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Le suore che costruiscono una chiesa in Siria tra gli spari

Foto di Andrea Prada Bianchi  

Reportage

Le suore che costruiscono una chiesa in Siria tra gli spari

Andrea Prada Bianchi – 08 dic 2025

A Fons Pacis, nell’ovest del paese, dove 20 monache Trappiste dicono: “Abbiamo paura. Che ci succederà domani?”

Andrea Prada Bianchi  08 dic 2025 il  foglio

A Fons Pacis, nell’ovest del paese, dove 20 monache Trappiste dicono: “Abbiamo paura. Che ci succederà domani?”

Nel monastero di Fons Pacis, arroccato su una collina della Siria occidentale, madre Marta Fagnani e le sue cinque consorelle pregano ogni giorno col rumore di spari in sottofondo. Mentre cantano i loro salmi durante le sette preghiere quotidiane di rito, sembrano non accorgersi delle raffiche di mitra. A volte, raccontano, i proiettili grandinano dal cielo danneggiando i pannelli solari del monastero. Madre Fagnani è in Siria da esattamente 20 anni, e nel 2008 era tra le quattro suore che arrivarono qui al confine con il Libano per piantare la croce di fondazione di Fons Pacis. Scelsero una collina tra il villaggio cristiano di Azer e il paese sunnita di al Halat, in una regione prevalentemente alauita, la setta sciita minoritaria associata all’ex presidente Bashar el Assad. Quando il cielo è terso, si intravede il Mediterraneo a ovest. Fagnani e le altre appartengono a uno degli ordini cattolici più esigenti, quello Trappista, e dedicano la loro vita alla contemplazione, al silenzio, alla preghiera e al lavoro. Tre anni dopo essere arrivate, proprio quando il monastero iniziava a prendere forma, la Siria precipitò nella guerra civile. Fagnani dovette sospendere i lavori e accontentarsi di una piccola struttura temporanea, dove ancora oggi vivono e pregano.

Nel 2022, quando la presa di Assad sulla Siria sembrava salda, le monache iniziarono a costruire il monastero che avevano ideato originariamente. Mai avrebbero potuto immaginare che lo scorso 8 dicembre il paese sarebbe caduto sotto il controllo di Hayat Tahrir al Sham (Hts), un gruppo ribelle un tempo affiliato ad al Qaeda. Il progetto di Fagnani, già ambizioso in un paese che i cristiani stanno abbandonando da decenni, sembra ora impensabile sotto un governo islamista non ancora in grado tenere a freno le sue fazioni più estremiste.

“E’ pura follia”, dice Fagnani parlando del monastero, “mi sento più insicura ora che durante la guerra. Allora avevamo paura delle bombe, ma non avevamo la sensazione di poter diventare un bersaglio”. A 64 anni, Fagnani è una donna robusta e pragmatica dall’accento lombardo, “non una suorina precisina a cui non piace sporcarsi le mani”. Camminando nello scheletro in cemento del futuro monastero, non riesce a fare a meno di sorridere mentre spiega la funzione di ogni stanza. Per quella che dovrebbe diventare la loro futura casa, le Trappiste hanno fatto le cose in grande.

Il complesso occupa un’area poco più grande di un campo da calcio. La chiesa è alta 12 metri, con tre navate e un’imponente facciata collegata a un chiostro su due piani con camere per ospitare 20 suore. Fagnani, così come gli operai cristiani di Azer, sa che un edificio di queste dimensioni potrebbe attirare attenzioni indesiderate dalle persone sbagliate. E sia lei sia i muratori sembrano pronti a correre il rischio. “Perché dobbiamo avere paura di costruire una bella chiesa?”, dice la monaca. “Ma abbiamo anche chiesto al nostro architetto di abbassarla un po’ rispetto al disegno originale. Gli abbiamo detto: ‘Senti, qua ci ammazzano…’”.

Durante la settimana che abbiamo trascorso a Fons Pacis, si è sentito sparare ogni giorno. La gente del posto e le suore – due italiane, due ecuadoriane, una angolana e una argentina – spiegano che spesso provengono da matrimoni e altre celebrazioni. Da quando è caduto il regime di Assad, tuttavia, vengono anche da scontri tra milizie sunnite rivali, operazioni legate al contrabbando e attacchi contro gli alauiti. A volte si sente solo qualche sparo, a volte intere raffiche. “La paura viene dal fatto che ora non sappiamo chi e perché stia sparando”, spiega Fagnani, azzittendosi un attimo per valutare una raffica insolitamente lunga. “Come faccio a sapere che non viene da un gruppo che ce l’ha con i cristiani?”. Quando le si chiede se ci si abitua agli spari, risponde semplicemente inarcando le sopracciglia e ondeggiando la mano: così così.

Prima della guerra, i cristiani costituivano circa il 10 per cento della popolazione siriana. Secondo alcune stime, la percentuale è scesa ora al 3 per cento. Hts prese di mira le proprietà cristiane già quando governava Idlib, la città nel nord della Siria da dove è partito il contrattacco al regime. A giugno, un attentato suicida nella chiesa di Mar Elias a Damasco ha ucciso 25 persone e ferite una cinquantina, tra cui la sorella di una delle lavoratrici di Fons Pacis. I cristiani sono stati presi di mira durante gli scontri a Suwayda e a ottobre due sono stati uccisi vicino al castello crociato di Krak dei Cavalieri. Nella stessa zona, a fine novembre, un gruppo di motociclisti ha sfilato sventolando bandiere jihadiste nella piazza dove si stava addobbando l’albero di Natale. Krak dei Cavalieri dista solo 13 chilometri in linea d’aria da Fons Pacis. Ahmed al Sharaa, nuovo presidente della Siria ed ex leader di Hts – fino al mese scorso nella lista dei terroristi degli Stati Uniti – ha espresso le sue condoglianze dopo l’attentato di Damasco, ma molti cristiani sono ancora scettici sul suo impegno nel proteggere le minoranze. Il governo ha chiesto alle donne di vestire in maniera modesta in spiaggia. Nella capitale, alcuni locali notturni sono stati presi di mira da uomini armati.

Nella zona di Fons Pacis, la tensione è alta. A Talkalakh, la città più vicina, posti di blocco si susseguono ogni poche centinaia di metri. La regione si trova ai margini del territorio costiero abitato dagli alauiti. Negli ultimi mesi, sono stati perseguitati in un’ondata di revanscismo da parte della maggioranza sunnita, anche nei pressi di Fons Pacis. In alcune occasioni, Fagnani ha ospitato alauiti che lavoravano al monastero perché avevano paura di tornare a casa la notte. Scontri tra fazioni sunnite rivali non sono rari e diverse milizie (siriane e straniere) hanno battuto la zona intorno a Fons Pacis. Gli abitanti di Azer ricordano con particolare timore una milizia cecena che ha operato nella zona dall’inizio dell’anno fino a luglio. Lo stesso custode del monastero, un uomo anziano e disarmato, racconta di essersi scontrato con due degli stranieri, che non parlavano arabo e gli hanno puntato contro i mitra. 

Fagnani e le altre ora non solo vivono con la costante paura che un gruppo estremista possa prenderle di mira, ma stanno anche costruendo una piccola cattedrale in un luogo dove sarà quasi impossibile trovare novizie. E non devono trovare suore qualsiasi, ma suore disposte a rimanere in clausura a vita. “Sì, questa è la vera follia”, ammette Fagnani, “perché siamo consapevoli della nostra precarietà e qui non ci sono quasi vocazioni”. 

Intorno allo scheletro del futuro monastero, tonnellate di pietre bianco-rosate sono accatastate in attesa di rivestire le mura ancora in calcestruzzo. Dopo la caduta di Assad, i lavori sono rallentati perché la scarsa sicurezza limita i movimenti delle varie ditte. Essendo l’unica che parla arabo, Fagnani è anche l’unica in grado di coordinare i lavori in cantiere. “Se tutto andasse liscio, potremmo finire in un paio d’anni”, spiega camminando tra le mura delle 20 celle preparate per le future  monache. “Dopodiché, dobbiamo solo trovare le suore”, aggiunge quasi con ironia.

Foto di Andrea Prada Bianchi     

Nei 20 anni trascorsi in Siria (quasi un terzo della sua vita), Fagnani è passata attraverso il regime, la guerra e il trionfo degli islamisti. Ha visto morire due delle quattro fondatrici arrivate ​​con lei nel 2005, scomparse a maggio proprio mentre il monastero iniziava a prendere forma. Ha conosciuto e incontrato religiosi come lei che sono finiti rapiti o uccisi, tra cui padre Paolo Dall’Oglio, e ha assistito all’esodo dei cristiani. Eppure, ha continuato a costruire.

