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Lo psicodramma immotivato in Francia e Italia sulla leva militare (e l’unico piano «serio» emerso finora)

di Federico Rampini – Corriere della Sera, 29 Novembre 2025

I numeri dei piani per la leva di Italia e Francia sono bassissimi. Mentre quello elaborato a Berlino, e svelato dal Wall Street Journal, è molto serio: ecco perché

(Questo testo è stato pubblicato su Global, la newsletter di Federico Rampini. 

Certe nazioni si sforzano sempre di pensare in grande, di avere progetti ambiziosi, di disegnare il futuro in modo visionario. In Italia (e anche in Francia) c’è chi preferisce pensare ben più in piccolo. 

Il dibattito sul servizio militare parte così: con un numero ventilato di diecimila reclute, che non basterebbero a difendere il Granducato del Lussemburgo. Ma bastano, eccome, a scatenare un putiferio di accuse sulla «militarizzazione»…

Nelle stesse ore in cui circola questa cifra sui media italiani, in parallelo viene discussa una bozza di progetto di tregua in Ucraina che in una versione considerata favorevole a Putin vorrebbe limitare il futuro esercito di Kiev a… seicentomila uomini e donne. Sì, perché attualmente gli ucraini che riescono a difendere il proprio paese da quasi quattro anni, bloccando o rallentando l’avanzata di un aggressore molto più grosso di loro, sono tra gli ottocentomila e i novecentomila. 

A fronte di questi numeri, un’ipotesi di diecimila futuri volontari nelle forze armate italiane è stata denunciata da alcuni come una sciagurata decisione da guerrafondai. L’Italia ha perso tante cose, fra queste anche il senso del ridicolo. 

In seguito citerò la Germania, dove si discute un po’ più seriamente, e con numeri di ben altra dimensione. Perché il tema attuale – come difenderci da un’aggressione – è imposto da un’emergenza drammatica alle nostre porte. Non è qualcosa di cui dovremmo interessarci solo come lettori di giornali o spettatori di Tg. 

Siamo entrati in una nuova epoca dove la guerra in casa nostra non è più un’eventualità: è già in atto. Diverse forme di aggressione, sabotaggio, guerra «grigia» o ibrida, avvengono quasi ogni giorno. Alcuni Paesi dell’Europa occidentale sono più esposti, ma l’Italia non può illudersi di essere immune: sono a rischio popolazione civile, aziende, infrastrutture vitali e nevralgiche.

C’è una guerra «classica» che imperversa da quasi quattro anni nel cuore d’Europa, la prima dal 1945. Rischia di finire male. Non solo e non tanto per colpa di Trump, ma semmai perché questo presidente per il suo cinico pragmatismo accelera la presa d’atto che i rapporti di forze sul terreno sono sfavorevoli all’Ucraina: e sono tali perché almeno dal 2008 altri presidenti americani e tutti i leader europei hanno accumulato errori spaventosi nel trattare Putin.

L’appeasement che nel 1938 spinse l’Inghilterra a condonare l’invasione di Adolf Hitler nei Sudeti (Cecoslovacchia), si è ripetuto in modo diluito a partire dal 2008 con i molteplici segnali di tolleranza euro-americana verso le guerre di Putin in Georgia, Crimea, e in seguito a tutta l’Ucraina. Il risultato è che oggi anche la «migliore» tregua possibile per Zelensky – cioè nell’ipotesi improbabile che vengano accettate quasi tutte le sue ultime condizioni – servirebbe a Putin per riarmarsi e procedere verso la prossima aggressione. Esattamente come fece dopo il 2008 (Georgia) e dopo il 2014 (Crimea).

Nel frattempo Putin ha già aperto diversi altri fronti nella guerra «grigia», ibrida: sabotaggi e attentati e incursioni di droni sono all’ordine del giorno soprattutto nell’area baltico-scandinava e contro la Germania. L’Italia non è immune.

pacifisti italiani (e i sedicenti tali)  appartengono a molte famiglie ideologiche. Alcune sostengono la tesi per cui «il nemico non esiste, è un’invenzione dei mercanti d’armi, della propaganda guerrafondaia». Questi non hanno aperto un libro di storia, oppure la leggono solo a modo loro? Magari sono gli stessi per i quali facevano benissimo i vietcong ad armarsi fino ai denti per combattere contro gli americani; gli stessi che pensano che è sacrosanta la lotta armata di Hamas contro Israele. Gli unici a non potersi difendere da un aggressore siamo noi, perché «nessuno ce l’ha con noi». Ignorano che l’Europa ha conosciuto il miracolo di 80 anni di pace solo ed esclusivamente perché la Nato era un deterrente credibile contro un’invasione sovietica. L’Armata Rossa entrò con i tank in tempo di pace per schiacciare rivolte democratiche a Budapest nel 1956, a Praga nel 1968, per imporre un golpe a Kabul nel 1979; ma non entrò a Berlino Ovest perché lì temeva la reazione della Nato. 

Un momento chiave che tutti i giovani europei dovrebbero studiare fu la crisi degli euromissili alla fine degli anni 70: l’Urss tentò di separare l’Europa occidentale (mettendola sotto il ricatto di un improvviso e massiccio dispiegamento di missili nucleari) dall’America; se Washington si fosse voltata dall’altra parte, il Muro di Berlino sarebbe caduto sì, ma per far passare i tank sovietici diretti a Parigi, Bruxelles, Roma. È solo quando l’Occidente è entrato in un letargo geopolitico, in una cultura del disarmo, che Putin ha rialzato la testa e ha visto le condizioni ideali per ricostruire l’impero sovietico.

Esiste anche un «pacifismo realista»: equivale allo slogan «meglio rossi che morti» gridato nelle piazze dai giovani socialisti tedeschi durante la crisi degli euromissili. In soldoni la pensa così. La Russia è vicina e troppo forte. L’America è lontana e l’isolazionismo è il suo destino (con o senza Trump). Meglio arrendersi subito, che morire combattendo. Per i nostri figli e nipoti un futuro da servi di Mosca è pur sempre preferibile a una morte precoce da martiri in guerre di resistenza perdute a priori. Ma anche questo significa chiudere gli occhi caparbiamente davanti alla lezione di 80 anni di storia della Nato: prova provata dell’antico detto «si vis pacem para bellum». Finché hai un deterrente efficace, se sei armato a sufficienza e preparato a difenderti, allora il despota russo è costretto a rispettare la tua libertà e indipendenza. Se Kiev non avesse ceduto le sue armi nucleari alla Russia, e se fosse stata un membro della Nato…

Il tema della «leva militare» è importante, per motivi di sicurezza e per ragioni culturali-valoriali; ma viene definito impropriamente.  Nessuno – neanche Putin, almeno finora – pensa di reintrodurre il servizio militare obbligatorio di massa. Anche l’armata più numerosa del pianeta, che è l’Esercito Popolare di Liberazione cinese, è composta da professionisti. Il che non impedisce alla Cina di imporre a tutti i suoi studenti universitari, ragazze e ragazzi, un breve corso di addestramento militare in divisa: quello però ha fini educativi più che bellici, vuole istillare il rispetto delle forze armate, la disciplina, la devozione alla patria, lo spirito di sacrificio al servizio della comunità nazionale.

Per onestà storica bisogna anche ricordare che un tempo la leva militare obbligatoria per tutti era un valore strenuamente difeso dalla sinistra comunista: un esercito di popolo era considerato l’antidoto a un esercito di destra, magari esposto a tentazioni golpiste. Un tempo la sinistra non era «pacifista», altrimenti anziché esaltare i partigiani antifascisti gli avrebbe rimproverato di non aver seguito il metodo nonviolento del Mahatma Gandhi. La guerra partigiana fu catalogata nel novero delle «guerre giuste» perché difendeva l’Italia dalle truppe di occupazione della Germania nazista. Non si può scendere in piazza ogni 25 aprile per festeggiare la Liberazione, ma pretendere di cancellare il diritto-dovere di resistenza armata nei confronti di chi oggi può minacciare sovranità, indipendenza, libertà, democrazia della Repubblica. Ai cinici che pensano «chissenefrega se dopo Kiev tocca a polacchi e baltici» bisogna ricordare che Putin è già in Libia, e non ha mai rinunciato a influenzare i Balcani, alle porte dell’Italia.

Il dibattito sui diecimila volontari italiani è una tempesta in un bicchier d’acqua, anzi in un tazzina da caffè espresso molto ristretto. 

Ma lo stesso vale per i maldipancia francesi: i numeri del reclutamento volontario annunciati da Macron sono paragonabili a quelli italiani; Parigi ci aggiunge la sua beffa stupida in un dettaglio, la paga di 800 euro mensili. In questo caso ha ragione la sinistra radicale (France Insoumise) che a Parigi denuncia: sarebbero pagati sotto il salario minimo?! Il contrario di quel che richiede la sicurezza nazionale di fronte alle guerre ibride: eserciti ad altissima professionalità, addestrati alle tecnologie più avanzate.

In questo panorama sconfortante si distingue per fortuna il piano di difesa della Germania che è stato oggetto di uno scoop del Wall Street Journal. Quello è una cosa seria. Il piano tedesco precede l’arrivo al governo del cancelliere Merz, il quale vuole mettere in cantiere fino a mille miliardi d’investimento per il riarmo, e in quanto a reclutamento parte da un minimo di 70/80.000 soldati aggiuntivi (farà fatica a trovarli, ma almeno ragiona su numeri che hanno un senso, possono incidere, al contrario delle bazzecole franco-italiane). L’aspetto che rende il piano tedesco pre-Merz più interessante, è l’approccio «olistico»: è l’embrione di una strategia integrata per proteggere il paese, che include il ruolo delle infrastrutture, della logistica di trasporto, delle aziende. È l’unico approccio che ha un senso e può contribuire ad aprire gli occhi al paese. Eccovi la sintesi.

Da oltre due anni, un gruppo ristretto di alti ufficiali tedeschi lavora a un documento segreto di 1.200 pagine: OPLAN DEU, il piano per preparare la Germania – e dunque la Nato – a un’eventuale guerra con la Russia. L’invasione dell’Ucraina nel 2022 ha dissolto ogni illusione di stabilità e ha costretto Berlino a pensare come snodo logistico del fronte europeo. 

Il piano non è un esercizio teorico: ora la Bundeswehr (le forze armate tedesche) corre per trasformarlo in realtà. 

Al centro della strategia c’è una gigantesca operazione logistica che dovrebbe muovere fino a 800.000 soldati tedeschi, statunitensi e alleati, proiettandoli verso Est. Tutto dipende dalla rete di porti, fiumi e canali, ferrovie e autostrade, che attraversano la Germania come vene e arterie di un corpo continentale. Le carte militari mostrano un dato ineludibile: il Baltico e il Mare del Nord sono vulnerabili; la pianura tedesca rimane il corridoio naturale.

