Oggi la Chiesa ricorda santa Scolastica, sorella e amica di san Benedetto: nel loro rapporto La Pira vide un modello per l’oggi Madre Angelini: «Ci insegnano che nelle nostre relazioni l’inevitabile conflittualità può diventare vera accoglienza dell’altro»
IRENE FUNGHI – Avvenire, 10/02/2026
Parte tutto da un “miracolo al contrario”. Al contrario, perché la grandezza del santo non è data da ciò che riesce a compiere, ma da ciò che riesce ad accogliere. O davanti a cui riesce ad arrendersi. Si tratta dell’ultimo tra quelli compiuti da san Benedetto: quello che gli permette, attraverso la sorella gemella Scolastica (di cui oggi ricorre la memoria liturgica), di raggiungere la piena maturazione della sua fede, prima di spirare. «È il miracolo che parla oggi alle nostre società in conflitto, alle coppie che si separano, ai rapporti fraterni compromessi e alla Chiesa chiamata ad essere sinodale», afferma madre Maria Ignazia Angelini, benedettina del monastero di Viboldone, alle porte di Milano. L’episodio a cui si riferisce è quello dell’ultima visita di Benedetto a Scolastica: due giorni dopo la sorella del santo sarebbe spirata, mentre la morte avrebbe raggiunto anche lui quaranta giorni dopo.
Al termine della giornata, passata assieme, Scolastica chiede al fratello di non tornare al monastero di Montecassino e rimanere con lei tutta la notte, per lodare e ringraziare Dio per le meraviglie compiute nelle loro vite. Benedetto rimane attonito, quasi sconvolto: la regola impedisce di passare fuori la notte. Allora la santa chiede a Dio, in lacrime, ciò che il fratello le ha rifiutato e Benedetto, davanti ad un temporale che gli impedisce di tornare al monastero, rimane stupito e accoglie la volontà di Dio. «Lei, coraggiosa, libera, fiduciosa in Dio, non teme di mostrare i suoi sentimenti – spiega madre Angelini –. Lui, fondatore della regola, serio e responsabile, rimane basito, ma sempre docile alle opere del Signore. In quella cena, di fatto, di addio, di cui Scolastica aveva intuito la portata, capisce che anche la regola ha i suoi limiti». Così sensibilità diverse – quella femminile e quella maschile – si completano, unite per la salvezza reciproca: «Ci mostrano – continua ancora la madre – che in ogni relazione c’è un germe di conflittualità, che può portare non alla violenza, ma alla fecondità del cedere all’altro». Quella che ci consegnano è una chiave per disinnescare l’ordigno di ogni guerra: « Bisogna essere aperti alla preghiera e permettere che i rapporti se ne nutrano – dice Angelini –. La complementarità è voluta fin dall’origine. E dice Dio, anche al di là dei rapporti di coppia. Esprime l’originalità dell’uomo, che si manifesta sempre in modo diverso». Un aspetto che, per questo, ha toccato la vita di moltissimi testimoni del Vangelo, nei secoli più remoti come in quelli più recenti. Ciascuno con la sua storia personale, il suo carisma, le attese di fronte al periodo storico che gli è stato dato di vivere. Ne è un esempio l’amicizia nata tra il professore Giorgio La Pira e l’allora studentessa di lettere, destinata a diventare assessore nelle sue giunte (e nelle giunte dopo le sue), Fioretta Mazzei. Era il 1943 quando, dopo essersi conosciuti alla Messa di san Procolo, pensata per i più poveri di Firenze, i due ebbero modo di approfondire l’amicizia, vista la necessità di nascondere il professore, ricercato dalle SS, in una villa della famiglia Mazzei, nel Chianti senese. Da quell’incontro, e da quella pausa forzata dalla vita “attiva”, nasce un ininterrotto carteggio, attraverso il quale i due consolidano un “sodalizio spiritua-le”, ispirato alle vicende dei tanti santi vissuti prima di loro, e teso a ricostruire, sul modello della Gerusalemme celeste, il mondo lacerato dalla guerra.
«Che fare – le scrive La Pira nel 1956, dopo aver condiviso con lei già due giunte nell’amministrazione comunale di Firenze –? Ecco: anzitutto approfondire sempre più nell’orazione il nesso di carità che strutturalmente ci unisce, l’uno all’altra. Questo per me è estremamente facile: perché io non prego senza di Lei, come non prego senza le creature oranti sparse in tutto lo spazio della Chiesa. Quando prego, prego sempre con Lei: una immagine di luce mi riempie l’anima. Ecco, bisogna sempre più illuminare, con la grazia del Signore, questa presenza luminosa che Dio suscita in noi». La chiama, questa, una “politica di presenza interiore”, da accompagnare con una «“politica” di offerta e di sacrificio esteriore » a favore di tutto ciò che chiede il Vangelo. « Penso che così – spiegava La Pira nella sua lettera – si comportavano san Benedetto e santa Scolastica, san Francesco d’Assisi e santa Chiara, san Francesco di Sales e santa Giovanna Francesca Frémiot de Chantal, santa Teresa d’Avila e san Giovanni della Croce: insomma strutturare il nostro rapporto di grazia sul modello di quei rapporti di cui questi santi ci offrono il tipo».
Il fisico e divulgatore scientifico Antonino Zichichi (1929-2026) ha avuto una storica collaborazione con Radio Maria, intervenendo più volte nel corso degli anni per discutere del rapporto tra scienza e fede. Temi trattati: Zichichi ha sostenuto la tesi che la scienza e la fede non siano in conflitto, affermando che la scienza non ha mai scoperto nulla che contraddica l’esistenza di Dio. Contenuti: Nelle sue trasmissioni, spesso in dialogo con Padre Livio Fanzaga, ha affrontato temi legati alle leggi della natura come prova dell’ordine dell’universo e ha criticato le posizioni dell’ateismo scientifico. Posizioni: Ha espresso posizioni controverse o critiche rispetto alla teoria del surriscaldamento globale antropico, discutendone anche ai microfoni dell’emittente. Zichichi, noto per la fondazione del Centro Ettore Majorana di Erice e per i Laboratori del Gran Sasso, ha dedicato parte della sua divulgazione a riconciliare l’osservazione empirica con la fede cristiana.
pubblicato sul sito Milizia di San Michele Arcangelo
Per molti cattolici, la figura di Anna Katharina Emmerick (1774-1824) beatificata dal papa Giovanni Paolo II nel 2004, è essenzialmente legata al famosissimo film dell’attore regista australiano Mel Gibson “La Passione di Cristo”, la cui sceneggiatura è in buona parte, per gli aspetti non tratti ovviamente dai Vangeli canonici, basata sulle visioni attribuite alla monaca agostiniana tedesca.