L’idea di fondare un monastero in terra araba risale al 1996, quando sette monaci trappisti dell’abbazia di Tibhirine, in Algeria, furono rapiti e uccisi durante la guerra civile. A Fagnani, ai tempi monaca nel monastero di Valserena (Cecina), toccò il compito di leggere alle sorelle riunite in refettorio la notizia del ritrovamento delle teste dei monaci. Da allora, l’idea di continuare la loro missione non l’ha più lasciata. Quando l’ordine lanciò la chiamata di raccogliere l’eredità di Tibhirine, si offrì volontaria. Con tre sorelle, arrivò ad Aleppo nel 2005 senza parlare una parola di arabo e iniziò a cercare un terreno per la nuova fondazione, fino ad arrivare ad Azer.

Nel 2011, quando il progetto stava iniziando a prendere piede, il paese implose e nel 2013 la guerra raggiunse il monastero. Milizie provenienti dal Libano attraversavano il confine per unirsi ai ribelli contro l’esercito siriano nella zona di Fons Pacis. “Per fare la spesa, dovevamo attraversare strade prese di mira dai cecchini”, racconta Fagnani, “ e all’apice dei combattimenti aerei da guerra e razzi sorvolavano il monastero. Abbiamo imparato a riconoscere i diversi tipi di artiglieria. Nelle notti peggiori dormivamo in corridoio perché era più sicuro e per tre anni abbiamo tenuto una borsa pronta coi passaporti”. Sebbene in molti dicessero loro di lasciare il paese, non se ne sono mai andate. Alla fine degli anni 10, il regime di Assad aveva riconquistato gran parte del territorio siriano, confinando i ribelli a Idlib. La situazione nel paese sembrava abbastanza stabile per iniziare a costruire il monastero secondo il disegno originale, e nel 2023 Fagnani e le altre gettarono le fondamenta. Un anno dopo, quegli stessi ribelli di Idlib sono arrivati ai piedi del monastero.

Fons Pacis è collegato ad Azer da una strada a curve che dal villaggio sale sulla collina. All’inizio della strada, una sonnolenta stazione di polizia mantiene la sicurezza della zona. Le mura esterne recentemente ridipinte con la nuova bandiera siriana, ospitano una decina di uomini della sicurezza generale. Tre di loro, in uniformi raffazzonate, raccontano orgogliosi dei giorni della “rivoluzione” a dicembre. Sono uomini dell’ex Hts e hanno preso parte all’offensiva che in 11 giorni ha posto fine a 50 anni di regime di Assad. Sorseggiando una tazza di tè, il più giovane, Ali al Jaseem, dice di non aver ancora avuto l’“onore” di incontrare madre Fagnani. Cresciuto a Idlib, una città governata da islamisti per più di dieci anni, all’inizio di agosto si è ritrovato a proteggere una mezza dozzina di suore e un villaggio cristiano. Proprio come Fagnani, non sembra accorgersi dell’eco degli spari provenienti da fuori. “Le autorità ci rispettano, anche perché siamo straniere e ora vogliono stabilire relazioni con la comunità internazionale”, dice Fagnani, passeggiando sul tetto del monastero. “Ma domani? Una volta che il mondo si dimenticherà di nuovo della Siria?”.

L’Europa, il nuovo avversario degli Stati Uniti

IL FOGLIO – David Carretta – 08 dicembre 2025

La nuova dottrina di Washington segna la fine dell’illusione transatlantica: l’Europa scopre di essere sola proprio mentre Trump ne mette in discussione sicurezza, commercio e democrazia

Se ce ne fosse stato ancora bisogno, la pubblicazione da parte della Casa Bianca della nuova Strategia di sicurezza nazionale e la reazione americana alla multa inflitta dalla Commissione a X dimostrano che l’Amministrazione Trump non considera più l’Europa come un alleato, e nemmeno come un partner, ma semplicemente come un avversario, se non un nemico. I peggiori presentimenti dei leader europei sulla rottura della relazione transatlantica, che si erano accumulati negli ultimi dieci mesi, si sono trasformati in realtà nel corso di un fine settimana.

E la realtà è violenta. Perché, al di là dei documenti ufficiali o dei post virulenti su X, il tradimento dell’Europa prende la forma di un abbandono della sua sicurezza, compresa la difesa dell’Ucraina dall’aggressione della Russia, nel momento in cui Trump è sempre più vicino a imporre una capitolazione a Kyiv.

Restano dieci giorni ai leader europei per diventare adulti e smettere di cullarsi nell’illusione di non dover fare scelte difficili. Il Consiglio europeo del 18 e 19 dicembre, quando i capi di stato e di governo devono decidere su come garantire il finanziamento per permettere all’Ucraina di continuare a difendersi, sarà il banco di prova.

C’è una lezione sulla sequenza di eventi delle ultime settimane. Non basta scegliere l’asservimento, la lusinga e la docilità di fronte a Donald Trump per sperare nella sua clemenza. La strategia degli europei dal suo ritorno alla Casa Bianca è stata quella dell’appeasement. La Commissione di Ursula von der Leyen ha rinunciato alle ritorsioni commerciali dopo l’imposizione dei primi dazi di Trump a febbraio e marzo. A luglio von der Leyen si è piegata a un accordo fortemente penalizzante che impone dazi americani al 15 per cento sui prodotti europei e l’azzeramento dei dazi sui prodotti degli Stati Uniti. Alla Nato i leader europei hanno accettato di portare la spesa per la difesa al 5 per cento del pil.

Sull’Ucraina hanno acconsentito alla richiesta degli Stati Uniti di pagare per le armi necessarie a Kyiv per difendersi. La Commissione ha anche limitato l’applicazione delle regole europee sul digitale. La multa imposta a X venerdì di 120 milioni di euro è arrivata dopo che le indagini si sono trascinate per due anni ed è minima rispetto al tetto massimo del 6 per cento del giro d’affari globali di Elon Musk e del suo conglomerato.

L’appeasement dell’Ue finora ha solo alimentato l’appetito dell’aggressore. La dimostrazione è avvenuta in una riunione dei ministri del Commercio il 24 novembre, dove erano stati invitati a pranzo anche i due principali responsabili dell’Amministrazione Trump. Gli europei speravano di essere rassicurati da Howard Lutnick e Jamieson Greer sulla volontà degli Stati Uniti di ridurre i dazi sui prodotti derivati dell’acciaio e sui vini e gli alcolici, dato che l’Ue sta mantenendo la sua promessa di comprare centinaia di miliardi di euro di gas naturale liquefatto. Lutnick e Greer hanno risposto che avrebbero iniziato a discutere di nuove concessioni solo se (e quando) l’Ue avrebbe modificato la sua legislazione sul digitale per non colpire i giganti americani della Tech.

Tuttavia è illusorio sperare che questa Amministrazione Trump operi secondo i princìpi transazionali che il presidente americano predica con la sua “arte del deal”. Dietro alla sua ostilità verso l’Ue c’è molta più ideologia di quanto siano disposti a riconoscere i leader europei.

La Strategia di sicurezza nazionale pubblicata giovedì notte dalla Casa Bianca iscrive come politica ufficiale degli Stati Uniti un programma il cui fondamento ideologico è l’antitesi della democrazia liberale europea (e – per inciso – degli Stati Uniti fino al ritorno di Donald Trump al potere). Non è la libertà dell’individuo a essere al cuore della dottrina americana, ma lo stato-nazione contraddetto dalla struttura sovranazionale europea.

Non sono i diritti e la democrazia a guidare la politica estera americana, ma l’equilibrio tra grandi potenze che l’Ue rigetta nella sua essenza. Non è la Costituzione il cuore pulsante dell’Amministrazione, ma i diritti naturali concessi da Dio che mettono in discussione il principio stesso di una democrazia. Il Cremlino ha applaudito alla nuova Strategia di sicurezza nazionale, dato che rispecchia gran parte del suo pensiero ideologico e delle sue priorità geopolitiche. 

L’Unione europea è diventata il nemico di entrambi. Gli Stati Uniti incoraggeranno gli alleati ideologici di Trump, i sedicenti “Patrioti” che vogliono smantellare l’Ue, esattamente come ha fatto la Russia finora.

“La Strategia di sicurezza nazionale afferma ipocritamente che gli Stati Uniti non interferiranno più per promuovere la democrazia e i diritti umani in medio oriente, Asia e America latina, ma interferiranno nel processo democratico dei loro alleati europei per promuovere governi compatibili con Trump”, spiega su X Mujtaba Rahman, direttore per l’Europa di Eurasia Group.

E lo fà al fianco della Russia, che da anni cerca di destabilizzare i sistemi democratici europei attraverso la polarizzazione e la disinformazione a favore dei partiti antisistema di destra e di sinistra. Il documento americano “è una minaccia evidente a tutte le democrazie europee”. Eppure Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz e gli altri leader europei “hanno scelto di rimanere silenti in pubblico sull’agenda anti europea dell’Amministrazione Trump”, dice Rahman.

