"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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CURIOSITA’ MILITARI

Cari amici,

per impedire l’installazione di missili atomici in Europa la Russia aveva programmato per il 1984 un attacco nucleare all’Europa, che però non fu fatto per una catena di esplosioni che, a partire dal 13 Maggio 1984) colpì la base militare da cui i missili dovevano essere lanciati (PL)

Il disastro di Severomorsk, l’esplosione del deposito missili della Flotta del Nord

Il disastro di Severomorsk è il nome con cui è conosciuta una terrificante catena di esplosioni avvenuta nel maggio 1984 presso un deposito di munizioni della base navale di Severomorsk, sede della Flotta del Nord sovietica.

Si trattò di una vera e propria apocalisse, che provocò la morte di centinaia di persone, oltre alla distruzione di 900 missili. Fortunatamente, non rimasero coinvolti sottomarini nucleari (presenti nella zona) o munizioni atomiche.

La città chiusa di Severomorsk e il deposito di Okolnaya

Severomorsk è una città russa situata sopra il circolo polare artico. Si trova nella Penisola di Kola, un’area piena di basi militari della Flotta russa del Nord. Questa flotta, per la cronaca, ha il suo comando proprio a Severomorsk. All’epoca dei fatti aveva 55.00 abitanti.

Storicamente, è stata una città militare fin dagli anni venti. Il suo status è abbastanza particolare: si tratta infatti, di una ZATO, ovvero quella che noi occidentali definiamo “città chiusa”. In breve, si tratta di località nelle quali, per tutta una serie di ragioni (economiche, strategiche, militari, ecc.), l’accesso agli “esterni” è strettamente regolamentato. Comunque, ne ho parlato in un altro articolo del blog, a cui rimando chi volesse approfondire.

Severomorsk ha sempre ospitato parecchie navi militari, ed i relativi depositi. Ovviamente non in città, ma nei dintorni.

Il protagonista della nostra storia è il deposito di Okolnaya, che si trova a nord est della città, a pochi chilometri di distanza. Ancora oggi, se osservate la località dal satellite, potete vedere una serie di strutture. Bene, sono esattamente quello che sembrano: bunker per ospitare munizioni e missili.

Il deposito è usato ancora oggi, ed ospita una cinquantina di bunker.

Il disastro di Severomorsk

I primi incendi

Tutto iniziò il 13 maggio 1984, quando scoppiò un incendio in uno dei bunker dell’enorme deposito. Non sono chiare le cause dell’incendio. L’ipotesi più accreditata, comunque, è che sia stato causato dal fatto che le munizioni erano state stoccate in modo inappropriato, anche se una versione ufficiale parla di una persona vista a fumare “dove non avrebbe dovuto”.

A quanto sembra, la popolazione nemmeno si accorse di quello che stava accadendo, tanto che quelle giornate vengono riportate come abbastanza tranquille. Probabilmente le fiamme erano all’interno, e gli unici a conoscenza della cosa erano i militari e le squadre di soccorso che tentavano di gestire l’emergenza.

L’incendio quindi andò avanti diversi giorni, fino al fatidico 17 maggio.

L’esplosione del 17 maggio

Il 17 maggio era stata una tranquilla giornata di primavera, almeno fino alle 18:15, quando venne avvistato del fumo in direzione del deposito. Nessuno però si preoccupò troppo, almeno fino alle 18:35: a quel punto, alcuni missili (privi di testata) iniziarono a prendere il volo in fiamme, seguendo traiettorie strane e ricadendo a vari chilometri. Inizialmente, la popolazione pensò ad un’esercitazione.

La situazione precipitò definitivamente alle 18:43, quando si verificò la prima esplosione in un deposito con circa 500 testate di missili antiaerei. Le detonazioni andarono avanti per un’ora e mezza, con effetti catastrofici.

Colonne di fumo alte centinaia di metri che ricordavano un’esplosione nucleare, civili terrorizzati che scappavano da tutte le parti convinti di trovarsi di fronte ad un disastro atomico, macchine che sfrecciavano per le strade (con i relativi incidenti). Gli stessi edifici rimasero danneggiati, con le porte che sbattevano ed i vetri delle finestre in frantumi.

Il deposito in fiamme, ai testimoni, ricordò un vulcano in eruzione (Okolnaya è in cima ad un rilievo).

Oltretutto, la rada era piena di navi militari, cariche di missili. Subito, tutte le unità iniziarono ad allontanarsi dalla città, chi con propulsione propria chi grazie ai rimorchiatori. L’unica nave rimasta in rada fu il grande incrociatore lanciamissili Kirov, insieme con alcuni sottomarini nucleari. Fortunatamente, nessuno dei missili vaganti colpì le navi.

Insomma, uno dei più gravi incidenti di questo tipo mai accaduti nella storia.

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L’ARMAGEDDON

Questa guerra finisce con il fungo atomico? Lo storico Timothy Snyder dice di no

PAOLA PEDUZZI  08 OTT 2022 – Il Foglio

Secondo lo storico americano questa battaglia probabilmente non finirà come temiamo per ragioni storiche e contingenti

 Così Putin sta manipolando (anche) il nostro istinto di sopravvivenza

Milano. Vladimir Putin “non scherza quando parla dell’utilizzo di armi nucleari tattiche o di armi biologiche e chimiche”, ha detto il presidente americano Joe Biden: “Non eravamo mai stati tanto vicini alla prospettiva di un Armageddon dalla crisi dei missili a Cuba con Kennedy”. Il presidente americano è sicuro che non ci sia la possibilità di un utilizzo chirurgico di armi nucleari, che una volta che vengono utilizzate ogni cosa va fuori controllo, “non vedo uno scenario in cui si usano con leggerezza le armi tattiche e non si finisce con un Armageddon”.

Volodymyr Zelensky, presidente ucraino, insiste sul pericolo nucleare (anche perché l’Ucraina viene minacciata da molto tempo) e aggiunge: “Cosa dovrebbe fare la Nato? Eliminare la possibilità che la Russia usi le armi nucleari. Mi rivolgo ancora una volta alla comunità internazionale, come facevo prima del 24 febbraio: servono degli attacchi preventivi in modo che i russi sappiano che cosa accadrà, non deve andare al contrario, cioè aspettare gli attacchi nucleari russi” e poi reagire. La reazione a entrambe le dichiarazioni è stata: Biden e Zelensky ci stanno portando alla guerra nucleare. E’ invero per tanti molto facile, in questa guerra, ribaltare il rapporto causa-effetto, così come quello tra aggressore e aggredito: è Putin che ha detto “non sto bluffando” quando ha parlato dell’utilizzo di armi nucleari ed è sempre Putin che impone la necessità di un piano di difesa. Ma ora che c’è il pericolo del passaggio da una guerra convenzionale a una nucleare è tornato forte il ritornello della “provocazione” – in sostanza: se Putin si sente provocato reagisce male – con in più il carico non secondario della paura del fungo atomico: la strategia del “non sto bluffando” e quella della deterrenza si alimentano, mischiandosi anche alla crisi energetica e all’inverno del grande scontento in arrivo. I commentatori e gli analisti si interrogano su quel che può succedere, esattamente come accadeva prima dell’inizio della guerra convenzionale (che doveva essere un blitz tra l’altro), ma con un pericolo enormemente più grande.     

