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Da nord a sud: ecco la mappa dei 22 miracoli eucaristici in Italia

Gelsomino Del Guercio – Aleteia – pubblicato il 21/09/16

Da nord a sud, lungo tutta la penisola, come evidenzia Avvenire (19 settembre) si sono verificati importanti miracoli eucaristici. Abbiamo così tracciato una mappa dettagliata, dal Veneto alla Puglia, di tutti gli eventi straordinari accaduti fino ad oggi.

1) GRUARO (VENEZIA), 1294

Una donna stava lavando una delle tovaglie d’altare della chiesa di San Giusto sul lavatoio costruito lungo la roggia Versiola. Improvvisamente vide il lino della tovaglia tingersi di sangue. Osservando più attentamente, notò che il sangue usciva da una Particola consacrata rimasta tra le pieghe della tovaglia.


Il  documento più  autorevole e antico che descrive il Miracolo è un rescritto del 1454 di Papa Niccolò V. Fu allora che il titolo della chiesa parrocchiale, precedentemente Santa Maria e San Giovanni Evangelista, fu mutato, per disposizione di Papa Nicolò V, in Chiesa del Santissimo Corpo di Cristo (28 marzo 1454). Oggi la tovaglia è conservata in un cilindro di cristallo, sostenuto da un reliquiario d’argento del maestro orafo Antonio Calligari.

 TORINO, 1453

Nell’Alta Val Susa presso Exilles, le truppe di Renato d’Angiò si scontrarono con le milizie del duca Lodovico di Savoia. Qui i soldati si abbandonarono al saccheggio del paese ed alcuni entrarono in chiesa. Uno di loro forzò la porticina del tabernacolo e rubo’ l’ostensorio con l’ostia consacrata. Avvolse tutta la refurtiva in un sacco e a dorso di mulo si diresse verso Torino. Sulla piazza maggiore, presso la chiesa dello Spirito Santo (conosciuta oggi come la chiesa del Corpus Domini) il mulo inciampò e cadde. Ecco aprirsi il sacco e l’ostensorio con l’Ostia consacrata elevarsi al di sopra delle case circostanti tra lo stupore della gente.


Accorse anche il vescovo che rimase estasiato insieme alla folla, per il miracolo. Aveva in mano un calice, lo alzo verso l’alto e lentamente l’Ostia consacrata comincio’ a ridiscendere, posandosi dentro il calice.

I più antichi documenti che descrivono il miracolo sono gli Atti Capitolari del 1454, 1455, 1456 e alcuni scritti coevi del Comune di Torino.

3) CANOSIO (CUNEO), 1630

Don Antonio Reinardi, parroco di Canosio, paesino della diocesi di Saluzzo lungo le sponde del torrente Maira, richiamò tutti i cittadini col suono delle campane per invitarli a pregare il Signore di fare cessare la piena del torrente. Propose inoltre di fare un voto: se il villaggio di Canosio fosse stato risparmiato dalla furia devastatrice del Maira, i cittadini avrebbero fatto celebrare in perpetuo ogni anno una festa nell’ottava del Corpus Domini. Don Rainardi, prese il Santissimo Sacramento che pose nell’ostensorio e si diresse in processione verso il torrente, accompagnato da alcuni fedeli, cantando il «Miserere».

Impartita la benedizione, la pioggia cessò immediatamente e il livello del torrente ritornò subito alla normalità. Purtroppo, molti dei documenti che descrivevano il Miracolo, conservati fino al XVII secolo presso gli archivi parrocchiali, furono bruciati durante la guerra tra Spagna e Francia; c’è però una copia della relazione lasciata dal parroco che fu diretto testimone degli eventi.

4) DRONERO (CUNEO), 1631

La domenica del 3 agosto del 1631, verso l’0ra dei Vespri,  si  sprigionò  un  grande incendio nella cittadina di Dronero, nel marchesato di Saluzzo. La popolazione cercò in ogni modo di domare il fuoco, ma ogni tentativo si rivelò vano.Il fuoco intanto aumentava sempre di più. Il Padre Maurizio da Ceva, Cappuccino, ebbe l’ispirazione di ricorrere alla potenza del Salvatore velato sotto le specie  eucaristiche. Subito organizzò una solenne processione con il Santissimo Sacramento e seguito da tutti i cittadini, si diresse nel luogo dell’incendio. All’avanzare del Santissimo Sacramento il fuoco si arrestò miracolosamente.

Una lapide presente nella chiesetta di Santa Brigida a Dronero descrive in modo dettagliato il Miracolo e ogni anno, in occasione della festa del Corpus Domini, i cittadini di Dronero onorano la memoria del Prodigio con una solenne processione con il Santissimo Sacramento.

5) FERRARA, 1171

Questo Miracolo Eucaristico è avvenuto a Ferrara, nella Basilica di Santa Maria in Vado, il giorno di Pasqua. Padre Pietro da Verona, priore della Basilica, stava celebrando la Messa di Resurrezione e giunto alla frazione del pane consacrato, mentre spezzava l’Ostia, vide da questa sprizzare un fiotto di sangue che andò con le sue goccioline a macchiare la piccola volta sovrastante l’altare della celebrazione. La volticina macchiata di sangue fu racchiusa in seguito in un tempietto costruito nel 1595, ed è ancora oggi visibile nella monumentale Basilica di S. Maria in Vado.


Numerose sono le testimonianze che riportano il Miracolo, tra queste la  più importante è la Bolla di Papa Eugenio IV (30 marzo 1442), in cui il Pontefice menziona il Prodigio riferendosi alle testimonianze dei fedeli e alle antiche fonti storiche. Il manoscritto di Gerardo Cambrense è il documento più antico  (1197) che menziona il Prodigio ed è conservato nella Biblioteca Lamberthiana di Canterbury.

6) RIMINI, 1223

Nella sua intensa attività di evangelizzazione, sant’Antonio fu attivo a Rimini verso il 1223 ed è proprio in questo periodo che il miracolo viene attestato da numerosi libri storici. Il Miracolo Eucaristico fu operato da Sant’Antonio dopo che un certo Bonovillo, un eretico, lo sfidò a dimostrare con un prodigio la vera presenza del Corpo di Cristo nella comunione.

L’appuntamento tra i due fu fissato in Piazza Grande (l’attuale piazza Tre Martiri), richiamando una immensa folla di curiosi. Giunto davanti alla mula, il Santo avrebbe detto: «In virtù e in nome del Creatore, che io, per quanto ne sia indegno, tengo veramente tra le mani, ti dico, o animale, e ti ordino di avvicinarti prontamente con umiltà e di prestargli la dovuta venerazione».

L’animale, nonostante fosse stremato dalla fame, lasciò da parte il fieno, si avvicinò per adorare l’ostia consacrata tanto che piegò ginocchia e capo, suscitando lo stupore e la commozione dei presenti. A ricordo di questo episodio fu costruito, a piazza Tre Martiri, una chiesetta dedicata a sant’Antonio con un tempietto antistante, opera del Bramante (1518).

7) BAGNO DI ROMAGNA, 1412

Nel 1412, l’allora priore della Basilica di Santa Maria di Bagno di Romagna, Padre Lazzaro da Verona, mentre celebrava la Santa Messa, fu assalito da forti dubbi circa la reale presenza di Gesù nel SS. Sacramento. Aveva da poco pronunciato le parole della consacrazione sul vino che questo si trasformò in vivo sangue e cominciò a ribollire fuoriuscendo dal calice e riversandosi sul corporale. Padre Lazzaro, profondamente commosso e pentito, confessò ai fedeli presenti alla celebrazione la sua incredulità e lo strepitoso Miracolo che il Signore aveva operato sotto il suo sguardo.


Nel 1912 il Cardinale Giulio Boschi, Arcivescovo di Ferrara, fece celebrare il quinto centenario del Miracolo, a cui seguì un convegno di studi eucaristici.

8) FIRENZE, 1292 e 1595

Nella chiesa di Sant’Ambrogio a Firenze, sono custodite le Reliquie di due Prodigi Eucaristici avvenuti nel 1230 e nel 1595. Nel Miracolo del 1230, un prete lasciò nel calice alcune gocce di vino consacrato. Il giorno seguente, tornando a celebrare la Messa nella stessa chiesa trovò dentro al calice delle gocce di sangue vivo rappreso ed incarnato. Il sangue fu subito raccolto in un’ampolla di cristallo. Il Vescovo Ardingo da Pavia ordinò di portare  la  Reliquia in Vescovado, e dopo poche settimane la restituì alle Suore del Monastero che la custodirono presso la chiesa diSant’Ambrogio.