Questa necessità strategica si scontra con una realtà scomoda: decenni di pace hanno eroso la capacità infrastrutturale tedesca. L’articolo del WSJ elenca dettagli che sembrano uscire da un manuale di archeologia militare: tratti di autostrade costruiti durante la guerra fredda come piste di atterraggio d’emergenza, mediane in cemento, piazzole con serbatoi di kerosene sepolti sottoterra, guardrail smontabili a mano. Molto di questo patrimonio è oggi inutilizzabile o deteriorato. Berlino stima che il 20% delle autostrade e un quarto dei ponti necessitino riparazioni urgenti; i porti sul Mare del Nord e Baltico richiedono 15 miliardi di euro di lavori, di cui 3 miliardi per riadattarli al doppio uso civile-militare. 

La vulnerabilità non è teorica. Nel 2024 una nave cargo ha colpito un ponte ferroviario sul fiume Hunte, interrompendo per settimane l’unica linea che collega al porto di Nordenham – allora l’unico terminal del Nord Europa autorizzato a gestire i carichi di munizioni diretti in Ucraina. Il danno si è ripetuto pochi mesi dopo: simbolo di quanto un singolo punto critico possa paralizzare l’intera catena logistica Nato. Il piano tedesco prevede dunque non solo investimenti infrastrutturali monumentali – 166 miliardi di euro entro il 2029 – ma un cambio culturale completo: un ritorno alla mentalità della difesa totale. 

L’esercito deve cooperare con aziende private, governi locali, forze dell’ordine, ospedali, protezione civile. E deve farlo in un’epoca di nuove minacce: sabotaggi, droni, campagne di spionaggio. Le leggi tedesche, figlie dell’epoca postbellica, procedono però in senso opposto: regole sulla privacy, limiti all’uso dei droni, commesse pubbliche e procedure di acquisto troppo lente. Le esercitazioni condotte finora – fra cui «Red Storm Bravo» ad Amburgo – mostrano simultaneamente progressi e carenze: convogli rallentati da manifestanti, falle nella protezione anti-drone, carenze di coordinamento fra militari e polizia. 

Gli autori di OPLAN DEU insistono su un punto: la logistica è il deterrente. Mostrare che la Germania può mobilitare e spostare masse di truppe in tempi rapidi dovrebbe scoraggiare Mosca. 

Ma il tempo stringe: Berlino stima che la Russia potrebbe essere pronta ad attaccare la Nato già nel 2029, se non prima. Sabotaggi, cyberattacchi e intrusioni aeree segnalano che il confine fra pace e guerra si fa sempre più sottile. «Non siamo in guerra», ha detto il cancelliere Merz, «ma non viviamo più in tempo di pace».

Leva militare, che cosa dice la legge che sta preparando Crosetto: riserva di 10 mila volontari per guerre, calamità, crisi

di Fabrizio Caccia – Corriere della Sera – 28 Novembre 2025

Una forza ausiliaria da impiegare all’occorrenza insieme all’esercito

ROMA Palazzo Baracchini, la sede della Difesa, lo fanno subito capire chiaramente: «Qui nessuno sta pensando di mettere in campo le giovani reclute, di ripristinare la vecchia naja obbligatoria. Ma li vedete voi, deiragazzini inesperti, alle prese con le armi sofisticatissime che ci sono oggi, anche solo se parliamo di droni?». Insomma, calma, non è più tempo di «marmittoni». Quando il ministro Crosetto parla di «reintrodurre il servizio militare», «una leva su base volontaria», pensa a ben altro. 

Lo disse perla prima volta già due anni fa a Cagliari, il 4 novembre 2023, in occasione della festa delle Forze armate e dell’unità nazionale, davanti al capo dello Stato Sergio Mattarella: «La Difesa — disse quel giorno Crosetto — deve prepararsi a tutti gli scenari. Molto spesso nella nostra vita evitiamo di pensare alle cose peggiori, ma quando fai il ministro della Difesa, per la sicurezza del Paese, devi pensare anche agli scenari peggiori e lavorare per evitare e fermare che ciò arrivi davanti a te». E gli scenari peggiori oggi sono arrivati, la guerra si è fatta ibrida, fatta di droni e fake news e a Crosetto, perciò, preme prima di tutto «l’aspetto vocazionale». Ecco perché accanto alle Forze armate vorrebbe creare questa nuova «riserva ausiliaria dello Stato», fatta di professionisti di esperienza, militari in congedo, volontari in ferma prefissata, ex guardie giurate, 10 mila unità per cominciare («ma il numero lo deciderà il Parlamento», chiosano a palazzo) , pronti ad arruolarsi su base volontaria «per la difesa del Paese». Ma anche «i medici in pensione» saranno ben accetti e altro personale civile qualificato per evitare che accada come quella volta che durante il Covid l’acquedotto di Roma restò con un unico tecnico in servizio perché tutti gli altri si erano ammalati. 

Una forza on demand che — una volta reclutata, formata e periodicamente addestrata — sarà pronta per essere impiegata a supporto delle Forze armate in «casi gravissimi», come guerre, calamità e crisi internazionali. Ma mai in prima linea. 

Già nelle scorse settimane, in un suo discorso ai vertici militari, il ministro aveva detto che la legge 244, quella che fissa il limite per il personale della Difesa a 170 mila unità (oggi sono 160 mila) va «buttata via» e i numeri, viste le esigenze, andrebbero aumentati di molto: almeno di 30-40 mila. Non solo. Nel documento informale presentato da Crosetto il 17 novembre scorso al Consiglio supremo di Difesa, davanti a Mattarella, parlò espressamente della necessità di 10-15 mila nuove unità da formare nell’ambito delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale contro la guerra ibrida già in corso. Secondo lui, 5 mila ne servirebbero solo nell’ambito cyber

Ecco perché il progetto della nuova leva su base volontaria proverebbe a coinvolgere anche i più giovani: «Un hacker non si arruolerà mai, ma comunque potrà darci sempre una mano se ha a cuore le sorti del proprio Paese», ragionano a Palazzo Baracchini. E non importa se non saranno laureati come quelli della «riserva selezionata» che oggi già esiste ed è composta dagli ingegneri che hanno già progettato ponti in Afghanistan e aperto pozzi in Libano per dissetare la popolazione. «Sapete che in alcuni Paesi come la Svizzera la parte della riserva in qualche modo comprende tutti i cittadini fino a oltre 50 anni? — diceva ieri Crosetto —. Anche se la Svizzera è da 500 anni che non ha una guerra…». 

Ecco perché il ministro vorrebbe arrivare con la sua proposta in Parlamento: «Penso che l’Italia debba riflettere su un nuovo modello di difesa e lo dico al di là della maggioranza di governo, perché le scelte del modello di difesa del futuro sono scelte che riguardano un Paese intero, uno Stato, una nazione, non soltanto la maggioranza», ha chiarito ieri. La «difesa del proprio Paese» come unica vocazione.

Papa a Nicea: “Superiamo lo scandalo delle divisioni e alimentiamo l’unità”

Leone XIV a İznik, a 70 km da Istanbul, per commemorare insieme al patriarca Bartolomeo e i capi e rappresentanti delle Chiese cristiane del mondo i 1700 anni del primo Concilio ecumenico della storia. Una celebrazione sobria e solenne, sopra le rovine dell’antica basilica di San Neofito. Dal Pontefice l’appello a «respingere con forza» l’uso della religione per giustificare guerre e violenze, fondamentalismo e fanatismo

Salvatore Cernuzio – Inviato a İznik

“Noi crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente…”

Nacque da qui, dai trenta giorni in cui l’intera oikouméne si riunì nel 325 a Nicea per il primo Concilio ecumenico della storia su convocazione dell’imperatore Costantino, la formula di fede che oggi accomuna due miliardi e mezzo di cristiani nel mondo. E oggi, 1700 anni dopo, le stesse parole vengono proclamate sotto un cielo così terso da confondersi con le rive limacciose del lago di İznik. È il Papa in questa cittadina moderna che raccoglie l’eredità di Nicea, in Türkiye, a recitare il Credo insieme a patriarchi, vescovi, metropoliti, capi e rappresentanti delle chiese cristiane del mondo, a ribadire il messaggio di «fratellanza e sorellanza universale» insito in ogni religione, a implorare – ancora una volta – di respingere con forza «l’uso della religione per giustificare la guerra e la violenza, come ogni forma di fondamentalismo e di fanatismo», seguendo invece le vie dell’«incontro fraterno», del «dialogo» e della «collaborazione».

Sui resti di San Neofito

A fianco a lui, c’è il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. Ai loro piedi, i resti della basilica a tre navate intitolata al martire del IV secolo San Neofito, distrutta e sommersa da un terremoto. Inghiottite dal lago, le rovine sono riapparse nel 2014 e oggi, in questo evento imponente per il suo significato, sembrano raccontare anch’esse una storia. Quella di ferite che si rimarginano e della luce che contrasta ogni buio.

La preghiera del Papa e del patriarca Bartolomeo sui resti della Basilica di San Neofito a İznik   (@Vatican Media)

Un momento storico

Il muezzin intona i suoi versi pochi minuti prima dell’arrivo del Papa, giunto a bordo di un elicottero che sorvola per tre volte il sito archeologico. Gli ospiti sono già sistemati sulle sedie sopra la piattaforma: gli zucchetti rossi dei cardinali e quelli viola dei vescovi, si mischiano agli shash e ai copricapi degli orientali e ai koukollion degli ortodossi. Tutta la gente – oltre un centinaio – riunita per l’evento o affacciata dai balconi delle case e dalle terrazze dei bar, arrampicate alle giostrine del parco giochi sul lungolago, guarda verso l’alto. È un momento storico quello che avviene oggi in questo sito a 70 km da Istanbul, nell’omonimo distretto della provincia di Bursa, divenuta per meno di un’ora centro della comunità cristiana mondiale. Lo ha detto il Papa stesso sul volo verso Ankara: «È un passo storico». Papa Francesco aveva espresso il desiderio di vivere questo appuntamento, racimolando le ultime forze rimaste per volare in Türkiye e dare nuovo impulso al cammino di unità dei cristiani.

