"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 44 di 146

San Nicola di Bari


Nome: San Nicola di Bari

Titolo: Vescovo di Mira

Altri nomi: San Nicola di Mira

Nascita: III secolo , Pàtara, Turchia

Morte: IV secolo, Licia, Turchia

Ricorrenza: 6 dicembre

Luogo reliquie:Basilica di San Nicola

Sito ufficiale:www.basilicasannicola.it

San Nicola fu uno dei più illustri santi che fiorirono nella Chiesa orientale nel secolo IV. Nativo di Patara nella Licia, dimostrò fin da bambino di essere predestinato a grandi cose. Prestissimo si innamorò della vita religiosa, e si ritirò in un monastero nelle vicinanze di Mira.


Mirabili furono quivi i suoi slanci d’amore al Signore ed il progresso quotidiano nella virtù. Praticava la carità materiale e spirituale verso il prossimo, e di lui rimase celebre il seguente fatto.

Trovandosi tre giovanette in grave pericolo di perdere l’innocenza, non potendo a causa della loro povertà trovare un onesto collocamento, per tre notti consecutive Nicola si portò vicino a quella casa, ed ogni volta vi gettò dalla finestra una borsa (poi simboleggiati nell’iconografia con palle d’oro)  contenente il necessario per la dote di una figlia.


La sua grande devozione lo spinse a visitare la Terra Santa. Durante il viaggio, quando la nave su cui era montato si trovava in alto mare, si scatenò una tempesta tale che i marinai disperavano della salvezza.

Ma Nicola, rassicuratili, si mise in ginocchio: ed il mare divenne calmo e si arrivò felicemente in porto. Ritornato dal pellegrinaggio, trovò vacante la sede episcopale di Mira, capitale della Licia. Nicola, già celebre per i suoi miracoli e per la sua vita esemplare, fu eletto ad occupare quella sede, e la resse sapientemente per molti anni. Fu grande benefattore dei poveri, padre degli orfani, sostegno delle vedove.

Durante la persecuzione di Diocleziano, fu deportato e confinato. Restituita la libertà alla Chiesa, il santo vescovo ritornò tra il suo popolo. Partecipò al Concilio Ecumenico di Nicea ed ebbe parte assai attiva nella confutazione di Ario, che sosteneva che la natura del Figlio non fosse uguale a quella del Padre.

Il Signore lo preavvisò della prossima sua morte ed il Santo, raccomandatosi alle preci del suo buon popolo, radunò il clero, e prese a recitare il salmo: “In manus tuas Domine commendo spiritum meum”, e col sorriso sulle labbra, spirò. Era l’anno 342.

Dopo la morte di San Nicola, le reliquie rimasero fino al 1087 nella Cattedrale di Myra.

autore Beato Angelico anno 1437 titolo Morte e ascensione di san Nicola

Mira le sue reliquie furono venerate finché non sopraggiunse l’invasione mussulmana. Allora vennero poste in salvo da 62 soldati, devoti corsari della città di Bari. E il 9 maggio del 1087, con immensi onori, furono poste nella celebre, vetusta cattedrale del grande porto pugliese, e Bari divenne il più importante centro del culto di San Nicola.

titolo Traslazione delle reliquie di San Nicola
autore Anonimo russo anno XIX secolo

LA MANNA DI SAN NICOLA

La manna di San Nicola è un’acqua straordinaria che si forma nella tomba del Santo, segno tangibile della sua intercessione divina. Questo fenomeno, presente già nella Basilica di Mira, è riconosciuto come una reliquia preziosa per il contatto diretto con le ossa del Santo. Per la tradizione cattolica, sgorgarebbe miracolosamente dalle ossa o dai marmi della tomba, come ricordano alcune liturgie. La raccolta avviene ogni 9 maggio, giorno in cui, alla presenza dei fedeli, il foro della tomba viene aperto per prelevare questa sacra manna. Nonostante la quantità raccolta sia limitata, l’acqua distribuita ai pellegrini è arricchita dalla manna originale, mescolata con acqua benedetta. I Padri Domenicani, custodi della Basilica dal 1951, promuovono una devozione discreta, ricordando che la manna è segno di consolazione per i fedeli ma invitano a viverla come espressione di fede personale, senza trasformarla in elemento necessario per tutti. Per molti, essa è segno di conforto e grazia, un dono spirituale che richiama la presenza viva di San Nicola nella Chiesa.

Approfondimento

I protestanti, come si sa, non ammettono il culto dei santi. Tuttavia, c’è un santo che è popolare anche e soprattutto nei paesi protestanti, benché non tutti sian capaci di riconoscere, sotto le fattezze e l’abbigliamento del bonario Babbo Natale, uno dei santi più celebri della Chiesa cattolica: San Nicola.


Ma non c’è dubbio. Il cappuccio foderato di pelliccia del nordico Babbo Natale, non è altro che la mitria del barbuto vescovo orientale. Infatti, in Germania, in Romania, in Svizzera e in tanti altri stati europei, Babbo Natale si chiama Nikolaus, e il 6 dicembre è festa grande per i ragazzi. Nikolaus, con la gerla colma di doni, ha varcato l’Oceano sulle navi dei coloni olandesi, e in America è diventato “Santa Claus”, re della tradizione natalizia, e anche pubblicitaria del Nuovo Mondo.

Questo non è l’unico segno della popolarità di San Nicola, uno dei santi più venerati in Oriente e in Occidente. Per tutto l’alto medioevo, egli è stato, per la sua delicata carità, qualcosa di simile a ciò che San Francesco è stato ed è ancora per l’evo moderno. E spesso appare vicino a San Francesco nelle pitture delle chiese francescane.

Trump critica l’Europa (e non Mosca) nella nuova Strategia per la sicurezza nazionale: «Reale prospettiva di cancellazione della sua civiltà». Reuters: «Gli Usa vogliono che Ue prenda controllo Nato entro 2027»

di Viviana Mazza – Corriere della Sera – 5 Dicembre 2025

Il documento di National Security Strategy firmato dal presidente Usa: difesa dei confini e mantenimento della leadership planetaria. Tra gli obiettivi la fine della guerra in Ucraina, la stabilità strategica con la Russia e il mantenimento di un rapporto economico vantaggioso con la Cina

DALLA NOSTRA INVIATA

WASHINGTON – Donald Trump vuole mantenere una maggiore presenza miliare statunitense nell’emisfero occidentale per combattere le migrazioni, il narcotraffico e l’ascesa di potenze rivali nella regione, secondo la Strategia di sicurezza nazionale, un documento di 33 pagine a firma del presidente pubblicato giovedì senza grandi annunci sul sito della Casa Bianca. 

Il documento, diviso per regioni, parla anche dell’Europa e della guerra in Ucraina e contiene passaggi molto duri sul Vecchio Continente «in declino»: «I funzionari americani si sono abituati a pensare ai problemi europei in termini di insufficiente spesa militare e stagnazione economica. È in parte vero, ma i veri problemi dell’Europa sono più profondi – si legge nel documento -. Il suo declino economico è eclissato dalla reale e stridente prospettiva di cancellazione della civiltà».

PUBBLICITÀ

È una tradizione pubblicare ad ogni mandato questi documenti di strategia da parte dell’esecutivo: è un modo di definire le priorità per il bilancio e le politiche del governo, anche se poi eventi come l’11 settembre o la guerra in Ucraina hanno cambiato le traiettorie definite da presidenti Usa come Bush o Biden.

La National Security Strategy di Trump afferma che «è un interesse chiave degli Stati Uniti negoziare una rapida cessazione delle ostilità in Ucraina, al fine di stabilizzare le economie europee, prevenire l’escalation ed espansione non voluta della guerra e ristabilire una stabilità strategica con la Russia, come pure di consentire la ricostruzione dell’Ucraina dopo la guerra perché possa sopravvivere come Stato».

Ma il documento non critica Mosca. Invece riserva alcuni dei suoi commenti più duri ad alcuni alleati in Europa. «L’amministrazione Trump si trova in disaccordo con i funzionari europei che mantengono aspettative irrealistiche per la guerra, arroccati in governi instabili di minoranza, molti dei quali calpestano i principi basilari della democrazia per sopprimere l’opposizione. Una ampia maggioranza in Europa vuole la pace, ma questo desiderio non si traduce in politica in gran parte per via del sovvertimento dei processi democratici da parte di questi governi». 

Una delle preoccupazioni espresse è l’ascesa della Cina: «La Guerra in Ucraina ha avuto l’effetto perverso di aumentare le dipendenze esterne dell’Europa, specialmente della Germania. Oggi le aziende chimiche tedesche stanno costruendo alcuni dei più grandi impianti del mondo in Cina, usando gas russo che non possono ottenere in patria». 