Timothy Snyder è uno storico americano specializzato nella storia dell’Europa centrale, autore di saggi imprescindibili come “On Tyranny”, appena aggiornato con venti lezioni sull’Ucraina, che qualche giorno fa ha pubblicato sul suo account Substack un’analisi dal titolo: “Come finisce la guerra russo-ucraina?”, la domanda suprema, alla quale dà una risposta complessa e articolata  riassumibile in: non finisce con il fungo atomico. Snyder parte da alcuni assunti comunemente dati per veri e li ribalta: è il suo modo di interpretare la storia e il presente, come mostra nel suo ciclo di lezioni sulla “Nascita dell’Ucraina moderna” a Yale, disponibile su YouTube e patrimonio inestimabile di conoscenza.  Snyder dice che abbiamo una certa difficoltà a vedere come l’Ucraina possa vincere, pure se è chiara la sua avanzata, perché “il nostro immaginario è intrappolato in un’unica ed eppure improbabile variante di come finiscono le guerre: con una detonazione nucleare. Siamo immersi in questo scenario perché ci sembra che manchino altre varianti e perché questa ha proprio l’aria di una fine”. 

Secondo Snyder questa guerra probabilmente non finirà come temiamo per ragioni storiche e contingenti. La ragione storica: “Nazioni con armi nucleari si combattono tra loro e perdono dal 1945, senza usarle. Potenze nucleari hanno perso guerre umilianti in posti come il Vietnam e l’Afghanistan e non hanno usato armi nucleari”. E allora perché questa accelerazione? Putin sta perdendo la guerra convenzionale che ha iniziato, spera che l’evocazione atomica rallenti le forniture d’armi degli alleati dell’Ucraina dandogli il tempo di far arrivare le sue truppe sul campo e rallentare l’avanzata ucraina: “Forse sbaglia nel pensare che questa strategia funzioni, ma l’escalation retorica è una delle poche cose che gli sono rimaste”, scrive Snyder. Ma, ed è questo il punto centrale secondo lo storico, assecondare il ricatto nucleare non porrà fine alla guerra convenzionale “e renderà l’opzione nucleare più probabile”: non soltanto il ricattatore penserà di poter insistere, “perché funziona”, ma alimenterà anche le ambizioni nucleari di altri dittatori e lo standard diventerà il conflitto nucleare, o quantomeno la proliferazione di armi nucleari.

Ci sono poi le ragioni contingenti. Snyder ne elenca alcune: quando il leader ceceno Kadyrov dice che bisogna passare al nucleare  intende l’utilizzo in Ucraina, che è il posto in cui sta mandando persino i propri figli a combattere: “Perché possano venire contaminati dalle armi nucleari?”, chiede Snyder. Allo stesso modo, la mobilitazione di Putin non sta andando bene ma gli uomini russi arrivano e arriveranno: non hanno l’equipaggiamento per una guerra convenzionale, figurarsi se ce l’hanno per le radiazioni atomiche: “Putin prende il rischio politico di una mobilitazione su larga scala per inviare truppe in Ucraina e poi lancia armi nucleari lì vicino?”. E ancora: Mosca annette dei territori ucraini, dice che saranno russi per sempre, e poi manda armi nucleari lì vicino? “Non è impossibile”, scrive Snyder, “ma è molto improbabile”. Pure se accadesse, “la guerra non finirebbe, non con una vittoria russa almeno”. C’è poi da considerare il fatto che l’esercito ucraino ha mostrato una grande abilità nell’individuare e colpire le posizioni e gli armamenti russi: è molto rischioso muovere le armi nucleari vicino a un campo di battaglia che non si controlla del tutto.

Secondo lo storico americano, è necessario uscire dalla trappola di: “Putin è con le spalle al muro, cosa farà?”, per due ragioni: il presidente russo ha già subìto molte umiliazioni in questo conflitto, se la sua reazione all’umiliazione fosse l’arma atomica probabilmente l’avrebbe già usata. E le truppe russe non sono contro un muro, sono al sicuro se si ritirano, il muro ce l’hanno semmai davanti a loro. Il problema di Putin è la credibilità e la sua forza dentro al Cremlino e alla Russia e ancora di più la possibilità di controllare gli uomini armati. “La guerra è una forma della politica e il regime russo è alterato dalla possibilità della sconfitta”, scrive Snyder e quando la resa dei conti ci sarà, non avrà molto senso avere tutti i soldati russi a disposizione in Ucraina e non vicino a dove  lo scontro avviene. Ancor meno ha senso averli contaminati dalle radiazioni

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Biden: «Putin non scherza, rischio apocalisse».

Le notizie di venerdì 7 ottobre, in diretta. Il presidente Usa e il rischio nucleare: Putin non scherza e c’è il rischio di un’apocalisse nucleare. Il vice capo della regione annessa di Kherson ha criticato pubblicamente ministri e generali russi per le sconfitte sul campo. Continua l’avanzata ucraina nella regione di Kherson, a Sud, e nell’Est del Paese

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• La guerra in Ucraina è arrivata al 226esimo giorno.

Ore 02:55 – L’allarme di Biden: rischio di un Armageddon nucleare

Joe Biden dice di «conoscere bene Putin». Il leader russo «non sta bluffando, c’è davvero il rischio di un’Armageddon nucleare». Ieri sera, giovedì 6 ottobre, il presidente americano parlava in evento per la raccolta fondi ospitato a New York da James Murdoch, il figlio, evidentemente dissidente, del conservatore Rupert Murdoch. Finora la Casa Bianca e il Pentagono avevano mantenuto una linea di prudenza: non si può escludere che Putin possa ricorrere alle armi tattiche nucleari, ma finora non ci sono segnali concreti di allarme. Biden, invece, è stato netto: «Per la prima volta dalla crisi dei missili Cubani (1962 ndr), dobbiamo fronteggiare la minaccia di un’atomica, specie se le cose proseguiranno nella direzione in cui stiamo andando». E ancora: «Stiamo cercando di capire che cosa ha in serbo Putin? Se troverà una via d’uscita? Come reagirà quando capirà di aver perso non solo la faccia, ma anche il potere? Abbiamo a che fare con un tizio che conosco decisamente bene. Non scherza quando parla di un potenziale uso delle armi tattiche nucleari o di armi chimiche o biologiche, perché il suo esercito si sta comportando molto male. E non che penso che ci sia la capacità di usare un’arma tattica atomica, senza finire in un’Armageddon». Il presidente evoca il duello finale tra il «bene e il male» il giorno prima del Giudizio, descritto nel Nuovo Testamento. Il suo discorso viene diffuso a tarda sera a Washington. Oggi vedremo se i portavoce della Casa Bianca proveranno, come è accaduto spesso dall’inizio della guerra, a stemperare, a «contestualizzare» le frasi del presidente.

