"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 44 di 155

San Francesco di Sales


autore: Ambito campano anno: XVIII-XIX sec. titolo: San Francesco di Sales

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Nome: San Francesco di Sales

Titolo: Vescovo e dottore della Chiesa

Nascita: 1567, Thorens, Savoia

Morte: 28 dicembre 1622, Lione, Francia

Ricorrenza: 24 gennaio

Protettore: giornalisti, 


19 aprile 1665, Roma, papa Alessandro VII

Luogo reliquie: Basilica della Visitazione

Francesco nacque l’anno 1567 nel castello di Sales, diocesi di Ginevra, da Francesco, conte di Sales, e da Francesca di Sionas.

Fin dai primi anni mostrò spiccata inclinazione al bene, e una grande docilità.

Fece i suoi primi studi ad Annecy, e di qui fu mandato a Parigi. Qui studiò retorica, filosofia e teologia presso i PP. Gesuiti. La sua vita era ritirata: frequentava la chiesa e i Sacramenti; fin d’allora fece il voto di castità.

Compiuti gli studi a Parigi, fu dal padre mandato a Padova per addottorarsi in legge. Quivi Francesco fu esposto a grandi pericoli, cui scampò felicemente con la sua forte volontà e l’aiuto di Dio in cui sempre confidava.

Il padre di Francesco aveva pensato di fare del suo figlio uno dei più stimati gentiluomini della società e gli aveva già ottenuto un posto distinto nel senato di Chambery, mentre gli andava preparando un ricco partito. Francesco invece era chiamato a ben altro, e svelò ogni cosa al suo precettore, incaricandolo di farne consapevole il padre. Molti furono gli ostacoli che i genitori gli opposero, ma vedendolo fermo nel suo proposito acconsentirono alla volontà di Dio.

titolo San Francesco di Sales in meditazione
autore Carlo Maratta anno 1662 circa



Fatto Sacerdote, il Vescovo di Ginevra lo delegò a combattere l’eresia di Calvino, che infestava tutto il Chiablese. Il nostro Santo ebbe da faticare e soffrire molto per quegli eretici, e corse pericolo più volte di essere assassinato, ma la sua grande dolcezza, unita ad uno zelo instancabile e ad una pietà esemplare, vinse i più ostinati calvinisti tanto da convertirne, dicono, 72 mila. Morto il vescovo di Ginevra Mons. Granier, Francesco fu eletto a succedergli.

titolo San Francesco di Sales consegna le costituzioni a S. Francesca di Chantal
autore Ubaldo Gandolfi anno 1769



Nel 1610 fondò l’ordine delle Suore della Visitazione, coadiuvato dalla S. Madre di Chantal. Quando sentì di non aver più le forze d’un tempo e che la sua salute deperiva, chiese un aiuto per il governo della diocesi. Nonostante fosse ammalato, salì per l’ultima volta il pulpito di Lione nella vigilia del S. Natale 1622, ma il giorno dopo dovette mettersi a letto, con segni manifesti di apoplessia progressiva. Chiese subito gli ultimi Sacramenti, indi con fervore serafico ripetè alcuni passi della S. Scrittura, finchè il male gli tolse la parola e la vita, la sera del 28 dicembre. Non contava ancora 56 anni d’età, 20 dei quali passati nell’episcopato.Egli è celebre per la sua incomparabile dolcezza, e per i libri che scrisse, ripieni di unzione divina.


FRASI FAMOSE

  • Non bisogna rispondere minimamente né dimostrare d’aver udito quello che il nemico dice.
  • Il contadino non sarà mai messo sotto accusa se non ottiene un buon raccolto, ma lo sarà certamente se non ha ben coltivato e ben seminato i campi.
  • Diciamo così: Dio è il pittore, la nostra fede è la pittura, i colori sono la parola di Dio, il pennello è la Chiesa.
  • Nella santa Chiesa tutto appartiene all’amore, vive nell’amore, si fa per amore e viene dall’amore.
  • È necessario sopportare gli altri, ma, in primo luogo, è necessario sopportare se stessi e rassegnarsi a essere imperfetti.
  • È sempre molto dannosa quella distrazione del cuore che porta ad avere il cuore in un posto e il dovere in un altro.
  • Il Cuore parla al cuore.
  • Non è per la grandezza delle nostre azioni che noi piaceremo a Dio, ma per l’amore con cui le compiamo.
  • L’amor proprio muore solo quando moriamo noi, e conosce tanti modi di rintanarsi nella nostra anima, che non si riesce mai a farlo sloggiare.
  • Accusiamo il prossimo per cose lievi e scusiamo noi stessi in cose grandi.
  • Chi conquista il cuore dell’uomo conquista tutto l’uomo.
  • Filotea, sii costante e giusta nelle tue azioni: mettiti sempre al posto del prossimo e metti lui al tuo e così giudicherai rettamente; quando compri fa la venditrice e quando vendi fa la compratrice e vedrai che riuscirai a vendere e comprare secondo giustizia.
  • L’effetto della pazienza è quello di possedere bene la propria anima; e quanto più la pazienza è perfetta, tanto più il possesso dell’anima diviene completo ed eccellente.
  • I piccoli errori commessi all’inizio di qualsiasi impresa, ingigantiscono con il tempo e risultano, alla fine, irreparabili o quasi. Il male è già mezzo guarito quando se n’è scoperta la causa.
  • In ogni momento, in ogni circostanza, facciamo appello a questa dolce Madre, invochiamo il suo amore materno e, facendo ogni sforzo per imitare le sue virtù, abbiamo per Lei un sincero cuore di figli.
  • Bisogna avere un cuore capace di pazientare; i grandi disegni si realizzano solo con molta pazienza e con molto tempo.
  • È un ottimo segno che il nemico si ostini a bussare alla porta: questo vuol dire che non ha ottenuto quello che voleva.
  • Quando si è nell’agitazione è necessario non fare né dire alcuna cosa, se non rimanere fermi e risoluti nella decisione di non seguire le nostre passioni, qualsiasi motivo avessimo per farlo.
  • Quel che facciamo per gli altri ci sembra sempre molto, quel che per noi fanno gli altri ci pare nulla.
  • Tutte le pietre preziose, gettate nel miele, diventano più splendenti, ognuna secondo il proprio colore, così ogni persona si perfeziona nella sua vocazione, se l’unisce alla devozione.

Ad Abu Dhabi, ucraini e russi siedono nella stessa stanza. Ma Putin non indietreggia di un passo sul Donbass

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 24 Gennaio 2025

La Casa Bianca: passi avanti. Zelensky: colloqui seri ma la sostanza si affronta oggi

KIEV – La prima giornata del vertice trilaterale tra russi, ucraini e americani si è conclusa con le prevedibili dichiarazioni di rito e pochi dettagli sullo stato di avanzamento. Il negoziatore ucraino Rustem Umerov ha detto che ieri si è lavorato «sui parametri per progredire verso una pace giusta e duratura». Fonti della Casa Bianca l’hanno definito un «incontro produttivo». Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha confermato che «il lavoro sta progredendo», ma anche ribadito che «è fondamentale attuare la formula di Anchorage», come a dire che Mosca resta aggrappata a quanto ottenuto in Alaska la scorsa estate, quando Donald Trump sembrava pronto a concedere quasi tutto. Zelensky ieri sera spiegava che i negoziati sono stati seri ma che la giornata più importante sarà quella di oggi.

