diFederico Rampini| 11 dicembre 2025- Corriere  della Sera 11 Dicembre 2025

L’opinione pubblica è più vicina alle idee del presidente Reagan che a quelle spesso espresse da Trump

Gli elettori repubblicani amano la Nato, non Putin. La nuova dottrina di politica estera enunciata nel controverso documento sulla National Security Strategy (NSS, la Strategia di Sicurezza Nazionale) non riflette le opinioni più diffuse nella base trumpiana. 

È una dottrina che riprende tutte le tesi già esposte dal vicepresidente JD Vance a febbraio alla conferenza strategica di Monaco, ma rimane minoritaria fra gli elettori americani. Questo induce alcuni osservatori a una previsione: l’attuale crisi nei rapporti transatlantici non durerà in eterno, ha una data di scadenza che coincide con la fine di questa Amministrazione nel 2028, o addirittura (per i più ottimisti) a fine 2026 se Trump incassa una sconfitta alle elezioni di metà legislatura.

Vi riferisco una posizione che è ovviamente di parte, e tuttavia autorevole: viene dalla destra non trumpiana, dai repubblicani che non si sono arresi all’egemonia di questo presidente sul loro partito. Ma è un’analisi suffragata dai fatti, in particolare da un recente sondaggio presentato in una sede emblematica: la biblioteca presidenziale di Ronald Reagan, il più amato di tutti i presidenti repubblicani del Novecento, il padre della rivoluzione neoliberista, nonché il vincitore della guerra fredda contro l’Unione sovietica.


A illustrare i risultati del sondaggio è Karl Rove, che fu lo stratega delle due vittorie elettorali di George W. Bush nel 2000 e nel 2004, in un articolo pubblicato oggi sul Wall Street Journal. Ne riporto qui alcuni estratti, i numeri che cita meritano attenzione.

«La nuova Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata dalla Casa Bianca riapre la domanda se gli americani stiano diventando isolazionisti. Un recente sondaggio suggerisce il contrario. Dal 2013, ogni anno i massimi comandanti militari del Paese, funzionari statunitensi, leader dell’industria della difesa e alcune delle migliori menti in materia di politica estera e sicurezza nazionale si riuniscono alla Ronald Reagan Presidential Library, in California. 

Lì esaminano la postura difensiva degli Stati Uniti e discutono del nostro mondo pericoloso, includendo negli ultimi anni anche un sondaggio condotto dal Ronald Reagan Institute sulle opinioni degli americani in materia di politica estera. Il sondaggio del 2025 ha prodotto risultati sorprendenti.

 Il 64% degli americani ritiene che sia meglio per gli Stati Uniti essere più impegnati e assumere un ruolo di guida. Solo il 33% pensa che il Paese debba essere meno coinvolto e limitarsi a reagire agli eventi. 

Anche la suddivisione partitica è controintuitiva. Il 79% dei repubblicani che si identificano con il movimento MAGA e il 57% dei democratici sostengono un maggiore impegno degli Stati Uniti. Neppure l’Europa e la Nato sono abbandonate dagli americani. Il 68% ha una visione favorevole dell’Alleanza Atlantica, la quota più alta da quando il Reagan Institute ha iniziato i sondaggi nel 2018. 

Ancora di più (76%) sostengono l’uso della forza militare statunitense se un alleato Nato fosse attaccato, in aumento rispetto al 71% di giugno. La maggioranza degli americani – il 59% – si oppone al ritiro dalla Nato. Solo il 34% sostiene l’uscita, e uno su cinque tra i favorevoli al ritiro cambia idea quando gli viene detto che gli alleati europei stanno aumentando la spesa militare. 

Vi è anche un ampio consenso sull’importanza che gli Stati Uniti dispongano delle forze armate più potenti al mondo. L’87% degli intervistati concorda sul fatto che ciò sia cruciale, e il 71% ritiene che il mondo abbia maggiori probabilità di raggiungere la pace quando gli Stati Uniti mantengono la forza militare più robusta a livello globale. 

