Gli Usa non escludono più di usare per primi l’atomica

Il nuovo documento strategico di Biden cambia la dottrina sulle armi nucleari. Una rivoluzione  per rispondere alle nuove minacce di Cina e Russia. E trovare strumenti di deterrenza per cercare di fermare la corsa verso ordigni ancora più devastanti

29 OTTOBRE 2022 La Repubblica

È caduto un muro, l’ultima barriera che separava rigidamente il concetto di guerra dal ricorso agli arsenali nucleari, tenendo distinti gli scenari di un conflitto tradizionale e quelli dell’Armageddon. La strategia di sicurezza degli Stati Uniti presentata giovedì rivoluziona l’idea di deterrenza: non è più esclusa la possibilità di usare per primi gli ordigni atomici. L’intera l’architettura di strumenti e azioni previste per difendere l’interesse nazionale viene di fatto sconvolta. Gli analisti americani che seguono quotidianamente gli sviluppi delle dottrine strategiche hanno giudicato il documento voluto dal presidente Biden come deludente, sottolineandone la gestazione iniziata prima dell’invasione dell’Ucraina e poi rapidamente sterzata per adeguarlo alla situazione bellica. Ma se viene letto come metro di quanto si sia trasformato il quadro mondiale, allora la stessa scelta delle parole e dei termini ci mette davanti a un panorama completamente nuovo.

Il primo colpo

Dai tempi della Guerra Fredda la Casa Bianca aveva diviso le prospettive di uno scontro tra eserciti e quelle di una sfida atomica, stabilendo regole diverse per ciascun confronto: una scelta nata davanti alla realtà della “mutua distruzione assicurata” che imponeva di evitare a tutti i costi il rischio che la risposta a un attacco dei tank sovietici si trasformasse nell’Apocalisse. Non esisteva l’ipotesi di un first strike ordinato da Washington perché – questo era il mantra – “un conflitto nucleare non può essere vinto”: anche una singola bomba avrebbe innescato una reazione a catena tale da provocare milioni e milioni di morti.

Adesso non è più così, a partire proprio dalle dichiarazioni di principio, ossia le frasi che incarnano la linea di condotta statunitense. “Abbiamo condotto la revisione di un largo spettro di opzioni sulla politica di dichiarazioni – tra cui il No First Use e il Sole Purpose – e abbiamo concluso che questi approcci potrebbero comportare un livello di rischio inaccettabile alla luce della gamma di capacità non nucleari che vengono schierate e progettate dai nostri avversari, tali da infliggere danni strategici agli Usa e ai nostri alleati”. Cosa significa? Il No first use era appunto l’impegno a non usare per primi la Bomba: sarebbe stata utilizzata soltanto in risposta a un’aggressione nucleare nemica. Il Sole Use invece condizionava esclusivamente l’arsenale atomico come strumento per fronteggiare una minaccia dello stesso tipo. Oggi persino quest’ultimo vincolo viene messo in discussione, perché non è più un punto di partenza ma un punto di arrivo: “Manteniamo l’obiettivo di andare verso una dichiarazione di Sole Purpose e lavoriamo con i nostri partner per stabilire i passi concreti che ci permetterebbero di farlo”.

Un unico arsenale

Il presidente Biden ha deciso che le minacce del presente richiedono di integrare le armi convenzionali e quelle nucleari. E testimonia la sua scelta accorpando i tre documenti che stabiliscono le strategie: quello sulla sicurezza nazionale, sulla postura atomica e sullo scudo anti-missile formano una trinità, in cui restano autonomi ma vengono direttamente legati l’uno all’altro. Non era mai accaduto prima. E mai prima d’ora l’America e l’Occidente si era trovati di fronte a una situazione così tesa. Che riguarda le minacce del presente e soprattutto quelle totalmente imprevedibili del futuro prossimo. Come nello spot tv per gli arruolamenti dei Marines appena messo in onda negli States, dove si vedono scontri contro macchine fantascientifiche e droni mostruosi, si prende atto di una metamorfosi dell’idea di guerra, senza più confini e senza più limiti. Qualcosa di terribile e indecifrabile. Perché alla potenza degli ordigni atomici ereditati dal passato si aggiungono innovazioni per allargano il campo di battaglia va dallo spazio agli abissi marini, dalle reti dei computer ai progetti per manipolare il cervello. Armi chimiche e biologiche che colpiscono in maniera invisibile, missili ipersonici per abbattere i satelliti, intelligenze artificiali che uccidono senza controllo umano, sistemi quantistici per comunicare e spiare. E soprattutto nuovi metodi di lotta. Per questo nel documento della Casa Bianca viene più volte ripetuto l’appello ad aziende e università: c’è bisogno di tecnologie nuove ma soprattutto di idee e visioni che possano garantire la sicurezza in un mondo che avanza verso un decennio di incertezza totale. “Viviamo in tempi turbolenti – ha scritto Llyod Austin, il generale nominato ministro alla Difesa – e non possiamo limitarci al business as usual“.