Eppure, il faccia a faccia iniziato ieri ad Abu Dhabi è di per sé un passo importante. Occorre tornare ai colloqui in Turchia nel maggio del 2025 per ritrovare i rappresentanti ucraini e russi nella stessa stanza. Nei colloqui di Riad del marzo precedente, i mediatori Usa facevano la spola tra le due parti. Adesso gli incontri trilaterali dovrebbero durare almeno sino a questa sera e sono stati preceduti da una lunga serie di colloqui, non ultimi il summit tra Zelensky e Trump a Davos giovedì, oltre alle quattro ore di consultazioni a Mosca tra Putin e gli emissari americani Steve Witkoff, Jared Kushner e Josh Gruenbaum. Quest’ultimo è un recente acquisto di Trump nei circoli imprenditoriali Usa, direttore dell’agenzia federale responsabile delle forniture governative e consigliere del Board or Peace.

Va detto che la condizione imposta da Putin di avere il pieno controllo del Donbass, con il ritiro ucraino dal circa 15-20 per cento della regione che ancora controlla, pesa come un macigno. Lo stesso Zelensky è tornato a ribadire ieri che la «questione territoriale» è al cuore delle trattative, almeno in questa fase. «Le forze armate ucraine devono lasciare il Donbass. È una condizione importante, se non sarà soddisfatta è inutile sperare in un accordo di lungo periodo», ha ribadito Peskov.

Sono parole che danno il senso delle difficoltà. «Gran parte dei nodi sono stati sciolti», rassicurano Trump, Zelensky e persino Putin. Ma i problemi centrali restano irrisolti. Questo per dire che, nonostante le dichiarazioni di circostanza, volte anche a rovesciare sull’altro campo le responsabilità di un eventuale fallimento, la strada del negoziato resta in salita e la guerra continua dura come prima. Intanto l’Ucraina resta al buio e, soprattutto, al freddo: la crisi energetica, causata dai bombardamenti russi, è la peggiore dall’inizio della guerra.

Ma non mancano le novità importanti. Barak Ravid su Axios riporta che i mediatori americani guidati da Witkoff con Putin hanno discusso a lungo delle prospettive economiche che potrebbero vedere la cooperazione diretta tra Stati Uniti e Russia dopo un’eventuale pace con Kiev. Politico Europe riprende nel dettaglio il progetto americano ed europeo di costituire un fondo di 800 miliardi di dollari dedicato alla ricostruzione dell’Ucraina a cui dovrebbero partecipare investitori sia pubblici che privati, tra i quali la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale. Secondo una prima versione del progetto, elaborato in un documento di 18 pagine diffuso il 22 gennaio, il finanziamento potrebbe continuare sino al 2040.

Zelensky ricorda soddisfatto di avere ottenuto da Trump una nuova spedizione di missili Patriot, fondamentali per difendere i cieli dagli attacchi russi, e intanto è in costante contatto con la sua delegazione negli Emirati guidata dall’ex ministro della Difesa, Rustem Umerov, coadiuvato dal capo di stato maggiore Kyrylo Budanov e dal consigliere militare Andrii Hnatov. Per i russi il capo delegazione è il negoziatore Kirill Dmitriev, assistito tra gli altri dal responsabile dell’intelligence militare, l’ammiraglio Igor Kostyukov. Sia i blogger russi che la stampa ucraina notano che in ogni caso le due delegazioni non potranno prendere nessuna decisione importante. Il negoziato continua.

L’obiettivo è dividerci

di Carlo Cottarelli| 21 gennaio 2026 – Corriere della Sera –  22 Gennaio 2025

Il rapporto difficile tra Trump e il Vecchio Continente I continui attacchi sono una strategia, non un capriccio

L’atteggiamento antagonizzante di Trump nei confronti dell’Europa (vedi guerra dei dazi, spese per la difesa e Groenlandia) viene da molti attribuito alla sua personalità, al suo «bullismo», che lo porterebbe a compiere azioni difficili da comprendere dal punto di vista strategico. Ma come, si dice, nel mondo del XXI secolo non è ovvio che la principale minaccia per gli Stati Uniti venga dalla Cina? Non sarebbe più sensato cercare di rafforzare l’alleanza con i partner europei invece di antagonizzarli?
Prendiamo la Groenlandia: è chiaro che col riscaldamento globale sia rischioso lasciarla indifesa rispetto alle mire espansionistiche della Cina. È chiaro che una «sveglia» rispetto all’apparente inerzia europea fosse necessaria. Ma perché farlo in questo modo aggressivo («ci serve e ce la prenderemo»)?

Senza voler sminuire gli aspetti legati alla personalità del presidente americano, credo però che il suo atteggiamento abbia una spiegazione più razionale, come si capisce da due documenti strategici dell’Amministrazione Trump: la «Strategia di Sicurezza Nazionale» (Ssn) di novembre e il rapporto sugli «Sviluppi militari e di sicurezza che coinvolgono la Repubblica Popolare Cinese» inviato al Congresso in dicembre. Entrambi i documenti confermano che l’avversario strategicamente più rilevante e pericoloso per gli Usa è la Cina.

Il secondo documento è ancora più esplicito del primo. Il suo Executive Summary dice: «l’Esercito Popolare di Liberazione … è una componente chiave dell’ambizione della Cina di soppiantare gli Stati Uniti come nazione più potente del mondo… La Cina mantiene un vasto e crescente arsenale di capacità nucleari, marittime, convenzionali di attacco a lungo raggio, cibernetiche e spaziali, in grado di minacciare direttamente la sicurezza degli americani».

In questo confronto tra le due superpotenze del XXI secolo gli Stati Uniti hanno però bisogno di alleati. La Ssn sostiene che: «Gli Stati Uniti devono collaborare con i propri alleati e partner vincolati da trattati, che insieme aggiungono altri 35.000 miliardi di dollari di potenza economica ai 30.000 miliardi dell’economia nazionale statunitense, … per utilizzare il nostro potere economico congiunto al fine di tutelare la nostra posizione di primato nell’economia globale…».

 La Ssn sostiene anche che l’alleato naturale degli Usa è l’Europa: «L’Europa resta strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti… Non solo non possiamo permetterci di accantonare l’Europa, ma farlo sarebbe controproducente rispetto agli obiettivi che questa strategia intende raggiungere».

Perché allora questa aggressività verso il vecchio continente? È solo l’effetto della personalità di Trump? Non credo. La realtà è che attaccare le istituzioni europee, metterne in luce la debolezza, prendersela soprattutto con i Paesi europei (in primis Francia e Germania) protagonisti del passato percorso di unificazione europea (per quanto incompleto esso sia), introdurre dazi supplementari su questi per aver mandato pochi soldati in Groenlandia, è funzionale all’obiettivo strategico americano di trasformarli, spingerli ad abbandonare i sogni unitari per riaffermarne la natura di distinte unità sovrane, singolarmente alleate agli Stati Uniti, ma che non ne possano contrastare minimamente l’egemonia.

