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San Francesco di Sales e san Giovanni Bosco, patroni della “buona stampa” 

Mercoledì 28 Gennaio 2026 

di Roberto de Mattei CR 1935

Alla fine del mese di gennaio, la Chiesa cattolica ricorda, a pochi giorni di distanza, due grandi santi intimamente legati tra loro: san Francesco di Sales (1567-1623) e san Giovanni Bosco (1815-1888).

Questi due santi vissero in epoche diverse: san Francesco di Sales mori nel 1623 e san Giovanni Bosco nacque due secoli dopo, nel 1815, ma il loro apostolato si svolse in una medesima area geografica e culturale: il ducato, poi regno sabaudo, che comprendeva il Piemonte e la Savoia, con Torino come capitale. San Francesco di Sales, vescovo di Ginevra-Annecy, preservò questo territorio dal calvinismo e la sua eredità spirituale, anche attraverso le Amicizie Cattoliche di Pio Brunone Lanteri, arrivò a san Giovanni Bosco, che vide nel santo savoiardo il modello per la sua opera educativa e ne fece il punto di riferimento della congregazione da lui fondata, chiamandola salesiana. 

Uno dei più importanti punti che questi santi hanno in comune è anche uno dei meno conosciuti: il loro impegno nella battaglia delle idee, per difendere a viso aperto le verità della fede e della morale. Anche per questa ragione, il 26 gennaio 1923, nel terzo centenario della sua morte, san Francesco di Sales, fu proclamato da Pio XI, con l’enciclica Rerum omnium, patrono di «tutti quei cattolici, che con la pubblicazione o di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la cristiana dottrina».  «Ad essi – afferma Pio XI – è necessario, nelle discussioni, imitare e mantenere quel vigore, congiunto con moderazione e carità, tutto proprio di Francesco. Egli, infatti, con il suo esempio, insegna loro chiaramente la condotta da tenere. Innanzi tutto studino con somma diligenza e giungano, per quanto possono, a possedere la dottrina cattolica; si guardino dal venir meno alla verità, né, con il pretesto di evitare l’offesa degli avversari, la attenuino o la dissimulino; abbiano cura della stessa forma ed eleganza del dire, e si studino di esprimere i pensieri con la perspicuità e l’ornamento delle parole, in maniera che i lettori si dilettino della verità. Se si presenta il caso di combattere gli avversari, sappiano, sì, confutare gli errori e resistere alla improbità dei perversi, ma in modo da dare a conoscere di essere animati da rettitudine e soprattutto mossi dalla carità».

Sullo stesso fronte fu impegnato san Giovanni Bosco. Molti, quando parlano di lui, si riferiscono quasi esclusivamente alle sue grandi realizzazioni sociali e dimenticano la sua opera di apostolo della “buona stampa cattolica” contro i nefasti effetti di quella “cattiva”, veicolo di menzogne ed eresie. Nella lettera circolare ai Salesiani del 19 marzo 1885, don Bosco raccomanda caldamente la diffusione dei buoni libri come mezzo privilegiato per la gloria di Dio e la salvezza delle anime: «Io non esito a chiamare Divino questo mezzo, poiché Dio stesso se ne giovò a rigenerazione dell’uomo. Furono i libri da esso ispirati che portarono in tutto il mondo la retta dottrina».  I “buoni libri” sono «tanto più necessari in quanto che l’empietà e la immoralità oggigiorno si attiene a quest’arma, per fare strage nell’ovile di Gesù Cristo, per condurre e per trascinare in perdizione gli incauti e i disobbedienti. Quindi è necessario opporre arma ad arma. Aggiungete che il libro, se da un lato non ha quella forza intrinseca della quale è fornita la parola viva, da un altro lato presenta vantaggi in certe circostanze anche maggiori. Il buon libro entra persino nelle case ove non può entrare il sacerdote, è tollerato eziandio dai cattivi come memoria o come regalo. Presentandosi non arrossisce, trascurato non s’inquieta, letto insegna verità con calma, disprezzato non si lagna e lascia il rimorso che talora accende il desiderio di conoscere la verità; mentre esso è sempre pronto ad insegnarla» (Epistolario di San Giovanni Bosco, vol. IV, LAS, Roma 1996, pp. 357-360).  

La “buona stampa” non è un’attività secondaria dei Salesiani ma, scrive don Bosco, è «una fra le precipue imprese che mi affidò la Divina Provvidenza; e voi sapete come io dovetti occuparmene con instancabile lena, non ostante le mille altre mie occupazioni. L’odio rabbioso dei nemici del bene, le persecuzioni contro la mia persona dimostrarono, come l’errore vedesse in questi libri un formidabile avversario e per ragione contraria un’impresa benedetta da Dio.

Infatti la mirabile diffusione di questi libri è un argomento per provare l’assistenza speciale di Dio. In meno di trent’anni sommano circa a venti milioni i fascicoli o volumi da noi sparsi tra il popolo. Se qualche libro sarà rimasto trascurato, altri avranno avuto ciascuno un centinaio di lettori, e quindi il numero di coloro, ai quali i nostri libri fecero del bene, si può credere con certezza di, gran lunga maggiore del numero dei volumi. pubblicati.

Questa diffusione dei buoni libri è uno dei fini principali della nostra Congregazione. L’articolo 7 del paragrafo primo delle nostre Regole dice dei Salesiani: “Si adopereranno a diffondere buoni libri nel popolo, usando” tutti quei mezzi che la carità cristiana inspira. Colle parole e con gli scritti cercheranno di porre un argine all’empietà ed all’eresia, che in tante guise tenta insinuarsi fra i rozzi e gli ignoranti. A questo scopo devono indirizzarsi le prediche le quali di tratto in tratto si tengono al popolo, i tridui, le novene e la diffusione dei buoni libri».

Ai nostri giorni la “buona stampa” ha assunto un’importanza molto maggiore di quanto ne avesse ai tempi di san Francesco di Sales e di san Giovanni Bosco, a causa dello sviluppo degli strumenti di comunicazione, che spesso sono anche mezzi di disinformazione: giornali digitali, siti web, video, social media. Anche oggi, dunque, la Chiesa è chiamata a “opporre arma ad arma”, annunciando la verità senza attenuazioni, e combattendo inflessibilmente gli errori, ma con carità, senza quei sentimenti di rabbia, di amarezza e di sarcasmo, che sono estranei allo spirito cristiano. 

Ma l’insegnamento di don Bosco e di san Francesco di Sales ci deve soprattutto ricordare che ogni nostra battaglia deve avere come fine e come fondamento la gloria di Dio e la salvezza delle anime. 

L’INUTILE STRAGE

Csis, 1,2 mln soldati russi uccisi o feriti da invasione

Corriere della Sera – 28 Gennaio 2025

Circa 1,2 milioni di soldati russi sono stati uccisi, feriti o risultano dispersi dall’invasione dell’Ucraina avvenuta quasi quattro anni fa. È quanto emerge dal rapporto del think tank Center for Strategic and International Studies (CSIS) secondo cui si registra un tasso di vittime per una grande potenza militare mai visto dalla Seconda guerra mondiale.

Secondo il rapporto, «l’enorme tributo di vite umane ha garantito guadagni territoriali relativamente piccoli sul campo di battaglia, con la Russia che ha aumentato la quantità di territorio ucraino sotto il suo controllo solo del 12% dal 2022».

Il rapporto del CSIS afferma anche che l’Ucraina conserva un vantaggio significativo come schieramento difensivo sul campo di battaglia: la strategia di «difesa in profondità» di Kiev – che prevede l’uso di trincee, ostacoli anticarro, mine e altre barriere, insieme a droni e artiglieria – ha ostacolato il tentativo della Russia di ottenere guadagni significativi, afferma il rapporto.

Nel frattempo, le perdite sul campo di battaglia favoriscono l’Ucraina con un rapporto di 2,5 o 2 a 1. Russia e Ucraina non hanno mai pubblicato cifre dettagliate sulle loro vittime in combattimento, ma secondo il rapporto, il bilancio delle vittime ucraine è di circa 500.000-600.000 morti, rispetto agli 1,2 milioni di feriti e dispersi della Russia. Mosca ha avuto tra 275.000 e 325.000 morti sul campo di battaglia, rispetto ai 100.000-140.000 caduti in Ucraina.

Rispetto ai conflitti che hanno coinvolto le grandi potenze dopo la Seconda guerra mondiale, le perdite subite da Mosca sono impressionanti, sottolinea il rapporto. Gli Stati Uniti hanno perso circa 57.000 soldati nella guerra di Corea e 47.000 durante la guerra del Vietnam.

