"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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1981, attentato al Papa. Le grinfie bulgare del Lupo grigio

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Introduzione al libro-inchiesta che ricostruisce il misterioso tentato omicidio 42 anni fa di Giovanni Paolo II e gli indizi che porterebbero a identificare i veri mandanti di Ali Ağca. Con particolari inediti

Maurizio Tortorella


ChiesaPapa Giovanni Paolo II a colloquio con il suo attentatore Mehmet Ali Ağca nel carcere di Regina Coeli, 27 dicembre 1983 (foto Ansa)

In occasione del 42esimo anniversario del fallito attentato a papa Giovanni Paolo II (13 maggio 1981), pubblichiamo per gentile concessione dell’autore stralci dell’introduzione di Maurizio Tortorella al libro di Francesco Bigazzi Attentato a papa Wojtyla. La pista bulgara (Licosia, 198 pagine, 14 euro).

Dal 13 maggio 1981, quando sparò i suoi due colpi di calibro 9 contro papa Giovanni Paolo II, Mehmet Ali Ağca ha continuato a fare il pazzo, a mentire e a confondere le acque. Nella sua autobiografia, uscita nel 2013 e intitolata Mi avevano promesso il Paradiso, ha scritto che l’attentato gli fu ordinato dall’ayatollah Khomeini: «Tu devi uccidere il Papa nel nome di Allah», gli avrebbe detto il leader iraniano, «perché è il portavoce del diavolo in terra. Poi togliti la vita affinché la tentazione del tradimento non offuschi il tuo gesto, e avrai come ricompensa il paradiso». […]

La sua condanna è una delle poche certezze nel buio fitto che ancora avvolge uno dei grandi misteri del secolo scorso. A sparare al Papa fu sicuramente lui, un fanatico musulmano legato all’organizzazione turca di estrema destra dei Lupi grigi, misteriosamente evaso nel 1979 dal carcere turco dove era stato sbattuto per il suo primo omicidio. Ma ancora oggi la giustizia non ha accertato chi siano stati i suoi mandanti, né quale sia stata la genesi dell’attentato. […]

L’ultima parola sulla questione, dal punto di vista giudiziario, l’ha scritta il giudice istruttore Rosario Priore il 21 marzo 1998, quando, con la sua sentenza, ha chiuso un lungo lavoro di ricerca. […] Fino alla morte, e anche nei suoi ultimi scritti, Priore è sempre rimasto intimamente convinto della “pista bulgara” di cui parla il libro che tenete tra le mani. Ma in tribunale, da buon magistrato, ha dovuto arrendersi di fronte alla «diffusa volontà, anche da parte di vari governi, di porre una pietra definitiva sulla vicenda».

La tesi del complotto internazionale, quindi, è sempre stata la più credibile. Ne era certo lo stesso Giovanni Paolo II. Nel suo Memoria e identità, pubblicato un mese prima della sua morte, nel febbraio 2005, il pontefice aveva scritto con chiarezza che il suo tentato omicidio era stato «commissionato da una delle ultime convulsioni delle ideologie della prepotenza», cioè nell’Est europeo.

E anche Antonio Marini, il pubblico ministero romano che nel processo di primo grado aveva chiesto il proscioglimento per insufficienza di prove nei confronti dei tre cittadini bulgari (Antonov, Vassiliev e Ajvazov) che Ağca aveva coinvolto nel maggio 1982, è sempre stato sicuro di un complotto che collegasse i servizi segreti della Bulgaria all’attentatore. Del resto, ce n’erano tutti i segnali.

Chi è Mehmet Ali Ağca

Ağca, nato il 9 gennaio 1958 a Hekimhan, nell’Anatolia centrale, nel novembre 1979 era evaso dal carcere turco di massima sicurezza dove era stato da poco rinchiuso per l’omicidio del giornalista Abdi Ipekci, un noto attivista del movimento per i diritti umani, cui aveva sparato nel febbraio precedente. Inseguito a quel punto da una condanna a morte in contumacia, Ağca era fuggito all’estero, dotandosi di coperture e di mezzi economici decisamente improbabili, per un uomo che non fosse protetto da potenti apparati statali: prima si era rifugiato in Iran, poi era rientrato in Turchia, quindi era espatriato in Bulgaria con un falso passaporto indiano. Qui per due mesi aveva vissuto a Sofia, alloggiando nel lussuoso hotel Vitosha. È del tutto improbabile che gli efficientissimi servizi segreti bulgari non avessero individuato in poche ore quel clandestino così vistoso e pericoloso, per di più inseguito da un mandato di cattura internazionale. Ma è soprattutto la dovizia dei mezzi messa a disposizione del fuggitivo che fa ipotizzare collegamenti ad alto livello attivi già allora, e forse non soltanto con le centrali bulgare ma anche con quelle di Mosca e della Germania orientale. Del resto, gli unici paesi che nel 1980-1981 potevano avere interesse a eliminare il Papa polacco, schierato al fianco delle lotte del sindacato cattolico Solidarność nel suo stesso paese e così evidentemente impegnato nella lotta contro il totalitarismo comunista, erano proprio quelli del blocco sovietico.

Particolarmente interessante resta un documento, conservato agli atti della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Mitrokhin. Si tratta di un’analisi rubricata come “riservata”, sequestrata nell’agosto 1984 dalla polizia a casa di un collaboratore del Sismi, l’ex religioso Francesco Palaia, nell’ambito di una inchiesta della procura di Roma sulle deviazioni del cosiddetto “Super-Sismi”. Il documento, datato 19 maggio 1981, conferma che l’attentato di Ağca è stato «progettato e organizzato dal Kgb su indicazione del ministro della Difesa sovietico, allarmato per la crescita del potere di Solidarność in Polonia». L’appunto, però, non viene mai trasmesso all’autorità giudiziaria.

Una versione meno balzana delle altre

Fra le mille, altalenanti verità fornite da Ağca, forse una delle meno balzane e più credibili è quella che ha raccontato quando era in carcere, nel 1997, con una delle sue tante lettere “spedite al mondo”. In quella lettera, il turco sostiene di avere mentito per le minacce ricevute in carcere dai servizi segreti bulgari e rivela che esattamente venti anni prima, nel 1977, è stato addestrato in un campo terroristico palestinese, in Siria, da istruttori provenienti da Sofia e da Berlino Est; aggiunge che poi il Kgb lo ha infiltrato come «agente provocatore» nei Lupi grigi; e infine che proprio i servizi segreti sovietici hanno terminato il suo addestramento in Bulgaria per prepararlo all’operazione contro il Papa. Ma anche questa versione, cui anche Priore ha dato la patente di massima credibilità, viene poi velocemente smentita da Ağca, esattamente come tutte quelle che l’hanno preceduta. Nel 1998 l’attentatore ha poi messo fine alla ridda di versioni incoerenti e ha concluso: «Non ho mai avuto un complice, ho fatto tutto io». Due anni dopo, il 13 giugno 2000, Ağca è stato improvvisamente graziato ed è tornato in Turchia, dove la condanna a morte era già stata amnistiata. Qui ha scontato quanto restava della sua pena, ma – sorprendentemente – non è mai stato interrogato: mai, nemmeno una volta.

In un’intervista che mi dette nel 1992, a Roma, l’ex pubblico ministero Antonio Marini descrisse Ağca come «un kamikaze islamico ante litteram». E aggiunse di essere certo che non avesse agito da solo: «Lo hanno fatto evadere in Turchia e gli hanno armato la mano», raccontò, «probabilmente promettendogli che anche se fosse stato catturato lo avrebbero fatto nuovamente fuggire. Poi, invece, lo hanno abbandonato». Secondo questo schema logico, l’attentatore di Karol Wojtyla per decenni avrebbe condotto un complesso gioco di ricatti, continuamente minacciando rivelazioni. Per ottenere la libertà o forse soltanto per restare in vita.