La Ssn è chiara in proposito: «L’America incoraggia i propri alleati politici in Europa a promuovere questa rinascita dello spirito, e la crescente influenza dei partiti patriottici europei dà effettivamente motivo di grande ottimismo … Vogliamo collaborare con Paesi allineati che desiderano restaurare la loro antica grandezza».

 Se questo è l’obiettivo strategico, allora, il tono usato da Trump rispetto all’attuale leadership europea è del tutto spiegabile razionalmente: sconvolgere gli equilibri esistenti, con la speranza che ne beneficino i «partiti patriottici europei» che, per affinità ideologica, rifuggano dall’europeismo e siano pronti ad allearsi con gli Usa da «Paesi allineati». Dipenderà dall’opinione pubblica europea se questo obiettivo strategico sarà raggiunto.

Verso lo scisma?”La Chiesa non può farsi riscrivere il Catechismo dal Sinodo tedesco

Matteo Matzuzzi  20 gen 2026 il foglio

Intervista a Bernhard Meuser, oppositore del processo sinodale tedesco ricevuto pochi giorni fa dal Papa. “Non è vero che i cattolici tedeschi sono favorevoli a quanto sta accadendo”

Roma. Bernhard Meuser, fondatore assieme a Martin Brüske dell’iniziativa “Neuer Anfang”, è stato uno dei tre scettici sul percorso sinodale tedesco che Papa Leone XIV ha ricevuto in udienza pochi giorni fa. Insieme a lui, oltre a Brüske, la direttrice della rivista Tagespost, Franziska Harter. A loro, il Pontefice ha confidato di condividere la preoccupazione per quanto avviene sulle rive del Reno, cosa che peraltro si era capita dalla risposta data in aereo tornando da Beirut, a inizio dicembre. A fine mese, a Stoccarda si terrà l’ultima assemblea plenaria del Cammino sinodale e inizierà una nuova fase: quella della Conferenza sinodale, nella quale i laici saranno in maggioranza rispetto ai vescovi. (54 contro 27. E disporranno di competenze deliberative. Anche un non esperto riconosce subito che questo è un problema. Eppure già Papa Francesco aveva affermato che tale organismo contraddice la natura sacramentale della Chiesa. Perché allora si è deciso comunque di insistere?

Meuser dice al Foglio che “in Germania abbiamo una lunga tradizione di ignorare, sminuire o interpretare come conferma della propria linea le disposizioni e le obiezioni romane. Sullo sfondo, nel nostro paese, infuria attualmente una Kulturkampf ecclesiale, di cui forse in Italia non ci si fa una reale idea. In superficie si confrontano due concezioni ecclesiologiche che, dal Concilio Vaticano II, non sono mai state ricondotte a unità. ‘Communio’ contro ‘Concilium’: una Chiesa strutturata in modo apostolico-sacramentale-gerarchico contro una Chiesa dei concili che può reinventarsi continuamente in modo democratico dal basso. Considerata con sobrietà, la questione riguarda il potere e il denaro. Gli strateghi della presa di potere laicale sono già riusciti a portare dalla loro parte la maggioranza dei vescovi tedeschi; ora si mendica ancora a Roma la benedizione papale, una qualunque formula di compromesso da poter sollevare trionfalmente. La gente dovrebbe credere che il Papa sia ormai anche a favore del ‘Cammino sinodale’ tedesco. In realtà non si pensa minimamente a rientrare nella barca della Chiesa universale, a revocare la nuova etica sessuale introdotta o a riallinearsi al magistero della Chiesa”.

Eppure in questi anni si sono svolte trattative fra Roma e la Germania, con periodici incontri in curia. L’ultimo, lo scorso novembre. Nei comunicati domina la fiducia circa una possibile intesa e si segnala sempre il clima cordiale. Non si nominano mai, però, i veri temi oggetto del contendere, come se la questione fosse meramente giuridica, di aderenza al diritto canonico. E’ così? “Direi di sì”, risponde Meuser: “Si cerca di eludere il confronto sostanziale separando diritto e verità. Il diritto, si sa, è elastico; la verità no. O l’etica sessuale tedesca (introdotta in modo tanto discreto quanto quasi capillare) è gradita a Dio e ortodossa, oppure si tratta di un’eresia e di un allontanamento dalla fede comune della Chiesa. O la Chiesa universale deve lasciarsi riscrivere il Catechismo dai tedeschi, oppure i vescovi tedeschi devono ‘sottomettersi’. Tertium non datur”.
Ma quali sono questi temi entrati in modo dirompente nel dibattito? Su cosa si rischia il possibile scisma? “In sostanza vedo quattro punti. Innanzitutto, l’indebolimento del principio apostolico e la decostruzione dell’autorità episcopale. Sul tavolo da disegno sinodale tedesco compare un vescovo che può essere messo in minoranza dai laici, ricattabile e che vive meglio quando si intende solo come moderatore e rappresentante della volontà del ‘popolo di Dio’. Questo ‘popolo di Dio’ è poi costituito dallo ZdK (il Comitato centrale dei cattolici tedeschi, ndr), una sorta di sindacato dei funzionari. In secondo luogo, il radicale pensiero dell’autonomia nell’etica teologica, che pone la libertà del soggetto al di sopra di ogni forma di indicazione e di comandamento, rendendo superflua la rivelazione, distruggendo la Parola di Dio ed eliminando la ‘devozione a Dio’ dal repertorio spirituale. Di Gesù rimane solo l’incoraggiamento a essere se stessi. Terzo, la desacralizzazione e l’autosecolarizzazione della Chiesa, il suo congedo dalla sequela di Cristo, la sua silenziosa trasformazione in una ‘amministrazione religiosa’ gestita in modo burocratico (come detto da Martin Brüske). Ciò è percepibile nel risentimento contro il prete”. Infine, un’antropologia teologica nella quale esistono più di due generi, l’omosessualità è una ‘buona dote creaturale di Dio’, gli atti omosessuali e la masturbazione non sono mai peccato, gli esperimenti sessuali prematrimoniali sono considerati utili e normali, le unioni simili al matrimonio sono guardate con apprezzamento e il matrimonio sacramentale dovrebbe essere aperto anche alle relazioni uomo/uomo e donna/donna. Le benedizioni liturgiche di coppie, proibite dalla Santa Sede, hanno luogo nelle cattedrali. I genitori devono assistere all’implementazione completa dell’agenda lgbtq nelle scuole cattoliche”.

Parlando con i giornalisti in aereo, il Papa ha detto di avere l’impressione che non sia rappresentata l’intera voce dei cattolici tedeschi. Ma esiste davvero una “grande maggioranza” che desidera vivere la propria fede senza occuparsi troppo del celibato sacerdotale, del diaconato femminile e di temi simili o no? E’ anche una questione di cifre: mentre il presidente dell’episcopato, mons. Georg Bätzing, assicura che il 96 per cento dei cattolici tedeschi è favorevole al Cammino sinodale, l’Insa (l’istituto più autorevole in Germania) ha fornito numeri ben diversi: il 21 per cento ha un atteggiamento positivo, mentre il 17 per cento  esprime un giudizio negativo. 