La beata nacque l’8 settembre 1774 da una famiglia di contadini e non poté frequentare regolarmente la scuola, dovendo lavorare nei campi e aiutare in casa. Sin dalla più tenera età ebbe un profondo desiderio di consacrarsi a Dio nella vita religiosa. Come accadeva a quell’epoca, diverse congregazioni di suore la rifiutarono perché non aveva a disposizione la necessaria dote economica per entrare in monastero. Solo nel 1802 venne finalmente accolta nel monastero delle Agostiniane di Agnetenberg presso Dulmen e l’anno seguente prese i voti religiosi. Quando nel 1811, il monastero venne soppresso, la Emmerick fu accolta a Dolmen come domestica del sacerdote Lambert che era fuggito dai terrori della Francia rivoluzionaria. Dopo poco tempo, ella cominciò a sperimentare i dolori della Passione di Cristo e ricevette le stimmate. Presto si diffuse la voce dei suoi doni soprannaturali: assenza di alimentazione, conoscenza dei cuori umani, riconoscimento delle reliquie dei santi, conoscenza delle erbe medicinali, dei misteri biblici della fede, partecipazione con lo spirito nell’aldilà, comunione con le povere anime del purgatorio e molte persone cominciarono a farle visita, ricevendone insegnamenti e gesti di benevolenza.
Dal 1819 fino al giorno del suo trapasso, nel 1824, le visioni della Emmerick furono dettate da lei stessa al poeta romanticista Clemens Brentano, che poi si convertì sinceramente al Cattolicesimo, il quale sedette quasi interrottamente al capezzale dell’estatica e annotò attentamente in sedicimila grandi fogli i suoi racconti biblici e le contemplazioni mistiche, paragonabili in qualche modo a quelle di Maria De Agreda (1602-1655) o della più recente Teresa Neumann (1898-1962).
L’enorme materiale raccolto e poi ordinato dal poeta, fu pubblicato, in parte postumo, tra il 1858 e 1860, in tre opere principali. Complessivamente l’opera completa curata dal poeta, consta di sei volumi, di cui quattro sulla vita e la passione di Cristo, uno sulla vita della Madonna e uno sull’Antico Testamento.
Riguardo ai tempi finali la monaca agostiniana ha lasciato diverse sconcertanti dichiarazioni. Già più di due secoli fa la beata Caterina Emmerich preannunciava che la liberazione di satana sarebbe avvenuta poco prima dell’anno 2000 dichiarando:
«Mi è stato anche detto che Lucifero verrà liberato per un certo periodo cinquanta o sessanta anni prima dell’anno di Cristo 2000. Mi vennero indicate le date di molti altri eventi che non riesco a ricordare; ma un certo numero di demoni dovranno essere liberati molto prima di Lucifero, in modo che tentino gli uomini e servano come strumenti della giustizia divina».
«Vidi una strana chiesa che veniva costruita contro ogni regola… Non c’erano angeli a vigilare sulle operazioni di costruzione. In quella chiesa non c’era niente che venisse dall’alto… C’erano solo divisioni e caos. Si tratta probabilmente di una chiesa di umana creazione, che segue l’ultima moda…» (12 settembre 1820).
«Vidi cose deplorevoli: stavano giocando d’azzardo, bevendo e parlando in chiesa; stavano anche corteggiando le donne. Ogni sorta di abomini venivano perpetrati là. I sacerdoti permettevano tutto e dicevano la Messa con molta irriverenza. Vidi che pochi di loro erano ancora pii, e solo pochi avevano una sana visione delle cose. Tutte queste cose mi diedero tanta tristezza» (27 settembre 1820).
«Vidi cose deplorevoli: stavano giocando d’azzardo, bevendo e parlando in chiesa; stavano anche corteggiando le donne. Ogni sorta di abomini venivano perpetrati là. I sacerdoti permettevano tutto e dicevano la Messa con molta irriverenza. Vidi che pochi di loro erano ancora pii, e solo pochi avevano una sana visione delle cose. Tutte queste cose mi diedero tanta tristezza» (27 settembre 1820).
«Poi vidi che tutto ciò che riguardava il Protestantesimo stava prendendo gradualmente il sopravvento e la religione cattolica stava precipitando in una completa decadenza. La maggior parte dei sacerdoti erano attratti dalle dottrine seducenti ma false di giovani insegnanti, e tutti loro contribuivano all’opera di distruzione. In quei giorni, la Fede cadrà molto in basso, e sarà preservata solo in alcuni posti, in poche case e in poche famiglie che Dio ha protetto dai disastri e dalle guerre» (1820)
«Stavano costruendo una Chiesa grande, strana, e stravagante. Tutti dovevano essere ammessi in essa per essere uniti ed avere uguali diritti: evangelici, cattolici e sette di ogni denominazione» (22 aprile 1823).
«Ho visto di nuovo la strana grande chiesa. Non c’era niente di santo in essa.
Ho visto anche un movimento guidato da ecclesiastici a cui contribuivano angeli, santi ed altri cristiani. [Nella strana chiesa] C’era qualcosa di orgoglioso, presuntuoso e violento in tutto ciò, ed essi sembravano avere molto successo. Sullo sfondo, in lontananza, vidi la sede di un popolo crudele armato di lance, e vidi una figura che rideva, che disse: “Costruitela pure quanto più solida potete; tanto noi la butteremo a terra”» (12 settembre 1820).
«Fra le cose più strane che vidi, vi erano delle lunghe processioni di vescovi. Le loro colpe verso la religione venivano mostrate attraverso delle deformità esterne» (1 giugno 1820).
«La Messa era breve. Il Vangelo di San Giovanni non veniva letto alla fine» (12 luglio 1820).
(Fino alla riforma liturgica del 1967, la Santa Messa si concludeva con la lettura del Prologo del Vangelo di Giovanni. Le profezie della santa si riferiscono quindi al periodo successivo al 1967).
«Vidi la Chiesa di San Pietro in rovina, e il modo in cui tanti membri del clero erano essi stessi impegnati in quest’opera di distruzione – ma nessuno di loro desiderava farlo apertamente davanti agli altri. Gesù mi dice che la Chiesa sembrerà in completo declino. Ma sarebbe risorta» (4 ottobre 1820).
«Vidi ancora una volta la Chiesa di Pietro era minata da un piano elaborato dalla setta segreta, mentre le bufere la stavano danneggiando… Ma vidi anche che l’aiuto sarebbe arrivato quando le afflizioni avrebbero raggiunto il loro culmine. Vidi di nuovo la Beata Vergine ascendere sulla Chiesa e stendere il suo manto su di essa. Vidi un Papa che era mite e al tempo stesso molto fermo /…/ Vidi un grande rinnovamento e la Chiesa che si liberava in alto nel cielo».
«La Chiesa si trova in grande pericolo. Dobbiamo pregare affinché il Papa non lasci Roma; ne risulterebbero innumerevoli mali se lo facesse. Ora stanno pretendendo qualcosa da lui. La dottrina protestante e quella dei greci scismatici devono diffondersi dappertutto. Ora vedo che in questo luogo la Chiesa viene minata in maniera così astuta che rimangono a mala pena un centinaio di sacerdoti che non siano stati ingannati. Tutti lavorano alla distruzione, persino il clero. Si avvicina una grande devastazione» (1 ottobre 1820).