Quella rivelazione a Montanelli

Il mistero di Ağca, probabilmente, resterà tale per sempre. Non riuscì a scalfirlo nemmeno la sua stessa vittima, Karol Woityla, che nel Natale del 1983 andò a visitarlo nel carcere di Rebibbia, per portargli il suo perdono. Di quell’incontro restano alcune bellissime fotografie e, soprattutto, una frase che fu quasi estorta a Giovanni Paolo II da Indro Montanelli tre anni dopo, nel 1986: «Di una cosa mi resi conto con chiarezza», rivelò il Papa al direttore del Giornale, «e cioè che quell’uomo era rimasto traumatizzato non tanto dal fatto di avermi sparato, ma dal fatto di non essere riuscito, lui che come killer si considerava infallibile, a uccidermi. Era questo, mi creda, che lo sconvolgeva: il dover ammettere che c’era stato Qualcuno o Qualcosa che gli aveva mandato all’aria il colpo».

Aggiunse Montanelli: «Giovanni Paolo non fece mai, né nel rievocare quell’episodio né in tutto il resto della conversazione, il nome di Dio o della Provvidenza. Disse soltanto: “Qualcuno o Qualcosa”. Ma si sentiva benissimo che in quel Qualcuno o Qualcosa nessuno ci credeva quanto lui. E aggiunse anche, con un sorriso: “Per di più, essendo Ağca un musulmano, ignorava che proprio quel giorno era la ricorrenza della Madonna di Fatima”». Ma questo, per chi crede, è un Mistero nel mistero.

La profezia di Maria Valtorta sulla gloria futura di Roma

Dice Gesù: “Potete voi dire che Io non ho amato questa terra che è la patria vostra e nella quale ho mandato il mio Pietro a erigervi la Pietra che non crollerà per soffiare di venti; questa terra dove, […] Io sono venuto per confermare Pietro al martirio, perché c’era bisogno di quel sangue in Roma per fare di Roma il Centro del Cattolicesimo?” (Quaderno n. 3).

“La mia Chiesa avrà il suo giorno di osanna prima dell’estrema passione. Poi verrà l’eterno trionfo. I cattolici – e tutto l’orbe conoscerà allora la Chiesa di Roma, perché il Vangelo risuonerà dai poli all’equatore e da un lato all’altro del globo, come una fascia d’amore andrà la Parola – i cattolici […] si volgeranno verso la Croce trionfante, ritrovata dopo tanto loro accecamento. […] Come una marcia di milioni e milioni di tribù, gli uomini andranno col loro spirito verso Cristo e porranno la loro fiducia nell’unico ente della Terra in cui non è sete di sopraffazioni e voglia di vendetta. Sarà Roma che parlerà. […] Sarà la Roma di Cristo. […] Sarà la Roma dei grandi Pontefici […]. Sarà la Roma che ha tenuto testa ai prepotenti e per bocca dei suoi santi Vegliardi ha saputo prendere la parte dei deboli […].

Ascoltate la voce di chi non ha sete di dominio e vuole regnare, in nome del suo Re Santissimo, unicamente sugli spiriti […]. Verrà dalla sua bocca, che Io ispiro, la parola simile a quella che Io vi direi, Io, Principe della Pace. Vi insegnerà la perla preziosissima del perdono reciproco e vi persuaderà che non vi è più bell’arma del vomere e della falce […].

Vi insegnerà che la fatica più santa è quella che si compie per procurare un pane, una veste, una casa ai fratelli, e che solo amandosi da fratelli non vi è più conoscenza di veleno d’odio e di torture di guerre. […] E non piegatevi mai a credere un superuomo il misero uomo che non differisce dai bruti perché come essi ha tutta la sua parte migliore nell’istinto […].” (Quaderno n. 9).

Come tutte le rivelazioni private non in contrasto con la Sacra Scrittura, anche questa a Maria Valtorta ci corrobora nella fede nella Parola di Cristo agli Apostoli: “Ecco, Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

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PAPA FRANCESCO IN UNGHERIA CITA ROBERT BENSON

Cari fratelli e sorelle, buon pomeriggio!

Saluto ciascuno di voi e ringrazio per le belle parole che sono state dette e sulle quali mi soffermerò tra poco. Questo è l’ultimo incontro della mia visita in Ungheria e, con il cuore grato, mi piace pensare al corso del Danubio, che collega questo Paese a molti altri, unendone, oltre alla geografia, anche la storia. La cultura, in un certo senso, è come un grande fiume: collega e percorre varie regioni della vita e della storia mettendole in relazione, permette di navigare nel mondo e di abbracciare Paesi e terre lontane, disseta la mente, irriga l’anima, fa crescere la società. La stessa parola cultura deriva dal verbo coltivare: il sapere comporta una semina quotidiana che, immergendosi nei solchi della realtà, porta frutto.

Cent’anni fa Romano Guardini, grande intellettuale e uomo di fede, proprio mentre si trovava immerso in un paesaggio reso unico dalla bellezza delle acque, ebbe una feconda intuizione culturale. Scrisse: «In questi giorni ho più che mai compreso che vi sono due forme di conoscenza […], l’una conduce ad immergersi nell’oggetto e nel suo contesto, per cui l’uomo che vuol conoscere cerca di vivere in lui; l’altra, al contrario, raduna le cose, le decompone, le ordina in caselle, ne acquista padronanza e possesso, le domina» (Lettere dal Lago di Como. La tecnica e l’uomo, Brescia 2022, 55). Distingue tra una conoscenza umile e relazionale, la quale è come “un regnare che si ottiene per mezzo del servire; un creare secondo la natura, che non oltrepassa i limiti stabiliti” (cfr p. 57), e un’altra modalità di sapere, che «non osserva, ma analizza […] non s’immerge più nell’oggetto, lo afferra» (p. 56).

Ed ecco che in questo secondo modo di conoscere «le energie e le sostanze sono fatte convergere ad un unico fine: la macchina» (p. 58), e «così si sviluppa una tecnica dell’assoggettamento dell’essere vivente» (pp. 59-60). Guardini non demonizza la tecnica, la quale permette di vivere meglio, di comunicare e avere molti vantaggi, ma avverte il rischio che essa diventi regolatrice, se non dominatrice, della vita. In tal senso vedeva un grande pericolo: «L’uomo perde tutti i legami interiori che gli procurano un senso organico della misura e delle forme di espressione in armonia con la natura» e, «mentre nel suo essere interiore egli è divenuto senza contorni, senza misura, senza direzione, egli stabilisce arbitrariamente i suoi fini e costringe le forze della natura, da lui dominate, ad attuarli» (p. 60). E lasciava ai posteri una domanda inquietante: «Cosa ne sarà della vita se essa finirà sotto questo giogo? […] Cosa accadrà […] quando ci troveremo davanti al prevalere degli imperativi della tecnica? La vita, ormai, è inquadrata in un sistema di macchine. […] In un tale sistema, la vita può rimanere vivente?» (p. 61).

La vita può rimanere vivente? È una questione che, specialmente in questo luogo, dove si approfondiscono l’informatica e le “scienze bioniche”, è bene porsi. Infatti, quanto intravisto da Guardini appare evidente ai nostri giorni: pensiamo alla crisi ecologica, con la natura che sta semplicemente reagendo all’uso strumentale che ne abbiamo fatto. Pensiamo alla mancanza di limiti, alla logica del “si può fare dunque è lecito”. Pensiamo anche alla volontà di mettere al centro di tutto non la persona e le sue relazioni, ma l’individuo centrato sui propri bisogni, avido di guadagnare e vorace di afferrare la realtà. E pensiamo di conseguenza all’erosione dei legami comunitari, per cui la solitudine e la paura, da condizioni esistenziali, paiono tramutarsi in condizioni sociali. Quanti individui isolati, molto “social” e poco sociali, ricorrono, come in un circolo vizioso, alle consolazioni della tecnica come a riempitivi del vuoto che avvertono, correndo in modo ancora più frenetico mentre, succubi di un capitalismo selvaggio, sentono come più dolorose le proprie debolezze, in una società dove la velocità esteriore va di pari passo con la fragilità interiore. Questo è il dramma. Dicendo ciò non voglio ingenerare pessimismo – sarebbe contrario alla fede che ho la gioia di professare –, ma riflettere su questa “tracotanza di essere e di avere”, che già agli albori della cultura europea Omero vedeva come minacciosa e che il paradigma tecnocratico esaspera, con un certo uso degli algoritmi che può rappresentare un ulteriore rischio di destabilizzazione dell’umano.

