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RUSSKIY MIR: LA DOTTRINA DEL DOMINIO DEL MONDO DI PUTIN

13 Aprile 2022 

di Luca Della Torre –Corrispondenza romana

Il conflitto in Ucraina generato dall’aggressione militare russa ad uno Stato sovrano – in palese violazione di tutti i più importanti trattati politici di diritto internazionale ed ONU, a cui la stessa Russia ha aderito da decenni – non è il frutto di una irrazionale “volontà di potenza” nella mente della intellighentsia legata all’autocrate Vladimir Putin.

Esiste infatti un livello interpretativo di questa guerra di aggressione, che deve essere collegato alla dimensione geopolitica internazionale, un livello interpretativo in realtà assai ben noto da anni alle cancellerie diplomatiche occidentali, alla intelligence degli stati maggiori delle forze armate europee, USA e NATO, ai giuristi ed analisti che seguono il settore delle relazioni internazionali e dei trattati sulla sicurezza e sovranità degli Stati nazionali.

Parliamo di Russkiy Mir, la vera e propria leva strategica ideologica che è alla base del putinismo, inteso come dottrina politica che non condivide nè riconosce i valori filosofici della civiltà cristiana, del primato religioso della Chiesa cattolica di Roma, dell’esperienza storico culturale romano-germanica: insomma, un sistema geopolitico che si contrappone all’Europa ed all’Occidente in nome di un programma in cui l’ideologia panrussa, la mitologia eurasiatica, il misticismo ortodosso e puerili teorie complottiste si fondono pericolosamente.

I pezzi di questo complicato puzzle hanno origine di lunga data. Chi scrive ha insegnato in università russe materie afferenti al diritto internazionale, ai diritti umani ed ai conflitti armati, e può certificare che l’elaborazione del pensiero di Russkiy Mir si sia diffuso trasversalmente ben prima della aggressione alla Ucraina nelle strutture di vertice della società civile russa.

Russkiy Mir ha assunto ufficialmente visibilità quasi vent’anni orsono: nel 2007 Putin nel corso di un suo celebre intervento alla Conferenza di Monaco ha espressamente respinto la possibilità di cooperazione ed integrazione in una piattaforma comune di trattati e accordi secondo i principii di diritto internazionale del rispetto della reciproca sovranità ed integrità territoriale tra Russia e Occidente. 

Il complesso melting pot dell’ideologia di Russkiy Mir si basa sostanzialmente su tre concetti: l’esistenza di una unica comunità e civiltà identitaria etnica linguistica e religiosa dominata dal primato politico nazionalista di Mosca, comunità che include autoritariamente anche i cosiddetti “compatrioti”, ovvero tutti i popoli slavi di lingua russa o Paesi che abbiano  minoranze russofone  all’estero del confine russo:  quindi anche ucraini e bielorussi, armeni e kazaki, lettoni ed estoni, georgiani e moldavi, che non avrebbero diritto ad essere riconosciuti come popoli e Stati sovrani. Esemplari sono al riguardo le parole di Putin all’avvio dell’invasione in Ucraina: gli ucraini non sono un popolo e non sono uno Stato, non hanno diritto ad esistere se non sotto il tallone russo.

Il secondo ed il terzo perno di questo pasticciato progetto politico revanscista, oltre alla sottomissione dei popoli confinanti con la Russia, sono l’esaltazione della religione ortodossa come vera incarnazione del mito della Terza Roma, e l’odio viscerale nei confronti del complesso valoriale dei diritti civili e politici dell’individuo, lascito del primato cattolico della centralità della persona umana in contrapposizione alla mistica collettivista propria delle culture asiatiche di cui si imbeve Russkiy Mir.

Nella sfida ai valori ed alla tradizione religiosa e culturale dell’Occidente, dell’Europa in particolare, Putin trova nella Chiesa ortodossa e nel patriarca Kirill un alleato strumentale al potere politico del Cremlino: la fede ortodossa è il braccio spirituale di questo progetto di dominio sul mondo, facendosi portatrice di una feroce carica polemica contro il Cattolicesimo e contro la Chiesa di Roma, in nome di un equivoco pericoloso concetto di Tradizione antitetico al primato del Pontefice romano, pretendendo di incarnare la missione della vera Rivelazione divina che sarebbe stato assegnato al ruolo del patriarcato di Mosca quale Terza Roma.

Secondo la logica anticattolica del patriarca Kirill, alfiere della Chiesa ortodossa per combattere la difesa dei cristiani nel mondo sarebbe il leader Putin, coscienza della comunità panrussa contro l’Occidente, nel solco della tradizionale sinergia bizantina tra Trono ed Altare.

Il terzo perno, infine, di questo pericolosissimo quanto abborracciato brodo di cultura alla base di Russkiy Mir è dato da una pletora di ideologi, intellettuali, pensatori, in realtà di assai scarsa valenza accademica internazionale, che hanno sempre incarnato posizioni estremamente radicali e provocatorie nella elaborazione di una presunta mistica geopolitica euroasiatica nel panorama culturale russo.

Lev Gumilev (1912-1992), il filosofo da Putin, secondo cui le nazioni traggono la loro spinta da raggi cosmici, così che la volontà di esistere dell’Occidente sarebbe quasi esaurita e la Russia, al contrario, avrebbe ancora l’energia per formare un potente stato slavo che abbraccia l’Eurasia e sottomette l’Europa alla missione purificatrice dell’Ortodossia.

Konstantin Leontyev (1831-1891), un monaco ultra-reazionario del 19° secolo, che ammirava gerarchia e monarchia, Trono ed Altare secondo il primato della Terza Roma ortodossa, e aveva in sprezzo la fede cattolica.

Il politologo esperto di relazioni internazionali Serghei Karaganov, che sostiene che il deprecabile crollo dell’Unione Sovietica abbia lasciato interi popoli privi del senso di nazionalità incapaci di affermarsi come Stati sovrani perché le élites politiche di questi popoli sono prive degli elementi storico valoriali che li dovrebbero caratterizzare. Da ciò secondo Karaganov deriva la missione della Russia di costituire una unione euroasiatica, in grado di dirigere e coordinare il bene comune di questi popoli sotto la sua autorevole guida, in partnership con la solida alleanza della Russia con il regime totalitario comunista asiatico in Cina.

Infine, il pittoresco quanto squalificato Aleksander Dugin, docente allontanato dall’Università di Mosca, filosofo e politologo, che incarna una vena delirante mistico-esoterica di ispirazione nazional-socialista, valorizzato in Italia ed Occidente da puerili ambienti di destra radicale. Dugin, intervistato di recente da media italiani, descrive l’invasione dell’Ucraina in questi termini: «Non si tratta solo di denazificare il paese e proteggere il Donbass, è una battaglia contro l’Occidente, cioè l’Anticristo».

Nel pantheon del pensiero geopolitico di Russkiy Mir si evidenzia inequivocabilmente, secondo gli analisti e studiosi europei, la matrice del livello ideologico  di scontro tra civiltà che ispira il disegno politico del regime di Putin:  si tratta di una guerra tra l’Occidente e la Russia, tra l’Occidente e il sogno euroasiatico delle potenze orientali – Mosca ma soprattutto Pechino – di imporre i loro modelli totalitari, atei e collettivisti contro la civiltà millenaria dell’Occidente cristiano

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LE PROFEZIE SULLA RUSSIA NELLE RIVELAZIONI PRIVATE DELLA BEATA SUOR ELENA AIELLO LA “MONACA SANTA”

Di Rita Sberna – 4 Marzo 2022

Tra le rivelazioni private di questo secolo, un posto particolare assumono quelle ricevute da una suora italiana, Elena Aiello, popolarmente conosciuta come «’a monaca santa», nata a Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza, il 10 aprile 1895, morta a Roma il 19 giugno 1961.

È facile immaginare lo scetticismo e forse il fastidio e l’irritazione che potrà produrre nella mentalità odierna, così pronta a rifiutare ogni manifestazione di soprannaturale, il solo accennare ai carismi straordinari di questa umile suora amante della croce.

