 1958. Oltre alla biblioteca privata del porporato sono stati messi a disposizione documenti personali, fotografie e lettere.
Il XX secolo, caratterizzato dai grandi totalitarismi – il comunismo e il nazionalsocialismo – ha lasciato fino a oggi prove tangibili del grande coraggio nella fede dimostrato da numerosi martiri che, col sangue, dimostrarono il loro legame con Cristo e con la Chiesa. Noi oggi tenteremo di dare un volto e un nome a qualcuno di questi testimoni ridotti al silenzio con brutalità.
Giovanni Paolo II ha sottolineato la necessità di riscoprire la memoria dei martiri e la loro testimonianza. I martiri cristiani sono coloro che hanno annunciato il Vangelo dando la vita per amore. Questa testimonianza dei martiri cristiani doveva essere riscoperta di nuovo dalla Chiesa proprio adesso, quando il XX secolo, così ricco di grandi eroi della fede, volgeva al tramonto. Il martire è un grande testimone di Cristo e, soprattutto ai nostri giorni, è segno visibile di quell’amore che riassume ogni altro valore. La sua richiesta fu ben accolta e le Chiese nazionali e gli ordini religiosi iniziarono a preparare le liste e a raccogliere i documenti ancora esistenti sui propri martiri.
Nelle statistiche preparate della Commissione nuovi martiri per il Grande Giubileo del 2000 si contano 12.692 martiri, così ripartiti:  dall’Europa 8.670, dall’Asia 1.706, dall’Africa 746, dall’America del nord e del sud 333, dall’Oceania 126. Un gruppo particolare è dato dai 1.111 martiri dell’Unione Sovietica. Nella statistica della vecchia Europa si contano 3.970 preti diocesani, 3.159 religiosi e religiose, 1.351 laici, 134 seminaristi, 38 vescovi, 2 cardinali, 13 catechisti. In totale in Europa abbiamo avuto 8.667 testimoni di Cristo. Nel contesto mondiale tra i martiri si annoverano 5.173 preti diocesani, 4.872 religiosi e religiose, 2.215 laici, 124 catechisti, 164 seminaristi, 122 vescovi, 4 cardinali e 12 catecumeni.
Il XX secolo è stato il periodo dei totalitarismi, delle due guerre mondiali, delle rivoluzioni, dei tragici genocidi e delle infinite persecuzioni religiose. Tra tutte le tragedie sopra accennate, la persecuzione più grande fu la battaglia organizzata contro il cristianesimo dal comunismo internazionale. Solo il Libro nero del comunismo curato da Stéphane Courtois offre una provvisoria statistica di 85 milioni di morti causati dal totalitarismo comunista.
In Russia vivevano da secoli anche altre confessioni cristiane, oltre a ebrei e musulmani; ma chiunque non condividesse la nuova ideologia atea dei comunisti doveva essere allontanato con forza dalla società. Nascono così i cosiddetti Gulag, dal russo “Direzione principale dei campi di lavoro correttivi”. Il numero di morti nei Gulag è ancora oggetto di indagine:  una stima provvisoria parla di tre milioni. L’incredibile persecuzione dei numerosi oppositori politici è ben nota anche grazie alle pubblicazioni scritte dagli stessi detenuti, il più famoso dei quali fu Aleksander Solzenicyn, che nelsuo Arcipelago Gulag ha raccontato la tragedia dei detenuti, ha fatto conoscere la parola Gulag e l’esistenza stessa di questi campi.
La Chiesa ortodossa russa contava nel 1917 circa 210.000 membri del clero, 100.000 monaci e oltre 110.000 preti diocesani. Circa 130.000 furono fucilati nel periodo 1917-1941. Dei 300 vescovi presenti nel 1917 in Russia, 250 di loro furono fucilati. Gli altri membri del clero sopravvissero in diverse prigioni e campi di concentramento, sottoposti a ogni genere di persecuzione. Nel 1941, nel primo periodo della guerra con la Germania, si trovavano in libertà solo quattro vescovi. È difficile presentare un numero preciso delle vittime,  secondo  le  valutazioni  il  numero totale oscilla tra 500.000 e un milione.
Sul territorio dell’Unione Sovietica c’erano anche altre confessioni cristiane. Tra loro i cattolici di rito romano e bizantino. Nel 1917 vivevano in Russia circa 2 milioni di cattolici con circa 1.000 sacerdoti e 6.400 chiese. I cattolici romani sono stati perseguitati come minoranza straniera. La maggior parte dei cattolici presenti su questo territorio erano cittadini di origine polacca. Nel periodo 1917-1939 subirono persecuzioni sia per motivi politici che religiosi, ma la situazione peggiorò dopo il 17 settembre 1939, quando i comunisti russi invasero la Polonia e sterminarono l’intellighenzija cattolica. La popolazione di origine polacca fu deportata in Siberia e in Kazakhstan, dove dovette iniziare una vita in diaspora insieme con altri popoli.
Il gesuita Walter Ciszek fu arrestato nel 1941 e condannato ai lavori forzati; deportato nei campi di lavoro in Siberia vi rimase per 23 anni, subendo ogni sorta di vessazione solo per il fatto di essere sacerdote cattolico. Dopo la sua liberazione fu scambiato dai comunisti con due spie sovietiche, arrestate in Europa occidentale. Dopo il 1963 visse negli Stati Uniti, fino alla morte, avvenuta nel 1984. Le sue memorie sono raccolte nel libro With God in Russia. La sua causa di beatificazione è stata avviata nel 1990.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale e la caduta del nazionalsocialismo, il sistema comunista trovò terreno fertile in Europa. Lo schema era ben collaudato:  la Chiesa cattolica con le sue strutture rappresentava il vecchio sistema da cui liberarsi; la religione fu declassata a strumento di manipolazione da parte dei preti e delle loro istituzioni. Il nuovo sistema ateo doveva liberare la società dall’influenza della Chiesa. Il marxismo-leninismo diventa il nuovo sistema politico-economico. Nel 1945 l’esercito russo liberò dal nazionalsocialismo tedesco grandi territori dell’Europa:  Albania, Austria, Bulgaria, Cecoslovacchia, Germania, Polonia, Romania, Ungheria. Nei Paesi dove i precedenti governi erano nazionalsocialisti come Austria, Germania, Slovacchia e Ungheria l’Armata rossa entrò come il vincitore con il diritto del bottino di guerra.
Moltissime furono le vittime di queste rappresaglie e tra queste numerosi sacerdoti e suore. Per l’esercito russo anche i rappresentanti della Chiesa furono responsabili delle tragedie causate dai nazionalsocialisti e per questo molti sacerdoti uccisi nei primi giorni dopo la liberazione furono dichiarati pericolosi nemici del comunismo.
I vescovi europei – rappresentati dai presidenti di tutte le conferenze episcopali del continente, radunati il 3 ottobre 2010 a Zagabria alla quarantesima sessione plenaria del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee) – hanno dedicato attenzione a grandi vescovi dei Paesi del blocco comunista come Alojzije Stepinac (1898-1960) in Croazia, József Mindszenty (1892-1975) in Ungheria e Stefan Wyszynski (1901-1991) in Polonia. Il cardinale Peter Erdö ha citato la figura del porporato incarcerato per cinque anni a causa della sua fedeltà a Dio, il cardinale József Mindszenty, e uno dei membri della Chiesa che fu vittima del comunismo, il cardinale Stefan Wyszynski. Questi grandi uomini della Chiesa furono pronti a testimoniare la loro fedeltà fino al martirio. Il porporato ungherese ha definito il periodo del comunismo, senza entrare nei dettagli, come tempo difficile e complesso. I santi e i beati come Alojzije Stepinac portano nel buio la luce di Cristo e sono nostri esempi e nostri patroni celesti.
Non mi sembra necessario raccontare qui i dettagli della vita del beato cardinale Stepinac, perché prima e dopo la beatificazione sono stati pubblicati numerosi libri che offrono un ampio profilo biografico in una storia politicamente complicata come quella della Croazia. Alla fine della guerra, dopo la fuga di Ante Pavelic e del suo governo, Stepinac rimase al suo posto a Zagabria. I comunisti avevano già iniziato a perseguitare la Chiesa. Nel marzo 1945, la Chiesa croata pubblicò una lista di sacerdoti uccisi con 149 nomi. Tito cercò di convincere l’arcivescovo Stepinac a staccarsi da Roma e fondare una Chiesa cattolica indipendente dalla Santa Sede. Ma Stepinac si oppose con forza:  “Nessun cattolico, anche a costo della vita, può eludere il suo foro supremo, la Santa Sede, altrimenti cessa di essere cattolico”.
Le vicende di due sacerdoti dell’arcidiocesi di Vienna in Austria sono illuminanti della situazione:  Johann Wolf (1892-1945) parroco a Kaltenleutgeben e Rudolf Frank (1902-1945) da Niedersulz vicino Vienna, ambedue uccisi dall’esercito russo. Johann Wolf era un prete apprezzato, orgoglioso testimone di Cristo. Dopo la partenza dei tedeschi la popolazione locale cercò di nascondersi dove poteva:  i russi cercavano alcol e oggetti di valore da portare con loro come bottino di guerra, ma, soprattutto, cercavano vendetta per le gravi perdite subite in battaglia, bruciando le case e uccidendo civili. Anche il parroco Wolf fu ucciso nella canonica insieme con sua sorella e alcuni profughi che cercavano di nascondersi.
Rudolf Frank si diede da fare per difendere e nascondere le donne che subivano stupri dai soldati russi, ubriachi:  infatti nella zona di Niedersulz in Bassa Austria ci sono moltissime vigne e grandi cantine e i soldati vi trovarono grandissime quantità di vino. Domenica 15 aprile 1945 la popolazione aspettava l’arrivo dei russi. Si raccontava della particolare brutalità dei nuovi occupanti e in modo particolare le famiglie pensavano a un luogo dove nascondere le donne. Il sacerdote riunì nella canonica circa 300 donne, sperando di poter organizzare meglio la protezione. I soldati russi arrivarono in canonica il 16 aprile, ma il parroco chiuse le porte e si rifiutò di aprire. Un comportamento del genere era intollerabile per i nuovi padroni:  il prete fu picchiato, ma i soldati andarono via. Il giorno seguente, martedì 17 aprile, tornarono di nuovo e il sacerdote nuovamente bloccò la porta sperando di poter proteggere le donne nascoste nella canonica ma questa volta un soldato sparò due volte e ferì mortalmente il parroco.