L’altro Miracolo Eucaristico avvenne il Venerdì Santo dell’anno 1595, quando, scoppiato un furioso incendio nella chiesa, restarono prodigiosamente intatte alcune Particole consacrate. Nel1628  l’Arcivescovo di Firenze, Marzio Medici, dopo averle esaminate, le trovò incorrotte e le fece dunque riporre in  un prezioso reliquiario.

9) SIENA, 1730

Nella Basilica di San Francesco a Siena, si conservano intatte da 276 anni, 223 Ostie. L’Arcivescovo Tiberio Borghese fece chiudere per dieci anni in una scatola di latta sigillata alcune ostie non consacrate. La commissione scientifica preposta quando riaprì la scatola vi trovò solo vermi e frammenti putrefatti. Il fatto è contro ogni legge fisica e biologica, lo stesso scienziato Enrico Medi così si espresse al riguardo: «Questo intervento diretto di Dio, è il Miracolo[…], compiuto e mantenuto tale miracolosamente per secoli, a testimoniare la realtà permanente di Cristo nelSacramento Eucaristico».


Nel 1914, il Papa San Pio X autorizzò un esame a cui parteciparono numerosi professori di bromatologia, igiene, chimica e farmaceutica, fra cui vi era anche il noto Professore Siro Grimaldi. La conclusione finale del  verbale che redassero diceva: «Le Sante Particole di Siena sono un classico esempio della perfetta conservazione di Particole di pane azzimo  consacrate nell’anno 1730, e costituiscono un fenomeno singolare».

10) MORROVALLE (MACERATA), 1560

Nel 1560, a Morrovalle un grosso incendio distrusse tutta la chiesa dei Francescani, tranne l’Ostia magna contenuta in una pisside (anch’essa completamente bruciata a eccezione del coperchio).

Mons. Ludovico di Forlì, fu immediatamente inviato dal Papa Pio IV a Morrovalle per indagare la veridicità dei fatti. Il Papa Pio IV, appena ricevette il resoconto del Vescovo, giudicò l’evento superiore ad ogni causa naturale e ne autorizzò il culto con l’indizione della Bolla Sacrosanta Romana Ecclesia (1560).

11) MACERATA, 1356

Il 25 aprile del 1356, a Macerata, un sacerdote di cui non si conosce il nome, stava celebrando la Messa nella cappellina della chiesa di Santa Caterina, di proprietà delle monache benedettine.

Durante la frazione del pane, prima della Comunione, il prete cominciò a dubitare circa la reale presenza di Gesù nell’Ostia consacrata. Fu proprio nel momento in cui spezzava l’Ostia che, con suo grande spavento, vide sgorgare da questa un abbondante fiotto di sangue che macchiò parte del lino e del calice posti sull’altare.

Anche lo storico Ferdinando Ughelli cita questo Miracolo nella sua opera Italia Sacra del 1647 e descrive come sin dal XIV secolo “il corporale veniva portato in solenne processione per la città, chiuso in un’urna di cristallo d’argento, con il concorso di tutto il Piceno”.

12) ASSISI, 1240

Nella Leggenda di Santa Chiara Vergine si raccontano vari miracoli operati da Santa Chiara. Si narrano episodi di moltiplicazione di pane, di bottiglie di olio comparse quando in convento era del tutto assente. Ma il più famoso tra i miracoli da lei operati è quello accaduto nel 1240, un venerdì di settembre, in cui Chiara di fronte ad un assalto di soldati saraceni penetrati con la forza anche nel chiostro del suo convento di San Damiano, riesce a metterli in fuga mostrando loro l’Ostia Santa.

13) CASCIA, 1241

Nel 1330, a Cascia un contadino gravemente ammalato fece chiamare il prete per ricevere la Comunione. Il sacerdote, un po’ per incuria e un po’ per apatia, invece di prendere con sé il ciborio per riporre la Particola da portare a casa del malato, prelevò da questo un’Ostia che infilò irriverentemente nel libro delle preghiere. Una volta giunto dal contadino, il sacerdote aprì il libro e con spavento vide che l’Ostia si era trasformata in un grumo di sangue che aveva macchiato anche le pagine del libro.


Nell’atto di ricognizione della Reliquia del Miracolo Eucaristico di Cascia avvenuta nel 1687, viene riportato anche il testo di un antichissimo Codice del convento di Sant’Agostino in cui sono descritte numerose notizie riguardanti il Prodigio. Oltre a questo codice, l’episodio viene anche menzionato negli Statuti Comunali di Cascia del 1387.

14) BOLSENA (VITERBO), 1264

Un sacerdote di Praga, che si trovava in viaggio in Italia,stava celebrando la Messa nella Basilica di Bolsena,quando al momento della consacrazione avvenne unProdigio: l’Ostia si trasformò in carne. Questo Miracolo sostenne la fede del sacerdote dubbioso circa la reale presenza di Cristo nell’Eucaristia. Le Sacre Specie furono subito ispezionate da Papa Urbano IV e da San Tommaso d’Aquino.Il Pontefice decise di estendere a tutta la Chiesa la festa del Corpus Domini «affinché questo eccelso e venerabileSacramento fosse per tutti memoriale dello straordinario amore di Dio per noi».


La notizia del Miracolo si diffuse subito e sia il Papa che San Tommaso  d’Aquino poterono verificare immediatamente di persona il Prodigio. Dopo  attento esame Urbano IV ne approvò il culto. Egli decise poi di estendere la festa del Corpus Domini, che sino all’epoca era stata soltanto una festa  locale della diocesi di Liegi, a tutta la Chiesa universale.

15) LANCIANO, 750 d.C.

Un’iscrizione marmorea del XVII secolo, descrive questo Miracolo Eucaristico avvenuto a Lanciano nel 750, presso la chiesa di San Francesco.

«Un monaco sacerdote dubitò se nell’Ostia consacrata ci fosse veramente il Corpo di Nostro Signore. Celebrò Messa e, dette le parole della consacrazione, vide divenire Carne l’Ostia e Sangue il Vino. Fu mostrata ogni cosa agli astanti. La Carne è ancora intera e il Sangue diviso in cinque parti disuguali che tanto pesano tutte unite quanto ciascuna separata».

16) ROMA, 595 d.C e 1610

La reliquia di questo Miracolo Eucaristico si conserva ad Andechs, in Germania, presso il monastero benedettino. Si verificò a Roma nel 595 durante una celebrazione eucaristica presieduta dal Papa San Gregorio Magno. Al momento di ricevere la Santa Comunione, una nobildonna romana cominciò a ridere perché assalita dai dubbi circa la verità della reale presenza di Cristo nel pane e nel vino consacrati. Il Papa allora, turbato dalla sua incredulità, decise di non comunicarla e subito le specie del pane si mutarono in carne e in sangue.

Tra le opere più importanti in cui è menzionato questo Miracolo Eucaristico avvenuto a Roma nell’anno 595 vi è la Vita Beati Gregorii Papae scritta dal Diacono Paolo nel 787.

Ancora oggi è possibile vedere l’impronta miracolosa lasciata dall’Ostia caduta sul gradino dell’altare della Cappella Caetani, nella Chiesa di Santa Pudenziana a Roma. L’impronta sul gradino vi restò impressa in seguito alla caduta dell’Ostia dalle mani di un sacerdote che proprio mentre stava celebrando la Messa fu colto dal dubbio sulla reale presenza di Gesù nel Sacramento dell’Eucaristia.

17) ALATRI (FROSINONE), 1228

Ad Alatri si conserva ancora oggi presso la Cattedrale di S. Paolo Apostolo, la Reliquia del Miracolo Eucaristico avvenuto nel 1228 che consiste in un frammento di Particola convertita in carne. Una giovane donna, per riconquistare l’amore del suo fidanzato, si rivolge ad una fattucchiera che le ordina di rubare un’Ostia consacrata per farne un filtro d’amore.


Durante una Messa la ragazza riesce a prelevare un’Ostia che nasconde in un panno, ma arrivata a casa si accorge che l’Ostia si è trasformata in carne sanguinante.

Di questo Prodigio ne parlano numerosi documenti, tra cui la Bolla di Gregorio IX.