E tuttavia si tratta di messaggi che, per la loro sconcertante e drammatica attualità, mi sembra meritino di essere registrati e avvicinati con particolare attenzione. Ne riferiamo dunque, dichiarando previamente, in ossequio ai decreti di Urbano VIII del 13 marzo 1625, del 5 luglio 1631 e del 5 luglio 1634, che non intendiamo attribuire ad alcuno dei fatti o delle parole riportate più autorità di quanta non gliene attribuisca o gliene attribuirà la santa Chiesa, cui noi ci gloriamo di essere umilmente sottomessi.

La vita di Elena Aiello si intreccia con quella della congregazione religiosa da lei fondata nel 1928, allo scopo di raccogliere ed educare cristianamente le bambine abbandonate. Suor Elena Aiello (oggi beata) è stata una mistica cattolica che aveva molte visioni e rivelazioni dal Signore e dalla Madonna. Ebbe anche le stigmate come Padre Pio, suo contemporaneo. Fondò il nuovo istituto religioso delle Suore Minime della Passione e aprì vari un ospizi per vecchi poveri e per orfanelle. Madre Elena fu stimata e consultata con frequenza da Papa Pio XII, che le riconobbe doti di abnegazione, carità e profezia. Nel gennaio del 1991 Madre Elena Aiello è stata dichiarata venerabile dalla Chiesa e 20 anni dopo è stata beatificata.

LA RUSSIA DIFFONDERÀ NEL MONDO I SUOI ERRORI

15 settembre 1958. La Vergine Addolorata: «Se non si prega l’Italia sarà invasa dalle truppe russe». «Roma sarà salva? E il Papa?». La Madonna piange: «L’Italia non sarà salva, specie Roma, perché molti peccati si commettono nella città santa: è profanata persino dai ministri di Dio. Il Papa non vedrà tutto questo perché in questi giorni avrà l’agonia della morte, che abbrevierà la sua vita per sempre».

27 marzo 1959. La Madonna: «Roma sarà punita, l’Italia sarà travagliata e umiliata. La Chiesa sarà perseguitata. Il Cristo in terra dovrà tanto soffrire; a quante rovine andrà incontro! Il gregge sta per disperdersi. Quante anime sacerdotali sono uscite fuori dall’ovile! Pregate incessantemente, perché l’ora è vicina, affinché l’umanità conosca i suoi errori. La Russia sorgerà su tutte le nazioni, specie sull’Italia, e pianterà la bandiera [rossa] sulla cupola di san Pietro: [e la basilica] sarà circondata da leoni tanto feroci! La mia parola è chiara. Il mondo si perde prima di quanto si pensa».

8 maggio 1960. La Madonna: «La Russia è pronta a scatenare tutte le forze del male e sfogherà tutto il suo furore. Sarà una bufera infernale. La guerra sarà prossima. La Russia si abbatterà su diverse nazioni. Il fuoco comincerà da est a ovest. Anche nel Nord-Africa e poi nel Medio Oriente vi saranno molte rivoluzioni. Il sangue scorrerà a rivi. Il tempo non è lontano. I sacerdoti saranno perseguitati; le chiese saranno profanate, specie nella città santa. Pregate perché il Papa non cada in mano ai russi. Siate fedeli con la preghiera e la penitenza, per il giorno del mio trionfo, perché la mia ora è vicina».

16 luglio 1960. La Madonna: «Se non si prega, l’Italia sarà peggiore della Russia. Verrà la persecuzione per la Chiesa. Quanti sacerdoti moriranno martiri! La Russia tenta di invadere la città santa, sede del vicario di Cristo, profanata da questi mostri infernali».

22 agosto 1960. La Madonna: «L’ora terribile avanza sui mondo. Diverse nazioni saranno colpite, specie l’Italia, con rivoluzioni sanguinose. La Russia ha preparato le armi segrete contro l’America, contro la Francia e contro la Germania. La guerra è prossima. Il Reno della Svizzera sarà pieno di cadaveri e di sangue. Il Papa dovrà tanto soffrire. Il leone ruggente avanzerà sulla cattedra di Pietro, per diffondere i suoi errori. Il fiele della Russia avvelenerà tutte le nazioni, specie l’Italia».

IL RIMEDIO PER IL TRIONFO DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA

1 novembre 1952. La Madonna: «Devozione al Cuore Immacolato di Maria, strumento di salvezza. Bisogna formare una legione di anime per pregare e pregare molto. Si può disarmare l’ira di Dio. Queste anime assicurano la vittoria delle forze del bene».

3 aprile 1953. La Madonna: «Solo con la devozione al Cuore Immacolato di Maria, mediatrice tra l’uomo e Dio, il mondo sarà in parte salvo».

6 aprile 1955. La Madonna: «Il mezzo più efficace per ottenere misericordia è il Cuore di Maria, mediatrice fra gli uomini e Dio, e deve regnare. Questa devozione incoraggia i buoni, scuote i tristi, chiama i peccatori al pentimento, eccita i tiepidi al fervore».

8 aprile 1955. La Madonna: «Il mezzo più efficace per salvare in parte il mondo è la devozione al Cuore Immacolato di Maria. La preghiera Materno rifugio si propaghi; è utilissima. Dite spesso con le braccia in croce: “O Regina dell’universo, mediatrice degli uomini, usaci misericordia – ti preghiamo con filiale confidenza – di essere liberati dal peccato che porta al mondo tanta rovina. Usaci misericordia, rifugio di tutte le nostre speranze: tu devi essere propizia verso di noi, figli indegni. Accogli benigna la nostra supplica, affinché tutti possiamo cantare il trionfo della tua misericordia”».

30 marzo 1956. Gesù: «Il mondo si salverà, in parte, se si propaga la devozione al Cuore Immacolato di Maria».

22 agosto 1957. La Madonna: «Per salvare le anime dall’inferno, si deve diffondere la mia devozione al Cuore Immacolato di Maria, mediatrice fra gli uomini e Dio, con la consacrazione delle famiglie al mio Cuore e a quello di Gesù».

8 dicembre 1957. La Madonna: «Bisogna formare una legione di anime, un apostolato al Cuore Immacolato di Maria, mediatrice e regina dell’universo».

11 febbraio 1958. La Madonna: «Bisogna che si facciano tanti atti di fede, pieni di fervore, per essere pronti all’attacco, per difendere i diritti del Cuore Immacolato di Maria mediatrice tra gli uomini e Dio, perché la mia ora è prossima.

3 ottobre 1959. La Madonna: «Bisogna avvisare gli uomini: far loro capire che bisogna pregare, recitare il santo Rosario, che la corona è come un talismano. Bisogna propagare la mia devozione al Cuore Immacolato di Maria, mediatrice tra gli uomini e Dio».

* * *

Come, quando avverrà tutto questo? Le rivelazioni private ci aprono squarci improvvisi e imprevedibili sul futuro, non per alimentare la nostra curiosità, ma per orientare il nostro operato nel tempo presente. Esse ignorano volutamente i dettagli, per tracciare una rotta, indicare una direzione, sottolineare una tendenza.

Non si potrebbe chiedere anche a quelle di suor Elena Aiello maggiore luce di quanta già, straordinariamente, ne offrano. Basti qui ricordare, per comprenderne l’importanza, che esse vengono dopo l’apparizione della Madonna ai tre veggenti di Fatima e di Fatima sembrano costituire non solo una conferma, ma una precisazione e quasi un’applicazione al futuro dell’Italia.

Del messaggio di Fatima conservano tutti gli elementi: l’empietà e la corruzione del mondo: la necessità dell’espiazione; il terribile castigo che si abbatte sull’umanità; e, sullo sfondo, grazie a un’ardente devozione al Cuore Immacolato della Madonna, le luci sacrali di quel Regno di Maria di cui ha parlato, tra l’altro, san Luigi Maria Grignion di Montfort. A noi, dunque, pregare e operare perché lo Spirito Santo levi gli schiavi, i servi, i figli di Maria, vaticinati dall’apostolo della Vandea, «al fine di formare sotto lo stendardo della Croce un’armata bene schierata a battaglia e ben ordinata per attaccare tutti insieme i nemici di Dio.

«Signore, sorgete! Perché sembrate dormire?

