autore: Francesco Francia anno: 1517 titolo: La presentazione di Gesù Bambino al Tempio e La Purificazione della Vergine luogo: Abbazia di Santa Maria del Monte
Nome: Presentazione del Signore
Titolo: Candelora
Ricorrenza: 2 febbraio
Tipologia: Festa
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (Luca 2, 29-31).
Questa festa è chiamata con svariati nomi, ciascuno dei quali ricorda un fatto avvenuto in questa giornata in cui la Sacra Famiglia ci diede l’esempio della più perfetta ubbidienza.
Iddio nell’Antico Testamento aveva prescritto che ogni figlio primogenito fosse consacrato a Lui in memoria del beneficio fatto al suo popolo quando tutti i primogeniti degli Egiziani perirono sotto la spada dell’Angelo sterminatore risparmiando invece gli Ebrei.
Un’altra legge poi ordinava che ogni donna ebrea si presentasse al Tempio per purificarsi, quaranta giorni dopo la nascita del bambino, oppure dopo ottanta, se era una figlia, portando alcune vittime da sacrificarsi in ringraziamento ed espiazione.
Siccome le due cerimonie potevano compiersi tutte due assieme, Giuseppe e Maria portarono Gesù alla città santa, quaranta giorni dopo il Natale
Benché Maria non fosse obbligata alla legge della purificazione, poiché Ella fu sempre vergine e pura, tuttavia per umiltà ed ubbidienza volle andare come le altre.
Ubbidì poi al secondo precetto di presentare ed offrire il Figlio all’Eterno Padre; ma l’offrì in modo diverso dal come le altre madri offrivano i loro figliuoli. Mentre per le altre madri questa era una semplice cerimonia. senza timore di dover offrire i figli alla morte, Maria offrì realmente Gesù in sacrificio alla morte, poiché Ella era certa che l’offerta che allora faceva doveva un giorno consumarsi sull’altare della croce.
Giunti nel recinto del tempio venne loro incontro un vecchio venerando di nome Simeone, uomo giusto e pio, a cui lo Spirito Santo aveva promesso che non sarebbe morto prima d’aver mirato il Salvatore del mondo. Illuminato dal cielo aveva riconosciuto che il figlio di Maria era appunto l’aspettato delle genti. Presolo fra le braccia nell’entusiasmo della riconoscenza esclamò: « Or lascia, o Signore, che il tuo servo, secondo la tua parola, se ne vada in pace… »: poi benedisse i genitori del Bambino dicendo a Maria: « Ecco Egli è posto a rovina e resurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione; ed anche a te una spada trapasserà l’anima ».
Maria istruita nella Sacra Scrittura aveva già intravvisto tutte le pene che doveva patire il suo Figlio. e nelle parole di Simeone ne ebbe la dolorosa conferma. Maria a tutto acconsente. e con mirabile fortezza, offre Gesù all’Eterno Padre, ma la sua anima fu in quel momento attraversata da una spada.
Fatta l’offerta come prescritto dalla legge del Signore, Maria e Giuseppe ritornarono nella Galilea, alla loro città di Nazaret. E il Bambino cresceva e si fortificava pieno di sapienza, e la .grazia di Dio era con Lui.
PRATICA Maria per ubbidienza volle adempiere quanto prescriveva la legge, quantunque non vi fosse obbligata. Impariamo anche noi ad ubbidire a tutte le leggi, perché, come dice la Sacra Scrittura, l’uomo ubbidiente riporterà vittoria.
O Signore Dio, creatore del genere umano, Tu hai voluto che tuo Figlio Gesù, nel mistero dell’Annunciazione, si incarnasse nel seno della beata Vergine Maria per opera dello Spirito Santo, come divin concepito. Volgi il tuo sguardo benigno e benedici per intercessione di Maria, modello di gestante e madre della vita, queste mamme in gravidanza che ti supplicano per l’integrità del loro figlio e per un parto felice. Esaudisci la comune attesa, perché le creature che portano nel grembo, rigenerate nel Battesimo e aggregate al tuo popolo, ti servano in fedeltà e salute, vivano sempre nel tuo amore e crescano in sapienza, età e grazia. Per Cristo nostro Signore. Amen.
O Maria, aurora del mondo nuovo, Madre dei viventi, affidiamo a Te la causa della vita: guarda, o Madre, al numero sconfinato di bimbi cui viene impedito di nascere, di poveri cui è reso difficile vivere, di uomini e donne vittime di disumana violenza, di anziani e malati uccisi dall’indifferenza o da una presunta pietà. Fa che quanti credono nel tuo Figlio sappiano annunciare con franchezza e amore agli uomini del nostro tempo il Vangelo della vita. Ottieni loro la grazia di accoglierlo come dono sempre nuovo, la gioia di celebrarlo con gratitudine in tutta la loro esistenza e il coraggio di testimoniarlo con tenacia operosa, per costruire, insieme con tutti gli uomini di buona volontà ,la civiltà della verità e dell’amore, a lode e gloria di Dio creatore e amante della vita.
Salve Regina
(S. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium Vitae)
Città del Vaticano, domenica 1 febbraio 2026, 12:06 (ACI Stampa).
Finalmente il sole splende su Roma. E così, grazie anche a una temperatura gradevole, i fedeli si addensano nella piazza di San Pietro. Tantissimi, come ogni domenica. E’ il momento dell’Angelus. Papa Leone, prima della preghiera mariana, si rivolge ai fedeli concentrando la sua meditazione sulla liturgia di oggi: quella “pagina splendida della Buona Notizia che Gesù annuncia per tutta l’umanità: il Vangelo delle Beatitudini. Queste, infatti, sono luci che il Signore accende nella penombra della storia, svelando il progetto di salvezza che il Padre realizza attraverso il Figlio, con la potenza dello Spirito Santo” così esordisce il pontefice.
E continua: “Sul monte, Cristo consegna ai discepoli la legge nuova, quella scritta nei cuori, non più sulla pietra: è una legge che rinnova la nostra vita e la rende buona, anche quando al mondo sembra fallita e miserabile. Solo Dio può chiamare davvero beati i poveri e gli afflitti , perché Egli è il sommo bene che a tutti si dona con amore infinito”. Così come solo Dio può “saziare chi cerca pace e giustizia perché Egli è il giusto giudice del mondo, autore della pace eterna”. Così come “solo in Dio i miti, i misericordiosi ei puri di cuore trovano gioia perché Egli è il compimento della loro attesa”.
E ancora papa Leone XIV si concentra sulla pagina evangelica delle Beatitudini che, per papa Leone XIV, “ restano un paradosso solo per chi ritiene che Dio sia diverso da come Cristo lo rivela”. Tutta la speranza deve risiedere in Cristo, non certamente nei potenti, per il pontefice. Cristo che “è il povero che condivide con tutti la sua vita, il mite che persevera nel dolore, l’operatore di pace perseguitato fino alla morte in croce”.
