"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Che succede al Cremlino? Alcuni punti fermi

28 Giugno 2023 ore 11:59

di Roberto de Mattei– Corrispondeza Romana

La nebbia che avvolge il Cremlino è diventata più fitta dopo il bizzarro “ammutinamento”, del capobanda Yevgeny Prigozhin. La comunità degli analisti specializzati nell’osservare gli sviluppi interni in Russia non è ancora in grado di spiegare quanto è accaduto, come, ammette uno dei più noti osservatori, Mark Galeotti, della UCL School of Slavonic and East European Studies (“Il Tempo”, 26 giugno 2023). Ma se la celebre definizione di Winston Churchill, che in un discorso alla BBC del 1° Ottobre 1939, definì la Russia: «un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma», sembra mantenere la sua attualità, non bisogna ignorare alcuni punti chiari ed oggettivi, che ci possono aiutare a comprendere gli eventi.

Il primo punto riguarda il modo di governare di Putin. L’antico principio del «divide et impera», che i romani usavano contro i propri nemici esterni, è applicato da Putin per combattere i suoi nemici interni. Il risultato è che oligarchie finanziarie, compagnie di ventura, gruppi mafiosi, servizi segreti ed altri apparati geopolitici e militari detengono ognuno una porzione di potere senza che nessuno sia in grado di imporsi all’altro. Senza dimenticare il ruolo del Patriarcato di Mosca, che costituisce un puntello di Putin finché il dittatore è al potere, ma che è pronto a servire il prossimo padrone del Cremlino, come lascia capire l’archimandrita Tikhon di Pskov, in una sua dichiarazione all’agenzia Novosti del 24 giugno (https://ria.ru/20230624/mitropolit-1880194802.html):

 «Che cosa è necessario per evitare una divisione che è fatale per il Paese e per le persone in situazioni critiche? Mantenere la fede e le convinzioni, mettere da parte le lotte e le discordie, per quanto importanti possano sembrare alle parti in conflitto, ed essere in unità con coloro che la Provvidenza di Dio ha messo a governare la Russia, indipendentemente da come questa persona viene chiamata nella storia: Granduca, Zar, Imperatore o Presidente del Comitato di Difesa dello Stato e Comandante Supremo delle Forze Armate dell’URSS… Oggi il Presidente Vladimir Putin porta questo fardello, questa croce e questa responsabilità». E domani? 

I mezzi di cui Putin si serve per mantenere questo complesso equilibrio di poteri, sono spregiudicati, ma coerenti con la sua esperienza giovanile, che è quella di un ufficiale del KGB, formato alla più rigorosa ortodossia comunista. Nella concezione del mondo marx-leninista la dialettica non è solo un principio filosofico, ma uno strumento per creare contraddizioni e conflitti nella realtà che ci circonda. L’arte di neutralizzare i propri nemici non affrontandoli direttamente, ma mettendoli l’uno contro l’altro, fu utilizzata da Lenin, da Stalin e da tutti i loro successori. Se i mezzi non cambiano, muta però il modello politico che viene proposto come fine. Per Putin non è più l’internazionale proletaria, ma la ricostituzione dell’Impero sovietico entro e oltre i confini precedenti al 1991, l’anno in cui l’Unione Sovietica si dissolse. Questo mito unificatore è tanto più necessario, quanto più il sistema di potere è frammentato e policentrico.

Il mito della “Grande Russia” di Putin è analogo a quello della “Guerra patriottica” di Stalin. In entrambi i casi il richiamo ai valori tradizionali è l’elemento di coagulo per giustificare un appello alle armi, che serve anche a eliminare ogni forma di opposizione interna. Putin in questo senso è costretto a combattere ad oltranza l’Occidente, per evitare la guerra civile. Mentre Putin ritrova in maniera strumentale i simboli della vecchia Russia, l’Occidente abbandona le sue radici per sprofondare nel nichilismo. A meno di non immaginare che la Civiltà cristiana, e con essa la Chiesa cattolica, sia definitivamente tramontata e destinata ad essere sostituita dalla “Terza Roma” moscovita. 

La superiorità tecnologica e militare dell’Occidente sulla Russia è schiacciante, ma Putin conta sulla debolezza culturale e morale del nemico, che contribuisce ad alimentare attraverso una sofisticata campagna di intossicazione psicologica. Le prime vittime di questa guerra “guerra ibrida” sono gli ambienti conservatori e tradizionalisti, che riconoscono in Putin il difensore di quei valori a cui l’Occidente ha voltato le spalle. «Non vogliamo combattere per i disvalori dell’Occidente», ripetono questi ambienti, senza comprendere che l’Occidente merita di essere difeso non in nome dei suoi pseudo-valori liberali, ma a causa dei suoi valori autentici, che sono le sue radici cristiane.

John Lamont, uno studioso a cui si deve un’accurata analisi del conflitto russo-ucraino, ha osservato comel’acceso sostegno all’Ucraina da parte dei liberali ha indotto i conservatori a reagire, per reazione dialettica, contro la causa ucraina. Essendo i conservatori impegnati in una “lotta esistenziale” contro i liberali, essi sospettano istintivamente di tutte le cause, giuste o sbagliate, che i loro nemici abbracciano. E’ su questo accecamento dei conservatori che Putin sta facendo leva per vincere mediaticamente, ciò che perde sul campo di battaglia. In realtà sia i “liberali” occidentali che Putin, si sono trovati invischiati in una guerra di cui non avevano previsto le conseguenze. 

Ha ragione John Lamont, quando osserva che la strategia della maggior parte delle potenze della NATO è di non far vincere né i russi né gli ucraini, al fine di mantenere lo pseudo-ordine geopolitico in Russia e in Occidente. Infatti, osserva Lamont, «le forniture militari fornite all’Ucraina sono sempre state appena sufficienti per permettere agli ucraini di resistere agli attacchi russi, ma non abbastanza per permettere all’esercito ucraino di espellere i russi dal loro Paese. Questa strategia è stata spiegata con il desiderio di evitare un’escalation della guerra, ma il desiderio di preservare la struttura di base dell’ordine globale è probabilmente una motivazione più importante. Ciò smentisce l’affermazione che la guerra in Ucraina sia una “guerra per procura” tra Stati Uniti e Russia (come l’offerta americana di evacuare Zelensky da Kiev subito dopo l’attacco russo; se questa offerta fosse stata accettata, l’Ucraina sarebbe caduta in mano ai russi). Se gli americani fossero interessati a questa guerra per procura, avrebbero dato agli ucraini armi sufficienti per vincere la guerra sei mesi fa» (https://rorate-caeli.blogspot.com/2023/06/russia-and-invasion-of-ukraine-why-are.html#more). 

La fine dell’Occidente è teorizzata da un gruppo di intellettuali che non si rendono conto che ciò che oggi sta crollando è la modernità, nata dalla Rivoluzione francese. Il futuro non appartiene al liberalismo, al socialismo o al nichilismo post-moderno, ma a coloro che in questo orizzonte di tenebre mantengono la loro fedeltà ai princìpi della Civiltà cristiana, che hanno la loro anima nella Chiesa. Questi princìpi possono conoscere momenti storici di eclissi, ma mai di tramonto. 

