"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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La Chiesa celebra la Madonna Addolorata

Benedetto XVI: sul Calvario, Maria sta davanti a noi come segno di speranza e consolazione

Alcune riflessioni di Benedetto XVI sulla Madonna Addolorata ( Radio Vaticana,  9 Settembre 2009)

Ai piedi della Croce, accanto a Gesù morente, Maria unisce il suo dolore a quello del Figlio e ci mostra che l’amore di Dio è più forte della morte. Il suo, sottolinea Benedetto XVI, è “un dolore pieno di fede e di amore”:


“La Vergine sul Calvario partecipa alla potenza salvifica del dolore di Cristo, congiungendo il suo ‘fiat’, il suo ‘sì’, a quello del Figlio”. (Angelus 17 settembre 2006) .


Di fronte alla sofferenza del Figlio, Maria si affida a Dio. Sa che sulla Croce, Cristo ha versato tutto il suo sangue per liberare l’umanità dalla schiavitù del peccato:


“La Vergine Maria, che credette alla Parola del Signore, non perse la sua fede in Dio quando vide il suo Figlio respinto, oltraggiato e messo in croce. Rimase piuttosto accanto a Gesù, soffrendo e pregando, fino alla fine. E vide l’alba radiosa della sua Risurrezione”. (Angelus 13 settembre 2009).


Maria, osserva il Pontefice, ci insegna che “più l’uomo è vicino a Dio, più vicino è agli uomini”. Il fatto che Maria, nell’ora della Croce, sia “totalmente presso Dio è la ragione per cui è anche così vicina agli uomini”:


“Per questo può essere la Madre di ogni consolazione e di ogni aiuto, una Madre alla quale in qualsiasi necessità chiunque può osare rivolgersi nella propria debolezza e nel proprio peccato, perché ella ha comprensione per tutto ed è per tutti la forza aperta della bontà creativa”. (Santa Messa, 8 dicembre 2005)


È in lei, prosegue il Santo Padre, che “Dio imprime la propria immagine, l’immagine di Colui che segue la pecorella smarrita fin nelle montagne e fin tra gli spini e i pruni dei peccati di questo mondo, lasciandosi ferire dalla corona di spine di questi peccati, per prendere la pecorella sulle sue spalle e portarla a casa”:


“Come Madre che compatisce, Maria è la figura anticipata e il ritratto permanente del Figlio. E così vediamo che anche l’immagine dell’Addolorata, della Madre che condivide la sofferenza e l’amore, è una vera immagine dell’Immacolata. Il suo cuore, mediante l’essere e il sentire insieme con Dio, si è allargato. In lei la bontà di Dio si è avvicinata e si avvicina molto a noi. Così Maria sta davanti a noi come segno di consolazione, di incoraggiamento, di speranza”. (Santa Messa, 8 dicembre 2005).


Benedetto XVI ci invita a contemplare Maria, ai piedi della Croce, “associata intimamente alla missione di Cristo e compartecipe dell’opera della salvezza con il suo dolore di Madre”:


“Sul Calvario Gesù L’ha donata a noi come madre e ci ha affidati a Lei come figli. Vi ottenga la Vergine Addolorata il dono di seguire il suo divin Figlio crocifisso e di abbracciare con serenità le difficoltà e le prove dell’esistenza quotidiana”. (Discorso alle monache clarisse, 15 settembre 2007

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ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

Cari amici,

prepariamoci  con  la  preghiera  davanti al Crocifisso alla festa  di domani,  ringraziando Gesù che ha espiato sulla Croce  i nostri peccati  perché  avessimo la  vita eterna. Preghiamo  per  tutti quelli che  hanno  rifiutato la  fede e la Croce, perché si  convertano e tornino a  vivere.

Vostro Padre  Livio

BENEDETTO XVI Omelia del 14 Settembre 2008 a Lourdes

“Quale mirabile cosa è mai il possedere la Croce! Chi la possiede, possiede un tesoro! (Sant’Andrea di Creta, Omelia X per l’Esaltazione della Croce: PG 97, 1020). In questo giorno in cui la liturgia della Chiesa celebra la festa dell’Esaltazione della santa Croce, il Vangelo che avete appena inteso ci ricorda il significato di questo grande mistero: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché gli uomini siano salvati (cfr Gv 3,16).

 Il Figlio di Dio s’è reso vulnerabile, prendendo la condizione di servo, obbedendo fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2,8). E’ per la sua Croce che siamo salvati. Lo strumento di supplizio che, il Venerdì Santo, aveva manifestato il giudizio di Dio sul mondo, è divenuto sorgente di vita, di perdono, di misericordia, segno di riconciliazione e di pace. “Per essere guariti dal peccato, guardiamo il Cristo crocifisso!” diceva sant’Agostino (Tract. in Johan.,XII,11).

Sollevando gli occhi verso il Crocifisso, adoriamo Colui che è venuto per prendere su di sé il peccato del mondo e donarci la vita eterna. E la Chiesa ci invita ad elevare con fierezza questa Croce gloriosa affinché il mondo possa vedere fin dove è arrivato l’amore del Crocifisso per gli uomini, per tutti gli uomini. Essa ci invita a rendere grazie a Dio, perché da un albero che aveva portato la morte è scaturita nuovamente la vita.

È su questo legno che Gesù ci rivela la sua sovrana maestà, ci rivela che Egli è esaltato nella gloria. Sì, “Venite, adoriamolo!”. In mezzo a noi si trova Colui che ci ha amati fino a donare la sua vita per noi, Colui che invita ogni essere umano ad avvicinarsi a Lui con fiducia. […] La Chiesa ha ricevuto la missione di mostrare a tutti questo viso di un Dio che ama, manifestato in Gesù Cristo.

 Sapremo noi comprendere che nel Crocifisso del Golgota è la nostra dignità di figli di Dio, offuscata dal peccato, che ci è resa? Volgiamo i nostri sguardi verso il Cristo. È Lui che ci renderà liberi per amare come Egli ci ama e per costruire un mondo riconciliato.

Perché, su questa Croce, Gesù ha preso su di sé il peso di tutte le sofferenze e le ingiustizie della nostra umanità. Egli ha portato le umiliazioni e le discriminazioni, le torture subite in tante regioni del mondo da innumerevoli nostri fratelli e nostre sorelle per amore di Cristo. Noi li affidiamo a Maria, Madre di Gesù e Madre nostra, presente ai piedi della Croce

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BENEDETTO XVI

ANGELUS

Domenica, 12 settembre 2010

Cari fratelli e sorelle!

Nel Vangelo dell’odierna domenica – il capitolo 15° di san Luca – Gesù narra le tre “parabole della misericordia”. Quando Egli “parla del pastore che va dietro alla pecorella smarrita, della donna che cerca la dracma, del padre che va incontro al figliol prodigo e lo abbraccia, queste non sono soltanto parole, ma costituiscono la spiegazione del suo stesso essere ed operare” (Enc. Deus caritas est, 12).