Chi ha parlato, come l’Alto rappresentante Kaja Kallas, è apparso come un vecchio disco rotto. “Gli Stati Uniti sono ancora il nostro più grande alleato (…). Penso che non siamo sempre stati d’accordo su diversi argomenti, ma credo che il principio generale sia ancora valido. Siamo i più grandi alleati e dovremmo restare uniti”, ha detto Kallas durante un forum a Doha.
 

Martin Sandbu, commentatore del Financial Times, la scorsa settimana sosteneva che gli europei hanno urgentemente bisogno di un piano per disaccoppiarsi dagli Stati Uniti su commercio, finanza e difesa. Ma il primo passo deve essere riconoscere che gli Stati Uniti non sono più alleati.

 A giudicare dalla reazione della Commissione alla Strategia di sicurezza nazionale la lezione non è stata ancora appresa. “Accogliamo con favore la forte priorità che la Strategia attribuisce alla fine della guerra della Russia contro l’Ucraina”, ha detto un portavoce dell’esecutivo von der Leyen. “Prendiamo nota dell’attenzione che la Strategia dedica agli sviluppi nell’emisfero occidentale, fondamentali per la sicurezza degli Stati Uniti. Concordiamo pienamente sul fatto che ‘l’Europa rimane strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti’ e che ‘il commercio transatlantico rimane uno dei pilastri dell’economia globale e della prosperità americana’” Sulla difesa “stiamo rafforzando le nostre capacità” ha detto la Commissione. “Il commercio e gli investimenti transatlantici rimangono una risorsa importante sia per l’economia europea che per quella statunitense”.

 Per Ursula von der Leyen, “il partenariato transatlantico è unico e, come sempre, gli alleati sono più forti insieme”. C’è da aspettarsi altro appeasement e altre illusioni.

DEDICATA A BERNADETTE

POESIA DI PADRE LIVIO

+Bernadette stella lucente

nel cielo azzurro dei Pirenei

risplendi ora come un sole

nella Chiesa del Signore

+La tua vita è un torrente

di acqua fresca e pura

che scorre tra le rocce aguzze

dell’aspra montagna.

+Il mare pacifico

dell’eterno amore

ti ha accolta vincitrice.

+Lo sguardo di Maria

si è posato,

colmo di ammirazione,

sul pane amaro

della tua umiliazione.

+Eri la fanciulla più ignorante,

più povera e dimenticata.

Dio sceglie le cose che non sono

per compiere le meraviglie

della sua Onnipotenza.

+In un angolo stretto e oscuro

di prigione abbandonata

ti ha raggiunto, ignara,

la chiamata del Cielo.

+Quel mattino uggioso

dell’ undici febbraio

il rustico caminetto

esalava i guizzi flebili

dell’ultima fiamma.

+La tua sollecitudine

di fanciulla premurosa

ti ha portata come d’incanto

alla grotta sconosciuta,

a cercare nuova legna

per ravvivare il fuoco.

+Te beata, piccola bimba,

che hai potuto contemplare

la luce sfolgorante

dell’eterna giovinezza

dell’Ancella del Signore!

+Il suo sorriso d’amore

ti ha rapito gli occhi

e riscaldato il cuore.

+Ma ancora più beata

per il tuo “sì” ardente

che la Madre di Dio

ha deposto sull’altare

della gloria celeste.

+La tua testimonianza,

limpida e schietta,

è un raggio di luce chiara

che illumina i sentieri

di questo mondo smarrito.

+Sul tuo volto sereno

di fanciulla innocente

è brillato il sorriso

di Colei che il nostro cuore

mai si sazia di cercare.

+Il tuo coraggio indomito

ha confuso i potenti

nei pensieri del loro cuore.

+A noi canne sbattute

dal vento del timore

dona l’audacia

del cammino controcorrente.

+Le tue mani pure

hanno scavato nel fango immondo

dell’umana iniquità.

+Una sorgente d’acqua limpida

che lava e disseta

è versata sulla terra arida

delle nostre anime morte.

+In un mattino di Marzo,

sfolgorante di luce,

la Piena di Grazia ha deposto

nello scrigno del tuo cuore

il tesoro nascosto

del suo Nome Immacolato.

+Era il giorno benedetto

In cui Gabriele annunciò

la salvezza del mondo.

+Tu hai portato alla Chiesa in festa

l’approvazione del Cielo

sul mistero inaccessibile

di santità e di grazia

di cui l’Altissimo ha rivestito

la Vergine Maria.

+Te, umile fiore di campo,

coltivato da Dio,

il palcoscenico del mondo

non ha mai attirato

con la sua falsa luce.

+Hai voluto restare povera

e, come fuoco che scotta,

hai prontamente rigettato

l’oro lucente e infido

che ti veniva donato.

+Come Abramo hai lasciato

la terra dove sei nata.

La tua casa, la tua grotta,

i tesori del tuo cuore,

interamente hai bruciato

nella fiamma viva

del sacrificio d’amore.

+Hai abbracciato la croce

sulla quale il tuo Sposo

dolcemente ti ha posato,

stringendoti forte

alla ferita del costato.

+Tu, martire crocifissa,

sei la forza dei malati.

In te contemplano la redenzione

che zampilla dal dolore.

+Col tuo volto sorridente

di eterna giovinetta

aiuta i nostri giovani

a guardare alla vita

con gli occhi della speranza.

+A questo mondo contaminato

dal fango del peccato

ottieni, fanciulla innocente,

la grazia della purezza

( Nel libro “Sui passi di Bernadette” di Padre Livio – ed Sugarco)

“Que soy era immaculada councepciou”

Bernadette strumento di grazia

Da una ventina di giorni ormai Bernadette non si recava alla grotta. Come spesso accade nella sapiente pedagogia divina, i momenti di grande grazia sono preparati da un tempo di purificazione, di aridità e di prova. Poi, quando meno te l’aspetti, la grazia irrompe nella tua vita come un fulmine a cielo sereno. Da tre settimane la piccola non sentiva nessuna attrazione di recarsi alla grotta. I visitatori andavano diminuendo, mentre la pressione delle autorità si faceva più audace. Si era dunque chiuso quello strano fenomeno di una giovane donna che si manifestava nella nicchia di una grotta a Massabielle?

Bernadette vive l’attesa oscura della fede. Dopo quindici apparizioni la veggente continua a chiamare l’apparizione “Aquero”, “Quella cosa”, rinunciando per il momento a identificarla con la santa Vergine. Anche i veggenti hanno i loro tunnel oscuri da percorrere, quando il soprannaturale sembra improvvisamente eclissarsi.

Durante la notte che precede la grande solennità dell’Annunciazione ecco che la grazia passa improvvisamente a visitare l’umido Cachot, dove la famiglia Soubirous, sei persone sistemate su due letti, dorme il sonno tranquillo dei giusti. Bernadette si sveglia, prima ancora dell’alba, mentre avverte in fondo al cuore un’attrazione che le è ben nota. Al riconoscerla il suo cuore trabocca di gioia e attende che si avvicini la pallida luce del mattino. Alle quattro però non riesce più stare nel letto. Si alza, si veste e senza esitazioni corre verso la grotta. Quando Dio chiama, bisogna correre. Gli appuntamenti col soprannaturale non ammettono pigrizie, o ritardi, o dilazioni.

Hai notato la corsa di Pietro e Giovanni al sepolcro, quando le donne annunciano che il Signore è risorto? Se leggi attentamente la Bibbia ti renderai conto di questa particolare “fretta”, che caratterizza gli incontri con Dio. Mi ricordo che a Medjugorje, quando vi era l’apparizione di notte sulla montagna, riservato al gruppo di preghiera di Ivan, si correva così veloci lungo quei sentieri, inerpicandoci fra i sassi e le spine, che io mi ritrovavo sempre ad arrivare per ultimo trafelato e borbottante.

Quel giorno benedetto però non era solo Bernadette ad avere fretta. Anche la Madonna aspettava impaziente quel momento di grande grazia in cui avrebbe rivelato il suo nome immacolato. Dio ci fa attendere, prima di concederci le grazie, perché vuole disporre il terreno affinché possano dare frutti abbondanti. Non appena però i tempi sono maturi, non indugia un solo istante, ma realizza immediatamente quanto ha progettato di fare.

L’apparizione dura ormai da un’ora, preceduta come sempre dalla preghiera del S. Rosario. Il cuore di Bernadette ora è pronto per formulare ancora una volta l’audace richiesta e per accogliere la grande rivelazione. Vorrei farti notare, caro amico, come dopo ben quindici apparizioni la veggente non osi ancora identificare la giovane donna con la santa Vergine. Non vedi in tutto questo una regia divina, che prepara la manifestazione del mistero dell’Immacolata Concezione?

Il nome, nella prospettiva biblica, esprime la profondità inafferrabile di una persona. Chi è Maria se non colei che, unica fra le creature, è stata concepita “immacolata”? Questa è la realtà profonda della sua persona che sta per essere svelata ed è per questo che fino a quel momento era stata indicata da nessun nome, se non da quello vago di “Aquero”, “Quella cosa”.

