"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Leone XIV e la Città di Dio

FONTE IMMAGINE: EWTN

di Roberto de Mattei – CR 1933, 14 Gennaio 2026 

Mi è capitato spesso di riferirmi a sant’Agostino e in particolare al suo capolavoro La Città di Dio. All’inizio di questo 2026, ho scritto che il De civitate Dei di sant’Agostino ci offre una chiave interpretativa della storia, che ci consente di andare oltre la lettura puramente contingente degli eventi politici ed economici e ci rimanda a un conflitto più profondo, tra opposte visioni dell’uomo e del mondo (https://www.corrispondenzaromana.it/comunismo-e-anti-comunismo-in-unora-decisiva-della-storia/). 

Sono stato colpito dunque dal discorso che il Papa ha fatto il 9 gennaio di quest’anno ai membri del Corpo diplomatico (https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/january/documents/20260109-corpo-diplomatico.html).  Un discorso che è incentrato proprio sulla Città di Dio di sant’Agostino e di cui vorrei citare i passi salienti, con le stesse parole di Leone XIV: «Ispirato dai tragici eventi del sacco di Roma del 410 d.C., – dice il Papa – Sant’Agostino scrive una delle opere più poderose della sua produzione teologica, filosofica e letteraria: il De Civitate Dei, La Città di Dio. Come ha osservato Benedetto XVI si tratta di un’“opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia”  (Benedetto XVI, Catechesi 20 febbraio 2008).(…) Certamente i nostri tempi sono molto distanti da quegli avvenimenti. Non si tratta solo di una lontananza temporale, ma anche di una sensibilità culturale diversa e di uno sviluppo di categorie del pensiero. Tuttavia, non si può tralasciare il fatto che proprio la nostra sensibilità culturale ha tratto linfa da quell’opera, che, come tutti i classici, parla agli uomini di ogni tempo. Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei)”, e “la città terrena, incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione. Non si tratta tuttavia di una lettura della storia che intende contrapporre l’aldilà all’aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile.

Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull’atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. (…) Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del V secolo, alcune analogie rimangono assai attuali. Come allora siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di cambiamento ma in un cambiamento d’epoca.  

Se Sant’Agostino evidenzia la coesistenza della città celeste e di quella terrena fino alla fine dei secoli, il nostro tempo sembra piuttosto incline a negare “diritto di cittadinanza” alla città di Dio. Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi confini. Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” (S. Agostino, De Civ. Dei, XIX, 13), che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace, la quale interessa tanto la società e le nazioni quanto lo stesso animo umano, ed è essenziale per qualunque convivenza civile. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena (Ibid., XIV, 28). Tuttavia, come nota Agostino, è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da se stessi (Ibid., XIX, 4. 4).  L’orgoglio offusca la realtà stessa e l’empatia verso il prossimo. Non a caso all’origine di ogni conflitto vi è sempre una radice di orgoglio».

Qual è dunque l’insegnamento di sant’Agostino riproposto da Leone XIV? È l’insegnamento sempre attuale della Città di Dio: la consapevolezza che la storia dell’umanità è attraversata da una radicale alternativa, da due visioni del mondo e della storia inconciliabili tra loro. Da una parte vi è la visione trascendente, che riconosce Dio come principio e fine di ogni realtà e orienta a Lui non solo la vita personale, ma anche quella sociale, culturale e politica, a livello nazionale e internazionale. Dall’altra vi è la visione immanente, che rinchiude l’uomo nell’orizzonte del finito, escludendo Dio dalla storia e riducendo ogni criterio di verità, di giustizia e di bene alla misura dell’uomo stesso. La prima visione è fondata sull’umiltà, di chi non confida nelle proprie forze, ma tutto attende da Dio. La seconda visione, al contrario, nasce dall’orgoglio: dall’auto-adorazione dell’uomo che pensa e agisce come se Dio non esistesse e pretende di costruire la società prescindendo da Lui.

Tra queste visioni del mondo, tra queste due città, non c’è compromesso possibile. Sant’Agostino ci insegna che nelle epoche più drammatiche della storia, come fu il V secolo e come lo è il nostro, è doveroso abbandonare la neutralità e schierarsi, perché la vita dell’uomo e quella della Chiesa è lotta di ogni giorno e in ogni campo, ma a condizione di cogliere l’aspetto soprannaturale di questa lotta, di comprenderne il carattere religioso e metafisico. Combattere dunque, ma con lo sguardo rivolto alla Città di Dio e non a quella degli uomini; combattere, in una parola, per l’avvento del Regno di Cristo, in Cielo e in terra: un Regno che non è un miraggio, ma è l’unica meta reale e ideale per la quale valga veramente la pena vivere e, se necessario, morire. 

Putin usa il gelo e il buio per far cedere gli ucraini. Loro rispondono: balli, resistenza, organizzazione

Kristina Berdynskykh – Il Foglio, 17 Gennaio 2026

Kyiv vive in stato di emergenza. Ma tra tende da campeggio in casa, musica e thermos gli ucraini resistono e aspettano la primavera: “Sarà un po’ più caldo e più facile”

Kyiv. La temperatura a Kyiv oscilla fra i -14 e i -16 gradi. Fuori il freddo è penetrante e, per giunta, è buio pesto. Da quando la Russia ha bombardato la capitale ucraina il 9 gennaio, la città vive in stato di emergenza. 100 condomini sono ancora senza riscaldamento, sebbene la corrente elettrica sia già stata ripristinata in 5.900. Sono in vigore interruzioni di corrente di emergenza. La durata media è di dieci ore senza corrente, seguite da tre ore con la corrente. Spesso le interruzioni si prolungano e molte case rimangono senza corrente per 20 ore al giorno.

Quest’inverno, Vladimir Putin ha deciso di rendere Kyiv invivibile, ma ancora una volta ha sottovalutato il popolo ucraino. Durante una di queste lunghe interruzioni, la sera del 15 gennaio, i residenti di un complesso residenziale sulla riva sinistra della città hanno organizzato una festa nel loro cortile, servito vin brulé e improvvisato un dj set.

Vestiti con calde giacche invernali, cappelli e sciarpe, hanno ballato e cantato a squarciagola: “All I need is a light tonight” (tutto quello di cui ho bisogno stanotte è una luce). “Stare sedute per ore senza corrente in un appartamento freddo è incredibilmente triste”, dice Irina Krikunenko, 36 anni, residente a Kyiv. Vive sulla riva destra del fiume, nel quartiere di Obolonskyi, e ogni sera fa lunghe passeggiate sul lungofiume. Il paesaggio pittoresco e gli alberi innevati le risollevano il morale anche nel freddo gelido. “Cerco di non stare seduta a casa per lunghi periodi durante un blackout. Vado al lavoro, a vedere il balletto e incontro gli amici”, racconta al Foglio. Krikunenko vive al 13° piano di un edificio di 19 piani. Senza corrente, gli ascensori non funzionano. Tornare a casa a piedi non è un problema per lei, ma per i residenti anziani che vivono ai piani alti è una vera sfida. Per questo, i vicini hanno posizionato degli sgabelli sui pianerottoli di ogni piano. “Così i pensionati possono sedersi e prendersi una pausa”, spiega. I residenti comunicano tra loro online. Ogni volta che arriva un elettricista, qualcuno pubblica subito un messaggio.

