"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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La missione rutena del papa di Roma

Francesco cerca di costruire ponti proprio mentre la “terza guerra mondiale a pezzi” li distrugge, elevando muri e scavando trincee o addirittura annegando paesi e città sotto il diluvio bellico. L’iniziativa affidata al card. Zuppi è anche un’ottima “copertura” dei tanti sforzi umanitari di tutte le istituzioni della Chiesa cattolica in Ucraina e in Russia. E tra Roma, Mosca e Kiev è un nuovo capitolo di una lunga storia.

Di: Stefano Caprio – Asia News
Data di pubblicazione: 11 Giugno 2023

Molte speranze, anche se ben poche illusioni, sono riposte nei tentativi della Santa Sede di far ragionare di pace la Russia e l’Ucraina, dopo oltre quindici mesi di guerra insensata e di resistenza strenua. La visita del cardinale Matteo Maria Zuppi a Kiev, che potrebbe presto proseguire con un analogo viaggio a Mosca, non aveva lo scopo di proporre misure concrete per iniziare trattative assai improbabili, mentre sono in corso scontri apocalittici che hanno portato alla devastazione della zona di Kherson, con l’esplosione della diga di Nova Khakovka, quanto di più simile al Diluvio Universale.

Zuppi è certamente la figura più rappresentativa del desiderio di papa Francesco di porre un freno alla follia della guerra. Unico cardinale romano, amico personale di Bergoglio, tanto da figurare spesso nelle liste dei “papabili”, membro storico della Comunità di S. Egidio, la struttura di “diplomazia parallela” della Chiesa cattolica, già negoziatore in Mozambico e in altri contesti, egli è anche il presidente della Conferenza episcopale italiana, rappresentando quindi la comunità di un Paese tradizionalmente amico della Russia, pur essendo nettamente schierato per la difesa dell’Ucraina dall’invasione.

La missione dell’arcivescovo di Bologna, città “di confine” tra nord e sud della stessa Italia, è anche un’ottima “copertura” dei tanti sforzi di tutte le istituzioni della Chiesa cattolica in Ucraina e in Russia, i nunzi e i vescovi locali, le associazioni caritative e le stesse parrocchie. L’attenzione primaria della Chiesa è sempre alle persone, prima che alle strategie politiche, militari ed economiche: è la cura dei profughi, dei bambini abbandonati e deportati, dei prigionieri (tra gli ostaggi dei russi ci sono anche dei preti cattolici) e delle famiglie, spesso devastate dalla perdita della casa e degli uomini uccisi in combattimento, oltre alle tante vittime dei bombardamenti e dei disumani massacri perpetuati in molte città. Non a caso Zuppi si è recato in visita a Buča, luogo dell’orrore più straziante di questa guerra.

Papa Francesco cerca di costruire ponti fin da prima dell’inizio dell’invasione putiniana (come recita il suo stesso titolo di pontefice) proprio mentre la “terza guerra mondiale a pezzi”, ormai saldati in un unico grande fronte mondiale, sta distruggendo tutti i ponti, elevando muri e scavando trincee, addirittura annegando paesi e città sotto il diluvio bellico. Nella letteratura russo-ucraina dei tempi antichi, sotto l’invasione tataro-mongola dei secoli medievali, spiccava la leggenda della città di Kitež, affondata nel lago Svetlojar al di là del Volga, che riemerge a intervalli regolari per affermare l’eternità del popolo russo, nonostante le devastazioni.
La leggenda fu ripresa in un’opera musicale dal grande compositore ottocentesco Nikolaj Rimskij-Korsakov, membro del gruppo di musicisti che cercavano di ritrovare l’anima russa. Egli esaltava la figura della santa Fevronia, una ragazza che stava per celebrare il suo matrimonio al momento dell’invasione, diventando poi immagine spirituale di una città invisibile, di un “popolo nuovo” inaffondabile. Sembra che russi e ucraini debbano rileggere meglio i tesori della propria cultura, senza cercare di appropriarsene soltanto per la propaganda, come ha fatto nei giorni scorsi il patriarcato di Mosca con l’icona della Trinità di Rublev.

Il Vaticano non dimentica mai le storie passate, neanche quelle dei Paesi lontani, e guarda alla Russia e all’Ucraina che dovranno risorgere dopo l’invasione e la devastazione, dal lago di sangue e vergogna in cui sono affondate per l’ennesima volta nella storia. La missione di pace riguarda il futuro, sperando che non sia troppo lontano, anche perché a tutti appare evidente che nessuna delle due forze in campo ha davvero le risorse per annientare definitivamente il nemico, per quanto si sforzino gli alleati, gli eserciti e i mercanti d’armi di aumentare il loro volume di fuoco.
Il papa di Roma offre il suo sostegno alla pace in queste terre fin dai tempi antichi, ritenendolo uno snodo cruciale per tutto il cristianesimo universale. L’invio di cardinali e ambasciatori a Mosca e a Kiev è un classico delle relazioni con quella che nel linguaggio curiale veniva chiamata la Ruthenia, nome latino dell’antica Rus’, che oggi viene riservato agli slavi “di mezzo” tra le terre settentrionali e quelle balcaniche. Si ricordano due lettere del papa Innocenzo IV (quello dello scontro con l’imperatore svevo Federico II) al principe Aleksandr Nevskij, colui che cercava di salvare la Rus’ sotto la dominazione mongola, in cui il pontefice proponeva di riunirsi alla sede romana, o almeno di rappacificarsi con i Cavalieri teutonici, gli eredi dei Templari che Aleksandr aveva sconfitto, facendoli annegare nei ghiacci estoni del lago Peipus. Il papa suggeriva di costruire una grande cattedrale “unitaria” nella libera città di Pskov, dove insediare l’arcivescovo cattolico dei Prussiani per mediare con tutti i popoli in lotta, tartari compresi. Nel 1251 si presentarono addirittura davanti al principe due cardinali con una bolla papale, dopo una missione di successo nelle terre della Galizia (attuale Ucraina) e della Lituania, attirate alla comunione latina. Il principe Aleksandr, che da Novgorod si era insediato a Vladimir, da cui aveva avuto origine anche Mosca, preferì tenersi stretto il suo metropolita ortodosso, che per i ricorsi della storia si chiamava Kirill, inviandolo dai tartari sul Volga per difendere gli interessi dei russi, rifiutando la mano tesa del papa di Roma. Rispose: “La Rus’ non ha bisogno di voi”.

Molte altre missioni possono essere ricordate, a cominciare da quella del compagno di sant’Ignazio di Loyola, il gesuita Antonio Possevino, che cercò invano di convincere Ivan il Terribile ad accordarsi con Roma. La più creativa risale alla metà del Quattrocento, quando il papa Paolo II propose al gran principe Ivan III una fidanzata bizantina di stirpe imperiale, Zoe Paleologa, che si era rifugiata a Roma dopo la caduta di Costantinopoli nelle mani dei turchi. La speranza del papa era che il matrimonio avrebbe messo fine al dissidio tra i russi e il mondo cattolico occidentale, e la fece accompagnare a Mosca proprio dall’allora arcivescovo di Bologna, Antonio Bonombra, che guidava il corteo con la croce latina, ma fu subito pregato di farsi da parte dalle guardie del granduca. La principessa divenne moglie di Ivan (e nonna di Ivan il Terribile), tornando all’Ortodossia e cambiando il nome con uno che i russi consideravano proprio, quello di Sofia.
Un altro grande dei gesuiti di prima generazione, il polacco Petr Skarga, convinse i russi ortodossi del regno di Polonia ad accettare l’Unione con Roma nel 1596, come risposta alle pretese del patriarcato di Mosca, istituito sette anni prima. Fu di fatto l’inizio della storia moderna dell’Ucraina, poi confermato dalle rivolte dei cosacchi, e per un secolo in quelle terre il passaggio dall’Ortodossia al Cattolicesimo (e ritorno) fu la norma delle relazioni ecclesiastiche, con momenti drammatici e rappacificazioni “eterne”, anche se presto smentite. L’imperatore “occidentalista” Pietro il grande, che condusse campagne belliche per venticinque dei suoi quasi trent’anni di regno, si considerava ortodosso quand’era a Mosca e cattolico quando visitava la sottomessa Polonia, facendo anche la comunione alla Messa latina. Non riuscì a recarsi a Roma nella sua “Grande ambasciata” di fine Seicento, limitandosi a una visita notturna a Venezia prima di tornare a Mosca, ma poi pensò di fondare nel 1703 una nuova capitale simile alla città lagunare, San Pietroburgo che significa “città di San Pietro”, la nuova Roma, la città natale di Putin e del patriarca Kirill.

Nell’Ottocento la Santa Sede riuscì perfino a concludere un Concordato con gli zar di Russia, che però non venne mai attivato, anche per la contrapposizione degli stessi cattolici di Russia, Ucraina e Bielorussia, che preferivano vedersela da soli con la corte di San Pietroburgo. Un nuovo tentativo avvenne nel 1917, dopo la rivoluzione di febbraio, con un accordo stilato insieme al Governo provvisorio del socialista democratico Aleksandr Kerenskij, anch’esso poi affondato dal colpo di Stato dei bolscevichi di ottobre. Neppure questa volta il Vaticano si arrese: per iniziativa del visionario gesuita Michel d’Herbigny, venne istituita la Commissione Pro Russia, formalmente mai soppressa, per valutare tutte le possibili vie per il dialogo e la penetrazione cattolica nello Stato ateo sovietico. Pure questa iniziativa rimase senza risultati pratici, e quando Stalin decise di sopprimere la Chiesa greco-cattolica in Ucraina, con lo Pseudo-Sinodo di Leopoli del 1947, si cercò di salvare il salvabile nella clandestinità e nella sofferenza del lager.
Il cardinale greco-cattolico ucraino di Leopoli Josif Slipyj, dopo anni di detenzione, fu liberato grazie a lunghe trattative e sistemato a Roma, dove rimase come capo silenzioso della Chiesa-martire fino al 1983, quando morì nella cattedrale di Santa Sofia, costruita sulla via Boccea per ricordare quanto i sovietici avevano soppresso o addirittura distrutto in patria. Le trattative proseguirono fino al Concilio Vaticano II, in cui a sorpresa si presentarono i rappresentanti del patriarcato di Mosca, e papa Giovanni XXIII riuscì perfino a mettersi in mezzo tra Kennedy e Khruščev, che a Cuba avevano sfiorato la guerra nucleare. Esistono ancora oggi le immaginette, e perfino i gruppi scultorei con i tre “araldi della pace” di America, Russia e Vaticano, che aprirono la fase apparentemente “pacifica” della Guerra fredda novecentesca.