La rivelazione del mistero abissale di Maria è certo un grandissimo dono di grazia, fra i più straordinari che la Madonna ci abbia dato nelle sue apparizioni. Tuttavia esso ci viene dato attraverso una mediazione umana. Se Bernadette non l’avesse richiesto con insistenza, ripetendo la domanda per ben quattro volte, la Madonna non ci non ci avrebbe rivelato il tesoro nascosto della sua concezione immacolata.

“Signorina, volete avere la bontà di dirmi chi siete, per piacere?”, chiede la piccola veggente, col coraggio che le viene dal viso accondiscendete della giovane donna. Quest’ultima sorride, ma tace. Bernadette incalza, senza mostrare segni di scoraggiamento, mentre “Aquero” sorride sempre più bella. È forse facendo riferimento a questa sua personale esperienza che un giorno Bernadette dirà che la santa Vergine ama essere pregata a lungo?

Alla quarta volta la giovane donna cessa di sorridere. Tiene le mani giunte, mentre il rosario le pende dal braccio destro. Improvvisamente le mani si abbassano verso terra allargandosi, poi si ricongiungono all’altezza del petto e, alzando gli occhi al cielo, dice con ineffabile dolcezza: “Que soy era Immaculada Counceptiou”.

 “Domandai per tre volte chi fosse – racconta Bernadette – ma le risposte furono altrettanti sorrisi. Mi azzardai a riproporle la domanda e questa volta Ella levò lo sguardo verso il cielo, congiungendo in segno di preghiera le mani che erano tese ed aperte verso terra, e mi disse: Io sono l’Immacolata Concezione. Queste sono le ultime parole che mi ha rivolto. I suoi occhi erano blu”.

Esiste forse un momento più grande di questo nelle innumerevoli apparizioni mariane della storia? Io credo di no. Te beata, piccola Bernadette, che hai potuto contemplare l’umile grandezza di Maria, mentre si inabissava nel suo nulla, dal quale l’amore del Creatore l’aveva tratta, per farne il Tempio della sua gloria. Te beata, che hai visto gli occhi blu di Maria levati al cielo, gli occhi della sottomissione, gli occhi della gratitudine, gli occhi della lode, gli occhi dell’adorazione. Te beata, che hai contemplato la grandezza della creatura quando accetta con gioia la dipendenza dal suo Creatore. Te beata, che hai guardato l’essere umano nello splendore immacolato della prima creazione. Te beata che hai ammirato in Maria, perfetta redenta, la gloria della nostra redenzione. Te beata, che hai potuto scorgere nel destino di beatitudine della Madre quello che attende i suoi figli. Te beata, perché hai osato e hai creduto e attraverso di te è scesa sul mondo una luce che non si spegnerà più!

“Umile e alta più che creatura” (Dante)

La richiesta del nome era venuta dalla Chiesa, rappresentata dal parroco, ed è a lui che Bernadette corre per riferire quanto detto da “Aquero”. Peyramale aveva chiesto come segno che fiorisse il cespuglio del rosaio selvatico che pendeva da sotto la nicchia. Aveva avuto in risposta un segno ben più grande.  “Immacolata Concezione” è una espressione che racchiude un abisso insondabile di luce. Peyramale ne è investito e quasi accecato.

Avrebbe potuto accettare che la giovane donna dicesse di essere colei che era stata concepita senza peccato originale. Ma definire sé stessa “Immacolata Concezione” gli appariva assurdo. Non comprendeva, ma nel medesimo tempo capiva che una grande luce si era accesa nella nicchia di Massabielle, una luce così grande che né lui, né la piccola veggente potevano afferrare.

In realtà l’espressione “Immacolata Concezione” è assolutamente pertinente. Essa significa non solo che Maria è immacolata, ma che è la concezione immacolata per eccellenza, in quanto è l’unica creatura concepita senza la macchia del peccato originale. In questa espressione non solo è indicata la perfetta santità di Maria, ma anche l’unicità irrepetibile del suo essere incontaminato, in un mondo in cui tutti gli esseri umani portano il segno umiliante del male.

L’istante in cui la santa Vergine ha pronunciato il suo nome è rimasto impresso nell’anima di Bernadette come un sigillo indelebile. La descrizione che ce ne ha fatto vale da sola più di qualsiasi trattato di mariologia. Maria vi appare in tutta la sua abissale piccolezza e nel medesimo tempo nella sua sconfinata grandezza. Quando la Madonna dice “io”, scompare nella luce purissima della sottomissione e della riconoscenza al Creatore.

Innanzi tutto abbassa le braccia, per indicare il nulla dal quale è stata tratta. Poi le solleva al petto, congiungendole in atteggiamento di suprema adorazione. Quindi, senza alzare la testa, eleva gli occhi verso il cielo, alla fonte suprema dell’essere, della vita e della grazia. Poi pronuncia ciò che è, senza nulla tacere della sua infinita grandezza e senza minimamente appropriarsene, ma lasciando che l’immensità della luce divina che da lei emana celebri la gloria dell’Altissimo.

Potremo noi parlare così di Maria? Impareremo la grande lezione di Lourdes, dove la Madre di Dio ci ha manifestato quale mistero inafferrabile di grandezza è in lei, piccola serva del Signore? Avremo ancora paura di confessare quale mirabile creatura Dio ci abbia donato come madre? Esiteremo ancora a presentare al popolo cristiano le grandi cose che in lei ha fatto l’Onnipotente?

Rimango stupito davanti a questo miracolo dello spirito, unico e irripetibile, di vedere una creatura manifestare, col più semplice e trasparente dei gesti, che tutto il suo essere di luce è soltanto un puro dono di grazia. Comprendo che quando tacciamo sul mistero di infinita grandezza di Maria, o quando cerchiamo di oscurare il posto che Dio le ha affidato al suo fianco nell’opera della Redenzione, noi in realtà facciamo torto all’Onnipotente e anche a noi stessi, che abbiamo in Maria l’onore del genere umano e la speranza della gloria futura.

Bernadette trasparenza dell’Immacolata

È un mattino luminoso quello che vede la piccola messaggera trottelerrare verso la casa parrocchiale. Il cielo è terso, mentre a oriente l’aurora tinge di rosa l’orizzonte. Una luminosa trasparenza avvolge dolcemente uomini e cose. Bernadette si affretta a portare il grande annuncio alla Chiesa, ripetendo ad ogni passo il nome misterioso e incomprensibile. Che cosa significherà mai questa parola “Councepciou”, mai udita prima?

Contemplo questa bimba, nel cui cuore la Madonna ha deposto un segreto, nascosto nella mente di Dio fin dal momento della creazione del mondo. È il segreto del nome della creatura santa e perfetta, chiamata a diventare Madre di Dio e Madre degli uomini. Lo Spirito Santo l’aveva già rivelato alla Chiesa, che solo quattro anni prima l’aveva proposto come verità di fede a tutti i fedeli. Ora il cielo approva e conferma, posando questa perla preziosa nel cuore di una creatura, fra le più piccole e ignorate della terra.

Mi chiedo come doveva essere quel cuore, per accogliere in sé stesso lo splendore verginale di quella rivelazione di luce. Dio non getta le perle ai porci (Mt 7,6). Bernadette ha ripetuto in più di una occasione che se la santa Vergine l’aveva scelta, era perché non vi era un’altra persona più ignorante di lei. “Mi ha raccolto come un ciottolo”, amava dire. Se invece fossa stata raccolta come una perla di inestimabile valore? Se fosse stata scelta perché Dio non aveva trovato un’altra creatura più limpida, più pura e più trasparente di lei?

Il nome santo di “Immacolata Concezione” poteva essere deposto soltanto nel più innocente dei cuori. Bernadette, come la piccola fanciulla di Nazareth, era la più umile, ma anche la più pura. I suoi biografi giustamente colgono nella luminosa trasparenza della sua anima il tratto caratteristico della sua santità. Non vi è dubbio che la fanciulla abbia fatto uno straordinario cammino spirituale negli anni successivi alle apparizioni. Ma la bellezza spirituale della sua persona risplende fin dall’inizio. Il suo viso “dolce”, il suo sguardo “limpido” e “celestiale”, che lasciavano ammirati coloro che la vedevano, manifestava il candore della sua anima rivestita dalla grazia santificante.

In Bernadette risplende quell’innocenza battesimale, che andò sempre più intensificandosi nel corso della sua vita. Maria ha deposto la perla preziosa del suo nome in un cuore di ineguagliabile trasparenza. La piccola contadina di Lourdes, nella sua persona semplice, umile, modesta e pura è un segno donato al mondo dello splendore divino dell’Immacolata.

(Sui passi di Bernadette – di Padre Livio – Ed Sugarco -cap. 10)

Papa Leone XIV: facciamo spazio a Gesù nella nostra vita

L’Angelus in piazza San Pietro

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano, domenica 7 dicembre 2025, 12:06 (ACI Stampa).

