"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 40 di 146

Il senso di colpa e la nuova barbarie nella Russia di Putin

di Stefano Caprio – Asia News – 21 Dicembre 2025

Presentata l’ultima opera di Viktor Erofeev, voce critica della guerra fin dalla Crimea. Reprimere il senso di colpa è diventato un fenomeno automatico. Il crollo dell’Unione Sovietica e la Chiesa ortodossa che non si è mai scusata per la collaborazione col regime ateista. Le profezie di Khruščev sulle guerre russe in Georgia e in Ucraina e il fallimento delle opposizioni all’estero. 

Lo scrittore russo Viktor Erofeev, una delle personalità più significative della letteratura russa post-sovietica che vive a Berlino dal 2022, non approvando la politica aggressiva del Cremlino fin dall’annessione della Crimea, ha presentato a Praga il suo ultimo libro La nuova barbarie: un romanzo di fantasia sulla colpa della Russia. Si tratta di una riflessione sulla coscienza attuale dei russi e sulle sue radici storiche e psicologiche, ma anche su quell’essenza eterna del nazionale che oggi si fa attuale, scandendo il ritmo dei nostri giorni, “dell’eternamente selvaggio nell’anima russa, del selvaggiamente eterno”.

Erofeev inizia con una storia parabolica sulla tazza di sua nonna, simbolo del temperamento della Russia: “Mia nonna, Anastasia Nikandrovna, era una bellezza dalle guance rosee, ma anche le bellezze a volte rompono le tazze”. La tazza blu le scivolò dalle mani, cadde sul pavimento della cucina e si ruppe, frantumandosi in mille pezzi, lasciando solo il manico rotto, in un angolo, nella sua inutile integrità. La nonna non ha mai detto: “Ho rotto una tazza”. Lo diceva esattamente così: “Si è rotta la tazza. Come se una tazza potesse rompersi da sola. Certo, avrebbe potuto rompersi accidentalmente, ed è esattamente quello che è successo. Immagino mia nonna, disperata, in preda a un impeto di rabbia (aveva un temperamento feroce), che rompe deliberatamente la tazza, ma non la immagino mentre decide di scusarsi: ho rotto la tazza”.

Questa tazza rotta incarna il concetto di colpa russo, e il rifiuto categorico di riconoscerlo, forse perché la punizione per un crimine commesso in Russia non è mai proporzionata al crimine stesso, ma è sempre maggiore “come l’impasto che fuoriesce da una pentola, e trabocca nell’esistenza”. Una tazza in una famiglia povera è un tesoro, e “la povertà è il vizio della Russia; se distruggo un tesoro di famiglia, ho commesso un crimine familiare e sarò punito per questo, ma non posso comprarmi una tazza nuova. Non ne ho i mezzi. Sposto la colpa, se non su qualcun altro, sulla tazza stessa. Mi è scivolata dalle mani e si è frantumata”.

La parabola indica che reprimere il senso di colpa dalla coscienza è diventato un fenomeno automatico per i russi: a causa di una tazza rotta, possono perdere tutto. L’accusa di aver rotto una tazza può riversarsi in tutti gli altri ambiti dell’esistenza. Non c’è da stupirsi che nella conversazione quotidiana russa si usino spesso i concetti di “sempre” e “mai”. Non ti lavi mai bene le mani prima di mangiare, non saluti mai la mia metà della famiglia.

Nessuno si è assunto la colpa per il crollo dell’Unione Sovietica, né i capi di partito, né i militari, e Vladimir Putin ripete spesso che si è trattato della “più grande tragedia dei nostri tempi”, anche se non si sa chi ha mandato in bancarotta l’economia socialista, chi ha voluto gettarsi nella corsa agli armamenti per superare l’Occidente nelle “guerre stellari”, chi ha invaso l’Afghanistan generando una catena infinita di rancori e vendette, da cui si sono sviluppati i movimenti radicali islamici, l’attentato alle Torri Gemelle di New York, le guerre dell’Isis e tanto altro ancora.

La Chiesa ortodossa non ha voluto scusarsi per la collaborazione al regime ateista, che la usava per addormentare le coscienze dei pochi fedeli rimasti e sostenere la propaganda ideologica a livello internazionale, e dalla rinascita religiosa spontanea si è impadronita delle coscienze dei nuovi fedeli per rimetterli sotto il controllo dello Stato. Proprio in questi giorni il patriarca Kirill si è vantato che “nessun’altra città al mondo vede tante chiese in costruzione come Mosca”, dove a pregare va sempre meno gente, e solo per sostenere la guerra.

Secondo Erofeev “scaricare sugli altri le proprie colpe è lo sport nazionale russo, perché gli uomini forti non sono portati a chiedere scusa: prendersi la responsabilità per la tazza rotta è una cosa da stupidi”. Lo scrittore appartiene alla generazione “post-modernista” a cavallo del XX e XXI secolo, che descrive la realtà con immagine utopiche rivolte al passato più che al futuro fantascientifico. Già nel 1982 aveva formato un gruppo letterario chiamato Eps dalle iniziali del suo cognome insieme a quelli del concettualista Dmitrij Prigov e del “profeta del putinismo” Vladimir Sorokin, autore nel 2006 del “Giorno dell’Opričnik”, in cui esponeva satiricamente il corso della politica russa trasformando Putin nel capo degli opričniki, le guardie di Ivan il Terribile, il crudele Maljuta Skuratov, in una Russia che si isola dal resto del mondo innalzando nuovi muri verso Occidente e riscoprendo la sua natura asiatica. Oggi i russi gli chiedono di non scrivere altri romanzi del genere, per evitare che la realtà superi di molto la fantasia.

Lo scrittore si distingue dal giornalista che vuole “andare fuori verso il pubblico”, mentre invece preferisce “chiudersi in una stanza dove può criticare tutto e tutti, perché al chiuso egli è libero”, una condizione che riporta all’atteggiamento dei dissidenti sovietici dell’epoca del samizdat, che sta tornando sempre più attuale. Il padre di Erofeev aveva lavorato come interprete di Stalin, e per questo era stato poi mandato come diplomatico a Parigi, dove il piccolo Viktor è cresciuto con la convinzione che “l’Europa è la mia casa, è la mia stanza libera”, senza per questo rinunciare alla propria identità russa. Da questa convinzione egli trae le ragioni della sua natura di scrittore, che non è quella di “uno che vuole scrivere, ma che vuole vivere ogni emozione… scrittori si nasce, non si diventa”. Nel 1975 si laureò con una tesi che suscitò un certo scalpore nell’Urss, sul tema “Dostoevskij e l’esistenzialismo francese”, e il suo primo saggio a 22 anni fu sul “Marchese de Sade, il sadismo e il XX secolo”, pubblicato sulla rivista “Questioni di letteratura” dopo lunghe discussioni e verifiche, accettato dopo l’inserimento di una citazione di Engels sul sadismo.

Ricordando i periodi passati, da lui vissuti tra l’Europa e l’Urss, Erofeev afferma che ai tempi di Brežnev c’era molta più libertà che nella Russia di Putin, in quanto “sotto Brežnev non si cercava più di costruire il comunismo, ma era il comunismo che costruiva case di lusso per gli alti funzionari”. Oggi invece “siamo finiti nel buio della notte, non ci sono più nemmeno analogie con il passato, forse soltanto con gli ultimi anni di Stalin”. Prima del Varvarstvo, il libro sulla barbarie della Russia, egli aveva scritto il Velikij Gopnik, applicando la definizione sovietica di gopnik, il “teppista di strada”, alla personalità del presidente Vladimir Putin, come simbolo della “stupidità sempre più diffusa del nostro tempo, da cui nasce la barbarie in cui viviamo”. I gopniki hanno un linguaggio volgare e sfrontato, come Putin che in questi giorni accusa gli europei di essere “porcellini alla corte di Biden”, e che la Russia non avrebbe mai potuto diventare parte della civiltà occidentale. “Non esiste alcuna civiltà, ma solo fetida degradazione”, come ha ripetuto in vari modi alla “linea diretta” del 19 dicembre coi cittadini, rispondendo anche alle domande dei bambini.

D’altra parte, la barbarie è un fenomeno ricorrente nella storia, dai tempi dell’antica Grecia e della dissoluzione dell’Impero romano, e oggi si ripete in modalità “assolute e universali” alla fine di una civiltà ultra-liberale, formatasi dopo le guerre mondiali. In questo lo scrittore identifica la “colpa russa”, avendo inaugurato la stagione della barbarie a cui oggi si stanno adeguando tutti gli altri popoli. Nel romanzo, la Colpa Russa si personalizza in una giovane donna di 32 anni (il periodo post-sovietico), moglie del narratore, che “esprime amore e odio senza ragioni logiche”, una figura dimostrativa dell’incubo vissuto oggi dai russi.