 Ma a volte la corrente dura solo un’ora o due, e poi la chat si riempie di altri messaggi. “Un vicino scrive: ‘Non ho finito di cucinare il borscht’. E un altro: ‘La mia lavatrice non ha finito il lavaggio’”, Irina cita alcuni esempi fra i messaggi che riceve in chat. Afferma che trovarsi in una situazione estremamente difficile ha reso le persone più compassionevoli, e molte si sono offerte di aiutare. 

Per esempio, gli amici nel suo palazzo hanno comprato contenitori di acqua potabile da usare in caso di interruzioni idriche e le hanno detto che erano lì anche per lei. Vladislav Faraponov, 28 anni, direttore del think tank American Studios, ha recentemente avuto un figlio di due mesi. Subito dopo la sua nascita, lui e sua moglie hanno iniziato a prepararsi per eventuali blackout. Hanno una centrale elettrica portatile nel loro appartamento, oltre a lampade che possono essere ricaricate da un power bank e da una lampada a batteria. Quando si svegliano la mattina, scaldano subito l’acqua per tre thermos: uno con il tè e due con acqua bollente. Crede che la cosa più importante ora sia il sostegno reciproco all’interno della famiglia e un chiaro accordo per cui chi rimane a casa quando torna la corrente, collega immediatamente tutto e lo carica. “Quando la situazione di riscaldamento e luce era completamente disperata, siamo andati a dormire da parenti”, racconta. E’ uno scenario comune a Kyiv. Chi è più accogliente invita amici e conoscenti che si trovano in situazioni peggiori.

I pensionati che vivono soli stanno affrontando il momento più difficile. I loro problemi quotidiani sono quelli che si conoscono meno. Per questo motivo, la città ha aperto 1.200 “punti dell’invincibilità” al chiuso e all’aperto, dove le persone possono riscaldarsi e ricaricare i propri dispositivi. A questo scopo, sono state allestite grandi tende arancioni nelle zone residenziali. Dentro all’appartamento della famosa cantante ucraina Sasha Koltsova, la temperatura è di soli 6 gradi. Ha già installato la pellicola a bolle d’aria sulle finestre per ridurre la dispersione di calore, ma non basta. “La stanza è grande e non riesco a riscaldarla completamente”, racconta al Foglio. Così, in una delle stanze, ha montato una tenda da campeggio con un materasso, una coperta normale e una coperta termica. E ora dorme lì. All’interno della tenda, la temperatura va dai 12 ai 15 gradi. Il kit di base che consiglia a tutti è: biancheria intima termica, un sacco a pelo, una tenda, un thermos e un fornello a gas portatile (molte case di Kyiv hanno fornelli elettrici).

Irina Krikunenko ammette di dormire sotto quattro strati: due piumoni e due coperte. “Cammino per la stanza con calzamaglie calde, pantaloni di lana, due paia di calzini, due maglioni e un cardigan”, dice. Non ha una stazione di ricarica portatile, ma ha tantissime candele. “Le accendo tutte e creo una bellissima atmosfera romantica”, aggiunge Irina, con allegria. Il 16 gennaio, il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha invitato le aziende a spegnere la luce delle pubblicità esterne e la città a spegnere i lampioni. Questo significa che i viali di Kyiv saranno presto immersi in un’oscurità ancora maggiore. “Illuminazione stradale e dei parchi, insegne e lucine: niente di tutto ciò ha importanza se le persone non hanno abbastanza elettricità”, ha detto. Ma nonostante i blackout, la stanchezza intensa e le difficoltà quotidiane, gli ucraini non si disperano. “Aspettiamo la primavera; sarà un po’ più caldo e più facile”, spera Faraponov.

Sant’Antonio


Nome: Sant’ Antonio

Titolo: Abate

Nascita: 12 gennaio 251, Eraclea (Egitto Superiore)

Morte: 17 gennaio 356, Tebaide (Alto Egitto)

Ricorrenza: 17 gennaio

Tipologia: Memoria liturgica

Protettore:
degli animali domestici, dell’ agricoltura, degli allevamenti, degli allevatori, dall’ herpes zoster (fuoco di Sant’Antonio), dei macellai, dai morbi contagiosi, dalla peste, dallo scorbuto

Luogo reliquie: Chiesa di San Trofimo

Antonio nacque presso Eraclea (Egitto Superiore) nel 251 da nobili genitori, ricchi e timorati di Dio, i quali si presero grande cura di educarlo cristianamente. A soli diciotto anni li perdette, rimanendo egli custode di una piccola sorella e possessore di considerevoli ricchezze.

Ma la voce di Dio non tardò a farglisi sentire, era orfano da appena sei mesi, quando in chiesa sentì leggere le parole di Gesù: « Se vuoi essere perfetto, vendi quanto hai, e dallo ai poveri, così avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi ».

Antonio le prese come dette a se medesimo: andò a casa, distribuì le sue sostanze ai poveri, riservandosene solamente una piccola porzione pel mantenimento suo e della sorella. Poco dopo avendo udito le altre parole di Gesù: « Non vi prendete fastidio del domani », diede ai poveri anche il rimanente, pose la sorella in un monastero di vergini, e lui stesso si ritirò a fare vita penitente nel deserto.

Quivi si sforzava di praticare le virtù che vedeva praticate da altri santi penitenti, nelle cui cellette spesso si recava per imparare da essi la via della perfezione. Lavorava inoltre per procacciarsi il cibo, e tutto ciò che guadagnava in più lo donava ai poveri. Ma il demonio non poteva sopportare in un tal giovane tanto ardore di perfezione, e cercò tutte le maniere possibili per distoglierlo dal suo intento; ma Antonio si raccomandava caldamente notte e giorno a Gesù, e accompagnava le preghiere con rigorosissime penitenze. Mangiava pochissimo e poverissimamente una volta sola al giorno, dormiva sulla nuda terra, e macerava in ogni modo il suo corpo: ottenne così completa vittoria sul demonio.

Dopo un po’ di tempo, pregato un amico che ogni settimana gli portasse qualcosa per cibarsi, si volle appartare maggiormente; si inoltrò nel deserto, si pose in una grotta. Quivi il demonio ricominciò a tendergli le sue insidie, ed una volta venne e lo percosse tanto, che egli fu vicino a morirne; ma benché giacesse per terra sfinito, continuò a pregare e a cantare il versetto del salmo: « Ancorché eserciti interi siano schierati contro di me, il mio cuore non temerà ». Al demonio poi ripeteva le parole di S. Paolo: « Nulla mai potrà separarmi dalla carità di Cristo ».

titolo Tentazioni di Sant’Antonio abate
autore Enea Salmeggia anno 1605

Volle poi egli segregarsi ancor più dagli uomini, e si inoltrò nel deserto giungendo ad una grande grotta; ma furono tante le istanze che alcuni gli fecero per essere suoi discepoli, che egli li accettò, ed essi incominciarono ad abitare vicino a lui.