L’Albania fu il primo Paese europeo a dichiararsi ateo e a essere governato secondo l’ideologia comunista. Nel 1967 fu ufficialmente introdotto l’ateismo come fondamento per la vita della società e fu proibita ogni forma di culto religioso. Il governo dichiarò con orgoglio che l’Albania era diventato il primo Stato ateo del mondo. Nella nuova costituzione del Paese, approvata nel 1976, all’articolo 37 recitava “lo Stato non riconosce alcuna religione e sostiene la propaganda atea per infondere alle persone la visione scientifico-materialista del mondo”. Il governo procedette alla confisca di moschee, chiese, monasteri e sinagoghe. Gli edifici di culto furono trasformati in musei o uffici pubblici, magazzini, cinema, stalle per animali. Ai genitori fu proibito dare ai figli nomi con riferimenti religiosi. In seguito furono uccisi a Tirana i primi due sacerdoti, Lazër Shantoja e Mark Gjani. Nel 1947 fu ucciso a Scutari il gesuita Ndoc Saraci. Un anno dopo, nel 1948, furono fucilati i vescovi Gjergj Volaj e Frano Gjini e, nel 1949, dopo terribili torture, morì in prigione l’arcivescovo di Tirane-Durrës Vincenz Nikollë Prennushi. Colpire duramente la comunità cattolica significava cancellare la lunga e tollerante tradizione del Paese per far posto alla nuova e aggressiva ideologia comunista. In Albania furono uccisi 5 vescovi, 60 sacerdoti, 30 religiosi francescani, 13 gesuiti, 10  seminaristi  e 8 suore. La lista non è  ancora  completa,  mancano  i  martiri laici uccisi durante il periodo comunista.
Tra le figure di spicco della resistenza religiosa va in primo luogo ricordato coraggioso padre Mikel Koliqi (1902-1997), creato cardinale da Giovanni Paolo II nel 1994. Padre Mikel Koliqi era stato condannato ai lavori forzati già nel 1945, con la banale accusa di ascoltare le stazioni straniere della radio.
In Romania numerosi vescovi, monaci e preti furono arrestati dalla polizia segreta e molti laici vennero reclusi nei campi di lavoro. Come esempio di persecuzione ricordo la vita di monsignor Anton Durcovici (1888-1951), eroico vescovo della diocesi di Iasi in Romania al confine con la Repubblica Moldava. Nel 1948 la Chiesa romano-cattolica in Romania era organizzata in cinque diocesi, 694 parrocchie, 1.225 chiese e 835 sacerdoti. La Chiesa greco-cattolica aveva cinque diocesi, 2.536 chiese, 1.794 parrocchie, 1.788 sacerdoti. La pacifica convivenza delle varie nazionalità e culture che da secoli vivevano in pace e tolleranza fu improvvisamente distrutta dal nuovo sistema politico del dopo guerra. I comunisti per principio non volevano condividere il potere con nessun altro gruppo politico o religioso. Già dall’inizio le organizzazioni religiose erano oggetto di un’organizzata persecuzione da parte del governo comunista. Centinaia di sacerdoti furono arrestati e in seguito portati nei campi di lavori forzati, dove, maltrattati, molti morivano in poco tempo. Il 26 giugno 1949 Durcovici fu arrestato mentre viaggiava su un tram insieme con un altro sacerdote, Rafael Friedrich. In quel periodo furono arrestati tutti i cinque vescovi e la Chiesa rimase senza guida, a parte alcuni sacerdoti ancora in libertà. Il vescovo dovette subire terribili maltrattamenti, privato del cibo e nel totale isolamento, senza bagno. Per farlo soffrire ancora di più i poliziotti gli tolsero i vestiti. Un sacerdote prigioniero, incaricato della pulizia del corridoio, poté avvicinarsi alla porta della cella senza destare sospetti e dire qualche parola a voce bassa al suo vescovo. Lui riconobbe la sua voce e lo informò in lingua latina, sconosciuta ai poliziotti, che stava soffrendo molto ed era ormai prossimo alla morte per la fame e per le ferite; sdraiato sul pavimento tra la sporcizia e gli escrementi, per lui non era più possibile muoversi. Alla fine del brevissimo colloquio chiese al sacerdote prigioniero di dargli l’assoluzione dei peccati in caso di morte e anche la sua benedizione. Probabilmente già il 10 dicembre il  coraggioso vescovo e martire Anton Durcovici morì nella sua cella.
Secondo le informazioni fornite dagli studiosi rumeni, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, dei circa 3.331 sacerdoti cattolici, di ambedue i riti, ne furono uccisi circa 1.405.
In Slovenia la storia ebbe lo stesso percorso. Anton Vovk (1900-1963) venne nominato vescovo (e poi arcivescovo) di Ljubljana il 26 novembre 1959. Giovanni XXIII lo definì “martire del XX secolo”. Dopo la seconda guerra mondiale vescovi, sacerdoti e fedeli subirono una dura repressione. Alla fine della guerra circa 300 sacerdoti e religiosi sloveni furono espulsi dal partito comunista. Alcuni furono uccisi senza processo, altri ancora furono condannati dai tribunali popolari senza nessuna ragione, spesso patirono lunghi anni di prigione. Nel solo maggio 1945 furono arrestati 50 preti. Negli anni 1945-1961 furono condannati senza processo 425 sacerdoti. Lo stato comunista ridusse pesantemente la libertà di culto e proibì ogni attività fuori dalle parrocchie.
Il vescovo Anton Vovk era solito viaggiare con i mezzi pubblici, accompagnato, per motivi di sicurezza, da altri sacerdoti. Anche il 20 gennaio 1952 viaggiava in compagnia di altre persone da Ljubljana a Nové Mesto per la benedizione dell’organo nella chiesa parrocchiale di Stopice. Sullo stesso treno si trovavano anche agenti della polizia, che avevano progettato un attentato ai suoi danni. Appena il treno entrò in una galleria, sulle vesti del vescovo fu gettato un liquido maleodorante e infiammabile. Alla stazione di Nové Mesto il vescovo scese dal treno, ma fu subito assalito da un gruppo di persone che lo costrinsero a risalire, non prima però di aver gettato della benzina sulla sua veste e aver appiccato il fuoco. La folla, invece di intervenire in suo aiuto, gridava con furore:  “brucia diavolo, crepa diavolo!”. Anche la polizia non intervenne.
Il vescovo non perse il sangue freddo e si liberò dai vestiti in fiamme. Il fuoco aveva provocato gravi ferite sul volto e sulla gola, dove il collarino di plastica gli procurò una cicatrice che gli rimase per tutta la vita. Quando le fiamme si spensero un poliziotto lo accompagnò nel vicino edificio della stazione, dove fu di nuovo aggredito da un gruppo di attivisti comunisti. Con la scusa di espletare le formalità fu ritardata l’opera del medico. Portato finalmente nell’ospedale fu medicato sommariamente e rimandato subito a Ljubljana con il primo treno disponibile. Dopo una grave malattia, l’arcivescovo Anton Vovk morì il 7 luglio 1963. L’inchiesta diocesana della causa di beatificazione si è conclusa il 12 ottobre 2007 e il 26 ottobre i documenti sono stati portati in Vaticano.
Uno dei più grandi desideri irrealizzati di Giovanni Paolo II fu quello di poter visitare la Russia, ma riuscì solo a visitare alcuni Paesi della dissolta Unione Sovietica. La visita in Ucraina fu un’occasione per pregare insieme a un milione di fedeli, ma anche per commemorare, quel 27 giugno 2001, il sacrificio di 27 martiri, di cui 9 vescovi, sacerdoti e laici elevati alla gloria degli altari. Le persecuzioni in Ucraina iniziano con l’arrivo dell’Armata rossa, nel marzo 1944. L’arcivescovo Andrej Szeptickyi, già vecchio e malato, morì il 1° novembre 1944. I comunisti, ancora negli ultimi giorni della guerra, arrestarono tutti i vescovi greco-cattolici sul territorio nazionale. Il loro destino fu contrassegnato da numerose prigionie, processi farsa o inesistenti, totale isolamento nei campi di lavoro, lontani dalle loro comunità. Il beato vescovo di Mukachevo, Theodore Romzha (1914-1947) fu il più giovane vescovo della Chiesa greco-cattolica. Nel 1946 lo Stato sovietico incorporò le diocesi greco-cattoliche nel patriarcato ortodosso di Mosca. Solo la diocesi greco-cattolica di Mukachevo funzionava ancora. I servizi segreti cercavano da tempo un modo per uccidere il vescovo Theodore Romzha. In Unione Sovietica i sacerdoti non avevano diritto di spostarsi senza autorizzazione della milizia così anche il vescovo chiese un permesso per poter visitare una parrocchia. Questa informazione fu usata dai persecutori per organizzare un falso incidente stradale e uccidere il vescovo senza destare sospetti, temendo una reazione della popolazione. Il 27 ottobre 1947 l’auto del vescovo fu investita da un pesante camion ma il vescovo, vedendo gli attentatori armati con spranghe di ferro, ancorché ferito, riuscì a fuggire e venne ricoverato in gravissime condizioni all’ospedale di Mukachevo. Con il passare dei giorni le sue condizioni stavano migliorando. Ma un’infermiera, il 1 novembre 1947, lo uccise avvelenandolo con il curaro. Il 27 giugno 2001, Theodore Romzha è stato proclamato beato da Giovanni Paolo II a Leopoli.
La vita di Josyf Ivanovyc Slipyj illustra al meglio la situazione ucraina. Il 22 dicembre 1939 fu consacrato arcivescovo con diritto di successione, diventò capo della Chiesa Cattolica Ucraina il 1 novembre 1944. Slipyj fu arrestato l’11 aprile 1945. Dopo un processo farsa nel 1946, venne condannato per attività antisovietica a otto anni di prigionia, che scontò nei diversi Gulag. Nel 1954 venne di nuovo riportato in Siberia, questa volta per quattro anni. Nel 1959 sopportò un secondo processo e una nuova condanna, questa volta a sette anni di Gulag. Fu nominato cardinale in pectore fin dal 1960 e il 22 febbraio 1965 arcivescovo maggiore da Paolo VI. Slipyj morì il 7 settembre 1984.
Anche in Ungheria l’arrivo dell’Armata rossa segna l’inizio delle persecuzioni. Il sacrificio del vescovo di Gyor, Vilmos Apor, e la lotta per i diritti umani fatta da József Mindszenty, sono solo i due esempi più noti. La rottura con la Santa Sede si consumò il 4 aprile  1945,  con  la  partenza  del nunzio monsignor Angelo Rotta da Budapest. I comunisti russi portarono in Ungheria un gruppo di comunisti ungheresi, preparati a Mosca, con il compito di prendere il potere politico nel Paese. La Chiesa cattolica in Ungheria fu dichiarata un’organizzazione contraria agli interessi dei sovietici. Nel 1948 fu proclamata la separazione fra Stato e Chiesa e i sacerdoti dovettero restringere le loro l’attività all’interno delle chiese. Il Partito comunista ungherese desiderava con tutti mezzi prima  di  tutto  diffondere  l’ideologia materialista fra i giovani e la classe operaia.