Le perdite della Russia in Ucraina sono cinque volte superiori alle perdite totali di tutte le guerre russe e sovietiche dalla Seconda guerra mondiale in poi, comprese la guerra in Afghanistan e le due guerre in Cecenia, afferma ancora il Csis. 

San Tommaso d’Aquino


Nome: San Tommaso d’Aquino

Titolo: Sacerdote e dottore della Chiesa

Nascita: 1227, Aquino ( Frosinone)

Morte: 7 marzo 1274, Fossanova (Latina)

Ricorrenza: 28 gennaio

Tipologia: Commemorazione

Protettore:
degli accademici, librai, degli scolari, degli studenti, teologi

Canonizzazione:
18 luglio 1323, Roma , papa Giovanni XXII

Luogo reliquie: Chiesa dei Giacobini

Un astro di luce particolare e inestinguibile brilla nel cielo del secolo XIII; luce che attraversa i secoli, che illumina le menti: l’Angelico Dottore S. Tommaso. Nacque ad Aquino nell’anno 1227 dal conte Landolfo e dalla contessa Teodora, parente di Federico Barbarossa, signori fra i più illustri di quei tempi.


Educato cristianamente fin dalla più tenera età, diede molti segni della sua futura scienza e grandezza.

A cinque anni fu affidato per l’educazione ai monaci benedettini di Montecassino. Vi rimase fino ai quattordici anni, fino a quando cioè i torbidi politici non decisero i genitori a riprenderlo entro le mura del proprio castello. Più tardi fu mandato all’Università di Napoli, ove, sebbene assai giovane, manifestò il suo potente ingegno, acquistandosi fama presso i condiscepoli e stima presso i maestri. Già si concepivano su di lui le più lusinghiere speranze, già i conti d’Aquino ed altri vedevano in lui il futuro campione del foro napoletano o romano, quando egli di colpo fece crollare tutti questi sogni, annunciando la sua decisione di entrare nell’Ordine di S. Domenico.


Da Napoli, per timore della famiglia che gli si opponeva decisamente, fu mandato a Parigi, ma nel viaggio, raggiunto dai fratelli, venne arrestato e ricondotto nel castello paterno di S. Giovanni a Roccasecca. Rimase prigioniero per circa un anno, vincendo tutte le difficoltà e le lusinghe. Per il suo angelico candore ed in premio della sua fortezza contro una grave tentazione, meritò d’essere cinto del cingolo di purezza da due Angeli, così che dopo d’allora mai più ebbe a subire tentazioni contro la bella virtù. Aiutato dalle sorelle riuscì a fuggire, e tosto rientrò nel convento da cui era stato strappato.

 All’Università di Parigi studiò filosofia e teologia sotto il celeberrimo S. Alberto Magno e a 25 anni cominciò con somma lode a interpretare filosofi e teologi. Passò indi col suo maestro a Colonia, e qui ricevette la sacra ordinazione. Ritornato a Parigi come insegnante universitario sostenne lotte coi maestri secolari. Chiamato poi alla Corte Pontificia in qualità di teologo della curia romana vi rimase qualche anno, poi tornò a Parigi. È questo il tempo più fecondo del suo insegnamento. Da Parigi entrò in Italia e fu inviato da Gregorio X al Concilio di Lione. Ma nel viaggio mori a Fossanova, il 7 marzo 1274.


Raccolse, sistemò ed espose tutto lo scibile antico, e segnò le vie alle scienze nuove, tanto che non si esita a chiamarlo uno dei più grandi ingegni dell’umanità. Mirabili ed eccelse furono le sue virtù. Tale e tanta fu la sua umiltà che ricusò l’arcivescovado di Napoli ripetutamente offertogli dal Sommo Pontefice. Il suo confessore ebbe a dire: « Fra Tommaso a 50 anni aveva il candore e la semplicità di un bambino di cinque anni ».Il 18 luglio del 1323 Papa Giovanni XXII canonizzò Tommaso d’Aquino ad Avignone. La sua santità fu riconosciuta grazie ai numerosi miracoli attribuiti a lui.

La cerimonia di canonizzazione si concentrò più sui miracoli che sulla sua opera intellettuale, ma sottolineò anche la sua dedizione allo studio e alla preghiera. San Tommaso è ricordato per il suo equilibrio tra dottrina e carità, e per il suo ideale di unire la conoscenza di Dio con l’amore per Lui.

PRATICA. Impariamo da questo santo la fermezza nell’eseguire la volontà di Dio.


Chiesa dei Giacobini


RELIQUIE DI SAN TOMMASO D’AQUINO

Nome: Chiesa dei Giacobini

Titolo: Église des Jacobins

Indirizzo: Place des Jacobins, 31000 Toulouse – Francia

Dedicato a: San Tommaso d’Aquino

Reliquie di: San Tommaso d’Aquino

Un vero gioiello di arte medievale, esempio del gotico della Linguadoca, il convento dei Giacobini, come in Francia erano chiamati i domenicani, si trova a Tolosa nel centro della città ed è un enorme e sobrio edificio con una chiesa unica nel suo genere.

La costruzione del convento, iniziata nel 1230, durò quasi un secolo per via degli ampliamenti realizzati nel tempo con l’aumentare delle risorse e della folla da contenere; inoltre è stata restaurata nel XIX secolo dopo essere stata ceduta all’esercito da Napoleone, che ne modificò alcune parti.

La lunghezza della chiesa è di 80 metri e la larghezza di 20 metri, e la sua austerità esterna si riflette all’interno per la mancanza di arredi, rispecchiando l’ideale di povertà dell’Ordine.

L’ESTERNO

Il campanile

La prima cosa che colpisce è il grande campanile ottagonale, a quattro piani ed alto 44 metri, interamente in laterizio con inserti in pietra e marmo. Il resto della chiesa, in mattoni, rappresenta come detto la classica architettura gotica: forme allungate, contrafforti, finestre a ogiva. Senza fronzoli, l’unico ornamento sono alcuni doccioni, un portale in stile romanico e i rosoni.

La facciata

L’INTERNO

Varcato il portale d’ingresso ecco che la chiesa conferma lo stupore di chi la visita, illuminata dalle 20 sottili vetrate e dai due rosoni, nessun arredo aggiunto se non la sua stessa struttura.

L’interno

La luce che entra dalle finestre è spettacolare, e muta con la diversa posizione del sole giacché quelle che si trovano nella navata sud hanno colori caldi che riempiono l’interno della chiesa di rosso e arancione mentre quelle che circondano la navata nord hanno i toni freddi dell’azzurro.

Invece della solita pianta a croce, ne troveremo una rettangolare; davanti a noi si aprirà un ambiente perfettamente diviso in due da una fila di colonne, come se mancasse la navata centrale. Invece ce ne sono due orizzontali, quella destinata ai fedeli che assistevano alla messa, e di fronte quella per i religiosi, contenente l’altare; per mantenere il senso di austerità solo mezza navata contiene delle sedie per pregare e meditare.

Osservando pareti e colonne tutto è in pietre, ma avvicinandosi ci accorgiamo che in realtà è tutto a trompe-l’oeil, si tratta infatti di laterizio dipinto a sembrare pietra, una vera opera d’arte minuziosamente eseguita. E non troveremo nessun marmo o altro materiale nobile, ma tanti colori pastello, rosa, verde e giallo.

Il vero spettacolo è la cosiddetta palma: alziamo gli occhi al cielo, le colonne terminano con dei decori che formano le volte, e l’ultima, di ben 28 metri d’altezza, forma con le sue nervature 22 costole, una sorta di palma, un intreccio che offre uno spettacolo unico nel suo genere.

Sotto di essa, uno specchio circolare che ne riflette la magnificenza. Ai più attenti non possono sfuggire, ai piedi di alcune colonne, alcune piccole sculture nascoste che rappresentano piccole mani e piedini e piccoli animali come rane o topi.

Couvent des Jacobins de Toulouse – Autel de St Thomas d’Aquin

Tomba di San Tommaso D’Aquino

Infine, sotto l’altare si trovano le reliquie di San Tommaso D’Aquino, a cui la chiesa è dedicata, poste qui dal 1369. Un tempio magnifico nella sua semplicità che sembra voler richiamare all’essenza della fede, all’intimità con Dio senza bisogno di altro che il nostro cuore.Il chiostro è formato da quattro gallerie costruite tra il 1306 e il 1309. I colonnati sono in marmo grigio di Saint-Béat e i capitelli sono decorati con sculture floreali. Sostengono un tetto a falde poggiante su archi in mattoni, a loro volta appoggiati sui capitelli.