Sorgete nella vostra onnipotenza, misericordia e giustizia, per formarvi uno stuolo scelto di guardie del corpo, per proteggere la vostra casa, per difendere la vostra gloria e salvare le anime, affinché ci sia un unico ovile e un solo pastore e tutti vi rendano gloria nel vostro tempio. Amen

Fonte: Alleanza Cattolica

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Russia, morta in un’esplosione d’auto la figlia di Dugin. “Erano insieme, lui ha cambiato macchina all’ultimo momento”

La  Repubblica 21 Agosto 2022

Un’auto guidata dalla figlia dell’ “ideologo di Putin” Aleksandr Dugin, Daria Dugin (o Darya), è saltata in aria nei pressi del villaggio di Velyki Vyazomi, alla periferia di Mosca.  La conducente Daria Dugin, figlia di Aleksandr Dugin, è morta in quello che appare come un attentato. Daria Dugin aveva 30 anni. Secondo il Daily Mail, che cita fonti russe i due, che tornavano da un evento pubblico, avrebbero dovuto viaggiare sulla stessa auto, ma Dugin avrebbe all’ultimo istante preso un altro veicolo.

Su Twitter circolano numerose immagini e video del luogo dell’esplosione. Per alcuni, Dugin stesso sarebbe stato l’obiettivo. Ma nel video qui sotto (da Twitter) si vedrebbe lo stesso Dugin sul luogo dell’incidente. Avrebbe quindi evitato un attentato potenzialmente rivolto a lui. Secondo RT, sarebbe proprio il filosofo e politologo ultranazionalista russo l’uomo con le mani nei capelli che si vede nei video girati sulla scena dell’esplosione.

Secondo il leader della Repubblica popolare filorussa di Donetsk, Denis Pushilin, ci sono “terroristi del regime ucraino” dietro l’incidente. A detta di Pushilin, a quanto riferisce Ria Novosti, l’obiettivo dell’attentato era il padre. “I terroristi del regime ucraino, cercando di eliminare Aleksandr Dugin, hanno fatto saltare in aria sua figlia… In macchina. Beato ricordo di Darya, e’ una vera ragazza russa”, ha scritto Pushilin nel suo canale Telegram. Darya Dugin e’ stata opinionista politica per il Movimento Eurasiatico Internazionale, guidato da suo padre.

Dugin, chi è l’ideologo sovranista di Putin che ha definito il nuovo patriottismo russo

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Il filosofo padre della vittima dell’attentato a Mosca è una figura chiave per Putin: sue le idee dietro al disegno sovranista di espansionismo verso i confini “sacri” della Russia zarista

di Gianluca Di Feo –La Repubblica 20 Agosto 2022

L’attentato a Darya Dugin accende una luce inquietante sulla partita di potere all’ombra del Cremlino. Il padre Aleksandr è una figura allo stesso tempo estremamente vicina e molto lontana da Vladimir Putin. Lontana perché non riveste incarichi ufficiali nella nomenklatura russa, non ha un ruolo formale nella corte del nuovo zar o nel suo partito Russia Unita. Vicina perché ha fornito a Putin la base ideologica del nuovo imperialismo russo, teorizzando in chiave moderna canoni del patriottismo per sostituire gli slogan sovietici.

Sono stati i suoi testi e i suoi discorsi a tracciare quel disegno sovranista che legittima l’ambizione alla leadership euroasiatica e all’espansionismo verso i confini “sacri” della Russia zarista: l’invasione dell’Ucraina è scaturita anche da queste idee, che legittimano agli occhi di una parte del popolo russo – ma non solo – la “missione di grandezza di Mosca”. Una spinta in cui la figlia aveva affiancato il padre, tanto da venire inclusa pochi mesi fa nella lista nera delle sanzioni britanniche.

Dugin infatti ha sempre posto massima attenzione alla propaganda all’estero, facendosi alfiere di quel movimento sovranista intriso di valori religiosi che ha trovato sponda pure in Occidente, fino a sposarsi con le teorie ultraconservatrici di Steve Bannon, a lungo stretto consigliere di Donald Trump. In Italia Dugin è stato osannato da Gianluca Savoini, l’amico di Matteo Salvini che lo ha più volte ospitato in eventi pubblici nel nostro Paese, presentandolo al segretario leghista.

Dugin però negli ultimi due anni si è mostrato critico verso Salvini per il sostegno a Draghi, definendo in un’intervista concessa a fine maggio all’Adnkronos il governo gialloverde “un’occasione storica mancata”: “L’Italia è sempre stata un paese amico e molto vicino alla Russia. Lo abbiamo sempre apprezzato e valorizzato. Ma dopo la fine del governo gialloverde, il potere in Italia, ahimè, è finito nelle mani dei liberali globalisti, che sono totalmente dipendenti dalle politiche dei democratici (Biden-Soros) a Washington. Non ci sono poteri sovrani in Europa in grado di perseguire una qualsiasi politica nazionale o europea propria. L’Italia, quando Salvini era un populista di destra e i Cinque stelle populisti di sinistra, e quando potevano accordarsi tra di loro, aveva una possibilità storica. Oggi si sente la mancanza. Non credo sarà così per sempre, ma per un po’”

In quell’occasione ha bollato come inutile la mediazione sulla Crimea vagheggiata da Salvini – “Putin non lo ascolterà. Piuttosto è importante evitare che la Ue si faccia coinvolgere in un conflitto” – e ha benedetto Giorgia Meloni: “Ho un presentimento, si farà strada. Per quanto riguarda il partito Fratelli d’Italia, penso che sia stata la più critica nei confronti delle misure anti-Covid e la più lontana dalle politiche fallimentari del globalista e liberale Draghi”, ha aggiunto Aleksandr Dugin: “In futuro il ruolo della Meloni, se seguirà rigorosamente gli ideali e i valori che proclama, sarà, secondo me, molto significativo. Quando l’Italia – con la Meloni o chiunque altro – diventerà sovrana, allora e solo allora le cose cominceranno ad andare”.

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Ucraina, lo stallo e i segnali che arrivano da Mosca. Chi sta vincendo la guerra?

di Enrico Franceschini-La  Repubblica  – 19 Agosto 2022

La situazione sul campo a quasi sei mesi dall’inizio del conflitto

LONDRA – La guerra è in una fase “di stallo”. Lo ha dichiarato oggi un consigliere del presidente Zelensky a Kiev ed è un’impressione condivisa da esperti e media occidentali. Ma questo non significa che l’invasione russa dell’Ucraina stia per concludersi, tantomeno che ci sia la pace dietro l’angolo. Tra meno di una settimana, il 24 agosto, il conflitto avrà raggiunto i sei mesi. Ecco che cosa sta accadendo sul campo di battaglia e dietro le quinte. 

Chi sta vincendo la guerra? 

“Le forze russe hanno compiuto soltanto minimi avanzamenti nelle ultime settimane”, afferma Oleksiy Arestovych, un consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Un giudizio largamente condiviso dagli analisti di affari militari così come dai media più autorevoli. La Russia mantiene il controllo della maggior parte del Donbass, la regione prevalentemente abitata da ucraini di lingua e origine russa che Vladimir Putin ha indicato come l’obiettivo principale dell’attacco, ma non l’ha ancora conquistata tutta. In modo simile, non ci sono stati progressi di rilievo delle forze di Mosca lungo la costa del mar Nero. La situazione di “stallo”, espressione usata dal consigliere ucraino, significa che sporadici combattimenti e lanci di razzi si alternano a fasi di relativa quiete dal punto di vista militare. Nessuno ha ancora vinto e nessuno ha ancora perso. 

Cosa ha determinato questo apparente equilibrio? 

Due fattori: uno è l’utilizzo da parte ucraina delle nuove, più potenti armi ricevute dall’Occidente, in particolare lanciarazzi a media gittata, con le quali le forze di Kiev sono riuscite a colpire alcuni centri nevralgici del nemico, come una base dei mercenari del Gruppo Wagner e una installazione militare in Crimea. L’altro è probabilmente l’esigenza russa di rifiatare, arruolare nuove forze e prepararsi alle prossime mosse, quali che siano le intenzioni del Cremlino. Un rapporto del ministero della Difesa ucraino parla di 44mila “perdite” russe tra morti, feriti e dispersi, altri dati indipendenti precisano che i morti certi sarebbero intorno a 5mila uomini. Sicuramente non si è vista alcuna offensiva di grosse proporzioni da parte di Mosca negli ultimi giorni. 