In un romanzo che ho più volte citato, Il padrone del mondo, di Robert Benson, si osserva «che complessità meccanica non è sinonimo di vera grandezza e che nell’esteriorità più fastosa si nasconde più sottile l’insidia» (Verona 2014, 24-25). In questo libro, in un certo senso “profetico”, scritto più di un secolo fa, viene descritto un futuro dominato dalla tecnica e nel quale tutto, in nome del progresso, viene uniformato: ovunque si predica un nuovo “umanitarismo” che annulla le differenze, azzerando le vite dei popoli e abolendo le religioni. Abolendo le differenze, tutte. Ideologie opposte convergono in una omologazione che colonizza ideologicamente. Questo è il dramma, la colonizzazione ideologica; l’uomo, a contatto con le macchine, si appiattisce sempre di più, mentre il vivere comune diventa triste e rarefatto. In quel mondo progredito ma cupo, descritto da Benson, dove tutti sembrano insensibili e anestetizzati, pare ovvio scartare i malati e applicare l’eutanasia, così come abolire le lingue e le culture nazionali per raggiungere la pace universale, che in realtà si trasforma in una persecuzione fondata sull’imposizione del consenso, tanto da far affermare a un protagonista che «il mondo sembra in balia di una vitalità perversa, che corrompe e confonde ogni cosa» (p. 145).

Mi sono protratto in questa disamina a tinte fosche perché proprio in tale contesto meglio risplendono i ruoli della cultura e dell’università. L’università è infatti, come indica il nome stesso, il luogo dove il pensiero nasce, cresce e matura aperto e sinfonico; non monocorde, non chiuso: aperto e sinfonico. È il “tempio” dove la conoscenza è chiamata a liberarsi dai confini angusti dell’avere e del possedere per diventare cultura, cioè, “coltivazione” dell’uomo e delle sue relazioni fondanti: con il trascendente, con la società, con la storia, con il creato. Afferma in proposito il Concilio Vaticano II: «La cultura deve mirare alla perfezione integrale della persona umana, al bene della comunità e di tutta la società umana. Perciò è necessario coltivare lo spirito in modo che si sviluppino le facoltà dell’ammirazione, dell’intuizione, della contemplazione, e si diventi capaci di formarsi un giudizio personale e di coltivare il senso religioso, morale e sociale» (Cost. past. Gaudium et spes, 59). Già nei tempi antichi si diceva che l’inizio del filosofare è l’ammirazione, la capacità di ammirazione. In questa prospettiva ho molto apprezzato le vostre parole. Le sue, Monsignor Rettore, quando ha detto che «in ogni vero scienziato c’è qualcosa dello scriba, del sacerdote, del profeta e del mistico»; e ancora che «con l’aiuto della scienza non vogliamo solo capire, vogliamo anche fare la cosa giusta, cioè costruire una civiltà umana e solidale, una cultura e un ambiente sostenibili. È con il cuore umile che possiamo salire non solo sul monte del Signore, ma anche sul monte della scienza»………

( Incontro con il mondo universitario e della Cultura- Budapest 30 Aprile 2023)

 

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DALLE RIVELAZIONI PRIVATE DI MARIA SANTISSIMA

A MARIA VALTORTA

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«  Io, Maria, ho redento la donna con la mia Maternità divina. Ma non fu che l’inizio della redenzione della donna, questo. Negandomi ad ogni umano sponsale col voto di verginità, avevo respinto ogni soddisfazione concupiscente meritando grazia da Dio. Ma non bastava ancora. Perché il peccato d’Eva era albero di quattro rami: superbia, avarizia, golosità, lussuria. E tutti e quattro andavano stroncati prima di sterilire l’albero dalle radici. 

Umiliandomi sino al profondo, ho vinto la superbia. Mi sono umiliata davanti a tutti. Non parlo della mia umiltà verso Dio. Questa è dovuta all’Altissimo da ogni creatura. L’ebbe il suo Verbo. La dovevo avere io, donna. Ma hai mai riflettuto quali umiliazioni dovetti subire, e senza difendermi in nessuna maniera, da parte degli uomini? Anche Giuseppe, che era giusto, mi aveva accusata nel suo cuore. Gli altri, che giusti non erano, avevano peccato di mormorazione verso il mio stato, e il rumore delle loro parole era venuto come onda amara a frangersi contro la mia umanità. E furon le prime delle infinite umiliazioni che la mia vita di Madre di Gesù e del genere umano mi procurarono. Umiliazioni di povertà, umiliazioni di profuga, umiliazioni per rimproveri di parenti e amici che, non sapendo la verità, giudicavano debole il mio modo d’esser madre verso il mio Gesù fatto giovane uomo, umiliazioni nei tre anni del suo ministero, umiliazioni crudeli nell’ora del Calvario, umiliazioni fin nel dover riconoscere che non avevo di che comperare luogo e aromi per la sepoltura del Figlio mio.

Ho vinto l’avarizia dei Progenitori rinunciando in anticipo di tempo alla mia Creatura.
Una madre non rinuncia mai che forzatamente alla sua creatura. La chiedano al suo cuore la patria, l’amore di una sposa, o Dio stesso, ella recalcitra alla separazione. È naturale. Il figlio ci cresce in seno e non è mai reciso completamente il legame che tiene la sua persona congiunta alla nostra. Se anche è spezzato il canale del vitale ombelico, resta sempre un nervo che parte dal cuore della madre, un nervo spirituale e più vivo e sensibile di un nervo fisico, il quale si innesta nel cuore del figlio. E si sente stirare sino allo spasimo se l’amore di Dio o di una creatura, o le esigenze della patria, allontanano il figlio dalla madre. E si spezza lacerando il cuore se la morte strappa un figlio ad una madre. Ed io ho rinunciato, dal momento che l’ho avuto, al Figlio mio. A Dio l’ho dato. A voi l’ho dato. Io, del Frutto del mio seno, me ne sono spogliata per riparare al furto di Eva del frutto di Dio.

Ho vinto la golosità, e del sapere e del godere, accettando di sapere unicamente ciò che Dio voleva sapessi, senza chiedere a me o a Lui più di quanto mi fosse detto. Ho creduto senza investigare. Ho vinto la golosità del godere, perché mi sono negata ogni sapore di senso. La mia carne l’ho messa sotto ai piedi. La carne, strumento di Satana, l’ho confinata con Satana sotto al mio calcagno per farmene scalino per avvicinarmi al Cielo. Il Cielo! La mia mèta. Là dove era Dio. L’unica mia fame. Fame che non è gola ma necessità benedetta da Dio, il quale vuole che appetiamo di Lui.

Ho vinto la lussuria, la quale è la golosità portata all’ingordigia. Perché ogni vizio non frenato conduce ad un vizio più grande. E la golosità di Eva, già riprovevole, la condusse alla lussuria. Non le bastò più il darsi soddisfazione da sola. Volle spingere il suo delitto ad una raffinata intensità, e conobbe e si fece maestra di lussuria al compagno. Io ho capovolto i termini e, in luogo di scendere, sono sempre salita. In luogo di far scendere, ho sempre attirato in alto, e del mio compagno, un onesto, ho fatto un angelo. 

Ora che possedevo Iddio e con Lui le sue ricchezze infinite, mi sono affrettata a spogliarmene dicendo: “Ecco, sia fatta per Lui e da Lui la tua volontà”. Casto è colui che ha ritenutezza non solo di carne, ma anche di affetti e di pensieri. Io dovevo esser la Casta per annullare l’Impudica della carne, del cuore e della mente. E non uscii dal mio ritegno dicendo neppure del mio Figlio, unicamente mio sulla Terra come era unicamente di Dio in Cielo: “Questo è mio e lo voglio”.

Eppure, non bastava ancora per ottenere alla donna la pace perduta da Eva. Quella ve la ottenni ai piedi della Croce. Nel veder morire Quello che tu hai visto nascere. Nel sentirmi strappare le viscere al grido della mia Creatura che moriva, sono rimasta vuota di ogni femminismo: non più carne ma angelo. Maria, la Vergine sposata allo Spirito, morì in quel momento. Rimase la Madre della Grazia, quella che vi ha dal suo tormento generata la Grazia e ve l’ha data.