«Mentre attraversavo Roma con San Francesco e altri santi, vedemmo un grande palazzo avvolto dalle fiamme, ma mentre ci avvicinavamo il fuoco diminuì e noi vedemmo un edificio annerito. Finalmente raggiungemmo il Papa. Era seduto al buio e addormentato su una grande poltrona: era molto ammalato e debole; non riusciva più a camminare. Gli ecclesiastici nella cerchia interna sembravano insinceri e privi di zelo; non mi piacevano. Parlai al Papa dei vescovi che presto dovevano essere nominati. Gli dissi anche che non doveva lasciare Roma. Se l’avesse fatto sarebbe stato il caos. Egli pensava che il male fosse inevitabile e che doveva partire per salvare molte cose… Era molto prospero a lasciare Roma e veniva esortato insistentemente a farlo. La Chiesa è completamente deserta. Sembra che tutti stiano scappando. Dappertutto vedo grande miseria, odio, tradimento, rancore, confusione, e una totale cecità. O città! O città! Cosa ti minaccia? La tempesta sta arrivando; sii vigile!» (7 ottobre 1820).
«Vedo il Santo Padre in grande angoscia. Egli vive in un palazzo diverso da quello di prima e vi ammette solo un numero limitato di amici a lui vicini. Temo che il Santo Padre soffrirà molte altre prove prima di morire. Vedo che la falsa chiesa delle tenebre sta facendo progressi, e vedo la tremenda influenza che essa ha sulla gente» (10 agosto 1820).
«Il Santo Padre, immerso nel suo dolore, è ancora nascosto per evitare le incombenze pericolose. Ora può fidarsi solo di poche persone; è principalmente per questa ragione che deve nascondersi. Ma ha ancora con sé un anziano sacerdote di grande semplicità e devozione. Egli è suo amico, e per la sua semplicità non pensavano valesse la pena toglierlo di mezzo. Ma quest’uomo riceve molte grazie da Dio. Vede e si rende conto di molte cose che riferisce fedelmente al Santo Padre. Mi veniva chiesto di informarlo, mentre stava pregando, sui traditori e gli operatori di iniquità che facevano parte delle alte gerarchie dei servi che vivevano accanto a lui, così che egli potesse avvedersene».
«Vidi quanto sarebbero state nefaste le conseguenze di questa falsa chiesa. L’ho veduta aumentare di dimensioni; eretici di ogni tipo venivano nella città [di Roma]. Il clero locale diventava tiepido, e vidi una grande oscurità… Allora la visione sembrò estendersi da ogni parte. Intere comunità cattoliche erano oppresse, assediate, confinate e private della loro libertà. Vidi molte chiese che venivano chiuse, dappertutto grandi sofferenze, guerre e spargimento di sangue. Una plebaglia selvaggia e ignorante si dava ad azioni violente. Ma tutto ciò non durò a lungo» (13 maggio 1820).
«Ho avuto un’altra visione della grande tribolazione. Mi sembrava che si pretendesse dal clero una concessione che non poteva essere accordata. Vidi molti sacerdoti anziani, specialmente uno, che piangevano amaramente. Anche alcuni più giovani stavano piangendo. Ma altri (e i tiepidi erano fra questi) facevano senza alcuna obiezione ciò che gli veniva chiesto. Era come se la gente si stesse dividendo in due fazioni» (12 aprile 1820).
«Vidi un’apparizione della Madre di Dio, che disse che la tribolazione sarebbe stata molto grande. Aggiunse che queste persone devono pregare ferventemente… Devono pregare soprattutto perché la chiesa delle tenebre abbandoni Roma» (25 agosto 1820).
«Vidi la Chiesa di San Pietro: era stata distrutta ad eccezione del Santuario e dell’Altare principale» (10 settembre 1820).
«Vedo altri martiri, non ora ma in futuro… Vidi le sette segrete minare spietatamente la grande Chiesa. Vicino ad esse vidi una bestia orribile che saliva dal mare. (Ap 13,1 ?). In tutto il mondo le persone buone e devote, e specialmente il clero, erano vessate, oppresse e messe in prigione. Ebbi la sensazione che sarebbero diventate martiri un giorno. Quando la Chiesa per la maggior parte era stata distrutta e quando solo i santuari e gli altari erano ancora in piedi, vidi entrare nella Chiesa i devastatori con la Bestia. Là essi incontrarono una donna di nobile contegno che sembrava portare nel suo grembo un bambino, perché camminava lentamente. A questa vista i nemici erano terrorizzati e la Bestia non riusciva a fare neanche un altro passo in avanti. Essa proiettò il suo collo verso la Donna come per divorarla, ma la Donna si voltò e si prostrò, con la testa che toccava il suolo. Allora vidi la Bestia che fuggiva di nuovo verso il mare, e i nemici stavano scappando nella più grande confusione» (Agosto – ottobre 1820).
«Verranno tempi molto cattivi, nei quali i non cattolici svieranno molte persone. Vidi anche la battaglia. I nemici erano molto più numerosi, ma il piccolo esercito di fedeli ne abbatté file intere [di soldati nemici]. Durante la battaglia, la Madonna si trovava in piedi su una collina, e indossava un’armatura. Era una guerra terribile. Alla fine, solo pochi combattenti per la giusta causa erano sopravvissuti, ma la vittoria era la loro» (22 ottobre 1822).
«Vidi, in grande lontananza, grandiose legioni che si avvicinavano. Davanti a tutti vidi un uomo su un cavallo bianco [Ap 19,11-21?]. I prigionieri venivano liberati e si univano a loro. Tutti i nemici venivano inseguiti. Allora, vidi che la Chiesa veniva prontamente ricostruita, ed era magnifica più di prima» (Agosto – ottobre 1820).
«Vidi un nuovo Papa che sarà molto rigoroso. Egli si alienerà i vescovi freddi e tiepidi. Non è un romano, ma è italiano. Proviene da un luogo che non è lontano da Roma. Ma per qualche tempo dovranno esserci ancora molte lotte e agitazioni» (27 gennaio 1822).
«Vorrei che fosse qui il tempo in cui regnerà il Papa vestito di rocco. Vedo gli apostoli, non quelli del passato ma gli apostoli degli ultimi tempi e mi sembra che il Papa sia fra loro».
«Gli ebrei ritorneranno in Palestina e diverranno cristiani verso la fine del mondo
Beatificazione: 3 ottobre 2004, Roma, papa Giovanni Paolo II
Nacque a Flamske, vicino a Münster, in Germania. Figlia di una famiglia umile, la sua vita non fu caratterizzata da fatti eclatanti. Entrata nel monastero agostiniano di Agnetenberg, emise la professione religiosa all’età di 30 anni nel 1803. Fu immobilizzata in un letto a causa di varie malattie, e la sua situazione peggiorò a causa di uno sfortunato incidente che subì in giovane età per uscire dalla stanza.
Nove anni dopo dovette lasciare il chiostro, poiché Girolamo Bonaparte decretò la secolarizzazione degli Ordini religiosi. Da allora visse in pensione nella casa di una vedova, a Dülmen, continuando a seguire la sua vita come sempre: una continua meditazione sulla Passione della Croce, concentrando costantemente tutti i suoi pensieri e tutti i suoi desideri. Pregò il suo mistico marito di darle un segno tangibile del suo amore. Dal suo letto, rinchiusa, cominciò a prendere le malattie degli altri nel suo corpo, e servì di consolazione per tutti coloro che la visitarono, che furono confortati e scoprirono il senso della loro vita alla luce del Vangelo, che spiegò loro in modo semplice.