Questo vuol dire che l’Ucraina si sente più sicura? 

Fino a un certo punto: un missile russo ha colpito Kharkiv nelle ultime 24 ore, uccidendo sette persone e ferendone almeno 16. Il presidente Zelensky afferma che il razzo è caduto su un blocco di appartamenti, per cui tutte le vittime sono civili: “Non perdoneremo, ci vendicheremo”, promette il leader ucraino. Che l’obiettivo di questi lanci russi siano fabbriche militari o caserme, colpendo per sbaglio edifici civili, o che l’intento sia quello di spaventare e demoralizzare la popolazione, talvolta anche lontano dal fronte, di certo l’Ucraina rimane in guerra e la vita quotidiana resta esposta a gravi rischi. Ciononostante, a Kiev e nella gran parte dell’Ucraina centrale e occidentale le attività economiche sono riprese, così come sono tornati a riempirsi luoghi pubblici e ristoranti. Ma sempre con l’orecchio alle sirene che possono dare l’allarme per un bombardamento da un momento all’altro.

Che segnali giungono da Mosca sulla direzione da dare alla guerra? 

L’agenzia di stampa ufficiale russa Ria ha reso noto che Igor Osipov, comandante in capo della flotta del mar Nero, basata in Crimea, è stato rimpiazzato da un altro ammiraglio, Viktor Sokolov. La decisione fa seguito alle esplosioni che hanno centrato la penisola, occupata dalle forze russe già nel 2014 e successivamente ammessa alla Russia. Se confermato, sarebbe uno dei più importanti siluramenti di alti ufficiali di Mosca dall’inizio del conflitto. La prova che le cose non vanno come Putin sperava. 

Ci sono negoziati in corso per fermare la guerra? 

Ufficialmente no, ma qualche trattativa esiste. Alti rappresentanti dell’Ucraina, della Turchia e delle Nazioni Unite si incontrano oggi a Leopoli per esaminare come sta andando l’accordo che ha permesso di sbloccare le esportazioni di grano dal porto ucraino di Odessa. Saranno presenti il segretario generale dell’Onu Antonio Guturres, il presidente ucraino Zelensky e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Le parti discuteranno anche “l’esigenza di una soluzione politica del conflitto” e la situazione attorno alla centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, ora sotto il controllo dell’esercito russo, fonte di grave preoccupazione per il rischio che sia colpita da un missile. Non è escluso che dietro le quinte si cerchi di coinvolgere la Russia alla ricerca perlomeno di una tregua, come la Turchia si è più volte impegnata a fare nel suo ruolo di mediatore assai ascoltato da Mosca. Un elemento da tenere presente in proposito è il clima: in Europa l’estate non è ancora finita, ma lungo il confine tra Russia e Ucraina la fine di agosto segna generalmente l’inizio di piogge autunnali e temperature più rigide, che non favoriranno nuovi attacchi.  

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MARIA VALTORTA –  L’ASSUNZIONE GLORIOSA DI MARIA AL CIELO

Quanti giorni sono passati? È difficile stabilirlo con sicurezza. Se si giudica dai fiori che fanno corona intorno al corpo esanime, si dovrebbe dire che sono passate poche ore. Ma se si giudica dalle fronde d’ulivo su cui posano i fiori freschi, fronde dalle foglie già appassite, e dagli altri fiori vizzi, posati come tante reliquie sul coperchio del cofano, si deve concludere che sono passati dei giorni ormai.
   Ma il corpo di Maria è quale era appena spirata. Nessun segno di morte è sul suo volto, sulle piccole mani. Nessun odore sgradevole è nella stanza. Anzi aleggia in essa un profumo indefinibile che sa d’incenso, di gigli, di rose, di mughetti e di erbe montane, insieme mescolati.
   Giovanni, che chissà mai da quanti giorni veglia, si è addormentato, vinto dalla stanchezza, stando seduto sullo sgabello, con le spalle appoggiate al muro, presso la porta aperta che dà sulla terrazza. La luce della lanterna, posata al suolo, lo illumina da sotto in su e permette di vedere il suo volto stanco, pallidissimo, meno che intorno agli occhi arrossati dal piangere.
   L’alba deve essere ormai incominciata, perché il suo debole chiarore rende visibili all’occhio la terrazza e gli ulivi che circondano la casa, chiarore che si fa sempre più forte e che, penetrando dalla porta, fa più distinti anche gli oggetti della camera, quelli che, per essere lontani dalla lucernetta, prima si intravvedevano appena.

Ad un tratto una gran luce empie la stanza, una luce argentea, sfumata d’azzurro, quasi fosforica, e sempre più cresce, annullando quella dell’alba e quella della lucerna. Una luce uguale a quella che inonndò la grotta di Betlemme al momento della Natività divina. Poi, in questa luce paradisiaca, si palesano delle creature angeliche, luce ancor più splendida nella luce già tanto potente apparsa per prima. Come già avvenne quando gli angeli apparvero ai pastori, una danza di scintille d’ogni colore si sprigiona dalle loro ali dolcemente mosse, dalle quali viene come un mormorio armonico, arpeggiato, dolcissimo.
   Le creature angeliche si dispongono a corona intorno al lettuccio, si curvano su di esso, sollevano il corpo immobile e, con un più forte agitar d’ali, che aumenta il suono già esistente prima, per un varco apertosi prodigiosamente nel tetto, come prodigiosamente s’aprì il Sepolcro di Gesù, se ne vanno, portando seco loro il corpo della loro Regina, santissimo, è vero, ma non ancora glorificato e perciò ancora soggetto alle leggi della materia, soggezione a cui non era più soggetto il Cristo perché già glorificato quando risorse da morte. Il suono dato dalle ali angeliche aumenta, ed è ora potente come un suono d’organo.

  Giovanni, che s’era già, pur rimanendo addormentato, smosso due o tre volte sul suo sgabello, come fosse disturbato dalla gran luce e dal suono delle ali angeliche, si desta totalmente per quel suono potente e per una forte corrente d’aria che, scendendo dal tetto scoperchiato ed uscendo dalla porta aperta, forma come un gorgo che agita le coperture del letto ormai vuoto e le vesti di Giovanni, spegnendo la lucerna e chiudendo con un forte picchio la porta aperta.
   L’apostolo si guarda intorno, ancor mezzo assonnato, per rendersi conto di ciò che avviene. Si accorge che il letto è vuoto e che il tetto è scoperto. Intuisce che un prodigio è avvenuto. Corre fuori sulla terrazza e, come per un istinto spirituale o per un richiamo celeste, alza il capo, facendosi solecchio con la mano per guardare senza avere l’ostacolo del nascente sole negli occhi.