Nulla è più uguale a prima: non esiste più la routine dei manuali militari. Anzitutto, l’America deve fare i conti con due grandi potenze nemiche. La Cina resta l’avversario principale, perché continua a crescere aumentando e modernizzando la sua forza militare ma già “incrementa le azioni coercitive per ridisegnare la regione del Pacifico e il sistema internazionale per imporre le sue indicazioni autoritarie”. Ma se Pechino Ã¨ pericolo del futuro, il presente è dominato dall’aggressione russa all’Ucraina che ripropone la centralità dell’Europa, completamente dimenticata negli scorsi venti anni. Nel documento c’è la risposta a Putin: “Il Pentagono si concentrerà sull’impedire attacchi russi agli Usa, ai membri della Nato e agli altri partner, rinforzando la nostra determinazione a sostenere le alleanze per includere nella deterrenza le aggressioni convenzionali che hanno il potenziale di portare all’impiego di armi nucleari di ogni livello”. Il riferimento è proprio alle duemila bombe tattiche a disposizione del Cremlino, evocate sempre più spesso nei discorsi dei leader mondiali, che “potrebbero venire usate per vincere una guerra su sui confini o impedire una sconfitta nel caso in cui si trovasse in pericolo di perdere un conflitto regionale”. Più volte nel dossier le armi atomiche vengono messe sullo stesso piano dei nuovi attacchi convenzionali: non conta più la natura dell’ordigno ma quella degli effetti che può provocare. Questo implicitamente e in alcuni passaggi anche esplicitamente sdogana la possibilità di impiegare le testate nucleari.

Nella zona grigia

Gli Stati Uniti hanno per la prima volta la piena consapevolezza che la partita contemporanea si gioca nella Zona Grigia, mettendo a segno attacchi che non hanno nulla di militare ma fanno più guasti dei bombardamenti: una mischia nell’ombra, conducendo assalti di qualsiasi genere per destabilizzare ma senza dichiarare ufficialmente guerra, anzi potendo nascondere la paternità delle incursioni. “La Cina impiega forze sotto controllo statale, operazioni spaziali e cyber, il ricatto economico contro gli Usa e i suoi alleati. La Russia usa la disinformazione, le operazioni spaziali e cyber, e manipola i reparti di altri Paesi contro di noi. Altri attori statali, in particolar modo Corea del Nord e Iran, fanno cose simili anche se finora in maniera più limitata. La proliferazione di missili avanzati, droni, strumenti cyber forniti ai loro partner permette ai rivali di minacciarci per procura con azioni indirette e non attribuibili”. Il Pentagono ha compreso che la risposta con le armi non è la strada migliore per contrastare queste minacce: “in molti casi, la condivisione dell’intelligence, le misure economiche, le azioni diplomatiche e le iniziative nel dominio informativo sono più efficaci”. Ed ecco la scelta di scendere sullo stesso terreno oscuro: “Dobbiamo condurre operazioni cyber per scardinare le attività malevole dei nostri avversari”. Anche in questo caso, c’è il problema di stabilire limiti e procedure. E anche in questo caso, l’America si scopre in ritardo sul fronte delle dottrine e degli strumenti.

