"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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LA TRASFIGURAZIONE

BENEDETTO XVI – LA LEZIONE DELLA TRASFIGURAZIONE DI GESU’

L’ evangelista Luca sottolinea che Gesù salì sul monte “a pregare” (9,28) insieme agli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni e, “mentre pregava” (9,29), si verificò il luminoso mistero della sua trasfigurazione. Salire sulla montagna per i tre Apostoli ha perciò voluto dire essere coinvolti nella preghiera di Gesù, che si ritirava spesso in orazione, specialmente all’alba e dopo il tramonto, e talvolta per tutta la notte. Solo però quella volta, sulla montagna, Egli volle manifestare ai suoi amici la luce interiore che lo ricolmava quando pregava: il suo volto – leggiamo nel Vangelo – s’illuminò e le sue vesti lasciarono trasparire lo splendore della Persona divina del Verbo incarnato (cfr Lc 9,29).

C’è un altro dettaglio, proprio del racconto di san Luca, che merita di essere sottolineato: l’indicazione cioè dell’oggetto della conversazione di Gesù con Mosè ed Elia, apparsi accanto a Lui trasfigurato. Essi – narra l’Evangelista – “parlavano della sua dipartita (in greco éxodos), che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (9,31). Dunque, Gesù ascolta la Legge e i Profeti che gli parlano della sua morte e risurrezione. Nel suo dialogo intimo con il Padre, Egli non esce dalla storia, non sfugge alla missione per la quale è venuto nel mondo, anche se sa che per arrivare alla gloria dovrà passare attraverso la Croce. Anzi, Cristo entra più profondamente in questa missione, aderendo con tutto se stesso alla volontà del Padre, e ci mostra che la vera preghiera consiste proprio nell’unire la nostra volontà a quella di Dio.

Per un cristiano, pertanto, pregare non è evadere dalla realtà e dalle responsabilità che essa comporta, ma assumerle fino in fondo, confidando nell’amore fedele e inesauribile del Signore. Per questo, la verifica della trasfigurazione è, paradossalmente, l’agonia nel Getsemani (cfr Lc 22,39-46). Nell’imminenza della passione, Gesù ne sperimenterà l’angoscia mortale e si affiderà alla volontà divina; in quel momento la sua preghiera sarà pegno di salvezza per tutti noi. Cristo, infatti, supplicherà il Padre celeste di “liberarlo dalla morte” e, come scrive l’autore della lettera agli Ebrei, “fu esaudito per la sua pietà” (5,7). Di tale esaudimento è prova la risurrezione.

Cari fratelli e sorelle, la preghiera non è un accessorio, un optional, ma è questione di vita o di morte. Solo chi prega, infatti, cioè chi si affida a Dio con amore filiale, può entrare nella vita eterna, che è Dio stesso. Durante questo tempo di Quaresima, chiediamo a Maria, Madre del Verbo incarnato e Maestra di vita spirituale, di insegnarci a pregare come faceva il suo Figlio, perché la nostra esistenza sia trasformata dalla luce della sua presenza.

tratto da  https://it.zenit.org/articles/benedetto-xvi-la-lezione-della-trasfigurazione-di-gesu

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I Manuali del Cremlino per giustificare l’ “operazione” in Ucraina: “È una lotta contro l’Occidente senza Dio”

Distribuiti a media statali e politici, i volumi giustificano l’operazione militare in Ucraina evocando la conversione al cristianesimo del Paese e chiamando alla battaglia contro gli “atei, satanisti e assassini”

Di: Rosalba Castelletti  –  La Repubblica – 3 Agosto 2022

Parlare di “denazificazione” e “smilitarizzazione” a quanto pare non basta più. Peggio: molti non comprenderebbero il significato di questi termini. Il Cremlino perciò è corso ai ripari. Ha compilato due manuali per media statali e politici su come giustificare quella che chiama “operazione militare speciale” in Ucraina tracciando paralleli con il battesimo della Rus’, ossia la conversione al cristianesimo del Paese che si fa risalire al 988, e con la “battaglia della Neva” contro gli svedesi vinta nel 1240 dal principe Aleksandr Nevskij.

Li ha distribuiti lo scorso mese a media statali e politici in vista dei rispettivi anniversari che cadevano il 28 e il 15 luglio. Oggi come allora, si spiega al loro interno secondo il sito in lingua russa Meduza che ne è venuto in possesso, la Russia starebbe lottando contro il cosiddetto “Occidente collettivo” e “senza Dio” che da oltre mille anni vuole impossessarsi delle sue risorse e distruggere i valori fondanti la fede ortodossa. La tesi è quella già utilizzata più volte dallo stesso Vladimir Putin dell’attacco preventivo, ma sostanziata da argomentazioni storiche.

Il battesimo della Rus’

Il primo manuale inizia con una premessa: il battesimo del popolo della Rus’ di Kiev per volere del principe Vladimir, Volodymyr per gli ucraini, non segnò solo la conversione alla fede ortodossa, ma anche “la base della civiltà russa”. E contribuì a unire le “terre sparse russe” e centinaia di popoli che oggi “si sono nuovamente mobilitati in opposizione agli atei e in difesa dei valori tradizionali”. Segue un vademecum su come spiegare le ragioni dell’intervento in Ucraina.

Primo: l’offensiva è stata provocata dall’Occidente che ha fornito armi all’Ucraina che sarebbe diventata il trampolino di lancio per un attacco alla Russia con l’obiettivo secolare di indebolirla e distruggerla. Secondo: l’obiettivo dell’operazione va oltre la “denazificazione”, è una “lotta ai senza Dio”. Gli “ukronazi”, ossia i “neonazisti ucraini”, sostiene il manuale secondo quanto riporta Meduza, vanno descritti come “atei, stupratori, rapinatori e assassini”, “satanisti e seguaci di culti misantropici” che “compiono sacrifici e omicidi rituali”.

Gli attacchi all’Occidente ateo

Nel secondo manuale, l’amministrazione presidenziale spiega innanzitutto che cosa sia “l’Occidente collettivo” di cui da mesi parlano le autorità russe e di come corrisponda a soggetti diversi a seconda del periodo storico: l’Ordine Teutonico, la Svezia, il Commonwealth, l’impero di Napoleone, il Terzo Reich e oggi la Nato. Avrebbero però usato tutti la stessa tattica: aizzare contro la Russia “i popoli che vivono ai suoi confini” per impossessarsi delle sue risorse, un tempo la sua stessa popolazione, oggi i suoi minerali. Ma ottenendo un effetto boomerang: “La società – si legge – si unisce attorno al leader nazionale e, dimostrando coraggio ed eroismo sul campo di battaglia, respinge gli invasori”.

Sui media di Stato sono già apparsi articoli secondo le istruzioni: “Il satanismo e l’occulto sono diventati l’ideologia dei battaglioni nazionali ucraini” su Ria Novosti, “Che cosa hanno in comune il Battesimo della Rus’e l’operazione speciale in Ucraina ?” su Gazeta.ru e testi simili sui siti filogovernativi FederalPress e Regnum. Il passo successivo, secondo le fonti di Meduza, è trovare “influencer” che si facciano promotori delle tesi dei manuali. Lo scorso marzo il propagandista Dmitrij Kiseliov impiegò ben sette minuti a cercare di spiegare in tv il concetto di “denazificazione”. Ma da aprile, secondo il sito investigativo Proekt, non ha più usato quel termine, se non sporadicamente. Chissà se con la storia andrà meglio.

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE ai partecipanti del Festival della Gioventù – Medjugorje, 1-6 agosto 2022

data: 01.08.2022.

Carissimi!

In quel tempo, come ci dice l’evangelista Matteo, Gesù rivolgendosi a tutti disse: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero.» (Mt 11, 28-30). Come in quel tempo, così anche oggi Gesù si rivolge a tutti voi, cari giovani, e attraverso il motto del Festival di quest’anno, ispirato dal Vangelo appena menzionato, vi rivolge il Suo invito: «Imparate da me e troverete ristoro».