Si ammalò quando vide che una grande luce l’avvolgeva, le cinque piaghe furono stigmatizzate e la sua vita fu un’autentica esperienza della Passione del Golgota, e che sanguinavano copiosamente al tempo della Pasqua. Fu indagato da medici e autorità ecclesiastiche, che non hanno saputo spiegare questi fenomeni. Non si difese quando fu accusata di falsificazione e simulazione.
Si narra che un giorno, mentre pregava, nel 1798, Caterina ebbe una visione di Gesù che le presentava due corone: una di fiori e l’altra di spine, e lei senza esitazione scelse quella di spine. La sua vita e le sue visioni sono state raccolte e scritte da Clemens Brentano, e in esse si racconta come ha raccontato in dettaglio storico la vita degli Esseni, prima che i rotoli del Mar Morto fossero scoperti, o la menzione dell’esatta ubicazione della casa di Maria ad Efeso e che grazie ad essa gli archeologi hanno potuto scoprirla.
Esclamava continuamente: “Ti ringrazio, o Signore, per tutto il tempo della mia vita, che non è come lo voglio io, ma come lo vuoi tu”. È stata beatificata il 3 ottobre 2004 dalla SS. Giovanni Paolo II.
MARTIROLOGIO ROMANO. A Dülmen, Germania, Beata Anna Katharina Emmerick, Vergine delle Canoniche Regolari di Sant’Agostino.
Città del Vaticano, domenica 8 febbraio 2026, 12:18 (ACI Stampa).
“Dopo avere proclamato le Beatitudini, Gesù si rivolge a coloro che le vivono, dicendo che grazie a loro la terra non è più la stessa e il mondo non è più nel buio”, così Papa Leone XIV avvia l’Angelus di questa V Domenica del Tempo ordinario in Piazza San Pietro.
“È infatti la gioia vera a dare un sapore alla vita e a far venire alla luce ciò che prima non era. Questa gioia sprigiona da uno stile di vita, da un modo di abitare la terra e di vivere insieme che va desiderato e scelto. È la vita che risplende in Gesù, il sapore nuovo dei suoi gesti e delle sue parole. Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione”, commenta il Papa prima della preghiera mariana.
“Quante persone – forse è capitato anche noi – si sentono da buttare, sbagliate. È come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità. Ogni ferita, anche profonda, guarirà accogliendo la parola delle Beatitudini e rimettendoci a camminare sulla via del Vangelo”, mette in guardia il Pontefice.
“Sono infatti gesti di apertura agli altri e di attenzione, quelli che riaccendono la gioia. Certo, nella loro semplicità ci pongono controcorrente. Gesù stesso fu tentato, nel deserto, da altre strade: far valere la sua identità, esibirla, avere il mondo ai propri piedi. Respinse, però, le vie in cui si sarebbe perso il suo vero sapore, quello che ritroviamo ogni domenica nel Pane spezzato: la vita donata, l’amore che non fa rumore.
Senza alcuna esibizione saremo allora come una città sul monte, non solo visibile, ma anche invitante e accogliente: la città di Dio in cui tutti, in fondo, desiderano abitare e trovare pace.”, dice Papa Leone.
Subito dopo la preghiera mariana il Papa passa ai consueti saluti. Il Pontefice ricorda la beatificazione di Salvador Valera Parra avvenuta ieri in Spagna, del “parroco pienamente aderito al suo popolo”, “umile e premuroso nella verità pastorale”, “il suo esempio di prete sia di stimolo ai sacerdoti di oggi, una quotidianità vissuta nella semplicità”, si augura il Papa.
“Ho appreso dei recenti attacchi contro varie comunità Nigeria che hanno causato perdite di vite umane”, continua il Papa che assicura la sua vicinanza orante a tutte le vittime della violenza e del terrorismo. “Le autorità continuino ad operarsi per garantire la sicurezza e la tutela della vita di ogni cittadino”, questo l’appello di Papa Leone XIV.
Poi il ricordo della Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta delle persone. La preghiera in particolare per “le religiose che si impegnano ad eliminare ogni forma di schiavitù”. “Insieme a loro dico: la pace comincia con la dignità”.
“Assicuro la mia preghiera per le popolazioni del Portogallo, Marocco, Spagna e l’Italia meridionale, specialmente Niscemi in Sicilia, colpite da inondazioni e frane, incoraggio le comunità a rimanere uniti e solidali con la materna protezione Vergine Maria”, aggiunge Papa Leone XIV subito dopo l’Angelus.
“Strategia di potenze economiche e militare non danno futuro all’umanità, il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i popoli”, conclude infine il Papa dalla finestra del Palazzo Apostolico.
Roma , sabato 7 febbraio 2026, 14:00 (ACI Stampa).
Il Beato Pio IX, l’ultimo Papa re. Un pontefice che ha lasciato un’eredità profonda e importante. Fra questa eredità c’è senza dubbio l’aver proclamato il dogma dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria. Era l’8 dicembre del 1854 quando il beato Pio IX con la bolla “Ineffabilis Deus” proclamava Maria “tutta bella e perfetta” perché “immune interamente dalla macchia del peccato originale”. Il Papa Re poneva così fine a secoli di diatribe e controversie (soprattutto risalenti all’epoca medievale) che vedevano protagonisti diversi teologi e importanti università.
“Non appena fummo elevati, non per nostro merito, ma per arcano disegno della divina Provvidenza, alla sublime Cattedra del Principe degli Apostoli (…) fummo presi da grandissima consolazione, Venerabili Fratelli, nel rilevare come già sotto il Pontificato del Nostro Predecessore Gregorio XVI, di felice memoria, fosse divenuto ardente nel mondo cattolico il desiderio che finalmente venisse definito dalla Sede Apostolica, con solenne provvedimento, che la Santissima Madre di Dio e Madre nostra amabilissima, l’Immacolata Vergine Maria, era stata concepita senza peccato originale. Questo piissimo desiderio è chiaramente e indubbiamente testimoniato dalle suppliche inviate al Nostro Predecessore e a Noi: suppliche con le quali celebri Vescovi, insigni Capitoli di Canonici e Famiglie Religiose, tra le quali l’inclito Ordine dei Predicatori, gareggiarono nell’implorare con insistenza che si permettesse di annunciare pubblicamente e di aggiungere nella sacra Liturgia, particolarmente nel Prefazio della Messa della Concezione della beatissima Vergine, l’aggettivo “Immacolata””. Queste righe sono contentute nella Lettera Enciclica “Ubi primum” del 2 febbraio 1849. Pio IX chiese a tutti i vescovi di esprimersi sull’opportunità della definizione del concepimento senza peccato originale della Vergine: “Venerabili Fratelli, amiamo sapere quale sia in questa materia il vostro pensiero ed il vostro desiderio”, così nel documento.
I Vescovi e i prelati, allora, fecero arrivare al pontefice il loro responso: quasi tutta la maggioranza volle esprimere parere favorevole alla proclamazione del Dogma.
Ed ecco, allora, altro documento di papa Pio IX: “Dio ineffabile, le cui vie sono la misericordia e la verità, la cui volontà è onnipotente, e la cui sapienza si estende con potenza da un’estremità all’altra [del mondo] e tutto governa con bontà avendo previsto da tutta l’eternità la luttuosissima rovina dell’intero genere umano, che sarebbe derivata dal peccato di Adamo, decretò, con disegno nascosto dai secoli, di compiere l’opera prima della sua bontà con un mistero ancor più profondo, mediante l’incarnazione del Verbo”.