Seconda domenica del tempo di Avvento. E’ il primo Natale di papa prevost, questo. Il sole, timido, riscalda la piazza. Solo qualche nuvola, leggera, velata, invernale. E’ il momento dell’Angelus. Mezzogiorno, l’annuncio a Maria. E nella meditazione di oggi papa Leone XIV si concentra sulla venuta del Regno di Dio: “Prima di Gesù, confronta sulla scena il suo Precursore, Giovanni il Battista. Egli predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!»” così comincia papa Leone XIV. 


E continua: “Nella preghiera del “Padre nostro”, noi chiediamo ogni giorno: «Venga il tuo regno». Gesù stesso ce l’ha insegnato. E con questa invocazione ci orientiamo al Nuovo che Dio ha in serbo per noi, riconosciamo che il corso della storia non è già scritto dai potenti di questo mondo. Mettiamo pensieri ed energie a servizio di un Dio che viene a regnare non per dominarci, ma per liberarci” continua papa Prevost.  Le parole del Battista sono severe, certo, ma il popolo le ascolta perché dentro sente “risuonare l’appello di Dio a non scherzare con la vita, ad approfittare del momento presente per prepararsi all’incontro con Colui che giudica in base alle opere e alle intenzioni del cuore, e non secondo le apparenze”.

Ricorda le parole, poi, del profeta Isaia: il rimando a Cristo, che diviene “germoglio”: immagine di nascita e di novità. Cita, papa Leone XIV, il Concilio Vaticano II, “che si concludeva proprio sessant’anni fa: un’esperienza che si rinnova quando camminiamo insieme verso il Regno di Dio, tutti protesi ad accoglierlo ea servirlo. Allora non soltanto germogliano realtà che parevano deboli o marginali, ma si realizza ciò che umanamente si sarebbe detto impossibile” continua papa Leone XIV. 

Infine l’esortazione per tutti: “Prepariamoci al suo Regno, facciamogli spazio. Il “più piccolo”, Gesù di Nazaret, ci guiderà! Lui che si è messo nelle nostre mani, dalla notte della sua nascita all’ora oscura della morte in croce, risplende sulla nostra storia come Sole che sorge. Un giorno nuovo è iniziato: svegliamoci e camminiamo nella sua luce!”.

E dopo la preghiera dell’Angelus ricorda il recente viaggio apostolico in Turchia: “Ci siamo incontrati per pregare insieme ad Iznik, l’antica Nicea, dove 1700 anni fa si tenne il primo concilio ecumenico. Proprio oggi ricorre il sessantesimo anniversario della dichiarazione comune tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora che poneva fine alle reciproche scomuniche. Rendiamo grazie a Dio e rinnoviamo l’impegno nel cammino  verso la piena unità visibile di tutti i cristiani”. E, sempre sul recente viaggio, dice: “In Turchia ho avuto la gioia di incontrare la comunità cattolica. Attraverso il dialogo paziente e il servizio a chi soffre, essa testimonia il Vangelo dell’amore e la logica di Dio che si manifesta nella piccolezza.  Il Libano continua a essere un mosaico di convivenza e mi ha confortato ascoltare tante testimonianze in questo senso”.

Il pensiero corre, poi, alla pace: “Quanto è avvenuto nei giorni scorsi in Turchia e Libano ci insegna che la pace è possibile e che i cristiani in dialogo con gli uomini e le donne di altre fedi e culture possono contribuire a costruirla. Non lo dimentichiamo, la pace è possibile!”.

Infine, un riferimento ai recenti disastri del sud-est asiatico duramente provati dai disastri naturali come le inondazioni di questi giorni: “Prego per le vittime, per le famiglie che piangono i loro cari e per quanti portano soccorso. Esorto la comunità internazionale e tutte le persone di buona volontà a sostenere con gesti di solidarietà i fratelli e le sorelle di quelle regioni”.

La deriva nazionalista della Russia

di Stefano Caprio – Asia News – 7 Dicembre 2o25

All’ideale della “riunione universale dei popoli” sotto la guida di Mosca si sostituisce oggi la ricerca della purezza della Russkaja Obščina, la “comunità russa” che esclude tutti gli altri dalla sua orgogliosa solitudine universale. Mentre dall’inizio del 2025 sono noti 276 casi di aggressione per motivi di odio interetnico in Russia, con 7 persone che hanno perso la vita.

Mentre si trascinano stancamente le recite delle “trattative di pace” tra la Russia sempre più aggressiva di Putin e l’Ucraina sempre più disgregata di Zelenskyj, con l’amichevole passeggiata sulla Piazza Rossa dei mediatori Steve Witkoff e Kirill Dmitriev, la Russia si avviluppa in una deriva nazionalista e ultra-conservatrice sempre più radicale, che sembrava estranea all’ideologia imperiale del Russkij Mir, l’ideale della “riunione universale dei popoli” sotto la guida di Mosca. Ora invece prevale la ricerca della purezza della Russkaja Obščina, la “comunità russa” che esclude tutti gli altri popoli dalla sua orgogliosa solitudine universale.

I nazionalisti russi sono chiamati gli “ultra”, spesso ridotti a gruppi di “cacciatori di migranti”, difficili da distinguere dai movimenti analoghi delle regioni contro cui si accaniscono, come i caucasici a loro volta super-nazionalisti, seguaci del presidente ceceno Ramzan Kadyrov o di altri leader del Caucaso settentrionale, che si accordano con la “Comunità Russa” nella difesa della “nazione”. Come ricorda nella trasmissione Grani Vremeni di Radio Svoboda l’esperta di Memorial per le questioni della discriminazione razziale, Stefania Kulaeva, fino a pochi anni fa le autorità russe cercavano di estinguere questi fenomeni con forti politiche repressive, e si chiede “a che cosa servano oggi gli ultra-nazionalisti per la politica del Cremlino”.

I gruppi di nazionalisti oggi sono sempre più numerosi in Russia, dal Severnyj Čelovek (“Uomo settentrionale”) al Rusič (“Uomo della Rus”) fino appunto alla Russkaja Obščina e a decine di altre compagnie di questo orientamento a livello locale. Alla vigilia della festa per l’Unità del Popolo dello scorso 4 novembre i loro rappresentanti hanno effettuato una marcia nel quartiere periferico moscovita di Ljubertsy, con maschere nere, simboli nazisti e slogan sulla “purezza della nazione”, circondati dalla polizia che si è ben guardata dall’intervenire.

Gli ultra oggi sostengono la guerra in Ucraina, compiono azioni di vario genere per contrastare gli aborti, girano per terrorizzare gli immigrati, perseguitano gli attivisti Lgbt, e i loro “valori tradizionali” praticamente coincidono con quelli propagandati ufficialmente dal Cremlino. Nel primo decennio del secolo i movimenti di estrema destra erano stati repressi e decapitati, dopo le prime “marce russe” per le strade di Mosca e San Pietroburgo, con decine di migliaia di aderenti. I primi leader furono arrestati e accusati di numerosi reati, come Aleksandr Potkin, il fondatore del “Movimento contro l’immigrazione illegale” insieme al suo sodale Dmitrij Demuškin, ritenuti colpevoli di “creazione di associazione estremistica”, proibita e sciolta nel 2011. Un altro leader di quest’area, Maksim Martsinkevič, condannato per estremismo, fu trovato morto nella sua cella d’isolamento dopo un interrogatorio.

Oggi invece le autorità si mettono d’accordo con i nazionalisti su diverse questioni, sia a livello regionale che federale, evidenziando la deriva sempre più isolazionista della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, nonostante i proclami della sobornost ecumenica imperiale. La retorica sull’immigrazione si volge sempre più all’ostilità e all’emarginazione degli stranieri, soprattutto quelli provenienti dai Paesi dell’Asia centrale, il “cortile posteriore” dei tempi sovietici che gode di sempre minore fiducia da parte dei russi. Putin ha firmato di recente la nuova “Concezione sulle migrazioni”, dove risulta evidente che la Russia non ha intenzione di adattare e integrare i flussi di migranti e non vuole risolvere grazie a loro la crisi demografica, come sarebbe in realtà più che necessario.

Si esalta invece la “crescita naturale della popolazione russa” con ogni forma di incentivo alla natalità, gratificando con sussidi statali perfino le ragazze adolescenti che accettano di farsi ingravidare per spirito patriottico. La migrazione viene quindi sempre più regolata come “non familiare”, escludendo mogli e figli, che non vengono ammessi per la grande maggioranza all’iscrizione scolastica in Russia, negando loro l’assistenza sanitaria e rimandandoli preferibilmente a casa loro. Questo approccio contraddice tutte le esigenze non solo demografiche, ma anche economiche della Russia, come affermano sottovoce tutti gli esperti, anche a livello governativo. Invece la propaganda nazionalista eccita soprattutto i più giovani, che si lanciano nelle risse con i figli dei migranti, pubblicando le immagini sui canali Telegram.