Il Signore rivolge queste Sue parole non solo agli apostoli o ad alcuni Suoi amici, ma a tutti coloro che sono stanchi e oppressi. Lui sa quanto può essere dura la vita e che ci sono molte cose che opprimono il nostro cuore: numerose delusioni, ferite del passato, pesi che portiamo, ingiustizie che sopportiamo e numerose incertezze e preoccupazioni. Di fronte a tutto questo, si trova Gesù che ci rivolge il Suo invito: «Venite a me e imparate da me». Questa chiamata richiede cammino e fiducia, e non ci permette di stare fermi, rigidi e impauriti davanti alle sfide della vita. Sembra facile, ma nei momenti bui semplicemente ci ripieghiamo su noi stessi. È proprio da questa solitudine che Gesù vuole farci uscire, per questo ci dice: «Vieni».

La via d’uscita è nella relazione con il Signore, nel guardare Colui che ci ama veramente. Però non basta soltanto uscire da sé stessi, bisogna anche sapere in che direzione andare, perché ci sono tante offerte ingannevoli che promettono un futuro migliore, ma ci lasciano sempre di nuovo nella solitudine. Per questo motivo il Signore ci indica dove andare: «Venite a me».

Cari amici, andate da Lui con il cuore aperto, prendete il suo giogo e imparate da Lui. Andate dal Maestro per diventare i Suoi discepoli ed eredi della Sua pace. Prendete il Suo giogo con il quale scoprirete la volontà di Dio e diventerete partecipi del mistero della Sua croce e risurrezione. Il «giogo» di cui Cristo parla è la legge d’amore, è il comandamento che ha lasciato ai Suoi discepoli: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi (Gv, 15,12). Perché la vera medicina,per le ferite dell’uomo, è una vita fondata sull’amore fraterno, che trova la propria sorgente nell’amore di Dio.

Camminando insieme a Lui e seguendoLo, imparerete da Lui. Lui è il Signore che non impone agli altri un peso che Lui stesso non porta. Si rivolge agli umili, ai piccoli e ai poveri perché Egli stesso si è fatto povero e umile. Se vogliamo davvero imparare, dobbiamo umiliarci e riconoscere la nostra ignoranza e arroganza, in quei momenti in cui pensiamo di poter ottenere tutto da soli e con le nostre forze, e soprattutto avere l’orecchio aperto per le parole del Maestro. In questo modo conosciamo il Suo cuore, il Suo amore, il Suo modo di pensare, vedere ed agire. Ma essere vicini al Signore e seguirLo richiede coraggio.

Carissimi, non abbiate paura, andate da Lui con tutto ciò che portate nel proprio cuore. Egli è l’unico Signore che offre vero ristoro e vera pace. Seguite l’esempio di Maria, Sua e nostra Madre, che vi condurrà a Lui. AffidateviaLei, che è la Stella del mare, il segno di speranza sul mare agitato che ci conduce verso il porto della pace. Colei, che conosce Suo Figlio, vi aiuterà ad imitarLo nella vostra relazione con Dio Padre, nella compassione del prossimo e nella consapevolezza di ciò che siamo chiamati a fare: essere figli di Dio. In questo momento, nel cuore dell’estate, il Signore vi invita ad andare in vacanza con Lui, nel luogo più speciale che esista, che è il vostro stesso cuore.

Cari giovani, mentre in questi giorni riposate in Gesù Cristo, vi affido tutti alla Beata Vergine Maria, alla nostra Madre celeste, affinché con la Sua intercessione ed esempio possiate prendere su di voi il dolce e leggero giogo della sequela di Cristo. Vi accompagni lo sguardo di Dio Padre che vi ama, affinchénegli incontri con gli altri, possiate essere i testimoni della pace che riceverete in cambio come dono. Prego per quest’intenzione evi benedico, raccomandandomi alle vostre preghiere.

A Roma, presso San Giovanni in Laterano
La memoria della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, il 16 luglio 2022

Papa Francesco

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LA POLITOLOGA FRANCESE ALEXANDRA GOUJON

«La maturità democratica dell’Ucraina è già una prima vittoria»

DANIELE ZAPPALÀ –  Avvenire

Parigi –  31  Luglio 2022

«Si è molto parlato del ruolo guida di Zelensky, ma si tratta pure di un presidente accompagnato in questo ruolo da una società decisa a resistere». A sottolinearlo è la politologa francese Alexandra Goujon, docente all’Università della Borgogna e autrice d’importanti saggi sulla società ucraina, come il recente “L’Ukraine, de l’indépendance à la guerre” (Le Cavalier Bleu). La studiosa s’è recata in Ucraina anche nei mesi scorsi, come fa da decenni.

L’Ucraina di oggi è unita?

La costruzione nazionale si è aperta nel 1991 e ha conosciuto nel 2014 una tappa drammatica all’insegna d’un compattamento anche attorno ai valori europei. Oggi, c’è un’accelerazione del consolidamento nazionale, come mostrano a mio avviso gli stessi territori occupati, in regioni piuttosto russofone. In proposito, si fa spesso confusione, as- similando la russofonia a una sorta d’adesione ai progetti di Mosca. In Ucraina, molti parlano russo, ma nel Donbass, tanti russofoni non associano la propria lingua materna ai progetti di Vladimir Putin, combattendoli anzi sul campo.

Le istituzioni democratiche reggeranno l’urto alla lunga?

Oggi, c’è innanzitutto un presidente che rifiuta di partire, nonostante gli eventuali commando a Kiev per eliminarlo. La presidenza resta forte e si è anzi consolidata, dato che Volodymyr Zelensky era, prima della guerra, un presidente al contempo molto popolare e molto criticato. Mi pare significativa la condotta di Zelensky, pronto a chiarire più volte di non voler prendere decisioni in modo isolato. Richiami fondamentali che confortano quella che si può ormai definire la tradizione democratica del Paese. In proposito, è fondamentale il fatto che il Parlamento continui a funzionare durante la guerra.

Scorge nondimeno incognite?

Per il momento, lo sforzo bellico consolida patriotticamente l’Ucraina. Ma le cose potrebbero complicarsi nelle fasi successive, in particolare di fronte alla prospettiva di negoziati con Mosca, anche se per il momento non sembrano nelle intenzioni russe. Ciò potrebbe suscitare divisioni fra gli ucraini, attorno al dilemma se negoziare o no. Oggi, i sondaggi in Ucraina mostrano che l’obiettivo resta di continuare a combattere per difendere il Paese ed eventualmente recuperare territori.

Il ruolo di leader assunto da Zelensky la sorprende…

No. Zelensky, eletto come uomo del cambiamento, è pure un pragmatico che si è reso conto, a un certo punto, del livello esorbitante delle richieste russe. Pur trattandosi da sempre d’un patriota, Zelensky, russofono, aveva sostenuto inizialmente una linea di dialogo con Mosca, ma è poi divenuto molto meno conciliante, adattandosi ai nuovi scenari. Del resto, è pure un “presidente specchio”, nel senso che è trascinato da una popolazione decisa a resistere e che gli ha chiesto di divenire un trascinatore. Una galvanizzazione reciproca.

Gli ucraini paventano la rinascita dell’Urss?

Il progetto civile e politico espresso dagli ucraini non può essere definito antirusso. Ma si tratta d’un progetto contro il ritorno d’una dominazione russa. Se gli ucraini non hanno mai aderito al progetto russo d’unione euroasiatica è perché sanno che in un simile quadro Mosca tornerebbe egemonica. In quest’ottica, per molti ucraini, quella in corso resta soprattutto una guerra d’indipendenza, tanto più dopo i massacri via via rivelati. Così va interpretato pure il desiderio d’una de-sovietizzazione della storia ucraina e quello dell’ingresso nell’Unione Europea, uno spazio politico dove nessuno Stato domina gli altri. Dietro al patriottismo ucraino, c’è questo sentimento ormai radicato d’indipendenza maturato lungo un arco di tempo molto lungo.

«Dietro al patriottismo ucraino c’è un sentimento d’indipendenza consolidato in un arco di tempo molto lungo»

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PAPA FRANCESCO POPOLO UCRAINO AGGREDITO E MARTORIATO

“Anche durante il viaggio non ho mai smesso di pregare per il popolo ucraino, aggredito e martoriato, chiedendo a Dio di liberarlo dal flagello della guerra”.

Se si guardasse la realtà obiettivamente, considerando i danni che ogni giorno di guerra porta a quella popolazione ma anche al mondo intero, l’unica cosa ragionevole da fare sarebbe fermarsi e negoziare. Che la saggezza ispiri passi concreti di pace. (Angelus 31 Luglio 2022).

