I numeri Onu dei raid contro i civili: ecco la strategia del terrore di Putin

NELLO SCAVO –  Avvenire 17 Luglio 2022

All’alba del 24 febbraio, quando su Kiev cominciavano a piovere missili, apparve subito chiaro che la guerra era stata ordinata contro i civili, prima ancora che contro i militari ucraini. Da allora altri tremila ordigni sono stati compulsivamente scagliati su ordine del Cremlino, ma solo una minima parte ha raggiunto obiettivi militari. Al ritmo di 20 razzi al giorno e di migliaia di colpi di artiglieria, lo scontro segue uno spartito in crescendo: terrorizzare la popolazione e svuotare i centri più popolosi per incontrare meno resistenza possibile. Le ostilità più pesanti hanno causato la morte e il ferimento «di un numero sempre maggiore di civili su entrambi i lati della linea del fronte negli oblast di Donetska e Luhanska», si legge nel bollettino giornaliero dell’Onu. Secondo le ultime stime delle agenzie internazionali, 15,7 milioni sono gli ucraini che necessitano di assistenza nelle aree di combattimento, tra questi ci sono poi 6.7 milioni di sfollati interni.

C’era voluta, l’8 aprile, la strage con oltre 52 profughi in attesa di una via di fuga in treno (verso Kiev e non verso la Russia) alla stazione di Kramatorsk, nel Donbass, per rendere plateale la strategia terroristica delle forze russe. Cibo, acqua, scuole, case, ospedali, ferrovie. Chi resta intrappolato nelle zone bombardate vive in stato d’assedio. Gli ospedali non sono mai stati un posto sicuro. Le Nazioni Unite hanno registrato 277 attacchi russi contro strutture sanitarie. E chi per un appendicite o una scheggia da mortaio ha bisogno di cure, sa che recarsi al pronto soccorso è rischioso quasi quanto andare al fronte. Il 12 luglio due centri medici sono stati colpiti a Mykolaiv, la città che pochi giorni prima era stata bombardata proprio nel quartiere dove erano arrivati gli aiuti umanitari della “Carovana della Pace” italiana. Poche ore prima erano stati distrutti anche un deposito di acqua potabile (introvabile dopo gli attacchi russi ai sistemi di pompaggio) e la cucina industriale di una ong spagnola che distribuisce cibo a chi non ne ha più. Fame e sete sono armi non convenzionali adoperate fin dal primo fallito assalto a Kiev.

 Per piegare definitivamente la resistenza i sistemi di distribuzione idrica sono stati compromessi anche Sloviansk e Kramatorsk. «L’intensificarsi delle ostilità – annotano le fonti Onu – ha spinto i sindaci di entrambe le città a lanciare un appello ai residenti affinché evacuino immediatamente e trovino sicurezza altrove». I crimini contro i civili sono stati confermati anche da una missione investigativa dell’Osce che in un rapporto «riservato » di 120 pagine, visionato da Avvenire, conferma che «nuove prove continuano a emergere anche dopo la scoperta delle fosse comuni». Sono state inoltre provate le «deportazioni su larga scala di civili ucraini in Russia; varie forme di maltrattamento, tra cui la tortura, inflitte ai civili detenuti e ai prigionieri di guerra; il mancato rispetto delle garanzie di un processo equo; l’imposizione della pena di morte». Tra meno di due mesi in Ucraina si affaccerà l’autunno, una stagione già fredda e ostile, con temperature che normalmente venivano affrontate grazie al riscaldamento.

Quest’anno non potrà essere cosi, neanche se la guerra cessasse oggi. Quando il conflitto Ã¨ esploso l’inverno era quasi alle spalle, ma la prospettiva di sei mesi di freddo a partire da metà settembre preoccupa gli operatori sul campo. Il 4 luglio le autorità ucraine hanno denunciato come i residenti di Mariupol, caduta in mano russa, siano costretti ad attingere alle pozanghere, potendo disporre solo di cinque litri di acqua potabile a settimana. «Ci sono diversi rapporti attendibili – informa l’Ufficio umanitario Onu in Ucraina – che confermano la terribile situazione a Mariupol ». Fino a ieri sono stati contati «17.314 attacchi su obiettivi civili e poco più di 300 su obiettivi militari», sostiene il primo viceministro degli Interni ucraino, Yevhen Yenin. Altre fonti del governo di Kiev, riferendosi ai soli lanci di missili, ritengono che il 70% dei bersagli non fossero militari. Numeri che l’Onu non smentisce, anzi trasmettendo le acquisizioni direttamente alla Corte penale internazionale.