La cattedrale della via Boccea è oggi uno dei centri più attivi nell’assistenza ai fratelli della patria ucraina, accogliendo i profughi e raccogliendo i soccorsi da inviare. Anche questa è missione di pace, anzi soprattutto questa, a cui partecipano non solo papi e cardinali, ma preti e laici, semplici fedeli e famiglie, uomini e donne di buona volontà. In questo la Chiesa cattolica è impegnata da sempre, senza attendere gli incontri al vertice e le trattative ufficiali. E nel sorriso del card. Zuppi si esprime la certezza che, con l’aiuto di Dio, l’Ucraina e la Russia riemergeranno dalle acque del male come la leggendaria città di Kitež, per cominciare insieme una vita nuova

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Corpus Domini

I tanti miracoli eucaristici aiutano a ricordare la grandezza del mistero che la solennità del Corpus Domini onora in modo speciale. È il mistero dell’Eucaristia, il cuore della nostra fede e il sacramento dei sacramenti istituito da Gesù nell’Ultima Cena, come cibo e bevanda di salvezza

«Come avete fatto a estrarre da una persona un pezzo di cuore vivente?», è la domanda che pose nel 2005 Frederick Zugibe (1928-2013), esperto di medicina legale e docente alla Columbia University, dopo aver analizzato un frammento di Ostia consacrata, che nel 1996 si era tramutata in carne sanguinante nella parrocchia di Santa Maria, a Buenos Aires. Il professor Zugibe aveva ricevuto un campione della Sacra Particola, ma senza che gli fosse rivelato di cosa si trattasse. Ad anni di distanza le analisi, condotte in precedenza da altri scienziati e sempre con gli stessi esiti, mostravano che quel campione era in tutto e per tutto un frammento vitale di cuore umano. In particolare si manifestava la presenza di globuli bianchi intatti e gruppo sanguigno AB, lo stesso riscontrato dalle ricognizioni (l’ultima delle quali svolta negli anni Settanta del XX secolo) sulle reliquie del miracolo eucaristico di Lanciano, avvenuto nell’VIII secolo.

Questi fatti aiutano a ricordare la grandezza del mistero che la solennità del Corpus Domini onora in modo speciale. È il mistero dell’Eucaristia, il cuore della nostra fede e il sacramento dei sacramenti istituito da Gesù nell’Ultima Cena, come cibo e bevanda di salvezza. Sono proprio le parole solenni di Nostro Signore, scolpite in tutti e quattro i Vangeli e trasmesse pure da san Paolo (Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25; Lc 22, 19-20; Gv 6, 53-58; 1 Cor 11, 23-29), a non lasciare dubbi sulla sua presenza reale nell’Eucaristia. A questo miracolo, che attualizza il sacrificio di Cristo ogni volta che viene celebrata una Messa, la Chiesa ha dato il nome di transustanziazione, per esprimere quanto avviene all’atto della consacrazione: le specie del pane e del vino, pur mantenendo inalterate le loro caratteristiche sensibili, si convertono interamente nel Corpo e Sangue di Gesù.

La solennità del Corpus Domini fu celebrata per la prima volta nel 1247 nella diocesi di Liegi. Alla sua origine vi furono le esortazioni di santa Giuliana di Cornillon (c. 1192-1258), una monaca agostiniana che intorno ai 16 anni ebbe una prima visione, poi ripetutasi altre volte, mentre adorava il Santissimo Sacramento. Giuliana vide una luna nel suo pieno splendore, simboleggiante la Chiesa pellegrina sulla terra, attraversata da una striscia scura, a indicare la mancanza di una festa. Come le spiegò poi lo stesso Gesù, la festa sarebbe servita per accrescere la fede e riparare le offese al Santissimo Sacramento. Per diversi anni la santa non parlò a nessuno di queste rivelazioni. Si decise poi a rivolgersi ad alcuni dei maggiori teologi ed ecclesiastici dell’epoca (tra cui l’arcidiacono di Liegi, Jacques Pantaléon, futuro Urbano IV), esortandoli a istituire la festa, come farà per primo il vescovo di Liegi, Roberto di Thourotte.

Nel 1263 avvenne il celebre miracolo eucaristico di Bolsena. Un sacerdote boemo, Pietro da Praga, giunse in pellegrinaggio in Italia perché assalito dai dubbi sulla presenza reale di Gesù nell’Eucaristia. Questi dubbi svanirono solo dopo che ebbe celebrato Messa nella chiesa di Santa Cristina, a Bolsena: qui, al momento della consacrazione, l’Ostia iniziò a sanguinare sul corporale. Urbano IV, che si trovava nella vicina Orvieto, fece subito verificare l’accaduto. L’anno successivo lo stesso pontefice incaricò san Tommaso d’Aquino di scrivere l’ufficio liturgico del Corpus Domini, dando al Doctor Angelicus l’occasione di comporre sublimi inni eucaristici, come l’Adoro Te devote, il Pange Lingua, il Sacris Solemniis e il Verbum supernum prodiens. Inoltre, con la bolla Transiturus de hoc mundo (11 agosto 1264), estese la solennità a tutta la Chiesa, fissandola al primo giovedì dopo l’Ottava di Pentecoste. In Italia, nel 1977, la Cei ne ha spostato la celebrazione alla domenica seguente.

Così scrisse Urbano IV nella bolla: «Sebbene l’Eucaristia ogni giorno venga solennemente celebrata, riteniamo giusto che almeno una volta l’anno se ne faccia più onorata e solenne memoria. Le altre cose di cui facciamo memoria, noi le afferriamo con lo spirito e con la mente, ma non otteniamo per questo la loro reale presenza. Invece, in questa sacramentale commemorazione del Cristo, anche se sotto altra forma, Gesù Cristo è presente con noi nella propria sostanza. Mentre stava infatti per ascendere al cielo disse: Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo».

Per questo il beato Carlo Acutis (1991-2006) chiamava l’Eucaristia «la mia autostrada per il Cielo». E, sapendo di poter adorare Gesù in qualsiasi momento nel silenzio del tabernacolo, insegnava che siamo più fortunati delle persone vissute duemila anni fa in Terrasanta, perché loro dovevano continuamente spostarsi per seguirlo, mentre noi no, perché «Gerusalemme ce l’abbiamo sotto casa»

(Ermes Dovico – La Nuova Bussola – 11 Giugno 2023)

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Il “Guerrone” e il “miracolo della Vistola”

Di: Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana
Data di pubblicazione: 31 Maggio 2023

San Pio X, che dal 1903 governava la Chiesa, preannunciò ripetutamente lo scoppio della Grande Guerra molto tempo prima che la bufera si scatenasse in Europa. «Le cose vanno male – affermava spesso – viene la grande guerra, il “Guerrone”!» Egli soffriva per la carneficina, ma soprattutto per gli sconvolgimenti spirituali e morali che la guerra avrebbe portato. Il Pontefice aveva un grande piano di riconquista religiosa della società, che aveva iniziato con il suo Catechismo e con la diffusione della comunione frequente, anche ai bambini. Questo progetto venne in parte vanificato dalla Grande Guerra in cui i “ragazzi” nati nel 1898 e nel 1899, cresciuti sotto il suo pontificato e arruolati giovanissimi alle armi, versarono il loro sangue sui campi di battaglia.

La Prima guerra mondiale fu la prima guerra mossa da un feroce odio ideologico tra le parti in conflitto. Lo stesso mondo cattolico fu frantumato dalle polemiche interne. In Italia i cattolici erano divisi tra i neutralisti e gli interventisti e questi ultimi a loro volta si dividevano tra i fautori della “Triplice Alleanza”, di cui l’Italia faceva parte con gli Imperi di Austria e Germania, e i sostenitori della “Triplice Intesa”, che comprendeva Francia, Russia e Inghilterra.

I cattolici tedeschi, austriaci, italiani, francesi ed inglesi si affrontarono sui campi di battaglia. Era una grande tragedia, ma i cattolici fecero il loro dovere di buoni soldati, cercando di vincere i sentimenti di odio che la propaganda alimentava con la pietà che nutrivano verso un nemico a cui davano, o da cui ricevevano, la morte.

Pio X morì, affranto dal dolore, il 20 agosto 1914, mentre in tutta Europa tuonavano i cannoni. Il suo successore, il cardinale Giacomo Della Chiesa, fu eletto il 3 settembre con il nome di Benedetto XV. Come Pio X, anche Benedetto XV vedeva le ragioni profonde della guerra nel disordine morale, ma egli affermatosi alla scuola “politica” di Leone XIII, riteneva che le armi della diplomazia sarebbero riuscite a fermare il conflitto. Il suo principale atto diplomatico fu l’Esortazione Dès le début, inviata il 1 agosto 1917 ai capi delle potenze belligeranti, nella quale invitava ad aprire trattative di pace per a far cessare l’« inutile strage ». Il Papa proponeva a tal fine l’opera mediatrice della Santa Sede, sostituendo alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto. «Quindi un giusto accordo di tutti nella diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti secondo norme e garanzie da stabilire, nella misura necessaria e sufficiente al mantenimento dell’ordine pubblico nei singoli Stati; e, in sostituzione delle armi, l’istituto dell’arbitrato con la sua alta funzione pacificatrice, secondo le norme da concertare e la sanzione da convenire contro lo Stato che ricusasse o di sottoporre le questioni internazionali all’arbitro o di accettarne la decisione».

La proposta cadde nel vuoto. In quello stesso 1917 a Fatima, in Portogallo, in un angolo d’Europa risparmiato dalla guerra, la Madonna apparve tra maggio ed ottobre a tre pastorelli, rivelando loro che la causa della guerra erano i peccati dell’umanità e i soli mezzi per ottenere la pace nel mondo erano la preghiera e la penitenza. La Madonna chiedeva anche che il Papa consacrasse la Russia al Cuore Immacolato di Maria e promuovesse la diffusione della devozione dei primi sabati del mese.

 La guerra mondiale si concluse ma aprì la strada ai totalitarismi del XX secolo e ad una seconda guerra ancora più spaventosa della precedente. La Russia, come aveva annunciato la Madonna a Fatima, diffuse i suoi errori nel mondo. Suor Lucia, l’unica sopravvissuta dei tre pastorelli, entrata in convento, ricevette altre comunicazioni celesti, in cui la Beatissima Vergine rinnovava le sue richieste per scongiurare altri flagelli. Gli atti di consacrazione e di affidamento alla Russia di Pio XII nel 1942 e di Giovanni Paolo II nel 1984 corrisposero solo in parte alle richieste della Madonna e parziali furono i loro risultati: l’abbreviamento della Seconda Guerra mondiale e il crollo del Muro di Berlino, che però non segnò la fine del comunismo. La consacrazione della Russia e dell’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria, fatta da papa Francesco il 25 marzo 2022, sembra essere stata valida, ma non è stata accompagnata da un appello alla penitenza e da una diffusione della pratica dei primi sabati del mese. Tuttavia alcuni effetti non sono mancati.