Questa spirale di violenza è strettamente legata alla necessità di mobilitazione della popolazione alla guerra; la Russkaja Obščina non esprime soltanto xenofobia o islamofobia, vuole esaltare le “fondamenta della russicità”, e in questo sostiene le motivazioni del Cremlino per la “liquidazione dell’Ucraina”, lo scopo non solo della guerra nel Donbass, ma della contrapposizione radicale contro ogni limitazione della natura russa. Senza la guerra, questa esasperazione potrebbe facilmente dileguarsi, e gli estremisti di destra potrebbero diventare pericolosi e senza controllo, e comunque non necessari alla politica statale, e questa è una delle motivazioni per cui il Cremlino non ha nessuna intenzione di stringere accordi di pace.

Nei giorni scorsi a Mosca si è tenuto il “Forum Ideologico Panrusso”, che aveva come tema fondamentale la “restituzione a Dio del Mondo Russo” e la proclamazione dell’Impero Russo, secondo le intenzioni degli organizzatori, l’oligarca ortodosso Konstantin Malofeev e il filosofo Aleksandr Dugin. A loro parere, l’immagine della Russia del futuro è legata indivisibilmente alla “nazione russa trinitaria”, nel senso dell’unione della Grande Russia con la Russia Bianca e la Piccola Russia, come vengono chiamate la Bielorussia e l’Ucraina. Secondo i loro proclami, “per formare una nazione bisogna trovare un’idea comune, che risponda alle esigenze della giustizia sociale” e questa è appunto “l’idea russa”, e gli ideologi garantiscono che “non ha nulla in comune con il nazismo”.

Uno scandalo è sorto per un intervento del noto attore Sergej Bezrukov, che ha imitato grottescamente l’accento uzbeko, raccontando di una sua recente visita a Taškent. Un gruppo di neo-nazisti di San Pietroburgo si è riunito al teatro Mariinskij, personaggi piuttosto grotteschi a detta di vari commentatori, che si riuniscono nel “Partito della Patria” Rodina, con toni nostalgici che ricordano i tempi sovietici con la rete di comunisti a livello internazionale. I nazionalisti funzionano all’interno della Russia per attirare le fasce più estreme e marginali, raccontando della “restaurazione della Santa Rus’ delle origini”, l’argomento delle lezioni di Dugin alla Scuola di Patriottismo della Scuola Superiore di Economia di Mosca, l’accademia che fino alla guerra si distingueva per le capacità di dialogo con le università di tutto il mondo.

Soltanto nel mese di novembre si hanno notizie di 28 vittime dell’odio contro gli stranieri, spesso attestate dai video diffusi sui canali Telegram dagli stessi aggressori, come avvenuto soprattutto in occasione della festa patriottica del 4 novembre. Si sono moltiplicate le “marce contro gli occupanti della terra russa”, con l’apparizione di un nuovo movimento, la “Organizzazione nazional-socialista per la liberazione dell’Europa dei bianchi”. Dall’inizio del 2025 sono noti 276 casi di aggressione per motivi di odio interetnico in Russia, con 7 persone che hanno perso la vita, per non parlare degli atti di vandalismo xenofobo, che non vengono registrati dalle forze dell’ordine.

Nella città di Vjatka i nazionalisti si sono fotografati con la bandiera imperiale nelle mani, mentre sfilano per la strada, a Perm sono stati esposti cartelli con la scritta “Basta con la tolleranza”, mentre a Nižnij Novgorod nel parco centrale della città sono stati posti dei fiori al memoriale per i caduti in Afghanistan e nella guerra civile in Cecenia. I membri della Russkaja Obščina hanno partecipato alle processioni religiose in moltissime città, da Vladivostok a Orel, Ekaterinburg, Ussurijsk e Kaluga. Altre manifestazioni si sono tenute nel corso del “mese patriottico” nei musei, nei cinema e nei concerti, e sono stati tenuti molti “raduni di vigilanti” nelle città contro i migranti centrasiatici, nei ghetti delle città dove “vivono masse di illegali di altra cultura”, come recita un avviso della Comunità Russa.

La xenofobia è una caratteristica molto diffusa nelle società di tanti Paesi, anche in Europa e nell’America trumpiana, e potrebbe rimanere una delle conseguenze principali dei conflitti in corso dall’Ucraina alla Striscia di Gaza, sempre più alimentate dalle ideologie nazionaliste, sovraniste, imperialiste o comunque si declinino oggi le forme ideologiche del tradizionalismo artificioso, di cui la Russia è sicuramente uno dei Paesi ispiratori a livello mondiale.

Ucraina, la premio Nobel Matvijchuk: «Putin non vi darà tempo, ha già portato la guerra in Europa»

di Federico Fubini – Corriere della Sera – 8 Dicembre 2025

Oleksandra Matvijchuk, avvocata 42 enne di Kiev: «Europa e Usa ci facciano vincere. L’alternativa è peggiore perché sarete i prossimi»

Oleksandra Matvijchuk, avvocata 42 enne di Kiev, il premio Nobel per la Pace l’ha meritato e vinto realmente. Ma al summit del Grand Continent a Saint Vincent dice che lo cederebbe volentieri a Trump, se il presidente degli Stati Uniti aiutasse realmente l’Ucraina a trovare una pace credibile. Ma Matvijchuk, nel 2014 una delle organizzatrici delle manifestazioni spontanee di Euromaidan, avverte: «Trump ripete spesso che questa non è la sua guerra, che l’ha ereditata da Biden e che con lui non sarebbe mai iniziata. Ma adesso, dopo il vertice di Anchorage con Putin, questa è realmente la sua guerra. Se non riuscirà a fermarla — nota — passerà alla storia come un presidente debole. La Russia ha l’economia del Texas, non di più».

Lei dice anche che dall’inizio l’Ue ha cercato di gestire la prevenzione dell’escalation con la Russia, non di aiutare l’Ucraina a vincere. Perché?
«Quando la guerra del 2022 è iniziata, l’Ue, gli Stati Uniti e altri Paesi hanno soprattutto aiutato l’Ucraina a non crollare. Ne siamo estremamente grati, ci avete aiutato a sopravvivere. Ma questo approccio spiega anche perché abbiamo atteso più di un anno per il primo carrarmato moderno, più di tre anni per il primo aereo moderno. E stiamo ancora aspettando i razzi Taurus, i Tomahawk, l’accesso alle riserve russe, un tribunale speciale sull’aggressione e molto altro».

Lei come se lo spiega?
«C’è un’enorme differenza fra aiutare l’Ucraina a non crollare e aiutarla a vincere. Possiamo misurare concretamente questa differenza nel tipo di armi fornite, nella rapidità delle decisioni, nella serietà delle sanzioni. Aiutare l’Ucraina a non fallire è una politica reattiva. Non è una strategia. Aiutare l’Ucraina a vincere richiede una strategia e azioni decise».

Crede che gli europei non abbiano mai creduto che fosse possibile per l’Ucraina vincere la guerra e non volessero alienarsi la Russia?
«Penso che la risposta sia di natura etica. Capiamo in modi molto diversi il significato dell’espressione “mai più”. Per gli ucraini significa “mai più” campi di concentramento, erosione dell’identità delle persone, sterminio fisico di una nazione, mai più tortura e stupro. Combatteremo il male, anche se il male è molto più forte di noi. Combattiamo anche solo per la minima possibilità che i nostri figli vivano senza paura e abbiano un futuro. Ma per i cittadini dell’Ue che hanno ereditato la democrazia dai loro nonni, che danno per scontata la loro sicurezza, che considerano la libertà come la possibilità di scegliere tra diversi tipi di formaggio al supermercato, l’espressione “mai più” ha un significato diverso».

Vuole dire che per italiani, francesi o tedeschi, significa «mai più» per noi, ma non per gli altri?
«Significa non essere “mai più” disposti a pagare un prezzo elevato per la nostra libertà. Anche se fossero in gioco le vite di altri, non saremo disposti a rischiare per esse. E ci si può permette un approccio del genere in tempi di pace, ma mi spiace dire che non viviamo più in tempi di pace. Se non sarete in grado di fermare Vladimir Putin in Ucraina, lui andrà oltre e attaccherà altri Paesi europei».

Dunque lei ritiene che l’approccio europeo in questa guerra ha fallito?

«La gestione che mira a evitare l’escalation ha portato alla situazione attuale: Putin ha detto chiaramente che la Russia è pronta a entrare in guerra con l’Unione europea».

E l’Europa è pronta?
«C’è da chiederselo. I vostri governi dicono che occorreranno anni per aumentare le capacità di difesa. Ma perché pensate che Putin vi concederà questi anni? I droni sono già in Polonia, in Danimarca, in Germania, in Belgio, in Francia. Lo so che le persone iniziano a capire che c’è una guerra solo quando le bombe cadono sulle loro teste. Ma la guerra moderna è diversa. Basta che dei droni non identificati volino vicino all’aeroporto di Monaco per paralizzare il traffico in una vasta parte della Germania e causare perdite per miliardi di euro. Bastano pochi droni non controllati, che costano migliaia di euro, per provocare danni per miliardi. La nuova guerra sarà così».

