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Zelensky, il sogno della morte di Putin, l’Armata che avanza e il negoziato «in stallo»: il Natale d’inferno e guerra in Ucraina

di Francesco Battistini- Corriere  della Sera – 26 Dicembre 2025

Kiev e gli Stati Uniti hanno lavorato a una nuova proposta di piano di pace, in 20 punti, ma Trump parla di «odio» e si dimostra poco ottimista, mentre dal Cremlino arrivano accuse all’Europa e segnali negativi. E sul campo Mosca continua a fare passi avanti

Un’Ucraina sovrana. Il congelamento della linea di fuoco nel Donbass, senza concessioni dei territori del Donetsk non (ancora) occupati dai russi: al massimo, una zona economica libera e demilitarizzata. Basta aggressioni, con la garanzia di controlli Nato e la presenza d’almeno 800mila soldati ucraini. Una futura membership di Kiev nell’Unione europea (e quanto all’Alleanza atlantica, mai dire mai). La cogestione Ucraina-Russia-Usa della centrale atomica di Zaporizhzhia. E poi la ricostruzione, da concordare con gli Usa, e la libera navigazione sul Dnipro e sul Mar Nero, la restituzione dei bambini rapiti…

C’è voluto un mese, per trasformare in una (im)possibile pace il piano di resa che – senza consultare l’Ucraina – i proconsoli di Donald Trump e di Vladimir Putin avevano apparecchiato al Cremlino

I ventotto punti, inizialmente scesi a diciotto, ora sono diventati venti: la bozza d’un accordo che stavolta piace più a Kiev che a Mosca, tanto da essere stata subito resa pubblica dal leader ucraino Volodymyr Zelensky

L’ennesima proposta che fa scuotere la testa al presidente americano: c’è «odio», si limita a commentare, tutt’altro che ottimista.

Le speranze ucraine

Dopo le ripetute umiliazioni davanti al mondo, Zelensky è soddisfatto per aver ottenuto dagli Usa la revisione del piano. Le novità più importanti sono le linee del fronte congelate, senza che si discutano adesso questioni territoriali o le due richieste-chiave di Mosca: a Kiev (punto 14) non s’impone più il ritiro delle truppe in quel che le resta del Donbass (ovvero il 20% del territorio conteso); in nessun punto, s’impegna l’Ucraina a non aderire in futuro alla Nato. «Siamo in una situazione in cui i russi vogliono il nostro ritiro dalla regione di Donetsk, mentre gli americani stanno cercando di trovare una soluzione», assicura il presidente ucraino. 

In realtà, gli Usa non hanno concesso nulla su Donetsk. E difficilmente Putin accetterebbe qualcosa di meno di un’annessione. Lo stesso vale per la Nato: «Spetta all’Alleanza decidere se accoglierci come membro – dice Zelensky -. La nostra scelta è fatta. Abbiamo abbandonato l’idea di modificare la Costituzione per includere una clausola che stabilisca che il Paese non aderirà alla Nato». Tutto questo significa poco, però. La nuova bozza non chiede più impegni «costituzionali» di Kiev, è vero, ma resta insuperabile la netta opposizione di Washington e di diversi Paesi Nato all’adesione.

Il gelo russo

«Lento ma costante», dichiara Maria Zakharova dal ministero degli Esteri russo, il negoziato «avanza». Verso dove? La portavoce si rifà sempre allo «spirito di Anchorage», all’incontro che Trump e Putin ebbero a Ferragosto in Alaska, e accusa l’Europa – al solito – di «boicottare questi sforzi e di vanificare tutti i risultati diplomatici». Secondo Bloomberg, che cita fonti del Cremlino, Mosca vuole soprattutto modifiche sostanziali al piano. Anche il New York Times prevede un rifiuto generale della proposta. In particolare, non s’accettano le capacità militari ucraine (un mese fa, la Russia chiedeva di concedere al nemico un esercito di non più di 600mila soldati), le questioni territoriali e lo status di Zaporizhzhia. Putin insiste con le garanzie su una non-estensione della Nato a Est, con lo status di neutralità dell’Ucraina, con la revoca delle sanzioni e con lo scongelamento dei beni in Europa. Un ritiro militare da alcune regioni non sarebbe escluso, nell’ipotesi d’aree totalmente smilitarizzate. Siamo però alle ipotesi: Putin non s’è pronunciato e i suoi portavoce definiscono «false» le indiscrezioni.

Territori e smilitarizzazione

«Nelle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson – si legge nel nuovo piano -, la linea di dispiegamento delle truppe è di fatto riconosciuta come linea di contatto. La Russia deve ritirare le sue truppe dalle regioni di Dnipropetrovsk, Mykolaiv, Sumy e Kharkiv. Forze internazionali saranno dispiegate lungo la linea di contatto per monitorare il rispetto dell’accordo». 

È forse la principale novità: americani e ucraini hanno estratto dal cilindro l’idea – già avanzata negli incontri a Miami – d’una «zona economica libera», un’area speciale libera sia dai soldati ucraini che dalle truppe russe. Questo, sul cuore industriale orientale del Paese, è il maggior compromesso accettato da Zelensky. Ma quanto dovrebbero ritirarsi i due contendenti? E dove si schiererebbero i monitor internazionali?

La centrale nucleare

Gli Usa propongono di gestire Zaporizhzhia – la più grande centrale atomica d’Europa, occupata nel 2022 da Putin – in consorzio con l’Ucraina e la Russia, in cui ciascuna parte avrebbe una quota uguale. 

Zelensky invece rilancia una joint-venture solo tra Washington e Kiev, in cui gli americani potrebbero decidere come distribuire la loro quota: anche cedendone una parte a Mosca. Al momento, non c’è alcun consenso. La gestione congiunta coi russi, per Zelensky, è «molto inappropriata e non del tutto realistica».

A che punto è la guerra, intanto

La Russia ha finora respinto qualsiasi richiesta di cessate il fuoco, senza un accordo di conciliazione a lungo termine, sostenendo che una pausa nei combattimenti servirebbe solo all’Ucraina per riarmarsi. Sul campo, l’esercito russo ha accelerato la sua avanzata negli ultimi mesi

Martedì, le forze ucraine hanno annunciato d’essere state costrette a ritirarsi dalla città di Siversk, una delle ultime roccaforti che impediscono alle forze russe di avvicinarsi a Sloviansk e Kramatorsk, le grandi città della regione del Donbass rimaste sotto il controllo ucraino. «La Russia non ha interrotto i suoi brutali bombardamenti sui civili in Ucraina nemmeno nella notte di Natale», denuncia il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha: «Gli attacchi su Odessa hanno ucciso una persona e ne hanno ferite altre due. Un civile è stato ucciso nella regione di Kharkiv e un altro in quella di Chernihiv. Odessa è la città che soffre di più, in questi giorni», la popolazione è senza elettricità, acqua e riscaldamento a temperature gelide. 