Infatti, il pastore che ritrova la pecora perduta è il Signore stesso che prende su di sé, con la Croce, l’umanità peccatrice per redimerla. Il figlio prodigo, poi, nella terza parabola, è un giovane che, ottenuta dal padre l’eredità, “partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto” (Lc 15,13). Ridotto in miseria, fu costretto a lavorare come uno schiavo, accettando persino di sfamarsi con cibo destinato agli animali.

“Allora – dice il Vangelo – ritornò in sé” (Lc 15,17).“Le parole che si prepara per il ritorno ci permettono di conoscere la portata del pellegrinaggio interiore che egli ora compie … ritorna «a casa», a se stesso e al padre” (Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, Milano 2007, pp. 242-243). “Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio” (Lc 15,18-19).

Sant’Agostino scrive: “È il Verbo stesso che ti grida di tornare; il luogo della quiete imperturbabile è dove l’amore non conosce abbandoni” (Conf., IV, 11). “Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò (Lc 15,20) e, pieno di gioia, fece preparare una festa.

Cari amici, come non aprire il nostro cuore alla certezza che, pur essendo peccatori, siamo amati da Dio? Egli non si stanca mai di venirci incontro, percorre sempre per primo la strada che ci separa da Lui. Il libro dell’Esodo ci mostra come Mosè, con fiduciosa e audace supplica, riuscì, per così dire, a spostare Dio dal trono del giudizio al trono della misericordia (cfr 32,7-11.13-14).

Il pentimento è la misura della fede e grazie ad esso si ritorna alla Verità. Scrive l’apostolo Paolo: “Mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede” (1 Tm 1,13). Ritornando alla parabola del figlio che ritorna “a casa”, notiamo che quando compare il figlio maggiore indignato per l’accoglienza festosa riservata al fratello, è sempre il padre che gli va incontro ed esce a supplicarlo: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo” (Lc 15,31). Solo la fede può trasformare l’egoismo in gioia e riannodare giusti rapporti con il prossimo e con Dio. “Bisognava far festa e rallegrarsi – dice il padre – perché questo tuo fratello … era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,32).

Cari fratelli, giovedì prossimo mi recherò nel Regno Unito, dove proclamerò beato il Cardinale John Henry Newman. Chiedo a tutti di accompagnarmi con la preghiera in questo viaggio apostolico. Alla Vergine Maria, il cui Nome santissimo è oggi celebrato nella Chiesa, affidiamo il nostro cammino di conversione a Dio.

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FRANCESCO : preghiamo Maria perché preservi il mondo dalla guerra atomiche

Nel discorso ai partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, il Papa ricorda l’invocazione che San Giovanni Paolo II rivolse alla Vergine perché il pianeta non aveva conosciuto l’orrore del conflitto nucleare. Quella di oggi, ha detto, è una terza guerra mondiale “totale

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

“È necessario mobilitare tutte le conoscenze basate sulla scienza e sull’esperienza per superare la miseria, la povertà, le nuove schiavitù, e per evitare le guerre. Rifiutando alcune ricerche, inevitabilmente destinate, in circostanze storiche concrete, a fini di morte, gli scienziati di tutto il mondo possono unirsi in una comune disponibilità a disarmare la scienza e formare una forza per la pace”. È quanto sottolinea il Papa incontrando i partecipanti alla sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze incentrata sul tema “Scienza di base per lo sviluppo umano, la pace e la salute planetaria”. Ai membri di questo organismo Francesco chiede in particolare di promuovere, in questo momento della storia, la conoscenza che ha come obiettivo quello di costruire la pace.

Dopo le due tragiche guerre mondiali, sembrava che il mondo avesse imparato a incamminarsi progressivamente verso il rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e delle varie forme di cooperazione. Ma purtroppo la storia mostra segni di regressione. Non solo si intensificano conflitti anacronistici, ma riemergono nazionalismi chiusi, esasperati e aggressivi (cfr Enc. Fratelli tutti, 11), e anche nuove guerre di dominio, che colpiscono civili, anziani, bambini e malati, e provocano distruzione ovunque.

Prehiamo Maria per la pace

Nuove inquietanti ombre, che sembravano destinate a dissolversi, avvolgono oggi il mondo. Il Pontefice, riferendosi a questo cupo scenario, indica la luce della preghiera.

I numerosi conflitti armati in corso preoccupano seriamente. Ho detto che era una terza guerra mondiale “a pezzi”. Oggi forse possiamo dire “totale”, e i rischi per le persone e per il pianeta sono sempre maggiori. San Giovanni Paolo II ringraziò Dio perché, per intercessione di Maria, il mondo era stato preservato dalla guerra atomica. Purtroppo dobbiamo continuare a pregare per questo pericolo, che già da tempo avrebbe dovuto essere scongiurato.

Chiamati ad essere testimoni di libertà e giustizia

Le parole del Papa sono anche una supplica, una esortazione ad ascoltare il grido di dolore della terra e di quanti sono vittime di ingiustizie.

Nel nome di Dio, che ha creato tutti gli esseri umani per un comune destino di felicità, siamo chiamati oggi a testimoniare la nostra essenza fraterna di libertà, giustizia, dialogo, incontro reciproco, amore e pace, evitando di alimentare odio, risentimento, divisione, violenza e guerra. Nel nome del Dio che ci ha donato il pianeta per salvaguardarlo e svilupparlo, oggi siamo chiamati alla conversione ecologica per salvare la casa comune e la nostra vita insieme a quella delle generazioni future, invece di aumentare le disuguaglianze, lo sfruttamento e la distruzione.

La Chiesa è alleata degli scienziati

Il Papa sottolinea poi che le “conquiste scientifiche di questo secolo devono essere sempre orientate dalle esigenze della fraternità, della giustizia e della pace, contribuendo a risolvere le grandi sfide che l’umanità e il suo habitat si trovano ad affrontare”. Il lavoro forzato, la prostituzione e il traffico di organi sono “crimini contro l’umanità, che vanno di pari passo con la povertà, si verificano anche nei Paesi sviluppati, nelle nostre città”. “Il corpo umano – spiega il Papa – non può essere mai, né in parte né nella sua interezza, oggetto di commercio!”. Il Pontefice incoraggia gli accademici “a lavorare per la verità, la libertà, il dialogo, la giustizia e la pace: “oggi più che mai la Chiesa cattolica è alleata degli scienziati che seguono questa ispirazione”.

Il compito di custodire il creato

Tra le pieghe del suo discorso Francesco pone anche una domanda che si intreccia con la storia: “perché i Papi, a partire dal 1603, hanno voluto avere un’Accademia delle Scienze?” “La Chiesa – osserva il Pontefice – condivide e promuove la passione per la ricerca scientifica come espressione dell’amore per la verità, per la conoscenza del mondo, del macrocosmo e del microcosmo, della vita nella stupenda sinfonia della sue forme”. Alla base c’è un’attitudine contemplativa. C’è il compito, aggiunge infine Francesco, “di custodire il creato”.