Per questi motivi, Gesù è colui che “illumina il senso della storia: non quella scritta dai vincitori, ma quella che Dio compie salvando gli oppressi”. E’ Dio a donare speranza “anzitutto a chi il mondo scarta come disperato” ricorda il pontefice. Ed è così che le Beatitudini “diventano per noi una prova della felicità, e ci portano a chiederci se la consideriamo una conquista che si compra o un dono che si condivide; se la riponiamo in oggetti che si consumano o in relazioni che ci accompagnano. È infatti “a causa di Cristo” (cfr v. 11) e grazie a Lui che l’amarezza delle prove si trasforma nella gioia dei redenti: Gesù non parla di una consolazione lontana, ma di una grazia costante che ci sostiene sempre, soprattutto nell’ora dell’afflizione”, conclude papa Leone XIV.
E poi, dopo la recita della preghiera mariana, alcuni importanti appelli. Si riferisce alla delicata questione di Cuba di questi giorni: “Ho ricevuto con grande preoccupazione notizie circa un aumento delle tensioni tra Cuba e gli Stati Uniti d’America, due Paesi vicini”. Il pontefice si unisce “al messaggio dei Vescovi cubani invitando tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace per evitare la violenza e ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano”. Invoca “la Virgen della Carità del Cobre” che possa partecipare e proteggere “tutti i figli di quella amata terra”.
E, ancora: “Assicuro la mia preghiera per le numerose vittime della frana in una miniera del Nordkiv nella Repubblica Democratica del Congo”.
Così come il suo pensiero corre ancora una volta al Portogallo e all’Italia meridionale. Senza dimenticare anche le “popolazioni del Mozambico duramente provate dalle inondazioni”.
Ricorda, inoltre, che oggi in Italia è la “giornata nazionale delle vittime civili delle guerre e dei conflitti nel mondo. Questa iniziativa è purtroppo tragicamente attuale. Ogni giorno, infatti, si registrano vittime civili di azioni armate che violano apertamente la morale e il diritto. I morti ei feriti di ieri e di oggi saranno veramente onorati quando si metterà fine a questa intollerabile ingiustizia”.
Grande attenzione ai Giochi olimpici: “Venerdì prossimo inizieranno i giochi olimpici-invernali di Milano-Cortina, a cui faranno seguito i giochi paralimpici. Rivolgo i miei auguri agli organizzatori ea tutti gli atleti. Queste grandi manifestazioni sportive costituiscono un forte messaggio di fratellanza e ravvivano la speranza in un mondo in pace. È questo anche il senso della tregua olimpica, antichissima usanza, che accompagna lo svolgimento dei giochi. Auspico che quanti hanno a cuore la pace tra i popoli e sono posti in autorità sappiano compiere in questa occasione gesti concreti di distensione e di dialogo».
Il politologo russo super-putiniano Gleb Kuznetsov ha pubblicato sulla rivista Gosudarstvo (“Lo Stato”) un articolo dove afferma esplicitamente che “la divisione dei poteri, le elezioni concorrenziali e la libertà di parola impediscono allo Stato di funzionare in modo efficace”. E indica a modello l’esempio di Shenzen “una delle città più controllate al mondo”.
Quando è finito l’impero sovietico, trentacinque anni fa, tutti erano convinti che fosse stata ormai archiviata l’ideologia comunista, che sottomette i principi liberali a quelli del totalitarismo collettivo. Rimanevano alcuni residuati del “Mondo Rosso” novecentesco, come Cuba, il Vietnam e ovviamente la Cina, il gigantesco erede di Mao Tse-Tung, che si pensava in via di “conversione” capitalista e liberale, tranne poi scoprire che il capitalismo di Pechino è diventato uno dei fattori dominanti dell’economia mondiale, senza per questo concedere ai suoi cittadini i diritti e le libertà personali.
La crisi del globalismo, inteso come abbattimento delle frontiere e libertà universale di commercio e interazione tra i popoli del mondo intero, è iniziata dopo un ventennio di “fine della storia”, con i crolli finanziari del 2008 e le successive scosse di revisione degli equilibri geopolitici. Mentre la Cina ha cercato di approfittare della disgregazione dei poteri occidentali, inserendosi nelle falle aperte dell’economia globale con le nuove “vie della seta”, la Russia ha visto la possibilità di rialzarsi dall’umiliazione del suo ruolo marginale, riprendendo il controllo dell’impero non con i soldi, ma con le armi e le minacce apocalittiche dei suoi arsenali e delle sue aspirazioni ideologiche di eredità secolare, quanto mai adeguate al “nuovo medioevo” che il mondo sta affrontando per capire a che futuro ci si deve preparare.
Ora la Russia si attribuisce il merito di aver distrutto il dominio globalista dell’Occidente e di aver instaurato il nuovo ordine mondiale “multipolare”, come viene ripetuto ossessivamente dal presidente Vladimir Putin e da tutti i suoi sottoposti, anche se rimane da capire quanti “poli” si sono effettivamente aperti, nelle contrapposizioni tra il Nord/Occidente e il Sud/Oriente globale, con i Corridoi dell’estremo settentrione artico, quelli “di mezzo” dell’Asia e del Caucaso e quelli meridionali dove scorrazzano le navi “pirata” della flotta ombra della Russia, ora fermate dall’America sovrana che si sta dividendo dall’Europa, in una giostra multipolare sempre più da capogiro.
Al di là delle svolte imprevedibili della geopolitica, che offrono ai commentatori di tutto il mondo argomenti per sviluppare fantasie senza freni, un fattore sistematico sembra imporsi ormai a tutte le latitudini: la fine dei valori liberali, sostituiti dai “valori tradizionali” su cui si reggeva il mondo intero prima della “degradazione” moderna della democrazia. Il politologo russo super-putiniano Gleb Kuznetsov ha pubblicato un articolo in questo senso sulla rivista Gosudarstvo (“Lo Stato”), dove afferma esplicitamente che “la divisione dei poteri, le elezioni concorrenziali e la libertà di parola impediscono allo Stato di funzionare in modo efficace”, e l’ideologo Aleksandr Dugin lo conferma con dichiarazioni secondo cui “è finita l’epoca degli Stati nazionali democratici”.
Si delinea quindi, in modalità radicali tipiche della Russia, la nuova ideologia mondiale del sovranismo e del tradizionalismo, che ripropongono forme contemporanee di autocrazia in cui il leader guida la volontà del popolo nella modalità “illiberale”, il termine decisivo che Putin ripete fin dal famoso discorso di Monaco nel 2007 alla Conferenza sulla sicurezza, dopo aver ascoltato le tante omelie del patriarca di Mosca Kirill contro il liberalismo, il male che distrugge il mondo dai tempi della rivoluzione francese, anzi da quelli della teologia scolastica latina. Da allora la Russia ha cominciato a staccarsi dai rapporti con le potenze occidentali, iniziando nel 2008 la guerra con la Georgia, che ormai oggi è stata addomesticata ai voleri del Cremlino, e dal 2014 con l’Ucraina, dilaniata da un conflitto simbolico tra diverse visioni del mondo, che sembra non avere fine.