Un bersaglio particolare è l’Ue: «Le questioni più ampie che affronta l’Europa includono le attività dell’Unione europea e di altri organismi transazionali che minano le libertà politiche e la sovranità, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura delle libertà di espressione e la soppressione della opposizione politica, facendo crollare le nascite, con la perdita di identità nazionale e sicurezza in sé». 

L’amministrazione, in termini velati, critica i tentativi di limitare l’influenza dei pareri di destra, definendola una forma di censura. Il documento sembra anche suggerire che le migrazioni cambieranno in modo fondamentale l’identità europea, al punto che ciò potrebbe danneggiare l’alleanza economica e militare con gli Stati Uniti

«Nel lungo periodo, è più che plausibile che nel corso di un paio di decenni al massimo, alcuni membri della Nato diventeranno per la maggioranza non europei», si legge nel testo. «Perciò si pone la domanda se vedranno il proprio posto nel mondo o la propria alleanza con gli Stati Uniti allo stesso modo di coloro che firmarono il Trattato della Nato». 

In questo scenario, gli Usa starebbero proseguendo il loro processo di disimpegno dalla Nato: secondo quanto riportato in esclusiva dalla Reuters, gli Stati Uniti vorrebbero che l’Europa prendesse il controllo della maggior parte delle capacità di difesa convenzionali dell’Alleanza, dall’intelligence ai missili, entro il 2027. La volontà statunitense sarebbe stata trasmessa durante una riunione questa settimana a Washington tra il personale del Pentagono che supervisiona la politica della Nato e diverse delegazioni europee.

Il documento di National Security Strategy riconosce tuttavia l’importanza economica e culturale dell’Europa, come pure il fatto che l’alleanza degli Usa con gran parte del Vecchio continente abbia aiutato l’America. L’enfasi è sul far sì che «l’Europa rimanga europea»: «Non possiamo permetterci di mettere da parte l’Europa… sarebbe controproducente per gli obiettivi di questa strategia. Il nostro obiettivo dovrebbe essere aiutare l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria».

Il focus sull’Emisfero occidentale è superiore a quello delle precedenti amministrazioni, che si sono spesso concentrate sulla Russia, la Cina e la lotta al terrorismo. È presentato come cruciale per proteggere gli Stati Uniti.

Questi piani vengono definiti parte di un “Corollario Trump” della Dottrina Monroe, ovvero la nozione presentata dal presidente James Monroe nel 1823 che gli Stati Uniti non tollereranno interferenze di avversari stranieri nel proprio emisfero. «La sicurezza dei confini è l’elemento primario della sicurezza nazionale», si legge nel documento, che fa velati riferimenti al tentativo della Cina di conquistare terreno in America Latina, il “cortile di casa” degli Stati Uniti. «Gli Stati Uniti devono essere preminenti nell’Emisfero occidentale, come condizione per la nostra sicurezza e prosperità – si legge nel documento -. I termini delle nostre alleanze, e sulla base dei quali forniamo ogni genere di aiuto, devono essere dipendenti dalla riduzione dell’influenza esterna rivale incluso il controllo di installazioni militari, porti, infrastrutture chiave fino all’acquisto di beni strategici ampiamente definito”.

Questo è anche il primo di una serie di importanti documenti sulla strategia di politica estera e difesa che l’amministrazione Trump dovrebbe pubblicare, inclusa la National Defense Strategy. La pubblicazione ha subito ritardi in parte per via di dibattiti interni nell’amministrazione sulla Cina. Il segretario del Tesoro Scott Bessent ha spinto per ammorbidire il linguaggio su Pechino, secondo fonti del sito Politico, dal momento che continuano i negoziati commerciali.

La Strategia di sicurezza nazionale del primo mandato di Trump era fortemente puntata sulla competizione con la Russia e la Cina, ma il presidente di fatto cercò spesso di negoziare con i leader delle due superpotenze. La nuova strategia sembra riflettere meglio la visione di Trump, che nel documento viene definito un «Presidente di Pace» che «usa la diplomazia in modo non convenzionale».

La Strategia dice che gli Stati Uniti non possono più occuparsi di tutto il resto del mondo. «Dopo la fine della Guerra fredda, le elite di politica estera americane si convinsero che il dominio americano permanente del mondo intero fosse nel miglior interesse del nostro Paese. Ma gli affari di altri Paesi sono di nostro interesse solo le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi», afferma l’attuale dottrina. 

Nell’introduzione, Trump dichiara che questa è la «roadmap per assicurarsi che l’America resti la nazione più grande e di maggior successo nella storia umana e la casa della libertà».

Il testo è in linea con diverse scelte della Casa Bianca in quest’ultimo anno, incluso un maggiore schieramento di forze militari nell’Emisfero occidentale (che non è intesa come una mossa solo temporanea e punta anche a identificare nella regione materie prime strategiche come le terre rare), le mosse finalizzate alla riduzione dell’immigrazione, la spinta per rafforzare la produzione industriale e la promozione della «identità occidentale», anche in Europa. 

Nel testo si menzionano i valori tradizionali evocati spesso dalla destra cristiana, con obiettivi quali «la restaurazione e il rafforzamento della salute spirituale e culturale americana», «un’America che celebra le sue glorie passate e dei suoi eroi». «Un numero crescente di famiglie tradizionali forti che crescano figli sani».

Anche la Cina, considerata da molti politici americani bipartisan la maggiore minaccia per gli Stati Uniti, è centrale nel documento, anche se non sempre menzionata direttamente. L’amministrazione promette di «bilanciare i rapporti economici con la Cina, dando la priorità alla reciprocità e equità per ripristinare l’indipendenza economica americana», ma dice anche che «il commercio con la Cina dovrebbe essere bilanciato e puntare su fattori non sensibili» e suggerisce di «mantenere un rapporto economico davvero vantaggioso per entrambi»

La strategia afferma che l’amministrazione Usa vuole evitare la guerra nell’Indo-Pacifico: «Manterremo la nostra tradizionale politica su Taiwan, ovvero che gli Stati Uniti non appoggiano alcun cambiamento unilaterale allo status quo dello Stretto di Taiwan», una frase che rassicura quanti in Asia si preoccupano che Trump si tiri indietro all’appoggio a Taiwan

DE MARIA NUMQUAM SATIS

Pubblichiamo un brano tratto dal XVII capitolo del libro Maria SS.ma nel Vangelo del teologo e servo di Dio mons. Pier Carlo Landucci (1900-1986), di cui è in corso la causa di beatificazione

Il materno «Fiat» 

Ma la nota più tenera di dolore e di amore, la più mirabile delle mirabili circostanze, si può cogliere solo considerando Gesù nell’atteggiamento e nelle parole della grande proclamazione, e Maria nella interiore risposta.

Gesù non poteva fare alcun gesto, altro che col Divino Capo trafitto, sanguinante, tutto pesto e insozzato, altro che con i suoi occhi coperti di lacrime e di sangue.

Volse dunque il suo volto, mirò con lo sguardo divinamente amoroso, ma dolorosamente sfinito la Immacolata Madre, quei teneri occhi spossati dal lacrimare: «E Gesù VEDENDO la madre…» (Gv 19,26). Fu l’ultimo loro sguardo d’amore e di dolore.

Gli occhi di Gesù erano supplichevoli; quelli di Maria ardenti di offerta. Le divine livide labbra si mossero allora per pronunciare una parola.

Oh! avesse detto: «Mamma!». Disse invece una espressione piena di grandezza, ma estranea alla dolcezza della intimità familiare: poiché non era il momento del conforto, ma del sacrificio. Disse: «Donna!».

Era l’appellativo che Gesù conveniva desse alla Madre, mentre stava per proclamarne l’universale missione. Fin dalla prima parola il discorso del Salvatore s’elevava all’alto livello della Redenzione. La straziata Vergine non poteva attendersi altro in quel solenne momento. Con l’animo proteso a cogliere ogni sfumatura di espressione e di pensiero del morente Gesù – con l’opportuna luce dall’alto, che certo non le mancò, ora che doveva associarsi al compimento della divina missione, come non le mancò quando fu chiamata, nell’Annunciazione, ad associarsi al suo inizio – penetrò tutto il significato di questa espressione.

Le si ripresentò alla mente il «donna» delle nozze di Cana, quando Ella pienamente consapevole, fortemente e fiduciosamente, sospinse il Divin Redentore a iniziare il grande cammino pubblico del nostro riscatto, che ora aveva il suo tragico compimento. E attese, vibrante di sacrificio e di amore, una grande parola di Redenzione.

Ed essa venne. Gesù, infatti, volto lentamente lo sguardo a Giovanni – che era lì, ad essa «accanto» – proseguì e completò la frase, diretta a Maria: «ecco il figlio tuo». Il significato intimo della universale funzione rappresentativa di Giovanni le brillò certo in pieno. Le si prospettava il dolcissimo vincolo che l’avrebbe stretta a Giovanni e, in Giovanni, a tutti noi; ma insieme la spada dolorosissima che avrebbe spezzato – sulla terra – l’altro divinamente dolce vincolo con Gesù.