Un genocidio, dice Kiev: «Non c’è nessuno scopo militare, solo l’intenzione della Russia di uccidere persone perché sono ucraine». Non se ne esce, insomma, e a Kiev non rimane che sperare in un intervento soprannaturale: «Oggi abbiamo tutti un sogno – confessa Zelensky a proposito del presidente russo -: che possa morire». «Viene da chiedersi», gli risponde piccato il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, se un leader che augura la morte allo Zar «sia in grado di prendere decisioni adeguate a risolvere la situazione con mezzi politico-diplomatici».

Raid americano in Nigeria contro lo Stato islamico. Cosa c’è dietro l’intervento militare

Redazione  26 dic 2025 -IL FOGLIO

L’operazione americana, annunciata da Trump, è avvenuta con il consenso di Abuja. Dall’insurrezione jihadista alle accuse di violenze settarie, l’operazione di Washington si inserisce in una strategia più ampia contro l’Isis

Gli Stati Uniti hanno condotto una serie di attacchi aerei contro obiettivi riconducibili allo Stato islamico nel nord-ovest della Nigeria. L’operazione, annunciata dal presidente Donald Trump, è stata confermata dal Dipartimento della Difesa e dal Comando statunitense per l’Africa (Africom), che ha precisato come l’azione sia avvenuta in coordinamento con le autorità nigeriane e abbia colpito basi jihadiste nello stato di Sokoto, vicino al confine con il Niger.

Secondo quanto riferito da un funzionario militare statunitense, gli attacchi avrebbero coinvolto oltre una dozzina di missili da crociera Tomahawk lanciati da una nave della Marina nel Golfo di Guinea.

Gli obiettivi sarebbero stati due campi operativi di una diramazione dello Stato islamico attiva nella regione, nota come Islamic State-Sahel, responsabile di attacchi contro forze di sicurezza e civili in una zona attraversata da reti jihadiste e gruppi armati locali. Africom ha comunicato che la valutazione iniziale indica l’uccisione di “molteplici” miliziani.

L’annuncio di Trump è arrivato tramite un messaggio sui social media, in cui il presidente ha definito l’azione una “potente e mortale” risposta contro l’Isis, accusando il gruppo di colpire in modo particolare la popolazione cristiana. “Sotto la mia guida, il nostro paese non permetterà al terrorismo islamico radicale di prosperare”, ha scritto Trump sul social Truth. “Avevo già avvertito questi terroristi che se non avessero smesso di massacrare i cristiani, avrebbero pagato un prezzo altissimo, e stasera è successo”.

Nelle scorse settimane, Trump aveva ordinato al Dipartimento della Difesa di preparare opzioni militari per un possibile intervento in Nigeria, sostenendo la necessità di proteggere i cristiani da violenze degli islamisti. Una posizione che ha trovato eco in ambienti conservatori ed evangelici statunitensi. 

Da allora, però, si erano intensificate le azioni violente, come ha sottolineato l’arcivescovo di Lagos, Alfred Adewale Martins, in un intervento pubblicato sull’organo diocesiano The Catholic Herald, che nel suo titolo di copertina parla di “campi di sterminio”. L’arcivescovo afferma che “sembra vi siano persone che stanno deliberatamente cercando di gettare questa nazione nel caos”. 

Il governo nigeriano esclude motivazioni religiose

Le autorità di Abuja hanno più volte contestato la narrazione di una persecuzione sistematica dei cristiani. Il ministro degli Esteri nigeriano, Yusuf Maitama Tuggar, ha confermato alla BBC che l’operazione è stata “congiunta” e pianificata da tempo, sulla base di informazioni di intelligence fornite anche dalla Nigeria. Tuggar ha sottolineato che l’intervento “non ha nulla a che vedere con una particolare religione” e ha parlato di un’azione mirata contro gruppi terroristici.

Una linea ribadita dal ministero degli Esteri nigeriano in una nota ufficiale, nella quale si fa riferimento a una cooperazione strutturata con partner internazionali, inclusi gli Stati Uniti, per contrastare terrorismo ed estremismo violento.

Trump ha recentemente designato la Nigeria come “paese di particolare preoccupazione” per le violazioni della libertà religiosa, una classificazione prevista dalla normativa americana che può aprire la strada a sanzioni.

 La Nigeria è oggi il paese più pericoloso al mondo per i cristiani, ha denunciato in un’intervista Vicky Hartzler, da giugno scorso presidente della US Commission on International Religious Freedom (Uscirf), organismo bipartisan incaricato di monitorare e promuovere il rispetto della libertà religiosa nel mondo: qui, nel 2023, si è concentrato il 69 per cento di tutti i cristiani uccisi a livello globale, dal 2009 ne sono stati assassinati oltre 50.000. Solo in un attacco a una chiesa cattolica, avvenuto lo scorso giugno, i morti sono stati più di 2.000. Secondo la World Watch List 2025 di Open Doors, 3.100 cristiani sono stati assassinati e 2.830 rapiti in un solo anno. 

Il presidente nigeriano Bola Tinubu ha risposto riaffermando l’impegno del suo governo per la tutela di tutte le comunità religiose e per la collaborazione con partner internazionali nel contrasto ai gruppi armati. La Nigeria è divisa quasi equamente tra le due principali confessioni religiose e i conflitti che attraversano il paese hanno origini e dinamiche differenti a seconda delle regioni.

Nel nord-est della Nigeria, da oltre un decennio, l’insurrezione jihadista di Boko Haram e della sua scissione più recente, l’Islamic State West Africa Province (Iswap), ha causato decine di migliaia di vittime, in larga maggioranza musulmane. Nel nord-ovest e nel centro del paese, invece, la violenza è spesso legata ad attività di banditismo armato, sequestri a scopo di riscatto e scontri tra pastori, in prevalenza musulmani, e comunità agricole, spesso cristiane, per il controllo di terre e risorse idriche.

Una panoramica

L’operazione in Nigeria rappresenta il secondo intervento militare statunitense contro lo Stato islamico in pochi giorni. La settimana scorsa, Washington aveva condotto una vasta serie di raid in Siria, colpendo oltre 70 obiettivi in risposta a un attentato che aveva causato la morte di due soldati americani e di un interprete civile. Nel caso nigeriano, funzionari del Pentagono hanno tuttavia espresso dubbi sull’impatto a lungo termine di attacchi mirati, considerata la natura radicata e frammentata dei conflitti locali.

Nel frattempo, la situazione della sicurezza in Nigeria resta critica. Secondo Acled, nel corso dell’anno più di 12.000 persone sono state uccise da vari gruppi armati, un bilancio che colloca il paese tra quelli con il più alto numero di vittime da violenza organizzata, pur non essendo formalmente in guerra.

 Proprio nei giorni degli attacchi statunitensi, un attentato suicida in una moschea a Maiduguri, nel nord-est, ha provocato numerosi morti e feriti, a conferma di un contesto segnato da instabilità diffusa e minacce multiple.

