Le false ragioni delle ostilità fornite da chi ha fatto la «prima mossa», una storia che si ripete

Le guerre mentono e distruggono quelle «preventive» persino di più

La Russia ha invaso l’Ucraina con la scusa di anticipare una possibile aggressione occidentale. Le analogie con Cecenia e Siria ma anche con l’intervento in Iraq di Usa e Gb

VITTORIO POSSENTI-  Avvenire 9 Luglio 2022

«Le guerre non ristabiliscono diritti, ma spostano confini e ridistribuiscono poteri» (H. Arendt). Impossibile illustrare con maggiore chiarezza la realtĂ  ‘cainitica’ della guerra, stregata dalla potenza e tesa a rimodellare l’assetto geopolitico mondiale. Invece occorre dire: Non abituiamoci alla guerra, e ancor meno a quella preventiva, in cui si aggredisce per primi per ottenere maggiori possibilitĂ  di successo e di prostrazione dell’avversario. 

Nel conflitto contro l’Ucraina la strategia russa è stata questa. In un’intervista concessa al ‘Corriere della Sera’ (8 aprile 2022) Sergej Karaganov, ex consigliere presidenziale di Yeltsin e di Putin e ancora attivo nel circolo dei putiniani, ha dichiarato, riferendosi ad alcuni anni fa: «Il conflitto (con l’Ucraina) stava giĂ  diventando probabile. E abbiamo visto divisioni e problemi strutturali nelle societĂ  occidentali, così il Cremlino ha deciso di colpire per primo.

 Tra l’altro, questa operazione militare sarĂ  usata per ristrutturare la societĂ  russa: diventerĂ  piĂą militante, spingendo fuori dall’élite gli elementi non patriottici». La “dottrina Putin” elaborata da Karaganov teorizzava giĂ  nel 2019 l’invasione dell’Ucraina. Nel discorso a Mosca del 9 maggio scorso Putin non ha smentito, ma avallato l’assunto del primo colpo.

 Per giustificare l’invasione dell’Ucraina ha sostenuto che «la Russia ha reagito preventivamente contro l’aggressione ». Si riferiva a un presunto attacco della Nato per invadere «le nostre terre storiche, compresa la Crimea; una minaccia per noi assolutamente inaccettabile, sistematicamente creata, direttamente ai nostri confini… Il pericolo è cresciuto ogni giorno; il nostro è stato un atto preventivo, una decisione necessaria e assolutamente giusta, la decisione di un Paese sovrano, forte, indipendente».

 L’ attuale guerra preventiva non è l’unica del nuovo secolo. Nella memoria di molti rimane l’attacco all’Iraq da parte degli Stati Uniti guidati dal presidente George W. Bush (insieme ad alcuni altri Stati). Essa iniziò il 20 marzo 2003 e terminò formalmente il 18 dicembre 2011 quando venne instaurato un regime ufficialmente democratico, col passaggio dei poteri alle autoritĂ  irachene, insediate dagli Usa. L’intento primario della guerra era un ‘cambio di regime’: deporre Saddam Hussein, inviso sin dalla prima guerra del Golfo.

 L’attacco si basò in buona misura su una supposizione rivelatasi falsa: il possesso da parte di Saddam di armi biologiche e la sua capacitĂ  di produrre in breve tempo missili che avrebbero raggiunto e colpito la Gran Bretagna in pochi minuti: così dichiarò Tony Blair spalleggiato da Bush jr. Come è noto, una missione di ispettori Onu non scoprì nulla di quanto invece secondo la Cia doveva scoprire. Successivamente il Segretario di Stato C. Powell all’Onu cercò di convincere l’assemblea mostrando una piccola provetta, sostenendo che contenesse antrace. Anni dopo Powell, senza piĂą cariche ufficiali, ammise l’errore e considerò quel discorso una macchia sulla sua carriera. Nel 2015 in un’intervista alla Cnn anche Blair riconobbe in buona misura di aver sbagliato.