L’autocritica atomica

Se si passa dalle armi innovative del futuro a quelle infinitamente più devastanti del passato, l’arsenale nucleare, il Pentagono fa una sorta di autocritica: fino a oggi ha ripetuto i rituali della Guerra Fredda, con spese enormi per aggiornare quei modelli di ordigni e quegli schemi di reazione elaborati prima del crollo dell’Urss. La triade dell’Apocalisse, mantenuta viva per convincere il Cremlino a non lanciare sfide atomiche, era rimasta identica: missili intercontinentali nei silos, nei sottomarini e sui bombardieri a lungo raggio. D’altronde, fino al tramonto della presidenza Obama gli sforzi erano rivolti allo smantellamento degli arsenali, con una pressione per diminuire le testate attraverso i negoziati diplomatici. Ma la via della pace sembra essere smarrita. Perché Russia e Cina – sottolinea il documento – “continuano a espandere e diversificare le loro capacità nucleari, per includere sistemi nuovi e destabilizzanti”: entro un decennio Pechino potrà contare su mille testate; Mosca ne ha 1550 per attacchi intercontinentali e duemila tattiche. Oltre ai numeri, progettano ordigni in grado di sfuggire ai radar – come quelli orbitanti o i siluri sottomarini – e portare la distruzione nel cuore degli States. Inoltre viene ribadito che Cina e Russia “mettono a punto capacità non nucleari che possono venire sfruttate per realizzare attacchi strategici”. Un esempio? Un assalto cyber che paralizzi le reti di computer vitali per i trasporti o la distribuzione dell’energia elettrica. O, per andare sul concreto, il sabotaggio delle condotte sottomarine di gas e di fibre ottiche. Aggressioni che provocano danni enormi ma finora non avrebbero innescato una reazione atomica. Per questo Washington sente la necessità di “adottare e integrare un approccio alla deterrenza che funzioni come leva su strumenti atomici e non”: “una deterrenza calibrata in circostanze specifiche”, senza più vincoli all’uso delle armi più devastanti.

Solo l’alleanza fa la forza

Un’altra svolta, soprattutto rispetto alle posizioni della presidenza Trump, è la spinta a potenziare i rapporti con i partner della Nato e con gli altri alleati degli Usa. Compare in maniera ossessiva in tutti i tre documenti ed è il frutto delle lezioni apprese sia nel confronto con la Cina nel Pacifico ma soprattutto nell’invasione dell’Ucraina. La Casa Bianca sostiene che le alleanze siano indispensabili in tutti gli aspetti dei conflitti di oggi e di domani, dagli scontri nella Zona Grigia alla deterrenza nucleare. È una necessità dettata dalla geografia e dal bisogno di basi in territori lontani, ma anche dai vantaggi possibili solo con la condivisione di informazioni, idee e mezzi. “Il Pentagono cerca di integrare le sue attività, operazioni e strategie più estesamente e più profondamente con i suoi alleati e partner per trasmettere agli avversari la certezza che un aggressione sarebbe accolta con una reazione collettiva. Il coinvolgimento delle forze degli alleati provoca incertezza e rende più difficile la pianificazioni dei nemici”. Questo vale pure sul fronte atomico, per rendere chiaro che “il rischio di un’aggressione locale possa avere conseguenze più larghe, con conseguenze potenzialmente catastrofiche”.

Non a caso, c’è l’enfasi sul programma per la modernizzazione delle bombe atomiche tattiche B-61, schierate in Europa e destinate a venire utilizzate dagli aerei della Nato. E lo stesso accento viene posto sull’integrazione delle protezioni antimissile, che sono incardinate nel vecchio continente. Sono due capitoli che riguardano direttamente l’Italia. Le B-61 si trovano pure nel nostro territorio: a Ghedi (Brescia) e ad Aviano (Pordenone), mentre nel paragrafo sullo scudo antimissile si citano le batteria terra-aria Samp-T in dotazione al nostro Paese. Dallo scorso febbraio il mondo è cambiato. Prima di allora, le minacce erano remote e la sfida tra potenze pareva destinata ad avvenire nel lontano Pacifico: adesso l’Europa è tornata a essere prima linea, in un confronto che non esclude più l’escalation nucleare.