Si ricorda quando il dittatore georgiano Josif Stalin morì nel 1953, e il suo successore, l’ucraino Nikita Khruščev, si rivolse alla popolazione con l’appello “cerchiamo almeno di non ammazzarci l’un l’altro”, profetizzando le recenti guerre russe in Georgia e in Ucraina. Allora la successione dei capi di partito cercava di esprimere qualche sentimento di umanità, da Brežnev ad Andropov e Černenko fino a Gorbačëv, mentre oggi “il tempo lavora contro di noi, la speranza è che quello che stiamo vivendo finisca il prima possibile”.

Si dice infatti che “la speranza è l’ultima a morire”, mentre secondo Erofeev in Russia “la speranza muore per prima”. Anche le opposizioni all’estero, che in questi giorni stanno litigando e lanciandosi reciproci improperi, non rappresenta più una vera intelligentsija, al massimo è “una classe media di buona istruzione”, ma del resto “non è che in Francia o altrove si veda in giro un’autentica classe di intellettuali che possano salvare il mondo”.

Erofeev è comunque convinto che “la Russia non è ancora morta, perché la Russia è tanta roba, non può morire del tutto”. Nessuno può dire quale Russia ci sarà dopo la guerra, ammesso che la guerra in qualche modo finisca o almeno si interrompa, cosa che Putin non vuole in nessun modo, ma come era accaduto alla fine dell’Urss, “nessuno si prenderà la colpa dei disastri avvenuti, saremo tutti una pagina bianca su cui scrivere un nuovo romanzo”.

Il Natale è un patrimonio culturale, non un dogma da neutralizzare

LA DECOLONIZZAZIONE CHE TOGLIE GESU’ DALLA SUA FESTA

Daniela Santus  20 dicembre 2025 – IL FOGLIO

Nel nome dell’inclusione si finisce per svuotare il Natale della sua storia, trasformando una tradizione stratificata e condivisibile in un rituale neutro e senza senso. Ma includere non significa cancellare: significa conoscere, spiegare e aggiungere, non fare tabula rasa

Negli ultimi anni l’espressione “decolonizzare il Natale” è entrata nel dibattito pubblico con toni spesso accesi. Da un lato c’è chi ritiene necessario ripensare tradizioni considerate “occidentali” per renderle più universali; dall’altro chi vede in questo tentativo una forzatura ideologica che svuota la festa delle sue radici storiche e culturali. Al centro, però, c’è una questione più profonda: quando si parla di inclusione, si rischia talvolta di confonderla con la cancellazione di tutto ciò che appare culturalmente connotato come cristiano o ebraico. Dunque potenzialmente divisivo.

Certo non si può negare che molti elementi iconografici e narrativi della festa siano nati in un contesto europeo cristiano: i presepi, le messe, l’immaginario invernale, Babbo Natale e le renne. Ma dov’è il danno? Anche perché, se davvero si volesse riportare la nascita di Gesù alle sue “origini” mediorientali, allora dovremmo parlare di una madre ebrea, Mirjam, che da Nazareth giunse a Betlemme dove diede alla luce un bambino destinato a crescere come ebreo osservante, a insegnare come un rabbi e a morire per mano degli occupanti romani, che temevano “il re dei Giudei”. Questa sarebbe l’unica forma di “decolonizzazione” che apporterebbe contesto ed educazione. Invece si preferisce l’assurdo. E i casi concreti che affollano le cronache di questi giorni dimostrano quanto questa deriva sia ormai sistemica. 

A Reggio Emilia, la scuola primaria San Giovanni Bosco ha riscritto il testo di Jingle Bells eliminando ogni riferimento a Gesù. “Aspettando quei doni che regala il buon Gesù” è diventato “Aspettano la pace e la chiedono di più”; “Oggi è nato il buon Gesù” si è trasformato in “Oggi è festa ancor di più”. A Magliano in Toscana, stessa sorte: il nome di Gesù espunto dai canti natalizi “per garantire la laicità dell’istituto”. A Carate Brianza, le maestre hanno premurosamente avvisato i genitori che i bambini avrebbero intonato “canzoni natalizie non religiose” durante una visita a una Rsa. Come se “Astro del Ciel” e “Tu scendi dalle stelle” – brani risalenti rispettivamente al XIX e al XVIII secolo – fossero diventati improvvisamente testi eversivi da mettere all’indice.

L’epicentro di questo fenomeno è forse Berlino, una città che mesi fa ha acceso illuminazioni pubbliche per il Ramadan e che adesso dibatte su come decolonizzare il Natale. Il “Forum delle religioni di Berlino” ha infatti organizzato un evento interreligioso (ma, guarda caso, non c’erano relatori ebrei) presso la Friedenskirche in cui, come ha reso noto Dorothea Schupelius del Welt, “relatori musulmani hanno spiegato quali abissi religiosi si nascondano nella corona dell’Avvento”. Il tutto finanziato dagli ignari contribuenti.

Così come le scuole italiane che espungono ogni riferimento a Gesù dai canti natalizi, anche l’evento di Berlino aveva quale scopo dichiarato quello di tutelare sensibilità diverse. Ma qui si annida il paradosso più clamoroso: Gesù è forse una figura che “esclude”? Per l’ebraismo è un maestro ebreo. Per il cristianesimo, il Logos incarnato. Nell’islam è un grande profeta, destinato a tornare prima del Giorno del Giudizio per sconfiggere l’Anticristo e ristabilire la giustizia divina. In alcune correnti induiste, Gesù viene interpretato come avatar di Vishnu. Eliminare il suo nome per garantire l’inclusività, o addirittura eliminare il Natale, sono scelte che si fondano su ignoranza teologica mascherata da progressismo: si presume di tutelare sensibilità religiose di cui evidentemente si ignora il contenuto dottrinale.

Il punto critico è che l’inclusione autentica non consiste nel rendere tutto neutro, ma nell’offrire gli strumenti per comprendere e valorizzare la diversità. Un bambino musulmano, induista o ebreo non trae beneficio dall’ascoltare un canto svuotato di significato; ne trae invece dall’imparare che quella canzone nasce da una tradizione diversa dalla sua, che può essere rispettata senza essere assunta come propria. Invece, a una tradizione millenaria si contrappone la negazione, l’opportunismo o, peggio ancora, il falso storico: come quando si parla di “Gesù palestinese” e si adagia una kefiah nella mangiatoia. O come quando Gesù proprio scompare e allora ci si chiede quale natalità si celebri a Natale, com’è accaduto alla scuola primaria Moscati di Milano. Qui, alla recita natalizia, i bambini hanno cantato una canzone palestinese, in arabo. Con ciò non intendo dire che i bimbi non debbano imparare canzoni palestinesi, penso piuttosto che presentarle a Natale sia scorretto.

Seppur sia vero che il Natale non è solo un evento religioso, è per certo un evento culturale: è legato al ciclo stagionale, alla dimensione familiare, ai rituali condivisi. In molti paesi è festa civile oltre che spirituale. La storia stessa del Natale dimostra che non esiste una tradizione monolitica da difendere o da abbattere. Ma non è una tradizione araba o islamica. Dal Medioevo delle sacre rappresentazioni al Settecento dei grandi oratori, fino all’Ottocento borghese che ha inventato l’albero e i regali, ogni epoca ha aggiunto un tassello.

E’ proprio questa stratificazione che rende il Natale un patrimonio culturale, non un dogma da neutralizzare. Eliminarne gli elementi storici significa ridurlo a un generico “periodo invernale di lucine e regali”. L’inclusivismo eccessivamente prudente produce l’effetto opposto: impoverisce il senso di appartenenza e priva i giovani della possibilità di confrontarsi con un patrimonio millenario.

Significativo è il caso dei genitori italiani che si sono ribellati a queste scelte. Una madre su Facebook si è chiesta: “Mi domando se sia veramente laico censurare Gesù o semplicemente discriminatorio”. La domanda coglie nel segno: il problema non è l’inclusione, ma il metodo. Un approccio più maturo partirebbe da un principio elementare: includere significa aggiungere, non sottrarre. Accanto ai canti tradizionali cristiani si potrebbero introdurre, a seconda dei momenti in cui cadono le varie feste, canti per Hanukkah, Mawlid, Diwali, o anche tradizioni legate al solstizio d’inverno.