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Beata Vergine Maria del Rosari

SANTO DEL GIORNO

07-10-2022 – Ermes Dovico – La Nuova Bussola

Il 7 ottobre 1571, nelle acque greche di Lepanto, la flotta musulmana dell’Impero Ottomano si scontrò con la flotta cristiana della Lega Santa. Prima della battaglia, i cristiani recitarono il Rosario e chiesero l’intercessione di Maria…

Il 7 ottobre 1571, nelle acque greche di Lepanto, la flotta musulmana dell’Impero Ottomano si scontrò con la flotta cristiana della Lega Santa, che riuniva le repubbliche di Venezia e Genova, lo Stato Pontificio, l’Impero spagnolo, i maggiori ducati italiani e i Cavalieri di Malta. Lo stendardo della Lega Santa, benedetto prima della partenza da san Pio V, raffigurava il Crocifisso tra gli apostoli Pietro e Paolo, sormontato dal motto In hoc signo vinces. Fu l’unico simbolo a sventolare nello schieramento cristiano, assieme a un’immagine della Madonna con la scritta Sancta Maria succurre miseris, mentre il vessillo della flotta turca riportava migliaia di volte il nome di Allah. Prima della battaglia, i cristiani recitarono il Rosario e chiesero l’intercessione di Maria.

Quel 7 ottobre segnò la prima grande vittoria di un’armata cristiana dell’Europa – allora consapevole delle proprie radici e della necessità di difenderle – contro l’Impero ottomano e il suo espansionismo che aveva già islamizzato molti territori. I messaggeri informarono Roma solo 23 giorni dopo, ma il giorno stesso della battaglia san Pio V aveva avuto una visione e ordinato: «Sono le 12, suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto per intercessione della Vergine Santissima». Così nacque la festa di Santa Maria della Vittoria, chiamata poi Madonna del Rosario, fino alla denominazione attuale che nasce dalla riforma del calendario del 1969. Nel 1883, intanto, Leone XIII aveva «consacrato e dedicato alla celeste Vergine del Rosario» tutto ottobre, incoraggiando la recita quotidiana dell’orazione per l’intero mese.

Il Rosario aveva conosciuto uno straordinario impulso già nel XIII secolo grazie ai domenicani (san Domenico, che aveva pregato per capire come sconfiggere l’eresia catara, vide la Vergine che gli consegnava la coroncina) e alle varie confraternite nate proprio con lo scopo di diffondere questa preghiera, che pure nei secoli precedenti stava pian piano prendendo forma. Le apparizioni di Fatima hanno poi fatto aumentare la consapevolezza sull’importanza del Rosario nel disegno salvifico di Dio, come arma contro Satana. La Madonna ne raccomandò ai pastorelli la recita quotidiana già nella prima apparizione del 13 maggio 1917, «per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra».

Suor Lucia ne spiegò ulteriormente la potenza in un’intervista con padre Fuentes: «La Santissima Vergine ha voluto dare, in questi ultimi tempi in cui viviamo, una nuova efficacia alla recita del Santo Rosario. Ella ha talmente rinforzato la sua efficacia che non esiste problema, per quanto difficile, di natura materiale o specialmente spirituale, nella vita privata di ognuno di noi o in quella delle nostre famiglie, delle famiglie di tutto il mondo, delle comunità religiose o addirittura nella vita dei popoli e delle nazioni, che non possa essere risolto dalla preghiera del Santo Rosario. Non c’è problema, vi dico, per quanto difficile, che non possa essere risolto dalla recita del Santo Rosario. Con il Santo Rosario ci salveremo, ci santificheremo, consoleremo Nostro Signore e otterremo la salvezza di molte anime».

Per saperne di più:

Il Santo Rosario. La preghiera che Maria desidera, di padre Livio Fanzaga con Saverio Gaeta

Il segreto ammirabile del Santo Rosario, di san Luigi Maria Grignion di Montfort

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Il Papa: Putin fermi la guerra. Zelensky sia aperto a serie proposte di pace

Francesco preoccupato per la minaccia nucleare e l’escalation militare del conflitto in Ucraina dedica l’intero Angelus a un forte appello per chiedere il cessate il fuoco. Deplora le annessioni, raccomanda il rispetto dell’integrità territoriale di ogni Paese e dei diritti delle minoranze. Il dolore per le migliaia di vittime, “in particolare tra i bambini”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

La guerra in Ucraina è diventata una minaccia per il mondo intero e Papa Francesco, preoccupato per l’aumentare delle vittime, per l’escalation e il rischio nucleare, dedica il tempo normalmente usato per commentare il Vangelo del giorno al tema del conflitto, come già fece per la drammatica situazione in Siria durante l’Angelus del 1° settembre 2013. Rivolgendo un appello diretto al presidente russo Vladimir Putin affinché fermi questa spirale di violenza e morte, e al presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, perché sia aperto a “serie proposte di pace”. Francesco ha anche deplorato gli ultimi sviluppi, vale a dire l’annessione delle quattro regioni ucraine – Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson – parzialmente occupate dopo l’invasione del 24 febbraio. Il Papa ha anche chiesto il rispetto della sovranità e integrità territoriale di ogni Paese, come pure dei diritti delle minoranze.

L’andamento della guerra in Ucraina è diventato talmente grave, devastante e minaccioso, da suscitare grande preoccupazione. Per questo oggi vorrei dedicarvi l’intera riflessione prima dell’Angelus. Infatti, questa terribile e inconcepibile ferita dell’umanità, anziché rimarginarsi, continua a sanguinare sempre di più, rischiando di allargarsi

“Mi affliggono – ha aggiunto il Pontefice – i fiumi di sangue e di lacrime versati in questi mesi. Mi addolorano le migliaia di vittime, in particolare tra i bambini, e le tante distruzioni, che hanno lasciato senza casa molte persone e famiglie e minacciano con il freddo e la fame vasti territori. Certe azioni non possono mai essere giustificate, mai!”

È angosciante che il mondo stia imparando la geografia dell’Ucraina attraverso nomi come Bucha, Irpin, Mariupol, Izium, Zaporizhzhia e altre località, che sono diventate luoghi di sofferenze e paure indescrivibili. E che dire del fatto che l’umanità si trova nuovamente davanti alla minaccia atomica? È assurdo…

Tacciano le armi 

“Che cosa deve ancora succedere? – si è chiesto Francesco – Quanto sangue deve ancora scorrere perché capiamo che la guerra non è mai una soluzione, ma solo una distruzione?”

In nome di Dio e in nome del senso di umanità che alberga in ogni cuore, rinnovo il mio appello affinché si giunga subito al cessate-il-fuoco. Tacciano le armi e si cerchino le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste, stabili. E tali saranno se fondate sul rispetto del sacrosanto valore della vita umana, nonché della sovranità e dell’integrità territoriale di ogni Paese, come pure dei diritti delle minoranze e delle legittime preoccupazioni

Il rischio di un’escalation nucleare 

“Deploro vivamente – ha aggiunto il Papa – la grave situazione creatasi negli ultimi giorni, con ulteriori azioni contrarie ai principi del diritto internazionale. Essa, infatti, aumenta il rischio di un’escalation nucleare, fino a far temere conseguenze incontrollabili e catastrofiche a livello mondiale”.