La maternità per noi si sarebbe dovuta compiere a tale prezzo. Non potevamo essere accolti nel suo materno cuore – osserva sant’Agostino – se non a condizione che le fosse strappato Gesù con la morte di Croce, a condizione, cioè, che avvenisse una specie di sostituzione di noi al suo Divino Figliolo.

Le parole di Gesù, mentre le richiamarono vivamente la tragica realtà della sua imminente morte e le presentarono tutta la famiglia dei nuovi figli, le dilatarono pure – con l’efficacia divina che si congiunge sempre alle divine parole – il Cuore Immacolato, reso supremamente sensibile dal dolore, in un supremo «fiat» d’offerta e in un tenerissimo palpito di amore materno per noi. Per noi Maria offerse Gesù – unendosi a Gesù che si offriva – «facendo olocausto di ogni diritto materno e del suo materno amore» (Enc. Mystici Corporis, l. c.).

La sconfinata grandezza del suo amore fu pari all’immenso dolore, che Ella abbracciò per i nuovi figli suoi.

Tale interiore palpito, perfettamente manifesto allo sguardo divino di Gesù, fu l’immediata risposta di Maria alle parole rivoltele dal morente Redentore.

Nell’Annunciazione, quando Maria SS., divenendo Madre del Verbo Eterno Incarnato, ci concepì alla vita della grazia, vi fu un colloquio con l’inviato celeste: vi fu prima una celeste proposta, poi una sua risposta affermativa e quindi subito l’avveramento del fatto. Qualcosa di simile si ebbe anche ora, ai piedi della Croce, quando Ella ci fece nascere a tale vita di grazia. Vi fu anche qui una specie di colloquio, in tre tempi.

Allora le fu prospettata la Divina Maternità: «Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio… e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo…». Ella, antivedendo la passione di Lui e il proprio strazio, diede eroicamente il suo assenso. Quindi l’Incarnazione avvenne: «E il Verbo si è fatto carne».

Ora le fu prospettato il compimento della sua Maternità mistica, da un altro inviato del Cielo, che era lo stesso Redentore. Il suo cuore, non già solo antivedendo la passione di Gesù e il proprio strazio, ma attualmente vivendoli nella loro tragica pienezza, con sconfinato slancio aderì. E il fatto avvenne. Tale libero incontro ai divini disegni, per associarla ai meriti di Gesù, non poteva anche questa volta mancare: tanto più ora, al coronamento del grande cammino compiuto. E Gesù poté proseguire e rivolgere reciprocamente la parola a Giovanni e – in lui – a tutti noi: «Ecco la madre tua».

C’era stato il divino annuncio a Maria. C’era stato il finale assenso. Quindi la mistica nascita avvenne e fu proclamata a Giovanni: la Madre Celeste era Lei.

È sempre il medesimo stile degli incontri divini: pochissime dense parole, in una sublime trilogia. L’annuncio; l’attuazione; in mezzo, la risposta di Maria, detta col cuore, senza parole, ma espressa chiaramente col suo contegno. Quel restar lì fortissima, ai piedi della Croce, significava il suo eroico assenso.

Ella era abituata a parlare al suo Divin Figlio più con i fatti che con le parole: così com’era avvenuto quando insisté alle nozze di Cana.

La risposta di Giovanni

In un incontro caratterizzato da così profonde risonanze interiori è difficile pensare che anche il cuore di Giovanni non fosse opportunamente preparato ed illuminato e non desse anch’esso la propria intima e consapevole risposta.

L’ipotesi che egli soggettivamente intendesse lì per lì le parole di Gesù non nel loro vero e universale significato, ma in senso puramente temporale di affettuosa assistenza della Vergine Madre, non è assurda, ma è ben poco probabile, anche in base alle caratteristiche dell’Evangelista. Come la Vergine, nel rappresentare l’umanità e nel dare il suo assenso nell’Annunciazione, fu bene consapevole, così dovette esserlo Giovanni nel rappresentare l’umanità presso Maria e nel dare il suo assenso. Una sua risposta, un suo assenso interiore dovette esserci, per diventare spiritualmente figlio di Lei.

Il segno esterno di tale interiore, filiale intesa con la Madre di grazia, fu il prenderla nella sua dimora: «E da quel momento il discepolo la prese con sé». Ed è naturale che, almeno quando egli scrisse queste parole, l’ovvio significato anche spirituale di esse gli fosse ben presente: il prendere, cioè con sé Maria interiormente, conformandosi ai sentimenti del suo cuore.

E non gli sarà certo sfuggita nemmeno la grande legge del sacrificio, per cui questa figliolanza doveva essere acquistata ai piedi di Gesù crocifisso, e stando lì, accanto a Lei.

Questa divina proclamazione non potremo – per dir così – udirla anche noi, se non, moralmente, salendo con Giovanni il Calvario. Bisogna ascoltarla tra i gemiti del Signore e i singhiozzi di Maria, bisogna che i suoi divini occhi sfiniti ci mirino ai piedi della sua Croce e vicini alla Madre sua: poiché si tratta della soprannaturale figliolanza che è caparra del Cielo, ossia partecipazione della gloria di Gesù.

Si tratta, cioè, d’una partecipazione che esige prima la congiunzione a Gesù e a Maria nel dolore: «E se (siamo) figli, (siamo) anche eredi: eredi di Dio e coeredi di Cristo, se però patiamo con lui, per essere con lui glorificati» (Rm 8, 17).

San Francesco Saverio e il castigo dell’isola di Tolo

3 Dicembre 2025  (San Francesco Saverio)

di Roberto de Mattei

Corrispondenza Romana 1927

Tra i tanti episodi prodigiosi della vita di san Francesco Saverio ve n’è uno che ci ricorda l’amore per la giustizia divina che sempre ebbero i santi: il castigo che egli invocò dal Cielo sull’isola di Tolo, caduta nell’apostasia.

San Francesco Saverio, nato nel 1506, da nobile famiglia, nel castello di Xavier in Navarra, studiò a Parigi, dove l’incontro con Ignazio di Loyola cambiò la sua vita: era uno studente brillante, destinato al successo accademico, ma fu conquistato dalle parole del futuro fondatore dei Gesuiti: «A cosa serve, Francesco conquistare il mondo, se si perde l’anima?». Ordinato sacerdote, partecipò alla nascita della Compagnia di Gesù e nel 1540 fu inviato da sant’Ignazio come missionario nelle Indie portoghesi, partendo improvvisamente al posto di un confratello ammalato. Divenne l’apostolo delle Indie.

Dopo un viaggio di tredici mesi, nel 1542 Francesco arrivò a Goa, dove iniziò un intenso apostolato: radunava i bambini con un campanello, insegnava loro il catechismo cantando e visitava villaggi remoti, traducendo i fondamenti della fede nelle lingue locali. Per due anni percorse a piedi o su piccole imbarcazioni il sud dell’India, affrontando guerre, fame e pericoli. Scriveva che le sue braccia gli dolevano per quanto aveva battezzato; in un solo mese conferì 10.000 battesimi ai pescatori Macua. 

Dal 1545 al 1547 ampliò la missione in nuove regioni dell’Asia, fino in Giappone. Sopportò viaggi estenuanti, traversando mari in burrasca e monti innevati. Quando, nel 1551, dovette rientrare in India, lasciò in Giappone oltre 2.000 cristiani. Il suo sguardo si rivolse poi alla Cina, ma trovò ostacoli e perfino calunnie da parte di portoghesi ostili. Riuscì comunque a raggiungere l’isola di Sanciano nel 1552, sperando di entrare clandestinamente a Canton. In quell’isola deserta affrontò fame, freddo e malattia, ma continuò a pregare, dicendo di desiderare ormai il cielo più della missione. Colpito da polmonite, morì il 3 dicembre 1552, ripetendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me». Fu sepolto con calce, ma due anni dopo il suo corpo fu ritrovato intatto e venne traslato a Goa, dove è venerato nella chiesa del Buon Gesù. Canonizzato nel 1622, san Francesco Saverio è considerato uno dei più grandi missionari della storia: si stima che abbia battezzato circa 40.000 persone.

Durante le sue missioni avvenne la conquista portoghese delle Isole del Moro, che facevano parte del più vasto territorio delle Isole Molucche, oggi in Indonesia. Francesco, pur lontano da queste isole circa duemila miglia, fu uno dei protagonisti dell’impresa militare portoghese, partecipandovi di persona, come risulta dalle testimonianze e come attesta la stessa bolla di canonizzazione.