La femmina che avevo riconsacrata donna la notte del Natale, ai piedi della Croce acquistò i mezzi di divenire creatura dei Cieli. Questo ho fatto io per voi, negandomi ogni soddisfazione anche santa. Di voi, ridotte da Eva femmine non superiori alle compagne degli animali, ho fatto, sol che lo vogliate, le sante di Dio. Sono ascesa per voi. Come feci con Giuseppe, vi ho portate più in alto. La roccia del Calvario è il mio monte degli Ulivi. Da lì presi il balzo per portare ai Cieli l’anima risantificata della donna insieme alla mia carne, glorificata per aver portato il Verbo di Dio e annullato in me anche l’ultima traccia di Eva, l’ultima radice di quell’albero dai quattro venefici rami e dalla radice confitta nel senso, che aveva trascinato alla caduta l’umanità e che fino alla fine dei secoli e all’ultima donna vi morderà le viscere. Da là, dove ora splendo nel raggio dell’Amore, io vi chiamo e vi indico la Medicina per vincere voi stesse: la Grazia del mio Signore e il Sangue del Figlio mio ».

(Maria Valtorta – Il Vangelo come ni è stati rivelato – Vol 1 – Cap 29 – 7.12)

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DALLE RIVELAZIONI PRIVATE DI MARIA SANTISSIMA

A SANTA BRIGIDA DI SVEZIA

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«Io sono la Regina del cielo, la Madre di Dio… Da quando, all’inizio dell’infanzia, conobbi il Signore, fui sempre attenta e timorosa per la mia salvezza e la mia obbedienza a lui.

Quando seppi che Dio era il mio creatore e il giudice di tutte le mie azioni, l’amai intimamente; in ogni momento temetti di offenderlo con le mie parole e le mie azioni.

Poi, quando seppi che aveva dato la legge e i suoi comandamenti al popolo, e che con essi aveva compiuto molte meraviglie, decisi risolutamente nella mia anima di non amare altri che lui; e le cose del mondo mi davano grande amarezza.

Quando venni a conoscenza anche del fatto che Dio avrebbe riscattato il mondo e sarebbe nato da una Vergine, mi sentii commossa e animata da così tanto amore nei suoi confronti, che pensavo solo a lui e non desideravo altri che lui.

Mi allontanai il più possibile dai discorsi di tutti i giorni, e dalla presenza di genitori e amici; diedi ai poveri tutto ciò che avevo, e tenni per me solo un abito semplice e poche cose per vivere. Non mi piaceva nulla che non fosse Dio.

Nel mio cuore nutrivo il desiderio incessante di vivere fino al giorno della sua nascita, per meritare di essere la serva della Madre di Dio, sebbene non mi ritenessi degna di ciò.

Dentro di me feci voto di rimanere vergine, se ciò era gradito a Dio, e di non possedere nient’altro al mondo. Ora, se la volontà di Dio fosse stata diversa, avrei desiderato che fosse fatta la sua volontà, non la mia, perché temevo che egli non potesse e non volesse niente che fosse utile per me; per questo, dunque, mi rimisi alla sua volontà.

Poiché si avvicinava il tempo della presentazione delle vergini al Tempio, secondo la legge, che i miei genitori rispettavano, venni presentata con le altre fanciulle; dentro di me pensavo che nulla fosse impossibile a Dio; e poiché egli sapeva che non desideravo né volevo altri che lui, poteva conservarmi nella verginità, se ciò gli era gradito; diversamente, che fosse fatta la sua volontà.

Dopo avere udito al Tempio ogni disposizione ed essere tornata a casa, bruciavo ancora di più dell’amore di Dio, ed ogni giorno ero accesa da un nuovo fuoco e da nuovi desideri di lui. Per questo mi allontanai più del consueto da tutti, rimanendo sola giorno e notte, con il grande timore che la mia bocca dicesse e che le mie orecchie udissero qualcosa contrario all’amore di Dio, o che i miei occhi vedessero qualcosa di delizioso.

Temevo, inoltre, che il mio silenzio mi impedisse di esprimere quello che invece dovevo dire, ed ebbi cura di non fare quest’errore; essendo così turbata nel mio cuore e riponendo ogni mia speranza in Dio, d’un tratto mi ricordai di pensare all’immensa potenza divina, al modo in cui gli angeli e tutto il creato lo servono, e a quanto la sua gloria sia ineffabile e infinita. In estasi, vidi tre meraviglie:

un astro, ma non come quello che splende in cielo; una luce, ma non come quella che brilla nel mondo; e sentii un profumo, ma non come quello delle erbe o di qualche sostanza aromatica, bensì soavissimo e ineffabile, un profumo di cui fui colma; ed ebbi un fremito di grande gioia.

A quel punto, udii una voce profonda, ma non era una voce umana; e, dopo averla sentita, ebbi il timore che fosse stata un’illusione. D’improvviso mi apparve un angelo, simile a un uomo bellissimo, ma non di carne, che mi disse: «Ti saluto, piena di grazia…».

Dopo averne udito le parole, cercai di capirne il significato, o il motivo per cui mi avesse salutato in questo modo, poiché ero persuasa di essere indegna di una cosa simile e di qualsiasi bene mi venisse offerto, ma non ignorai il fatto che nulla era impossibile a Dio, e che egli poteva fare di me ciò che desiderava. Allora l’angelo mi disse per la seconda volta: «Colui che nascerà da te è santo, e si chiamerà Figlio di Dio (cfr. Lc 2); e sarà fatta la sua volontà».

Io non credevo di esserne degna, e non chiesi all’angelo perché o quando si sarebbe compiuto tale mistero; tuttavia, mi informai sul modo in cui sarebbe avvenuto, poiché ero indegna di essere la Madre del Signore, e non conoscevo uomo; come ebbi pronunciato queste parole, l’angelo mi rispose che nulla era impossibile a Dio, e che ogni suo desiderio si sarebbe realizzato. Dopo aver udito l’angelo, provai un immenso desiderio di essere la Madre di Dio, e mi sentii ricolma di un grande amore; la mia anima parlava con uno smisurato amore incomparabile.

Per questo pronunciai le parole: ‘Sia fatta in me la tua volontà’. A queste parole, il Figlio di Dio fu immediatamente concepito nel mio seno; la mia anima avvertì una gioia ineffabile e tutte le membra del mio corpo ebbero un sussulto.

Lo custodivo in me e lo portavo senza dolore, senza pesantezza, senza disagio; mi umiliavo in ogni cosa, sapendo che colui che portavo in me era onnipotente. Quando lo diedi alla luce, lo partorii senza dolore e senza peccato, così come l’avevo concepito, ma con una tale gioia nello spirito e nel corpo che i miei piedi quasi non toccavano la terra.

E così come era entrato in tutte le mie membra con la gioia universale della mia anima, allo stesso modo ne uscì senza ledere la mia verginità, mentre le mie membra e la mia anima trasalivano di gioia ineffabile. Considerando e ammirando la sua bellezza, la mia anima era colma di gioia, poiché sapevo che ero indegna di un simile Figlio. Quando guardavo le sue mani e i suoi piedi nel punto in cui sarebbero stati conficcati i chiodi, poiché avevo sentito che, secondo i profeti, sarebbe stato crocifisso, i miei occhi si scioglievano in lacrime, e la tristezza mi straziava il cuore.

E quando mio Figlio mi vedeva così sconsolata e lacrimosa, si rattristava tantissimo. Ma quando pensavo alla potenza divina, mi consolavo di nuovo, poiché sapevo che Dio voleva ciò e che era opportuno che le profezie si avverassero; allora conformavo la mia volontà alla sua; così il mio dolore si fondeva sempre con la gioia». Libro 1, 9

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L’Africa russa vista da Khartoum

di Stefano Caprio Asia News –  30 Aprile 2023

Accordi per una base sul Mar Rosso, forniture di armi a entrambi i contendenti, affari della compagnia Wagner: nella guerra in Sudan Mosca consolida la penetrazione nel continente. Che ha anche il volto del metropolita Leonid, il “cuoco di Kirill”.