E’ in questo spirito che l’Ucraina va aiutata a vincere la sua battaglia, che è quella del vero Occidente destinato a risorgere, non di quello falso, condannato a perire.

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L’eresia pacifista dell’Ortodossia russa

di Stefano Caprio 24 Giungo 2023

Fa impressione che nelle accuse patriarcali odierne ai preti pacifisti si parli esplicitamente di “eresia tolstojana”. Mentre alla scomunica contro di lui che per Kirill dovrebbe avere “valore universale” p. Viktor Burdin risponde con la domanda “chi può impedire di servire a Dio?”, che ripete spesso nelle sue omelie anche un altro sacerdote ortodosso di Mosca, l’italiano p. Giovanni Guaita.

Nel contesto della piega drammatica della guerra in Ucraina, in bilico tra l’autodistruzione e la riconquista reciproca delle terre contese da secoli, aumenta la tensione anche nel campo bellico-ecclesiale, altra dimensione del confronto senza fine tra i due volti del mondo russo e della stessa Europa. Si segnalano casi sempre più frequenti di sacerdoti insofferenti alla retorica militar-patriottica ammantata di aureole trinitarie, e allo stesso tempo s’irrigidisce la sacra cintola dell’inquisizione patriarcale, che soffoca sempre più spesso l’aspirazione di sacerdoti, monaci e fedeli a professare una religione di pace.

La goccia che sta facendo traboccare il vaso è stato il trasferimento forzato dell’icona della Trinità di Rublev dal museo alla chiesa, non soltanto per i possibili danni al capolavoro dell’arte russa, che sembrano per ora limitati, ma per il contesto di autoritarismo e sfruttamento propagandistico di un simbolo della spiritualità e dell’amore reciproco, trasformato in bandiera dell’unione aggressiva di trono e altare. È uno degli episodi che più dimostra fino a che punto può arrivare lo stravolgimento di tutta l’autentica tradizione della religione e della cultura russa, addirittura nel nome della “difesa dei valori tradizionali”. L’aspetto più indigesto della vicenda, soprattutto per il clero ortodosso, è stato il brutale allontanamento del protoierej Leonid Kalinin, presidente del consiglio di esperti del patriarcato di Mosca per l’arte ecclesiastica e il restauro, una figura molto rispettata e amata, che è stato addirittura sospeso a divinis “per la sua opposizione al trasferimento dell’icona nella cattedrale di Cristo Salvatore”.

Il povero padre Leonid, dopo che la scure dell’iracondo patriarca Kirill si è abbattuta su di lui, si è scusato pubblicamente dichiarando che “evidentemente mi sono sbagliato, se è stata presa questa decisione, significa che ci hanno pensato bene”, suscitando ulteriori reazioni di sdegno verso coloro che hanno così brutalmente eliminato il parere dell’ecclesiastico più competente in materia. Egli stesso ha assicurato di “accogliere in pace la decisione, e chiedo le preghiere di tutti coloro che mi conoscono e mi vogliono bene, io cerco di fare quello che ritengo giusto, ma posso sempre sbagliare”. Alla fine l’icona è stata sistemata in una capsula stagna preparata esattamente secondo le istruzioni di Kalinin, rendendo ancora più paradossale l’anatema patriarcale.

Nel frattempo si moltiplicano le “radiazioni canoniche” di membri del clero russo, con l’accusa di “eresia pacifista”, la risposta di Kirill a chi dal resto del mondo ortodosso lo indica come sostenitore del “filetismo”, l’identificazione della religione ortodossa con la causa nazionale, che Costantinopoli aveva condannato nella prima metà dell’Ottocento per contrastare i movimenti di rivolta contro l’impero ottomano. Allora a essere tacciati di eresia erano stati i greci e i bulgari, che aprirono la strada all’accettazione del principio etnico della “Chiesa nazionale”, poi diventato il sistema organizzativo di tutte le Chiese ortodosse. In realtà il principio era stato introdotto dai russi fin dalla proclamazione del patriarcato della “Terza Roma”, la vera origine dell’eresia filetista.

Non può quindi sorprendere che Kirill si scagli contro il pacifismo “ecumenico”, che nega non soltanto l’appoggio alla “operazione militare speciale” in Ucraina, ma le fondamenta stesse della ideologia ecclesiastica russa. Del resto, questa discussione aveva infiammato gli animi di tutta la Russia agli inizi del Novecento, quando venne lanciato l’anatema contro Lev Tolstoj, lo scrittore più religioso-umanista, e anticlericale allo stesso tempo, di tutta la letteratura russa. Il 22 febbraio 1901 l’autore di Guerra e Pace fu scomunicato dal Sinodo della Chiesa, allora senza patriarca, sotto la presidenza del ministro zarista del culto (oberprokuror) Konstantin Pobedonostsev, il “Torquemada” russo della disperata difesa della Santa Russia poco prima delle rivoluzioni. Si dimise infatti poco dopo, nel 1905, dopo un’insensata guerra della Russia contro il Giappone, che tanto ricorda l’attuale rovinosa campagna in Ucraina: i russi pensavano di sottomettere l’impero del Sol Levante in una settimana, rimanendo bloccati tra le isole e i porti per settimane, prima di soccombere all’intrepida controffensiva giapponese. Anche allora, una buona parte dei soldati e marinai russi era costituita da ex-detenuti inviati a forza dai lager a redimersi nella guerra, che non seppero opporre alcuna resistenza ai samurai, essendo in buona parte in preda ai fumi dell’alcool, come i soldati russi di Bakhmut e Kherson.

Alla guerra rovinosa fece seguito la prima rivoluzione russa, annunciata fin dal mese di gennaio dalla manifestazione popolare guidata dal pope Gapon, un sacerdote di simpatie socialiste che aveva chiesto a tutti i gruppi di togliere le bandiere e le scritte politiche e polemiche, avanzando verso il palazzo d’Inverno innalzando le sacre icone processionali. Gapon voleva che lo zar Nicola II scendesse a incontrare il popolo, e sarebbe bastata una sua apparizione per accontentare le folle, ma i generali e i parenti avevano convinto lo zar a rifugiarsi nel castello di Tsarskoje Selo, lontano da San Pietroburgo, e aprirono il fuoco sulle masse dei pacifici dimostranti disarmati. Il governo dichiarò 130 morti, altre fonti ne contarono tra i 600 e i 2000, e fu l’inizio della fine del regime zarista.

Lo scomunicato Tolstoj alzò la sua voce contro le stragi, affermando anche che “mai le persecuzioni religiose furono così frequenti e feroci come oggi”, e fa impressione che nelle accuse patriarcali odierne ai preti pacifisti si parli esplicitamente di “eresia tolstojana”. Lo scrittore aveva in effetti ispirato una nuova variante di religione pacifista, chiamata appunto tolstojanstvo e spregiativamente tolstovščina, proprio il termine utilizzato in questi giorni da propagandisti e predicatori putiniani per esporre al pubblico ludibrio i preti contrari alla guerra. Lo ieromonaco Afanasij (Bukin), che era in servizio alla missione russa a Gerusalemme, era stato allontanato lo scorso febbraio, quando si era espresso contro l’operazione militare in occasione del suo primo anniversario. In questi giorni ha spiegato su Facebook di essere stato ridotto allo stato laicale dal tribunale ecclesiastico con motivazioni estremamente aggressive, come recita la sentenza: “il chierico ha tradito il giuramento ecclesiastico e le regole apostoliche, con motivazioni ancora più depravate, non solo per le parole espresse, ma per il rifiuto a sottomettersi all’autorità ecclesiastica”.