Gli appelli a Putin e Zelensky

Poi Francesco ha rivolto appelli diretti: innanzitutto a Putin, ma anche a Zelensky e ai responsabili delle nazioni. “Il mio appello si rivolge innanzitutto al Presidente della Federazione Russa, supplicandolo di fermare, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte. D’altra parte, addolorato per l’immane sofferenza della popolazione ucraina a seguito dell’aggressione subita, dirigo un altrettanto fiducioso appello al Presidente dell’Ucraina ad essere aperto a serie proposte di pace. A tutti i protagonisti della vita internazionale e ai responsabili politici delle nazioni chiedo con insistenza di fare tutto quello che è nelle loro possibilità per porre fine alla guerra in corso, senza lasciarsi coinvolgere in pericolose escalation, e per promuovere e sostenere iniziative di dialogo.

Per favore, facciamo respirare alle giovani generazioni l’aria sana della pace, non quella inquinata della guerra, che è una pazzia!

Fare ricorso agli strumenti diplomatici 

“Dopo sette mesi di ostilità – ha concluso il Papa –  si faccia ricorso a tutti gli strumenti diplomatici, anche quelli finora eventualmente non utilizzati, per far finire questa immane tragedia. La guerra in sé stessa è un errore e un orrore! Confidiamo nella misericordia di Dio, che può cambiare i cuori, e nell’intercessione materna della Regina della Pace, nel momento in cui si eleva la Supplica alla Madonna del Rosario di Pompei, spiritualmente uniti ai fedeli radunati presso il suo Santuario e in tante parti del mondo”.

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Cari amici,

questi articoli sono  a titolo informativo per  rendersi conto di  come  purtroppo le minacce  dell’uso di ordini nucleari siano  sempre  più all’ordine del  giorno.

Tuttavia è   ragionevole pensare   che una  catastrofe   di  questo  genere potrebbe  concretizzarsi solo dopo il  terzo segreto, il  segno  divino sulla  collina delle apparizioni.

In questo  mese  di Ottobre  riprendiamo con fervore  la preghiera   del  S. Rosario, con  il quale si compiono miracoli nei cuori e nel  mondo.

Vostro Padre Livio

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Henry Kissinger: «La Russia ha perso, ma ora si deve evitare l’escalation nucleare»

diFederico Rampini.  1 Ottobre 2022

Il 99enne ex segretario di Stato parla al Council on Foreign Relations: «La diplomazia torni in azione. Potremmo battere Mosca anche in una guerra nucleare, ma la natura delle relazioni internazionali e l’intero sistema mondiale sarebbero sconvolti»

Kissinger è stato segretario di Stato degli Usa dal 1969 al 1977

«La Russia ha perso la guerra, ora dobbiamo impedire la sua escalation nucleare. Potremmo batterla anche in quello scenario ma la natura delle relazioni internazionali e l’intero sistema mondiale verrebbero sconvolti. La diplomazia deve tornare in azione».

Henry Kissinger parla al Council on Foreign Relations di New York, un luogo per lui denso di ricordi. In questo think tank di geopolitica nel 1957 lui pubblicò il saggio che divenne una pietra miliare del pensiero strategico americano: «Nuclear Weapons and Foreign Policy».

Teorizzava la nascita di armamenti nucleari tattici — destinati a essere usati solo sul campo di battaglia e contro un’aggressione di truppe nemiche — e ne soppesava tutte le conseguenze.

Quello studio fu premonitore di una nuova carriera, da professore universitario a capo della diplomazia americana sotto i presidenti Richard Nixon e Gerald Ford. A 99 anni, la sua saggezza e il suo acume sono interpellati per cercare una risposta alle minacce di Vladimir Putin, proprio sull’uso di armi nucleari tattiche in Ucraina.

Nuovo libro

Kissinger ha pubblicato un nuovo libro, «Leadership», galleria di ritratti di sei grandi statisti del Novecento. Non si tira indietro sull’escalation nucleare.

«Fin dall’inizio dell’aggressione all’Ucraina — dice — bisognava evitare una vittoria della Russia. A maggior ragione bisogna evitare che cerchi una rivincita nucleare
. Non possiamo permettere che l’uso di armi nucleari diventi convenzionale, si normalizzi. Non solo per quello che sarebbe il tremendo risultato immediato, ma per le conseguenze sull’interpretazione e la legittimazione del potere da parte di chi le usa. Non è ammissibile che la Russia raggiunga con le armi nucleari il risultato che non è stata capace di ottenere senza».

L’ex segretario di Stato spiega quale tipo di risposta dovrebbe dare la Nato, se Putin usasse davvero l’atomica in Ucraina. È un tema sul quale ci sono state di recente comunicazioni tra i vertici militari Usa e quelli di Mosca.

«La Nato — osserva — dovrebbe reagire il più a lungo possibile con armi convenzionali. Ma i dirigenti russi devono sapere che nel caso usino armi nucleari i termini per un accordo di pace diventeranno peggiori per loro
, la Russia ne uscirà come una nazione più debole di prima»

Il cinismo

Accusato talvolta di cinismo nella sua Realpolitik, Kissinger precisa che una via d’uscita non può passare sopra la testa del popolo ucraino. «L’Ucraina non va demoralizzata. Deve avere un ruolo primario nel processo di pace».

Redige un suo elenco di tutto ciò che Kiev ha già ottenuto nei fatti da quando ha saputo resistere contro l’invasore, e che dovrebbe essere sancito in qualsiasi accordo di pace.

«Le tutele della libertà ucraina includono la sua appartenenza all’Unione europea. In quanto al suo rapporto con la Nato, è già stato risolto dagli eventi. Per questo la Russia ha perso
. Nella Prima e nella Seconda guerra mondiale la Russia aveva dimostrato la sua capacità di minacciare l’Europa sul terreno degli armamenti convenzionali, ora questa sua forza è stata sovrastata».

La diplomazia

Tuttavia il più grande teorico vivente della diplomazia vuol tornare proprio a quello: la diplomazia.

«Un dialogo, anche solo esplorativo, è essenziale in quest’atmosfera nucleare. Non è rilevante se Putin ci piaccia o no. Una volta che l’arma nucleare dovesse entrare in azione, il sistema mondiale subirebbe uno stravolgimento di portata storica. Non dobbiamo legare l’azione diplomatica alla personalità di chi ci sta di fronte. Sta a noi concepire un dialogo che preservi la nostra sicurezza ma ci riporti allo spirito della coesistenza. Il rovesciamento del leader avversario non deve apparire come una pre-condizione».