Questi cattolici hanno spazio? “Sì, questa ampia maggioranza esiste, ed è persino confermata dalle statistiche. Ma bisogna sapere che in Germania ottocentomila (!) collaboratori laici vivono del denaro della Chiesa. Gran parte di loro non si vede mai alle celebrazioni. Questi dipendenti ecclesiastici, in larga misura, non sono identificati con la Chiesa (o lo sono solo sub conditione dei loro sogni ecclesiali progressisti). Tuttavia dispongono talvolta di un potere comunicativo, strutturale e amministrativo maggiore di quello dei nostri vescovi. Pensate al Servitore di due padroni di Goldoni. La Chiesa sta perdendo quattro gruppi: i giovani, che emigrano verso Chiese libere; i devoti, che vedono ormai solo nella ‘messa antica’ bellezza e fedeltà alla fede; gli intellettuali sensibili ai valori, respinti dal livello teologico dei protagonisti; e i movimenti di rinnovamento missionario, sistematicamente marginalizzati. ‘Neuer Anfang’ – il contenitore di quelli che non esistono – non compare nei media ufficiali della Chiesa (Kna, katholisch.de). Le richieste di dialogo vengono respinte dagli uffici dei vescovi. Sì, un vescovo ha risposto personalmente: ‘Scelgo io stesso con chi parlare e con chi no!’”.

Quel che è certo è che la Chiesa tedesca vive una grande crisi: defezioni, pratica sacramentale molto bassa e il numero delle ordinazioni sacerdotali è a un minimo storico. Qual è stato, secondo lei, l’errore? E perché si insiste su questa strada? Secondo Meuser, “l’errore originario è stato l’abbandono della catechesi e del Catechismo (in Germania un termine dispregiativo, equivalente a un cristianesimo infantile). Il cardinale Marx ha detto non a caso che ‘il Catechismo non è mica il Corano’. Poi non ci si deve stupire se il 30 per cento dei cattolici tedeschi considera la figliolanza divina come una favola. E quando i vescovi si vincolano tramite una ‘autovincolazione’ alle decisioni del ‘Cammino sinodale’, ci si deve chiedere dove abbiano appreso i loro strumenti teologici e quando abbiano guardato l’ultima volta il loro giuramento”.
Ma allora, qual è il vero obiettivo di questa Conferenza sinodale, cioè di tutto questo lungo processo iniziato addirittura prima della pandemia? A che cosa mira la grande maggioranza dei vescovi che hanno dato il loro consenso a questo processo? Breve, qui, la chiosa di Meuser: “Me lo chiedo anch’io (almeno per quanto riguarda i vescovi). Non ho una risposta”. 

L’incontro di Papa Leone col Cammino Neocatecumenale

Leone XIV e la Città di Dio

FONTE IMMAGINE: EWTN

Chiesa cattolica | CR 1933 – 14 Gennaio 2026 

di Roberto de Mattei

Mi è capitato spesso di riferirmi a sant’Agostino e in particolare al suo capolavoro La Città di Dio. All’inizio di questo 2026, ho scritto che il De civitate Dei di sant’Agostino ci offre una chiave interpretativa della storia, che ci consente di andare oltre la lettura puramente contingente degli eventi politici ed economici e ci rimanda a un conflitto più profondo, tra opposte visioni dell’uomo e del mondo. 

Sono stato colpito dunque dal discorso che il Papa ha fatto il 9 gennaio di quest’anno ai membri del Corpo diplomatico. Un discorso che è incentrato proprio sulla Città di Dio di sant’Agostino e di cui vorrei citare i passi salienti, con le stesse parole di Leone XIV:

«Ispirato dai tragici eventi del sacco di Roma del 410 d.C., – dice il Papa – Sant’Agostino scrive una delle opere più poderose della sua produzione teologica, filosofica e letteraria: il De Civitate Dei, La Città di Dio. Come ha osservato Benedetto XVI si tratta di un’“opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia”  (Benedetto XVI, Catechesi 20 febbraio 2008).(…)

Certamente i nostri tempi sono molto distanti da quegli avvenimenti. Non si tratta solo di una lontananza temporale, ma anche di una sensibilità culturale diversa e di uno sviluppo di categorie del pensiero. Tuttavia, non si può tralasciare il fatto che proprio la nostra sensibilità culturale ha tratto linfa da quell’opera, che, come tutti i classici, parla agli uomini di ogni tempo.

 Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei)”, e “la città terrena, incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione. Non si tratta tuttavia di una lettura della storia che intende contrapporre l’aldilà all’aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile.

Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull’atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria.

Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. (…) Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del V secolo, alcune analogie rimangono assai attuali. Come allora siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di cambiamento ma in un cambiamento d’epoca.  

Se Sant’Agostino evidenzia la coesistenza della città celeste e di quella terrena fino alla fine dei secoli, il nostro tempo sembra piuttosto incline a negare “diritto di cittadinanza” alla città di Dio. Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi confini. Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” (S. Agostino, De Civ. Dei, XIX, 13), che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace, la quale interessa tanto la società e le nazioni quanto lo stesso animo umano, ed è essenziale per qualunque convivenza civile.

Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena (Ibid., XIV, 28). Tuttavia, come nota Agostino, è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da se stessi (Ibid., XIX, 4. 4).  L’orgoglio offusca la realtà stessa e l’empatia verso il prossimo. Non a caso all’origine di ogni conflitto vi è sempre una radice di orgoglio».

Qual è dunque l’insegnamento di sant’Agostino riproposto da Leone XIV? È l’insegnamento sempre attuale della Città di Dio: la consapevolezza che la storia dell’umanità è attraversata da una radicale alternativa, da due visioni del mondo e della storia inconciliabili tra loro. Da una parte vi è la visione trascendente, che riconosce Dio come principio e fine di ogni realtà e orienta a Lui non solo la vita personale, ma anche quella sociale, culturale e politica, a livello nazionale e internazionale.

Dall’altra vi è la visione immanente, che rinchiude l’uomo nell’orizzonte del finito, escludendo Dio dalla storia e riducendo ogni criterio di verità, di giustizia e di bene alla misura dell’uomo stesso. La prima visione è fondata sull’umiltà, di chi non confida nelle proprie forze, ma tutto attende da Dio. La seconda visione, al contrario, nasce dall’orgoglio: dall’auto-adorazione dell’uomo che pensa e agisce come se Dio non esistesse e pretende di costruire la società prescindendo da Lui.

Tra queste visioni del mondo, tra queste due città, non c’è compromesso possibile. Sant’Agostino ci insegna che nelle epoche più drammatiche della storia, come fu il V secolo e come lo è il nostro, è doveroso abbandonare la neutralità e schierarsi, perché la vita dell’uomo e quella della Chiesa è lotta di ogni giorno e in ogni campo, ma a condizione di cogliere l’aspetto soprannaturale di questa lotta, di comprenderne il carattere religioso e metafisico.

Combattere dunque, ma con lo sguardo rivolto alla Città di Dio e non a quella degli uomini; combattere, in una parola, per l’avvento del Regno di Cristo, in Cielo e in terra: un Regno che non è un miraggio, ma è l’unica meta reale e ideale per la quale valga veramente la pena vivere e, se necessario, morire. 