18) VEROLI (FROSINONE), 1570

Nella Pasqua del 1570, nella chiesa di Sant’Erasmo a Veroli, durante l’esposizione del SS. Sacramento (che a quei tempi veniva inserito in una teca cilindrica posta dentro un grande calice ministeriale, coperto con la patena) per le Quaranta ore di pubblica adorazione, Gesù Bambino apparve nell’Ostia esposta e operò numerose grazie. Oggi il calice dove fu esposto il SS. Sacramento è custodito nella chiesa di Sant’Erasmo e viene utilizzato per la celebrazione della Santa Messa, una volta l’anno, il martedì dopo Pasqua.

Il documento più autorevole su questo Miracolo Eucaristico fu redatto immediatamente dopo i fatti dalla Curia ed è conservato nell’archivio della chiesa di S. Erasmo. Molto dettagliata è la deposizione di un certo Giacomo Meloni, che fu tra i primi testimoni che assistettero al Prodigio.

19) PATIERNO (NAPOLI), 1774

II 29 agosto del 1774, la Curia arcivescovile si espresse favorevolmente riguardo al miracoloso ritrovamento e all’inspiegabile preservazione delle Ostie trafugate dalla chiesa di S. Pietro a Patierno il 24 febbraio del 1772.

Nel 1971 è stato indetto l’Anno Eucaristico diocesano per dare modo alla comunità diocesana di prendere coscienza del Miracolo Eucaristico.

Purtroppo nel 1978, alcuni ignoti ladri sono riusciti a rubare anche il Reliquiario con le miracolose Particole del 1772.

Tra le varie testimonianze ci furono anche quelle di tre rinomati scienziati del tempo tra i quali vi era anche il noto Dottor Domenico Cotugno della Regia Università di Napoli, che così si espressero al riguardo: «Segnatamente la straordinaria apparizione dei lumi, variata in tante maniere, e l’intatta conservazione delle dissepolte Particole non possono spiegarsi co’ principi fisici, e superano le forze degli agenti naturali: quindi è che debbono essere considerate come miracolose».

20) CAVA DEI TIRRENI (SALERNO), 1656

La «Festa di Castello», puntualmente rivissuta sin dal 1657, ricorda la liberazione dal contagio della peste, della Città di Cava avvenuta il 25 maggio 1656, giorno dell’Ascensione. Il «male» finì dopo la pia processione e benedizione con il Corpus Domini, svolta dal Casale della SS. Annunziata al terrazzo superiore di Monte Castello.

21) TRANI, 1000 circa

Una donna di religione non cristiana, incredula circa la verità del Dogma Cattolico della presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, aiutata da una sua amica cristiana, durante la celebrazione di una Santa Messa, riuscì a rubare un’Ostia consacrata. La donna, quasi sfidando Dio, pose poi la Particola consacrata dentro una padella di olio sopra il fuoco.

Improvvisamente dall’Ostia stillò una grande quantità di sangue che si riversò sul pavimento fino a fuoriuscire dall’uscio della porta di casa. Il frate Bartolomeo Campi, descrive nella sua opera «L’Innamorato di Gesù Cristo» (1625). L’Arcivescovo fu subito informato dell’accaduto e ordinò di riportare riverentemente la Particola nella chiesa. Lo stesso abate cistercense Ferdinando Ughelli (1670), nella sua conosciutissima opera enciclopedica «Italia sacra».

22) SAN MAURO LA BRUCA (SALERNO), 1969

Nel 1969, a San Mauro la Bruca ignoti ladri, penetrati di nascosto nella chiesa parrocchiale, si impossessarono di alcuni oggetti sacri, tra cui la pisside contenente delle Particole consacrate. Le Ostie furono ritrovate la mattina seguente e ancora oggi si mantengono intatte.

Solo nel 1994, dopo 25 anni di approfondite analisi, Monsignor Biagio D’Agostino, Vescovo di Vallo della Lucania, ha riconosciuto la conservazione miracolosa delle Particole e ne ha autorizzato il culto. Dall’esperienza di analisi compiute da scienziati e chimici si sa che già dopo sei mesi la farina azzima si rovina gravemente e, nel giro massimo di un paio d’anni, si riduce a poltiglia e poi a polvere

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Glukhovsky: «La nostra vita nelle mani di un pazzo. E noi che fingiamo di non vedere»

di Dmitry Glukhovsky –Corriere  della Sera – 10 Giugno 2022

Dmitry Glukhovsky, lo scrittore più venduto in Russia, è inseguito da un mandato di cattura: in questo articolo spiega come una generazione che non aveva vissuto gli orrori delle purghe stia assistendo a una deriva fascista senza trovare il coraggio di protestare

Dmitry Glukhovsky è lo scrittore più venduto in Russia negli ultimi 10 anni, autore popolarissimo tra gli adolescenti per via di una saga post apocalittica dalla quale è stato tratto un videogame di grande successo. Ora — come scritto da Marco Imarisio,— è inseguito da un mandato di cattura, accusato di aver gettato discredito sull’Armata russa: reato punibile con una pena variabile tra i dieci e i quindici anni di reclusione.

Questo è il testo del suo ultimo articolo.

La mia generazione non ha conosciuto le repressioni e le purghe di massa, non ha assistito ai processi farsa in cui la folla rabbiosa pretendeva la fucilazione dei traditori della patria, non ha respirato l’atmosfera di orrore universale, non ha imparato a cambiare, dalla sera alla mattina, le sue convinzioni, a credere a comando tanto alla perfidia degli alleati di ieri come alle buone intenzioni dei nemici storici, al solo scopo di giustificare una guerra fratricida.

La mia generazione non era presente durante i prodromi morali e militari dei due conflitti mondiali.
L’Unione sovietica che abbiamo conosciuto noi si era già trasformata in un pachiderma tranquillo: ormai non condannava più a morte chi si rifiutava di credere alle sue menzogne di fondo, anzi, consentiva ai cittadini di aprire dibattiti privati, tra di loro, seduti tranquilli in cucina. Né esigeva più acclamazioni quando rotolavano le teste di coloro che erano stati tacciati come «nemici del popolo».

Eppure, tutti coloro che avevano conosciuto il passato non si compiacevano affatto nel ricordarlo, e adesso abbiamo capito il motivo. Perché la sopravvivenza, in tali circostanze, esigeva innanzitutto un compromesso con se stessi, con la propria coscienza.

Sì, era necessario voltare le spalle, sì, si doveva anche applaudire, e qualcuno era addirittura costretto a eseguire le condanne a morte, volente o nolente, per evitare di finire egli stesso sul patibolo. La gente non vuole ricordare queste cose e, più specificamente, non vuole ammettere che sono accadute. Ci voleva coraggio non solo per protestare, ma anche per astenersi, e ci vuole coraggio per ricordare, in seguito, come anche tu una volta – e forse più di una volta – hai scelto di agire per sottrarti alla minaccia che pesava sulla tua testa.


E oggi proprio a noi, a quelli della mia generazione, accadono cose in diretta alla televisione cui non avremmo mai immaginato di assistere. Stiamo accumulando un’esperienza sorprendente: l’occasione per capire come mai i nostri nonni e bisnonni hanno taciuto e sopportato, come mai intere nazioni sono precipitate nel baratro della follia, come mai i popoli hanno chiuso entrambi gli occhi davanti ai tiranni che scatenavano guerre mondiali, come mai alcuni sono saliti sul patibolo senza dire una parola e altri hanno accettato il compito di calare la lama.

Oggi vediamo con i nostri occhi come si fa a disumanizzare altri esseri umani prima di annientarli: attraverso lo scherno, la diffamazione, la storpiatura delle loro parole e motivazioni, negando loro la dignità di sentire e agire come persone.

Sappiamo bene come si mimetizzano i predatori: il lupo strappa il vello della pecora che ha appena sbranato e lo usa per camuffarsi. Stiamo imparando a coltivare nel nostro animo l’indifferenza verso l’ingiustizia di quando sta accadendo palesemente sotto i nostri stessi occhi: la cosa non ci riguarda, e forse non ne subiremo le conseguenze, basta mantenere le distanze e non scherzare col fuoco. Dopo tutto, come si fa a provare empatia e compassione per tutti gli esseri umani su questa terra! Stiamo imparando a non simpatizzare con la vittima, ma con l’aggressore. Se ti schieri a fianco del predatore, allora ti sembrerà di essere dalla sua parte, accanto a lui, stretto a lui. È come restare attaccati allo squalo: non c’è nulla da temere, anzi, potremmo approfittare di qualche brandello di carne che sfugge ai suoi denti aguzzi.

Stiamo imparando a chiudere gli occhi davanti alla spirale di follia che si è impadronita dei nostri governanti e a condividere le loro posizioni.