E’ questo l’incipit della Costituzione Apostolica “Ineffabilis Deus”, Definizione dogmatica dell’immacolato concepimento della B. V. Maria. Documento che recava alla fine: “nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1854, 8 dicembre, anno IX del Nostro pontificato”.
Ed ecco la proclamazione del Dogma:“Dichiariamo, pronunziamo e definiamo: La dottrina, che sostiene che la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale, è stata rivelata da Dio e perciò si deve credere fermamente e inviolabilmente da tutti i fedeli”.
Pio IX, un pontefice che ha fatto la storia della Chiesa.
Secondo lo slogan degli ideologi di Putin soltanto fondandosi sui principi originari della civiltà e sui valori tradizionali oggi si può costruire con efficacia il futuro del Paese. Mentre il patriarca Kirill sostiene che sia necessario rafforzare “la sovranità non soltanto statale, ma anche spirituale”. Per fare della Russia “un’arca universale della salvezza” per tutti.
Come ogni anno, nelle settimane successive alle feste di gennaio si sono tenute in Russia le XXXIV “Letture Natalizie”, Roždestvenskye Čtenija, una serie di incontri e conferenze in ambito ecclesiastico, sociale e politico per discutere delle prospettive della Chiesa e del Paese nel campo della cultura e dell’educazione. Negli anni Novanta questi incontri radunavano tutti coloro che vedevano nella rinascita religiosa della Russia un campo di grande dialogo tra il passato ateista e il futuro delle comunità non solo della Chiesa ortodossa, ma anche delle altre confessioni e religioni, e dei diversi approcci teologici e di spiritualità, mentre oggi si concentrano sulle grandi visioni del patriottismo ortodosso di Stato.
Una delle manifestazioni più partecipate è stato il convegno tenuto al Centro nazionale Rossija di Mosca sul tema “Indietro nel futuro”, organizzato dal movimento ultra-conservatore Sorok Sorokov, “Quaranta quarantine” (nome che ricorda le chiese di Mosca del passato) insieme al dipartimento sinodale del patriarcato di Mosca per i rapporti con la società e i mezzi di comunicazione. Ad esso hanno partecipato oltre 60 relatori e migliaia di ascoltatori, membri del clero e uomini politici, deputati e sportivi famosi, esperti negli ambiti della demografia, della cultura e dell’istruzione, per approfondire il tema proposto da uno degli ultimi decreti del presidente Vladimir Putin sugli “Obiettivi nazionali dello sviluppo della Federazione russa”, rivolgendosi all’esperienza millenaria del cammino spirituale della Russia.
“Indietro nel futuro” è la definizione dell’approccio fondamentalista che si vuole rafforzare nelle coscienze dei russi, per cui soltanto fondandosi sui principi originari della civiltà e sui valori tradizionali tramandati dagli avi si può costruire con efficacia il futuro del Paese, che corrisponda agli scopi nazionali contemporanei. Il moderatore Andrej Kormukhin, fondatore del movimento delle Quarantine, ha dichiarato che “la Russia è all’inizio di un grande e nuovo cammino per affermarsi come Paese civilizzatore, al centro dei poli del mondo multipolare, grande alla sua millenaria bogotsentričnost [la “centralità divina”]”. A suo parere solo nella rinascita di questa grande storia si potrà “correggere la situazione demografica, il clima etico-morale e la vita sociale ed economica, passando dalla società dei consumi che genera il vizio e la corruzione a una relazione sociale basata sulla giustizia e la solidarietà”.
Secondo la vice-presidente della Duma, Anna Kuznetsova, “siamo chiamati a realizzare l’obiettivo della custodia del popolo [altro neologismo della narodosbereženie] come scopo nazionale, che può essere raggiunto solo da uno Stato sovrano che ne rivendica il diritto” soprattutto per “garantire un futuro felice e stabile per i nostri figli”. Il governatore della regione di Vologda, il super-conservatore Georgij Filimonov, ha presentato il programma regionale sulla “Famiglia: pietra miliare della Russia settentrionale”, che ha raggiunto per la prima volta nello scorso anno l’obiettivo di aumentare le nascite dei “primi figli” grazie alla “profilattica contro l’aborto”, alla limitazione della vendita di alcolici e sigarette elettroniche e ai finanziamenti concessi alle ragazze anche minorenni disponibili per la gravidanza.
L’arcivescovo delle isole Sakhalin e Kurili nell’Estremo Oriente, Nikanor (Anfilatov), ha spiegato che il ruolo di Paese civilizzatore della Russia “si basa non soltanto sulle norme del diritto, ma soprattutto sulle fondamenta spirituali”, e le sfide del presente si possono affrontare “soltanto restaurando la legge morale nel cuore delle persone, per rafforzare l’accordo sociale”, e il vice-presidente del dipartimento sinodale Vakhtang Kipšidze aggiunge che “dobbiamo offrire una lettura cristiana delle urgenze attuali, come quella dell’intelligenza artificiale”. Egli offre il paragone con la Russia del XV secolo, il periodo della rinascita dopo il Giogo Tartaro, “quando non esisteva l’AI, ma si è visto come tutto può cambiare e dobbiamo prepararci a non soccombere alle nuove tecnologie”. Il presidente della commissione patriarcale per la famiglia, il padre Feodor Lukyanov, ha ricordato l’appello del patriarca Kirill a lottare contro i rituali di magia e occultismo, che “diffondono sentimenti radicali e ostili al ministero dei sacerdoti” provocando una degradazione spirituale della società “con la pubblicità ossessiva di queste pratiche”, da sempre molto diffuse in Russia fin dalla coesistenza del Battesimo cristiano e degli antichi riti pagani.
Il lavoro del convegno si è suddiviso in vari settori tematici, il primo dei quali era “Famiglia: superamento della mentalità egocentrica e rigenerazione della mentalità sobornica [dal concetto di sobornost, “comunione universale”]”, con molti esperti di demografia e politiche della famiglia, sottolineando che “la crisi familiare è in gran parte una crisi di significati” e serve quindi “la restaurazione della gerarchia dei valori, mettendo la responsabilità comune e il sacrificio amorevole al posto del comfort personale”. Per questo i sussidi statali alla famiglia non devono essere soltanto degli aiuti materiali, ma “sostegni della carcassa spirituale”. Le altre sessioni hanno affrontato i temi della “Ortodossia e dello sport”, della “Famiglia, casa e bambini” nel campo dell’edilizia familiare cittadina e di campagna, del “Futuro della gioventù”, della “Rinascita della Santa Rus’ nel campo della cultura” e del “Ruolo degli imprenditori tradizionalisti nella riscoperta della Santa Russia”.
