"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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IL PAPA CHE CHIUDE IL CONCILIO

Robert Prevost è uomo, probabilmente, di una spiritualità molto più “tradizionale” di quanto i ritratti abbiano messo in risalto fin qui. Attenzione: tradizionale, non tradizionalista. Se il primo accenno al cristocentrismo, così esplicito, poteva essere considerato un inciso nella trama di un disegno più grande, successivamente s’è capito che non era così

Matteo Matzuzzi – 14 febbraio 2026

Leone XIV mostra di voler archiviare le sfinenti lotte tra conservatori e progressisti. Va oltre, punta tutto sulla spiritualità e su uomini dal profilo tradizionale che però sanno stare nel mondo

Come gli astrologi nel Rinascimento consultavano le stelle per trarre oroscopi sulla salute del Papa infermo, assicurando che il calcolo renale si sarebbe risolto positivamente o che la gotta avrebbe dato tregua, oggi gli addetti ai lavori studiano i bollettini vaticani per capire gli orientamenti di Leone circa le nomine episcopali in giro per il mondo. Ha scelto un progressista o un conservatore? La reverenda suora è una militante femminista o una pia religiosa dedita all’adorazione perpetua? E poi i discorsi, le omelie, i messaggi: via a compulsare le note a pie’ di pagina, i riferimenti bibliografici: quante volte ha citato Benedetto XVI? Quante Francesco? Quante Giovanni Paolo II, tornato assai in auge, stando al numero dei riferimenti fatti? E’ un gioco che s’è sempre fatto e che serve per inquadrare per quanto possibile – per lo più mediaticamente – il Pontefice di turno: da che parte sta?

Con Leone XIV il lavoro s’è fatto impresa improba, stante l’aplomb riservato dell’agostiniano succeduto al gesuita e al fatto che di suo non esiste neanche un libro o volumetto per tentare di carpire suggerimenti che facciano intravedere una linea, un orizzonte entro il quale azzardare previsioni. Chi è allora Leone? Cosa pensa? “Il mio viso è molto espressivo, ma spesso mi diverto a vedere come i giornalisti interpretano le mie espressioni. Sul serio, voglio dire, è interessante. A volte ricevo, sapete, idee veramente belle da tutti voi, perché pensate di poter leggere la mia mente o il mio volto. E non è così, non avete sempre ragione”, ha detto ai giornalisti che l’accompagnavano nel suo primo viaggio internazionale, in Turchia e Libano.

 Ha dato un’indicazione a chi volesse vestire i panni dell’aruspice: “Un giornalista tedesco mi ha detto l’altro giorno: mi dica un libro, oltre a sant’Agostino, che potremmo leggere per capire chi è Prevost. E ne ho pensati diversi, ma uno di quelli è un libro intitolato La pratica della presenza di Dio. E’ un libro molto semplice, scritto da qualcuno che non scrive nemmeno il suo cognome, frate Lawrence”. Libro che, immediatamente ripubblicato dalla Lev, è andato a ruba. Già prima di Natale risultava introvabile nelle librerie attorno a piazza San Pietro. Frate Lorenzo era un converso carmelitano vissuto nella Francia del Diciassettesimo secolo. Segni particolari, uno: visse totalmente alla Presenza divina. Non era un santo, cadde più volte lungo il suo cammino di conversione. Sbagliò parecchio, provò a fare il cameriere, l’eremita, il soldato. E si ritrovò a “cercare Dio tra le pentole”. Racconterà a un amico che “non è necessario avere grandi cose da fare. Io rigiro la mia frittata nella padella per amore di Dio e una volta fatta, se non mi rimane altro da fare, mi chino a terra e adoro Dio che mi ha concesso la grazia di farla, dopo di che mi rialzo più felice di un re”. Ancora, “si va in cerca di metodi per imparare ad amare Dio; vi si vorrebbe giungere attraverso non so quali e quante pratiche diverse. Ma non sarebbe molto più breve e diretto fare tutto per amore di Dio e servirsi di tutte le azioni che dobbiamo compiere per dimostrarglielo?”. Frate Lorenzo trovava Dio ovunque e lo poneva davanti a tutto. Porre “uno sguardo interiore fisso su di Lui che dev’essere sempre calmo, dolce, umile e tenero, senza lasciarsi mai prendere da alcun turbamento o inquietudine”. 

Sparire perché rimanga Cristo, insomma. Come da prima omelia papale di Leone, appena eletto nella Cappella Sistina. Nella vita del converso carmelitano si individua un metodo: “Bisogna compiere tutte le nostre azioni con peso, misura e saggezza, senza l’impetuosità o l’avventatezza che rivelano una mente agitata. Si deve lavorare con dolcezza, tranquillità e amorevolezza con Dio, pregandolo d’accettare le nostre azioni”. 

Pare quasi una risposta a quanti s’attendevano riforme e nomine immediate, decisioni rapide e annunci. Ribaltamenti o conferma dello status quo. Un messaggio per i desiderosi di fare piazza pulita e i granitici assertori della continuità assoluta. Se la Pratica della Presenza di Dio di frate Lorenzo è la cartina al tornasole per capire Leone, è facile intuire che il gioco da astrologi di cui si parlava all’inizio è solo una perdita di tempo. Un agostiniano con un profilo così spirituale se ne sta ben alla larga dal dibattito sul colore e l’orientamento dei vescovi nominati in diocesi o in posizioni curiali. Prevost è oltre, come dimostra il profilo dei pochi presuli che ha chiamato a occupare posizioni di rilievo. Non è lo schieramento ideologico ciò che conta, non è l’essere a favore della sinodalità – o, per fare un esempio opposto, della messa tradizionale – il criterio che porta alle scelte.

Si prenda il profilo del nuovo arcivescovo di New York, mons. Ronald Hicks. Missionario in America centrale, ma di Chicago. Mandato da un campione delle culture war come il cardinale Francis George a formare i seminaristi e fatto poi vicario generale dal cardinale Cupich, successore di George e su posizioni diametralmente opposte. Primo collaboratore di un porporato assai ostile al mondo del conservatorismo liturgico che poi, nella sua piccola diocesi, ha dato a quel mondo totale libertà d’azione (ed è per questo amato e rimpianto). Se ne legga l’omelia d’insediamento pronunciata nella cattedrale di San Patrizio, nessuno spazio a sottolineature socio-politiche, ma tanta spiritualità e un messaggio centrale: “Amo Gesù e amo la Chiesa”. Un profilo così sfugge alle stantie categorie post conciliari e non è facilmente catalogabile.

 Anche a Praga, il nuovo arcivescovo ha esordito con un messaggio non troppo dissimile, puntando tutto sull’unità nella Chiesa, priorità fra le priorità. E lo stesso vale per tante altre nomine, anche in curia. Al prefetto dei Vescovi generalmente apprezzato dalla realtà “conservatrice”, è seguita poi la chiamata a Roma in qualità di segretario del dicastero per il Clero di un arcivescovo “martiniano”. Qualcuno potrebbe dire che è il prezzo che si deve a un’elezione plebiscitaria, dove quasi tutti, d’ogni schieramento, hanno scritto il nome di Prevost sulla scheda elettorale. Un volgare esempio di cerchiobottismo clericale, insomma, come pure si sente sussurrare appena si mette piede in zona Borgo, dando ascolto al chiacchiericcio pettegolo sempre vivo. 

E se invece, anziché una strategia di galleggiamento fosse il segnale d’un vero cambiamento d’epoca? Potrebbe, l’elezione di Leone XIV, aver chiuso per sempre la fin troppo lunga stagione postconciliare segnata da pianti infiniti, rabbie poco represse e ricostruzioni tra il fantasy e il thriller di quel che avvenne più mezzo secolo fa? Per sessant’anni vescovi, cardinali e Papi venivano catalogati tra i progressisti e i conservatori sulla base di schieramenti fotografati all’epoca del Gaudet Mater Ecclesia di Giovanni XXIII. Una semplificazione che andava bene per i Suenens e i Siri, gli Ottaviani e gli Alfrink. Ma che appare poco sensata se applicata a presuli che quando il Concilio fu chiuso da Paolo VI o frequentavano l’asilo o non erano neppure nati. Il Pontefice regnante, dopotutto, ha appena compiuto settant’anni. Significa cioè che quando Roncalli annunciò il Vaticano II aveva tre anni. Quando terminò, dieci. 

E’ il primo Papa davvero post conciliare e così, forse, si spiega anche la risposta data nell’intervista a Elise Ann Allen sulle dispute liturgiche relative alla messa secondo il rito antico. C’è chi ne è rimasto male, non capendo perché il Papa abbia derubricato la questione a mero uso linguistico del latino – in breve: se uno vuole assistere a una messa novus ordo in latino, benissimo – rimandando a tavoli per approfondire e discutere. Leone è lontano mille miglia da questa battaglia che imperterrita continua da un sessantennio, sa che è motivo di divisione e di conflitto – tant’è che l’ha messo nell’ordine del giorno concistoriale di gennaio –, ma non lo ritiene altro che uno dei tanti elementi che rendono meno unita la Chiesa.

Anche la scelta di delegare al cardinale Fernández il dossier lefebvriano, non rispondendo alla richiesta di incontro con il Superiore generale della comunità che nel 1988 procedette a quattro consacrazioni episcopali in assenza di mandato papale, è un segno di non voler trasformare il tema in una spada di Damocle pendente sul pontificato. 