Kuznetsov afferma che gli uomini del XXI secolo stanno disprezzando sempre più le libertà sociali e politiche, in cambio dei “servizi digitali gratuiti”, segnando i termini del “medioevo tecnologico” che al posto della responsabilità personale fa prevalere il dominio artificiale delle coscienze. Il politologo russo non esprime soltanto un’opinione isolata, per quanto riferita all’ideologia ufficiale, ma sintetizza il lavoro di uno dei più importanti think tank dell’amministrazione presidenziale del Cremlino, il gruppo Eisi guidato da uno dei principali consiglieri e possibili eredi di Putin, l’ex-premier Sergej Kirienko. Questo testo è stato analizzato attentamente da uno degli analisti di Meduza, Andrej Pertsev, che cerca di capire in che cosa consista il segreto del successo dei “sistemi illiberali” di Russia e Cina, che spinge gli abitanti di questi Paesi a scegliere il controllo digitale al posto dei valori liberali.
La rivista Gosudarstvo è stata inaugurata nel 2025, proprio allo scopo di esprimere in modalità sempre più efficaci i principi della nuova ideologia, grazie al contributo dei “polit-tecnologi”, come vengono chiamati in Russia gli araldi del pensiero dominante. Ad esempio Aleksandr Kharičev, un altro uomo di Kirienko, scrive sulla “sacralità del potere” sostenuta dalla “capacità di sacrificio” e dal “collettivismo” dei russi, unendo i principi dello zarismo e del comunismo sovietico. Queste dimensioni vengono sottolineate da un articolo di un altro membro del gruppo, Boris Rapoport, col titolo “Questioni e compiti della politica interna dello Stato russo nelle varie epoche storiche”, in cui si afferma che “la scarsità della popolazione sull’enorme territorio della Russia e il clima molto severo hanno imposto ai russi l’idea di uno Stato forte come uno dei principi fondamentali per garantire la propria sopravvivenza”.
Il polit-tecnologo Andrej Polosin propone un testo sulla “Legittimità digitale”, che si accorda con la tesi di Kuznetsov sulla prevalenza ormai inarrestabile dei “regimi illiberali” nei confronti di quelli “liberali”, come dimostrano su tutti proprio i sistemi di Russia e Cina. Non si nominano particolari “regimi liberali”, indicati genericamente come “Stati occidentali” dove “la legittimità si basa sulle procedure e sulle illusioni del controllo sociale nei confronti delle istituzioni”, mentre gli illiberali propongono la fonte alternativa della “efficacia tecnologica”. Le elezioni periodiche ogni 4-5 anni sono infatti ingannevoli, perché il regime al potere dovrebbe lavorare per gli elettori ogni giorno, quando in realtà questo servizio può essere realizzato in modo “visibile e non misurabile” soltanto dalle strutture digitali.
Questi servizi tecnologici sono talmente utili per i cittadini che diventano “un argomento decisivo in favore del sistema, molto più delle discussioni astratte sulle procedure democratiche”, aggiunge Kuznetsov. Il vantaggio degli illiberali come Russia e Cina non sta nel controllo in quanto tale sulla popolazione, ma nella “conversione di questo controllo in una vera legittimità, grazie all’offerta dei servizi di qualità nelle forme più convenienti”, che rendono la vita quotidiana più semplice e soddisfacente. Per questo “non c’è bisogno di manipolare l’opinione pubblica”, e il successo dell’approccio illiberale è assicurato dalla “concentrazione del potere”, considerata pericolosa dai decadenti regimi liberali.
Vengono portate ad esempio le due megalopoli di Mosca e Shēnzhèn, entrambe con circa 13 milioni di abitanti, dove i servizi cittadini sono “al massimo livello di comfort” rispetto a qualsiasi metropoli occidentale, dove è evidente che “le decisioni politiche diventano risposte tecnologiche” e il sindaco assume il ruolo di “direttore generale della città”, spogliandosi della funzione esplicita del potere ed esaltando quella del “servizio”, il cui confine con la “supervisione” diventa del tutto secondario e invisibile. Per questo i moscoviti, e sempre più i russi in generale, accettano di buon grado il controllo totale da parte delle autorità centrali e locali, perché “quanto più controllano, tanto più si vive comodamente”, e se il controllo venisse meno “non sarebbe una liberazione, ma un ritorno al rischio dell’ignoto”.
L’esperienza della Cina suscita nei politologi russi un entusiasmo sempre maggiore, come mostra proprio l’esempio di Shēnzhèn, che in quarant’anni si è trasformata da villaggio di campagna a “capitale tecnologica” proprio grazie alla totale assenza delle caratteristiche ritenute indispensabili dagli occidentali: le elezioni, i media indipendenti, la divisione dei poteri. “Una delle città più controllate al mondo funziona con grande efficacia, in un modo che le città occidentali possono soltanto sognarsi”, sottolinea lo specialista. Kuznetsov sottolinea che uno dei principali vantaggi dei sistemi illiberali è “l’indipendenza dai cicli elettorali”, che in questi Paesi si tengono solo per celebrare il regime al potere che può portare avanti i suoi programmi “per decenni”, mentre le alternanze contrapposte dei liberali impediscono di realizzare quanto era stato promesso agli elettori. Considerando che tra un mese e mezzo si terranno le elezioni parlamentari in Russia, queste spiegazioni aiuteranno senz’altro i cittadini russi a scegliere i propri rappresentanti, che saranno i tutori del benessere illiberale.
autore: Mario Caffaro Rore anno: 1941 titolo: Ritratto di Don Bosco
Nome: San Giovanni Bosco
Titolo: Sacerdote
Nascita: 16 agosto 1815, Castelnuovo d’Asti
Morte: 31 gennaio 1888, Torino
Ricorrenza: 31 gennaio
Protettore: degli educatori, dei bambini, degli editori, giovani, degli scolari, degli studenti
Beatificazione: 2 giugno 1929, Roma, papa Pio XI
Canonizzazione: 1 aprile 1934, Roma, papa Pio XI
Luogo reliquie: Basilica di Don Bosco Basilica di Santa Maria Ausiliatrice
Questo nome popolarissimo e tanto venerato ricorda un’istituzione grandiosa e benefica che da anni assiste ed educa cristianamente la gioventù, raccolta in centinaia di case sparse in tutto il mondo.
Giovanni Bosco nacque il 16 agosto 1815 ai Becchi, frazione di Murialdo presso Castelnuovo d’Asti, da una povera famiglia di agricoltori. Sua mamma, Margherita, era una santa donna tutta dedita al lavoro ed ai suoi doveri di cristiana: infondere nei suoi figliuoli il santo timore di Dio. Del babbo non poté gustare il sorriso e la carezza, perché se ne volò al cielo quando Giovanni era ancora in tenerissima età.
Fin da fanciullo ebbe il dono di attirare a sé le anime dei fanciulli con i suoi giochi di prestigio e con la sua pietà, che gli cattivava l’animo di tutti.
A prezzo di privazioni di ogni genere, in mezzo alle contrarietà degli stessi familiari, riuscì a compiere gli studi ecclesiastici e nel 1841 fu ordinato sacerdote. Da questo punto comincia la sua missione speciale: « l’educazione dei giovani ».
Lo aveva difatti profondamente colpito il fatto di vedere per le vie di Torino tanti giovanetti malvestiti, male educati, abbandonati, esposti ad ogni pericolo per l’anima e per il corpo, molti già precocemente viziosi e destinati alla galera… Il cuore del giovane sacerdote sanguina: prega e pensa: e la Vergine Benedetta, che lo aveva scelto, gli ispira l’istituzione degli Oratori.