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Cristiani perseguitati:

Principe Carlo di Inghilterra, “evitare che il Cristianesimo scompaia dalle terre della Bibbia”

“Rafforziamo la nostra determinazione per evitare che il cristianesimo scompaia dalle terre della Bibbia”

è l’appello del principe Carlo di Inghilterra nel suo video messaggio di Natale rilanciato da Aiuto alla Chiesa che soffre.

Nel messaggio, il principe ricorda “i barbarici attentati” di Pasqua di quest’anno (21 aprile) che provocarono “260 morti e più di 500 feriti”, e definito “il giorno di maggiori violenze anticristiane dell’era moderna”.

“Tragicamente non si tratta di un fatto isolato” ha rimarcato il principe che riferisce la testimonianza di una religiosa siriana che “con immenso coraggio offre un aiuto cruciale a coloro che fuggono dalla violenza e morte”.

Significativo il dono ricevuto dalla religiosa: la raffigurazione della testa di un Cristo crocifisso, realizzata con il legno bruciato di una Chiesa bombardata di Aleppo”.

Carlo di Inghilterra cita, inoltre, “un rapporto diffuso ad ottobre di Aiuto alla Chiesa che soffre” nel quale emerge che “nell’arco di un decennio fino a due terzi dei cristiani sono fuggiti dalla Siria.

In Iraq le comunità cristiane si sono ridotte fino al 90% in una generazione”. Da qui l’appello a ricordare “le innumerevoli persone che soffrono terribili persecuzioni, costrette a fuggire dalle loro abitazioni, e a rafforzare la nostra determinazione per evitare che il Cristianesimo scompaia dalle terre della Bibbia”.

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Il cardinale Nichols: la fede cristiana, fonte della saggezza e stabilità di Elisabetta II

L’arcivescovo di Westminster ricorda la Regina scomparsa ieri e i suoi 70 anni di regno: “Con lei cambiamenti epocali. Credo che la situazione della Chiesa in questo Paese non sia indebolita dalla morte di Sua Maestà. Re Carlo proseguirà l’eredità della madre”

Christopher Wells – Città del Vaticano

“Gli insegnamenti di Cristo e la mia responsabilità personale dinanzi a Dio costituiscono un quadro dentro il quale cerco di condurre la mia vita”. Il cardinale Vincent Nichols, da dieci anni arcivescovo di Westminster, ricorda queste parole della Regina Elisabetta II, scomparsa ieri a 96 anni; secondo il porporato, sono rappresentative della profonda fede cristiana della sovrana, che per lei è stata “roccia e forza” durante gli oltre settant’anni di regno. “Le doti di saggezza, stabilità, apertura, affabilità che tanto abbiamo apprezzato nella Regina, dobbiamo ricordare quale fonte e ispirazione avevano”, dice Nichols a Vatican News. “Mi auguro che col passare del tempo, mentre rifletteremo con maggiore profondità, emergerà con chiarezza l’importanza la fede cristiana che ha plasmato ogni suo giorno”.

Eminenza, qual è stata la sua reazione quando ha appreso della morte della Regina? 

Il cardinale Roche: immensa tristezza per la morte della Regina

Come molte altre persone, all’inizio sono rimasto un po’ scioccato perché martedì la Regina ha svolto le sue funzioni pubbliche. E invece, due giorni dopo, è morta. Dopo lo shock iniziale, tutti abbiamo provato un crescente senso di perdita, di lutto, di tristezza. Ritengo che sia questo, senza alcun dubbio, l’umore prevalente nel Paese in questi momenti.

Cosa può dirci sull’eredità della Regina come leader cristiana?

Da ieri stanno arrivando messaggi da tutto il mondo, a cominciare da Papa Francesco che ha inviato un telegramma molto elegante al nostro nuovo Re. Poi i leader mondiali, i fratelli vescovi di ogni continente e anche molti giovani che dicono di sentirsi un po’ come se avessero perso una nonna. In tutti questi messaggi non sono pochi quelli che fanno riferimento al fatto che è stata la Regina stessa a dire che la fede cristiana era la roccia e la forza della sua vita. 

Lei è il cardinale arcivescovo di Westminster, nel cuore di Londra. Può dirci qualcosa di più sull’importanza del regno della Regina per i suoi sudditi cattolici e per la Chiesa, in Inghilterra ma anche in tutto il Regno Unito e negli altri Paesi, come pure nel mondo intero?

Il suo regno ha visto tanti cambiamenti nella storia. Quando ero giovane, a noi cattolici era più o meno vietato pregare con gli anglicani. Questo è completamente cambiato, e ciò si è riflesso nella vita della Regina, che ha compiuto una visita formale nella cattedrale di Westminster e ha pregato con noi. Proprio come noi, adesso, pregheremmo con altri cristiani. Penso che sia una lezione largamente compresa… Il cardinale Basil Hume è stato il primo cardinale della diocesi di Westminster a ricevere una lettera da Buckingham Palace che riconosceva il suo titolo ecclesiastico come arcivescovo di Westminster. Inoltre, in questi ultimi vent’anni, per la prima volta nel diritto civile di questo Paese abbiamo il riconoscimento del ruolo del vescovo cattolico nell’amministrazione degli affari della sua diocesi. Dunque, sia a livello comune che a quello strutturale, delle istituzioni, Elisabetta II ha vissuto e guidato cambiamenti rilevanti.

È forse un po’ banale dire che la morte della Regina Elisabetta segna la fine di un’epoca. Dopo 70 anni di regno e di cambiamenti profondi, cosa vede per il futuro? Sia per quello del Paese e degli altri regni da lei guidati, sia per la Chiesa nel Regno Unito nei giorni, nei mesi e negli anni a venire?

Penso che a questo punto tutti possano davvero capire meglio l’importanza della stabilità e dell’apertura che lei ha rappresentato. E lo dico perché i cambiamenti non finiranno. Ma in un certo senso quel che importa è come reagiamo al cambiamento. Forse è questa la cosa più importante. Ritengo che il principe Carlo – ora Re Carlo – abbia ereditato questo da sua madre. So che sarà deciso a continuare a dare una forte testimonianza dell’importanza della fede cristiana. E anche che avrà un suo modo di continuare la tradizione della madre, di appartenere in maniera ferma e chiara alla fede cristiana in un modo che rispecchi, secondo me, il rinnovamento che cerchiamo nelle nostre relazioni e nel nostro servizio alla società. Credo che la situazione della Chiesa in questo Paese non sia indebolita dalla morte di Sua Maestà. Anzi, saranno proprio questi i momenti in cui i cristiani si riuniranno per pregare e persone di altre fedi troveranno una posizione comune con noi nel riconoscere l’importanza della fede in Dio per darci l’orizzonte, le fondamenta e la guida per vivere il mutare dei tempi.

Lei è arcivescovo di Westminster da ormai dieci anni. Ha qualche ricordo personale di Sua Maestà che vorrebbe raccontarci?

Il mio ricordo più caro sarà probabilmente il fatto di essere stato seduto accanto a lei durante una cena privata con un gruppo di una trentina di persone. Ma ero io quello seduto vicino a Sua Maestà, la Regina, nel castello di Windsor. E non è stato molto tempo dopo del suo ultimo viaggio in Australia. La nostra conversazione è stata molto speciale.