In prossimità del disgelo primaverile, e delle fatidiche feste di maggio della Vittoria, l’attesa per la soluzione finale del conflitto in Ucraina sta assumendo sempre più i caratteri del tifo per le grandi competizioni sportive. Offensiva e controffensiva sembrano ormai semifinali e finali di coppa, con trattative di mercato sui nuovi acquisti delle due squadre, missili e carri armati di provenienza dai Paesi dove la guerra è tradizione secolare. E mentre l’ansia dei tifosi si fa sempre più febbrile tra Kiev, Mosca e Bakhmut, ecco che l’attenzione viene distolta da un altro evento di grande portata drammatica, ad altre latitudini, ma sempre relativo agli “sport bellici”: la guerra civile in Sudan, in cui di nuovo imperversa la squadra della Russia, esclusa da tutti i campionati e le Olimpiadi, ma evidentemente in grado di trovarsi da sola tanti campi da gioco sulla scena internazionale.

La nazionale russa della guerra si riproduce nelle tante varianti della compagnia Wagner, la squadra in grado di esibirsi in tutti i continenti, aspirando con il suo cuoco-allenatore Prigožin al titolo di campione del mondo di lotta fraterna tra Oriente e Occidente, ma anche tra nord e sud del mondo. Assemblata con esponenti di tutte le specie criminali, la Wagner si ispira alle mitiche bande dei cosacchi del Don, progenitori di tutti i conflitti dell’Ucraina. In Russia lo sport mercenario ha talmente attecchito, che ogni settimana nasce una nuova Čvk (Častnaja voennaja kompanija, “Compagnia bellica privata”), alcune di formazione regionale o repubblicana, altre finanziate da compagnie statali o private, tanto che la Wagner deve combattere non solo il nemico esterno, ma a volte spara contro gli imitatori, che cercano di sottrarle il predominio territoriale e informativo.

Le prime notizie sulla compagnia Wagner precedono perfino l’inizio del conflitto “ibrido” con l’Ucraina nel 2014; in quello stesso anno era scoppiata anche la seconda guerra civile in Libia, dove i governi e le bande rivali si confrontavano già dalla caduta di Gheddafi nel 2011. I russi videro in questa circostanza un’ottima occasione per inserirsi nei giochi mediterranei, una passione antica delle armate imperiali e bolsceviche, ma anche una grande palestra per addestrare le sue squadre di assalitori, e un buon pretesto per riprendersi almeno in parte quell’Africa tanto cara ai sovietici, e poi finita in pasto ai cinesi.

Nell’ultima settimana la furia dei contendenti nel Sudan ha già provocato mezzo migliaio di morti, terrorizzando la popolazione e le comunità straniere sul territorio, ora in fuga scomposta con ogni mezzo. Tra i generali delle armate regolari sudanesi e le “Forze di supporto rapido” (Rsf) che non vogliono assoggettarsi all’esercito, il banchetto sanguinario sembra proprio l’ideale per le abitudini del cuoco del Cremlino. L’evacuazione dei diplomatici occidentali da Khartoum sta lasciando un vuoto, in cui la Russia si getta con tutta la sua voglia di riempire ogni Paese con le specialità del “mondo russo”, come ha osservato anche il ministro degli esteri finlandese Pekka Haavisto.

Quali sono i veri interessi della Russia in Sudan? Solo due mesi fa, i militari locali hanno acconsentito alla costruzione di una base per la flotta russa nel mar Rosso, snodo cruciale verso tante direzioni, dove accogliere almeno quattro grandi navi da guerra e circa trecento soldati di tutte le armate. Il controllo del canale di Suez, e l’apertura sull’oceano Indiano, lo farebbero diventare in qualche modo un “mar Russo”: non soltanto un’enclave africana, quindi, ma una delle migliori chance per tornare veramente ad essere una superpotenza mondiale. In cambio, i russi si sono impegnati a rifornire il Sudan di armi e di tecnologie militari, come risulta dalle trattative condotte a Mosca da Mohamed Hamdan Dagalo, generale e politico sudanese della tribù Mehriya nel Darfur, vice-presidente del Consiglio Sovrano di Transizione dopo il colpo di Stato del 2019, e membro del Consiglio di sovranità di transizione civile-militare.

Proprio Dagalo guida oggi la contrapposizione delle Forze di supporto rapido all’esercito nazionale, e a ispirarlo era giunto in Sudan il ministro degli esteri Lavrov, ricambiando la visita lo scorso 9 febbraio. Del resto, come afferma il New York Times, il generale era volato a Mosca con un aereo strapieno di lingotti d’oro, accontentando anche la fame di risorse alternative che la Russia prova in questi tempi di sanzioni, e le estrazioni aurifere in Sudan sono un’altra ragione non secondaria per immischiarsi nel conflitto. E proprio qui si staglia molto nettamente la figura di Prigožin.

Il fondatore della Wagner si era già messo d’accordo alcuni anni fa per lo sfruttamento dei giacimenti in Sudan, da affidare alla sua azienda “M Invest”, poi finita sotto le sanzioni americane, ragione per cui le operazioni aurifere sono state prese in carico direttamente dalla Wagner, ufficialmente incaricata della “sorveglianza” dei cantieri. Secondo il politologo e africanista russo Andrej Rudyk, intervistato da Currentime, la visita di Dagalo a Mosca proprio nella fase più violenta del conflitto in Ucraina “dimostra l’ampiezza dei piani militari e para-militari del Cremlino”, che comunque non si limita ad appoggiare le Rsf, ma intrattiene rapporti per forniture militari anche con gli avversari del Consiglio provvisorio guidato da Abdel Fattah Burhan, a cui sono stati consegnati in passato aerei da caccia ed elicotteri. Né gli Usa o la Francia, né altri attori sulla scena internazionale sono in grado di controllare, o tantomeno limitare, il grande mercato bellico della Russia in Sudan, e in diversi altri Paesi africani.

Oltre ai materiali preziosi, la Russia trae vantaggio anche politico, aggiungendo voti favorevoli o neutrali dei Paesi africani alle assemblee dell’Onu, dove attualmente ha la presidenza del Consiglio di Sicurezza, indebolendo così il fronte “occidentale” e dimostrando la centralità di Mosca in una visione del mondo “multipolare”. Inoltre, secondo i dati recenti, il 24% dell’import di cereali e il 20% di idrocarburi dell’intera Africa, la cui popolazione si avvicina progressivamente al miliardo e mezzo di abitanti, viene proprio dalla Federazione russa, a cominciare dall’Algeria, uno dei Paesi più “amichevoli” per il Cremlino. E sullo sfondo, naturalmente, si stagliano le ombre del confronto con il “grande fratello di Pechino”, che ha ereditato buona parte degli affari sovietici nel continente nero.

Infine, l’interesse russo per l’Africa già da un paio d’anni ha assunto anche il carattere solenne e “metafisico” della religione, con l’istituzione dell’Esarcato africano del patriarcato di Mosca, guidato dal metropolita Leonid. Nativo di Stavropol (vicino alle attuali zone di guerra), 55 anni, al secolo Leonid Gorbačev (uno dei pochi a conservare il nome civile nell’ufficio monastico), viene anche chiamato il “patriarca di tutte le Afriche”, assommando all’incarico esarcale anche la diocesi di Klin in provincia di Mosca, dove celebra nella chiesa di Tutti i Santi a Kuliški, sede dell’esarcato africano. Prima della fine dell’Urss ha servito nell’Armata Rossa, congedandosi con il grado di maggiore per poi dedicarsi alla vita ecclesiastica, come accadde a molti soldati sovietici rimasti senza lavoro e senza casa.