Pio xii nominò il 15 settembre 1945 József Mindszenty nuovo arcivescovo di Esztergom. Mindszenty si impegnò a difendere le posizioni della Chiesa, i suoi diritti e la stabilità delle sue istituzioni senza compromessi politici. Il nuovo potere intensificò la campagna diffamatoria contro Mindszenty e la Chiesa cattolica. I comunisti speravano di riuscire a far spostare Mindszenty dall’Ungheria, con l’aiuto del Vaticano. Visto che questi tentativi fallirono, decisero di arrestarlo a Esztergom il 26 dicembre 1948. In un processo farsa, l’8 febbraio 1949, fu condannato all’ergastolo ma venne liberato durante la rivoluzione nel 1956. Il 4 novembre 1956 si rifugiò nell’ambasciata americana, dove restò fino al 1971, quando gli fu consentito di recarsi a Vienna. Nelle trattative ebbe un ruolo importante l’arcivescovo di Vienna, il cardinale Franz König.
Vilmos Apor nacque il 29 febbraio 1892 ad Alba Julia. Nel 1894 la famiglia si trasferì a Vienna dove Vilmos frequentò la scuola; successivamente completò i suoi studi tra l’Ungheria e l’Austria. Il 24 agosto 1915 venne ordinato sacerdote. Nell’agosto 1918 venne nominato parroco di Gyula:  aveva 26 anni e fu il più giovane parroco d’Ungheria. Consacrato vescovo il 24 febbraio, prese possesso della diocesi il 2 marzo 1941. Nello stesso anno l’Ungheria entrò in guerra a fianco della Germania. Quando in Ungheria furono introdotte le leggi razziali, Apor prese posizione in favore delle vittime dell’ingiustizia e tentò tutto ciò che era in suo potere per proteggere gli abitanti della sua diocesi. Quando il 19 marzo 1944 le truppe tedesche invasero l’Ungheria, Apor condannò in cattedrale il razzismo antiebraico. Si oppose, in una lettera del 28 maggio 1944, diretta al ministro degli Interni, alla costruzione di un ghetto a Gyor, pur conoscendo le conseguenze a cui sarebbe andato incontro. Iniziata la deportazione in massa, creò gruppi di soccorso lungo il percorso dei convogli, salvando da morte migliaia di ebrei. Nel frattempo l’avanzata dell’Armata rossa era preceduta da terrificanti notizie circa il comportamento dei soldati. Egli aprì il suo palazzo a tutti coloro che cercavano rifugio.
Nel Natale del 1944, le truppe sovietiche iniziarono l’invasione, stuprando donne e uccidendo chiunque si opponesse. Il 28 marzo 1945, Mercoledì santo, Apor andò incontro ai primi soldati russi:  li accolse con calma dichiarando che quanti si trovavano nel castello erano posti sotto la sua protezione. Non si allontanò dall’ingresso e vegliò giorno e notte per proteggere i trecento rifugiati. Verso la sera del Venerdì santo si presentarono all’ingresso dei sotterranei alcuni soldati russi, guidati da un maggiore, e cercarono di trascinare fuori le ragazze. Il vescovo si oppose e i soldati spararono, colpendolo con tre proiettili. Fu subito trasportato in ospedale dove, nonostante l’operazione, il 2 aprile 1945 morì. Il 9 novembre 1997, Vilmos Apor è stato proclamato beato da Papa Giovanni Paolo II.
La storia della Polonia è da sempre legata alla storia del cristianesimo. La Chiesa e la Nazione dovettero spesso dimostrare la loro forza contro il tragico destino degli ultimi secoli. La posizione geografica tra la Germania a Ovest e la Russia a Est ha spesso determinato la difficile storia del Paese. Il sistema comunista propagato dai Russi non ha trovato, nonostante grandi sforzi e persecuzioni d’ogni tipo, terreno fertile.
Nel 1944 con l’Armata rossa viene instaurato da Mosca un governo polacco comunista, imposto da Stalin. Quando arrivavano i soldati russi non c’era più salvezza per tutti coloro che non condividevano quella visione della società, fossero essi persone o istituzioni. Dopo la tragedia di Katyn, dove morirono 22.000 ufficiali polacchi, uccisi dai servizi segreti per ordine di Stalin, solo un piccolo gruppo della società polacca diede il benvenuto ai soldati russi, che liberarono il Paese dai nazionalisti tedeschi. Dopo milioni di morti nei campi di concentramento sul territorio polacco – organizzati da Berlino nel centro geografico del nuovo Reich per economizzare sui costi per l’annientamento di quelli che Adolf Hitler considerava popoli senza diritto alla vita – si passava adesso al criminale sistema dell’Unione Sovietica, con migliaia di campi di concentramento ben funzionanti anche dopo la seconda guerra mondiale. Mentre a Norimberga l’Unione Sovietica condannava i crimini di guerra commessi dalla Germania, milioni di persone vivevano e lavoravano in condizioni disumane nei numerosi Gulag in Siberia.
Dall’inizio, oltre all’intellighenzija del Paese, la Chiesa cattolica con i suoi sacerdoti costituiva un obiettivo primario del potere comunista. Questi, appena tornati da un campo di concentramento speciale a Dachau in Germania, dovettero subire altri atti di violenza da parte del nuovo governo. Non tutti i rappresentanti della Chiesa ebbero il coraggio di resistere ancora. Dalle recenti ricerche degli storici emerge che non tutti ebbero un comportamento eroico come Stanislaw Suchowolec un sacerdote di 31 anni, picchiato dagli agenti segreti e poi finito soffocato nella sua casa, alla quale qualcuno in una notte del 1989 aveva appiccato il fuoco. O come Stefan Niedzielak, un prete di 75 anni, rapito e ammazzato brutalmente a Varsavia. Un esempio particolare di fedeltà e coraggio è quello dimostrato da un giovane sacerdote, Jerzy Popieluszko, sequestrato dagli agenti dei servizi segreti dello Stato, torturato e infine gettato nella Vistola nel 1984. La lista dei sacerdoti polacchi perseguitati dai sevizi segreti del ministero degli Interni è lunga, anche se il vero numero delle persone discriminate probabilmente non si saprà mai:  resteranno nella memoria solo i personaggi più famosi o quelli uccisi in odium fidei.
I grandi protagonisti della Chiesa in quel difficile periodo furono i cardinali Stefan Wyszynski a Varsavia e il futuro Papa, Karol Wojtyla, a Cracovia. L’apparato dello Stato, messo in movimento per controllare e frenare le attività della Chiesa, si mostra oggi, dopo la conoscenza di tanti dettagli, veramente impressionante. Alcuni nuovi aspetti li possiamo conoscere dai documenti del processo diocesano di beatificazione di Popieluszko. Per un lungo tempo la polizia segreta preparò una relazione giornaliera sullo stato delle attività della Chiesa. Queste relazioni finivano sui tavoli dei personaggi più importanti nel Paese, come il generale Wojciech Jaruzelski e i membri del comitato centrale del Partito comunista polacco e del governo. Le oppressioni contro la Chiesa cattolica vengono sistematizzate con una legge del 1962. In questo stesso anno Stefan Wyszynski, insieme con altri vescovi polacchi, pubblicò un’importante lettera pastorale contro l’ateismo. Dall’agosto del 1980 Popieluszko era diventato un leader del movimento dei lavoratori Solidarnosc, collaborando con numerosi oppositori del governo polacco e nello stesso momento un avversario del governo. Ben presto le sue parole divennero popolari e spesso ripetute in varie occasioni sindacali:  “per rimanere un uomo libero bisogna vivere nella verità. Non ci possiamo far governare dalla menzogna”.
Popieluszko svolse in questo difficile periodo per tutto il movimento Solidarnosc un’ampia opera di sostegno materiale e spirituale dei lavoratori e si mantenne in stretto contatto con gli intellettuali dell’opposizione e con le strutture clandestine di Solidarnosc. Le autorità politiche in Polonia temevano la sua influenza e si fecero sempre più frequenti le proteste alla Curia e al nuovo primate di Polonia, l’arcivescovo di Varsavia Józef Glemp.
Nel telegiornale del 20 ottobre tutta la Polonia seppe ufficialmente, grazie alle notizie raccontate da alcuni ben informati oppositori, che don Popieluszko era stato rapito. Nella chiesa di San Stanislao a Varsavia, dove abitava il sacerdote accorsero migliaia di persone a pregare per la sua libertà. Non si sapeva ancora che il sacerdote era già stato ucciso e che il suo corpo si trovava sul fondo del lago vicino a Wloclawek. Il 30 ottobre la stessa televisione polacca diffuse la notizia del ritrovamento del corpo di don Popieluszko.
Il cardinale Joseph Ratzinger ha visitato la sua tomba a Varsavia, nel prato verde presso la chiesa di San Stanislaw Kostka, il 25 maggio 2002. Sulla libro che raccoglie le frasi lasciate dalle persone che visitano la tomba dell’eroico sacerdote Ratzinger ha scritto in italiano le seguenti parole:  “Il Signore benedica la Polonia, dando sacerdoti con lo spirito evangelico di Popieluszko”. Dal 1984 circa diciotto milioni di pellegrini si sono recati a pregare su quella tomba.
Il processo di beatificazione di don Jerzy  Popieluszko fu aperto l’8 febbraio 1997 a Varsavia. La fase diocesana durò 4 anni e furono raccolti numerosi documenti e interrogati 44 testimoni. Il 3 maggio 2001 ebbe inizio in Vaticano il processo super martyrio. Il 19 dicembre 2009 il Pontefice ha firmato il decreto del martirio del Servo di Dio don Jerzy Popieluszko. La beatificazione fu celebrata a Varsavia, sulla piazza centrale della città, il 6 giugno 2010. Le nuove generazioni dei giovani cattolici del mondo intero conosceranno il suo martirio per mano dei comunisti.
La Chiesa non solo è sopravvissuta alle sanguinose persecuzioni perpetrate dal regime comunista ma, grazie al sangue dei martiri, è stata rafforzata per affrontare con rinnovato vigore il XXI secolo. Talvolta i persecutori hanno potuto toglierle la voce, ma mai la memoria. E la memoria trasmessa di bocca in bocca diventa storia, e la storia rende sovente giustizia ai perseguitati. Sono uomini e donne, vecchi e bambini, laici e sacerdoti, spose e consacrate, zar e contadini. Ciascuno con un nome da ricordare. Perché è dovere di ogni cristiano fare memoria, e non solo della frazione del pane, che è il corpo di Cristo, ma anche della frazione di quel corpo mistico, che è la Chiesa.