Un altro ieromonaco, padre Jakov (Vorontsov), ha spontaneamente abbandonato la metropolia ortodossa russa del Kazakistan, prima di essere a sua volta cacciato, affermando delle autorità ecclesiastiche che “il Maligno si è impossessato dei loro cuori, che ormai sono incapaci di distinguere il bene dal male… possibile che i santi russi abbiano compiuto invano i loro grandi miracoli e sacrifici? Possibile che la cultura russa sia diventata terreno fertile per la crescita dell’Anticristo? Io credo di no, e confido nei tanti russi che non vogliono la guerra, anche se non hanno il coraggio di dirlo apertamente”.

Non è un caso che a parlare chiaro siano dei monaci, per lo più in sedi periferiche. La maggior parte dei loro confratelli vive infatti in comunità guidate da fedeli esecutori delle direttive patriarcali, e il clero parrocchiale è frenato dalle numerose famiglie, essendo uxorato per tradizione. La grande maggioranza dei preti deve proteggere i tanti figli, molti dei quali proseguiranno la missione dei genitori, diventando a propria volta popy e popady, preti e mogli di preti, secondo le “tradizioni di casta” restaurate dopo l’inverno sovietico. Del resto, anche sotto il regime ateista erano le poche famiglie sacerdotali a conservare la fede ortodossa, tanto che lo stesso patriarca Kirill è figlio e nipote di preti.

Uno dei pochi sacerdoti che ha avuto il coraggio di rischiare anche i destini della propria famiglia è il parroco di Kostroma, 500 chilometri a nord di Mosca, Viktor Burdin, chiamato anche il “Savonarola di Kostroma”. 51 anni, sacerdote dal 2015, all’inizio era il vicario della chiesa del villaggio di Karabanovo, il cui parroco era uno storico dissidente religioso anti-sovietico, padre Georgij Edelštein, oggi 91enne, con il quale ha firmato diverse lettere di protesta già prima dell’invasione dell’Ucraina, e fu tra i promotori della lettera di 300 sacerdoti dopo l’inizio dell’operazione. Anch’egli è ormai ridotto allo stato laicale, con l’accusa formale di “pacifismo menzognero” o “pseudopacifismo”, da distinguere da quello “autentico” che definisce la pace secondo gli interessi del popolo russo e delle vittime del “genocidio ucraino nel Donbass”, secondo il verbale patriarcale della sua condanna.

Padre Viktor ha fatto ulteriormente infuriare il patriarca Kirill, cercando di trasferirsi al servizio della Chiesa ortodossa in Bulgaria, e la scomunica pretende oggi di avere “valore universale”. Burdin risponde con la domanda “chi può impedire di servire a Dio?”, che ripete spesso nelle sue omelie un altro sacerdote ortodosso di Mosca, l’italiano padre Giovanni Guaita, giunto in Russia trent’anni fa con il movimento dei Focolari e diventato membro del patriarcato, spinto dalle convinzioni ecumeniche e dall’amore per la Russia. Una sua intervista sta spopolando su YouTube, “l’unico peccato che non si può perdonare”, quello di usare la fede per infliggere la morte. La fede non è proprietà di funzionari dello Stato e della Chiesa, neanche dei più illustri e potenti: è la via della pace, come sanno in realtà i sacerdoti e i fedeli del mondo intero.

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Quanto resisterà Putin? Perché ora tutto è davvero possibile, in Russia

di Marco Imarisio-  Corriere della Sera – 25 Giugno 2025

Mai nessuno aveva osato sfidarlo in questo modo, non è stato lui a dettare le mosse per risolvere la crisi. È vero che nelle élite civili nessuno ha scelto di unirsi ai ribelli. Ma il potere di Putin non appare più così monolitico come sembrava finora.

La strada senza ritorno scelta da Evghenij Prigozhin segna l’inizio di una nuova fase della Russia, all’insegna di una maggiore instabilità. L’insurrezione armata decisa dal fondatore della Brigata Wagner, spesso descritta per brevità di sintesi come una milizia di mercenari, in realtà una colonna portante dell’Operazione militare speciale decisa da Vladimir Putin, rappresenta un segnale ben preciso. Mai nessuno aveva sfidato lo Zar in modo così esplicito. E mai nessuno ne era uscito ottenendo così tanto da lui. Un pareggio, se non una vittoria morale. Quel che davvero è accaduto in questa giornata così drammatica è segnato ancora da una notevole ambiguità. L’unico obiettivo degli strali lanciati dall’ex uomo di fiducia erano i vertici dell’Armata russa, dei quali ancora non ci capisce ancora bene quale sarà il destino. Anche nelle ore più concitate, Prigozhin si era ben guardato dal lanciare un attacco verbale diretto al Cremlino. Appare evidente però che l’esito di questa resa dei conti è girato intorno alla figura di Putin, alla sua capacità di mantenere un potere che fino alla notte scorsa sembrava inscalfibile.

L’appello

Nel suo appello alla nazione, avvenuto esattamente sedici mesi dopo un altro discorso dai toni più trionfali che annunciava l’invasione dell’Ucraina, il presidente russo è apparso consapevole dell’entità della posta in gioco. In primo luogo, ha riconosciuto l’esistenza della minaccia, e non era scontato che lo facesse, invitando i soldati della Wagner e chiunque stia combattendo al fronte, «a non commettere l’errore fatale» di unirsi a lui.

Il secolo sovietico

Forse, più del riferimento al fatale 1917 che segnò il destino della storia russa proiettandola nel secolo sovietico, è stato questo passaggio a testimoniare il fatto che non eravamo davanti a un tentato golpe da operetta. È stata una sfida seria, della quale per la prima volta da quando è presidente, Putin non è apparso in pieno controllo, come dimostra anche il mistero sulla sua presenza al Cremlino, la sua presunta sparizione, le voci poi smentite che lo davano su un aereo diretto nella più sicura San Pietroburgo. Non è stato lui a dettare l’agenda degli eventi. Non è stato lui a deciderne la conclusione, avvenuta con la mediazione del presidente bielorusso Lukashenko.

L’appello alla nazione

È stata anche la prima volta in cui Putin ha dovuto fare un altro appello, quello all’unità della nazione. In precedenza, non ne aveva mai avuto bisogno. Prigozhin era consapevole del fatto che per lui non ci sarebbe stato un futuro, neppure alla fine della guerra. La misura era colma ormai da troppi mesi, la corda si sarebbe spezzata.
Ha deciso di farlo lui. Con i suoi fedelissimi, si è lanciato in una marcia su Mosca che è solo uno dei tanti eventi estremi che hanno caratterizzato le vicende della Russia. I ribelli non avevano alcun alleato all’interno del potere putiniano. Non disponevano di nessuna quinta colonna, solo della loro forza militare, che non va comunque sottovalutata. È anche lecito chiedersi cosa sappia lui della situazione bellica che il resto del mondo non conosce, per averlo portato a un simile gesto di ribellione.