Come l’attendente ne Il buon soldato Schweik di Jaroslav Hašek, che ha assorbito e fatto sue le castronerie del comandante, anche noi ci siamo bevuti le loro perverse teorie complottiste fino ad abituarci a tal punto al loro gusto che oggi ne reclamiamo a gran voce una nuova dose.

E dopo tutto, se non credi a loro, a chi devi credere?
Non è forse meglio mangiare merda piuttosto che andare a letto pensando che la tua vita è nelle mani di un pazzo scatenato?
Esiste forse un fenomeno che si chiama follia collettiva?

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Russia: Il Paese del risentimento

di Padre Stefano Caprio- Asia News –  12 Giugno 2022

Max Scheler sosteneva che la migliore dimostrazione della cultura russa del risentimento sono gli eroi “umiliati e offesi” di Gogol, Dostoevskij e Tolstoj. Oggi i russi pensano di aver fatto la propria parte dopo la fine della guerra fredda, mentre “gli altri” ne hanno approfittato. Questa rabbia è esplosa in Ucraina facendo vedere a tutto il mondo quanto poco si è capito di un popolo non solo orgoglioso delle proprie tradizioni, ma in grado di smascherare le ipocrisie e le debolezze degli altri.

Hanno fatto scalpore le dichiarazioni recenti dell’ex-presidente russo Dmitrij Medvedev, che ha confessato di odiare gli occidentali perché sono dei “bastardi e degenerati, che vogliono la fine della Russia… finché sarò vivo, farò di tutto per farli sparire”. In Russia in realtà da tempo non si dà molto peso alle parole di Medvedev, in lotta da anni con forti dipendenze alcoliche, e anche la sua frase sui “cavalieri dell’Apocalisse che si stanno avvicinando” viene riletta come la sensazione dei “cavalieri dell’Alkoholiss”.

Rimane tuttavia lo sconcerto per la trasformazione di una delle figure più moderate della politica del ventennio putiniano, che esprime un profondo rancore nei confronti di un Occidente non ben definito. Medvedev, del resto, era stato dileggiato dalle inchieste di Naval’nyj, che ne aveva svelato la passione per il lusso sfrenato di stile quanto mai “occidentale”. La denuncia nei suoi confronti aveva dato vita alla campagna “delle Sneakers”, per lo scandalo delle sue abitudini di fare jogging ogni giorno con un nuovo paio di scarpe da ginnastica costose, che comprava compulsivamente su Amazon al ritmo di una ventina al mese. I giovani russi erano scesi in piazza scandendo lo slogan “Non è il nostro Dimon”, diminutivo infantile che fa da pendant a quello di “Vovan” rivolto al presidente Putin, suo protettore dai tempi dell’università.

Negli stessi giorni delle scalmane di Medvedev, ha provocato stupore l’improvvisa decisione del patriarca di Mosca Kirill, che ha sostituito il suo primo collaboratore, il metropolita Ilarion, esiliandolo alla sede estera di Budapest e mettendo al suo posto un suo fedelissimo, il giovane metropolita Antonij. Anche queste mosse piuttosto brusche di Kirill verso gli altri membri della gerarchia non sorprendono molto i russi, essendo una caratteristica da sempre del suo carattere impulsivo e della sua gestione autoritaria della macchina ecclesiastica. In questo caso, però, risuona di nuovo l’astio verso l’Occidente, che Ilarion cercava di blandire con le sue continue iniziative di dialogo e gli incontri con alti rappresentanti delle confessioni cristiane occidentali, come l’ultima visita proprio al cardinale ungherese Peter Erdo, che ricorre frequentemente anche tra i nomi dei papabili in un futuro conclave.

Ilarion aveva scansato in ogni modo le polemiche sul sostegno patriarcale alla guerra di Putin, che invece hanno caratterizzato il magistero di Kirill negli ultimi tre mesi, con la martellante accusa di intromissione degli occidentali nella vita dei fedeli ortodossi in Ucraina e nella stessa Russia, cercando di imporre una visione degenerata della morale e del cristianesimo stesso, ridotto al sostegno delle “parate gay”. In questo contesto la cacciata di Ilarion appare una ulteriore dimostrazione della capacità dei “veri russi” di difendersi dalle invasioni dei nemici della fede.

Eppure lo stesso Kirill, come l’ex-presidente “apocalittico”, ha un passato di grande familiarità con il mondo ecumenico al di fuori della Russia, in particolare con la Chiesa Cattolica, tanto da averlo egli stesso inculcato nel suo fedele servitore Ilarion, ora sostituito da un prelato ancora più fedele, Antonij, che lui stesso aveva insediato trentenne come vescovo a Roma e poi a Parigi, elevandolo alla dignità di metropolita russo per tutta l’Europa occidentale. Lo sconcerto è tale che alcuni commentatori ritengono che il trasferimento di Ilarion in un territorio dell’Unione europea, pur così filo-putiniano come l’Ungheria di Viktor Orban, sia in realtà una mossa astuta per avere un mediatore russo autorevole tra la Russia e l’Occidente, perché non si sa mai come tutto potrà andare a finire.

Al di là delle ipotesi e delle interpretazioni, rimane la domanda: da dove nasce questa ostilità profonda dei russi, almeno di quanti oggi stanno al potere, verso un mitologico Occidente da essi stessi tanti bramato e blandito per lunghi anni? Non si tratta di una reale “diversità orientale” o asiatica della Russia, pur nel contesto di una riproposizione dell’ideologia eurasiatica che descrive i russi come i discendenti degli Sciti, spauracchio del mondo civilizzato fin dai tempi dell’impero romano. La Russia non è la Cina o l’India, e nemmeno la Turchia, con le loro antiche civiltà e religioni, che ne fanno davvero un altro mondo rispetto all’Europa o all’America, che si afferma senza bisogno di urlare odio e risentimento. Tra l’Occidente “anglosassone” e la Cina “neo-confuciana” di Xi Jinping c’è una fortissima competizione economica e geopolitica, sperando che non degeneri anch’essa in un conflitto militare per la riconquista di Taiwan da parte di Pechino, eventualità per cui i russi stanno già affilando le armi, sognando di combattere l’Occidente da occidente. Ma Pechino si mostra superiore, rivendica una superiorità anche morale e culturale, senza il bisogno di abbassarsi alle isterie dell’odio russo.

Della Russia come il “Paese del risentimento” hanno parlato diversi intellettuali, come il filosofo Mikhail Jampolskij, il politologo Sergej Medvedev, il filologo Mikhail Edelštein o lo storico Ivan Kurilla, ricordati dall’ottima rubrica internazionale Signal del sito informativo Meduza, fortemente censurato all’interno della Russia. Secondo questi commenti, la Russia è oggi preda di un profondo sentimento di offesa, che è appunto il significato del francese ressentiment. Søren Kierkegaard lo definiva “il rancore dei mediocri verso chi osa elevarsi al di sopra delle masse”, come era lo stesso filosofo danese; per Friedrich Nietzsche era “l’odio dei servi verso i padroni”, a suo parere ispirato dallo stesso cristianesimo. In ogni caso, si tratta di un sentimento di invidia e ostilità verso colui che è in possesso di qualcosa che tu non avrai mai.

Un altro filosofo tedesco, Max Scheler, scrisse nel 1913 un testo sul risentimento come emozione politica, in cui riteneva che la disparità sociale genera inevitabilmente la rabbia delle “classi inferiori” nei confronti di quelle più elevate. A questo sentimento ogni tanto va data soddisfazione, sostiene Scheler, almeno a livello di discussioni politiche o campagne nell’opinione pubblica, facendo in modo che gli “elevati” concedano qualcosa, aumentando gli stipendi dei lavoratori o evitando di sfoggiare sempre le loro collane di brillanti. Se le grandi masse “dal basso” perderanno la speranza di poter ottenere qualcosa, l’invidia si trasformerà in risentimento, col rischio di travolgere ogni cosa. Secondo Scheler, la migliore dimostrazione della cultura russa del risentimento sono gli eroi “umiliati e offesi” di Gogol, Dostoevskij e Tolstoj.

Oggi il risentimento sembra davvero essere la caratteristica principale della Russia di Putin e di Kirill. Uno degli argomenti più usati dal presidente russo per giustificare la “necessaria operazione” in Ucraina è l’offesa per l’allargamento della Nato verso oriente: era stato promesso che non l’avrebbero mai fatto, e invece era un inganno, quindi una mancanza di rispetto. A partire dal famoso “discorso di Monaco” del 2007, Putin ha ripetutamente accusato l’Occidente di voler “insegnare ai russi la democrazia”, accusa che negli ultimi tempi si è evoluta in quella di “volerci imporre dei valori a noi estranei”.

Dal punto di vista di Putin e dei suoi gerarchi, il “primo mondo” non ha voluto riconoscere la Russia come parte di se stesso. Nessun presidente americano si sognerebbe di parlare dell’importanza della democrazia, ad esempio, al proprio collega francese o tedesco. “Loro” si sentono “i nostri”, mentre “noi” siamo per loro degli estranei, secondo la percezione dei russi, e tali siamo rimasti anche dopo la fine dell’Urss. Da qui la definizione ostile di “Occidente collettivo”, o ancora più spregiativo “gli anglosaksy”, che hanno “deciso di abbandonarci”. È una sensazione che unisce i rappresentanti della élite russa e di vasti gruppi sociali, compresi i membri ufficiali dell’Ortodossia, ostili nei confronti dell’ecumenismo che lascia la Chiesa russa ai margini ed esalta il primato costantinopolitano, sponsorizzato anch’esso dall’Occidente, e con il quale Mosca ha ormai reciso ogni legame.

I russi pensano di aver fatto la propria parte dopo la fine della guerra fredda, mentre “gli altri” ne hanno approfittato. Si ricorda lo slogan diffuso in Russia negli anni ‘90, quando ogni riforma veniva proposta per “vivere come in tutti gli Stati civilizzati”, perfino le ristrutturazioni delle case private venivano chiamate evroremont. Si intendeva allora il benessere materiale, il consumismo capitalista, ma anche quando la Russia aveva ormai raggiunto il livello “dei civilizzati”, ha continuato a sentirsi offesa e umiliata. Per vent’anni i presidenti russi hanno partecipato agli incontri del G8, sentendosi ospiti mal tollerati e comunque poco considerati.

Questa rabbia è esplosa in Ucraina, luogo ideale per dimostrare la capacità della Russia di rispondere alle offese, facendo vedere a tutto il mondo quanto poco si è capito di un popolo non solo orgoglioso delle proprie tradizioni, ma in grado di smascherare le ipocrisie e le debolezze degli altri. Per questo la “de-nazificazione” va di pari passo con la denuncia della “propaganda gay”, il titolo scelto per definire l’immoralità dei nemici. Non è odio contro gli ucraini, o contro gli ortodossi autocefali, e nemmeno contro i gay: è l’odio della Russia contro il mondo intero, è l’ora della grande rivincita.

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SANTISSIMA TRINITA’

Inno
O Trinità beata,
luce, sapienza, amore,
vesti del tuo splendore
il giorno che declina.

Te lodiamo al mattino,
te nel vespro imploriamo,
te canteremo unanimi
nel giorno che non muore. Amen.

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BENEDETTO XVI

ANGELUS

Solennità della Santissima Trinità
Piazza San Pietro
Domenica, 7 giugno 2009

Cari fratelli e sorelle!

Dopo il tempo pasquale, culminato nella festa di Pentecoste, la liturgia prevede queste tre solennità del Signore: oggi, la Santissima Trinità; giovedì prossimo, quella del Corpus Domini, che, in molti Paesi tra cui l’Italia, verrà celebrata domenica prossima; e infine, il venerdì successivo, la festa del Sacro Cuore di Gesù. Ciascuna di queste ricorrenze liturgiche evidenzia una prospettiva dalla quale si abbraccia l’intero mistero della fede cristiana: e cioè rispettivamente la realtà di Dio Uno e Trino, il Sacramento dell’Eucaristia e il centro divino-umano della Persona di Cristo. Sono in verità aspetti dell’unico mistero della salvezza, che in un certo senso riassumono tutto l’itinerario della rivelazione di Gesù, dall’incarnazione alla morte e risurrezione fino all’ascensione e al dono dello Spirito Santo.

Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il “nome” della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore.

Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. “O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del “nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore. “In lui – disse san Paolo nell’Areòpago di Atene – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore.

La Vergine Maria, nella sua docile umiltà, si è fatta ancella dell’Amore divino: ha accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. In Lei l’Onnipotente si è costruito un tempio degno di Lui, e ne ha fatto il modello e l’immagine della Chiesa, mistero e casa di comunione per tutti gli uomini. Ci aiuti Maria, specchio della Trinità Santissima, a crescere nella fede nel mistero trinitario.

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GUERRA IN UCRAINA

La vita quotidiana a Mosca in clima di guerra. Il racconto di “Olga”, tra timori del presente e speranza per il futuro

La chiamiamo Olga e non possiamo dare troppi dettagli sulla sua vita, per non metterla in difficoltà. Il Sir l’ha raggiunta al telefono nella sua casa a Mosca, per avere la testimonianza di come vive nella capitale della Federazione russa chi è contro la guerra e non può o non vuole andare via. Olga lavora anche per una Ong internazionale – anche questa ci è stato chiesto non fosse resa identificabile – e insegna psicologia in una facoltà universitaria. Impotenza, attesa, paura sembrano essere i tratti di un tempo che è iniziato già ben prima del 24 febbraio, giorno in cui è solo “caduta la maschera”, dice Olga, che precisa: cancellerà dal suo telefono ogni riferimento ai contatti avuti per questa intervista perché “la polizia ora ferma le persone per strada e chiede di vedere le chat di whatsapp e Telegram

La chiamiamo Olga e non possiamo dare troppi dettagli sulla sua vita, per non metterla in difficoltà. Il Sir l’ha raggiunta al telefono nella sua casa a Mosca, per avere la testimonianza di come vive nella capitale della Federazione russa chi è contro la guerra e non può o non vuole andare via. Olga lavora anche per una Ong internazionale – anche questa ci è stato chiesto non fosse resa identificabile – e insegna psicologia in una facoltà universitaria. Impotenza, attesa, paura sembrano essere i tratti di un tempo che è iniziato già ben prima del 24 febbraio, giorno in cui è solo “caduta la maschera”, dice Olga, che precisa: cancellerà dal suo telefono ogni riferimento ai contatti avuti per questa intervista perché “la polizia ora ferma le persone per strada e chiede di vedere le chat di whatsapp e telegram”.

Perché tu non hai lasciato il Paese?
I miei genitori sono anziani e mia mamma è molto malata. Fino a quando non cadrà qualcosa su Mosca staremo qui. Non sappiamo che cosa succederà nel giro di qualche mese. Per questo durante i fine settimana andiamo alla dacia eusiamo tutto il nostro tempo libero per piantare la verdura e persino le patate. Prima era un hobby, adesso iniziamo a pensare che potrebbe aiutarci se arrivasse la fame.

La vita è più cara?
I prezzi sono raddoppiati. E noi riceviamo tutti i giorni tante email di gente che non ha più soldi per pagare affitti e bollette, e magari hanno figli e sono in una situazione terribile.E gli aiuti statali sono troppo esigui e ristretti:si considera che 200 euro al mese sia uno stipendio sufficiente, ma con il pane a un euro al chilo, come oggi, non basta. Così come gli aiuti sono rivolti a un ristretto numero di cittadini e la maggior parte della gente non rientra nei criteri sufficienti per ottenere assistenza

E gli stipendi?
I salari russi calano; in più i numeri della disoccupazione sono schizzati.Anche la nostra ong, che riceve denaro dall’estero per pagare gli stipendi, con il corso attuale del rublo non riesce ad aumentare gli stipendi.

Che clima c’è in giro per Mosca?
È una città molto caotica, la gente va veloce, ci sono 20 milioni di abitanti, più o meno l’atmosfera è sempre la stessa. Devo dire però che prima, quando ero in macchina, molte persone mi mostravano approvazione per il mio adesivo “libertà a Navalny”. A marzo vedevo che molti mi guardavano sorpresi e spaventati – chi è così coraggioso lì – poi ad aprile, qualcuno ha lanciato delle uova sull’adesivo e pochi giorni dopo hanno imbrattato la maniglia della porta con una specie di acido, che mi ha corroso la mano.
Invece nel paese dove io vado spesso, alla periferia di Mosca, non sembra sia successo nulla, se non per il fatto che sulle porte della scuola adesso c’è una grande Z bianca; la scuola è su una collina e quindi tutti la possono vedere. Cose del genere a Mosca non si vedono.