(©L’Osservatore Romano 29-30 novembre 2010)

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L’ARMAGEDDON

Questa guerra finisce con il fungo atomico?

Lo storico Timothy Snyder dice di no

PAOLA PEDUZZI  8 OTT 2022

Secondo lo storico americano questa battaglia probabilmente non finirà come temiamo per ragioni storiche e contingenti

Milano. Vladimir Putin “non scherza quando parla dell’utilizzo di armi nucleari tattiche o di armi biologiche e chimiche”, ha detto il presidente americano Joe Biden: “Non eravamo mai stati tanto vicini alla prospettiva di un Armageddon dalla crisi dei missili a Cuba con Kennedy”. Il presidente americano è sicuro che non ci sia la possibilità di un utilizzo chirurgico di armi nucleari, che una volta che vengono utilizzate ogni cosa va fuori controllo, “non vedo uno scenario in cui si usano con leggerezza le armi tattiche e non si finisce con un Armageddon”.

Volodymyr Zelensky, presidente ucraino, insiste sul pericolo nucleare (anche perché l’Ucraina viene minacciata da molto tempo) e aggiunge: “Cosa dovrebbe fare la Nato? Eliminare la possibilità che la Russia usi le armi nucleari. Mi rivolgo ancora una volta alla comunità internazionale, come facevo prima del 24 febbraio: servono degli attacchi preventivi in modo che i russi sappiano che cosa accadrà, non deve andare al contrario, cioè aspettare gli attacchi nucleari russi” e poi reagire. La reazione a entrambe le dichiarazioni è stata: Biden e Zelensky ci stanno portando alla guerra nucleare. 