Nel suo video-discorso del 13 maggio 2023 al convegno della Fondazione Lepanto, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina, ha affermato che il suo popolo ha sperimentato il patrocinio della Beata Vergine Maria e del suo Cuore Immacolato sin dall’inizio dell’invasione russa. «Quando le truppe russe hanno assediato la città di Kyiv, praticamente a poche decine di chilometri dalla nostra cattedrale, in data 25 marzo 2022, il Santo Padre Francesco ha consacrato l’Ucraina e la Russia al Cuore immacolato di Maria. Qualche giorno dopo l’esercito ucraino ha respinto l’esercito russo dalla nostra capitale. Vorrei definire questo fatto come il “Miracolo sulle rive del Dnipro”, facendo il paragone con un simile evento storico del 16 agosto 1920, e cioè la Battaglia di Varsavia.

Proprio quella battaglia ha avuto un ruolo decisivo nella guerra polacco-bolscevica. Il testimone d’eccezione di quello, che da uno dei protagonisti, il generale Haller, è stato definito come il “Miracolo della Vistola”, fu il nunzio apostolico in Polonia, Achile Ratti, il futuro Pio XI: uno dei pochissimi diplomatici che non abbandonò la capitale polacca davanti all’avanzata dell’Armata rossa».

Il 10 marzo del 1920, a Smolensk, vi fu una riunione dei capi dell’Armata Rossa in cui venne deciso l’attacco alla Polonia e l’invasione dell’Europa occidentale. Il nunzio Achille Ratti, che rappresentava Benedetto XV, malgrado la grave minaccia, non lasciò Varsavia: partecipava alle preghiere organizzate durante la battaglia e si recò sulla linea del fronte. Divenuto Papa, nel 1922, con il nome di Pio XI, fece decorare la cappella pontificia di Castel Gandolfo con un dipinto sul Miracolo della Vistola, in cui è ritratto padre Ignacy Skorupka, cappellano di un reggimento di fanteria, che con la talare e con la croce in mano come unica arma, guida i giovani volontari al contrattacco, trovando coraggiosamente la morte. La ricerca della pace non significa mai cieco “pacifismo”.

Il miracolo della Vistola salvò non solo la Polonia ma l’intero Occidente e portò l’indipendenza all’Estonia, alla Lettonia e alla Lituania. Oggi l’Occidente è ancora minacciato, un nuovo “guerrone” è alle porte, e la sofferenza che fu di Pio X deve essere anche la nostra. La responsabilità della catastrofe che si avvicina è primariamente dei peccati e dell’infedeltà dell’Occidente cristiano. Ma se la guerra è sempre un castigo, il dovere dei cattolici rimane quello di difendere con coraggio le loro nazioni e la loro civiltà, come accadde sulla Vistola, chiedendo alla Madonna di abbreviare i tempi della sofferenza e di accelerare quelli del trionfo del suo Cuore Immacolato-

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Il   sogno di Don Bosco sul futuro  della  Chiesa

DON Bosco il 26 maggio aveva promesso ai giovani di raccontar loro qualche bella cosa nell’ultimo o nel penultimo giorno del mese. Il 30 maggio a dunque raccontò alla sera una parabola o similitudine come egli volle appellarla. Vi voglio raccontare un sogno.

 È vero che chi sogna non ragiona, tuttavia io, che a voi racconterei persino i miei peccati, se non avessi paura di farvi scappar tutti e far cadere la casa, ve lo racconto per vostra utilità spirituale. Il sogno l’ho fatto sono alcuni giorni.

Figuratevi di essere con me sulla spiaggia del mare, o meglio, sopra uno scoglio isolato e di non vedere altro spazio di terra, se non quello che vista sotto i piedi. In tutta quella vasta superficie delle acque si vede una moltitudine innumerevole di navi ordinate a battaglia, le prore delle quali sono terminate da un rostro di ferro acuto a mo’ di strale, che ove è spinto ferisce e trapassa ogni cosa.

 Queste navi sono armate di cannoni, cariche di fucili, di altre armi di ogni genere, di materie incendiarie, e anche di libri, e si avanzano contro una nave molto più grossa e più alta di tutte loro, tentando di urtarla col rostro, di incendiarla o altrimenti di farle ogni guasto possibile.

A quella maestosa nave arredata di tutto punto, fanno scorta molte navicelle, che da lei ricevono i segnali di comando ed eseguiscono evoluzioni per difendersi dalle flotte avversarie. Il vento è loro contrario e il mare agitato sembra favorire i nemici.

 In mezzo all’immensa distesa del mare si elevano dalle onde due robuste colonne, altissime, poco distanti l’una dall’altra. Sovra di una vi è la statua della Vergine Immacolata, a’ cui piedi pende un largo cartello con questa iscrizione: – Auxilium Christianorum; – sull’altra, che è molto più alta e grossa, sta un’Ostia di grandezza proporzionata alla colonna e sotto un altro cartello colle parole: Salus credentium.

Il comandante supremo sulla gran nave, che è il Romano Pontefice, vedendo il furore dei nemici e il mal partito nel quale si trovano i suoi fedeli, pensa di convocare intorno a se i piloti delle navi secondarie per tener consiglio e decidere sul da farsi.

Tutti i piloti salgono e si adunano intorno al Papa. Tengono consesso, ma infuriando il vento sempre più e la tempesta, sono rimandati a governare le proprie navi. Fattasi un po’ di bonaccia, il Papa raduna per la seconda volta intorno a se i piloti, mentre la nave capitana segue il suo corso.

Ma la burrasca ritorna spaventosa. Il Papa sta al timone e tutti i suoi sforzi sono diretti a portar la nave in mezzo a quelle due colonne, dalla sommità delle quali tutto intorno pendono molte ancore e grossi ganci attaccati a catene.

Le navi nemiche si muovono tutte ad assalirla e tentano ogni modo per arrestarla e farla sommergere. Le une cogli scritti, coi libri, con materie incendiarie di cui sono ripiene e che cercano di gettarle a bordo; le altre coi cannoni, coi fucili e coi rostri: il combattimento si fa sempre più accanito.

Le prore nemiche l’urtano violentemente, ma inutili riescono i loro sforzi e il loro impeto. Invano ritentano la prova e sciupano ogni loro fatica e munizione: la gran nave procede sicura e franca nel suo cammino. Avviene talvolta che, percossa da formidabili colpi, riporta ne’ suoi fianchi larga e profonda fessura, ma non appena è fatto il guasto spira un soffio dalle due colonne e le falle si richiudono e i fori si otturano.

E scoppiano intanto i cannoni degli assalitori, si spezzano i fucili, ogni altra arma ed i rostri; si sconquassan molte navi e si sprofondano nel mare. Allora i nemici furibondi prendono a combattere ad armi corte; e colle mani, coi pugni, colle bestemmie e colle maledizioni.

 Quand’ecco che il Papa, colpito gravemente, cade. Subito coloro, che stanno insieme con lui, corrono ad aiutarlo e lo rialzano. Il Papa è colpito la seconda volta, cade di nuovo e muore. Un grido di vittoria e di gioia risuona tra i nemici; sulle loro navi si scorge un indicibile tripudio.

 Sennonché appena morto il Pontefice un altro Papa sottentra al suo posto. I Piloti radunati lo hanno eletto così subitamente, che la notizia della morte del Papa giunge colla notizia dell’elezione del successore. Gli avversari incominciano a perdersi di coraggio.

Il nuovo Papa sbaragliando e superando ogni ostacolo, guida la nave sino alle due colonne e giunto in mezzo ad esse, la lega con una catenella che pendeva dalla prora ad un’ancora della colonna su cui stava l’Ostia; e con un’altra catenella che pendeva a poppa la lega dalla parte opposta ad un’altra ancora appesa alla colonna su cui è collocata la Vergine Immacolata.

Allora succede un gran rivolgimento. Tutte le navi che fino a quel punto avevano combattuto quella su cui sedeva il Papa, fuggono, si disperdono, si urtano e si fracassano a vicenda. Le une si affondano e cercano di affondare le altre.

Alcune navicelle che hanno combattuto valorosamente col Papa vengono per le prime a legarsi a quelle colonne. Molte altre navi che, ritiratesi per timore della battaglia si trovano in gran lontananza, stanno prudentemente osservando, finché dileguati nei gorghi del mare i rottami di tutte le navi disfatte, a gran lena vogano alla volta di quelle due colonne, ove arrivate si attaccano ai ganci pendenti dalle medesime, ed ivi rimangono tranquille e sicure, insieme colla nave principale su cui sta il Papa.

 Nel mare regna una gran calma. D. Bosco a questo punto interrogò D. Rua: – Che cosa pensi tu di questo racconto? D. Rua rispose: – Mi pare che la nave del Papa sia la Chiesa, di cui esso è il Capo: le navi gli uomini, il mare questo mondo.

Quei che difendono la grossa nave sono i buoni affezionati alla santa Sede, gli altri i suoi nemici, che con ogni sorta di armi tentano di annientarla. Le due colonne di salute mi sembra che siano la divozione a Maria SS. ed al SS. Sacramento dell’Eucarestia.

 D. Rua non parlò del Papa caduto e morto e D. Bosco tacque pure su di ciò. Solo soggiunse: – Dicesti bene. Bisogna soltanto correggere un’espressione. Le navi dei nemici sono le persecuzioni. Si preparano gravissimi travagli per la Chiesa.

Quello che finora fu, è quasi nulla a petto di ciò che deve accadere. I suoi nemici sono raffigurati nelle navi che tentano di affondare, se loro riuscisse, la nave principale. Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio! – Divozione a Maria SS. – frequenza alla Comunione, adoperando ogni modo e facendo del nostro meglio per praticarli e farli praticare dovunque e da tutti.

Buona notte! Le congetture che fecero i giovani intorno a questo sogno furono moltissime, specialmente riguardo ai Papa; ma Don Bosco non aggiunse altre spiegazioni. Intanto i chierici Boggero, Ruffino, Merlone e il signor Chiala Cesare descrissero questo sogno e ci rimangono i loro manoscritti.

 Due furono compilati il giorno dopo la narrazione di D. Bosco, e gli altri due trascorso maggior tempo: ma vanno perfettamente d’accordo e variano solamente per qualche circostanza, che l’uno omette e l’altro nota. (Memorie biografiche di San Giovanni Bosco, Vol. VII, Capitolo 18, pp. 169-172),

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Le super-intelligenze artificiali possono decidere di eliminarci

La stupefacente progressione dell’IA dice che presto potrebbe superare sé stessa, mentre l’umanità non è preparata e i filosofi morali sono in disaccordo sui principi etici. Grandi rischi per i lavoratori

MATHIAS RISSE – Avvenire 30 Maggio 2023

Viviamo nel secolo digitale e dobbiamo riflettere su come abitare questa fase della vita umana, che potrebbe essere per tutti noi particolarmente favorevole. Gran parte dell’innovazione nel settore digitale è guidata dall’apprendimento automatico (Machine Learning), un insieme di metodi che analizzano la miriade di dati disponibili (Big Data) per individuare tendenze e fare deduzioni. A differenza dei programmi convenzionali, gli algoritmi di apprendimento automatico imparano da soli, attingendo ai dati disponibili.