 In questo quadro, la cooperazione militare tra Stati Uniti e Nigeria appare destinata a proseguire

Forze diverse, sigle e sequestri di massa (che rendono milioni): Nigeria, un teatro complesso

di Guido Olimpio – Corriere della Sera – 25 Dicembre 2025

L’operazione americana scattata la notte di Natale con i raid del Pentagono. Nel Paese coesistono forze diverse e il nemico non è ben delineato

Lo strike americano in Nigeria non rappresenta una sorpresa, risponde ad una strategia della Casa Bianca e si svolge in un teatro complesso dove non sempre il nemico è ben delineato. Ci sono infatti sovrapposizioni, sigle, scissioni, personalismi.

La campagna

Donald Trump aveva promesso un’azione decisa in difesa dei cristiani nigeriani, una campagna presentata come la difesa di una comunità perseguitata dai terroristi islamici. Un messaggio forte che ha l’appoggio della base evangelica del suo elettorato. Tuttavia, molti esperti sottolineano che le violenze colpiscono non solo i cristiani e rappresentano una minaccia che coinvolge altre componenti della nazione. Con punti critici nel nord est e nel nord ovest per quanto riguarda gli islamici mentre sono profondi i contrasti tra clan di agricoltori/allevatori, lotte enfatizzate da questioni etniche.

I movimenti

Da anni agiscono militanti di ispirazione jihadistaeredi del qaedismo e poi associati, in forme diverse, al Califfato. Un recente report statunitense del CTC ha indicato almeno cinque entità. Mahmudawa: guidato da Mallah Mahmuda, presente anche in Niger e in alcune zone del Benin; JAS, fazione nata dalle ceneri di Boko Haram, che continua le sue incursioni in diverse aree; Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico, è ritenuto il gruppo più poderoso; Ansaru, altra costola staccatisi da Boko Haram; Lakurawa, composto da guerriglieri locali ma soprattutto da combattenti provenienti da Stati vicini. Alcuni dei movimenti hanno condotto attentati suicidi in serie, usando anche un alto numero di donne e persino di minori. Tattiche che hanno confermato la ferocia del terrorismo nigeriano.

Il banditismo

Esiste una minaccia multipla: accanto all’offensiva mossa dall’ideologia radicale ci sono le scorrerie di predoni. In alcuni casi queste gang operano insieme ai miliziani, ci sono punti di contiguità, aree grigie dove si mescolano spinte e interessi. Non di rado le fazioni cercano di sfruttare legami territoriali. A questo si aggiunge la piaga dei sequestri di massa, una “economia” parallela che rende milioni ai rapitori.

La regione

Siamo in un quadrante altamente instabile, con gli attacchi continui di qaedisti e Califfato lungo l’intero Sahel. Burkina, Niger, Mali sono le realtà più esposte ma è evidente il tentativo degli estremisti di avanzare verso la costa occidentale del continente. È cambiato anche il contesto internazionale, così come sono mutati i rapporti di alleanza. I francesi sono stati scalzati via dai russi che hanno inviato prima mercenari e poi militari, impegno profondo legato allo sfruttamento minerario. La missione di Mosca, se da un lato ha puntellato i regimi, dall’altro non è riuscita ad allontanare i pericoli. La prova evidente è il Mali sotto assedio. Washington, sotto Trump, ha preferito dedicarsi ad altro. Così il Pentagono ha chiuso una base per droni in Niger ed ha ridotto la presenza nello scacchiere preferendo concentrarsi sulla Somalia dove ha condotto molti raid contro gli Shebab (qaedisti). Ora, però, ha aperto il nuovo fronte nigeriano.

I bambini per strada, le luci, i turisti: Natale a Betlemme, che s’è rialzata

di Luca Foschi, Betlemme

La fragile tregua a Gaza ha dato una boccata d’ossigeno alla città. Il sindaco, cristiano: «L’economia è al collasso, ma diciamo al mondo che ci siamo ancora»

24 dicembre 2025 – Avvenire

Palestinesi in festa nella piazza della Mangiatoia a Betlemme, accanto alla Basilica della Natività/REUTERS

Fino a sera i bambini si rincorrono nella piazza della Mangiatoia, dando con gioia calci a un pallone. Intorno, i carretti degli ultimi ambulanti continuano a esalare i fumi del mais; sotto i portici, i proprietari dei negozi di souvenir si ostinano a restare seduti sulla soglia o chiudono lentamente i battenti. I poliziotti parlano e scherzano, mentre un turista si contorce nel tentativo di cogliere nella stessa inquadratura la compagna, il Presepio, il grande albero di Natale e l’oro silenzioso della Basilica della Natività.

È la Betlemme della vigilia, con la sua luce mite e antica che torna ad affiorare dopo oltre due anni di guerra e oscurità. Ora la piazza si riempie di lingue diverse, di passi, di giornalisti affannati. «Hic de Virgine Maria Jesus Christus natus est», si legge nel cerchio della stella a quattordici punte che indica il luogo della grotta dove nacque il Messia, a poche spanne dallo spazio che ospitò la mangiatoia, sotto l’altare maggiore della Basilica. Johnny, guida turistica locale, si addentra nella simbologia della stella e poi, più prosaicamente, annuncia: «Siete fortunati, qui in condizioni normali è difficile anche farsi fare una foto». Il suo sparuto gruppo di pellegrini è composto da cinesi, sudcoreani, americani. «È il mio quinto lavoro in due anni, temo che passato il Natale sarà tutto finito», aggiunge, mentre aiuta una signora a rialzarsi dalla posa.

È un sentimento che pervade la città, come tutta la Cisgiordania trascinata in un nuovo girone di miseria e di lutto dal conflitto di Gaza e dal conseguente inasprimento dell’occupazione israeliana. Imprigionata dai check-point, privata dei pellegrini, Betlemme è stata per due anni un deserto. La fragile tregua iniziata in ottobre ha però facilitato i movimenti: come una breve pioggia su un terreno arido, ha nutrito l’insopprimibile istinto alla rinascita. Luce, dunque, e ombre.

«Siamo circondati da 134 barriere. L’economia della città, che dipende all’80 per cento dal turismo, è collassata. La disoccupazione ha raggiunto il 65 per cento. Chi può emigra. Ma abbiamo deciso di riaccendere lo spirito del Natale, nonostante le difficili condizioni. Le persone devono poter immaginare un futuro. Voglio che Betlemme mandi il messaggio giusto al mondo: sosteneteci, sostenete la Palestina, la giustizia.

Solo con la giustizia potremo ottenere una pace durevole», spiega ad Avvenire Maher Canawati, il sindaco cristiano della città. Dopo la visita in Vaticano di settembre, papa Leone gli ha inviato una lettera, letta pubblicamente il 6 dicembre, il giorno dell’accensione dell’albero.