Il chiostro

«La loro memoria sia benedizione»

Per il Giorno della memoria
Passeggiando nel Parco dei Giusti tra le Nazioni a Gerusalemme

 «La loro memoria sia benedizione»  QUO-020

26 gennaio 2026

di G. Claudio Bottini*

Da quando, più di quaranta anni fa (7 marzo 1982), sulla collina di Yad Vashem (Ente Nazionale d’Israele per l’Olocausto) a Gerusalemme, fu piantato l’albero di carrubo (7 marzo 1982) in memoria di don Gaetano Tantalo (1905-1947) riconosciuto «Giusto tra le Nazioni», non si contano le volte che vi sono tornato da solo o, il più delle volte, accompagnandovi altre persone. Lo scorso dicembre, anche in vista del Giorno della memoria 2026, ho avuto la gioia di andarvi nuovamente.

Naturalmente ho fatto sosta nelle varie parti del complesso, ma la mia speciale attenzione era per i ricordi di don Gaetano, riconosciuto dalla Chiesa Venerabile Servo di Dio nel 1995. Oltre all’albero, sotto il quale si trova la targa con il nome preceduto da «Av/Padre», nel Museo sono esposti immagini e scritti autografi di don Gaetano, a testimonianza di quanto egli fece per salvare due famiglie ebree, Orvieto e Pacifici, fuggite da Roma nel momento tragico dell’occupazione nazista (1943-1944).

Don Gaetano, grazie anche alla silenziosa complicità dei parrocchiani, nascose nella modesta canonica di S. Pietro a Tagliacozzo per sette mesi e provvide al sostentamento dei due nuclei familiari. Commuove vedere tra i ricordi esposti nel Museo il foglio di quaderno sul quale don Gaetano fece il calcolo per Pesach 5704, la Pasqua ebraica di quell’anno e che i Pacifici e Orvieto avevano conservato. Non meno toccante sapere che tra le poche cose lasciate da don Gaetano che viveva in povertà e austerità si trovò un frammento di «matzàh» (pane azzimo) per la cui cottura egli aveva provveduto perfino una piccola fornace ritualmente «pura».

Al nome di don Gaetano, come è noto, va associato quello di tanti altri prelati, sacerdoti e religiosi cattolici, senza dimenticare tanti laici, donne e uomini che hanno ricevuto da Israele il riconoscimento di «Giusto tra le Nazioni», l’unica onorificenza civile conferita dallo Stato.

Percorrendo il «Viale dei Giusti tra le Nazioni» e il parco punteggiato di alberi e inconfondibili targhe, si incontrano nomi ben noti, per fare qualche esempio tra gli italiani: padre Rufino Niccacci (1911-1976), francescano di Assisi che insieme al vescovo di allora monsignor Giuseppe Placido Nicolini (1877.1973) misero in piedi una rete segreta per procurare documenti e mettere in salvo ebrei perseguitati o ricercati, cui collaborò anche il popolare ciclista Gino Bartali anche lui tra gli onorati. La loro eroica impresa è stata rievocata da Alexander Ramati in un romanzo dal titolo The Assisi underground / Assisi clandestina, New York 1978/Porziuncola 1981, divenuto nel 1985 anche un film-documentario.

Non meno noti sono i nomi di Elia dalla Costa (1872-1961), cardinale arcivescovo di Firenze, Pietro Boetto (1071-1946), cardinale arcivescovo di Genova, don Pietro Pappagallo (1988-1944), sacerdote martire nell’eccidio delle Fosse Ardeatine e tanti, tanti altri, persone coerenti con la propria fede e coraggiose, che durante la persecuzione nazifascista soccorsero, spesso nascondendoli, e fornirono supporto di vario tipo a ebrei che soli o in gruppi cercavano scampo.

Esaurito lo spazio pur molto ampio offerto dal Parco, l’Istituto Yad Vashem ha provveduto a far incidere i nomi di numerosi altri «Giusti» in apposite steli numerate e disposte per Nazione nella zona denominata Valle delle Comunità Ebraiche scomparse. Tra le migliaia di nomi con don Nicola abbiamo individuato quello di un altro sacerdote marsicano al quale la decorazione fu concessa «in memoria» con la motivazione: «Don Gaetano Piccinini, religioso orionino della Piccola Opera della Divina Provvidenza che si adoperò a salvare molti ebrei a rischio della propria vita». Anche di don Piccinini che, rimasto orfano nel terribile terremoto di Avezzano (1915), fu raccolto dallo stesso beato Luigi Orione si conoscono bene vita e opere grazie al libro di A. Gemma, Il Camminatore di Dio. Profilo biografico di Don Gaetano Piccinini, Marna 2012.

In occasione dell’onorificenza a lui conferita l’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, Mordechay Lewy, il 23 giugno 2011 presso il Centro Don Orione a Monte Mario disse: «Sarebbe un errore dichiarare che il Vaticano e il Papa [=Pio XII] si opponevano alle azioni a favore degli ebrei; la Santa Sede si è adoperata. Non ha potuto evitare la partenza del treno per Auschwitz il 18 ottobre 1943, tre giorni dopo il rastrellamento nel ghetto…, ma è un fatto che quello è stato il solo convoglio partito alla volta di Auschwitz».

Merita ricordare nel giorno della memoria un’altra persona: Michael Tagliacozzo (1921-2011), autorevole storico dell’Olocausto, scomparso a Nir Etzion presso Haifa quindici anni fa. Amico sincero di tanti cattolici, a cominciare dai francescani di Terra Santa, fu presente alla piantumazione dell’albero in memoria di don Gaetano Tantalo. In numerose occasioni ha fatto sentire in Israele e in Italia la sua voce di testimone diretto in difesa dell’opera della Chiesa, del Vaticano e di Pio XII in particolare.

Di lui conservo amorevolmente alcune lettere di cui è bello far conoscere qualche tratto. «Debito di grande riconoscenza debbono gli Israeliti di Roma alla memoria di Papa Pacelli, perché — come ho ripetutamente affermato — più vicini alla sua Augusta Persona, furono oggetto di speciali sollecitudini e provvidenze» (18 aprile 1985). Qualche anno dopo scriveva: «La difesa della calunniata memoria dello scomparso Santo Padre costituisce ormai per me uno dei principali scopi che occupano l’ormai breve periodo di vita terrena che il Signore vorrà concedermi. I denigratori, coscienti, o incoscienti, della memoria di Pio XII, non sono pochi. Chi per ignoranza di cose e fatti; chi per innati pregiudizi e chi — e questi sono i meno scusabili — per ragioni di strumentalizzazione politica. Per tutti non ci resta che ricordare la divina invocazione (Lc 23,34: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”)».

*Decano emerito dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme

«In due giorni 30 mila uccisi»

Iran, ecco la conta dell’orrore

La denuncia di «Time». L’ordine di Khamenei: usate ogni mezzo

Corriere della Sera, 26/01/2026

Sono finiti i sacchi neri. Ne hanno uccisi così tanti da esaurire le buste di plastica color pece dove sigillare per sempre chi gridava «libertà». Anche le ambulanze sono finite. E per rastrellare i corpi falciati e lasciati in strada dalla rabbia dei repressori, le Guardie dell’ayatollah Ali Khamenei hanno usato i camion dell’esercito.

 Che fosse un massacro è stato evidente sin dalle prime immagini in grado di sfondare il blackout di internet, durato quasi tre settimane. E i video delle centinaia di corpi adagiati dentro e fuori l’obitorio di Teheran erano prove di una carneficina in atto. Ma gira un nuovo numero: oltre 30 mila.

Lo scrive il Time, citando due alti funzionari del ministero della Salute iraniano. E quel dato non include i feriti spirati negli ospedali militari, né gli uccisi nelle zone remote, rimaste fuori bilancio. Trentamila morti. Una cifra dieci volte superiore al conteggio dei fedelissimi di Khamenei, che il 21 gennaio annunciavano 3.117.

 Ma gli attivisti, che danno un nome alle vittime, hanno identificato 5.459 persone e stanno lavorando su altre 17.031.  Iran International, giornale dell’opposizione a Londra, conferma i numeri. Lo fanno anche i medici sul campo: Amir Parasta, chirurgo tedesco-iraniano, ha contato 30.304 vittime solo negli ospedali civili. La maggioranza è stata uccisa tra l’8 e il 9 gennaio, nelle notti della mattanza.