E’ invero per tanti molto facile, in questa guerra, ribaltare il rapporto causa-effetto, così come quello tra aggressore e aggredito: è Putin che ha detto “non sto bluffando” quando ha parlato dell’utilizzo di armi nucleari ed è sempre Putin che impone la necessità di un piano di difesa. Ma ora che c’è il pericolo del passaggio da una guerra convenzionale a una nucleare è tornato forte il ritornello della “provocazione” – in sostanza: se Putin si sente provocato reagisce male – con in più il carico non secondario della paura del fungo atomico: la strategia del “non sto bluffando” e quella della deterrenza si alimentano, mischiandosi anche alla crisi energetica e all’inverno del grande scontento in arrivo. I commentatori e gli analisti si interrogano su quel che può succedere, esattamente come accadeva prima dell’inizio della guerra convenzionale (che doveva essere un blitz tra l’altro), ma con un pericolo enormemente più grande.     

imothy Snyder è uno storico americano specializzato nella storia dell’Europa centrale, autore di saggi imprescindibili come “On Tyranny”, appena aggiornato con venti lezioni sull’Ucraina, che qualche giorno fa ha pubblicato sul suo account Substack un’analisi dal titolo: “Come finisce la guerra russo-ucraina?”, la domanda suprema, alla quale dà una risposta complessa e articolata  riassumibile in: non finisce con il fungo atomico. Snyder parte da alcuni assunti comunemente dati per veri e li ribalta: è il suo modo di interpretare la storia e il presente, come mostra nel suo ciclo di lezioni sulla “Nascita dell’Ucraina moderna” a Yale, disponibile su YouTube e patrimonio inestimabile di conoscenza.  Snyder dice che abbiamo una certa difficoltà a vedere come l’Ucraina possa vincere, pure se è chiara la sua avanzata, perché “il nostro immaginario è intrappolato in un’unica ed eppure improbabile variante di come finiscono le guerre: con una detonazione nucleare. Siamo immersi in questo scenario perché ci sembra che manchino altre varianti e perché questa ha proprio l’aria di una fine”. 

Secondo Snyder questa guerra probabilmente non finirà come temiamo per ragioni storiche e contingenti. La ragione storica: “Nazioni con armi nucleari si combattono tra loro e perdono dal 1945, senza usarle. Potenze nucleari hanno perso guerre umilianti in posti come il Vietnam e l’Afghanistan e non hanno usato armi nucleari”. E allora perché questa accelerazione? Putin sta perdendo la guerra convenzionale che ha iniziato, spera che l’evocazione atomica rallenti le forniture d’armi degli alleati dell’Ucraina dandogli il tempo di far arrivare le sue truppe sul campo e rallentare l’avanzata ucraina: “Forse sbaglia nel pensare che questa strategia funzioni, ma l’escalation retorica è una delle poche cose che gli sono rimaste”, scrive Snyder. Ma, ed è questo il punto centrale secondo lo storico, assecondare il ricatto nucleare non porrà fine alla guerra convenzionale “e renderà l’opzione nucleare più probabile”: non soltanto il ricattatore penserà di poter insistere, “perché funziona”, ma alimenterà anche le ambizioni nucleari di altri dittatori e lo standard diventerà il conflitto nucleare, o quantomeno la proliferazione di armi nucleari.

Ci sono poi le ragioni contingenti. Snyder ne elenca alcune: quando il leader ceceno Kadyrov dice che bisogna passare al nucleare  intende l’utilizzo in Ucraina, che è il posto in cui sta mandando persino i propri figli a combattere: “Perché possano venire contaminati dalle armi nucleari?”, chiede Snyder. Allo stesso modo, la mobilitazione di Putin non sta andando bene ma gli uomini russi arrivano e arriveranno: non hanno l’equipaggiamento per una guerra convenzionale, figurarsi se ce l’hanno per le radiazioni atomiche: “Putin prende il rischio politico di una mobilitazione su larga scala per inviare truppe in Ucraina e poi lancia armi nucleari lì vicino?”. E ancora: Mosca annette dei territori ucraini, dice che saranno russi per sempre, e poi manda armi nucleari lì vicino? “Non è impossibile”, scrive Snyder, “ma è molto improbabile”. Pure se accadesse, “la guerra non finirebbe, non con una vittoria russa almeno”. C’è poi da considerare il fatto che l’esercito ucraino ha mostrato una grande abilità nell’individuare e colpire le posizioni e gli armamenti russi: è molto rischioso muovere le armi nucleari vicino a un campo di battaglia che non si controlla del tutto.

Secondo lo storico americano, è necessario uscire dalla trappola di: “Putin è con le spalle al muro, cosa farà?”, per due ragioni: il presidente russo ha già subìto molte umiliazioni in questo conflitto, se la sua reazione all’umiliazione fosse l’arma atomica probabilmente l’avrebbe già usata. E le truppe russe non sono contro un muro, sono al sicuro se si ritirano, il muro ce l’hanno semmai davanti a loro.

Il problema di Putin è la credibilità e la sua forza dentro al Cremlino e alla Russia e ancora di più la possibilità di controllare gli uomini armati. “La guerra è una forma della politica e il regime russo è alterato dalla possibilità della sconfitta”, scrive Snyder e quando la resa dei conti ci sarà, non avrà molto senso avere tutti i soldati russi a disposizione in Ucraina e non vicino a dove  lo scontro avviene. Ancor meno ha senso averli contaminati dalle radiazioni.

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L’uomo moderno davanti alle minacce della contemporaneità. Il saggio di Marcello Pera

MARCELLO PERA  24 MAR 2023-IL FOGLIO

Nell’introduzione del libro “La detronizzazione della verità” si legge: l’umanità ha perso il concetto di salvezza e lo sta sostituendo con quelli di convenienza, utilità, progresso

Pubblichiamo un estratto del saggio introduttivo di Marcello Pera al libro “La detronizzazione della verità”, di Dietrich von Hildebrand. Il volume (96 pp., 15 euro) fa parte della collana “Come se Dio fosse” ed è da oggi in libreria.

Se la detronizzazione della verità “è una delle caratteristiche più minacciose dell’epoca attuale”, non la si può affrontare cambiando epoca. Neppure per i credenti cristiani il desiderio di svelare il vero e lo stupore di fronte al vero possono essere “sostituiti dalla preoccupazione di difendere ogni dettaglio del sistema aristotelico-tomistico”. Se il male è spirituale e morale, da lì si deve partire. 

Rimettere Dio sul suo trono. Ascoltare la sua parola. Non credere di diventare come lui. Non smettere di pensarci e considerarci come creature, esseri fragili e finiti e bisognosi di aiuto. Pensare che la nostra vocazione si svolge in questo mondo ma trova il suo compimento, la piena soddisfazione, solo nell’altro.

L’uomo moderno è affetto da sindrome di tracotanza: ha cominciato col separare il sapere dalla fede, ha poi esaltato il primo a spese della seconda, ha infine pensato che la religione sia una dimensione minore, accessoria, transitoria, non indispensabile, che, una volta tolta o superata, lo porrà nella condizione di fare da sé ed essere arbitro unico del proprio destino.

 L’uomo moderno ha così perso il concetto di salvezza e lo sta sostituendo con quelli di convenienza, utilità, progresso, e simili nozioni secolari. Oppure con il concetto inebriante di libertà. Non si accorge che la libertà degenera nel suo contrario, se rinnega la norma assoluta che la regola.

Questo tipo di uomo va richiamato alla sua responsabilità. Deve correggere la propria educazione, deve governare i suoi propri manufatti, la stampa, la cultura, l’arte, la radio, la televisione, il cinema, internet.

 Deve tornare a provare lo stupore e, con lo stupore, deve far crescere l’ammirazione che egli deve a chi ha creato le cose che stupiscono: il bello, il bene, la misura, l’armonia, l’ordine. Se la modernità gli ha dato il potere immenso della ragione, la stessa ragione, correttamente ascoltata, lo fa scoprire debitore e bisognoso della fede.

“Esistono vari modi in cui una realtà metafisica può rivelarsi alla nostra mente”, dice von Hildebrand. E qui Kant torna più utile di quanto egli pensi. Quale rivelazione? Come rivelata? Se Dio si presentasse alla mia mente, potrei riconoscerlo solo da ciò che mi dice, non dalla forza con cui mi si impone, non dalle sembianze che assume.

Se, ad esempio, mi chiedesse – e può accadere – di usare violenza, mancanza di rispetto, sottomissione degli altri, privazione della persona come valore in sé, dovrei concludere – la mia stessa ragione mi porta a concludere – che non è veramente Dio colui che mi parla.

Ecco perché, conclude Kant, noi dobbiamo sostituire “Dio esiste”, “Dio dice”, con “Dobbiamo postulare l’esistenza di Dio”, “Dobbiamo credere che Dio esista per dar senso e forza a ciò che noi dobbiamo dire e fare”.

Von Hildebrand vede in questo ragionamento di Kant – del “sistema gigantesco di Kant”, come pure egli stesso lo chiama – un’altra forma della detronizzazione della verità. “La libertà della volontà, l’immortalità dell’anima e persino l’esistenza di Dio non dovevano più essere dimostrate come fatti reali e professate come verità, ma erano ora semplicemente assunte perché non si poteva fare a meno di esse”.

Ma così pensando, von Hildebrand trascurò un altro aspetto che preoccupava Kant e che, di fronte a tanti fanatismi odierni, deve continuare a preoccupare noi.

Un Dio “dimostrato come fatto reale” non c’è; e chi crede che una dimostrazione possa darsi, deve riflettere che ogni dimostrazione, compresa quella metafisica se mai la metafisica ne producesse una e cogente, è una conclusione dell’intelletto, perciò sempre controvertibile, sempre fallibile.

