L’udienza del mercoledì di papa Leone XIV. Fra i temi: la vita di oggi troppo frenetica, la capacità di fermarsi grazie all’incontro con il prossimo
Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano, mercoledì 17 dicembre 2025, 10:30 (ACI Stampa).
Piazza San Pietro sempre gremita di fedeli. Ormai è diventata consuetudine con papa Leone XIV. Così come avviene ogni mercoledì, il pontefice, contento e sorridente con la sua papamobile fa il giro della piazza festante. Il popolo di fedeli accoglie il suo pontefice. Udienza del mercoledì, quella di oggi, dedicata al tema “La Risurrezione di Cristo e le sfide del mondo attuale. La Pasqua come approdo del cuore inquieto”.
“La vita umana è caratterizzata da un movimento costante che ci spinge a fare, ad agire. Oggi si richiede ovunque rapidità nel conseguimento di risultati ottimali negli ambiti più svariati. In che modo la risurrezione di Gesù illumina questo tratto della nostra esperienza? Quando parteciperemo alla sua vittoria sulla morte, ci riposeremo?”, con queste domande inizia la meditazione di papa Leone XIV.
E a rispondere a questi quesiti c’è la fede che ci dice: “sì, riposeremo. Non saremo inattivi, ma entreremo nel riposo di Dio, che è pace e gioia. Ebbene, dobbiamo solo aspettare, o questo ci può cambiare fin da ora? Siamo assorbiti da tante attività che non sempre ci rendono soddisfatti. Molte delle nostre azioni hanno a che fare con cose pratiche, concrete. Dobbiamo assumerci la responsabilità di tanti impegni, risolvere problemi, affrontare fatiche. Anche Gesù si è coinvolto con le persone e con la vita, non risparmiandosi, anzi donandosi fino alla fine” continua papa Leone XIV.
Il papa si sofferma sulla vita quotidiana di oggi, in cui “il troppo fare, invece di darci pienezza” diventa molto spesso “un vortice che ci stordisce, ci toglie serenità, ci impedisce di vivere al meglio ciò che è davvero importante per la nostra vita”. Ed è così che allora ci sentiamo “stanchi, insoddisfatti: il tempo pare disperdersi in mille cose pratiche che però non risolvono il significato ultimo della nostra esistenza. A volte, alla fine di giornate piene di attività, ci sentiamo vuoti. Perché?”.
E papa Leone XIV risponde allora a quest’altra domanda: “Perché noi non siamo macchine, abbiamo un “cuore”, anzi, possiamo dire, siamo un cuore. Il cuore è il simbolo di tutta la nostra umanità, sintesi di pensieri, sentimenti e desideri, il centro invisibile delle nostre persone”. E, in merito, cita l’evangelista Matteo che ci invita a “riflettere sull’importanza del cuore”: “Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”, così l’evangelista.
La meditazione, poi, si concentra sul cuore degli uomini che conserva – secondo il pontefice – “il vero tesoro, non nelle casseforti della terra, non nei grandi investimenti finanziari, mai come oggi impazziti e ingiustamente concentrati, idolatrati al sanguinoso prezzo di milioni di vite umane e della devastazione della creazione di Dio” sottolinea papa Leone XIV.
E poi, continua: “Leggere la vita nel segno della Pasqua, guardarla con Gesù Risorto, significa trovare l’accesso all’essenza della persona umana, al nostro cuore: cor inquietum”. Cor inquietum, espressione che il pontefice mutua da sant’Agostino: espressione che “ci fa comprendere lo slancio dell’essere umano proteso al suo pieno compimento”.
“L’inquietudine è il segno che il nostro cuore non si muove a caso, in modo disordinato, senza un fine o una meta, ma è orientato alla sua destinazione ultima, quella del “ritorno a casa”. E l’approdo autentico del cuore non consiste nel possesso dei beni di questo mondo, ma nel conseguimento di ciò che può colmarlo pienamente, ovvero l’amore di Dio, o meglio, Dio Amore” ribadisce papa Leone XIV. Ed è in questo discorso che si inserisce l’amore per il prossimo: “Solo amando il prossimo che si incontra lungo il cammino: fratelli e le sorelle in carne e ossa, la cui presenza sollecita e interroga il nostro cuore, chiamandolo ad aprirsi ea donarsi. Il prossimo ti chiede di rallentare, di guardarlo negli occhi, a volte di cambiare programma, forse anche di cambiare direzione” sottolinea il papa.
Si è svolto il 9 dicembre, presso l’Istituto Maria Santissima Bambina a pochi passi da San Pietro, su iniziativa del Comitato Papa Pacelli – Associazione Pio XII, unitamente alla Fondazione Lepanto, il convegno “Le glorie di Maria tra XIX e XX secolo”, organizzato in occasione del 75° anniversario del dogma dell’Assunzione e del centenario dell’apparizione di Pontevedra. A presiedere i lavori è stato il card. Dominique Mamberti, cardinale protodiacono e prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, che ha aperto la giornata richiamando l’importanza di riconsiderare oggi la grande stagione mariologica che ha segnato gli ultimi due secoli di storia della Chiesa.
Il primo intervento, affidato a S.E. Mons. Edoardo Cerrato, ha avuto come tema “San John Henry Newman, Dottore della Chiesa e la Beata Vergine Maria”. Il presule ha mostrato come la mariologia di Newman si inserisca organicamente nella sua impostazione teologica: Maria come “Nuova Eva”, unita a Cristo nella redenzione, e come modello di docilità alla grazia. Cerrato ha ripercorso alcuni testi fondamentali del cardinale inglese, nei quali la figura della Vergine emerge non come un elemento accessorio della fede, ma come parte integrante del mistero dell’Incarnazione.
Newman – ha ricordato il Vescovo – vedeva nella mariologia autentica una garanzia di ortodossia cristologica: ciò che la Chiesa afferma di Maria custodisce il vero volto di Cristo. In questa prospettiva, la proclamazione dei dogmi mariani nel XIX e XX secolo si configurava, per il teologo inglese, come un’esplicitazione coerente del deposito della fede. Mons. Cerrato ha concluso sottolineando come il nuovo Dottore della Chiesa sia oggi modello di equilibrio teologico e di profonda vita spirituale, in cui la devozione alla Vergine guida alla contemplazione del mistero di Cristo.
L’intervento del Prof. Roberto de Mattei ha invece analizzato il messaggio della Vergine a suor Lucia in occasione delle apparizioni di Pontevedra del 10 dicembre 1925. Secondo lo storico, comprendere il messaggio di Pontevedra significa anche riconoscere la continuità della divina Provvidenza nella storia della Chiesa. Pontevedra, infatti, si inserisce in una tradizione di apparizioni che comprende anche Fatima (1917), Lourdes (1858), La Salette (1846), Sant’Andrea delle Fratte (1842) e rue du Bac (1830. A Pontevedra la Madonna ha chiesto in particolare la devozione dei primi cinque sabati del mese, come atto di riparazione e strumento di santificazione, non solo per le singole anime, ma per la Chiesa intera.
Il prof. de Mattei ha ricordato come pochi giorni dopo la morte di suor Lucia avvenuta nel monastero di Coimbra, il 13 febbraio 2005, san Carlo Acutis sognò la veggente di Fatima mentre gli diceva che con la pratica dei Primi Cinque Sabati del mese, si potevano cambiare i destini del mondo. E’ giusto e doveroso chiedersi quali saranno i destini del mondo – ha concluso il presidente della Fondazione Lepanto – in un momento in cui incombe sull’umanità la possibilità di guerre e di distruzioni mai avvenute nella storia. “Eppure sappiamo che, al di là del castigo che con tutta probabilità attende l’umanità, il trionfo del Cuore Immacolato di Maria è irreversibile, perché la Madonna stessa ce lo ha promesso”
Nell’intervento successivo, l’Avv. Emilio Artiglieri ha sintetizzato i motivi storici e teologici che portarono Pio XII alla proclamazione del dogma dell’Assunzione. Tale dottrina era già presente nella tradizione, ma Pio XII avvertì l’urgenza di un segno chiaro di speranza e consolazione per un’umanità segnata dalla Seconda Guerra Mondiale. L’Assunta rappresenta la meta della vocazione umana, la gloria promessa ai figli di Dio e un antidoto alle ideologie nichiliste e materialiste. Il dogma, spiegato tramite la costituzione apostolica Munificentissimus Deus, deriva dal consenso episcopale mondiale e dal sensus fidelium, evidenziando come la Chiesa interpreti e formalizzi la fede dei cristiani nel corso dei secoli. L’intervento ha ricordato anche le sue implicazioni spirituali: Maria, assunta in cielo con anima e corpo, è segno e modello della santità possibile a tutti, punto di riferimento per la vita morale e spirituale dei fedeli.
L’ultimo intervento è stato quello di fr. Mario Paolo Maria Padovano O.P., che ha illustrato la dimensione spirituale e teologica della mariologia contemporanea, prendendo le mosse dal volume di Reginald Garrigou-Lagrange, La madre del Salvatore e la nostra vita interiore, presentato nel corso del convegno alla presenza del curatore Alessandro Gaudino. La Vergine Maria è madre di Cristo e della Chiesa, ma anche maestra e modello della vita spirituale dei credenti. La sua maternità divina si estende in una maternità spirituale verso ogni anima, orientandola alla fede, alla speranza e alla carità. Padovano ha spiegato come Maria operi come causa strumentale e dispositiva nell’economia della salvezza: pur subordinata a Cristo, è efficace nel trasmettere grazie e nell’educare le anime alla vita virtuosa. La sua intercessione non sostituisce la mediazione unica di Cristo, ma la rende operativa nelle vite dei fedeli.