Non è tenero con i suoi, non fa sconti sugli errori commessi in passato
. «Quando cadde il Muro di Berlino e cominciò la grande ristrutturazione dell’Est europeo, gli Stati Uniti cercarono di integrare tutta l’area in un ordine sotto la loro guida. Non fu saggio cercare di includere l’Ucraina nella Nato. Questa non è una scusa per l’aggressione di Putin. Ma il problema ora è se sia possibile una pace con lui. E questa va affrontata in un quadro più ampio: il futuro di lungo termine nelle relazioni fra la Russia e l’Europa, fra la Russia e l’Occidente. Una Russia che sia più consapevole dei propri limiti, vorrà essere parte dell’Europa oppure sceglierà l’Asia? Su questo dovremmo impostare il dialogo».

Il disgelo sulla Cina

Il suo posto negli annali del Novecento, lui se lo è conquistato come regista del disgelo Usa-Cina nel 1971-72. Quella relazione è rimasta al centro della sua attenzione. Rispetto al celebre summit Nixon-Mao, oggi i rapporti fra Washington e Pechino sono ai minimi storici . «La Cina — riflette Kissinger — è sempre stata una sfida speciale per l’America, a causa delle sue dimensioni, oggi più formidabili che mai sul piano economico tecnologico e militare. Non abbiamo mai avuto a che fare con un Paese così imponente e la cui filosofia è praticamente opposta alla nostra. I cinesi considerano la storia come un processo continuo che si dipana su migliaia di anni. I singoli problemi — che noi affrontiamo uno per uno — li vedono come espressioni di quel processo».

Oggi che i rapporti di forze sono quasi paritetici, la ricerca di un modus vivendi sembra difficile. Eppure è essenziale, ne va del futuro dell’umanità
.

«Durante le ultime due amministrazioni americane — osserva Kissinger che ha continuato ad essere consultato dai presidenti sia a Washington che a Pechino — è prevalso lo scontro. Occorre ristabilire un dialogo sul tema soverchiante: una guerra tra le superpotenze avrebbe conseguenze peggiori della Prima e Seconda guerra mondiale. Come minimo i dirigenti americani e cinesi riconoscano che questo pericolo esiste, che loro sono gli unici ad avere la possibilità di superarlo. Di conseguenza mettano a punto dei meccanismi preliminari per parlarsi nei primi stadi di una crisi. E poi ci sono i grandi temi su cui la cooperazione bilaterale è indispensabile: dal cambiamento climatico al futuro delle tecnologie».

Conclude con un richiamo a Winston Churchill, su quali fossero i tre requisiti fondamentali per fare politica estera: «Studiare la storia. Studiare la storia. Studiare la storia». E con una riflessione sul ruolo dell’America: «Le condizioni per una nostra leadership mondiale si sono deteriorate, in particolare per la diffusione delle armi nucleari. Più che mai, oggi occorre essere creativi».

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Il monito di Henry Kissinger: “Se Putin usa l’atomica la Russia verrà distrutta”

Il monito di Henry Kissinger: “Se Putin usa l’atomica la Russia verrà distrutta”
(afp)

dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli. La Repubblica 1 Ottobre 2022

È la questione su cui stanno ragionando in queste ore l’intera amministrazione americana, e il Pentagono: come reagire, se il presidente russo usasse le atomiche tattiche, per difendere quello che ormai considera territorio russo

NEW YORK – “Non possiamo permettere che la Russia raggiunga i suoi obiettivi, dopo l’uso delle bombe nucleari“. Sarebbe preferibile ottenere questo risultato “attraverso le armi convenzionali e il dialogo”, per consentire all’altra parte di sapere con chiarezza a cosa va incontro, e quindi tenerlo presente nelle proprie valutazioni strategiche. Però non è possibile escludere “altri mezzi”, perché “non possiamo consentire che le armi atomiche diventino come quelle convenzionali”. Ciò altererebbe in maniera inaccettabile “la natura stessa delle relazioni internazionali, perché aprirebbe la porta all’uso indiscriminato di tecnologie senza limiti, che chiunque potrebbe cercare di impiegare. E questo è troppo pericoloso”.

È raggelante la riflessione che Henry Kissinger ha fatto ieri, partecipando ad un seminario del Council on Foreign Relations, ma è la questione di fondo su cui stanno ragionando in queste ore l’intera amministrazione americana, e il Pentagono in particolare: come reagire, se Putin usasse le atomiche tattiche, per difendere quello che ormai considera territorio russo. Perché questo è l’elemento fondamentale dell’equazione che è cambiato ieri. Finora il Cremlino aveva invaso l’Ucraina usando armi convenzionali, e con lo stesso tipo di armi Kiev l’ha respinta, aiutata dalle forniture occidentali. Ora, anche se nessuno riconosce le annessioni formalizzate da Putin, la dottrina strategica russa gli consentirebbe di impiegare le atomiche per difendere quello che lui rivendica come territorio nazionale. È una posizione palesemente illegale, ma Washington non può ignorarne le potenziali conseguenze. Perciò, oltre ad annunciare nuove sanzioni economiche contro Mosca e altre forniture militari a Kiev, dietro le quinte deve preparare anche i piani per rispondere all’eventuale folle uso delle armi nucleari.

Secondo Kissinger, una volta varcata questa soglia non è più possibile tornare indietro: bisogna sconfiggere a tutti i costi la Russia, non solo nel teatro ucraino, perché altrimenti si aprirebbe il vaso di Pandora globale dello sdoganamento delle atomiche, compromettendo l’intero ordine mondiale. Lui spera che sia possibile raggiungere questo obiettivo aprendo un canale di comunicazione con il Cremlino, per spiegare chiaramente le conseguenze a cui andrebbe incontro. Pensa che l’eventuale risposta militare dovrebbe essere convenzionale, anche perché gli Usa sono superiori su questo terreno, ma non può escludere “altri mezzi”, perché a quel punto la partita diventerebbe troppo importante per accettare l’ipotesi di perderla

Il presidente del Council, Richard Haass, ha chiesto se “è ancora possibile trovare un modus vivendi con Putin, considerando che il suo sembra ormai un potere rivoluzionario che non vuole un ordine mondiale accettabile, ma punta solo a rovesciarlo”. Anche qui la risposta di Kissinger è poco incoraggiante: “Non lo so. Il vantaggio strategico storico della Russia è sempre stata la sua dimensione, che le ha consentito di sconfiggere gli invasori perché arrivavano stremati a Mosca. Tutto questo ora non esiste più. Di sicuro bisogna andare oltre le personalità, e dialogare con la Russia, perché qui è in discussione il suo ruolo come paese. Ossia se in futuro sarà la parte più orientale dell’Occidente, oppure l’avamposto dell’Oriente in Europa”. Essenziale sarebbe il contributo della Cina, che volendosi presentare come un membro responsabile della comunità internazionale, dovrebbe usare il suo peso per evitare l’escalation e preservare l’ordine.