Non sono nuovi ai massacri, gli ayatollah. Ma trentamila in due giorni è un macabro record. Il New York Times racconta che il 9 gennaio Ali Khamenei ha dato l’ordine di «schiacciare» le piazze «con ogni mezzo: uccidere, senza pietà»: missione compiuta. E ora che internet va a singhiozzo, le informazioni si incrociano e si sommano.

«Puntavano le mitragliatrici sulla folla e scaricavano i proiettili. Sparavano dai tetti, da dietro gli edifici», racconta Ali da Teheran. «Non riesco a dormire dalla rabbia e dal dolore». Parliamo con un dottore di un ospedale della capitale. Racconta di reparti stracolmi — «mancavano sangue, personale, medicinali» — e di esecuzioni nei letti. Decine di militari nei corridoi cercavano stanza per stanza i feriti, per finirli sulle barelle.

«Abbiamo centinaia di prove. Immagini di persone intubate, cateterizzate, con buchi alla fronte». Kian scrive che «molte vittime sono giovani, altre appartenevano ai Mojahedin del Popolo, ai Fedayin e al Partito Tudeh». I morti sono così tanti che non ci stanno nei cimiteri «e hanno dovuto scavare fosse comuni». Una ragazza ci chiede di non scriverle più perché «sparirò per un po’». Gli uomini della mattanza setacciano case e ospedali alla ricerca di manifestanti: lei è nella lista.

Il confronto

La cifra è dieci volte superiore al conteggio ufficiale di Teheran che parla di 3.117 vittime

Per ora, l’aiuto promesso da Donald Trump non s’è visto, ma le sue parole hanno creato tensione in Medio Oriente. Israele è in allerta con il timore che la Guida suprema decida di prevenire un raid americano colpendo lo Stato ebraico.

 Sabato sera c’è stato un vertice al ministero della Difesa di Tel Aviv: il capo del Centcom Usa Brad Cooper e dello stato maggiore Eyal Zamir si sono incontrati per mettere a punto difese comuni. Netanyahu, a fine Shabbat, ha visto gli inviati americani Witkoff e Kushner. Intanto gli Stati Uniti spostano i muscoli in Medio Oriente: portaerei, sei navi da guerra, due sottomarini, oltre cento caccia, rifornitori, spie volanti, scudi antimissile. 

Le Guardie rivoluzionarie rispondono: «State alla larga dalle nostre acque». Finalmente, l’Iran torna tra i dossier europei: giovedì i 27 sono chiamati a dare il via libera a un nuovo pacchetto di sanzioni. Sul tavolo c’è la definizione dei Pasdaran come organizzazione terroristica. Si attende di vedere che cosa deciderà l’Italia, che ancora non ha messo le Guardie rivoluzionarie di Ali Khamenei nella lista nera.

Leone XIV, il Vangelo chiede il rischio della fiducia per vincere la tentazione di chiuderci

Il pensiero del Papa ancora una volta va all’ Ucraina e alle popolazioni sconvolte dalle guerre

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano , domenica 25 gennaio, 2026 12:15 (ACI Stampa).

Quando e dove inizia la missione di Gesù? Il Papa risponde nella riflessione prima della preghiera dell’ Angelus di mezzogiorno. Leone XIV ripercorre il Vangelo di oggi e ricorda “«quando seppe che Giovanni era stato arrestato»” e “dunque in un momento che non sembra quello migliore” e anche noi a volte “pensiamo che non sia il momento giusto per annunciare il Vangelo, per prendere una decisione, per fare una scelta, per cambiare una situazione”. Ma si rischia di rimanere bloccati “mentre il Vangelo ci chiede il rischio della fiducia”.

E Gesù inizia la sua missione “in Galilea, un territorio abitato soprattutto da pagani, che per via del commercio è anche una terra di passaggio e di incontri; potremmo dire un territorio multiculturale attraversato da persone con provenienze e appartenenze religiose diverse. In questo modo, il Vangelo ci dice che il Messia viene da Israele, ma supera i confini della propria terra per annunciare il Dio che si fa vicino a tutti, che non esclude nessuno, che non è venuto solo per chi è puro ma, anzi, si mescola nelle situazioni e nelle relazioni umane.” 

 E quindi anche noi “dobbiamo vincere la tentazione di chiuderci” perché “come i primi discepoli siamo chiamati ad accogliere la chiamata del Signore, nella gioia di sapere che ogni tempo e ogni luogo della nostra vita sono visitati da Lui e attraversati dal suo amore”.

Il Papa ha ricordato che oggi è la Domenica della Parola di Dio, incoraggiando chi si impegna alla diffusione del Vangelo.

Il pensiero va all’ Ucraina: “Anche in questi giorni, l’Ucraina è colpita da attacchi continui, che lasciano intere popolazioni esposte al freddo dell’inverno. Seguo con dolore quanto accade, sono vicino e prego per chi soffre. Il protrarsi delle ostilità, con conseguenze sempre più gravi sui civili, allarga la frattura tra i popoli e allontana una pace giusta e duratura. Invito tutti a intensificare ancora gli sforzi per porre fine a questa guerra”. 

Poi la vicinanza ai malati di Lebbra di cui oggi ricorre la giornata.

Infine il saluto ai ragazzi di Azione Cattolica di Roma con la consueta Carovana della Pace.

“Cari bambini e ragazzi, vi ringrazio perché aiutate noi adulti a guardare il mondo da un’altra prospettiva: quella della collaborazione tra persone e popoli diversi. Grazie! Siate operatori di pace a casa, a scuola, nello sport, dappertutto. Non siate mai violenti, né con le parole né con i gesti. Mai! Il male si vince solo con il bene.

Insieme con questi ragazzi, preghiamo per la pace: in Ucraina, in Medio Oriente e in ogni regione dove purtroppo si combatte per interessi che non sono quelli dei popoli. La pace si costruisce nel rispetto dei popoli!”.

Mille notti di grida e rabbia a Teheran. La mattanza al buio di oggi e quel venerdì nero in piazza Jaleh

Siegmund Ginzberg  24 gennaio 2026 – IL FOGLIO

C’è solo una cosa più angosciante che vedere commettere un massacro. È non vederlo, perché viene perpetrato nell’oscurità. Dal 1978 a oggi, le repressioni si assomigliano, ma il finale può cambiare

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Mille notti buie, squarciate da spari, raffiche, esplosioni, grida, slogan, urla di rabbia, di dolore, di paura. A Teheran, a Pechino. Le rivivo come un incubo, che mi accompagna da anni. C’è solo una cosa più angosciante che vedere commettere una mattanza. E’ non vederla, perché viene perpetrata nell’oscurità. A Teheran, prima di procedere alla carneficina, si erano premurati di chiudere la luce. Niente internet, niente campo per i cellulari. Buio totale. Poi, per tre giorni e tre notti, hanno massacrato, picchiato, arrestato senza sosta. Sistematicamente, metodicamente.

Come si fa coi tonni, condotti di corridoio di reti in corridoio di reti verso la camera della morte. Con la differenza che nelle tonnare avviene alla luce del sole. Mille notti. Mille indomani. Uno quasi uguale all’altro. Macerie, edifici anneriti e ischeletriti dal fuoco, carcasse di autobus, automobili e mezzi militari incendiati. Cicatrici permanenti, foto e spezzoni di filmati, o anche solo racconti di orrore. E maquillage propagandistici più o meno improvvisati da parte dei regimi. “La sedizione è finita.

 Dobbiamo essere grati, come sempre, al popolo che l’ha soppressa in modo tempestivo”, l’annuncio del procuratore generale della Repubblica islamica, Mohammad Movahedi. Al prezzo di migliaia di morti riconosciuti dal regime stesso. Mentre, con tempestività davvero eccezionale, comparivano agli incroci e sui cavalcavia striscioni: “Ecco quello che i vandali hanno fatto alle tasse che avete sudato a pagare”. Nemmeno una strage trattiene la propaganda.

Alle prime luci dell’alba, un déjà vu si sovrappone all’altro. Ma talvolta il buio pesto dura anni, decenni, generazioni, avvolge anche la memoria. Solo di recente sono apparsi in rete spezzoni di una corte marziale svoltasi a Pechino nel 1989. Alla sbarra, un generale di corpo d’armata dell’Esercito popolare di liberazione, che si era rifiutato di dare ai suoi soldati l’ordine di sparare in piazza Tiananmen. Il generale Xu Qinxian, in abiti civili, scortato da tre soldati armati, è solo di fronte a un panel di tre alti ufficiali in uniforme. 