 L a vittoria militare americana aprì un terribile periodo per il popolo iracheno, diviso in fazioni e consegnato a una guerra civile e a terrorismi che mieterono un numero assai alto di vittime civili, oltre a causare un’instabilitĂ  strutturale dell’intero Medio Oriente che perdura. L’attacco all’Iraq si appoggiava sulla nuova dottrina Usa, teorizzata nella “Strategia della sicurezza nazionale” del settembre 2002, un anno dopo la tragedia delle Torri Gemelle dell’11 settembre che colpì al cuore la nazione americana. In quel documento si affermava che «la migliore difesa è un buon attacco».

Una volta concepito il mondo come un composto formato da Stati per bene e “Stati canaglia” e minacciato dal terrorismo, la conseguenza era questa: «Non possiamo lasciare che i nostri nemici sparino per primi… Maggiore è la minaccia e piĂą impellente la necessitĂ  di intraprendere un’azione anticipatoria in difesa di noi stessi, persino nell’incertezza del luogo e dell’ora dell’attacco da parte del nemico».

 L e due maggiori potenze mondiali (sino a poco fa) non sono riuscite a scampare alla maledizione della guerra preventiva, e l’Onu purtroppo si è mostrata impotente a sanare il guasto. In Iraq e in Ucraina è stato scavalcata come un aggeggio inutile, cui ricorrere solo quando serve per i propri interessi. Nessuno potrĂ  dimenticare l’energia trasfusa da Giovanni Paolo II per evitare le Guerre del Golfo, cui dovette amaramente piegarsi, e quella messa in campo oggi da papa Francesco per l’Ucraina.

Qui l’aggressione ha prodotto molte vittime militari e civili e una distruzione sistematica di cittĂ  (si pensi a Mariupol), territori e infrastrutture. L’invasione russa sta assomigliando sempre di piĂą alle campagne militari condotte precedentemente a Grozny (Cecenia) e ad Aleppo (Siria). Ad Aleppo nel 2016 Putin e Assad decisero di bombardare la parte della cittĂ  sotto il controllo dei ribelli con una violenza che ha pochi precedenti. In Ucraina la soluzione non può che essere politica e non militare.

L’attuale inferioritĂ  strategica (navale e aerea) dell’Ucraina potrebbe essere colmata da nuove armi occidentali per rendere in qualche modo confrontabili le forze in campo, e assicurandole una legittima difesa (non nucleare); l’Ucraina ha rinunciato nel 1994 alle armi nucleari di cui era zeppa dopo il crollo dell’Urss. Anche la Merkel, a cui da varie parti si è guardato come mediatrice, ha sposato l’idea di sostenere l’Ucraina contro i ‘nuovi barbari’.

La strada sarebbe quella di un cessate il fuoco immediato per iniziare una trattativa e poi addivenire a una conferenza di pace e sicurezza europea, qualcosa di analogo a Helsinki 1975, con garanzie per gli attori in campo, naturalmente a partire da Kiev e Mosca. Ma quanto sangue dovrĂ  ancora essere versato per giungere a un esito oggi improbabile ma necessario? Il colpo preventivo che instaura un potere di guerra insindacabile e imprevedibile, non edifica alcun nuovo ordine mondiale accettabile, ma rischia di distruggerlo ulteriormente.

Secondo Sergej Karaganov questa operazione militare sarĂ  usata per ristrutturare la societĂ  russa: diventerĂ  piĂą militante, spingendo fuori dall’élite gli elementi non patriottici Il colpo preventivo non edifica alcun nuovo ordine mondiale accettabile, ma rischia di distruggerlo ulteriormente.

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L’incontro diretto con le persone, con le loro sofferenze e attese

SAPER ASCOLTARE GLI UCRAINI: PRIMO PASSO PER FARE PACE

ANGELO MORETTI  – Avvenire 9 Luglio 2022

Caro direttore, in un film simbolo della tradizione popolare sovietica, ‘Matrimonio in Malinovka’, c’è una scena in cui gli ucraini rivedono la propria secolare sofferenza da oppressione: un anziano contadino toglie e mette il suo cappello, con il simbolo dell’Armata Rossa, pur di cercare di continuare ‘a campare’ senza essere disturbato dagli occupanti di turno, bolscevichi, briganti o cosacchi… I racconti che abbiamo ascoltato direttamente a Kiev ci ricordano molto quella scena: a febbraio 2014 gli abitanti dell’Est hanno saputo dal solo rumore dei mitra che i loro governanti locali ucraini erano stati deposti e che da quel momento coloro che comandavano erano quelli con la mimetica, che non avevano simboli di una nazione precisa.