Il momento centrale di tutte le iniziative delle Letture Natalizie è stato l’intervento del patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) alla sessione plenaria della Duma e del Consiglio della Federazione, una variante “istituzionale” introdotta in questa manifestazione solo negli ultimi anni per sottolineare “lo sforzo comune della Chiesa e dei rappresentanti del potere legislativo, che condividono la responsabilità del destino del popolo”, come ha sottolineato il patriarca. È necessario che “si rafforzi la sovranità non soltanto statale, ma anche spirituale, che il popolo cresca moralmente nell’espressione del suo potenziale intellettuale, culturale e creativo”, proclama Kirill, per raggiungere una salvezza che non rimandi a un futuro Regno dei Cieli, perché “esso comincia qui, sulla terra”. E se invece l’uomo “ha l’inferno nell’anima e la sua coscienza vive nell’oscurità”, questo stato miserevole si prolungherà per l’eternità intera.
Il patriarca approfondisce il tema del ruolo della Chiesa nella collaborazione con lo Stato, “certo con quei rappresentanti del potere che concordano con la difesa dei valori tradizionali”, anche se la Chiesa non partecipa direttamente alla lotta politica, ma “non si sottrae alla lotta per affermare la verità divina, anche in aperta discussione con chi la contesta”. Nella “sinfonia” dei poteri quindi la Chiesa deve intervenire per spiegare e difendere la “sovranità spirituale” che conviene non soltanto alle istituzioni statali, ma “a tutta la società civile e a tutti i veri patrioti della Russia”. A questi si aggiungono anche i tanti cittadini di altri Stati che desiderano trasferirsi in Russia, perché a casa loro “per difendere i principi morali rischiano di perdere il lavoro, o addirittura finire in prigione”, e quindi la Russia deve assumersi la responsabilità di rappresentare “l’arca universale della salvezza” per tutti. Kirill assicura che “questo non è un mio pensiero, un’immagine che si è formata nella mia coscienza mentre scrivevo questo testo, ma sono cose che mi sono state riferite da persone che vivono in Paesi dell’Europa occidentale”. Il patriarca ringrazia Dio per la decisione del presidente Putin, ad agosto 2024, di firmare il decreto di accoglienza degli stranieri che condividono i valori della Russia e “non sono d’accordo con l’ideologia neoliberale che viene loro imposta”.
La collaborazione tra la Chiesa e lo Stato è quindi particolarmente necessaria nei tempi attuali dell’operazione militare speciale, assicura il patriarca, “quando i nostri soldati al fronte affrontano ogni giorno la morte, e devono rispondere alla domanda fondamentale per ogni essere umano sul senso della vita, difendendo eroicamente i valori fondamentali per il nostro popolo, quelli della verità, del bene e della giustizia”. Ricordando il loro sacrificio “noi non abbiamo il diritto di abbandonarci alla paura, alla pigrizia, come purtroppo succede a una parte consistente della nostra popolazione”, alludendo alla diffusa politica di indifferenza verso tutto ciò che accade, tipica dei cittadini di Mosca e San Pietroburgo e di tutte le grandi città della Russia, dove si vive la sensazione di essere già nel Regno dei Cieli. Il patriarca ha poi raccomandato ai politici di risolvere la questione dello status dei cappellani militari, “indispensabili per gli impegni dell’operazione militare speciale”, spesso emarginati dai “circoli militari che si occupano dell’addestramento e della formazione”, mentre “chi altri può trovare le giuste parole per confortare coloro che affrontano la morte?”.
Per giustificare questa insistenza sulla presenza della Chiesa anche nell’esercito, il patriarca Kirill ricorda “tutta la storia delle forze armate della Russia”, risalendo fino ai monaci guerrieri inviati da san Sergij di Radonež per accompagnare il principe Dmitrij Donskoj nella battaglia di Kulikovo del 1380, quando per la prima volta i russi sconfissero i tatari, evidenziando il ruolo salvifico della Santa Russia. L’ultimo argomento da lui affrontato è stato la necessità di escludere la volgarità dal linguaggio comune dei russi, che è sembrata una velata critica alle espressioni “di strada” tipiche del presidente Putin, e che in fondo sono anch’esse un’eredità della lingua russa del passato (quasi tutte le parolacce russe più frequenti si trovano nelle lettere cinquecentesche di Ivan il Terribile). La Chiesa e lo Stato in Russia cercano quindi insieme di andare indietro nel futuro, ma anche avanti nel passato.
Riportiamo la seconda parte di un articolo su Maria Corredentrice, paradigma di vita cristiana. La sofferenza vicaria, il Corpo mistico e la manifestazione della vera religionedi padre Serafino M. Lanzetta.
«Io piango perché tu non piangi»
Questo è un programma di vita davvero importante. A questo proposito, è degno di nota un grande autore inglese, Padre Robert Hugh Benson (1871-1914), convertito alla fede cattolica dall’anglicanesimo. È conosciuto soprattutto per il suo bellissimo romanzo “Il padrone del mondo”. Dopo la conversione continuò a scrivere, producendo numerose opere per difendere apologeticamente la fede cattolica. Una di queste è The Mystical Body and its Head (Il Corpo mistico e il suo Capo, Sheed and Ward, New York 1911), tratta dalla sua opera più ampia Christ in the Church (Cristo nella Chiesa). Nella sezione dedicata al Getsemani – il libro è una profonda meditazione sulle tappe della Passione di Cristo – Padre Benson riflette sull’unicità del Corpo Mistico di Cristo e parla in modo illuminante della corredenzione anche senza citarla in maniera diretta. Il nucleo di questo mistero è tutto lì.
Benson dice che nella Chiesa Cattolica esiste un principio che viene non solo accolto, ma anche pienamente messo in pratica: il principio del dolore vicario, della sofferenza vicaria (il concetto analizzato prima: il fatto che Gesù abbia fatto qualcosa al posto nostro, che cioè si sia offerto per noi al fine di redimerci). Questo principio del dolore vicario, cioè l’amore con cui ci aiutiamo a vicenda a raggiungere la santificazione, dice Padre Benson, è pienamente riconosciuto e vissuto nella Chiesa Cattolica ed è al contempo ciò che manifesta l’unicità della Chiesa. Viene citato l’esempio del Santo Curato d’Ars, il quale, un giorno, mentre confessava per ore, come sempre, ricevette un penitente che gli elencò dei peccati gravissimi, ma senza il minimo segno di contrizione. Il santo Curato ne fu stupito ed esclamò: «Come? Non piangi? Non versi una lacrima per i tuoi peccati?». E continuando ad ascoltare quella confessione poco contrita, soggiunse: «Io piango perché tu non piangi».