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L’Osce – Ucraina: ecco le stanze delle torture

Il rapporto degli ispettori rivela sevizie e pratiche che ora sono «provate» da riscontri

NELLO SCAVO- Avvenire 22 Luglio 2022

Le stanze delle torture erano state allestite per durare. Ne hanno trovate ovunque nei territori occupati dai russi costretti poi a ripiegare. E proprio durante la precipitosa ritirata gli occupanti non hanno avuto molto tempo per distruggere le prove. In molti casi non ci hanno neanche provato, come a voler lasciare sui corpi e sui tavolacci della mattanza il marchio della vendetta e l’avvertimento per quando sarebbero tornati.

Gli investigatori dell’Osce, l’Organizazzione per la cooperazione e la sicurezza in Europa hanno perfino dovuto ammettere di non avere considerato a sufficienza la portata dell’orrore. Nel loro secondo rapporto di 130 pagine con il timbro «restricted», il resoconto «riservato » rivela sevizie e pratiche che ora sono provate da riscontri messi a disposizione della giustizia internazionale. «La missione ha identificato due nuovi fenomeni allarmanti che non erano stati inclusi o a cui non era stata prestata sufficiente attenzione nel primo rapporto – si legge nel nuovo dossier –, vale a dire la creazione e l’uso dei cosiddetti centri di filtraggio». Sono le centrali delle deportazioni verso la Russia in direzione dei territori sotto il controllo delle forze di Mosca. Ma arrivarci da vivi è già una fortuna. L’Osce ha documentato «chiari modelli di gravi violazioni del diritto umanitario internazionale attribuibili principalmente alle forze armate russe».

Ci vuole fegato anche solo per leggere fino a che punto si stiano spingendo i criminali in divisa: «I segni di tortura e maltrattamento sui cadaveri dei civili uccisi mostrano anche il mancato rispetto del principio di umanità che dovrebbe guidare l’applicazione del diritto internazionale umanitario nelle operazioni militari».

 Di Bucha si sa quasi tutto. Di Zabuchchya quasi nulla. E’ un piccolo villaggio con case in sassi a mezz’ora da Kiev. Erano i giorni del tentato assedio sulla capitale, dalle nevi di febbraio al primo caldo primaverile di fine marzo. «Sono stati scoperti in uno scantinato 18 corpi mutilati di uomini, donne e bambini assassinati », riporta l’Osce. Non sono stati ammazzati a sangue freddo. A Bucha i civili sono stati trucidati nel corso della ritirata, falciati dalle raffiche sparate dai fuggiaschi. A Zabuchchya no. Gli aguzzini hanno avuto tutto il tempo per spiegare che sotto la bandiera di Putin la musica sarebbe cambiata. «Ad alcuni – scrivono gli specialisti dell’Osce – erano state tagliate le orecchie, ad altri erano stati strappati i denti». A 400 chilometri di distanza, in direzione del Donbass, «altre camere di tortura sono state trovate a Trostyanets, nell’oblast di Sumy». Più a Sud, nell’are di Kherson, la provincia dove nelle prossime settimane si concentrerà la controffensiva Ucraina in direzione della Crimea «sono stati registrati attacchi intenzionali contro gli anziani.

Le testimonianze ricevute dalla missione sostengono che i soldati russi – informa il dossier – sparano e feriscono anche i civili che vogliono lasciare o entrare nella regione di Kherson». I “centri di filtraggio” sono una delle vergogne di questo conflitto. Decina di migliaia di esseri umani rastrellati, fatti prigionieri e portati in Russia contro la loro volontà. La riprova della tendenza «ad aggirare gli obblighi internazionali consegnando le persone detenute alle due cosiddette Repubbliche Popolari e lasciando che si impegnino in pratiche problematiche, tra cui l’imposizione della pena di morte». I numeri delle sparizioni sono volutamente nascosti da Mosca, che scarica eventuali responsabilità sulle repubbliche separatiste, che a loro volta negano l’esistenza di questo fenomeno. Al contrario «la missione ha ottenuto la conferma dell’esistenza di casi di deportazione, anche se il numero preciso è difficile da determinare ». La Commissione ucraina per i diritti umani ha sostenuto a metà maggio che la Russia ha trasferito più di 210.000 bambini durante il conflitto, parte degli oltre 1,2 milioni di ucraini deportati contro la loro volontà.

Come in ogni guerra, la brutalità finisce per contagiare i fronti, confondendo talvolta vittima e carnefice. «Gli esperti hanno scoperto sui social immagini di soldati e civili che mostravano chiaramente che i loro resti non venivano trattati in modo rispettoso. La missione è riuscita a confermare il mancato rispetto dei morti da parte di entrambi i belligeranti».

© RIPRODUZIONE RISERVATA Le 130 pagine con il timbro «restricted» riportano «chiari modelli di gravi violazioni del diritto umanitario internazionale attribuibili principalmente alle forze armate russe»

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Il potere di Putin è granitico ma non eterno. La svolta di settembre

PIETRO GUASTAMACCHIA  20 LUG 2022-Il FOGLIO

Galeotti racconta cosa potrebbe cambiare in autunno e come si gestisce il rapporto con la Russia, anche quello personale

“Occhi puntati su settembre” mette in guardia Mark Galeotti, cremlinologo, esperto di spazio post sovietico e tra i più ascoltati, ripresi e criticati russologi al mondo. Secondo Galeotti infatti “a settembre è probabile che a Mosca arrivi una svolta”. Stando alle analisi del professore, che recentemente è finito sulla lista nera di Putin e dal mese scorso non può più tornare in Russia, “le famiglie medie in Russia hanno dovuto mettere mano ai propri risparmi per far fronte al repentino aumento dei prezzi dei generi di prima necessità e  questi soldi stanno ormai per finire”.  Sul fronte economico inoltre i dati suggeriscono che “in autunno potremmo iniziare a vedere l’arresto definitivo di un numero sempre maggiore di piccole e medie imprese strozzate dalla mancanza di materie prime e componenti elettroniche bloccate dalle sanzioni”. A settembre inoltre è in programma una tornata di elezioni amministrative e “Mosca si trova ad affrontare  un dilemma: sospendere le elezioni accettando di fatto che in Russia non c’è più neanche la parvenza di una democrazia, o cercare di portarle a termine comunque ma in maniera molto pilotata” raccontano le fonti del suo celebre podcast ‘Tra le ombre di Mosca’, che, secondo alcune indiscrezioni,  vanta  ascoltatori anche nelle sfere alte del Cremlino.  Non si tratta di una scelta semplice, poiché le elezioni russe, per quanto regolamentate, aprono sempre un certo spazio di dibattito specialmente sui temi più vicini ai cittadini come lavoro e costo della vita.

Con l’arrivo dell’autunno inoltre le condizioni favorevoli sul terreno per un avanzata verranno meno e torneranno il fango e il maltempo che lo scorso febbraio hanno messo in crisi i cingolati russi. Sull’andamento della guerra infine inizia a pesare anche il più macabro dei pallottolieri, Mosca è a corto di uomini poiché il numero di soldati morti in azione continua a salire e per far fronte a questo problema, spiega l’esperto, potrebbe esserci una pericolosa soluzione: “A settembre inizia il ciclo di reclutamento autunnale, argomento scottante per Putin che sa bene che inviare i soldati di leva significherebbe ammettere che la sua ‘operazione speciale’ è in realtà una vera  invasione”. Il Cremlino sa che se portasse in Ucraina i  500.000 uomini di cui ha recentemente parlato il ministro della Difesa Sergei Shojgu potrebbe si ribaltare nel giro di pochi giorni la situazione ma “potrebbe far scoppiare il dissenso interno. Non addestrati e male equipaggiati porterebbe una generazione alla carneficina”.