Abbiamo parlato di un viaggio, di come era l’Australia – all’epoca ci viveva mio fratello – e dell’importanza della sua fede. E poi c’è stato un bel momento in cui sono arrivati tutti i corvi e lei, con molta discrezione, ha dato loro qualche biscottino, dopodiché loro si sono messi a saltare e sono corsi fuori dalla stanza e si è conclusa la cena. Ci siamo alzati tutti. È stata una bella occasione che non dimenticherò mai. È stata piena della sua pazienza, del suo calore e della sua grande capacità di entrare in contatto con chiunque incontrasse.

C’è ancora qualcosa che vorrebbe aggiunge?

Vorrei ringraziare Papa Francesco per il suo gentile messaggio al nostro nuovo sovrano e assicurare a lui la stima, l’affetto e la preghiera dei cattolici di questo Paese e anche di molte altre persone

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Il cordoglio del Papa: Elisabetta II, esempio di devozione al dovere

Papa Francesco ricorda la Regina e il suo instancabile servizio al bene. In un telegramma di cordoglio, il Pontefice porge le sue condoglianze e assicura preghiere per la Regina e per le alte responsabilità alle quali il nuovo re Carlo III è chiamato

Vatican News 8 Settembre 2022

“Profondamente rattristato dalla notizia della morte di Sua Maestà la Regina Elisabetta II, porgo sentite condoglianze a Vostra Maestà, ai membri della Famiglia Reale, al popolo del Regno Unito e del Commonwealth”. Lo scrive Papa Francesco a Carlo IIl, il nuovo re d’Inghilterra nel momento in cui tutto il mondo è nel cordoglio per la scomparsa della sovrana.

Elisabetta II è morta. Il nuovo re d’Inghilterra Carlo ricorda la sua “amata madre”

“Mi unisco volentieri a tutti coloro che la piangono – prosegue il Papa – pregando per l’eterno riposo della defunta Regina e rendendo omaggio alla sua vita di instancabile servizio al bene della Nazione e del Commonwealth, al suo esempio di devozione al dovere, alla sua ferma testimonianza di fede in Gesù Cristo e alla sua ferma speranza nelle sue promesse”.

“Affidando la sua nobile anima alla bontà misericordiosa del nostro Padre Celeste – si legge nel testo – assicuro a Vostra Maestà le mie preghiere affinché Dio Onnipotente vi sostenga con la sua grazia incrollabile mentre assumete ora le vostre alte responsabilità di Re. Su di Lei e su tutti coloro che custodiscono la memoria della Sua defunta madre – conclude Francesco -, invoco l’abbondanza delle benedizioni divine come pegno di conforto e forza nel Signore”

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Elisabetta II e l’amicizia con i Papi

La Regina d’Inghilterra e Galles è stata più volte ricevuta dai Pontefici in Vaticano. Ripercorriamo gli incontri avvenuti con Pio XII fino a Francesco

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

E’ stato il monarca britannico più longevo della storia, Elisabetta II nella sua lunga vita ha incontrato quattro Papi da Regina, cinque nel corso della sua vita. Nata nel 1926, Elizabeth Alexandra Mary è salita al trono nel 1953, all’età di 25 anni, dopo la morte del padre, Re Giorgio VI. Arrivò la prima volta in Vaticano nel 1951 come Principessa Elisabetta. All’epoca il Papa era Pio XII.

Regina a 25 anni, viene incoronata il 2 giugno del 1953 nell’Abbazia di Westminster. Sul trono assiste a cambiamenti epocali e alla graduale trasformazione dell’Impero Britannico nel Commonwealth.

L’incontro con Giovanni XXIII

Nel 1961 con il consorte, il principe Filippo duca di Edimburgo, che aveva sposato nel 1947, si reca in udienza da Papa Giovanni XXIII. “La sua presenza in Vaticano – afferma in quell’occasione Papa Roncalli – corona nel modo più felice la serie di dimostrazioni di amicizia che hanno segnato le relazioni tra il Regno Unito e la Santa Sede”.

La regina Elisabetta II e Giovanni Paolo II

Nel 1980 la regina Elisabetta II incontra Papa Giovanni Paolo II . “Giovanni XXIII – ha ricordato Papa Wojtyła riferendosi all’incontro del 1961 – parlò della grande semplicità e dignità con la quale vostra maestà porta il peso delle proprie molte responsabilità. Due decenni più tardi, queste osservazioni sono ancora molto appropriate ed è evidente che le responsabilità incombenti su di voi non sono affatto diminuite”.

Due anni dopo, Papa Giovanni Paolo II fece la sua visita pastorale in Gran Bretagna in un momento di grande tensione per la situazione nelle Isole Falkland,le isole conosciute in Argentina come Las Malvinas. “La mia visita – disse Papa Wojtyla – si svolge in un momento di tensione e di angoscia, un momento in cui l’attenzione del mondo si è concentrata sulla delicata situazione del conflitto nell’Atlantico meridionale. ….. Questa tragica situazione mi ha preoccupato moltissimo e ho chiesto ripetutamente ai cattolici di tutto il mondo e a tutte le persone di buona volontà di unirsi a me nella preghiera per una soluzione giusta e pacifica”.

Poi, 18 anni dopo, la Regina si recò nuovamente in Vaticano, ad ottobre, per il terzo incontro con Giovanni Paolo II. Nel suo discorso il Papa spaziò dall’Europa al mondo, si concentrò sulla cancellazione del debito ai Paesi più poveri ed ebbe parole di riconoscenza verso la Regina. “Vostra Maestà, per molti anni e in tempi di grandi cambiamenti avete regnato con una dignità e un senso del dovere che hanno edificato milioni di persone in tutto il mondo”.

L’incontro con Benedetto XVI

Il 2010 è l’anno del viaggio apostolico di Papa Benedetto XVI in Gran Bretagna. L’occasione è la beatificazione del cardinale John Henry Newman, ora santo. A Edimburgo, in Scozia, Benedetto XVI incontra la regina Elisabetta II. Nel 2012, in occasione del Giubileo di diamante del suo regno, Benedetto XVI formula sue più cordiali congratulazioni. “Lei ha offerto ai suoi sudditi e al mondo intero – scrive in un messaggio- un esempio ispirante di dedizione al dovere e d’impegno a sostenere i principi di libertà, giustizia e democrazia, conformemente a una nobile visione del ruolo di un monarca cristiano”.

Elisabetta II e Papa Francesco

Nell’aprile 2014, la regina si reca in visita di Stato in Italia. Dopo aver incontrato il presidente Napolitano, è accolta in Vaticano da Papa Francesco. La sua visita coincide anche con il 32.mo anniversario dell’inizio della guerra delle Falkland, le isole conosciute in Argentina come Las Malvinas. Nel giorno delle celebrazioni per il giubileo di platino dell’ascesa al trono e per il 96.mo genetliaco della sovrana, Papa Francesco scrive una lettera alla regina Elisabetta II. Il Pontefice esprime vicinanza attraverso la preghiera “affinché Dio Onnipotente conceda a voi, ai membri della famiglia reale e a tutto il popolo della nazione benedizioni di unità, prosperità e pace”.