Il Papa e Bartolomeo in processione

È il successore a rilanciare questa missione che si traduce, nella cerimonia sobria e, al contempo, solenne del pomeriggio, in gesti, parole e fotogrammi. Quello di Papa Leone XIV e il patriarca Ecumenico Bartolomeo I che camminano insieme, uno accanto all’altro, lungo la piattaforma in prossimità degli scavi archeologici. Pietro e Andrea, i due fratelli uniti. Uno con la mozzetta rossa, l’altro col piviale in velluto; i loro passi sono scanditi da un canto in lingua greca. Raggiungono l’estremità della piattaforma dove sono esposte una icona di Cristo e una bizantina sui toni dell’oro che raffigura i padri riuniti nel Concilio. L’hanno raggiunta prima i leader religiosi, dispostisi a semicerchio. Ognuno accende una candela.

Papa Leone XIV sorvola in elicottero il lago di İznik   (@Vatican Media)

Il messaggio del patriarca

Bartolomeo pronuncia un messaggio di benvenuto che si apre con la commozione nel vedere in quanti hanno «risposto positivamente» all’invito a onorare la memoria e l’eredità del primo Concilio ecumenico tenutosi qui a Nicea millesettecento anni fa. Da allora, tanti i secoli trascorsi, tanti sconvolgimenti, tante difficoltà e le divisioni, ma oggi sono tutti a İznik: «Ci avviciniamo a questa sacra commemorazione con riverenza condivisa e con un comune sentimento di speranza…. Siamo qui per dare una testimonianza viva della stessa fede espressa dai Padri di Nicea. Ritorniamo a questa sorgente della fede cristiana al fine di andare avanti». 

Una vittoria che non è dominio

Nicea, dice Bartolomeo, deriva dalla parola greca vittoria e «quando il mondo pensa alla vittoria, pensa alla forza e alla dominazione. Ma come cristiani, ci viene detto di pensare in maniera diversa. Il nostro segno paradossale della vittoria è l’inespugnabile segno della Croce. Questa è “stoltezza” per le nazioni, un segno di sconfitta, ma per noi è una manifestazione suprema della saggezza e della potenza di Dio». Allora in questo luogo si celebra, sì, una vittoria ma una vittoria «non di questo mondo». È la vittoria della fede, per mezzo della quale «la tirannia del peccato è abolita nelle nostre vite, la schiavitù della corruzione è sciolta e la terra è elevata al cielo».

La cerimonia ecumenica per i 1700 anni del Concilio di Nicea   (@Vatican Media)

In cammino verso la piena comunione

Il Papa guarda pure lui all’epoca di oggi, un tempo «per molti aspetti drammatico nel quale le persone sono sottoposte a innumerevoli minacce alla loro stessa dignità». Il 1700° anniversario del Concilio di Nicea è allora «occasione preziosa per chiederci chi è Gesù Cristo nella vita delle donne e degli uomini di oggi, chi è per ciascuno di noi». Un quesito che interpella in particolare i cristiani, afferma il Papa, «che rischiano di ridurre Gesù Cristo a una sorta di leader carismatico o di superuomo, un travisamento che alla fine porta alla tristezza e alla confusione».

Come allora, con Ario che ridusse Cristo «a un semplice intermediario tra Dio e gli esseri umani, ignorando la realtà dell’Incarnazione», anche oggi «è in gioco» la fede «nel Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto come noi per renderci partecipi della natura divina». Perciò è di fondamentale importanza, rimarca Papa Leone XIV, la confessione di fede cristologica per il «cammino che i cristiani stanno percorrendo verso la piena comunione», condivisa da tutte le Chiese e Comunità cristiane nel mondo.

Cristiani riconciliati

Un cammino che si compie l’«adesione sempre più totale alla Parola di Dio rivelata in Gesù Cristo e sotto la guida dello Spirito Santo, nell’amore reciproco e nel dialogo». Tutti, scandisce Leone, siamo «invitati a superare lo scandalo delle divisioni che purtroppo ancora esistono e ad alimentare il desiderio dell’unità per la quale il Signore Gesù ha pregato e ha dato la sua vita». «Quanto più siamo riconciliati, tanto più noi cristiani possiamo rendere una testimonianza credibile al Vangelo di Gesù Cristo, che è annuncio di speranza per tutti, messaggio di pace e di fraternità universale che travalica i confini delle nostre comunità e nazioni», rimarca il Pontefice. «La riconciliazione è oggi un appello che proviene dall’intera umanità afflitta da conflitti e violenze».

La preghiera dei partecipanti   (@Vatican Media)

Il Credo recitato insieme

Viene pronunciato il Credo niceno-costantinopolitano senza il Filioque. Alcuni dei capi delle Chiese cristiane presenti elevano al cielo una formula di orazione. Tutte sono in inglese e inizia Papa Leone: «Padre, Figlio e Spirito Santo, misericordioso e traboccante d’amore: fonte di perdono, comunione e pace. Ora e sempre, mondo senza fine». Si prega poi per la comunione, per il perdono, la pace, la riconciliazione della gente e del mondo. Intanto si alternano canti in greco e latino, si ode il garrito dei gabbiani e il vento muove lieve le acque del lago.

Preghiere in varie lingue

Il Padre Nostro finale viene quasi sussurrato, seguito dalle benedizioni che suggellano la cerimonia «each in their own language, ognuno nella propria lingua». Infine il Papa, il patriarca e tutti I leader religiosi recitano insieme la preghiera conclusiva: «Possa la misericordia di Dio, lenta all’ira e abbondante nell’amore, Padre, Figlio e Spirito Santo, essere per tutti noi, per tutti coloro che ama, per la santa Chiesa, benedizione e pace, ora e per tutto il resto dei nostri giorni».

Un coro ortodosso accompagna il lento incedere della processione finale. Leone e Bartolomeo sono i primi dietro l’evangelario. Le file si scompongono, la folla si disperde. Termina qui la cerimonia, inizia un – nuovo – cammino.

Leone XIV in Turchia, l’incontro con Erdogan e il messaggio: «Qui per ribadire l’importanza della pace nel mondo»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 27 Novembre 2025

ll Papa è arrivato in «pellegrinaggio» per celebrare, domani, i 1.700 anni del concilio di Nicea, oggi Izinik, a un centinaio di chilometri da Istanbul

Ankara  (Turchia) –  Una ghirlanda di fiori al mausoleo di Atatürk, padre della Turchia moderna, poi al Palazzo presidenziale per un incontro privato con Recep Tayyip Erdogan che precede il discorso pubblico alle autorità. Gli inni, le salve di cannone, l’aria assorta del Papa accanto al presidente turco. Il primo viaggio internazionale di Leone XIV, sei giorni tra la Turchia e il Libano, va subito al cuore del suo pontificato:

 «L’ho atteso tanto per ciò che significa per tutti i cristiani, ma è anche un grande messaggio al mondo», rifletteva in aereo nel salutare i giornalisti: «La presenza mia, della Chiesa e dei credenti, in Turchia ma anche in Libano, speriamo possa annunciare e trasmettere quanto è importante la pace in tutto il mondo. È così importante che oggi il messaggio sia trasmesso in modo da mostrare davvero la verità e l’armonia delle quali il mondo ha bisogno».

La controversia nata da Ario e il «Credo»

Il Papa che si è presentato al mondo inviando la pace «disarmata e disarmante, umile e perseverante del Cristo risorto» è arrivato in «pellegrinaggio» per celebrare, domani, i 1.700 anni del concilio di Nicea, che ora si chiama si chiama Izinik e si trova a un centinaio di chilometri da Istanbul. Dal 20 maggio al 19 giugno 325 l’imperatore Costantino convocò i vescovi di tutta l’oikouméne, la terra allora conosciuta, perché risolvessero la controversia nata dalla dottrina di Ario, un prete libico che negava la piena divinità di Cristo: fu così che il primo concilio ecumenico definì il Credo nel quale si dice che il Figlio è homooúsios, «della stessa sostanza» del Padre, la regola di fede che accomuna tutti i cristiani – cattolici, ortodossi, protestanti – e due miliardi e mezzo di persone, almeno in teoria, hanno imparato a memoria.

Le religioni hanno un ruolo fondamentale per il dialogo

Non sono questioni remote, per Papa Prevost. Il cristianesimo qui risale alle origini neotestamentarie: la prima lettera di Pietro è indirizzata anche ai fedeli delle Bitinia; Paolo era nato a Tarso, sulla costa mediterranea meridionale, e aveva predicato in queste terre della «provincia d’Asia»; e Giovanni aveva scritto il suo Vangelo a Efeso, sull’Egeo, dove secondo la tradizione si era ritirato con Maria, la madre di Gesù. 

Oggi i cristiani in Turchia sono poco più di centomila, lo 0,2 per cento, e i cattolici in particolare si fermano allo 0,04 per cento, una quarantina di parrocchie e 33 mila persone su 86 milioni di abitanti, quasi tutti musulmani. Le religioni, per Leone XIV, possono avere un ruolo fondamentale nel favorire il dialogo nel pianeta diviso. Il viaggio era già previsto con Francesco e Leone XIV ha aggiunto la tappa libanese, nel Medio Oriente ferito dalla guerra. 

Del resto questa terra, la penisola anatolica, è sempre stata strategica. Nicea era vicina a Nicomedia, la capitale, ma quando riunì il concilio l’imperatore aveva già deciso di fondare poco distante una nuova capitale che portasse il suo nome, Costantinopoli, nell’antica colonia di Bisanzio dall’altra parte della Propontide, l’attuale Mar di Marmara che a un tempo divide e collega l’Europa e l’Asia, il Mediterraneo e il Mar Nero: Odessa sta sulla riva opposta, verso Nord, la guerra russo-ucraina dista poco più trecento miglia marine.

De Maria numquam satis

26 Novembre 2025 

di Redazione – Corrispondenza Romana 1926

Pubblichiamo oggi un brano tratto dall’Enciclica di san Pio X, Ad diem illum laetissimum, del 2 febbraio 1904.

Se il cinquantesimo anniversario dell’atto Pontificio per il quale fu dichiarata senza macchia la Concezione di Maria, deve provocare nel seno del popolo cristiano ardente entusiasmo, la ragione è soprattutto nella necessità che abbiamo esposta nella Nostra precedente Enciclica. Noi vogliamo dire di «tutto restaurare in Gesù Cristo». Poiché chi non accetta che non vi è strada più sicura né più facile se non quella di Maria, per la quale gli uomini possono arrivare fino a Cristo e ottenere mediante Gesù Cristo questa perfetta adozione filiale che rende santi e senza macchia allo sguardo di Dio?

Certo, se è stato detto veramente alla Vergine: «O Beata che avete, creduto, perché le cose che Vi sono state dette dal Signore si avvereranno» (Luc. I, 45), e cioè che Ella concepirebbe e darebbe alla luce il Figlio di Dio; se, conseguentemente, Ella ha accolto nel suo seno Colui che per natura è verità, di modo che «generato in un ordine nuovo… invisibile in sé, si rese visibile a noi»; (S. Leo Magno, Serm. 2, de Nativ. Domini, c. 2), dal momento che il Figlio di Dio è l’Autore e il Consumatore della nostra fede, è necessario che la Madre sia conosciuta come partecipante dei Divini Misteri e in qualche modo la loro custode e che su di Lei, come sul più nobile fondamento, dopo Gesù Cristo, riposi la fede di tutti i secoli. Come potrebbe essere altrimenti?