Non ci sono avvocati, non ci sono testimoni, non ci sono spettatori. Gli viene chiesto perché ha rifiutato di far eseguire al trentottesimo Gruppo gli ordini che gli erano stati impartiti. “Non mi sembrava un ordine giusto. Era un delitto contro la nostra storia”, la sua tersa risposta. Condannato al carcere, il generale Xu è deceduto nel 2021, all’età di 85 anni. La sua disobbedienza non era riuscita a impedire che l’unità procedesse alla carneficina. Trentacinque anni dopo i fatti, in Cina è ancora proibito anche solo menzionare Tiananmen.

Non sapere quel che sta succedendo è peggio che vederlo succedere. Non sapere cosa sia successo a tuo figlio, alla tua ragazza, al tuo vicino, al tuo amico, a persone che hai conosciuto, o a persone che non conosci affatto, di cui non sai niente, è, se possibile, anche peggio che sapere che te li hanno ammazzati, sono in prigione, nelle camere di tortura dei regimi. Non è per pietà che si bendavano e si incappucciavano i condannati alle forca o alla fucilazione. Desaparecidos, fu il marchio supremo di terrore del regime dei generali in Argentina.

I nazisti perpetrarono l’olocausto nascondendolo agli occhi del mondo. Anche allora qualcuno sapeva, cercò di far sapere. Non gli avevano creduto. Sembrava un’enormità inverosimile. A Londra e a Washington forse sapevano, ma fecero finta di non sapere. Avrebbe distratto dall’obiettivo principale, vincere al più presto la guerra: questa una delle spiegazioni offerte dagli storici. Non c’è peggior buio di quello che ci si impone per indifferenza, per viltà, per opportunità, per partito preso ideologico, per realpolitik.

Nel 1978, quasi mezzo secolo fa, Teheran mi aveva accolto avvolta nel buio della legge marziale e del coprifuoco. Dai tetti si alzavano per tutta la notte imprecazioni contro il regime dello Scià, inni alla libertà, slogan a squarciagola zittiti dalle raffiche di fucili automatici. L’alba rivelava le cicatrici, strade devastate, edifici anneriti dagli incendi. Le sparatorie continuavano durante il giorno. I labirinti del bazar deserto, con le serrande delle botteghe sprangate, sembravano corridoi di un immenso obitorio.

Che all’improvviso si rianimavano, come la Kasbah della Battaglia di Algeri, con spari, gente che correva, pattuglie di militari all’inseguimento. Le pallottole che fischiano metalliche – zing, zing, zing – non fanno molta impressione. Sembrano irreali, parte di una colonna sonora. Molto più agghiacciante il click quasi impercettibile del colpo che mette in canna il soldato che ti si para dinanzi. Puoi percepire l’odore della sua paura, sai che, nel suo panico, forse premerà il grilletto.

La prima strage c’era stata l’8 settembre, in piazza Jaleh, una delle piazze del sud povero della capitale iraniana. Era un venerdì. Da allora viene ricordato come “il venerdì nero”. I cortei di protesta confluiti da diverse direzioni, in sfida alla legge marziale che proibiva manifestazioni, erano stati intrappolati nella piazza, poi l’esercito aveva cominciato a sparare. Divenne presto una leggenda, che continuava ad alimentarsi. Si disse che avevano sparato sulla folla anche dagli elicotteri. Si parlava di migliaia di morti. 

Qualcuno diceva addirittura cinquantamila. Si narrava di enormi fosse scavate coi bulldozer per scaricare i cadaveri. Andai a vedere al cimitero di Behesht-e Zahra. C’erano effettivamente molte fosse scavate di fresco. C’era chi raccontava di aver visto montagne di chador insanguinati appartenenti alle donne vittime del massacro. Ai capannelli che avvicinavamo durante le proteste ti mostravano foto riprese con la polaroid, raffiguranti corridoi di ospedale, obitori insanguinati, mucchi di arti umani amputati.

In realtà ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, non si sa quante siano state le vittime, cosa sia successo. E’ innegabile che il massacro ci sia stato. Ma le dimensioni effettive restano un mistero ballerino. Proprio sulla strage di piazza Jaleh, in un recentissimo saggio due studiosi iraniani della svedese Lund University (Arvin e Ardavan Khoshnood, Black Friday revisited: disinformation. misinformation, and the politics of memory at Tehran’s Jaleh square) mostrano efficacemente come la leggenda urbana abbia continuato ad autoalimentarsi. 

Non è la cronaca a fare le rivoluzioni. E’ il modo in cui vengono raccontate. Io in piazza Jaleh quel giorno non c’ero. Non ero ancora stato inviato a Teheran dal mio giornale, l’Unità. Ma non sono riuscito a trovare un testimonianza diretta nemmeno dai colleghi della stampa internazionale che erano lì già da giorni. Qualcuno mi confessò addirittura che non si erano nemmeno accorti di quel massacro. Piazza Jaleh, all’estremo sud della città era molto distante dagli alberghi del centro in cui alloggiavano i giornalisti. Il New York Times era in sciopero, ne avrebbe riferito per la prima volta solo in un articolo del successivo 6 novembre. Le Monde si limitò a scrivere che c’era stato spargimento di sangue, e che il regime ne attribuiva la responsabilità a potenze straniere. Lo psicanalista Michel Foucault, inviato per il Corriere della Sera, arrivato con la sua equipe di giovani collaboratori quasi allo stesso tempo in cui ero arrivato io, diede per buona la cifra di quattromila morti.

Se l’obiettivo della strage era mostrare il pugno di ferro, terrorizzare, soffocare la protesta, sortì invece l’esatto effetto contrario. Dal bazar di Teheran la protesta si sarebbe estesa agli impianti petroliferi e alle raffinerie di Abadan. Urla e spari sarebbero continuati notte dopo notte. Per settimane, mesi. Intensificandosi anche dopo che lo Scià rilevò dalle sue funzioni il generale Oveissi, il principale esponente della linea dura, e affidò in segno di moderazione il governo a Shapour Bakhtiar, un esponente storico del Fronte nazionale di Mohammed Mossadegh, cioè dell’opposizione allo Scià. Non bastò.

Era troppo tardi e troppo poco per cancellare un ventennio di repressione mostruosa, rimediare al vuoto politico creato con il colpo di stato a marchio Cia del 1953. Già allora il tema era: cherchez il petrolio. Non si erano resi conto che quel vuoto sarebbe stato colmato dal ciclone Khomeini. Scontri e sparatorie continuarono giorno dopo giorno, notte dopo notte.

Ricordo bene il giorno in cui lo Scià fece le valigie e scappò all’improvviso. Mi trovavo a intervistare Ehsan Naraghi, un brillante sociologo, dissidente democratico del regime, ma con agganci anche di parentela alla famiglia imperiale. Il telefono continuava a squillare senza interruzione. “Tutti mi chiedono di intercedere con lo Scià perché non parta”, mi spiegò lui.

Qualche giorno prima, i giornalisti italiani erano stati convocati dal nostro ambasciatore in Iran. “Ho visto Sua Maestà tranquillo al lavoro, la situazione è pienamente sotto controllo”, ci aveva raccontato. La mattanza non era cessata nemmeno dopo il ritorno dall’esilio parigino di Khomeini, accolto da un’immensa folla, milioni, recatisi a piedi all’aeroporto. Quando, in una sola notte, l’insurrezione spazzò via, come neve squagliatasi al sole, uno dei regimi più sanguinari del Novecento, fu un momento di enorme sollievo. Per tutti. Non si poteva immaginare che il peggio fosse di là da venire.

Mi ero innamorato di una giovane persiana che mi faceva da interprete. Insegnava architettura all’Università, aveva studiato in Italia. Aveva occhi verdi, un volto di luna d’alabastro, e un sorriso splendente. Ci eravamo conosciuti in ospedale, al capezzale di un comune amico, un giornalista ferito nel corso di uno degli innumerevoli scontri di strada. Galeotte erano state le poesie di Catullo che le avevo regalato, e le poesie di Hafez che lei mi traduceva. Mi portava con la sua diane da un capo all’altro dell’immensa città.

Protestava attivamente contro il regime. Non indossava il chador, e nemmeno il foulard del pudore, ma eleganti tailleur. Era figlia di un magistrato laico che brevemente fece il ministro della Giustizia nel primo governo di coalizione dopo la caduta del regime, quello del vecchio democratico Bazargan, anche lui esponente storico del Fronte di Mossadegh. Ricordo ancora con una stretta allo stomaco l’angoscia di tante notti insonni nel non sapere se al mattino dopo l’avrei rivista.