E capita a volte di vedere la gente che protesta?
Ce ne sono, ma molto pochi.Anche io ci sono andata all’inizio: cose molto semplici, come un cerchio tenendoci per mano. Ma adesso se vai con un foglio di carta o qualsiasi cosa, dopo un attimo arriva la polizia arriva e ti porta alla stazione di polizia, ti fa un verbale, magari dopo averti trattenuto per tanto tempo senza nemmeno un po’ d’acqua e averti anche picchiato. E quindi non si può fare niente, si sta a casa. Nemmeno su internet si può più scrivere nulla.I social che non sono vietati sono controllati dalla polizia.

E allora come fai a stare collegata alle persone che sono contrarie, come te?
Non possiamo farlo. L’unica cosa che possiamo fare è vedere dei video su youtube, che ancora è accessibile. Nessuno più vuole scendere per strada.Ma forse le cose cambieranno. Non adesso, magari tra dieci anni.Quando vado in giro in macchina e vedo le Z intorno a me – perché tante persone le attaccano alle loro macchine – mi accorgo di quanto è diffuso un certo spirito patriotico. È frustrante, mi fa arrabbiare.

Le cose sono cambiate in Russia dal 24 febbraio o la situazione era così pesante?
C’è una canzone degli Splean, un gruppo rock russo, di cinque anni fa o forse anche più, “Diteglielo ad Harry Potter se per caso lo vedete”, che descrive quello che da anni continuiamo a vivere. È da un anno, un anno e mezzo che i russi sono diventati più aggressivi, frutto di tutto quello che gli è stato inculcato: che siamo speciali, che abbiamo il nostro modo di vivere, che dobbiamo costruire la nostra potente Russia, che tutti ci odiano.Il 24 febbraio la maschera è caduta e tutti hanno visto il vero volto della Russia.

Nel tuo lavoro di docente di psicologia, è cambiato qualcosa?
Al momento no. So che il decano fa degli incontri per divulgare “la propaganda”, ma io non partecipo mai. Per il resto ci hanno chiesto di scaricare da YouTube tutte le nostre video-lezioni, ma non hanno spiegato il perché. Forse perché potrebbe essere chiuso, da un momento all’altro, come potrebbe accadere anche per Google, come è già successo con Facebook, Instagram e Twitter. Anche se abbiamo tutti le nostre mail e documenti su quella piattaforma, sarebbe complicato.

Che speranza hai per il futuro del tuo Paese?
C’è paura nel Paese e la paura ci ricopre tutti, tanti sono andati via, altri cercano di lottare, ma tutti abbiamo paura di essere fermati, portati alla stazione di polizia e torturati, come avveniva nel ‘37.Allora stiamo fermi e aspettiamo che il “grande padre” muoia o qualcosa del genere. La speranza è di riuscire un giorno a ripagare per il peccato di tutte le morti e il male di questi mesi in Ucraina e nel mondo. E poi speriamo in una nuova Russia libera da tutto questo.

Come funzionano le vostre connessioni con il resto del mondo?
Siamo una ong che riceveva già prima soldi da sponsor stranieri, tra cui anche la commissione europea, e per questo lo Stato aveva smesso di sostenere i nostri progetti sociali. Adesso la situazione si è complicata per i finanziamenti, anche se al momento non tutte le banche russe sono bloccate dalle sanzioni e quindi non siamo limitati in questo. Noi abbiamo ricevuto tanto appoggio, comprensione e solidarietà dalle altre sezioni della nostra organizzazione.Ma dobbiamo essere attenti a come ci comportiamo. Alcuni nostri operatori hanno già dovuto lasciare il Paese perché persone non gradite.E ci sono circa 500 ong in Russia che si sono espresse contro la guerra e che lo Stato adesso non sostiene più.

Tu sei un’ortodossa: che cosa ne pensi della posizione della tua Chiesa rispetto alla guerra?
Io non sono tanto addentro,ma credo che la Chiesa sia il posto dell’amore, non della guerra e non dovrebbe essere coinvolta nella politica.Purtroppo sappiamo che in Russia la Chiesa è strettamente connessa al potere e le cose che fanno non sono troppo cristiane.Ci sono però comunità che pregano per la pace e per la fine della guerra. E lì io trovo pace.

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NOI E LA RUSSIA UN GRANDE EQUIVOCO

di Ernesto Galli della Loggia| 10 giugno 2022Corriere della Sera

Il secolare carattere illiberale di chi comanda in Russia, la secolare, abituale brutalità dei suoi metodi,la mancanza di un’opinione pubblica in grado di giudicare liberamente, nonché l’assenza di un effettivo multipartitismo, sono dati di fatto irrefutabili

Siamo a favore di un’Ucraina libera e indipendente perché saremmo affetti da russofobia: questa è l’accusa che le autorità russe rivolgono da mesi all’«Occidente»: un termine che per esse comprende ormai tutti i Paesi che condannano la loro guerra d’aggressione contro Kiev. Ed è appunto per ritorsione alla nostra presunta russofobia che l’ex presidente russo Medvedev ha appena dichiarato che lui a noi occidentali ci «odia» e, bontà sua, ci considera una massa di «bastardi e degenerati». Ho fatto allora un esame di coscienza il cui risultato vorrei sottoporre a sua eccellenza Medvedev — tramite i buoni uffici dell’ambasciatore Razov che sono sicuro trametterà tutto a Mosca — per capire se davvero quanto io e insieme a me credo moltissimi altri proviamo nei confronti della Russia sia russofobia o invece magari, vedi caso, qualcos’altro.

Il popolo russo, forse a causa dell’elemento popolare e contadino in esso ancora così forte che ricorda da vicino l’antica condizione contadina del Mezzogiorno, o forse a causa del suo passato di antica miseria e di oppressione, suscita in me un sentimento immediato di simpatia e di amicizia. Come molti italiani non dimentico poi i tanti episodi di umanità di cui quel popolo diede prova verso i nostri soldati durante la loro terribile ritirata dell’inverno 1942-1943, nonostante fossero i soldati di un esercito nemico mandati dal fascismo a combattere in quella che forse è stata la più sciagurata delle sue sciaguratissime imprese militari.

Conta d’altro canto — e come conta! — l’immane tradizione letteraria e culturale russa. Ogni europeo degno di questo nome si è nutrito delle pagine di Herzen e di Turgeniev, di Cechov e di Tolstoj, dei versi di Blok, di Anna Achmatova, di Brodskij. Contraendo un debito che non può essere dimenticato.

Traendone però anche una lezione non meno importante. E cioè che da due secoli, forse con la sola eccezione sia pure rilevantissima di Dostoevskij, quella cultura —la massima espressione della coscienza e dell’anima russa — è stata sempre all’opposizione del governo del proprio Paese. E sempre ne ha ricevuto in cambio censura, persecuzioni di ogni genere, galera e non poche volte addirittura la morte. Se dunque per russofobia s’intende criticare duramente il governo russo, allora, mi pare, Medvedev e i suoi amici dovrebbero innanzi tutto dare uno sguardo al passato (e forse anche al presente) del proprio Paese: la più formidabile tradizione di russofobia non devono andare a cercarla in Occidente. Ce l’hanno in casa.

Né si tratta certo solo del passato. Per essere un governo che si propone di denazificare il mondo a cominciare dall’Ucraina, il governo di Mosca dovrebbe cominciare a spiegare come mai, ad esempio, proprio negli ultimi anni la lista dei suoi oppositori è diventata una lunga lista di morti ammazzati. In perfetta continuità, si direbbe, proprio con i metodi hitleriani. Dovrebbe spiegare come mai da anni le rivoltellate e il polonio costituiscono gli strumenti preferiti che esso adopera nei confronti dei suoi oppositori. Ovvero, per dirne un’altra proprio di queste ore, come mai il rabbino capo della comunità ebraica abbia appena deciso di fuggire dalla Russia. Non sarà che la cosiddetta russofobia degli occidentali «bastardi e degenerati» ha forse qualcosa a che fare con quanto si è appena detto? C’è da pensarci, caro Medvedev.

In realtà il secolare carattere illiberale di chi comanda in Russia, la secolare, abituale brutalità dei suoi metodi, la mancanza da sempre di una magistratura indipendente, di una stampa e di un’autorità religiosa libere, e quindi di un’opinione pubblica in grado di giudicare liberamente, nonché l’assenza di un effettivo multipartitismo, sono dati di fatto irrefutabili. Si dà il caso però che la Russia non sia uno staterello. È il più grande Paese del nostro continente, ricchissimo di materie prime e per l’appunto con una congenita tradizione dispotica. E poiché nel caso di una grande potenza è assai improbabile che possa esserci un’effettiva separazione fra il suo regime interno e la sua politica estera, è fin troppo ovvio che per un’Europa intenzionata a mantenere la propria indipendenza questa Russia rappresenti un formidabile problema geopolitico.