E un Dio alla mercé di un’argomentazione fallibile è esso stesso fallibile, cioè non è Dio. “Perderei veramente ogni saldo fondamento della fede – dice Kant – se essa diventasse motivo di disputa per me”.

Solo Dio come bisogno della ragione, come ipotesi necessaria, come postulato indispensabile, è al riparo da ogni confutazione, come da ogni tentazione fanatica di tracotanza. Del resto, von Hildebrand obbietta a Kant ma è poi costretto a riprenderlo e quasi a ripeterlo.

Nella sua grande Etica (1953), che è preludio filosofico generale e razionale all’etica cristiana, come la Critica della ragion pratica è introduzione razionale al cristianesimo morale, egli scrive: “i valori morali, la legge morale, l’ordine morale, l’obbligo morale, la voce della nostra coscienza, presuppongono oggettivamente Dio, e sono quindi per la nostra mente e per la nostra conoscenza accenni all’esistenza di Dio”. Kant si era spinto a dire anche di più: sono “prove morali” dell’esistenza di Dio.

Ma questo è motivo di disputa filosofica. Resta intatta, possente, profonda, lungimirante, la lezione di von Hildebrand. Egli fu un così grande combattente per la libertà, perché ebbe chiaro che quella era la lotta non solo della democrazia contro i totalitarismi nazista e bolscevico, ma, ben più radicalmente, della verità contro la sua detronizzazione.

Una voce limpida, e alta e chiara, la sua, nel momento delle tenebre che ieri si svolgeva attorno a lui e del male oscuro che oggi corrode e minaccia noi.

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Russofilia, Occidente e antiromanesimo

di Roberto de Mattei –  Corrispondenza Romana

Nel 2004, in un dialogo con il presidente del Senato Marcello Pera, l’allora cardinale Ratzinger individuava come un male culturale del nostro tempo l’odio di sé che ha l’Occidente (in Senza Radici; Europa, relativismo, cristianesimo, Islam, Mondadori, Milano 2004).

Un’espressione di quest’odio verso l’Occidente è la “russofilia”, una tendenza intellettuale che il 14 marzo 2023 è divenuta un’organizzazione internazionale, con la presentazione a Mosca del “Movimento internazionale dei russofili”. Tra i 120 rappresentanti di 46 Paesi, le cronache riportano la presenza di un’italiana, la principessa Vicky (Vittoria) Alliata di Villafranca, conosciuta per il suo vivo interesse per il mondo islamico. Un altro noto personaggio, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, ha rivolto ai partecipanti al convegno un caloroso messaggio, affermando, tra l’altro, che «la Federazione Russa si pone innegabilmente come ultimo baluardo della civiltà contro la barbarie». Il ruolo della Federazione russa «sarà determinante» «in un’Alleanza Antiglobalista che restituisca ai cittadini il potere che è stato loro sottratto, e alle Nazioni la sovranità erosa e ceduta alla lobby di Davos». 

Come ogni errore, la russofilia parte da una verità: la decadenza dell’Occidente, che ha voltato le spalle alla sua storia e ai suoi valori. Il Magistero della Chiesa cattolica ha indicato come responsabile di questo disfacimento un nemico che «negli ultimi secoli ha tentato di operare la disgregazione intellettuale, morale, sociale dell’unità dell’organismo misterioso di Cristo» (Pio XII, Discorso del 12 ottobre 1952 agli uomini di Azione Cattolica). Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira, nel suo libro Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, ha individuato le origini della disgregazione in una catena di errori che, sotto l’impulso delle passioni disordinate, hanno aggredito la civiltà cristiana a partire dal XV secolo e oggi sono penetrati all’interno della Chiesa stessa.

Un cattolico non può che combattere questo processo rivoluzionario e desiderare con tutto il suo cuore la restaurazione di un Occidente cristiano che, assieme a un Oriente convertito alla vera Chiesa, formi un’unica e universale civiltà sotto l’Impero di Cristo. L’errore consiste nell’immaginare che lo strumento di questa restaurazione possa essere un Paese che non è ancora uscito dal comunismo e che professa una religione politica fortemente antioccidentale e antiromana.

L’Occidente, moralmente e intellettualmente corrotto, esercita oggi una leadership politica ed economica nel mondo. I russofili non combattono la corruzione intellettuale morale dell’Occidente, ma la sua leadership geopolitica. Essi non vogliono che l’Occidente si purifichi dei suoi errori, tornando alle proprie radici, ma che scompaia, o venga radicalmente ridimensionato. Ciò che i russofili chiamano mondo “multipolare” è la scomparsa del ruolo egemone dell’Occidente, la fine di una civiltà “eurocentrica”. E poiché la natura aborre il vuoto, essi sanno e desiderano che alla guida dell’Occidente si sostituisca quella di un nuovo soggetto internazionale: l’Impero eurasiatico.

Dietro ogni realtà geopolitica c’è una visione del mondo che, nel caso dei russofili, è il “nazionalcomunismo”, o “rossobrunismo”. David Bernardini, in un sintetico studio dedicato a Nazionalbolsevismo. Piccola storia del rossobrunismo in Europa (Shake, Milano 2020) ha ripercorso la storia di questa corrente ideologica, risalendo alla Repubblica tedesca di Weimar, che ebbe il suo primo teorico in Ernest Niekisch (1889-1967), uno dei principali protagonisti della Rivoluzione sovietica bavarese nel 1919.

Niekisch e i nazionalbolscevichi ammiravano l’Unione Sovietica di Lenin e Stalin e celebravano il lavoratore sovietico non contaminato dalla civilizzazione occidentale. Il loro nemico era il sistema internazionale del trattato di Versailles, espressione della volontà di dominio dell’Occidente. Il rifiuto dell’Occidente si legava in loro al rifiuto del Romanismus, cioè della romanità latina e occidentale. Europa, romanità, cattolicesimo, diritto romano, Occidente sono per Niekisch tutte espressioni di un unico universo, nemico della Germania. L’alleanza con la Russia bolscevica era considerata necessaria per salvare la cultura tedesca dal dominio della civilizzazione occidentale.

In quegli stessi anni la tesi centrale dell’eurasista Nikolaj Trubeckoj (1890-1938), professore di lingue all’Università di Vienna, era che il popolo russo, come i popoli orientali, soffriva «sotto l’opprimente giogo dei romano-germanici»; un giogo che avrebbe potuto essere distrutto solo se la Russia si fosse messa alla testa di una insurrezione planetaria con l’obbiettivo di bloccare il processo di occidentalizzazione. Doveva, in altre parole, espellere dal suo seno ciò che l’Europa – «male assoluto» – aveva depositato e lanciare una chiamata rivoluzionaria alle armi contro le potenze occidentali «per cancellare dalla faccia della Terra tutta la loro cultura» (N. Trubeckoj, L’Europa e l’Umanità, Einaudi, Torino 1982, pp. 66-70).

Stalin sembrò impersonare il nazionalbolscevismo, soprattutto con la “grande guerra patriottica” del 1940-1945, ma la destalinizzazione e il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 rimescolarono le carte. Nel 1993 nacque il Partito nazionalbolscevico russo fondato da Eduard Limonov (1943-2020) e Alexander Dugin, entrambi figli di funzionari del KGB, con l’obiettivo della creazione di un vasto impero russo da Vladivostok a Gibilterra. Nemici giurati erano gli Stati Uniti («il grande Satana») e i globalisti d’Europa uniti nella Nato nelle Nazioni Unite. Nel 1998 Dugin e Limonov si separarono. Dugin fondò il Partito Eurasiatico, avvicinandosi a Putin, mentre Limonov, passò all’opposizione e venne arrestato nel 2007, ma poi nel 2014 appoggiò la strategia politica di Putin in Ucraina.

Per giustificare l’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio 2022, Vladimir Putin si è richiamato più volte all’ideologia del “mondo russo” (Russkiy Mir), che cerca di aggregare tutti i russofili del mondo. Il 21 luglio 2007 con un suo decreto è stata costituita la Fondazione Russkiy Mir, presieduta da Vyacheslav Nikonov, nipote e biografo di quel Vjačeslav Molotov, che fu artefice con Joachin Robentropp del patto nazi-sovietico del 1939. Il “mondo russo” avrebbe un centro politico comune, il   Cremlino, una lingua comune, il russo, e una Chiesa comune, il Patriarcato di Mosca, che lavora in “sinfonia” con il presidente della Federazione russa Putin. L’orizzonte “antiglobalista” dei russofili è questo.