Ai suoi discepoli il Santo raccomandava continuamente la perseveranza, la custodia del cuore, l’esortazione vicendevole, la pratica delle virtù, e il ricordo quotidiano dei Novissimi. Morì esortando i suoi monaci l’anno 356 al 17 gennaio, in età di 105 anni.

titolo I santi Antonio Abate e Paolo Eremita
autore Diego Velázquez anno 1634-1660

Un testo greco, probabilmente scritto a integrazione della Vita di Atanasio e tradotto in latino da S. Girolamo (30 set.), racconta di una visita di un S. Antonio novantenne a Paolo l’Eremita (15 gen.). Secondo il testo Antonio, che era tentato dalla vanità di credersi colui che aveva servito Dio nel deserto più a lungo e più duramente, aveva ricevuto in sogno la notizia che qualcuno lo aveva invece preceduto nel condurre questo tipo di vita. Guidato quindi da un centauro, da un satiro e da una luce celeste, dopo due giorni e mezzo di marcia giunse alla cella di Paolo. I due si abbracciarono e si salutarono per nome; poi un corvo portò loro del pane, un fatto che Paolo disse avvenire da sessant’anni. Infine disse ad Antonio che Dio lo aveva mandato per seppellirlo e che desiderava essere avvolto nel mantello che Antonio aveva ricevuto da Atanasio. Antonio fece ritorno al monastero per prenderlo, e quando ritornò alla cella di Paolo lo trovò morto in ginocchio; apparvero allora due leoni che scavarono una fossa. Questo incontro è stato raffigurato ancora prima delle tentazioni; appare infatti sulla croce di Ruthwell in Northumbria (VIII sec.) e sulle otto croci irlandesi che risalgono a prima dell’anno 1000.

FRASI DI SANT’ANTONIO ABATE

« Non appesantirti del tuo peccato, neanche con il pretesto di fare penitenza. Perché se ti fissi sul peccato, non fai altro che mettere sempre al centro te stesso » 

« Vivete come se doveste morire ogni giorno » 

« È dal prossimo che ci vengono la vita e la morte. Perché se guadagniamo il fratello, è Dio che guadagniamo; e se scandalizziamo il fratello è contro Cristo che pecchiamo. » 

« Il pessimo male dell’anima sono i desideri insaziabili di ricchezze e piaceri, uniti all’ignoranza della verità. » 

« La Pace è a prezzo della moderazione dei desideri, il nostro desiderare continuo ci riempie di agitazione. » 

« Siamo grati al medico anche per il medicamento doloroso; di fronte al patire dobbiamo esser grati a Dio; qualunque cosa ci accada è per il nostro bene. » 

« Verrà un tempo in cui gli uomini impazziranno, ed al vedere uno che non sia pazzo, gli si avventeranno contro dicendo: – Tu sei pazzo! a motivo della sua dissomiglianza da loro. » 

« Vidi tutte le reti del Maligno distese sulla terra e dissi gemendo: – Chi mai potrà scamparne? E udii una voce che mi disse: – l’umiltà. » 

Un fratello disse al padre Antonio:  « prega per me! »  
L’anziano gli disse: « Non posso io avere pietà di te, e neppure Dio, se non sei tu stesso ad impegnarti nel pregare Dio. » 

Arriva la risposta del Papa ai critici di mons. Suetta

FONTE IMMAGINE: Diocesi di Ventimiglia (https://www.diocesiventimiglia.it/)

di Fabio Fuiano, CR 1933 – 14 Gennaio 2026

In un precedente articolo abbiamo parlato dell’iniziativa del vescovo di Ventimiglia-Sanremo, mons. Antonio Suetta, di istituire una campana per ricordare i bambini vittime dell’aborto. Le reazioni del mondo abortista, come prevedibile, sono state ampie e violente. Il Consigliere della Parità della regione Liguria, era arrivata a scrivere una lettera di protesta direttamente a papa Leone XIV. L’ultima notizia è quella di una manifestazione pubblica, in programma per sabato 17 gennaio a Sanremo, promossa da Radicali Italiani e diverse associazioni del territorio.

Nel loro comunicato, i promotori hanno criticato le affermazioni di mons. Suetta riguardo alla 194 e, in particolare, il suo appello al rispetto del diritto naturale, evidenziando come «gesti simbolici che alimentano senso di colpa o giudizio morale non favoriscono il dialogo». Provvidenzialmente, il Pontefice ha risposto con parole molto chiare, in occasione del discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede del 9 gennaio scorso. Partendo dalla sapiente visione dell’opera De Civitate Dei di Sant’Agostino, il Papa ha sottolineato come «per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano. Riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro».

Non c’è dialogo possibile con chi nega il dato di realtà, in special modo relativamente alla natura umana e alla legge naturale, inscritta nel cuore dell’uomo, che da essa deriva. Infatti, prosegue il Pontefice, ai nostri giorni «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti».

Si pensi, per esempio, alla negazione dell’umanità del concepito, che l’abortismo degrada alla sua mera componente cellulare senza minimamente considerare quella perfetta organizzazione, orchestrata dall’anima umana razionale, che lo porterà in breve tempo ad assumere la forma umana. Uno degli errori di fondo di alcuni abortisti sta nel capovolgere il legame che lega la natura umana alla forma umana: non è questa a determinare quella, ma il contrario. Anche se nelle primissime fasi il concepito non condivide la forma di un uomo (cosa che, comunque, avviene ben presto), ciò non implica che non ne condivida la natura. Se il concepito non fosse un essere umano, già dal principio, non potrebbe mai attualizzare le successive fasi della sua crescita. Embrione, feto, bambino, adolescente, adulto e anziano sono infatti solo fasi – dapprima potenziali mache col passare del tempo si attualizzano in sequenza – di una medesima natura, quella umana, già in atto dal concepimento. Il valore di un essere umano non dipende dalla fase in cui si trova, ma dal fatto di essere uomo: un bambino non “vale meno” di un adulto, così come un embrione non dovrebbe valer meno di un bambino. 

Chiarire i termini significa riagganciarli alla verità che essi esprimono e costruire quel fondamento senza il quale non è possibile intendersi. Senza la verità, non avrebbe senso discutere perché nulla potrebbe essere affermato. In effetti, continua papa Leone XIV, «il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Tuttavia, a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».

Da questa deriva ne conseguono altre «che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza. In tale contesto, l’obiezione di coscienza consente all’individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale: che si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari».

Se non si parte dalla realtà del concepito, dalla sua reale identità, è impossibile comprendere per quale motivo l’aborto, lungi dall’essere un diritto, sia in verità un delitto la cui esecuzione entra in conflitto con la coscienza morale. 