 Si mostrerebbe così che il mondo è ricco, non omogeneo. Ogni bambino si riconosce in qualcosa e impara qualcosa degli altri. E’ esattamente ciò che accade in Israele e anche in qualche Paese musulmano (Tunisia, Libano ad esempio) dove si vedono decorazioni natalizie e bambini ebrei e musulmani che partecipano ai presepi viventi: non per conversione, ma per rispetto culturale e curiosità umana.

Decolonizzare il Natale è solo un modo per creare un vuoto culturale. Spieghiamo piuttosto ai nostri bambini che Gesù era ebreo, che quando è nato quella terra si chiamava Giudea e non Palestina, parliamo loro dell’occupazione romana che ne ha cambiato il nome e introduciamo il modo in cui le altre fedi hanno riconosciuto in lui un fratello, tanto da trovare posto in ognuna.

 Il Natale non ha bisogno di essere reso asettico per essere condiviso: ha soltanto bisogno di essere compreso nella sua storia, nelle sue trasformazioni, nelle sue diverse letture religiose.

Il Papa: si ascolti il gemito della terra e dei poveri, la storia è nelle mani di Dio

All’ultima udienza giubilare in piazza San Pietro, Leone XIV sottolinea che molti potenti non ascoltano il grido della creazione e che la ricchezza della terra è “sempre più concentrata, ingiustamente”, nelle mani di pochi. “Dio ha destinato a tutti i beni del creato – dice il Pontefice – perché tutti ne partecipino. Il nostro compito è generare, non derubare”. “Quella che minaccia e uccide non è forza: è prepotenza, è paura aggressiva, è male che non genera niente. La forza di Dio fa nascere”

Tiziana Campisi – Città del Vaticano – Vatican News – 20- 12 – 2025

“Rimarremo pellegrini di speranza”. Nell’ultima delle udienze giubilari del sabato, avviate lo scorso gennaio da Papa Francesco e proposte per lo più due volte al mese, Leone XIV raccomanda ai fedeli di tenere a mente che se il Giubileo sta per concludersi “non finisce però la speranza” che l’Anno Santo ha fatto sbocciare, e dunque il cammino dei credenti prosegue. Il Pontefice arriva in piazza San Pietro poco dopo le 10 e sulla sua jeep bianca saluta le 12mila persone giunte da diverse parti del mondo. Tra bandiere che sventolano e scritte per presentarsi al Papa, c’è chi arriva dagli Stati Uniti, dall’Argentina, dalla Spagna; come di consueto, il Papa si ferma a benedire bambini e a parlare con alcuni gruppi, mentre ai malati riserva alcuni minuti alla fine, accostandosi a ciascuno di loro prima di lasciare la piazza.

Leone XIV tra i fedeli in piazza San Pietro

Leone XIV tra i fedeli in piazza San Pietro (@VATICAN MEDIA)

Dal sagrato della Basilica vaticana, poi, concludendo oggi, 20 dicembre, gli incontri speciali per i pellegrini venuti a Roma per il Giubileo, il Vescovo di Roma, nella sua catechesi sul tema “Sperare è generare. Maria, speranza nostra”, afferma che “la storia è nelle mani di Dio e di chi spera in Lui” e chiede di avere cura del creato.

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DELLA CATECHESI DI LEONE XIV

Il Papa mentre si sofferma con alcuni malati

Il Papa mentre si sofferma con alcuni malati (@VATICAN MEDIA)

Ascoltare il grido della terra e dei poveri

La riflessione del Papa prende spunto dalla Lettera ai romani di San Paolo, nella quale l’Apostolo delle genti scrive che “tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi”. Da qui l’invito “ad ascoltare e a portare in preghiera il grido della terra” e “dei poveri”.

“Tutta insieme” la creazione è un grido. Ma molti potenti non ascoltano questo grido: la ricchezza della terra è nelle mani di pochi, pochissimi, sempre più concentrata – ingiustamente – nelle mani di chi spesso non vuole ascoltare il gemito della terra e dei poveri. Dio ha destinato a tutti i beni del creato, perché tutti ne partecipino. Il nostro compito è generare, non derubare.

E se “Dio genera sempre” e “crea ancora”, aggiunge Leone, “noi possiamo generare con Lui, nella speranza”, perché “non c’è solo chi ruba, c’è soprattutto chi genera”.

Il Papa sul sagrato della basilica vaticana

Il Papa sul sagrato della basilica vaticana (@VATICAN MEDIA)

La forza di Dio fa nascere

Con lo sguardo al Natale ormai alle porte, il Papa spiega che in Gesù, “come avevano intuito i profeti, Dio è un grembo di misericordia. L’Onnipotente “genera sempre” e “in Lui non c’è minaccia, ma perdono”, aggiunge, richiamando, ancora le parole di San Paolo ai romani: nella speranza siamo stati salvati.

La speranza è generativa. Infatti è una virtù teologale, cioè una forza di Dio, e come tale genera, non uccide ma fa nascere e rinascere. Questa è vera forza. Quella che minaccia e uccide non è forza: è prepotenza, è paura aggressiva, è male che non genera niente. La forza di Dio fa nascere.

Leone XIV mentre benedice un bambino]

Leone XIV mentre benedice un bambino] (@Vatican Media)

Dare corpo e voce a Cristo

Tale forza di Dio che genera è visibile in Maria, prosegue il Pontefice. “Dio l’ha resa feconda e ci è venuto incontro coi suoi tratti, come ogni figlio somiglia alla madre”, per questo “è Madre di Dio e nostra” e nel Salve Regina la chiamiamo “speranza nostra”. Maria “somiglia al Figlio e il Figlio somiglia a lei” e tutta l’umanità somiglia “a questa Madre che ha dato volto, corpo, voce alla Parola di Dio”. Perché questa stessa umanità può “generare la Parola di Dio quaggiù, trasformare il grido” che ascolta “in un parto”.

Gesù vuole nascere ancora: possiamo dargli corpo e voce. Ecco il parto che la creazione attende. Sperare è generare. Sperare è vedere che questo mondo diventa il mondo di Dio.

E nel mondo di Dio gli esseri umani e tutte le creature dimorano “insieme, nella città-giardino, la Gerusalemme nuova”, ricorda, infine, il Pontefice, che invoca “Maria, speranza nostra” affinché “accompagni sempre” il “pellegrinaggio di fede e di speranza” di tutti gli uomini.

Il Papa sulla sua jeep bianca

Il Papa sulla sua jeep bianca (@Vatican Media)

Accostarsi a Gesù Bambino con fede e umiltà

Nei saluti ai pellegrini polacchi l’auspicio che “il Bambino Gesù riempia di pace” i cuori di tutti, poi, l’affidamento a Lui dei giovani, “affinché con coraggio e pieni di speranza comprendano l’importanza del matrimonio sacramentale e siano aperti alla nuova vita”. E prima di concludere l’udienza, nell’indirizzo di saluto in lingua italiana, a tutti i credenti un’ulteriore raccomandazione nell’imminenza del Natale, quella di accostarsi “al mistero di Betlemme con gli stessi sentimenti di fede e di umiltà che furono di Maria, per divenire ricchi di speranza e di letizia”.

Leone XIV con una bambina

Leone XIV con una bambina (@VATICAN MED

La nascita di Gesù raccontata dalla Venerabile Maria di Ágreda 

Suor Maria di Gesù di Ágreda (1602-1665) è una religiosa dell’Ordine delle Concezioniste Francescane, mistica e scrittrice della Spagna del XVII secolo. Dopo la professione dei voti, cominciò ad avere prove fisiche e morali che si susseguivano in lei con tale intensità che, come essa stessa confessò, per oltre 40 anni provò dolori di morte ma senza morirne, insieme a doni eccezionali, sia esteriori (poi venuti meno) che interiori. Suor Maria scrisse varie opere d’edificazione spirituale, la più nota delle quali è la «Mistica Città di Dio», una sorta di biografia della Madonna, da cui è stato estratto il racconto della nascita di Gesù.

“Maria santissima e Giuseppe entrarono in questo alloggio preparato per loro… Questo era tutto fatto di macigni naturali e rozzi senza alcuna particolarità ed era tale che gli uomini lo giudicarono adatto solo come rifugio di animali; l’eterno Padre, però, l’aveva destinato ad essere abitazione e riparo del suo stesso Figlio… San Giuseppe accese del fuoco con gli attrezzi che a tale scopo aveva portato con sé. E poiché il freddo era grande, vi si avvicinarono per riceverne un po’ di sollievo; mangiarono il povero cibo che avevano portato con incomparabile gioia delle loro anime, sebbene la Regina del cielo e della terra, essendo prossima l’ora del suo parto divino, fosse tanto assorta e rapita nel mistero che non avrebbe mangiato niente, se non si fosse frapposta l’obbedienza al suo sposo.