Questa è squisita carità. Questa è corredenzione in azione; la corredenzione di un sacerdote, il Santo Curato d’Ars, che era disposto a fare qualcosa al posto di quel penitente, a “soffrire al suo posto”, pur di guadagnarlo a Cristo. Padre Benson commenta e dice che questo è un esempio lampante della bellezza e dell’unicità della Chiesa Cattolica. Questa sofferenza vicaria è corredentiva ed è un principio di vita cristiana. Leggiamo quanto scrive Benson:
«Questo principio, dunque, attraversa tutta la Chiesa Cattolica, dalla testa ai piedi. In essa non solo il sacrificio esteriore della Croce viene offerto incessantemente nell’augustissimo mistero dell’altare – (ciò che Cristo ha fatto una volta lo fa sempre) –; e in un modo diverso nelle sofferenze esterne delle sue membra; ma anche i dolori interiori del Getsemani vengono similmente perpetuati. Ogni vero sacerdote, nel confessionale, conosce qualcosa di quel senso del peccato che porta su di sé al posto del penitente. “Io piango, singhiozzava il Curato d’Ars, perché tu non piangi”. Ogni cattolico ben istruito sa offrire il proprio dolore per la salvezza di un’altra anima, perché soltanto nella Chiesa Cattolica si manifesta questa stirpe sacerdotale di cui parla il primo Papa (cf. 1Pt 2,9). Solo nella Chiesa Cattolica, infatti, quell’immenso principio del dolore vicario viene accolto, riconosciuto e vissuto: quel principio sul quale è tenuta insieme l’intera catena della vita, persino nell’ordine fisico… “Qui nella mia Chiesa, e solo qui, rivivo in pienezza, con volontà e intelligenza, quella mia agonia registrata nei Vangeli. Qui, nella cella del contemplativo, nel confessionale di un degno sacerdote, nella stanza da letto di un sofferente altruista, in ogni agonia interiore coraggiosamente sopportata, rimango ancora una volta nel giardino, immerso nel sangue, strappato da me, non dai flagelli ma dal dolore”».
Questo principio cristiano della sofferenza vicaria non è forse corredenzione in azione? Come possiamo amare uno sconosciuto, addirittura un nemico, offrendo qualcosa di nostro per la sua salvezza? Si tratta di una cosa difficilissima ovviamente; eppure questa è la lezione che ci da Gesù. Dobbiamo amare persino il nostro nemico. Ma come possiamo amarlo se non partecipiamo all’amore sacrificale di Cristo e della Beata Vergine Maria ai piedi della Croce? Come possiamo cominciare a mettere in pratica la legge del perdono? È quasi impossibile se non ci immergiamo in quest’oceano immenso di amore che sgorga dalla Croce di Nostro Signore. Contempliamo la Croce, viviamo questo mistero della Croce insieme alla Vergine Santissima come co-redentori.
Non c’è edificazione del Corpo Mistico di Cristo senza questo mistero della sofferenza vicaria che ci riporta al cuore del mistero della redenzione di Gesù come sacrificio di espiazione. La morte di Cristo in croce non un incidente di percorso, qualcosa di non voluto, una mera esecuzione di routine da parte dei Romani. Nulla di tutto ciò. È un atto di totale donazione di Sé che Cristo fa per noi. Egli ha fatto ciò che noi non eravamo capaci di fare: ci ha salvati con il dono di Sé, con l’offerta del suo Corpo e del suo Sangue.
Di qui la regola basilare della vita cristiana: “Io faccio qualcosa per te perché tu non puoi farlo. Non ne sei capace. Ti aiuto, faccio qualcosa al tuo posto”. San Massimiliano M. Kolbe, nel campo dell’odio e della morte, addirittura esclamerà: “Prendo il tuo posto”, offrendosi vittima al posto di un padre di famiglia. Padre Kolbe, in quell’orribile campo dell’odio, uscì dalla fila, dopo essere stato umiliato per l’ennesima volta con un fare di spregio sarcastico: “Cosa vuole questo sporco polacco”, e disse: “Sono un sacerdote cattolico. Sono anziano. Voglio prendere il suo posto perché lui ha moglie e figli”.
Queste parole si imprimeranno in quella mente crudele e abitata dal male del vice-comandante del campo di concentramento, Karl Fritzsch che selezionava i dieci condannati a morte a causa dell’evasione del campo da parte di un prigioniero. Saranno il suo tormento, il verme della sua coscienza: un uomo si era offerto al posto di un altro scegliendo di morire di fame e di sete nel bunker della morte. Perché? Un’idea pericolosa che poteva condannare al fallimento l’impero nazista dell’odio?
Franciszek Gajowniczek, l’uomo salvato da San Massimiliano, molti anni dopo ricordò quel drammatico momento con queste parole: “Kolbe uscì dalle fila, rischiando di essere ucciso sull’istante, per chiedere al Lagerfhurer di sostituirmi. Non era immaginabile che la proposta fosse accettata, anzi molto più probabile che il prete fosse aggiunto ai dieci selezionati per morire insieme di fame e di sete. Invece no! Contro il regolamento, Kolbe mi salvò la vita”.
L’amore salva. San Massimiliano, infatti, lascerà scritte queste immortali parole: “Solo l’amore crea”. Il suo amore, appreso alla scuola della Corredentrice e Mediatrice di tutte le grazie – folle era il suo amore per l’Immacolata – impartì la più grande lezione di carità. Fu l’inizio della miserevole fine dell’impero nazista. Così Padre Kolbe edificò una Città dell’Immacolata che sopravviverà per sempre, nonostante il tentativo di sopprimerla. L’amore vicario, intriso di sofferenza offerta per amore, vince donando la vita. L’odio invece uccide e distrugge.
Questo è eminentemente cristiano. Anzi, dobbiamo essere più precisi: questo è cattolico, perché nel protestantesimo la cooperazione con la grazia viene eliminata. Non esiste cooperazione, perché l’uomo, secondo Lutero, non è affatto in grado di cooperare in ragione dei suoi peccati che hanno non solo hanno ferito la natura umana, ma l’hanno completamente devastata e resa incapace di operare. L’uomo è del tutto incapace di compiere qualsiasi bene. La sola cosa che possiamo fare è credere e credendo siamo salvati. Non c’è opera, non c’è cooperazione intesa come collaborazione con Dio perché non solo non è necessaria ma è addirittura impossibile. La fede supplisce a tutto e rende le opere di carità superflue se non addirittura insidiose e superbe.
Nella Chiesa Cattolica, invece, mantenendo questo principio del Corpo Mistico di Cristo affermiamo, insegniamo e mettiamo in pratica questo mistero: l’uomo è capace di cooperare con Cristo in ragione della sua grazia che guarisce e che spinge all’imitazione del Maestro. Il tutto è riassumibile nel mistero della corredenzione di Maria Santissima, l’opera di collaborazione più eccelsa con il divin Maestro, resa possibile dalla grazia di Cristo e mossa unicamente dalla carità perfettissima della Vergine Maria verso Dio e verso il prossimo.
Noi, invece, traiamo un vantaggio personale dalla cooperazione con Dio, per dir così, che consiste anzitutto nel poter espiare i nostri peccati, oltre che espiare per gli altri. Noi dobbiamo “necessariamente” cooperare altrimenti non siamo salvi in ragione dei nostri peccati, quantunque la necessità morale principi da una libertà fondativa dell’essere cristiano. Maria liberamente coopera e solo per il nostro bene: ama Dio e il prossimo con un amore perfetto, perfettamente altruista, e così contribuisce alla nostra salvezza. Lei è la sola che dice, come Gesù: “Tutto quello che tu non puoi fare perché incapacitato dal tuo orgoglio e dalla tua miseria, lo faccio io per te. Prendo su di me la tua miseria e con Gesù ti guarisco”.
Così capiamo che la corredenzione non è solo teoria. Ha un impatto assolutamente centrale nella nostra vita cristiana. Ogni cristiano dovrebbe studiarla e approfondirla sempre più. Essere cristiano significa essere cooperatore, corredentore in Cristo. Ciò è riassunto dalla Parola di Dio espressa da San Paolo ai Colossesi: “Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa” (1,24). Ovviamente alla Passione di Cristo non manca nulla in sé. Ciò che manca è soltanto la mia personale cooperazione con il Signore per l’edificazione del suo Corpo mistico, cioè per la salvezza di tutti i fratelli, perché tutti siano raggiunti dall’amore salvifico di Gesù e Maria e così diventino membra di quest’unico Corpo.