Dio non avrebbe potuto per altra via mandarci il riparatore dell’umanità e il fondatore della fede? Ma dato che è piaciuto all’eterna Provvidenza del Signore che l’Uomo-Dio ci sia stato dato per il tramite di Maria e poiché questa avendolo ricevuto dalla feconda virtù dello Spirito Santo l’ha portato realmente nel suo seno, non ci rimane che ricevere Gesù dalle mani di Maria. (…) 

Che appartenga alla Vergine, a Lei soprattutto, di condurci alla conoscenza di Cristo, non si può dubitare, se si considera fra l’altro che Ella sola al mondo ha avuto con Lui, come si conviene una madre col figlio, una comunità di vita di oltre trent’anni. I mirabili misteri della nascita e dell’infanzia di Cristo, e quelli che si collegano alla Sua assunzione dell’umana natura, principio e fondamento della Nostra Fede, a chi possono essere stati rivelati meglio che alla Madre? «Ella conservava e riviveva nel suo cuore» ciò che aveva visto fare da Lui a Betlemme, ciò che Ella aveva visto a Gerusalemme nel Tempio; non solo ma, iniziata al Suo pensiero e ai Suoi segreti progetti, Ella ha vissuto la vita stessa del Suo Figlio. No, nessuno al mondo quanto Lei ha conosciuto a fondo Gesù; nessuno è miglior maestro e miglior guida per far conoscere Cristo.

Di conseguenza, come abbiamo già accennato, nessuno è più efficace della Vergine per unire gli uomini a Gesù. Se, infatti, secondo la dottrina del Divino Maestro: «La vita eterna consiste nel conoscere Te che sei l’unico, il vero Dio e Colui che hai inviato, Gesù Cristo» (Ioann. XVII, 3) , come noi giungiamo attraverso Maria a conoscere Gesù Cristo, così pure attraverso Lei ci è più facile ottenere quella vita di cui Egli è il principio e la fonte.

E ora, se consideriamo un momento quante e urgenti ragioni vi siano perché la Madre Santissima sia con noi generosa di quei tesori, quanto aumenteranno le nostre speranze!

Non è Maria la Madre di Dio? Dunque è anche nostra Madre. Poiché ciascuno deve avere la ferma convinzione che Gesù, Verbo incarnato, è anche il Salvatore del genere umano. Ora, in quanto Dio Uomo, Egli ha un corpo come gli altri uomini: in quanto Redentore della nostra razza, ha un Corpo spirituale o, come si dice, mistico, il quale non è altro che la società dei cristiani legati a Lui dalla fede. «Numerosi come siamo, formiamo un solo corpo in Gesù Cristo» (Rom. XII, 3). La Vergine non ha concepito il Figlio di Dio soltanto perché ricevendo da Lei natura umana divenisse uomo; ma anche affinché diventasse il Salvatore degli uomini appunto per mezzo di quella natura che aveva ricevuto da Lei. Questa è la spiegazione delle parole degli angeli ai pastori: «Oggi è nato a voi il Salvatore, Cristo Signore» (Luc. II, 11).

Così, nel casto grembo della Vergine dove ha preso la carne mortale, Gesù ha preso anche il Corpo spirituale, formato da tutti coloro «che erano destinati a credere in Lui»: e si può dire che Maria, portando in seno Gesù, vi portava anche tutti coloro la vita dei quali era contenuta nella vita del Salvatore. Dunque, tutti noi che uniti a Cristo siamo, come dice l’Apostolo: «le membra del suo corpo formate dalla sua carne e dalle sue ossa» (Ephes. V, 30), dobbiamo considerarci usciti dal grembo della Vergine come un corpo attaccato alla sua testa.

Per questo in verità noi siamo chiamati, in un senso spirituale e tutto mistico, i figli di Maria ed Ella, per parte Sua, è madre di noi tutti. «Madre secondo lo spirito, ma non per questo meno madre delle membra di Gesù Cristo che siamo noi» (Ioann. IV, 9).

Se dunque la Beatissima Vergine è nello stesso tempo madre di Dio e degli uomini, chi può dubitare che Ella non impiegherà tutte le Sue forze presso Suo Figlio, «testa del Corpo della Chiesa», perché Egli diffonda su di noi che ne siamo le membra i doni della Sua grazia, soprattutto quello di conoscerlo e di «vivere per Lui»? Ma la Vergine non ha soltanto la lode di aver fornito «la materia della Sua carne al Figlio unico di Dio che doveva nascere con membra umane» (S. Bed. Ven., L. IV, in Luc. XI), e di aver così preparato una vittima per la salvezza degli uomini; Ella dovette anche custodirla, quella vittima, nutrirla e presentarla nel giorno stabilito all’altare. Così vi fu tra Maria e Gesù una continua comunione di vita e di sofferenza, di modo che si può applicare tanto all’uno che all’altra la sentenza del profeta: «La mia vita si è consumata nel dolore, i miei anni sono trascorsi nei lamenti». (Ps. XXX, 11). E quando venne per Gesù l’ultima ora e «Sua Madre stava presso la Croce», oppressa dal tragico spettacolo e nello stesso tempo «perché Suo Figlio si immolava per la salvezza del genere umano e d’altronde Ella partecipava talmente ai Suoi dolori, che Le sarebbe sembrato infinitamente preferibile prendere su di sé tutti i tormenti del Figlio, se fosse stato possibile» felice (S. Bonaventura, I. Sent. d. 48, ad Litt. dub. 4).

La conseguenza di questa comunione di sentimenti e di sofferenze fra Maria e Gesù è che Maria «divenne legittimamente degna di riparare l’umana rovina» (Eadmeri Mon. De Excellentia Virg, Mariae, c. 9), e perciò di dispensare tutti i tesori che Gesù procurò a noi con la Sua morte e il Suo sangue. Certo, solo Gesù Cristo ha il diritto proprio e particolare di dispensare quei tesori che sono il frutto esclusivo della Sua morte, essendo egli per Sua natura il mediatore fra Dio e gli uomini. Tuttavia, per quella comunione di dolori e d’angosce, già menzionata tra la Madre e il Figlio, è stato concesso all’Augusta Vergine di essere «presso il Suo unico Figlio la potentissima mediatrice e conciliatrice del mondo intiero» (Pius IX in Bull. Ineffabilis). 

La fonte è dunque Gesù Cristo e «noi tutti abbiamo derivato qualcosa dalla Sua pienezza; da Lui tutto il corpo reso compatto in tutte le giunture dalla comunicazione prende gli incrementi propri del corpo ed è edificato nella carità» (Ephes. IV, 16).  Ma Maria, come osserva giustamente San Bernardo, è l’«acquedotto» (Serm. de temp., in Nativ. B. V., de Aquaeductu, n. 4), o anche quella parte per cui il capo si congiunge col corpo e gli trasmette forza e efficacia; in una parola, il collo. Dice San Bernardino da Siena: «Ella è il collo del nostro capo, per mezzo del quale esso comunica al suo corpo mistico tutti i doni spirituali» (Quadrag. de Evangelio aeternoSerm. X, a. 5, c. 3). È dunque evidente che noi dobbiamo attribuire alla Madre di Dio una virtù produttrice di grazie: quella virtù che è solo di Dio. Tuttavia, poiché Maria supera tutti nella santità e nell’unione con Gesù Cristo ed è stata associata da Gesù Cristo nell’opera di redenzione, Ella ci procura de congruo, come dicono i teologi, ciò che Gesù Cristo ci ha procurato de condigno ed è la suprema dispensatrice di grazie. Gesù «siede alla destra della Maestà Divina nell’altezza dei Cieli» (Hebr. I, 3); Maria siede regina alla destra di Suo Figlio, «rifugio cosi sicuro e ausilio cosi fedele in tutti i pericoli, che non si deve temere nulla né disperare sotto la sua guida, i suoi auspici, la sua protezione e la sua benevolenza» (Pius IX in Bull. « Ineffabilis ).

 (…) Certamente noi viviamo in un’epoca triste e abbiamo il diritto di lamentarci con le parole del Profeta: «Non c’è più verità, non c’è più misericordia, non c’è più scienza sulla terra. La maledizione e la menzogna e l’omicidio e il furto e l’adulterio, invadono ogni cosa» (Os. IV, 1-2).

Ciononostante, in questo che si può chiamare un diluvio di male, l’occhio contempla, simile a un arcobaleno, la Vergine misericordiosa arbitra di pace tra Dio e gli uomini. «Io porrò un arco nelle nuvole e sarà un segno d’alleanza tra me e la terra» (Gen. IX, 13).

 Si scateni dunque la tempesta e una densa oscurità invada il cielo: nessuno deve tremare; la vista di Maria placherà Iddio ed Egli perdonerà. «L’arcobaleno sarà nelle nuvole e nel vederlo io mi ricorderò del patto eterno. E non ci sarà più diluvio per ingoiare la carne del mondo» (Ib. 15).

Non c’è dubbio che, se noi ci affidiamo come conviene a Maria, soprattutto nel tempo in cui solennizzeremo con più ardente devozione la sua Immacolata Concezione; non c’è dubbio che noi sentiremo che Ella è sempre quella Vergine potentissima «che col suo virgineo piede ha schiacciato la testa del serpente» (Off. Imm. Conc. B. M. V).

Dopo una pace ingiusta in Ucraina, avremo solo 5 anni prima della prossima guerra?

di Federico Rampini| 25 novembre 2025

Per gli analisti Florence Gaub e Andrew Monaghan, il Cremlino contempla la guerra come un’espressione del conflitto totale nel lungo periodo

Esistono sul terreno militare e su quello geopolitico-diplomatico le condizioni per una «buona» pace in Ucraina, cioè una pace giusta, che ristabilisca i principi del diritto internazionale? Probabilmente no. Donald Trump gestisce in modo pasticciato, ambiguo e inquietante, una situazione già tragica e disperata che molti altri avevano creato prima di lui: i governi europei dell’ultimo ventennio (Angela Merkel in testa) succubi di Putin, e tre presidenti americani incapaci di fermare l’aggressività russa (Bush, Obama, Biden).