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Il Papa: stiamo vivendo una guerra mondiale, fermiamoci!

Un appello, quasi un grido quello del Pontefice in Piazza San Pietro rivolto ai fedeli che la gremiscono, in occasione dell’udienza generale, ma in realtà all’umanità intera perchè ciascuno si senta richiamato alla sua responsabilità di costruttore di pace

Gabriella Ceraso – Città del Vaticano 

In Ucraina è il 196° giorno di guerra, “la terra ancora trema e il popolo ucraino piange” ha detto nel suo ultimo messaggio il capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk con riferimento ai combattimenti che continuano nelle regioni di Kharkiv, Donetsk, Luhansk. E Papa Francesco torna con lo sguardo proprio lì, lo fa ancora una volta durante l’udienza generale in Piazza San Pietro dove scorge, tra la folla, anche bandiere con i colori giallo e azzurro della terra ucraina:

E non dimentico la martoriata ucraina. Ci sono delle bandiere lì.

Il Papa: oggi stiamo vivendo la terza guerra mondiale

Ma il suo si fa subito un appello, quasi un grido, che richiama tutti alla responsabilità perchè, come già aveva detto mercoledì scorso ancora all’udienza generale, la guerra è ormai mondiale : 

Di fronte a tutti gli scenari di guerra del nostro tempo, chiedo a ciascuno di essere costruttore di pace e di pregare perché nel mondo si diffondano pensieri e progetti di concordia e di riconciliazione. Oggi stiamo vivendo una guerra mondiale, fermiamoci per favore!

A Maria, alla quale ha consacrato la Russia e l’Ucraina, alla quale ha dedicato la preghiera del Rosario e che ha sempre incessantemente invocato, Francesco ancora una volta si rivolge per ottenere la protezione e affidarLe chi in questo momento chi sta patendo di più:

Alla Vergine Maria affidiamo le vittime di ogni guerra, di ogni guerra, in modo speciale la cara popolazione ucraina.

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Shishkin: «Dopo Putin ci sarà un altro zar. La Terza guerra mondiale è iniziata, ma in Occidente nessuno vuole sentirne parlare»

di Mikhail Shishkin.   Corriere  della  Sera-  4 Settembre 2022

Il grande scrittore russo: «I Paesi occidentali cercano di far passare in sordina la guerra in Ucraina, ma lo fanno a loro rischio e pericolo. Il successore di Putin non vorrà fare altro che vincere la guerra contro il mondo»

«In prima pagina, la guerra. Sull’ultima pagina, il cruciverba». Mi torna in mente un passo del mio romanzo «The light and the dark» mentre viaggiavo in treno pochi giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Di fronte a me, un passeggero leggeva il giornale: in prima pagina c’era la guerra, sull’ultima pagina, le parole crociate. Sono passati diversi mesi da allora, e gli orrori quotidiani hanno cominciato a sparire dai titoli dei giornali, malgrado l’intensificarsi degli scontri armati in tutta la loro efferatezza.

In Occidente nessuno vuole più sentir parlare di guerra, la gente è stanca di massacri e solidarietà.
La gente reclama la pace, prezzi stabili, una vita tranquilla e la possibilità di godersi le vacanze.

Non è la prima volta che i miei articoli hanno fatto suonare l’allarme sulle atrocità a venire. Prima dell’annessione della Crimea, ho attinto a una fiaba popolare russa, Teremok, per descrivere il futuro incerto dell’Europa. C’era una volta una casetta tranquilla nella foresta – un teremok – dove diversi animali selvatici vivevano tutti assieme. Un giorno, una rana bussò alla porta. «Toc, toc! Chi abita in questo teremok? Lasciatemi entrare, vorrei vivere anch’io con voi». Gli animali fecero entrare la rana, e tutti si congratularono della vita tranquilla e felice nella loro casetta. Qualche tempo dopo, aprirono la porta a Kyward, la lepre, e a Reynard, la volpe, tanto nel teremok c’era spazio per tutti. Ma poi arrivò Bruin, l’orso, che per quanto si sforzasse, non riusciva ad accomodarsi nel teremok. A un certo punto, montato su tutte le furie, con il suo peso l’orso schiacciò la casetta. E quella fu la fine del teremok, e della fiaba.

Gli avvertimenti lanciati nel recente passato non hanno suscitato nessun allarme. Nel 2014, subito dopo l’annessione della Crimea, scrivevo con ansia crescente che «nel ventunesimo secolo non esistono più le guerre locali, lontane da noi. Ogni guerra oggi è una guerra europea. E questa guerra europea è già cominciata».

Avevo previsto che l’annessione della Crimea, per mano di Vladimir Putin, avrebbe scatenato «un’ondata di patriottismo. Prima o poi quest’ondata è destinata a infrangersi e a quel punto Putin si vedrà costretto a ricorrere a qualche altro stratagemma». Scrivevo già allora come l’instabilità cronica dei Balcani, trascinatasi nel corso degli anni, avrebbe avviato enormi flussi migratori verso i Paesi europei, seguiti da «un’ondata ancora maggiore di rifugiati provenienti dall’Ucraina».

Allora, si era ancora in tempo per fermare l’aggressore. Ma i politici europei hanno preferito chiudere gli occhi davanti alla realtà per guadagnarsi il favore degli elettori. Anche gli elettori volevano la pace, in quei giorni: posti di lavoro, nessun aumento del costo della vita, e vacanze assicurate. Gli analisti russi più esperti e corrotti insistevano che l’Occidente doveva capire la posizione di Putin e fare concessioni.

E oggi siamo arrivati a questo: ci ritroviamo nel bel mezzo di una guerra europea, a fare i conti con un’ondata di profughi senza precedenti in fuga dall’Ucraina, a chiederci come mai i nostri politici sono stati così ciechi. Nessuno ascolta più la voce degli scrittori. L’unica vera lezione che possiamo trarre dalla storia è purtroppo proprio questa, che la storia non insegna mai nulla.

In Germania, migliaia di intellettuali hanno sottoscritto una petizione per chiedere al governo di fermare l’invio di armi all’Ucraina, perché si rischiava di far scoppiare la terza guerra mondiale. «Vogliamo una politica di pace, non la guerra», dichiaravano. Ma la terza Guerra mondiale era già cominciata, nel 2014. Come si fa a porre rimedio alla cecità, se ci si ostina a non vedere?

Oggi ci si chiede: come e quando finirà questa guerra? La guerra contro la Germania nazista non si concluse con la morte di Hitler, bensì con una schiacciante sconfitta militare. Prima o poi la morte di Putin sarà inevitabile, non così la sconfitta della Russia.