Le parole del Pontefice giungono provvidenzialmente in risposta a coloro che attaccano un vescovo semplicemente per aver ricordato una verità elementare sull’essere umano. Infatti, il Papa ha voluto mettere l’accento sulla difesa della vita nascente e sulle condizioni necessarie per attuarla: «la vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente. Ciò è quanto mai prioritario specialmente in quei Paesi che stanno vivendo un drammatico calo del tasso di natalità. La vita, infatti, è un dono inestimabile che si sviluppa all’interno di un progetto di relazionalità basato sulla reciprocità e sul servizio».

Proprio alla luce di questa profonda visione della vita come dono da accudire e della famiglia come sua custode responsabile, si impone «il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo. Tra queste c’è l’aborto, che tronca una vita in crescita e rifiuta di accogliere il dono della vita. In tal senso, la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie. L’obiettivo primario deve rimanere la protezione di ogni nascituro e il supporto effettivo e concreto a ogni donna affinché possa accogliere la vita».

Il Pontefice ha ragione a porre tra virgolette le parole “diritto” e “sicuro” in relazione all’aborto. Se si riconosce che l’aborto consiste nell’intenzionale soppressione di un essere umano innocente è impossibile parlare di “diritto”, come già ricordato in passato. D’altro canto, l’unica accezione in cui si potrebbe legare la parola “sicuro” all’aborto, è considerarlo come sicuramente lesivo della vita del concepito nonché mortale per l’anima della madre e di chi lo esegue. Altrettanto vero è che, in base all’iniqua 194, l’aborto viene sovvenzionato col denaro dei contribuenti, facendo sì che tutti, volenti o nolenti, siano indirettamente cooperatori di questo massacro silenzioso.

Di fronte all’imperterrita violenza del mondo abortista, la tentazione di indietreggiare e la paura di essere isolati possono essere grandi. Ma la speranza è che le parole di papa Leone XIV possano rinfrancare l’anima di tutti i pro-life continuamente in trincea per difendere la vita umana innocente in ogni sua fase. 

La strage dei ragazzi in Iran: chi erano Rubina, Akram, Amir e gli altri giovani uccisi. Le famiglie: «Per i corpi ci chiedono cifre enormi»

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 13 Gennaio 2025

Le ong sono al lavoro per identificare le (moltissime) vittime dei massacri compiuti dagli apparati repressivi della Repubblica islamica

In alto da sinistra: Akram Pirgazi, Amirali Heidari e Mehdi Salahshour. Sotto: Amir Mohammad Koohkan, Rubina Aminian e Ako Mohammadi

Li schedano per non perderne le tracce. Verificano nomi, cognomi, età, storie per non rischiare che rimangano solo numeri di una cifra che di ora in ora cresce. Sono i morti iraniani. Gli uomini e le donne, i ragazzi e le ragazze, uccisi dalle Guardie rivoluzionarie di Ali Khamenei. Colpiti alla fronte, alle spalle, al cuore.

 «Facciamo questo lavoro di raccolta per ricordare al mondo che erano persone come noi, che erano in strada a protestare per chiedere una vita normale. Volevano diritti che noi diamo per scontati», ci dice Mahmood Amiry-Moghaddam di Iran Human Rights, che con altre ong sta cercando di identificare le vittime del massacro iraniano. «In risposta — continua — si sono trovati davanti a guardie armate che li hanno uccisi per mantenere in vita il re.

A oggi, i morti identificati sono 648. Ma Moghaddam ritiene credibili i numeri che arrivano da dentro il Paese: «Saranno migliaia». Da cinque giorni il blackout di Internet e delle comunicazioni rende impossibile comprendere la portata di quello che sta succedendo nelle città iraniane.

Ma qualche nome, qualche storia riesce a superare i confini della Repubblica islamica. Come quella di Rubina Aminian, studentessa di moda all’università Shariati di Teheran. Giovedì esce dal college e si unisce alle manifestazioni che tagliano le strade e le piazze. È curda di Kermanshah, ma studia nella capitale. Era, racconta lo zio, «una ragazza forte e coraggiosa, che difendeva i diritti delle donne».

 In un Paese che, su quei diritti negati, ha costruito la sua macchina repressiva. Rubina combatteva gli ayatollah in modo pacifico, disobbedendo alle loro leggi ingiuste. Non mettendo il velo, vestendosi alla moda, sognando una vita libera. Le sparano alla nuca, di spalle, a distanza ravvicinata: un’esecuzione. AvvertOno la famiglia che corre a Teheran. Una fonte racconta che i genitori vengono portati vicino al college dove fino al giorno prima Rubina studiava, e si sono trovati di fronte ad altri centinaia di corpi di giovani, tra i 22 e i 28 anni. Frugano tra i sacchi neri, alla ricerca della figlia.

 All’inizio le autorità non vogliono consegnare il corpo, quando lo rilasciano, la famiglia corre verso casa, a Kermanshah. Al loro arrivo scoprono che l’intelligence ha circondato l’abitazione. Nuovo ordine: non hanno il permesso di seppellirla. Riprendono la macchina e la seppelliscono lungo la strada tra Kermanshah e Kamyaran. Sono ancora in attesa di farle il funerale.

Tra gli identificati, ci sono più nomi di uomini che di donne. «Ma temiamo che da Teheran arriveranno notizie di molte ragazze uccise. Lì, il movimento femminile e femminista è molto forte. Sono appena arrivate le storie di altre due studentesse», continua Moghaddam.

La prima donna a essere identificata è Akram Pirgazi. Aveva 40 anni ed era la mamma di due bambine. Di Nishapur, nella provincia di Razavi Khorasan, Akram viene uccisa il 7 gennaio da colpi d’arma da fuoco alla testa, sparati dalle forze della Repubblica islamica, mentre protesta nella sua città. La portano in ospedale, ma non ha speranze: Akram muore.

Muore anche Amir Mohammad Koohkan, aveva 26 anni, era un allenatore e arbitro di calcio a cinque. Viene ucciso il 3 gennaio durante le proteste a Niriz, nella provincia di Fars. Amir lo ammazzano sul colpo. Le guardie prelevano il corpo dalla strada e la sua famiglia non riesce ancora ad averlo indietro. Koohkan aveva lavorato come allenatore a Niriz e Shiraz e, negli ultimi due anni, era stato anche arbitro. Poco prima di essere ucciso, scrive sui social: «Non lo so. Voglio solo andarmene, ma ho dei pensieri in testa». 

Nell’album della morte, c’è anche la fotografia di Amirali Heidari, un ragazzo curdo di 17 anni di Kermanshah. Sembra un bambino. Lo uccidono l’8 gennaio nel quartiere Elahiyeh con un colpo al cuore. Per consegnare il suo corpo, le autorità chiedono alla famiglia un miliardo di toman, che equivale a oltre 800 euro, una cifra altissima per le famiglie iraniane. Non contenti, chiedono ai genitori di raccontare che il figlio è morto per una caduta dall’alto.

Ako Mohammadi aveva 22 anni, era curdo e abitava a Qeshm. Anche lui viene ucciso sul colpo, anche alla sua famiglia viene chiesto un miliardo di toman per la consegna del corpo. Viene trucidato l’8 gennaio, quel giorno fanno la stessa fine altre 15 persone, tra cui due donne della provincia di Ilam.