Le Isole del Moro erano dominate da sovrani maomettani. Nella sola città di Tolo, una di queste isole, Francesco convertì migliaia di abitanti e inviò poi il padre Giovanni Beira, suo confratello, a completare l’opera di evangelizzazione. Due principi maomettani si unirono però per riconquistare la città, la assediarono e chiesero ai suoi abitanti di abiurare la fede cristiana. Gli isolani, seguendo l’apostasia dei loro magistrati, cacciarono il padre Beria e distrussero le chiese e le croci costruite da Francesco Saverio. Nei giorni successivi l’isola fu colpita da una grave carestia e poi da un’epidemia, ma ciò non bastò a toccare i cuori delle popolazioni ostinate nel rinnegamento della fede. 

Avvertito di quanto accadeva, san Francesco Saverio si rivolse a Bernardino de Souza, il governatore portoghese della Città di Ternate, esortandolo a vendicare le violenze che a Tolo erano commesse contro i pochi che rimanevano fedeli al Cristianesimo. Il governatore, per non sguarnire la sua fortezza, non poté fornire che venti soldati portoghesi, ai quali si unirono quattrocento paesani: un numero insufficiente a scalare la rupe sulla quale sorgeva la città, circondata da trincee fortificate. 

I portoghesi giunti ai piedi della rupe, intimarono la resa ai ribelli, ma non ottennero che parole di disprezzo e irrisione. A questo punto Francesco Saverio, che si trovava con loro, avvampò di santa collera e invocò il castigo di Dio sull’isola di Tolo. Poco dopo il sole si oscurò, la città fu avvolta dalle tenebre e da una montagna distante nove miglia uno spaventoso cratere cominciò a vomitare nuvole di fumo e di fuoco, mentre l’isola veniva scossa da terremoti e inondazioni. Molti abitanti vennero inghiottiti dalla terra e dalle acque, o inceneriti dalla lava che prorompeva dal vulcano. Tre giorni e tre notti durò la furia degli elementi. Al termine di questi sconvolgimenti l’esercito portoghese poté entrare a Tolo, dove i sopravvissuti tornarono alla legge di Cristo che avevano abbandonato. Francesco inviò nuovamente nell’isola il padre Beira, che ricevette nella Chiesa quindicimila persone in una settimana.

Il castigo di Tolo è tramandato da biografi antichi e moderni, come i padri Giuseppe Massei (Vita di S. Francesco Saverio apostolo delle Indie, Roma 1682, pp. 309-314) e Giorgio Schurhammer (San Francesco Saverio, apostolo dell’India e del Giappone, PIME, Milano 1947, pp. 270-271), e anche da uno dei primi cicli pittorici ispirati alla vita del Santo, eseguito intorno al 1619 da André Reinoso per la sagrestia della chiesa di San Rocco a Lisbona 

Una delle venti tele che compongono l’opera di Reinoso è intitolata “Castigo della città di Tolo”. Nel dipinto si vede l’isola che si converte e viene catechizzata da san Francesco Saverio. In un’altra scena, un’armata portoghese invade la città, in seguito a un sogno avuto dal suo comandante. San Francesco Saverio, al centro, in primo piano, con le braccia aperte, invoca l’aiuto del Signore, mentre in basso i ribelli fuggono impauriti per via del castigo divino. 

Quest’episodio prodigioso della vita di san Francesco Saverio, che ricordiamo il 3 dicembre, ci ricorda che l’infinita misericordia di Dio si concilia con la sua infinita Giustizia e chi vuole adorare il Signore in Spirito di Verità non deve rinunciare a nessuno di questi due attributi, che confluiscono nella perfetta unità e semplicità divina.

L’affondo di Putin è un ultimatum a Trump: «Deve scegliere, o la Russia o l’Europa»

di Marco Imarisio – Corriere della Sera – 3 Dicembre 2025

La minaccia: la pace passa dall’esclusione del Vecchio Continente. La strategia di Mosca

Vladimir Putin minaccia noi per parlare ad altri. Poco prima dell’atteso vertice con gli inviati della Casa Bianca, il presidente russo ha ricordato a Donald Trump che la pace alla quale tiene tanto, passa anche da una sua scelta ineludibile. Tra la Russia e l’Europa. L’alternativa non esiste. Il vecchio continente dev’essere un nemico comune, non un interlocutore. Che rimanga fuori dai negoziati. Altrimenti, non se ne farà nulla. Non è stato uno sfogo, quello di ieri. Era un messaggio al potenziale partner americano. I toni durissimi che hanno fatto da viatico all’incontro con la delegazione Usa, quasi a mettere in chiaro il punto principale, sono senz’altro dovuto al fatto che per la seconda volta dopo il vertice agostano in Alaska, l’uomo del Cremlino sente che le carte in tavola sono cambiate dopo l’intervento dei leader europei.

Così come è diventato, il nuovo piano non gli interessa. «Ancora una volta è stato tradito lo spirito di Anchorage», riferisce una fonte a conoscenza delle attuali trattative, e ancora una volta tutto riporta a ciò che venne concordato in quella occasione estiva durante il dialogo tra i due presidenti.
Poche settimane fa, è stato lo stesso Putin a dire che i famosi 28 punti del piano statunitense erano in buona sostanza «una versione modernizzata», così l’aveva definita, delle condizioni di pace da lui presentate a Trump durante quello storico incontro. Il presidente americano disse che avrebbe dovuto parlarne con gli alleati europei, ma non è dato sapere se avesse fornito delle garanzie di successo all’omologo russo.

La proposta concordata in Alaska finì ben presto nel cassetto per l’opposizione dell’Ucraina e dei suoi alleati. Tornata d’attualità dopo gli ormai celebri colloqui tra il plenipotenziario del Cremlino Kirill Dmitriev e l’immobiliarista Steve Witkoff, appare destinata a una sorte ancora peggiore, almeno in una logica russa. Non è stata semplicemente ritirata in attesa di tempi migliori, ma è stata cambiata. Ancora una volta, a causa dell’odiata Europa.

La rabbia gelida di Putin deriva da questa semplice constatazione. Quello di ieri può sembrare un discorso intimidatorio nei nostri confronti, ma lo è in egual misura per Trump. Una specie di ultimatum per metterlo davanti alle proprie responsabilità, o forse a impegni presi in precedenza. Laddove c’è l’Europa, non può più esserci la Russia.

Ormai la sua strada verso l’Asia è tracciata. Per prolungare l’attesa della delegazione americana, Putin si è concesso una visita al Forum economico della banca Vtb, dove il vicecapo dell’amministrazione del Cremlino, l’economista Maksim Oreshkin, ha suonato musica per le sue orecchie, come sempre succede. «Da quello che vediamo negli ultimi anni, l’Europa ha bisogno della Russia molto più di quanto la Russia abbia bisogno dell’Europa. Noi stiamo attivamente sviluppando partenariati naturali con l’India, con la Cina, con altri Paesi. Abbiamo un commercio in crescita e stiamo migliorando la nostra sovranità tecnologica. Noi siamo a posto, a differenza di altri».

Aleksandr Yakovenko, rettore dell’Accademia diplomatica presso il ministero Esteri, già ambasciatore a Londra e viceministro, ci spiega che uno degli obiettivi di Putin è una separazione sempre più netta degli Usa dal resto del cosiddetto «Occidente collettivo». Secondo lui, l’alleanza atlantica è diventata una catena che deve essere spezzata nell’interesse nazionale americano. «Per Trump si tratterebbe di ripristinare la propria grandezza nazionale in considerazione del fatto che l’egemonia imperiale ha ormai esaurito le sue risorse, e la leadership statunitense in quell’angolo del pianeta è diventata un peso eccessivo».

In un certo senso, quello di Putin è l’ultimo biglietto di invito a Trump per il Nuovo Ordine Mondiale. Ma deve pagare pegno. Se nell’immaginario collettivo creato dalla propaganda russa, l’Europa è ormai associata ai «nazisti ucraini», il quasi amico americano non può stare con un nemico esistenziale della Russia. Altrimenti, non è più tale.

Papa Leone XIV in Libano: “Grazie a Dio per il dono di San Charbel!”

Di Veronica Giacometti

Annaya, lunedì 1 dicembre 2025, 9:36 (ACI Stampa).

Questo lunedì mattina del Papa in Libano inizia con un momento davvero speciale: la preghiera sulla tomba di San Charbel nel Monastero di San Maroun ad Annaya.

Ogni anno, migliaia di pellegrini compiono un pellegrinaggio proprio qui, alla tomba di San Charbel Maklūf, canonizzato da Paolo VI, nel 1977.

Il santo libanese iniziò a 23 anni nel monastero della Madonna di Mayfouq, cambiando il nome di battesimo Youssef in quello di Charbel.

Ordinato sacerdote dell’Ordine Libanese Maronita nel 1859, rimase per 15 anni ad Annaya prima di ottenere il permesso per ritirarsi nell’eremo dei Santi Pietro e Paolo, dove visse per altri ventitré anni, dedicandosi al servizio del Signore con amore e tanta preghiera.