Un punto centrale del suo intervento è stata la spiegazione del culto di iperdulia, l’onore speciale riservato a Maria. Tale culto non diminuisce l’adorazione dovuta a Dio (latria), ma evidenzia la singolare dignità della Vergine come madre del Salvatore, cooperatrice nella salvezza e guida spirituale dei cristiani. La devozione mariana, secondo Padovano, conduce inevitabilmente all’imitazione della Vergine e alla sequela di Cristo, incarnando così la perfetta vita spirituale dei cristiani.
Il convegno, ricco di riferimenti storici, teologici e spirituali, ha mostrato come tra XIX e XX secolo si sia sviluppato un forte movimento mariano che ha condotto ai grandi dogmi moderni e alle apparizioni riconosciute dalla Chiesa. Il centenario di Pontevedra e il 75° anniversario dell’Assunta diventano così occasione per riscoprire non solo eventi del passato, ma la perenne attualità della presenza materna di Maria nella vita dei fedeli e nella missione della Chiesa.
di Andrea Scavo – Corriere della Sera – 16 Dicembre 2025
Il sondaggio Ipsos Doxa sulla politica estera: quasi metà degli italiani (il 45%) ritiene che lo scoppio della Terza guerra mondiale nei prossimi tre anni sia un evento «probabile»
Un 2025 funesto, agli occhi degli italiani, per quanto riguarda la politica internazionale. Il ritorno sulla scena di Donald Trump per il secondo mandato da presidente Usa è stato sicuramente l’evento dell’anno.
Dall’11esimo osservatorio Ispi-Ipsos Doxa su «Gli italiani e la politica internazionale», nella consueta rilevazione di fine anno su un campione rappresentativo della popolazione italiana, emerge un quadro inquietante: quasi metà degli italiani (il 45%) ritiene che lo scoppio della Terza guerra mondiale nei prossimi tre anni sia un evento «probabile», va però detto che questa percentuale era superiore (57%) un anno fa.
Trump è considerato il personaggio più influente della politica internazionale, seguito (a gran distanza) dal presidente cinese Xi Jinping e da quello russo Vladimir Putin. Dopo un anno dal suo ritorno, tuttavia, per gli italiani le cose vanno peggio sia per gli Stati Uniti, sia per il mondo (40%). Vacilla persino la percezione che gli italiani hanno degli Usa come alleati: se fino all’anno scorso la maggioranza assoluta li riconosceva come alleati (54%) e solo una minoranza come avversari (16%) oggi queste due visioni sono molto più vicine (40% alleati, 20% avversari, con gli indecisi saliti al 40%).
Secondo Antonio Villafranca, vicepresidente per la Ricerca di Ispi, «nemmeno gli Usa vengono più visti come alleati affidabili, al punto che Washington viene considerata solo appena un po’ più affidabile di Pechino. È l’inevitabile riflesso della nuova presidenza Trump che in meno di un anno ha rimesso in discussione tutto con gli europei, dalla Nato ai rapporti commerciali, dal sostegno all’Ucraina alla comune difesa del multilateralismo e dello Stato di diritto».
La Russia resta però la principale minaccia al mondo (con il 31%, -1% rispetto a fine 2024), seguita dagli Usa e da Israele, entrambi con il 12%. Rispetto allo scorso anno, la situazione in Medio Oriente perde salienza per gli italiani rispetto alla guerra in Ucraina e allo scenario economico complessivo: il timore di una recessione in Europa è infatti la prima preoccupazione in vista del 2026, per gli italiani.
Ma la pace in Ucraina è il primo fattore di speranza: per il 34% degli intervistati è l’avvenimento più atteso, seguito da un aumento della crescita in Europa (32%), da un generico miglioramento delle relazioni tra grandi potenze (25%) e dal raggiungimento della pace in Medio Oriente (24%).
Sull’Ucraina in particolare, gli italiani sembrano proiettati verso un compromesso al ribasso per Kiev: pur tra molte incertezze (il 35% continua a non avere un’opinione), la maggioranza relativa (36%) contempla cessioni territoriali alla Russia e il 13% interromperebbe del tutto il sostegno militare all’Ucraina, anche se resta una minoranza (16%) intenzionata a sostenere Kiev fino alla riconquista dei territori persi.
Doveva essere il secolo asiatico ma al grande entusiasmo iniziale è subentrato il pessimismo
Questo doveva essere il Secolo Asiatico. Ma nel 2025 in quella parte del mondo sono divampate rivolte, soprattutto giovanili. La Generazione Z è scesa in piazza in Indonesia, Nepal, Filippine, protestando contro la corruzione, la censura, le promesse tradite, la mancanza di opportunità. Un caso a parte è la seconda superpotenza mondiale, la Cina. Lì il tasso di disoccupazione giovanile supera il 20% nelle statistiche ufficiali, molti lo stimano ben più alto. È acuto tra i neolaureati, che Xi Jinping esorta a «masticare amarezza», ammettendo che devono accettare mansioni molto al di sotto dei loro titoli di studio. Nel 1989 le aspirazioni frustrate portarono i ventenni di allora a occupare Piazza Tienanmen per chiedere diritti e libertà.
Anche oggi ci sarebbero le condizioni per l’esplosione di una rivolta. L’Asia Society Policy Institute nel suo rapporto «China 2026» evidenzia un cambio di mentalità. Fino al 2014 le indagini d’opinione effettuate dallo stesso regime di Pechino indicavano che le crescenti diseguaglianze sociali erano viste come «la sanzione di fallimenti dei singoli individui in una Cina in ascesa».
Un decennio dopo le medesime indagini ufficiali rivelano che una maggioranza dei cinesi attribuisce le diseguaglianze a «difetti strutturali, mancanza di opportunità, corruzione e favoritismi, nonché un’economia stagnante». Prima, se un giovane laureato non trovava lavoro, dava la colpa a sé stesso, secondo un’etica meritocratica e confuciana. Oggi lo stesso giovane disoccupato dà la colpa al sistema; idem i suoi genitori, che hanno speso una fortuna per la sua istruzione e se lo ritrovano «sdraiato» a casa.
Ma dare la colpa al sistema e scendere in piazza non sono la stessa cosa. Insieme al pessimismo di massa che trapela sui social, c’è chi opta per l’opportunismo. Gli iscritti al Partito comunista hanno superato per la prima volta la soglia dei 100 milioni, il 7% della popolazione. Più che per passione ideologica il Partito attira come ufficio di collocamento. In parallelo aumentano le candidature ai concorsi per la burocrazia statale: 3,4 milioni di iscritti agli esami nel 2025. È rassicurante per Xi Jinping: la sua Generazione Z non protesta come quella indonesiana, filippina, nepalese, almeno una parte preferisce mettersi in coda per un impiego di Stato, con basso salario ma posto fisso e sicurezza.
Questo però dà un’immagine diversa da quella di una Cina lanciata nella gara per il primato dell’intelligenza artificiale e di tutte le tecnologie avanzate. L’Occidente vede la punta dell’iceberg, i settori modernissimi, i capitalisti innovativi. La grande Cina contiene altre storie meno esaltanti: crescita in calo, investimenti in caduta, consumi depressi dal pessimismo. Anche la soglia simbolica del Trilione — il record storico di mille miliardi di dollari nell’attivo commerciale col resto del mondo — è un sintomo di debolezza più che di forza. Con il mercato americano che si sta chiudendo, la Cina soffre di sovraccapacità industriale e ha un disperato bisogno di smaltire le sue eccedenze. L’impatto distruttivo di questo tsunami di esportazioni provoca protezionismi a catena. Il Messico alza dazi del 50% contro il made in China, ben più alti di quelli di Trump. Macron in visita da Xi gli dice: «Stai uccidendo i tuoi clienti». La Confindustria tedesca che era stata la più potente lobby filo-cinese, chiede robuste barriere al cancelliere Merz. Perfino l’orientamento europeo di rinviare l’abbandono dei motori a combustione si spiega così: la scadenza del 2035 era una condanna a morte per l’industria Ue e una resa incondizionata all’invasione cinese, con la dipendenza che ne consegue.
La revisione di scenario sul Secolo Asiatico è in corso da tempo. È tra il 2000 e il 2010 che il sorpasso cinese sembra certo: in quel decennio il Pil della Repubblica Popolare misurato in dollari balza dal 12% al 41% del Pil americano. È un salto spettacolare, è comprensibile che in quel periodo si tenda a estrapolarlo verso il futuro. Nello stesso arco di tempo il Pil dell’India e quello del Brasile, misurati come una percentuale di quello americano, raddoppiano. La Russia fa perfino meglio: il suo Pil quadruplica, sempre in proporzione a quello degli Stati Uniti.
Ma già nel decennio successivo il trend cambia, per molti paesi anche se non ancora per tutti. Il Pil del Brasile misurato come quota del Pil americano, nel periodo 2010-2020 si dimezza. La Russia perde un terzo del suo peso economico. Col decennio attuale, cioè a partire dal 2020, il rovesciamento si rafforza. Solo l’India continua a tenere il passo con gli Stati Uniti.