E vede. Vede il corpo di Maria, ancor privo di vita ed in tutto uguale a quello di persona dormente, che sale sempre più in alto, sostenuto dallo stuolo angelico. Come per un ultimo saluto, un lembo del manto e del velo si agitano, forse per azione del vento suscitato dalla rapida assunzione e dal moto delle ali angeliche, e dei fiori, quelli che Giovanni aveva disposti e rinnovati intorno al corpo di Maria, e certo rimasti tra le pieghe delle vesti, piovono sulla terrazza e sulla terra del Getsemani, mentre l’osanna potente dello stuolo angelico si fa sempre più lontano e quindi più lieve.
   Giovanni continua a fissare quel corpo che sale verso il Cielo e, certo per un prodigio concessogli da Dio, per consolarlo e per premiarlo del suo amore alla Madre adottiva, egli vede, distintamente, che Maria, avvolta ora dai raggi del sole che è sorto, esce dall’estasi che le ha separata l’anima dal corpo, torna viva, sorge in piedi, perché ora Lei pure fruisce dei doni propri ai corpi già glorificati.
   Giovanni guarda, guarda. Il miracolo che Dio gli concede gli dà potere, contro ogni legge naturale, di vedere Maria quale è ora mentre sale ratta verso il Cielo, circondata, ma non più aiutata a salire, dagli angeli osannanti. E Giovanni è rapito da quella visione di bellezza che nessuna penna d’uomo, né parola umana, né opera di artista potrà mai descrivere o riprodurre, perché è di una bellezza indescrivibile.
   Giovanni, stando sempre appoggiato al muretto della terrazza, continua a fissare quella splendida e splendente forma di Dio — perché realmente può dirsi così Maria, formata in modo unico da Dio, che la volle immacolata, perché fosse forma al Verbo incarnato — che sale sempre più in alto. E un ultimo, supremo prodigio concede Iddio-Amore a questo suo perfetto amatore: quello di vedere l’incontro della Madre Ss. col suo Ss. Figlio che, Lui pure splendido e splendente, bello di una bellezza indescrivibile, scende ratto dal Cielo, raggiunge la Madre, se la stringe sul cuore, e insieme, più fulgenti di due astri maggiori, con Lei ritorna da dove è venuto.

   Il vedere di Giovanni è finito. Egli abbassa il capo. Sul suo volto stanco sono presenti e il dolore per la perdita di Maria e il gaudio per la sua gloriosa sorte. Ma ormai il gaudio supera il dolore.
   Egli dice: «Grazie, mio Dio! Grazie! Io presentivo che questo sarebbe accaduto. E volevo vegliare, per non perdere nessun episodio della sua Assunzione. Ma erano ormai tre giorni che non dormivo! Il sonno, la stanchezza, congiunti alla pena, mi hanno abbattuto e vinto proprio quando era imminente l’Assunzione… Ma forse Tu stesso l’hai voluto, o Dio, perché io non turbassi quel momento e non soffrissi troppo… Sì.

Certo Tu lo hai voluto, come ora volesti che io vedessi ciò che senza un tuo miracolo non avrei potuto vedere. Mi hai concesso di vederla ancora, benché già tanto lontana, già glorificata e gloriosa, come mi fosse vicina. E rivedere Gesù! Oh! visione beatissima, insperata, insperabile! O dono dei doni di Gesù-Dio al suo Giovanni! Grazia suprema! Rivedere il mio Maestro e Signore! Vedere Lui presso la Madre! Lui simile a sole e Lei a luna, splendidissimi entrambi, e per esser gloriosi e per esser felici d’esser riuniti in eterno!

Che sarà il Paradiso ora che Voi vi splendete, Voi, astri maggiori della Gerusalemme celeste? Quale il gaudio degli angelici cori e dei santi? È tale la gioia che m’ha dato il vedere la Madre col Figlio, cosa che annulla ogni sua pena, ogni loro pena, anzi, che anche la mia cessa, e in me subentra la pace. Dei tre miracoli che avevo chiesti a Dio, due si sono compiuti. Ho visto tornare la vita in Maria, e la pace la sento tornare in me. Ogni mia angoscia cessa, perché vi ho visti riuniti nella gloria. Grazie di ciò, o Dio.

   E grazie per avermi dato modo, anche per una creatura, santissima ma sempre umana, di vedere quale è la sorte dei santi, quale sarà dopo l’ultimo giudizio, e la risurrezione delle carni, e la loro ricongiunzione , la loro fusione con lo spirito, salito al Cielo all’ora della morte. Non avevo bisogno di vedere per credere. Perché io ho sempre creduto fermamente ad ogni parola del Maestro.

Ma molti dubiteranno che, dopo secoli e millenni, la carne, fatta polvere, possa tornare corpo vivente. A costoro io potrò dire, giurandolo sulle cose più eccelse, che non solo il Cristo tornò vivo, per suo proprio potere divino, ma che anche la Madre sua, tre dì dopo la morte, se morte può dirsi tal morte, riprese vita, e con la carne riunita all’anima prese la sua eterna dimora in Cielo, al fianco del Figlio. Potrò dire: “Credete, o cristiani tutti, nella risurrezione della carne, alla fine dei secoli, e alla vita eterna e dell’anima e dei corpi, vita beata per i santi, orrenda per i colpevoli impenitenti. Credete e vivete da santi, come da santi vissero Gesù e Maria, per avere la loro stessa sorte. Io ho visto i loro corpi salire al Cielo. Ve lo posso testimoniare. Vivete da giusti per potere un giorno essere nel nuovo mondo eterno, in anima e corpo, presso Gesù-Sole e presso Maria, Stella di tutte le stelle”. Grazie ancora, o Dio!

Ed ora raccogliamo quanto resta di Lei. I fiori caduti dalle sue vesti, le fronde degli ulivi rimaste sul letto, e conserviamoli. Serviranno… Sì, serviranno a dare aiuto e consolazione ai miei fratelli, invano attesi. Prima o poi li ritroverò…».
   Raccoglie anche i petali dei fiori sfogliatisi nel cadere, rientra nella stanza tenendoli in un lembo della veste.

Nota allora più attentamente l’apertura del tetto ed esclama: «Un altro prodigio! E un’altra mirabile proporzione nei prodigi della vita di Gesù e Maria! Egli, Dio, da Sé risorse, e col suo solo volere ribaltò la pietra del Sepolcro, e col suo solo potere ascese al Cielo. Da solo. Maria, santissima ma figlia dell’uomo, per aiuto angelico ebbe aperto il varco per la sua assunzione al Cielo e, sempre per aiuto angelico, è stata assunta là. Nel Cristo lo spirito tornò ad animare il Corpo mentre esso era ancora sulla Terra, perché così doveva essere, per far tacere i suoi nemici e per confermare nella fede i suoi seguaci tutti. In Maria lo spirito è tornato quando il Corpo santissimo era già sulle soglie del Paradiso, perché per Lei non era necessario più altro. Potenza perfetta dell’infinita Sapienza di Dio!…».

    Giovanni ora raccoglie in un telo i fiori e le fronde rimasti sul lettuccio, vi unisce quelli raccolti fuori e li depone tutti sul coperchio del cofano. Poi lo apre e vi colloca il guancialetto di Maria, la coperta del lettuccio; scende nella cucina, raccoglie altri oggetti usati da Lei — il fuso e la conocchia, le sue stoviglie — e le unisce alle altre cose.

   Chiude il cofano e si siede sullo sgabello esclamando: «Ora tutto è compiuto anche per me! Ora posso andare, liberamente, là dove lo Spirito di Dio mi condurrà. Andare! Seminare la divina Parola che il Maestro mi ha data perché io la dia agli uomini. Insegnare l’Amore. Insegnarlo perché credano nell’Amore e nella sua potenza. Far loro conoscere cosa ha fatto Dio-Amore per gli uomini. Il suo Sacrificio e il suo Sacramento e Rito perpetui, per cui, sino alla fine dei secoli, noi potremo essere uniti a Gesù Cristo per l’Eucarestia e rinnovare il rito e il sacrificio come Egli comandò di fare. Tutti doni dell’Amore perfetto! Far amare l’Amore, perché credano in Esso come noi vi abbiamo creduto e crediamo. Seminare l’Amore perché sia abbondante la messe e la pesca, per il Signore.

L’amore tutto ottiene, mi ha detto Maria nel suo ultimo discorso, a me, da Lei giustamente definito, nel collegio apostolico, colui che ama, l’amante per eccellenza, l’antitesi dell’Iscariota che fu l’odio, come Pietro l’irruenza e Andrea la mitezza, i figli d’Alfeo la santità e sapienza congiunta a nobiltà di modi, e così via. Io, l’amoroso, ora che non ho più il Maestro e la Madre da amare in Terra, andrò a spargere l’amore tra le genti. L’amore sarà la mia arma e dottrina. E con esso vincerò il demonio, il paganesimo, e conquisterò molte anime. Continuerò così Gesù e Maria, che furono l’amore perfetto in Ter­ra  (8 dicembre 1951.)

(Vol 10 – cap 650) – Centro editoriale Valtortiano)

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SOLENNITÀ DELL’ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

BENEDETTO XVI

ANGELUS

Castel Gandolfo
Mercoledì, 15 agosto 2012

Cari fratelli e sorelle,

Nel cuore del mese di agosto la Chiesa in Oriente e in Occidente celebra la Solennità dell’Assunzione di Maria Santissima al Cielo. Nella Chiesa Cattolica, il dogma dell’Assunzione – come sappiamo – fu proclamato durante l’Anno Santo del 1950 dal Venerabile Pio XII. La celebrazione, però, di questo mistero di Maria affonda le radici nella fede e nel culto dei primi secoli della Chiesa, per quella profonda devozione verso la Madre di Dio che è andata sviluppandosi progressivamente nella Comunità cristiana.

Già dalla fine del IV secolo e l’inizio del V, abbiamo testimonianze di vari autori che affermano come Maria sia nella gloria di Dio con tutta se stessa, anima e corpo, ma è nel VI secolo che a Gerusalemme, la festa della Madre di Dio, la Theotòkos, consolidatasi con il Concilio di Efeso del 431, cambiò volto e divenne la festa della dormizione, del passaggio, del transito, dell’assunzione di Maria, divenne cioè la celebrazione del momento in cui Maria uscì dalla scena di questo mondo glorificata in anima e corpo in Cielo, in Dio.

Per capire l’Assunzione dobbiamo guardare alla Pasqua, il grande Mistero della nostra Salvezza, che segna il passaggio di Gesù alla gloria del Padre attraverso la passione, la morte e la risurrezione. Maria, che ha generato il Figlio di Dio nella carne, è la creatura più inserita in questo mistero, redenta fin dal primo istante della sua vita, e associata in modo del tutto particolare alla passione e alla gloria del suo Figlio. L’Assunzione al Cielo di Maria è pertanto il mistero della Pasqua di Cristo pienamente realizzato in Lei. Ella è intimamente unita al suo Figlio risorto, vincitore del peccato e della morte, pienamente conformata a Lui. Ma l’Assunzione è una realtà che tocca anche noi, perché ci indica in modo luminoso il nostro destino, quello dell’umanità e della storia. In Maria, infatti, contempliamo quella realtà di gloria a cui è chiamato ciascuno di noi e tutta la Chiesa.

Il brano del Vangelo di san Luca che leggiamo nella liturgia di questa Solennità ci fa vedere il cammino che la Vergine di Nazaret ha percorso per essere nella gloria di Dio. E’ il racconto della visita di Maria ad Elisabetta (cfr Lc 1,39-56), in cui la Madonna è proclamata benedetta fra tutte le donne e beata perché ha creduto al compimento delle parole che le sono state dette dal Signore. E nel canto del «Magnificat» che eleva con gioia a Dio traspare la sua fede profonda. Ella si colloca tra i «poveri» e gli «umili», che non fanno affidamento sulle proprie forze, ma che si fidano di Dio, che fanno spazio alla sua azione capace di operare cose grandi proprio nella debolezza. Se l’Assunzione ci apre al futuro luminoso che ci aspetta, ci invita anche con forza ad affidarci di più a Dio, a seguire la sua Parola, a ricercare e compiere la sua volontà ogni giorno: è questa la via che ci rende «beati» nel nostro pellegrinaggio terreno e ci apre le porte del Cielo.

Cari fratelli e sorelle, il Concilio Ecumenico Vaticano II afferma: «Maria assunta in cielo, con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci le grazie della salvezza eterna. Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata» (Lumen gentium, 62). Invochiamo la Vergine Santa, sia la stella che guida i nostri passi all’incontro con il suo Figlio nel nostro cammino per giungere alla gloria del Cielo, alla gioia eterna

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San Massimiliano Maria Kolbe

«Rimettiti in tutto alla Divina Provvidenza attraverso l’Immacolata e non preoccuparti di nulla», è l’insegnamento al centro della spiritualità di san Massimiliano Kolbe, il «martire dell’amore» che nel bel mezzo della distruzione dell’umano attuata nei lager nazisti ricordò al mondo, sacrificandosi per salvare un padre di famiglia, tutta la fecondità e potenza della fedeltà .

«Rimettiti in tutto alla Divina Provvidenza attraverso l’Immacolata e non preoccuparti di nulla», è l’insegnamento al centro della spiritualità di san Massimiliano Maria Kolbe (1894-1941). Il «martire dell’amore» ricordò al mondo, nel bel mezzo della distruzione dell’umano attuata nei lager nazisti, tutta la fecondità e potenza della fede, sacrificandosi per salvare un padre di famiglia.

Secondo di cinque figli, era nato in Polonia da due ferventi cattolici, che lo battezzarono il giorno stesso della nascita con il nome di Raimondo. Già da bambino ebbe una visione della Vergine che gli porgeva due corone di fiori, una di gigli, simbolo della verginità, l’altra di rose rosse, simbolo del martirio. Le accettò entrambe. A 16 anni vestì l’abito dei francescani conventuali assumendo il nome di fra Massimiliano; e quattro anni dopo, all’atto della professione perpetua, vi aggiunse quello di Maria.

Era arrivato intanto a Roma, dove si laureò in filosofia e teologia. Il Rosario e l’adorazione eucaristica animavano ogni sua giornata. Già negli anni in collegio alcuni compagni si erano accorti di avere un santo tra loro, come testimonierà padre Giuseppe Pietro Pal: «L’amore fraterno di Massimiliano era davvero come quello del Vangelo. Quando nelle nostre conversazioni parlavamo di quanto poco venissero osservate le regole nel nostro collegio, mi diceva di pregare per i peccatori. Non l’ho mai sentito parlare male di qualcuno. Soffriva nel vedere gli altri trasgredire le regole». Consapevole della piaga del modernismo e dell’odio contro la Chiesa diffuso dalla Massoneria, il 16 ottobre 1917 fondò insieme ad altri sei compagni la Milizia dell’Immacolata. L’idea era di consacrare a Dio, attraverso Maria, quante più anime possibili, aiutandole a guadagnare la salvezza eterna. «Chi ha Maria per madre, ha Cristo per fratello», insegnava.

Il santo sapeva infatti bene che la fede genuina s’incarna nella Chiesa militante, chiamata a combattere il Maligno e far conoscere e amare Dio, lavorando all’instaurazione del Suo Regno con l’aiuto di Maria. A questo fine, già ammalato di tubercolosi, diede inizio a una rivista, Il cavaliere dell’Immacolata. Era convinto della necessità di un apostolato attraverso i mezzi di informazione, per trasmettere la bellezza delle verità di fede e di morale, già all’epoca attaccate da «propagatori senza numero». Diceva: «Un missionario della penna […] forma l’opinione pubblica, attenua l’avversione nei confronti del cattolicesimo, chiarisce e lentamente rimuove dalle menti prevenzioni e obiezioni inveterate, predispone a una graduale lealtà nei confronti della Chiesa e col tempo […] alla fiducia, infine al desiderio di conoscere più a fondo la religione».

Le sue idee e la sua carità accesero di entusiasmo una moltitudine di giovani. La sua rivista giunse a una tiratura di milioni di copie. Nel 1927 fondò in patria un convento chiamato Niepokalanów («Città dell’Immacolata»), che si dotò di una tipografia e di un seminario vocato alla missione: in dieci anni si era formata attorno una cittadella e ospitava oltre 700 frati. Esportò lo stesso modello a Nagasaki, dove il Mugenzai no Sono («Giardino dell’Immacolata») accoglierà gli orfani di guerra. Fondò una stazione radio, la SP3RN (Stazione polacca 3 Radio Niepokalanów), e per questo motivo è patrono dei radioamatori. Dopo l’invasione della Polonia i nazisti lo imprigionarono per quasi tre mesi insieme ad altri 37 confratelli. Una volta rimesso in libertà, il francescano tornò alla «Città dell’Immacolata» trasformandola in un ospedale e rifugio per migliaia di ebrei e feriti.