E’ chiaro che, dopo non pochi mesi di pontificato,  andrebbero cambiate le lenti con cui guardare la missione del Papa. Abbandonando vecchie logiche di schieramento e focalizzandosi su altro. Come sulla scelta di affidare a un monaco trappista di stretta osservanza, il vescovo prelato di Trondheim, Erik Varden, le meditazioni per gli esercizi spirituali di Quaresima alla curia romana. E’ una scelta personalissima del Pontefice, qui non conta la mediazione di dicasteri, comitati ed equilibri da rispettare. Varden, uomo dalla vocazione tardiva – “Gli araldi della fede fallivano nel far colpo su di me. Provavo orgoglio nel proclamarmi agnostico, un termine che dichiarava l’indipendenza delle opinioni senza esigere poi molto in termini di affermazioni”, scrive ne La solitudine spezzata (Qiqajon, 2019) – che in otto anni è passato dall’essere diacono alla consacrazione episcopale, è uomo di profonda spiritualità e di grande efficacia comunicativa. A conferma ulteriore, se mai ce ne fosse bisogno, del “modello” che più predilige Leone XIV. Un vescovo capace di tenere conferenze sul “Rorate” che si canta in Avvento e di discettare su quel che scrivono Marylinne Robinson e Jon Fosse.

 Uomo nel mondo ma non del mondo, insomma. Un po’ come Prevost, che ha scelto il nome d’un Papa che nottetempo si dilettava a comporre liriche in latino e che al contempo è il primo Pontefice a usare Whatsapp. Leone è uomo, probabilmente, di una spiritualità molto più “tradizionale” di quanto i ritratti abbiano messo in risalto fin qui. Attenzione: tradizionale, non tradizionalista. Se il primo accenno al cristocentrismo, così esplicito, poteva essere considerato un inciso nella trama di un disegno più grande, successivamente s’è capito che non era così. Pochi giorni fa, ad esempio, ha scritto una lettera al presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid. Un passaggio, in particolare, ha scatenato le perplessità di quanti (non pochi) auspicavano che il Papa di Chicago archiviasse certe immagini considerate “datate”. Ha scritto Leone che “si va delineando così di che tipo di sacerdoti ha bisogno Madrid – e la Chiesa intera –  in questo tempo. Certamente non uomini definiti dal moltiplicarsi di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il proprio ministero a partire da una relazione viva con Lui, nutrita dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale contrassegnata dal dono sincero di sé. Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico – essere alter Christus – lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate”. 

Sui social, tra i “novatori”, s’è scatenata una gazzarra, tra contestazioni più o meno forti e smarrimento. Perfino un vescovo italiano, mons. Giovanni Checchinato di Cosenza-Bisignano, teologo e autore della propria autobiografia, Omelia per gli invisibili. La storia di un vescovo dove cresce la quarta mafia (all’epoca, nel 2022, era vescovo di San Severo), ha ritwittato su X il seguente commento: “Speravo di non sentire più, in vita mia, l’espressione ‘essere alter Christus’ e invece viene addirittura definito dal Papa ‘nucleo più autentico del sacerdozio’”.  Un po’ di insofferenza o di delusione, chissà, per un Papa il cui profilo misterioso inizia a rivelarsi. E non pare collimare con i desiderata manifestati poco meno d’un anno fa. 

Il neopaganesimo della Russia militante

di Stefano Caprio Asia News – 15 Febbraio 2026

I russi vivono da sempre nella tensione della dvoeverie, la “doppia fede” cristiana e pagana che riemerge anche nelle devozioni e nelle pratiche liturgiche, ma soprattutto negli atteggiamenti del popolo di fronte alle grandi sollecitazioni della vita. Un fenomeno molto diffuso tra i soldati inviati in Ucraina che affidano le speranze di vittoria a spiriti oscuri più che ai missili e ai droni. 

All’Accademia Teologica Sretenskaja di Mosca si è tenuta la V conferenza scientifico-teologica di “studio delle sette” con partecipazione di relatori a livello internazionale, sul tema del “Paganesimo slavo e neopaganesimo russo”, organizzata dal centro di patrologia dell’Accademia e dalla commissione “per la riabilitazione delle persone che hanno abbandonato l’Ortodossia”, insieme ad altri organismi del patriarcato di Mosca. La prima conferenza su queste tematiche fu organizzata nel 2023, sollecitata dal fenomeno molto diffuso di pratiche occultiste e idolatriche tra i soldati russi che vengono inviati in Ucraina per l’operazione militare speciale, e che affidano le speranze di vittoria agli spiriti oscuri, più che ai missili e ai droni, ignorando i santi ortodossi.

Alla conferenza, tenuta in presenza e in formato on-line, hanno partecipato numerosi ricercatori delle varie facoltà teologiche ortodosse di Russia e di università statali e private da molte regioni della Federazione e dalla Grecia. La relazione iniziale è stata pronunciata da Roman Šiženskij, filosofo del Centro di studio delle religioni e delle politiche etniche dell’università statale Lgu “Puškin” di San Pietroburgo, sul tema del “Paganesimo russo nella Svo: tradizioni e innovazioni”, poi approfondito da quella del teologo Roman Kon sulla “Tematica dell’etnia e del patriottismo nell’Ortodossia e nelle religioni native”.

La questione del neopaganesimo è tornata in primo piano per la connessione con le operazioni militari, evidenziando una deriva paganeggiante della “religione bellica” a cui lo stesso patriarcato ortodosso ha attribuito particolare rilevanza. Si tratta in realtà di una dimensione risalente alle origini stesse del cristianesimo della Rus’, quando il battesimo imposto dal principe Vladimir al popolo di Kiev fu celebrato immergendosi nelle acque del fiume Dnepr, dopo aver gettato in esse tutti gli idoli pagani. In qualche modo il flusso delle religioni antiche e di quella nuova si mischiarono nell’animo dei russi, che vivono da sempre nella tensione della dvoeverie, la “doppia fede” cristiana e pagana che riemerge anche nelle devozioni e nelle pratiche liturgiche, ma soprattutto negli atteggiamenti del popolo di fronte alle grandi sollecitazioni della vita, le carestie e le catastrofi naturali, e nei tanti conflitti interni ed esterni con le invasioni e le aggressioni dei (ai) popoli circostanti.

Il capolavoro letterario della Rus’ di Kiev è infatti il “Canto della schiera di Igor”, che racconta della sfortunata campagna del figlio del principe Svjatoslav contro i nomadi della steppa nel 1185, ultimo tentativo di difendere il territorio dai nemici esterni, qualche decennio prima dell’invasione delle orde tataro-mongole. Il poema viene narrato dal “vate Bojan” che col pensiero s’effondeva su per un albero, grigio lupo in terra, cerula aquila sotto le nubi. Oltre alle splendide descrizioni della natura, della flora e della fauna, il vate sprona i figli di Rus’ a spezzare la lancia sul limitar del campo cumano facendosi ispirare da Bojan, usignolo del tempo antico e nipote di Veles, uno degli dèi antichi da cui il termine Vlas, il “potere” alla radice del nome Vladi-mir, “Potere sul mondo”, il più gettonato dal primo principe all’ultimo zar.

Nel cantico si presentano tutti gli idoli di origine scandinava, asiatica e caucasica, Div si riscosse e intimò di tendere l’orecchio a Surož e Korsun, e a te Idolo di Tmitorokan, per sostenere l’assalto dell’esercito di Dažd’bog e di una serie di altri personaggi mitici fino al grande Chors e al Perun, il dio della guerra affondato duecento anni prima nel Dnepr, ma che continuamente risorge per “ridestare la contesa”. Il principe Igor dovette soccombere nella battaglia con i Polovcy venuti dalle terre asiatiche, e l’afflizione s’effuse per la terra russa. Solo allora entra in scena il cristianesimo, prima con le lodi straniere per cui Tedeschi e Veneziani, Greci e Moravi cantano inni di gloria a Svjatoslav e compiangono il principe Igor, finché solo all’epilogo per lui a Polotsk suonarono per il mattutino di buon’ora le campane di Santa Sofia, ed egli a Kiev udì il suono, anche se un’anima di un mago aveva in quel doppio corpo. L’epopea si conclude dunque con un trionfo morale, nonostante la sconfitta: Il sole splende in cielo, il principe Igor è nella terra russa e sale alla Santa Madre di Dio della Torre. Salute ai principi e alla družina che si sono battuti per i Cristiani contro le schiere pagane!

Da queste antiche ispirazioni poetiche i russi traggono motivi di vanto anche nelle campagne di guerra fallimentari, come si è più volte ripetuto nella storia, dalle battaglie contro i tartari fino a quelle contro i popoli baltici, i polacchi e i turchi, perfino nelle vittorie contro Napoleone e Hitler, costate la vita a milioni di russi per proclamare la Vittoria imperitura. Oggi la sensazione della gloriosa sconfitta si ripete nella guerra in Ucraina, dove la Russia sacrifica centinaia di migliaia di vite umane senza di fatto realizzare alcuna vera conquista, ma proclamando la grande vittoria dei “valori tradizionali” contro la depravazione dei pagani occidentali. Dopo l’anno 2025, dedicato alla celebrazione degli 80 anni della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica, nel 2026 il presidente Putin ha proclamato l’Anno dell’unità dei popoli della Russia insieme alla “memoria delle vittime del genocidio del popolo sovietico”, risalendo la storia fino alla “schiera di Igor” che unisce tutti nella tragedia, e illumina i motivi della grandezza dei russi nei confronti dei popoli vicini e lontani.