Papa Leone XIV: “Trovare possibilmente ogni giorno un momento speciale per incontrare il Signore”

L’Angelus di Papa Leone XIV

Di Veronica Giacometti – ACI Stampa, 18 gennaio 2026

“Oggi il Vangelo ci parla di Giovanni il Battista, che riconosce in Gesù l’Agnello di Dio, il Messia. Giovanni riconosce in Gesù il Salvatore, ne proclama la divinità e la missione al popolo d’Israele e poi si fa da parte, esaurito il proprio compito, come attestano queste sue parole: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. L’Angelus di oggi di Papa Leone XIV in Piazza San Pietro parte dal Vangelo odierno che racconta la storia del Battista.

“Il Battista è un uomo molto amato dalle folle, al punto da essere temuto dalle autorità di Gerusalemme. Sarebbe stato facile per lui sfruttare questa fama, invece non cede per nulla alla tentazione del successo e della popolarità. Davanti a Gesù, riconosce la propria piccolezza e fa spazio alla grandezza di Lui. Sa di essere stato mandato a preparare la via al Signore, e quando il Signore viene, con gioia e umiltà ne riconosce la presenza e si ritira dalla scena.”, continua il Pontefice.

“Quanto è importante per noi, oggi, la sua testimonianza! Infatti all’approvazione, al consenso, alla visibilità viene data spesso un’importanza eccessiva, tale da condizionare le idee, i comportamenti e gli stati d’animo delle persone, da causare sofferenze e divisioni, da produrre stili di vita e di relazione effimeri, deludenti, imprigionanti. In realtà, non abbiamo bisogno di questi “surrogati di felicità”, sottolinea il Papa prima della preghiera mariana.

“La nostra gioia e la nostra grandezza non si fondano su illusioni passeggere di successo e di fama, ma sul saperci amati e voluti dal nostro Padre che è nei cieli. È l’amore di cui ci parla Gesù: quello di un Dio che ancora oggi viene tra noi non a stupirci con effetti speciali, ma a condividere la nostra fatica e a prendere su di sé i nostri pesi, rivelandoci chi siamo realmente e quanto valiamo ai suoi occhi”, dice ancora il Pontefice.

“Carissimi, non lasciamoci trovare distratti al suo passaggio. Non sprechiamo tempo ed energie inseguendo ciò che è solo apparenza. Impariamo da Giovanni il Battista a mantenere vigile lo spirito, amando le cose semplici e le parole sincere, vivendo con sobrietà e profondità di mente e di cuore, accontentandoci del necessario e trovando possibilmente ogni giorno un momento speciale, in cui fermarci in silenzio a pregare, riflettere, ascoltare, insomma a “fare deserto”, per incontrare il Signore e stare con Lui”, conclude il Papa prima di recitare l’Angelus.

Papa Leone XIV poi passa ai consueti saluti. “Inizia oggi la Settimana per la preghiera dell’unità dei cristiani, le origini di questa iniziativa risalgono a due secoli fa”. “Invito pertanto tutte le comunità cattoliche a rafforzare la preghiera per la piena unità visibile di tutti i cristiani” e poi l’auspicio che l’impegno per l’unità sia anche “quello per la pace e la giustizia nel mondo”.

Per questo poi cita le sofferenze della popolazione dell’Est della Repubblica Democratica del Congo, “costretta a fuggire dal proprio paese e ad affrontare una grave crisi umanitaria”. “Preghiamo affinché prevalga il dialogo per la riconciliazione e la pace”, dice il Pontefice.

Infine il ricordo per le vittime colpite inondazioni che hanno colpito Africa meridionale.

Ricominciare a pregare in quest’ora buia. Lettera da un silenzio

Marina Corradi – Il Foglio, 17 Gennaio 2026

Le tegole in pezzi, i vetri infranti, gli abitanti che fuggono a fatica nella neve. Queste immagini da Kyiv passano ogni mattina sui nostri smartphone, ma non ne parliamo al lavoro, o con gli amici. Come un tabù

Ma: queste immagini da Kyiv, ogni mattina, queste case rosse di fiamme o fantasmatiche, morte. Le tegole in pezzi, i vetri infranti, gli abitanti che fuggono a fatica nella neve. Queste immagini passano ogni mattina sui nostri smartphone, ma non ne parliamo al lavoro, o con gli amici. Come un tabù. Di ciò di cui non si può parlare occorre tacere, diceva un famoso filosofo, uno che se ne intendeva. Io fatico a tacere.

L’altro giorno un missile Oreshnik ha colpito Leopoli. Potenzialmente può portare testate nucleari. Un biglietto da visita. A Kyiv è stato ucciso un medico dei soccorsi. I russi hanno colpito una seconda volta, pochi minuti dopo, apposta. Vecchia tecnica. A Dresda gli Alleati attaccarono con un bombardamento incendiario, poi scatenarono un secondo attacco sui soccorritori. Una strage.

Ci sono tempi molli, in cui gli uomini sembrano diventati quasi civili. Ne abbiamo goduto in Italia per ottant’anni. Poi, come dalle viscere, riemerge una bestialità di cui non siamo pienamente coscienti. Lontano, certo, lontano per ora – anche se non poi così tanto. Guardiamo, e chiudiamo gli occhi. Via, è impossibile.

 A Kyiv l’altra notte è saltata la corrente elettrica e il riscaldamento. Mi immagino, nei condomini di dieci piani, i vecchi, i malati rimasti in alto, al buio, soli. Il gelo. Le medicine che mancano. Dover lasciare solo un padre, per non morire tutti.

Ma, ci pensate anche voi? Queste immagini mi inseguono nella giornata come un coro scuro. Guardo la mia casa calda, il frigo pieno, i nipoti che giocano. Tutto quello che ho mi fa paura, perché posso perderlo. Bisognerebbe ricominciare a pregare. Sì, questa antica inattuale abitudine dei nonni, messa via come una vecchia fiaba, se non ridicolizzata.

Bisognerebbe ricominciare a pregare, ma non solo per noi: per tutti. Perché davvero buio è questo inverno, e noi così distratti. Sanremo, l’Inter. Come se la notte di Kyiv dovesse restare sempre lontana. Come se il destino degli altri non ci riguardasse mai.

Il ‘Vecchio Anno Nuovo’ di una Russia ‘congelata nella guerra’

di Stefano Caprio – Asia News, 17 Gennaio 2026

Il Golem impantanato nel fango paludoso del “servire, pregare e partorire”. Impossibile credere a indagini sociologiche con dati statistici sempre meno accessibili. La frattura fra maggioranza ottimista e una significativa minoranza pessimista, ma prevale la visione per cui “tutto rimarrà come oggi”. La prospettiva apocalittica di Kirill e la lotta al ‘demone’ Bartolomeo.

Il 14 gennaio la Russia ha festeggiato lo Staryj Novyj God, il “Vecchio Anno Nuovo” del Capodanno secondo il calendario giuliano, raddoppiando così le occasioni per dimenticare il passato e prevedere il futuro, oppure – secondo lo spirito russo al contrario – per dimenticare il futuro ritornando al passato. Sotto le grandiose nevicate di questi giorni, che hanno seppellito soprattutto Mosca sotto una coltre impenetrabile di gelo liquido, in modo da non vedere quanto accade nei tanti Paesi del mondo sconvolti da sommosse e invasioni, i russi attendono la solenne conclusione del periodo degli Svjatki, le feste in maschera da Natale al Battesimo di Gesù del 19 gennaio, quando le maschere si levano per immergersi nella croce delle acque aperte nel ghiaccio dei fiumi e dei laghi, per scacciare i demoni che insidiano il futuro.