Il suo superiore scrisse di lui: “fedele ai suoi voti, di un’obbedienza esemplare, la sua condotta era più angelica che umana”.

Durante la celebrazione della Messa del 16 dicembre 1898 fu colpito da una paralisi improvvisa e cadde in una lunga agonia che si protrasse per otto giorni. Si spense il 24 dicembre dello stesso anno, dopo aver sopportato sofferenze atroci. Nei mesi successivi alla sua morte si verificarono eventi straordinari presso la sua tomba: il sepolcro cominciò a brillare e, tra i fedeli che vi si raccoglievano in preghiera, si moltiplicarono guarigioni ritenute inspiegabili. La tomba del monaco, che secondo le testimonianze trasudava un liquido simile a sangue mischiato ad acqua, attirò così persone da tutta la vallata e appartenenti a diverse religioni.

San Charbel é definito il “Padre Pio” del Libano, un taumaturgo, la sua fama è legata principalmente ai numerosi miracoli attribuitigli dopo la sua morte.

E Papa Leone XIV oggi è proprio qui a rendere grazie a questo santo.

Al suo arrivo, dopo un percorso in papamobile sotto la pioggia, all’ingresso principale del Monastero, il Papa viene accolto dal Superiore del Convento e dal Superiore Generale dei Maroniti, che lo accompagnano nel cortile del Monastero. Prima di entrare nella cappella che custodisce la tomba di San Charbel. Dopo il canto d’ingresso, un momento di preghiera silenziosa davanti alla tomba, il canto e l’accensione di una lampada votiva e il Saluto di benvenuto da parte del Superiore Generale dell’Ordine Libanese Maronita, Rev. Abate Mahfouz Had.

“Rendo grazie a Dio che mi ha concesso di venire pellegrino alla tomba di San Charbel. I miei Predecessori – penso specialmente a San Paolo VI, che lo ha beatificato e canonizzato – l’avrebbero tanto desiderato”, dice subito il Papa nel suo saluto in lingua francese.

“Carissimi, che cosa ci insegna oggi San Charbel? Qual è l’eredità di quest’uomo che non scrisse nulla, che visse nascosto e taciturno, ma la cui fama si è diffusa nel mondo intero?”, chiede il Pontefice.

“Vorrei riassumerla così: lo Spirito Santo lo ha plasmato, perché a chi vive senza Dio insegnasse la preghiera, a chi vive nel rumore insegnasse il silenzio, a chi vive per apparire insegnasse la modestia, a chi cerca le ricchezze insegnasse la povertà. Sono tutti comportamenti contro-corrente, ma proprio per questo ne siamo attratti, come l’acqua fresca e pura per chi cammina in un deserto. In particolare, a noi vescovi e ministri ordinati, San Charbel richiama le esigenze evangeliche della nostra vocazione. Ma la sua coerenza, tanto radicale quanto umile, è un messaggio per tutti i cristiani. E poi c’è un altro aspetto che è decisivo: San Charbel non ha mai smesso di intercedere per noi presso il Padre Celeste, fonte di ogni bene e di ogni grazia. Già durante la sua vita terrena molti andavano da lui per ricevere dal Signore conforto, perdono, consiglio. Dopo la sua morte tutto questo si è moltiplicato ed è diventato come un fiume di misericordia”, continua il Papa nel suo saluto.

“Anche per questo, ogni 22 del mese, ci sono migliaia di pellegrini che vengono qui da diversi Paesi per passare una giornata di preghiera e di ristoro dell’anima e del corpo. Sorelle e fratelli, oggi vogliamo affidare all’intercessione di San Charbel le necessità della Chiesa, del Libano e del mondo. Per la Chiesa chiediamo comunione, unità: a partire dalle famiglie, piccole chiese domestiche, e poi nelle comunità parrocchiali e diocesane, fino alla Chiesa universale. Comunione, unità. E per il mondo chiediamo pace. Specialmente la imploriamo per il Libano e per tutto il Levante. Ma sappiamo bene – e i santi ce lo ricordano – che non c’è pace senza conversione dei cuori. Perciò San Charbel ci aiuti a rivolgerci a Dio e a chiedere il dono della conversione per tutti noi. Carissimi, come simbolo della luce che qui Dio ha acceso mediante San Charbel, ho portato in dono una lampada. Offrendo questa lampada affido alla protezione di San Charbel il Libano e il suo popolo, perché cammini sempre nella luce di Cristo. Grazie a Dio per il dono di San Charbel! Grazie a voi, che ne custodite la memoria. Camminate nella luce del Signore!”, conclude il Papa.

La visita non termina qui, infatti il Papa visita il museo del Monastero, che custodisce reperti storici e reliquie.

Il piano di pace di Trump per l’Ucraina assist per ‘l’alleato’ Putin

di Stefano Caprio – Asia News – 29 Novembre 2025

Il 2025 non segna la fine delle guerre, ma la divisione tra le dittature d’Oriente e Occidente. Il nuovo Dizionario della lingua russo rilancia visioni di democrazia e autocrazia dell’ideologia ufficiale. La specialità di Witkoff e Dmitriev, artefici del “progetto” di tregua, è contare i soldi dividendosi la posta. Lo scontro sulla lingua e il tema della convivenza fra Chiese ortodosse. 

Se ci fosse stato bisogno di un’ulteriore prova della stretta amicizia tra i due imperatori Donald Trump e Vladimir Putin, dopo aver strapazzato Volodymyr Zelenskyj a febbraio e aver inscenato una passeggiata amorevole in Alaska a Ferragosto, ecco il “piano di pace” presentato a novembre, giusto dopo aver screditato il leader ucraino con lo scandalo dei water d’oro orchestrato dall’Fbi su commissione del Cremlino. L’esito delle vicende globali del 2025 non sarà la fine delle guerre in Europa e in Medio Oriente, ma la divisione del mondo tra le dittature d’Oriente e d’Occidente.

Proprio in questi giorni è stato pubblicato in Russia il nuovo Dizionario della lingua di Stato, che obbliga a interpretare i termini secondo gli standard decisi dall’ideologia ufficiale del “sovranismo ortodosso”. La democrazia viene quindi definita “il sistema di governo che realizza gli interessi delle persone più influenti”, mentre l’autocrazia è “il più efficace sistema di adempimento delle attese della popolazione”, la sintesi della politica di Putin e Trump, e di molti altri dittatori e “padri della patria” del tempo in cui viviamo. Gli autori del Dizionario sono oscuri funzionari del Cremlino, ma dietro i loro nomi si leggono chiaramente i veri ispiratori, come l’americano Steve Bannon e il russo Aleksandr Dugin, gli ideologi dell’impero contemporaneo.

L’ideologia dell’autocrazia sovranista può essere riassunta nello slogan eufonico russo tipico dei tempi sovietici: Miru – Mir, “Pace al Mondo”, ma anche “Il Mondo alla Pace”, inteso come una riduzione del mondo intero al proprio modo di intendere la pace (Mir significa sia Pace che Mondo). E la pace dei 28 punti, che diventano sempre di meno man mano che avanzano le “trattative” in ogni angolo del mondo, è un’efficace espressione di questa “idea russa” a cui gli americani oggi si adeguano, che si risolve nelle due parole dello slogan sovietico. Lo si può esprimere in forma ancora più esplicita ed efficace: Borba za Mir, “Lotta per la Pace” o anche “Guerra per il Mondo”.

I 28 punti di Trump, da accettare “entro una settimana” salvo poi procrastinarli per sei mesi, secondo la tempistica abituale dell’attuale capo della Casa Bianca, sono diventati 19 dopo gli incontri a Ginevra e ad Abu Dhabi, coinvolgendo delegazioni e rappresentanti di ogni tipo, anche se gli autori fondamentali rimangono sempre i soliti due, Steve Witkoff e Kirill Dmitriev (entrambi consiglieri di Putin, come si è visto dalle registrazioni diffuse), la cui specialità non è la politica o la diplomazia, e neppure i piani militari o le specificazioni giuridiche, ma soltanto la capacità di contare i soldi dividendosi la posta sul piatto.

Dei tanti argomenti nella lista, uno su tutti dimostra la nuova visione del mondo russo-americana, e riguarda il blocco dell’espansione della Nato, in cui il divieto all’ingresso dell’Ucraina è semplicemente un dettaglio secondario. Sarebbe più logico parlare esplicitamente di “fine della Nato”, intesa come alleanza militare tra America ed Europa nei confronti delle minacce orientali di Russia, Cina e altri nemici asiatici e non. La Russia non vuole la Nato almeno quanto oggi gli Stati Uniti vogliono tirarsene fuori, abbandonando gli europei al proprio destino, a cominciare proprio dagli ucraini. Del resto il 4° punto definisce bene questo nuovo assetto, auspicando “il dialogo tra Russia e Nato per assicurare la sicurezza globale e aumentare la possibilità di cooperazione per un futuro sviluppo economico”.