Dopo mille difficoltà e persecuzioni, gli riuscì di comperare a Valdocco (allora fuori Torino) un po’ di terreno con una casa ed una tettoia a cui aggiunse una cappella; ebbe così un luogo stabile e sicuro dove poter radunare i suoi « birichini ».
Non aveva un centesimo : unica sua risorsa una fede illimitata nella Divina Provvidenza.
In pochissimo tempo i poveri giovani ricoverati diventarono più numerosi; l’opera cresceva e bisognava pensare al futuro. La benedizione di Dio era visibile. E Don Bosco fonda una nuova congregazione religiosa, la Pia Società di S. Francesco di Sales, detta comunemente dei Salesiani, composta di sacerdoti e laici, che poco alla volta aprirono oratori festivi, collegi per studenti, ospizi per artigiani, scuole diurne e serali, missioni fra gli infedeli in tutte le parti del mondo.
Per le fanciulle delle stesse condizioni, D. Bosco istituì le Suore di Maria Ausiliatrice, le quali, come i Salesiani, sono sparse in tutto il mondo, ed affiancano l’opera dei sacerdoti.
Per il popolo D. Bosco scrisse libretti pieni di sapienza celeste, dal titolo « Letture cattoliche » in contrapposizione a quelle protestanti.
Fino all’ultimo la sua vita fu spesa a vantaggio del prossimo, con sacrificio continuo, eroico. Il Signore lo chiamò a sè il 31 gennaio 1888 e fu canonizzato da Pio XI.
PRATICA. Aiutiamo in qualche modo le opere per l’educazione della gioventù.
PREGHIERA. O Dio, che suscitasti il beato confessore Giovanni per l’insegnamento cristiano e per trattenere la gioventù nella via della verità., e per suo mezzo radunasti una nuova famiglia nella Chiesa. concedici che a suo esempio e intercessione, infiammati di zelo per la tua gloria e la salute delle anime, possiamo nel cielo essere partecipi del suo gaudio.
MARTIROLOGIO ROMANO. A Torino San Giovanni Bosco, Confessore, Fondatore della Società Salesiana e dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, insigne per lo zelo delle anime e la propagazione della fede, ascritto dal Papa Pio undecimo nei fasti dei Santi.
Don Bosco e Domenico Savio
L’incontro tra San Domenico Savio e Don Bosco avvenne il 2 ottobre 1854 nel cortile della casa dei Becchi. Dopo un lungo dialogo, Don Bosco, riconoscendo le qualità del ragazzo, usò una metafora sartoriale per esprimere il suo potenziale spirituale. Domenico accettò con entusiasmo e, poche settimane dopo, si trasferì all’oratorio di Valdocco. Lì, vedendo il motto di Don Bosco “Da mihi animas, coetera tolle”, comprese che la missione della casa era salvare anime e desiderò che anche la sua appartenesse al Signore.
L’8 dicembre 1854, giorno in cui Papa Pio IX proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione, Domenico rinnovò davanti all’altare di Maria le promesse della sua prima comunione, consacrandosi interamente a Gesù e Maria e chiedendo di morire piuttosto che commettere un peccato. Don Bosco iniziò a seguire attentamente la sua
Il 24 giugno successivo, per l’onomastico di Don Bosco, Domenico gli chiese un aiuto speciale: diventare santo. Don Bosco gli suggerì tre regole per la santità: allegria, impegno nei doveri di studio e di preghiera, e fare del bene agli altri. Domenico seguì queste indicazioni con fervore, distinguendosi per la sua profonda pietà, la gioia serena e l’attenzione verso i compagni, aiutandoli nello studio, nel gioco e nell’assistenza ai malati.
VOCAZIONE DI SAN GIOVANNI BOSCO
San Giovanni Bosco racconta nelle sue Memorie che all’età di nove anni fece un sogno straordinario. Si trovava vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove alcuni ragazzi stavano giocando e bestemmiando.
«Al sentire le bestemmie mi slanciai in mezzo a loro. Cercai di farli tacere usando pugni e parole».
Proprio in quel momento gli apparve un uomo maestoso, vestito interamente di bianco, che, chiamandolo per nome, gli ingiunse di mettersi a capo di quei ragazzi:
«Dovrai farteli amici con bontà e carità», soggiunse, «non picchiandoli. Su, parla, spiega loro che il peccato è una cosa cattiva e che l’amicizia con il Signore è un bene prezioso».
Giovanni, meravigliato, gli domandò:
«Chi siete voi che mi chiedete cose impossibili?»
L’uomo misterioso gli rispose enigmaticamente che ciò che sembrava impossibile sarebbe diventato possibile con l’obbedienza e lo studio, sotto la guida di una maestra.
«Ma chi siete voi?» insistette il ragazzo.
«Io sono il figlio di colei che tua madre ti ha insegnato a salutare tre volte al giorno.»
Giovanni, perplesso, ribatté:
«La mamma mi dice sempre di non stare con chi non conosco senza il suo permesso. Perciò ditemi il vostro nome.»
«Il mio nome domandalo a mia madre.»
In quel momento apparve una donna maestosa, avvolta in un manto risplendente. Lo prese per mano e gli disse:
«Guarda.»
I ragazzi che giocavano erano scomparsi e al loro posto erano apparsi animali selvatici.
«Ecco il tuo campo,» proseguì la donna, «ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che ora vedrai accadere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli.»
All’improvviso, le bestie si trasformarono in agnelli mansueti, che saltellavano e belavano intorno a loro. Giovanni, sconcertato, scoppiò a piangere e confessò alla signora di non riuscire a comprendere.
Lei gli rispose, posandogli una mano sul capo:
«A suo tempo tutto comprenderai.»
Quel sogno segnò la vocazione e la missione di tutta la vita di Don Bosco.
FRASI FAMOSE
Guai a chi lavora aspettando le lodi del mondo: il mondo è un cattivo pagatore e paga sempre con l’ingratitudine.
Dite ai giovani che li aspetto tutti in Paradiso.
Amate ciò che amano i giovani, affinché essi amino ciò che amate voi.
La prima felicità di un fanciullo è sapersi amato.
In ognuno di questi ragazzi, anche il più disgraziato, v’è un punto accessibile al bene. Compito di un educatore è trovare quella corda sensibile e farla vibrare.
Noi facciamo consistere la santità nello stare sempre allegri e fare sempre e bene il nostro dovere.
Non rimandate al domani il bene che potete fare oggi, perché forse domani non avrete più tempo.
Fare il bene senza comparire. La violetta sta nascosta ma si conosce e si trova grazie al suo profumo.
Coraggio, coraggio sempre; non istanchiamoci mai di fare il bene e Dio sarà con noi.
Se vuoi farti buono, pratica queste tre cose e tutto andrà bene: allegria, studio, pietà.
Il demonio ha paura della gente allegra.
Se il cibo del corpo si deve prendere tutti i giorni, perché non il cibo dell’anima?
La gioia è la più bella creatura uscita dalle mani di Dio dopo l’amore.