La doppia euforia del nuovo anno moltiplica le possibilità di esprimere i propri sogni e desideri, e i sociologi e analisti russi si scatenano nelle inchieste e sondaggi, per capire quale immagine si forma nel popolo guardando al corso degli eventi. La sensazione più diffusa che se ne ricava è che attualmente in Russia non esiste in realtà alcuna vera “immagine del futuro”, in quanto ormai da quattro anni in seguito all’invasione dell’Ucraina non si riesce a capire quali siano le vere intenzioni dei capi politici e religiosi, concentrati soltanto sulla distruzione del presente in nome di mitologie del passato.

Il corso della guerra russa oscilla tra la completa distruzione del malefico Occidente e l’occupazione militare di qualche chilometro di campagna nell’Ucraina devastata, tra la “guerra santa” e la “operazione militare speciale”. L’economia del Paese viene magnificata come fiorente e innovativa, ma i cittadini sono costretti a stringere sempre di più la cinghia e sborsare tutti i rubli rimasti per le tasse sempre più alte, a sostegno delle spese militari. E se anche si riuscisse quest’anno a concludere la santa operazione speciale, non si capisce che cosa potrà succedere dopo la tanto agognata Vittoria di Pirro-Putin.

L’impressione, da quanto affermano i semplici cittadini e gli stessi dirigenti della casta al potere, è che se si fermeranno le azioni militari la Russia rimarrà congelata, come in questi giorni di neve e vodka tra i capodanni e le sacre immersioni sotto-zero. Si rinchiuderà nella nuova realtà di una struttura demografica forzatamente alterata, di un’economia orientata agli standard bellici e di una legge dura e repressiva, e come se non bastasse, abbaglierà i Paesi vicini con ghirlande di “valori tradizionali” e testate nucleari. Il Golem impantanato nel fango paludoso del “servire, pregare e partorire” in realtà difficilmente potrà andare avanti con particolare vigore. Allo stesso modo non è detto che i russi, anche quelli che per un motivo o per l’altro, per fanatismo o per soldi si sono dedicati alla guerra contro i cugini della porta accanto, vogliano davvero trascorrere l’intera vita in uniforme color kaki.

L’unico dato su cui concordano tutti gli esperti e analisti è che è impossibile credere alle indagini sociologiche nella Russia di oggi, anche se in casi rari esse coincidano con dati statistici sempre meno accessibili dalle agenzie ufficiali, o con le considerazioni di prima mano dei ricercatori. I redattori di Novaja Gazeta hanno quindi deciso di evitare le previsioni sull’anno nuovo o sul prossimo decennio, chiedendo agli intervistati come immaginano la Russia tra cinquant’anni, quando certamente non ci saranno più i capi attuali e il mondo potrebbe essere radicalmente diverso in generale.

I risultati di questo “sondaggio estremo” non aggiungono sensazioni particolarmente favorevoli, rimanendo proiettati sulle immagini retoriche della “grande Russia guidata da una mano forte di un autocrate e popolata da famiglie numerose”.Tutt’intorno ci sono i robot dipinti come le ceramiche russe Gžel e una rete artificiale sovrana, addestrata sui testi di Dostoevskij, Dugin e del Domostroj medievale, il “codice di comportamento morale” dei tempi della Terza Roma, un futuro in cui risplende il passato più oscuro. Secondo i risultati pubblicati dal sito, il 56% della popolazione pensa che la Russia si estenderà sempre di più a livello territoriale, il 53% che aumenterà di molto il numero dei suoi abitanti, il 59% che la sua autorità nel mondo sarà sempre più forte, e ben il 73% è sicuro che ci sarà un’enorme crescita tecnologica. Anche se in realtà un segnale di preoccupazione viene indicato dal 23% degli intervistati, che ritiene che la Russia del futuro avrà una popolazione molto più ridotta di quella attuale.

Le proporzioni tra una maggioranza ottimista e una significativa minoranza pessimista si ritrovano anche a riguardo del tenore di vita della Russia futura, che per il 49% sarà più elevato, per il 25% non andrà oltre l’attuale e il 14% che immagina un continuo impoverimento. Tra i più scettici vi sono gli imprenditori, massacrati dalle politiche militari di questi anni. La domanda più complicata posta dai sondaggisti riguarda le libertà civili e politiche della Russia tra mezzo secolo, a cui oltre il 20% ha dichiarato di “non sapere che cosa rispondere”. Di quelli che hanno risposto, il 34% ritiene che ci saranno maggiori libertà, la stessa percentuale afferma che saranno uguali a quelle odierne, e il 12% che ce ne saranno ancora di meno. I più ottimisti sono i giovani negli anni dello studio, e i più pessimisti – guarda caso – sono gli imprenditori.

Nel complesso, tra le varie tendenze prevale quella che ritiene che “tutto rimarrà come oggi”, lo Stato proseguirà nella sua linea bellico-repressiva e la popolazione continuerà a sottomettersi e adattarsi. Sarebbe strano, del resto, se ci fosse oggi una convinzione diffusa che ci possano essere cambiamenti radicali sul breve e sul lungo periodo: l’impressione è che la Russia non presenterà il suo nuovo volto entro la fine di questo secolo, e il “congelamento” sarà il tipico inverno infinito prima di eventuali improvvisi “disgeli” e brevissime primavere.

Il fatto che la maggioranza dei russi non veda un luminoso futuro del Paese, peraltro, non significa che ciò che si immagina coincida con quanto si desidera. Negli ultimi anni, e come eredità di tradizioni secolari, i russi hanno imparato a mantenere dentro di sé i propri desideri più autentici, o ad esprimerli con grande circospezione; l’ultimo a parlare esplicitamente della “felice Russia del futuro” è stato Aleksej Naval’nyj, annichilito nel gelo del lager quasi due anni fa, il 16 febbraio 2024.

La speranza nel futuro è in effetti un argomento primario delle concezioni religiose, e molte delle previsioni sono condizionate dalle minacce della Chiesa ortodossa di finire all’inferno, accompagnati dal “diavolo in persona” individuato da dichiarazioni di ortodossi russi in questi giorni nel patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo (Archontonis). La prospettiva apocalittica predicata dal suo grande avversario, il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev), accompagna ogni visione del presente e del futuro fin da prima dell’avvento dello zar Putin, come ha sottolineato la specialista di questioni religiose Vita Tatarenko, consigliera della presidenza ucraina. Ella ricorda che la propaganda della “guerra santa” era già in atto negli anni Novanta, anche se in modalità soft e implicita, ma già orientata sulla futura aggressione.

Una delle previsioni più drammatiche per il futuro della Russia riguarda infatti lo scontro delle due Chiese ortodosse in Ucraina, quella filo-moscovita Upz e quella autocefala Pzu. La prima dovrebbe essere eliminata per legge, ma nonostante il passaggio di circa 1.500 comunità a quella avversaria, essa mantiene una proporzione del doppio della seconda, e nel confronto si evidenzia la dimensione simbolica dello scontro di civiltà e scenari del futuro. L’Ucraina ha tardato a rispondere non tanto sul campo nel 2022, quanto sugli altari nel 1992, quando il suo metropolita Filaret (Denisenko) si illuse di chiudere la questione auto-proclamandosi patriarca di Kiev, titolo che conserva come “onorario” nel suo palazzo di sovietica memoria all’età di 97 anni, esempio supremo di un passato di contraddizioni che non vuole scomparire.