Mehdi Salahshour era uno scultore e un professore. Era il padre di due figli. Lo uccidono in piazza a Mashhad. «Molti dei nomi che abbiamo identificato vengono dal Kurdistan», racconta Moghaddam. «Non perché nelle altre città i morti siano di meno, ma perché all’inizio le proteste erano più grandi nell’Ovest del Paese. Poi hanno spento la luce». Per dire, nei video girati davanti dell’obitorio di Teheran si contano almeno 250 corpi.

Padre Aleksey dall’Ucraina

– Padre Aleksey – inviato 12 gennaio 2026

Buongiorno, sono Padre Aleksey e sono il direttore di Radio Maria Ucraina. Sono adesso a Kyiv, come vedete c’è il sole, c’è la neve, il cielo è azzurro però siamo in inverno. Adesso a Kyiv ci sono -15 gradi. Vorrei raccontare come vive adesso Radio Maria e come vive adesso Kyiv, la nostra capitale e tutta l’Ucraina. Proprio dietro di me c’è un edificio, al cui centro c’è una piaga nera, è il segno di un drone russo che ha colpito questo edificio e questo è avvenuto a 300 metri dagli studi di Radio Maria. davanti a me c’è proprio l’edificio di Radio Maria. Quindi qualche giorno fa abbiamo vissuto un attacco atroce di missili russi; proprio adesso a Kyiv fa molto freddo, come ho detto -15 gradi, forse anche meno. Dopo questo attacco per due giorni non abbiamo avuto la luce, tanta gente che abita che abita in queste case non ha luce, non ha il riscaldamento e vive in queste condizioni. In Ucraina fa molto freddo e penso che i russi abbiano aspettato proprio questo momento per distruggere il Paese. Tanta gente abita in questa situazione. Ieri sono stato proprio a guidare la macchina a Kyiv, era tutto buio, senza luce e senza riscaldamento, la gente soffre tantissimo. Grazie a Dio in questa situazione Radio Maria funziona, grazie alla Provvidenza di Dio e alla vostra generosità abbiamo il generatore e l’accumulatore e Radio Maria non ha mai mancato. In questo momento tanta gente ci chiama e dice che proprio questa è la missione di Radio Maria: essere la luce, essere il caldo in questo momento, dare la speranza quando c’è il buio e la sofferenza è tanta. Radio Maria funziona anche se abbiamo tante difficoltà, anche nel nostro edificio fa freddo e i nostri collaboratori si coprono molto in questo momento. Tutta la gente soffre e in questa città tanta gente non ha nemmeno la possibilità di riscaldare il cibo perché manca l’elettricità. Vorrei chiedere una preghiera per l’Ucraina, una preghiera per la pace. In Ucraina vediamo che la Russia non vuole finire la guerra, ma sappiamo che per il Signore non ci sono cose impossibili. Chiedo preghiere per la pace

⚪️PAPA LEONE XIV PROCLAMA L’ANNO GIUBILARE FRANCESCANO PER L’800º ANNIVERSARIO DEL TRANSITO DI SAN FRANCESCO D’ASSISI

Con gioia comunichiamo la promulgazione del Decreto che istituisce uno speciale Anno Giubilare in commemorazione dell’ottavo centenario del transito di San Francesco d’Assisi. Sua Santità Papa Leone XIV ha stabilito che, dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027, si celebri questo Anno di San Francesco, durante il quale tutti i fedeli cristiani sono invitati a seguire l’esempio del Santo di Assisi, diventando modelli di santità di vita e testimoni instancabili di pace. La Penitenzieria Apostolica concede l’indulgenza plenaria, alle consuete condizioni, a quanti parteciperanno devotamente a questo straordinario Giubileo, che rappresenta un’ideale continuazione del Giubileo Ordinario del 2025.

Questo Anno giubilare è rivolto in modo particolare ai membri delle Famiglie Francescane del Primo, Secondo e Terzo Ordine Regolare e Secolare, così come agli Istituti di vita consacrata, alle Società di vita apostolica e alle Associazioni che osservano la Regola di San Francesco o si ispirano alla sua spiritualità. Tuttavia, la grazia di questo anno speciale si estende anche a tutti i fedeli, senza distinzione, che, con l’animo distaccato dal peccato, visiteranno in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana o luogo di culto dedicato a San Francesco in qualunque parte del mondo. Gli anziani, i malati e quanti, per gravi motivi, non possono uscire di casa, potranno ugualmente ottenere l’indulgenza plenaria unendosi spiritualmente alle celebrazioni giubilari e offrendo a Dio le loro preghiere, i loro dolori e le loro sofferenze.

In questo tempo di celebrazione, che corona otto secoli di memoria francescana, invitiamo cordialmente tutti i fedeli a prendere parte attiva a questo eccezionale Giubileo. Il luminoso esempio di San Francesco, che seppe farsi povero e umile per essere un vero alter Christus sulla terra, ispiri i nostri cuori a vivere nella carità cristiana autentica verso il prossimo e con sinceri desideri di concordia e di pace tra i popoli. Sulle orme del Poverello di Assisi, trasformiamo la speranza che ci ha resi pellegrini durante l’Anno Santo in fervore e zelo di carità operosa. Questo Anno di San Francesco sia per ciascuno di noi un’occasione provvidenziale di santificazione e di testimonianza evangelica nel mondo contemporaneo, a gloria di Dio e per il bene di tutta la Chiesa.

Condizioni per ricevere l’Indulgenza

(per sé o per i defunti)

Confessione sacramentale per essere in grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti);
Partecipazione alla Messa e Comunione eucaristica;
Visitare in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana o luogo di culto dedicato a San Francesco in qualunque parte del mondo, dove si rinnova la professione di fede, mediante la recita del Credo, per riaffermare la propria identità cristiana;
La recita del Padre Nostro, per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo;
Una preghiera secondo le intenzioni del Papa, per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.

Papa Leone XIV: “La fede è più che necessaria, perché con Dio la vita trova salvezza”

Stamane nella Cappella Sistina Papa Leone XIV ha presieduto la Messa nella festa del Battesimo del Signore, durante la quale ha battezzato alcuni bambini. 

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, domenica 11 gennaio 2026, 9:58 (ACI Stampa).

Proseguendo una ormai lunga tradizione, stamane nella Cappella Sistina Papa Leone XIV ha presieduto la Messa nella festa del Battesimo del Signore, durante la quale ha battezzato alcuni bambini.

“Quando il Signore entra nella storia – ha osservato il Papa nell’omelia – viene incontro alla vita di ciascuno con cuore aperto e umile. Egli cerca il nostro sguardo con il suo, pieno d’amore, e dialoga con noi rivelandoci il Verbo della salvezza. Fatto uomo, il Figlio di Dio realizza per tutti una possibilità sorprendente, che inaugura un tempo nuovo e inatteso persino dai profeti”.

“Come luce nelle tenebre – ha aggiunto – il Signore si fa trovare lì dove non ce lo aspettiamo: è il Santo tra i peccatori, che vuole abitare in mezzo a noi senza tenere le distanze, anzi, assumendo fino in fondo tutto quel che è umano”.