L’errore non fu essermi innamorato dell’Iran anche per via di quegli occhi verdi. Fu aver frequentato soprattutto un’élite, trascurando gli umori, gli orientamenti, i fanatismi della massa islamica, della stragrande maggioranza. Confesso di essere recidivo. E’ un errore in cui sono caduto ripetutamente, pervicacemente. Ci caddi a proposito della perestrojka di Gorbaciov. Ci caddi a proposito degli esperimenti di democrazia in Cina, mandati in frantumi dalla mattanza di piazza Tiananmen nel 1989. Ci caddi a proposito delle speranze di un futuro di progresso e di democrazia in un’Europa liberata dal giogo sovietico. 

Tornai a caderci, ma stavolta con meno entusiasmi, allo scoppio delle Primavere arabe. Ci fu chi brindò alla “rivoluzione del popolo egiziano”. Non immaginavano che sarebbe finita con il generale al-Sisi. Ci si rallegrò per la caduta di Gheddafi. Uno dei peggiori regimi massacratori del proprio popolo è stato quello degli Assad in Siria. Possiamo cullarci nella speranza che con il jihadista Ahmad al-Sharaa vada un po’ meglio?

Più di recente, ci sono in qualche modo ricascato nel ritenere che fosse impossibile che un altro grande paese che ho amato, gli Stati Uniti d’America, potessero finire sotto le grinfie di Trump, e della sua destra sostenuta da un’ondata popolare di consensi dalla pancia dell’America profonda. E poi da un’ondata di consenso servile, di illuminazioni sulla via di Damasco, da parte delle élite che vi hanno trovato un loro tornaconto.

Il New York Times ha pubblicato una lista impressionante di quanto hanno guadagnato ancora di più, nel giro di un anno, i super-super ricchi che avevano preso parte in ghingheri all’inaugurazione della nuova presidenza Trump. No, non è vero. Non ci sono cascato affatto. Ho scritto un libro di pessimismo lancinante, quasi profetico, sul peggio che poteva arrivarci addosso, di cui avvertivo i segnali: Sindrome 1933, sulle analogie tra l’attualità e quel che succedeva quando andò al governo Hitler. Anni dopo, si confermano spaventose. Ma speravo, mi illudevo che non succedesse.

La Teheran di fine anni 70 era (e resta ancora oggi) una delle città più brutte al mondo. Una distesa di cemento grigio, attraversata da immensi cavalcavia che non alleviano un traffico impossibile. Rallegrata solo dalla neve che d’inverno imbianca la montagna a cui è addossata. I ricchi in cima, i più poveri giù in fondo, sommersi dai liquami dei ricchi.

 Il paesaggio è però cambiato in questi decenni. Si è cementificata anche la montagna, ora quasi interamente ricoperta da nuovi casermoni. Sono gli alloggi che il regime ha riservato alla propria nomenklatura, ai pasdaran, agli altri servizi di sicurezza, insomma alla manovalanza della repressione. E’ comprensibile che le autocrazie si abbarbichino al potere, siano terrorizzate all’idea di venirne scalzati. Anche i peggiori regimi hanno i loro beneficati.

“La nuova classe” è l’espressione che fu coniata da un comunista jugoslavo, Milovan Djilas, a proposito del sistema staliniano. Di siloviki (apparati) e oligarchi (i nuovi padroni dell’economia, gli ultraricchi, beneficati e al tempo stesso asserviti al potere) si è parlato a proposito della resilienza del regime di Putin. I beneficati dai regimi si stringono sempre come un sol uomo, ferocemente, a sostegno dei propri privilegi. Hanno molto da perdere. Più un regime è fallimentare, più si sente minacciato, più sarà disposto a tutto, anche a massacrare la propria gente.

Potrebbe ripetersi nell’America di Trump? Credo di sì, se perde le elezioni di midterm, e di conseguenza la maggioranza parlamentare che sinora l’ha protetto dall’impeachment per il tentato golpe del 2020. Temo che non si tratti solo di un incubo di quelli che svaniscono all’alba. Il tipo è di quelli che fanno quel che dicono. Ha già convocato i generali per dirgli che dovevano prepararsi a far guerra nelle strade delle città d’America. Impensabile? Quante volte avevamo detto, pensato che certe cose fossero impensabili? Tutti i massacri si somigliano. Ma non tutti si concludono alla stessa maniera. 

C’è una cosa ancor più spaventosa dei regimi che sparano sui propri cittadini: i regimi che, facendolo, riescono a mantenere il potere. La casistica è varia. Ci sono però delle costanti. Il momento di massima crisi dei regimi autocratici, quello in cui si decide tra cedimento o intensificazione della repressione, ha in genere a che fare con un problema di successione. In Iran le componenti del potere si stanno dilaniando da tempo sulla successione a Khamenei.

 Il regime sospetta traditori a ogni angolo, ma soprattutto al proprio interno. Putin non ha successori, se non per finta. E nemmeno li ha il sultano Erdogan. Non ha successori Xi Jinping in Cina. Mao, e poi Deng Xiaoping, i successori da loro stessi designati se li erano divorati uno dopo l’altro. Trump è ossessionato da molte cose, ma soprattutto dal problema della successione a sé stesso.

A suo tempo, i despoti a Mosca, e le loro satrapie nell’Europa orientale non avevano osato far sparare sulla folla che demoliva il Muro di Berlino, o su quella che a Mosca aveva reagito al tentato colpo di stato ai danni del riformatore Gorbaciov. Posti dinanzi all’alternativa del fare come aveva fatto Deng Xiaoping a Pechino, avevano ceduto a più miti consigli. Mal glie n’era incolto. Col Muro erano crollati, uno dopo l’altro, regimi di polizia apparentemente inscalfibili. Infine era crollata, da un giorno all’altro, la stessa Unione sovietica.

 Il regime di Pechino è invece ancora lì, incrollabile nella sua autocrazia imperiale. Tiananmen è passata all’oblio nel corso di appena una generazione. Non ci fosse stato il Covid, probabilmente sarebbe stato soffocato nel sangue il movimento per la democrazia a Hong Kong. E’ andata bene: si sono limitati ad annientarlo con gli arresti in massa. Com’è possibile che se la cavino, vincano regimi che sparano sulla propria gente? It’s the economy, not democracy, stupid.

Sotto le bombe a -20°: sopravvivere a Kiev senza gas e con tre ore di luce ogni due giorni

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 25 Gennaio 2026

I fortunati che hanno il gas in cucina si attrezzino con mattonelle da scaldare e tenere come stufe. Le candele sono diventate fonti di calore. Il sindaco ha dichiarato la situazione d’emergenza e ha chiuso le scuole

Sopravvivere in Ukraina con -20°

Appena torna l’acqua nelle tubature riempi taniche e secchi e, se non perde, anche la vasca da bagno. Fai subito il bucato, fatti la doccia: non sai quando potrai rifarlo. Quando hai almeno un paio d’ore di elettricità carica il power bank e ogni tipo di batteria che hai in casa, inserisci le spine di computer e cellulare; accendi le stufette elettriche che almeno contribuiscono a rialzare la temperatura. 

Costruisci un baldacchino di coperte attorno al letto e tappa con stracci le fessure di porte e finestre. Se poi vivi ai piani alti e funziona l’ascensore, corri a fare la spesa e porta subito su le cose pesanti: tutti noi sappiamo che cosa significhi trasportare a piedi al diciannovesimo piano chili e chili di roba. Per i fortunati che hanno il gas naturale in cucina si attrezzino con mattonelle da scaldare e tenere come stufe, la fiamma comunque aiuta, ma non lasciatela accesa se uscite di casa. E fate buona riserva di candele: diventano a loro volta fonti di calore e fungono persino da fornelli.

Le istruzioni via social

Di questi tempi gelati, bui e travagliati dai bombardamenti russi, i social media ucraini e i siti di governo e municipalità assomigliano sempre più a manuali per le Giovani Marmotte o a vecchie guide del Club Alpino per affrontare la montagna invernale. Ancora una volta Kiev è nell’occhio della crisi. 

«Il terrorista Putin approfitta dell’ondata di gelo per cercare di colpire la nostra popolazione, mira a fiaccare la volontà di resistenza, ci vuole tutti morti di freddo e penalizza in particolare bambini, anziani e malati», denuncia con rabbia crescente il presidente Volodymyr Zelensky.