Il Pil della Cina retrocede dal 70% al 64% rispetto a quello americano e il divario tra le due superpotenze torna così ad allargarsi. Se si uniscono fra loro le economie di tutta l’Africa, di tutta l’America latina, di tutto il Sud-Est asiatico, il loro peso complessivo cala dal 90% al 70% del Pil americano.
L’ascesa del Resto del Mondo ha intrapreso una marcia a ritroso. Le cause sono tante ma nessuna di queste crisi ha implicazioni così rilevanti come quella cinese. Xi sembra imperturbabile. L’ultima rivolta giovanile la schiacciò a Hong Kong nel 2019-2020. All’età di 73 anni e con due genitori ultra-longevi, si dice che ambisca a un quarto mandato che lo consacrerebbe imperatore fino alla soglia degli ottanta. Un record; ma non una credenziale per aiutarlo a capire la psicologia ferita dei suoi giovani.
La Madre dell’evangelizzazione Perché Maria è la prima evangelizzatrice?
Conferenza per l’incontro con sacerdoti, religiose e seminaristi latinoamericani che studiano a Roma (12 dicembre 2025).
Maria è la Stella dell’evangelizzazione perché oggi è la prima evangelizzatrice. Ma diciamo di più: è la Madre dell’evangelizzazione. Cercheremo di fondare questa affermazione attraverso alcuni preziosi testi della Bibbia e del Magistero.
Con Lei vengono Cristo e lo Spirito
Cominciamo con Lc 1,39-45, dove viene narrata la visita di Maria a Elisabetta. Qui viene mostrato l’atteggiamento di Elisabetta nei confronti di Maria quando la riceve. Questo atteggiamento è importante perché è effetto dell’azione dello Spirito Santo che ha mosso Elisabetta in quel momento: «Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce» (Lc 1,41-42a). E così, piena della luce e del fuoco dello Spirito, pronuncia tre frasi. Mossa dallo Spirito Santo, Elisabetta chiama Maria con lo stesso elogio che usa per Cristo: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!» (Lc 1,42). Li riconosce come inseparabili. Ma subito dopo, sempre mossa dallo Spirito, aggiunge: «A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?» (Lc 1,43). A che cosa devo? (“chi sono io?”). Anche questo atteggiamento di umiltà e venerazione nei confronti di Maria è effetto dell’azione dello Spirito. E la terza frase è: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,45). Loda Maria per la sua fede e per questo la chiama “beata”. Nel Vangelo di Luca questa parola non esprime uno stato d’animo, ma esprime la santità: i beati sono quelli che hanno già un posto in cielo (cfr. Lc 6,20-22; Mt 5,3-12). Ma cosa c’entra questo con l’evangelizzazione?
Notiamo che tutto questo accade a Elisabetta perché lei si è avvicinata a Gesù ed è stata riempita dello Spirito Santo. Ma Gesù è giunto a Elisabetta perché Maria, inseparabile da Cristo, lo ha portato: «Benedetta tu…, benedetto» (Lc 1,42). Questo accade anche oggi, e avviene spesso nella pietà popolare latinoamericana, quando un’immagine di Maria visita una casa, o si avvicina a un malato in ospedale, o quando un ragazzo invita un amico ad andare a piedi verso un santuario mariano. Lei come madre dona Cristo e da Lui sgorga per noi lo Spirito Santo.
Piena del Vangelo
Maria evangelizza anche per un altro motivo. Perché conserva nel suo cuore tutto il Vangelo. Ricordiamo che due volte il Vangelo di Luca dice che Maria meditava attentamente tutte queste cose e le conservava nel suo cuore (cfr. Lc 2,19.51). Notate bene, due verbi: le custodiva, le metteva nel suo cuore come se fosse uno scrigno di tesori. Le meditava anche, cioè assaporava il significato, la grandezza, il valore di tutto ciò che Gesù faceva e diceva. Che bello che Maria sia quel libro vivente e luminoso, dove possiamo trovare tutto, tutta la storia di Gesù e il suo significato più profondo! Allora, in quel cuore della Madre c’è Gesù, tutta la sua storia, c’è tutto il Vangelo, perché Maria è stata testimone di tutto, dall’incarnazione e dalla nascita fino alla morte in croce e alla risurrezione, passando per tutta la vita. A lei non è sfuggito nulla, da brava Madre, non le sfuggiva alcun dettaglio. Dopo trent’anni vissuti insieme nella casa di Nazareth, quante cose sa Maria che non sono nemmeno scritte nei Vangeli, perché in realtà il Vangelo più completo, l’unico integrale, è nel cuore di Maria.
Maria collega il Vangelo alla nostra vita
Ma lei non ha dentro di sé solo la storia di Gesù. Ha anche la tua. Nel capitolo 12 dell’Apocalisse, dove appare la figura di Maria in cielo, si dice che lei ha dato alla luce Gesù (Ap 12,5), e alla fine la menziona come madre del «resto dei suoi figli» (Ap 12,17). Cioè, per lei, Gesù e noi, che siamo il resto dei suoi figli, sono due realtà inseparabili. E per questo lei contempla anche tutta la tua storia, da quando ti sei formato nel grembo di tua madre, mentre crescevi nella tua infanzia e adolescenza, ogni tua gioia e ogni tua sofferenza, tutto, dal primo all’ultimo istante della tua vita, tutto è custodito nel suo cuore di Madre, che ti dice come disse a Juan Diego: «Non sono forse qui, io che sono tua madre? […]. Non sei forse nell’incavo del mio mantello, nella piega delle mie braccia?»[1] Per questo Maria, che ha contemplato il Vangelo, custodisce anche nel suo cuore la tua vita molto concreta. Così può unire le due cose: può mettere in contatto il Vangelo con la tua vita, può far sì che il Vangelo tocchi la tua esistenza concreta. E questo non è forse evangelizzare?
Potreste chiedervi che importanza abbia tutto questo, ma vi chiedo di prestare attenzione perché è estremamente bello. È importante che ci sia qualcuno che ricordi la tua storia. A volte potresti pensare che chi conosce tutto sia tua moglie, tuo marito, tua sorella, il tuo amico. Ma quante cose ci sono che quella persona non sa della tua storia, dei tuoi dubbi, delle tue sofferenze? Maria sì, conosce e custodisce tutto questo. Tu stesso dimentichi molte cose, o rimangono in una sorta di penombra interiore, o tu stesso preferisci dimenticarle. Sembra che alla fine tutta la tua storia svanirà nell’oblio. Ma lei, la Madre, conserva tutto nel suo cuore, custodisce lì tutto ciò che hai vissuto e conosce bene il significato di ogni cosa e di ogni momento. Lei non dimentica. E per questo, ogni volta che vai a pregare, a conversare con lei, lei potrà capire più di chiunque altro ciò che le dici e anche ciò che non le dici, alla luce del Vangelo. Perché lei può leggere ogni tuo momento nel contesto di tutto ciò che hai vissuto. Per questo, connettendoti con Maria, la tua vita riceve dal Vangelo quella luce di cui hai bisogno per capire il tuo cammino personale.
Evangelizzati dal volto della Madre
In modo misterioso, senza parole, grazie all’azione segreta dello Spirito Santo, senza che nessuno glielo insegni o glielo spieghi, molte persone semplici ricevono nel loro intimo il messaggio del Vangelo guardando Maria, e così vengono evangelizzate. Per questo diciamo che il Popolo fedele non si allontana da Cristo, né dal Vangelo, quando si trova di fronte a lei, ma riesce a leggere «in quell’immagine materna tutti i misteri del Vangelo».[2] (cfr. MPF 77)
Il Documento di Aparecida lo esprimeva così, riferendosi al pellegrino che arriva davanti a un’immagine di Maria:
«L’arrivo è un incontro d’amore. Lo sguardo del pellegrino si posa su un’immagine che simboleggia la tenerezza e la vicinanza di Dio. L’amore si ferma, contempla il mistero, gode in silenzio. […] Un breve istante condensa una viva esperienza spirituale».[3]
«Contempla il mistero». Vediamo come lo spiega la Nota dottrinale Mater populi fidelis offrendo diversi esempi concreti di ciò che vive un fedele semplice e sofferente quando trova in Maria il Vangelo:
«Perché, in quel volto materno, vede riflesso il Signore che ci cerca (cf. Lc 15,4-8), che viene incontro a noi con le braccia aperte (cf. Lc 15,20), che si ferma davanti a noi (cf. Lc 18,40), che si curva su di noi e ci solleva verso la sua guancia (cf. Os 11,4), che ci guarda con amore (cf. Mc 10,21) e che non ci condanna (cf. Gv 8,11; Os 11,9). Nel suo volto materno, molti poveri riconoscono il Signore che “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1,52). Questo volto di donna canta il mistero dell’Incarnazione. In questo volto della Madre, trafitta dalla spada (cf. Lc 2,35), il Popolo di Dio riconosce il mistero della Croce, e in quel volto, illuminato dalla luce pasquale, percepisce che Cristo è vivo. Ed ella, che ricevette in pienezza lo Spirito Santo, è colei che sostiene gli apostoli riuniti in preghiera nel Cenacolo (cf. At 1,14)» (MPF77).