Leonid era avvantaggiato da non avere una famiglia a carico, e si dedicò alla fusione spirituale della Chiesa e dell’esercito, diventando uno dei fondatori nel 1997 del Dipartimento sinodale per la collaborazione tra le due istituzioni che custodiscono lo spirito patriottico, in quella che alcuni definiscono la “Ortodossia atomica”. Da allora ha svolto prevalentemente il suo ministero come cappellano e leader spirituale dell’esercito, prima nelle forze di pace dell’Onu in Bosnia-Erzegovina, quindi in varie altre zone, per essere poi nominato capo della missione russa a Gerusalemme, delegato patriarcale per l’Armenia, vescovo russo per l’Argentina e l’America latina e rappresentante della Chiesa russa al Cairo, presso il patriarcato greco di Alessandria, da lui stesso soppiantato oggi come “scismatico” per il suo appoggio all’autocefalia ucraina. Per non farsi mancare nulla, Leonid presiede anche la Commissione patriarcale per il dialogo con la Chiesa malankarese dell’India.

Oggi l’esarcato russo in Africa registra nuove sedi e parrocchie senza interruzione, divise in due grandi diocesi del Nord (31 Stati) e del Sud del continente (23 Stati), con più di un centinaio di sacerdoti africani già inseriti e “rieducati” nelle strutture del patriarcato di Mosca. Le competenze bellico-spirituali di Leonid permettono alla Chiesa di affiatarsi alla perfezione con le tattiche della Wagner, tanto che molti accostano la sua figura a quella dello stesso Prigožin, meritandogli il titolo di “cuoco di Kirill”. Del resto, in Argentina aveva fondato anch’egli una sua compagnia, non militare, ma assistenziale, la “Moral” (Mecenas Orthodoxos Rusos en America Latina), che fu accusata di partecipare a un traffico di stupefacenti quando trovarono una valigia con quasi 400 kg di cocaina alla scuola russa dell’ambasciata di Buenos Aires, dopo di che Leonid fu trasferito ad altra sede.

Ora il finanziamento delle diocesi russo-africane è affidato alle sue iniziative di “mecenate” ortodosso, e come afferma Leonid, al generoso sostegno di “uomini di fede non indifferenti ai destini della Chiesa”, senza che finora sia stato fatto alcun nome ufficiale di questi sponsor. Qualche valigia di lingotti d’oro sudanese può certamente aiutare la conquista militare e pastorale dell’Africa, e attirare l’attenzione di sacerdoti e fedeli africani, e del mondo intero, per l’unica Ortodossia “autentica” universale, il patriarcato del Cremlino.

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I castighi divini sul mondo secondo la Beata Elena Aiello (2° parte)

di Roberto de Mattei

Una rivelazione privata, per essere presa in considerazione da un cattolico, deve avere le seguenti caratteristiche: nulla vi deve essere in essa che si opponga alla fede e alla morale cattolica, ma anche al buon senso cristiano; inoltre, chi riceve la rivelazione deve essere un soggetto realmente virtuoso e sottomesso all’autorità della Chiesa, perché è solo alla Chiesa che spetta pronunciarsi sul carattere soprannaturale di visioni e rivelazioni. Le rivelazioni infine devono essere valutate non per un bene secondario che possono provocare, ma per un bene reale e assoluto, esaminando con diligenza la loro causa finale (A. Oddone, Visioni e apparizioni. Criteri di discernimento, Edizioni La Civiltà Cattolica, Roma 1948).

E’ in questo spirito che propongo la lettura delle rivelazioni ricevute dalla beata Elena Ajello nello spazio di oltre vent’anni, raccolte nel dattiloscritto di cui ho ricevuto copia da mons. Francesco Spadafora nel 1977. Riporto un’ampia parte del messaggio ricevuto il 27 marzo del 1959, Venerdì Santo, perché mi sembra riassumere gli elementi di fondo di queste rivelazioni: l’empietà e la corruzione del mondo; l’annunzio di un terribile castigo che si abbatte sull’umanità; la necessità della preghiera e della penitenza per evitare o mitigare il castigo divino e affrettare l’ora del trionfo del Cuore Immacolato di Maria.

Dice dunque la Madonna a suor Elena. «Le anime si perdono senza numero, guidate da satana vogliono il dominio totale e materiale di tutto il mondo. La Giustizia di Dio passerà sulla terra e la maggior parte dell’umanità sarà giudicata da un Dio sdegnato. Se si prega e si fa penitenza il mio Cuore trionferà e le porte dell’inferno non prevarranno; altrimenti una terribile bufera si scatenerà sul mondo, perché il terrificante flagello è alle porte; le ore delle tenebre si addenseranno sempre di più. Il mondo sarà afflitto da grandi calamità… Il fuoco cadrà dal cielo come fiocchi di neve; verrà una guerra dominata da terrore e morte; il sangue scorrerà a rivi; quanto massacro! I governatori dei popoli hanno raggiunto il limite della loro aberrazione, si credono in possesso della pace, ma la guerra è prossima, il fuoco si accenderà da Est a Ovest; con le loro armi micidiali distruggeranno popoli e nazioni; una buona parte della generazione sarà distrutta; le case, gli alberi saranno bruciati; distruggeranno le cose più care; le Chiese saranno abbattute (…).

“Quando avverrà tutto questo?” “Sono Io (la Madonna) che sto curva sul mondo e trattengo il braccio del mio figlio sdegnato; altrimenti il mondo in parte sarebbe già distrutto. I peccatori rifiutano la mia misericordia, eppure ho dato prove infinite del mio amore. I sacerdoti non predicano più l’Evangelo, sono folli, han perduto lo Spirito divino. Unico mezzo e per placare la giustizia del Padre è la preghiera e la penitenza con il ritorno alla Chiesa… Il mondo intero si consacri al Cuore Immacolato di Maria mediatrice tra gli uomini e Dio”.  (…) Il materialismo avanza su tutte le nazioni e continua la sua marcia segnata di rovina e di morte. (…) Più non esiste la famiglia cristiana; non fanno più nessun mistero, vogliono cacciare Cristo dalle famiglie, dalle scuole, dalle officine, dalla società, dalle coscienze degli uomini (…)».

La Madonna ai piedi della Croce prega per la salvezza del mondo. Gesù risponde: «No mamma, perché i peccatori sono ostinati, nessuno ritorna a Dio; nel mondo vi sarà rovina e morte. Roma sarà punita, l’Italia sarà travagliata e umiliata. La Chiesa sarà perseguitata. Il Cristo in terra dovrà tanto soffrire; a quante rovine andrà incontro! Il gregge sta per disperdersi. Quante anime sacerdotali sono uscite fuori dall’ovile! Pregate incessantemente, perché l’ora è vicina, affinché l’umanità conosca i suoi errori. La Russia sorgerà su tutte le nazioni, specie sull’Italia, e pianterà la bandiera [rossa] sulla cupola di san Pietro: [e la basilica] sarà circondata da leoni tanto feroci! La mia parola è chiara. Il mondo si perde prima di quanto si pensa».

Le parole della Madonna sembrano fotografare la realtà odierna, ma potevano apparire incomprensibili nel clima di euforia progressista degli anni Sessanta del Novecento. Profetico appare anche il riferimento alla Russia, che ricorre con insistenza nelle rivelazioni ricevute dalla beata Elena Aiello.

13 settembre 1959: «La Russia spanderà i suoi errori su tutte le nazioni, specie sull’Italia. L’Italia non sarà salva. Il flagello della guerra è vicino, e l’Italia sarà la prima a essere sommersa dalle forze del male. Quanti peccati pubblici e privati infangano la città santa!».

8 maggio 1960: «La Russia è pronta a scatenare tutte le forze del male e sfogherà tutto il suo furore. Sarà una bufera infernale. La guerra sarà prossima. La Russia si abbatterà su diverse nazioni. Il fuoco comincerà da est a ovest. Anche nel Nord-Africa e poi nel Medio Oriente vi saranno molte rivoluzioni. Il sangue scorrerà a rivi. Il tempo non è lontano. I sacerdoti saranno perseguitati; le chiese saranno profanate, specie nella città santa. Pregate perché il Papa non cada in mano ai russi».

16 luglio 1960: «Se non si prega, l’Italia sarà peggiore della Russia. Verrà la persecuzione per la Chiesa. Quanti sacerdoti moriranno martiri. La Russia tenta di invadere la Città Santa, sede del vicario di Cristo, profanata da questi mostri infernali».