La cui essenza può essere posta in questi termini: o Mosca rinuncia in maniera chiara alla sua vocazione espansionistica, o inevitabilmente il resto dell’Europa è costretta a prendere le misure precauzionali del caso. Misure che se vogliono essere efficaci — dati gli attuali rapporti di forza militari, dato che un eventuale esercito europeo tuttora appartiene al campo dei futuribili, dato che è tuttora (e chissà per quanto tempo) ignoto da chi esso prenderà mai ordini, e dato infine che tale futuribile esercito europeo ben difficilmente disporrà di armi atomiche — non possono che significare una cosa sola: l’alleanza dell’ Europa con gli Stati Uniti.

La cosiddetta russofobia di noi europei che ci riconosciamo nell’Occidente, se ne convinca sua eccellenza Medvedev, non è altro che la consapevolezza dell’insieme e della gravità di tali problemi. Anzi in definitiva di uno solo: della tenace impermeabilità storica del regime russo alla libertà. Ci si può stupire se l’invasione dell’Ucraina ha reso tutto ciò ancora più forte ed evidente?

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Il Papa ai leader delle nazioni: Ucraina, “non portate l’umanità alla rovina”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano – Domenica Giugno 2022

“Rinnovo l’appello ai responsabili delle Nazioni: non portate l’umanità alla rovina, per favore! Si mettano in atto veri negoziati, concrete trattative per un cessate-il-fuoco e per una soluzione sostenibile. Si ascolti il grido disperato della gente che soffre, si abbia rispetto per la vita umana”. A cento giorni “dall’inizio dell’aggressione armata all’Ucraina”, è ancora più accorato, se possibile, l’appello alla pace di Papa Francesco.

Servono veri negoziati, si fermi la distruzione delle città

Dopo la preghiera del Regina Coeli, nella solennità di Pentecoste, dopo aver pronunciato l’omelia nella Messa presieduta nella Basilica Vaticana dal cardinale decano Re, il Papa ricorda che oggi si celebra una festa nella quale “il sogno di Dio sull’umanità diventa realtà: 50 giorni dopo la Pasqua, popoli che parlano lingue diverse si incontrano, si capiscono”.

Ma ora, a 100 giorni dall’inizio dell’aggressione armata all’Ucraina, sull’umanità è calato nuovamente l’incubo della guerra che è la negazione del sogno di Dio. Popoli che si scontrano, popoli che si uccidono, gente che anziché avvicinarsi viene allontanata dalle proprie case. E mentre la furia della distruzione e della morte imperversa e le contrapposizioni divampano, alimentando un’escalation sempre più pericolosa per tutti, rinnovo l’appello ai responsabili delle Nazioni: non portate l’umanità alla rovina, per favore! Non portate l’umanità alla rovina. Si mettano in atto veri negoziati, concrete trattative per un cessate-il-fuoco e per una soluzione sostenibile. Si ascolti il grido disperato della gente che soffre – lo vediamo sui media tutti i giorni; si abbia rispetto della vita umana, si fermi la macabra distruzione di città e villaggi dappertutto. Continuiamo, per favore, a pregare, a impegnarci per la pace senza stancarci.

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CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Domenica, 27 maggio 2012

Cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di celebrare con voi questa Santa Messa, animata oggi anche dal Coro dell’Accademia di Santa Cecilia e dall’Orchestra giovanile – che ringrazio -, nella Solennità di Pentecoste. Questo mistero costituisce il battesimo della Chiesa, è un evento che le ha dato, per così dire, la forma iniziale e la spinta per la sua missione. E questa «forma» e questa «spinta» sono sempre valide, sempre attuali, e si rinnovano in modo particolare mediante le azioni liturgiche. Stamani vorrei soffermarmi su un aspetto essenziale del mistero della Pentecoste, che ai nostri giorni conserva tutta la sua importanza. La Pentecoste è la festa dell’unione, della comprensione e della comunione umana. Tutti possiamo constatare come nel nostro mondo, anche se siamo sempre più vicini l’uno all’altro con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, e le distanze geografiche sembrano sparire, la comprensione e la comunione tra le persone sia spesso superficiale e difficoltosa. Permangono squilibri che non di rado portano a conflitti; il dialogo tra le generazioni si fa faticoso e a volte prevale la contrapposizione; assistiamo a fatti quotidiani in cui ci sembra che gli uomini stiano diventando più aggressivi e più scontrosi; comprendersi sembra troppo impegnativo e si preferisce rimanere nel proprio io, nei propri interessi. In questa situazione, possiamo trovare veramente e vivere quell’unità di cui abbiamo bisogno?

La narrazione della Pentecoste negli Atti degli Apostoli, che abbiamo ascoltato nella prima lettura (cfr At 2,1-11), contiene sullo sfondo uno degli ultimi grandi affreschi che troviamo all’inizio dell’Antico Testamento: l’antica storia della costruzione della Torre di Babele (cfr Gen 11,1-9). Ma che cos’è Babele? E’ la descrizione di un regno in cui gli uomini hanno concentrato tanto potere da pensare di non dover fare più riferimento a un Dio lontano e di essere così forti da poter costruire da soli una via che porti al cielo per aprirne le porte e mettersi al posto di Dio. Ma proprio in questa situazione si verifica qualcosa di strano e di singolare. Mentre gli uomini stavano lavorando insieme per costruire la torre, improvvisamente si resero conto che stavano costruendo l’uno contro l’altro. Mentre tentavano di essere come Dio, correvano il pericolo di non essere più neppure uomini, perché avevano perduto un elemento fondamentale dell’essere persone umane: la capacità di accordarsi, di capirsi e di operare insieme.

Questo racconto biblico contiene una sua perenne verità; lo possiamo vedere lungo la storia, ma anche nel nostro mondo.  Con il progresso della scienza e della tecnica siamo arrivati al potere di dominare forze della natura, di manipolare gli elementi, di fabbricare esseri viventi, giungendo quasi fino allo stesso essere umano. In questa situazione, pregare Dio sembra qualcosa di sorpassato, di inutile, perché noi stessi possiamo costruire e realizzare tutto ciò che vogliamo. Ma non ci accorgiamo che stiamo rivivendo la stessa esperienza di Babele. E’ vero, abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare, di avere informazioni, di trasmettere notizie, ma possiamo dire che è cresciuta la capacità di capirci o forse, paradossalmente, ci capiamo sempre meno? Tra gli uomini non sembra forse serpeggiare un senso di diffidenza, di sospetto, di timore reciproco, fino a diventare perfino pericolosi l’uno per l’altro? Ritorniamo allora alla domanda iniziale: può esserci veramente unità, concordia? E come?

La risposta la troviamo nella Sacra Scrittura: l’unità può esserci solo con il dono dello Spirito di Dio, il quale ci darà un cuore nuovo e una lingua nuova, una capacità nuova di comunicare. E questo è ciò che si è verificato a Pentecoste. In quel mattino, cinquanta giorni dopo la Pasqua, un vento impetuoso soffiò su Gerusalemme e la fiamma dello Spirito Santo discese sui discepoli riuniti, si posò su ciascuno e accese in essi il fuoco divino, un fuoco di amore capace di trasformare. La paura scomparve, il cuore sentì una nuova forza, le lingue si sciolsero e iniziarono a parlare con franchezza, in modo che tutti potessero capire l’annuncio di Gesù Cristo morto e risorto. A Pentecoste dove c’era divisione ed estraneità, sono nate unità e comprensione.

Ma guardiamo al Vangelo di oggi, nel quale Gesù afferma: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,13). Qui Gesù, parlando dello Spirito Santo, ci spiega che cos’è la Chiesa e come essa debba vivere per essere se stessa, per essere il luogo dell’unità e della comunione nella Verità; ci dice che agire da cristiani significa non essere chiusi nel proprio «io», ma orientarsi verso il tutto; significa accogliere in se stessi la Chiesa tutta intera o, ancora meglio, lasciare interiormente che essa ci accolga. Allora, quando io parlo, penso, agisco come cristiano, non lo faccio chiudendomi nel mio io, ma lo faccio sempre nel tutto e a partire dal tutto: così lo Spirito Santo, Spirito  di unità e di verità, può continuare a risuonare nei nostri cuori e nelle menti degli uomini e spingerli ad incontrarsi e ad accogliersi a vicenda. Lo Spirito, proprio per il fatto che agisce così, ci introduce in tutta la verità, che è Gesù, ci guida nell’approfondirla, nel comprenderla: noi non cresciamo nella conoscenza chiudendoci nel nostro io, ma solo diventando capaci di ascoltare e di condividere, solo nel «noi» della Chiesa, con un atteggiamento di profonda umiltà interiore. E così diventa più chiaro perché Babele è Babele e la Pentecoste è la Pentecoste. Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro. Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce.