Il problema è che lo spazio per il dialogo sembra inesistente. Quella che ora propone Putin è la capitolazione dell’Ucraina, non la trattativa diplomatica. Anche il segretario di Stato vaticano Parolin ha cercato di aprire uno spiraglio, incontrando il ministro degli Esteri russo Lavrov a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, ma ha trovato davanti un muro. Nessuna proposta è stata presa in considerazione, pur venendo da un attore come la Santa Sede che più di altri sarebbe in grado di mediare, lasciando l’impressione che al momento solo la guerra sia nella mente di Mosca. Se così fosse però, e il capo del Cremlino decidesse di usare anche le armi nucleari per vincerla, Washington secondo Kissinger dovrebbe essere pronta a tutto per sconfiggerlo.

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Papa Francesco a Matera: «Oserei oggi chiedere per l’Italia più nascite, più figli»

di Gian Guido Vecchi- Corriere della Sera , 25 Settembre 2022

Francesco chiude il Congresso eucaristico della Chiesa Italiana: «Se alziamo muri contro i fratelli, ne resteremo imprigionati. Le ingiustizie, le disparità, le risorse distribuite in modo iniquo, i soprusi dei potenti e l’indifferenza verso il grido dei poveri non possono lasciarci indifferenti». Il cardinale Zuppi: «Ricostruire la comunità lacerata»

MATERA «Il nostro futuro eterno dipende da questa vita presente: se scaviamo adesso un abisso con i fratelli, ci scaviamo la fossa per il dopo; se alziamo adesso dei muri contro i fratelli, restiamo imprigionati nella solitudine e nella morte anche dopo». Francesco celebra la Messa a conclusione del 27° Congresso eucaristico nazionale, accanto a lui il cardinale e presidente della Cei Matteo Zuppi, nello stadio comunale di Matera ci sono dodicimila fedeli. Nella lettura del Vangelo si è appena letta la parabola di Lazzaro e del ricco, «da una parte un ricco vestito di porpora e di bisso, che sfoggia la sua opulenza e banchetta lautamente; dall’altra parte, un povero, coperto di piaghe, che giace sulla porta sperando che da quella mensa cada qualche mollica di cui sfamarsi».

 Francesco spiega: «È la religione dell’avere e dell’apparire, che spesso domina la scena di questo mondo, ma alla fine ci lascia a mani vuote. A questo ricco del Vangelo, infatti, non è rimasto neanche il nome. Non è più nessuno. Al contrario, il povero ha un nome, Lazzaro, che significa “Dio aiuta”». Il Papa è arrivato in Basilicata di buon’ora, già ieri aveva fatto avanti e indietro in giornata per chiudere ad Assisi la terza edizione di «Economy of Francesco». Già sabato aveva parlato dell’inverno demografico e alla fine della celebrazione e dell’Angelus, nel ringraziare il cardinale Zuppi e la Chiesa italiana, il Papa sillaba: «Io oserei oggi chiedere per l’Italia più nascite, più figli».

La sua voce è stanca, ma il tono è fermo mentre nell’omelia riprende i temi che aveva dispiegato sabato nella città del santo di cui ha scelto il nome: «Fratelli e sorelle, è doloroso vedere che questa parabola è ancora storia dei nostri giorni: le ingiustizie, le disparità, le risorse della terra distribuite in modo iniquo, i soprusi dei potenti nei confronti dei deboli, l’indifferenza verso il grido dei poveri, l’abisso che ogni giorno scaviamo generando emarginazione, non possono lasciarci indiffe renti».

Il Papa richiama all’essenziale, al Vangelo che Pier Paolo Pasolini ambientò in modo esemplare proprio tra i Sassi, nel paesaggio scabro della città. Così ricorda «la sfida permanente che l’Eucaristia offre alla nostra vita: adorare Dio e non sé stessi. Mettere Lui al centro e non la vanità del proprio io». È questa la «profezia di un mondo nuovo: la presenza di Gesù che ci chiede di impegnarci perché accada un’effettiva conversione: dall’indifferenza alla compassione, dallo spreco alla condivisione, dall’egoismo all’amore, dall’individualismo alla fraternità».

Alla fine, Francesco alza lo sguardo e aggiunge: «Pensiamo oggi, sul serio, al ricco e a Lazzaro. Succede ogni giorno questo. Succede in noi e fra noi, nella comunità. E tante volte, anche, vergogniamoci». Prima di tornare a Roma, ha fatto visita alla mensa dei poveri con il vescovo di Matera, Giuseppe Caiazzo.

Anche il cardinale Zuppi, al termine della celebrazione, dice nel salutare il Papa: «La guerra brucia i campi di grano, toglie il pane e fa morire di fame, trasforma i fratelli in nemici. Quelli che hanno la tavola imbandita e mandano a fare la guerra i poveri», aggiunge, mentre il pontefice annuisce. Zuppi invita i fedeli a «tornare all’Eucaristia, al gusto del pane», e considera: «Il gusto del pane significa amabilità, empatia, passione di ricostruire la comunità lacerata, difesa della casa comune, gioia, voglia di relazione con tutti».

 Alle sofferenze del presente torna Francesco dopo aver recitato l’Angelus da Matera, finita la Messa: «Invochiamo l’intercessione materna di Maria per i bisogni più urgenti del mondo. Penso, in particolare, al Myanmar. Da più di due anni quel nobile Paese è martoriato da gravi scontri armati e violenze, che hanno causato tante vittime e sfollati. Questa settimana mi è giunto il grido di dolore per la morte di bambini in una scuola bombardataSi vede che è una moda, bombardare le scuole oggi», aggiunge amaro: «Che il grido di questi piccoli non resti inascoltato! Queste tragedie non devono avvenire!».

Il Papa ricorda ancora la guerra in Ucraina: «Maria conforti il popolo ucraino e ottenga ai capi delle nazioni la forza di volontà per trovare subito iniziative efficaci che conducano alla fine della guerra». E fa proprio l’appello dei vescovio del Camerun «per la liberazione di otto persone sequestrate nella Diocesi di Mamfe, tra cui cinque sacerdoti e una religiosa». Proprio oggi, tra l’altro, la Chiesa celebra la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, ricorda Francesco: «Rinnoviamo l’impegno per edificare il futuro secondo il disegno di Dio: un futuro in cui ogni persona trovi il suo posto e sia rispettata; in cui i migranti, i rifugiati, gli sfollati e le vittime della tratta possano vivere in pace e con dignità. Perché il Regno di Dio si realizza con loro, senza esclusi». Così conclude: «È anche grazie a questi fratelli e sorelle che le comunità possono crescere a livello sociale, economico, culturale e spirituale; e la condivisione di diverse tradizioni arricchisce il Popolo di Dio. Impegniamoci tutti a costruire un futuro più inclusivo e fraterno».

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«Preparatevi al 2023: altre armi dall’Occidente dopo i referendum e sarà guerra mondiale»

diPaolo Valentino- Corriere della Sera – 24 Novembre 2022

Dmitrij Suslov, politologo vicino al Cremlino: «Stiamo perdendo per inferiorità numerica, ma useremo le atomiche solo per deterrenza. Voto in Italia? Salvini e Berlusconi sono colombe»

Quando Putin dichiara di essere pronto a «usare tutti i mezzi militari a disposizione» e che «non è un bluff», allude anche all’impiego di armi nucleari tattiche?
«Non come arma di prima istanza, né nel breve periodo. Da parte russa l’impiego delle bombe atomiche tattiche rimane un’arma di deterrenza. Il riferimento di Putin è uno strumento retorico per forzare l’Occidente a non aumentare anzi a ridurre l’aiuto militare a Kiev e per dissuaderlo dall’entrare direttamente in guerra, per esempio spiegando truppe nelle regioni occidentali dell’Ucraina o altrove, specialmente quando l’aumento delle forze russe costringerà le forze ucraine a ritirarsi».