Cioè, senza leggere o studiare il testo di Luca 15, nel volto di Maria riconoscono la misericordia e la tenerezza del Padre Dio. Senza leggere il testo di Osea 11, guardando Maria sentono che quel Padre li solleva verso la sua guancia. Senza leggere il racconto della Passione, in Maria trafitta dalla spada leggono il mistero della Croce redentrice. Senza leggere i racconti della risurrezione né seguire corsi accademici sul Mistero pasquale, nel volto di Maria scoprono che Cristo è vivo e che c’è speranza. Molti intellettuali non comprendono questo, perché tutto ciò ha una logica diversa: è qualcosa che avviene in modo segreto, misterioso, mistagogico, simbolico, che a volte la persona stessa che lo vive non sa spiegare, ma nell’incontro con Maria è stata illuminata dal Vangelo. Anche per questo Maria è evangelizzatrice.
Quindi, ci troviamo di fronte a una chiarificazione estremamente importante, fondamentale per una Mariologia sana: non è che Dio sia distante e Maria ci dia quella vicinanza che Dio non ha. Per favore, non dirlo. È esattamente il contrario: è impossibile per Maria essere più vicina a noi del Padre, di Cristo, dello Spirito Santo. Assolutamente no. Ciò che accade è che in lei, nel suo volto di Madre, possiamo facilmente scoprire la vicinanza di Dio, che è Colui che raggiunge la profonda intimità dei nostri cuori. In lei riconosciamo quell’amore del Padre di cui il Vangelo ci parla, la tenerezza di Cristo e la potenza dello Spirito che leggiamo nei testi del Vangelo. Lei è la trasparenza del nostro Dio vicino, misericordioso e compassionevole, come presentato nel Vangelo.
Madre della grazia
Maria però non è evangelizzatrice solo perché in lei riceviamo il messaggio del Vangelo, ma anche perché con il suo aiuto materno ci aiuta ad accoglierlo con il cuore e a viverlo. Questa è opera della grazia, e noi ci chiediamo cosa c’entri Maria con tutto questo. Ella non può meritare per noi la grazia santificante, perché «nessuno può meritare la grazia prima per un altro, se non Cristo solo».[4] Ella stessa ha ricevuto la grazia «in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano»[5]. Tuttavia, molti dottori hanno spiegato che è ragionevole (congruo) che Dio ascolti un’intercessione[6] e agisca ascoltandola, perché è sua volontà. Per questo motivo può voler liberamente riversare la sua grazia esaudendo il desiderio della Madre che prega per i suoi figli. In questo modo la Madre viene incorporata nella sua opera, in quella che viene solitamente chiamata «mediazione partecipata».[7] Questo desiderio di amore materno aveva una forza particolare quando lei offriva la sua sofferenza accanto alla Croce dell’unico Redentore (cfr. MPF 32).
D’altra parte, vediamo cosa spiega la Nota dottrinale Mater populi fidelis, quando afferma:
«Lei, con la sua intercessione, può implorare per noi gli impulsi interiori dello Spirito Santo, che chiamiamo “grazie attuali”. Si tratta di quegli aiuti dello Spirito Santo che operano anche nei peccatori al fine di disporli alla giustificazione, e altresì in coloro che sono già giustificati dalla grazia santificante, al fine di stimolarli alla crescita. In tale senso preciso, si deve interpretare il titolo di “Madre della grazia”. Maria umilmente collabora affinché possiamo aprire il cuore al Signore, il quale è l’unico che può giustificarci con l’azione della grazia santificante […]. Questa è opera esclusiva dello stesso Signore, tuttavia non esclude che, attraverso l’azione materna di Maria, i fedeli possano raggiungere quelle parole, immagini e stimoli differenti che li aiutano ad andare avanti nella vita, e a preparare, a disporre il cuore per la grazia che il Signore infonde, come anche a crescere nella vita di grazia, ricevuta gratuitamente» (MPF 69). «Maria sviluppa così un’azione singolare per aiutarci ad aprire i nostri cuori a Cristo e alla sua grazia santificante, che eleva e guarisce. Quando lei comunica suscitando diverse “mozioni”, queste devono essere sempre intese come stimoli per aprire le nostre vite all’Unico che opera nel più intimo del nostro essere» (MPF 70).
Per questo la vediamo salda a Pentecoste, accompagnando la preghiera degli apostoli affinché si aprissero all’arrivo dello Spirito Santo (cfr. At 1,14). Lo stesso fa ora, non solo attraverso il suo esempio e la sua intercessione, ma anche attraverso “parole, immagini e stimoli” che lei, come Madre, sa come farci arrivare. Lo abbiamo visto nel corso di tutta la storia dell’evangelizzazione.
La Madre incarnata nelle nostre vite
Maria è evangelizzatrice anche per un altro motivo. Perché i deboli, i sofferenti, i poveri e i feriti riconoscono in Maria una di loro, e per questo non hanno paura di lei, si affidano docilmente a lei, si lasciano evangelizzare da lei. Ricordiamo che i vescovi latinoamericani dicevano ad Aparecida che i poveri «incontrano la tenerezza e l’amore di Dio nel volto di Maria».[8]Vediamo come lo spiega la Nota Mater populi fidelis:
«Il Popolo semplice e povero non separa la Madre gloriosa da Maria di Nazaret, che incontriamo nei Vangeli. Al contrario, riconosce la semplicità dietro la gloria, e sa che Maria non ha cessato di essere una di loro. È colei che, come ogni madre, ha portato suo figlio in grembo, lo ha allattato, lo ha cresciuto amorevolmente con l’aiuto di San Giuseppe, e non le sono mancati gli scossoni e i dubbi della maternità (cf. Lc 2,48-50). È colei che canta al Dio che “ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,53), colei che soffre con gli sposi che sono rimasti senza vino per la loro festa (cf. Gn 2,3), che sa correre a dare una mano alla cugina che ne ha bisogno (cf. Lc 1,39-40), che si lascia ferire, come trafitta da una spada a causa della storia del suo popolo, di cui suo Figlio è “segno di contraddizione” (Lc 2,34); è colei che capisce cosa significa essere un migrante o un esule (cf. Mt 2,13-15), che nella sua povertà può offrire solo due piccoli colombi (cf. Lc 2,24) e che sa cosa vuol dire essere disprezzati per appartenere alla famiglia di un povero falegname (cf. Mc 6,3-4). I popoli sofferenti riconoscono Maria che cammina al loro fianco e per questo cercano la Madre per implorare il suo aiuto» (MPF78).
Lei non solo intercede per noi, affinché possiamo aprire il nostro cuore a Cristo, ma è anche un segno potente e bello della vicinanza di Dio che è veramente Dio con noi. Ella ci permette di smettere di sentire Dio come qualcuno lontano, incapace di comprendere e condividere le nostre vite, e in questo modo ammorbidisce i nostri cuori affinché il Signore possa compiere la sua opera in noi.
Prima e massima collaboratrice dell’opera della Redenzione
Per tutte queste ragioni, Maria evangelizza, ma non redime. La Bibbia dice con estrema chiarezza: «in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,12). L’unico Redentore è Cristo e usare questa parola per riferirsi a Maria può complicare troppo le cose. Quando parliamo di parole, titoli o espressioni usate dal Popolo di Dio, è importante distinguere bene ciò che chiamiamo “pietà popolare”: alcuni gruppi sviluppano un’intera argomentazione per difendere alcune espressioni, ed è loro diritto farlo, ma questa non è la pietà popolare, perché non si tratta di espressioni usate dalla grande maggioranza del Popolo di Dio. I fedeli semplici non usano un linguaggio tecnico fatto di titoli e dogmi, ma manifestano il loro apprezzamento per Maria in altro modo, come quando nel pellegrinaggio del Rocío in Andalusia dicono: “Che bella che sei!”, o soprattutto quando in America Latina la chiamano “Mamita” o “Mamacita”. Non abbiamo una parola più bella per Maria: Madre di Dio, Madre della Chiesa, Madre della grazia, Madre dell’evangelizzazione: Madre…
Tuttavia, ricordiamo ciò che afferma il documento Mater populi fidelis quando sostiene che se per ogni credente la sua «cooperazione con Cristo diventa tanto più fruttuosa quanto più si lascia trasformare dalla grazia, a maggior ragione ciò si deve affermare di Maria, in un modo unico e supremo […]. Lei è la Madre che ha dato al mondo l’Autore della Redenzione e della grazia, che è rimasta ferma sotto la Croce (cf. Gv 19,25), soffrendo insieme al Figlio, offrendo il dolore del suo cuore materno trafitto dalla spada (cf. Lc 2,35). Lei è rimasta unita a Cristo dall’Incarnazione alla Croce e alla Resurrezione in un modo esclusivo e superiore a quanto potesse accadere a qualsiasi credente» (MPF 32).
Da qui deriva che lo stesso documento sostiene testualmente che Maria è la «prima e massima collaboratrice dell’opera della Redenzione e della grazia» (MPF 22) e che «esiste una singolare collaborazione di Maria all’opera salvifica che Cristo compie nella sua Chiesa» (MPF 42).