Ecco allora le conseguenze di questo “dialogo”, esplicitato ai punti 13-14, con il ritiro delle sanzioni alla Russia e il suo rientro nel G8, dividendosi le spese per le ricostruzioni in Ucraina con 100 miliardi pagati dagli europei, e il 50% di eventuali profitti da assegnare agli Usa. All’Ucraina verrà concesso l’ingresso nella Ue, con un accesso preferenziale al mercato europeo a breve termine, sempre sotto la gestione economica americana grazie al programma di finanziamento speciale elaborato dalla Banca Mondiale, controllando soprattutto la ripresa dell’estrazione di minerali e risorse naturali, l’argomento preferito dei colloqui diretti tra Trump e Zelenskyj, come quelli che si rinnovano in questi giorni. Ovviamente è prevista anche “la conclusione di un accordo di cooperazione economica a lungo termine” tra la Russia e gli Stati Uniti, grazie all’istituzione di “un gruppo di lavoro congiunto americano-russo”. Anche la centrale nucleare di Zaporižja (punto 19) sarà messa in funzione sotto la supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), e l’elettricità prodotta sarà distribuita in parti uguali tra Russia e Ucraina al 50%.

Il punto meno elaborato dei 28 presentati da Trump è il n. 20 sulla “Tolleranza”, chiaramente ispirato dai russi per indicare il ripristino della lingua russa in Ucraina, espresso nei termini generici per cui “i due Paesi si impegnano ad attuare programmi educativi nelle scuole e nella società volti a promuovere la comprensione e la tolleranza reciproca”. La motivazione linguistica è una delle principali cause del conflitto fin dal 2014, con la “de-russificazione” in atto in Ucraina anche nei confronti della letteratura e della cultura russa in generale, non solo mettendo al bando la “lingua dell’invasore”, che peraltro tutti gli ucraini parlano in privato, ma fingono di non conoscere in pubblico. E ancora di più la questione riguarda la convivenza delle due Chiese ortodosse tra loro identiche in ogni aspetto linguistico e ritualistico, quella autocefala nazionalista e quella patriarcale filo-russa, dove l’unica differenza sta nel nome del primate invocato nelle litanie liturgiche.

Il punto più direttamente relativo alle questioni militari riguarda ovviamente i territori occupati e “annessi” dalla Russia, che secondo la proposta trump-putiniana devono essere attribuiti a Mosca integralmente per quanto riguarda le quattro regioni di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporižja, mentre nelle possibili modifiche delle altre trattative in corso si vorrebbero “congelare” lungo la linea attuale del fronte, senza obbligare l’Ucraina a riconoscerne la sovranità alla Russia. È evidente che su questo aspetto non ci sono molte possibilità di accordo tra i due contendenti, sia per l’orgoglio ucraino che non intende riconoscere alla Russia neppure la Crimea, sia per le mire della Russia che sta preparando una grande campagna militare per il 2026, con l’intenzione di raggiungere anche Odessa e privare l’Ucraina di ogni accesso al mar Nero, uno degli obiettivi militari più esplicitie irrinunciabili per Mosca non solo nella guerra attuale, ma fin dai conflitti medievali di Ivan il Terribile. Putin ha infatti dichiarato che tutti i punti verranno discussi “solo dopo il ritiro delle truppe ucraine”. 

Il piano “obbligatorio” e poi rimandato prevede anche l’organizzazione delle elezioni in Ucraina “entro 100 giorni” dalla firma del trattato di pace, mentre la contro-proposta europea propone un approccio meno rigido alla questione, senza bisogno di fissare una scadenza ferrea. Gli europei sono del resto gli ultimi cultori della tanto disprezzata “democrazia”, e l’idea di imporre scelte radicali e “autocratiche” come vorrebbero russi e americani, magari sull’onda degli scandali orchestrati ad arte, è forse l’aspetto che più distingue le diverse visioni del mondo che oggi si confrontano. Gli ucraini hanno certamente bisogno di ritrovare la via per una ricostruzione che unisca le diverse forze in campo nella politica nazionale, ma non sarà facile sottrarsi alle influenze dirette di Mosca e Washington, che attualmente convergono sostanzialmente su un punto: l’allontanamento di Zelenskyj, uno degli obiettivi primari dell’invasione russa del 2022.

Rimane ovviamente in bilico la questione della limitazione delle forze armate ucraine, quella delle possibili forze di pace sul territorio e delle garanzie di sicurezza rispetto a eventuali riprese del conflitto, dove l’incertezza evidente degli accordi rivela la loro fondamentale inconsistenza, che rende assai poco probabile una conclusione entro la fine dell’anno in corso, e forse anche del successivo. A Trump del resto interessa poco della vera soluzione della guerra, al di là della gloria personale in vista di nuove candidature al Nobel per il Miru-Mir, e a Putin interessa veramente la vittoria ideologica sull’Occidente ormai ristretto ai territori europei, dopo avere di fatto già conquistato l’America. I due sistemi si basano sugli affari, proiettandosi sullo sfondo del vero conflitto mondiale tra Washington e Pechino, di cui Mosca vuole essere l’arbitro e il grande ispiratore di entrambe le superpotenze. Lo stesso Putin ha del resto dichiarato in Kirghizistan che “non ha senso firmare documenti con la dirigenza ucraina, che ha perso la sua legittimità rifiutando di andare alle elezioni, come diceva Stalin: non è importante chi vota, importante è chi conta i voti”.

L’ispirazione fondamentale è il rilancio della triade zarista di metà Ottocento, Samoderžavie – Pravoslavie – Narodnost, “Autocrazia – Ortodossia – Populismo”, che duecento anni dopo il “gendarme d’Europa”, lo zar Nicola I salito al trono a dicembre del 1825, si reincarna oggi nello zar Putin I. Allora si cercava di convincere i regni d’Europa, compreso quello romano della Chiesa, a non cedere alle tentazioni del liberalismo e del socialismo, e per affermare questa visione del mondo i russi invasero la Crimea, sperando di conquistare l’Europa e le terre del mar Nero fino alla Turchia e alla Terra Santa. Il viaggio a ritroso nella storia continua, con il sostegno dell’America, non più vessillo della democrazia per il mondo intero, e tanto meno per la derelitta Ucraina, il centro geografico e politico dell’Europa.

Padre Pugliese spiega la realtà della Chiesa in Turchia. L’importanza del viaggio di papa Leone XIV

A colloquio con padre Paolo Pugliese, Paolo Pugliese, cappuccino, che vive da più di dieci anni in Turchia. Oggi è delegato dei frati minori cappuccini nel Paese

Di Antonio Tarallo

Roma, venerdì 28 novembre 2025, 14:00 (ACI Stampa).

Per conoscere meglio la realtà della Chiesa in Turchia, e per parlare del primo viaggio apostolico di papa Leone XIV, AciStampa ha intervistato padre Paolo Pugliese, cappuccino, che vive da più di dieci anni in Turchia. Oggi è delegato dei frati minori cappuccini nel Paese.

Turchia, terra che parla al nostro oggi. E tanto. Voi, frati cappuccini, è da tempo che siete presenti in questa terra. Dove svolgete il vostro servizio?

Una presenza, quella di noi frati cappuccini, che rimane ancora importante. Sì, rimane importante anche se piccolina. Qui a Istanbul, abbiamo il convento sulla parte europea, siamo l’ultima chiesa a ovest di Istanbul. Come cappuccini siamo presenti in luoghi importanti: vi è la casa di Maria ad Efeso, dove ci sono appunto dei frati che ricevono essenzialmente i pellegrini sia di fede musulmana che cristiana. E poi, Efeso è il luogo dove appunto Giovanni ha scritto il Vangelo, e vissuto fino alla morte. Noi stiamo in questo piccolo santuario, Meryem Ana Evi, da una sessantina d’anni, è un luogo in cui si sente molto il dialogo interreligioso. Poi abbiamo altre due presenze nel sud. Uno di questi due siti è a Mersin, grande città portuale, poco distante da Tarso, patria di Paolo, per intenderci. Qui, animiamo l’unica chiesa cattolica della città. Infine abbiamo un’altra presenza, ai confini della Turchia con la Siria, ad Antiochia. Città altrettanto importante per il Cristianesimo: Antiochia è il luogo dove per la prima volta i discepoli di Gesù sono stati chiamati “cristiani”. È posta a una cinquantina di chilometri al confine con la Siria.

Cosa rappresenta per la Chiesa in Turchia questo viaggio di papa Leone XIV?