Se partiamo da questa constatazione realistica – una tregua, una pace provvisoria, se mai vedrà la luce, sarà basata su concessioni sostanziali all’aggressore – allora dobbiamo prepararci al dopo: cioè ai piani futuri di Putin. Se otterrà anche solo la metà di quel che proclama di volere, sarà confortato nella certezza che «il crimine paga». L’espansionismo russo potrà rivolgersi altrove. E noi, cosa facciamo per difenderci?

Ecco tre temi. Il primo è lo scenario delle prossime aggressioni, come viene discusso sia dai russi sia da coloro che dovrebbero difendere l’Europa. Il secondo è una notizia riportata dal corrispondente del Corriere a Parigi, Stefano Montefiori: l’orrore suscitato dalle parole di un generale francese sui sacrifici di vite umane che potrebbero diventare necessari per difendersi. Il terzo è il modello russo di costruzione di un’efficiente industria dei droni in poco tempo: un caso da studiare, se la tecnologia è l’unica speranza per proteggere un’Europa pacifista…

Primo punto. Nel giugno 2025, il Segretario generale della NATO, Mark Rutte, intervenendo presso il think-tank Chatham House, ha lanciato questo monito: «La Russia potrebbe essere pronta a usare la forza militare contro di noi entro cinque anni». L’Occidente è costretto a confrontarsi con un «futuro noto», ossia con uno scenario di guerra che entra oggi nella sfera della pianificazione concreta. Mosca ci pensa, i suoi generali ne discutono apertamente, e si preparano.

 Partiamo da qui: quella che da alcuni viene liquidata come paranoia occidentale (o peggio, uno scenario alimentato da forze guerrafondaie di casa nostra) è in realtà una lettura che trova solide conferme. Gli analisti Florence Gaub e Andrew Monaghan, in un recente saggio dal titolo “How Russia sees the next war” (Engelsberg ideas), sottolineano che il Cremlino, lungi dal considerare la guerra un’eventualità estrema, la contempla come un’espressione del conflitto totale nel lungo periodo. Mosca sta ragionando non soltanto su operazioni limitate o “speciali”, ma su una possibile guerra continentale o su larga scala contro la coalizione occidentale, ossia contro la NATO stessa o i suoi alleati. Come scrivono Gaub e Monaghan, l’obiettivo russo può riguardare l’intero teatro europeo, con la dottrina che richiede «la mobilitazione di tutte le risorse fisiche e spirituali dello Stato».

La capacità occidentale di interpretare Putin e prevedere le sue mosse ha fallito sistematicamente in passato: Bush non capì la gravità della guerra contro la Georgia (2008), Obama rifece lo stesso errore con la Crimea (2014), Biden nel febbraio 2022 si preoccupò tanto di garantire «nessun coinvolgimento diretto Usa o Nato», che il suo messaggio fu inteso come un via libera.

Gli europei, tedeschi in testa, continuavano (in parte continuano tuttora) a fare affari con Putin e a finanziare le sue guerre. L’elenco delle incomprensioni occidentali deve includere la Siria (dove Putin beffò Obama); la capacità di Mosca resistere al regime delle sanzioni; o l’illusione che Xi Jinping volesse svolgere un ruolo di pacificazione.

Oggi, quando avranno di fronte una brutta pace in Ucraina, cosa faranno gli europei, oltre a protestare per le concessioni a Putin? Gaub e Monaghan vedono il rischio che l’Occidente si fissi sugli scenari più scontati — invasione russa dei Paesi baltici in 36-60 ore, attacchi di droni massicci — e finiscano per escludere alternative.

 «C’è un rischio reale che il rafforzarsi del consenso intorno al “futuro noto” di un’invasione russa dei Paesi baltici diventi un’ortodossia che ci fa trascurare tutte le altre possibilità», scrivono. Invece la dottrina militare di Mosca elabora apertamente scenari di guerre estese all’intero continente (ed eventuali allargamenti all’Indo-Pacifico, con Cina-Taiwan).

In Europa – anche in Paesi con una tradizione militare – il tema della difesa suscita rigetto, dubbi, panico. Pochi giorni fa il generale Fabien Mandon, Capo di Stato maggiore dell’Armée de Terre, ha dichiarato davanti a un congresso di sindaci: «La Francia deve essere pronta ad accettare la perdita dei propri figli, la sofferenza economica, perché la difesa implica questo».

Il comandante dell’esercito ha rimproverato la mancanza della «forza d’animo di essere pronti a sacrificarci per difendere ciò che siamo». Le sue parole hanno suscitato una tale rivolta politica e mediatica, che la portavoce del governo ha dovuto precisare: «Parlava dei soldati. E i nostri figli non andranno a combattere e morire in Ucraina». 

Forse non ci aspettavamo un simile psicodramma nella Quinta Repubblica fondata da un generale (Charles de Gaulle), fiera della sua force de frappe nucleare, e fino a tempi recentissimi determinata a fare il gendarme dell’Africa francofona. Invece anche in Francia – come in molti Stati europei – domina una cultura del disarmo, radicata negli anni successivi alla fine della guerra fredda, che ha trasformato il concetto di esercito da deterrente essenziale a «male necessario» da minimizzare.

Il generale Mandon ha semplicemente richiamato ciò che è ovvio per un paese esposto al rischio di un’aggressione: la difesa non è solo budget — è anche sacrificio umano, mobilitazione collettiva. Ma questo è tabù in Europa. Ne sa qualcosa, sulla riva opposta del Reno, il cancelliere Merz: affronta la rivolta dei suoi partner socialdemocratici, per aver osato proporre il ripristino della leva militare obbligatoria.

La vicenda francese mette in evidenza due problemi. La divaricazione fra élite militare e opinione pubblica: il generale sa che la guerra è una possibilità reale, basta leggere le dottrine esplicite della Russia e i discorsi di Putin; la società civile francese non ci crede e reagisce con sconcerto. Il ritardo nella ristrutturazione dell’industria della difesa e nella mobilitazione politica è l’altro problema.

È umano che i francesi non vogliano neanche prendere in considerazione la perdita dei propri figli – eventualità tragica, di fronte alla quale il rifiuto è comprensibile; ma sono anche pronti a scendere in piazza e paralizzare il proprio paese a oltranza pur di non andare in pensione qualche anno più tardi… (che c’entrano le pensioni? c’entrano, il Welfare sembra ormai l’unico valore sacro).

La vicenda francese è un avvertimento: l’Europa ha ragione a voler evitare la guerra, ma l’unico modo per fermare la Russia e potenziare la deterrenza. Questo implica preparazione, investimento, fatica.

L’industria dei droni russa offre una lezione praticabile per l’Occidente. Tutti ricordiamo che all’inizio dell’invasione nel febbraio 2022 l’armata russa venne umiliata dalla resistenza ucraina, i generali di Putin diedero una prova di inefficienza e incompetenza disastrosa. Ma dopo quasi quattro anni, e numerosi licenziamenti, hanno fatto progressi. Tim Lister e Kostya Gak della tv Cnn hanno realizzato di recente un reportage sul Rubicon Centre for Advanced Unmanned Technologies, nato nell’agosto 2024 su impulso del Ministro della Difesa russo Andrei Belousov.

Al tempo stesso un’unità combattente, una start-up, un centro di ricerca e sviluppo. Integra fanti che sono operatori di droni; supporto logistico; innovazione industriale. Cosa possiamo imparare da Rubicon? L’integrazione stretta fra ricerca, industria e truppa: la filiera è accorciata; ciò che viene pensato in laboratorio finisce presto sul campo. Il ruolo proattivo per accelerare l’automazione del conflitto: i russi scommettono che la “macchina” (i droni, i sistemi autonomi, la raccolta dati) riduca il peso dell’uomo ma aumenti il ritmo della guerra.

Per l’Occidente la via d’uscita è un riarmo «intelligente». Produzione tecnologica, robotizzazione, sistemi intelligenti, sensori, logistica 4.0. Visto che le risorse umane scarseggiano sia per motivi demografici che culturali, al fronte l’uomo dev’essere in secondo piano, la macchina in primo piano.

Le forze occidentali sono ancora troppo radicate in modelli della Guerra Fredda: troppo cari, troppo complessi, troppo lenti. Se la Russia è pronta a usare la forza entro cinque anni, come indicato dalle sue dottrine strategiche e dai suoi preparativi, la vera domanda non è se combatteremo – ma se sapremo farlo preparati, con mezzi adeguati, con strategie credibili, e con una volontà politica adeguata.

Dottrina della Fede: la monogamia non è un limite, sposarsi è promessa di infinito

Pubblicata la Nota dottrinale “Una caro. Elogio della monogamia”, che approfondisce il valore del matrimonio come “unione esclusiva e appartenenza reciproca”, una unione totalizzante, che nel completo dono di sé all’altro ne rispetta la dignità. L’importanza della carità coniugale e l’attenzione ai poveri. La condanna della violenza fisica e psicologica: “Il matrimonio non è possesso”. In un’epoca individualista e consumista, educare i giovani all’amore come responsabilità e speranza nell’altro

Isabella Piro – Città del Vaticano

“Indissolubile unità”: così la Nota dottrinale del Dicastero per la Dottrina della fede (Ddf) definisce il matrimonio, ovvero come una “unione esclusiva e appartenenza reciproca”. Non a caso, il documento – approvato da Leone XIV lo scorso 21 novembre, memoria liturgica della Presentazione della Beata Vergine Maria, e illustrato alla stampa oggi, 25 novembre – ha per titolo “Una caro (una sola carne). Elogio della monogamia”. Nel documento si spiega che coloro che donano sé stessi pienamente e completamente all’altro possono essere soltanto due, altrimenti sarebbe un dono parziale di sé che non rispetta la dignità del partner.

Le motivazioni del documento

Tre le motivazioni all’origine del testo: in primo luogo — scrive nell’introduzione il cardinale prefetto, Víctor Manuel Fernández — c’è l’attenzione all’attuale “contesto globale di sviluppo del potere tecnologico” che porta l’uomo a pensarsi come “una creatura senza limiti” e quindi lontano dal valore di un amore esclusivo e riservato a una sola persona. Si accenna anche alle discussioni con i vescovi africani sul tema della poligamia, ricordando che “studi approfonditi sulle culture africane” smentiscono “l’opinione comune” sulla eccezionalità del matrimonio monogamo. Infine, il documento constata, in Occidente, la crescita del “poliamore”, ovvero di forme pubbliche di unione non monogama.

L’unità coniugale e l’unione tra Cristo e la Chiesa

In tale contesto, il documento del Ddf vuole rimarcare la bellezza dell’unità coniugale che, “con l’aiuto della grazia”, rappresenta anche “l’unione tra Cristo e la sua sposa amata, la Chiesa”. Destinata anzitutto ai vescovi, la Nota — sottolinea il cardinale Fernández — vuole essere anche di aiuto ai giovani, ai fidanzati, agli sposi affinché colgano “la ricchezza” del matrimonio cristiano, così da stimolare “una serena riflessione e un prolungato approfondimento” sul tema.