La risposta poggia sull’autenticità. Alcuni zar sono veri, altri falsi. Se la Santa Russia allarga i suoi territori e i popoli si inchinano davanti all’autocrate di Mosca, i sudditi asserviti, che sudano e faticano e versano eroicamente il loro sangue per la sacra madre patria, si convincono che il loro destino è una benedizione del Cielo. A nulla vale sciorinare i distinguo su come lo zar sia arrivato al potere o come abbia governato i suoi soggetti. Può mandarli tranquillamente al macello, a milioni, e abbattere migliaia di chiese e fucilare i loro preti: ciò che conta è che lo zar è uno zar autentico,perché solo così il nemico si piegherà terrorizzato e la Sacra Terra di Russia si ingrandirà. Così è stato con Stalin.

Sul versante opposto, le disfatte militari e la perdita del benché minimo fazzoletto di Sacra Terra verranno viste dai sudditi dello zar come chiaro segnale del mancato favore divino: lo zar è illegittimo, è falso. Non è riuscito a sconfiggere i giapponesi? O a sottomettere la Cecenia? Allora l’uomo sul trono è un ciarlatano che vorrebbe spacciarsi per zar. Così è stato con Nicola II e Boris Yeltsin.

Putin ha legittimato la sua presidenza con la riconquista della Crimea, ma questa legittimità si sta rapidamente affievolendo per l’incapacità dimostrata nel piegare l’Ucraina. Il prossimo zar, a sua volta, dovrà giustificare il suo mandato mettendo a segno la vittoria finale nella guerra sferrata contro il mondo intero. E se per questo Putin la minaccia di ricorrere ad armi nucleari tattiche rientra nella logica della guerra ibrida, per il prossimo Putin il loro utilizzo potrebbe rivelarsi lo strumento indispensabile per restare saldamente al potere.

Anche il prossimo Putin sarà semplicemente un attore incapace di trovare un altro ruolo. Perché il suo ruolo è prescritto dall’intera architettura interna del potere, che non si cura di quante saranno le vittime del conflitto in Ucraina, in Russia o altrove; non si cura delle risorse da spendere, del numero di armi da dispiegare né del tasso di mortalità tra i suoi militari. E se la qualità della vita dovesse crollare in Russia? Pazienza, il regime non si è mai dato pensiero del benessere dei suoi stessi cittadini.

E chiunque faccia parte di questo ingranaggio di potere non teme affatto di attaccare l’Occidente. Dopo tutto, che cosa dovrebbe temere? Se un missile esplode nel territorio di uno stato membro dell’Alleanza atlantica, quali conseguenze? Nuovi colloqui, nuove dichiarazioni, nuovi appelli per la pace. Il mondo libero dovrebbe finalmente rendersi conto che non sta combattendo contro un dittatore pazzo, bensì contro un sistema di potere autonomo, aggressivo e autorigenerante.

L’antica struttura sociale dell’autocrazia russa è stata preservata nel magazzino della storia e tramandata nei secoli. Ed eccola pronta a mutar pelle per ricomparire sotto nuove spoglie: come Khanato dell’Orda d’Oro e lo zarismo di Mosca, come l’impero dei Romanov e l’Unione Sovietica comunista di Stalin, e più di recente la «democrazia controllata» di Putin. Oggi la Federazione russa cambia pelle ancora una volta. Che cosa emergerà dalle fondamenta indisturbate di una dittatura militare invincibile? Forse una libera democrazia costituzionale, che di propria iniziativa metterà al bando le armi nucleari? Ma vi sembra verosimile?

Anche prima della Seconda guerra mondiale la gente voleva la pace, prezzi stabili e vacanze serene. Anche allora gli elettori speravano che i governi democratici di Francia e Inghilterra avrebbero intavolato trattative di pace con Hitler, rinunciando alla guerra. Sappiamo benissimo come sono andate le cose, ricordando il celebre messaggio di Winston Churchill al suo popolo, in tutta la sua brutale e tragica onestà: «Non ho altro da offrirvi che sudore, fatica, lacrime e sangue».

Prima o poi sentiremo riecheggiare promesse simili e al posto delle belle vacanze gli elettori europei dovranno prepararsi ad affrontare grandi sacrifici, rinunce e ristrettezze, perché questo è il prezzo che dobbiamo pagare se vogliamo la pace.

(traduzione di Rita Baldassarre)

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Mikhail Shishkin, la rivelazione: “Loro sono peggio di lui, vi dico che fine farà Putin

Andrea Morigi –  28 Maggio 2022 –   Libero

Mikhail Shishkin è in esilio a Zurigo per essersi opposto all’annessione russa della Crimea. Ma non è Lenin, che da lì, dopo aver scritto L’imperialismo come fase suprema del capitalismo, partì sul vagone piombato per fare la Rivoluzione sovietica. Ora il romanziere russo che ha vinto il Premio Strega europeo 2022, coltiva una flebile speranza che a rovesciare lo Zar del XXI secolo siano i suoi compatrioti. Anche se sa di non poter fare affidamento su un’utopia, nulla gli vieta di immaginare un futuro migliore. Lo spiega in un colloquio con Il Federalista.ch, dicendosi convinto «che oggi la Russia è come spaccata in due: ci sono due popoli psicologicamente e mentalmente completamente diversi, che si definiscono entrambi russi».

Da un lato, deve constatare che «la vecchia generazione è ancora saldamente sotto il martellamento costante della televisione di Putin. Sono realmente convinti che l’Occidente abbia invaso la Russia, quindi che sia doveroso difendere di nuovo la patria come hanno dovuto fare i nostri nonni». Dall’altro, sa che nella società si trova anche un’aspirazione diversa. Riconosce che sono pochi a pensarla come lui, ma «la minoranza, alla quale appartengo, crede nei valori europei di democrazia e libertà. Per noi la cosa più importante non è lo Stato, ma la persona. Secondo questa visione, il giudizio sul bene e sul male spetta a ciascun individuo. Se lo Stato agisce in modo sbagliato, allora mi oppongo e voglio essere libero di dissentire». La frattura culturale è evidente e profonda. Del resto, non si può scordare che «la propaganda di Putin ha gridato per anni: “I nostri vengono vessati in Ucraina!” fino a giustificare questa guerra. La maggior parte dei russi si identifica con la propria tribù. Non si assume la responsabilità personale, non prende decisioni, lascia fare tutto al capobranco».

UN’ORDA BARBARA – Sono abituati così da secoli e, se si ritorna indietro nella mentalità del passato, spiega l’intellettuale, si riscoprono le radici dell’atteggiamento odierno: «Quando qualcuno nel Medioevo gridava “il nostro popolo rischia di essere sconfitto!”, la gente correva immediatamente con bastoni e forconi, senza pensare se il “nostro popolo” avesse ragione o meno, perché il nostro popolo ha sempre ragione». È la radice dalla quale spunta il «”Russki Mir”, il mondo russo, che è la pietra angolare della nuova ideologia putiniana. La parola Mir era il nome delle comunità nei villaggi medievali». È un processo di identificazione da orda barbara, trasposto nella postmodernità, rinvigorito da missili ipersonici e qualche migliaio di testate nucleari e ammantato da un vago sentimento religioso misto a una rivendicazione etnica e nazionalista.