Si adempie – ha proseguito Papa Leone – la giustizia di Dio “che nel  battesimo di Gesù opera la nostra giustificazione: nella sua infinita misericordia, il Padre ci fa giusti per mezzo del suo Cristo, l’unico Salvatore di tutti”.

“Colui che viene battezzato da Giovanni nel Giordano – ha spiegato ancora il Pontefice- fa di questo gesto un segno nuovo di morte e risurrezione, di perdono e comunione. Ecco il Sacramento che celebriamo oggi per questi bambini: poiché Dio li ama, essi diventano cristiani, nostri fratelli e sorelle”.

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“I figli, che ora tenete in braccio, sono trasformati – ha scandito – in creature nuove. Come da voi genitori hanno ricevuto la vita, così ora ricevono il senso per viverla: la fede. Quando sappiamo che un bene è essenziale, subito lo cerchiamo per coloro che amiamo. Chi di noi, infatti, lascerebbe i neonati senza vestiti o senza nutrimento, nell’attesa che scelgano da grandi come vestirsi e che cosa mangiare? Se il cibo e il vestito sono necessari per vivere, la fede è più che necessaria, perché con Dio la vita trova salvezza”.

“Verrà il giorno in cui diventeranno pesanti da tenere in braccio; e verrà anche il giorno in cui saranno loro a sostenere voi.

Il Battesimo, che ci unisce nell’unica famiglia della Chiesa, santifichi in ogni tempo tutte le vostre famiglie – ha concluso – donando forza e costanza all’affetto che ci unisce. I gesti che tra poco compiremo ne sono bellissime testimonianze: l’acqua del fonte è il lavacro nello Spirito, che purifica da ogni peccato; la veste bianca è l’abito nuovo, che Dio Padre ci dona per l’eterna festa del suo Regno; la candela accesa al cero pasquale è la luce di Cristo risorto, che illumina il nostro cammino”.

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Papa Leone XIV: “Il Battesimo è luce, riconciliazione e porta del Cielo”

Al termine dell’Angelus il Papa ha pregato per Siria, Iran e Ucraina

Papa Leone XIV |  | Vatican MediaPapa Leone XIV | | Vatican Media

Di Marco Mancini

Città del Vaticano , domenica, 11. gennaio, 2026 12:14 (ACI Stampa).

“La festa del Battesimo di Gesù, che oggi celebriamo, dà inizio al Tempo Ordinario: questo periodo dell’anno liturgico ci invita a seguire insieme il Signore, ascoltare la sua Parola e imitare i suoi gesti d’amore verso il prossimo. È così  che confermiamo e rinnoviamo il nostro Battesimo, cioè il Sacramento che ci fa cristiani, liberandoci dal peccato e trasformandoci in figli di Dio, per la potenza del suo Spirito di vita”. Lo ha detto stamane il Papa, introducendo la preghiera mariana dall’Angelus.

Nell’episodio del Battesimo di Gesù – ha osservato Leone XIV – “tutta la Trinità si fa presente nella storia: come il Figlio discende nell’acqua del Giordano, così lo Spirito Santo discende su di Lui e, attraverso di Lui, ci viene donato quale forza di salvezza”.

“Dio- ha spiegato ancora Papa Leone –  non guarda il mondo da lontano, senza toccare la nostra vita, i nostri mali e le nostre attese! Egli viene in mezzo a noi con la sapienza del suo Verbo fatto carne, coinvolgendoci in un sorprendente progetto d’amore per l’intera umanità. Nella sua santità il Signore si fa battezzare come tutti i peccatori, per rivelare l’infinita misericordia di Dio. Il Figlio Unigenito, nel quale siamo fratelli e sorelle, viene per servire e non per dominare, per salvare e non per condannare”.

“E’ il Cristo redentore: prende su di sé quello che è nostro, compreso il peccato, e ci dona quello che è suo, cioè la grazia di una vita nuova ed eterna. Il sacramento del Battesimo – ha concluso il Papa – realizza quest’evento in ogni tempo e in ogni luogo, introducendo ciascuno di noi nella Chiesa, che è il popolo di Dio, formato da uomini e donne di ogni nazione e cultura, rigenerati dal suo Spirito. Dedichiamo allora questo giorno a fare memoria del grande dono ricevuto, impegnandoci a testimoniarlo con gioia e con coerenza. Proprio oggi ho battezzato alcuni neonati, che sono diventati nostri nuovi fratelli e sorelle nella fede: quant’è bello celebrare come un’unica famiglia l’amore di Dio, che ci chiama per nome e ci libera dal male! Il primo dei Sacramenti è un segno sacro, che ci accompagna per sempre. Nelle ore buie, il Battesimo è luce; nei conflitti della vita, il Battesimo è riconciliazione; nell’ora della morte, il Battesimo è porta del cielo”.

“Come ho già accennato – ha proseguito Leone XIV prima di concludere l’Angelus – questa mattina secondo la consuetudine della festa del Battesimo di Gesù battezzato alcuni neonati figli di dipendenti della Santa Sede. Ora vorrei estendere la mia benedizione a tutti i bambini che hanno ricevuto o riceveranno il battesimo in questi giorni a Roma e nel mondo intero, affidandoli alla materna protezione della Vergine Maria: in modo particolare prego per i bimbi nati in condizioni più difficili sia di salute sia per i pericoli esterni”.

Il pensiero del Papa si è poi esteso a Iran e Siria: “auspico e prego che si  coltivi con pazienza il dialogo e la pace perseguendo il bene comune dell’intera società”.

Infine “in Ucraina nuovi attacchi particolarmente gravi indirizzati soprattutto a infrastrutture energetiche proprio mentre il freddo si fa più duro colpiscono pesantemente la popolazione civile. Rinnovo l’appello a cessare le violenze e a intensificare gli sforzi per arrivare alla pace”.

Venezuela e Ucraina, il nuovo mondo di Putin e Trump

di Stefano Caprio – Asia News – 10 Gennaio 2025

La “dottrina Donroe”, enunciata da Trump, ormai corrisponde perfettamente ai principi del Russkij Mir di Putin: gli Usa come la Russia valutano quanto i Paesi del proprio spazio di competenza, sia esso il doppio continente americano o lo spazio eurasiatico ex-sovietico, siano da controllare, conquistare, invadere e sfruttare.

L’operazione americana a Caracas ha suscitato reazioni contrastanti in Russia, a cominciare dall’invidia di Putin nei confronti di Trump, per essere riuscito in due ore a fare quello che a lui non riesce da quattro anni, e cioè catturare e annientare il leader “ucronazista” Zelenskyj ed esibirlo al mondo come è accaduto con il dittatore “narcotrafficante” Maduro.

 L’ex-presidente Dmitrij Medvedev ha invece espresso, con il suo solito gergo esagitato, un avvertimento ai “compagni del Pindostan”, come venivano chiamati sprezzantemente gli americani ai tempi sovietici: “adesso non potrete più rimproverarci di nulla, neanche formalmente”, visto che “la squadra di Trump si cura soltanto dei propri interessi, in modo cinico e violento”.