Una volta terminato di mangiare, ringraziarono il Signore come facevano sempre. Dopo essersi trattenuti per breve tempo in tale ringraziamento e nel parlare tra loro dei misteri del Verbo incarnato, la prudentissima Vergine, che sapeva già vicina l’ora del suo felicissimo parto, pregò il suo sposo Giuseppe di ritirarsi a riposare e a dormire un poco, perché la notte era già molto avanzata. Il santo uomo ubbidì alla sua sposa e le chiese che ella pure facesse lo stesso; a tal fine aggiustò e preparò con i panni portati con sé una mangiatoia piuttosto larga, posta in terra per gli animali che vi si riparavano. Lasciando così sistemata in questa sorta di letto Maria santissima, il santo Giuseppe si ritirò in un angolo della grotta, dove cominciò a pregare. Subito fu visitato dallo Spirito divino e sentì una forza soavissima e straordinaria da cui fu rapito ed elevato in un’estasi in cui gli fu mostrato tutto ciò che avvenne in quella notte nella fortunata grotta, perché non riprese i sensi fino a che non lo chiamò la divina sposa

La Regina delle creature, nel luogo in cui si trovava, fu nel medesimo tempo mossa da una forte chiamata dell’Altissimo con un’efficace e dolce trasformazione, che la sollevò al di sopra di tutte le cose create, e sentì nuovi effetti del potere divino; questa estasi fu infatti una delle più belle ed ammirabili della sua santissima vita… Dal talamo verginale, dunque, il bambino Dio nacque solo e senz’altra cosa materiale o corporea che lo accompagnasse. La volontà divina fu che la prima volta la beatissima Madre vedesse il suo Figlio, uomo-Dio, glorioso nel corpo.

Già era tempo che la prudentissima ed accorta Signora chiamasse il suo fedelissimo sposo san Giuseppe…Conveniva, tuttavia, che anche con i sensi del corpo vedesse, toccasse, venerasse e adorasse il Verbo incarnato prima di qualsiasi altro mortale, perché egli solo era fra tutti eletto come dispensatore fedele di così eccelso mistero. Uscì dall’estasi per volontà della sua divina sposa e, ripresi i sensi, la prima cosa che vide fu il bambino Dio nelle braccia della sua Madre vergine, appoggiato al suo sacro volto e adagiato sul suo petto. Qui lo adorò tra le lacrime con profondissima umiltà. Gli baciò i piedi con tale giubilo ed ammirazione che gli sarebbe venuta meno la vita, se questa non gli fosse stata conservata dalla forza divina, ed avrebbe perso i sensi, se in quella circostanza non gli fosse stato necessario farne uso.

Dopo che il santo Giuseppe ebbe adorato il bambino, la prudentissima Madre chiese licenza al suo medesimo Figlio di sedersi e lo avvolse in fasce e pannicelli, che il suo sposo le porgeva con incomparabile riverenza, devozione e delicatezza. Così fasciato, la stessa Madre divina lo depose nella mangiatoia, dopo aver posto un po’ di paglia e di fieno su una pietra per adagiarlo nel primo letto che Dio fatto uomo ebbe sulla terra al di fuori delle braccia di sua madre.

Subito da quelle campagne venne con somma prontezza, per volontà divina, un bue. Entrato nella grotta si unì all’asinello che la medesima Regina aveva portato. Ella comandò loro di adorare, con la riverenza di cui erano capaci, il loro Creatore e di riconoscerlo tale. Gli umili animali obbedirono al comando della loro Signora e si prostrarono davanti al bambino, lo riscaldarono col proprio fiato e gli prestarono l’ossequio negato dagli uomini.

Così, Dio fatto uomo fu avvolto in panni e posto nella mangiatoia, fra gli animali, adempiendosi miracolosamente la profezia che dice: “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”.”

  • Autore dell’articolo: Miriam 
  • Articolo pubblicato:22 Dicembre 2022
  • Categoria dell’articolo: Esperienze mistiche
  • Sito: I primi sabati di Fatima

Fede e storia nel cuore di Betlemme

 Fede e storia nel cuore di Betlemme  QUO-292

L’Osservatore romano – 20 dicembre 2025

di Francesco Patton

Con l’avvicinarsi del Natale le menti e i cuori dei cristiani di tutto il mondo sono rivolti idealmente a Betlemme, cittadina che dista appena pochi chilometri da Gerusalemme. Sebbene le barriere fisiche e geopolitiche attuali la stiano isolando sempre più e, negli ultimi anni, i visitatori si siano ridotti drasticamente a causa della guerra, Betlemme rimane una delle mete più importanti per i pellegrini, perché è lì che Luca e Matteo collocano la nascita di Gesù Cristo, in quella piccola “Betlemme di Efrata” (Mi 5,1) che aveva dato i natali all’antenato illustre di Gesù, il Re Davide. Nel provare a raccontare qualcosa della ricchezza storica, archeologica e spirituale di questa città e del suo cuore che è la basilica della Natività con la Grotta in cui Maria diede alla luce Gesù e la Mangiatoia in cui lo depose dopo averlo avvolto in fasce, sono debitore soprattutto del testo dei confratelli Heinrich Fürst e Gregor Geiger, Terra Santa: Guida francescana per pellegrini e viaggiatori (Terra Santa Edizioni, Milano, 2018), che è certamente la guida più completa ai Luoghi Santi.

“Betlemme”, il nome della città, è ricco di stratificazioni storiche e linguistiche. In ebraico, Bet Lechem, è tradizionalmente tradotto come “casa del pane”, ma potrebbe derivare da una radice più antica, “casa di Lachamu”, antica divinità locale. Di fatto, l’interpretazione come “casa del pane” preannuncia Gesù come il Pane di Vita (cfr. Gv 6,35.41.51.). Il nome arabo della città, Beit Lahm, vuol dire invece “casa della carne”, anche questa interpretazione ha una risonanza teologica profonda e significativa, dato che a Betlemme, per riprendere le parole di san Francesco, il Figlio di Dio «dal grembo della Vergine Maria ricevette la vera carne della nostra umanità e fragilità» (2Lfed 4: FF 181).

Identità e comunità di Betlemme

La popolazione di Betlemme ha subito profonde trasformazioni nel corso dei secoli. Fino al 1947, la città era prevalentemente abitata da cristiani palestinesi. Oggi, su circa 30.000 abitanti, i cristiani rappresentare ormai meno del 40%, a causa del maggiore incremento demografico della popolazione musulmana, a causa del flusso emigratorio che ha riguardato soprattutto i cristiani e a causa dell’aver collocato a Betlemme ben tre grandi campi profughi palestinesi, i cui residenti sono musulmani.

Ciononostante, la connotazione cristiana di Betlemme è ancora evidente e lo si nota a prima vista per i campanili all’orizzonte. Dalla “piazza della Mangiatoia” si possono vedere, tra le altre, la chiesa siro-ortodossa dedicata alla Madre di Dio, quella protestante della Natività e la nuova chiesa dei Melchiti (cattolici di rito bizantino). Al centro e al cuore della città, circondata dai monasteri greco-ortodosso e armeno e dal convento francescano, troviamo la basilica della Natività. Il carattere cristiano della città è riconosciuto anche a livello politico, al punto che per decreto del presidente palestinese, il sindaco di Betlemme deve essere cristiano. Come in tutta la Terra Santa, la locale comunità cristiana è ecumenica: cattolici romani (circa 5.000 persone) e greco-ortodossi costituiscono le maggiori presenze, affiancati da greco-cattolici, armeni, siro-ortodossi e siro-cattolici, copti e luterani.

L’economia locale è tradizionalmente legata al turismo religioso, attività che negli ultimi decenni (e particolarmente negli ultimi anni) è stata messa in crisi dall’instabilità politica, dalla pandemia e dalle guerre. La maggior parte dei cristiani lavorano nell’accoglienza e guida dei pellegrini, così come nella produzione e vendita di souvenir in legno di ulivo e madreperla, un artigianato introdotto e incoraggiato dai francescani a partire dal XVI secolo.

La nascita e la grotta

L’evangelista Luca (2,1-7), narra in modo sobrio e al tempo stesso poetico la nascita di Gesù, legando la storicità dell’evento a un decreto di censimento da parte di Cesare Augusto. Nella prospettiva teologica di Luca, Giuseppe, in quanto discendente della casa di Davide, si reca a Betlemme per «farsi registrare». Matteo vede nella nascita di Gesù a Betlemme il compimento dell’antica profezia messianica di Michea (Mi 5,1) ed è grazie a questa profezia che i Magi potranno raggiungere la casa dove si trovano Maria, Giuseppe e il bambino Gesù (cfr. Mt 2,1-11).