L’appartenenza fondata sul consenso libero

Suddiviso in sette capitoli, più le Conclusioni, il testo ribadisce che la monogamia non è una limitazione, ma la possibilità di un amore che si apre all’eterno. Due elementi appaiono decisivi: l’appartenenza reciproca e la carità coniugale. La prima, “fondata sul consenso libero” dei due coniugi, è riflesso della comunione trinitaria e diventa “una forte motivazione per la stabilità dell’unione”. Si tratta della “appartenenza del cuore, là dove solo Dio vede” e dove solo Lui può entrare, “senza perturbare la libertà e l’identità della persona”.

Non profanare la libertà dell’altro

Così intesa, “la mutua appartenenza propria dell’amore reciproco esclusivo implica una cura delicata, un santo timore di profanare la libertà dell’altro, che ha la stessa dignità e pertanto gli stessi diritti”. Perché chi ama, sa che “l’altro non può essere un mezzo per risolvere le proprie insoddisfazioni” e sa che il proprio vuoto non deve mai essere colmato “attraverso il dominio dell’altro”. Al riguardo, la Nota deplora le “tante forme di desiderio malsano che sfociano in varie manifestazioni di violenza esplicita o sottile, di oppressione, di pressione psicologica, di controllo e infine di asfissia”. Si tratta di “mancanza di rispetto e riverenza di fronte alla dignità dell’altro”.

Il matrimonio non è possesso

Al contrario un “noi due” sano implica “la reciprocità di due libertà che non vengono mai violate, ma si scelgono a vicenda, lasciando sempre al sicuro un limite che non si può superare”. Ciò accade quando “la persona non si disperde nella relazione, non si fonde con la persona amata”, nel rispetto di ogni amore sano “che non intende mai assorbire l’altro”. In proposito, la Nota sottolinea che la coppia potrà “comprendere e accettare” un momento di riflessione o qualche spazio di solitudine o di autonomia chiesto da uno dei due coniugi, in quanto “il matrimonio non è possesso”, non è “pretesa di tranquillità assoluta”, né liberazione totale dalla solitudine (solo Dio, infatti, può colmare il vuoto che un essere umano prova), bensì fiducia e capacità di affrontare nuove sfide. Al contempo, si invitano i coniugi a non rifiutarsi l’un l’altro, perché “quando la distanza diventa troppo frequente, il ‘noi due’ si espone alla sua possibile eclissi”. Un dialogo sincero consentirà, invece, di sanare le cause dell’allontanamento reciproco e di trovare il giusto equilibrio.

La preghiera, mezzo prezioso per crescere nell’amore

L’appartenenza reciproca si esprime anche nell’aiuto vicendevole tra i coniugi per maturare come persone: in questo, la preghiera è “un mezzo prezioso” con il quale la coppia può santificarsi e crescere nell’amore. Così facendo, si realizza la carità coniugale, “potenza unitiva” “affettiva, fedele e totale”, “dono divino” chiesto nella preghiera e nutrito nella vita sacramentale e che, proprio nel matrimonio, diventa “la più grande amicizia” tra due cuori vicini, “prossimi”, che si amano e che si sentono “a casa” l’uno nell’altro.

Sessualità e fecondità

Grazie al potere trasfigurante della carità, sarà inoltre possibile intendere la sessualità “in corpo e anima”, ossia non come un impulso o uno sfogo, bensì come “un regalo meraviglioso di Dio” che orienta alla donazione di sé stessi e al bene dell’altro, assunto nella totalità della sua persona. La carità coniugale si riversa pure nella fecondità, “anche se ciò non significa che questo debba essere lo scopo esplicito di ogni atto sessuale”. Al contrario, il matrimonio conserva il suo carattere essenziale anche se è senza figli. Si ricorda, inoltre, la legittimità del rispetto dei tempi naturali di infertilità.

L’attenzione per i poveri, “antidoto” all’endogamia

La carità dell’unione coniugale si vede anche nelle coppie che non si chiudono nel proprio individualismo, ma si aprono a progetti condivisi per “fare qualcosa di bello per la comunità e per il mondo”, in quanto “l’uomo realizza sé stesso ponendosi in relazione con gli altri e con Dio”. Diversamente, è solo egoismo, autoreferenzialità, endogamia da contrastare, ad esempio, praticando “il senso sociale” della coppia che si impegna, insieme, nella ricerca del bene comune. Centrale, in tale ambito, è l’attenzione verso i poveri, i quali — come affermato da Leone XIV — sono “una questione familiare” del cristiano, non un mero “problema sociale”.

L’amore coniugale come promessa di infinito

In conclusione, la Nota ribadisce che “ogni matrimonio autentico è un’unità composta da due singoli, che richiede una relazione così intima e totalizzante da non poter essere condivisa con altri”. Pertanto, tra le due proprietà essenziali del vincolo matrimoniale — unità e indissolubilità — è la prima a fondare la seconda: la fedeltà è possibile solo a partire da una comunione scelta e rinnovata. Solo così l’amore coniugale sarà una realtà dinamica, chiamata a una crescita e uno sviluppo continui nel tempo, in una “promessa d’infinito”.  

Dal Libro della Genesi al magistero dei Papi

Da evidenziare che la Nota offre anche un ampio excursus teologico, filosofico e poetico sul tema della monogamia, a partire dal capitolo 2 della Genesi (“I due saranno un’unica carne”) e passando per i Padri della Chiesa, tra cui sant’Agostino che descrive la bellezza dell’unità coniugale come “un camminare insieme, fianco a fianco”. Non mancano, poi, i riferimenti ai principali interventi magisteriali in materia: da Leone XIII che lega la difesa della monogamia alla difesa della dignità della donna, a Pio XI, autore dell’enciclica Casti connubii. Numerose inoltre le citazioni del Concilio Vaticano II, nelle quali si evidenzia come l’amore monogamico sia specchio della “uguale dignità di ognuno dei due coniugi”.

Paolo VI e Giovanni Paolo II

Ulteriori spunti di riflessione scaturiscono da passi di san Paolo VI che, nell’enciclica Humanae vitae, sottolinea sì il significato procreativo del matrimonio ma, allo stesso tempo, ne mostra anche un altro, inseparabile dal primo, ovvero il significato unitivo. Di san Giovanni Paolo II viene ricordata, invece, “l’ermeneutica del dono”: l’essere umano, immagine di Dio, è stato creato per donarsi all’altro e solo in questo dono di sé porta a compimento il vero significato della sua esistenza. Inoltre, poiché Dio ha fatto l’uomo a sua somiglianza creandolo maschio e femmina, ne deriva che “l’umanità, per somigliare a Dio, deve essere una coppia”.

Il giovane Karol Wojtyła

Di Karol Wojtyła si riprende anche la riflessione filosofica svolta come giovane vescovo, in particolare il “principio personalistico” che esige di “trattare la persona in modo corrispondente al suo essere” e non come “un oggetto a servizio di un’altra persona”, come succede nella poligamia. Al contempo, il futuro Pontefice nega la tesi rigorista che guarda alla sessualità matrimoniale solo a scopo procreativo, sostenendo invece che “esiste una gioia conforme” sia all’unione fisica che alla dignità della persona. Perché l’altro può essere amato come persona e, “allo stesso tempo, desiderato”.

Benedetto XVI e Francesco

Ampie citazioni rimandano pure a Deus caritas est e Amoris laetitia: con la prima enciclica di Benedetto XVI si ricorda che il matrimonio raccoglie e porta a compimento “quella forza dirompente che è l’amore il quale, nella sua dinamica di esclusività e definitività, non vuole mortificare la libertà umana”, bensì “apre la vita a un orizzonte di eternità”. Dell’esortazione apostolica di Papa Francesco si riprende in particolare il capitolo IV, con una descrizione dettagliata dell’amore e della carità coniugale.

Leone XIV

Infine, di Leone XIV si cita soprattutto il messaggio per il decimo anniversario della canonizzazione di Louis e Zélie Martin, genitori di Santa Teresa di Gesù Bambino. In esso, il Pontefice descrive i coniugi come “un modello di fedeltà e di attenzione all’altro; di fervore e di perseveranza nella fede; di educazione cristiana dei figli, di generosità nell’esercizio della carità e della giustizia sociale; un modello anche di fiducia nella prova”.

Alcuni filosofi del XX secolo

Il documento del Ddf ripercorre poi il pensiero di alcuni filosofi del XX secolo, come Emmanuel Lévinas, il quale vede nell’unione esclusiva del matrimonio “un faccia a faccia” che “rivendica per sé l’appartenenza reciproca esclusiva e non trasferibile al di fuori di quel ‘noi due’”. Ne consegue che “la poligamia, l’adulterio o il poliamore si fondano sull’illusione che l’intensità del rapporto possa trovarsi nella successione dei volti”. Del pensatore Jacques Maritain si ricorda, invece, la concezione dell’amore come “una completa e irrevocabile donazione dell’uno all’altro”, alla ricerca del bene dell’altro fino all’unione totale con Dio.

La parola poetica

Un capitolo a parte è dedicato alla “parola poetica”: i versi celebri di autori come Whitman, Neruda, Montale, Tagore, Dickinson approfondiscono il senso di appartenenza che si prova nel “noi due” e che arriva ad avvertirsi come totalizzante, indistruttibile e intrasferibile. Perché alla fine, come diceva sant’Agostino, “Dammi un cuore che ama e capirà ciò che dico”. 

Putin e la «strategia dell’anaconda»: per «strangolare» l’Europa copia le mosse della Cina contro Taiwan

di Federico Rampini| 24 novembre 2025 – Corriere della Sera

Che cosa ha in serbo Vladimir Putin per il resto dell’Europa nel caso in cui la sua invasione dell’Ucraina si concludesse con un sostanziale successo?

Cos’ha in serbo Putin per il resto dell’Europa, se la sua invasione dell’Ucraina si conclude con un successo? 

Un assaggio delle mire espansioniste e aggressive di Mosca è ormai cronaca quotidiana nei Paesi baltici e scandinavi, in Polonia, in Germania, Belgio, Olanda: queste sono le nazioni che subiscono di continuo sconfinamenti di droni, chiusure di aeroporti civili, e altre forme di sabotaggio perfino più dannose (vedi, di recente, un attentato ferroviario sul suolo polacco). 

Queste non sono soltanto delle provocazioni. Sono azioni che vanno viste come un anticipo e una possibile variante degli attacchi militari tradizionali: qualche esperto parla di una «guerra grigia» per indicare un’aggressione non dichiarata ma strisciante, in crescendo. 