In Italia, la filosofia rossobruna è promossa da Diego Fusaro, un intellettuale neomarxista amato anche da alcuni cattolici tradizionalisti per il sostegno dato ad Andrea Cionci ed Alessandro Minutella, che non riconoscono la validità del pontificato di papa Francesco.  «Rossobruno – ha affermato Fusaro – è chiunque che, consapevole che l’antagonismo odierno si basi sulla verticale contrapposizione tra servi e signori e non su vane divisioni orizzontali, oggi rigetti destra e sinistra» (in Ticinolive, 20 marzo 2017). Rossobruni, nazionalcomunisti, russofili, divisi su molti punti, sono uniti nel rifiuto della dimensione romana della Chiesa cattolica e dell’Europa cristiana. La confusione regna e le parole del cardinale Ratzinger acquistano attualità: «C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più sé stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è in grado più di percepire ciò che è grande e puro. L’Europa ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di se stessa, se vuole davvero sopravvivere»(Senza radici, cit.,pp.70-71).

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La mala Russia. Radiografia di un disastro demografico

GIULIO MEOTTI  11 MAR 2023-  Il FOGLIO

Altro che occidente decadente, dal confronto con noi il paese di Putin ne esce come un incubo. L’aspettativa di vita dei ragazzi è uguale a Haiti

Nell’oblast di Pskov, al confine con l’Estonia, c’erano ventisei reparti di maternità alla fine dell’Unione sovietica. Oggi quattro. Il numero di aborti è uguale al numero delle nascite, un fatto che la funzionaria della sanità regionale Tatyana Shirshova ha definito “motivo di speranza”. Perché in precedenza c’erano più aborti che nascite.

“Negli ultimi tre anni la Russia ha perso due milioni di persone in più rispetto a quanto avrebbe fatto normalmente” scrive questa settimana l’Economist. “L’aspettativa di vita dei maschi russi di quindici anni è diminuita di cinque, allo stesso livello di Haiti. Il numero di russi nati nell’aprile 2022 non era superiore a quello dei mesi dell’occupazione di Hitler. E poiché così tanti uomini in età da combattimento sono morti o in esilio, le donne sono più numerose degli uomini di almeno dieci milioni”.

Secondo Alexei Raksha, un demografo che lavorava per il servizio statistico statale russo, se si guarda solo agli anni in tempo di pace, il numero di nascite registrate oggi è stato il più basso dal XVIII secolo. Secondo l’agenzia statale di statistica, nel 2020 e nel 2021 la popolazione del paese è diminuita di 1,3 milioni e le morti hanno superato le nascite di 1,7 milioni. Se si aggiunge la mortalità per pandemia alle vittime della guerra e alla fuga dalla mobilitazione militare, la Russia ha perso tra 1,9 milioni e 2,8 milioni di persone nel 2020-23 oltre al suo previsto deterioramento demografico. L’aspettativa di vita alla nascita dei maschi russi è crollata da 68,8 nel 2019 a 64,2 nel 2021. Gli uomini russi ora muoiono sei anni prima degli uomini in Bangladesh e diciotto anni prima degli uomini in Giappone. Alain Blum, direttore della ricerca all’Istituto nazionale per gli studi demografici francese e specialista in Russia, dice: “Non siamo nei primi anni Duemila quando l’aspettativa di vita era intorno ai 60 anni, ma se le perdite ammontassero a diverse centinaia di migliaia di uomini, ci avvicineremmo”.

Nel suo discorso del 21 febbraio scorso, Vladimir Putin contro l’occidente ha scagliato nuovamente l’accusa di aver causato una “catastrofe spirituale”: “Dobbiamo difendere i nostri figli dal degrado dell’occidente che cercherà di distruggere la nostra società”. Ha messo nel mirino anche la chiesa anglicana per aver aperto al Dio di genere neutro. “Dobbiamo proteggere i nostri bambini da degrado e degenerazione e lo faremo”, ha concluso il presidente russo. A ben guardare, la Russia è molto più decadente dell’occidente.

In Russia ci sono il doppio dei divorzi che in Italia: 4,5 ogni mille abitanti contro 1,4. Quando i bolscevichi salirono al potere nel 1917, considerarono la famiglia, come ogni altra istituzione “borghese”, con un odio feroce e decisero di distruggerla. “Per ripulire la famiglia dalla polvere accumulata nel tempo, abbiamo dovuto dare una bella scossa, e l’abbiamo fatto”, disse Madame Smidovich, leader comunista femminile. Così uno dei primi decreti del governo sovietico fu abolire il termine “figli illegittimi”. Ciò è stato fatto semplicemente equiparando lo status legale di tutti i bambini, nati nel matrimonio o al di fuori di esso, e così il governo sovietico si vantò che la Russia è l’unico paese in cui non ci sono figli illegittimi. Contemporaneamente fu varata una legge che rendeva il divorzio una questione di pochi minuti, da ottenere su richiesta di uno dei coniugi. “Il risultato fu il caos”, scriveva l’Atlantic nel 1926. “Gli uomini iniziarono a cambiare moglie con lo stesso entusiasmo che mostravano nel consumo della vodka”.

Oggi metà di tutti i matrimoni in Russia finisce in un divorzio. Ha uno dei tassi più alti del mondo di fine dei matrimoni. “Rispetto al 1980, il tasso di matrimonio in Russia è diminuito del 27 per cento”, ha raccontato il demografo americano esperto di Russia, Nicholas Eberstadt. “Si è passati da 400 divorzi ogni mille matrimoni nel 1980 a un picco di oltre 800 divorzi ogni mille matrimoni. Nel 1980, meno di un bambino su nove era nato fuori dal matrimonio. Oggi il tasso di illegittimità in Russia è arrivato al 30 per cento, triplicato in soli 25 anni”. Il 25 per cento di tutti gli uomini russi muore prima dei 55 anni, rispetto al sette per cento nel Regno Unito, con l’alcol come causa principale.

La Russia è anche uno dei paesi al mondo in cui si ricorre di più all’aborto con 53,7 ogni 1.000 donne rispetto a 5,4 in Italia. I primi dieci paesi con i più alti tassi di aborto secondo le Nazioni Unite sono Russia, Vietnam, Kazakistan, Estonia, Bielorussia, Romania, Ucraina, Lettonia, Cuba e Cina. Cosa hanno in comune tutti questi paesi? In Unione sovietica, il primo stato al mondo a legalizzare l’aborto nel 1920, si arriverà a una distopia tale che nel 1991 al crollo dell’Urss c’erano 201 aborti ogni 100 nati. Due gravidanze su tre venivano abortite. Una fonte autorevole della fine degli anni 60, il professor H. Kent Geiger, nel suo lavoro sulla Harvard University Press, riferì: “Si possono trovare donne sovietiche che hanno avuto venti aborti”. Negli anni 70, l’Unione sovietica registrava in media 7-8 milioni di aborti all’anno, annientando intere generazioni future. Non si sarebbero mai ripresi.

In Russia oggi ci si suicida quattro volte di più che in Italia: 25 ogni 100 mila persone contro sei in Italia e il tasso di omicidi è di 7,33 ogni 100 mila abitanti in Russia mentre in Italia siamo allo zero virgola.

Nel paese di Putin ingoiano molta vodka ma anche molte sostanze psicotrope. Tutti i dati concordano: il numero di persone trattate per tossicodipendenza è 3,4 volte più alto che in un paese europeo. In Europa di media lo 0,3 per cento della popolazione vive con l’Aids-Hiv; in Russia, l’1,2.

“La Russia sta finendo i russi”, scrive la Welt. “Il 2019 ha visto il calo più grande degli ultimi undici anni. Il motivo non è l’aumento dei decessi, spiega Rosstat, ma il calo delle nascite in 80 delle 85 regioni del paese”. Il più famoso esperto di popolazione russa che dirige l’Istituto di demografia di Mosca,

Anatoly Wischnewski, annuncia: “Nei prossimi dieci anni la Russia cadrà in un buco demografico”. Il crollo della natalità è una conseguenza del fatto che ora è il turno della generazione nata negli anni 90 ad avere figli. Quando, come scrive il demografo inglese Paul Morand, “le morti continuavano ad accumularsi, la gente cadeva o saltava dai treni e dai finestrini, asfissiava in case di campagna con stufe a legna difettose, annegava per aver guidato ubriaca, moriva assurdamente giovane per infarti e ictus. All’inizio di questo secolo, l’aspettativa di vita degli uomini russi era come in Madagascar e in Sudan”.

Paul Morand (il suo ultimo libro è “Tomorrow’s People: The Future of Humanity in Ten Numbers”) ricorda anche che “perdere giovani uomini in guerra non aiuta la crescita della tua popolazione. È una perdita di persone negli anni fertili e la crisi economica spingerà l’emigrazione dalla Russia. Oggi l’aspettativa di vita in Russia è simile a quella in paesi molto più poveri, come l’Egitto. Le cose stanno iniziando a crollare. Migliaia di villaggi sono stati abbandonati, in particolare nelle aree remote”.

Rispetto al boom dei primi anni Duemila, i tassi di fertilità in Russia sono scesi di un terzo e ora sono inferiori a quelli della metà degli anni 90, al tempo della devastazione post-sovietica (tra il 1993 e il 2008, la popolazione russa perse 5 milioni di persone). Scrive Morand: “La preparazione di una società a sostenere perdite militari diminuisce al diminuire delle dimensioni della famiglia; gli unici conflitti nel mondo che vanno avanti per anni – dalla Libia alla Siria, dallo Yemen al Congo – sono nei luoghi in cui gli uomini che muoiono hanno molti fratelli”.

Gli esperti ritengono che la Russia potrebbe vedere meno di un milione di nascite quest’anno se le operazioni militari continueranno nei prossimi mesi. Questo sarebbe il più basso nella storia moderna, secondo Igor Efremov, ricercatore presso l’Istituto Gaidar di Mosca. Una stima separata di Mikhail Denisenko, direttore dell’Istituto di demografia di Mosca, suggerisce che un anno di servizio militare per i 300 mila uomini mobilitati nell’esercito lo scorso settembre e ottobre porterà a 25 mila nascite in meno.

“La Russia è ora nel mezzo di un declino verso il basso in cui il numero di donne in età produttiva primaria diminuirà del 40 per cento tra il 2010 e il 2030” dichiara  Raksha, demografo indipendente russo. “Anche senza la guerra, il numero delle nascite sarebbe diminuito. La guerra accelererà questo processo, ma nessuno sa di quanto al momento”. Raksha ritiene che, nel peggiore dei casi, la popolazione potrebbe iniziare a diminuire di un milione di persone ogni anno.

Una condanna già scritta, sembrerebbe, a leggere l’Atlantic: “Sedici russi muoiono ogni 10,4 bambini nati, con una popolazione in calo di 700 mila persone all’anno. Dalla caduta del muro di Berlino, nella Federazione Russa ci sono stati dieci milioni di morti in più rispetto alle nascite”. Anche Masha Gessen sulla New York Review of Books racconta un paese che sta esaurendo le persone. “Nei diciassette anni tra il 1992 e il 2009, la popolazione russa è diminuita di sette milioni di persone, un tasso di perdita mai visto in Europa dalla Seconda guerra mondiale”.

E se i Russi pensano che l’occidente sia decadente, mandano tutti i loro figli a studiare e a vivere qui. Lo si apprende da una straordinaria inchiesta di Agnieszka Legucka e Bartosz Bieliszczuk intitolata “Kremlin Kids: The Second Generation of the Russian Elite”. Ekaterina Vinokourova, la figlia del ministro degli Esteri Sergei Lavrov, si è istruita all’estero. Quando Lavrov era ambasciatore presso le Nazioni Unite, Ekaterina frequentava la Dwight School di New York. Ha poi studiato scienze politiche alla Columbia University ed economia alla London School of Economics. Elizaveta Peskova, figlia del portavoce di Putin Dmitry Peskov, è cresciuta in Francia. Anche un’altra figlia di Peskov, Nadya, è cittadina americana.

Uno dei figli di Peskov, Nikolay, è cresciuto a Londra. Il secondo figlio, Deni, vive a Parigi. Le figlie di Sergei Zheleznyak che guida il partito di Putin, Russia Unita, hanno studiato in Svizzera e in Inghilterra. Anastasia ha studiato all’American School in Svizzera e ha continuato i suoi studi alla Queen Mary University e al King’s College di Londra. Alexandra, figlia del deputato Piotr Tolstoy, vicino a Putin, è stata recentemente ammessa alla Yale University.

Dopo essersi diplomato al liceo in Pennsylvania, il figlio maggiore del deputato della Duma Alexander Remezkov ha continuato i suoi studi alla Hofstra University di Long Island. Il secondo figlio ha studiato al Malvern College in Inghilterra e la figlia più giovane vive a Vienna. Alyona Minkovski, figlia della deputata Irina Rodnina, vive a Washington D.C. Si è laureata all’Università della California.

Petr, figlio di Alexander Zhukov, il primo vicepresidente del Parlamento russo, ha studiato a Londra. Lyubov, figlia del vice primo ministro Alexander Khloponin, ha studiato alla London School of Economics. Anche Alexander, figlio dell’ex ministro dell’Istruzione e della Scienza Andrei Fursenko, ha studiato all’estero e ora vive negli Stati Uniti. Il pronipote del ministro degli Esteri di Stalin, Viaceslav Molotov, e figlio dell’attuale deputato Viaceslav Nikonov, ha la cittadinanza americana. La portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova si è sposata a New York.

Qualcuno ora evoca per la Russia un futuro “iraniano”, che è tra i paesi più tossicodipendenti al mondo, che ha il più alto tasso di fuga dei cervelli e la cui moria demografica rivaleggia soltanto con quella russa. “La popolazione della Russia negli ultimi dodici mesi ha subito il più grande declino in tempo di pace nella storia”, ha scritto il Moscow Times prima dello scoppio della guerra.

Però c’è un settore che sta crescendo in Russia: le camere ardenti. L’arciprete Dmitry Smirnov, un funzionario della Chiesa ortodossa braccio destro del Cremlino, in una botta di sincerità ai capi di Mosca ha detto: “Non ci saranno più russi nel 2050”. 
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L’ATTACCO ALLA  CHIESA  CATTOLICA  CHE  VIENE DALL’EST

L’obbiettivo della Russia,  nella  persona del suo Presidente  e del patriarca di Mosca  è  di staccare L’Europa dagli Stati Uniti e dalla Chiesa di Roma,  per sottometterla al  protettorato politico e religioso di Mosca. Questo è  anche l’obbiettivo finale dell’invasione dell’Ucraina (Prof. Roberto de  Mattei)

“La chiesa ortodossa russa, governata, dopo Aleksij I, dal patriarca Pimen (Sergej Izvekov, 1910-1990), rinnovò la sua lealtà al regime sovietico e appoggiò la politica di espansione internazionale del comunismo. Dopo il crollo del regime sovietico, Vladimir Putin, asceso al potere nel 2000, ottenne un appoggio decisivo dai patriarchi Aleksij II (Aleksej Ridiger, 1929-2008) e Kiril (Vladimir Michajlovič Gundjaev), suo antico commilitone nel KGB.

I discorsi del presidente Putin e del patriarca Kiril hanno ripetutamente invocato e sviluppato l’ideologia del Russkij mir, o “mondo russo”, un insegnamento secondo cui esiste una civiltà transnazionale che comprende tutti i popoli che appartengono all’etnia o alla lingua russa o che erano incorporati all’Unione Sovietica. Essi hanno una chiesa comune, il Patriarcato di Mosca e un’unità politica comune, che si identifica con il presidente della Federazione russa.  

Il Patriarcato di Mosca vuole difendere l’identità del Russkij mir contro il relativismo occidentale, ma anche contro il cattolicesimo romano. Oggi, in Russia, l’ortodossia è l’unica “religione di Stato”. L’islam, l’ebraismo, il buddismo, e da poco lo sciamanesimo, vengono tollerati come religioni “tradizionali”, ma non la Chiesa cattolica, della quale è proibita ogni forma di “proselitismo” (Stefano Caprio, Lo Zar di Vetro, Jaca Book, Milano 2020, p. 181).

Mentre in Occidente, a partire dalla Rivoluzione del Sessantotto, si è espansa la dimensione nichilistica del comunismo, sotto forma di marx-freudismo, in Russia Putin vuole recuperare la dimensione messianica del marxismo, all’interno di una linea politica che va da Ivan il Terribile a Stalin. La “via di salvezza” che Putin propone all’Europa consiste nel recidere i legami con gli Stati Uniti e con la Chiesa di Roma per sottomettersi al protettorato politico e religioso di Mosca. L’invasione dell’Ucraina va letta anche in questa prospettiva, delineata nel discorso programmatico del 12 luglio 2021 al Valdai Club (V. Putin, Sulla storica unità tra Russi e Ucraini, in Di fronte alla storia, PGreco, Milano 2022, pp. 273-290). Come emerge da questo documento, la realtà che Putin combatte con maggior forza è la Chiesa greco-cattolica ucraina, perché essa costituisce la testimonianza vivente della possibilità di ritrovare l’autentica anima religiosa della Russia, che non è quella del Patriarcato di Mosca, ma quella battesimale di Kyiv.

 Il Patriarcato di Mosca, che nei suoi 430 anni di storia è sempre stato sottomesso allo Zar di turno, oggi è spiritualmente logoro e la Roma eterna attende il ritorno alla vera fede del popolo russo, annunciato dalla Madonna a Fatima nel 1917.”

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