Maria Co-redentrice ci dice questo: l’amore compassionevole guarisce e salva. Tutti i Santi che hanno salvato di volta in volta gli uomini edificando la città di Dio tra loro hanno messo in pratica questo amore co-redentivo, l’amore della Vergine Maria. (continua)
La cultura di morte contemporanea ha le sue ultime espressioni nell’eutanasia e nel cosiddetto “suicidio assistito”, di cui oggi si discute in diversi paesi europei. Il percorso di legalizzazione dell’omicidio/suicidio, iniziato circa 50 anni fa con l’introduzione dell’aborto nelle legislazioni occidentali, giunge ora al suo logico compimento
Il suicidio, che è l’atto, volontario e deliberato, con cui un uomo si dà la morte, è più grave dell’omicidio perché, a differenza di questo non lascia la possibilità di pentimento. Certo, ci sono delle eccezioni possibili. Il santo curato d’Ars rassicurò la moglie di un suicida, dicendole che tra il ponte da cui si era buttato e l’acqua in cui era annegato, aveva avuto la possibilità di pentirsi. Non si può escludere la possibilità che nei suoi ultimi attimi di vita, un suicida, in seguito ad un’illuminazione divina, si possa pentire del suo gesto. Per questo il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica dice che «non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte» (n. 2283). Ma si tratta appunto di eccezioni. La morale non si applica alle eccezioni, ma alla natura dell’atto umano in quanto tale.
Secondo la morale cattolica, il suicidio diretto, voluto e cosciente, è un atto intrinsecamente cattivo, moralmente ingiustificabile. San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae (II-II, q. 64, a. 5) lo spiega esponendo tre ragioni. In primo luogo, ogni essere tende naturalmente a conservarsi in vita. Togliersi la vita va contro questa inclinazione fondamentale ed è un atto contro la legge naturale. In secondo luogo, uccidersi significa nuocere anche agli altri, perché ogni persona vive non solo per sé, ma per la società di cui fa parte. In terzo luogo, la vita è un dono di Dio. Il suicidio equivale a usurpare un diritto che spetta solo al Creatore.
Il teologo passionista Enrico Zoffoli (1915-1996) scrive giustamente: «Il suicida nega in sé l’essere, ripudia la vita, infligge un “vulnus” nel tessuto più profondo del reale, commette la più imperdonabile delle ingiustizie in quanto ritiene non-buono l’essere, al punto di rifiutarlo, evadere dal suo dominio. Col suo gesto il suicida precipita nel peggiore degli assurdi: per esso, l’essere arriva a contraddirsi negando sé stesso»(Principi di Filosofia, Edizioni Fonti Vive, 1988, p. 664).
Per questo sant’Alfonso Maria de’ Liguori qualifica il suicidio come un peccato gravissimo, che a buon diritto può essere annoverato tra quelli che gridano vendetta al cospetto di Dio («Suicidium est peccatum gravissimum, et merito inter peccata vindictam a Deo clamantia annumerari potest», inTheologia Moralis, Lib. III, Tract. IV, cap. II, n. 4)
Se la mente è obnubilata, se ci si toglie la vita in un momento di alterazione psichica, la responsabilità è attenuata, ma questo non è il caso del suicidio assistito, che è un suicidio premeditato e organizzato, con piena avvertenza e deliberato consenso. E quest’atto, nella sua natura, è una sfida diretta a Dio, Signore supremo dell’universo, dal momento che il suicidio, come ricorda il padre Viktor Cathrein (1845-1931), è atto di dominio, anzi uno dei supremi atti di dominio (Philosophia moralis, Herder 1959, p. 344).
Il Codice penale italiano non considera reato il suicidio in sé, né quando viene tentato, né, evidentemente, quando viene portato a compimento. È invece punito chi istiga qualcuno a togliersi la vita, ne rafforza il proposito o ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, come stabilito dall’articolo 580 del Codice penale. In questa prospettiva, la legge mira a tutelare la vita come bene primario, proteggendo la persona da pressioni, influenze o aiuti esterni che possano spingerla verso un atto irreversibile.
Ciò che si propongono i fautori dell’eutanasia e del suicidio assistito è di rovesciare questa prospettiva giuridica, non solo eliminando ogni forma di punibilità per gli istigatori del suicidio, ma arrivando a trasformare il suicidio assistito in un diritto positivo. Di conseguenza, non sarebbero più censurati coloro che incoraggiano o facilitano la morte, ma sarebbero considerati colpevoli coloro che cercano di impedirla, anche solo sconsigliandola.
Il tentativo di dissuadere, accompagnare, sostenere un suicidio sarebbe visto come una violazione dell’autonomia individuale. Ciò è previsto, ad esempio, dalla proposta di legge francese, per ora bloccata in Senato, a Palazzo del Lussemburgo. La proposta di legge italiana non è così radicale, ma è destinata ad avere questo esito, per la logica inflessibile delle idee.
L’odio metafisico verso l’essere, che caratterizza il suicidio è anche l’anima del processo rivoluzionario dell’Occidente verso il nichilismo. Questo itinerario di autodissoluzione ha molte manifestazioni a cominciare dal crollo demografico e dalla “sostituzione” dei popoli attraverso l’immigrazione incontrollata, ma si compie anche attraverso la cancellazione della identità e della memoria storica di una nazione. Il tentativo di annichilire il passato dell’Occidente, e in particolare le sue radici cristiane, è stato teorizzato, negli ultimi cinquant’anni, dai “padroni del pensiero contemporaneo”, come bene documenta il prof. Renato Cristin nel suo studio dedicato a I padroni del caos (Liberlibri, 2017).
Nel suo classico Europe and the Faith, pubblicato nel 1920, Hilaire Belloc (1870-1953) poneva una radicale alternativa, che è stata confermata da oltre cento anni di storia: «L’Europa tornerà alla Fede o perirà. Perché la Fede è l’Europa e l’Europa è la Fede». Tre anni prima, il 13 luglio 1917, la Beata Vergine Maria si era rivolta ai tre pastorelli di Fatima con queste parole: «Dio si appresta a punire il mondo per i suoi delitti…” e, «se non si convertirà», “…diverse nazioni saranno annientate».
A quale annientamento si riferisce la Madonna? La distruzione materiale delle nazioni, in seguito, ad esempio, ad un’ecatombe nucleare, o la loro auto-disintegrazione spirituale, attraverso l’oblio di quella identità culturale da cui scaturisce la vita delle nazioni? O forse entrambe le forme di annientamento, come conseguenza di una catastrofica perdita della fede?
Se così è, il “suicidio assistito” da tanti invocato, non appare come una pratica individuale, ma come il simbolo di una scelta collettiva, che pone una domanda più profonda: “Qual’è il destino della società umana?”. La risposta sarebbe tenebrosa, se non fosse rischiarata dalle parole conclusive della profezia di Fatima, che annunciano non la morte ma, dopo un ineluttabile castigo, la vita e la speranza al nostro orizzonte.