Una brillante studiosa militare americana attira la nostra attenzione su questo: Putin copia in Europa occidentale quel che Xi Jinping sta facendo da anni contro Taiwan. I militari taiwanesi parlano di «strategia dell’anaconda», il serpente che non uccide col veleno bensì strangolando le sue prede fino a soffocarle. 

Putin, a differenza di Xi, non si propone necessariamente l’obiettivo di un’annessione territoriale per ciascuno dei Paesi europei che bersaglia con queste forme di «guerra grigia», e tuttavia i parallelismi Russia-Cina sono molto istruttivi. Vi propongo una sintesi dello studio che ha pubblicato la professoressa Ariane Tabatabai, oggi ricercatrice presso la società Lawfare, e che in passato ha ricoperto importanti incarichi ai Dipartimenti di Stato e della Difesa degli Stati Uniti. È lei ad aver messo in luce le analogie con lo stillicidio di aggressioni cinesi contro Taiwan.

«Nelle ultime settimane – scrive Ariane Tabatabai – la Russia ha messo in atto tattiche coercitive contro gli Stati membri della Nato, a livelli che funzionari europei hanno descritto come “senza precedenti” dalla fine della Guerra Fredda. Diversi Paesi europei — tra cui Polonia, Estonia, Danimarca e Norvegia — hanno subito incursioni nello loro spazio aereo da parte di velivoli russi con e senza pilota. Gli alleati Nato hanno risposto con misure difensive immediate, come l’abbattimento dei droni russi, e avrebbero anche avviato una revisione e un aggiornamento del proprio approccio e delle regole di ingaggio di fronte a tali incursioni.

 Lo stanno facendo per segnalare la loro determinazione e mostrare a Mosca le capacità combinate dell’Alleanza, di fronte a quella che il primo ministro polacco Donald Tusk ha definito “la fase più vicina a un conflitto aperto dalla Seconda guerra mondiale”. Sebbene la Russia abbia una lunga storia di azioni provocatorie, le sue recenti attività assomigliano alla strategia cinese degli ultimi anni nel progressivo aumento della pressione su Taiwan. 

Naturalmente, le due campagne presentano differenze significative (ad esempio, mentre le attività più recenti di Mosca si sono finora limitate allo spazio aereo, quelle di Pechino hanno riguardato anche il dominio marittimo). 

Le operazioni russe sono state inoltre più estemporanee e limitate per ampiezza e profondità, mentre quelle cinesi sono ormai continuative da diversi anni, e sono cresciute gradualmente in portata, intensità, frequenza e complessità. La campagna cinese ha l’obiettivo dichiarato di riunificarsi con Taiwan, mentre nulla di simile è in gioco per la Russia nei confronti della Nato. 

Ma i due approcci condividono numerose somiglianze e si stanno sviluppando sullo sfondo di una cooperazione crescente tra i due Paesi nelle rispettive “campagne nella zona grigia”, un termine utilizzato dalla comunità d’intelligence per descrivere l’”uso deliberato di strumenti coercitivi o sovversivi da parte di uno Stato al fine di raggiungere obiettivi politici o di sicurezza a scapito di altri, in modi che violano le leggi o sfruttano le lacune delle norme internazionali, ma restano al di sotto della soglia percepita di un conflitto armato diretto”. Una cooperazione che ha implicazioni per la Nato in Europa così come per gli alleati e partner degli Stati Uniti nella regione indo-pacifica».

Nella prosecuzione della sua analisi, questa studiosa di scienze militari spiega che la guerra del futuro ha già cambiato pelle. Non assomiglia alle grandi invasioni del Novecento, e nemmeno alla guerra ibrida che abbiamo imparato a conoscere in Ucraina. È una guerra grigia, fatta di pressioni incrementali che si fermano un passo prima del conflitto aperto. In questo terreno intermedio — la zona grigia, appunto — Russia e Cina stanno affinando tattiche sempre più simili, osservandosi e copiandosi l’una con l’altra, in una convergenza strategica che dovrebbe preoccupare sia la Nato in Europa sia gli Stati Uniti e i loro alleati nel Pacifico.

Mosca cerca contemporaneamente di logorare Kiev, intimidire gli europei, e verificare quanto la Nato sia realmente preparata a reagire. L’ombra dell’incertezza americana pesa: l’Amministrazione Trump ha mandato segnali contraddittori, oscillando tra frasi concilianti verso il Cremlino e dichiarazioni aggressive che non si accompagnano a una linea chiara. Rende più fragile la deterrenza occidentale.

Uno degli elementi sorprendenti di questa strategia russa è la scelta degli strumenti. I droni Shahed — copia iraniana prodotta ora in massa negli stabilimenti russi — costano poche decine di migliaia di dollari. Per abbatterli, i Paesi Nato devono spesso utilizzare missili intercettori che costano dieci, cento volte tanto. È la matematica dell’usura: si attacca con armi economiche per obbligare l’avversario a difendersi con armi costose. Una tattica antica, ma aggiornata alla tecnologia del XXI secolo.

La Russia non si muove nel vuoto. La Cina studia attentamente ciò che accade in Europa e, a sua volta, da anni porta avanti una propria strategia di pressione costante contro Taiwan. Dopo la visita di Nancy Pelosi a Taipei nel 2022, Pechino ha accelerato tutto: incursioni quotidiane nella zona d’identificazione aerea, manovre navali sempre più complesse, operazioni ibride come il taglio dei cavi sottomarini che garantiscono le comunicazioni dell’isola.

Il comandante della Marina taiwanese, l’ammiraglio Tang Hua, ha definito tutto questo «la strategia dell’anaconda»: si stringe lentamente la presa, si costringe l’avversario all’errore, si logora il suo sistema di difesa. La Cina non nasconde la propria ambizione: essere pronta a prendere Taiwan entro il 2027, preferibilmente senza sparare un colpo. Anche in questo caso, il confine tra pressione e conflitto è sfocato.

Molti elementi della strategia cinese coincidono con la logica russa: testare la determinazione degli alleati americani, sondare le vulnerabilità, normalizzare la presenza militare, cambiare lo status quo senza dichiararlo.

La Russia guarda alla Cina. La Cina guarda alla Russia. E non è un caso se entrambe stanno perfezionando le stesse tecniche: guerra dei droni low-cost, operazioni sotto soglia, manovre aeree e marittime sempre più frequenti, diplomazia intimidatoria, sfruttamento delle ambiguità del diritto internazionale.

La loro cooperazione non è un’alleanza formale, e certe diffidenze storiche restano profonde. Ma è una convergenza funzionale, pragmatica. Tutto ciò che indebolisce l’ordine liberale occidentale va bene per entrambe le capitali. E ogni volta che la Nato o Washington mostrano esitazioni, Mosca e Pechino traggono una lezione utile: fino a dove ci si può spingere senza conseguenze.

La Nato prova a serrare i ranghi. Sono state attivate consultazioni sotto l’Articolo 4 del Trattato di Washington. Sono state lanciate operazioni multidominio che combinano cyberspazio, difesa aerea, intelligence e presenza militare. Ma una strategia condivisa contro la «guerra grigia» non esiste ancora.

Le provocazioni russe nel Baltico e nel Mare del Nord non sono solo un problema europeo. Se questo tipo di pressione diventasse strutturale, come ormai è per la Cina nel Mar Cinese Meridionale, gli Stati Uniti dovrebbero impegnare più risorse in Europa, sottraendole al contenimento di Pechino. E per la Cina sarebbe un vantaggio netto. Non a caso Pechino osserva con cura come la Nato reagisce alle incursioni di Mosca: ogni divisione interna, ogni ritardo nella risposta, ogni messaggio ambiguo diventa un precedente. Quando Xi deciderà se e come alzare la pressione su Taiwan, la reazione occidentale all’aggressività russa sarà stata uno dei suoi punti di riferimento.

La conclusione dell’autrice di questo studio: l’Occidente non può più limitarsi alla deterrenza tradizionale, quella pensata per evitare lo scoppio di una guerra convenzionale. Deve dotarsi di una deterrenza per la «zona grigia»: una dottrina che metta insieme tecnologia anti-drone, resilienza delle infrastrutture critiche, una comunicazione politica coerente, e una collaborazione stretta tra Europa e alleati asiatici.

Russia e Cina hanno capito che il modo più efficace per cambiare l’ordine mondiale non è la guerra dichiarata, ma la pressione continua, lenta, studiata per sfruttare le esitazioni occidentali. La loro cooperazione nella «zona grigia» è già una realtà consolidata.

Per rispondere, Stati Uniti, Europa e Paesi del Pacifico devono riconoscere che la partita decisiva non si gioca più solo sul campo di battaglia, ma in tutto quello spazio ambiguo dove le potenze autoritarie stanno cercando di riscrivere le regole.

Papa Leone XIV, appello per i cattolici rapiti in Nigeria e Camerun: «Siano liberati subito, dolore per loro»

di Ester Palma – Corriere della Sera – 23 Novembre 2025

Prima dell’Angelus Leone ha chiesto alle autorità di intervenire per ottenere il rilascio degli ostaggi. Giovedi 21 l’attacco alla St. Mary’s School di Papiri, con 303 ragazzi e 12 insegnanti portati via da terroristi islamici e banditi

Trecentotre 303 bambini e ragazzi e 12 insegnanti rapiti dalla scuola cattolica St. Mary’s School di Papiri, nella Nigeria centro settentrionale, oltre alle 25 ragazze portate via con la forza dalla scuola femminile Government girls comprehensive, sempre in Nigeria. E decine di chiese bruciate e di sacerdoti e seminaristi rapiti e spesso torturati prima di essere uccisi, da terroristi islamici e banditi. E ora, di fronte al silenzio del mondo, Papa Leone XIV lancia un appello per la loro liberazione: «Ho appreso con immensa tristezza le notizie dei rapimenti di sacerdoti, fedeli, studenti, della Nigeria e del Camerun. Sento forte il dolore soprattutto per i tanti ragazzi e ragazze sequestrati e per le loro famiglie angosciate».

 Il Papa lo ha detto prima dell’Angelus, concludendo la messa presieduta in piazza San Pietro: «Rivolgo un accorato appello affinché vengano subito liberati gli ostaggi ed esorto le autorità competenti a prendere decisioni adeguate e tempestive per assicurarne il rilascio. Preghiamo per questi nostri fratelli e sorelle e perché sempre ovunque le chiese e le scuole restino ovunque luoghi di sicurezza e di speranza».