Evangelizzazione integrale
Ma se parliamo di Maria e dell’evangelizzazione, non possiamo dimenticare che la Chiesa propone un’evangelizzazione integrale, che non separa la fede dalla vita concreta e dalla dignità delle persone. Lo vediamo in Maria quando, nonostante avesse ricevuto il tremendo annuncio dell’angelo, corse senza indugio ad aiutare sua cugina Elisabetta (cfr. Lc 1,39-40). Questo è il suo cuore evangelizzatore, che non si accontenta di darci il massimo, che è Gesù Cristo. Come vera Madre piena d’amore, si preoccupa di tutta la nostra vita, nel corpo e nell’anima, e non separa la fede dalla promozione delle persone.
Lo vediamo anche nell’atteggiamento di servizio e compassione che ha mostrato alle nozze di Cana (cfr Gv 2,1-11) e oggi continua a rivolgersi a Gesù per dirgli: «Non hanno più vino» (Gv 2,3). Questo testo ci mostra Maria come interceditrice, ma non solo per i nostri bisogni spirituali, ma anche di fronte alle più svariate necessità delle nostre famiglie.
Lei, solidale con le sofferenze dei poveri, loda Dio perché «ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati» (Lc 1,52-53).
Alcune perle di Francesco
In quest’ultima parte riprenderemo brevemente alcuni paragrafi mariani tratti da tre documenti di Papa Francesco.
In Christus vivit si trova una descrizione di Maria nel Vangelo come Madre preoccupata per l’evangelizzazione. Dice così: «Maria era la ragazza con un’anima grande che esultava di gioia (cfr Lc 1,47), era la fanciulla con gli occhi illuminati dallo Spirito Santo che contemplava la vita con fede e custodiva tutto nel suo cuore (cfr Lc 2,19,51). Era quella inquieta, quella pronta a partire […]. Con la sua presenza, è nata una Chiesa giovane, con i suoi Apostoli in uscita per far nascere un mondo nuovo (cfr At 2,4-11)» (ChV 46-47).
In Evangelii gaudium Papa Francesco capovolge l’espressione “Maria ci porta a Cristo” e dice qualcosa di sorprendente: «Ai piedi della croce, nell’ora suprema della nuova creazione, Cristo ci conduce a Maria. Ci conduce a lei perché non vuole che camminiamo senza una madre» (EG 285).
Cioè, Cristo ha voluto che tutta la sua opera salvifica avesse una Madre, una presenza e un volto materno, e per questo Cristo ci porta a lei, che «cammina con noi, combatte con noi, ed effonde incessantemente la vicinanza dell’amore di Dio» (EG 286).
Infine, in Gaudete et exsultate ci invita ad avvicinarci a lei senza timore per ricominciare sempre: «Lei non accetta che quando cadiamo rimaniamo a terra e a volte ci porta in braccio senza giudicarci» (GE 176).
Per questo, continua, «la Madre non ha bisogno di tante parole, non le serve che ci sforziamo troppo per spiegarle quello che ci succede» (ibid). Basta ripetere più volte quelle parole che abbiamo imparato da bambini. Diciamole ora insieme: «Ave Maria…».
Victor Manuel Card. Fernandez
[1] J.L. Guerrero Rosado, Nican Mopohua: Qui si racconta… il grande evento, Cuautitlán 2003, nn. 23, 119.
[2] Francesco, Esort. Ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 285: AAS 105 (2013), 1135.
[3] Consiglio Episcopale Latinoamericano, V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi (Aparecida, 13-31 maggio 2007), n. 259.
[4] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 114, a. 6, co.
[5] Pio IX, Cost. ap. Ineffabilis Deus(8 dicembre 1854): Pontificis Maximi Acta. Pars prima, Romae 1854, 616: «… la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale» (DH 2803); Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium(21 novembre 1964), n. 53: AAS 57 (1965), 58: «Redenta in modo eminente in vista dei meriti del Figlio suo».
[6] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 114, a. 6, ad 3.
[7] S. Giovanni Paolo II,Carta enc. Redemptoris Mater (25 marzo 1987), n. 38: AAS 79 (1987), 411-412; cf. Conc. Ecum. Vat. II, Const. dogm. Lumen gentium, n. 62: AAS 57 (1965), 63.
[8] Consiglio Episcopale Latinoamericano, V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi (Aparecida, 13-31 maggio 2007), n. 265.
Città del Vaticano, domenica 14 dicembre 2025, 12:17 (ACI Stampa).
Dopo la Messa celebrata per il Giubileo dei detenuti, Papa Leone XIV si affaccia dal Palazzo Apostolico in Piazza San Pietro per la recita dell’Angelus.
“Il Vangelo di oggi ci fa visitare in carcere Giovanni il Battista, che si trova prigioniero a motivo della sua predicazione. Ciò nonostante, egli non perde la speranza, diventando per noi segno che la profezia, anche se in catene, resta una voce libera in cerca di verità e di giustizia”, commenta il Papa.
“Chi cerca verità e giustizia, chi attende libertà e pace interroga Gesù. È proprio Lui il Messia, cioè il Salvatore promesso da Dio per bocca dei profeti? La risposta di Gesù porta lo sguardo su coloro che Lui ha amato e servito. Sono loro: gli ultimi, i poveri, i malati a parlare per Lui. Il Cristo annuncia chi è attraverso quello che fa. E quello che fa è per tutti noi segno di salvezza. Infatti, quando incontra Gesù, la vita priva di luce, di parola e di gusto ritrova senso: i ciechi vedono, i muti parlano, i sordi odono. L’immagine di Dio, deturpata dalla lebbra, riacquista integrità e salute. Persino i morti, del tutto insensibili, tornano alla vita. Questo è il Vangelo di Gesù, la buona notizia annunciata ai poveri: quando Dio viene nel mondo, si vede!”, dice il Papa prima della preghiera mariana.
“Dalla prigione dello sconforto e della sofferenza ci libera la parola di Gesù: ogni profezia trova in Lui il compimento atteso. È Cristo, infatti, che apre gli occhi dell’uomo alla gloria di Dio. Egli dà parola agli oppressi, ai quali violenza e odio hanno tolto la voce; Egli vince l’ideologia, che rende sordi alla verità; Egli guarisce dalle apparenze che deformano il corpo. Il Verbo della vita ci redime così dal male, che porta il cuore alla morte. Perciò, come discepoli del Signore, in questo tempo d’Avvento siamo chiamati a unire l’attesa del Salvatore all’attenzione per quello che Dio fa nel mondo”, conclude il Papa.
Poi, dopo la recita della preghiera mariana, il Pontefice passa ai consueti saluti. Il Papa ricorda in particolare i 124 martiri della diocesi spagnola di Jaén, beatificati ieri e quelli beatificati a Parigi. “Lodiamo il Signore per questi martiri, coraggiosi testimoni del Vangelo, rimasti fedeli alla Chiesa”, dice il Papa.
Giubileo dei detenuti 2025. Papa Leone XIV: “Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati”
Santa Messa in occasione del Giubileo dei detenuti
Papa Leone XIV | | Mirjana Gabric
Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano, domenica 14 dicembre 2025, 10:40 (ACI Stampa).
Papa Leone XIV presiede questa mattina l’ultimo grande evento di questo anno Santo, la Santa Messa nella Basilica di San Pietro dedicata ai detenuti. Sono loro i protagonisti di questo ultimo Giubileo, il Giubileo dei detenuti. L’evento, al quale sono iscritti circa 6000 pellegrini, è rivolto ai detenuti, con i loro famigliari, agli operatori delle carceri, alla polizia e all’amministrazione penitenziaria. I partecipanti provengono da circa 90 Paesi, tra cui Italia, Spagna, Portogallo, Regno Unito, Polonia, Germania, Indonesia, Messico, Madagascar, Brasile, Colombia, Stati Uniti, Guinea Bissau, Filippine, Taiwan, Australia.
“Mentre si avvicina la chiusura dell’Anno giubilare, dobbiamo riconoscere che, nonostante l’impegno di molti, anche nel mondo carcerario c’è ancora tanto da fare in questa direzione, e le parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato – «ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo» (Is 35,10) – ci ricordano che Dio è Colui che riscatta, che libera, e suonano come una missione importante e impegnativa per tutti noi. Certo, il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli. Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”, dice subito il Papa nell’omelia riferendosi all’evento e alla Liturgia di oggi.
“Quando però si custodiscono, pur in condizioni difficili, la bellezza dei sentimenti, la sensibilità, l’attenzione ai bisogni degli altri, il rispetto, la capacità di misericordia e di perdono, allora dal terreno duro della sofferenza e del peccato sbocciano fiori meravigliosi e anche tra le mura delle prigioni maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità. Si tratta di un lavoro sui propri sentimenti e pensieri necessario alle persone private della libertà, ma prima ancora a chi ha il grande onere di rappresentare presso di loro e per loro la giustizia. Il Giubileo è una chiamata alla conversione e proprio così è motivo di speranza e di gioia”, continua il Pontefice nella sua omelia.
“Al Giubileo saranno presenti anche rappresentanti dalla Casa Circondariale Rebibbia Nuovo Complesso, dalla Casa Circondariale di Rebibbia femminile e dall’Istituto penale minorile di Casal del Marmo di Roma, da carceri di Brescia, Teramo, Pescara, Rieti, Varese, Forlì, dal carcere minorile San Vittore di Torino. Inoltre, arriveranno a Roma delegazioni di pellegrini organizzate dalla Pastorale penitenziaria del Portogallo, dalle diocesi spagnole di Barcellona, Siviglia, Asidonia-Jerez, Merida-Badajoz, Valencia, Cordoba, da Malta, dal Cile, e un gruppo di 500 pellegrini sarà accompagnato dall’Ispettorato Generale dei Cappellani delle carceri italiane”, hanno fatto sapere dal sito del Giubileo.