Fu definitivamente arrestato dalla Gestapo il 17 febbraio 1941 e a maggio venne trasferito ad Auschwitz. La fuga di un prigioniero fece scattare la dura ‘legge’ nazista: dieci prigionieri vennero condannati a morire di fame nel Blocco 13. Tra questi vi era un padre di famiglia, Franciszek Gajowniczek (il 10 ottobre 1982 assisterà alla canonizzazione di padre Kolbe), che parlava disperatamente della moglie e dei figli. Il santo si offrì di prendere il suo posto. «Chi sei tu?», gli chiesero i nazisti. «Un prete cattolico», rispose lui, che per due volte aveva già celebrato segretamente nel lager la Santa Messa, distribuendo il Corpo di Cristo a una trentina di detenuti. I nazisti, sorprendentemente, accettarono lo scambio. La calma del sacerdote polacco li impressionò e, come dirà un testimone, il capo del bunker lo considerava «un eroe addirittura sovrumano».

Nelle due settimane di isolamento senza cibo padre Kolbe non si lamentò mai, confortò gli altri prigionieri, parlò loro del sacrificio e amore di Gesù, li fece pregare ed elevare inni sacri. Il 14 agosto, vigilia dell’Assunta, sopravvivevano ancora lui e altri tre uomini. Le SS decisero di farla finita con un’iniezione di fenolo. Fu allora che al capoblocco dell’infermeria disse: «Lei non ha capito nulla della vita, l’odio non serve a niente… solo l’amore crea!». Porse il braccio al carnefice pronunciando le sue ultime parole terrene: «Ave Maria». Testimonierà il carceriere: «Quando riaprii la porta di ferro, già non viveva più; ma mi si presentava come se fosse vivo. Ancora appoggiato al muro. La faccia era raggiante in modo insolito. Gli occhi largamente aperti e concentrati in un punto. Tutta la figura come in estasi. Non lo dimenticherò mai» (Ermes Dovico – La Nuova Bussola – 14 Agosto 2022)

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Parolin a Limes:

la Chiesa è pacifista perché crede e lotta per la pace

L’intervista al cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin sulla diplomazia della Santa Sede, pubblicata dalla rivista italiana di geopolitica con il titolo “La Guerra Grande”

Vatican News – Città del Vaticano

“La diplomazia della Santa Sede non è legata a uno Stato ma a una realtà di diritto internazionale che non ha interessi politici, economici, militari. Si pone al servizio del vescovo di Roma, che è il pastore della Chiesa universale”. Inizia così l’intervista al cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, pubblicata sull’ultimo numero della rivista Limes dal titolo «La Guerra Grande», a cura di Lucio Caracciolo e Guglielmo Gallone.

Dalla diplomazia della Santa Sede, universale perché i “rappresentanti pontifici provengono dalle Chiese locali di tutto il mondo” e con una «chiara funzione ecclesiale», alla geopolitica, «indispensabile per esercitare il più efficacemente possibile la professione diplomatica». Dal ruolo internazionale di Papa Francesco, simbolo insieme ai suoi predecessori di «una Chiesa meno eurocentrica» e di «uno sguardo multilaterale rispetto ai problemi internazionali», alla lunga attività diplomatica del cardinale Parolin, per cui «ringrazio Dio che, nelle varie situazioni in cui mi sono trovato, mi ha dato la grazia, nonostante debolezze e limiti, di poter accompagnare la missione diplomatica con la testimonianza sacerdotale». Fino ad arrivare al carattere universale della Chiesa all’interno di un mondo complesso e frammentato, caratterizzato da quella «terza guerra mondiale a pezzetti» di cui il Papa, da anni, continua a parlare.

In tutto ciò, la bussola da seguire è e sarà una: il Vangelo. «Annuncio di pace, promessa e dono di pace – spiega il cardinale Parolin – tutte le sue pagine ne sono piene. La invocano gli angeli al momento della nascita di Gesù a Betlemme. La augura Egli stesso ai suoi appena risorto. La Chiesa segue l’esempio del suo Signore: crede nella pace, lavora per la pace, lotta per la pace, testimonia la pace e cerca di costruirla. In questo senso è pacifista». E, in quanto al ricorso alle armi, Parolin precisa che «il catechismo della Chiesa cattolica prevede la legittima difesa. I popoli hanno il diritto di difendersi, se attaccati. Ma questa legittima difesa armata va esercitata all’interno di alcune condizioni che lo stesso catechismo enumera: che tutti gli altri mezzi per porre fine all’aggressione si siano dimostrati impraticabili o inefficaci; che vi siano fondate ragioni di successo; che l’uso delle armi non provochi mali e disordini più gravi di quelli da eliminare».

Ecco, l’uso delle armi. Sproporzionato e sconsiderato. In moltissime parti del mondo. Perché, come sottolinea il cardinale Parolin nell’intervista a Limes, «la guerra inizia nel cuore dell’uomo. Ogni insulto sanguinoso allontana la pace e rende più difficile qualsiasi negoziato». Il Papa lo ripete spesso nei suoi appelli. Eppure, osserva il segretario di Stato, «la voce del papa, spesso, è vox clamantis in deserto («una voce che grida nel deserto»). È voce profetica, di lungimirante profezia. È come un seme gettato, che ha bisogno di un terreno fertile per portare frutto. Se gli attori principali del conflitto non prendono in considerazione le sue parole, purtroppo, non succede nulla, non si ottiene la fine dei combattimenti». «Pure oggi – continua Parolin – nella tragica vicenda ucraina, non sembra emergere al momento disponibilità a intavolare reali negoziati di pace e ad accettare l’offerta di una mediazione super partes. Come è evidente, non è sufficiente che una delle parti lo proponga o lo ipotizzi in via unilaterale, ma è imprescindibile che entrambe esprimano la loro volontà in questo senso. Ancora una volta… vox clamantis in deserto. Ma le parole del Papa restano comunque una testimonianza di altissimo valore, che incide in tante coscienze, rendendo più consapevoli gli uomini che la pace, e la guerra, iniziano nei nostri cuori e che tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo per promuovere la prima ed evitare la seconda».

Sollecitato dalle domande degli interlocutori, in riferimento all’Ucraina Parolin riconosce «la possibilità di un salto negativo verso la congiunzione dei pezzi in un conflitto mondiale vero e proprio. Credo che noi non siamo ancora in grado di prevedere o calcolare le conseguenze di quanto sta accadendo. Migliaia di morti, città distrutte, milioni di sfollati, l’ambiente naturale devastato, il rischio di carestia per la mancanza di grano in tante parti del mondo, la crisi energetica… Come è possibile che non si riconosca che l’unica risposta possibile, l’unica via praticabile, l’unica prospettiva percorribile è quella di fermare le armi e promuovere una pace giusta e duratura?»

Proprio sulla possibilità di un viaggio di Papa Francesco nei Paesi in conflitto nell’Europa orientale, il Segretario di Stato precisa che il desiderio più grande del pontefice, «e quindi la sua priorità», è che «attraverso i suoi viaggi si possa giungere a un beneficio concreto. In quest’ottica, egli ha detto di volersi recare a Kiev per portare conforto e speranza alle popolazioni colpite dalla guerra. Allo stesso modo, ha annunciato la sua disponibilità di viaggiare anche a Mosca, in presenza di condizioni che siano veramente utili alla pace». Parolin ha poi osservato che quello fra Roma e Mosca è un «dialogo difficile, che procede a piccoli passi e che conosce anche fasi altalenanti», ma «non si è interrotto». L’incontro a Gerusalemme tra Papa Francesco e il patriarca Kirill è stato sospeso perché «non sarebbe stato capito e il peso della guerra in corso l’avrebbe troppo condizionato».

Una parte fondamentale dell’intervista è dedicata all’accordo segreto tra la Santa Sede e la Cina. «Il dialogo tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese – afferma il Segretario di Stato – iniziato per volontà di san Giovanni Paolo II e proseguito durante i pontificati di Benedetto XVI e di Francesco, ha portato nel 2018 alla firma dell’accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi in Cina. Proprio la caratteristica della provvisorietà ha consigliato alle parti di non renderlo pubblico, nell’attesa di verificarne il funzionamento sul terreno e decidere in merito» Inoltre, aggiunge Parolin, in «quanto alla valutazione degli esiti dell’accordo mi sembra di poter dire che sono stati fatti passi in avanti, ma che non tutti gli ostacoli e le difficoltà sono stati superati e quindi rimane ancora strada da percorrere per la sua buona applicazione e anche, attraverso un dialogo sincero, per un suo perfezionamento».