La Nigeria, come il Camerun, è uno dei tanti Paesi, soprattutto africani, in cui la persecuzione e l’uccisione dei cristiani è ormai fuori controllo. Secondo Vatican News, «il nord del Paese è alle prese da quasi vent’anni con un’insurrezione jihadista che, secondo le Nazioni Unite, ha causato 40mila morti e più di due milioni di sfollati». L’attacco alla St. Mary’s School di Papiri è avvenuto giovedì 21: la scuola è stata circondata da un gruppo di uomini dotati di armi moderne e a bordo di potenti moto che avrebbero ucciso un vigilante e poi hanno portato via gli alunni, tutti dai 12 ai 17 anni e gli insegnanti, forse per chiedere un riscatto. Di loro non ci sono ancora notizie, né è ancora arrivata alcuna rivendicazione: gli altri 300 studenti della scuola sono riusciti a fuggire, nascondendosi nei boschi vicino alla scuola.  Ma le violenze sono ormai continue: qualche giorno fa a Ndop,  in Camerun, sono stati rapiti sei sacerdoti cattolici dell’arcidiocesi di Bamenda.

Un attacco particolarmente feroce è avvenuto lo scorso 13 giugno, nello Stato nigeriano di Benue: miliziani armati hanno massacrato circa 200 cristiani, al grido di «Allahu Akhbar». Le vittime, tutti sfollati per assalti precedenti, erano nella piazza del mercato di Yelwata. I terroristi islamici hanno prima tentato di assaltare la chiesa di San Giuseppe, che ospitava 700 sfollati, poi si sono diretti in piazza, dove hanno sparato sulla folla e appiccato il fuoco ai rifugi. Fra i morti molti neonati e bambini con le madri e i padri. 

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La Lettera apostolica «In Unitate Fidei» per l’unità dei cristiani

Per il 1700 anniversario del Concilio di Nicea e a pochi giorni dal suo viaggio apostolico in Turchia e Libano, Leone ha anche pubblicato una Lettera apostolica,  «In Unitate Fidei» per l’unità dei cristiani che invita a «camminare insieme per raggiungere l’unità e la riconciliazione, lasciandosi alle spalle controversie teologiche spesso ormai superate, in un rinnovato slancio nella professione della fede, la cui verità, che da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i cristiani, merita di essere confessata e approfondita in maniera sempre nuova e attuale». Significativa anche la scelta del giorno per la pubblicazione: oggi la Chiesa cattolica celebra la festa di Gesù Cristo Re dell’Universo, che chiude l’anno liturgico. 

Il Papa: i cori segno di una Chiesa in cammino che loda Dio e aiuta il prossimo

Nell’omelia della Messa nella solennità di Cristo Re dell’universo e in occasione del Giubileo dedicato alle corali, Leone XIV esalta il valore della musica, capace di esprimere emozioni che non sempre le parole riescono ad esprimere. Esorta i cantori a non cedere alla “tentazione dell’esibizione”, invitandoli a porsi come “parte” della comunità e non “davanti”

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

Il viaggio dell’esistenza si dispiega come un susseguirsi di salite ardue e piane, fatiche e sollievi che solo la musica, a volte, riesce a restituire in vibrazioni autentiche. Il cammino si intreccia con volti e voci diverse, note di un unico spartito: la Chiesa. E così la strada, pur tortuosa, sembra farsi più lieve mentre conduce verso quella “meta” gioiosa di cui tanto si è udito il canto. È questa l’immagine che, dal sagrato della Basilica di San Pietro, dove nella fredda mattinata splende il sole, Papa Leone XIV propone oggi, 23 novembre, presiedendo la Messa nella Solennità di Gesù Cristo Re dell’Universo e in occasione del Giubileo dedicato ai cori e alle corali. Con lui, all’altare il cardinale decano del collegio cardinalizio Giovanni Battista Re. 

Leone XIV all’arrivo sul sagrato della basilica vaticana (@Vatican Media)

Gesù “sovrano mite e umile”

L’omelia del Pontefice rivolta ai circa 60mila fedeli e pellegrini partecipanti si apre con la citazione del Salmo 121, intonato durante la liturgia della Parola: “Andremo con gioia alla casa del Signore”. Un versetto che richiama la solennità odierna e loda Gesù, “sovrano mite e umile”, che ha per trono la Croce dalla quale irradia il suo Regno, rivelando al mondo “l’immensa misericordia del cuore di Dio”.

Alcuni partecipanti alla Messa (@Vatican Media)

Edificare spiritualmente i fratelli

È l’amore stesso di Dio a scaldare le voci dei coristi e gli strumenti dei musicisti che celebrano oggi il loro Giubileo. Il loro compito non è affatto banale: si tratta dell’“edificazione spirituale dei fratelli”, come ricorda la Sacrosanctum Concilium, favorendo la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica, evidenzia il Papa.

Oggi esprimete appieno il vostro “iubilum”, la vostra esultanza, che nasce dal cuore inondato dalla gioia della grazia.

La musica espressione naturale dell’umano

La storia della musica attraversa quella delle civiltà del mondo, rendendo comunicabile ciò che portiamo nel profondo del cuore e che “non sempre le parole possono esprimere”, fa notare, poi il Pontefice. È un coro, appunto, di sentimenti ed emozioni che scaturiscono da un rapporto intimo e vivo con la realtà

Il canto, in modo particolare, rappresenta un’espressione naturale e completa dell’essere umano: la mente, i sentimenti, il corpo e l’anima qui si uniscono insieme per comunicare le cose grandi della vita.

Concelebranti alla Messa (@VATICAN MEDIA)

“Cantare è proprio di chi ama”

“Cantare amantis est, cantare è proprio di chi ama”, scriveva sant’Agostino. Lo ricorda il Papa, sottolineando come la musica sappia esprimere un ampio ventaglio di sentimenti: amore, dolore, tenerezza e desiderio. Per il Popolo di Dio essa diventa invocazione e lode, grazia cantata da “figli della Chiesa che trovano nel Risorto la causa della loro gioia”.

La musica liturgica diviene così uno strumento preziosissimo mediante il quale svolgiamo il servizio di lode a Dio ed esprimiamo la gioia della Vita nuova in Cristo.  

Il coro che ha animato la Messa presieduta dal Papa (@Vatican Media)

La Chiesa in cammino

Il canto, aggiunge ancora il santo vescovo di Ippona, è proprio anche dei viandanti: pellegrini talvolta affaticati che, nel susseguirsi delle note e delle armonie, trovano “un anticipo della gioia che proveranno quando raggiungeranno la loro meta”. “Canta ma cammina” diceva il grande padre della Chiesa, “avanza nel bene”. Si canta insieme, ci si consola nelle sofferenze, ci si sostiene nella stanchezza, si ravviva l’entusiasmo quando prevale la fatica.

Cantare ci ricorda che siamo Chiesa in cammino, autentica realtà sinodale, capace di condividere con tutti la vocazione alla lode e alla gioia, in un pellegrinaggio d’amore e di speranza.

Il Papa sul sagrato della basilica vaticana (@Vatican Media)

Il coro espressione dell’unità ecclesiale

Leone cita, poi, sant’Ignazio di Antiochia, che metteva in relazione il canto del coro con l’unità della Chiesa:

Dalla vostra unità e dal vostro amore concorde si canta a Gesù Cristo. E ciascuno diventi un coro, affinché nell’armonia del vostro accordo prendendo nell’unità il tono di Dio, cantiate a una sola voce per Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e vi riconosca per le buone opere.

Infatti, la Chiesa potrebbe rispecchiarsi nelle voci diverse di un coro, che armonizzate tra di loro danno vita a un’unica lode, unita dall’amore “in un’unica soave melodia”.

Un gruppo di cori presenti in piazza San Pietro (@Vatican Media)

Le corali, piccole famiglie unite dall’amore

Il ministero del corista, prosegue il Papa, richiede preparazione, fedeltà, intesa reciproca e un’intensa vita spirituale: “se voi, cantando, pregate, aiutate tutti a pregare”. Il buon cantore è disciplinato e permeato di spirito di servizio. Il coro è una piccola famiglia “di persone diverse unite dall’amore per la musica e dal servizio offerto”.

Ricordate, però, che la comunità è la vostra grande famiglia: non le state davanti, ma ne siete parte, impegnati a rendetela più unita ispirandola e coinvolgendola.

Le normali stonature

Come in ogni comunità, possono sorgere tensioni ed incomprensioni, considera il Pontefice. Stonature normali, “quando si lavora insieme e si fatica per raggiungere un risultato”.

Possiamo dire che il coro è un po’ un simbolo della Chiesa che, protesa verso la sua meta, cammina nella storia lodando Dio. Anche se a volte questo cammino è irto di difficoltà e di prove, e ai momenti gioiosi se ne alternano altri più faticosi, il canto rende più leggero il viaggio e reca sollievo e consolazione.

“Segno eloquente della preghiera della Chiesa”

Leone XIV invita allora a trasformare i cori in prodigi di armonia e bellezza, immagini luminose di una Chiesa “che loda il suo Signore”. Esorta i coristi a studiare il Magistero e a rendere partecipe il popolo di Dio, “senza cedere alla tentazione dell’esibizione che esclude la partecipazione attiva dell’intera assemblea liturgica”.

Siate, in questo, segno eloquente della preghiera della Chiesa, che attraverso la bellezza della musica esprime il suo amore a Dio. Vigilate affinché la vostra vita spirituale sia sempre all’altezza del servizio che svolgete, così che esso possa esprimere autenticamente la grazia della Liturgia.

Il Papa mentre benedice un bambino (@VATICAN MEDIA)

L’affidamento a santa Cecilia

Infine, il Papa affida ogni corista alla protezione di santa Cecilia, commemorata ieri, 22 novembre, “che qui a Roma, con la sua vita, ha innalzato il canto d’amore più bello, donandosi totalmente a Cristo e offrendo alla Chiesa la sua luminosa testimonianza di fede e di amore”.

Leone XIV mentre riceve un regalo (@Vatican Media)

Al termine della celebrazione eucaristica, Leone saluta corali e cori venuti da ogni parte del mondo. Poi, prima della recita dell’Angelus, rivolge il suo pensiero ai sacerdoti, fedeli e studenti rapiti in Nigeria e in Camerun chiedendo la loro liberazione. Abbraccia, inoltre, spiritualmente, i giovani che oggi nelle diocesi di tutto il mondo celebrano la Giornata Mondiale della Gioventù e annuncia la pubblicazione, oggi, della sua Lettera apostolica In unitate fidei, che commemora il 1700.mo anniversario del Concilio di Nicea, a pochi giorni dal suo viaggio apostolico in Turchia e in Libano.

Ultimata la preghiera mariana, il Papa raggiunge con la sua jeep bianca i fedeli radunati in piazza San Pietro, fermandosi a benedire bambini e a salutare gruppi e pellegrini che gli consegnano doni e regali.

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