Questi algoritmi si basano sulle cosiddette “reti neurali”, programmi che imitano il modo in cui le cellule cerebrali interagiscono tra loro. In genere, sono il cuore degli sforzi per creare l’intelligenza artificiale (IA). Grazie alla loro sofisticazione e alle loro vaste applicazioni, queste tecniche sono destinate a modificare radicalmente il nostro mondo. Un modo per capire perché tutto questo potrebbe essere un momento di svolta o di rottura è offerto dal paradosso di Fermi, dal nome del fisico italiano Enrico Fermi. Da un lato, è estremamente probabile che esista vita intelligente nell’universo oltre a quella sulla Terra. Ma allora: dove sono tutti? Nonostante il continuo interesse per gli UFO, non abbiamo prove conclusive dell’esistenza di vita extraterrestre. Questo è il paradosso.

Una possibile spiegazione è che la vita intelligente muoia ovunque esiste prima di potersi mettere in contatto con la vita intelligente su altri pianeti. Ciò, a sua volta, potrebbe essere dovuto al fatto che la tecnologia (un prodotto dell’intelligenza) genera dinamiche che finiscono con il cancellare del tutto la vita intelligente.

 O vviamente, non è necessario che sia così. Molti ingegneri e scienziati sociali che adottano un atteggiamento meno speculativo si spazientiscono di fronte a ipotesi apocalittiche. Ma l’elemento da considerare è che le basi dell’era digitale sono state gettate solo alcuni decenni fa, con il progetto di “intelligenza artificiale”, che risale solo alla metà degli anni Cinquanta. Nel complesso, il ritmo del cambiamento è straordinario.

La produzione di modelli di intelligenza artificiale sembra ora entrare in una sorta di era industriale, ben oltre le fasi precedenti in cui questi modelli erano più artigianali e sperimentali. Questi progressi si fondano sulle scoperte avvenute intorno al 2010, quando i computer sono diventati sufficientemente potenti per eseguire modelli di apprendimento automatico di grandissima portata e Internet ha iniziato a fornire l’enorme quantità di dati per l’addestramento che tali algoritmi richiedono per addestrarsi. Da allora, i progressi concettuali nella programmazione hanno portato alla creazione di software sempre più complessi e sofisticati.

I supercomputer necessari per consentire ai modelli di IA più avanzati di dispiegare tutta la loro potenza sono diventati così costosi che, a meno di strategie governative per finanziare l’IA nei Paesi più ricchi, è probabile che il settore finisca con l’essere dominato dall’agenda di ricerca di poche aziende private con amplissime risorse.

Per quanto riguarda l’IA specializzata, all’estremo più alto vi sono gli algoritmi che vincono a scacchi o a Go. Qui il punto non è solo che l’intelligenza artificiale batte i giocatori umani, ma la stupefacente progressione di come ciò sia avvenuto. Inizialmente l’IA ha tratto lezioni dalla storia del gioco condotto da persone, poi ha giocato contro sé stessa, ma in seguito ha imparato da sola le regole e infine ha creato sistemi in grado di apprendere e vincere in diversi giochi (tutto ciò è avvenuto nel giro di pochi anni).

Sempre nella fascia alta sono compresi il riconoscimento vocale e l’elaborazione del linguaggio naturale, con l’emergere di modelli linguistici di grandi dimensioni in grado di generare prodotti simili a quelli umani (più recentemente Chat-GPT). Ma lasciando da parte queste tecnologie di alto livello, l’IA specializzata opera già in numerosi dispositivi di uso quotidiano.

A differenza delle operazioni specializzate descritte, l’IA generale si avvicina alle prestazioni umane in tutti i settori. Una volta che l’IA generale sarà più intelligente di noi, potrebbe produrre qualcosa di più intelligente di sé stessa, e così via, forse molto rapidamente. Quel momento è noto come la singolarità, un’esplosione di intelligenza che sarebbe probabilmente il più grande evento della storia umana.

 Certo, la possibilità, la natura e la probabilità di una singolarità sono ancora molto controverse e non siamo affatto vicini a qualcosa di simile. Ma “non siamo vicini” potrebbe significare in termini di capacità ingegneristiche piuttosto che di tempo. Alcune scoperte importanti potrebbero trasformare radicalmente il campo. Il nostro cervello si è evoluto per operare in piccoli gruppi di esseri umani che devono cooperare per procurarsi le risorse naturali per sopravvivere. Nel corso del tempo l’innovazione tecnologica ci ha fornito possibilità di gestione per le quali i nostri cervelli non si sono mai evoluti. Anche dal punto di vista filosofico, siamo tristemente impreparati per questo nuovo mondo.

 I filosofi morali continuano a essere in profondo disaccordo sui principi fondamentali dell’etica, al punto che non possiamo essere sicuri che le super-intelligenze troverebbero qualcosa di sbagliato nell’eliminarci. Anche la relazione tra mente e corpo è poco compresa, tanto che non abbiamo una risposta generalmente accettata alla domanda se le macchine, oltre a essere intelligenti, saranno anche coscienti. Inoltre, non è chiaro se una combinazione di intelligenza e coscienza possa dare loro anche un’altra cosa che gli esseri umani apprezzano molto: la razionalità pratica, la capacità di esprimere giudizi validi in modo sensibile al contesto.

In un’epoca di innovazioni tecnologiche è difficile fare previsioni che vadano oltre una finestra di cinque anni. Immaginiamo che le menti più intelligenti dell’epoca si siano riunite nel 1900 per prevedere come sarebbe stato il mondo nel 1920. Alla luce di tutti i cambiamenti provocati dalla Prima guerra mondiale, dobbiamo presumere che si sarebbero sbagliati clamorosamente.

Immaginate come nel 1920 le menti più intelligenti avrebbero previsto il mondo del 1940, quelle del 1940 il mondo del 1960 e così via. Pensare a previsioni di questo tipo è un’esperienza frustrante. Il futuro del lavoro è un argomento molto sentito in questo periodo e probabilmente ci impegnerà molto prima dell’ulteriore esplosione dell’intelligenza artificiale. La maggior parte degli esperti ritiene che, come per le precedenti ondate di innovazione, i cambiamenti sul luogo di lavoro modificheranno molte linee produttive e ne elimineranno alcune – ma tutto sommato, una volta raggiunta la fine del tunnel, le cose andranno meglio di adesso. 

Le persone lavoreranno meno e le occupazioni che rimarranno appannaggio degli esseri umani saranno più interessanti. Ma questa volta potrebbe essere diverso?

Una risposta è che le forme precedenti di creazione di ricchezza sono sempre dipese da un ampio sottoproletariato economico. La proprietà della terra è redditizia solo se le persone affittano la terra per lavorarci. La proprietà delle macchine è redditizia solo se la gente compra gli oggetti che le macchine producono.

Con la creazione di ricchezza sempre più basata sul controllo dei dati, l’esistenza di una tale sottoclasse economica potrebbe cessare di servire il suo scopo a favore dei ricchi. Molti Paesi europei hanno un sistema di welfare tale da non doversi preoccupare troppo di questo aspetto. Ma negli Stati Uniti la solidarietà a livello sociale è poco sviluppata, e questi progressi, insieme alle guerre culturali in corso, potrebbero spaccare il Paese.

U no dei principali creatori e sostenitori della tecnologia nel Ventesimo secolo è stato il matematico John von Neumann. Poco prima di morire, nel 1957, pubblicò “Can We Survive Technology?”, un articolo in cui rifletteva – in qualità di membro della Commissione statunitense per l’energia atomica – sul mondo che la tecnologia stava creando e al cui inarrestabile progresso egli aveva tanto contribuito.

Von Neumann cominciava osservando che il nostro Pianeta è ormai troppo piccolo per assorbire gran parte di ciò che potrebbe andare storto con la diffusione della tecnologia e politicamente troppo decentralizzato per gestire bene il suo avanzamento. E concludeva affermando che tutto ciò che sappiamo con certezza è che per andare avanti abbiamo bisogno di “pazienza, flessibilità e intelligenza”. E aveva ragione anche per la situazione attuale di fronte all’Intelligenza artificiale.

Le forme precedenti di creazione di ricchezza sono dipese da un ampio sottoproletariato economico. Se ora è decisivo il controllo dei dati, l’esistenza di una tale sottoclasse potrebbe cessare di servire il suo scopo a favore dei ricchi

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L’invasione russa della Trinità di Rublev

Per rafforzare lo spirito del patriottismo ortodosso Putin ha rotto ogni indugio, decidendo di restituire a titolo definitivo la celebre icona alla Chiesa di Kirill. Non importa se l’esposizione nel monastero della Santissima Trinità potrebbe ridurla in polvere. Ma l’idea di usare un’icona per giustificare la santità del potere assoluto non è affatto nuova.

Di: Stefano Caprio – Asia News
Data di pubblicazione: 20 Maggio 2023

Il patriarca Kirill lo aveva ben spiegato fin dai primi giorni dopo l’invasione putiniana dell’Ucraina: “Questa è una guerra metafisica”, che va oltre ogni confine geografico e spirituale. Dopo un anno e tre mesi di guerra sfibrante e infruttuosa, che procura solo morte e distruzione senza spostare di un centimetro la grandezza dell’impero, Putin e Kirill hanno finalmente raggiunto il vero obiettivo: hanno invaso il regno dei cieli, occupando lo spazio della Santissima Trinità. Al posto del Padre e del Figlio ora ci sono il Patriarca e il Presidente, e lo Spirito Santo è impersonato a turno dal Paese soggiogato, oggi l’Ucraina, ieri la Georgia, domani magari il Kazakistan o il Sudan, o qualunque altra ipostasi del “mondo russo”.

L’icona della Trinità di Andrej Rublev, la più famosa immagine sacra dell’Oriente cristiano, composta agli inizi del Quattrocento, era già stata agitata qualche mese fa come bandiera della guerra santa, spostandola per qualche giorno dal museo della Galleria Tretjakov di Mosca per i festeggiamenti alla Lavra di San Sergio di Radonež, profeta della rinascita della Russia dopo i due secoli del giogo tartaro. Dopo quella esibizione, i curatori e i critici d’arte avevano messo la tavola sacra sotto tutela, affermando che il suo spostamento aveva procurato diversi danni, e per almeno tre anni non si sarebbe più potuta esporre. Ma come alcuni dicono: “Abbiamo sconfitto i nazisti, sconfiggeremo anche gli specialisti”.

Il patriarca Kirill è così tornato alla carica pochi giorni fa, pretendendo nuovamente di usare l’icona per rafforzare lo spirito del patriottismo ortodosso, in fase decisamente calante dopo inutili e devastanti mobilitazioni, che stanno mettendo a dura prova la pazienza dei russi, pur disposti a sostenere sempre le battaglie sacre dell’impero. E qui Putin ha voluto rompere ogni indugio, decidendo di restituire a titolo definitivo l’immagine trinitaria alla Chiesa, per riporla nuovamente nel luogo per cui era stata realizzata: il monastero della Santissima Trinità a settanta chilometri da Mosca dove riposano le spoglie del santo, a cui si prostrano incessantemente i fedeli provenienti da tutto il Paese. Il patriarca ha proposto per questo di “elevare al presidente l’inno Mnogaja Leta”, la variante slavo-ecclesiastica di Ad multos annos, augurio quanto mai profetico in vista delle nuove elezioni del prossimo anno.

Non importa se l’esposizione dell’icona potrebbe ridurla in polvere; come alcuni hanno suggerito, si potrebbe “metterla direttamente nel Mausoleo della piazza Rossa al posto di Lenin”, dove già esiste un laboratorio specializzato nel mantenere la salma del dittatore in stato di “purezza perenne”, trasformandola di fatto in un pupazzo grottesco di una falsa religione. Anche il Mausoleo, del resto, doveva espandersi fino al livello trinitario: accanto al Padre-Lenin si era adagiato il suo Figlio-Stalin, salvo che poi lo Spirito Santo di Khruščev interruppe la liturgia sovietica della divinizzazione del potere, riducendo la sacra tomba a un inutile scatolone delle paccottiglie di un passato, di un trasloco mai riuscito.

L’icona diventa la vera “arma finale” che risolve a favore della Russia ogni conflitto, scatenando l’entusiasmo e l’ironia della popolazione, che sta subissando siti e piattaforme social con ogni tipo di aneddoto sulla “tattica bellica trinitaria”. Una battuta gioca sulla pronuncia dei termini, ricordando quando i russi cercavano aiuto all’estero, ai tempi del crollo economico del 1998: “Amici americani, suggerite a noi russi: come fare a superare la crisi? Economy, just economy”, affermavano supponenti gli anglosassoni oggi tanto odiati, ma la risposta sembrava allora di pieno gradimento. Il fatto è che la parola economy in russo si pronuncia ikonami, cioè “con le icone”, quindi “siamo tranquilli, quelle migliori le abbiamo noi”.

I russi possiedono davvero le icone più straordinarie e famose di tutta la tradizione bizantina, nonostante l’arte della “scrittura sacra” (le icone si scrivono, non si dipingono) sia di origine greca, senza che la tradizione russa l’abbia potuta modificare, essendo normata addirittura da dogmi conciliari, come quello di Nicea nel 787. Dalle solenni decorazioni in affreschi e mosaici delle chiese, l’iconografia si era poi concentrata sulle tavole di legno con i soggetti biblici prescritti e le figure dei santi, dopo oltre un secolo di lotta contro l’eresia dell’iconoclasmo. I monaci costretti a nascondersi e fuggire dovevano portare e conservare le immagini, trasformando la rappresentazione liturgica in devozione privata.

Gli iconoclasti erano sostenuti dagli imperatori della dinastia Isaurica, di origine persiana, che intendeva fare di Bisanzio il vero impero mondiale, e non volevano che le immagini di Cristo e dei santi mettessero in ombra lo splendore dell’autocrate. Già allora le icone assumevano un chiaro significato “politico”, essendo di fatto all’origine della lotta per l’immagine del potere, oggi quanto mai estesa e amplificata dalle moderne tecnologie; non è un caso se i contenuti digitali si aprono “cliccando sull’icona”. La lotta tra cultori e detrattori dell’icona si concluse verso la fine del IX secolo, con la festa del “Trionfo dell’Ortodossia” in cui si elencano i nemici da maledire. Non stupisce dunque che l’antica Rus’ abbia fatto propria questa valenza universale dell’arte sacra, dando alle icone un significato ancora più decisivo e taumaturgico.

Il primo a usare l’icona per giustificare la santità del potere assoluto fu uno degli ultimi principi russi prima dell’invasione mongola, Andrej Bogoljubskij, che nella seconda metà del XII secolo distrusse la città di Kiev per “salvare Kiev”, da antenato dell’odierno zar. Con la scusa dell’invasione dei Bogomili, uno dei tanti popoli che prima dei tatari insidiavano la Rus’, Andrej sottomise tutti i suoi parenti e concorrenti, spostando addirittura la capitale ancor più ad Oriente, nella città di Vladimir (in onore del capostipite), sulle cui “Porte d’Oro” dell’ingresso appese l’icona della Madonna della Tenerezza. Si trattava di un’antica icona greca d’importazione (i monaci russi allora non avevano ancora raggiunto livelli eccelsi nell’arte iconografica), attribuita come altre allo stesso san Luca evangelista, diventata però il primo vero simbolo della “Santa Russia”. Secondo la leggenda, l’icona era custodita in un piccolo monastero in cui Andrej si era fermato a pregare, chiedendo a Dio di indicargli la strada per salvare il regno; e allora la Madonna col Bambino si staccò dalla parete, conducendo il principe fino alla nuova capitale, da cui poi è nata la stessa città di Mosca.

Anche la Madonna di Vladimir è custodita nella Galleria Tretjakov, ma per favorire la devozione è stata tolta dalla sala, e collocata in una cappella appositamente costruita nel cortile del museo, anche qui una specie di mausoleo. Chi la vuole ammirare deve conoscere e ripetere le litanie ortodosse, ma per lo meno i curatori museali possono accertarsi che non venga danneggiata, mentre la Trinità di Rublev rischia di rimanere alla mercé dei fumi d’incenso, usato in grande quantità nelle liturgie. E l’incenso russo è una resina pestifera, non certo simile ai delicati aromi dell’incenso greco.

Del resto la Trinità è un soggetto su cui i russi dibattono da secoli, proprio in merito alla sua rappresentazione iconografica: tra il Quattrocento e il Seicento su questo argomento si sono convocati diversi Concili di Mosca, proprio mentre si formava l’ideologia imperiale della “Terza Roma”. Si discuteva su quale immagine fosse consona ai dogmi, se quella dei tre pellegrini in visita ad Abramo alle tende di Mamre (il soggetto di Rublev) o quella del Padre come “Antico dei secoli” del profeta Daniele, con il Figlio dell’Uomo che discende dalle nubi accompagnato dalla colomba dello Spirito. Oppure quella della fine del Diluvio e del Battesimo al Giordano, o altri simboli più o meno biblici. Ogni dettaglio della pittura veniva sottoposto a disquisizioni teologico-canoniche molto contorte e appassionate, fino alla dimensione dei riccioli sui capelli dei pellegrini o ai colori e le pieghe delle vesti, gli alimenti sulla tavola o gli oggetti sullo sfondo. Gli eretici proclamati in questi concili venivano duramente puniti, e in qualche caso anche giustiziati.

Ora la nuova Ortodossia di Putin e Kirill, come alcuni hanno affermato, “si riversa sui tesori della nostra cultura, con la quasi certezza di riuscire a distruggerli tutti”. La Trinità di Rublev, come altre icone russe del periodo “sacro” della Terza Roma tra XV e XVII secolo, esprime davvero la specificità della cultura russa: una forma di arte dell’Oriente bizantino, perfetta ed eterea nelle proporzioni e nelle linee, in cui artisti come Rublev e altri (solo gli iconografi russi si conoscono per nome) hanno infuso la capacità espressiva tipica dei pittori rinascimentali d’Occidente, da Michelangelo a Caravaggio. Gli sguardi, i colori, i dettagli, l’energia vitale delle icone russe costituiscono davvero l’esaltazione della sintesi delle anime cristiane di tutte le latitudini; usare queste armi simboliche per contrapporre un mondo all’altro, è la via per la completa dissoluzione dell’anima russa.

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La BBC sdogana i satanisti. Perché sono mainstream

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 Stefano Magni  -La Nuova Bussola  – 23-05-2023

“Pensi di conoscere i satanisti? Probabilmente no”, titola la BBC il suo servizio sulla convention della Satanic Temple (legale negli Usa) a Boston. Con un titolo così, cosa potrebbe andare storto? Invece che limitarsi a documentare, finisce per sdoganare il Male, che usa temi ormai mainstream, dai diritti Lgbt all’aborto.

“Pensi di conoscere i satanisti? Probabilmente no”, titola la BBC il suo servizio sulla convention della Satanic Temple (chiesa satanista, legale negli Usa) a Boston. Con un titolo così, cosa potrebbe andare storto? Tutto, è la risposta. Il sito della Tv pubblica britannica, invece che limitarsi a documentare, finisce per sdoganare il Male conclamato ed esplicito di questo culto.

Nell’articolo si scopre che il satanismo è già mainstream, anche se non ce ne siamo accorti. Si spiega che nelle cerimonie di iniziazione si pratica lo “sbattezzo”. E in tutto il mondo cristiano le associazioni atee e razionaliste incoraggiano lo sbattezzo. Il primo intervistato nel servizio della BBC è un gay fuggito da una famiglia cristiana che “lo faceva sentire un abominio”, mentre nella setta satanica ha ritrovato la sua “dignità”. E questo rientra dunque nella classica narrazione contemporanea, progressista, dell’emancipazione dei gay dal cristianesimo.

Tutti, nel culto, portano la mascherina, anche a pandemia finita. E anche questo comportamento è premiato. I satanisti intervistati affermano di non credere a Satana, non credere all’Inferno, ma solo nella Scienza. E chi, nel mondo dell’accademia e della stampa, non si proclama seguace della Scienza? L’impegno maggiore nella società che i Satanic Temple vantano è l’aiuto alle donne per l’accesso alla “salute riproduttiva”, leggasi aborto. Apprendiamo anche che eseguano un rito durante l’aborto: è un espediente per aggirare la legge, perché così, nel nome della libertà di culto, si potrà abortire anche negli Stati in cui è vietato. Nei riti di iniziazione, in compenso, vengono strappate Bibbie, ma non è profanazione, bensì parte dei riti di una chiesa legale e riconosciuta. D’altra parte, vorrai mica reagire come un musulmano quando viene strappato un Corano? Sempre nel nome della libertà di religione, vengono organizzati dei doposcuola dei Satanic Temple. Ci sono programmi con giocattoli a tema e libri per l’infanzia per educare sin dalla tenera età ai precetti del culto. E anche dei cartoni animati.

Letto con occhiali laicisti, parrebbero quasi dei benefattori: proteggono i diritti Lgbt, difendono i “diritti riproduttivi”, dunque anche i diritti delle donne, partecipano all’educazione, hanno come principio quello della libertà di culto e del rispetto per il credo altrui. Sono sempre giocherelloni e pronti a scherzare, non prendono mai nulla sul serio. Semmai risultano rigidi, aggressivi e ottusi quei gruppi di cristiani, intervistati dalla BBC, che protestano fuori dall’hotel in cui si svolge la convention. Tutto il pezzo, consapevolmente o meno, finisce per riabilitare un culto da una cattiva nomea, come dimostrano le interviste a chi ha perso il lavoro o è stato minacciato quando ha palesato la sua fede satanista. O gli argomenti dei nuovi adepti: “A quel punto mi sono informata. Un po’ spaventata, credo, come molti lo sarebbero. E volevo davvero assicurarmi che non facessero sacrifici dei bambini! Poi ho iniziato a entrare nella cultura e nell’ambiente, ho iniziato a partecipare alle riunioni… e alla fine ho capito che no, non è così, è solo un simbolo che usano e sono davvero brave persone”.

Poche righe sopra, si legge che questa “religione” pratica riti durante l’aborto. “Ha anche sviluppato un rituale per l’aborto per le persone che interrompono la gravidanza, progettato per dare conforto, che comporta la recita di un’affermazione prima dell’aborto”. E la signora intervistata non nota alcuna contraddizione. Solo una cultura profondamente laicista non considera un feto come un essere umano. Un rito celebrato mentre si uccide un nascituro è, a tutti gli effetti, un sacrificio umano di un bambino. Strappare copie della Bibbia è un atto profondamente anti-religioso (non solo contro il cristianesimo). Domandiamoci perché vi fosse così tanta ossessione per la mascherina, in certi ambienti atei e scientisti, anche quando e dove non era necessaria. Domandiamoci poi che cosa significhi “seguire la Scienza”, considerando che la scienza non può mai costituire un’alternativa alla fede, sempre che non diventi una religione a sua volta. I debunker si sono precipitati a negare l’esistenza di doposcuola satanisti, ma ci sono, i Satanic Temple li vantano: dunque abbiamo a che fare anche con l’indottrinamento dei bambini, sin dalla tenera infanzia.

E non è ateismo, è ben diverso, come sottolinea l’ultimo degli intervistati che “si è convertito dall’ateismo al satanismo solo di recente” e che afferma con chiarezza: “Ho scoperto che il satanismo afferma tutto ciò che io sostengo”. La convinzione che Satana non esista, sia solo un simbolo e che soprattutto l’Inferno non esista è la vera chiave di volta per le conversioni al culto. Ma è il vecchissimo trucco demoniaco quello di far credere di non esistere. Di indurre a non credere a nulla e di non prendere mai nulla sul serio. Se si ha fede in Dio, ci si può accorgere del pericolo e resistere, smontando queste dissimulazioni. Ma se la predicazione satanista viene letta con gli occhiali della cultura laicista, immersi come siamo in una cultura relativista, non si hanno più difese nei suoi confronti. Le cifre sono lì a dimostrarlo: i membri di Satanic Temple erano 10mila nel 2019, sono 700mila oggi.

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La Russia è imprigionata in un loop temporale

Intervista allo scrittore e traduttore Mikhail Šiškin, autore di un libro, Russki mir, che spiega l’origine del mondo e del mito russo, dai khan dell’impero mongolo all’autocrazia putiniana, passando per l’Urss di Stalin.

di Flavio Villani – 17 Maggio 2023– Rivista Studio

Lo scrittore e traduttore Mikhail Šiškin (Mosca, 1961) è una delle voci più autorevoli dell’emigrazione russa. L’anno scorso ha vinto il Premio Strega europeo con il romanzo Punto di fuga (21lettere) ex aequo con Amélie Nothomb e quest’anno è arrivato finalista al Premio Terzani con il saggio Russki mir: Guerra o Pace (21lettere), in cui racconta la realtà del suo Paese ai lettori occidentali.

ⓢ In Russki mir si riferisce allo Stato russo come all’ulus di Mosca (una delle province in cui era diviso l’impero mongolo dell’Orda d’oro). Quali sono le caratteristiche dell’ulus e perché descrivono l’attuale Stato russo?

La Russia cade continuamente in un buco nel tempo. Il mondo va avanti e un’epoca di sviluppo succede all’altra: il Rinascimento, l’Illuminismo e l’ordinamento democratico della società. La Russia, quando cerca di liberarsi del passato, ricade ogni volta nello stesso baratro. Così nel 1917 e così negli anni Novanta. Viviamo di nuovo sotto l’Orda d’oro. C’è il khan e tutti gli altri sono suoi schiavi. La Costituzione e le leggi non valgono niente. Conta solo il volere dell’autorità suprema. Chi non ci sta, deve tacere e sottomettersi o lasciare il Paese o essere punito. Non esiste proprietà privata. Possiedi qualcosa finché sei fedele all’autorità. Se perdi la lealtà, perdi tutto (ricordiamoci dell’oligarca Khodorkovskij). Il potere è l’unica idea che ha il Paese. C’è un potere forte, c’è l’ordine. Non c’è un potere forte, c’è il caos. La nostra è una mentalità tribale: noi siamo sempre nel giusto, mentre le altre tribù ci sono nemiche e vogliono annientarci. E quindi siamo sempre in guerra.

ⓢ Una parola che usa spesso nel libro è jarlyk, che nel russo moderno significa etichetta. Qual è il significato originario della parola e perché è ancora importante?

Il khan supremo dell’Orda d’oro rilasciava lo jarlyk, cioè il permesso di governare in suo nome, ai suoi vassalli, tra cui c’erano anche i principi russi. Lo scorso marzo il khan supremo cinese era a Mosca e ha concesso lo jarlyk al suo vassallo russo.

ⓢ La sociologia usa la parola prizonizacija per descrivere uno dei tratti più caratteristici della società russa. Che cos’è la prizonizacija?

In Russia il mondo del carcere non è separato dalla società, è la quintessenza della mentalità russa e la sua influenza è enorme. Circa un quarto della popolazione ha avuto un’esperienza carceraria e la maggior parte degli abitanti ha o ha avuto un parente o un amico detenuto. Non parlo dei tempi del gulag stalinista, ma di ora. In Russia il carcere è la scuola degli schiavi. Le sue leggi vengono portate nella vita “libera” dopo il rilascio. I giovani delle città e delle campagne crescono secondo le sue regole. Il gergo carcerario è entrato nel discorso televisivo. L’etica carceraria è il fondamento stesso della società russa. Nel carcere esiste solo una legge, quella della violenza, e secondo questa legge i russi vivevano e vivono. Nel carcere i più forti occupano i posti migliori della cella e prendono vestiti e cibo dai deboli. Mantengono l’ordine, il loro ordine criminale. E il Paese non ne conosce altro.

ⓢ In un breve saggio su Thomas Mann pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine lo scorso gennaio paragona la Germania di Hitler con la Russia di Putin. Quali somiglianze ha trovato?

Parafrasiamo il famoso incipit di Anna Karenina: tutti i dittatori felici si assomigliano, ma allo stesso tempo tutti finiscono non felicemente. Se prendiamo il Mein Kampf e sostituiamo “tedesco” con “russo” e “ebrei” con “ucraini”, otterremo la propaganda di Putin. Quello che era la regione dei Sudeti per Hitler, lo è la Crimea per Putin. Großdeutschland (la Grande Germania) equivale a Russkij Mir (il Mondo Russo). Anche gli slogan sono quasi identici: Ein Führer, ein Volk, ein Reich (Un capo, un popolo, un impero) e Est’ Putin, est’ Rossija (C’è Putin e c’è la Russia). Ogni dittatura vive di nemici e di guerra e si regge sulla paura, l’odio e l’aggressione. Non ho dubbi che anche il dittatore russo finirà vergognosamente come quello tedesco.

ⓢ Ancora durante la guerra Thomas Mann credeva che le “forze sane della Germania” potessero prevalere. Rimase deluso e cominciò a parlare di “colpa collettiva”. Si può parlare anche per i russi di colpa collettiva?

La colpa collettiva è stata già elaborata dalla storia. Pensiamo alle esecuzioni di ostaggi borghesi in quanto rappresentanti della classe sfruttatrice nella guerra civile russa, alle esecuzioni delle famiglie dei partigiani nella guerra civile italiana e alla cacciata dei tedeschi dai Sudeti dopo la seconda guerra mondiale. La Convenzione di Ginevra del 1949 ha vietato la colpa collettiva: si può essere puniti solo per crimini commessi di persona. Altra cosa è la responsabilità collettiva. Non ho commesso crimini di guerra, sono sempre stato contro il regime di Putin e l’ho combattuto con i miei libri, articoli e discorsi. Ma ora mi fa male essere russo. Commettono crimini in Ucraina persone che parlano la mia stessa lingua, cittadini del Paese dove sono nato e cresciuto. Ci chiamiamo russi e siamo un solo popolo. Io non posso non sentire la responsabilità dei crimini che sono commessi nel nome del mio Paese e del mio popolo. Tutti i russi sparsi nel mondo portano questa responsabilità. Il regime di Putin ha reso la mia lingua la lingua dei criminali di guerra e ha esposto la cultura russa a un bombardamento a tappeto. Il problema è che i russi che sostengono la guerra, e purtroppo sono la maggioranza, non si sentono né in colpa, né responsabili. Un anno fa, quando i carri russi incombevano su Kyiv, il mondo si è meravigliato dell’assenza di manifestazioni di massa contro la guerra in Russia e quei pochi che hanno protestato sono finiti in carcere.

ⓢ La gente non è scesa in piazza per paura?

Il silenzio è un modo di sopravvivere testato da generazioni sotto qualsiasi regime in Russia. Strategia di sopravvivenza che Puškin formula così nel finale del suo dramma storico Boris Godunov: «Il popolo tace». E tace il popolo anche ora che i missili russi distruggono le città ucraine e uccidono bambini. Lo scorso settembre al regime stava finendo la carne da cannone, è stata annunciata una mobilitazione e in centinaia di migliaia sono andati disciplinatamente a uccidere ucraini e incontro alla propria morte. Questa mostruosa disponibilità a farsi ammazzare non c’entra niente con la paura, il silenzio e la strategia di sopravvivenza. È qualcos’altro, molto più profondo e molto più spaventoso. Questa guerra mostra come la Russia sia da molto tempo divisa in due popoli che parlano la stessa lingua, si definiscono russi e condividono lo stesso territorio, ma per mentalità e psicologia sono opposti l’uno all’altro. Alcuni vivono nel presente, altri nel passato e li separa la questione cruciale dell’essere umano: di chi è la responsabilità di decidere cosa sia bene e cosa sia male. Se vedo il mio popolo e il mio Paese portare il male nel mondo, sarò contro il mio popolo e il mio Paese. La maggior parte dei russi è rimasta nel passato e si identifica con la propria tribù. Siamo buoni per definizione. Gli altri sono nemici. Combattiamo una guerra senza fine per la conservazione della nostra tribù, del nostro territorio e della nostra “civiltà”. Siamo soldati e difendiamo il nostro mondo, come hanno fatto i nostri antenati, e lo zar al Cremlino è nostro padre e comandante. “La nostra causa è giusta e la vittoria sarà nostra!” Non ci assumiamo nessuna responsabilità. Ci conduce il nostro capo/khan/zar e noi eseguiamo solo i suoi ordini.

ⓢ Chi prevale tra i russi, quelli che vivono nel presente o quelli che vivono nel passato?

Noi, che crediamo che la Russia debba percorrere il cammino della civiltà insieme agli altri Paesi democratici verso lo stato di diritto e la difesa dei diritti umani, siamo la minoranza. Gli altri, la maggioranza, hanno una visione del mondo completamente diversa: la Russia è un’isola sacra circondata da un oceano di nemici che ci odiano, bisogna difendere la patria e può salvarci solo lo zar-padre al Cremlino. In questa guerra perdiamo sempre e non ci rimane che il carcere, il silenzio o l’emigrazione. I tiranni usano l’amor di patria per conservare il potere. Scambiano l’amore per la patria con quello per il regime. Così è stato con mio padre, che a diciotto anni è andato a combattere contro i tedeschi. Credeva di difendere la sua patria, ma difendeva il regime di Stalin, che lasciò marcire nel gulag suo padre, mio nonno. Era convinto di liberare l’Europa dal fascismo. Quando, all’epoca della perestrojka, si cominciò a dire in televisione che l’armata rossa aveva portato ai popoli “liberati” dell’Europa orientale un altro fascismo, mio padre fu offeso nel profondo. Lui e i suoi compagni di guerra credevano di aver portato il bene contro il male assoluto del fascismo e gli era impossibile riconoscere di aver portato il male. Esattamente così funziona la propaganda di Putin. Che cosa sentono i genitori di un soldato russo caduto in Ucraina? Forse: “vostro figlio era un fascista andato in un altro Paese per uccidere, vergognatevi del vostro figlio-occupante!”? No, in televisione sentono: “vostro figlio era un eroe, è andato a difendere la nostra lingua e il nostro popolo russo dai nazisti ucraini. I fascisti della Nato vogliono annientarci e lui ha difeso la patria, come hanno fatto i suoi nonni. Ha difeso la nostra grande cultura, Puškin, Tolstoj e Čajkovskij! Siate orgogliosi del vostro figlio-eroe!” Ma di quale senso di colpa parliamo? Senza un pentimento nazionale in Russia non c’è futuro.

ⓢ È possibile un riconoscimento nazionale della colpa?

Temo che in questa guerra l’inevitabile sconfitta del regime putiniano sarà presa in Russia come una sconfitta della Russia e invece del pentimento nazionale arriverà il senso di umiliazione. E i prossimi Putin chiameranno di nuovo il popolo a rialzarsi.

ⓢ Nella Lettera a un ucraino sconosciuto pubblicata sul Guardian il mese scorso scrive: «In Russia non abbiamo avuto né destalinizzazione, né un processo di Norimberga del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Il risultato lo vediamo: una nuova dittatura». Perché non c’è stata destalinizzazione?

La Germania è l’esempio di come una nazione possa superare il proprio passato, liberarsi dalla dittatura e costruire una società orientata verso la democrazia. Perché i russi negli anni Novanta non sono riusciti a staccarsi dal proprio passato? Immaginiamo che la denazificazione in Germania nel dopoguerra l’abbiano fatta invece degli alleati, gli ex gerarchi nazisti e ufficiali della Gestapo. In Russia è andata così: dopo il collasso dell’Unione Sovietica, la costruzione della nuova Russia democratica è stata affidata a ex funzionari di partito e ufficiali del Kgb. E loro hanno costruito solo quello che sapevano costruire. La macchina statale e militare tedesca è stata completamente annientata dagli alleati e la polizia militare americana ha giudicato i criminali nazisti a Norimberga. La macchina statale e militare sovietica è passata tranquillamente nella nuova Russia. I direttori sovietici delle fabbriche e delle aziende agricole ne sono diventati i proprietari. Chi avrebbe dovuto giudicare i criminali del Partito Comunista? Loro stessi?

ⓢ Che cosa avrebbe dovuto fare l’Occidente?

Le democrazie occidentali hanno avuto un ruolo molto importante nella trasformazione della Germania, non meno importante di quello nell’instaurazione di una dittatura criminale in Russia. Il popolo russo non aveva nessuna esperienza di autogoverno, la gente non sapeva che fosse uno stato di diritto. Allo stesso tempo erano aperti alle idee democratiche occidentali e sognavano una vita come nei film americani. Per loro era un pacchetto all inclusive: il McDonald’s e la costituzione, libere elezioni e macchine americane. Come avrebbe dovuto aiutare l’Occidente la neonata democrazia russa? Sarebbe bastato semplicemente essere di esempio e mostrare come funziona uno Stato di diritto. Ci sono leggi e bisogna rispettarle e chi le infrange va in galera. Allora lavoravo come traduttore in Svizzera e vedevo la gioia di avvocati e banchieri per l’arrivo di quel mare di soldi sporchi dalla Russia. Lo sapevano benissimo che infrangevano la legge. L’Occidente ha mostrato che quando si tratta di tanti soldi, lo stato di diritto scompare. L’instaurazione del regime criminale in Russia è stata possibile solo grazie a questo sostegno da parte dei Paesi democratici occidentali, che non hanno seguito le proprie leggi. I politici occidentali corrotti hanno allevato un mostro, il regime di Putin, che ora è necessario combattere con le armi. La guerra era inevitabile, perché la guerra è l’essenza del potere russo. Le domande russe “eterne e maledette” vengono dalla letteratura russa del XIX secolo: “chi è colpevole?”, “che cosa fare?” Erano domande importanti per il pubblico dei lettori, i “russi europei”. Ma per i centocinquanta milioni di contadini, che non sapevano leggere, le domanda importante era (ed è): “lo zar è legittimo o è un usurpatore?” La sola prova era la vittoria sul nemico. Agli occhi del popolo Stalin è stato uno zar legittimo, mentre Gorbaciov, che ha perso la Guerra fredda, è stato un ignobile impostore. La vittoria in guerra è l’unica legittimità del potere in Russia, non quella che viene dalla vittoria alle elezioni, che il potere falsifica sempre.

ⓢ Come ha guadagnato Putin la sua legittimità?

Con la vittoria in Cecenia e l’annessione della Crimea. Ma gli servivano nuove vittorie. Ora che perde la guerra in Ucraina già l’opposizione “patriottica” dai canali Telegram strilla di alto tradimento e che lo zar non è legittimo. Prima o poi Putin uscirà di scena e la guerra la vinceranno gli ucraini. Tutto il mondo aiuterà l’Ucraina a ricostruire quello che i russi hanno distrutto. Al confine con la Russia tireranno su un muro gigantesco e quello che sarà al di là di quel muro non mi suggerisce nessun ottimismo. In Russia comincerà una nuova guerra per il potere e il caos genererà una nuova ondata di violenza. La disgregazione dell’impero continuerà. La Federazione russa è “incinta” di nuovi Stati, come lo è stata l’Unione Sovietica alla fine dei suoi giorni. Diventeranno indipendenti la Cecenia e altre repubbliche nazionali.

ⓢ Questi nuovi Stati hanno delle possibilità di diventare democratici?

Sì, ma a patto che siano soddisfatte delle condizioni necessarie. Prima di tutto viene il riconoscimento nazionale della colpa dell’aggressione dell’Ucraina. Il pentimento nazionale è necessario. Saranno capaci quelli che prenderanno il potere in Russia, di inginocchiarsi a Buča, a Kharkiv e a Mariupol’ e ovunque i nostri carri armati sono arrivati, a Praga, a Budapest, a Vilnius, a Groznyj, a Tbilisi? È necessaria la punizione dei criminali di guerra. Ma chi farà i processi e manderà in galera chi ammazza gli ucraini e sostiene questa guerra infame? I criminali di guerra stessi? Chi organizzerà libere elezioni? Quelle migliaia di insegnanti spaventati che fanno i brogli per Putin? Come sostituire le centinaia di migliaia di poliziotti, giudici e funzionari statali? Come sostituire il popolo di questo gigantesco Paese? Forse, quando i nuovi Putin prenderanno il potere, l’Occidente gli tenderà pure la mano, perché promettono di fare la guardia ai missili nucleari. E la storia russa si mangerà un’altra volta la coda. In quest’ultimo anno di guerra ho capito che cosa intendesse Kazimir Malevič con il suo Quadrato nero. L’artista aveva percepito con grande precisione il futuro: la Prima guerra mondiale, la guerra civile e il gulag. Ora la Russia è di nuovo un quadrato nero.

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Fatima, la Russia, l’Ucraina nell’ora storica attuale: cronaca di un convegno storico

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Fatima, la Russia e l’Ucraina nell’ora storica attuale è stato il tema di un incontro organizzato dalla Fondazione Lepanto che si è svolto la mattina di sabato 13 maggio nell’Aula Magna dell’Università Lumsa di Roma, con la partecipazione di Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, in collegamento diretto on-line da Kyiv, e del prof. Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto……..

Il convegno si è aperto con l’intervento del prof. Roberto de Mattei: l’incipit ha riportato immediatamente l’attenzione dei presenti sul messaggio di Fatima, il cui nucleo sottolinea come «la Russia, nelle parole della Madonna, sarà lo strumento di un castigo divino che incombe sul mondo per i suoi peccati. Ma la Russia, dopo aver diffuso i suoi errori nel mondo si convertirà e al mondo sarà concesso un periodo di pace, che coinciderà con il trionfo del Cuore Immacolato di Maria».

Il presidente della Fondazione Lepanto ha quindi ricordato come la guerra mossa da Vladimir Putin è di natura “ibrida”, per cui alle armi fisiche, si affiancano anche quelle narrative, che fanno leva «sugli aspetti psicologici e mentali delle persone, sui loro stati d’animo e sui loro sentimenti» sfociando così in una cultura della cancellazione perpetrata tanto dall’Occidente nichilista quanto da Putin, intenzionato a «reinventare il passato e riscrivere la storia della Russia e dell’Europa». Dopo aver descritto la tesi putiniana, il prof. de Mattei ha svelato i tre principali falsi storici su cui tale tesi si fonda e ha spiegato, fonti alla mano, come si sono realmente svolti gli eventi. Ciò a partire dal battesimo di San Vladimiro nel 988, passando per lo scisma ortodosso del 1054, fino agli anni del regime comunista sovietico nel quale si distinse per «l’eroica resistenza della chiesa ucraina alle persecuzioni sovietiche» la figura del cardinale Josef Slipyi, «grande apostolo del messaggio di Fatima, come i suoi successori».

A quanti sono convinti che l’errore più funesto oggi nel mondo non sia più il comunismo ma l’occidentalismo globalista, de Mattei ha posto una ineludibile domanda: «è possibile che la Madonna si sia sbagliata, che sia stata incapace di prevedere il futuro, che abbia detto Russia, mentre avrebbe dovuto dire America od Occidente?». Se l’Occidente oggi è corrotto, spiega il professore, la causa risale proprio a quel comunismo ateo, relativista e materialista «che la Russia ha diffuso nel mondo». In verità, la Russia non vuole combattere l’Occidente depravato, come afferma ma, piuttosto, «vuole sostituire le radici romane e cattoliche dell’antico Occidente con nuove radici slave, ortodosse e neo-staliniste, al fine di rendere l’Europa […] un’appendice del continente asiatico» imponendo la cosiddetta ideologia del “Mondo Russo” (Russkii mir). La soluzione alla corruzione del nostro tempo non è quella di lasciarsi accecare da un odio auto-distruttivo per l’Occidente ma «aumentare il nostro amore alla Chiesa, madre della Civiltà occidentale e cristiana e alle parole di speranza di Fatima che annunciano il trionfo del Cuore immacolato e la conversione della Russia».

I critici dell’Occidente hanno ragione a denunciare gli errori degli attuali leader occidentali, ma – ha affermato de Mattei – «commettono essi stessi un catastrofico errore, quando pretendono di opporre a questi errori la bandiera del Cremlino invece della bandiera della Santa Chiesa cattolica, l’unica che può essere portatrice di un messaggio di Verità e di Vita, di pace e di giustizia, indipendentemente dalla fragilità di chi la rappresenta».

L’intervento del professor de Mattei si è chiuso ricordando che «la russificazione proposta da Putin è l’antitesi della conversione della Russia richiesta dalla Madonna a Fatima» e che la Russia «deve liberarsi dalle false narrazioni del suo passato e dall’iniquità del suo presente, per riconciliarsi con l’Occidente cristiano, per abbracciare la verità della Chiesa di Roma, come fecero san Vladimiro e i suoi primi successori. Questa è la conversione che la Madonna ha profetizzato e che certamente avverrà, perché da Dio stesso vengono le parole: “La Russia si convertirà”. Questa è la grande speranza del messaggio di Fatima, che illumina la tragedia della guerra in corso».

È intervenuto quindi da Kyiv, dove vive da quindici mesi sotto le bombe, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk. Il capo della Chiesa greco-cattolica ucraina ha svolto, tra gli applausi, un appassionato intervento, sottolineando come l’inaspettata visita del presidente Zelens’kyj e il suo incontro col Papa, proprio il 13 maggio, lungi dall’essere una mera coincidenza, è stata una vera disposizione della divina Provvidenza, per intercessione della Santissima Vergine di Fatima. Prima di cominciare ha espresso il suo apprezzamento per la ricostruzione storica del professor de Mattei, sottolineando come, a confermarla, c’era proprio il vescovo Bilyk, che quella drammatica storia ha vissuto sulla propria pelle.

Anche Sua Beatitudine ha voluto aprire la propria relazione con un accenno storico, evidenziando con rigore le radici cattoliche di Kyiv e la sua unione con Roma, ben rappresentata dalla storica Unione di Brest. Tali cenni storici, sottolinea l’Arcivescovo, «ci dimostrano che il popolo ucraino, a differenza di quello russo, si è sviluppato come una parte integrale del continente europeo sia dal punto di vista culturale sia da quello ecclesiastico, sempre preservando la sua identità bizantina. Una storia che nella propaganda di Putin viene assolutamente negata e riscritta secondo la narrativa dell’ideologia del mondo russo».

Nella seconda parte dell’intervento, l’arcivescovo Shevchuk ha illustrato l’orizzonte al tempo stesso drammatico e toccante dell’attuale situazione ucraina a causa della guerra. «Da più di un anno ormai – ha detto – l’Ucraina è vittima di un’aggressione militare russa su vasta scala, che ha portato morte, distruzione e tanta sofferenza sulla nostra terra. Tuttavia, in questo periodo drammatico della nostra vita abbiamo capito che non si tratta soltanto della guerra di un paese contro un altro, né tantomeno di una semplice “operazione militare”, ma di un vero genocidio del nostro popolo e di terribili crimini di guerra della Russia in Ucraina, causati anche dalla distorsione della storia con una esplicita connotazione ideologica».

Il capo della Chiesa ucraina è stato testimone oculare dei sistematici crimini perpetrati dai soldati russi nei confronti di ucraini innocenti, dalla tragedia delle fosse comuni, passando per gli stupri, fino alla «straziante testimonianza dei cadaveri giustiziati e abbandonati sulle vie delle nostre città». Decisamente toccante e sconvolgente è stato il suo tragico racconto di una famiglia, padre, madre e due bambine di 6 e 11 anni uccisi e poi bruciati. «Vi confesso, umanamente parlando – ha affermato con commozione Sua Beatitudine – che dentro di me è sorta questa domanda: Signore, ma perché? […]. Questa domanda interpella oggi la nostra coscienza umana e cristiana e pone domande alla civiltà contemporanea e al mondo intellettuale della Chiesa».

L’Arcivescovo ha poi proseguito ricordando un documento, riportato poche settimane dopo l’inizio della guerra su un sito ufficiale russo “Ria Novosti”, che spiegava le ragioni e gli ordini dati ai soldati russi per condurre questa missione. Gli orrori in esso contenuti hanno persino spinto un noto studioso della Shoah nel territorio dell’ex Unione Sovietica, Timothy Snyder, a definirlo «il manuale russo del genocidio ucraino».

Tuttavia il dolore più profondo – afferma Shevchuk – «è quello di sentire la giustificazione cristiana della guerra russa contro l’Ucraina, vale a dire il sostegno e la sintonia perfetta della Chiesa ortodossa russa con l’ideologia del ‘mondo russo’». Durante questo terribile conflitto, non una sola parola si è udita da parte dei vertici del Patriarcato di Mosca contro la guerra, né si riscontra un appello «rivolto ai soldati russi ad astenersi dalle azioni crudeli nei confronti delle persone innocenti e a comportarsi umanamente con gli ostaggi, i feriti e la popolazione civile. Tutt’altro: abbiamo sentito la glorificazione dei crimini di guerra e della ideologia di violenza da parte dello stesso Patriarca Kirill».

Sua Beatitudine ha concluso il suo commovente discorso con un vigoroso appello a tutti gli studiosi del mondo a non tacere. Infatti, afferma, il genocidio del popolo ucraino perpetrato dalla Federazione Russa, «se non denunciato e fermato oggi, domani sarà causa di innumerevoli vittime come hanno già fatto il nazismo e il comunismo nel secolo scorso». Ma c’è una speranza, ha concluso l’Arcivescovo col plauso dei presenti, ed è proprio il Messaggio di Fatima: «speranza della protezione del popolo ucraino davanti all’aggressore e la speranza della conversione della Russia. Anche se c’è molta strada da percorrere per liberarsi, e non solo in Russia, dall’ideologia del mondo russo e abbracciare la Verità che, unica, ci rende liberi».

(Fabio  Fuiano  Corrispondenza Romana-  15 Maggio 2023)

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Papa Francesco, l’incontro con Zelensky e il comunicato di poche righe che certifica lo stallo: intesa solo sugli sforzi umanitari

di Gian Guido Vecchi –Corriere  della Sera  – 14 Maggio 2023

Il pontefice cauto, dopo le difficoltà. L’ipotesi di inviare a Mosca e Kiev due cardinali come emissari

CITTA’ DEL VATICANO — Il cielo sopra San Pietro è grigio come le prospettive di pace. Quando Volodymyr Zelensky arriva nel cortile dell’Aula Paolo VI, poco dopo le 16, si sa già che l’udienza con il Papa non sarà delle più semplici. La prima volta era stato ricevuto da Francesco l’8 febbraio 2020, sono passati poco più di tre anni ed è come fossero dieci, il giovane presidente che si mostrava un po’ intimidito in giacca e cravatta si presenta ora con la felpa militare, incanutito, l’aria tirata. Si stringono la mano nell’auletta dietro la Sala Nervi, «è un grande onore per me essere qui», dice Zelensky accennando un inchino, «la ringrazio per questa visita», sorride il Papa.

Sul tavolo c’è un crocifisso, seduti uno di fronte all’altro è come se si studiassero, il colloquio riservato dura quaranta minuti. E il primo segnale di quanto sia stato faticoso è nelle prime parole della Santa Sede, affidate al portavoce Matteo Bruni: poche righe per dire che si è discusso della «situazione umanitaria e politica dell’Ucraina provocata dalla guerra in corso», salvo aggiungere che «entrambi hanno convenuto sulla necessità di continuare gli sforzi umanitari a sostegno della popolazione». La convergenza si mostra quindi sugli aspetti «umanitari» e non sulla situazione «politica», come a limitare, almeno per ora, lo spazio della «missione di pace» di cui Francesco aveva parlato a fine aprile.

Una differenza confermata da ciò che Zelensky dirà più tardi a Porta a Porta , sillabando che il suo Paese non ha bisogno di mediatori e l’unico piano di pace è quello ucraino. No alla mediazione vaticana, insomma. E in ciò che il presidente ucraino aggiunge in un messaggio, «ho chiesto di condannare i crimini russi in Ucraina, perché non può esserci uguaglianza tra la vittima e l’aggressore», si nota una certa insofferenza che in questi mesi ha accompagnato in Ucraina i tentativi di Francesco di «costruire ponti»: aprire tutti i canali di dialogo possibili verso «la strada della pace» e favorire una mediazione, fino a mettere a disposizione il Vaticano per colloqui tra le parti.

Il Papa non ha mai mancato, ogni settimana, di pregare per «il martoriato popolo ucraino». Del resto lo aveva detto senza veli di ritorno dal Kazakistan, lo scorso settembre, ai giornalisti che gli chiedevano se ci fosse un limite alla disponibilità al dialogo con Mosca: «Io non escludo il dialogo con l’aggressore, a volte il dialogo puzza, ma si deve fare». I comunicati della Santa Sede non fanno cenno all’invito al Papa ad andare a Kiev: ha già detto che lo farà solo se potrà andare anche a Mosca. Francesco ha donato una scultura in forma di ramoscello d’ulivo, Zelensky ha ricambiato con un’opera ricavata da una piastra antiproiettile e un quadro sull’uccisione dei bambini.

Eppure non finisce qui. Certo la porta è più che mai stretta, alle parole di Zelensky si aggiunge la difficoltà a parlare con Mosca, per non parlare di Putin. Ma le strade della diplomazia sono infinite, resta la possibilità che il Papa invii a Kiev e Mosca due cardinali con un appello estremo. Ma soprattutto rimane aperta la strada del dialogo umanitario. Il Papa ha parlato a Zelensky della «necessità urgente di “gesti di umanità” nei confronti delle persone più fragili, vittime innocenti del conflitto», soprattutto i bambini deportati in Russia: in questo caso la Santa Sede sta già mediando da tempo. «Dobbiamo fare ogni sforzo per riportarli a casa», ha concordato il presidente ucraino.

Anche nel colloquio successivo con Zelensky, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, «ministro degli Esteri» vaticano, ha insistito sulla «necessità di continuare gli sforzi per raggiungere la pace». Poco prima di vedere Zelensky, Francesco ha parlato agli ambasciatori della «speranza» che «non sia mai detta l’ultima parola per evitare un conflitto o risolverlo pacificamente», fino a esclamare: «Quando impareremo dalla storia che le vie della violenza, dell’oppressione e dell’ambizione sfrenata di conquistare terre non giovano al bene comune?».

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