Il 64% ritiene che le forze armate americane dovrebbero essere sufficientemente grandi da combattere guerre simultanee contro la Cina e un altro avversario — sia la Russia, sia un nemico più piccolo come l’Iran o la Corea del Nord. Gli americani hanno idee chiare anche su chi siano i nostri avversari. Quasi la metà indica la Cina come la minaccia più grave, seguita dalla Russia al 26%. La crescente cooperazione tra Cina, Russia, Iran e Corea del Nord preoccupa l’87% degli intervistati. Con un margine del 62% contro l’11%, gli americani vogliono che l’Ucraina vinca la sua guerra contro la Russia — inclusi il 57% dei repubblicani e il 72% dei democratici. 

Il sostegno alla vendita di armi ai Paesi europei affinché le forniscano a Kiev è ancora più alto, pari al 68% — con i repubblicani al 75% e i democratici al 67%. Solo il 28% degli intervistati si fiderebbe che la Russia rispetti un eventuale accordo di pace, mentre il 70% non si fiderebbe. 

A causa delle preoccupazioni riguardo alla Cina, cresce anche il sostegno verso Taiwan. Il 77% degli elettori — compresi l’81% dei repubblicani e il 78% dei democratici — afferma che l’isola è importante per gli Stati Uniti… 

Alcuni populisti, apologeti di Putin e neo-isolazionisti spingono affinché l’America si ritiri dal mondo, ignorando semplicemente le conseguenze che deriverebbero dall’avanzata dei nostri avversari su scala globale. È chiaro che non è questa la direzione voluta dagli americani. L’opinione pubblica è più vicina alle idee del presidente Reagan che a quelle spesso espresse dal presidente Trump — o almeno dai suoi consiglieri più isolazionisti.

Trump farebbe bene a imparare dal suo predecessore, uno dei più grandi presidenti repubblicani della storia, i cui principi di politica estera sono condivisi dalla maggioranza della base del Partito Repubblicano. Perfino i repubblicani MAGA, a ben vedere, sono piuttosto reaganiani».

Fin qui le parole di Karl Rove. Aggiungo una notazione di contorno. La visione «reaganiana» è ben presente non solo nella base, ma anche in alcuni esponenti al vertice dell’Amministrazione: il più importante è nientemeno che il segretario di Stato Marco Rubio. Il silenzio di Rubio sul documento strategico NSS è evidente. Quel documento non lo ha ispirato lui ed è molto distante dalle sue opinioni, per esempio su Putin e su Xi Jinping. 

È ragionevole affermare che la pensano come Rubio molti capi delle forze armate, dell’intelligence, della diplomazia americana. A prescindere se siano repubblicani, democratici, indipendenti, molti di loro si sono formati durante la guerra fredda o comunque ne hanno assorbito bene tutte le lezioni, e non sono pronti ad abbassare la guardia verso Russia e Cina.

Il documento NSS assomiglia al tentativo di imprimere una brusca sterzata a una portaerei: la politica estera e militare della superpotenza Usa è proprio come una grande nave, ha una forza inerziale che non si presta a cambi di rotta troppo repentini.

Una utile integrazione al sondaggio esposto da Rove la dà un altro esponente della famiglia repubblicana anti-trumpiana, quel Robert Zoellick che ebbe diversi incarichi di rilievo nell’Amministrazione Bush, fino alla presidenza della Banca Mondiale. Ecco la sua analisi sul documento NSS:

«La Strategia di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca per il 2025 è rivelatrice — soprattutto per quanto riguarda la visione del mondo del vicepresidente JD Vance. In termini pratici, il documento non limiterà l’ambizione di Donald Trump di diventare il «presidente della pace» attraverso accordi. 

Ma gli autori di questo documento — probabilmente guidati da Andy Baker, vice consigliere per la sicurezza nazionale ed ex collaboratore di Vance — hanno spiegato come intenderebbero creare un nuovo quadro strategico dopo la distruzione del vecchio ordine da parte di Trump. 

La strategia forgia uno strano miscuglio geopolitico-culturale fatto di equilibri regionali di potere e di appelli a un rinnovamento spirituale, familiare e di civiltà. Prefigura una competizione tra Stati-nazione con sfere d’influenza ed economie nazionalizzate — elementi che rendono il documento simile alla retorica precedente alla Prima guerra mondiale. 