Con le opere di carità ci chiudiamo le porte dell’inferno e ci apriamo il paradiso.
Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la nostra società.
Il paradiso non è fatto per i poltroni.
Chi prega si occupa della cosa più importante di tutte.
Tenete a memoria che la solita parola che usa il demonio quando vuole spingerci al male è: Oh! Non è niente!
Il migliore consiglio è di fare bene quanto possiamo e poi non aspettarci la ricompensa dal mondo ma da Dio solo.
Senza religione non vi è vera scienza, non vi è moralità, né educazione.
Chi si rimette pienamente a Dio, è impossibile che non venga esaudito.
Sii con Dio come l’uccello che sente tremare il ramo e continua a cantare, sapendo di avere le ali.
Maria non fa le cose solo per metà.
È quasi impossibile andare a Gesù se non ci si va per mezzo di Maria.
“Auguro al Foglio di essere sempre animato da questo desiderio di costruire un futuro fatto di incontri e non di scontri, e di difendere così la bellezza delle nostre vite”. Il senso di fare informazione oggi. Ci scrive Papa Leone XIV
Papa Leone XIV 30 gen 2026
Caro direttore,
con piacere rivolgo a lei e ai lettori de Il Foglio i miei auguri per il 30° anniversario dalla nascita del giornale. In anni di così grande cambiamento, la presenza di una offerta plurale nel campo della informazione, alla quale con il vostro lavoro avete contribuito, è stata ed è garanzia di libertà.
La possibilità di diffondere opinioni diverse, e di offrire interpretazioni diverse dei fatti, è il fondamento concreto di quel libero confronto di idee senza il quale non c’è libertà di pensiero, ma la negazione della dignità di ogni essere umano e del suo dıritto a pensare.
Per questo occorre promuovere il dialogo e non arrendersi ad una polarizzazione estremista e ingannevole che riduce la realtà ad una sua parodia, le radici culturali e religiose quasi ad etichette da esibire, il pensiero ad un calcolo.
La libera stampa e più in generale tutti i media avrebbero questo compito straordinario di formare informando. E di contribuire così alla costruzione di un mondo più giusto, e pacifico. Ciò richiede un grande senso di responsabilità, per esempio nella distinzione tra la narrazione il più obiettiva possibile dei fatti e la esposizione delle opinioni su di essi, sempre doverosamente aperta al confronto.
Auguro a lei e al suo giornale di essere sempre animati da questo desiderio di costruire un futuro fatto di incontri e non di scontri, e di difendere così la bellezza delle nostre vite.
di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 31 Gennaio 2026
L’ex pugile: «Non credo affatto alle promesse di Putin. Gli attacchi sono aumentati, ho detto a chi può di andarsene»
«Sarò onesto. Non credo affatto alle promesse di Putin: è un mentitore inveterato. Dall’inizio della guerra ha sempre detto che le sue forze attaccano esclusivamente obiettivi militari, ma allora perché da quattro anni non fa che lanciare missili e droni contro le nostre città e le infrastrutture civili? Come spiega i nostri 300 concittadini uccisi dal 2022 e gli oltre 1.000 appartamenti distrutti?».
Il sindaco di Kiev Vitaly Klitschko ci riceve nel suo ufficio oberato dai problemi che lo assillano dall’inizio del mese. Li riassume così: «Ripristinare la rete elettrica, il riscaldamento e il sistema idrico. In quasi 12 anni da sindaco non avevo mai visto un’ondata di gelo tanto prolungata e i russi ne approfittano: non solo bombardano per rendere ancora più difficile l’esistenza della popolazione, ma soprattutto usano ogni mezzo per fomentare i dissidi interni. I loro blogger istigano la gente a criticare le autorità ucraine e diffondere la sfiducia, mentre noi ci prodighiamo per ricordare che la causa prima di ogni difficoltà è stata e resta l’invasione russa».
Kiev, parla il sindaco Vitaly Klitschko: «Il cessate il fuoco? Non credo che Putin manterrà la parola»
Putin avrebbe promesso a Trump che non attaccherà le infrastrutture energetiche sino al primo febbraio: c’è da credergli? «I raid russi sono continuati esattamente come prima, non su Kiev, ma sul resto del Paese. Da domenica scorsa città come Odessa, Zaporizhzhia e Dnipro sono al freddo e al buio in molti quartieri».
Russi e ucraini dovrebbero tornare a trattare faccia a faccia ad Abu Dhabi. Cosa si aspetta? «Non faccio parte della nostra delegazione. Ma sono aperte un mucchio di domande: come difendere i nostri territori nazionali, quali sono le garanzie di sicurezza e soprattutto quando i russi smetteranno di bombardarci?».
Kiev è nell’occhio dei raid con temperature che si avvicinano ai meno 30. Cosa intende fare? «Gli attacchi contro la capitale sono in crescita. E dimostrano che ancora oggi Putin è molto più interessato al controllo di Kiev che non del Donbass. Se vuoi eliminare qualcuno gli spari al cuore e infatti Putin tuttora nega la legittimità di un’Ucraina libera e indipendente. Ci sono stati raid contro di noi con oltre 500 tra droni e missili. L’obiettivo? Spezzare la nostra volontà di resistenza, destabilizzare, dividere, impaurire».
Nel suo ultimo comunicato lei parla di 378 edifici ancora privi di elettricità… «La nostra è una delle più grandi città dell’Est europeo con attualmente oltre tre milioni e mezzo di abitanti. Il 9 gennaio abbiamo subito uno dei raid più gravi, che ha danneggiato 12.000 edifici, di questi 6.000 si sono trovati senz’acqua ed energia, mentre la temperatura esterna sfiorava i 20 sottozero. I tecnici municipali sono entrati subito in azione per evitare che gelassero le tubature e per ripristinare i riscaldamenti centralizzati. Quando, pochi giorni dopo, i russi hanno osservato che eravamo in grado di riparare i danni hanno subito lanciato nuove ondate di attacchi. Lo hanno fatto per tre volte da allora. E noi ci siamo trovati in gravi difficoltà perché l’intero Paese soffre di draconiani tagli all’energia nazionale, a seconda dei momenti siamo stati tra il 40 e il 60 per cento delle capacità energetiche normali. Se manca la corrente le pompe non funzionano e l’acqua non arriva ai rubinetti».
È preoccupato? «Mai tanti attacchi e mai così freddo: il mio periodo più difficile da sindaco». Lei è stato accusato di demotivare la popolazione quando di recente ha esortato a lasciare la città chiunque potesse farlo. «Sono responsabile di servire la mia cittadinanza e devo dire la verità. Quando ho ammesso che non avevamo le risorse per rispondere ai bisogni di tutti ho consigliato di evacuare temporaneamente chiunque potesse. L’ho fatto e lo rifarei. Meno abitanti significa poter garantire servizi migliori».
Com’è cambiata la demografia di Kiev? «Circa 4 milioni di abitanti prima dell’invasione, poi due milioni di sfollati, seguiti dall’arrivo di un milione e mezzo, per lo più fuggiti dalle zone occupate o minacciate dai russi. A fine dicembre avevamo tre milioni e 600.000 abitanti, ora sono circa tre milioni, con un largo numero di pendolari che ogni sera vanno nei paesi di periferia».