Il luogo specifico della nascita è identificato con una grotta da una tradizione antichissima. Ne parla per primo il filosofo e martire Giustino (100 d.C. ca – Roma tra il 163 e il 167 d.C.), che, nel Dialogo con Trifone (78,5), scritto verso il 150 d.C., ci dà questa informazione: «A Betlemme nacque il bambino. Poiché Giuseppe non sapeva dove alloggiare in quel villaggio, riparò in una grotta nelle vicinanze. E mentre erano là, Maria diede alla luce il Cristo e lo depose in una mangiatoia». Anche un vangelo apocrifo di origine giudeo-cristiana, il Protovangelo di Giacomo, scritto a metà del II secolo, parlerà di una grotta in prossimità di Betlemme, come luogo della nascita di Gesù: «Giunti a metà del cammino, Maria disse a Giuseppe: “Fammi scendere dall’asina, perché quello che è in me mi fa forza per venire alla luce”. Egli la fece scendere dall’asina e le disse: “Dove ti condurrò per nascondere questa tua sconvenienza? Qui il luogo è deserto”. Ma trovò là una grotta e ve la condusse dentro» (ProtGc 17,3–18,1).

Al tempo in cui fu al potere l’imperatore Adriano (dal 117 al 138 d.C.), analogamente a quanto avvenne per il Santo Sepolcro a Gerusalemme, anche a Betlemme ci fu il tentativo di sopprimere il culto della locale comunità cristiana, sovrapponendo alla grotta un tempietto del dio greco Adone con annesso boschetto sacro. Verso il 248 d.C., il grande teologo Origene testimoniava: «Ora, riguardo al fatto che Gesù è nato a Betlemme, se qualcuno desidera ancora altre prove, dopo la profezia di Michea e il racconto dei Vangeli fatto dai discepoli di Gesù, basta far notare che d’accordo con la narrazione evangelica si addita ancora oggi a Betlemme la grotta dove nacque Gesù, e nella grotta, la mangiatoia dove fu avvolto in fasce. E questa cosa che viene additata è così famosa in quei luoghi, che anche i nemici della fede riconoscono che proprio in quella grotta è nato quel Gesù che è oggetto di venerazione e di ammirazione da parte dei Cristiani» (Contra Celsum, I,51, in Aristide Colonna, Origene, Contro Celso, Opere scelte, Utet, 87/1282, 2013).

La storia della basilica

Sopra la grotta della Natività fu eretta la prima grande basilica a cinque navate con un coro ottagonale. Recenti scavi suggeriscono che l’edificio originale fosse solo di poco più corto e altrettanto largo di quello attuale. La sua struttura, forse danneggiata da un incendio (probabilmente durante la sollevazione samaritana del 529 d.C.), fu in seguito ricostruita. La tradizione, non supportata pienamente dall’archeologia, vuole che l’imperatore Giustiniano (VI secolo) abbia distrutto la vecchia chiesa per realizzarne una più grande e bella.

Un evento storico cruciale nella sua conservazione avvenne nel 614, quando i Persiani, invadendo la Terra Santa e abbattendo quasi tutte le chiese, risparmiarono la basilica della Natività. La leggenda narra che ciò accadde perché, sui mosaici della facciata, videro raffigurati i Magi vestiti con abiti simili ai loro. Questo evento prodigioso e la successiva salvezza nel 1009 dalla furia distruttrice del califfo egiziano, Al-Hakim, ne hanno cementato la fama di luogo protetto.

Quando i crociati assunsero il controllo di Betlemme nel 1099, i primi sovrani del regno latino di Gerusalemme, Baldovino I e Baldovino II, scelsero Betlemme e non Gerusalemme per la loro incoronazione (rispettivamente nel 1100 e 1118): «La spiegazione più plausibile di questa scelta è quella fornita dalla leggenda di Eraclio: ci si sarebbe sentiti in imbarazzo a cingere la corona regale là dove il Re Messia aveva cinto una corona di spine» (Fürst-Geiger, Op. cit., 706/1021). I crociati si limitarono a ridecorare la struttura esistente. Nel 1335, i francescani subentrarono ai canonici agostiniani nel servizio ai pellegrini, stabilendosi stabilmente nel 1347 e fortificando il convento.

Nel tardo Medioevo, la basilica cadde in uno stato pietoso, di semi-abbandono. Nel 1480, il domenicano Felice Fabri la descrisse come «profanata, totalmente priva di lampade; sembrava un granaio» (ibidem). Grazie all’impegno dei francescani, un grande sforzo di restauro fu avviato con il contributo della Repubblica di Venezia (per le travi maestre), della Borgogna (per i trasporti) e dell’Inghilterra (per il piombo per i rivestimenti).

La co-proprietà dei francescani durò fino al 1637, quando iniziarono le diatribe che portarono, nel 1757, al trasferimento dell’amministrazione della chiesa e di parte della grotta agli ortodossi greci. Episodi successivi di tensioni, discussioni e di vari interventi anche diplomatici, culminati nel 1847 con la rimozione della stella d’argento dalla grotta (poi ripristinata), portarono le autorità ottomane a emettere, nel 1852, il decreto chiamato dello “Status Quo”, che riguarda la regolamentazione che è tuttora in vigore. Tale decreto impone rigorosamente il rispetto dei diritti e dei doveri di proprietà e d’uso sugli spazi sacri delle tre comunità principali (greci-ortodossi, cattolici romani/francescani e armeni apostolici).

Architettura e iconografia

La basilica della Natività è circondata dal monastero dei greci e degli armeni e dal convento dei francescani della Custodia di Terra Santa con l’annessa chiesa dedicata a S. Caterina d’Alessandria e l’ostello per pellegrini (Casa Nova), dando al complesso l’aspetto di una roccaforte. Il tratto distintivo della sua facciata è il portale d’ingresso più piccolo del mondo, alto solo 130 cm. Questo ingresso, originariamente un monumentale portale di Giustiniano, fu ridotto prima dai Crociati e poi ulteriormente murato attorno al 1500 per impedire che la chiesa fosse profanata usando l’atrio come stalla per cavalli o cammelli. Oggi è un potente simbolo teologico, viene chiamato “la porta dell’umiltà”: tutti, senza distinzione di rango, devono inchinarsi per accedere al luogo nel quale il Figlio di Dio si è umiliato e si è fatto bambino per la nostra salvezza.

All’interno, la basilica colpisce per l’ampiezza e l’armonia (26 x 54 metri) delle sue cinque navate, formate da quattro file di dieci colonne monolitiche in pietra rossa. Le pareti e il pavimento conservano tracce del primitivo splendore, sebbene il pavimento sia stato rialzato di circa 80 cm.

Le colonne e i santi

Lungo le navate, 28 colonne di epoca crociata (XII secolo) sono decorate con figure dipinte di santi, accompagnate da iscrizioni in greco e in latino. Questa iconografia è straordinariamente eclettica e riflette la vasta gamma di devozioni dell’epoca. Troviamo una serie di santi occidentali: San Cataldo (vescovo di Taranto), Leonardo di Limoges, gli apostoli Giacomo e Bartolomeo, re Olaf di Norvegia e re Knut di Danimarca. Inoltre, una serie di Santi Orientali e Locali: San Giorgio, i padri del monachesimo Eutimio, Antonio e Macario, San Saba e San Teodosio.

I mosaici dei Concili

Le pareti superiori della navata centrale erano interamente rivestite di mosaici, di cui restano porzioni significative. Questi mosaici illustravano la genealogia di Gesù (dal Vangelo di Matteo) e, in una fascia superiore, i Concili della Chiesa antica. Sulla destra, i testi dei primi sette Concili ecumenici (universali) — dal I Concilio di Nicea (325 d.C.) al II Concilio di Nicea (787 d.C.) — stabilivano i fondamenti della dottrina cristiana. Purtroppo, è rimasto intatto solo quello del Costantinopolitano I (381 d.C.). Sulla sinistra, erano raffigurati sei Sinodi locali (Gangres, Sardica, Antiochia, Ancira).

Questa scelta iconografica non aveva solo uno scopo illustrativo, ma anche dottrinale: la basilica intendeva non solo celebrare la nascita del Figlio di Dio, ma anche indicare l’esatta dottrina cristologica, in un tentativo di ricucire idealmente lo scisma tra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente, fornendo un fondamento di fede comune. Al di sopra, sette angeli in processione celeste, opera dell’artista Basilio, si dirigevano simbolicamente verso la grotta. Il settimo è riemerso nel 2016, durante i lavori di restauro curati dalla ditta Piacenti.