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Aspettavamo il pontefice. Un viaggio importante per diversi motivi. Dobbiamo premere che la chiesa cattolica turca è un’area piccola piccola. Assai piccola. E non ha personalità giuridica. Una piccola chiesa che si potrebbe definire un fiorellino di campagna. Per questi motivi ricevere la visita del Papa significa sentirsi parte di qualcosa di molto più grande e rilevante, sia a livello diacronico (nel tempo) che sincronico (cioè nello spazio). La presenza del Pontefice dà un senso di appartenenza, un po’ di respiro. Non è certo facile quando si vive da minoranza. Questo viaggio è proprio questo: un respiro a questa piccola comunità di fedeli! Siamo pochi, ma ecco che in questi giorni il papà ci ascolta, ci guarda: è bellissimo tutto ciò! 

Una minoranza che accoglie il papa. Una minoranza a cui il pontefice presta attenzione. Come primo viaggio – seppur doveva essere papa Francesco a compierlo – Leone XIV sceglie proprio un piccolo popolo. In fondo, non pensa, che potrebbe essere anche un messaggio che va oltre ai luoghi di questo viaggio? Un messaggio a una cristianità che, vista l’Europa secolarizzata, è sempre più piccola?

È molto opportuna questa sua riflessione. In fondo, potrebbe anche essere così. E questo si allaccia a un pensiero che spesso mi si affaccia: la Chiesa della Turchia vive una condizione profetica rispetto alla Chiesa d’Europa. Mi spiego meglio: la crisi che la chiesa sta vivendo in Europa qui è stata vissuta secoli fa, e ora i fedeli sono pochi, così come i sacerdoti, i mezzi… Pochi, piccoli, ma chiese vive. Il fatto che il papa venga qui e che ponga il suo primo sguardo a una chiesa che è di minoranza, fa riflettere anche su ciò che sta accadendo in Europa, e offre nuovi orizzonti anche altrove. 


Nicea, 1700 anni dopo. Quale possibilità di dialogo dopo il viaggio di papa Leone XIV? Concretamente cosa potrebbe cambiare sia nella chiesa locale sia a livello internazionale?

Cominciamo col dire che sicuramente le due sfere si toccano. A livello ecumenico penso che papa Leone XIV il Papa sia stato molto accorto nel senso che è stato invitato da Bartolomeo ma ha messo nel programma delle visite sia al patriarcato armeno che alla Chiesa siriaca: queste sono le due realtà importantissime, due realtà di una grande storia dietro alle spalle. Due chiese antichissime: basterebbe pensare alla Chiesa siriaca, una chiesa che prega la sua liturgia, le sue preghiere, che celebra le sue funzioni in siriaco che sarebbe una variante dell’aramaico, la lingua parlata da Gesù. Quindi, è una Chiesa importantissima che però è stata tendenzialmente al di fuori dell’impero romano, dell’impero bizantino, e quindi non ha mai avuto un imperatore che la tutelasse, per intenderci. Poi, abbiamo la Chiesa armena che ha avuto al suo inizio un impero. L’Armenia nel 303 diventa tradizionalmente per la prima volta l’impero cristiano, prima ancora dell’impero romano: in sintesi, una Chiesa importantissima, orgogliosa di questo primato, anche se poi la sua storia è stata travagliata come sappiamo fino ad arrivare al ‘900. Ecco, queste due Chiese sono in realtà importantissime in Turchia, perché numericamente sono molto più grandi della Chiesa cattolica. Il fatto che il pontefice le vada a trovare credo che sia proprio un fatto importantissimo: una scelta molto intelligente, una cosa anche molto sentita. Una scelta chiara che spero porterà un cammino davvero assieme. E il pontefice mi sembra più che determinato in questa direzione. Lo ha ripetuto più volte: ha parlato al plurale. “Camminiamo insieme”. Ricorda molto quel “Noi crediamo” del Concilio di Nicea, appunto. 

Papa Leone XIV in Turchia: la visita alla Moschea Blu e l’incontro privato con i capi delle chiese e comunità cristiane

Inizia un’altra giornata di Papa Leone in Turchia nel segno del dialogo interreligioso.

Di Veronica Giacometti

Istanbul , sabato 29 novembre 2025, 8:10 (ACI Stampa).

Un’altra giornata nel segno del dialogo ecumenico e armonia interreligiosa quella di Papa Leone XIV in Turchia. Questa mattina il Papa si è recato in visita alla Moschea Sultan Ahmed, la “Moschea Blu”, una delle più importanti moschee di Istanbul. E presso la Chiesa ortodossa siriaca di Mor Ephrem per un incontro a porte chiuse con i capi delle chiese e delle comunità cristiane.

Il nome “Mosche blu” sta proprio nel fatto che pareti, colonne e archi sono ricoperti dalle maioliche di Iznik, decorate in toni che vanno dal blu al verde.

Papa Leone nel suo primo appuntamento della giornata è accolto e accompagnato nella Moschea dal Capo della Diyanet, ovvero il Presidente per gli Affari Religiosi della Türkiye. Prima di entrare si toglie le scarpe, a Papa Leone vengono illustrate a lungo le bellezze di questa moschea che ascolta con grande attenzione.

Successivamente un breve scambio di doni.

Nel 2006 ci fu Papa Benedetto e il 29 novembre 2014 fu Papa Francesco ad entrare scalzo nella Moschea. 

La Sala Stampa ha fatto sapere che “il Papa ha vissuto la visita alla Moschea in silenzio, in spirito di raccoglimento e in ascolto, con profondo rispetto del luogo e della fede di quanti si raccolgono in preghiera”.

Subito dopo la Moschea un’altra visita importante: quella alla Chiesa ortodossa siriaca di Mor Ephrem, una chiesa siriaco-ortodossa situata a Yeşilköy, nella parte europea di Istanbul. È poco tempo che esiste questa costruzione, infatti L’apertura è stata ritardata dalla pandemia di Covid-19 e dal terremoto in Türkiye e Siria ed è avvenuta solo nel 2023.

Il capo della Chiesa è il Patriarca siro-ortodosso di Antiochia, con sede a Damasco, capitale della Siria. Nel mondo i fedeli della Chiesa ortodossa siriaca sono circa due milioni. Il Patriarca della Chiesa ortodossa siriaca di Antiochia e di tutto l’Oriente è Ignazio Efrem II.

Il Papa incontra privatamente i capi delle chiese e delle comunità cristiane. Viene accolto dal Patriarca Siro Ortodosso e dal Metropolita della Chiesa ortodossa siriaca di Antiochia per le diocesi di Istanbul, Ankara e Izmir. Tutti insieme scattano una foto di gruppo. Successivamente il coro intona un canto di invocazione allo Spirito Santo e i Leader prendono posto alla tavola rotonda. L’incontro prosegue a porte chiuse, con brevi interventi di ciascun Leader, seguiti da un discorso del Pontefice. Prima di lasciare la Chiesa, il Vicario Patriarcale della Chiesa ortodossa siriaca di Antiochia guida la recita del Padre Nostro.

“In questa occasione storica in cui celebriamo i 1700 anni dal Concilio Ecumenico di Nicea, ci riuniamo per rinnovare la nostra fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, celebrando la fede che condividiamo insieme. Auguro ogni bene a tutti coloro che si sono riuniti qui e a tutte le comunità che rappresentano”, questa la firma del Papa sul Libro d’onore firmato presso la Chiesa Ortodossa Siriaca di Mor Ephrem.

“Nel suo intervento a conclusione dell’incontro di questa mattina nella chiesa di Mor Ephrem, dopo aver ringraziato tutti i presenti, Papa Leone XIV è tornato sul valore del Concilio di Nicea e della celebrazione di ieri, il cui centro era il Vangelo dell’Incarnazione. Ha chiesto e assicurato la preghiera perché si generino nuovi incontri e momenti come quello vissuto, anche con quelle Chiese che non sono potute essere presenti, ha richiamato il primato dell’evangelizzazione e dell’annuncio del kerygma e ricordato come la divisione tra i cristiani sia un ostacolo alla loro testimonianza.
Infine ha invitato a percorrere insieme il viaggio spirituale che conduce al Giubileo della Redenzione, nel 2033, nella prospettiva di un ritorno a Gerusalemme, nel cenacolo, luogo dell’Ultima Cena di Gesù con i suoi discepoli, dove lavò loro i piedi, e luogo della Pentecoste, un viaggio che porti alla piena unità, citando il suo motto episcopale: “In Illo Uno Unum”, comunica successivamente la Sala Stampa della Santa Sede sull’incontro.

 Il pomeriggio continuerà con un evento importante: la firma della dichiarazione congiunta con Bartolomeo e gli altri leader cristiani.

Nigeria, dove i cristiani sono nient’altro che un bersaglio da eliminare. Costi quel che costi

di Wilfred C. Anagbe – 29 novembre 2025 – IL FOGLIO

Non è uno scontro religioso? “Qui le vittime vengono sgozzate al grido di ‘Allauh akbar’. La testimonianza di un vescovo al Congresso americano

Pubblichiamo la testimonianza che mons. Wilfred C. Anagbe, vescovo di Makurdi, in Nigeria, ha reso lo scorso 20 novembre alla Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti americana, sottocommissione per l’Africa.