La strategia regionale prende avvio dall’emisfero occidentale, invocando un «Corollario Trump» alla Dottrina Monroe, imitando la revisione di quella dottrina da parte di Theodore Roosevelt. La politica estera è collegata direttamente agli interessi interni del Paese, questi impongono di fermare la migrazione «destabilizzante» e di usare i militari contro i narcotrafficanti. Invece di fare affidamento sul potere di attrazione dell’economia statunitense e della democrazia, l’amministrazione imporrà costi economici per costringere i Paesi latinoamericani a collaborare. 

Non c’è alcun accenno ai piani dell’amministrazione per il Venezuela, se non per indicare che la strategia fissa una «soglia elevata» per qualsiasi intervento ed esprime un generico desiderio di evitare guerre. La politica europea rappresenta il cambiamento più radicale.

 L’Amministrazione sostiene che l’Europa affronta stagnazione economica e una «cancellazione della propria civiltà». Aborrisce la sovranità condivisa dell’Unione Europea. 

La fede di Vance nel populismo nazionale lo porta a criticare le risposte delle democrazie europee alle paure storiche circa l’estremismo politico e l’influenza russa.

 Il linguaggio riecheggia in modo inquietante le critiche di Vladimir Putin all’Europa. La strategia tratta Europa e Russia come equivalenti dal punto di vista politico. Il ruolo degli Stati Uniti sarà quello di mediare un ripristino della sicurezza stabile in Europa

L’Ucraina è vista come un fattore irritante che ostacola un accordo, senza alcun riconoscimento del fatto che la sottomissione dell’Ucraina da parte di Putin aumenterebbe i pericoli invece di garantire sicurezza. Sebbene alcuni alla Casa Bianca abbiano proclamato la sicurezza nell’Indo-Pacifico come priorità, la strategia per la regione appare poco ispirata, tranne che per il protezionismo economico. 

Il documento enfatizza la libertà di navigazione, in particolare per le catene di approvvigionamento. Il piano prevede di dissuadere la Cina pur riconoscendo i futuri «campi di battaglia economici». Taiwan resta in una situazione di attesa. Gli alleati americani dovranno ampliare i loro ruoli militari seguendo la linea di Washington su politica industriale e sicurezza economica. 

La strategia lascia spazio a una coesistenza economica con la Cina — commercio nei settori non sensibili — se i rapporti economici potranno essere riequilibrati. In Medio Oriente, gli autori sono ansiosi che Washington prosegua con il suo ritiro a lungo rinviato, anche se il presidente è impegnato nella regione mentre è alla ricerca frenetica di accordi di pace. 

La strategia si affida alle monarchie del Golfo affinché mantengano la sicurezza in qualche forma di associazione con Israele. La psicologia populista del vicepresidente sostiene queste strategie regionali. Egli fa appello ai risentimenti circa gli eccessi del passato, i fardelli ingiusti, gli stranieri inaffidabili, l’agenda woke, le élite — e soprattutto la migrazione. 

Il documento aggiunge una ideologia di protezione delle culture nazionali contro le influenze straniere e la migrazione. La «grandezza» americana di Trump dovrebbe essere una forma di soft power capace di guidare una rinascita culturale tra popoli diversi in tutto il mondo. 

La strategia si affida alla politica industriale, ai dazi e alla direzione della Casa Bianca per ottenere sicurezza economica… 

Nella migliore delle ipotesi, la nuova strategia imita il tentativo di Theodore Roosevelt di sfruttare l’influenza crescente dell’America per mediare equilibri di potere nell’Asia orientale e in Europa, mantenendo al contempo il dominio nel Nord America e nei Caraibi. 

Ma il nuovo documento ignora le lezioni del secolo successivo. Le guerre in Europa e nel Pacifico hanno minacciato direttamente gli Stati Uniti. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’America ha dovuto costruire alleanze per contrastare le minacce — compreso l’impero sovietico — e preservare la sicurezza nelle estremità occidentali e orientali dell’Eurasia…»