Se Caracciolo e Gallone fanno notare come nel mondo contemporaneo «le potenze sembrano non riuscire più a intendersi», «antiche regole e abitudini diplomatiche vengono violate» e «i toni polemici arrivano fino agli insulti sanguinosi fra capi di Stato», l’auspicio di Parolin è proprio quello che tutte le diplomazie assumano uno sguardo universale, impegnandosi a tutelare la dignità e i diritti fondamentali, difendere i più deboli e gli ultimi della terra, operare in favore della vita. Imparando a «respirare al ritmo dell’universalità».

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EDITH STEIN

Edith Stein, ottant’anni fa il martirio. La richiesta: sia dottore della Chiesa

ANDREA GALLI .  Avvenire 9 Agosto 2022

«Cristo dona la sua vita per aprire agli uomini l’accesso alla vita eterna. Allora essi, per guadagnare la vita eterna, devono anche sprezzare quella terrena. Devono morire con Cristo, per risorgere con lui: la morte, perdurante tutta la vita, della sofferenza e del quotidiano rinnegamento di sé; se è il caso anche la morte di sangue del testimone della fede per il messaggio di Cristo». Era il 1941 quando la 50enne suor Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, scriveva queste righe dal Carmelo di Echt in Olanda, nella sua ultima grande opera, La Scienza della Croce. Pochi mesi dopo, il 2 agosto del 1942, la Gestapo avrebbe bussato alla porta del convento, l’avrebbe prelevata, portata nel campo di smistamento di Westerbrok e da lì ad Auschwitz, dove la religiosa sarebbe morta si presume il 9 agosto, esattamente 80 anni fa.

«La data è probabile, sicuramente è compresa fra l’8 e l’11 agosto – spiega padre Fabio Silvestri, provinciale della provincia veneta dei carmelitani scalzi, studioso dell’opera di santa Edith Stein – ed è stata dedotta dalle testimonianze degli altri deportati, in particolare un commerciante ebreo di Colonia che l’aveva incontrata e aveva scambiato alcune parole con lei».

È un anniversario particolare questo 80° del martirio perché si inserisce nel centenario della conversione al cattolicesimo di Edith, la cui vicenda esistenziale continua ad affascinare: ultima di undici figli di una benestante famiglia ebraica di Breslavia, diventata agnostica da adolescente, poi astro nascente della filosofia tedesca alla scuola di Edmund Husserl, poi convertita, carmelitana scalza, martire.

«Edith Stein presentiva già, a partire almeno dal 1939, di morire a causa del nazismo» spiega padre Roberto Maria Pirastu, definitore generale dei carmelitani scalzi e presidente della Società Edith Stein dell’Austria, «già nel suo testamento, appunto del ’39 scrive: “da ora accetto con gioia la morte che Dio mi ha riservato in perfetta sottomissione alla sua santissima volontà. Chiedo al Signore che voglia accettare la mia vita e la mia morte per il suo onore e la sua esaltazione, per tutte le intenzioni dei santissimi cuori di Gesù e Maria e della santa Chiesa, soprattutto per la conservazione, la santificazione ed il perfezionamento dell’Ordine del Carmelo, particolarmente dei monasteri di Colonia e di Echt, come espiazione per l’incredulità del popolo ebraico, affinché il Signore sia accolto dai suoi e il suo regno venga nella gloria, per la salvezza della Germania e per la pace del mondo; infine per i miei parenti, vivi e defunti, e per tutti coloro che Dio mi ha dato: perché nessuno di loro si perda”».

«Nella sua ricerca della verità arrivò a identificarne il centro nel mistero della croce di Cristo – commenta padre Silvestri – da quel momento concepì la sua intera vita come un’offerta d’amore e con sempre maggiore consapevolezza con l’inizio della persecuzione razziale. Fu un offrire la propria vita, come la Ester dell’antica Alleanza, a beneficio del destino del popolo ebraico e per l’umanità intera».

A questo proposito giova ricordare che Edith Stein non fu l’unica ebrea convertita al cattolicesimo a venire deportata in quel 2 agosto di rastrellamenti in Olanda. Incontrarono lo stesso destino la pediatra Lisamaria Meyrowski, che aveva trovato rifugio nel monastero trappista di Berkel-Enschot; il frate francescano Wolfgang Rosenbaum, del convento di Woerden; quattro figli trappisti (due monaci e due monache) di Lutz e Jenny Löb, coppia di commercianti ebrei convertiti (un altro figlio e un’altra figlia sempre trappisti morirono in campo di concentramento nel 1944) e numerosi altri nomi che attendono di essere riscoperti.

Oggi presso il Centro per il dialogo e la preghiera che sorge nei pressi dell’ex campo di Auschwitz, fondato nel 1992 su ispirazione del cardinale Franciszek Macharski, si tiene una giornata di commemorazione di Edith Stein che vedrà alle 13.30 un momento di preghiera organizzato insieme all’Università Cattolica di Nagasaki: se il 9 agosto del 1942 veniva uccisa la santa carmelitana, il 9 agosto del 1945 veniva sganciata su Nagasaki la bomba atomica, che annientò anche la più popolosa comunità cattolica del Paese del Sol Levante.

E in questo anniversario padre Pirastu aggiunge una notizia: «È iniziato l’iter per chiedere che venga riconosciuto a santa Edith Stein il titolo di dottore della Chiesa. È stata formata una commissione di studiosi che è già al lavoro»

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SULL’UCRAINA AMNESTY HA SBAGLIATO

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 6 Agosto 2022

In un nuovo rapporto l’organizzazione internazionale non fa differenze tra vittime e persecutori e non valuta il fatto che lo scontro spesso assume la forma di guerriglia urbana. Ma non c’è alcuna intenzione ucraina di usare i civili come scudi umani, i russi sparano invece ad alzo zero sulle aree abitate

Gli ucraini sparano dalle città? Le loro forze combattenti operano vicino agli ospedali, dormono nelle scuole? Ovvio, visto che proprio le loro città hanno cercato di difendere contro l’invasione russa. E ancora più ovvio se si tiene conto che gli ucraini hanno reagito con un esercito di volontari pronti a organizzare una vasta guerriglia partigiana per lo più di tipo urbano.

 A Kiev sino al 23 febbraio non si credeva che Putin volesse eliminare Zelensky, si riteneva invece possibile un’offensiva limitata al Donbass e dunque sin dall’inizio gli ucraini hanno caparbiamente lottato per restare liberi. Sono queste semplici considerazioni che ci portano a giudicare in modo particolarmente duro il nuovo rapporto di Amnesty International, che critica le tattiche militari ucraine a suo dire responsabili dell’alto numero di vittime civili.

In genere in ogni teatro di battaglia gli ucraini hanno cercato di favorire l’evacuazione della popolazione. Quando iniziò l’attacco russo sul Donbass da Kiev giunse l’appello a lasciare le proprie case, poco dopo i missili di Putin massacrarono una sessantina di civili assiepati alla stazione ferroviaria di Kramatorsk che cercavano di fuggire. A Bucha i volontari partiti da Kiev aiutavano la propria gente a scappare sotto il fuoco dei carri armati russi, mentre i soldati (sempre russi) saccheggiavano.

 È vero che gli ucraini adattano le scuole a dormitori, del resto lo stesso fanno i russi e ogni esercito che opera in aree urbane. Ed è anche vero che nelle città contese i danni causati dai proiettili ucraini sono paragonabili a quelli dei russi.

 Ma non c’è alcuna intenzione ucraina di usare i civili come scudi umani. I russi sparano invece ad alzo zero sulle aree abitate. L’aspetto grave del rapporto di Amnesty è che non fa differenze tra vittime e persecutori. E, proprio per il profondo rispetto con cui abbiamo sempre guardato al fondamentale lavoro di Amnesty, ci preme in questo caso esprimere apertamente il nostro dissenso, argomentato da mesi di lavoro sul campo.

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