Da quando, nel lontano novembre 1917, l’Ucraina ha provato a proclamare e vivere una sua indipendenza, non ha quasi mai avuto pace. Le sfere di tensione sono sempre state molteplici: con i bolscevichi, interessati all’annessione alle future Repubbliche sovietiche, e con gli imperi occidentali che premevano da ovest per occupare le zone piĂą importanti. Proprio come oggi, poi, nell’economia globale ogni crisi ucraina significa ‘crisi del grano’ ed è per questo che la pace tra Est e Ovest, firmata il 3 marzo 1918 a Brest-Litovsk, venne chiamata «pace del pane», firmata sul corpo degli ucraini, che di lì a poco sarebbero stati di nuovo occupati dai sovietici. Fino al 1991.

Ancora oggi, il racconto mainstrean che si fa sull’Ucraina Ă¨ totalmente dimentico delle ragioni profonde del popolo, il dibattito Ă¨ fagocitato sulla discussione relativa alle ragioni e agli errori degli appetiti altrui. Ciò che ci sembra incredibile, dopo l’ascolto attivo praticato a Kiev dalla delegazione del Mean, è che non c’è evento piĂą bistrattato in Europa proprio di ‘EuroMaidan’, letto ancora solo in funzione delle sfere di influenza coinvolte (Russia e Occidente). Maidan è stata la piĂą grande manifestazione popolare pro-Europa degli ultimi decenni, mentre due anni dopo gli inglesi celebravano la Brexit. Le testimonianze di chi l’ha animata e vissuta compongono un racconto univoco, coerente con la resistenza di oggi: gli ucraini hanno lottato per essere riconosciuti come europei e per non tornare nella sfera di influenza russa.

Un racconto davvero popolare che ci è stato confermato in tutti i dialoghi intessuti: Janukovyc aveva fatto richiesta di «associazione alla Ue» e l’immediata reazione russa fu una convocazione del premier ucraino al Cremlino. Al ritorno da Mosca, novembre 2013, il premier comunicò ai suoi elettori che l’accordo di associazione non avrebbe avuto seguito «per gravi motivi di sicurezza nazionale». Tanti ucraini però non intendevano fare passi indietro e misero a ferro e fuoco la loro piazza principale, il cui nome completo è Piazza dell’Indipendenza, passata alla storia come «La Piazza» (Maidan, appunto). La rivolta finì con cento manifestanti uccisi dalla polizia e centinaia di feriti, ma soprattutto con la vittoria delle posizioni europeiste.

Come preannunciato da Janukovic, il conto della svolta arriva subito: si solleva una parte della popolazione russofona e gruppi di militari e paramilitari, russi, invadono l’Est. La Crimea viene presa da Mosca. Scatta, pronta, la reazione ucraina, anche qui in forma articolata: militare e paramilitare. E inizia la guerra che, nel 2022, diventa terribile con «l’operazione speciale» di Putin.

Chi dal lato dell’Europa chiede a ragione pace e dismissione delle armi, non può prescindere da questo ascolto: gli ucraini oggi sono un popolo unito che chiede ancora Europa. Per ‘sentirlo’ e capirlo bisogna attraversare quella piazza e pranzare all’’Ultima barricata’, il locale sotterraneo dove si conservano oggetti e gesta della ribellione europeista. Cosa c’è da fare dopo questo ascolto? Ribaltare il racconto: gli ucraini hanno la forza morale per diventare gli artefici della loro pace e non l’oggetto di essa, a difesa di interessi altrui. Mentre si cercano le strade per una tregua possibile, dobbiamo sostenere la societĂ  civile ucraina perchĂ© ottenga che questa volta non ci sia alcuna «pace del pane», a sue spese, ma gli stessi ucraini siano artefici della lavorazione del pane della pace, nella prospettiva di un’Ucraina libera ed europea.

Oggi questo popolo non vuole togliersi il berretto davanti al nuovo occupante, a noi tocca sostenerli con tutta la forza della diplomazia, non solo nel dialogo tra Stati, ma anche e soprattutto ‘dal basso’ con l’amicizia tra popoli.

Portavoce Mean