22 agosto 1960: «L’ora terribile avanza sul mondo. Diverse nazioni saranno colpite, specie l’Italia, con rivoluzioni sanguinose. La Russia ha preparato le armi segrete contro l’America, contro la Francia e contro la Germania. La guerra è prossima. Il Reno della Svizzera sarà pieno di cadaveri e di sangue. Il Papa dovrà tanto soffrire. Il leone ruggente avanzerà sulla cattedra di Pietro, per diffondere i suoi errori. Il fiele della Russia avvelenerà tutte le nazioni, specie l’Italia. Pregate molto e fate pregare specialmente nei mesi di ottobre e novembre e non pensate che siano vane parole-sono gravi rivelazioni”. Quando avverrà tutto questo?” “Il tempo non è lontano e tutto si avvererà”».

Così si conclude il dattiloscritto, contenente le rivelazioni di Gesù e della Madonna alla Beata Elena Aiello. Questi messaggi vanno naturalmente letti ricordando che i tempi della Divina Provvidenza sono diversi da quelli degli uomini e che le preghiere possono ritardare o attenuare i castighi. Dio non ha fretta (Sap. 12, 1-10): aspetta che si compiano i tempi e conduce infallibilmente a termine i suoi disegni (Is. 46, 11).

Il continuo riferimento alla Russia conferma la profezia di Fatima, secondo cui «la Russia diffonderà i suoi errori nel mondo, provocando guerre e persecuzioni alla Chiesa». Se qualcuno obietterà che la Russia comunista oggi non esiste più, rispondiamo che né la Russia né l’Occidente si sono convertiti alla vera fede e che i peccati pubblici del mondo, da Est ad Ovest del pianeta, sono aumentati in misura esponenziale. Come immaginare che il castigo annunziato da Dio sia stato rimosso? E se il castigo ancora incombe sul mondo, a causa dei suoi peccati, perché Dio, che è immutabile nei suoi disegni, dovrebbe modificare ciò che, attraverso la Madonna, aveva annunciato a Fatima, e cioè che la Russia sarebbe stata lo strumento del suo castigo? I fatti sono sotto i nostri occhi. La Russia, il 22 febbraio 2022 ha invaso l’Ucraina e minaccia l’uso di armi nucleari e di missili ipersonici, capaci di volare a una velocità cinque volte superiore a quella del suono. Il rischio di un’ecatombe incombe sull’umanità in maniera ben più grave di sessant’anni fa.

Due spaventose guerre hanno devastato il secolo XX. Siamo alla vigilia di una nuova conflagrazione mondiale? E come e quando la Russia si convertirà alla vera fede, realizzando la profezia di Fatima che annuncia, al termine della catastrofe, il trionfo del suo Cuore Immacolato? Solo Dio conosce il futuro, ma i messaggi della beata Elena Aiello possono essere per noi una fonte di riflessione e di preghiera.

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CHIESA CATTOLICA | CR 1791

I castighi divini sul mondo secondo la Beata Elena Aiello (1° parte)

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 19 Aprile 2023 ore 15:03

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana

Nel 1977 mons. Francesco Spadafora (1913-1997), un eminente biblista, allora docente alla Pontificia Università Lateranense, mi consegnò un dattiloscritto di 42 pagine contenente le “Rivelazioni di Gesù e della Madonna alla Madre Generale Suor Elena Aiello, fondatrice delle suore minime della Passione di N.S.G.C”, ricevute da questa suora tra il 15 aprile 1938 e il 22 agosto 1960. Mons. Spadafora, era stato vicino alla veggente, per oltre venticinque anni, assistendola in punto di morte e le aveva dedicato un libro dal titolo Suor Elena Aiello ‘a monaca santa (Città nuova, Roma 1964). Pubblicai una parte di queste rivelazioni private, in un articolo dal titolo Castighi divini sull’Italia e sul mondo, che apparve il 30 gennaio 1978, sul numero 33 dellarivista Cristianità.  Padre Livio Fanzaga ha ripubblicato e commentato questo testo a Radio Maria il 23 febbraio 2022 (https://www.youtube.com/watch?v=x5liFDdU9F0). Anche il mensile Catolicismo, pubblicato a San Paolo del Brasile, ha dedicato recentemente alle visioni di suor Elena Aiello un articolo di Luis Dufaur (Mensagens para um mundo em conflagração, in Catolicismo, n. 866, febbraio 2023, pp. 26-35).

Suor Elena Aiello, nacque a Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza, il 10 aprile 1895. La sua vita si intreccia con quella della congregazione religiosa da lei fondata nel 1928, allo scopo di raccogliere ed educare cristianamente le bambine abbandonate: le Suore Minime della Passione di N.S. Gesù Cristo, sulla scia spirituale di san Francesco di Paola, il santo taumaturgo calabrese nato a pochi chilometri dal paesino natale di suor Elena.

Il 2 gennaio 1948, vent’anni dopo la fondazione, la congregazione ottenne l’approvazione ecclesiastica. Incontrando il papa Pio XII, durante il Giubileo del 1950, suor Elena gli chiese se ritenesse che questa opera fosse secondo il cuore della Chiesa. Il Sommo pontefice le rispose: «La sua opera non finirà perché è fondata sulla Provvidenza». Suor Elena Aiello morì a Roma il 19 giugno 1961. Giovanni Paolo II l’ha dichiarata venerabile il 22 gennaio 1991 e Benedetto XVI l’ha promulga beata il 14 settembre 2011. Il decreto di beatificazione ricorda che Elena Aiello amò profondamente il Santo Padre e la Chiesa. Anima eminentemente eucaristica, soleva dire: «L’Eucarestia è l’alimento essenziale della mia vita, il respiro profondo della mia anima, il Sacramento che dà senso alla mia vita, a tutte le azioni della giornata». Il suo carisma si trova sintetizzato nella frase che Ella ripeteva quasi in maniera di litania: «non c’è amore senza sofferenza».

Dal 2 marzo 1923 fino alla morte, ogni venerdì di quaresima, in particolare ogni Venerdì Santo, suor Elena riviveva la passione di Nostro Signore, con sofferenze, sudore di sangue, visioni, rivelazioni. Il tema ricorrente di queste rivelazioni è l’annuncio di un castigo divino sull’umanità immersa nel peccato. Il 16 marzo 1951 Gesù le dice: «Gli uomini hanno scagliato contro Dio un uragano di odio. Il mio Cuore sanguina, perché gli uomini mi oltraggiano. Ovunque cerco il peccatore: Essi sono accecati dal peccato. Il mondo vive fuori del cristianesimo. (…) Il flagello è vicino; è grande il castigo; troppi sono i delitti; tremendi sono i pericoli che minacciano l’umanità: la guerra con le sue spaventevoli armi porterà rovina e morte per ogni singolo popolo. Aiutami a soffrire… devi essere la vittima per il mondo dissoluto».

Il destino della Chiesa e della città di Roma è al centro delle rivelazioni della veggente. Il 7 agosto 1954, la Madonna le dice: «Roma sarà molto travagliata, perché è macchiata di peccati molto gravi. Il fango del peccato è arrivato al colmo e [Roma] è resa una scena di delitti e di mercenari. Roma deve molto soffrire, perché è la città santa profanata e perciò sarà travagliata, ma non distrutta, dal flagello della guerra. Non permetto mai che la sede del vicario di Cristo sia in battaglia: starò curva con te mie braccia in segno di protezione; e tutti lo dovranno riconoscere negli avvenimenti che si presenteranno. Compirò la mia opera. Mentre in ogni città, in ogni luogo, pochi resteranno salvi, perché il flagello della guerra è vicino».

Il 4 marzo 1955 la Madonna rivela: «La Chiesa sarà molto travagliata: una terza parte degli uomini si salverà: il flagello della guerra è vicino: il tempo non è lontano e il mondo diventerà un vulcano di fuoco e un torrente di sangue». L’8 aprile 1955: «Guarda: gli angeli, con in mano recipienti pieni di fuoco, sono come tante fiaccole. Ogni due angeli porteranno queste fiaccole (erano come tanti tronchi d’albero). Servono per rovesciarle sul mondo. Il castigo sarà spaventoso. Scenderanno sul mondo; come tante saette di fuoco, buttate dagli angeli sulla terra. Il fuoco cadrà a pezzi. Un solo colpo, però, non cagiona la morte di tutti. Gli uomini saranno puniti secondo i debiti contratti con la giustizia divina».