Freddo eccezionale 

Non è certo la prima volta che i missili e droni russi prendono di mira il sistema energetico nazionale per bloccare l’elettricità, impedire il pompaggio dell’acqua nelle tubature e fermare i sistemi di riscaldamento centralizzati. È dall’inverno 2022-23 che ci provano. Ma questa volta è la peggiore di tutte. L’ondata di freddo eccezionale è iniziata a fine dicembre con temperature che nella regione di Kiev sono costantemente tra i meno 10 e meno 20 gradi, con punte notturne sino a meno 24. 

Il fiume Dnipro è ghiacciato come non si vedeva da decenni, certo da molto prima degli attacchi russi contro il Donbass e la Crimea nel 2014. I ghirigori di neve gelata sui rami, i riflessi argentei del cielo, i pescatori nel mezzo della distesa bianca del corso del fiume di fronte al buco nel ghiaccio sono immagini che ricordano le novelle di Gogol e quadri ottocenteschi di un’altra era climatica.

I raid mirano alle infrastrutture 

Ma oggi ad aggravare la situazione sono questi continui raid notturni, che mirano alle infrastrutture della capitale. I più gravi in questo mese di gennaio sono avvenuti le notti del 9, del 13, del 19 e ieri tra l’una e le quattro del mattino, quando droni e missili balistici sono tornati a colpire ciò che i tecnici municipali avevano appena rimesso in funzione. Ci sono migliaia di abitazioni in totale black out, i loro numeri cambiano di continuo; la notte manca l’illuminazione municipale e i marciapiede coperti di ghiaccio verde diventano trappole per i pedoni che rischiano cadute rovinose.

Scuole chiuse 

Il sindaco, Wladimir Klitschko, ha dichiarato la situazione d’emergenza, ha chiuso le scuole sino almeno ai primi di febbraio: invita chi ha la possibilità a lasciare l’area urbana per non gravare sui servizi pubblici e pochi giorni fa ha annunciato che almeno 600 mila persone erano già partite. Ma Google, Telegram e i siti locali sono carichi di critiche contro l’autorità pubblica e richieste di soccorso. «Buongiorno, in via Balzac 92 non c’è riscaldamento già da sei giorni, in casa ci sono meno di otto gradi, chiediamo aiuto, ci dicono che arrivano, ma poi non si presenta nessuno. Non sappiamo più che cosa fare», si legge tra i tanti appelli. 

«Già da molti giorni abbiamo soltanto quattro ore di elettricità ogni 24. Manca internet, scaldiamo con i fornelli, ma il problema è il bucato. È difficile portare fuori i cani. Oggi non lo abbiamo fatto per nulla, sono sotto choc. Abbiamo i pannolini, ma loro hanno bisogno di correre», scrive un’altra famiglia. «Abbiamo la luce soltanto tre ore ogni due giorni. Non capiamo come si possa vivere con un bambino», dice una mamma.

I generatori 

Come spesso in questi casi, a fare la differenza sono le possibilità economiche. La municipalità sta fornendo pasti caldi nei quartieri di Berezniaky e Darnyza, che stanno sulla riva orientale del Dnipro e sono tra le zone più povere. Se la cavano meglio i professionisti che lavorano nei grandi uffici del centro. «L’azienda permette di farsi la doccia al lavoro, i potenti generatori garantiscono acqua calda notte e giorno», ci dicono i giornalisti del canale televisivo 1+1. Chi può spendere almeno 5 mila euro per comprare i power bank cinesi di EcoFlow ha la vita più facile. Ci sono inquilini che se la prendono con i proprietari, i quali a loro volta rispondono di essere al buio.

Conversione di San Paolo Apostolo

Conversione di San Paolo Apostolo

autore: Giovan Battista Gaulli anno: 1690 titolo: Conversione di San Paolo luogo: Chiesa di San Paolo, Fiastra

Nome: Conversione di San Paolo Apostolo

Titolo: L’adesione al cristianesimo

Ricorrenza: 25 Gennaio

Uno dei più gloriosi trionfi della grazia divina é senza dubbio la conversione di S. Paolo, che la Chiesa celebra oggi con festa particolare.

S. Paolo era ebreo della tribù di Beniamino. Fu circonciso l’ottavo giorno dopo la nascita, e fu chiamato Saulo. Apparteneva, come il padre, alla setta dei farisei: setta la più rigorosa, ma nello stesso tempo la più recalcitrante alla grazia di Dio.

I suoi genitori lo mandarono per tempo a Gerusalemme, alla scuola di Gamaliele, celebre dottore in legge. Sotto questa sapiente guida. Saulo si abituò alla più esatta osservanza della legge mosaica. Questo zelo fu quello appunto che fece di Saulo il persecutore più terribile dei primi seguaci di Gesù.

Lo vediamo nella lapidazione di Stefano custodire le vesti dei lapidatori, non potendo far altro, non avendo l’età prescritta; egli stesso però lapidava nel suo cuore, non solo Stefano, ma tutti i Cristiani, avendo in mente una sola cosa: sradicare dalle fondamenta la Chiesa di Cristo e propagare in tutto il mondo il Giudaismo.

Con questo zelo quindi non vi è niente da stupire se fu uno dei più fieri, anzi il più terribile ministro della persecuzione che infierì contro i Cristiani di Gerusalemme e ben presto fece scomparire i Cristiani che colà si trovavano; ma non pagò di ciò, chiese lettere autorizzative al Sommo Sacerdote, per poter fare strage dei Cristiani rifugiatisi in Damasco. Qui però il Signore l’attendeva: qui la grazia divina doveva mostrare la sua potenza.

Eccolo sulla via di Damasco, accompagnato da arcieri, spirante furore e vendetta. Ma d’improvviso, mentre galoppa, una luce fulgida lo accieca; una forza misteriosa lo sbalza da cavallo ed egli ode una voce dal cielo che gli grida:
« Saulo, perchè mi perseguiti? ».

– « Chi sei tu? »
risponde Saulo, meravigliato e spaventato ad un tempo.

Ed il Signore a lui:
– « Io sono quel Gesù che tu perseguiti. »

– « Che vuoi ch’io faccia, o Signore? »
chiede Saulo interamente mutato dalla grazia.

– « Va’ in Damasco » gli risponde il Signore – « colà ti mostrerò la mia volontà ».

Saulo si alza, ma essendo cieco, si fa condurre a Damasco, dove rimane tre giorni in rigoroso digiuno e in continua orazione. Al terzo giorno Anania, sacerdote della Chiesa Damascena, per rivelazione di Dio, si porta nel luogo dove si trova Saulo, lo battezza e gli ridona la vista. Da quel momento Paolo è mutato da feroce lupo in docile agnello: la grazia di Dio opera in lui per formare il vaso di elezione, l’Apostolo delle genti.

Paolo, docile ai voleri di Dio, tanto crebbe nell’amore di Gesù, che arrivò a dire: « Chi mi separerà dalla carità del mio Gesù? forse la persecuzione? la fame? i sacrifici o la morte? Ah, no, né la vita, né la morte, né il presente, né il futuro saranno capaci di separarmi da quel Gesù per cui vivo, per cui lavoro e col quale sono crocifisso. Egli sarà la mia corona perché non sono io che vivo ma è Gesù che vive in me ».

PRATICA. Iddio permette nella Chiesa le persecuzioni affinché la sua vigna, potata, produca frutti più abbondanti (S. Agostino).

Il ponte delle lingue tra Russia e Ucraina

di Stefano Caprio- 24 Gennaio 2026

La poetessa e traduttrice Irina Jurčuk, nativa della città di Kharkov sul confine tra i due Paesi, epicentro del conflitto in corso, ha pubblicato a Kiev il suo libro “Il passaggio sopraelevato”, un’antologia in cui unisce testi di autori russi e ucraini contemporanei, con le traduzioni e le sue stesse rime bilingue. Un modo per ritrovare la propria vera identità, senza farsi annientare dalle prevaricazioni e dalle rivendicazioni.

La questione di fondo nell’eterno conflitto tra Russia e Ucraina, che si prolunga sul campo da quattro anni e nelle coscienze da quattro secoli (si potrebbe dire da oltre un millennio fin dalla fondazione della Rus’ di Kiev), è il confronto tra due visioni del mondo, delle relazioni umane e dei rapporti tra i popoli, quella dell’Oriente collettivista e dell’Occidente personalista, nelle tante varianti in cui si possono definire. Il conflitto riguarda i territori sulle due sponde del fiume della storia europea, nella rappresentazione del Danubio, del Dnepr fino al Volga, si esalta nel confronto tra le diverse interpretazioni del cristianesimo latino e bizantino, ortodosso russo e ortodosso ucraino, cristianesimo e islam, fino alle molteplici flessioni linguistiche e culturali.