Molti europei pensano che se si cedesse l’Ucraina o parte dell’Ucraina a Putin, lui sarebbe sedato. Perché si sbagliano, a suo avviso?
«Questo modo di pensare è comprensibile, nel suo cinismo. Ma non porta sicurezza. Siamo molto interconnessi. Le truppe russe commettono crimini orribili in Cecenia, in Moldavia, in Georgia, in Mali, in Libia, in Siria e altrove. Non sono mai state punite. Credono di poter fare quel che vogliono. L’appetito vien mangiando. Se l’Europa è così spaventata e passiva e dà per scontato che la sicurezza venga dagli Stati Uniti ma non è più vero, perché pensate che l’appetito di Putin passerà?»

SANT’AMBROGIO

Ermes Dovico – La nuova Bussola – 07_12_2025 

Per la sua opera a salvaguardia della dottrina, è stato proclamato Dottore della Chiesa. Fu anche autore di inni sacri. E quando, a rischio della vita, si barricò con i fedeli dentro una basilica per non cederla agli ariani, introdusse il canto antifonale, uno dei suoi numerosi apporti alla liturgia.

«Ambrogio vescovo!». Chissà quanto sarebbe stata diversa la storia di Milano e della sua diocesi, da secoli descritte con l’aggettivo «ambrosiana», nonché dell’intera Chiesa, senza la voce di quel bambino che nel 374 gridò il nome dell’allora alto funzionario imperiale Ambrogio (340-397), cui subito seguì l’acclamazione dei fedeli riuniti in chiesa. Il santo, come racconta il suo segretario e biografo Paolino, vi si era recato per calmare gli animi di cattolici e ariani (dichiarati eretici mezzo secolo prima dal concilio di Nicea, ma ancora influenti), perché alla morte del vescovo ariano Aussenzio ognuna delle due parti voleva un successore gradito. Ambrogio fece di tutto, tentando perfino di macchiare la sua buona fama, per rifiutare l’incarico. Era un semplice catecumeno e non si sentiva preparato né vedeva gli ordini sacri nel suo futuro, ma di fronte alla perseveranza dei fedeli decise alla fine di accettare, ormai convinto che quella fosse la volontà di Dio.

Con la consacrazione del 7 dicembre, iniziò il suo lungo ministero episcopale destinato a lasciare un’impronta perenne nella Chiesa e che ne ha reso un modello per i vescovi. Ambrogio si impegnò da subito a colmare le sue lacune teologiche, studiando alacremente le Sacre Scritture e imparando a commentarle attraverso le opere di Origene (da cui mutuò la pratica della lectio divina) e di santi come Atanasio e Basilio Magno. Per Ambrogio la Bibbia è «un mare che racchiude in sé sensi profondi e abissi di enigmi profetici», perciò la sua lettura deve accompagnarsi alla preghiera ed essere essa stessa preghiera, per assimilare concretamente nel cuore la Parola di Dio e incarnarla nella propria vita. «Quando si leggevano le storie dei Patriarchi e le massime dei Proverbi, abbiamo trattato ogni giorno di morale affinché, formati e istruiti da essi, vi abituaste a entrare nella via dei Padri e a seguire il cammino dell’obbedienza ai precetti divini», insegnava ai catecumeni.

Questo approccio orante ai testi sacri aiutò la conversione di sant’Agostino, che era venuto a Milano da scettico e con l’intento di contrastare Ambrogio, il quale invece lo riceveva sempre amabilmente e lo attraeva con la sua predicazione. Ma ancor più che dai discorsi, Agostino rimase impressionato dalla testimonianza che la Chiesa riunita come un corpo solo diede nel 386, quando Ambrogio si oppose energicamente alla decisione di Valentiniano II (istigato dalla madre Giustina) di cedere una basilica agli ariani, tanto da barricarvisi dentro assieme ai fedeli – con i soldati imperiali fuori – e indurre gli eretici a desistere. «Il popolo devoto vegliava, pronto a morire con il proprio Vescovo», scrisse Agostino nelle Confessioni, il che stride con il modo in cui certe chiese vengono profanate oggi. Fu in quella circostanza che Ambrogio, autore di inni sacri rivelatori del suo talento musicale, introdusse il canto antifonale, uno dei suoi numerosi apporti alla liturgia, poi mantenuti dai suoi successori come nucleo del Rito ambrosiano.

Era benevolo con gli ultimi, a cui aveva donato i suoi beni all’inizio dell’episcopato, e fermo con i potenti, anche se questi erano suoi protettori come l’imperatore Teodosio, uno dei tre a promulgare l’editto di Tessalonica (380) con il quale il cristianesimo venne dichiarato religione ufficiale dell’impero. Così, quando Teodosio ordinò una strage tra il popolo tessalonicese per vendicare l’uccisione di un ufficiale, Ambrogio gli scrisse che avrebbe dovuto fare penitenza, cosa che l’imperatore fece piangendo «pubblicamente nella Chiesa il suo peccato». Nell’esercitare esemplarmente l’autorità morale della Chiesa riaffermò che essa era stata fondata su Pietro (ubi Petrus, ibi Ecclesia / «dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa») ed ebbe un ruolo decisivo nella difesa di papa Damaso contro i tentativi dell’usurpatore Ursino.

Per la sua opera a salvaguardia della retta dottrina, che ha esposto in vari scritti, è stato proclamato tra i primi grandi quattro dottori della Chiesa, assieme ad Agostino, Girolamo e Gregorio Magno. Si soffermò spesso sul ruolo della Madonna nella storia della salvezza, esortando i fedeli a imitarla («sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore»), a iniziare dalla sua fede: «Se, secondo la carne, una sola è la madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo», diceva commentando il Vangelo e dimostrando come Gesù fosse il termine ultimo della sua teologia, di cui diede prova visibile anche nelle ultime ore terrene: morì infatti all’alba del Sabato Santo, passando il pomeriggio della vigilia a pregare disteso sul letto e con le braccia aperte a formare una croce.

La Ue stretta tra Putin e Trump

di Giuseppe Sarcina| Corriere della Sera – 5 dicembre 2025

Senza la sponda Usa è sempre più difficile prendere decisioni sull’Ucraina e sulla difesa dei propri confini

Nel documento sulla «Strategia di sicurezza nazionale», pubblicato ieri dalla Casa Bianca, a un certo punto si legge: «Se va avanti così, tra vent’anni l’Europa non sarà più riconoscibile…c’è il rischio reale ed evidente che la sua civiltà venga cancellata». Con una battuta si potrebbe osservare che per quanto riguarda gli Stati Uniti, non è necessario aspettare vent’anni: già oggi sono irriconoscibili. Ma, purtroppo, le battute non bastano.

Quel testo delinea il quadro della politica estera americana. In grande sintesi: l’Amministrazione Trump rivendica l’influenza in esclusiva sull’America Latina; cerca un’intesa con la Russia e un modo per convivere con la Cina.

 I passaggi più aspri sono riservati a noi europei: «La Ue e altri organismi transnazionali stanno mettendo a rischio la libertà politica e la sovranità degli Stati». E ancora: «le politiche migratorie stanno trasformando il continente, soffocando e censurando la libertà di parola e sopprimendo l’opposizione politica».

È facile riconoscere le impronte digitali di J.D. Vance. Il vice presidente Usa aveva già espresso gli stessi concetti il 14 febbraio scorso, nel discorso tenuto alla «Conferenza sulla sicurezza di Monaco».

In realtà da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, la Ue e i Paesi del Vecchio continente hanno patito l’offensiva politico-diplomatica americana, dai dazi all’aumento delle spese militari Nato. Fino a restare sostanzialmente soli al cospetto di Vladimir Putin. Ci sarà mai una risposta europea? O meglio, perché sembra così difficile reagire? Ci sono molte spiegazioni. Una è quella prospettata da Paolo Valentino sul Corriere di giovedì 4 dicembre: la paura, intesa come mancanza di coraggio politico, che paralizza le scelte su tutti i fronti. Dal rapporto con gli Usa a quello con la Russia.

Oltre alla paura, ci sono anche le divisioni e le ambiguità. Il 2025 ci lascia in eredità almeno due questioni cruciali che gli europei non riescono ad affrontare e risolvere fino in fondo. La più urgente riguarda il giudizio su Putin. Il presidente russo rappresenta davvero una minaccia esistenziale per l’Europa? Il solco all’interno dell’Unione europea si sta allargando sempre di più. I governi dell’Est e del Nord Europa,dalla Polonia alla Finlandia, dai Baltici all’Olanda, da tempo non ragionano sul «se», ma sul «quando» Putin attaccherà il fianco orientale della Nato.