E di giorno? «Tornano in città a lavorare e sono felice che lo facciano. Occorre che Kiev resti viva grazie al lavoro della sua gente. L’ultimo attacco russo è stato il 27 gennaio e gli uffici sono rimasti aperti. È il nostro modo per dimostrare che non molliamo, non ci arrendiamo».
Quanto conta l’aiuto degli alleati? «Moltissimo. Oggi i generatori europei ci permettono di sopravvivere alla crisi energetica. Anche se, ci tengo a sottolinearlo, nel lungo periodo non possono essere un sostituto per la rete nazionale. Costano troppo, necessitano di 300 tonnellate di carburante al giorno solo quelli pubblici, inquinano causando gravi problemi di salute alla popolazione. Tutti gli ospedali sono autosufficienti. La città ha bisogno di quasi 200.000 megawatt quotidiani che non possono dipendere dai generatori per sempre. Il nostro deficit energetico è ora del 60 per cento, ecco perché ci sono black out che a seconda dei quartieri possono durare da due ore a due giorni».
Le scuole restano chiuse? «A gennaio abbiamo prolungato le vacanze di Natale. Da febbraio saranno i presidi a decidere: se nelle classi la temperatura supera i 18 gradi le lezioni saranno regolari, altrimenti si faranno via remoto come ai tempi del Covid».
di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 29 Gennaio 2026
Intervista al presidente del Comitato militare della Nato: «Putin è contrario alla tregua. L’Alleanza deve adattarsi ai cambiamenti»
KIEV – «La Nato ha gli strumenti per rispondere alla crisi e ripensare se stessa. Invece di parlare di esercito europeo, cerchiamo piuttosto nuovi modi di cooperazione militare tra Europa e Stati Uniti». L’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che da un anno presiede il Comitato Militare dell’Alleanza Atlantica ed è stato capo di Stato maggiore della Difesa italiano, offre risposte a quella che è stata descritta come la crisi più grave del sistema di difesa occidentale creato dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Il nodo Groenlandia ha fatto esplodere tensioni latenti nella Nato. Il premier canadese Mark Carney sostiene che ormai gli Stati Uniti non si fanno più carico della difesa comune. Cosa fare?
«È nel DNA della Nato riflettere sul proprio ruolo, lo facciamo da 76 anni, continuando ad adattarci ai cambiamenti. I valori della sicurezza collettiva, la difesa della libertà e della democrazia restano centrali».
Nonostante gli attacchi di Donald Trump?
«Abitudine dei nostri ufficiali e anche mia è quella di prendere tempo e lasciare decantare ciò che viene detto sul momento. Però non vedo crisi; anzi, direi che usciamo più coesi e più forti dal dibattito e dagli ultimi stress test».
La priorità?
«Al cuore resta la minaccia russa, che è stata confermata dal 2022 e che guida la nostra strategia. Dobbiamo continuare a esercitare deterrenza. Ed è vero che gli Stati Uniti suonano la carica: hanno dato forti scossoni in nome di una necessità che io ritengo giusta, ovvero che i costi per la difesa collettiva vengano distribuiti in modo più equo. L’ultimo summit dell’Aja l’estate scorsa è stato un successo in questo senso: l’Europa s’impegna a più alte spese militari, adesso vanno assunte maggiori responsabilità operative».
E la crisi esistenziale della Nato?
«La Nato non è assolutamente in crisi. C’era la necessità di un elemento catalizzatore e lo abbiamo avuto. Ora si aprono nuovi orizzonti. Tutte le dichiarazioni, anche brutalmente critiche, vanno valutate con più calma».
Si è temuta persino una guerra aperta tra Usa e Danimarca. Come l’avete valutata?
«Per nostra fortuna, proprio in quei giorni, il 21 e 22 gennaio, si è riunito il Comitato Militare della Nato. Abbiamo lasciato che il tema Stati Uniti, Groenlandia e Danimarca fosse negoziato a livello politico tra loro. Io credo che arriveranno a una soluzione politica. Posso assicurare che nessuno ha valutato potesse scoppiare un conflitto armato tra alleati. Noi ci siamo dunque focalizzati sull’Artico. Molto probabilmente vi incentiveremo le nostre attività: ci saranno spese per adddestramenti in loco e per i necessari equipaggiamenti in climi rigidi».
Cina e Russia negano di avervi accresciuto le operazioni militari. Cosa rilevate?
«L’Artico sta diventando sempre più centrale: i cambiamenti climatici portano allo sciglimento dei ghiacci e all’apertura di nuove rotte commerciali, oltre a rendere accessibili zone ricche di minerali e risorse. I russi sicuramente non vanno in Artico solo per osservare foche e orsi: hanno riaperto basi chiuse da decenni e testato nuove armi».
È preoccupante?
«Secondo me no, grazie alle nostre contromisure. Noi vogliamo un Artico libero, accessibile a tutti, non militarizzato con libertà di navigazione».
Si può quantificare le presenza cinese?
«Non con precisione. Ci sono otto nazioni artiche, sette sono della Nato, l’ottava è la Russia e ora opera di concerto con la Cina, che si qualifica ormai come una nazione quasi artica».
Volodymyr Zelensky parla di esercito europeo e non è il solo. Però Mark Rutte esclude che l’Europa possa fare a meno dell’ombrello Usa. Dove siamo?
«Non sposo l’idea di esercito europeo, resto legato alla Nato assieme agli Usa: un’alleanza virtuosa e navigata. I militari americani rimangono fondamentali, potranno esserci in futuro dei riorientamenti parziali e ci adatteremo in modo flessibile. Oltretutto adesso avremo più fondi grazie agli apporti europei e questo permetterà una più stretta collaborazione con le industrie militari. Leggo le parole di Rutte come uno sprone: si può fare di più, il legame Usa-Ue resta è indiscutibile».
Ma Trump ha preso a schiaffi l’Europa…
«Sì lo ha fatto, però in altri consessi lo stesso Trump ha ribadito la validità della Nato».
Come vede la guerra in Ucraina?
«Siamo quasi all’inizio del quinto anno dell’invasione russa con l’inverno più rigido degli ultimi decenni e gli ucraini proseguono nel darci grandi lezioni di coraggio e capacità di resistenza. La Russia avanza a passi minimi. Negli ultimi 20 mesi è progredita di meno di 50 chilometri, circa 75-100 metri al giorno. Dall’inizo della guerra si stima abbia subito un milione e 200mila soldati tra morti, feriti e dispersi. Noi valutiamo che negli ultimi 10 mesi il dato sia di 300.000 perdite, più o meno 650 soldati al giorno. E’ un prezzo che noi eserciti occidentali non potremmo mai pagare, lo può fare Putin perché loro hanno un rispetto per il valore della vita umana più basso».
Dunque?
«Putin ha un problema di reclutamento, non ricesce a rimpiazzare le perdite: in ottobre 25.000, novembre 30.000, dicembre 35.000».
Come lo spiega?