Grazie per avermi nuovamente invitato a testimoniare sulla crescente crisi di persecuzione e genocidio dei cristiani in Nigeria. Sei mesi fa, il 13 marzo 2025, quando mi sono presentato l’ultima volta davanti a questo comitato, ho avvertito che la situazione era estremamente grave e richiedeva un’attenzione urgente. Tragicamente, il mezzo anno trascorso ha dimostrato che quei moniti erano persino sottovalutati: gli attacchi contro i vulnerabili villaggi cristiani da parte della milizia etnica fulani e dei loro alleati sono continuati sia nel Middle Belt della Nigeria che in altre parti del paese.

Dalla mia testimonianza del marzo 2025, rapporti credibili di organizzazioni che monitorano la libertà religiosa – tra cui Open Doors e la nostra stessa Commissione giustizia, sviluppo e pace della diocesi di Makurdi – hanno documentato il proseguire degli attacchi contro villaggi cristiani, soprattutto negli stati del Middle Belt di Benue e Plateau, perpetrati da milizie fulani. Migliaia di persone sono state nuovamente sfollate; alcune rapite o sottoposte ad abusi; interi villaggi rasi al suolo e chiese distrutte.

Il mio stesso villaggio, Aondona, nel Gwer West LGA, è stato attaccato e diversi miei parenti sono stati uccisi il 22 maggio 2025. Un intero convento di Suore Clarettiane è stato costretto alla fuga insieme alla parrocchia cattolica locale. Nei giorni successivi all’attacco, anche villaggi vicini come Naka hanno subìto incursioni. Infatti, il 24 maggio 2025, uno dei miei sacerdoti, padre Solomon Atongo, è stato colpito da arma da fuoco e lasciato a morire in una pozza del suo sangue, mentre le persone che viaggiavano con lui sono state rapite. Anche se è sopravvissuto, oggi non è più in grado di camminare liberamente.

Poche settimane prima, la Domenica delle Palme, il 13 aprile 2025 – con l’attacco che si è protratto nella notte fino alle prime ore del 14 aprile – militanti fulani hanno lanciato un assalto coordinato contro comunità cristiane nello stato di Plateau, in Nigeria, prendendo di mira principalmente il villaggio di Zikke nella Local Government Area di Bassa, vicino a Jos. L’episodio faceva parte di una più ampia ondata di violenza nella regione durante la Settimana Santa, prendendo di mira i cristiani mentre si preparavano a celebrare una delle feste più importanti della nostra Chiesa.

Nella mia diocesi di Makurdi, voi tutti conoscete il massacro di sabato 13 giugno a Yelwata, dove 278 persone – uomini, donne e bambini – sono state uccise in un modo troppo macabro per essere descritto qui, da individui che gridavano “Allahu akbar” mentre sgozzavano le loro vittime. Ci è voluta la preghiera del Santo Padre, il Papa, domenica 14 giugno, perché il governo della Nigeria riconoscesse persino l’accaduto. E anche così, il governo federale continua a minimizzare i numeri e non ha ancora provveduto adeguatamente ai sopravvissuti, anche in questo momento in cui vi parlo.

I rapimenti di religiosi e laici restano dilaganti; sacerdoti e pastori sono bersagli primari da eliminare. Il 17 novembre 2025, un altro sacerdote della diocesi di Kaduna è stato rapito mentre suo fratello veniva ucciso e altri venivano trascinati in cattività. Nello stesso giorno, una scuola è stata attaccata nello stato di Kebbi, con numerosi sequestri. Sono inoltre diffuse notizie della cattura di un Maggior Generale dell’Esercito nigeriano da parte di islamisti.

Questa è l’esperienza quotidiana di molti cristiani in Nigeria. La violenza si sta diffondendo verso sud, causando milioni di sfollati e distruggendo terreni agricoli, creando una crisi umanitaria aggravata dall’insicurezza alimentare. Gli attacchi da parte di miliziani fulani, Boko Haram e della Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico (Iswap) sono aumentati non solo nel Middle Belt e negli stati settentrionali, ma stanno avanzando verso sud, colpendo comunità cristiane con totale impunità. Speravamo che la designazione della Nigeria come paese di particolare preoccupazione da parte del presidente Trump alla fine di ottobre potesse stabilizzare la situazione, ma invece essa sta degenerando in uno dei periodi più letali per i cristiani nigeriani nella memoria recente.

E’ ormai largamente riconosciuto che la Nigeria rimane il luogo più letale al mondo per essere cristiani: più credenti vengono uccisi lì ogni anno che in tutto il resto del mondo. Eppure i responsabili affrontano poca o nessuna responsabilità, e la risposta del governo nigeriano dopo la designazione come paese di particolare preoccupazione è stata quella di sguinzagliare portavoce vanagloriosi e strumenti compiacenti per distorcere la narrativa e creare false equivalenze sulle morti musulmane. Ma vorrei porre una domanda: chi sta uccidendo i musulmani? Esiste forse una milizia cristiana che sfolla milioni di persone e occupa terre in Nigeria?

Il silenzio del governo nigeriano e il suo rifiuto di intervenire di fronte alle continue uccisioni e agli sfollamenti hanno approfondito il senso di abbandono tra la popolazione. La leadership nazionale appare disimpegnata, tratta i rapporti sul genocidio dei cristiani come un non-problema anziché come un’emergenza nazionale. Questa mancanza di volontà politica mina la fiducia nelle istituzioni governative e alimenta la percezione di complicità o indifferenza.

Signor presidente, onorevoli rappresentanti, permettetemi di menzionare brevemente un altro punto a me molto caro: l’impatto umanitario e sociale di questo genocidio.

Nel solo Middle Belt, milioni di sfollati interni vivono in campi, impossibilitati a tornare nelle loro terre ancestrali; ciò minaccia la continuità culturale, religiosa ed economica. Il trauma psicologico dei sopravvissuti a questi attacchi è immenso, con scarso accesso a consulenza o riabilitazione. Vedove, orfani e superstiti affrontano minacce continue; ragazze e donne subiscono violenze sessuali come arma di guerra. Molti altri ricorrono a metodi di sopravvivenza insicuri per affrontare la quotidianità. Distruggere le famiglie garantisce che da tante donne traumatizzate non nasceranno più cristiani. Questo è uno degli elementi del genocidio: assicurare la scomparsa di un gruppo attraverso misure a lungo termine diverse dall’omicidio.

Senza un rapido intervento, il cristianesimo rischia di essere eliminato in parti del nord e del Middle Belt della Nigeria in un tempo molto breve.

Vorrei mettere agli atti che, a nome di milioni di cristiani in Nigeria e nella diaspora, desideriamo ringraziare il presidente Donald J. Trump per la sua coraggiosa decisione di designare la Nigeria come paese di particolare preoccupazione. 

La designazione a paese di particolare preoccupazione è un passo vitale, ma deve essere accompagnata da azioni concrete:

I. Utilizzare il Magnitsky Act per sanzioni mirate contro funzionari del governo nigeriano e altri che tollerano o favoriscono la violenza islamista nel paese.

II. Legare gli aiuti alla sicurezza e altri aiuti allo sviluppo o umanitari a miglioramenti misurabili nella protezione delle popolazioni; ampliare il sostegno umanitario agli sfollati interni.

III. Gli sfollati interni devono essere riportati nelle loro case e terre ancestrali con garanzie di sicurezza da parte del governo nigeriano. Devono inoltre ricevere supporto per ricostruire i propri mezzi di sussistenza e usufruire di servizi di base come istruzione e sanità.

IV. Sostenere proposte di legge come il Nigeria Religious Freedom Accountability Act per assicurare che i responsabili vengano puniti. Questo punto non può essere enfatizzato abbastanza: è l’impunità a alimentare la violenza che subiamo.

V. Azione internazionale: lavorare con gli alleati per fare pressione sulla Nigeria alle Nazioni Unite e assicurare che leggi discriminatorie e leggi sulla blasfemia siano eliminate o abrogate.

La designazione a paese di particolare preoccupazione ha portato immensa gioia, speranza e rinnovata forza spirituale alle comunità sotto assedio in Nigeria. Le organizzazioni cristiane rimangono tra le poche fonti di aiuto e incoraggiamento, colmando il vuoto lasciato dall’inazione del governo. Tuttavia, la Chiesa da sola non può fermare le uccisioni; è necessario un intervento politico, militare e umanitario coordinato.
Il sangue dei cristiani nigeriani grida verso di voi. Non possiamo più aspettare. Rinnovate le audizioni, approvate una legislazione vincolante e utilizzate ogni strumento dell’influenza statunitense per pretendere un cambiamento. L’America rimane l’unico paese al mondo con un International Religious Freedom Act; ha un ruolo unico nella difesa della libertà religiosa a livello globale. Sappiamo tutti che l’inazione incoraggia ancora di più gli estremisti.

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