Il fronte degli altri Stati, Germania, Francia, Italia, Spagna, Grecia è più incerto, più composito. Prendiamo, per esempio, il dibattito italiano. Nell’area di governo, il segretario della Lega, Matteo Salvini, di fatto non vede alcuna minaccia reale per l’Italia. Così come il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte. Non ci sarebbe bisogno, quindi, di un robusto piano di riarmo.

Finora queste due posizioni sono riuscite a convivere, sia pure faticosamente, sia nello spazio politico europeo che in quello italiano. Ma presto arriverà il momento delle decisioni difficili, non più rinviabili. Che cosa faranno gli europei, se, o forse sarebbe meglio dire quando, Trump e Putin imporranno un accordo ingiusto a Zelensky? Il compromesso tra i due schieramenti non è semplice. Ma potrebbe essere facilitato se venissero tolti di mezzo un paio di argomentazioni fuorvianti. Per esempio: non è detto che l’Italia sia al sicuro, solo perché l’armata putiniana non valicherà mai le Alpi.

Se Putin dovesse destabilizzare l’Estonia, la Lettonia o la Lituania, potrebbe portare al collasso l’intero sistema dell’euro, visto che i tre Paesi baltici aderiscono alla moneta unica. Sull’altro versante: riconoscere il pericolo posto da Putin non significa necessariamente chiudere tutti i canali diplomatici e militarizzare la società civile, come sta facendo, tra gli altri, la Finlandia. Anche nelle situazioni di pericolo non bisognerebbe mai rinunciare a proporre soluzioni, senza essere costretti a inseguire gli schemi e i pasticci dell’amico di Trump, l’inviato-immobiliarista Steve Witkoff.

L’altro nodo riguarda l’Ucraina. Le accuse di corruzione che hanno indotto Zelensy a sbarazzarsi di un paio di ministri e del suo più stretto collaboratore, Andriy Yarmak, hanno innescato una discussione al ribasso. I populisti e i partiti sovranisti, come la Lega, hanno colto l’occasione per screditare il leader ucraino, non meritevole più di alcun sostegno. I sostenitori di Zelensky, invece, hanno sottolineato come l’Ucraina abbia dimostrato di avere «gli anticorpi» per contrastare il virus del malaffare.
Anche qui servirebbe un cambio di passo. Ormai è evidente che la più solida speranza per l’Ucraina di sopravvivere come Stato indipendente sia quella di aderire quanto prima all’Unione europea. 

A parole, più o meno quasi tutti i governi della Ue sono d’accordo. Nessuno, però, ha fissato una scadenza. L’unica a esporsi è stata la Commissaria all’allargamento, la slovena Marta Kos: Kiev sarà ammessa entro il 2030. È una data realistica? Sotto traccia l’Unione è divisa, ancora su basi geografiche più che politiche. Blocco Nord-Est favorevole; Sud-Ovest più scettico. In Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Grecia sono già in allarme le lobby agricole e i loro partiti di riferimento (da noi Lega e Fratelli d’Italia soprattutto). L’arrivo di un gigante agricolo come l’Ucraina ridurrebbe drasticamente le sovvenzioni destinate alla fascia mediterranea

Ma non dovrebbe essere il momento per queste manovre. Lo scenario è drammatico. L’Europa deve decidere se puntellare, a dispetto di Trump, di Vance, di Putin, di Xi Jinping, la resistenza ucraina. Per farlo non bastano le armi. Occorre aprire a Kiev la porta d’accesso dell’Unione. Servono una data, coraggio politico e grande rigore nei confronti anche di Zelensky. L’opinione pubblica dei nostri Paesi deve sapere chi ci stiamo portando in casa. Non c’è bisogno di inventarsi niente di particolare. Gli strumenti di verifica sono già predisposti dalla procedura di ammissione. Il Paese candidato deve soddisfare, innanzitutto, i cosiddetti «tre criteri di Copenaghen»: Stato di diritto, economia di mercato, capacità di rispettare gli obblighi comunitari

Nel concreto occorre capire e comunicarlo nel modo più trasparente possibile, se davvero l’Ucraina si sia emancipata dal controllo informale dei potentati politico-economici che fanno capo agli oligarchi. Se è così, non ci sarebbe alcun motivo per non fissare una data entro la quale concludere le procedure. Poi si discuterà di grano, ortaggi, fondi di coesione e di tutto il resto. Adesso per la Ue è urgente, e sulla carta sarebbe possibile, recuperare un ruolo concreto nella trattativa con Trump e con Putin.

Crosetto: «Trump ha esplicitato che la Ue non gli serve»

di Redazione politica – Corriere della Sera – 6 Dicembre 2025

Per il ministro della Difesa la traiettoria americana era già chiara prima, ma l’avvento del presidente tycoon ha accelerato il distacco

«La traiettoria della politica americana era evidente già prima dell’avvento di Trump che ha soltanto accelerato un percorso irreversibile. Gli USA hanno in corso una competizione sempre più difficile, complessa e dura con la Cina e ogni loro atto, decisione, comportamento, deve essere letto in questo scenario. Trump ha semplicemente esplicitato che l’Eu gli serve poco o nulla in questa competizione».

Lo afferma il ministro della Difesa, Guido Crosetto, con un post su X dove ha commentato la Strategia di sicurezza nazionale Usa, aggiungendo che «ogni decisione, ogni atto futuro sarà affrontato con un solo obiettivo: il rafforzamento degli Usa nella competizione con la Cina». 

Secondo quanto scrive Crosetto, al presidente degli Stati Uniti l’Unione Europea non serve «perché non ha risorse naturali particolarmente rilevanti o utili. Perché sta perdendo la competizione sull’innovazione e la tecnologia. Perché non ha potere militare. Perché, rispetto ai nuovi attori del Mondo, è piccola, lenta e `vecchia´.

I motivi per cui lo abbia fatto anche con un po’ di asprezza non sono nemmeno loro una sorpresa perché i suoi giudizi (e quelli di molti esponenti repubblicani o maga) su alcune posizioni e scelte politiche dell’Unione sono note da anni». 

Per il ministro della Difesa però «il tema principale non è l’Ue. Come si nota dal poco spazio dedicato al vecchio continente, nella strategia resa nota ieri. Ogni decisione, ogni atto futuro sarà affrontato con un solo obiettivo: il rafforzamento degli Usa nella competizione con la Cina». Un approccio che Crosetto definisce «pragmatico, senza sentimenti o legami, utilitaristico ed esclusivamente orientato alla supremazia economica e tecnologica nei prossimi anni perché significa supremazia in questo secolo.

Nulla di nuovo, per chi lo avesse seguito negli anni, nulla di strano rispetto alla visione americana consolidata. E’ questo scenario (come dicevo ampiamente previsto) quello nel quale devono essere definite le scelte, le decisioni, le strategie delle nazioni più piccole (come noi)». 

Perché «anche noi abbiamo bisogno di risorse. Perché anche noi abbiamo bisogno di tecnologie. Perché anche noi abbiamo bisogno di far crescere la nostra economia e difendere il nostro spazio di ricchezza. Non per esercitare una supremazia su qualcuno ma per garantirci futuro».

«Nel frattempo però la pessima notizia è che dovremmo (per me dovremo) pensare a ciò che finora ci avevano fornito, gratuitamente, i nostri alleati statunitensi: la sicurezza, la difesa e la deterrenza. Non parlo solo di quelle militari. Per scelta politica in questi anni abbiamo costruito e consolidato una grande quantità di rapporti bilaterali con nazioni che ci possono aiutare nel percorso futuro (in Africa, Golfo, Asia, Sud America, Australia) per garantire e rafforzare la sicurezza economica, energetica e di approvvigionamenti strategici». 

Continua Crosetto: «Per scelta abbiamo contribuito a dare un piccolo impulso positivo ad un’Europa che aveva perso il contatto con le traiettorie del Mondo pensando di poterlo plasmare a sua immagine e somiglianza. Piccolo, perché le resistenze ideologiche e burocratiche che rifiutano un approccio veloce e pragmatico alle evoluzioni della realtà sono fortissime e sedimentate. L’Europa è anche però un luogo naturale dove poter trovare partners per fare ciò che da soli siamo troppo piccoli per realizzare». 

«Ad esempio è chiaro che la `soglia di ingresso´ finanziaria per recuperare il tempo perso su tecnologie fondamentali richiede una quantità di investimenti pubblici e privati tali che anche per 27 nazioni sono pesanti. Ma vanno fatti, per sopravvivere. Stesso discorso per la Difesa: più siamo, più é forte, meno costa. Siamo nel pieno centro di cambiamenti epocali.

Occorre vederli, capirli ed orientare la nave, come in mare durante una tempesta. Perché, come accade in mare, nessuno, nemmeno i più grandi sono in grado di controllare i flussi dei tempi nei quali viviamo, ma ognuno é costretto ad affrontarli navigando al meglio», conclude Crosetto.

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