Insomma, la “dottrina Donroe”, enunciata da Trump per difendere gli ideali Maga, ormai corrisponde perfettamente ai principi del Russkij Mir di Putin: gli Usa come la Russia valutano quanto i Paesi del proprio spazio di competenza, sia esso il doppio continente americano o lo spazio eurasiatico ex-sovietico, siano da controllare, conquistare, invadere e sfruttare, e nessuno si deve intromettere, soprattutto i debosciati dell’Europa.

I pindosy americani dei tempi sovietici erano ancora prima i greci dei tempi zaristi, accusati di “degradazione morale” già nell’Ottocento, essendo anche gli avversari per la difesa della vera fede ortodossa, e non a caso la guerra russa in Ucraina è stata provocata anche dallo scisma con il patriarcato di Costantinopoli. Nella lingua neogreca pindos vuol dire in effetti “stagno puzzolente”, tutto ciò di cui ci si deve liberare e ripulire.

Nella greve ironia di Medvedev traspare peraltro anche un certo senso di soddisfazione, del tipo “avete visto che adesso ci imitano tutti”, dando alla Russia la convinzione di essere riusciti a tornare a dirigere il mondo come ai bei tempi della guerra fredda.

Tra Ucraina e Venezuela si consuma quindi la fine del globalismo del trentennio post-sovietico, dal 1992 delle riforme liberali di Eltsin al 2022 dell’operazione speciale di Putin; col 2026 delle conquiste di Trump, inizierebbe una nuova era di divisione del mondo tra i vari imperatori, da Trump a Putin fino a Xi Jinping.

Ora si capisce meglio perché sia stata vietata ufficialmente la parola “guerra” nel linguaggio pubblico della Russia, tanto che nei testi voina si deve scrivere v***na con gli asterischi, altrimenti si rischiano forti multe: la guerra è soltanto un “ideale religioso” che viene proclamato dal patriarca di Mosca Kirill, che a Natale ha proclamato i soldati “uomini santi che agiscono per conto di Dio”, mentre quello che sta avvenendo è un’operazione davvero “speciale”, di cui la conquista militare è solo la facciata, mentre il vero fine è una nuova definizione dei rapporti tra gli uomini e gli Stati, un nuovo mondo tutto ancora da risistemare.

Siamo davvero soltanto all’inizio, e le farsesche trattative per la pace in Ucraina perdono sempre più di significato, lasciando tutto lo spazio alle compravendite del petrolio, dei territori e dei ghiacci eterni che ormai si sciolgono, come quelli della tanto ambita Groenlandia, la nuova “ucraina” che segna il confine artico degli imperi.

Trump ha imposto alla presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez, sottoposta al suo pieno controllo, di tagliare ogni rapporto commerciale e finanziario con la Russia e la Cina, che hanno quindi elevato la loro protesta nelle stanze ormai ammuffite del Consiglio di sicurezza dell’Onu. I loro rappresentanti hanno chiesto di liberare Maduro, mentre gli americani rispondono che “non stiamo facendo la guerra in Venezuela, e non lo abbiamo occupato”, proprio mentre si aprivano le sedute di tribunale per presentare le accuse contro il deposto leader in catene.

Il russo Vasilij Nebenzja ha aggiunto alla seduta dell’Onu che “l’incidente” del 3 gennaio a Caracas è “un presagio del ritorno all’epoca dell’illegalità e del dominio americano imposto con la forza, del caos e dell’immoralità”, toni aggressivi della guerra fredda novecentesca, e della “guerra ibrida” del terzo millennio, ma anche un annuncio del ristabilimento dei ruoli.

Dopo aver più volte giustificato l’operazione russa in Ucraina, Nebenzja ha lamentato che “una serie di Stati” negli ultimi anni applicano le norme del diritto internazionale “in modo selettivo, a seconda delle congiunture politiche”, in pratica ognuno faccia un po’ come gli pare. Il rappresentante cinese Fu Cong ha aggiunto che Pechino “è scioccata da quanto è successo a Caracas”, condannando le “azioni unilaterali degli Usa”, anch’egli quindi rispolverando linguaggi antichi con prospettive nuove.

Del resto, le dichiarazioni minacciose abbondano da parte russa, come quella del capo della commissione della Duma per la politica informativa Aleksej Puškov, che parla delle possibili “conseguenze catastrofiche” in seguito ai proclami trionfali di Trump, “in analogia con i disastrosi interventi di Washington nel passato, attribuendosi il diritto di decidere tutto nel proprio emisfero senza riguardo per niente e per nessuno”.

Il vice-capo del comitato parlamentare per la difesa, Aleksej Žuravlev, ha proposto di rispondere all’arresto delle petroliere russe “affondando le navi americane”, e poi di colpire in Europa con i missili ipersonici Oreškin, considerando le azioni degli occidentali “equivalenti ad attacchi sul territorio russo” e vista l’euforia degli impuniti americani per l’operazione in Venezuela, l’unica risposta adeguata per fermarli è “prenderli a calci in faccia”.

Il capo degli analisti del Fondo per la sicurezza energetica della Russia, Jurij Juškov, esprime invece la preoccupazione che l’operazione speciale in Venezuela sconvolga il mercato mondiale del petrolio, “togliendo dal mercato” 500-600 mila barili al giorno, ciò che potrebbe far lievitare il prezzo fino a 65-70 dollari al barile, ma senza aggiungere che questo andrebbe del tutto a favore della Russia, costretta finora a fare sconti a tutti pur di vendere qualche barile in più, dove vengono accettati.

I primi a soffrire di questa “guerra energetica” sono peraltro gli abitanti di Cuba, che senza il petrolio venezuelano rimangono senza luce e riscaldamento, e Trump attende di aprire all’Avana la sua più grande agenzia turistica, magari insieme a quella di Gaza, nell’unione edonistica di Oriente e Occidente.

Come in effetti ricorda Ivan Preobraženskij, politologo di Radio Svoboda, “la Russia e il Venezuela si occupano insieme da anni di contrabbando del petrolio a livello mondiale”, e la Russia interviene per condannare le ingerenze negli affari interni di altri Stati “solo quando non è la Russia stessa ad interferire”.

Di solito le petroliere russe escono dai porti venezuelani con la bandiera del Ghana o di altri Stati, e ora vengono esposte le bandiere della Russia chiedendo agli americani di non toccarle, ma gli Usa ne hanno già fermate un paio nonostante la presenza di un sottomarino russo a protezione, come nei migliori film delle guerre navali.

L’estrazione di petrolio in Venezuela è da tempo limitata dalle sanzioni, e quello che riesce a produrre è appannaggio delle compagnie alleate di Russia, Iran e Cina, che ora gli Usa vogliono cacciare, magari per poi mettersi d’accordo con loro alle proprie condizioni, come già era accaduto a Panama, dove l’influsso cinese è stato allontanato senza bisogno di alcuna azione militare, ma soltanto attraverso accordi di investimenti finanziari.