La reazione

All’inizio, Putin ha risposto in modo duro, come sempre. Muro contro muro, nessuna concessione. Il presidente sapeva bene di non poter apparire debole agli occhi della nazione, la sua forza è uno degli elementi fondanti del patto che lo lega alla Russia più profonda. Se esita, se appare titubante, se cerca di mediare in momenti che sembrano segnare un crocevia, non è più un vero Zar, con la maiuscola. Conosce la storia, anche se la interpreta a modo suo. L’anima russa non ammette dubbi in chi la guida. Fu l’assenza di leadership che risultò fatale a Michail Gorbaciov, condannandolo a una damnatio memoriae da parte del suo popolo che ancora perdura.

Le porte di Mosca

Ieri, il Cremlino non ha avuto scelta. Ma questo non ha fermato la marcia quasi irridente di Prigozhin, che stava per arrivare alle porte di Mosca. La forza di Putin non è stata sufficiente, non lo ha schiacciato. Non è ancora finita, certo, e pochi conoscono quale sarà l’esito dell’esilio al quale si è auto-assegnato il fondatore della Brigata Wagner. Ma è stato lui a imporre una trattativa. È stato lui a decidere che non ci sarebbe stato il bagno di sangue. Non Putin.

L’illusione occidentale

Questo tentativo di colpo militare non aveva nulla a che vedere con l’illusione occidentale di liberarsi per vie interne di Putin e di arrivare alla fine delle ostilità sfruttando un vento traumatico come questo. Prigozhin è un ultranazionalista, i suoi attacchi ai vertici militari sono quelli di un falco estremista, che rimprovera alle autorità una eccessiva morbidezza sul campo di battaglia.
Cosa pensa di chi anela alla pace lo ha detto più volte nei suoi deliranti messaggi, spesso brandendo un martello macchiato del sangue dei suoi disertori. Le élite civili e militari si sono schierate con Putin. Per fedeltà, per convenienza, e perché l’alternativa non esisteva. Il fondatore della Wagner è un cavaliere dell’Apocalisse che porterebbe la Russia, e forse il mondo, in un caos ancora più pericoloso di quello attuale. Ma la sua marcia su Mosca è stata un segnale che può davvero cambiare il corso della storia. Perché ha rappresentato qualcosa di inimmaginabile finora. Il potere di Putin non appare più così monolitico come sembrava fosse finora. La statua dello Zar mostra alcune crepe evidenti. L’insurrezione è finita. Ma dalla scorsa notte, tutto è possibile in Russia.

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Margelletti: “Il super falco Prigozhin lancia un’Opa sul Cremlino per vincere la guerra”

L’analista geopolitico: «Putin ha creato un Frankenstein, ora l’auspicio di una fine della guerra si allontana»

EMANUELA MINUCCI –La  Stampa

24 Giugno 2023Aggiornato alle 16:27

Professor Margelletti siamo al golpe. Che cosa accadrà adesso a Mosca e in Ucraina?
«È, naturalmente, presto per dirlo. Mentre è chiaro che cosa c’è dietro la scelta di Prigozhin. Sta accadendo quel che successo nell’impero romano: la debolezza del re porta i capi delle legioni romane a sfidare il sovrano per prenderne il potere».

A che cosa mira Prigozhin?
«Putin ha creato un Frankenstein e lui ora mira a sostituirlo o quanto meno ad affiancarlo. All’inizio, ovvero prima che lo zar parlasse alla nazione, si poteva pure pensare che fosse un’azione concertata, ma dalle parole durissime espresse da Putin « sta pugnalando alle spalle una nazione» è evidente che non era a conoscenza del golpe e che Prigozhin sta lanciando un’Opa fortissima sul Cremlino».

Vuole sostituirsi a Putin?
«Quanto meno affiancarlo. Perché ritiene la sua azione troppo debole sul fronte della guerra. Magari si accontenterebbe di diventare ministro della difesa difesa a quel punto non avremmo più i tradizionali livelli tra potere politico e militare ma ci sarebbe una privatizzazione vera dello strumento militare».

E questo quali conseguenze porterebbe sullo scenario della guerra contro l’Ucraina?

«C’è anche un arsenale nucleare da gestire e Prigozhin non è uomo da guanti di velluto. Il capo della Wagner rimprovera a Putin proprio questa debolezza, quindi, traiamone le conclusioni».

A questo punto una riflessione si impone anche nei confronti di tutti i tentativi di mediazione europei (e non) per accelerare il processo di pace. O no?

«Certamente sì. Se con Putin il dialogo risultava impossibile nel vocabolario di Prigozhin questa parola non esiste proprio».

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La rivolta di Prigozhin e i timori americani: una Russia senza Putin sarebbe ancora più pericolosa

A Washington si moltiplicano analisi e riflessioni sulle conseguenze delle mosse del capo dei mercenari. Ma lo Zar per Washington resta imprescindibile

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE ALBERTO SIMONI

24 Giugno 2023 alle 07:16 : La Stampa

WASHINGTON. La Casa Bianca «monitora e consulta alleati e partner sugli sviluppi», recita una scarna nota diffusa da Adam Hodge, portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale, nel tardo pomeriggio americano quando a Mosca le strade sono bloccate e sono schierati i tank a presidiare il Cremlino.

Dietro le parole, però, a Washington si moltiplicano analisi e riflessioni sulle conseguenze delle mosse dello chef di Putin, al secolo Prigozhin, padre padrone della compagnia di mercenari della Wagner.

Sin dall’avvio del conflitto in Ucraina nel febbraio del 2022, l’Amministrazione Biden ha evitato di dare l’idea di voler un cambio della guardia a Mosca e quando Biden a Varsavia nel marzo del 2022 disse che «Putin se ne deve andare», fu ben presto smentito dai solerti funzionari Usa che precisarono che il cambio di regime non è la dottrina americana.

Negli ambienti diplomatici Usa, infatti, l’idea predominante è che con Putin bisognerà prima o poi trattare – e farlo mettendo Zelensky in posizione di forza è lo spirito del sostegno alla controffensiva ucraina – ma una Russia senza Zar Vladimir sarebbe oggi difficile da decifrare e persino più pericolosa. Non è un caso che nelle valutazioni dell’intelligence vi sia chi ricorda che cambiare regime significa essenzialmente due cose: il caos in primo grado e in secondo il rischio di precipitare ancora di più in una spirale nazionalistica. Mark Galeotti, analista e fra i massimi esperti di Russia a livello mondiale, pochi mesi fa in un colloquio con La Stampa ricordò come l’ipotesi di una Russia democratica fosse al momento una chimera tanto che «nemmeno i nipoti di Navalvy vedranno una liberal-democrazia». È in questo schema quindi che Putin resta per gli americani imprescindibile almeno a breve termine. Una Russia in preda al caos innescherebbe diverse reazioni. Il silenzio della Cina è letto, almeno in principio, negli Usa come quello di attesa. Ma non è detto che Mosca con nuovi condottieri o squassata dalle lotte di potere possa giovare agli interessi cinesi. Pechino però potrebbe anche approfittare di questo caos, nella notte infatti otto navi da guerra hanno attraversato lo Stretto di Taiwan.