«Gli ucraini stanno usando al meglio i loro droni. Ormai è chiaro che Putin non ha raggiunto nessuno dei suoi obbiettivi strategici iniziali: mirava a prendere l’intera Ucraina e non ha neppure occupato tutto il Donbass. Si era illuso che la sconfitta della Nato in Afghanistan lo ponesse in vantaggio. Ma oggi la Nato è più forte e coesa di prima proprio grazie alla reazione contro l’invasione dell’Ucraina: siamo passati da 30 a 32 Stati membri; aumentano le spese militari; con l’entrata della Finlandia nell’Alleanza, la Russia si ritrova con 1.340 chilometri di confine in più da dover pattugliare».
Però anche gli ucraini hanno perso 600.000 soldati dal 2022 e sono un quinto dei russi…
«Vero, sono perdite gravissime. Ma i soldati ucraini sono molto più motivati a difendere il loro Paese che i russi siberiani a invaderlo. La Nato continua a lavorare affinchè Kiev possa sedere al tavolo dei negoziati da una posizione non di debolezza».
Cosa si attende dalla prossima tornata di colloqui a Abu Dhabi?
«La speranza c’è sempre che si possa terminare questo orribile massacro. Ma onestamente vedo pochi passi avanti. Putin resta contrario al compromesso».
Riportiamo la prima parte di un articolo su Maria Corredentrice, paradigma di vita cristiana. La sofferenza vicaria, il Corpo mistico e la manifestazione della vera religione di padre Serafino M. Lanzetta.
La Corredenzione di Maria può essere compresa bene alla luce di due feste liturgiche. Il 15 settembre è una grande festa mariana dedicata a Nostra Signora Addolorata ai piedi della Croce. Nel rito antico questa festa è preparata da quella dei Sette Dolori di Maria che si celebra il Venerdì della Settimana di Passione prima della Settimana Santa. Il 14 settembre celebriamo invece l’Esaltazione della Santa Croce. Sono feste importantissime che si annodano l’una all’altra: una cristologica e una mariana. Questo ci fa capire che è sempre doveroso approfondire il mistero della Corredentrice alla luce della Redenzione: Gesù e Maria sono una cosa sola, sempre uniti. Si tratta di vedere insieme la Croce e la Corredentrice. In questa riflessione, che svilupperò in tre parti, ho pensato che fosse opportuno cercare di vedere in un modo più pratico (pastorale) l’importanza della corredenzione per la nostra vita cristiana, delineandone il suo aggancio, anch’esso pratico, alla salvezza operata da Cristo.
Parliamo molto spesso del mistero della corredenzione di Maria ed è certamente una cosa meravigliosa, ma penso che se rimaniamo troppo sul piano teorico, rischiamo di non cogliere l’importanza concreta che questo mistero ha per la nostra vita cristiana. Cercherò di lumeggiare la questione partendo chiaramente da una considerazione dottrinale per arrivare poi a qualcosa di più pratico: vedere cioè la corredenzione all’opera, a partire proprio dall’inizio della nostra salvezza, dal compimento stesso della nostra redenzione operata da Gesù e da Maria. Da lì potremo capire quanto sia fondamentale cooperare con Dio, esattamente come ha fatto la Madonna. Maria ha tracciato il modello perfetto di cooperazione con Dio; questo modello esemplare mariano a sua volta è anche la dimostrazione più perfetta che la religione cattolica è l’unica vera religione. Questo sarà il mio sforzo: cercare di far vedere “le opere” della corredenzione. Nel farlo ci renderemo conto del modo in cui questo mistero manifesta l’unicità storico-salvifica del Cattolicesimo.
Partiamo dalla Redenzione
Dobbiamo necessariamente partire dalla redenzione e rinfrescare la nostra memoria a riguardo. Infatti, la corredenzione è possibile solo se è intimamente unita a ciò che fa fatto Gesù, alla nostra salvezza. Non ci deve essere alcuna ambiguità ovviamente: non si deve mai pensare che la Madonna prenda il posto di Gesù o che voglia mettersi al posto di Gesù nel redimerci. La Madonna è sempre subordinata a Gesù ed è con Lui. La parola stessa “co-redentrice” significa “con” il Redentore, sotto di Lui, ma un solo cuore con Lui, una sola anima con Lui: totalmente unita a suo Figlio. Il punto di partenza rimane la redenzione e quindi il mistero della Croce. L’esaltazione liturgica della Santa Croce rimanda proprio a questo mistero: la redenzione di Cristo.
Nella Croce c’è infatti la sintesi perfetta di questo mistero: la redenzione come via, come atto di carità totale da parte di Cristo, il quale si è offerto al posto nostro per salvarci, per strapparci dalla perdizione eterna. La redenzione è il pagamento di un prezzo per liberarci da una schiavitù, quella del peccato. Letteralmente è il “riscatto” di uno schiavo, un prezzo da pagare affinché una persona torni libera. Ma è anche una via, un soccorso. La redenzione può essere intesa come aiuto soprannaturale di Colui che è venuto per salvarci. Eravamo morti, come caduti in un baratro e Lui, il Signore, è disceso dall’alto per tirarci fuori da quel precipizio. Ci ha rialzato dopo la caduta nell’abisso del peccato. Quindi è una vera e propria operazione di salvataggio. La redenzione può essere compresa proprio quale azione divina di soccorso: un intervento soprannaturale di Cristo che per puro amore gratuito è venuto a salvarci scendendo Egli stesso in questa valle di miseria mettendoci al sicuro, riportandoci in alto, lì dove eravamo prima della caduta.
In pratica, Egli ha fatto per noi ciò che noi non eravamo assolutamente in grado di fare. Eravamo morti, in una condizione di totale infermità: non potevamo fare nulla, non potevamo neanche muoverci. Per rendere meglio l’idea, eravamo completamente paralizzati. Non potevamo salvarci da soli. Ci trovavamo in una situazione di morte, di impotenza, di incapacità di agire. Cristo è venuto a soccorrerci e ha detto: “Quello che tu non puoi fare a causa della tua condizione, lo faccio Io al posto tuo.”
Questo ci fa capire che la redenzione può essere definita anche come “sofferenza ed espiazione vicaria”. Si tratta di una definizione tecnica. “Vicaria” nel senso etimologico: fare qualcosa al posto di un altro. Un’opera vicaria è questo: “Io compio al tuo posto ciò che tu non sei in grado di compiere. Lo faccio per te”. È un’opera sostitutiva, ma in un senso più profondo: “Un’opera realizzata per te proprio perché tu non puoi realizzarla”. Sofferenza vicaria significa quindi che Nostro Signore ha sofferto al posto nostro, ha sofferto per noi. Ha preso su di sé il nostro peccato e tutte le sue conseguenze per espiarlo completamente. Egli ha fatto per noi ciò che noi non potevamo fare. Questa è squisita carità, amore senza alcun interesse.
La co-redenzione quale offerta d’amore in Cristo, legge della vita cristiana
La redenzione dunque è quell’atto di carità totale ed esclusiva di Cristo, il quale ha preso su di sé i nostri peccati e ha espiato per noi, al nostro posto, tutti i nostri peccati e tutte le loro conseguenze nefaste. Alla luce di ciò appare evidente che il mistero della Co-redenzione, cioè la partecipazione di Maria in Cristo alla nostra redenzione, una partecipazione congiunta, non è qualcosa di illogico o di impossibile. Al contrario, è pienamente possibile e conveniente proprio in ragione della sofferenza e dell’opera vicaria di Cristo. Cristo ha fatto qualcosa al posto nostro, è venuto in nostro soccorso.