Pur non negando la quantità di azioni offensive, Mosca sostiene che stazioni ferroviarie, centri commerciali, abitazioni private, campi coltivati, ospedali, perfino chiese, erano il ritrovo abituale di combattenti ucraini. Venerdì il ministero della Difesa russo ha affermato che il bombardamento su Vinnytsa ha colpito una struttura militare dove era in corso una riunione di ufficiali ucraini e «fornitori stranieri di armi». I civili morti sono stati 23, tra essi una bambina appena uscita da una struttura per l’infanzia e uccisa dai missili mentre giocava con la mamma spingendo il suo passeggino. «I partecipanti alla riunione – ha precisato Mosca sono stati eliminati».

Fino ad oggi, sostiene Kiev, si sono registrati 7.314 attacchi russi sui cittadini e poco più di 300 su obiettivi militari Quasi tremila i missili sparati sulle città

L’OFFENSIVA

Le Nazioni Unite e l’Osce denunciano una «situazione terribile» Almeno 277 le strutture sanitarie che sono state colpite in questi mesi. «Il 70% dei bersagli non erano soldati»

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LA NUOVA GEOPOLITICA

Dopo cinque mesi di conflitto non ci sono né vincitori né vinti

GIORGIO FERRARI- Avvenire 17 Luglio 2022

Vincitori non ce ne sono. Non l’America, non la Nato, non l’Unione Europea. E nemmeno la Russia, la cui guerra di aggressione nel cuore del vecchio continente ha cambiato i connotati dell’Europa e azzerato in buona parte il vecchio ordine mondiale basato sull’egemonia americana, cui si va sostituendo un multilateralismo a blocchi: di qua le autarchie asiatiche, di là ciò che resta – e non è poco – delle antiche democrazie liberali. In mezzo, una nuova cortina di ferro, ridisegnata dai sussulti delle economie più che dalla minaccia delle armi.

Sono trascorsi quasi cinque mesi da quel 24 febbraio. Cinque mesi nel corso dei quali ci siamo inesorabilmente abituati alla brutalità e all’orrore della guerra, la cui tragica contabilità sfugge a ogni catalogazione certa. Occorre esser onesti: cosa sappiamo in realtà di ciò che avviene alle spalle di quel fronte orientale dove al Blitzkrieg dell’Armata Rossa magnificato nei primi giorni si è sostituita una guerra di logoramento che minaccia di durare mesi, forse anni? Che insieme ai contractor della Wagner Putin manda al fronte soldatini di multiformi etnie rastrellati dalle contrade più remote dell’impero come faceva Napoleone con la Grande Armée?

Che anche a 65 anni ci si può arruolare nell’esercito russo? Che i caduti russi vengono rimpatriati alla chetichella all’insaputa delle famiglie come avveniva all’epoca del terrore staliniano e più tardi con le migliaia di spetsnaz caduti in Afghanistan? Che generali e strateghi vanno e vengono, rimossi e ricollocati in un gioco a rimpiattino fra servizi segreti e esercito a capriccio dell’autocrate asserragliato al Cremlino? Che il balletto dei rubinetti, dal Nord Stream1 a alla pipeline del Kazakistan che Putin ha bloccato (con conseguente ulteriore penuria di idro- carburi per l’Europa e la contemporanea minaccia rivolta al presidente Tokayev: «Attenzione, il Kazakistan potrebbe essere la prossima Ucraina…») sarà l’arma principale nei confronti dell’Occidente insieme all’ordalia del grano che Mosca gioca insieme con Erdogan? Tutto verosimile, forse vero, anche se indimostrabile. Sappiamo però che dietro a Putin c’è l’ombra onnipresente di Nikolaij PatruÅ¡ev, ex collega del Kgb a Leningrado e oggi potentissimo segretario del Consiglio di Sicurezza. È stato lui a teorizzare il collasso europeo sotto la spinta migratoria, la penuria alimentare e la crisi energetica e più che un ventriloquo di Putin è il suo interprete fidato e insieme l’uomo che ne detta le linee guida.