La “de-nazificazione” ideologica dell’Ucraina, giustificazione ufficiale della guerra, è un derivato della “de-ortodossizzazione” decisa insieme al patriarca di Costantinopoli oggi demonizzato, e le visioni del futuro non possono prescindere dalla visione religiosa che alimenta le previsioni e le speranze con motivazioni “superiori”. Quale Ortodossia, quale Cristianesimo ci sarà tra cinquant’anni in Russia, in Ucraina, in Europa e nel mondo intero? Questa domanda non rientra nei sondaggi dei vari specialisti e agenzie, ma riguarda veramente la consistenza e l’identità dei popoli del futuro.

APOFTEGMI DI SANT’ANTONIO ABATE

(1) Il santo padre Antonio, una volta, mentre era seduto nel deserto, si trovò in preda alla tristezza e a una fitta oscurità  di pensieri; diceva a Dio: “Signore, voglio salvarmi, ma i pensieri non me lo permettono. Che cosa farò nella mia tribolazione? Come mi salverò?” Ed ecco che, sporgendosi un po’, Antonio vede uno come lui, che sta seduto e lavora, poi si alza dal lavoro e si mette a pregare, poi torna a sedersi e ad attorcigliare corde, e poi di nuovo si alza a pregare: era un angelo di Dio, inviato per correggere Antonio e rassicurarlo. Allora sentì che l’angelo diceva: “Fa’ così, e ti salverai”. A queste parole, Antonio provò grande gioia e coraggio; e così facendo si salvò.

(2) Il padre Antonio, scrutando l’abisso dei giudizi di Dio, domandò: “Signore, come mai alcuni muoiono dopo una vita breve, mentre altri diventano molto vecchi? E perché alcuni vivono in povertà, mentre altri sono ricchi? Perché uomini ingiusti sono ricchi e uomini giusti sono poveri?” Allora gli arrivò una voce che diceva: “Antonio, bada a te stesso. Questi sono giudizi di Dio, e a te non conviene conoscerli.” 

(3) Un tale fece questa domanda all’abate Antonio: “Che cosa devo osservare per piacere a Dio?” L’anziano gli rispose: “Osserva quello che ti ordino: dovunque tu vada, tieni sempre Dio davanti agli occhi; e qualunque cosa tu faccia, segui la testimonianza delle Sacre Scritture; in qualunque luogo tu ti stabilisca, non muoverti di lì dopo poco. Osserva questi tre comandi, e ti salverai”.

(4) Disse il padre Antonio al padre Poimén: “Questa è la grande opera dell’uomo: gettare su se stesso la propria colpa davanti a Dio, e aspettarsi tentazioni fino all’ultimo respiro”.

(5) Disse anche: “Nessuno,  che non sia stato tentato, potrà entrare nel regno dei cieli. Infatti –dice –  togli le  tentazioni, e  nessuno si salva.”

(6) Il padre Pambone interrogò il padre Antonio: “Che cosa devo fare?” Gli risponde l’anziano: “Non confidare nella tua giustizia, non darti pensiero di ciò che passa, domina la lingua e il ventre”.

(7) Il padre Antonio disse: “Ho visto tutte le reti del nemico dispiegate sopra la terra, e gemendo ho detto: ‘Chi riuscirà a sfuggirne?’  E ho sentito una voce che mi diceva: ‘L’umiltà”.

(8) Un’altra volta disse che ci sono alcuni i quali hanno macerato il corpo nell’ascesi ma, non avendo il discernimento, sono finiti lontano da Dio.

(9) Disse ancora che dal prossimo dipendono la vita e la morte: se infatti guadagniamo il fratello, guadagniamo Dio, se scandalizziamo il fratello, pecchiamo contro Cristo.

(10) Disse ancora: “Come i pesci restando all’asciutto muoiono, allo stesso modo i monaci, attardandosi fuori dalla cella o passando del tempo con persone del mondo, allentano la tensione alla pace interiore/  vita interiore. E’ dunque necessario che, come il pesce si affretta al mare, così noi ci affrettiamo alla nostra cella, perché non capiti che, attardandoci fuori, ci dimentichiamo di custodire dentro / della custodia interiore.

(11) Una volta disse: “Chi siede nel deserto e attende alla pace interiore, è liberato di tre guerre: quella dell’udito, quella del parlare e quella del vedere; gliene resta una sola, quella del cuore.”

(12) Alcuni fratelli si recarono dal padre Antonio, con l’intenzione di raccontargli delle visioni che avevano, e sapere da lui se erano vere o se venivano dai demoni. Avevano un asino, che morì durante il viaggio. Quando dunque arrivarono dall’anziano, questi, prevenendoli, disse loro: “Come mai l’asinello è morto per strada?” Gli chiedono: “Come fai a saperlo, padre?” E lui risponde: “I demoni me l’hanno fatto vedere”. Allora gli dicono: “Noi proprio per questo siamo venuti a interrogarti:  per non sbagliare,  perché vediamo delle visioni, e spesso sono vere”.  E l’anziano, con l’esempio dell’asino, li convinse pienamente che le visioni venivano dai demoni.

(13) Nel deserto c’era un tale che andava a caccia di animali selvatici. Costui vide il padre Antonio che scherzava con i fratelli e se ne scandalizzò. Allora l’anziano, volendolo convincere che ogni tanto bisogna compiacere i fratelli, gli dice: “Metti una freccia nel tuo arco, e tendilo”, e quello lo fece. Gli dice: “Tendilo un’altra volta”, e lui lo tese. Gli dice ancora: “Tendilo”. Allora il cacciatore gli dice: “Se lo tendo oltre misura, l’arco si rompe”. E l’anziano gli risponde: “Così è anche per l’opera di Dio: se tendiamo troppo l’arco con i fratelli, ben presto si spezzano. Perciò ogni tanto si deve accondiscendere ai fratelli.” A queste parole, il cacciatore fu preso da compunzione e,  molto edificato dall’anziano, si allontanò.  Anche i fratelli, rassicurati, si ritirarono nei loro luoghi.

(14) Il padre Antonio sentì parlare di un giovane monaco che in viaggio aveva operato un prodigio: aveva visto degli anziani che camminavano ed erano affaticati: allora  aveva dato ordine a degli asini selvatici di venire, di caricarsi degli anziani e di portarli fino ad Antonio. Gli anziani dunque riferirono al padre Antonio il fatto. Ed egli dice: “Questo monaco mi sembra una nave piena di tesori, ma non so se arriverà in porto.” Ed ecco che qualche tempo dopo il padre Antonio incomincia all’improvviso a piangere, a strapparsi i capelli, a lamentarsi. I discepoli gli dicono: “Perché piangi, padre?” E l’anziano rispose: “Una grande colonna della Chiesa poco fa  è caduta – si riferiva al giovane monaco –  ma, dice, andate da lui a vedere che cosa è successo.” I discepoli vanno e trovano il monaco seduto su una stuoia che piange la colpa  commessa. Vedendo i discepoli dell’anziano, dice “Dite all’anziano che supplichi Dio di concedermi dieci giorni soli, e spero di fare ammenda”. E nello spazio di  cinque giorni morì. 