La partita è aperta, anche perché per rilanciare le produzioni petrolifere venezuelane serviranno enormi investimenti a lungo termine, considerando che il petrolio di quei pozzi è di scarsa qualità, molto denso e pesante, e necessita di aggiunte di altro petrolio americano.

Il sogno di Trump è il controllo della produzione a livello mondiale, ma non è detto che questo interessi veramente alle compagnie petrolifere americane, che Trump non può costringere con metodi dittatoriali alla maniera di Putin, o degli eredi di Maduro. Neppure sarà così semplice smontare il regime di Caracas, al di là dell’incarcerazione del presidente e di sua moglie, visti gli stretti rapporti anche familiari dei Rodríguez con il clan Maduro. La sostituta del capo in catene potrebbe giocare su due fronti, mettendosi d’accordo con gli americani e mantenendo i rapporti con russi e cinesi, tenendo conto che Delcy è anche la ministra del petrolio in Venezuela.

Alla fine le mosse di Trump possono risultare favorevoli a Putin, visto che intanto hanno congelato tutte le trattative per la pace in Ucraina, che al Cremlino chiaramente non interessano. L’esclusione dagli sporchi affari con il petrolio venezuelano delle compagnie russe, a partire dalla Rosneft di Igor Sečin, il vero capo della casta economica al potere in Russia sulla vasta scala della corruzione a tutti i livelli, potrebbe finire per essere a sua volta conveniente, attribuendo alle perdite di investimenti tutto ciò che è stato rubato per anni in Venezuela.

La Russia ha comunque dimostrato di non essere in grado di aiutare i propri alleati, e la Cina si limita alle condanne formali, dimostrando che il “Sud globale” non ha alcuna reale consistenza sul palcoscenico della geopolitica mondiale, come già accaduto con il crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria o le azioni militari di Israele e Usa in Iran. Ora si sta preparando una villa dorata per mettere a riposo l’ayatollah Khamenei vicino a quella di Assad, e non si può escludere che si chieda la consegna di Maduro per farlo riposare vicino all’ex-presidente dell’Ucraina Janukovič, facendo della periferia di Mosca il cimitero degli elefanti dei tempi passati, trofei degli imperatori del tempo attuale e della nuova divisione del mondo

Perché questa può essere una rivoluzione diversa per l’Iran: le manovre di Pahlavi e le mosse americane. I due scenari

di Andrea Nicastro – Corriere della Sera – 10 Gennaio 2025

La nostalgia monarchica si somma alle altre frustrazioni ma questo non basta per far cadere il regime

Non ci si accorge subito quando comincia una rivoluzione. Il giorno della presa della Bastiglia, Luigi XVI era a caccia come sempre e quando scese da cavallo sul diario scrisse «niente». Ieri la Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamanei, è comparso come sempre al suo pubblico di donne in chador nero e uomini in grigio. 

Nelle strade i suoi sgherri tagliano internet, sparano ai manifestanti e li arrestano, eppure Khamenei ha detto che «quel mucchio di vandali vuole solo fare un favore a Trump». Forse un giorno gli storici dovranno spiegare la miopia di chi non capisce di avere i giorni contati. Forse no. 

L’Iran è sull’orlo del collasso almeno dal 2009, quando milioni di iraniani contestarono i brogli elettorali. Allora il sistema poteva riformarsi, ma decise di stroncare la protesta. Il candidato sconfitto è tutt’oggi agli arresti domiciliari. Ora il regime è ancora meno popolare, azzoppato da decenni di sanzioni economiche e indebolito dalle vittorie israeliane. La caduta prima o poi arriverà, ma chi sarà decisivo? 

Rispetto alle proteste degli anni scorsi questa ha il vantaggio di saldare la contestazione politica a quella economica. Sfilano assieme poveri, studenti e «bazarì», commercianti. Era successo di rado. In più è comparso un terzo attore: le minoranze. 

Gli scontri sono stati più sanguinosi nelle regioni a prevalenza curda, azera e araba. Mahsa Amini, la ragazza da cui era partita la rivolta del movimento «Donna, Vita, Libertà», era curda. Disoccupati, classe media e minoranze assieme hanno più possibilità di prendere il carcere di Evin, come i francesi presero la Bastiglia. 

Il regime però resta forte. Ha apparati fedeli e una penetrazione economica tale da ricattare i padri di famiglia. Tieni tuo figlio a casa o perderai il lavoro. C’è anche un altro angolo da cui guardare la crisi. La Repubblica Islamica è nemica degli Stati Uniti e di Israele sin dalla nascita nel 1979. Ostilità pienamente ricambiata. Il progetto di esportazione dell’Islam sciita è un pericolo «esistenziale» per Israele e strategico per gli Usa. Gli ayatollah inseguono proseliti tra i sunniti che gli Usa preferiscono divisi. E lo fanno difendendo la causa palestinese che per Israele è l’incubo. Il tentativo di rivolta avviene in questo contesto, non in un’ampolla sigillata. Per gli ayatollah è più pericoloso. 

La Casa Bianca sa di non poter invadere l’Iran. Dopo l’esperienza dell’Iraq e dell’Afghanistan, non vuole morti americani all’estero. Anche l’idea della proxy war, la guerra fatta combattere a qualcun altro, è fallita dopo 10 anni di scontri tra Iraq e Iran. Il presidente Trump ha annunciato una linea rossa: se la repressione sarà sanguinosa, le «meravigliose armi americane» difenderanno gli insorti. Tradotto: bombe.

Negli anni passati i dissidenti iraniani hanno osteggiato l’ipotesi. La premio Nobel Shirin Ebadi è rimasta ferma sulla «non interferenza», ma la protesta 25-26 è diversa anche sotto questo aspetto. Reza Ciro Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià, è più ambiguo sull’intervento straniero. Esule tra Los Angeles e Parigi, lancia appelli online alla rivoluzione, ha un seguito rilevante tra gli expat e in strada si sentono cori chiedere il suo ritorno.

Il 13 gennaio secondo influencer trumpiani sarà a Mar-a-Lago, la reggia di Trump in Florida. Si proporrà per guidare la transizione a un presidente piuttosto scettico. La nostalgia monarchica si somma alle altre frustrazioni per far cadere il regime. Basterà? No. Ci vuole altro. 

Due gli scenari: quello libanese-venezuelano e quello siriano. Il primo è un mix di intelligence e cacciabombardieri per individuare ed eliminare i vertici del nemico. L’ha sperimentato Israele contro i filo iraniani di Hezbollah in Libano e l’ha «americanizzato» Trump con il rapimento del presidente venezuelano Maduro. Via la «testa del serpente», la speranza è che il corpo cambi atteggiamento. Senatori americani parlano apertamente di «uccidere Khamenei».

Trump non si pone limiti di legalità. Il secondo scenario prevede di finanziare e armare qualsiasi gruppo ostile al regime. In Siria il sistema è costato 650 mila morti, ma alla fine il dittatore se n’è andato. In Iran sperano che la storia, per loro, sia diversa.

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