La grotta, il presbiterio e l’ecumenismo

Il presbiterio sopraelevato si trova all’incrocio delle navate. È separato dall’altare vero e proprio da una splendida iconostasi rossa e oro, realizzata nel 1764 e dorata nel 1853, tipica delle chiese di rito greco ortodosso.

La grotta della Natività, accessibile dal transetto sud, è il cuore spirituale del complesso. È qui che, per lo “Status Quo”, le tre comunità hanno giurisdizioni distinte: la grotta è proprietà dei greci e dei francescani, la mangiatoia e l’altare dei Magi appartengono ai francescani, gli armeni hanno diritto di incensazione e di collocare delle icone in occasione del loro Natale (19 gennaio). Nonostante le complesse regolamentazioni dello “Status Quo”, il clima ecumenico a Betlemme è in costante crescita. Ne è prova la comune opposizione alla strumentalizzazione politica della chiesa e, soprattutto, i lavori di restauro. Dalla grotta della Natività si possono raggiungere anche le altre grotte, di proprietà della Custodia di Terra Santa e la chiesa di S. Caterina, essa pure di proprietà dei Francescani.

In attesa dei pellegrini

La vera sfida oggi non è semplicemente quella del mantenimento e del restauro degli ambienti, la vera sfida è quella di preservare la presenza cristiana a Betlemme, una presenza bimillenaria ed ecumenica. Purtroppo, il distacco di Betlemme da Gerusalemme, la costruzione del muro, i check-point che ne rendono difficile l’accesso ai pellegrini ma soprattutto il passaggio agli abitanti, così come gli insediamenti di coloni cresciuti esponenzialmente negli ultimi anni attorno alla città, soffocano ormai anche la comunità che la abita.

Dopo due Natali trascorsi senza pellegrini e senza solennità, a luci spente e in un clima di guerra, tutti a Betlemme aspettano il ritorno dei pellegrini per il Natale ormai prossimo, per poter celebrare assieme, cristiani locali e cristiani di tutto il mondo, l’evento che ha cambiato la storia: la nascita del Bambino Gesù, il Figlio di Dio incarnato e nato dalla Vergine Maria.

Un pressante appello per la pace

Da questo luogo risultano anche particolarmente profetiche e attuali le parole pronunciate a Betlemme da Papa San Paolo VI il 6 gennaio 1964: «Lasciando Betlemme, questo luogo di purezza e di tranquillità dove è nato, venti secoli fa, quello che preghiamo come Principe della Pace, sentiamo il dovere imperativo di rinnovare ai capi di Stato e a tutti coloro che hanno la responsabilità dei popoli il nostro pressante appello per la pace del mondo. Possano coloro che detengono il potere ascoltare questo grido del nostro cuore e continuare generosamente i loro sforzi per assicurare all’umanità la pace alla quale essa così ardentemente aspira. Attingano dall’Onnipotente e dal più intimo della loro coscienza umana un’intelligenza più chiara, una volontà più ardente e un rinnovato spirito di concordia e di generosità, per scongiurare a tutti i costi nel mondo le angosce e gli orrori di una nuova guerra mondiale, le cui conseguenze sarebbero incalcolabili. Possano collaborare ancora più efficacemente per instaurare la pace nella verità, nella giustizia, nella libertà e nell’amore fraterno».

Natale in Terra Santa: p. Ielpo (Custode), “Dio nasce nel punto più basso della nostra umanità, anche lì dove c’è il male

SULLE ORME DI GESU’ – LA BASILICA DELLA NATIVITA’

SIR- 20 dicembre 2025 – Daniele Rocchi

Nel suo primo Natale da Custode di Terra Santa, padre Ielpo, richiama il Bambino deposto nella mangiatoia come segno di un Dio che si fa vicino nella fragilità ed invita a guardare alla Terra Santa con speranza, nonostante la guerra a Gaza e le tensioni e le violenze in Cisgiordania. “Dio – spiega al Sir il frate – non ha paura di nascere nella stalla della nostra umanità. Una mangiatoia in una stalla, fatta di fieno, con odori non sempre gradevoli”. Ai politici lancia un appello: “scegliere se essere come Erode, regnante di turno aggrappato al potere, o come i Magi, capaci di seguire la stella, la ragione e il desiderio del bene”.

La Luce della Pace di Betlemme

È il primo Natale da Custode di Terra Santa per padre Francesco Ielpo, eletto lo scorso 24 giugno, da parte del Ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, fra Massimo Fusarelli, con il suo Definitorio e confermato da Papa leone XIV. Un Natale che arriva mentre la guerra continua a segnare Gaza, nonostante un fragile cessate il fuoco, e mentre in Cisgiordania crescono violenze e tensioni. In questo contesto complesso, il Custode riflette sul senso del Natale come tempo di speranza concreta, condivisa e incarnata. Nel suo messaggio natalizio, diffuso il 19 dicembre, padre Ielpo richiama il Bambino deposto nella mangiatoia come segno di un Dio che si fa vicino nella fragilità ed invita a guardare alla Terra Santa con speranza, a pregare per la pace e a riconoscere la presenza di Dio nei poveri e nelle ferite del mondo, accogliendo la luce che nasce.

Padre Ielpo, che Natale sarà quello del 2025 in Terra Santa?
Sarà un Natale diverso. Dopo due anni di guerra, il cessate il fuoco del 10 ottobre resta fragile e non ha fermato del tutto il conteggio delle vittime, ma rappresenta comunque un punto di speranza. Stiamo vedendo, soprattutto in Galilea, a Betlemme e in Giudea, segnali di un desiderio profondo della popolazione – non solo cristiana – di tornare ad accendere le luci, di tornare a fare festa.

L’uomo non può vivere senza festa, senza una gioia che nasce da una speranza rinnovata.

Allo stesso tempo, il Natale dei gazawi sarà molto diverso: resta una situazione drammatica e dolorosa, aggravata anche dalle alluvioni degli ultimi giorni. È un Natale duplice: da un lato la speranza che si riaccende, dall’altro la condivisione del dolore con chi continua a soffrire.

In che modo la liturgia natalizia può diventare un messaggio di speranza credibile e concreto per una popolazione stremata dalla guerra?
La liturgia è di per sé un messaggio di speranza. Il tempo di Avvento è un tempo di attesa e mai come quest’anno questa attesa appare profondamente connessa alla vita reale. Noi siamo attesa di un compimento, della festa vera, quella piena, di cui tutte le altre feste sono solo un riflesso. La liturgia è credibile perché è celebrata da una comunità: un popolo che si raduna attorno all’altare, alla mangiatoia di Betlemme, e sperimenta l’unità e la comunione. È una Chiesa che non ha mai abbandonato il suo popolo.

Il messaggio del Natale è questo: Dio ha posto la sua dimora in mezzo a noi e non la lascerà fino alla fine dei tempi. In qualunque condizione, non siamo soli. E questa è una speranza credibile e concreta.

Il tema del “porre la tenda in mezzo a noi” sembra parlare in modo particolare, anche figurativamente, alla realtà di Gaza e di Betlemme. È questa la parola chiave di questo Natale?
Sicuramente sì, ma da settimane mi accompagna soprattutto un altro dettaglio evangelico: la mangiatoia. Una mangiatoia in una stalla, fatta di fieno, con odori non sempre gradevoli.

Dio non ha paura di nascere nella stalla della nostra umanità.

È questa la grande sfida della fede: credere che, nonostante le tenebre, una luce continua a risplendere.

Dio non nasce in un palazzo o in una reggia, ma nel punto più basso della nostra umanità, anche lì dove c’è il male, di cui l’uomo porta una responsabilità. Ed è lì che lo andiamo ad adorare.

Come vivono questo Natale le comunità cristiane di Betlemme e Gerusalemme, anche alla luce dell’assenza dei pellegrini?
La crisi economica, dovuta alla quasi totale assenza di pellegrinaggi, pesa molto sulla vita quotidiana di tutte le famiglie. Tuttavia questo Natale è segnato da una rinnovata speranza. C’è un’attesa che non è vuota, ma che dice: ‘Ce la faremo anche questa volta’. La solidarietà della Chiesa universale, in questi anni di guerra, ci ha fatto sentire accompagnati. I segnali sono timidi, piccoli, ma reali: qualcosa potrà ripartire con l’anno nuovo.

Che contributo possono offrire le Chiese cristiane per ricostruire la fiducia tra israeliani e palestinesi?
Il primo grande contributo che può dare la Chiesa è mostrare il volto della compassione. Una compassione che patisce con chiunque soffre, perché il dolore riguarda tutti. La Chiesa è chiamata a essere ponte, pacifico e mite, per favorire il dialogo, la mediazione e l’ascolto. A testimoniare che apparteniamo a un’unica umanità, voluta e amata da Dio.