(15) Un monaco fu lodato dai fratelli alla presenza del padre Antonio. Allora, presolo da parte, egli lo mise alla prova per vedere se sopportava il disprezzo, e avendo trovato che non lo sopportava, gli disse: “Mi sembri un villaggio tutto adorno sul davanti, saccheggiato dai predoni sul retro”.

(16) Un fratello disse al padre Antonio: “Prega per me”. L’anziano gli dice: “Né io né Dio possiamo avere pietà di te, se tu stesso non ti dai da fare e non preghi Dio”.

(17) Una volta degli anziani si recarono dal padre Antonio, e con loro c’era il padre Giuseppe. Allora l’anziano, volendo metterli alla prova, propose loro una frase della Scrittura, e cominciando dai più giovani chiese loro che cosa significasse. Ciascuno rispondeva secondo le proprie capacità. Ma l’anziano a ciascuno diceva: “Non hai ancora trovato”. Ultimo tra tutti interroga il padre Giuseppe: “Secondo te che cosa significa questa parola?” Risponde: “Non lo so”. Gli dice il padre Antonio: “Il padre Giuseppe ha trovato davvero la strada, perché ha detto: ‘Non so’.”

(18) Alcuni fratelli partirono da Scete per andare a trovare il padre Antonio. Imbarcandosi, trovarono un anziano che voleva anche lui andare là. I fratelli però non lo conoscevano. Seduti nella nave, conversavano delle parole dei Padri, di quelle della Scrittura e anche dei loro lavori manuali. L’anziano taceva. Arrivati all’ormeggio, si scoprì che anche l’anziano andava dal padre Antonio. Quando giunsero, Antonio disse loro: “Avete trovato un buon compagno di viaggio in  questo anziano!” Poi all’anziano disse: “E tu, padre, ti sei trovato con dei buoni fratelli.” L’anziano risponde: “Buoni lo sono, ma il loro cortile non ha porta e chi vuole può entrare nella stalla e slegare l’asino.” Voleva dire che chiacchieravano di qualunque cosa venisse loro alla bocca.

(19) Alcuni fratelli si recarono dal padre Antonio e gli chiesero: “Dicci una parola: come ci salveremo?” L’anziano risponde loro: “Avete udito la Scrittura? E’ quello che ci vuole per voi.” Ma essi: “Anche da te, Padre, vogliamo sentire qualcosa”. E l’anziano: “Il vangelo dice: ‘Se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra’(Mt 5, 39).” Gli rispondono: “Non siamo capaci di farlo.” Allora l’anziano dice: “Se non siete capaci di porgere anche l’altra, almeno tenete ferma la prima”. Gli rispondono: “Nemmeno di questo siamo capaci”. E l’anziano: “Se non riuscite a  fare neppure questo, non restituite il male che avete ricevuto.” Rispondono: “Non siamo capaci neppure di questo.” Allora l’anziano dice al suo discepolo: “Prepara loro una polentina: sono deboli.  Se di questo non siete capaci e di quello non avete voglia,  che cosa posso fare per voi? C’è bisogno di preghiere”.

(20) Un fratello che aveva rinunciato al mondo e aveva dato le sue sostanze ai poveri, ma aveva trattenuto per sé qualcosa, si recò dal padre Antonio. L’anziano, conoscendo la cosa, gli dice: “Se vuoi diventare monaco, va’ in quel villaggio, compera della carne, legatela sul corpo nudo e in questo modo  vieni qui.” Avendo il fratello eseguito l’ordine, i cani e gli uccelli gli lacerarono il corpo.  Quando si presentò all’anziano, questi gli chiese se aveva fatto come gli aveva consigliato, e quello gli fece vedere il corpo tutto dilaniato. Allora sant’Antonio gli dice: “Coloro che hanno rinunciato al mondo, ma vogliono tenere dei beni, in questo modo vengono fatti a pezzi dai demoni combattendo contro di loro.” 

(25) Disse il padre Antonio: “Verrà un tempo in cui gli uomini impazziranno, e quando vedranno uno che non è impazzito,  gli si rivolteranno contro dicendogli: ‘Tu sei pazzo!’ perché non sarà come loro”.

(27) Tre padri avevano l’abitudine di andare ogni anno a trovare il beato Antonio. Due di loro lo interrogavano sui pensieri e sulla salvezza dell’anima, una stava in assoluto silenzio e non domandava nulla. Dopo molto tempo il padre Antonio gli dice: “Ecco, è tanto tempo che vieni qui e non mi chiedi nulla”. E quello rispose: “A me basta solo vederti, Padre.”

(29) Un fratello in un cenobio fu calunniato con l’accusa di impurità. Levatosi, andò dal padre Antonio.  Ed ecco che i fratelli dal cenobio  vennero per prendersi cura di lui e riportarlo indietro. Allora cominciarono ad accusarlo: “Tu ti sei comportato così”. E lui si difendeva: “Non ho commesso nulla di questo genere”. Capitò lì a proposito l’abate Pafnuzio detto Cefala, che disse questa parabola: “Ho visto sulla riva di un fiume un uomo gettato nella melma fino alle ginocchia, ed alcuni,  sopraggiunti per dargli una mano, lo hanno affondato nella melma fino alla gola.” Allora il padre Antonio disse loro, riferendosi al padre Pafnuzio: “Ecco un uomo vero, capace di curare e di salvare le anime”. Perciò, presi da compunzione all’udire le parole degli anziani, si inginocchiarono davanti al fratello e, ammoniti dai padri, lo ricondussero al cenobio.     

(32) Disse il padre Antonio: “ Io non temo più Dio, lo amo. Infatti l’amore scaccia il timore (1Gv 4, 18)”.

(33) Disse anche: “Abbi sempre davanti agli occhi il timore di Dio. Ricordati di colui che fa morire e fa vivere (1 Sam 2,6). Odiate il mondo e tutto ciò che contiene, odiate ogni soddisfazione   del corpo. Rinunciate a questa vita affinché viviate per Dio. Ricordate che cosa avete promesso a Dio: infatti ve lo  chiederà nel giorno del giudizio. Sopportate la fame, la sete, la nudità, le veglie, piangete, gemete, affliggetevi nel vostro cuore; giudicate se siete degni di Dio; disprezzate la carne, per salvare la vostra anima.

(35) Il padre Antonio disse: “Chi batte una sbarra di ferro, prima ha l’idea di ciò che ne vuol fare: una falce, o una spada o un’ascia. Così anche noi dobbiamo sapere a quale virtù  tendiamo, per non faticare a vuoto.”

(36) Disse ancora: “L’obbedienza e la continenza ­domano le bestie feroci”.

(37) Disse anche: “Conosco monaci che dopo molte fatiche sono caduti e sono arrivati a uscire di senno, per avere confidato nella loro opera trascurando il precetto che dice: ‘Interroga tuo padre ed egli te lo annunzierà”.

(Apoftegmi tratti dal libro: ”Lotte e tentazioni dei Padre del deserto”- Padre Livio – Edizioni Sugarco)

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