Le assonanze con il messaggio di Fatima sono impressionanti. Il 7 ottobre 1956 suor Elena riporta: «La Russia spanderà i suoi errori su tutto il mondo, con persecuzioni contro la Chiesa, i sacerdoti e contro il Cristo in terra muoverà tremende rivoluzioni; la tragedia sarà terrificante, gli uomini saranno annientati (…) Verrà una guerra mai vista; tutte le nazioni scenderanno in campo di battaglia! ». E il 5 aprile 1957: «La Russia scaglierà tutte le forze del male su tutte le nazioni; la parte migliore dei ministri di Dio passerà per la purificazione come il più grande flagello mai visto nella storia del mondo».

La salvezza del mondo sta nel Cuore Immacolato di Maria. Il 22 agosto 1957 la Madonna afferma: «Per salvare le anime dall’inferno, si deve diffondere la mia devozione al Cuore Immacolato di Maria, mediatrice fra gli uomini e Dio, con la consacrazione delle famiglie al mio Cuore e a quello di Gesù». E l’8 dicembre dello stesso anno: «Bisogna formare una legione di anime, un apostolato al Cuore Immacolato di Maria, mediatrice e regina dell’universo».

L’11 febbraio 1958, la Madonna ribadisce: «Il mondo cristiano è in pericolo, perché è minacciato dal materialismo: il fango dei peccati, specie nella Città Eterna è arrivato al colmo. (…) Il mio Figlio, Pastore Angelico, dovrà tanto soffrire in questi giorni; e saranno agonie di morte…Bisogna che si facciano tanti atti di fede, pieni di fervore, per essere pronti all’attacco, per difendere i diritti del Cuore Immacolato di Maria mediatrice tra gli uomini e Dio, perché la mia ora è prossima».

Le profezie di suor Elena Aiello si diffusero soprattutto dopo la sua morte, ma non furono prese in considerazione, per il loro carattere apocalittico, mal tollerato dall’ottimismo di quegli anni.  L’11 ottobre 1962 nella celebre allocuzione Gaudet mater ecclesia con cui apriva il Concilio Vaticano II, papa Giovanni XXIII condannava i «profeti di sventura». E“profezie di sventura”dovevano apparire quelle di suor Elena Aiello nell’epoca del dialogo, della distensione e della Pacem in terris. Oggi il clima è cambiato, ma la possibilità di un castigo divino continua ad essere rimossa dalle menti degli uomini. Una delle più fragili ragioni che possono essere addotte per rifiutare gli avvisi della beata Aiello è che sono passati sessant’anni dalla sua morte e le sue profezie, che non si sono realizzate, appartengono ormai al passato. Si dimentica però che i tempi degli uomini sono diversi da quelli di Dio, che tutto misura alla luce dell’eternità. Quando un castigo annunciato dal Signore ritarda non significa che non verrà, ma che sarà tanto più pesante quanto maggiore è il ritardo. La durezza del castigo è infatti in proporzione della gravità del peccato, ma anche della lunghezza del tempo che Dio concede per convertirsi. Il tempo viene concesso agli uomini per pentirsi e se questo non avviene alla Misericordia si sostituisce la Giustizia divina.

Gli scettici scrolleranno le spalle, ma la Chiesa ha beatificato la veggente calabrese, senza trovare nulla di riprovevole nei suoi scritti. Nessuno ha l’obbligo di credere alle rivelazioni della beata Elena Aiello, ma il cattolico prudente applica il suo discernimento a ogni voce che potrebbe venire dal Cielo, perché di queste voci la Divina Provvidenza si serve per orientare le anime nei tempi più oscuri della storia. (Continua)

Il Papa difende san Giovanni Paolo II “oggetto di illazioni offensive e infondate”

Dopo il Regina Caeli Francesco ha parlato del predecessore dicendosi “certo di interpretare i sentimenti dei fedeli di tutto il mondo” e rivolgendo “un pensiero grato” alla sua memoria

VATICAN NEWS-16 Aprile 2023

Dopo la recita del Regina Caeli, Papa Francesco ha difeso il predecessore san Giovanni Paolo II, la cui figura negli ultimi giorni è stata al centro di accuse infamanti legate al caso Orlandi, mosse sulla base di anonimi “si dice”, senza testimonianze o indizi. Accuse che il Pontefice ha definito “illazioni offensive e infondate”

Accuse assurde e infamanti

Ecco le parole di Francesco, che dopo aver salutato i gruppi della Divina Misericordia presenti in piazza San Pietro ha aggiunto: “Certo di interpretare i sentimenti dei fedeli di tutto il mondo, rivolgo un pensiero grato alla memoria di san Giovanni Paolo II, in questi giorni oggetto di illazioni offensive e infondate”.

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Accuse assurde e infamanti

A proposito delle presunte rivelazioni su Papa Wojtyla e il caso Orlandi

ANDREA TORNIELLI- Vatican  News  14 Aprile 2023

Pensate che cosa sarebbe accaduto se qualcuno fosse andato in televisione ad affermare, sulla base di un “sentito dire” proveniente da una fonte anonima e senza lo straccio di un riscontro o testimonianza anche soltanto di terza mano, che vostro padre o vostro nonno di notte usciva di casa e insieme a qualche “compagno di merende” andava in giro a molestare ragazze minorenni. E immaginate che cosa sarebbe successo se il vostro parente, ormai defunto, fosse universalmente conosciuto e da tutti stimato, a motivo di qualche importante ruolo ricoperto. Non avremmo forse letto commenti ed editoriali indignati per il modo inqualificabile con cui è stata lesa la buona fama di questo grande uomo, amato da tanti?

È accaduto davvero, purtroppo, con san Giovanni Paolo II, Pontefice della Chiesa cattolica dal 16 ottobre 1978 al 2 aprile 2005. L’accusa è stata lanciata da Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, la ragazza scomparsa nel centro di Roma in un pomeriggio di giugno del 1983. Pietro, in presenza del suo avvocato Laura Sgrò che annuiva, ha raccontato nel corso della trasmissione Di martedì condotta su La7 in prima serata da Giovanni Floris, che papa Wojtyla la notte usciva in compagnia di qualche monsignore per andare a cercare ragazzine. Il tutto è stato presentato come indiscrezione credibile, accompagnata da qualche sorrisino ammiccante, come si si parlasse di un segreto di Pulcinella. Prove? Nessuna. Indizi? Men che meno. Testimonianze almeno di seconda o terza mano? Neanche l’ombra. Solo anonime accuse infamanti.

Parole che Pietro Orlandi ha accompagnato all’audio attribuito ad un sedicente membro della Banda della Magliana il quale asserisce – anche lui senza prove, indizi, testimonianze, riscontri o circostanze – che Giovanni Paolo II “pure insieme se le portava in Vaticano quelle”, intendendo Emanuela e altre ragazze: per porre fine a questa “schifezza” il segretario di Stato di allora si sarebbe rivolto alla criminalità organizzata per risolvere il problema. Una follia. E non lo diciamo perché Karol Wojtyla è santo o perché è stato Papa.

Anche se questo massacro mediatico intristisce e sgomenta ferendo il cuore di milioni di credenti e non credenti, la diffamazione va denunciata perché è indegno di un Paese civile trattare in questo modo qualunque persona, viva o morta, che sia chierico o laico, Papa, metalmeccanico o giovane disoccupato. È giusto che tutti rispondano degli eventuali reati, se ne hanno commessi, senza impunità alcuna o privilegi.

È sacrosanto che si indaghi a 360 gradi per cercare la verità sulla scomparsa di Emanuela. Ma nessuno merita di essere diffamato in questo modo, senza neanche uno straccio di indizio, sulla base dei “si dice” di qualche sconosciuto personaggio del sottobosco criminale o di qualche squallido anonimo commento propalato in diretta Tv.

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