Dmitrij Suslov dirige il Centro di studi europei e internazionali presso la Scuola superiore di Economia, uno dei più importanti istituti russi dove viene pensata la politica estera del Cremlino.

Perché Putin ha ordinato ora la mobilitazione parziale? Non è un’ammissione di fallimento?
«I tempi sono dettati dal successo dell’offensiva delle forze ucraine soprattutto nella regione di Charkiv e a Donetsk, dove ha complicato i piani militari russi nel Donbass. La conclusione ovvia è che la Russia non può più tenere questi territori, tantomeno continuare ad avanzare con una forza militare minoritaria. Mosca non può vincere questa guerra con un corpo di spedizione numericamente inferiore all’avversario: nella regione di Charkiv, parliamo di un rapporto di 1 a 8 a favore degli ucraini e questo ne spiega il successo. La scarsezza di personale è stata la principale debolezza russa in questa campagna e ora è chiaro che rischiamo di non poter più tenere neppure i territori rimanenti, a meno di una escalation della nostra presenza militare. La mobilitazione, sia pure parziale, è un atto obbligato, Putin l’ha evitata per lungo tempo nonostante le pressioni dei comandi militari. Ora non era più possibile».

Ma perché accompagnarla con i referendum per l’annessione dei territori di Donetsk, Lugansk, Zaporizia e Kherson?
«Per due ragioni. Primo per giustificare la mobilitazione: le persone saranno molto più motivate se sanno di combattere una guerra difensiva invece che aggressiva. Non è più un’operazione militare speciale in Ucraina, in territorio straniero, ma una guerra patriottica per difendere e proteggere la madrepatria, la sua indipendenza e integrità territoriale. La seconda ragione è il tentativo di forzare l’Occidente collettivo al tavolo negoziale. Infatti, Putin e il gruppo dirigente hanno adottato una persistente retorica che indica gli USA e la Nato parte in causa del conflitto. L’esempio più recente è stato l’intervento di Sergeij Lavrov al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. La posizione ufficiale è che la Russia considera Stati Uniti e Nato avversari in questa guerra e viene ripetuta di continuo. Dopo i referendum, significherà che l’Occidente è l’aggressore contro i confini russi, cambiando la natura dello scontro. Il rischio di una Terza Guerra Mondiale aumenterà in modo potenziale. Una volta annessi i quattro territori, ogni missile occidentale che li colpisce verrà considerato una dichiarazione di guerra, con tutte le conseguenze che questo comporta. E mi chiedo se l’Occidente accetterà il rischio di un conflitto mondiale, continuando l’attuale massiccia fornitura di armi a Kiev, ovvero se accetterà di ridimensionarla».

La mobilitazione non è dall’opinione pubblica russa. In questi giorni assistiamo a proteste a Mosca e altrove.
«Non c’è protesta diffusa, nulla che sia neppure lontanamente paragonabile a quelle del 2012 su Piazza Balotnaya. I numeri sono bassissimi, massimo a doppia cifra. La vera protesta è quella di chi se ne va, perché non vuole andare sotto le armi. E qui parliamo di diverse migliaia di persone. Ma questo non è una minaccia per il sistema. Certo, non c’è dubbio che il popolo vorrebbe continuare una vita normale».

Ci sono ancora spazi di negoziato? Cosa vuole Putin?
«Putin è pronto ad accettare negoziati anche domani, alle condizioni della Russia. Ma io credo che gli scenari possibili siano due. Il primo è che andiamo a una trattativa con gli USA e la Nato, ma senza l’Ucraina, subito dopo l’annuncio di Mosca che i quattro territori sono russi. Il secondo è molto peggiore. La Russia continua la mobilitazione, che non cambierà la situazione sul terreno in una notte. Ci vorranno tre o quattro mesi perché le nuove truppe siano pienamente operative al fronte. Verosimilmente, alla fine di quest’anno o all’’inizio del prossimo la Russia lancerà la sua controffensiva. A quel punto tutto dipenderà dalla disponibilità dell’Occidente a negoziare, dallo stato di esaustione delle parti, da come l’Ucraina sopravviverà nei prossimi mesi con un’infrastruttura economica e civile distrutta, da come l’Europa sopravviverà all’inverno, dall’effetto cumulativo delle sanzioni sulla Russia. Solo allora potremo valutare la situazione».

Cosa si aspetta il Cremlino dalle elezioni italiane di domenica?
«È abbastanza chiaro che la coalizione di centro-destra vincerà. Ma non ci aspettiamo che l’Italia cambi immediatamente la sua posizione attuale sull’Ucraina, le armi e le sanzioni. C’è un “deep State” anche in Italia, una burocrazia della politica estera che lo impedirà. Neppure Trump riuscì a cambiare la politica estera americana. Vedremo l’accordo di governo. Meloni sembra più “falco” verso Mosca, Salvini e Berlusconi sono più “colombe”. Penso che i cambi eventuali saranno nei dettagli, ma non nei fondamentali».

Lei ha sempre sostenuto che la Russia non è isolata nel mondo. Ma nelle ultime settimane, anche alleati tradizionali come la Cina e l’India hanno apertamente criticato la guerra e bacchettato Putin. Qualcosa sta cambiando.
«Non è isolamento. C’è una pressione politica di Cina e India affinché la Russia metta fine alla guerra, ma non al prezzo della sua sconfitta. Xi Jinping lo vuole perché più a lungo la guerra continua, più grande sarà la pressione americana sulla Cina. Allo stesso tempo né Cina né India hanno alcun interesse in una sconfitta russa, che per loro sarebbe un disastro politico. Credo invece che lo stato attuale dei rapporti sino-russi sia una prova di sostenibilità e stabilità: a dispetto del fatto che la Cina non voleva questa guerra e la vorrebbe chiusa presto, le relazioni crescono e sono intense sul piano economico, politico e strategico»

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Papa Francesco a “Economy of Francesco”: “Superare anche la crisi della famiglia”

Incontrando i giovani di Economy of Francesco, Papa Francesco chiede una economia sostenibile e profetica, che ascolti il grido della terra. Ma che superi anche la crisi della famiglia, andando oltre l’insostenibilità delle relazioni

Di Andrea Gagliarducci

CITTÀ DEL VATICANO , 24 settembre, 2022 / 11:30 AM (ACI Stampa).- 

A tre anni dalla sua convocazione, Papa Francesco incontra finalmente i giovani di Economy of Francesco, e dà loro il mandato di una economia profetica, sostenibile, innovativa, che ascolti il grido della terra e che affronti le insostenibilità economiche, sociali e relazionali del mondo. Denuncia Papa Francesco: “La famiglia, in alcune regioni del mondo, soffre una grave crisi, e con essa l’accoglienza e la custodia della vita”. Un vuoto che non si può superare con il consumismo, che crea invece “una carestia della felicità” e fa l’esempio dell’inverno demografico in cui “i Paesi stanno morendo gradualmente perché non fanno figli”. Ma si deve riprendere “la creatività”.