C’è un appello che in questo Natale desidera lanciare ai cristiani del mondo e ai leader politici?
Ai cristiani dico: tornate pellegrini in Terra Santa. Unitevi a quella processione di angeli che scendono ad adorare il Bambino. Venite dove Gesù è nato, ha vissuto, è morto ed è risorto.

Il cardinale Pizzaballa a Gaza per celebrare il Natale con la piccola comunità cattolica

Il patriarca latino di Gerusalemme è in visita alla parrocchia della Sacra Famiglia, accompagnato da monsignor Shomali. In questi giorni informa il patriarcato, si informerà sulla situazione e sui bisogni umanitari piccola comunità. cattolica. La sua presenza “esprime ad accompagnare i suoi fedeli nella speranza, nella solidarietà e nella preghiera”

Vatican News 20 -12- 2025

La Chiesa non li ha mai abbandonati, restando sempre al loro fianco, accanto alla piccola comunità dei cattolici di Gaza che, anche per questo Natale, così come fu per il 2024, riceverà conforto e solidarietà, per la quarta volta dal 7 ottobre 2023, dal cardinale Pierbattista Pizzaballa.

I bambini accolgo il cardinale Pizzaballa in visita alla parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza

In visita alla Sacra Famiglia

Il patriarca latino di Gerusalemme è arrivato oggi a Gaza per le celebrazioni natalizie, così come fu nel 2024. Un appuntamento annuale, annullato nel 2023 a causa dei bombardamenti israeliani. Il porporato quindi, come informa un comunicato stampa del patriarcato, accompagnato dal vicario patriarcale latino, monsignor William Shomali e da una piccola delegazione, è in visita pastorale alla Parrocchia della Sacra Famiglia.

Il cardinale Pizzaballa in visita alla parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza

Le iniziative per la comunità

In questi giorni, Pizzaballa, si legge, “esaminerà la situazione attuale della parrocchia, inclusi gli interventi umanitari, gli sforzi di soccorso e riabilitazione in corso e le prospettive per il periodo a venire. Incontrerà il clero e i parrocchiani locali per ricevere informazioni sui bisogni della comunità e sulle iniziative in corso per sostenerla”. Domenica, in ultimo, presiederà la Messa di Natale sempre presso la Sacra Famiglia.

Il legame tra la parrocchia e il patriarcato

Questa visita, spiega ancora il Patriarcato, “segna l’inizio delle celebrazioni natalizie in una comunità che ha vissuto e continua a vivere momenti bui e difficili. Riafferma il legame duraturo della parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza con la più ampia diocesi del patriarcato latino di Gerusalemme ed esprime l’impegno del Patriarcato ad accompagnare i suoi fedeli nella speranza, nella solidarietà e nella preghiera”.

La visita del cardinale Pizzaballa alla parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza

L’inedito del Papa: ecco il frate che mi ha segnato. «Anche qui sulla Terra è possibile vivere un pizzico di Paradiso»

di Leone XIV -Corriere della Sera 19 Dicembre 2025

«Tutta l’etica cristiana si può davvero riassumere in questo fare memoria del fatto che Dio è presente. Questa memoria supera ogni moralismo e ogni riduzione del Vangelo a regole»

Pubblichiamo la prefazione del Papa alla nuova edizione di «La pratica della presenza di Dio» di frate Lorenzo della Risurrezione, un classico del Seicento. Leone XIV ne aveva parlato ai giornalisti di ritorno dal Libano: «Leggetelo, se volete sapere qualcosa di me, di quella che è stata la mia spiritualità per molti anni, in mezzo a grandi sfide… Io confido in Dio e questo messaggio è qualcosa che condivido con tutte le persone»
Come ho avuto modo di dire, insieme agli scritti di Sant’Agostino ed altri libri, questo è uno dei testi che più hanno segnato la mia vita spirituale e mi hanno formato su quale possa essere il cammino per conoscere e amare il Signore.

Questo piccolo libro mette al centro l’esperienza, anzi la pratica, della presenza di Dio, così come l’ha sperimentata e insegnata il frate carmelitano Lorenzo della Risurrezione, vissuto nel Seicento. 

La via che fra Lorenzo ci indica è semplice ed ardua allo tempo stesso: semplice perché non richiede altro che di fare memoria costantemente di Dio, con piccoli atti continui di lode, preghiera, supplica, adorazione, in ogni azione e in ogni pensiero, avendo come orizzonte, fonte e fine Lui solo. 

Ardua, perché esige un cammino di purificazione, di ascesi, di rinuncia e di conversione della parte più intima di noi, della nostra mente e dei nostri pensieri ben più che delle azioni. È quanto già San Paolo scriveva ai fedeli di Filippi: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5): quindi, sono da uniformare a Dio non solo gli atteggiamenti e i comportamenti, ma proprio i nostri sentimenti, il nostro stesso sentire. 

In questa interiorità troviamo la Sua presenza, la presenza amorosa e ardente di Dio, così «altra» eppure familiare al nostro cuore. Come scrive sant’Agostino, «l’uomo nuovo canterà il cantico nuovo» (Discorsi 34,1).

L’esperienza di unione con Dio, descritta nelle pagine di fra Lorenzo come un rapporto personale fatto di incontri e colloqui, di nascondimenti e di sorprese, di abbandono fiducioso e totale, richiama le esperienze dei grandi mistici, in primis Teresa d’Avila che aveva anche lei testimoniato questa familiarità con il Signore tanto da parlare di un «Dio delle pentole». Tuttavia, indica una via praticabile da tutti, proprio perché semplice e quotidiana.

Come molti mistici, anche fra Lorenzo parla con grande umiltà ma anche con umorismo, poiché sa bene che ogni cosa terrena, anche la più grandiosa e perfino drammatica, è ben piccola cosa davanti all’amore infinito del Signore. Così, può dire ironicamente che Dio lo ha «ingannato», perché egli, entrato forse un po’ presuntuosamente in monastero per sacrificarsi ed espiare duramente i suoi peccati di gioventù, vi ha invece trovato una vita piena di gioia.

Attraverso il cammino che fra Lorenzo ci propone, man mano che la presenza di Dio diviene familiare e occupa il nostro spazio interiore, cresce la gioia di stare con Lui, fioriscono grazie e ricchezze spirituali, e perfino le faccende quotidiane diventano facili e leggere.

Gli scritti e le testimonianze di questo converso carmelitano del Seicento, che ha attraversato con fede luminosa le vicende travagliate del suo secolo, non certo meno violento del nostro, possono essere di ispirazione e di aiuto anche per la vita di noi uomini e donne del terzo millennio. 

Ci mostrano che non esiste circostanza che possa separaci da Dio, che ogni nostra azione, ogni nostra occupazione e perfino ogni nostro errore acquistano un valore infinito se sono vissuti alla presenza di Dio, continuamente offerti a Lui.

Tutta l’etica cristiana si può davvero riassumere in questo fare memoria continuamente del fatto che Dio è presente: Egli è qui
. Questa memoria, che è qualcosa di più di un semplice ricordo, perché coinvolge i nostri sentimenti e affetti, supera ogni moralismo e ogni riduzione del Vangelo a un mero insieme di regole, e ci mostra che davvero, come Gesù ci ha promesso, l’esperienza dell’affidamento a Dio Padre ci dà già il centuplo quaggiù. Affidarci alla presenza di Dio significa assaggiare un anticipo del Paradiso.

De Maria numquam satis

Chiesa cattolica | CR 1929 17 Dicembre 2025 

di Redazione

San  Massimiliano Kolbe (1894-1941) è una delle più eminenti figure della spiritualità mariana del XX secolo. Riportiamo questo suo articolo tratto dal primo numero del 1938 della rivista da lui diretta “Miles Immaculatae”.

Conosciamo tutti quanto sia stretto il legame che unisce le verità della dottrina cristiana. I dogmi cattolici, infatti, derivano gli uni dagli altri e si arricchiscono vicendevolmente. Ecco un esempio: basandosi unicamente sulla dottrina cattolica dell’unione ipostatica della natura divina e della natura umana nella Persona del Verbo, i Padri del Concilio di Efeso proclamarono la divina maternità di Maria.

Inoltre, dalla conoscenza dei rapporti tra Gesù e Maria sua Madre, è sorta tra i cattolici una dottrina, la quale afferma che la Madre del Salvatore è immune dalla colpa originale. I cattolici non ardivano neppure pensare che Maria fosse rimasta sotto la schiavitù del peccato nemmeno un solo istante. Ancora, dalla singolare missione della beata Vergine Maria e dalla sua ineffabile unione con lo Spirito Santo (Immacolata Concezione) i fedeli acquisirono la meravigliosa speranza di ottenere la soave protezione di Maria.