Ma dietro quell’ombra che detta l’agenda della guerra c’è un Paese impoverito, in crollo demografico, minato da migliaia di cittadini che scelgono l’esilio in Europa anche a costo di decadere da un benessere che la middle class affluente russa aveva cominciato a intravvedere. C’è da piangere, mormorano i pochi che hanno ancora voce nel grande serraglio russo.

Ma se Mosca piange, l’Europa non ride. È vero, le stime dicono che il Pil dell’area euro nel 2022 dovrebbe restare positivo fino alla fine del 2023, ma è vero anche che quest’anno patiremo – se va bene – un’inflazione non inferiore al 7,6% che scenderà al 4% l’anno prossimo. Poca cosa rispetto a quella degli Stati Uniti, che con i prezzi al consumo saliti a giugno del 9,1% su base annua che spingerà la Fed ad alzare i tassi di interesse dello 0,75% alla prossima riunione: un balzo gigantesco, mai visto negli ultimi quarant’anni, da quel novembre 1981 in cui Ronald Reagan autorizzava la Cia a finanziare i contras del Nicaragua mentre a Ginevra cominciavano i negoziati fra Washington e il Cremlino sulla riduzione degli armamenti nucleari.

Altri tempi. In queste ore Joe Biden in visita in Israele e Arabia Saudita prova a convincere gli Emirati del Golfo e il superalleato di Riad a produrre più greggio in modo da abbassare la soglia stratosferica dei 100 dollari al barile.

Perché l’Europa – a dispetto della tonitruante chiamata alle armi della Nato e dell’immane corsa agli armamenti – è fragile, anzi, fragilissima. E non è soltanto questione di cifre (la parità con il dollaro già parla da sé e peraltro la fiammata delle materie prime e la conseguente inflazione erano già in agguato almeno un anno prima del fatidico 24 febbraio), ma di leader. Leader azzoppati come Emmanuel Macron (rieletto, questo sì, ma senza più una maggioranza parlamentare), o spodestati come il bulgaro Petkov (le elezioni anticipate a Sofia rischiano di mettere al tappeto il primo bulgaro che ha osato mettersi contro Mosca), o congedati con disonore dalla stanza dei bottoni come Boris Johnson (il più bellicoso alleato europeo di Volodymyr Zelensky), o terrorizzati dalla crisi energetica e dalla chiusura dei rubinetti del gas come Olaf Scholz (nello sconcerto generale si rimangia la politica green e strizza l’occhio senza ammetterlo esplicitamente sul nucleare), o alle prese con le rivolte contadine come l’olandese Mark Rutte (una jacquerie che ha visto sfilare centinaia di trattori paralizzando metà Paese) e il ricchissimo regno di Norvegia (sciopero del settore energetico che chiede aumenti salariali e conseguente blocco delle esportazioni pari a un quarto dell’energia europea), o costretti a un’avvilente elemosina come Pedro Sánchez (treni gratis agli spagnoli per tre mesi per contrastare l’aumento delle tariffe energetiche), fino – non si può non darne conto – al tonfo d’immagine dell’Italia, con un governo quasi dimissionario e la poco allettante prospettiva di una navigazione dimezzata nelle acque procellose della crisi continentale.

In compenso la Russia, il Paese che avrebbe dovuto andare rapidamente in default, segna a giungo (mese in cui il gas da riscaldamento non serve) un surplus di oltre 28 miliardi nell’export energetico. La destabilizzazione dell’Europa del resto era esattamente ciò su cui puntava Vladimir Putin fin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Una missione non particolarmente difficile, visto il vespaio di interessi contrastanti delle nazioni europee. A che punto è la notte? È ancora buio