La contrapposizione tra Babele e Pentecoste riecheggia anche nella seconda lettura, dove l’Apostolo dice: “Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne” (Gal 5,16). San Paolo ci spiega che la nostra vita personale è segnata da un conflitto interiore, da una divisione, tra gli impulsi che provengono dalla carne e quelli che provengono dallo Spirito; e noi non possiamo seguirli tutti.  Non possiamo, infatti, essere contemporaneamente egoisti e generosi, seguire la tendenza a dominare sugli altri e provare la gioia del servizio disinteressato. Dobbiamo sempre scegliere quale impulso seguire e lo possiamo fare in modo autentico solo con l’aiuto dello Spirito di Cristo. San Paolo elenca – come abbiamo sentito – le opere della carne, sono i peccati di egoismo e di violenza, come inimicizia, discordia, gelosia, dissensi; sono pensieri e azioni che non fanno vivere in modo veramente umano e cristiano, nell’amore. E’ una  direzione che porta a perdere la propria vita. Invece lo Spirito Santo ci guida verso le altezze di Dio, perché possiamo vivere già in questa terra il germe di vita divina che è in noi. Afferma, infatti, san Paolo: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace» (Gal 5,22).  E notiamo che l’Apostolo usa il plurale per descrivere le opere della carne, che provocano la dispersione dell’essere umano, mentre usa il singolare per definire l’azione dello Spirito, parla di «frutto», proprio come alla dispersione di Babele si contrappone l’unità di Pentecoste.

Cari amici, dobbiamo vivere secondo lo Spirito di unità e di verità, e per questo dobbiamo pregare perché lo Spirito ci illumini e ci guidi a vincere il fascino di seguire nostre verità, e ad accogliere la verità di Cristo trasmessa nella Chiesa. Il racconto lucano della Pentecoste ci dice che Gesù prima di salire al cielo chiese agli Apostoli di rimanere insieme per prepararsi a ricevere il dono dello Spirito Santo. Ed essi si riunirono in preghiera con Maria nel Cenacolo nell’attesa dell’evento promesso (cfr At 1,14). Raccolta con Maria, come al suo nascere, la Chiesa anche quest’oggi prega: «Veni Sancte Spiritus! – Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore!». Amen.

© Copyright 2012 – Libreria Editrice Vaticana

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VIENI SPIRITO CREATORE

Vieni, o Spirito creatore,
visita le nostre menti,
riempi della tua grazia
i cuori che hai creato.

O dolce consolatore,
dono del Padre altissimo,
acqua viva, fuoco, amore,
santo crisma dell’anima.

Dito della mano di Dio,
promesso dal Salvatore,
irradia i tuoi sette doni,
suscita in noi la parola.

Sii luce all’intelletto,
fiamma ardente nel cuore;
sana le nostre ferite
col balsamo del tuo amore.

Difendici dal nemico,
reca in dono la pace,
la tua guida invincibile
ci preservi dal male.

Luce d’eterna sapienza,
svelaci il grande mistero
di Dio Padre e del Figlio
uniti in un solo Amore.

Sia gloria a Dio Padre,
al Figlio, che è risorto dai morti
e allo Spirito Santo
per tutti i secoli dei secoli.

Amen.

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CELEBRAZIONE A CONCLUSIONE DEL MESE MARIANO

PAROLE DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Piazza San Pietro, Sagrato della Basilica
Sabato, 31 maggio 2008

Cari fratelli e sorelle!

Celebriamo quest’oggi la festa della Visitazione della Beata Vergine e la memoria del Cuore Immacolato di Maria. Tutto pertanto ci invita a volgere lo sguardo con fiducia a Maria. A Lei, anche questa sera, ci siamo rivolti con l’antica e sempre attuale pia pratica del Rosario. Il Rosario, quando non è meccanica ripetizione di formule tradizionali, è una meditazione biblica che ci fa ripercorrere gli eventi della vita del Signore in compagnia della Beata Vergine, conservandoli, come Lei, nel nostro cuore. In tante comunità cristiane, durante il mese di maggio, esiste la bella consuetudine di recitare in modo più solenne il Santo Rosario in famiglia e nelle parrocchie. Ora, che termina il mese, non cessi questa buona abitudine; anzi prosegua con ancor maggiore impegno, affinché, alla scuola di Maria, la lampada della fede brilli sempre più nel cuore dei cristiani e nelle loro case.

Nell’odierna festa della Visitazione la liturgia ci fa riascoltare il brano del Vangelo di Luca, che racconta il viaggio di Maria da Nazareth alla casa dell’anziana cugina Elisabetta. Immaginiamo lo stato d’animo della Vergine dopo l’Annunciazione, quando l’Angelo partì da Lei. Maria si ritrovò con un grande mistero racchiuso nel grembo; sapeva che qualcosa di straordinariamente unico era accaduto; si rendeva conto che era iniziato l’ultimo capitolo della storia della salvezza del mondo. Ma tutto, intorno a Lei, era rimasto come prima e il villaggio di Nazareth era completamente ignaro di ciò che Le era accaduto.

Prima di preoccuparsi di se stessa, Maria pensa però all’anziana Elisabetta, che ha saputo essere in gravidanza avanzata e, spinta dal mistero di amore che ha appena accolto in se stessa, si mette in cammino “in fretta” per andare a portarle il suo aiuto. Ecco la grandezza semplice e sublime di Maria! Quando giunge alla casa di Elisabetta, accade un fatto che nessun pittore potrà mai rendere con la bellezza e la profondità del suo realizzarsi. La luce interiore dello Spirito Santo avvolge le loro persone. Ed Elisabetta, illuminata dall’Alto, esclama: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1,42-45).

Queste parole potrebbero apparirci sproporzionate rispetto al contesto reale. Elisabetta è una delle tante anziane di Israele e Maria una sconosciuta fanciulla di uno sperduto villaggio della Galilea. Che cosa possono essere e che cosa possono fare in un mondo nel quale contano altre persone e pesano altri poteri? Tuttavia, Maria ancora una volta ci stupisce; il suo cuore è limpido, totalmente aperto alle luce di Dio; la sua anima è senza peccato, non appesantita dall’orgoglio e dall’egoismo. Le parole di Elisabetta accendono nel suo spirito un cantico di lode, che è un’autentica e profonda lettura “teologica” della storia: una lettura che noi dobbiamo continuamente imparare da Colei la cui fede è senza ombre e senza incrinature. “L’anima mia magnifica il Signore“. Maria riconosce la grandezza di Dio. Questo è il primo indispensabile sentimento della fede; il sentimento che dà sicurezza all’umana creatura e la libera dalla paura, pur in mezzo alle bufere della storia.

Andando oltre la superficie, Maria “vede” con gli occhi della fede l’opera di Dio nella storia. Per questo è beata, perché ha creduto: per la fede, infatti, ha accolto la Parola del Signore e ha concepito il Verbo incarnato. La sua fede Le ha fatto vedere che i troni dei potenti di questo mondo sono tutti provvisori, mentre il trono di Dio è l’unica roccia che non muta e non cade. E il suo Magnificat, a distanza di secoli e millenni, resta la più vera e profonda interpretazione della storia, mentre le letture fatte da tanti sapienti di questo mondo sono state smentite dai fatti nel corso dei secoli.

Cari fratelli e sorelle! Torniamo a casa con il Magnificat nel cuore. Portiamo in noi i medesimi sentimenti di lode e di ringraziamento di Maria verso il Signore, la sua fede e la sua speranza, il suo docile abbandono nelle mani della Provvidenza divina. Imitiamo il suo esempio di disponibilità e generosità nel servire i fratelli. Solo, infatti, accogliendo l’amore di Dio e facendo della nostra esistenza un servizio disinteressato e generoso al prossimo, potremo elevare con gioia un canto di lode al Signore. Ci ottenga questa grazia la Madonna, che questa sera ci invita a trovare rifugio nel suo Cuore Immacolato.

pubblicazione su SPV da Vatican.va a cura di carlo mafera

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