«In questi giorni ci sono stati centinaia di turisti, gli alberghi hanno riaperto, i ristoranti hanno ricominciato a lavorare.

L’Autorità Palestinese ci sta aiutando a rendere le strade sicure. Betlemme è viva, abbiamo risposto», afferma Canawati. Oggi la piazza della Mangiatoia ospita parate, canti, danze, una grande festa che culminerà con la Messa di mezzanotte celebrata dal patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, appena rientrato da Gaza.

 Uno spettacolo per i betlemiti e per il mondo, per i suoi popoli e i loro governi, chiamati a discernere fra distruzione e giustizia, verità e oblio, redenzione e tenebra, mentre restano spettatori dell’immensa solitudine delle vittime. Nel campo profughi di Aida, alla periferia di Betlemme, una piccola bicicletta prende velocità in discesa; la ruota s’incastra in una crepa dell’asfalto logoro e lo scolaro rovina a terra. Sopraggiungono i compagni, lo rincuorano. Si rialza con una smorfia rigida, sintesi di pianto e orgoglio.

Il Natale arriva anche qui, dove la tendopoli del 1950 è diventata un asfittico labirinto di edifici irregolari, poveri carruggi segnati dai murales di pace e resistenza, circondati dal grande muro di separazione, dalle sue torrette occhiute e da un’area di addestramento dell’esercito israeliano che dista pochi metri dall’ingresso del campo: un grande buco di serratura sovrastato da una chiave, simbolo delle case perdute nella Nakba del 1948 e del mai sopito desiderio di ritorno.

Le scuole, i centri educativi, le Ong organizzano attività culturali e ludiche per bambini e adolescenti, coinvolgendoli nel colore della festa natalizia, oltre il grigiore del cemento. «Siamo qui da 77 anni, in uno spazio ormai senza regole. L’esercito israeliano entra quando vuole, terrorizza, arresta. Nessuno riesce a proteggerci, né l’Autorità Palestinese né la comunità internazionale.

 Ma dobbiamo preservare la nostra umanità: continuiamo a resistere come se l’occupazione non ci fosse. Non possiamo vivere nella paura. Loro fanno il loro peggio, noi il nostro meglio. Loro distruggono, noi creiamo», spiega nel suo ufficio Abdel Fattah Abu Srour, fondatore di al-Rowwad, centro culturale che ha scelto teatro, musica e danza come forme di resistenza nonviolenta.

 Negli ultimi mesi il centro ha dovuto destinare molte energie alla distribuzione di beni di prima necessità: fra i settemila abitanti, la disoccupazione supera il 75 per cento. Abu Srour chiama sumud la natura profonda dell’animo palestinese: perseveranza, capacità di sopportazione, resistenza ostinata. Un altro esempio vive nella selva di souvenir e articoli religiosi del Nativity Store, situato a «cinque metri da dove è nato Gesù», racconta con entusiasmo Rony Tabash, erede di una lunga tradizione.

«Mio nonno ha aperto il negozio nel 1927, fra poco saranno cento anni. Tre generazioni», dice in un italiano limpido, con un’allegria che si attenua solo quando ricorda che ormai da Betlemme non emigrano più singoli individui, ma famiglie intere. La storica bottega coinvolge venticinque artigiani e non si è arresa a quattro anni di pandemia e guerra. «Nell’ultimo periodo mio padre è stato malato, ma ogni giorno mi diceva: vai, Rony, apri il negozio. Anche se c’è la guerra, anche se non c’è nessuno. Apri la porta, aprila alla speranza. Abbiamo bisogno del mondo per resistere, ma senza di noi questo posto diventerà un museo. Ce lo ha insegnato Gesù: siamo noi la pietra viva».

Natale, Papa Leone XIV: “Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona”

Il Papa nell’omelia della Messa delle Notte di Natale: “La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente”

Papa Leone XIV |  | Daniel Ibanez EWTN

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, mercoledì 24 dicembre 2025, 22:55 (ACI Stampa).

Papa Leone XIV ha presieduto questa sera nella Basilica Vaticana, per la prima volta nel suo pontificato, la Messa della Notte di Natale.

“In questa notte – ha esordito il Papa nell’omelia, citando la Scrittura -il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.  Oggi – ha aggiunto Papa Leone – “viene Colui senza il quale non saremmo stati mai. Vive con noi chi per noi dà la sua vita, illuminando di salvezza la nostra notte. Non esiste tenebra che questa stella non rischiari, perché alla sua luce l’intera umanità vede l’aurora di una esistenza nuova ed eterna. È il Natale di Gesù, l’Emmanuele”.

“Nel Figlio fatto uomo – ha osservato – Dio non ci dona qualcosa, ma Sé stesso. Nasce nella notte Colui che dalla notte ci riscatta: la traccia del giorno che albeggia non è più da cercare lontano, negli spazi siderali, ma chinando il capo, nella stalla accanto. Il chiaro segno dato al mondo buio è infatti un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia.  

Per trovare il Salvatore, non bisogna guardare in alto, ma contemplare in basso: l’onnipotenza di Dio rifulge nell’impotenza di un neonato; l’eloquenza del Verbo eterno risuona nel primo vagito di un infante; la santità dello Spirito brilla in quel corpicino appena lavato e avvolto in fasce. È divino il bisogno di cura e di calore, che il Figlio del Padre condivide nella storia con tutti i suoi fratelli. 

La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente. Per illuminare la nostra cecità, il Signore ha voluto rivelarsi da uomo all’uomo, sua vera immagine, secondo un progetto d’amore iniziato con la creazione del mondo”.

“Finché la notte dell’errore oscura questa provvidenziale verità, allora – ha detto ancora il Papa citando Benedetto XVI -non c’è neppure spazio per gli altri, per i bambini, per i poveri, per gli stranieri. Così attuali, le parole di Papa Benedetto XVI ci ricordano che sulla terra non c’è spazio per Dio se non c’è spazio per l’uomo: non accogliere l’uno significa non accogliere l’altro. Invece là dove c’è posto per l’uomo, c’è posto per Dio: allora una stalla può diventare più sacra di un tempio e il grembo della Vergine Maria è l’arca della nuova alleanza”.

“Ammiriamo- è l’invito di Leone XIV-, la sapienza del Natale. Nel bambino Gesù, Dio dà al mondo una vita nuova: la sua, per tutti. Non un’idea risolutiva per ogni problema, ma una storia d’amore che ci coinvolge. Davanti alle attese dei popoli Egli manda un infante, perché sia parola di speranza; davanti al dolore dei miseri.

Egli manda un inerme, perché sia forza per rialzarsi; davanti alla violenza e alla sopraffazione Egli accende una luce gentile che illumina di salvezza tutti i figli di questo mondo.

“Mentre un’economia distorta – ha ammonito il Papa nell’omelia – induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù. Ci basterà questo amore, per cambiare la nostra storia? La risposta viene appena ci destiamo, come i pastori, da una notte mortale alla luce della vita nascente, contemplando il bambino Gesù.

Sopra la stalla di Betlemme, dove Maria e Giuseppe, pieni di stupore, vegliano il Neonato, il cielo stellato diventa «una moltitudine dell’esercito celeste». Sono schiere disarmate e disarmanti, perché cantano la gloria di Dio, della quale la pace è manifestazione in terra: nel cuore di Cristo, infatti, palpita il legame che unisce nell’amore il cielo e la terra, il Creatore e le creature”.

“Ora che il Giubileo – ha concluso il Pontefice – si avvia al suo compimento, il Natale è per noi tempo di gratitudine e di missione. Gratitudine per il dono ricevuto, missione per testimoniarlo al mondo. La contemplazione del Verbo fatto carne suscita in tutta la Chiesa una parola nuova e vera: proclamiamo allora la gioia del Natale, che è festa della fede, della carità e della speranza.

 È festa della fede, perché Dio diventa uomo, nascendo dalla Vergine. È festa della carità, perché il dono del Figlio redentore si avvera nella dedizione fraterna. È festa della speranza, perché il bambino Gesù la accende in noi, facendoci messaggeri di pace. Con queste virtù nel cuore, senza temere la notte, possiamo andare incontro all’alba del giorno nuovo”.

Prima di iniziare la Messa, Papa Leone – che per la prima volta dall’inizio del pontificato ha indossato la fascia bianca con il suo stemma papale ricamato – si era recato sul sagrato della Basilica per salutare e benedire i fedeli che non sono potuti entrare all’interno per seguire la Messa.

“La Basilica di San Pietro – ha detto il Papa – è molto grande, ma purtroppo non è abbastanza grande da accogliere tutti voi. Tante grazie per essere venuti qui questa sera. Vogliamo celebrare insieme la festa di Natale. Gesù Cristo che è nato per noi ci porta la pace, ci porti l’amore di Dio”.

Il Santo Natale e il Paradiso

24 Dicembre 2025 

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana 1930

I sacerdoti oggi parlano raramente dell’inferno e del Paradiso, quasi temendo che il richiamo ai novissimi possa apparire fuori tempo o inadatto alla sensibilità contemporanea. Eppure, proprio queste realtà ultime ricordano all’uomo il fine per cui è stato creato e il destino irrevocabile verso cui la sua anima è orientata. 

Il silenzio su inferno e Paradiso non rende queste realtà ultime meno vere né meno decisive; al contrario, le rende pericolosamente dimenticate. Tacere sui novissimi, significa oscurare il senso stesso dell’esistenza umana, che non si esaurisce nel tempo ma è protesa verso l’eternità. Ma l’eternità non è soltanto una realtà futura: essa getta la sua ombra e la sua luce nel tempo presente, nella nostra quotidianità. San Gregorio Magno insegna che «la vita presente è come un seme: ciò che ora si semina, nell’eternità si raccoglie» (Moralia in Iob, XXV, 16). Ogni atto, ogni scelta, ogni orientamento del cuore prepara già ora il raccolto eterno. Come ricorda sant’Alfonso Maria de’ Liguori, «l’eternità dipende da un momento, e quel momento è il presente» (Apparecchio alla morte, Considerazione I). Così nel momento presente, noi incontriamo l’eternità.

Il mondo in cui viviamo ci offre tempi, luoghi e immagini che prefigurano ciò che potranno essere l’inferno e il Paradiso e ci aiutano a comprendere, almeno per analogia, cosa significhi vivere lontani da Dio o vivere in unione con Lui.

 Per avere un’idea dell’inferno non occorre sforzare l’immaginazione: basta leggere i giornali, seguire le cronache quotidiane, osservare con attenzione la realtà che ci circonda. La violenza diffusa, la menzogna sistematica, l’inganno elevato a norma, l’infelicità profonda che abita cuori apparentemente sazi, costituiscono la cifra drammatica della nostra epoca. L’inferno, potremmo dire, è attorno a noi. Non si tratta certo dell’inferno in senso proprio, ma di una sua inquietante anticipazione: un mondo in cui l’uomo, rifiutando la verità e l’amore di Dio, sperimenta già la solitudine, il vuoto e una sofferenza che si traduce spesso in disperazione, anche se mascherata.

Ma se il nostro tempo offre immagini così numerose che evocano le sofferenze dell’inferno, esso non è privo di segni e momenti che rimandano alle gioie del Paradiso. Uno di questi momenti simbolici è il Santo Natale, un mistero divino che ci offre una delle immagini più alte del Paradiso anticipato nel tempo.  Contempliamo il Presepe. In una grotta povera, in un bambino deposto in una mangiatoia, il cielo si apre sulla terra. Lì dove tutto sembra fragile e insignificante, Dio si rende visibile e vicino. Il presepe ce lo ricorda con semplicità e profondità.

Gesù che viene al mondo è circondato dalla Madonna e da san Giuseppe e forma con loro la Sacra Famiglia, modello di tutte le famiglie della terra. Gli angeli cantano la gloria di Dio sopra la capanna di Betlemme; i pastori e i Re Magi adorano il Verbo fatto carne. Tutte le famiglie che, nella notte di Natale, si raccolgono attorno al Santo Presepe, che hanno la grazia di prepararlo e offrirlo al Signore, partecipano, anche se spesso in modo inconsapevole, a questa gioia che ha la sua sorgente nella vita soprannaturale irradiata dalla Sacra Famiglia.

Il Natale, con il calore e l’affetto che palpabilmente trasmette a chi lo vive con cuore semplice e sincero, ci ricorda che esiste un ambiente soprannaturale; che l’ambiente soprannaturale per eccellenza è il Cielo; che il Cielo è la nostra vera patria e il luogo di eterna felicità al quale ogni uomo è chiamato e, se corrisponde alla Grazia, è destinato ad arrivare. La pace e la gioia spirituale che il Natale accende nei cuori sono una prefigurazione della felicità eterna del Paradiso, dove l’anima sarà completamente immersa nel possesso e nel godimento di Dio.

Il Paradiso è una realtà che supera ogni immaginazione: è la pienezza di tutti i beni desiderabili, l’estasi eterna della visione beatifica. I secoli si succederanno ai secoli senza diminuire la felicità degli eletti; anzi, la certezza di possedere eternamente il Bene supremo ne accrescerà senza fine la dolcezza. I beni spirituali sono inesauribili, come dimostrano le amicizie spirituali che nascono sulla terra. Quando queste amicizie durano nel tempo e rimangono sempre nuove, senza sazietà, è segno che sono di origine divina. E in Paradiso queste amicizie saranno riannodate, così come i legami familiari con i nostri cari, ritrovati alla luce di Dio, per non più separarci da loro. I Beati vivono nella gioia inesauribile di amare e di essere amati, in una vita che fiorisce continuamente senza conoscere noia né stanchezza.

Ma dopo la visione intuitiva di Dio, ciò che accrescerà maggiormente la gioia dei Beati sarà la contemplazione dell’Uomo-Dio, Gesù Cristo, Verbo Incarnato, e della sua Santissima Madre, la Beatissima Vergine Maria, Regina degli angeli, dei santi e del Paradiso stesso. Le melodie del Paradiso saranno quelle intonate dagli Angeli a Betlemme per cantare la gloria di Dio e la pace in terra agli uomini di buona volontà. Ma coloro che in terra furono uomini di buona volontà, perché amarono Dio, oggi ascolteranno con commozione queste melodie in Cielo. 

Così, mentre il mondo mostra ogni giorno le ferite dell’inferno che l’uomo costruisce quando si allontana da Dio, il Natale ci ricorda che il paradiso comincia ogni volta che Dio viene accolto. Tra queste due anticipazioni – una di luce e una di tenebra – l’uomo è chiamato a scegliere. La scelta dell’eternità si gioca nel tempo, nelle decisioni quotidiane, nel modo in cui crediamo, adoriamo, speriamo ed amiamo, come la Madonna a Fatima ci ha invitato a fare.  

Natale è l’anticipo storico di ciò che il Paradiso è in modo eterno: la comunione piena tra Dio e l’uomo. San Gregorio di Nissa insegna che l’anima è stata creata con un desiderio infinito, capace di essere colmato solo da Dio (De vita Moysis, II, 232-239). Il Natale accende nel cuore una pace fragile e ancora esposta alle ferite; il Paradiso è quella stessa pace portata a compimento, senza più dolori né separazioni.

San Tommaso d’Aquino afferma che la felicità suprema dell’uomo consiste nella visione di Dio (Summa Theologiae, I-II, q.3). A Natale, Dio si lascia vedere in un volto umano; in Paradiso l’uomo vedrà Dio senza veli. Il Natale è la prima visione di Dio concessa all’uomo; il Paradiso sarà l’ultima, definitiva ed eterna. 

Cresce l’interesse e l’amore per il Presepio

 24 Dicembre 2025 ore 08:50

di Cristina Siccardi – Chiesa Cattolica 1930

Il Santo Natale è nato per celebrare l’arrivo in terra del Verbo incarnato: il Figlio di Dio giunge ancora e sempre fra di noi, e nonostante peccati, errori ed inganni serpeggino in maniera prepotente in un Occidente ubriaco e confuso per via di ideologie perverse, sintetizzate con il termine woke, Gesù Bambino arriva con la Sua divina innocenza per ricordarci che attraverso di Lui possiamo sempre e ancora salvarci.

Il padre domenicano Roger-Thomas Calmel (1914-1975), nel primo capitolo del libro Teologia della Storia, recentemente ripubblicato dalle Edizioni Piane, scrive: «L’attuale periodo offre assai di rado spettacoli confortanti al cristiano che non rinunci a farsi un giudizio, nell’ambito della propria fede, sugli avvenimenti di cui è testimone, sulle correnti storiche della nostra epoca e che si serva dei criteri obiettivi e assoluti forniti dalla fede e dalla ragione. Egli può accorgersi ad esempio, nel corso delle sue osservazioni e delle sue letture, che le strutture sociali dei nostri paesi sono modellate e influenzate sempre di più da una mentalità ateistica, sociologistica e tecnocratica, che la resistenza del clero allo pseudo-cristianesimo teilhardiano è troppo spesso priva di mordente, che il reclutamento del clero regolare e secolare, come delle religiose, è molto diminuito, insieme a molti altri fatti desolanti. […] Possiamo attenderci una immediata rettificazione della nostra penosa situazione? Lo ignoro. La sola cosa di cui sono certo è che, attualmente come per il futuro, la grazia onnipotente non ci abbandonerà».

Il Dottore della Chiesa sant’Agostino spiega che la Divina Provvidenza guida tutta la Storia e Dio interviene quando vuole con i Suoi strumenti, le Sue grazie, le Sue benedizioni, oppure permette il male («malum est carentia boni») per un bene maggiore. La Divina Provvidenza opera, spesso e volentieri, sulle righe storte ed è così che sorprendentemente, nonostante questi tempi secolarizzati, sprezzanti le leggi di natura e divine, nonostante le influenze del “buonismo” egualitaristico, che vuole cancellare la cultura cristiana, togliendo segni e simboli ad essa legati, sempre più nel mondo vengono allestiti presepi pubblici e privati. Questo uso cattolico, ideato da san Francesco d’Assisi a Greccio, sta avendo da alcuni anni una ripresa incredibile con presepi artistici e viventi, che spaziano da quelli storici, artigianali e scenografici. 

Ma c’è di più, gli acquisti di presepi sono cresciuti in maniera esponenziale grazie al commercio online con portali specializzati come Holyart, che si definisce «l’Amazon dei presepi»; tale azienda ha registrato un aumento del 73% nel mercato dei presepi dal 2019 ad oggi, dimostrando come l’e-commerce sia diventato un canale privilegiato per trovare articoli religiosi e natalizi, beneficiando della comodità e della vasta scelta offerta dal web. Holyart ha registrato addirittura un aumento dell’81% dei ricavi nel 2022, indicando un trend positivo duraturo, che incrementa, senza precedenti a livello di quantità, gli appassionati e collezionisti di presepi.

Nel contesto della religiosità devozionale è interessante notare come i droni non siano solo strumenti di guerra, ma strumenti per onorare il Cielo. Si pensi che l’8 dicembre di quest’anno, per la festa dell’Immacolata a Rio de Janeiro, migliaia di droni hanno formato una gigantesca, splendida e regale immagine della Madonna di fronte alla statua del Cristo Redentore, posta sulla cima del monte Corcovado e, ad un certo punto, i Cuori di Gesù e di Maria si sono incontrati e fusi per formarne uno solo. È un esempio dei fenomeni di pietà cristiana che nel mondo si verificano, come è accaduto a Budapest, lo scorso agosto, per i festeggiamenti in onore di santo Stefano d’Ungheria, quando una imponente e maestosa Croce di droni luminosi è apparsa in cielo.

L’Italia rimane un centro d’eccellenza per quanto riguarda i presepi, grazie alla tradizione napoletana con la sua mitica via, San Gregorio Armeno, ricca di artigiani che ogni giorno si applicano per creare le loro opere d’arte e tutto l’anno vendono ai turisti, che giungono da ogni parte, i loro tesori in botteghe suggestive e piene di colore e calore. 

Fra i presepi più belli al mondo ricordiamo il Presepio Cuciniello, settecentesco, collocato nella Certosa di San Martino a Napoli; invece, a Manarola, in Liguria, troviamo il presepio luminoso più grande del mondo, con oltre duecento figure che compongono la scenografica della Natività sulla Collina delle Tre Croci delle Cinque Terre. A Comacchio, in Emilia Romagna, gli angoli più caratteristici del centro storico si trasformano in un vero e proprio palcoscenico, dove le scene della Natività prendono vita nelle chiese e sotto le arcate dei principali ponti cittadini. Ogni anno i presepi vengono allestiti nei luoghi più strategici del centro storico, creando un percorso che invita i visitatori a scoprire le meraviglie di questa città sull’acqua. Le ambientazioni dei vari allestimenti, realizzate artigianalmente, uniscono tradizione e innovazione, creando un perfetto equilibrio fra cultura storica e creatività.

Sempre in Emilia Romagna, a Cesenatico, abbiamo il presepio della marineria, unico nel suo genere, mentre ai Sassi di Matera si organizza un grande presepio vivente; a Bologna, nella basilica di Santo Stefano, è custodito il più antico presepio in legno, risalente al XIII secolo. La Sicilia è famosa per i suoi presepi in ceramica e celebri sono quelli trentini, intagliati sapientemente nel legno. Dalla Val Gardena provengono i più di duecento personaggi (con altezza dai 25 ai 90 cm) del presepio meccanico della parrocchia della Santissima Annunziata di via Po a Torino, in mostra tutto l’anno. Il movimento delle oltre cento statue è prodotto da un unico vecchio motore elettrico, recuperato da una nave in demolizione, collegato ad esse da un centinaio di pulegge e cinghie. I due presepi meccanici più grandi al mondo si trovano a Rajecká Lesná, in Slovacchia e al museo della città di Jindřichův Hradec, nella Repubblica Ceca.

A Genga, in provincia di Ancona, nella Gola di Frasassi, si realizza il presepio vivente più grande al mondo, su una estensione di oltre 30 mila metri quadrati, in un ambiente naturale di straordinaria bellezza, animato da più di trecento figuranti, vestiti con abiti che riproducono quelli della Palestina di duemila anni fa. Le scene sono composte da una serie di quadri che si susseguono, l’uno dopo l’altro, lungo il percorso che parte dalla gola, si snoda sulle falde del monte ed insegue il sentiero che porta fino al Santuario della Madonna di Frasassi, a 660 metri di altitudine. Un viaggio spirituale nel tempo, scavato nella roccia fra splendide scenografie e pastori, pescatori e contadini intenti nel loro lavoro, che puntellano la salita verso la grande grotta e in questo percorso trovano spazio un variegato campionario di artigiani: falegnami, fabbri, cestai, fornai, calzolai, scultori, vasai, ricamatrici, tessitrici… Ed ecco la Vergine Maria e san Giuseppe con il piccolo Re, che giace nella greppia, adorato dai Re Magi, che indossano abiti d’oro, fedele riproduzione del dipinto realizzato da Gentile di Fabriano nel 1420.

Da 44 anni, invece, nell’antico borgo Castello di Dogliani (Cuneo) prende vita l’antica e sempre nuova Betlemme. Lo scenario è semplice, ma coinvolgente, nel quale trecento personaggi, vestiti con i costumi dell’epoca, animano vari locali trasformati in botteghe di artigiani, in locande, in case di contadini e ricchi signori. Le luci pubbliche vengono tutte spente e si accendono fiaccole e fuochi, disseminati in tutte le vie. Nella stalla, allestita nell’antico Torrione medievale, sull’abbondante paglia in terra, fra il bue e l’asinello veri, è collocato un bambinello, dolcemente cullato dalle note di un coro pastorizio. Che dire poi del presepio del paese di Santa Cristina, in Valgardena, intagliato a mano più grande al mondo? Diversi scultori lavorano ogni anno per aumentare le sue figure che oltrepassano la misura d’uomo. 

Presepi in pianura, in montagna, sulle rocche, sulle vette, nel ghiaccio, sulle acque, sotto le acque… una moltitudine di creazioni ingegnose e affascinanti… un vero prodigio disseminato nei cinque continenti! 

Impossibile fare un censimento fra quelli all’aperto, nelle chiese, nei santuari, nelle basiliche, nelle abbazie, nelle cattedrali e nelle dimore. La Coldiretti, due anni fa, realizzò un’indagine in Italia, che portò ad un conteggio significativo: il presepe è tornato in sei famiglie su dieci e l’indice di interesse è destinato a salire. L’amore per questa realtà è mosso sia dal desiderio di un ritorno alla spiritualità tradizionale, sia dalla possibilità di fermarsi di fronte alla bellezza e all’incanto del Natale religioso, che placa gli animi presi dall’ansia della frenesia moderna. Ma c’è anche un altro aspetto che favorisce questa tendenza benefica: la forte vitalità culturale identitaria, che si sviluppa in nazioni e regioni, quasi a rigettare l’omologazione voluta dai poteri forti. 

Castel Gandolfo, Papa Leone XIV: “Che ci siano 24 ore, almeno un giorno di pace a Natale, in tutto il mondo”

“Rispettare, almeno nella festa della nascita del Salvatore, un giorno di pace” 

Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano , martedì 23 dicembre 2025, 21:26 (ACI Stampa).

“Rispettare, almeno nella festa della nascita del Salvatore, un giorno di pace”. Questa è la richiesta, la preghiera, l’appello di Papa Leone XIV. Il Pontefice ha risposto alle domande di alcuni giornalisti presenti all’uscita di Villa Barberini a Castel Gandolfo. Neanche la pioggia battente ha fermato il consueto domanda-risposta tra il Papa e i giornalisti, prima di tornare in Vaticano.

“Veramente, tra le cose che mi causano molta tristezza in questi giorni è il fatto che apparentemente la Russia ha rifiutato la richiesta di una tregua di Natale. Io faccio ancora una volta questa richiesta a tutte le persone di buona volontà rispettare, almeno nella festa della nascita del Salvatore, un giorno di pace.

 Magari ci ascoltino, che ci siano 24 ore, un giorno di pace in tutto il mondo”, chiede chiaramente Papa Leone XIV a pochi giorni dal Natale.

Un’ora fa il Papa confessa ai giornalisti di aver sentito telefonicamente padre Gabriel Romanelli, il parroco di Gaza. “Hanno avuto una bellissima visita del patriarca Pizzaballa in questi giorni, hanno potuto celebrare, “Stanno cercando di celebrare questa festa in una situazione ancora molto precaria. Speriamo che vada avanti l’accordo per la pace”, confessa il Pontefice.

Domenica scorsa il Patriarca infatti, prima di lasciare Gaza, ha presieduto “una messa di Natale in anticipo”, nella quale nove bambini hanno ricevuto la prima Comunione. Un giorno di festa in una situazione davvero tragica he dura ormai da anni.

Il Papa ha risposto anche a una domanda posta da EWTN News riguardante la recente approvazione, nel suo Stato d’origine, l’Illinois, di una legge che autorizza il suicidio assistito per adulti affetti da malattie terminali con una prognosi di sei mesi o inferiore, in vigore da settembre 2026. Il Pontefice ha rivelato di aver già affrontato l’argomento in modo “molto esplicito” con il governatore JB Pritzker durante l’udienza in Vaticano dello scorso novembre.

Eravamo molto chiari sulla necessità di rispettare la sacralità della vita, dall’inizio alla fine. E purtroppo, per diverse ragioni, ha deciso di firmare quel disegno di legge. Sono molto deluso da questo. 

Invito tutti, soprattutto in questa festa di Natale, a riflettere sulla natura della vita umana, sul valore della vita umana. Dio si è fatto uomo come noi per mostrarci cosa significhi davvero amare la vita umana. Concludendo da Castel Gandolfo, il Pontefice ha auspicato che “il rispetto per la vita torni a crescere in ogni fase dell’esistenza umana, dal concepimento alla morte naturale”.

Guerra in Ucraina, la Carta ecumenica di Helsinki contro “l’ideologia del mondo russo”

Guerra in Ucraina, la Carta ecumenica di Helsinki contro “l’ideologia del mondo russo”

Dall’1 al 3 dicembre, si è tenuta ad Helsinki una conferenza del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Al centro, la questione dell’ideologia del mondo russo|

Di Andrea Gagliarducci

Helsinki , martedì 23 dicembre 2025, 10:00 (ACI Stampa).

Non è la prima volta che i teologi si pronunciano contro l’ideologia del mondo russo. Emanata dal Patriarcato di Mosca, l’ideologia del russkyi mir è anche alla base della legittimazione para-religiosa della guerra in Ucraina, in nome di un’appartenenza alla cultura russa in senso molto largo. Ma se già i teologi ortodossi si erano pronunciati, ora è stata la volta di una serie di chiese sorelle, raccolte sotto l’egida del Consiglio Ecumenico delle Chiese, che hanno ribadito la condanna in una dichiarazione al termine di una conferenza internazionale che si è tenuta ad Helsinki dall’1 al 3 dicembre.

La conferenza si intitolava “Resistere all’impero, promuovere la pace: le chiese affrontano l’ideologia del mondo russo”. Al termine di questa conferenza, i leader delle Chiese cristiane di Europa hanno adottato una dichiarazione congiunta in cui criticavano aspramente l’ideologia del mondo russo, invitando i cristiani a resistere alla sua diffusione.

I partecipanti alla Conferenza hanno delineato nella dichiarazione una serie di cosiddette distorsioni teologiche su cui si fonda l’ideologia del mondo russo.

In particolare, la dichiarazione definisce “eresia” l’affermazione che la morte di un soldato lo purifichi automaticamente dai peccati, ma anche il fatto che l’invasione russa dell’Ucraina sia descritta come “una guerra santa”.

Secondo i partecipanti alla conferenza di Helsinki, l’ideologia del mondo russo “sacralizza la violenza, nega il diritto dei popoli all’autodeterminazione, cerca di fornire una giustificazione spirituale all’aggressione contro l’Ucraina, formula narrazioni, formula narrazioni ideologiche incompatibili con la tradizione storica e biblica del cristianesimo”.

Gli organizzatori hanno sottolineato che “la sacralizzazione della guerra, la deificazione dello Stato e l’attribuzione alle decisioni politiche dello status di “mandato divino” contraddicono l’essenza della fede cristiana”.

Secondo i partecipanti, le Chiese di Europa sono chiamate prima di tutto a “proteggere le vittime della guerra, sostenere i rifugiati, i feriti e tutti coloro che sono stati colpiti da aggressioni”. Quindi a dire la verità sull’ideologia del “mondo russo”, denunciare l’abuso della religione e mettere in guardia dai pericoli della manipolazione teologica”. Infine, a pregare per la pace, per l’Ucraina, per la liberazione dei bambini ucraini, per coloro che soffrono e anche per coloro che sostengono l’aggressione, invitandoli al pentimento”.

Tra le misure pratiche proposte, quella di “sostenere iniziative teologiche che smascherino la sacralizzazione del potere”, e “sviluppare un’educazione cristiana incentrata sulla verità e sulla pace”, contrastando “la disinformazione e la manipolazione ideologica”, documentando i crimini e presentando le voci dei testimoni.

Tra le priorità, invece, ci sono “l’assistenza ai rifugiati e agli sfollati interni”, il “sostegno alle chiese nelle zone di guerra”, la “assistenza ai bambini ucraini rapiti dalla Russia”, e il rafforzamento del dialogo tra Europa occidentale e orientale”, sviluppando anche “pratiche di risoluzione non violenta e di guarigione dei traumi”.|

Leone XIV, davanti al Presepe pregate Gesù anche per le intenzione del Papa e per la pace

All’Angelus il Papa benedice i Bambinelli dei presepi e ricorda le virtù di San Giuseppe, pietà e carità, misericordia e abbandono

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano, domenica 21 dicembre 2025, 12:10 (ACI Stampa).

“Giuseppe, con un grande atto di fede, lascia anche l’ultima spiaggia delle sue sicurezze e prende il largo verso un futuro che è ormai totalmente nelle mani di Dio”. Papa Leone XIV lo ha detto nelle riflessione di oggi prima della recita della preghiera dell’ Angelus alle 12 in piazza San Pietro.

Seguendo la liturgia della quarta Domenica di Avvento, il Papa riflette su San Giuseppe che “mostra di cogliere il senso più profondo della sua stessa osservanza religiosa: quello della misericordia”.

Il Papa cita Sant’ Agostino e aggiunge: “Pietà e carità, misericordia e abbandono: ecco le virtù dell’uomo di Nazaret che la Liturgia oggi ci propone, affinché ci accompagnino in questi ultimi giorni di Avvento, verso il Santo Natale”. Per il Papa sono atteggiamenti che “educano il cuore all’incontro con Cristo e con i fratelli, e che possono aiutarci ad essere, gli uni per gli altri, presepe accogliente, casa ospitale, segno della presenza di Dio. I

n questo tempo di grazia, non perdiamo occasione per praticarli: perdonando, incoraggiando, dando un po’ di speranza alle persone con cui viviamo e a quelle che incontriamo; e rinnovando nella preghiera il nostro filiale abbandono al Signore e alla sua Provvidenza, affidandogli tutto con fiducia”. E chiede aiuto a Maria e Giuseppe “che per primi, con fede e amore grande, hanno accolto Gesù, il Salvatore del mondo”.

Dopo la preghiera il Papa ha salutato i molti gruppi presenti provenienti da ogni parte del mondo e in particolare dei bambini degli Oratori Romani in piazza per la tradizionale benedizione delle statuette di Gesù Bambino per i presepi: “Davanti al Presepe pregate Gesù anche per le intenzione del papa in particolare perché tutti i bambini del mondo possano vivere nella pace” ha detto il Papa augurando un santo e sereno Natale a tutti.

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