Le mosse della Wagner – milizia nota già dalle prime azioni in Crimea nel 2014 – sono sotto osservazione da tempo e Washington ha preso contromisure. Anzitutto designando – gennaio 2023 – Wagner come una «organizzazione criminale transnazionale», e così sanzionandola. I dissapori fra vertici dell’esercito e Prigozhin sono noti da tempo all’intelligence Usa che in novembre aveva segnalato come dalla Nord Corea arrivavano armi direttamente a Wagner ma non ai russi. Quindi aveva espresso i timori per il ruolo accresciuto dei miliziani, arrivati a ricoprire ruoli al centro dello scacchiere bellico russo preminenti e superiori a quelli dei soldati regolari. John Kirby portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale aveva sintetizzato in un briefing in gennaio che Wagner «era un nuovo centro di potere».

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La marcia di Prigozhin: i 3 motivi per i quali la Wagner ha scelto Rostov per sfidare Putin

di Daniele Raineri-La Repubblica – 24 Giugno 2023

Una scelta strategica ma anche un messaggio politico: cosa si nasconde dietro la strategia del capo dei mercenari

24 GIUGNO 2023 ALLE 07:36 3 MINUTI DI LETTURA

Perché il capo del Gruppo Wagner, Evgenij Prigozhin, ha marciato su Rostov, città da un milione di abitanti nel sud della Russia, e non verso Mosca? Ci sono almeno tre motivi.

Il primo si può descrivere così: legittima difesa. La marcia su Rostov è una risposta emergenziale agli attacchi dell’esercito russo, perché Prigozhin sostiene che il ministro della Difesa di Mosca e suo principale nemico, Sergei Shoigu, da lì coordinasse le operazioni cominciate ieri sera contro il Gruppo Wagner.

A Rostov c’è il quartier generale del Distretto militare meridionale, una delle gigantesche sottodivisioni delle forze armate della Russia. Con l’occupazione – quasi senza sparare un colpo – della città i mercenari bloccano i raid con elicotteri e razzi ordinati da Shoigu contro di loro, guadagnano giorni di tempo, prendono l’iniziativa e si dice abbiano costretto il ministro a una rapidissima fuga in elicottero a Mosca. Inoltre con questo spostamento notturno i combattenti del gruppo Wagner si sono piazzati fra le strade e gli edifici di una città russa: un conto è bombardare i loro acquartieramenti isolati nel Donbass, un altro sarebbe ordinare bombardamenti aerei contro Rostov. Il primo ordine era accettabile, il secondo potrebbe creare problemi enormi dal punto di vista politico e del controllo dell’opinione pubblica.

Il secondo motivo si può riassumere così: scacco militare. L’area di Rostov è a ridosso del confine con l’Ucraina, è lo scalo da dove passa la maggior parte della logistica dell’esercito russo, l’invasione ordinata da Putin nel febbraio 2022 non può essere sostenuta per molto – e figurarsi essere vinta – senza il controllo pieno di quel territorio nella Russia meridionale. Con in mano Rostov e venticinquemila combattenti disposti a tutto – come ha dichiarato Prigozhin – può permettersi di negoziare quello che vuole. Il ministero della Difesa russo non ha le risorse pronte e la voglia per una battaglia urbana fratricida nelle strade di una città russa contro migliaia di veterani che hanno appena vinto la battaglia urbana violentissima di Bakhmut e sono sopravvissuti a nove mesi di combattimenti strada per strada. Quello della Wagner potrebbe essere un bluff, ma scoprirlo sarebbe troppo costoso.

La Difesa russa non avrebbe al momento neanche reparti all’altezza del compito, perché in questo momento il meglio delle forze armate è impegnato a tenere le posizioni e ad affrontare la controffensiva ucraina rafforzata da migliaia di mezzi Nato – a soltanto tre ore di automobile da Rostov. Cominciare a combattere contro il gruppo Wagner vorrebbe dire voltare le spalle ai soldati ucraini, un lusso che Shoigu oggi non può permettersi.

Anche su questo si basa l’azzardo di Prigozhin, che è arrivato così in alto anche perché è un calcolatore: il ministero della Difesa russa non può gestire due fronti, uno esterno e uno interno, e rischia una implosione in tempi rapidi in Ucraina. Se non ci sarà un compromesso, i soldati russi potrebbero essere travolti. È possibile che Prigozhin sia stato ispirato in questo suo affondo dalle recenti operazioni dei gruppi di combattenti russi anti-Putin che in questi mesi hanno compiuto incursioni prolungate nelle regioni di confine di Bryansk e Belgorod e che hanno dimostrato quanto è tenue il controllo dei soldati di Mosca in quelle zone. Se ci riescono loro con poche decine di volontari, deve avere pensato il capo della Wagner, cosa potrei fare io con migliaia di veterani armati e veicoli corazzati?

Il terzo motivo è questo: la marcia su Rostov e non verso Mosca, anche dopo avere considerato le evidenti difficoltà logistiche, è un messaggio politico. Prigozhin ha dichiarato guerra ai generali di Putin – che lui incolpa per la decisione catastrofica di cominciare l’invasione dell’Ucraina – ma non al presidente russo. Per ora il capo della Wagner vuole eliminare i generali e prendere il loro posto in un sistema che comunque sarebbe ancora governato da Putin. La sua è una rivolta contro un pezzo del potere moscovita, quello militare, non contro l’insieme. Si tratterebbe di un rozzo cambio della guardia vicino al fronte e non di un attacco al potere principale. In questo mezza rivolta e non rivolta intera c’è tutta la scommessa di Prigozhin: addossare al ministro della Difesa Shoigu e il capo di Stato maggiore, Valery Gerasimov, la responsabilità del fallimento dell’invasione, spazzarli via dalla scena ma non minacciare in via diretta Putin, negoziare una tregua con Kiev (ieri il suo discorso era pieno di allusioni a un compromesso possibile con l’Ucraina). I generali cattivi che hanno messo nei guai la Federazione russa con un conflitto inutile e poco saggio sparirebbero dalla scena, la vita potrebbe ricominciare. Si tratta, come si vede, di un azzardo inaudito

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Scontro totale con i vertici della Difesa: la strategia di Prigozhin e l’ultima carta della marcia su Mosca

di Fabrizio Dragosei-Corriere della Sera-  24 Giungo 2023

Per Putin la crisi più grave dall’insediamento. E i militari regolari simpatizzano con i mercenari

Fino ad ora il capo dello Stato aveva deciso di tenersi fuori dalla disputa in corso tra combattenti. Ora Vladimir Putin parla alla nazione e accusa Prigozhin di tradimento.

Evgenij Prigozhin ha deciso di lanciare i suoi agguerriti mercenari della Wagner in uno scontro totale contro i vertici della Difesa russa e ha capito che la posta in gioco è altissima. Assieme ai miliziani si è scontrato con le forze armate regolari del suo Paese, abbattendo alcuni elicotteri mandati contro di lui. Dall’Ucraina è arrivato a Rostov sul Don, sede del comando di tutta l’Operazione militare speciale, e ne ha preso il controllo: sede del comando dell’Esercito, uffici dei servizi segreti, eccetera. E ora, se non verranno da lui a trattare gli odiati vertici della Difesa, è pronto a marciare su Mosca.

Per Putin è certamente la crisi più grave dal suo insediamento al vertice del Paese nel Duemila. Ma per la Russia si tratta di una situazione che non ha precedenti dai tempi dello scontro a colpi di cannone nel 1993 tra l’allora presidente Eltsin e i ribelli del Soviet Supremo asserragliati alla Casa Bianca di Mosca.

Gli appelli ai miliziani perché si ribellino a Prigozhin non hanno avuto effetti, anzi è successo il contrario. Fino ad ora sono stati i militari regolari a simpatizzare con la Wagner o, addirittura, a passare dalla parte dell’ex cuoco di Putin. I wagneriani godono di una fama particolare. Sono certamente i più temuti combattenti e gli unici che hanno riportato successi in Ucraina. Sono ben armati e motivati. Difficilmente tradiranno il loro capo.

Reparti speciali sono entrati intanto nella sede della Wagner di San Pietroburgo mentre invece i tecnici informatici di Prigozhin nella cosiddetta fabbrica dei Trolls stanno lavorando sul web per appoggiare l’iniziativa del loro capo. Prigozhin aspetta a Rostov l’arrivo dell’odiato ministro della Difesa Shojgu e del capo di Stato Maggiore Gerasimov. Altrimenti potrebbe veramente marciare su Mosca.

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La lunga notte di Prigozhin. Occupa Rostov e lancia l’ultimatum: “Datemi Shojgu e Gerasimov o marcio su Mosca”. Putin schiera i tank. Tutto quello che sappiamo

di Rosalba Castelletti . La Repubblica – 24 Giungo

Il capo dei mercenari Wagner lancia la “marcia della giustizia”. Fsb e procura lo incriminano per “incitamento alla rivolta”. Il comandante Surovikin lo invita alla resa. Nella capitale massima allerta

23 GIUGNO 2023 – AGGIORNATO 24 GIUGNO 2023 ALLE 08:24 

È l’inizio del conflitto civile in Russia? Di un golpe? Di un ammutinamento? La risposta arriva dall’Fsb e dalla procura generale: per loro è “incitamento alla rivolta armata”.

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In un crescendo di audio virulenti pubblicati sul canale Telegram del suo ufficio stampa, il capo della compagnia militare privata Wagner Evgenij Prigozhin prima accusa le forze armate russe di aver bombardato i suoi accampamenti, poi annuncia di aver preso una decisione insieme al Consiglio dei comandanti dei mercenari: “Il male che porta la leadership militare del Paese dev’essere fermato. Coloro che oggi hanno fatto ammazzare i nostri ragazzi, coloro che hanno distrutto decine, molte decine di migliaia di vite dei soldati russi, saranno puniti”.

Un attacco diretto al ministro della Difesa Sergej Shojgu che, a suo dire, sarebbe fuggito “da vigliacco” da Rostov-sul-Don. Di più, una vera e propria dichiarazione di guerra. Seguita da un invito a “tutti quelli che ne hanno voglia” a “unirsi” ai suoi 25mila uomini per “porre fine a questa porcheria”. Poi la precisazione: “Questo non è un golpe militare, ma una marcia della giustizia”.

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Ma alle autorità russe la puntualizzazione non basta. Le accuse del sedicente “macellaio di Putin” sono senza fondamento. Lo dice il ministero della Difesa in uno scarno comunicato che per la prima volta nomina Prigozhin su cui da mesi era calato il silenzio di organi governativi e media di stampa: “Tutto falso. Si tratta di una provocazione informativa”.

E lo dice anche il Comitato antiterrorismo. Per l’Fsb Prigozhin ha “incitato alla rivolta armata” e va messo sotto processo penale. La procura lo incrimina. Rischia vent’anni di carcere.

Seguono gli appelli alla resa. Ne lancia uno anche il generale Sergej Surovikin vicino ai wagneriti: “Fermatevi prima che sia tardi”. Vladimir Alekseev si accoda. L’Fsb incalza: “Arrestate Prigozhin”. Ne prendono tutti le distanze. Il leader dei mercenari non ha alleati.

Tank nelle strade ma la tv tace

“Vladimir Putin è stato informato. Si stanno prendendo le misure necessarie”, assicura il suo portavoce Dmitrij Peskov. A Rostov-sul–Don viene attivato il “Piano Fortezza”. Nelle strade del capoluogo del Sud e di Mosca appaiono i tank. Nella capitale vengono rafforzate le misure di sicurezza. 

Eppure la popolazione per un po’ resta all’oscuro dell’escalation. La tv non ne parla. Nessuno manda in onda il balletto del Lago dei Cigni come avvenne per tre giorni consecutivi durante il putsch dell’agosto del 1991.

Solo a notte fonda Pervyj Kanal, il Primo Canale, lancia due edizioni straordinarie per rilanciare l’incriminazione e poi l’appello di Surovikin. 

Tutto corre in Rete dov’è difficile dire dove finisca il virtuale e inizi il reale. La politologa Tatiana Stanovaja avverte: “Calmatevi tutti. Finora non si hanno prove convincenti che ci sia stato un golpe dei wagneriti e che Prigozhin stia guidando le sue colonne da qualche parte”.

La presa di Rostov-sul-Don

A tarda notte arriva un nuovo audio di Prigozhin: “Abbiamo attraversato il confine tra Ucraina e Russia. Le guardie di frontiera hanno abbracciato i nostri combattenti. Stiamo entrando a Rostov”. Ma non ci sono foto, video. Non c’è nessuna prova.

Resta l’incertezza, ma viene fugata nelle prime ore del mattino quando Wagner diffonde un video di Prigozhin nel quartier generale del Distretto meridionale delle forze armate russe che dice al viceministro della Difesa Junus-Bek Evkurov e al vice capo dello staff Vladimir Alekseev che “bloccherà la città di Rostov” e “andrà a Mosca” finché non “prenderà” il ministro Shojgu e il capo dello staff Valerij Gerasimov.

Rivendica anche il controllo di tutte le strutture militari, compreso l’aeroporto, ma soltanto per assicurarsi che l’aviazione venga usata contro gli ucraini e non contro i suoi uomini.

Prigozhin se la prende soltanto con la “leadership militare”, e non con Vladimir Putin, come se questo gli garantisse una scappatoia. Ma ha di fatto sfidato il regime stesso. L’autoproclamatosi “macellaio di Putin” ha firmato da sé la sua condanna a morte.

I silenzi di Putin

Per mesi il leader del Cremlino aveva taciuto dinanzi alle sue invettive. Come il video diffuso in mattinata in cui Prigozhin aveva accusato il ministro Shojgu di avere “ingannato” il Paese e lo stesso Putin trascinando la Russia nel conflitto contro l’Ucraina. 

Prigozhin smontava pezzo per pezzo i pretesti strombazzati dalla propaganda, e dal presidente, per giustificare l’intervento in Ucraina: non c’era stata nessuna “pazza aggressione” da parte dell’Ucraina, nessun suo tentativo “di pianificare un attacco con l’intera Nato”, nessun bisogno di “denazificare” e “smilitarizzare”.

L’operazione militare speciale, a suo dire, era “cominciata per ragioni completamente differenti”. Serviva innanzitutto a Shojgu “per entrare nella storia come un grande condottiere di Tuva, per diventare maresciallo e due volte Eroe della Russia”, e agli oligarchi che avevano “rubato alla grande nel Donbass, ma volevano di più”, ossia spartirsi l’Ucraina e nominare come presidente Viktor Medvedchuk.

Fin lì l’ennesima provocazione, la terza in tre giorni, dettata dal rifiuto di siglare entro il primo luglio il contratto che dovrebbe assoggettare i suoi “volontari” alla Difesa. Poi in serata l’escalation a cui nessuno riesce al momento a trovare una logica.

I motivi di Prigozhin

Neppure i suoi sostenitori. Tutti smarriti e confusi. Come l’ex consigliere di Putin Sergej Markov. Soltanto poche ore prima aveva assicurato più e più volte: “Prigozhin è assolutamente fedele a Putin”. Davanti alle notizie, prova a giustificare il leader di Wagner arrivando a ipotizzare un’operazione della Difesa ucraina, dello Sbu o dell’intelligence britannica per innescare il conflitto civile. Poi inizia a parlare di “presunto” Prigozhin e “presunto” Wagner.

Il politologo Sam Greene, ex direttore del Russia Institute del King’s College di Londra, dopo aver passato al vaglio le più svariate ipotesi si arrende: “Forse Prigozhin ha soltanto perso la testa”. Quel che è certo è che, se non l’ha persa, la sua testa potrebbe cadere presto.

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Suor Lucia di Fatima disse: ‘Sarà molto triste per tutti, se il mondo non prega e si pente’

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I nostri tempi sono gli ultimi? Suor Lucia di Fatima risponde.

Suor Lucia, 1957: “Per tre ragioni la Santa Vergine mi ha dato per capire che siamo alla fine dei tempi.”

Il 26 dicembre 1957 Padre Agustin Fuentes, un sacerdote della diocesi di Veracruz (Messico) e vice-postulatore della causa di beatificazione di Santa Giacinta Marto e San Francisco, ha parlato a lungo con Suor Lucia nel convento di Coimbra in Portogallo . Al suo ritorno in Messico, ha tenuto una conferenza su questo incontro, riferendosi alle parole di Suor Lucia.

Padre Joaquin Maria Alonso ha sottolineato che il rapporto della conferenza è stato pubblicato “con tutte le garanzie di autenticità e con l’approvazione vescovile a causa , tra cui il Vescovo di Fatima”

Di seguito, per esteso , come pubblicato sul sito web portoghese Apelos de Nossa Senhora , le parole pronunciate da Suor Lucia a p. Agustín. A quel tempo, il prete dice di aver trovato la veggente di Fatima “molto triste, molto pallida e depressa”. Questo è ciò che lei gli ha rivelato.

“Caro Padre, la Vergine Santissima è molto rattristata, nessuno dà ascolto al tuo Messaggio, né i buoni né i cattivi: i buoni, perché continuano nella loro via di bontà, ma senza prestare attenzione a questo Messaggio; i malvagi, perché, non vedendo che la punizione di Dio già aleggia su di loro a causa dei loro peccati, continuano anche nella loro via del male, ignorando questo Messaggio. Ma credimi, Padre, Dio punirà il mondo e ti punirà in modo tremendo . La punizione del Cielo è imminente.

Padre, cosa manca per il 1960? E cosa succederà allora? Sarà una cosa molto triste per tutti, non una cosa gioiosa, se il mondo non prega e si pente . Non posso entrare nel dettaglio, dal momento che è ancora un segreto. Secondo la volontà della Beata Vergine, solo il Santo Padre e il Vescovo di Fatima sono autorizzati a conoscere il Segreto, ma hanno deciso di non conoscerlo per non essere influenzati. Questa è la terza parte del Messaggio della Madonna, che resterà segreta fino al 1960.

Dite loro, Padre, che la Beata Vergine ci ha ripetutamente detto, sia ai miei cugini Francesco e Giacinta, sia a me, che molte nazioni scompariranno dalla faccia della terra. Ha detto che la Russia sarebbe stata lo strumento della punizione del Cielo per il mondo intero , se non avessimo raggiunto la conversione di questa povera nazione

Padre, il diavolo sta combattendo una battaglia decisiva contro la Vergine Maria . E poiché sa che è lui colui che offende di più Dio e che, in meno tempo, vincerà un numero maggiore di anime, cerca di conquistare per sé le anime consacrate a Dio , poiché in questo modo anche il diavolo lascia il campo di anime dei fedeli abbandonati e più facilmente li afferrano.

Il diavolo fa tutto ciò che è in suo potere per distrarci e ritirare il nostro amore per la preghiera; saremo tutti salvati o saremo tutti condannati.

Ciò che affligge il Cuore Immacolato di Maria e il Sacro Cuore di Gesù è la caduta delle anime dei Religiosi e dei Sacerdoti. Il diavolo sa che i religiosi e i sacerdoti che cadono dalla loro bellissima vocazione trascinano molte anime all’inferno . Il diavolo vuole impossessarsi delle anime consacrate. Cerca di corromperli per intorpidire le anime dei laici e quindi portarli alla definitiva impenitenza.

Usa tutti i trucchi, fino al punto di suggerire un ritardo nell’entrare nella vita religiosa. Da ciò deriva la sterilità della vita interiore e tra i laici una freddezza (mancanza di entusiasmo) da rinunciare ai piaceri e dedicare totalmente a Dio.

Padre, non aspettiamoci da Roma una chiamata alla penitenza dal Santo Padre per tutto il mondo; né speriamo che un tale appello venga dai vescovi per ciascuna delle diocesi; nemmeno delle congregazioni religiose. No. Nostro Signore ha già usato molti di questi mezzi e nessuno li ha ascoltati . Così ora … ora che ognuno di noi inizia la propria riforma spirituale : deve salvare non solo la sua anima ma anche tutte le anime che Dio ha messo sulla sua strada …

Il diavolo fa tutto ciò che è in suo potere per distrarci e ritirare il nostro amore per la preghiera ; saremo tutti salvati o saremo tutti condannati.

Ciò che affligge il Cuore Immacolato di Maria e il Sacro Cuore di Gesù è la caduta delle anime dei Religiosi e dei Sacerdoti.

Il primo perché mi ha detto che il diavolo sta combattendo una battaglia decisiva contro la Vergine Maria e una battaglia decisiva è una battaglia finale, dove sapremo quale squadra vincerà e quale squadra sconfiggerà . Così ora, o siamo di Dio o siamo del diavolo: non c’è via di mezzo.

Il secondo, perché mi ha detto, sia ai miei cugini che a me, che c’erano due degli ultimi rimedi che Dio ha donato al mondo: il Santo Rosario e la devozione al Cuore Immacolato di Maria; e se sono gli ultimi rimedi, significa che sono davvero gli ultimi, che non ci saranno altri .