Però l’invasione viene propagandata come la conseguenza di un ideale romantico, quasi mistico. «La leadership del Cremlino ha giustificato l’attacco affermando che la lingua e la cultura russa in Ucraina devono essere salvate. Ma quello che sta accadendo ora è un crimine non solo contro i civili ma anche contro la nostra stessa cultura. La mia lingua ora non è identificata con la grande letteratura russa, ma con i bambini uccisi a Odessa, Butcha o Mariupol. Putin ha fatto della mia lingua la lingua degli assassini», lamenta Shishkin.

Un intellettuale che ragiona con la propria testa, però, non può piegarsi a una narrazione falsa della storia. Come gesto concreto, il romanziere ha accolto una madre ucraina con il figlio di otto anni nella sua casa a Zurigo. E si confronta con i rifugiati per rassicurarli che «non tutti i russi sostengono la guerra. E piano piano, dialogando, vedo che nei loro occhi l’odio è sostituito dalla gratitudine». Sarà faticoso, ma innanzitutto, avrebbe detto Aleksandr Solzenicyn, bisogna «vivere senza menzogna».

LA STORIA SI RIPETE – Invece, il passato sovietico riaffiora. Eccolo tornare a sventolare con le falci e martello delle bandiere sovietiche issate sui pennoni in Ucraina, a poca distanza dalle fosse comuni dove sono state sepolte le vittime del nuovo imperialismo putiniano. E il motivo è, secondo Shishkin, che «non abbiamo imparato nulla dalla Storia. Non c’è stata la de-stalinizzazione, non ci sono stati i processi di Norimberga contro il partito comunista, e come risultato è emersa una nuova dittatura. E una dittatura ha naturalmente bisogno di nemici e di una guerra vittoriosa per continuare a esistere. Ora siamo in quella guerra. Ma non tutte le guerre finiscono con la vittoria delle dittature».

Se non fai i conti con gli errori del passato, prima o poi sarai condannato a commetterli di nuovo. È una lezione che si sperava di non dover apprendere al prezzo di vite umane. E invece qualcuno ha dovuto vedere scorrere il sangue per risvegliarsi e riprendere a udire il richiamo della propria coscienza. Ma «se non ci sarà un riconoscimento nazionale della colpa, se il mondo non vedrà una genuflessione russa a Kiev, Kharkov, Budapest, Praga, Tbilisi, Vilnius, tutto si ripeterà. Senza il riconoscimento nazionale della colpa, la Russia non ha futuro. E la prossima depenalizzazione totale della Russia sarà portata avanti da un nuovo Putin con un nome diverso». Perché al Cremlino nessuno può stare davvero tranquillo e «più bare tornano in Russia dall’Ucraina, più forte è il grido: “I nostri sono stati sconfitti”. La ricerca di un nuovo zar è già iniziata», conclude Shishkin.

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Il Papa: Luciani, la gioia del Vangelo vissuta senza compromessi

Francesco celebra sul sagrato della Basilica Vaticana, sotto la pioggia e alla presenza di 25mila fedeli, la beatificazione di Giovanni Paolo I, pastore mite e umile che ha saputo seguire Gesù senza riserve. Dopo la Messa, all’Angelus, il Pontefice invita a pregare per la pace nel mondo e in Ucraina. E al termine si concede un giro in papamobile in una piazza San Pietro dove il sole ha spazzato via le nuvole

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Auctoritate nostra Apostolica facultatem, facimus, ut venerabilis servus Dei Ioannes Paulus I, papa, beati nomine in posterum appellatur…

“Con la nostra autorità apostolica concediamo che il venerabile servo di Dio Giovanni Paolo I, Papa, d’ora in poi sia chiamato beato”: con questa formula Francesco eleva agli onori degli altari Albino Luciani. Dispone che lo si celebri ogni anno il 26 agosto, a ricordo del giorno in cui, nel 1978, venne eletto 263.mo successore di Pietro. È una celebrazione bagnata dalla pioggia quella della beatificazione del Papa del sorriso, che Francesco presiede in piazza San Pietro con oltre 500 concelebranti, fra cardinali, vescovi, sacerdoti e diaconi. Ma nell’atmosfera grigia c’è l’arcobaleno degli ombrelli dei 25mila fedeli raccolti sul sagrato della Basilica Vaticana, mentre il canto di giubilo dell’Alleluia accompagna il momento più toccante: nella loggia centrale della Basilica Vaticana viene svelato quell’indimenticabile volto dai tratti gentili e dall’espressione gioiosa. Con la candida veste talare, ritratto dall’artista cinese Yan Zhang, eccolo Giovanni Paolo I, con quel suo caratteristico sorriso che sembra abbracciare teneramente la piazza.  

La reliquia di Giovanni Paolo I: uno scritto di suo pugno sulle virtù teologali

Albino Luciani, che da vescovo aveva scelto come motto la parola humilitas, presa in prestito da San Carlo Borromeo e da Sant’Agostino, che sentiva particolarmente vicino, ora si può venerare con pubblico culto. All’altare viene portata una sua reliquia: uno scritto autografo su un foglio bianco risalente al 1956 in cui si legge una riflessione spirituale sulle tre virtù teologali – fede, speranza e carità – che richiama il Magistero delle sue udienze generali del 13, 20 e 27 settembre 1978. A custodirla un reliquiario, opera dello scultore Franco Murer, con un basamento in pietra proveniente da Canale d’Agordo, paese natale di Giovanni Paolo I, sormontato da una croce intagliata su legno di un noce abbattuto dalla tempesta “Vaia”, nel Triveneto, nella notte tra il 29 e il 30 ottobre 2018.  

Viene intonato il Gloria e la giornata uggiosa non scalfisce il clima di preghiera e di raccoglimento di fedeli e pellegrini. Fra le delegazioni ufficiali presenti quella dell’Italia, con il presidente Sergio Mattarella, e quella della Cina (Taiwan). La pioggia continua a cadere durante la Liturgia della Parola, poi, mentre Papa Francesco tiene la sua predica comincia a spiovere. Quel sorriso rassicurante di Giovanni Paolo I su piazza San Pietro, rassicurante e benevolo, e dal quale sembra irradiarsi luce, conforta, trasmette speranza. E in un angolo di cielo si fa spazio l’azzurro.

Albino Luciani, “la polvere su cui Dio si era degnato di scrivere”

Nella sua omelia Francesco spiega che Papa Luciani ha vissuto “nella gioia del Vangelo, senza compromessi, amando fino alla fine”, e “ha incarnato la povertà del discepolo, che non è solo distaccarsi dai beni materiali, ma soprattutto vincere la tentazione di mettere il proprio io al centro e cercare la propria gloria”. È stato un pastore mite e umile, seguendo l’esempio di Gesù, e si considerava “come la polvere su cui Dio si era degnato di scrivere”. Il Papa ricorda quel suo invito ad essere umili, come raccomandava Cristo, “anche se avete fatto delle grandi cose – affermava – dite: siamo servi inutili”.