Il fenomeno della sovrapposizione tra cristianesimo e paganesimo non è certo una dimensione esclusiva dell’Ortodossia russa, avendo attraversato i primi secoli del cristianesimo in tutto l’impero romano e oltre. Mentre le Chiese antiche hanno assimilato e “depurato” la fede cristiana dagli antichi culti greco-romani e orientali nel corso del tempo, con i concili ecumenici per determinare i confini del dogma autentico, i russi hanno invece vissuto la coesistenza delle tradizioni dei padri con la nuova istituzione religiosa, senza riuscire a fissare le differenze negli animi dei fedeli, tanto che oggi è molto di moda tra i giovani la maglietta con la scritta “Non sono un servo di Dio, ma un erede degli dèi degli avi”.

La diffusione di culti paganeggianti nella nuova Russia post-sovietica è rimasta sotto traccia per molto tempo, rivelandosi solo con sporadiche lamentele della Chiesa ortodossa su feste e orge locali in varie regioni della Russia, variando dalla “religione degli avi” fino ai “movimenti nazionalisti distruttivi”. Nel 2021 il rappresentante del patriarcato per le relazioni con la società, Vakhtang Kipšidze, dichiarava che “per quanto possiamo conoscere, il fenomeno del neopaganesimo assume caratteri molto diversi e tra loro diametralmente opposti, non vediamo niente che unisca i neopagani”, ciò che invece sta avvenendo con la guerra, nonostante il grande impegno dei cappellani militari per la “purificazione” e la glorificazione dei combattenti. In generale, il richiamo alle religioni diffuse nella Rus’ prima del Battesimo cristiano appare piuttosto una costruzione di fantasia, usando fonti decisamente poco credibili per innalzare un Pantheon di dèi più simili ai personaggi dei film che a un’antica filologia religiosa, con amuleti e vestiti piuttosto grotteschi.

Alcune tendenze neopagane esaltano il naturalismo contro la civiltà supertecnologica, proponendo il “ritorno alle radici” e all’armonia della natura, come nei versi dell’antico poema di Igor o nelle storie degli gnomi, degli elfi e degli hobbit di Tolkien. Lo storico delle religioni Aleksej Gajdukov ricorda che “il paganesimo è un termine cristiano per definire le religioni non abramitiche, mentre il neopaganesimo o nuovo paganesimo è un fenomeno contemporaneo, che si sviluppa proprio in seguito all’interruzione di tutte le tradizioni religiose”. La trasmissione delle usanze e credenze del paganesimo antico è stata superata e annullata nel primo millennio cristiano, ma proprio la Russia, che si è battezzata alla vigilia del secondo millennio, le ha conservate più di ogni altro popolo, tanto che si mantenevano vive perfino nella fase dell’ateismo sovietico, che a sua volta finiva per assomigliare a una religione pagana.

L’imposizione dell’Ortodossia di Stato nella Russia putiniana ha suscitato forme particolari di radicalismo paganeggiante, di coloro che vogliono distinguersi affermando “noi non siamo come i cristiani”, fino ai monaci super-ortodossi che mostrano come “noi siamo i veri cristiani”. Si ricorda la storia dell’ex-igumeno Sergij (Romanov), arrestato a fine 2020 nel suo monastero di Sredneuralsk, dove aveva costituito la sua particolare “Chiesa No-Vax” con le sue 150 monache che danzavano nel bosco contro ogni restrizione, esaltandosi come “profeta dell’Apocalisse” che istigava i fedeli a resistere alle “forze dell’Anticristo”, tra cui egli annoverava lo stesso patriarca di Mosca Kirill, che avevano diffuso il Covid per “cancellare l’immagine divina” nelle persone.

La goccia che aveva fatto traboccare il calice della pazienza nelle autorità civili e religiose era stato l’ultimo video con un’omelia di Sergij, in cui egli chiedeva a diversi suoi fedeli, compresi alcuni bambini, se fossero pronti a “morire per la Russia”, con espliciti inviti al suicidio. Oggi è proprio il patriarca Kirill che invita a pregare per la vittoria nella guerra, dichiarandosi pronti a dare la vita per la Patria contro l’Anticristo dell’Occidente in Ucraina. Il neopaganesimo è la religione che sostituisce l’amore di Cristo con l’odio e la violenza, e la Russia dei due Vladimir, Putin e Kirill, ritorna di fatto a venerare il Veles, il dio del potere che distrugge il mondo intero.

L’avvelenamento di Navalny avvenuto due volte: prima con il Novitchok, poi con l’epibaditina della rana freccia. Così è stato smascherato Putin

di Paolo Valentino – Corriere della Sera – 14 Febbraio 2026

Alexeij Navalny, le analisi pubblicate oggi da 5 Stati smentiscono le affermazioni dello Zar che aveva parlato di morte naturale

È stato molto probabilmente avvelenato con una potente sostanza tossica Alexeij Navalny, il leader dell’opposizione russa morto due anni fa in una prigione di massima sicurezza siberiana, ufficialmente per cause naturali.
È la conclusione a cui sono giunti cinque governi occidentali, sulla base delle analisi di laboratorio condotte su campioni prelevati dal suo corpo. 

In un comunicato congiunto, pubblicato a margine della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera, i ministri degli Esteri di Regno Unito, Svezia, Francia, Germania e Olanda dichiarano che i test hanno confermato in modo definitivo «tracce di epibaditina», una sostanza mortale «presente nella pelle delle rane freccia del Sud America, introvabile in Russia allo stato naturale». Considerata uno dei più letali veleni sulla terra, l’epibaditina causa paralisi, arresto respiratorio e la morte tra atroci dolori.

La scoperta smaschera l’ennesima bugia delle autorità russe, che hanno sempre attribuito la scomparsa del dissidente a ragioni naturali: «Tenendo Navalny in prigione, la Russia aveva i mezzi, i motivi e l’opportunità di avvelenarlo». Secondo la moglie dell’oppositore, Yulia Navalnaya, il rapporto convalida scientificamente la tesi dell’avvelenamento, da tempo formulata da lei e dai collaboratori del marito: «Ne ero certa fin dall’inizio, ma ora c’è la prova: Putin ha ucciso mio marito».

«Oggi emerge chiaramente il progetto barbaro del Cremlino di mettere a tacere la voce di Navalny», ha detto la ministra degli Esteri britannica, Yvette Cooper. Per il capo della diplomazia francese, Jean-Noel Barrot, la scoperta dimostra che «Putin è pronto ad utilizzare l’arma batteriologica contro il suo stesso popolo per mantenersi al potere». «Un atto vigliacco da parte di un leader spaventato», lo ha definito su X la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, secondo cui «la Russia agisce da tempo come uno Stato terrorista, facendo affidamento su metodi terroristi».

Nel comunicato, i cinque ministri sottolineano la necessità di chiedere conto alla Russia «delle sue ripetute violazioni della Convenzione sulle Armi Chimiche e, in questo caso, della Convenzione sulle armi biologiche e i veleni». A tal proposito, hanno dato incaricato ai loro Rappresentanti permanenti presso l’Opac (l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche) di denunciare l’ennesima violazione russa. Regno Unito, Svezia, Francia, Germania e Olanda si dicono anche «preoccupati che la Russia non abbia ancora distrutto tutti i suoi ordigni chimici», come invece obbligata in quanto firmataria della Convenzione.

Alexey Navalny, carismatico blogger anticorruzione diventato il vero capo dell’opposizione al Cremlino, era già stato avvelenato nell’estate del 2020, mentre faceva campagna elettorale in Siberia, con il Novitchok, veleno spesso usato dai servizi segreti russi contro i loro nemici. Ma, nonostante il coma, si era salvato grazie a un trasporto d’emergenza in Germania, dov’era stato curato. Una volta guarito, nel 2021, Navalny aveva scelto di tornare in Russia, per continuare la sua battaglia, ma era stato subito arrestato a causa della condanna a 19 anni, in un processo-farsa per presunti reati finanziari.

Nel dicembre 2023, era stato trasferito nella famigerata colonia penale IK-3, nota come “lupo polare”, in condizioni di totale isolamento, ma nonostante questo aveva continuato a essere presente sui siti della sua organizzazione, invitando a non votare Putin alle elezioni presidenziali del marzo 2024. Ma il 16 febbraio, improvvisamene, il Servizio penale federale, aveva dato notizia della sua morte, senza offrire alcuna spiegazione convincente delle cause. Per diversi giorni, le autorità russe si rifiutarono di restituire il suo corpo alla famiglia. Al suo funerale, a dispetto del divieto di farne un evento pubblico, parteciparono migliaia di persone.

Meloni dopo le critiche di Merz a Trump: «Europa e Stati Uniti devono lavorare insieme. La cultura Maga? Non condivido le critiche»

di Simone Canettieri, inviato a Addis Abeba – Corriere della Sera – 14 Febbraio 2026

La premier dopo le parole del cancelliere tedesco contro le politiche del presidente Usa: «Fase molto complessa»

Presidente Meloni, condivide le parole di Merz contro l’America di Trump?
«Guardi, è evidente che siamo in una fase molto complessa delle relazioni internazionali, siamo anche in una fase particolare dei rapporti tra Europa e Stati Uniti».

Merz ha detto che i rapporti fra Europa e America sono ormai compromessi: condivide questi toni?
«Credo che Merz faccia una valutazione corretta quando dice che l’Europa deve occuparsi di se stessa e che deve fare di più, per esempio sulla sicurezza, a partire dalla colonna europea della Nato su questo io sono d’accordo». 