I russi non ritengono l’ucraino una vera lingua, ma il confronto si estende a quello con il polacco, il ceco o il bulgaro, il serbo e il croato e altre varianti delle lingue slave, ciascuna delle quali ritiene di essere “lingua-madre” a cui tutti devono fare riferimento. Tutti gli slavi ortodossi utilizzano la sacra dimensione dello slavo ecclesiastico, che richiama le comuni radici dello slavo antico, riuscendo a litigare perfino per la pronuncia variabile di formule ormai poco comprensibili per i fedeli durante le liturgie, che rimangono appannaggio del clero come strumento di affermazione della superiorità “istitutiva” della Chiesa sullo Stato.

La grande cultura russa dei secoli passati è oggi finita nel dimenticatoio della propaganda più insulsa, che si limita a sfruttare slogan e citazioni di Puškin, Gogol e Dostoevskij per dimostrare la grandezza artistica dell’artificioso “mondo russo”, mentre da parte ucraina questi grandi nomi del passato vengono demonizzati e accusati di aver ispirato le politiche imperiali degli zar, dei comunisti sovietici e dei sovranisti putiniani, imponendo la “lingua del nemico”. In questo modo si azzerano le possibilità di capirsi e dialogare, rifiutando di credere che “l’altro” abbia una sua dignità culturale, sociale e religiosa, e tutto si riduce ad affermazioni aggressive di identità sempre più artificiose, come avviene ormai nel mondo della comunicazione tecnologica che si riflette nelle relazioni sociali a tutti i livelli, fino alle operazioni militari, alle trattative diplomatiche e alle ideologie politiche dominanti.

Un tentativo di ristabilire dei ponti di comunicazione reale e profonda viene offerto da una poetessa e traduttrice bilingue russo-ucraina, Irina Jurčuk, nativa della città di Kharkov sul confine tra i due Paesi, epicentro del conflitto in corso. Da anni vive in Germania, lavora come medico e scrive poesie sia in ucraino sia in russo, per adulti e per bambini. Dopo aver vinto numerosi premi di concorsi letterari in Ucraina e a livello internazionale, di recente è stato pubblicato a Kiev il suo libro Nadzemnyj perekhid, “Il passaggio sopraelevato”, un’antologia in cui unisce testi di autori russi e ucraini contemporanei, con le traduzioni e le sue stesse rime bilingue.

Jurčuk afferma di essersi fatta ispirare dal “fascino poetico della lingua nativa insieme al desiderio di ampliare i limiti delle proprie capacità”, passando dal lavoro di traduzione all’espressione creativa. Mettere insieme le diverse dimensioni della cultura russa e ucraina ha anche “coinciso con la necessità di estraniarsi psicologicamente dalla spaventosa realtà della guerra”, usando l’immersione nelle traduzioni come meccanismo di fuga dalla tragedia. In questo modo si può cercare di “costruire un ponte tra le lingue e le epoche, tra le generazioni contemporanee e quelle future degli ucraini”, ritrovando nella lingua la propria vera identità, senza farsi annientare dalle prevaricazioni e dalle rivendicazioni.

Basterebbe ricordare un termine abusato ormai a tutte le latitudini, quello del “genocidio” di cui gli Stati in conflitto si accusano reciprocamente. La motivazione principale del “genocidio dei russi nel Donbass”, che per Mosca giustifica la “operazione militare speciale”, è proprio quella linguistica, imponendo ai russofoni della regione di usare solo la lingua ucraina, come del resto gli ucraini ritengono di essere stati sottoposti da secoli al “genocidio della russificazione” da cui bisogna liberarsi definitivamente, ricordando la proibizione della lingua ucraina da parte degli imperatori russi nell’Ottocento, e le successive ondate di cancellazione dell’identità ucraina da parte dei sovietici, anche con la soppressione della Chiesa greco-cattolica e il dominio russofono dell’ortodossia patriarcale.

Il progetto dell’antologia è dunque quello di passare “al di sopra”, nadzemnyj, a tutte le diatribe e le battaglie, per cercare di limitare al massimo i danni e ritrovare la vera espressione di entrambe le lingue e le culture, grazie anche alla “diversa musicalità dei suoni nelle diverse formulazioni, usando gli strumenti poetici che scardinano le barricate”, afferma Jurčuk. La composizione dei versi è il modo migliore di usare le lingue, e la traduzione obbliga a guardare ogni parola molto attentamente, analizzandone il senso nel contesto della rima, più che riportarne semplicemente il corrispettivo formale. Anche conoscendo bene una lingua straniera, è inevitabile la continua ricerca sui vocabolari e la scelta di usare forme anche molto diverse da quelle convenzionali, tanto più quando si tratta di lingue molto vicine tra loro come il russo e l’ucraino, come del resto era avvenuto in passato per le lingue greco-latine, romanze, anglosassoni e così via, col risultato di migliorare la propria stessa lingua nativa.

La traduzione è sempre a rischio di tradimento, ma solo in questo modo si compie il processo della tradizione, nelle diverse varianti dello stesso termine dal latino tradere. In tempi di “valori tradizionali” enunciati dall’alto degli amboni politico-religiosi, lo sforzo letterario e poetico può davvero far riscoprire il valore autentico delle tradizioni, di cui la lingua è un vettore imprescindibile. Come spiega la Jurčuk, “la traduzione è una piccola vita nello spazio e nel tempo della poesia, cercando di evitare gli scogli della perdita di significato o di portarlo dalla propria parte, diversa da quella dell’autore”. In tempi di traduttori automatici sempre più perfezionati, si apre uno spazio nuovo di comprensione reciproca, dimostrando che la tecnologia non risolve nulla senza il contributo della persona.

Non esiste attualmente alcun dialogo tra la cultura e la letteratura di Russia e Ucraina, e sarà difficile che si possa riconnettere per chissà quanto tempo, qualche decennio come minimo, ammesso che finiscano prima o poi le operazioni militari. Jurčuk cita un verso di un poeta ucraino in lingua russa, secondo cui in futuro la biblioteca / sarà un pericolo per gli uomini / e nel XXI secolo che acceca / sarà nel fuoco dei fenomeni, ovviamente in traduzione italiana che non rispetta l’originale russo e neppure la traduzione ucraina, sempre però rimarcando come i libri e le parole stanno diventando sempre meno delle certezze, e sempre di più delle armi di distruzione di massa.

La letteratura ucraina in generale, e la poesia in particolare, si stanno sviluppando come mai era successo nella storia, e la guerra ha ulteriormente accelerato i tempi della creatività, con grande presa di coscienza per la necessità di dissociarsi sempre più da quella russa. La lingua russa, che tutti gli ucraini conoscono e parlano correntemente, è diventata un fattore traumatico della quotidianità tragica da cui prendere le distanze in modo assoluto, e capita spesso che il russo parlato in casa per abitudine venga censurato in pubblico per la vergogna che provoca sentirlo, e non tutti hanno la possibilità di passare integralmente ad esprimersi in ucraino, lingua nativa a lungo repressa e oggi lingua espressiva di un desiderio di cambiamento radicale. Lo stesso presidente Volodymyr Zelenskyj, prima di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2019, aveva seguito un corso di ucraino, essendo russofono per eredità familiare.

La nuova cultura ucraina non vuole però essere determinata soltanto dalla reazione di protesta contro l’aggressore, ma cerca di definire una identità proiettata su un futuro ancora tutto da scrivere e declamare, ben sapendo che la pressione della Russia non si fermerà soltanto ai missili e alle conquiste territoriali, ma cercherà in tutti i modi di riconquistare l’autocoscienza di un popolo da cui gli stessi russi provengono, e con cui sono ancora strettamente imparentati. La lingua sarà sempre più la “difesa immunitaria in un organismo vivente”, afferma Irina Jurčuk, che cerca di mantenere un ponte sopra l’abisso dei due popoli, con una dedizione necessaria non soltanto ai russi e agli ucraini, ma come esempio per i popoli nemici di tutte le parti del mondo, usando la lingua degli uni e degli altri per riscoprire verità comuni e più grandi, come in questi versi da lei composti sotto il fragore delle bombe che distruggono le case:

…La scienza della fuga, l’esperienza della sopravvivenza,
il lenzuolo stretto come un cappio,
e io sogno: ogni colpo nell’universo è un colpo diretto su di me…

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