Con il sorriso Papa Luciani è riuscito a trasmettere la bontà del Signore. È bella una Chiesa con il volto lieto, il volto sereno, il volto sorridente, una Chiesa che non chiude mai le porte, che non inasprisce i cuori, che non si lamenta e non cova risentimento, non è arrabbiata – una Chiesa non arrabbiata – non è insofferente, non si presenta in modo arcigno, non soffre di nostalgie del passato cadendo nell’indietrismo

Lo stile di Dio

Papa Francesco inserisce il ritratto di Giovanni Paolo I commentando il Vangelo odierno, che narra di una folla numerosa che seguiva Gesù. A questa gente Cristo “fa un discorso poco attraente e molto esigente: non può essere suo discepolo chi non lo ama più dei propri cari, chi non porta la sua croce, chi non si distacca dai beni terreni”. C’è da immaginare, osserva il Pontefice, “che molti siano stati affascinati dalle sue parole e stupiti dai gesti che ha compiuto; e, quindi, avranno visto in Lui una speranza per il loro futuro”. È quello che “capita anche oggi: specialmente nei momenti di crisi personale e sociale”, “quando “diventiamo più vulnerabili”. “Ci affidiamo a chi con destrezza e furbizia”, fa notare Francesco, “approfittando delle paure della società” e promette che risolverà i problemi, “mentre in realtà vuole accrescere il proprio gradimento e il proprio potere, la propria figura, la propria capacità di avere le cose in pugno”.

Lo stile di Dio è diverso da questa gente, perché Egli non strumentalizza i nostri bisogni, non usa mai le nostre debolezze per accrescere sé stesso. A Lui, che non vuole sedurci con l’inganno e non vuole distribuire gioie a buon mercato, non interessano le folle oceaniche. Non ha il culto dei numeri, non cerca il consenso, non è un idolatra del successo personale. Al contrario, sembra preoccuparsi quando la gente lo segue con euforia e facili entusiasmi. Così, invece di lasciarsi attrarre dal fascino della popolarità – perché la popolarità affascina -, chiede a ciascuno di discernere con attenzione le motivazioni per cui lo segue e le conseguenze che ciò comporta.

L’apparenza religiosa

Molti di quelli che seguivano Gesù forse vedevano in lui “un capo che li avrebbe liberati dai nemici”, prosegue Francesco, “che avrebbe conquistato il potere” per poi spartirlo, o “uno che, facendo miracoli, avrebbe risolto i problemi della fame e delle malattie”.

Si può andare dietro al Signore, infatti, per varie ragioni e alcune, dobbiamo riconoscerlo, sono mondane: dietro una perfetta apparenza religiosa si può nascondere la mera soddisfazione dei propri bisogni, la ricerca del prestigio personale, il desiderio di avere un ruolo, di tenere le cose sotto controllo, la brama di occupare spazi e di ottenere privilegi, l’aspirazione a ricevere riconoscimenti e altro ancora. Questo succede oggi fra i cristiani. Ma questo non è lo stile di Gesù. E non può essere lo stile del discepolo e della Chiesa. Se qualcuno segue Gesù con questi interessi personali, ha sbagliato strada.

La sequela di Cristo è scelta totalitaria facendosi carico della propria croce

Ma Gesù dice apertamente che seguirlo “significa anche ‘portare la croce’: come Lui, farsi carico dei pesi propri e dei pesi degli altri, fare della vita un dono, non un possesso, spenderla imitando” il suo amore generoso e misericordioso per noi. Sono “scelte che impegnano la totalità dell’esistenza”, chiarisce il Papa, e per questo Gesù invita a non anteporre nulla a questo amore, né “gli affetti più cari” né “i beni più grandi”. E per questo occorre “guardare a Lui più che a noi stessi, imparare l’amore, attingerlo dal Crocifisso”, lì dove esso “si dona fino alla fine, senza misura e senza confini”. Perchè “la misura dell’amore è amare senza misura”. Francesco attinge agli insegnamenti di Papa Luciani per far comprendere che l’amore di Dio per gli uomini “non si eclissa mai dalla nostra vita, risplende su di noi e illumina anche le notti più oscure”, Giovanni Paolo I diceva infatti che “siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile”.

E allora, guardando al Crocifisso, siamo chiamati all’altezza di quell’amore: a purificarci dalle nostre idee distorte su Dio e dalle nostre chiusure, ad amare Lui e gli altri, nella Chiesa e nella società, anche coloro che non la pensano come noi, persino i nemici. Amare: anche se costa la croce del sacrificio, del silenzio, dell’incomprensione, della solitudine, dell’essere ostacolati e perseguitati. Amare così, anche a questo prezzo, perché – diceva ancora il beato Giovanni Paolo I – se vuoi baciare Gesù crocifisso, “non puoi fare a meno di piegarti sulla croce e lasciarti pungere da qualche spina della corona, che è sul capo del Signore”.

Vivere la vita fino in fondo, non a metà

Occorre puntare in alto, rischiare, non accontentarsi “di una fede all’acqua di rose”, esorta il Papa, perché “se per paura di perderci, rinunciamo a donarci” lasceremo incompiute “le relazioni, il lavoro, le responsabilità che ci sono affidate, i sogni, e anche la fede”, e finiremo col vivere a metà e “senza fare mai il passo decisivo, senza decollare, senza rischiare per il bene, senza impegnarci davvero per gli altri”. E invece, sottolinea Francesco, Gesù ci chiede di vivere il Vangelo, perché solo così si potrà vivere una vita fino in fondo. Senza compromessi. Che è quello che ha fatto Albino Luciani.

Preghiamo questo nostro padre e fratello, chiediamo che ci ottenga “il sorriso dell’anima”, quello trasparente, quello che non inganna: il sorriso dell’anima; chiediamo, con le sue parole, quello che lui stesso era solito domandare. E diceva così: “Signore, prendimi come sono, con i miei difetti, con le mie mancanze, ma fammi diventare come tu mi desideri”.

Quando Francesco conclude l’omelia la pioggia è totalmente cessata. Le parole del Papa, a suggello degli insegnamenti di Giovanni Paolo I, regalano un senso di pace. L’esempio limpido di fede di Albino Luciani, quella semplicità che lo rendeva vicino alla gente, appaiono mete possibili per tutti. La liturgia prosegue e le nuvole cominciano a diradarsi. Viene consacrata l’Eucaristia, quell’offerta totale a Dio di Cristo che Papa Luciani ha incarnato è vivida. In maniera composta, tra i fedeli, si snodano sacerdoti e diaconi per distribuire le particole. Prima di terminare la Messa Francesco recita l’Angelus e invita a pregare Maria per la pace nel mondo e in Ucraina. E intanto, in piazza San Pietro, fa capolino il sole. Il Pontefice sale sulla papamobile e percorre i viali tra i posti a sedere nell’emiciclo del Bernini e lo salutano centinaia di pellegrini. Ora la giornata è totalmente cambiata, le nuvole sono sparite e hanno fatto spazio ad un celeste cielo terso e pulito. E dalla Basilica Vaticana continua a sorridere il beato Giovanni Paolo

(Vatican news – 4 Settembre 2022))

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