Sulle critiche a Trump? 
«Indipendentemente da questo le voglio dire come ho detto tante volte a proposito del rapporto con gli Stati Uniti che dobbiamo lavorare invece a una maggiore integrazione tra Europa e Stati Uniti. Lavorare per valorizzare quello che ci unisce piuttosto quello che può dividerci è molto importante per tutti particolarmente per i Paesi europei io credo che sia molto importante per l’Italia».

Merz ha criticato la cultura Maga: condivide le critiche?
«No, direi di no per queste sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene, ma non è un tema di interesse di competenza dell’Unione Europea, sono valutazioni che spettano ai partiti».

Presidente andrà alla Casa Bianca giovedì per il Board per Gaza?
«Siamo stati invitati come paese osservatore, secondo noi è una buona soluzione rispetto al problema che chiaramente abbiamo della compatibilità costituzionale. Con tutto il lavoro che l’Italia ha fatto che sta facendo e che deve fare in Medio Oriente. Penso che noi risponderemo positivamente a questo invito a partecipare come paese osservatore».

Andrà lei?
«Il livello lo dobbiamo ancora vedere francamente perché è arrivato l’invito ieri anche agli altri. Immagino che ci saranno anche altri paesi europei. Particolarmente vedo interessati quelli che sono più vicini, quindi i paesi soprattutto mediterranei».

Santi Cirillo e Metodio


Nome: Santi Cirillo e Metodio

Titolo: Apostoli degli Slavi

Ricorrenza: 14 febbraio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Festa

Giovanni Paolo II, papa slavo, proclamò i santi Cirillo e Metodio patroni dell’Europa orientale, affiancandoli a san Benedetto, patrono della porzione occidentale, a significare l’unità e le comuni origini cristiane di tutto il vecchio continente. I santi Cirillo e Metodio meritano pienamente questo titolo che va ad aggiungersi all’altro, più antico, di «apostoli degli slavi». Furono infatti loro con un’indefessa e intrepida opera missionaria a evangelizzare i popoli slavi.

Per i due fratelli, figli di un alto funzionario dell’impero orientale, evangelizzare significava anche vincere l’ignoranza: un’autentica dignità umana e cristiana includeva anche il leggere e lo scrivere e tutto il resto. Per questo tradussero in segni grafici la lingua slava, allora priva di alfabeto. I caratteri disegnati dai due santi si chiamano ancor oggi cirillici, dal nome di uno dei due fratelli che più dell’altro lavorò in questo settore (la lingua russa, ad esempio, si esprime con questi caratteri). Cirillo e Metodio trascrissero poi in quei caratteri la Bibbia, il messale e il rituale liturgico, che furono elementi importanti di unità linguistica e culturale per il mondo slavo.

I due santi fratelli avevano caratteri abbastanza diversi. Metodio, il maggiore, che aveva preso dal padre, era amministratore avveduto e aveva volontà tenace: «E inutile che vi ostiniate con me — ebbe a dire un giorno ai suoi oppositori —, cozzerete contro il ferro». Per queste sue capacità gli venne assegnato il governo di una colonia slava in Macedonia. 

Cirillo, che si chiamava in gioventù Costantino, alla tormentata vita politica preferiva la quiete dello studio e le tranquille giornate alla corte di Costantinopoli, dove fu per qualche tempo paggio dell’imperatore. Ultimati gli studi alla scuola di Fozio, intraprese la carriera di insegnante. Ma per nessuno dei due quella intrapresa doveva essere la strada che il destino aveva loro tracciato. Ritrovatisi, dopo qualche tempo, si accorsero che i loro diversi caratteri si incontravano nel comune desiderio di dedicarsi alla vita religiosa. Desiderio che realizzarono diventando sacerdoti e offrendo la loro disponibilità all’attività missionaria.

Alla fine dell’862, su richiesta del principe di Moravia, l’imperatore di Costantinopoli invitò i due fratelli a recarsi tra i kazari, presso i quali altri missionari latini avevano miseramente fallito. Cirillo e Metodio accettarono l’invito e, nell’analizzare i motivi degli insuccessi di chi li aveva preceduti, colsero l’importanza, anzi l’insostituibilità, di uno strumento linguistico con il quale trascrivere il messaggio cristiano. Maturarono e realizzarono così l’idea di un alfabeto per la lingua slava che ne era sprovvista.

Quando si presentarono al popolo della Moravia con l’inatteso regalo, trovarono le porte spalancate e molto entusiasmo. La traduzione della Bibbia, del messale e del rituale liturgico venne sull’onda di quell’entusiasmo. I popoli slavi poterono leggere, scrivere e pregare. E offrire il sacrificio eucaristico nella loro lingua. La «novità», inaudita nella chiesa cattolica dove tutti i riti si celebravano rigorosamente in lingua latina, procurò loro qualche guaio. Chiamati a Roma, dovettero rendere conto del loro operato e difendersi dal sospetto di eresia e di scisma. Ma per fortuna sul soglio di Pietro vi era un papa lungimirante e comprensivo, Adriano II, che non solo approvò e lodò il loro sforzo, ma chiese di celebrare in sua presenza i santi misteri in lingua slava.

A Roma, purtroppo, Cirillo, spossato dalla fatica missionaria, morì: era il 14 febbraio dell’869, e fu sepolto nella basilica di San Clemente, presso il Colosseo, il martire di cui egli stesso aveva portato a Roma da Chersonea le reliquie. Invece Metodio, ordinato da Adriano II vescovo della Pannonia con sede a Smirnum, ritornò fra gli slavi a continuare la sua opera di evangelizzatore e di organizzatore della chiesa. Metodio era anche un tenace controversista, abilissimo cioè nel rintuzzare le obiezioni che gli opponevano i nemici del cristianesimo, nello smascherare i loro tranelli, nell’individuare i loro punti deboli. «Perché avete la fronte imperlata di sudore?», gli chiese una volta un suo contraddittore. «Perché sto discutendo con un idiota», rispose con immediatezza Metodio.

Gli ultimi anni di vita del vescovo di Smirnum furono angustiati dalle petulanti accuse, mossegli dai «tradizionalisti» di allora, di concedere troppo spazio alla mentalità e alla lingua dei popoli slavi. A causa di queste ottuse incomprensioni, Metodio dovette subire la vergogna di una quasi prigionia in zone deserte e fredde della regione slava. Però quando morì, a settantacinque anni d’età, ebbe il più bel riconoscimento della sua attività: i molti vescovi accorsi a rendere omaggio alle sue spoglie officiarono il rito funebre in latino, in greco e in slavo.

MARTIROLOGIO ROMANO. Festa dei santi Cirillo, monaco, e Metodio, vescovo. Questi due fratelli di Salonicco, mandati in Moravia dal vescovo di Costantinopoli Fozio, vi predicarono la fede cristiana e crearono un alfabeto per tradurre i libri sacri dal greco in lingua slava. Venuti a Roma, Cirillo, il cui nome prima era Costantino, colpito da malattia, si fece monaco e in questo giorno si addormentò nel Signore. Metodio, invece, ordinato da papa Adriano II vescovo di Srijem, nell’odierna Croazia, evangelizzò la Pannonia senza lesinare fatiche, dovendo sopportare molti dissidi rivolti contro di lui, ma venendo sempre sostenuto dai Romani Pontefici; a Staré Mesto in Moravia, il 6 aprile, ricevette il compenso delle sue fatiche.

San Cirillo

nascita: 827, Tessalonica

morte: 14 febbraio 869, Roma

San Metodio

nascita: ca. 825, Tessalonica

morte: 6 aprile 885, Velehrad, Repubblica Ceca

Rubio riapre il dialogo: «Tra Usa ed Europa, legame indistruttibile. Abbiamo fatto errori ma insieme»

di Mara Gergolet – Corriere della Sera – 14 Febbraio 2026

L’intervento del Segretario di Stato Usa alla conferenza di Monaco. «Legame indistruttibile»

DALLA NOSTRA INVIATA
MONACO – Marco Rubio è venuto a dire a Monaco quel che l’Europa aspettava. E, lungi dal rispondere in modo arrabbiato alle parole di Friedrich Merz e Emmanuel Macron, che hanno parlato di «frattura» e di un’Europa più sovrana mostrando orgoglio, ha chiuso così: «Il passato è finito, il futuro è inevitabile, e il nostro destino insieme ci aspetta». La sala si è alzata in piedi e ha applaudito a lungo.

Il segretario di Stato americano, il «ricucitore di Trump», è venuto a dire che il mondo di ieri non c’è più. Ma si è sempre rivolto agli «amici europei», sostenendo che l’America sarà sempre, storicamente, «il figlio dell’Europa». Non ha rinnegato nulla delle politiche trumpiane — salvo la retorica. Ma ha proposto una via comune per andare avanti.

Fine della storia

Per Rubio, l’Occidente si è nutrito di un’illusione, dopo la caduta del Muro di Berlino: quella della «fine della storia». Nulla di più folle e sbagliato, e in contrasto con la natura umana e con la storia. Questo ha portato, secondo lui, a scelte sbagliate negli ultimi trent’anni: «Abbiamo aperto i nostri confini a un’ondata incontrollata di migrazione di massa che ha minacciato la nostra società e la nostra cultura». L’Occidente ha scelto di delocalizzare, di deindustrializzare. Rubio regola i conti con il libero scambio, la politica climatica, la migrazione. L’Occidente avrebbe esternalizzato la sovranità, ascoltato una «setta climatica» e aperto le porte a una migrazione di massa senza precedenti. 

Mentre altri si armavano come mai nella storia e usavano le catene di approvvigionamento come metodi di estorsione. «Abbiamo commesso questi errori insieme», dice – ora bisogna rinnovare e ricostruire insieme. Sotto Trump gli Stati Uniti vogliono intraprendere questa strada, se necessario anche da soli. «Ma la nostra preferenza è farlo insieme all’Europa. Ed è nostra speranza farlo con voi – con i nostri amici in Europa. Per noi Usa ed Europa sono fatti per stare insieme». Il motivo di tante critiche all’Europa, dice, è che «siamo profondamente preoccupati e ci sta a cuore».

Una civiltà

E prosegue ancora: «Siamo parte di una civiltà – la civiltà occidentale — afferma Rubio —. Siamo legati gli uni agli altri dai legami più forti, da una storia comune, dalla religione, dalla lingua, dagli antenati e dai sacrifici che i nostri antenati hanno compiuto». Cita le origini comuni di questa civiltà. Metà degli eroi del suo pantheon sembrano essere italiani, oltre a Shakespeare: Dante, Da Vinci e Michelangelo (che pronuncia «Maikelangelo») con la Cappella Sistina; e mette all’origine della civiltà americana Cristoforo Colombo, l’esploratore che ha dato il via alla «colonizzazione». Poi cita i suoi antenati, gli avi che venivano dal Piemonte e dalla penisola iberica, ricordando come anche il capo della diplomazia americana — lui stesso — abbia origini europee.

Reaganiano

Chiede all’Europa di essere «orgogliosa» di questa storia, di abbandonare «il senso di colpa». È la versione repubblicana classica della condanna del woke, ma Rubio non scade mai in accenti estremisti. Anzi, ricorda il mondo dei Reagan e dei Bush, quando fa un paragone con il 1945: anche allora l’Europa sembrava finita, mentre avanzavano «la falce e martello» e l’anticolonialismo. Ma l’Europa allora decise che il «declino non era una scelta», dando vita a una rinascita. Ed è questo che Rubio invita a fare ora.


Rubio dice che non si tratta solo di investire nelle armi, di raggiungere gli obiettivi Nato del 5%. «La sicurezza nazionale non è solo una questione tecnica. Quanto spendiamo per la difesa, come utilizziamo queste risorse – sono domande importanti, ma non sono le domande decisive. La domanda decisiva a cui dobbiamo rispondere è: che cosa stiamo esattamente difendendo?

Per questo, dice, «Decline is a choice», il declino è una scelta. E gli Stati Uniti non vogliono essere «amministratori di un declino gestito». Servono alleati forti, capaci di difendersi da soli, orgogliosi della propria cultura e del proprio retaggio e pronti a difendere la civiltà comune. Rubio chiede una riforma della cooperazione internazionale. Ricorda che per il cessate il fuoco a Gaza e per i negoziati sull’Ucraina è stata necessaria la leadership americana. Non bisogna abolire le istituzioni, ma «riformarle e ricostruirle». E non si tratta solo di politiche sbagliate, ma di invertire la «disperazione e il compiacimento» in Occidente.

Insomma, lo «status quo è rotto», bisogna ripararlo. Ma Rubio, a differenza di Vance l’anno scorso, è venuto a dire a Monaco che dell’alleanza c’è ancora bisogno. Quanto di meglio, di questi tempi, gli europei possano aspettarsi dagli americani.

Merz alla conferenza di Monaco: «Si è aperta una frattura tra Europa e gli Usa. La Nato non è più scontata. E la libertà è in pericolo nell’era delle grandi potenze»

di Mara Gergolet – Corriere della Sera – 13 Febbraio 2026

L’intervento del cancelliere tedesco alla Conferenza sulla DIfesa «La libertà di parola deve rispettare la dignità della persona, non crediamo nei dazi. Un mondo in cui conta solo la forza sarebbe un luogo oscuro»

DALLA NOSTRA INVIATA
MONACO – «La pretesa di leadership degli Stati Uniti è stata messa in discussione, e forse perduta». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz apre la Conferenza di Monaco con un discorso molto atteso: riconosce che il divario tra Usa ed Europa è una realtà dalla quale bisogna partire. «Temo che dobbiamo dirlo in termini ancora più chiari: quest’ordine, per quanto imperfetto fosse anche nei suoi momenti migliori, non esiste più». È finita, dice anche, «la vacanza dalla storia». E quindi, «il nostro primo compito come tedeschi e come europei è accettare questa nuova realtà». Ma aggiunge che «questo non vuol dire che sia un inevitabile destino».

E in un altro passaggio c’è una critica esplicita agli Usa: «Gli Stati Uniti hanno tratto conseguenze radicali nella loro Strategia di sicurezza nazionale, ma stanno procedendo nel modo sbagliato». Alla fine parlerà anche di una cesura culturale. «Si è aperta una frattura tra Europa e Stati Uniti. La guerra culturale del Maga negli Stati Uniti non è la nostra. La libertà di espressione qui finisce dove le parole pronunciate sono dirette contro la dignità umana e la nostra Costituzione».

Se gli Stati Uniti hanno cambiato la loro postura, anche l’Europa non può stare a guardare. La sua proposta è la formula che usa anche Macron: un’Europa forte e sovrana. Disegna anche le conseguenze. Per Merz, l’Europa non deve liquidare troppo in fretta gli Stati Uniti. È necessaria una forte colonna europea nella Nato — anche per rendere più sana la partnership. «Insieme siamo più forti».

Ma è anche il momento che l’Europa pensi alla propria deterrenza atomica. «Con il presidente francese ho avviato colloqui riservati sulla deterrenza nucleare europea. Noi tedeschi restiamo fedeli ai nostri obblighi giuridici. Pensiamo a questo in modo strettamente integrato nella nostra partecipazione nucleare in seno alla Nato». Allo stesso modo rassicura sulla Groenlandia, rivolgendosi al primo ministro danese Mette Frederiksen: sugli altri europei potete contare. E qui parte un fragoroso applauso dalla sala.

Infine, delinea il ruolo specifico della Germania. Merz sa che il riarmo tedesco è al cuore della difesa europea e delle preoccupazioni degli alleati, anche europei. Qui concentra una delle parti più importanti del suo discorso. Dopo aver parlato a lungo della politica di potenza, o delle potenze – come dello status quo del nuovo mondo – dice che questo non può essere la ricetta per l’Europa. E vuole soprattutto rassicurare gli altri europei che la Germania non intende creare, nei rapporti con gli altri Paesi Ue, una politica di potenza. Ma, al contrario, una politica comune. Questa è per Merz la più importante lezione che la Germania ha appreso dalla propria storia. E per questo dice: «Noi tedeschi siamo pronti a prendere la nostra responsabilità». Che è l’opposto del progetto egemonico. Questo la Germania lo deve soprattutto al proprio tremendo passato.

Merz, da questa consapevolezza di una «nuova realtà», vuole ridisegnare un rapporto utile e di fiducia con gli Usa. Ricorda agli americani che la Nato, «la più forte alleanza politica della storia», è stata anche a loro vantaggio. E li invita a proseguire insieme.

Infine, ringrazia gli Stati Uniti. Dopo il 1945 sono stati soprattutto gli Stati Uniti a entusiasmare la Germania per l’idea di libertà e di lealtà all’alleanza, afferma. «Questo non lo dimentichiamo». Chiude mettendo in guardia da un ordine mondiale senza regole. «Noi tedeschi sappiamo: un mondo in cui conta solo la forza sarebbe un luogo oscuro». La Germania ha percorso quella strada nel XX secolo — «fino a un finale amaro e malvagio».

De Maria numquam satis

Chiesa cattolica | CR 193

 11 Febbraio 2026 ore 17:25

di Redazione

 Riportiamo la terza parte ed ultima parte di un articolo su Maria Corredentrice, paradigma di vita cristiana. La sofferenza vicaria, il Corpo mistico e la manifestazione della vera religione di padre Serafino M. Lanzetta.

La corredenzione vissuta manifesta la vera religione

Questo mistero, la cooperazione in atto, la corredenzione vissuta, è anche una manifestazione della fede cattolica quale vera religione. Questo punto lo aveva già espresso molto bene Padre Benson. Egli fu straordinariamente brillante nel dimostrare che la Chiesa Cattolica è la sola vera Chiesa. E lo poteva fare con particolare autorità, perché veniva dall’Anglicanesimo. Conosceva dall’interno il mondo protestante. Padre Benson ci dice che “solo nella Chiesa Cattolica” il principio della sofferenza vicaria viene “manifestato, accolto e vissuto”. Si tratta di qualcosa di unico che manifesta l’unicità del Cattolicesimo. 

La fede biblica veterotestamentaria è intrisa di questo principio della sofferenza vicaria nel suo preparare la via al Messia che, contrariamente alle attese esuberanti di chi si gloriava in un nome di predilezione o nel tempio quale maestà cultuale insuperabile, prenderà su di sé il peccato del popolo, distruggendo il tempio, il suo corpo (cf. Gv 2,19). In modo esemplare, rifulge nell’Antica Alleanza la figura del Servo sofferente di YHWH (Is 53, 3-10), di Colui che “è stato trafitto per le nostre trasgressioni, schiacciato per le nostre iniquità; il castigo per cui abbiamo la pace è su di lui; per le sue lividure noi siamo stati guariti”. Questo Servo è chiaramente Gesù, l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (cf. Gv 1,29).

Tuttavia, al di fuori del contesto biblico, vetero e neo-testamentario fedelmente delineato, il concetto di espiazione vicaria si offusca e si smarrisce. Se è già arduo preservarlo nella sua verità biblica – molti sono i tentativi storico-critici di disfarsene relegandone i presupposti alla religione pagana e mitologica – al fuori di questo contesto il tema diventa ostico. Infatti, se ad esempio interroghiamo l’Islam – una doverosa indagine per ragioni monoteistiche – ci si avvede quanto mai dell’importanza dell’espiazione e sofferenza vicarie con i suoi risvolti sociali, proprio in ragione del suo rifiuto radicale. 

La sfida dell’Islam: nessuno può portare il peso di un altro

L’Islam, ovviamente, non crede nella Croce. Essa è qualcosa di abominevole, di ripugnante: un Dio appeso a una croce è una maledizione. Per noi, invece, la Croce è la più grande lezione d’amore della storia e quest’amore ha un impatto sociale fortissimo come dicevamo: trasforma la mentalità egoistica e costruisce una società umana in cui ci si prende cura gli uni degli altri, portando la croce gli uni degli altri. È una cosa bellissima, profondamente umana oltre che profondamente cristiana. Eppure la religione di Maometto l’avversa profondamente. Perché? Per capire il rifiuto della Croce e quindi della sofferenza vicaria bisogna partire da un presupposto: l’Islam non crede nel peccato originale. Da dove viene, allora, nell’uomo la tendenza o la capacità di peccare? Unicamente dalla sua volontà. L’uomo pecca perché vuole peccare. Questo significa che per natura l’uomo è innocente.

L’Islam, insieme a Jean-Jacques Rousseau, crede che l’uomo sia intrinsecamente buono. Il peccato è solo una perversione della volontà. Può essere perdonato? Sì, è perdonato, ma solo quando Dio concede all’uomo questo perdono. Il peccato deriva dall’uomo, dalla sua libera scelta; il perdono dipende esclusivamente dalla giustizia e dalla volontà di Dio. L’uomo non sa come superarlo: può solo pregare, sottomettersi totalmente a Dio. Non esiste una possibilità di redimere quel peccato perché non c’è redenzione, né mediazione redentrice. Il peccato quindi non viene redento, viene semplicemente condonato, se e quando Dio lo vuole. Tutto, infatti, dipende dall’arbitrio assoluto della volontà divina. Anche se si prova a sfumarlo, questo arbitrio divino (un’onnipotenza senza ragione; una potenza assoluta relativa solo a sé stessa) è l’aspetto preponderante dell’impostazione islamica. Lo deve essere per preservare l’alterità assoluta di Dio, la sua onnipotenza.

Qual è, allora, l’origine profonda del peccato? Per l’Islam è unicamente la volontà dell’uomo. Però, se non esiste un peccato originale, una disobbedienza primordiale che ha ferito tutta l’umanità, questa volontà dell’uomo finisce per dipendere, in ultima analisi, dall’arbitrio di Dio. Perché l’uomo soffre? Soffre per il peccato commesso, ma la ragione ultima della sofferenza è che Dio la permette, o meglio, la vuole. Non c’è molta differenza nell’Islam tra volontà deliberativa e permissiva che sono quindi equiparate in Dio, come difatti accade anche nel Cattolicesimo liberale. Mancando la radice disordinata del peccato originale, manca quindi la causa umana del peccato e la ragione morale della sofferenza; manca quindi il Redentore, di cui non si vede assolutamente la necessità. Di conseguenza, il peccato e la sofferenza non possono essere redenti; possono solo essere tollerati o, al massimo, perdonati per decisione di Dio. Non c’è mediazione, non c’è un Redentore che li prenda su di sé. Questo chiaramente ha un impatto sociale molto rilevante. La sura 53, chiamata An-Najm (la stella) esprime tutto ciò in modo chiarissimo: (vv.38-39):

Nessuno porterà il peso (il fardello) di un altro;

l’uomo non ottiene se non ciò per cui si è impegnato,

e il suo impegno gli sarà mostrato nel Giorno del Giudizio. 

Non esiste carità quale amore compassionevole che fa portare i pesi gli uni degli altri. Esiste sicuramente operare il bene, aiutare il prossimo, ma non fino a portarne il peso del peccato, non fino ad amarlo sacrificandosi per la sua salvezza eterna. Nessuno può farsi carico del peso di un altro, cioè dei peccati di un altro. Anche la sura 35, versetto 18, lo conferma e dice: «Nessuno porterà il peso (del peccato) di un altro. Se qualcuno pesantemente gravato chiederà aiuto per il carico che porta, nessuno potrà alleggerirlo, quand’anche fosse uno dei suoi parenti. Tu devi avvertire solo coloro che temono il loro Signore in ciò che non è visibile e assolvono all’orazione. Chi si purifica è solo per se stesso che lo fa e la meta è in Allah».

Non esiste il prendersi cura della sofferenza altrui in un’ottica di amore redentivo. Non si può nemmeno pensare di alleviare la sofferenza di un’altra persona prendendo il suo dolore per amore. Questo concetto è completamente sconosciuto e vietato. Nell’Islam ciò che conta è solo l’impegno personale, la jihad (intesa innanzitutto, ma non solo, come lotta spirituale individuale). È una battaglia strettamente personale, non sociale. Il concetto di Corpo Mistico non esiste affatto. La lotta serve a guadagnare (da solo) la propria salvezza che consiste nell’essere totalmente sottomessi: “Islam” infatti significa “sottomissione” alla volontà di Dio. Lo si vede benissimo anche nel modo di pregare: la prostrazione collettiva è una manifestazione pubblica della sottomissione individuale alla volontà divina. 

Ora, se non c’è una ragione teologica ultima della sofferenza, il disordine causato dal peccato, e se l’unica spiegazione è: “Dio vuole così”, allora non c’è nessun motivo razionale per pensare che la sofferenza possa essere espiata o spiritualmente trasformata. Dio è responsabile anche del male. Male e bene dipendono entrambi dall’arbitrio divino. Ancor meno si può pensare di aiutare un altro a portare il peso del suo peccato e ad espiarlo. Questo, ripetiamolo ancora una volta, è semplicemente escluso perché non esiste cooperazione né con Dio né con il prossimo. Accettare la sofferenza per espiare i propri peccati è possibile, ma pensare che essa possa trasformare l’umanità e diventare un’offerta sacrificale per gli altri è semplicemente impensabile. C’è sicuramente un bene naturale e un voler bene agli altri (correligionari). Ma nulla di più. Non esiste nell’Islam la carità come amore soprannaturale. E non può esistere, per giunta, un amore soprannaturale che sia espiativo e redentivo. Bisogna subire la sofferenza; la si sopporta sperando che Dio perdoni l’uomo nel giorno del Giudizio. La conclusione è netta: c’è un soggettivismo salvifico dipendente più che dalla volontà dall’arbitrio divino, senza la carità, senza l’idea di Corpo mistico. Come si edifica la religione di Maometto nel mondo? Con la sottomissione, che, senza una mediazione tra Dio e l’uomo, non approda se non alla volontà di prevaricare da un lato e di sottomettere dall’altro. 

L’Islam, come ricordato, è uno sforzo personale per salvarsi. Questo a livello sociale crea una comunità di individui che cercano la salvezza: un individualismo selettivo salvifico. Il mondo, l’altro, sono lasciato fuori. L’Islam non edifica una società in cui si collabori a edificare il vero bene comune. Sì, ci si riunisce, si prega insieme, si dice: “Siamo tutti musulmani, tutti sottomessi alla volontà di Dio”, ma non esiste l’idea di costruire un corpo sociale trasformato dall’amore del prossimo, di ogni uomo, un corpo vivo in cui ciascuno porta il peso dell’altro. Tutto ciò ancora prima di essere una questione teologicamente discutibile, è umanamente insoddisfacente. Spesso si accusa anche il Cattolicesimo di essere una religione che mira alla salvezza dell’anima, quindi a una salvezza individuale. Però il cristiano sa che nella misura in cui è trasformato dalla carità di Cristo e si avvicina sempre di più a Lui, conformandosi alla sua Croce, diventa lievito di trasformazione e di salvezza per gli altri, edificando così il Corpo mistico di Cristo, aperto a tutti gli uomini di buona volontà.

E le religioni orientali, così tanto di moda in Occidente?

Se guardiamo, per esempio, all’Induismo e al Buddismo, troviamo in tutte il concetto dikarma. Secondo la legge del karma qual è l’origine del male? Sono le nostre stesse azioni passate. Le tue azioni precedenti causano le afflizioni presenti; le tue azioni presenti, se cattive, causeranno le afflizioni future. Tutto dipende esclusivamente dalle tue azioni individuali.

Come ci si libera dalla propria sofferenza? Combattendo contro se stessi, lottando contro i propri vizi. Ma al centro di tutto c’è il proprio ego. Questo è particolarmente evidente nel Buddismo, soprattutto nella sua dimensione monastica che oggi va tanto di moda nella società occidentale. Certo, più che di una religione si tratta di una filosofia di vita per il fatto che Dio è assente. Molte persone che non conoscono bene il Cattolicesimo, si innamorano di questo percorso di “purificazione”. Sembra un modus vivendi affascinante, però il centro assoluto è l’uomo.  

Come si elimina la sofferenza? Lavorando su di sé. Si fa lo yoga, ci si concentra profondamente, si ripete continuamente il mantra giusto e salvifico, e così si arriva al punto di sradicare tutte le passioni, tutte le inclinazioni cattive. Così si sta bene. Si è arrivati al nulla di sé nel nulla di tutto ciò che ci circonda. Questo è soggettivismo totale e avvolgente.

È un punto che il Buddismo condivide con l’Islam: tutto si riduce a uno sforzo personale senza alcuna cooperazione con Dio. Per Budda, addirittura, Dio non esiste e non è necessario. Anche qui la corredenzione come cooperazione umana con Dio è semplicemente impensabile. Quando guardiamo a tutte queste religioni oggi tanto popolari, ci rendiamo conto che l’unica risposta vera al problema del male in generale e al problema della sofferenza personale, del mio dolore, è il Cattolicesimo, con la sua legge magnifica dell’amore: “Lo faccio io per te. Posso soffrire al posto tuo. Vorrei addirittura dare la mia vita per te, come ha fatto Gesù”. Dove si trova questa logica? Solo in Gesù sul Calvario insieme alla Madonna e ai Santi che hanno imitato il Signore e la sua Madre. La nostra è una religione che ha un grande impatto sulla società, che trasforma la società, che cambia il mondo. Ecco perché Gesù ci manda nel mondo: per trasformarlo e renderlo germe e preparazione dell’avvento eterno del Regno di Dio.

Tutto ciò ci aiuta a capire che la corredenzione è indispensabile per la nostra fede. Essa è al centro della nostra fede e della nostra pratica Cristiana. Negare Maria Co-redentrice è negare l’edificazione della Città di Dio. La Chiesa non avrà riparatori, anime che si immolano per il suo bene e per la sua unità. Non è forse questa la radice della crisi della Chiesa? Riscopriamo la co-redenzione e la Chiesa ritornerà a vivere nelle anime. 

Conclusione: la vera re-ligio è essere legati alla Croce per mezzo della corredenzione

È nella Croce che si manifesta la vera religione. È lì, ai piedi della Croce, con Maria Corredentrice, che si riconosce la fede che salva l’uomo e che rende possibile una società veramente umana fatta di carità, di cooperazione, di amore vicendevole, di sacrificio altruistico. Qui vi è la prova che il Cattolicesimo è l’unica religione vera. Nel mistero della corredenzione troviamo la vera religione.

Vale a dire: una religione che insegna ad amarci gli uni gli altri per edificare un solo corpo, il Corpo Mistico di Cristo, un corpo d’amore in cui il sacrificio è amore e l’amore si manifesta proprio attraverso il sacrificio. La sofferenza ha una causa primordiale: non è qualcosa che piove dall’alto arbitrariamente. Essa può essere redenta nella misura in cui coopero a trasformarla facendola diventare amore che vede oltre, che come balsamo allevia ogni dolore. La sola religione che risponde in modo soddisfacente a questo mistero del male, del dolore e della sofferenza è il Cattolicesimo. In esso apprendiamo la dottrina cristiana della corredenzione più che mai attuale. 

Abbiamo bisogno di fare conoscere sempre di più questa dottrina e questa pratica di vita cristiana, ovviamente per coinvolgere sempre più persone, allargando il raggio d’azione del Corpo mistico di Cristo. Dovremmo iniziare specialmente dai vescovi e dai sacerdoti. Siamo tutti però chiamati a dare un esempio di vita cristiana corredentiva. Siamo chiamati a diventare riparatori, corredentori in Gesù per Maria; Solo così possiamo sperare di ri-edificare il Corpo mistico di Cristo superando una crisi di fede e di identità che lo attanaglia dall’interno. Questo è ciò che il Signore ci dice: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,12-13). Nessuno ha un amore più grande di Gesù e di Maria. Questo amore ci ha salvati. Con questo stesso amore salveremo il mondo.

Il messaggio pressante di Lourdes

Chiesa cattolica | CR 1937

 11 Febbraio 2026 ore 17:30

di Roberto de Mattei

Il nome di Lourdes, assieme a quello di Fatima, evoca una delle più grandi apparizioni mariane della storia. In questo comune francese, ai piedi dei Pirenei, tra l’11 febbraio e il 16 luglio 1858, nella grotta di Massabielle, la Madonna apparve diciotto volte a una contadina di quattordici anni, Bernadette Soubirous. Il carattere miracoloso dell’evento fu riconosciuto da Pio IX e da tutti i Papi suoi successori, alcuni dei quali visitarono Lourdes. Bernadette fu canonizzata dalla Chiesa e sul luogo delle apparizioni furono costruite tre basiliche, che formano un unico santuario, il terzo al mondo per il numero dei pellegrini, dopo la basilica di San Pietro e quella di Guadalupe.

Il nome di Lourdes è legato innanzitutto all’Immacolata Concezione, perché la Beata Vergine Maria vi confermò il dogma che Pio IX aveva solennemente definito, quattro anni prima, l’8 dicembre 1854. Il 25 marzo 1858, Bernadette così si rivolse alla misteriosa signora che ormai da tempo le appariva: «Signora, volete avere la bontà di dirmi chi siete?». Per tre volte Bernadette rinnovò la domanda finché, come ella stessa racconta, la Madonna allargò le braccia verso terra, alzò gli occhi verso il cielo e nel medesimo tempo, elevando le mani e congiungendole all’altezza del petto, disse: «Io sono l’Immacolata Concezione». «Sembra – commenterà un secolo dopo Pio XII – che la stessa Beata Vergine Maria abbia voluto, in maniera prodigiosa, quasi confermare, tra il plauso di tutta la Chiesa, la sentenza pronunziata dal Vicario del suo divin Figlio in terra» (Enciclica Fulgens Corona dell’8 settembre 1953). 

Le parole di Lourdes: «Io sono l’Immacolata Concezione», confermano anche la preghiera che la stessa Beata Vergine volle incisa sulla Medaglia Miracolosa, rivelata a santa Caterina Labouré a Rue du Bac, il 27 novembre 1830 e che, da allora è stata ripetuta milioni di volte da generazioni di cattolici: «O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi». Gli uomini sono concepiti nel peccato e, per salvarsi, devono ricorrere all’intercessione della Beata Vergine Maria, piena di grazia e priva di ogni ombra di peccato.  

Ma accanto a queste parole: «Io sono l’Immacolata Concezione», vi è un’altra parola che viene pronunciata con forza dalla Madonna a Lourdes durante l’apparizione a santa Bernadetta del 24 febbraio 1858. Pio XII così lo ricorda:

«La Vergine immacolata, mai sfiorata dal peccato, si manifesta a una fanciulla innocente, in una società, che non ha affatto coscienza dei mali che la divorano, che copre le sue miserie e le sue ingiustizie con apparenze di prosperità, di splendore e di spensieratezza. In materna comprensione, ella volge uno sguardo su questo mondo riscattato dal sangue del Figlio suo, dove, purtroppo, il peccato ogni giorno accumula tante stragi, ed ella, per tre volte, lancia il suo vibrante richiamo: “Penitenza, penitenza, penitenza!”. Chiede inoltre atti significativi: “Andate a baciare la terra in penitenza per i peccatori”. E agli atti occorre aggiungere la preghiera: “Pregherete Dio per i peccatori”. Come al tempo di Giovanni Battista, come all’inizio del ministero di Gesù, lo stesso invito, forte e perentorio, indica agli uomini la via del ritorno a Dio: “Pentitevi” (Mt 3, 2; 4,17). Chi oserebbe dire che questo appello alla conversione del cuore abbia perduto nei giorni nostri qualche cosa della sua efficacia?» (Enciclica Le pèlerinage de Lourdes del 2 luglio 1957, nel centenario delle apparizioni).

La penitenza, come spiega Pio XII, è innanzitutto un appello alla conversione del cuore, un pentimento profondo, una riconciliazione dell’uomo con Dio. È solo in questa prospettiva che possiamo comprendere il significato dei miracoli che caratterizzano Lourdes, fino dalle sue origini, rendendola un punto di riferimento mondiale per i malati e i sofferenti. Per evitare ogni forma di sensazionalismo, la Chiesa volle fin dall’inizio un rigoroso discernimento di queste guarigioni. Nel 1905, san Pio X istituì ufficialmente il Bureau des constatations médicales, l’Ufficio delle constatazioni mediche del santuario, dove, medici di diversa formazione e convinzione religiosa esaminano con criteri scientifici le guarigioni dichiarate.

Secondo Alessandro De Franciscis, presidente del Bureau dal 2009, negli archivi del santuario sono conservate le documentazioni di circa 7.500 guarigioni considerate inspiegabili dal punto di vista medico. Di queste, solo 72 sono state riconosciute ufficialmente dalla Chiesa come miracoli, a conferma di un discernimento estremamente prudente. Il 16 aprile 2025, il santuario ha accolto la proclamazione dell’ultimo miracolo ufficiale di Lourdes: la guarigione, avvenuta nel 2009, di Antonia Raco, affetta da Sclerosi Laterale Primaria.

Tuttavia, ridurre Lourdes a un semplice “luogo di miracoli” sarebbe fuorviante: le guarigioni fisiche, pur straordinarie, sono inserite in un orizzonte più ampio, dove il vero centro è la conversione del cuore. Quando Gesù dice al paralitico: «Ti sono rimessi i tuoi peccati» (Mc 2, 5), e poi lo guarisce nel corpo, manifesta che la guarigione fisica è segno di un’autorità più alta. «Cristo – spiega san Tommaso d’Aquino – compì miracoli corporali per mostrare che aveva il potere di compiere miracoli spirituali, che sono più grandi» (Summa Theologiae, III, q. 44, a. 2). Chi è in grado di guarire i corpi, può guarire l’anima, restituendo alla vita ciò che sembra inesorabilmente destinato alla morte. Per essere guariti dobbiamo però accogliere le grazie di pentimento e di conversione che Gesù ci offre.

L’appello alla penitenza e alla conversione di Lourdes non è diverso da quello di Fatima, dove, secondo il “Terzo Segreto”, i tre pastorelli videro «al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza!». Tre volte, come a Lourdes, sono ripetute queste parole, non dalla Madonna però, ma da un Angelo che impugna una spada di fuoco.

Chi rifiuta il pentimento e la penitenza, attira su di sé non la misericordia, ma la giustizia di Dio. A rue du Bac, a Lourdes, a Fatima, il messaggio del Cielo non cambia: è una pressante richiesta agli uomini affinché ritornino a Dio, prima di provare le terribili conseguenze dell’allontanamento da Lui. Quando e come avverrà la risposta della terra alle richieste misericordiose del Cielo?

IL MESSAGGIO DI PAPA LEONE AI SACERDOTI: “SIATE SANTI”

Il messaggio di Leone XIV ai sacerdoti di Madrid: «Celibato, povertà e obbedienza sono il modo concreto in cui il sacerdote può appartenere interamente a Dio. Alla Chiesa non servono sacerdoti preti da una moltitudine di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il loro ministero attraverso una relazione viva con Lui»

Antonio Sanfrancesco – Famiglia cristiana

10 febbraio 2026 • 11:09

Una lettera nella forma, una vera e propria esortazione apostolica nella sostanza. È il messaggio che papa Leone XIV ha inviato agli oltre 1.500 sacerdoti dell’Arcidiocesi di Madrid riuniti per il “Convivium”, la grande Assemblea presbiterale in corso il 9 e 10 febbraio nella capitale spagnola. Un testo denso, pastorale e insieme profetico, nel quale il Pontefice offre una riflessione ampia sul sacerdozio oggi, sul suo ruolo nella Chiesa e nel mondo contemporaneo, sul senso evangelico di celibato, povertà e obbedienza, intesi «non come negazione della vita», ma come «modo concreto» di appartenere interamente a Dio.

Convocata dal cardinale arcivescovo José Cobo Cano, l’Assemblea riunisce sacerdoti impegnati nei consigli pastorali parrocchiali, nelle congregazioni religiose, nei decanati, nei movimenti e nelle nuove realtà ecclesiali della diocesi. Quattro i grandi temi posti al centro del discernimento, emersi dal lavoro di circa 300 gruppi coinvolti in un percorso articolato in tre fasi: la stanchezza e la solitudine del sacerdote, il sovraccarico amministrativo, il rapporto con i vescovi e la revisione delle strutture che rischiano di ostacolare l’evangelizzazione.

«Figli miei», scrive il Papa nell’incipit della lettera, scegliendo un tono marcatamente paterno, «questa Assemblea è per voi un’occasione di fraternità e di unità, per sostenervi reciprocamente nella missione che condividete». Leone XIV esprime anzitutto gratitudine per il servizio quotidiano dei presbiteri, spesso vissuto «in mezzo alla fatica, a situazioni complesse e a una dedizione silenziosa di cui solo Dio è testimone».

Accanto alle parole di vicinanza e incoraggiamento, il Pontefice propone però anche una «riflessione serena e onesta» sulla condizione del sacerdozio nel contesto culturale attuale.

Un contesto segnato, osserva, da «processi avanzati di secolarizzazione, da una crescente polarizzazione del discorso pubblico e da una tendenza a ridurre la complessità della persona umana, interpretandola attraverso ideologie o categorie parziali e insufficienti». In questo scenario, avverte Leone XIV, «la fede rischia di essere strumentalizzata, banalizzata o relegata nell’ambito dell’irrilevante», mentre prendono forma modelli di convivenza «che prescindono da qualsiasi riferimento trascendente».

A questo si aggiunge un mutamento culturale profondo: «la progressiva scomparsa di punti di riferimento condivisi». Per secoli, ricorda il Papa, «il seme cristiano ha trovato un terreno ampiamente fertile», perché domande di senso e categorie morali fondamentali erano almeno in parte comuni. Oggi, invece, «questo terreno comune si è notevolmente indebolito» e «molti dei presupposti concettuali che per secoli hanno facilitato la trasmissione del messaggio cristiano hanno cessato di essere evidenti, e in molti casi persino comprensibili». Il Vangelo, sottolinea, incontra non solo indifferenza, ma «un diverso panorama culturale, in cui le parole non hanno più lo stesso significato e in cui il primo annuncio non può più essere dato per scontato».

Eppure, nel discernimento del Pontefice, non tutto è perduto. Anzi. «Sono convinto», scrive, «che una nuova inquietudine si stia agitando nel cuore di molte persone, soprattutto dei giovani». L’assolutizzazione del benessere, osserva Leone XIV, «non ha portato la felicità attesa»; una libertà sganciata dalla verità «non ha generato il compimento promesso»; il solo progresso materiale «non è riuscito a soddisfare i desideri più profondi del cuore umano». Da qui nasce una stanchezza diffusa, un senso di vuoto che sta però aprendo molti a «una ricerca più onesta e autentica», capace di ricondurre «all’incontro con Cristo».

Per questo, ammonisce il Papa, «non è un tempo di ritiro o di rassegnazione, ma di presenza fedele e di generosa disponibilità».

La Chiesa – e Madrid in particolare – non ha bisogno di sacerdoti definiti dalla quantità di compiti o dalla pressione dei risultati, ma di uomini «configurati a Cristo», capaci di sostenere il loro ministero attraverso «una relazione viva con Lui, alimentata dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale segnata dal dono sincero di sé».

Non si tratta, chiarisce Leone XIV, di «inventare nuovi modelli» o di «ridefinire l’identità» del presbitero. La parola chiave è piuttosto «riproporre»: «Riproporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico: l’essere alter Christus», attraverso «un ministero vissuto nell’intimità con Dio» e nel «servizio concreto alle persone».

Per rendere visibile questo cammino, il Papa ricorre a un’immagine fortemente simbolica: la cattedrale dell’Almudena. La facciata, osserva, «indica, suggerisce, invita», ma non esaurisce il mistero dell’edificio. Così il sacerdote: «non vive per mettersi in mostra, ma nemmeno per nascondersi. La sua vita è chiamata a essere visibile, coerente e riconoscibile, anche se non sempre viene compresa». E come la facciata «non esiste per se stessa», ma conduce all’interno, così «il sacerdote non è mai fine a se stesso»: tutta la sua vita «è chiamata a indicare Dio e ad accompagnare il cammino verso il Mistero, senza usurparne il posto».

La soglia della cattedrale segna poi «un passaggio, una separazione necessaria»: «Prima di entrare, qualcosa rimane fuori». È qui che il Papa colloca il senso evangelico del celibato, della povertà e dell’obbedienza: «essere nel mondo, ma non del mondo», vivendo queste scelte «non come negazione della vita, ma come modo concreto in cui il sacerdote può appartenere interamente a Dio continuando a camminare tra gli uomini».

La cattedrale, ricorda ancora Leone XIV, è anche «una casa comune, dove tutti hanno un posto». Così deve essere la Chiesa, «soprattutto verso i suoi sacerdoti: una casa che accoglie, protegge e non abbandona mai». Da qui l’appello alla fraternità presbiterale come esperienza concreta: «sapersi a casa, responsabili gli uni degli altri, attenti alla vita dei fratelli e pronti a sostenersi a vicenda». E l’esortazione accorata: «Figli miei, nessuno si senta esposto o solo nell’esercizio del ministero: resistiamo insieme all’individualismo che impoverisce il cuore e indebolisce la missione».

Proseguendo nella lettura simbolica dell’edificio sacro, il Papa indica nelle colonne l’immagine di una vita che «non si sostiene da se stessa», ma poggia sulla «Tradizione viva della Chiesa» e sul «Magistero». Solo così il sacerdote evita di «costruire sulla sabbia di interpretazioni parziali o di enfasi circostanziali» e rimane ancorato «alla salda roccia che lo precede e lo supera». Al centro, poi, il fonte battesimale e il confessionale, luoghi in cui risiede «la vera forza che edifica la Chiesa». Sacramenti da celebrare con dignità, ma anche da ricevere: «Non dimenticate che non siete la sorgente, ma il canale, e che anche voi avete bisogno di bere a quell’acqua. Perciò, non trascurate la confessione, tornando sempre alla misericordia che annunciate».

Infine, guardando alle cappelle laterali – diverse per storia e provenienza artistica, ma tutte orientate nella stessa direzione – Leone XIV richiama l’armonia dei carismi nella Chiesa: «Nessuno è ripiegato su se stesso, nessuno rompe l’armonia dell’insieme». È un’immagine che vale anche per la pluralità di spiritualità e vocazioni attraverso cui «il Signore arricchisce e sostiene» il ministero sacerdotale.

Lo sguardo conclusivo è rivolto al centro di tutto: «Guardiamo al centro, figli miei», esorta il Papa, «qui si rivela ciò che dà senso a ciò che fate ogni giorno e da dove scaturisce il vostro ministero». Da qui l’invito finale, semplice ed esigente insieme: «Siate adoratori, persone di profonda preghiera, e insegnate al popolo a fare lo stesso». E la consegna che riassume l’intera lettera: «Siate santi!»

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