Il Papa nota che “il consumismo attuale cerca di riempire il vuoto dei rapporti umani con merci sempre più sofisticate – le solitudini sono un grande affare nel nostro tempo! –, ma così genera una carestia di felicità”.

E cita l’inverno demografico, ma anche “la schiavitù della donna che non può essere madre perché appena resta incinta la buttano fuori dal lavoro“.

Papa Francesco infine denuncia una “insostenibilità spirituale” che c’è nel capitalismo. Per il Papa, “il primo capitale di ogni società è quello spirituale, perché è quello che ci dà le ragioni per alzarci ogni giorno e andare al lavoro, e genera quella gioia di vivere necessaria anche all’economia”. Ma il nostro mondo “sta consumando velocemente questa forma essenziale di capitale accumulata nei secoli dalle religioni, dalle tradizioni sapienziali, dalla pietà popolare. E così soprattutto i giovani soffrono per questa mancanza di senso: spesso di fronte al dolore e alle incertezze della vita si ritrovano con un’anima impoverita di risorse spirituali per elaborare sofferenze, frustrazioni, delusioni e lutti”.

giovani sono fragili perché hanno “carenza di capitale spirituale”, che è un “capitale invisibile ma più reale dei capitali finanziari e tecnologici”. Sì, afferma il Papa, “la tecnica può fare molto”, perché dice cosa e come fare, ma non dice “il perché”, e così “le nostre azioni diventano sterili e non riempiono la vita, e nemmeno la vita economica”.

Papa Francesco chiede di “impegnarsi a mettere al centro ai poveri”, perché “senza la stima, la cura, l’amore per i poveri, per ogni persona povera, per ogni persona fragile e vulnerabile, dal concepito nel grembo materno alla persona malata e con disabilità, all’anziano in difficoltà, non c’è ‘Economia di Francesco’.”

Il Papa dice che “un’economia di Francesco non può limitarsi a lavorare per o con i poveri”, perché “sino a quando il nostro sistema produrrà scarti e noi opereremo secondo questo sistema, saremo complici di un’economia che uccide”.

Per Papa Francesco, più che quello che riusciamo a fare, la risposta sta “nell’aprire cammini nuovi perché gli stessi poveri possano diventare protagonisti del cambiamento”. Il Papa nota che “la prima economia di mercato è nata nel Duecento a contatto quotidiano con i frati francescani, che erano amici di quei primi mercanti”, facendo una economia che “creava ricchezza, ma non disprezzava la povertà”, mentre il capitalismo di oggi vuole “aiutare i poveri, ma non li stima”.

Sottolinea Papa Francesco: “Noi non dobbiamo amare la miseria, anzi dobbiamo combatterla, anzitutto creando lavoro, lavoro degno. Ma il Vangelo ci dice che senza stimare i poveri non si combatte nessuna miseria”.

Il Papa invita allora ad abitare i paradossi evangelici, lasciando tre indicazioni: guardare il mondo con gli occhi dei più poveri, “dalla prospettiva delle vittime e degli scartati”; non dimenticarsi dei lavoratori, perché “senza lavoro degno e ben remunerato i giovani non diventano veramente adulti, le diseguaglianze aumentano. A volte si può sopravvivere senza lavoro, ma non si vive bene”; e la “incarnazione”, perché “nei momenti cruciali della storia, chi ha saputo lasciare una buona impronta lo ha fatto perché ha tradotto gli ideali, i desideri, i valori in opere concrete. Oltre a scrivere e fare congressi, questi uomini e donne hanno dato vita a scuole e università, a banche, a sindacati, a cooperative, a istituzioni”.

Conclude l Papa: “Il mondo dell’economia lo cambierete se insieme al cuore e alla testa userete anche le mani. Le idee sono necessarie, ci attraggono molto soprattutto da giovani, ma possono trasformarsi in trappole se non diventano ‘carne’, cioè concretezza, impegno quotidiano”.

Papa Francesco sa che le opere sono “meno luminose” delle grandi idee”, ma sottolinea ancora una volta che “la realtà è superiore all’idea”.

E conclude con una preghiera, prima di firmare la dichiarazione finale di Economy of Francesco, che chiede una “economia di pace e non di guerra”, la non proliferazione delle armi, ma anche un lavoro degno per tutti e dove la finanza “è amica e alleata dell’economia”.

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Francesco: restiamo al fianco degli ucraini, popolo nobile e martire

Al termine dell’udienza generale, il Papa parla ancora del conflitto nell’est Europa e del dolore che sta vivendo la gente duramente provata dalla guerra. E racconta delle “mostruosità” del conflitto che gli ha descritto al telefono il cardinale Krajewski, nei giorni scorsi in missione in Ucraina per portare aiuti e per manifestare la vicinanza della Chiesa

Tiziana Campisi – Città del Vaticano 21 Settembre 2022

Uniamoci a questo popolo così nobile e martire.

Va ancora all’Ucraina e alla sua gente il pensiero del Papa al termine dell’udienza generale. Con dolore Francesco richiama nuovamente l’attenzione sulla “terribile situazione” della martoriata nazione prima di congedarsi dai fedeli riuniti in piazza San Pietro. E racconta della missione del suo elemosiniere, il cardinale Konrad Krajewski, che ha inviato per la quarta volta nel Paese per far sentire la sua vicinanza alla gente duramente provata dal conflitto con la Russia. Il porporato ha anche sperimentato sulla sua pelle, sabato scorso, il pericolo, rischiando la propria vita perché il suo pulmino di viveri e rosari del Papa, nei pressi di Zaporizhia, è stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco, ma non ci sono state gravi conseguenze e gli aiuti sono arrivati a destinazione.

Ieri mi ha telefonato, lui sta spendendo tempo lì, aiutando nella zona di Odessa, dando tanta vicinanza.

Francesco riferisce i dettagli della sua conversazione con il cardinale Krajewski, che gli ha descritto quanto sta vedendo in questi giorni.

Mi ha raccontato il dolore di questo popolo, le azioni selvagge, le mostruosità, i cadaveri torturati che trovano.

È a Izyum che il Papa allude, la località in cui sono stati ritrovati i resti di circa 500 persone e dove il cardinale Krajewski ha assistito al rinvenimento di diverse salme di ucraini martoriati ed è rimasto colpito da “tanto orrore”. “Una cosa difficile da raccontare, da spiegare” ha detto l’elemosiniere papale. Il porporato sta proseguendo la sua missione in Ucraina, per portare la carezza del Papa alla gente provata da morte e distruzione, e conta di portare ancora aiuti nella capitale Kiev.

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