Proprio in ragione di questo amore totale di Cristo, che si offre al posto di noi peccatori, la Madonna non può rimanere indifferente o estranea all’opera del Figlio. L’amore si diffonde. L’amore immacolato, senza peccato, non ammette egoismo, ma si dona e si offre al posto dei peccatori per salvarli. Maria è stata “chiamata” dal Figlio, dalla voce soave del suo amore, a collaborare con Lui per noi. Lei ha fatto, come Gesù, qualcosa per noi: ciò che noi non eravamo in grado di fare.
Questa, in fondo, è una legge della nostra vita cristiana, la legge della vita cattolica: fare qualcosa per un altro, per il nostro prossimo. Come dubitarne quando si è dinanzi alla perfezione della carità di Gesù e di Maria? Questo è ciò che il Signore ci ha insegnato a vivere e in ciò consiste esattamente la possibilità di edificare il Corpo Mistico di Cristo, la Chiesa. La legge del Corpo Mistico, infatti, è questa: aiutarci gli uni gli altri a portare la croce; fare qualcosa per l’altro che magari da solo non ce la fa. La vera carità presuppone un cuore che vede e che dice, nel silenzio e nel nascondimento: “Tu non riesci a portare quella croce; ti aiuto. Sono qui per te. È la carità di Cristo che mi spinge”.
Questa è la vera carità fraterna che deve sempre guidarci nella vita spirituale. Non si dimentichi il dato di partenza, come spesso si fa mescolando carità e assistenza sociale: è l’opera redentiva di Cristo che suscita questa cooperazione. In modo ordinato, Cristo suscita dapprima la cooperazione di Maria, che è la più perfetta, e poi la cooperazione di ciascuno di noi, ammessi quindi a cooperare grazie alla cooperazione primordiale e strutturale della Vergine Maria.
Si tratta di un’azione, certo, di un fare e non di un rimanere a guardare. Ma già in Cristo stesso c’è una cooperazione tra la Sua natura divina e la Sua natura umana. La sua incarnazione e quindi il mistero della sua Passione e Morte redentrici implicano un’attività della natura umana del Figlio di Dio, libera e meritoria, subordinata ordinatamente alla sua natura divina in comunione con il Padre e lo Spirito Santo. Inoltre, siccome la natura umana di Gesù è la più perfetta, la sua cooperazione con la natura divina del Figlio di Dio implica un’opera salvifica perfetta che va a beneficio dell’umanità peccatrice da salvare. Un’opera vicaria, dicevamo. Perciò, la cooperazione dell’umanità di Gesù con la sua divinità è un mezzo universale di salvezza della natura umana come tale.
Qui si iscrive la necessità della cooperazione dell’uomo con Dio alla sua salvezza; qui si vede l’ancoraggio forte della cooperazione di Maria con Cristo, che a differenza di noi tutti, non è dalla parte dei peccatori, in quanto Immacolata Concezione, ma dalla parte di Cristo che salva noi dal peccato, essendone stata preservata in vista dei meriti del Figlio così da essere attivamente capace di salvare noi con Gesù. La salvezza è sempre cooperazione: prima quella di Cristo uomo con la sua natura divina, poi quella di Maria con Cristo per noi, poi la nostra in Gesù e Maria. Dunque, è in Gesù per Maria che si costituisce il Corpo Mistico di Cristo, la cui essenza è la carità che salva, liberandoci dal peccato e dalla morte.
Perché Gesù ha istituito la Chiesa suo Corpo Mistico? Proprio per essere un solo Corpo, per essere una sola cosa in Lui e, in questo mistero d’amore, aiutarci a vicenda a raggiungere la meta finale: la salvezza eterna. Così siamo redenti, salvati dal vuoto vorticoso del male. Liberati da ogni peccato, viviamo nella grazia. Si capisce così la logica profonda della vita cristiana: cooperare con Cristo come Maria alla salvezza. Di conseguenza, cooperare con ogni altra persona di buona volontà, con ogni fratello, con il mio prossimo perché anch’egli si salvi. Cooperare perché ogni altro fratello possa rimanere in questa comunione del Corpo mistico di Cristo, rimanendo al sicuro per sempre.
Questa è la logica del bene per il nostro prossimo. “Chi è il mio prossimo?” Ricordiamo la parabola del Buon Samaritano. Posero a Gesù quella domanda per metterlo alla prova. Gesù, rispose raccontando la parabola che troviamo nel Vangelo di Luca (10:29-37). Il mio prossimo, ci dice Gesù, è ogni persona che si trova nel bisogno, ogni uomo che ha bisogno dell’amore di Cristo per essere guarito. Quel buon Samaritano non era più straniero, ma un uomo che si fece carico di un altro completamente privo di forze, debole e incapace di salvarsi da solo uscendo da quella condizione disagiata. Quel buon Samaritano era Gesù stesso che si fece carico dell’uomo incappato nei briganti del male. Quel “Va’ e anche tu fa lo stesso” diventerà la legge dell’amore che si carica delle miserie dell’altro, della sua sofferenza, del suo bisogno di salvezza eterna. Questa è la logica della vita cristiana, la logica della carità.
Sul Calvario con Gesù e Maria
Ora, dove troviamo il modello perfetto di questa carità cristiana, legge della vita cristiana? Sul Calvario. Lì, infatti, si compie la salvezza, si realizza pienamente la redenzione. Lì vediamo ciò che Gesù ha fatto per noi morendo in croce, offrendosi al posto nostro: è la sofferenza vicaria per eccellenza. Ed è sempre sul Calvario che vediamo ciò che la Madonna ha fatto per noi insieme a Cristo, imitando perfettamente il suo esempio: amare l’altro, l’intera umanità per un fine salvifico, effondendo, per mezzo della sofferenza espiatrice, il bene della carità soprannaturale. Maria ha imitato l’esempio di Cristo cooperando con Lui, offrendo se stessa al posto nostro e offrendo Gesù per noi. Come Gesù, ha preso su di sé tutti i nostri peccati per espiarli con la sua sofferenza materna, con le sue lacrime, con l’offerta sacrificale di Gesù e di tutta sé stessa insieme a Gesù. Lei era una con Gesù.
Il Calvario è il modello che ci fornisce la condizione per essere discepoli di Cristo. Se penetriamo questa logica del corpo Mistico di Cristo, cioè, fare qualcosa per l’altro, cooperare con Gesù e Maria per la mia salvezza e quella dei miei fratelli, allora abbracciamo la vera vita cristiana, altrimenti ne rimarremo fuori, accontentati di buoni sentimenti. Questo è il mistero della carità: amare Dio, Cristo, la Madonna e amare il prossimo, cioè ogni persona che è nel bisogno, un bisogno di salvezza. La corredenzione, quindi, è il modello della vita cristiana, la vera legge della nostra santificazione. Non c’è santificazione, cioè non c’è partecipazione alla propria salvezza, senza questa imitazione di ciò che il Signore insieme alla sua Madre ha fatto per noi. (continua)