Nonostante le sanzioni e l’isolamento però la Russia non cede, anzi qualcuno inizia a sospettare che lo shut down dell’economia russa che ci aspettavamo all’indomani delle sanzioni potrebbe non arrivare. Gli effetti però si sentono eccome e costringono il paese ad adattarsi. In una delle sue ultime lezioni Galeotti racconta del caso delle macchine ‘special edition’, una furberia da marketing postsovietico che offre un’ottima metafora per spiegare la situazione attuale: “Le fabbriche di auto russe non hanno più le componenti  per montare sulle  macchine una serie di funzioni basilari quali l’airbag o l’elettronica di base a causa delle sanzioni. Per ovviare a  questo problema hanno lanciato la serie ‘special edition’, una macchina che vista da fuori sembra la solita macchina ma che è del tutto priva di una serie di sistemi di sicurezza. Con le sanzioni e l’isolamento Putin ha lanciato una Russia ‘special edition’, una paese che come una vecchia Lada se si gira la chiave si mette in moto e parte ma che ha perso completamente i sistemi di sicurezza politica e sociale di uno stato moderno e che non si ha idea di come possa reagire a un dosso o figuriamoci a un incidente”.

Le sanzioni allora in qualche modo funzionano ma potrebbero metterci tanto tempo prima di mordere. Tutto questo tempo l’Europa forse non ce l’ha, infatti qualche paese membro  potrebbe  iniziare a fare qualche passo indietro. Per l’accademico britannico però questo non è un pericolo: “Se devo essere provocatorio quello che farà l’Europa non è che conti così tanto, le sanzioni che fanno male davvero sono quelle americane soprattutto le sanzioni secondarie”. Sul tema dell’energia infatti secondo Galeotti pagare Mosca potrebbe non essere un necessariamente come spararsi sui piedi, “l’importante è mettere la Russia nel paradosso del cittadino sovietico degli anni ‘80 che aveva le tasche piene di rubli ma non poteva comprarci nulla”.

 La fragilità dei governi europei davanti a questa fase dunque è da cercarsi altrove, soprattutto “nella mancanza di trasparenza verso i cittadini su quanto sta realmente accadendo” continua lo storico “fatte le dovute premesse, ovvero che oggi la guerra si gioca anche su un confronto non militare e che si combatte non solo sul terreno ma anche sullo scontro tra economie, è comunque inevitabile giungere alla conclusione che siamo in guerra con la Russia, già l’Europa intera è in guerra con la Russia e serve avvertire i cittadini che le  guerre hanno sempre un costo”.

Mark Galeotti, nonostante le minacce ricevute da parte di Mosca, è spesso anche finito nel tritacarne delle critiche opposte ed è stato ritenuto troppo comprensivo delle posizioni russe. “le accuse su accademici o giornalisti pagati da Putin vanno sempre prese con un po’ di sano scetticismo”. In Italia questo dibattito è stato molto acceso e  secondo l’accademico “affonda le sue radici sul fatto che si tratta di un paese che fatica a percepire la Russia come un nemico”. L’autore, che conosce l’Italia anche grazie ad un nonno di Carrara, sottolinea la permanenza di “una certa retorica dura a morire sia nella destra sia nella sinistra italiana che tende a vedere con diffidenza tutto ciò che riguarda la Nato e gli Stati Uniti” e ricorda “un estenuante discussione con un accademico romano che mi spiegava che il suo apprezzamento nei confronti di Putin veniva dalla sua diffidenza nei confronti del mondo capitalista. A nulla sono servite le mie spiegazioni sul fatto che la Russia di Putin sia l’economia più ferocemente neoliberista che si possa immaginare”.

Essere appassionati di Russia, conservare un’immagine positiva del suo popolo, addirittura amarla, ma riservarsi il diritto di criticarla e di desiderare di che esca sconfitta da questa guerra, secondo Galeotti, è possibile, “bisogna chiedersi prima di tutto chi sarebbe nel caso a perdere questa guerra? La Russia o Putin? Il Cremlino o i russi? Tutti concetti molto diversi. E’ vero ci sono molti russi che sostengono questa guerra ma non dimentichiamoci che sostengono la guerra che gli è stata venduta in tv, ovvero un’operazione militare volta a impedire che dei nazisti si dotino di armi di distruzione di massa: presentata così è molto più condivisibile. Noi dobbiamo pensare ai russi come ostaggi di Putin, con una vastissima diffusione della sindrome di Stoccolma, ma pur sempre ostaggi”. 

Per continuare a usare la razionalità davanti alla propaganda  e alle drammatiche immagini che vediamo in tv secondo l’autore bisogna iniziare con “l’ammettere che si tratta di una guerra orrenda, una guerra in cui assistiamo a efferati crimini che hanno dei colpevoli precisi ma che ciò non significa che ogni russo sia moralmente responsabile per quanto accaduto a Bucha”. Per Galeotti quello a cui stiamo assistendo è il crollo di un impero e “come nel caso britannico o francese, dobbiamo imparare a discernere tra le colpe delle autorità e quelle dei popoli”.

Il paragone infatti lo sentono anche in Ucraina, in aprile a Odessa  sotto i missili russi un cineforum locale proiettava “La Battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo, secondo l’accademico l’Algeria e l’Ucraina qualcosa in comune c’è l’hanno: “In molti pensano che la Russia debba passare attraverso una sconfitta per essere costretta a elaborare una nuova identità e visione di se stessa. Certo però serve una figura capace di traghettare la Russia in questa fase, qualcuno che sappia spiegare ai russi che l’impero è finito”. Serve De Gaulle ma al Cremlino c’è Putin e i due non si assomigliano affatto. Chi lo circonda d’altronde non è molto diverso da lui, ma secondo Galeotti in una Russia senza Putin qualcosa potrebbe cambiare poiché “persiste una visione autocratica del potere e una retorica della ‘grande Russia’ ma francamente non vedo nessuno tra i possibili candidati a guidare un giorno il paese qualcuno che covi la stessa rabbia e astio contro l’occidente, come se fosse colpevole di tutti i mali che affliggono la Russia. Una rabbia violenta che fa pensare che getti le sue radici dentro un profondo trauma del sentirsi tradito”.

Proprio per colpa di una delle sue analisi sgli uomini della cerchia del presidente è nata la celebre diatriba sulla cosiddetta “dottrina Gerasimov” quella che dovrebbe essere una teoria di guerra asimmetrica coniata dal capo delle forze armate russe, ma il cui nome è stato in realtà inventato ironicamente proprio da Galeotti. “Questa storia me la porterò nella tomba, però il successo che quella formula ha avuto tra chi non l’ha capita è interessante” spiega l’autore “sopravvive quando si parla di Russia una volontà di cercare una spiegazione misteriosa, una chiave magica. Ricordo che una volta si diceva che i russi da bambini vengono avvolti in coperte e arrotolati con tale forza che i bebè non riescono a mai muoversi e così imparano la sottomissione a un potere più grande. Le chiavi magiche non servono, per capire la Russia, per quanto possibile serve studiare di più”. 

E’ dura però studiare quando per decreto presidenziale l’ingresso nel paese è vietato, come accaduto a Mark Galeotti, ma anche a decine di professori e giornalisti residenti in Russia che in pochi giorni hanno dovuto fare gli scatoloni e partire. “Uno strappo doloroso ma che sul lungo termine può anche essere alla base di un cambiamento positivo”, spiega l’autore “quanto durerà dipende da tante cose, non ultima la salute fisica e politica di Putin. Ma quando il paese riaprirà saremo forse più coscienti della fragilità della relazione che ci lega ai russi e sapremo forse ricostruirne una più sana”.

Ora la Russia  bisogna guardarla da lontano, e non a caso il centro studi fondato da Galeotti si chiama proprio “Mayak” ovvero il faro. Chi ha passato qualche tempo a Mosca sa che l’idea non può che essere venuta seduti all’omonimo ristorante nascosto dietro un finto armadio nel teatro Majakovskij di Mosca, dove fino a pochi anni fa cenavano a tarda notte corrispondenti, attori, studenti, qualche riccone e molto probabilmente anche qualche agente dei servizi segreti e dove chiunque poteva suonare un vecchio pianoforte a coda: uno spaccato di Russia aperta che desiderava voracemente il contatto con l’Europa. “Ammetto che il nome nasce seduto a quei tavoli”, confessa Galeotti che, parlando a chi come lui ha dovuto rivedere il rapporto con un paese a cui ha dedicato una vita, rincuora “credo che torneremo a Mosca, ma temo che non sarà molto presto”.

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Si può riformare la Chiesa a colpi di sondaggio?

Verso il grande Sinodo sulla sinodalità. Gli episcopati mondiali spediscono a Roma le richieste dei fedeli. Le parole d’ordine, sempre le tesse: riforme, rivoluzioni, aggiornamenti

MATTEO MATZUZZI  16 LUG 2022

I vescovi francesi si sono limitati a trasferire in Vaticano il lavoro dei gruppi diocesani, in Irlanda sono stati pubblicati i risultati di un grande sondaggio. Più prudente la Cei

Niente sarà più come prima al termine del lungo percorso sinodale voluto dal Papa che convoglierà a Roma, nell’autunno del prossimo anno, le istanze emerse alle varie latitudini del pianeta. Andare al largo e generare processi sono i mantra del pontificato, e così sarà. “In duemila anni di storia, è la prima volta che la Chiesa dà vita a una consultazione così universale”, ha detto suor Nathalie Becquart, sottosegretaria a Roma del Sinodo sulla sinodalità. E’ una sorta di Vaticano III quel che si prepara, e anche stavolta la base, il popolo di Dio infallibile in credendo sta facendo due, tre passi in più rispetto a quanto si aspettavano a Roma, dove non pochi ritenevano che il Sinodo sulla sinodalità avrebbe alla fine permesso di convogliare e diluire le richieste più spinte, quelle hard, che alcuni episcopati erano pronti a recapitare sulla scrivania di Santa Marta. Francesco, aprendo i lavori, nell’ottobre del 2021, era stato chiaro: “Lo Spirito ci guiderà e ci darà la grazia di andare avanti insieme, di ascoltarci reciprocamente e di avviare un discernimento nel nostro tempo, diventando solidali con le fatiche e i desideri dell’umanità”. Osservava, il Papa, che questo percorso avrebbe offerto “tre opportunità” e la prima “è quella di incamminarci non occasionalmente ma strutturalmente verso una Chiesa sinodale: un luogo aperto, dove tutti si sentano a casa e possano partecipare”. Ribadiva, Francesco, “che il Sinodo non è un parlamento, che il Sinodo non è un’indagine sulle opinioni; il Sinodo è un momento ecclesiale, e il protagonista del Sinodo è lo Spirito Santo. Se non c’è lo Spirito, non ci sarà Sinodo”. Ma come spesso accade, il Papa lo si interpreta un po’ come si crede, con vescovi che pongono l’accento più su un aspetto che su un altro, chi sottolineando più il cum Petro e chi il sub Petro, spiegando così l’universalità della Chiesa. 

Il primo anno di processo sinodale, quello locale, si sta concludendo e la marea sta montando, neanche troppo lentamente. La partecipazione alla fase diocesana è scarsa, osservano gli episcopati e, come scontato, a rispondere alla chiamata sono uomini e donne che già vivono la Chiesa. Sono le persone impegnate nella vita parrocchiale e in quella miriade di attività collaterali che reclamano sempre più personale che si fa fatica a trovare. Mancano i giovani e fa specie che i vescovi lo notino con stupore, come se non si fossero mai accorti che il giorno dopo la cresima (quando va bene) gli oratori si svuotano e che a occupare i primi banchi durante le celebrazioni liturgiche sono per lo più attempati cristiani che in non pochi casi lo fanno per antica abitudine. 

E’ l’Europa, come prevedibile, a reclamare con più forza la svolta, la riforma che non sempre si distingue nei suoi contorni dalla rivoluzione. Ritornano parole sentite decenni fa e che a ondate periodiche, come gli anticicloni estivi, ritornano. Si invoca “un aggiornamento” della Chiesa, un suo “rinnovamento”. Nessuno parla – esplicitamente almeno – di un nuovo Concilio, ma dopotutto non è necessario: basta farlo senza dirlo. E un grande Sinodo sulla sinodalità dove tutto, ma proprio tutto, sarà discusso, poco si discosta da un assise conciliare. Il Papa chiariva che il Sinodo non è un sondaggio? E l’Irlanda, un tempo cattolicissima e fedele a Roma, ha promosso un grande sondaggio nelle ventisei diocesi del paese per capire quel che il popolo fedele vuole. Il risultato è scontato: il 96 per cento è a favore dell’ordinazione delle donne, “sia come diacono sia come sacerdote”, l’85 per cento ha manifestato preoccupazione per “l’esclusione delle persone lgbti+”, il 70 per cento invoca un maggiore coinvolgimento dei laici nei processi decisionali della Chiesa. I più attenti e “fedeli”, cioè i “praticanti”, chiedono che le omelie siano brevi e meglio preparate nonché di eliminare le letture dell’Antico testamento troppo “sanguinose”. 

Laddove non si fanno sondaggi, i vescovi timorosi delle reazioni pubbliche si limitano a recepire le istanze della base e a trasmetterle a Roma, come accaduto in Francia il mese scorso. Cahier de doléance lungo, accuse severe al clero che l’episcopato d’oltralpe ha condiviso limitandosi a stilare un documento d’accompagnamento. Si denuncia “autoritarismo, difficoltà nei rapporti con le donne, atteggiamento sovrastante più che fraterno”. Quindi, le proposte per “risolvere” il problema: “il celibato dei sacerdoti sia lasciato alla loro libera scelta, in modo tale che l’ordinazione e il matrimonio siano compatibili”. Anche qui, si sottolinea “l’evidente sproporzione tra il numero delle donne impegnate e quante sono in grado di decidere”. Tutto questo, certificano i vescovi francesi, “genera innumerevoli ferite” e “una rivolta”. Donne addolorate per la loro marginalizzazione che invocano “l’ordinazione diaconale” e il permesso di “predicare”. Sarebbe, ciò, “un primo passo” in attesa dell’ordinazione sacerdotale. Non è finita qui, perché anche in Francia si muovono osservazioni alla messa, e se non si propone di eliminare il cruento Antico Testamento, qui si suggerisce di “diversificare le liturgie” aumentando le occasioni di “celebrazione della Parola”, per meditare meglio le Scritture. Certamente, “l’eucaristia è essenziale, ma la sua liturgia può essere un luogo di tensione”, sia per “l’inammissibilità del linguaggio”, troppo complesso per i fedeli, sia per la sofferenza causata a coloro che “sono esclusi dai sacramenti (omosessuali, divorziati risposati)”. 
Quanti hanno partecipato all’indagine? Circa 150 mila cattolici, pari cioè al dieci per cento dai praticanti, con un vulnus evidente nella fascia che va dai 25 ai 45 anni. Ha scritto il vaticanista del Figaro, Jean-Marie Guenois, che “mai la Chiesa di Francia aveva votato e approvato un testo così radicalmente riformatore, in particolare sul sacerdozio”.

Il fatto che l’episcopato si sia limitato a recepire e a trasmettere i desiderata, con funzione per così dire notarile, testimonia l’evidenza di una difficoltà a orientarsi nel marasma generale; i vescovi sentono la pressione, avvertono d’essere sottoposti quasi a un ricatto: se non si cambia tutto, non c’è alternativa all’implosione. Ma l’aver spedito i faldoni a Roma senza nulla aggiungere o spiegare significa che le istanze della base, siano il dieci o trenta per cento dei cattolici locali, non sono più frenabili o risolvibili con il dialogo. E’ un’onda che continua a crescere e l’episcopato francese ha capito che è inutile (perché svuotare l’oceano con il cucchiaino non si può proprio fare) innalzare argini. Anche in Spagna, stesso programma: riformare tutto, rivoluzionare, sovvertire. Sì  basta con il celibato obbligatorio, si ordinino uomini sposati, la Chiesa non sia più autoreferenziale bensì aperta a ogni persona di buona volontà. E si cambi anche la liturgia, non più adeguata ai tempi correnti. Tutto diventa relativo e interpretabile, in fin dei conti al tempo di Gesù non c’erano i registratori e nessuno può affermare con sicurezza ciò che effettivamente disse duemila anni fa, aveva osservato non a caso il preposito gesuita padre Sosa. 

Nell’Europa che ribolle, con la Germania a guidare la marcia su Roma al punto da spaventare perfino il grande cardinale riformista Walter Kasper, che ha ridotto il cammino biennale tedesco a “qualcosa di non cattolico”, fa eccezione l’Italia. Il suo percorso sinodale va avanti adagio, i vescovi si confrontano e discutono, rispolverando addirittura il discorso di Benedetto XVI a Verona del 2006 – ultimi bagliori della stagione ruiniana – nei conciliaboli riservati. La Cei si fa pragmatica, e anche i più convinti assertori della necessità di fare entrare aria fresca nelle stanze ovattate si mostrano prudenti

Il problema è che davvero in pochi hanno capito a cosa dovrà portare il Sinodo sulla sinodalità. Ognuno, alle diverse latitudini planetarie, lo interpreta un po’ come vuole, soffermandosi su un aspetto anziché su un altro: chi punta principalmente a risvegliare la fede sopita di un cattolicesimo stanco e sempre più vegliardo e chi, invece, vede nell’assise convocata da Francesco l’occasione per andare oltre il Vaticano II, ritenendo e forse illudendosi che la fine del celibato e l’ordinazione delle donne risolverebbe tutti (o quasi) i problemi. Inutile ricordare che laddove queste “innovazioni” sono state introdotte da tempo, vedasi il mondo protestante, la crisi è assai più drammatica che nella realtà cattolica. Il vaticanista Sandro Magister ha scritto che il Papa “lascia fare”. Una questione non di poco conto ha a che fare con la quota di Popolo di Dio che sta partecipando attivamente al processo sinodale. E’ una parte minoritaria, come s’è visto in Francia, ma di sicuro quella più impegnata e che in diversi contesti regge la vita delle parrocchie che altrimenti avrebbero chiuso i battenti da un pezzo. Ma è anche una parte rappresentativa? La richiesta di espungere le letture dell’Antico Testamento corrisponde a quanto pensano e desiderano coloro che abitualmente, pochi o tanti che siano, frequentano la messa domenicale? In sostanza, può la Chiesa riformarsi a colpi di sondaggi? Possono interi episcopati recepire come valide le richieste giunte attraverso rilevazioni in cui si dimostra che una data percentuale preferisce l’ordinazione diaconale delle donne e un’altra percentuale punta invece a quella sacerdotale? Non è forse questa, davvero, la mondanizzazione contro cui si scaglia, da sempre, Papa Francesco? Non appena poi qualche vescovo dissente dal supposto comune sentire, come accaduto di recente in Australia, la levata di scudi è corale. Compatta. Giornali, televisioni, gente che fino al giorno mai era entrata in una chiesa urla lo sdegno per l’arroccamento dei soliti potentati clericali, refrattari al cambiamento e chiusi nel loro fortino fuori dal tempo. Che la Chiesa sia bersaglio succulento non è una novità, è sufficiente constatare quanto veementi siano state le “delusioni” per quanto, lo scorso maggio, il presidente della Cei aveva detto a proposito dell’indagine sui casi d’abuso da parte di membri del Clero. Il cardinale Zuppi, pragmatico com’è, aveva detto che è inutile andare a fare ipotesi e calcoli su storie di settanta-ottant’anni fa, ma si punta a fare chiarezza sui fatti dell’ultimo ventennio, lasso temporale su cui il materiale non manca per nulla. Qui si vuole fare una cosa seria, aveva aggiunto. Evitando di scoperchiare tombe di vescovi morti qualche decade fa solo per dare soddisfazione alle pruderie mediatiche, come accaduto anni fa in Belgio. Ma il mondo va dall’altra parte. Non è tempo, questo, di pragmatismo e  basso profilo. Le trombe sinodali, che fraintendono pure quel che il Papa ha chiesto e posto a fondamento della grande assemblea che si chiuderà a Roma tra un anno e qualche mese, squillano. Francesco aveva sottolineato che si tratta di rispondere alle sfide presenti, non di trasformare la Chiesa cattolica in una delle tante denominazioni protestanti. 

Il punto è comprendere fino a che punto la Chiesa debba adeguarsi alla volontà del Popolo. Esagerazione? No, se si guarda la sintesi prodotta dalla Conferenza episcopale francese, secondo la quale in molti lamentano il fatto che le omelie “non corrispondono alle preoccupazioni dei fedeli”. Quasi che, insomma, la messa fosse una sorta di gruppo d’ascolto con il sacerdote chiamato a consolare e rassicurare. La parrocchia che si fa consultorio. Un paradosso, considerando che poi dalle indagini risulta che i fedeli si lamentino di una scarsa preparazione sulle Scritture. Probabilmente, deludendo parecchie aspettative rivoluzionarie, il cuore delle discussioni sinodali verterà finalmente sulla comprensione di cosa sia il laicato. Già dieci anni fa, l’ex presidente dell’Azione Cattolica, Paola Bignardi, scriveva che “il laicato, come l’insieme di coloro che vivono secondo lo stesso stile spirituale – il Concilio direbbe secondo la stessa vocazione – non esiste più”. Insomma, tanti ne parlano senza sapere realmente chi sia il laico. Dopotutto, scrisse il cardinale Carlo Maria Martini, “oggi nell’ecclesiologia postconciliare appare spropositato lo sforzo per definire uno stato di vita particolare o addirittura per reclamare la definizione di una ‘teologia del laicato’, che per riconoscere uno spazio al laico nella Chiesa sembra profilarne il compito specifico nell’animazione cristiana del mondo” . Insomma, “pare che il laico per trovare la sua specificità ecclesiale debba traslocare nel mondo per animarlo cristianamente o per ordinare le cose del mondo secondo Dio”. E’ su questo tema, se davvero l’intento è quello di dare respiro alla Chiesa nel Terzo millennio, che si concentrerà il Sinodo. Ben più che sulle disquisizioni circa l’ordinazione sacerdotale delle donne.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.

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I numeri Onu dei raid contro i civili: ecco la strategia del terrore di Putin

NELLO SCAVO –  Avvenire 17 Luglio 2022

All’alba del 24 febbraio, quando su Kiev cominciavano a piovere missili, apparve subito chiaro che la guerra era stata ordinata contro i civili, prima ancora che contro i militari ucraini. Da allora altri tremila ordigni sono stati compulsivamente scagliati su ordine del Cremlino, ma solo una minima parte ha raggiunto obiettivi militari. Al ritmo di 20 razzi al giorno e di migliaia di colpi di artiglieria, lo scontro segue uno spartito in crescendo: terrorizzare la popolazione e svuotare i centri più popolosi per incontrare meno resistenza possibile. Le ostilità più pesanti hanno causato la morte e il ferimento «di un numero sempre maggiore di civili su entrambi i lati della linea del fronte negli oblast di Donetska e Luhanska», si legge nel bollettino giornaliero dell’Onu. Secondo le ultime stime delle agenzie internazionali, 15,7 milioni sono gli ucraini che necessitano di assistenza nelle aree di combattimento, tra questi ci sono poi 6.7 milioni di sfollati interni.

C’era voluta, l’8 aprile, la strage con oltre 52 profughi in attesa di una via di fuga in treno (verso Kiev e non verso la Russia) alla stazione di Kramatorsk, nel Donbass, per rendere plateale la strategia terroristica delle forze russe. Cibo, acqua, scuole, case, ospedali, ferrovie. Chi resta intrappolato nelle zone bombardate vive in stato d’assedio. Gli ospedali non sono mai stati un posto sicuro. Le Nazioni Unite hanno registrato 277 attacchi russi contro strutture sanitarie. E chi per un appendicite o una scheggia da mortaio ha bisogno di cure, sa che recarsi al pronto soccorso è rischioso quasi quanto andare al fronte. Il 12 luglio due centri medici sono stati colpiti a Mykolaiv, la città che pochi giorni prima era stata bombardata proprio nel quartiere dove erano arrivati gli aiuti umanitari della “Carovana della Pace” italiana. Poche ore prima erano stati distrutti anche un deposito di acqua potabile (introvabile dopo gli attacchi russi ai sistemi di pompaggio) e la cucina industriale di una ong spagnola che distribuisce cibo a chi non ne ha più. Fame e sete sono armi non convenzionali adoperate fin dal primo fallito assalto a Kiev.

 Per piegare definitivamente la resistenza i sistemi di distribuzione idrica sono stati compromessi anche Sloviansk e Kramatorsk. «L’intensificarsi delle ostilità – annotano le fonti Onu – ha spinto i sindaci di entrambe le città a lanciare un appello ai residenti affinché evacuino immediatamente e trovino sicurezza altrove». I crimini contro i civili sono stati confermati anche da una missione investigativa dell’Osce che in un rapporto «riservato » di 120 pagine, visionato da Avvenire, conferma che «nuove prove continuano a emergere anche dopo la scoperta delle fosse comuni». Sono state inoltre provate le «deportazioni su larga scala di civili ucraini in Russia; varie forme di maltrattamento, tra cui la tortura, inflitte ai civili detenuti e ai prigionieri di guerra; il mancato rispetto delle garanzie di un processo equo; l’imposizione della pena di morte». Tra meno di due mesi in Ucraina si affaccerà l’autunno, una stagione già fredda e ostile, con temperature che normalmente venivano affrontate grazie al riscaldamento.

Quest’anno non potrà essere cosi, neanche se la guerra cessasse oggi. Quando il conflitto è esploso l’inverno era quasi alle spalle, ma la prospettiva di sei mesi di freddo a partire da metà settembre preoccupa gli operatori sul campo. Il 4 luglio le autorità ucraine hanno denunciato come i residenti di Mariupol, caduta in mano russa, siano costretti ad attingere alle pozanghere, potendo disporre solo di cinque litri di acqua potabile a settimana. «Ci sono diversi rapporti attendibili – informa l’Ufficio umanitario Onu in Ucraina – che confermano la terribile situazione a Mariupol ». Fino a ieri sono stati contati «17.314 attacchi su obiettivi civili e poco più di 300 su obiettivi militari», sostiene il primo viceministro degli Interni ucraino, Yevhen Yenin. Altre fonti del governo di Kiev, riferendosi ai soli lanci di missili, ritengono che il 70% dei bersagli non fossero militari. Numeri che l’Onu non smentisce, anzi trasmettendo le acquisizioni direttamente alla Corte penale internazionale.

Pur non negando la quantità di azioni offensive, Mosca sostiene che stazioni ferroviarie, centri commerciali, abitazioni private, campi coltivati, ospedali, perfino chiese, erano il ritrovo abituale di combattenti ucraini. Venerdì il ministero della Difesa russo ha affermato che il bombardamento su Vinnytsa ha colpito una struttura militare dove era in corso una riunione di ufficiali ucraini e «fornitori stranieri di armi». I civili morti sono stati 23, tra essi una bambina appena uscita da una struttura per l’infanzia e uccisa dai missili mentre giocava con la mamma spingendo il suo passeggino. «I partecipanti alla riunione – ha precisato Mosca sono stati eliminati».

Fino ad oggi, sostiene Kiev, si sono registrati 7.314 attacchi russi sui cittadini e poco più di 300 su obiettivi militari Quasi tremila i missili sparati sulle città

L’OFFENSIVA

Le Nazioni Unite e l’Osce denunciano una «situazione terribile» Almeno 277 le strutture sanitarie che sono state colpite in questi mesi. «Il 70% dei bersagli non erano soldati»

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LA NUOVA GEOPOLITICA

Dopo cinque mesi di conflitto non ci sono né vincitori né vinti

GIORGIO FERRARI- Avvenire 17 Luglio 2022

Vincitori non ce ne sono. Non l’America, non la Nato, non l’Unione Europea. E nemmeno la Russia, la cui guerra di aggressione nel cuore del vecchio continente ha cambiato i connotati dell’Europa e azzerato in buona parte il vecchio ordine mondiale basato sull’egemonia americana, cui si va sostituendo un multilateralismo a blocchi: di qua le autarchie asiatiche, di là ciò che resta – e non è poco – delle antiche democrazie liberali. In mezzo, una nuova cortina di ferro, ridisegnata dai sussulti delle economie più che dalla minaccia delle armi.

Sono trascorsi quasi cinque mesi da quel 24 febbraio. Cinque mesi nel corso dei quali ci siamo inesorabilmente abituati alla brutalità e all’orrore della guerra, la cui tragica contabilità sfugge a ogni catalogazione certa. Occorre esser onesti: cosa sappiamo in realtà di ciò che avviene alle spalle di quel fronte orientale dove al Blitzkrieg dell’Armata Rossa magnificato nei primi giorni si è sostituita una guerra di logoramento che minaccia di durare mesi, forse anni? Che insieme ai contractor della Wagner Putin manda al fronte soldatini di multiformi etnie rastrellati dalle contrade più remote dell’impero come faceva Napoleone con la Grande Armée?

Che anche a 65 anni ci si può arruolare nell’esercito russo? Che i caduti russi vengono rimpatriati alla chetichella all’insaputa delle famiglie come avveniva all’epoca del terrore staliniano e più tardi con le migliaia di spetsnaz caduti in Afghanistan? Che generali e strateghi vanno e vengono, rimossi e ricollocati in un gioco a rimpiattino fra servizi segreti e esercito a capriccio dell’autocrate asserragliato al Cremlino? Che il balletto dei rubinetti, dal Nord Stream1 a alla pipeline del Kazakistan che Putin ha bloccato (con conseguente ulteriore penuria di idro- carburi per l’Europa e la contemporanea minaccia rivolta al presidente Tokayev: «Attenzione, il Kazakistan potrebbe essere la prossima Ucraina…») sarà l’arma principale nei confronti dell’Occidente insieme all’ordalia del grano che Mosca gioca insieme con Erdogan? Tutto verosimile, forse vero, anche se indimostrabile. Sappiamo però che dietro a Putin c’è l’ombra onnipresente di Nikolaij Patrušev, ex collega del Kgb a Leningrado e oggi potentissimo segretario del Consiglio di Sicurezza. È stato lui a teorizzare il collasso europeo sotto la spinta migratoria, la penuria alimentare e la crisi energetica e più che un ventriloquo di Putin è il suo interprete fidato e insieme l’uomo che ne detta le linee guida.

Ma dietro quell’ombra che detta l’agenda della guerra c’è un Paese impoverito, in crollo demografico, minato da migliaia di cittadini che scelgono l’esilio in Europa anche a costo di decadere da un benessere che la middle class affluente russa aveva cominciato a intravvedere. C’è da piangere, mormorano i pochi che hanno ancora voce nel grande serraglio russo.

Ma se Mosca piange, l’Europa non ride. È vero, le stime dicono che il Pil dell’area euro nel 2022 dovrebbe restare positivo fino alla fine del 2023, ma è vero anche che quest’anno patiremo – se va bene – un’inflazione non inferiore al 7,6% che scenderà al 4% l’anno prossimo. Poca cosa rispetto a quella degli Stati Uniti, che con i prezzi al consumo saliti a giugno del 9,1% su base annua che spingerà la Fed ad alzare i tassi di interesse dello 0,75% alla prossima riunione: un balzo gigantesco, mai visto negli ultimi quarant’anni, da quel novembre 1981 in cui Ronald Reagan autorizzava la Cia a finanziare i contras del Nicaragua mentre a Ginevra cominciavano i negoziati fra Washington e il Cremlino sulla riduzione degli armamenti nucleari.

Altri tempi. In queste ore Joe Biden in visita in Israele e Arabia Saudita prova a convincere gli Emirati del Golfo e il superalleato di Riad a produrre più greggio in modo da abbassare la soglia stratosferica dei 100 dollari al barile.

Perché l’Europa – a dispetto della tonitruante chiamata alle armi della Nato e dell’immane corsa agli armamenti – è fragile, anzi, fragilissima. E non è soltanto questione di cifre (la parità con il dollaro già parla da sé e peraltro la fiammata delle materie prime e la conseguente inflazione erano già in agguato almeno un anno prima del fatidico 24 febbraio), ma di leader. Leader azzoppati come Emmanuel Macron (rieletto, questo sì, ma senza più una maggioranza parlamentare), o spodestati come il bulgaro Petkov (le elezioni anticipate a Sofia rischiano di mettere al tappeto il primo bulgaro che ha osato mettersi contro Mosca), o congedati con disonore dalla stanza dei bottoni come Boris Johnson (il più bellicoso alleato europeo di Volodymyr Zelensky), o terrorizzati dalla crisi energetica e dalla chiusura dei rubinetti del gas come Olaf Scholz (nello sconcerto generale si rimangia la politica green e strizza l’occhio senza ammetterlo esplicitamente sul nucleare), o alle prese con le rivolte contadine come l’olandese Mark Rutte (una jacquerie che ha visto sfilare centinaia di trattori paralizzando metà Paese) e il ricchissimo regno di Norvegia (sciopero del settore energetico che chiede aumenti salariali e conseguente blocco delle esportazioni pari a un quarto dell’energia europea), o costretti a un’avvilente elemosina come Pedro Sánchez (treni gratis agli spagnoli per tre mesi per contrastare l’aumento delle tariffe energetiche), fino – non si può non darne conto – al tonfo d’immagine dell’Italia, con un governo quasi dimissionario e la poco allettante prospettiva di una navigazione dimezzata nelle acque procellose della crisi continentale.

In compenso la Russia, il Paese che avrebbe dovuto andare rapidamente in default, segna a giungo (mese in cui il gas da riscaldamento non serve) un surplus di oltre 28 miliardi nell’export energetico. La destabilizzazione dell’Europa del resto era esattamente ciò su cui puntava Vladimir Putin fin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Una missione non particolarmente difficile, visto il vespaio di interessi contrastanti delle nazioni europee. A che punto è la notte? È ancora buio

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Beata Vergine Maria del Monte Carmelo

Ermes Dovico –  La  Nuova Bussola – 16 luglio 2022

Per la ricchezza di richiami biblici e mistici che reca con sé, si potrebbe dire che la festa della Madonna del Carmelo rivela in modo speciale la bellezza del disegno salvifico di Dio. Il Carmelo, nome d’origine ebraica che significa «giardino» o «vigna di Dio», è infatti citato in alcuni passi dell’Antico Testamento come simbolo di splendore e perfezione…

La festa della Madonna del Carmelo, legata alla storia particolarissima dell’Ordine carmelitano, è tra le più care alla pietà cristiana. E, pensando alla ricchezza di richiami biblici e mistici che reca con sé, si potrebbe dire che manifesta in modo speciale la bellezza del disegno salvifico di Dio.

Il Carmelo, nome d’origine ebraica che significa «giardino» o «vigna di Dio», è in senso stretto un monte (appartenente all’omonima catena montuosa) ai cui piedi sorge la città di Haifa, in Israele. È citato in alcuni passi dell’Antico Testamento come simbolo di splendore e perfezione. Caput tuum ut Carmelus, «la tua testa è (bella) come il Carmelo» (Ct 7, 6), dice lo sposo del Cantico dei Cantici per esprimere la bellezza della sposa. «Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron», annuncia Isaia in una delle sue profezie sulla venuta di Cristo (Is 35): in questo versetto i Padri della Chiesa hanno scorto un riferimento a Maria, la Madre del Salvatore.

Il monte Carmelo è inoltre teatro di uno degli episodi più celebri narrati nel Primo Libro dei Re, laddove Elia, l’unico profeta rimasto a difendere pubblicamente la purezza della fede in Dio e perseguitato sotto il regno di Acab (c. 874-853 a. C.), sfida e vince i 450 profeti di Baal (1 Re 18). Era il terzo anno della siccità che lo stesso Elia aveva preannunciato al re, come castigo divino per le continue offese al Signore e per la diffusione del culto degli idoli. La vista dal monte di una nube, piccola «come una mano d’uomo» che saliva dal mare, fu il segno che la siccità stava per finire: «D’un tratto il cielo si oscurò per le nubi e per il vento, e vi fu una grande pioggia». Quella piccola nube è stata letta dagli antichi Padri come un’immagine profetica della Beata Vergine, che ha accolto nel suo grembo il divin Figlio, divenendo feconda sorgente di vita e salvezza per l’umanità.

Al Carmelo, secondo la tradizione, sostò la Sacra Famiglia di ritorno dall’Egitto. A imitazione di Elia, fin dagli albori del cristianesimo si stanziarono sul monte sacro degli eremiti. Come si legge nel Libro delle istituzioni dei primi monaci del Carmelo, questi eremiti «nell’anno novantatré dell’Incarnazione del Figlio di Dio distrussero la loro antica casa e costruirono in onore di questa prima Vergine votata a Dio una cappella sul Monte Carmelo, là dove Elia in preghiera vide la piccola nube». Quando i primi crociati, alla fine dell’XI secolo, raggiunsero il Carmelo, vi trovarono dei religiosi che si dicevano eredi dei discepoli di Elia e osservavano la Regola di san Basilio. Da quanto detto si comprende perché l’Ordine carmelitano non abbia un fondatore nel senso comune del termine, ma riconosce da sempre come sua patrona la Beata Vergine – promettendo di servirla fedelmente, a maggior gloria di Dio – e guarda a Elia come al proprio padre spirituale.

Con l’aggregazione dei pellegrini latini, gli eremiti del Carmelo iniziarono a condurre vita cenobitica. All’inizio del XIII secolo chiesero a sant’Alberto, divenuto patriarca di Gerusalemme (1205-1214), di scrivere una regola per la loro comunità. Intorno al 1238, a causa dei saraceni, i frati carmelitani dovettero abbandonare la Terrasanta e si stabilirono in Europa, dove fondarono diversi monasteri, il primo dei quali sorse a Messina.

Ma perché la data del 16 luglio? Va ricordata al riguardo la figura di san Simone Stock, un inglese che fu il sesto priore dei carmelitani e si adoperò per trasformare il suo istituto in un ordine mendicante (a lui è attribuito il bellissimo inno Flos Carmeli). Ebbene, come riferisce la tradizione, il 16 luglio 1251 san Simone ricevette in dono lo scapolare dalla Beata Vergine, circondata da una moltitudine di angeli e con il Bambino in braccio. «Ecco il privilegio che dono a te e a tutti i figli del Carmelo. Chi morrà rivestito di questo abito non soffrirà il fuoco eterno», disse la Madonna al santo riguardo allo scapolare, detto comunemente «abitino» e consistente in due pezzetti di stoffa uniti da una cordicella. È il sacerdote che lo pone sul collo del fedele. E questi, consacrando sé stesso a Maria e ponendosi sotto la sua speciale protezione materna, si impegna a imitarne le virtù per contemplare un giorno il Volto di Dio.

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Putin tiene in ostaggio l’Ucraina, la tortura e mente sui morti e sulle esecuzioni con i missili

PAOLA PEDUZZI  16 LUG 2022-Il  foglio

Gli stranieri che vengono catturati da Mosca sono tutti accusati di essere mercenari e molti russi chiedono la pena di morte per questi ostaggi, così come per gli altri prigionieri ucraini

Paul Urey è morto il 10 luglio di malattia e stress in prigione, hanno detto le autorità della sedicente repubblica di Donetsk, nel Donbas occupato da Mosca. Il volontario britannico era stato catturato ad aprile, a un checkpoint di Zaporizhzhia, nel sud-est dell’Ucraina: i  russi lo avevano accusato di essere un mercenario. Aveva con sé l’insulina, di cui aveva bisogno per il diabete, ma i russi dicono che le sue condizioni erano preoccupanti dal punto di vista fisico e mentale: “Era in uno stato di depressione perché sentiva l’indifferenza nei confronti del suo destino da parte della sua patria”, hanno detto. La sua patria, Londra, ieri ha chiesto urgenti chiarimenti che non arriveranno, così come la Croce Rossa non è mai stata autorizzata a visitarlo. Gli stranieri che vengono catturati dai russi sono tutti accusati di essere mercenari e molti russi chiedono la pena di morte per questi ostaggi, così come per gli altri prigionieri ucraini.

Non si sa nulla delle loro condizioni, non sono permessi contatti con le famiglie, non si sa nemmeno dove siano imprigionati, anche se molti sono nella regione di Donetsk. Lo stress e l’indifferenza dei suoi hanno ucciso Urey, dicono i russi, così come i civili che muoiono sotto i missili che cadono nei centri abitati, sulle università, sui centri commerciali, ovunque, mirano, secondo loro, a obiettivi militari. Nelle regioni occupate dei russi, civili e politici ucraini sono imprigionati e torturati. Vladimir Putin vuole tenere in ostaggio un’intera nazione e a volte ci mostra, con quei colpi mortali lontanissimi dal fronte, come a Vinnytsia e a Dnipro, le esecuzioni sommarie, proprio come fanno i terroristi.

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