E il terzo perché sempre nei piani della Divina Provvidenza, quando Dio punirà il mondo, prima esaurisce tutti gli altri mezzi; allora, vedendo che il mondo non ha prestato attenzione a nessuno di loro, solo allora (come diremmo nel nostro modo imperfetto di parlare) la sua Beata Madre ci presenta, in un certo timore, il mezzo supremo di salvezza. Perché se disprezziamo e respingiamo quest’ultimo, non otterremo più il perdono del Cielo : perché commettiamo un peccato che è chiamato nel Vangelo “peccato contro lo Spirito Santo” e che consiste nel rifiutare apertamente, con tutta la conoscenza e la volontà, la salvezza che ci è data nelle nostre mani; e anche perché Nostro Signore è un Figlio molto buono, e non ci permette di offendere e disprezzare la Sua Santissima Madre testimoniando la storia di diversi secoli della Chiesa che, con terribili esempi, ci mostra come nostro Signore ha sempre lasciato in difesa dell’onore della sua Santissima Madre.

Nessun problema, per quanto difficile possa essere, che ora non possiamo risolvere con la preghiera del Santo Rosario.

Ci sono due modi per salvare il mondo: la preghiera e il sacrificio. Guarda, Padre, la Beata Vergine, in questi ultimi tempi in cui viviamo, ha dato una nuova efficacia alla preghiera del Santo Rosario. In tal modo che ora nessun problema, per quanto difficile possa essere, è temporale o, soprattutto, spirituale, che si riferisce alla vita personale di ognuno di noi; o alle vite delle nostre famiglie, siano le famiglie del mondo, siano le Comunità religiose; o alla vita di popoli e nazioni. Nessun problema, ripeto, per quanto difficile possa essere, che ora non possiamo risolvere con la preghiera del Santo Rosario . Con il Santo Rosario ci salveremo, ci santificheremo, consoleremo il nostro Signore e otterremo la salvezza di molte anime.

E poi, la devozione al Cuore Immacolato di Maria, la Madre, ci vedendo in esso la sede di misericordia, di bontà e di perdono, e la porta della cassaforte per entrare in cielo. Dite loro anche, Padre, i miei cugini Francisco e Giacinta si sacrificarono perché videro la Beata Vergine sempre molto triste in tutte le sue apparizioni. Non ci ha mai sorriso ; e questa tristezza e questo dolore che abbiamo notato nella Vergine, a causa di reati contro Dio e le punizioni che minacciavano i peccatori, li ho sentiti per l’anima. E non sapevamo nemmeno cos’altro inventare per trovare nella nostra immaginazione infantile mezzi di preghiera e sacrificio.”

Fonte:  PAPABOYS –  1 Febbraio 2019

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Cuore Immacolato di Maria

La devozione al Cuore Immacolato di Maria ha superato vari ostacoli, radicandosi anche attraverso alcune delle più grandi manifestazioni mariane della storia, con in testa Fatima. Dove la Madonna chiese la Comunione riparatrice nei primi sabati del mese

Il giorno dopo la solennità del Sacro Cuore di Gesù, la Chiesa celebra la memoria liturgica del Cuore Immacolato di Maria, attendendo con salda speranza il compimento della promessa fatta dalla Madre Celeste ai tre pastorelli di Fatima: “Infine, il mio Cuore Immacolato trionferà”. Sarà questo trionfo il preludio al tempo di pace “per quanti diranno di sì a mio Figlio”, prima dell’ultimo combattimento escatologico che si concluderà con il secondo, definitivo e glorioso avvento dell’Agnello, Nostro Signore Gesù Cristo, come profetizzato da san Giovanni Evangelista nell’Apocalisse. La Madre e il Figlio, dunque, i cui Sacri Cuori sono così intrecciati e perfettamente uniti nello stesso mistero di salvezza da non poter essere separati. Lo insegnava già san Giovanni Eudes (1601-1680), fondatore della Congregazione di Gesù e Maria, il quale fu il primo a celebrare con i suoi confratelli le feste del Sacro Cuore e del Cuore Immacolato.

Le rivelazioni di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690) furono poi il più potente impulso alla devozione al Sacro Cuore, che si diffuse nonostante l’ostilità dell’eresia giansenista. Il radicamento del culto al Cuore Immacolato di Maria passerà, anch’esso superando vari ostacoli, attraverso alcune delle più grandi manifestazioni mariane della storia. Come l’apparizione del 27 novembre 1830 a santa Caterina Labouré, che dopo aver contemplato la figura radiosa dell’Immacolata vide apparire i Sacri Cuori di Gesù e Maria, il primo coronato di spine, il secondo trafitto da una spada, oltre a una M intersecata dalla I di Iesus e sormontata da una croce, con tutto intorno 12 stelle. È l’immagine divenuta celebre con la diffusione della Medaglia Miracolosa, lo straordinario compendio di simboli disseminati in tutte le Sacre Scritture e che ricordano in particolare la partecipazione di Maria all’opera redentrice del Figlio. Questa mirabile partecipazione, che fa di Maria la Corredentrice, è già implicita nelle parole rivolte da Dio a Satana subito dopo il peccato originale (Gn 3, 15), è espressa poi nella profezia di Simeone (“E anche a te una spada trafiggerà l’anima”; Lc 2, 35) e culmina nel segno grandioso della Donna vestita di sole (Ap 12).

Questo disegno divino, in cui il dolore acquista senso e diventa tutt’uno con l’Amore, è proseguito con Fatima. Qui, il 13 giugno 1917, la Madonna comunicò alla piccola Lucia dos Santos (1907-2008) la sua missione: “Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato”. Il 10 dicembre di otto anni più tardi, Lucia, già in convento, vide Maria e al suo fianco Gesù Bambino, che le disse: “Abbi compassione del Cuore Immacolato della tua Santissima Madre, ricoperto delle spine che gli uomini ingrati in tutti i momenti vi infiggono, senza che ci sia chi faccia un atto di riparazione per strapparle”. Fu allora che la Vergine fece a Lucia la solenne promessa sulla Comunione riparatrice dei cinque sabati: “A tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato, si confesseranno, riceveranno la santa Comunione, reciteranno il Rosario e mi faranno compagnia per 15 minuti meditando i Misteri, con l’intenzione di offrirmi riparazioni, prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie alla salvezza”.

Nel 1944 la memoria liturgica venne estesa da Pio XII a tutta la Chiesa, a ricordo della consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria, operata due anni prima dallo stesso pontefice su invito della beata Alexandrina Maria da Costa. La celebrazione, inizialmente stabilita al 22 agosto, nell’Ottava dell’Assunta, venne spostata al giorno attuale (il primo sabato dopo il Sacro Cuore di Gesù) dalla riforma del 1969, con il grado di memoria facoltativa, poi resa obbligatoria da san Giovanni Paolo II. La liturgia ci ricorda che Maria, sede della Sapienza, meditava nel silenzio quotidiano la volontà divina e “custodiva tutte queste cose nel suo cuore”. La Madre Celeste ha assecondato ogni ispirazione della Grazia. Proprio per questo è necessario imitarla e combattere al suo fianco contro il male, affinché Lei e il Figlio possano regnare – come diceva san Massimiliano Maria Kolbe – “in ogni cuore che batte sulla terra”. In vista della gloria eterna. (Ermes Dovico – la Nuova Bussola – 17 Giugno 2923)

Per saperne di più:

La devozione dei cinque sabati del mese

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