“Papa Francesco auspicava, in particolare, che si potessero concedere, per l’Anno santo, anche «forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società» (Bolla Spes non confundit, 10), e ad offrire a tutti reali opportunità di reinserimento. Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio. Il Giubileo, come sappiamo, nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare”, aggiunge Papa Leone.
“Carissimi, il compito che il Signore vi affida – a tutti, detenuti e responsabili del mondo carcerario – non è facile. I problemi da affrontare sono tanti. Pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro. E non dimentichiamo, a livello più personale, il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, con sé stessi e con gli altri, quando si intraprendono cammini di conversione, e la tentazione di arrendersi o di non perdonare più. Il Signore, però, al di là di tutto, continua a ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto e che tutti siano salvati. Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati! Questo vuole il nostro Dio, questo è il suo Regno, a questo mira il suo agire nel mondo”, questo l’augurio finale di Papa Leone XIV.
Le Ostie per la celebrazione sono state donate dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti attraverso il progetto «Il senso del Pane», che dal 2016 coinvolge più di 300 detenuti ogni anno nella creazione di ostie destinate a oltre 15.000 tra diocesi italiane e straniere, congregazioni religiose, parrocchie, monasteri e realtà cristiane. Le ostie che saranno consacrate durante l’Eucaristia del Giubileo dei Detenuti provengono dai laboratori eucaristici delle carceri di Opera, San Vittore e Bollate.
Canonizzazione: 27 dicembre 1726, Roma, papa Benedetto XIII
Luogo reliquie: Convento dei carmelitani scalzi
Collaboratore di Santa Teresa d’Avila nella fondazione dei Carmelitani Scalzi, Dottore della Chiesa, Giovanni della Croce risulta sempre più un affascinante maestro: le sue parole e il suo messaggio sanno di mistero, del mistero di Dio.
Nacque a Fontiveros in Castiglia (Spagna) nel 1542, da una famiglia poverissima. Orfano molto presto del padre; una madre laboriosa e intraprendente per far fronte alla fame. Il piccolo Juan venne subito colpito dalla durezza della vita. Provato nel fisico, ma temprato nello spirito, si diede da fare come infermiere per mantenersi agli studi cui si sentì portato.
Emerse ben presto la sua voglia di Dio e di Assoluto. A 20 anni decise di entrare nel noviziato dei Carmelitani. Arrivò al Sacerdozio a 24 anni, ma si scoprì dentro una gran voglia di una vita rigorosamente consacrata nel silenzio e nella contemplazione, una voglia che neppure i brillanti studi teologici nella prestigiosa università di Salamanca riuscirono a sopire.
Ci pensò Santa Teresa ad offrirgli una soluzione, invitandolo a partecipare alla Riforma dell’Ordine Carmelitano. Maestro dei novizi, attirò tanti giovani che desideravano condurre una vita come lui. Nello spazio di pochi anni, pieni di fatiche apostoliche sulle strade assolate o ghiacciate di Spagna, accanto a profonde sofferenze, incredibili ed esaltanti esperienze mistiche.
La sua perfezione ascetica, la sua vita d’orazione, la sua elevatezza. di spirito e d’ingegno, l’esperienza mistica personale e la conoscenza dell’ampia esperienza mistica del Carmelo Riformato, la vasta dottrina, la profonda interiorità, e soprattutto la viva fiamma d’amore che lo vivificava e lo consumava fecero di lui non solo un grande santo, ma anche un grande maestro.
Scrisse poemi e trattati che sprigionavano la sua sapienza mistica, quella che non viene dai libri e dagli studi, ma che si “sa per amore”.
Morì a Ubeda il 14 dicembre 1591, a soli 49 anni, facendo sue, in un trasporto d’amore, le parole del Cantico dei cantici: “Rompi la tela ormai al dolce incontro!”.
Le sue spoglie furono traslate nel Convento dei Carmelitani Scalzi a Segovia nel 1593, due anni dopo la sua morte. Il sepolcro è custodito in una cappella all’interno del convento, che è diventato un importante luogo di pellegrinaggio per devoti e studiosi interessati alla vita e alle opere del santo
APPROFONDIMENTO
Il suo linguaggio: poetico e pieno di immagini e simboli, il linguaggio della passione e dell’amore. Con spirito nuovo, da umanista rinascimentale, offre un valido aiuto per il cammino cristiano dell’uomo moderno. Il cammino che propone è necessario e il risultato possibile anche se può sembrare una cosa ardua
Giovanni della Croce invita alla rinuncia, che non è negazione di sé o abdicazione da sé, ma promozione del meglio di sé. L’opera di Giovanni della Croce, se non invita ad un approccio immediato, ridesta tuttavia sempre almeno curiosità e fascino. Sono molte le persone comunque che l’hanno preso sul serio, come Teresa di Gesù Bambino, Elisabetta della Trinità, Edith Stein…, e tanti altri, ci assicurano che l’itinerario proposto da Giovanni della Croce è accessibile. La sua spiritualità non sradica e non impone un programma fisso di vita. Pur rimanendo nei nostri quotidiani impegni, ci chiede di vivere nell’attenzione amorosa, un orientamento a Dio totale e rigorosamente esclusivo.
Il suo magistero orale e scritto, illumina tutto il percorso cui l’anima è chiamata per il raggiungimento del “Monte”, dei vertici della spiritualità ove si compie il mistero amoroso dell’unione con Dio.
La Chiesa ha riconosciuto il valore universale della dottrina ascetica e mistica di S. Giovanni della Croce proclamandolo Dottore Mistico della Chiesa Universale.
Quel che è certo è che tutti i pensieri, tutti i detti di S. Giovanni della Croce sono proprio articoli che regolano il modo di camminare sulle orme di Cristo. Un codice della strada, sì, della vera strada: l’imitazione di Cristo, di Colui che è Egli stesso via. Ed è altrettanto certo che il passaggio obbligato è quello della Croce.
MARTIROLOGIO ROMANO. Memoria di san Giovanni della Croce, sacerdote dell’Ordine dei Carmelitani e dottore della Chiesa, che, su invito di santa Teresa di Gesù, fu il primo tra i frati ad aggregarsi alla riforma dell’Ordine, da lui sostenuta tra innumerevoli fatiche, opere e aspre tribolazioni. Come attestano i suoi scritti, ascese attraverso la notte oscura dell’anima alla montagna di Dio, cercando una vita di interiore nascondimento in Cristo e lasciandosi ardere dalla fiamma dell’amore di Dio. A Ubeda in Spagna riposò, infine, nel Signore.
La rivolta dei Decabristi il 14 dicembre 1825 vide gli ufficiali dell’esercito e gli intellettuali favorevoli alle riforme liberali cercare di prendere il potere dopo l’improvvisa morte dello zar Alessandro I, per finire poi schiacciati dalla repressione di Nicola I Icona del ricorrente alternarsi di “sistema” e “rivolta”, regime e anarchia, nella parabola della storia russa.
In questi giorni si susseguono in Russia due date molto significative: il 12 dicembre si è osservato il Giorno della Costituzione, ricordando la legge fondamentale approvata da Boris Eltsin nel 1993, un paio di mesi dopo le cannonate all’edificio del Soviet Supremo dove i parlamentari si erano asserragliati per contestare il nuovo potere filo-occidentale, seguito al crollo dell’Unione Sovietica. Fu l’atto formale che sanciva la fine del regime comunista, con il passaggio all’economia di mercato e l’eliminazione degli istituti di pianificazione e controllo. Di quel testo ormai rimangono solo i contorni, essendo stato stravolto nel 2020 dalle modifiche volute da Vladimir Putin per consacrare il nuovo regime sovranista ortodosso della “verticale del potere”.
Il 14 dicembre si ricordano poi i duecento anni dalla rivolta dei Decabristi (in russo dicembre è dekabr), che nel 1825 cercarono di prendere il potere dopo l’improvvisa morte dello zar Alessandro I, che nonostante la gloria della vittoria su Napoleone non si era deciso a introdurre le riforme liberali tanto desiderate dagli ufficiali dell’esercito e dagli intellettuali russi. La rivolta fu soffocata dal nuovo zar Nicola I, fratello di Alessandro e dedito soltanto all’ordine e alla repressione in Russia e in ogni altro Paese, tanto da meritarsi il titolo di “gendarme d’Europa”.
Le due date s’intrecciano in una rilettura della storia recente e antica della Russia, sempre in bilico tra i lunghi inverni delle “stagnazioni” dittatoriali e le esplosioni primaverili di nuovi stravolgimenti popolari, senza mai trovare un equilibrio delle sue diverse anime. Nel convegno sui due secoli dalla rivolta, che si è aperto a Mosca all’Accademia delle Scienze, uno degli storici più autorevoli, Jurij Pivovarov, propone come chiave interpretativa il pendolo tra samoderžavie (“autocrazia”) e samovlastie (“auto-potere”), due termini quasi identici per indicare la contrapposizione tra “sistema” e “rivolta”, tra regime e anarchia.
La Russia è storicamente portata all’eccesso nelle contraddizioni, e proprio a partire dall’epoca dei decabristi questo si articola in una serie di immagini opposte e successive: dalla “Santa Alleanza” di Alessandro I nel 1815 (la prima “Unione Europea”) si giunge nel 1853 alla Guerra di Crimea di Nicola I, con la Russia che si oppone all’Europa intera, per poi vivere le grandi riforme di Alessandro II con la liberazione dalla schiavitù della gleba nel 1861. Questa svolta sarebbe poi stata premiata da 80 tentativi di assassinio dello zar, conclusi con la sua morte nel 1881 per mano dei rivoluzionari, premessa della salita al potere dei bolscevichi dopo le rivoluzioni del 1905 e del febbraio 1917, prima della grande Rivoluzione d’Ottobre.
Anche i settant’anni di comunismo totalitario non sono stati certo sereni e uniformi; dopo la guerra civile del 1918-1920, c’è stata la lunga lotta interna al partito, vinta da Stalin nel 1930 dopo aver eliminato tutti gli avversari, instaurando il regime del terrore poi denunciato durante il “disgelo” di Khruščev nel 1957, e quindi sostituito da Brežnev nel 1964 con la restaurazione del controllo neo-staliniano. Gorbačëv ha quindi tentato la “rivoluzione gentile” della perestrojka nel 1986, per poi cedere al tentativo di golpe del Kgb nel 1991, sventato da Eltsin che sale sul carro armato inneggiato dal popolo, che il giorno dopo si raduna per rimuovere il monumento sulla piazza della Lubjanka, la sede del Kgb, che rappresentava il suo fondatore Feliks Dzeržinskij.
Non stupisce quindi che anche il regime “democratico” dello stesso Eltsin, inaugurato dalle cannonate del 1993, si sia poi trasformato in una serie di guerre e rivolte in Cecenia, Inguscezia e Transnistria, per poi convergere nell’attuale dittatura di Vladimir Putin, costruita sulla repressione delle manifestazioni di popolo organizzate da Aleksej Naval’nyj e sfociata nella guerra contro la Georgia, l’Ucraina, l’Europa, l’Occidente e l’Anticristo universale. Dal samovlastie eltsiniano, che dava a ciascuno la possibilità di prendersi “tutto il potere che è in grado di inghiottire”, siamo tornati al samoderžavie putiniano, un sistema di potere che non lascia alcuna libertà o speranza di cambiamento, fino al prossimo giro della bussola impazzita della Russia.
Si ripropone quindi ogni volta la domanda che gli studiosi stanno analizzando in questi giorni a proposito dei decabristi: si tratta soltanto di reazioni all’insoddisfazione per il ruolo della Russia nella storia, o di realizzazioni di ideologie in grado di formare nuovi sistemi statali, destinati a cambiare il volto del mondo intero? Questa è oggi la questione, se il putinismo sia destinato a esaurirsi e scomparire, o giungerà a dominare il resto del mondo, a cominciare dall’America dell’amico Trump. I decabristi venivano esaltati dai sovietici come inizio della grande epopea rivoluzionaria, per poi essere dimenticati con l’instaurazione del regime putiniano, che mal sopporta ogni parvenza di rivolta popolare.
Eppure al gruppo dei decabristi faceva riferimento anche il giovane Aleksandr Puškin, vate della riscoperta dell’anima russa dopo un secolo di occidentalismo e oggi tanto celebrato dai russi quanto odiato dagli ucraini, per aver sottratto loro il primo vero grande poeta e scrittore ucraino, Nikolaj Gogol, facendolo innamorare della Grande Russia. Nel corso sui “Fondamenti e principi della statualità russa”, obbligatorio oggi in tutte le scuole di ogni ordine e grado della Russia come le lezioni di marxismo e materialismo dialettico ai tempi sovietici, la rivolta del 1825 viene completamente oscurata, rileggendo la storia con la chiave della censura di Nicola I, la Okhrana madre dei servizi speciali, fino al Kgb e all’attuale Fsb, la scuola di potere di Putin e perfino del patriarca di Mosca Kirill.
I nobili e ufficiali che si radunarono nella piazza del Senato di San Pietroburgo il 14 dicembre 1825 intendevano proprio eliminare l’autocrazia, impedendo la salita al trono di Nicola I, un colpo di Stato in preparazione da anni e accelerato dalla morte inattesa di Alessandro I nella città meridionale di Taganrog, dove si era recato per far curare la moglie. La scomparsa dello zar-vincitore è uno dei grandi misteri della storia russa, essendo avvenuta in età ancora relativamente giovane a 48 anni, e non essendo stata compiuta una vera autopsia. La leggenda successiva vede lo zar trasformato nello starets Fedor Kuzmič, predicatore itinerante della Siberia, e nessun regime successivo ha mai voluto verificare a chi appartengano veramente le spoglie sepolte nella tomba della cattedrale dei Santi Pietro e Paolo di San Pietroburgo insieme agli altri zar dell’epoca moderna, dove sono peraltro deposti anche l’ultimo zar Nicola II con la sua famiglia, con resti altrettanto dubbi recuperati dalle fosse comuni sugli Urali.
L’incertezza sui destini degli zar e della loro memoria riflette il bisogno di riscrivere continuamente la storia della Russia, che costituisce oggi una delle motivazioni principali dell’ideologia sovranista e imperiale dello zar Putin. “La Crimea è nostra”, “il Donbass è sempre stato russo”, la volontà di attribuirsi il Baltico, il Caucaso, l’Asia centrale e magari altre regioni del mondo dall’Africa al Sudamerica, caratterizzano una ricerca spasmodica di un’identità che non è legata veramente alla terra, ma alle sfere superiori del cielo ideologico. Questa era anche la contraddizione interiore di Alessandro I, che entrando trionfalmente a Parigi nel 1814 aveva pensato di poter riunificare tutti i popoli e perfino le Chiese, unendo nella “Santa” Alleanza gli ortodossi russi con i cattolici austriaci e i protestanti prussiani.
La guerra ucraina di Putin si richiama esplicitamente alla vittoria di Stalin sui nazisti, ma non meno significativa è la memoria del periodo seguito alle guerre napoleoniche, in cui la premessa ideologica era proprio la contrapposizione tra potere assoluto e rivoluzione liberale, tra samoderžavie e samovlastie. I decabristi derivavano in parte da una società segreta formata a Mosca nel 1818, il Sojuz Blagodenstvija, “l’Unione della Prosperità”, che intendeva formare un movimento popolare di orientamento liberale, per costruire una società senza alcuna forma di dittatura e di schiavitù, un sogno romantico che si ripropone spesso nella storia, lasciando quasi sempre il passo a nuove forme di autocrazia. Gli ideali della società liberale presupponevano un riavvicinamento tra gli intellettuali e il popolo, come era avvenuto durante la guerra contro Napoleone, con l’incontro tra gli ufficiali e i soldati più umili.
Fu poi il grande scrittore russo Ivan Turgenev a descrivere questo incontro nelle Memorie di un cacciatore, dove il nobile narratore durante la caccia s’imbatte in una serie di figure di basso livello, come i contadini Khor e Kalinič che vivono nel bosco ed esprimono sentimenti di autentica dignità umana. Turgenev coniò per descrivere questi incontri un termine oggi di nuovo molto diffuso, il populizm dal latino russificato (lo scrittore inserì poi nei suoi romanzi altri termini diventati universali, come anarkhizm e nigilizm), profetizzando la grande ambiguità dei tempi in cui viviamo nel terzo millennio, tra le illusioni sovraniste dei nuovi imperatori e le confusioni populiste delle ideologie artificiali, in attesa di un mondo nuovo e di nuove rivoluzioni.
Protettrice: degli occhi, della vista, ciechi, degli elettristici, dalle malattie degli occhi e le carestie, degli oculisti
Luogo reliquie: Chiesa di San Geremia Cattedrale metropolitana della Natività di Maria Santissima
Lucia nacque a Siracusa nell’anno 281 da nobilissima e ricchissima famiglia. Rimasta orfana di padre all’età di cinque anni venne educata nella religione cristiana dalla pia e saggia Eutichia, sua madre.
Fatta grandicella e accesa di puro amore di Dio, decise all’insaputa della madre di mantenere perpetua verginità. Ignorando questo segreto la buona Eutichia, come allora usavasi universalmente, non tardò d’interessarsi per trovare alla figliuola uno sposo che convenisse. Era questi un giovane nobile, ricco e di buone qualità, però non cristiano. Lucia si turbò: ma non volendo manifestare il suo segreto alla madre, cercò pretesti per tramandare le nozze; ed intanto confidava nella preghiera e nella grazia.
Ed ecco quanto avvenne: Eutichia fu presa da una grave malattia, per cui non bastando né medici nè medicine, per consiglio di Lucia, mamma e figlia decisero di portarsi in pellegrinaggio a Catania, alla tomba di S. Agata, per ottenere la guarigione.
Giunte a Catania, e prostratesi in preghiera presso quelle sacre reliquie, Lucia fece intendere a Agata di rimanere fedele al voto fatto e di accettare, se necessario, anche il martirio per amor di Gesù. La madre ottenne la guarigione, ma una grazia maggiore ebbe Lucia: il suo avvenire era irrevocabilmente deciso.
Tornate a Siracusa, Lucia si confidò con la madre ed ottenne che la lasciasse libera nella scelta del suo stato. Così lucia con una lampada fissata sul capo, percorse gli angusti cunicoli delle catacombe per distribuire ai bisognosi il denaro ricavato dalla vendita della sue ricchezze.
Il pretendente deluso, montò subito sulle furie e giurò vendetta, appena seppe che il rifiuto di Lucia proveniva dal fatto di essere cristiana. Si presentò quindi al proconsole romano Pascasio e accusò la giovane come seguace della religione cristiana e perciò ribelle agli dèi ed a Cesare.
Tradotta davanti al proconsole, si svolse un dialogo drammatico, nel quale rifulsero la fermezza e costanza della martire. Neppur la forza valse a smuoverla, poiché Gesù rese impotenti i suoi nemici: invano i soldati la spingevano cadendo sfiniti a terra, invano la trascinavano legata a mani e piedi o trainata da molti buoi
Fu martirizzata il 13 dicembre del 304. Lucia fu cosparsa di olio, posta su legna e torturata col fuoco, ma le fiamme non la toccarono. Fu infine messa in ginocchio e finita con la spada per decapitazione. La festa cade in prossimità del solstizio d’inverno (da cui il detto “santa Lucia il giorno più corto che ci sia”).
autore Mario Minniti anno XVII sec titolo Martirio di Santa Lucia
Rese il suo spirito solamente dopo aver ricevuto l’Eucarestia, la salma fu posta nelle Catacombe, dove sei anni dopo sorse un maestoso tempio a lei dedicato.
Le spoglie di Santa Lucia si trovano a Venezia per una serie di vicende storiche legate alle traslazioni di reliquie. Dopo il martirio della santa a Siracusa nel 304 d.C., le sue spoglie furono inizialmente custodite nella città siciliana. Tuttavia, nel 1039 furono trasferite a Costantinopoli da Giorgio Maniace, generale bizantino, durante il dominio bizantino in Sicilia.
Nel 1204, durante la Quarta Crociata, i crociati conquistarono Costantinopoli e saccheggiarono la città. In quell’occasione, le reliquie di Santa Lucia furono portate a Venezia come bottino di guerra. Da allora sono conservate nella città lagunare.
La tomba di Santa Lucia si trova nella Chiesa di San Geremia a Venezia, nel sestiere di Cannaregio. Le spoglie della santa sono state trasferite in questa chiesa nel 1861, dopo che la precedente chiesa di Santa Lucia fu demolita per la costruzione della stazione ferroviaria che porta il suo nome. L’urna con le reliquie è collocata in una cappella dedicata all’interno della chiesa, decorata con fregi di bronzo dorato e materiali recuperati dalla chiesa originaria.
A Siracusa la venerazione delle reliquie di Santa Lucia, patrona della città, è parte centrale della devozione locale e delle celebrazioni liturgiche. A Siracusa sono presenti reliquie autentiche di grande rilievo come frammenti di ossa (tra cui tre costole), la tunica, il velo e le scarpette, conservati e venerati in teche preziose nella Cattedrale di Siracusa durante la festa della santa e in occasioni particolari. Durante le celebrazioni del 13 dicembre e in alcuni periodi dell’anno, parte delle reliquie o il simulacro contenente ossa e reliquie vengono portati in processione per le vie della città onorando così la memoria della martire siracusana.
PROTETTRICE DELLA VISTA
Si dice che a S. Lucia venissero cavati gli occhi poiché “portatrice di luce”, ossia di speranza, di spirituale visibilità e cambiamento e che le fossero immediatamente restituiti dal Signore. Per questa ragione e per lo stesso suo nome che significa Luce, essa è invocata come protettrice degli occhi e della vista.
Inoltre, il suo nome stesso, Lucia, deriva dal latino lux, che significa “luce”, rafforzando ulteriormente il suo ruolo come protettrice della vista.
Trump si è allineato con Putin e troppi intellettuali non muovono un dito per contrastare l’autocrate russo
Ha un bel dire Vladimir Putin quando, pressoché ogni giorno, annuncia al mondo che le sue truppe in Ucraina hanno travolto i nemici e conquistato questa o quella città. Poi accade, come l’altro ieri, che Volodymir Zelensky si presenti alla periferia di Kupyansk data per «presa» da tempo immemorabile e sia in grado di mostrare filmati dei suoi che percorrono strade ben riconoscibili della città E che nello stesso momento i servizi segreti inglesi sostengano con prove fotografiche che né la celeberrima Pokrovsk né Siversk possano essere considerate cadute nelle mani dei russi.
Vogliamo lasciar intendere che gli ucraini siano in grado di riconquistare quel 20% del loro Paese ormai usurpato dalle truppe putiniane? No. Assolutamente no. Ma è un fatto che la tenacia della resistenza ucraina abbia dell’incredibile. Senza più energia elettrica, apertamente boicottati dagli Stati Uniti, mentre l’Europa fatica a trovare risorse da destinare alla loro causa, gli ucraini danno una prova di tenacia che ha pochi precedenti nella storia. Altro che cavia. Gran parte delle opinioni pubbliche occidentali li hanno abbandonati al loro destino e così anche molti che fanno parte delle classi dirigenti.
I tifosi di Putin e di Donald Trump trovano il coraggio di uscire allo scoperto. Si chiede agli ucraini l’impossibile come lasciare al nemico territori che — come s’è detto — i russi non sono riusciti a conquistare. Oppure, cosa che quasi non ha precedenti, di tenere elezioni in tempo di guerra. E loro rispondono di sì. Anzi qualcuno, come l’ex ministro degli esteri Dmytro Kuleba dimissionato sedici mesi fa, risponde che resterà a combattere e lascerà il Paese definitivamente solo quando i russi occuperanno Kiev. Un altro dimissionato illustre Andriy Yermak va a rischiare la vita al fronte.
E persino il più rancoroso rivale di Zelensky, l’ex comandante in capo delle forze armate ucraine Valerii Zaluzhnyi, o il capo dell’intelligence Kyrylo Budanov che avrebbe buone chances di competere con Zelensky, restano al loro posto. Lo scandalo della corruzione non li ha fiaccati più di tanto. Tutti sono consapevoli del fatto che quella è una triste eredità, quasi inestirpabile, dei regimi che furono comunisti.
È il resto del mondo che appare confuso, disorientato. Colpisce, ad esempio, l’insensibilità nei confronti dell’aggressione russa ai membri della Corte penale internazionale. Indifferenza da parte di coloro che non molto tempo addietro osannavano alla sacralità di quell’organismo. Ci riferiamo all’epoca del caso Almasri, il criminale libico che undici mesi fa, a dispetto di un mandato di cattura della Cpi, fu lasciato libero dalle autorità italiane e restituito al suo Paese con un volo di Stato. All’epoca sì, che si si levarono attestati di solidarietà alla corte dell’Aia.
Adesso un tribunale ordinario moscovita, presieduto da Andrey Suvorov, il magistrato che a suo tempo spedì Alexey Navalny nella prigione in cui trovò la morte, ha condannato a quindici anni di carcere (fortunatamente in contumacia) il giudice italiano Rosario Aitala. La colpa di Aitala è quella d’aver firmato, quale membro della Cpi, il mandato di cattura per Putin accusato d’aver fatto rapire non si sa quanti bambini ucraini. Quei bambini che una delicatissima missione guidata dal cardinale Matteo Zuppi sta cercando di riportare a casa. Uno per uno. E con qualche successo. Tant’è che, a dar risalto all’iniziativa, una delegazione di quei piccoli è stata ricevuta da papa Leone XIV.
Giudichi il lettore se il caso Aitala ha ricevuto un’accoglienza mediatica paragonabile a quella di Almasri. Eppure, si tratta in entrambe le situazioni di torti fatti a togati della medesima corte. Quello russo, semmai, più gravido di minacce.
I casi di doppio standard non sono una novità. In Italia il livello di indignazione per le malefatte di Putin è al minimo. Stesso discorso vale per Trump da quando il Presidente statunitense si è totalmente allineato all’autocrate russo. Persino quegli intellettuali, che furono per decenni campioni di sfrenato antiamericanismo, adesso cercano bersagli altrove. Trump può oltraggiare quotidianamente Zelensky (strano modo, sia detto per inciso, di condurre una trattativa di pace) ma qui da noi la mobilitazione di scrittori e artisti vari è distratta da altri impegni. È considerata una miglior causa la battaglia contro la presenza della casa editrice «Passaggio al bosco» in una fiera libraria.
Né i morti civili provocati dai bombardamenti russi sull’Ucraina provocano — eccezion fatta per la Chiesa di papa Leone e per il capo dello Stato — alcuna manifestazione di indignazione. Né di pietà. Cosa che non ci stupisce da parte di coloro che si presentano come asettici osservatori geopolitici (anche se è bizzarro che da quasi quattro anni le loro «analisi» coincidano, alla lettera, con quelle di Dmitry Peskov e Marija Zacharova). Una qualche dose di cinismo fa parte del loro mestiere. Colpisce invece non vedere neanche una lacrima negli occhi di quelli che si autodefiniscono pacifisti e cristiani. Ci sembra strano che nel tragitto tra Perugia e Assisi non ci sia qualcuno che, in aggiunta alle tradizionali invocazioni alla pace, dedichi una sosta di meditazione per le vittime innocenti provocate dalle bombe di Putin. Che, da quando ventisei anni fa si è preso tutti i poteri, sono davvero tante. Troppe