È evidente che i nostri rapporti con Maria Corredentrice e Dispensatrice delle grazie, nella economia della redenzione, non vennero accolti fin dall’inizio in tutta la loro perfezione. In questo tempo, tuttavia, la nostra fede nella mediazione della beata Vergine Maria cresce di giorno in giorno. In questo breve articolo vogliamo mostrare l’apporto del dogma dell’Immacolata Concezione della beata Vergine Maria al dogma della sua Mediazione.

L’opera della redenzione dipende immediatamente dalla seconda Persona divina, Gesù Cristo, il quale con il proprio sangue ci ha riconciliati con il Padre, gli ha reso soddisfazione per il peccato di Adamo e ci ha meritato la grazia santificante, le varie grazie attuali e il diritto di entrare nel regno dei cieli.

Tuttavia, anche la Terza Persona della santissima Trinità partecipa a quest’opera, per il fatto che trasforma le anime degli uomini in tempio di Dio, per virtù della redenzione compiuta da Cristo, ci rende figli adottivi di Dio e fa di noi gli eredi del regno dei cieli, secondo l’affermazione di San Paolo: «Siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!» (1 Cor 6, 11).

Penetrando fin nell’intimo delle nostre anime, lo Spirito Santo, Dio-Amore, ci unisce alle altre due Persone divine. Per questo S. Paolo, scrivendo ai Romani, dice: «Noi non sappiamo nemmeno cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili» (Rom 8, 26).

Anche nella lettera ai Corinzi afferma che la distribuzione delle grazie dipende dalla volontà dello Spirito Santo: «A uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro il linguaggio della scienza […]; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia […] Ma tutte queste cose è l’unico e medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole» (1 Cor 12, 8-11).

Come Gesù, per manifestare il suo immenso amore verso di noi, si è fatto Uomo-Dio, così anche la terza Persona, Dio-Amore, volle manifestare con qualche segno esterno la propria mediazione presso il Padre e il Figlio. Questo segno è il Cuore della Vergine Immacolata, come appare dagli scritti dei santi, soprattutto da quelli che considerano Maria Sposa dello Spirito Santo.

Anche dopo la morte di Cristo lo Spirito Santo opera ogni cosa in noi per mezzo di Maria. Infatti, ciò che il Creatore disse al serpente a proposito di Maria: «Ella ti schiaccerà il capo» (Gen 3, 15), secondo la dottrina dei teologi, deve essere inteso senza limitazione di tempo.

È compito dello Spirito Santo formare sino alla fine del mondo le nuove membra dei predestinati del corpo mistico di Cristo. Ma come dimostra il beato Luigi Grignion, quest’opera viene attuata con Maria, in Maria e per mezzo di Maria.

A questa conclusione, vale a dire che lo Spirito Santo opera per mezzo di Maria, siamo condotti dai testi della sacra scrittura e dalle affermazioni dei santi, che sono i migliori interpreti della sacra scrittura. «Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità […] Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Quando però verrà lo Spirito di verità, Egli vi guiderà alla verità tutta intera […] Egli mi glorificherà» (Gv 14, 16-17. 26; 16, 13-14).

Perciò, come la seconda Persona divina incarnata si manifesta sotto il nome di «seme della donna» (Gen 3, 14), così anche lo Spirito Santo, attraverso la Vergine Immacolata, che Egli ha unita a sé in modo tanto stretto che ci è addirittura impossibile comprenderlo pienamente – pur conservando la distinzione delle due persone – manifesta esteriormente la propria partecipazione all’opera della redenzione. È quindi diverso da quello che avviene nell’unione ipostatica delle due nature, la divina e l’umana, nell’unica Persona di Cristo; il che tuttavia non impedisce affatto che l’azione di Maria sia una perfettissima azione dello Spirito Santo. Maria, infatti, in quanto Sposa dello Spirito Santo, perciò elevata al di sopra di ogni perfezione creata, compie in tutto la volontà dello Spirito Santo che abita in Lei, e ciò fin dal primo istante della sua concezione.

Raccogliendo insieme tutte queste affermazioni, è lecito concludere che, per il fatto di essere la Madre di Gesù Salvatore, Maria è divenuta la Corredentrice del genere umano, mentre per il fatto di essere la Sposa dello Spirito Santo partecipa alla distribuzione di tutte le grazie. Possiamo dire perciò con i teologi: «[…] Come la prima Eva, con azioni veramente libere, contribuì alla nostra rovina, da lei realmente provocata, così Maria con le sue proprie azioni veramente libere collaborò alla riparazione […]; cosicché si può parlare in modo chiarissimo di una vera e propria mediazione» (J. Bittremieux).

Soprattutto in questi ultimi tempi noi comprendiamo che l’Immacolata, Sposa dello Spirito Santo, è la nostra Mediatrice. Nell’anno 1830, infatti, la Vergine Immacolata apparve a suor Caterina Labouré. Dalla narrazione di questa novizia noi conosciamo quale fu lo scopo dell’apparizione di Maria: manifestare la sua Immacolata Concezione e la sua meravigliosa potenza presso Dio: «La santissima Vergine volse i suoi occhi verso di me e nello stesso tempo udii una voce: “Questo globo terrestre rappresenta tutti gli uomini e ogni singola persona”. E inoltre: “Ecco il simbolo delle grazie che intendo riversare in tutti coloro che mi invocano”. Poi apparve attorno alla santissima Vergine una cornice di forma ovale sulla quale era scritta, a caratteri d’oro, la seguente invocazione: O Maria concepita senza peccato, prega per noi, che ricorriamo a te. Nello stesso tempo udii una voce: “Coniate una medaglia secondo questo modello; tutti coloro che la porteranno riceveranno molte grazie”».

A Lourdes, la Vergine Immacolata esorta tutti gli uomini a far penitenza e, quasi per mostrarci una sorgente di aiuto, recita l’Ave Maria. Da quel momento a Lourdes l’Immacolata comincia a compiere l’ufficio di Mediatrice nei nostri confronti: invita gli ammalati, raccoglie gli storpi e i deboli per guarirli e per farci comprendere quanto dipendiamo da Lei nella vita naturale. Attrae soavemente coloro che sono ammalati nell’anima, cioè gli increduli e i peccatori dal cuore indurito, e infonde la vita soprannaturale nel loro cuore per convincerli del potere che Ella ha di donarci la vita soprannaturale.

Inoltre, bisogna considerare soprattutto il fatto che Cristo compie miracoli proprio in una località (Lourdes) scelta dalla Madre sua. Tutto ciò che viene operato a Lourdes dalla beata Vergine Maria testimonia la verità delle parole di san Pier Damiani: «Attraverso una donna è scesa sulla terra la maledizione, attraverso una donna viene restituita alla terra la benedizione», come pure quelle di sant’Agostino: «Con inganno attraverso una donna è stato iniettato nell’uomo il veleno, in riparazione attraverso una donna è stata concessa all’uomo la salvezza».

Pertanto, ciò che san Bernardo asserisce con le parole, la Vergine Immacolata lo conferma con i fatti: «Tale è la volontà di Colui il quale ha voluto che noi ottenessimo ogni cosa attraverso Maria» 

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Programma di Padre Livio – Giovedì 18 dicembre 2025

h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)


h. 8.50: ATTUALITA’ MONDO-CHIESA

“Io sono la vostra Pace: Vivete i miei comandamenti” (25 Dicembre 2012)

+ Il messaggio di Gesù Bambino il 25 Dicembre 2012

+ Guardiamo dentro noi stessi alla luce dei Dieci Comandamenti

h. 9.20: VIATICO QUOTIDIANO

Pensiero sulla Preghiera


h. 9.30: MARIATONA

+ Radio Maria in Italia e nel mondo (parte 2)

Il Presidente di Radio Maria Vittorio Viccardi

DAI UNA MANO ALLA EVANGELIZZAZIONE DI RADIO MARIA IN ITALIA E NEL MONDO

+Bonifico Bancario  Intestato a: Radio Maria ETS, Via Milano 12 – 22036 Erba (CO)

Banca Intesa Sanpaolo filiale di Milano – IBAN: IT26 H030 6909 6061 0000 0126 574

+Conto corrente postale – N. 1 4 5 2 2 2 2 1

Intestato a: Associazione Radio Maria, Via Milano 12 – 22036 Erba (CO)

+5×1000 per i progetti di Radio Maria: C. F. 94023530150

Pagina 40 di 146

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy