"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 39 di 155

INTERVISTA DI PADRE LIVIO SUI SEGRETI DI MEDJUGORJE

È IN EDICOLA QUESTA MATTINA SU “LIBERO QUOTIDIANO” E OCCUPA UNA PAGINA INTERA.

È LA PRIMA VOLTA CHE LA STAMPA LAICA SI OCCUPA SERIAMENTE DI QUESTO ARGOMENTO

NON È UN CASO CHE SIA PROPRIO NELLA PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

RIMA DOMENICA DI QUARESIMA

ANTEPRIMA DI “LIBERO QUOTIDIANO”

🟢UNO SCORCIO DELL’ARTICOLO DI LIBERO QUOTIDIANO, SUL NUOVO LIBRO DI P.LIVIO “TUTTI I SEGRETI SI REALIZZERANNO – LA PROMESSA DELLA MADONNA A MEDJUGORJE” – IN EDICOLA PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

#radiomaria #medjugorje #liberoquotidiano

Nell’Ucraina degli sradicati. I droni, le borse vuote e l’evacuazione, una scelta fra passato e futuro

La fuga dall’esercito di Mosca inizia con una richiesta: venite a prendermi. A rispondere sono i volontari per le evacuazioni, arrivano ai confini dell’occupazione per salvare chi è rimasto fino all’ultimo colpo di drone

Micol Flammini  21 feb 2026 – IL FOGLIO

Voloske (oblast di Dnipropetrovsk), dalla nostra inviata. Il mezzo di trasporto su cui viaggiano Andri e Vitali è un furgoncino comune, non blindato. Sotto i colpi di un drone russo rimarrebbe trafitto. Tutti i giorni persone come Andri e Vitali fanno avanti e indietro, si avvicinano alla linea del fronte, portano via gli intrappolati, coloro che hanno atteso, hanno sentito l’occupazione avvicinarsi e alla fine hanno fatto la telefonata per chiedere: venite a prendermi. Vitali, Andri e altri volontari della missione umanitaria Proliska partono, si coordinano con la polizia e con i militari, ricevono le istruzioni sulle condizioni per entrare in alcune aree particolarmente pericolose.

Quando arrivano, raccolgono vite, pezzi di storia, sentono il peso di tutto ciò che rimane indietro. Ci sono persone che hanno chiamato dopo aver trascorso mesi in cantina e quel “venite a prendermi” è una preghiera, non un ordine. Loro arrivano, con i giubbotti antiproiettile e i caschi, con la scritta “evacuazione” ben visibile sulle loro macchine, sapendo che la letalità dei droni che volano non lontano dipende unicamente da chi li manovra: “Non sai mai che tipo di russo c’è dall’altra parte. Se è un operatore umanamente normale capisce che stiamo portando via civili e non spara, un altro invece spara anche se abbiamo con noi vecchi, bambini e donne incinte”.

 L’evacuazione dura pochi minuti, le persone attendono l’arrivo dei volontari e hanno tutto già pronto, “a volte montano in macchina e chiedono di tornare indietro per una borsa, ma non le lasciamo scendere. Spieghiamo: ‘La tua borsa ha un costo, costa la vita a cinque, sei persone, non le vale’”. Chiudono le portiere e filano via, sui sedili dei loro furgoncini i pianti sono più frequenti delle risa. Nessuno si porta dietro un senso di liberazione, quasi tutti si sentono appesantiti dall’incertezza. Non sanno dove andare, arrivano ai centri di transito, come quello di Voloske, aspettano qualche giorno, e vanno avanti: transitano, verso il nulla.

Quando entriamo nel centro di Voloske ci sono persone appena arrivate, altre in procinto di partire, alcune ferme da qualche giorno. Volodymyr è un omone, un volontario che sembra conoscere la storia di chiunque entra nel centro: in media sessanta persone al giorno. Volodymyr parla con calma agli altri volontari, a un anziano che chiede una birra dice con cortesia che non ci sono alcolici nel centro. Tutti i volontari hanno cambiato la loro vita per salvare altri ucraini, portarli via, lontano dal fronte e non sempre vengono ringraziati.

 “A volte riceviamo segnalazioni, ci chiedono: andate a prendere mia mamma. Arriviamo e la mamma non vuole venire. Non possiamo obbligare nessuno. Spieghiamo quanto è pericoloso restare, ma loro parlano della loro mucca che non possono non nutrire, delle galline che è un peccato lasciare indietro, dei campi, della casa. Non ci rimane altre che dire loro: tutto questo se sopravvivi lo puoi riavere, una mucca, le galline, un campo. Se rimani qui, muori e non puoi avere più nulla”. La scelta è tra il passato e il futuro. Con il passato si ha sempre confidenza, con il futuro mai, “sono soprattutto i più vecchi a non voler lasciare le loro case”.

Una signora nella stanza degli anziani racconta di essere arrivata da tre giorni dal villaggio del distretto di Pokrovsk, nel Donetsk, Zelena Dolyna, tradotto: Valle Verde. Per lei, la vita è stata quel villaggio, non se ne era mai andata, tanto che ha bisogno dei documenti per proseguire il viaggio. E’ arrivata con la famiglia, ha settantotto anni e ne dimostra venti di più. Per parlare si toglie lo scialle dalla testa e inizia a raccontare: “Mi chiamo Olena Pantileevna, Pantileevna è molto raro”, le piace sottolineare quanto sia raro. “Nessuno di noi voleva andare via, sotto i bombardamenti ci rifugiavamo tutti dentro una macchina, abbiamo una Opel, una macchina forte”, dice con orgoglio. Tutti i membri della sua famiglia, cinque in tutto, stretti dentro, mentre attorno avanzava soltanto la distruzione. La macchina diventava un universo dell’illusione, proteggeva più della casa e ora è rimasta indietro, assieme al marito di Olena, che ha scelto di badare agli animali: “Dobbiamo trovare il modo di venderli”, dice. Con la famiglia si è decisa ad accettare l’evacuazione quando i bombardamenti si sono fatti quotidiani e loro erano rimasti senza gas. Olena è partita con un sacchetto, il suo futuro è tutto lì dentro.

“Ci sono zone in cui non possiamo entrare”, ammette Vitali. Quando un territorio è sotto occupazione, i volontari ovviamente non entrano. Alcune persone prendono la decisione di andarsene quando ormai è troppo tardi. Sono queste le chiamate più complesse, quando alla richiesta “venite a prendermi”, devono rispondere: “Non possiamo”. Qualcuno invece dopo l’evacuazione vuole tornare indietro, al passato. E al passato si torna da soli.
Per chi ha figli scegliere è più facile, la soluzione è una sola: partire. Tanja ha riempito un borsone in cui ci sono più pannolini che vestiti. E’ contenta di raccontare la sua storia, si muove molto velocemente, sembra che il suo corpo abbia trattenuto la velocità richiesta al momento dell’evacuazione. Si sposta, si organizza, chiama i bambini. “Non potevamo più rimanere a Nikopol, diventerà come Bakhmut”. Nikopol si trova nell’oblast di Dnipropetrovsk, Tanja non ha mai lasciato la città, ma la sua famiglia è rimasta senza luce né riscaldamento, sotto i bombardamenti che si fanno più intensi. Ha avuto paura della distruzione totale, così come l’ha vista dalle immagini di città come Bakhmut, nella regione di Donetsk, presa dai russi dopo un assedio di sette mesi.

Bakhmut è diventata il simbolo della devastazione, più di Mariupol, più di Avdiivka, la visione di cumuli di macerie, neve, nulla, di una città verticale ridotta al suolo terrorizza Tanja: “A Nikopol un uomo è stato colpito mentre andava sul monopattino, era al mercato. E’ stata centrato da un drone”. I droni russi si sono fatti più vicini nella regione di Dnipropetrovsk e in più di un caso hanno dato la caccia ai civili, come accade a Kherson, la città liberata nel novembre del 2022, in cui chi è rimasto vive relegato in casa, ha paura di uscire per timore dei droni. Tanja non vuole vivere così, ha preso i bambini, suo marito è rimasto.

Sono poche le persone che vengono evacuate e sanno dove andare, la maggior parte rimane in un limbo, sognando casa, sognando di tornare. Spesso, se possono scegliere, gli evacuati preferiscono non allontanarsi troppo, vogliono sentire il cordone del ricordo, vogliono pensare di avere la scelta di fare ritorno. Ma la possibilità di scelta per adesso non c’è, esiste soltanto la possibilità di salvezza e Vitali lo sa più di chiunque altro. Lui, Andri, Volodymyr e tutti i volontari di Proliska sono lo spartiacque di una vita altrui: per chi è pronto a guardarsi avanti sono Virgilio, per coloro che non fanno che voltarsi indietro sono Caronte. La signora Olena, Tanja con i suoi bambini, chiunque è salito sulle loro macchine, è entrato nell’Ucraina dei rifugiati, degli sradicati.

Vitali, che oggi guida verso la salvezza, è di Luhansk, faceva parte della polizia e quando i separatisti iniziarono a stabilire la dittatura di Mosca nella città capoluogo dell’oblast omonima, è stato fra i primi a doversene andare. Un uomo arrivò alla stazione di polizia e disse che ora tutti avrebbero dovuto prendere ordini da lui. Non era nessuno per darne. Chi non obbediva, e Vitali non aveva intenzione di obbedire, doveva scegliere la fuga, nottetempo. Vitali se ne andò. Ma non fuggì a Leopoli, o a Kyiv, o a Kharkiv o a Dnipro. Andò a Severodonetsk, sempre nella regione di Luhansk, conservando anche lui quel desiderio nascosto, quell’ambizione struggente di tornare un giorno a casa.

Severodonetsk è stata occupata dai russi nel giugno del 2022, e Vitali oggi è uno dei motori dell’evacuazione nella regione di Dnipropetrovsk. Ogni tanto si informa su cosa accade dentro alla sua Luhansk occupata, ha qualcuno che può raccontarglielo, non dice chi. Sa che è iniziata la ricostruzione, la città sembra un luna park post sovietico, più simile a Tiraspol che a Mosca. E ormai da lì non si può più evacuare.

Papa Leone XIV al clero romano: “È urgente ritornare ad annunciare il Vangelo: questa è la priorità”

“Chiesa di Roma, ricordati di ravvivare il dono di Dio”. Lo ha detto il Papa, aprendo stamane in Aula Paolo VI il suo discorso al clero romano in occasione dell’inizio della Quaresima.

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, giovedì 19 febbraio 2026, 12:30 (ACI Stampa).

“Chiesa di Roma, ricordati di ravvivare il dono di Dio”. Lo ha detto il Papa, aprendo stamane in Aula Paolo VI il suo discorso al clero romano in occasione dell’inizio della Quaresima.

Ravvivare – ha spiegato Leone XIV – “evoca l’immagine della brace sotto la cenere. Anche per il cammino pastorale della nostra Diocesi possiamo dire: il fuoco è acceso, ma sempre di nuovo bisogna ravvivarlo. Il fuoco acceso è il dono irrevocabile che il Signore ci ha fatto, è lo Spirito che ha tracciato il cammino della nostra Chiesa, la storia e la tradizione che abbiamo ricevuto e quanto, in modo ordinario, portiamo avanti nelle nostre comunità. Allo stesso tempo, dobbiamo ammettere con umiltà che la fiamma di questo fuoco non conserva sempre la stessa vitalità e ha bisogno di essere riattizzata. Incalzati  dai repentini cambiamenti culturali e dagli scenari in cui si svolge la nostra missione, talvolta assaliti dalla stanchezza e dal peso della routine, oppure scoraggiati per la crescente disaffezione nei confronti della fede e della pratica religiosa, avvertiamo il bisogno che questo fuoco sia alimentato e ravvivato”.

Il Papa ha affrontato poi alcuni ambiti della vita pastorale,  a partire dalla “pastorale ordinaria delle parrocchie. Circa la relazione tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione, abbiamo bisogno di una chiara inversione di marcia; la pastorale ordinaria è strutturata secondo un modello classico che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione dei Sacramenti, ma un tale modello presuppone che la fede venga in qualche modo trasmessa anche dall’ambiente circostante, dalla società come dall’ambiente familiare. In realtà, i cambiamenti culturali e antropologici che sono avvenuti negli ultimi decenni ci dicono che non è più così, anzi, assistiamo a una crescente erosione della pratica religiosa. È urgente ritornare ad annunciare il Vangelo: questa è la priorità. Con umiltà, ma anche senza lasciarci scoraggiare, dobbiamo riconoscere che «parte della nostra gente battezzata non sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa”.

“E’ necessario che la pastorale parrocchiale – ha aggiunto – rimetta al centro l’annuncio, per cercare vie e modi che aiutino le persone a entrare nuovamente in contatto con la promessa di Gesù. In questo contesto, l’iniziazione cristiana, spesso modulata su ritmi scolastici, ha bisogno di essere rivista: occorre sperimentare altre modalità di trasmissione della fede anche al di fuori dei cammini classici, per cercare di coinvolgere in modo nuovo i ragazzi, i giovani e le famiglie”.

Poi il Papa ha affrontato la questione dell’”imparare a lavorare insieme, in comunione. Per dare il primato all’evangelizzazione in tutte le sue molteplici forme non possiamo pensare e agire in modo solitario. La sola parrocchia non è sufficiente per avviare qualche percorso di evangelizzazione capace di intercettare chi non può vivere un’adeguata partecipazione. In un territorio di grande dimensioni come quello romano, occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità. Serve un coordinamento maggiore che, lungi dall’essere un espediente pastorale, intende esprimere la nostra comunione presbiterale”.

Advertisement

Infine “la vicinanza ai giovani. Molti di loro – ha ammesso Leone XIV – vivono senza più alcun riferimento a Dio e alla Chiesa.  Si tratta perciò di cogliere e leggere il profondo disagio esistenziale che li abita, il loro smarrimento, le loro molteplici difficoltà, come pure i fenomeni che li coinvolgono nel mondo virtuale e i sintomi di una preoccupante aggressività, che sfocia a volte nella violenza.  So che conoscete questa realtà e vi impegnate per affrontarla. Non abbiamo soluzioni facili che ci assicurino risultati immediati ma, per quanto possibile, possiamo restare in ascolto dei giovani, renderci presenti, accoglierli, condividere un po’ della loro vita. Allo stesso tempo, poiché le problematiche interessano varie dimensioni della vita, cerchiamo anche, come parrocchie, di dialogare e interagire con le istituzioni presenti sul territorio, con la scuola, con gli specialisti nel campo educativo e delle scienze umane e con quanti hanno a cuore il destino e il futuro dei nostri ragazzi”.

Leone XIV si è anche rivolto ai sacerdoti più giovani, esortandoli “alla fedeltà quotidiana nella relazione col Signore e a lavorare con entusiasmo anche se ora non vedete i frutti dell’apostolato. Soprattutto vi invito a non chiudervi mai in voi stessi: non abbiate paura di confrontarvi, anche sulle vostre stanchezze e sulle vostre crisi, specialmente con i confratelli che ritenete possano aiutarvi. A tutti noi, ovviamente, è richiesto un atteggiamento di ascolto e di attenzione, attraverso cui vivere concretamente la fraternità presbiterale. Accompagniamoci e sosteniamoci a vicenda”.

Gli Stati Uniti sono l’“Impero del male”?

Esteri | CR 1938

18 Febbraio 2026 ore 11:19

di Roberto de Mattei

Il segretario di Stato americano Marco Rubio, partecipando alla Conferenza sulla sicurezza, che si è tenuta il 14 febbraio al Bayerischer Hof Hotel di Monaco, ha tenuto un ampio e articolato discorso, in cui ha ribadito che Stati Uniti ed Europa fanno parte di un’unica civiltà e devono unire le loro forze per combattere i comuni nemici interni ed esterni. Eppure gli Stati Uniti, per molti conservatori e cattolici di orientamento tradizionale, costituiscono una sorta di nuovo “Impero del Male”.

Martin Heidegger è stato il filosofo che ha elaborato la forma più duratura dell’antiamericanismo nelle sue molteplici versioni: gli Stati Uniti come emblema della modernità “catastrofica”, dominata da tecnologia, consumismo, uniformità e assenza di senso storico (cfr. James W. Ceaser, A genealogy of Anti-americanism, “The Public Interest”, Summer 2003, pp. 3-18). Queste idee, esposte dal filosofo tedesco negli anni Trenta del Novecento, furono riprese dal nazismo e, dopo la guerra, dalla sinistra europea, diventando un pilastro del pensiero anti-americano contemporaneo.

C’è sempre stato un antiamericanismo di estrema destra, quello di coloro che non perdonano agli Stati Uniti di aver determinato la sconfitta delle potenze dell’Asse, con la loro discesa in campo nella Seconda guerra mondiale. Questo antiamericanismo oggi ha ripreso vigore in alcune forme di neo-nazionalismo populista, che ripropongono il fascismo e il nazionalsocialismo come modelli politici positivi. 

C’è stato poi un antiamericanismo di sinistra, che non perdona agli Stati Uniti di essere stati il baluardo anticomunista negli anni della Guerra fredda, impedendo la vittoria del comunismo internazionale. Questo anti-americanismo ha avuto il suo sviluppo nel movimento No-global e in quello Pro-pal.

Oggi però si è aggiunto un antiamericanismo di matrice cattolico-conservatrice, che rifiuta gli Stati Uniti perché essi, per la loro matrice puritana e liberal-illuminista, rappresenterebbero un modello di pensiero antitetico a quello della tradizione cattolica. Questo antiamericanismo si accompagna spesso ad una simpatia verso regimi come la Russia di Putin o, addirittura, l’Iran dell’ayatollah Alì Khamenei, considerato un baluardo contro lo Stato di Israele, espressione per eccellenza dell’essenza negativa dell’Occidente. 

Eppure, la superficialità di questa narrazione dovrebbe balzare agli occhi. La Rivoluzione protestante non è nata in America, ma in Europa, dove ha raggiunto le sue espressioni più radicali con gli anabattisti e i Levellers della Rivoluzione inglese. In America, puritani, mennoniti e quaccheri, moderarono e non accentuarono le posizioni radicali che avevano assunto in Europa. La chiesa evangelica costituisce oggi uno dei maggiori serbatoi di voto conservatore per il Partito Repubblicano.

 La Rivoluzione americana, che ha preceduto quella francese, ha poco o niente a che fare con quella del 1789. La Dichiarazione di Indipendenza del 1776 afferma l’esistenza di una legge naturale che precede il governo della società, mentre la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789 li fonda sulla pura autodeterminazione della volontà. 

La Rivoluzione francese fu essenzialmente una rivoluzione ideologica, figlia dell’Illuminismo; la Rivoluzione americana fu soprattutto una guerra di Indipendenza. A illustrarne per primo le differenze fu, nel 1800, Friedrich von Gentz (1764-1832), segretario e amico del principe Clemens von Metternich e uno dei principali architetti della Restaurazione, dopo la caduta di Napoleone (The American and French Revolutions Compared, Henry Regnery Company, Chicago 1955).

Uno dei più lucidi studiosi di scienza politica del XX secolo, Eric Voegelin (1901-1985) ha spiegato che la Rivoluzione americana non fu un evento politico dall’essenza gnostica, come la Rivoluzione francese, perché «non fu un movimento ideologico nel senso delle successive rivoluzioni europee. Non intendeva creare un nuovo ordine dell’essere, ma ristabilire i diritti degli inglesi che si riteneva fossero stati violati» (The New Science of Politics, ed. University of Chicago Press, 1987(reprint), p. 159). 

È l’Europa che ha corrotto l’America, e non viceversa. Il marxismo culturale che infesta le università americane dal 1968 non è nato in America, ma in Germania, da dove Lenin lo ha trapiantato in Russia e la Russia bolscevica, dopo la Rivoluzione del 1917, lo ha diffuso nel mondo. 

La Rivoluzione del Sessantotto partì da Berkeley, ma il suo teorico, Herbert Marcuse (1898-1959), è nato e morto in Germania. L’ideologia Woke ha radici europee, attraverso Marx, Gramsci, la Scuola di Francoforte, il post-strutturalismo francese. 

L’“Americanismo” condannato da Leone XIII con l’enciclica Testem benevolentiae del 22 gennaio 1899, più che una dottrina, costituiva una spiritualità dell’azione, che il modernismo ha sviluppato in maniera ben più ampia e articolata, anche sul piano teologico. La crisi della Chiesa attuale è figlia del modernismo europeo, non certo dell’americanismo. Uno dei collaboratori più stretti del cardinal Ottaviani fu il teologo antimodernista americano John Clifford Fenton (1906-1969) e uno dei cardinali più vicini a mons. Marcel Lefebvre fu il cardinale americano John Joseph Wright (1909-1979). 

L’enciclica Testem benevolentiae va letta inoltre accanto a un’altra importante enciclica di Leone XIII, la Longinqua Oceani, del 6 gennaio 1895, in cui il Papa riconosce gli aspetti positivi dell’esperienza americana: la crescita rapida del cattolicesimonegli Stati Uniti; la libertà religiosa di fatto, che ha permesso alla Chiesa di svilupparsi senza persecuzioni; l’iniziativa e il dinamismo della società americana. Leone XIII non condanna l’America, né la considera anticristiana per natura. Il Papa afferma però che la separazione tra Chiesa e Stato, così come concepita negli USA, deve essere considerata come un fatto contingente, non come un ideale normativo universale. 

Sul piano politico, inoltre, gli Stati Uniti di Clinton e Obama non sono certo quelli di Reagan e Trump. Parlare di un’unica America ha poco senso. Negli Stati Uniti, come in Europa, si confrontano due linee culturali, quella che si richiama al marx-illuminismo e quella, oggi prevalente, che rivendica le radici cristiane della società.

Nel suo discorso a Monaco, il segretario di Stato Rubio si è espresso in questi termini: «Per noi americani, la nostra casa può trovarsi nell’emisfero occidentale, ma saremo sempre figli dell’Europa.(…) La nostra storia è iniziata con un esploratore italiano che si avventurò nel grande ignoto per scoprire un nuovo mondo, portò il cristianesimo nelle Americhe e divenne la leggenda che ha definito l’immaginazione della nostra nazione pioniera. (…) E’ stato qui, in Europa, che sono nate le idee che hanno piantato i semi della libertà e cambiato il mondo. (…) Ed è questo il luogo dove le volte della Cappella Sistina e le guglie svettanti delle grandi cattedrali testimoniano non solo la grandezza del nostro passato o il Dio che ha ispirato tali meraviglie».

Tra le cattedrali americane che si ispirano a quelle europee, c’è Saint Patrick, la cattedrale di New York. La scelta di costruirla in «puro stile gotico», secondo Benedetto XVI, non fu casuale. L’arcivescovo John Hughes (1797-1864) «voleva che questa cattedrale ricordasse alla giovane Chiesa in America la grande tradizione spirituale di cui era erede» (Benedetto XVI, Omelia nella Cattedrale di Saint Patrick del 19 aprile 2008). 

 Alle radici dell’anti-americanismo c’è, innanzitutto, un problema di teologia della storia. Leone XIV, Papa americano, ha richiamato nel suo discorso ai diplomatici del 9 gennaio la necessità di rileggere la Città di Dio di sant’Agostino. Ma se invece di usare le categorie di sant’Agostino volessimo usare quelle di Carl Schmitt, dovremmo dire che l’anti-americanismo cattolico nasce dall’incapacità di definire il nemico. E potremmo aggiungere che non riesce a definire il nemico chi non riconosce ed ama i propri amici, perché la confusione non nasce dall’ignoranza, ma dall’amore mal ordinato. Sant’Agostino lo spiega con una delle sue formule lapidarie: «Disordinata è ogni anima che ama ciò che non deve amare» (De Civitate Dei, XV, 22). 

Mercoledì delle ceneri

Sacre Ceneri

Nome: Sacre Ceneri

Titolo: Inizio della Quaresima

Ricorrenza: 18 febbraio

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Festa

Il Mercoledì delle Ceneri è il giorno nel quale ha inizio la quaresima, il periodo di quaranta giorni che precedono la Pasqua di Risurrezione e nei quali al Chiesa cattolica invita i fedeli ad un cammino di penitenza, di preghiera, di carità per giungere convertiti al rinnovamento delle promesse battesimali, che si compirà appunto la Domenica di Pasqua.

Momento caratteristico della liturgia del Mercoledì delle Ceneri è lo spargimento, da parte del celebrante, di un pizzico di cenere benedetta sul capo dei fedeli. Si accompagna tale rito con le parole «Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15), frase introdotta dal Concilio Vaticano II, mentre prima si utilizzava l’ammonimento, contenuto nel Libro della Genesi, «Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris» («Ricordati uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai»), forma quest’ultima ancora in uso nella Messa tridentina.

È consuetudine che le ceneri utilizzate per l’imposizione delle ceneri sul capo dei fedeli si ricavino dalla bruciatura dei rametti di palme o di ulivo benedetti in occasione della Domenica delle Palme, dell’anno precedente.

Altro aspetto caratteristico della liturgia che ha inizio il Mercoledì delle Ceneri è l’uso del colore viola per i paramenti sacri nonché il fatto che per tutto il periodo quaresimale non si canta l’alleluia e non si recita il gloria.

PREGHIERA. «L’umiltà di Cristo ci ha insegnato ad essere umili: nella morte infatti si sottomise ai peccatori; la glorificazione di Cristo glorifica anche noi: con la risurrezione infatti ha preceduto i suoi fedeli. Se noi siamo morti con lui ? dice l’Apostolo ? vivremo pure con lui; se perseveriamo, regneremo anche insieme con lui (2 Tim. 2, 11. 12)» (Sant’Agostino Sermoni, 206, 1).

PRATICA. La chiesa richiede in questo giorno si osservi il digiuno e l’astinenza dalle carni. Per quanto attiene il periodo di quaresima, che inizia con il Mercoledì delle Ceneri, insegna Sant’Agostino: «Il cristiano anche negli altri tempi dell’anno deve essere fervoroso nelle preghiere, nei digiuni e nelle elemosine. Tuttavia questo tempo solenne deve stimolare anche coloro che negli altri giorni sono pigri in queste cose.»

MARTIROLOGIO ROMANO. Giorno delle Ceneri, e principio del digiuno della sacratissima Quaresima.

Yulia Navalnaya: «Putin ha avvelenato e ucciso mio marito. È un assassino, lavoro perché sia giudicato. E l’Occidente lo sopravvaluta»

di Gordon Repinski, da Monaco – Corriere della Se – 16 Febbraio 2026

La vedova del dissidente avvelenato: «L’Occidente sopravvaluta il Cremlino»

Questa è l’intervista che Yulia Navalnaya ha dato a Politico, dopo che i governi di cinque Paesi hanno confermato che suo marito Aleksej è stato avvelenato nella colonia penale n. 3 di Yamalo-Nenec con l’epibatidina, rarissimo veleno presente nella rana freccia dell’Ecuador (specie che non vive in Russia). È stata leggermente tagliata ed editata per chiarezza. 

Yulia Navalnaya, poco fa abbiamo ricevuto informazioni di intelligence da cinque Paesi europei: confermano che Aleksej è stato avvelenato con la tossina della rana freccia. Lei ne è sempre stata convinta. 
«Sono soddisfatta. È difficile per me dire che sia una buona notizia, perché, sapete, mio marito è stato ucciso. Naturalmente io lo sapevo già: era un uomo giovane, aveva meno di 50 anni. E sebbene avesse vissuto in condizioni dure, fosse stato torturato, io ero sicura che lui si prendesse cura di sé, che pensasse alla sua salute. E per me era evidente: lo avevamo visto solo un giorno prima in video collegamento, sembrava stare assolutamente bene. Quindi era chiaro che gli fosse successo qualcosa di orribile ed ero sicura che fosse stato Vladimir Putin. Tutti sanno che nel 2020 Aleksej è stato avvelenato con il Novichok. Se ne sono occupate molte agenzie. E anche noi abbiamo fatto la nostra indagine, mostrando tutti questi ufficiali dell’FSB che lo seguivano da molti anni e che poi lo hanno avvelenato durante il suo viaggio in Siberia. Quindi, per me era evidente che fosse stato ucciso in questa colonia penale: solo non sapevamo esattamente come. Sapevamo che ci sarebbe voluto un lungo, lungo tempo per scoprirlo. Per questo sono molto grata ai governi del Regno Unito, della Svezia, dei Paesi Bassi e della Germania, che hanno collaborato insieme e hanno appena provato tutto. Le incertezze sono state dissipate e non si tratta solo di una nostra inchiesta. È un’indagine che si basa su fonti altamente scientifiche».

Due anni fa lei era salita sul palco qui a Monaco con la notizia molto fresca della morte di Aleksej.

 E ha detto a caldo: Vladimir Putin sarà portato davanti alla giustizia. Due anni dopo non ci siamo ancora arrivati. 
«Ma siamo su questa strada. Sono sicura che due anni fa molti di voi che hanno partecipato a questa conferenza, o in tutto il mondo, erano sicuri che sarebbe stato impossibile trovare la verità. Invece ora abbiamo le prove che Vladimir Putin è l’assassino, che ha ucciso mio marito, e io sto lavorando molto duramente perché un giorno ci sia giustizia». 

Ha delle aspettative nei confronti degli altri Paesi, non solo di quelli che hanno indagato, perché diano un seguito a quanto scoperto? 
«Ci sono certamente questioni geopolitiche quando i Paesi trattano con Putin. Non è questa la prima legge che infrange. È la storia della mia vita. A volte, purtroppo, ci vuole molto più sforzo e molto più tempo. Ma io ho apprezzato che questi Paesi abbiano trovato la forza, che abbiano avuto una visione politica e lo abbiano fatto insieme». 

L’Occidente, o i Paesi che si oppongono a Putin, sono troppo deboli con lui?
«Certamente. Sì, ovviamente penso che l’Occidente potrebbe essere molto più forte contro Putin. A volte trattano Putin come se fosse il male in persona, pure evil. Ma non lo è. Chi è il signor Putin? Tutti si fanno questa domanda da molti anni. E per me è molto evidente che Vladimir Putin è un semplice dittatore. Non è niente di speciale. Fa quello che fa ogni dittatore. Ha iniziato ovviamente rubando soldi al suo stesso popolo, poi con la repressione nel suo stesso Paese, con la censura. Dopo ha iniziato la guerra. E ha cominciato a uccidere i suoi oppositori politici. Molte persone sono in prigione. E siccome fa quello che fa ogni dittatore, dobbiamo comportarci con lui come con un normale dittatore». 

Pensa che sia necessario che la guerra tra Russia e Ucraina finisca perché l’opposizione abbia una chance contro Putin? 
«Sono due cose parallele. La guerra dovrebbe essere fermata immediatamente. No, non sarebbe mai dovuta iniziare, naturalmente. Ma è anche molto importante capire che saremmo dovuti essere più forti contro Putin prima — non parlo del 2022, ma dal 2011, quando noi cercavamo di portare l’attenzione su di lui…». 

È possibile che la popolazione russa si sollevi? C’è così tanta repressione. 
«Quando c’è un tale livello di repressione, naturalmente è molto difficile alzare la voce contro Putin. Noi siamo seduti qui in questo posto molto bello, le persone stanno bevendo caffè o facendo cose interessanti, o vanno ogni giorno in ufficio. Ma immagini che lei metta un “mi piace” a qualcosa sui social media e il giorno dopo lei sarà in prigione. E non sarà in grado di incontrare la sua famiglia per anni. Io capisco che è molto difficile comprenderlo qui, nell’Europa occidentale, in Germania, in Francia. Ma è ovvio che in Russia le persone normali abbiano paura». 

Tempo fa mi disse che dalla Russia le scrivevano lettere. Può condividere qualcosa? 
«La situazione dentro la Russia non è così buona, né così unita, come Vladimir Putin vorrebbe far pensare. Molte persone mi scrivono di una situazione economica molto dura, di povertà. Direi che più del 70% di queste lettere lo dice. Non hanno soldi per le cose essenziali. Mi scrivono molto della censura, dei social media vietati. Negli ultimi 20 anni la Russia è molto avanzata tecnologicamente: avevamo un Internet che si stava sviluppando molto velocemente, eravamo abituati ad avere servizi molto buoni. Oggi le persone cominciano a sentirlo sulla propria pelle: quando non si è più in grado di telefonare, o di ricevere messaggi dei propri vicini, o di usare il conto bancario online. Ed è così che si comincia a percepire che qualcosa sta succedendo nel proprio Paese, sulla propria pelle». 

Lei vede individui, o gruppi di persone, potenti o meno, che possano assumersi il ruolo che è stato di suo marito? 
«Ci sono molte persone che stanno combattendo contro Vladimir Putin. Non è possibile farlo dentro la Russia, ma fuori ci sono molte persone che protestano contro il regime, contro la guerra in Ucraina». 

Quando Putin è arrivato al potere è stato invitato a parlare al Parlamento tedesco, e molte persone hanno pensato che potesse essere un riformatore. Lo abbiamo tutti sottovalutato, abbiamo preso decisioni sbagliate? 
«Lei lo sopravvaluta. E anche dentro la Russia lo sopravvalutano. Io capisco perché: quando era arrivato al potere era molto giovane, non beveva in confronto a Eltsin. Dava una speranza. Ma per esempio per mio marito — e lo scrive nel libro — noi non ci siamo mai fatti illusioni su Putin: sapevamo dall’inizio cosa significasse che fosse un agente del KGB, sapevamo che per tutto il tempo lui voleva solo tornare all’Unione Sovietica e ricostruire tutto lo schema dell’Unione Sovietica, con la censura e un’unica opinione pubblica, e governare il Paese per tutta la vita». 

Si vede in politica a un certo punto? 
«Io? Io sto facendo politica. Tutto quello che sto facendo ora è politica. Io sono perfino seduta qui sul palco e c’è scritto Politico!» 

Ma mi lasci insistere, ed essere più preciso. Può immaginare, se le cose cambiano in Russia, di candidarsi a un certo punto per un mandato, per qualcosa? 
«Di sicuro tornerò a casa. Io sogno di tornare. Non direi che sia nostalgia. Capisco che potrebbero volerci anni per tornare. Ma io so di me stessa, dei miei figli, che noi sogniamo di tornare a casa. Noi per tutto il tempo abbiamo voluto vivere in Russia. La Russia è il nostro Paese. Per questo vedremo se e quando io tornerò. Ma certo mi piacerebbe aiutare il mio Paese a diventare un Paese pacifico, prospero e democratico».

I CINQUE MINUTI DELLO SPIRITO SANTO

LIBRO DEL CARD. VICTOR MANUEL FERNANDEZ -PREFETTO DEL DICASTERO PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

Nel programma “La lettura cristiana della cronaca e della storia” viene inserita all’inizio una breve meditazione sullo Spirito Santo che si prolunga per tutti i giorni dell’anno.

Dedicare cinque minuti al giorno allo Spirito Santo può essere un vero conforto che ristora profondamente la nostra vita. In queste pagine l’autore raccoglie molti anni di esperienza nella comunicazione spirituale compiuta con i suoi numerosi libri, i programmi radiofonici e l’accompagnamento pastorale in cui ha cercato di aiutare le persone a vivere meglio spiritualmente. Pur esprimendosi in modo agile e accessibile, quest’opera racchiude la solidità e la profondità della sua ricerca teologica sullo Spirito Santo, sulla grazia e sulla spiritualità. Un prezioso cammino spirituale durante tutto l’anno perché la nostra vita sia piena della gioia, della luce e della libertà dello Spirito Santo.


Il libro è disponibile nelle librerie, in particolare quelle cattoliche, e su tutti gli store on line. Non inoltrare richieste a Radio Maria.

San Claudio de la Colombière

Divenne il confessore di santa Margherita Maria Alacoque. Si prodigò instancabilmente, con lo scritto e la parola, per diffondere la devozione al Sacro Cuore di Gesù e la pratica salvifica dei primi venerdì del mese.

Santo del giorno 15_02_2026

«Io ti manderò un mio servo fedele e amico perfetto», aveva promesso Gesù a Margherita Maria Alacoque, la santa delle straordinarie rivelazioni del Sacro Cuore e delle grazie connesse alla devozione dei primi venerdì del mese, che allora stava vivendo nel tormento perché non creduta. Quell’uomo della Provvidenza era Claudio de la Colombière (1641-1682), che nel 1675 fu scelto come superiore della casa dei gesuiti a Paray-le-Monial e divenne il confessore del vicino monastero della Visitazione dove si trovava Margherita. Il santo aveva da poco professato i voti solenni, al termine del periodo della “terza probazione” sapientemente stabilito da sant’Ignazio di Loyola, e così aveva scritto durante il ritiro spirituale: «Chiedo a Dio che mi faccia conoscere ciò che devo fare per servirlo e per purificarmi».

Terzo di sei figli, quattro dei quali scelsero la vita religiosa, era nato in un villaggio francese da una famiglia profondamente cristiana. A 17 anni si trasferì ad Avignone per iniziare il noviziato nella Compagnia di Gesù, dove nel suo animo si alternarono gioie e aridità legate al distacco dagli affetti e dal mondo, di cui in seguito scriverà: «Gesù Cristo ha promesso cento in cambio di uno, e posso dire che io non ho mai fatto nulla senza aver ricevuto, non cento in cambio di uno, ma mille volte di più rispetto a quanto avevo abbandonato». Il suo talento spinse il superiore generale a mandarlo a studiare teologia a Parigi, dove grazie alle sue virtù intellettive e morali fu segnalato a Colbert, l’economista e allora ministro delle Finanze (sotto Luigi XIV) che lo assunse come precettore dei figli. Intanto, lottava contro il suo amor proprio, offrendosi continuamente a Dio.

Dopo l’ordinazione sacerdotale, completò il cammino ignaziano a Lione e il 2 febbraio 1675 pronunciò i voti solenni. Seguì l’incarico a Paray-le-Monial: i superiori lo scelsero proprio perché sapevano delle visioni di Margherita Maria Alacoque (1647-1690) e ritenevano che Claudio fosse, per pietà e prudenza, la persona giusta per quella delicatissima situazione. Quando il santo si presentò alle visitandine, la giovane suora sentì una voce interiore: «Ecco chi ti mando!». Il gesuita divenne il suo padre spirituale e capì che quell’anima era stata adornata di autentici doni mistici. Durante una Messa, Margherita vide il Sacro Cuore come una fornace ardente in cui erano immersi i cuori dei due santi: «È così che il mio amore puro – le disse Gesù – unisce questi tre cuori per sempre. Questa unione è destinata alla gloria del mio Sacro Cuore. Voglio che tu scopra i suoi tesori, lui farà conoscere il suo prezzo e utilità. A tale scopo, siate come fratello e sorella, condividendo ugualmente i beni spirituali».

Claudio accolse con umiltà ogni rivelazione che lo riguardava e si prodigò instancabilmente, con lo scritto e la parola, per diffondere la devozione al Sacro Cuore di Gesù. Chiese a Margherita di scrivere le sue esperienze mistiche, salvò tante anime dai pericoli dell’eresia giansenista che aveva l’effetto di allontanare i fedeli dai Sacramenti e non si scoraggiò di fronte alle difficoltà che gli erano state preannunciate: «Rivolgiti al mio servo Claudio e digli […] che è onnipotente chi diffida di sé stesso per confidare unicamente in Me», gli aveva comunicato il Signore attraverso Margherita. Dopo 18 mesi di permanenza a Paray, ricevette l’ordine di partire per Londra come cappellano della Duchessa di York, Maria Beatrice d’Este, una cattolica fervente.

Anche in Inghilterra operò meraviglie, riuscendo a convertire molti alla Chiesa. Fu in quell’epoca che il protestante Titus Oates mentì parlando di una «cospirazione papista» ai danni del re e a cui il parlamento diede credito: numerosi cattolici innocenti furono condannati a morte e Claudio fu arrestato per «proselitismo religioso». Quattro anni prima si era visto «coperto di ferri e catene, trascinato in prigione, accusato e condannato per aver predicato Cristo crocifisso». La prigionia minò parecchio la sua salute, già indebolita da una tubercolosi incipiente, ma l’intervento di Luigi XIV gli valse la liberazione e il rientro in Francia nel 1679. Nell’inverno di due anni dopo tornò a Paray-Le-Monial. E poche settimane più tardi, il 15 febbraio 1682, arrivò la sua morte terrena. Così disse santa Margherita a chi lo piangeva: «Smettetela di affliggervi. Invocatelo con tutta la vostra fiducia, perché lui può soccorrerci».

Papa Leone XIV: “Non serve una giustizia minima, serve un amore grande”

Il Papa all’Angelus: “Gesù è venuto in mezzo a noi, ha portato a compimento la Legge facendoci diventare figli del Padre

Papa Leone XIV |  | Vatican MediaPapa Leone XIV | | Vatican Media

Di Marco Mancini

Città del Vaticano , domenica, 15. febbraio, 2026 12:14 (ACI Stampa).

Nel brano evangelico di oggi Gesù “rivela il vero significato dei precetti della Legge di Mosè: essi non servono a soddisfare un bisogno religioso esteriore per sentirsi a posto davanti a Dio, ma a farci entrare nella relazione d’amore con Dio e con i fratelli. Per questo Gesù dice di non essere venuto ad abolire la Legge, ma a dare il pieno compimento”. Lo ha detto stamane Papa Leone XIV, introducendo la preghiera mariana dell’Angelus.

“Il compimento della Legge – ha spiegato il Papa – è proprio l’amore, che ne realizza il significato profondo e lo scopo ultimo. Si tratta di acquisire una giustizia superiore che non si limita a osservare i comandamenti, ma ci apre all’amore e ci impegna nell’amore”.

“La Legge – ha proseguito Papa Leone – è stata data a Mosè e ai profeti come una via per iniziare a conoscere Dio e il suo progetto su di noi e sulla storia. Ma ora Lui stesso, nella persona di Gesù, è venuto in mezzo a noi, il quale ha portato a compimento la Legge, facendoci diventare figli del Padre e donandoci la grazia di entrare in relazione con Lui come figli e come fratelli tra di noi”.

“Gesù – ha concluso – insegna che la vera giustizia è l’amore e che, dentro ogni precetto della Legge, dobbiamo cogliere un’esigenza d’amore. Il Vangelo ci offre questo prezioso insegnamento: non serve una giustizia minima, serve un amore grande, che è possibile grazie alla forza di Dio”.

“Sono vicino – ha detto il Papa, dopo aver recitato l’Angelus – alle popolazioni del Madagascar colpite a poca distanza di tempo da due cicloni con inondazioni e frane, prego per le vittime e i loro familiari e per quanti anni hanno subito gravi danni, Ricorre nei prossimi giorni il Capodanno lunare celebrato da miliardi di persone in Asia orientale in altre parti del mondo: questa Gioiosa festa incoraggi a vivere con più intensità le relazioni familiari e l’amicizia, porti serenità nelle case e nella società. Sia occasione per guardare insieme al futuro, costruendo pace e prosperità”. 

Pagina 39 di 155

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy