Putin corre in soccorso di Khamenei. La Russia non può permettersi un regime change in Iran, fonte di droni e munizioni, canale alternativo per aggirare le sanzioni e alleato che condivide l’odio per l’occidente. E poi c’è il nodo del petrolio
A gennaio è uscita la notizia, riportata da Bloomberg, che l’Iran ha venduto missili alla Russia per tre miliardi di dollari per supportare la guerra contro l’Ucraina, fra cui missili balistici a corto raggio Fath-360 e missili terra-aria.
Ora è il Financial Times a rivelare che Teheran ha firmato con Mosca un accordo da cinquecento milioni di dollari per l’acquisto di migliaia di missili avanzati da spalla.
L’intesa prevede centinaia di Verba, tra i più moderni sistemi russi di difesa aerea, e di 2.500 missili 9M336. Un rafforzamento significativo delle capacità di difesa aerea iraniane in un momento in cui la Repubblica islamica è sotto pressione sul fronte militare e diplomatico.
E mentre Stati Uniti e Iran terranno giovedì un secondo round di negoziati a Ginevra, Mosca prova a salvare il suo alleato nella regione. L’Iran aveva acquistato un sistema di difesa aerea russo S-300 nel 2016, ma Israele e gli Stati Uniti lo avevano annichilito con gli strike dal 2024 e del 2025. A gennaio Ali Larijani, a capo del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano e considerato un successore di Ali Khamenei, il 31 gennaio è volato a Mosca da Putin.
E la scorsa settimana i russi si sono uniti agli iraniani per le esercitazioni nello Stretto di Hormuz. Senza contare che la Russia ha segretamente spedito miliardi in contanti all’Iran per sostenere il regime, mentre gli ayatollah garantivano a Mosca un flusso di droni Shahed-136 e missili balistici a corto raggio per la guerra in Ucraina.
Una crisi strategica a Teheran (come le cadute di Assad in Siria e di Maduro in Venezuela) non deciderebbe da sola la guerra in Ucraina ma potrebbe alterarne l’equilibrio psicologico.
Senza l’Iran, la Russia perderebbe una fonte di droni e munizioni, un canale alternativo per aggirare le sanzioni tecnologiche occidentali e un alleato che condivide l’odio per l’occidente. Un cambio di regime in Iran farebbe poi cadere il prezzo del petrolio, vitale per il sostentamento della Russia.
di Federico Rampini- Corriere della Sera – 28 Febbraio 2026
L’analisi di Rozenblat, ricercatore che ha lavorato nell’apparato di sicurezza israeliano: «Un cambio di regime ora», aveva scritto, «potrebbe essere più favorevole di un lungo processo diplomatico»
La decisione era da giorni nelle mani del presidente, che su Truth ha detto: «Il regime non potrà mai avere l’arma atomica, questa operazione è per difendere il popolo americano dalle minacce di Teheran, che ha tentato di ricostruire il suo programma atomico e stava sviluppando missili balistici a lungo raggio, in grado di raggiungere gli Stati Uniti. Colpiremo obiettivi del regime e militari, distruggeremo i loro missili, raderemo al suolo le loro strutture di produzione di armamenti, annichiliremo la loro marina militare».
I preparativi erano di fatto in corso da settimane. E gli Stati Uniti avevano spostato «a distanza utile» una quantità di forze militari tale da permettere un intervento militare di lunga durata.
Il rafforzamento militare era proseguito nonostante proseguissero i colloqui tra le delegazioni di Washington e Teheran: molti funzionari americani erano rimasti per tutto questo tempo scettici sulla possibilità di un accordo. Trump pretendeva infatti la rinuncia completa al programma nucleare, incluso lo stop all’arricchimento dell’uranio; Israele spingeva perché venisse smantellato anche l’arsenale missilistico iraniano.
Israele si preparava da settimane a un possibile conflitto, a soli 8 mesi dalla guerra di 12 giorni in cui Stati Uniti e Israele avevano colpito siti militari e nucleari iraniani.
Il dispiegamento americano era imponente: decine di caccia e di aerei cisterna per rifornimento in volo, due gruppi d’attacco con portaerei (la USS Abraham Lincoln e la USS Gerald Ford) con relative scorte di incrociatori, cacciatorpediniere e sottomarini.
Fino a qualche settimana fa il Pentagono non si considerava del tutto pronto a sostenere le minacce di Trump: le forze americane nella regione, tra 30.000 e 40.000 uomini distribuiti in otto basi, disponevano di difese aeree insufficienti. Nell’ultimo mese però sono stati trasferiti sistemi Patriot e THAAD per intercettare i missili iraniani, insieme a numerosi caccia F-35, F-22 e F-16 e bombardieri strategici in stato di allerta.
Ma quali sono i fattori che hanno spinto il presidente degli Stati Uniti a ordinare l’attacco? Ad argomentare le sei «ottime ragioni» per farlo è stato un autorevole esperto, che è una fonte di parte: Michael Rozenblat, ricercatore dell’Atlantic Council, che ha lavorato nell’apparato di sicurezza israeliano. Il fatto che sia classificabile come un «falco», tuttavia, non attenua l’interesse della sua analisi.
Da un lato, Rozenblat è infatti in grado di veicolare per noi lo stesso tipo di argomenti che Benjamin Netanyahu ha presentato a Trump. D’altro lato, come si vede dall’approccio che usa, l’analista israeliano sa toccare i tasti nevralgici dal punto di vista dell’interesse strategico degli Stati Uniti.
Decifrare o prevedere Trump è sempre complicato, nelle sue decisioni c’è una componente di intuizione e di impulsività. Ma questa analisi di Rozenblat mette a fuoco alcuni ingredienti sostanziali di quel processo decisionale. Ecco la sua analisi, che estraggo dal sito dell’Atlantic Council:
«Una svolta strategica dai negoziati» restava «improbabile. L’Iran sostiene che il proprio programma di missili balistici e il sostegno fornito alla rete regionale di proxy (le milizie armate come Hamas, Hezbollah, Houthi, ndr) siano non negoziabili — proprio le aree in cui l’Amministrazione Trump chiede concessioni drastiche».
Trump poteva propendere per «un attacco coercitivo limitato — cioè contro installazioni dei Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) e delle milizie Basij — mirato a far rispettare la «linea rossa» di Trump sull’uccisione dei manifestanti e costringere l’Iran a tornare al tavolo negoziale da una posizione di debolezza. Tuttavia, un simile attacco probabilmente avrebbe effetti limitati sul calcolo strategico del regime e non garantirebbe un confronto militare gestibile, poiché l’Iran ha dichiarato di prepararsi a misure di ritorsione in caso di attacco».
La seconda opzione era quella di «una campagna più ampia volta a ottenere cambiamenti fondamentali nel comportamento del regime — come l’accettazione di severe limitazioni ai missili balistici e alle attività dei proxy — o perfino a provocare un cambio di regime» con «una campagna militare prolungata e ben coordinata, sostenuta dagli alleati regionali, che costringa il regime a scegliere tra “bere il calice di veleno” per sopravvivere oppure affrontare un conflitto che minaccia la sua stessa esistenza».
La ricerca di un cambio di regime «comporta rischi significativi, tra cui la possibilità di frammentazione interna in fazioni armate o perfino una guerra civile su larga scala. Tuttavia, i benefici di cambiare radicalmente — o addirittura eliminare — la Repubblica Islamica potrebbero superare i rischi se l’alternativa è un Iran rafforzato e non dissuaso. Ecco sei ragioni strategiche per cui una campagna militare decisiva sarebbe la scelta giusta».
1. È un momento unico per ridisegnare il Medio Oriente: l’Iran si trova nel punto di massima debolezza dalla rivoluzione del 1979 dopo le recenti proteste, la guerra di dodici giorni di giugno con Israele e il drastico indebolimento della sua rete terroristica. La dottrina difensiva iraniana — composta da programma nucleare, potenza convenzionale e rete di proxy regionali — non è riuscita a dissuadere Israele e Stati Uniti dal colpirlo, esponendo di fatto il regime come una tigre di carta. Una campagna decisiva contro il regime potrebbe sbloccare iniziative regionali statunitensi oggi stagnanti, dall’integrazione regionale attraverso gli Accordi di Abramo fino all’avvicinamento all’Occidente di paesi sostenuti dall’Iran come Libano e Iraq.
2. L’imperativo morale: la brutale repressione dei manifestanti ha portato le tensioni al punto di ebollizione. I rapporti provenienti dall’Iran sono strazianti. Mentre le cifre ufficiali parlano di «soli» 3.117 morti, alcune stime sono molto più alte, da oltre 6.000 a più di 30.000 uccisi in due giorni». La promessa di Trump di “venire in soccorso” del popolo iraniano «non poteva llimitarsi alla retorica ma doveva diventare testimonianza della leadership morale americana».
3. Il dilemma della credibilità: rinunciare alla forza militare avrebbe potuto evitare un conflitto immediato ma rischiava paragoni con la «linea rossa» dell’allora presidente Barack Obama in Siria. Nel 2013 Obama non rispose militarmente dopo l’uso di armi chimiche da parte del regime di Assad contro la popolazione, che aveva definito appunto una «linea rossa». Se Trump non reagisse, Teheran potrebbe concludere che Washington arretrerà sotto pressione purché l’Iran resti determinato nella resistenza.
4. Gli interessi economici. Un diverso regime iraniano potrebbe reintegrare le immense riserve energetiche del Paese — le seconde al mondo di gas e le terze di petrolio — nei mercati occidentali. Ciò coincide con la visione dell’amministrazione di ampliare l’accesso americano alle risorse energetiche come elemento chiave della politica estera. La combinazione tra la caduta di Nicolás Maduro in Venezuela e un cambio di regime in Iran potrebbe compromettere seriamente la sicurezza energetica cinese, poiché Pechino si riforniva da entrambi per fino al 30% delle sue importazioni petrolifere grazie ai prezzi scontati. Complicare i calcoli economici della Cina e deviarne l’attenzione potrebbe favorire altri obiettivi statunitensi nei confronti di Pechino, come prevenire un conflitto su larga scala nello Stretto di Taiwan.
5. Un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel futuro iraniano: i fallimenti sistemici interni causati dal regime — iperinflazione, scarsità d’acqua e corruzione diffusa — insieme alle recenti proteste suggeriscono un declino terminale. Tuttavia attendere passivamente il collasso non era una strategia sostenibile per promuovere gli interessi regionali americani. «Un approccio attivo, anche militare, permetterebbe a Washington di orientare la transizione assicurando uno scenario post-regime favorevole e negando a Russia e Cina la possibilità di sfruttare un vuoto di potere in Iran. Ciò non implica necessariamente una presenza permanente di truppe come in Iraq, ma un sostegno economico e diplomatico a gruppi di opposizione capaci di offrire un’alternativa e promuovere cambiamenti positivi.
6. La minaccia continua del programma nucleare iraniano: mentre gli attacchi statunitensi di giugno agli impianti nucleari erano necessari per ritardare un’immediata capacità iraniana di ottenere l’arma atomica, probabilmente hanno fatto arretrare il programma solo di pochi mesi. L’Iran aveva dichiarato la volontà di continuare e il rafforzamento delle strutture sotterranee indicava il rifiuto di abbandonare le ambizioni nucleari. Trump ha affermato ripetutamente che non avrebbe permesso all’Iran di dotarsi di armi nucleari: doveva agire.
«Proseguire i negoziati in questa fase» rischiava «di fornire al regime una vitale ancora politica ed economica proprio nel momento di massima vulnerabilità. Il divario tra le posizioni di Washington e Teheran rende necessario l’uso della forza per ristabilire la credibilità della deterrenza americana e costringere l’Iran a cambiamenti drastici o a mettere a rischio la sopravvivenza del regime».
Nell’attuale contesto, «uno sforzo decisivo guidato dagli Stati Uniti e volto al cambio di regime potrebbe offrire un risultato strategico più sostenibile rispetto a un lungo processo diplomatico».
di Guido Olimpio -Corriere della Sera – 28 Febbraio 2026
Le portaerei, i caccia, i missili: i numeri dell’armata messa in campo dagli Stati Uniti. Ma Teheran ha imparato dai suoi errori di giugno. E resta ambiguo l’obiettivo finale di Trump
Mentre i negoziatori erano a Ginevra per cercare una soluzione, i generali erano da tempo nelle war room per mettere a punto le ultime mosse. Su tutti pressioni, timori di compiere passi azzardati, ma anche bluff. Fino all’attacco sferrato oggi, sabato 28 febbraio.
Molte delle attività erano visibili. La portaerei Ford aveva lasciato Souda Bay (Creta) diretta verso il Mediterraneo orientale: un breve video su X postato da un testimone oculare l’ha mostrata salpare. Altre informazioni erano state diffuse da una compagnia privata cinese che da giorni diffonde immagini satellitari degli spostamenti dell’Us Air Force.
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Ecco i velivoli a Diego Garcia, l’atollo nell’Oceano Indiano, usato in condominio dagli anglo-americani: Londra ne avrebbe vietato l’impiego per eventuali raid sull’Iran ma il veto non ha precluso lo schieramento di ricognitori, di rifornitori e di F-16 provenienti da Misawa, in Giappone. Nota di un esperto: Pechino analizza le tattiche pensando a Taiwan.
Ampia la presenza di F-35 sulle piste di Muwaffaq Salti, in Giordania. E ancora più interessante, in quanto inedito, il trasferimento di una dozzina di F-22 nella base israeliana di Ovda. Il Pentagono ha mobilitato i caccia più sofisticati per colpire e contrastare l’eventuale rappresaglia iraniana.
Gigantesco lo sforzo logistico: oltre 100 aerei tanker disseminati in diverse installazioni.
Li hanno avvistati in Bulgaria, nel Golfo, di nuovo in Israele. Dovranno assistere le missioni dei bombardieri strategici o degli altri velivoli impegnati in missioni a lungo raggio. E il loro ruolo potrebbe aumentare ancora, molto dipenderà dalle intenzioni della Casa Bianca: le indiscrezioni oscillano tra uno scenario di raid limitati per spingere Teheran a cedere e quello, più preoccupante, di una campagna massiccia. Opzioni esaminate giovedì da Trump durante un briefing con lo Stato Maggiore e il responsabile del Central Command, Brad Cooper.
Sempre intenso il trasbordo di materiale, in particolare equipaggiamenti per i sistemi anti-aerei che costituiscono un ampio ombrello «poggiato» su stazioni di rilevamento e le ricognizioni di una «flottiglia» di aerei radar o per l’intelligence. Gli Awacs, gli RC-135, forse gli «anziani» ma insostituibili U-2 e i droni fanno da sentinelle: spiano il nemico, sorvegliano i possibili punti di lancio dei missili terra-terra, intercettano le comunicazioni.
Oltre alla Ford, accompagnata da una robusta task force, c’è una seconda portaerei, la Lincoln in azione a est dello Stretto di Hormuz. Sono più di una ventina le unità, compresi un paio di sottomarini nucleari e diversi cacciatorpedinieri dotati di missili da crociera. Possono lanciarne a centinaia su siti dei Guardiani, impianti nucleari, caserme, snodi di comando.
In questi giorni, però, erano trapelate in modo evidente le preoccupazioni degli alti gradi statunitensi nonostante Trump abbia sostenuto il contrario. Il capo di stato maggiore, generale Dan Cain, ha sottolineato il problema del consumo elevato di munizioni antiaeree piuttosto costose e la possibilità di perdite.
Un aspetto già emerso durante il conflitto a giugno: gli israeliani e gli americani hanno dato fondo alle scorte per intercettare la falange di missili/droni. Fonti anonime citate dal New York Times sostengono che gli Stati Uniti possono sostenere incursioni al massimo per un periodo di 7-10 giorni (vero? diversivo?). Qualche osservatore aggiunge la spesa elevata per mantenere l’Armada: dozzine di milioni ogni giorno.
Quella crisi ha rivelato le debolezze del dispositivo iraniano ma, allo stesso tempo, ha dimostrato le capacità dei pasdaran. Che hanno studiato cercando di rimediare agli errori e hanno minacciato risposte su più livelli.
Molto esposte le basi Usa, alto l’allarme sulle iniziative di milizie sciite. E sullo sfondo il dubbio più grande, ovvero quale sia l’obiettivo finale di Trump. Per questo dominano l’incertezza e la paura di conseguenze devastanti.
«Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris» («Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai»). Con queste parole,pronunciate dal sacerdote che impone le ceneri sul capo dei fedeli, il Mercoledì delle Ceneri inizia la Quaresima nel rito romano.
L’origine di questa formula liturgica risale al primo capitolo della Genesi, quando il Signore, dopo il peccato di Adamo, gli disse: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!» (Gen 3, 19).
Tutti i Padri della Chiesa commentano questo passo biblico, ricordando che l’effetto della caduta di Adamo ha reso corrotta e mortale la natura umana, e questa corruzione è stata trasmessa all’umanità proprio perché Adamo, divenuto mortale, ha generato figli mortali. Sant’Agostino dice: «La morte del corpo, che avviene quando l’anima abbandona il corpo, non sarebbe toccata all’uomo se non avesse peccato. Infatti fu detto: Terra sei e alla terra andrai» (De Genesi ad litteram VI, 25, 36).
L’uomo nato dalla terra, a causa della ribellione, ritorna ad essa. Il testo della Genesi contiene un’esortazione all’umiltà, ricordando che l’uomo non è autore di sé stesso, ed esprime un richiamo a non attaccarsi alle cose materiali, perché la parola “polvere” indica la transitorietà di ogni cosa terrena. Sant’Ambrogio da Milano così commenta il versetto della Genesi:«Riconosci, o uomo, la tua natura; non si insuperbisca la tua carne. Dalla terra sei e alla terra ritorni» (De Paradiso, XI, 51). L’umiltà nasce dal riconoscimento della propria origine: l’uomo non si è dato l’essere da sé, dipende in tutto e per tutto da Dio.
Lo stesso richiamo alla verità della condizione umana risuona nei grandi maestri della spiritualità medievale. San Bernardo di Chiaravalle, con la sua forza ascetica, pone all’uomo tre domande che smascherano ogni superbia:«Quid fuisti? Quid es? Quid eris?» («Chi fosti?, chi sei?, Chi sarai?»). La risposta è sempre una sola: pulvis. La polvere non è soltanto il destino biologico del corpo, ma il segno della radicale dipendenza creaturale. L’uomo non è il prodotto di una trasformazione spontanea della materia, ma è stato tratto dal limo della terra per un atto diretto di Dio. E proprio perché creato immediatamente da Dio, il suo ritorno alla polvere è presentato dalla Scrittura come conseguenza della colpa, non come fase naturale di un processo evolutivo. La sentenza «Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris»possiede una densità teologica che va ben oltre il semplice richiamo morale alla caducità della vita. Essa racchiude una visione dell’origine dell’uomo, antitetica a quella evoluzionista.
Nei versetti precedenti, la Sacra Scrittura ha descritto in questi termini la creazione dell’uomo: «Allora il Signore Iddio formò l’uomo con polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito di vita, e con ciò l’uomo divenne un’anima vivente» (Gen 2, 7). Il testo è estremamente chiaro: l’uomo, fatto di anima e di corpo, non proviene dagli ominidi, dalle scimmie o da altre forme inferiori di animali, ma è stato tratto direttamente da Dio dal limo della terra. A questo testo fa riscontro la condanna dopo il peccato: sei polvere e polvere ritornerai. Il corpo della prima donna fu formato direttamente da Dio, traendolo dalla costola di Adamo (Gen 2, 21-24) e, anche in questo caso non c’è possibilità di adattare le parole della Scrittura alla narrazione evoluzionista.
Il cardinale Ernesto Ruffini, in un suo studio dedicato a La teoria dell’Evoluzione secondo la scienza e la fede (Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia 2023), riporta un gran numero di citazioni che confermano il consenso unanime dei Padri su questo punto: da sant’Ireneo a san Cirillo di Gerusalemme, da san Gregorio Nisseno a san Giovanni Crisostomo, da san Girolamo a sant’Agostino. Secondo quest’ultimo, «Adamo è stato formato dal limo in perfetta virilità», ovvero come uomo fatto e non allo stato embrionale (De Genesi ad litteram 6, 18, 29). San Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae (I, q. 91), spiega la convenienza teologica della formazione dell’uomo dal limo della terra, sottolineando che tale atto manifesta insieme l’umiltà della materia e la nobiltà della forma spirituale infusa da Dio. E il suo maestro sant’Alberto Magno, propostosi il quesito «se da altri che da Dio potesse essere formato il corpo dell’uomo», risponde: «Si deve dire che il corpo del primo uomo, secondo i detti dei Santi e secondo la Fede cattolica, né conveniva, né poteva essere fatto che da Dio stesso» (Summa Theologiae, II, Tract. XIII, q. 85).
L’unità di questa tradizione patristica e scolastica è espressa dal Magistero costante della Chiesa circa l’origine immediata del corpo del primo uomo. Il decreto della Pontificia Commissione Biblica del 30 giugno 1909 ha ribadito il carattere storico sostanziale dei primi capitoli della Genesi, escludendo che possano essere ridotti a un mito puramente simbolico.
Gli evoluzionisti negano la rivelazione scritturale di Adamo ed Eva come unici progenitori dell’umanità, accettando il poligenismo evoluzionista, che postula la contemporanea apparizione di uomini, in varie parti della terra, come risultato di una lunga trasformazione biologica a partire da specie inferiori. La dottrina della Chiesa insegna invece che il corpo di Adamo non venne al mondo da una forma corporea preesistente, ma fu creato direttamente da Dio a partire da un pugno di terra e che Adamo ed Eva furono la prima e unica coppia, da cui discese tutto il genere umano. Con la negazione della storicità di Adamo ed Eva, ridotti a metafora collettiva, cade il peccato originale, e con questo la necessità dell’Incarnazione di Cristo, Redentore dell’umanità.
La polvere della Genesi non è il residuo di un’evoluzione animale, bensì la materia inerte plasmata direttamente dal Creatore. Per questo, la teoria dell’evoluzione è contraria alla fede cattolica. Ed è per questo che le parole della Quaresima, “Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai”, possono essere considerate un manifesto anti-evoluzionista, che ci invita a meditare sull’origine e il destino dell’uomo.
Volodymyr Zelensky con Papa Leone a Castel Gandolfo (foto Vatican Media Press Office via Ansa)
2014-2022-2026
Matteo Matzuzzi – 24 febbraio 2026 – IL FOGLIO
Il più autorevole oppositore alla linea filoputiniana dell’Amministrazione Trump è un americano di Chicago, il Pontefice. Che cerca di smontare, pezzo dopo pezzo, la propaganda Maga sensibile ai pianti della Chiesa russa. La svolta dopo Francesco
Da vent’anni l’Ucraina organizza la Breakfast Prayer a Washington, la “colazione di preghiera”. Dopo il 2022, con l’attacco su larga scala della Russia, l’obiettivo del momento a metà tra il conviviale e lo spirituale è quello di sensibilizzare l’establishment sulla causa per cui Kyiv lotta: la sopravvivenza.
Quest’anno i presenti erano centinaia. La pastora Paula White, consulente senior presso l’Ufficio della fede della Casa Bianca, ha detto di “comprendere quale sia la vostra battaglia e a livello personale la comprendo sia spiritualmente sia umanamente”. Steven Moore, un attivista evangelico pro Kyiv, ha detto che ciò che lega l’Ucraina e il movimento Maga è la fede. Ed è su questo che bisogna premere per portare Trump a cambiare punto di vista – eufemismo – circa il conflitto in corso. Parlare di fede, insomma, e non di democrazia: per l’universo del Make America Great Again, la democrazia da esportare è qualcosa che porta a guerra e – soprattutto – a enormi spese, come dimostrano le esperienze in Iraq e Afghanistan. Soldi che invece dovrebbero essere spesi in patria. Un deputato del Nebraska, repubblicano, ha sottolineato che “purtroppo alcuni esponenti Maga sono ingenui di fronte alla propaganda russa e non hanno idea che Mosca stia conducendo una guerra contro evangelici e cattolici ucraini”.
La campagna di sensibilizzazione punta forte sulla Bible Belt, la storica cintura cristiana dell’America, con l’obiettivo di far capire che “l’Ucraina è sempre stata un granaio di fede per l’Eurasia”. Il problema è che la Chiesa ortodossa russa agisce allo stesso modo: negli ultimi mesi, più volte rappresentanti del Patriarcato moscovita sono intervenuti per ribadire che Zelensky è responsabile di persecuzione religiosa a danno dei cristiani non allineati, nonostante il presidente della commissione Giustizia del Senato, il repubblicano vecchia scuola (vecchissima, ha novantadue anni compiuti), Chuck Grassley, abbia denunciato il tentativo di “presentarsi come vittima di persecuzioni religiose anziché come responsabile”. Davanti ai lamenti dei religiosi ortodossi circa l’impossibilità di esercitare una sana libertà religiosa, negata loro dal governo ucraino, diversi esponenti Maga hanno espresso pubblicamente la loro indignazione.
Al di là dello sconcerto di qualche deputato, però, il problema maggiore resta in ogni caso Donald Trump e la sua stretta cerchia sensibile alle sirene del Cremlino. Il tentativo allora è di partire dalla base, dal cuore cristiano d’America, movimentando gli evangelici a dare sostengo alla causa della libertà ucraina.
Sullo sfondo, molto sullo sfondo, i cattolici. Da sempre più restii a impegnarsi in battaglie di principio che non siano le marce pro life, per la prima volta dopo decenni hanno contribuito a riportare alla Casa Bianca Trump. Le gerarchie sono con Kyiv, che da un anno spiegano al presidente che la vittima è l’Ucraina. Con scarsi risultati. Lo stesso cardinale Timothy Dolan, punta di diamante del conservatorismo cattolico americano, presente all’Inauguration Day del secondo mandato trumpiano e fino a poche settimane fa arcivescovo di New York, ha detto che pur apprezzando il vicepresidente Vance per molti aspetti, non si ritiene “molto soddisfatto” dal suo punto di vista sul dossier ucraino: “Non era molto schierato a favore di Kyiv”.
In questo scenario si staglia la figura di Leone XIV, il primo Papa statunitense. Americano di Chicago, nonostante il ventennio abbondante passato in Perù. Robert “Bob” Prevost sul conflitto russo-ucraino ha le idee chiarissime e l’ha detto in più d’una circostanza. Direttamente, senza mediazioni editoriali o giornalistiche. Da cardinale, quando era vescovo di Chiclayo, ha sostenuto che quella ordinata da Vladimir Putin è “un’invasione imperialista” che pone anche il problema dei “crimini contro l’umanità”.
Dopo aver più volte incontrato Zelensky e l’arcivescovo maggiore di Kyiv, Sviatoslav Shevchuk, nell’unica telefonata intercorsa con il presidente russo gli ha chiesto di “fare un gesto che favorisca la pace”. Non l’ha chiesto al presidente ucraino, ma all’invasore. Si tratta di un cambio di passo deciso rispetto a Francesco che, pur parlando sempre di “martoriata Ucraina”, non esitò a condannare al termine di un Angelus la scelta del governo di Zelensky di bandire la Chiesa ortodossa moscovita.
In quella circostanza, Jorge Mario Bergoglio fu esplicito: “Pensando alle norme di legge adottate di recente in Ucraina, mi sorge un timore per la libertà di chi prega, perché chi prega veramente prega sempre per tutti. Non si commette il male perché si prega. Se qualcuno commette un male contro il suo popolo, sarà colpevole per questo, ma non può avere commesso il male perché ha pregato. E allora si lasci pregare chi vuole pregare in quella che considera la sua Chiesa. Per favore, non sia abolita direttamente o indirettamente nessuna Chiesa cristiana. Le Chiese non si toccano!”.
Un rapporto complicato che comportò anche la decisione di non pochi sacerdoti della Chiesa greco-cattolica di evitare di pronunciare il nome di Francesco nelle liturgie. Leone ha idee diverse: non pensa che dietro la mossa di Putin ci sia la provocazione della Nato: a settembre, mentre rispondeva alle domande dei giornalisti che l’attendevano all’uscita dalla residenza di Castel Gandolfo, disse a proposito della situazione complessa sul fronte orientale che “la Nato non ha cominciato nessuna guerra”. Precisamente, il Papa commentava le ultime esternazioni del portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, secondo cui l’Alleanza atlantica “è già in guerra con la Russia”.
Insomma, il più autorevole oppositore alla linea filoputiniana degli Stati Uniti è un americano: il Pontefice. Che non è mai andato allo scontro con Trump, cosa che invece fece Francesco, arrivando a dire che chi vuole muri non può dirsi cristiano, buttando giù dalla torre in ogni caso sia lui sia Kamala Harris quando improvvidamente rispose a chi gli domandò la sua preferenza in vista delle elezioni presidenziali.
Leone esercita il soft power: manda avanti i suoi rappresentanti in terra americana, cioè i vescovi. Sono loro a esternare con forza contro le misure della Casa Bianca, a ingaggiare una “resistenza”, anche se per lo più sul fronte dell’immigrazione. Prevost sa quanto di lui disse Steve Bannon all’indomani dell’elezione a Pontefice: “Per i Maga è la scelta peggiore che potesse essere fatta”.
Presentato come delfino di Francesco, l’uomo di Chicago – e cioè del peggio che possa esserci assieme a New York e San Francisco – era come percepito come “nemico” della causa trumpiana, pericolosamente in grado di influenzare anche l’opinione pubblica cattolica contro la sua visione di mondo post liberale.
Il 25 gennaio, Papa Leone XIV ha pubblicato un messaggio per celebrare il centesimo anniversario della Giornata Missionaria Mondiale del 2026, che si svolgerà il prossimo 16 ottobre. Questa giornata istituita da Papa Pio XI nel 1926, ci ricorda la vocazione missionaria della Chiesa, riassunta dalle parole di Nostro Signore ai suoi discepoli: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 18-20).
Pochi sanno che l’istituzione di questa giornata si deve anche ad un santo che non fu mai missionario, ma che alle missioni dedicò la sua vita: san Giuseppe Allamano, la cui festa si celebra il 16 febbraio.
Giuseppe Allamano nacque a Castelnuovo d’Asti il 21 gennaio 1851, nella stessa terra benedetta che aveva dato i natali a san Giovanni Bosco e fu uno degli ultimi frutti di quello straordinario filone di spiritualità piemontese, costellato da nomi come quelli di san Giuseppe Cafasso, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, san Leonardo Murialdo, e, tanti altri beati e servi di Dio.
La spiritualità piemontese è sempre concreta, radicata nella fedeltà alle grazie ricevute ogni giorno, senza mai essere intellettuale o sentimentale. Ciò che la caratterizza è il primato della vita interiore, l’amore per la Chiesa, una profonda devozione mariana, una fiducia incrollabile nella Divina Provvidenza.
Ordinato sacerdote nel 1873, Giuseppe Allamano, fu presto colpito dalla sofferenza: una grave malattia lo costrinse ad abbandonare l’insegnamento, ma ciò che sembrava una sconfitta diventò, nelle mani di Dio, un seme fecondo. Nominato rettore del Santuario della Consolata di Torino, Allamano trasformò quel luogo in un centro vivo di rinnovamento sacerdotale. Davanti all’immagine della Madonna Consolata, maturò in lui una chiamata decisiva: formare missionari santi per annunciare il Vangelo fino ai confini della terra. Nel 1901 fondò l’Istituto Missioni Consolata (oggi Missionari della Consolata) e, pochi anni dopo, l’Istituto delle Missionarie della Consolata. Non partirà mai personalmente per le missioni, ma il suo cuore le abbraccerà tutte.
Nel 1912, si rivolse direttamente a san Pio X, per cercare di sensibilizzare il clero e i fedeli sulle attività delle missioni, chiedendo anche l’istituzione di una giornata a questo dedicata. La risposta arriverà con l’istituzione della Giornata Missionaria, poco dopo la sua morte, che avvenne a Torino, il 16 febbraio 1926. Quest’anno ne celebriamo il centenario. Fu beatificato da Giovanni Paolo II e proclamato santo da papa Francesco il 20 ottobre 2024. Oggi la sua famiglia missionaria è diffusa in molti Paesi del mondo.
Per comprendere la profonda spiritualità missionaria di san Giuseppe Allamano sono preziosi i suoi scritti. Essa può essere riassunta nel suo celebre motto: «Prima santi, poi missionari».
«L’opera della missione – scrive Allamano – esige grande santità. Non basta una santità mediocre, occorrono, come missionari, santi in modo superlativo. Le anime si salvano con la santità…. Certe conversioni non si ottengono che con la santità. Non dimenticate mai che la conversione dei cuori è opera della divina grazia, e solo chi ne è ripieno, opererà prodigi di conversione…
Prima santi e poi missionari. Non bisogna scambiare i termini. Non è affatto presunzione il voler farsi santo; è presunzione il confidare nelle proprie forze. I santi non sono nati santi, ma si sono fatti santi. Quelli che vogliono farsi veramente santi, il Signore li aiuta e li fa santi.
Per essere santi occorre pregare. Bisogna pregare sempre, giorno e notte senza interruzione: il che vuol dire essere come investiti dello spirito di preghiera, come l’abito riveste il corpo. Dobbiamo formarci lo spirito della preghiera, avere l’abito della preghiera, che non consiste nel pregare sempre vocalmente, dal mattino alla sera, ma nel riferire tutto al Signore. Così il nostro lavoro sarà preghiera. Si fa più in un quarto d’ora dopo aver pregato, che in due ore senza preghiera. La preghiera deve essere perseverante. Bussiamo alla porta; se non ci viene aperto, bussiamo più forte; rompiamo la porta, se occorresse. È il Signore che ci insegna a fare così. Quando non riceviamo ciò che chiediamo, pensiamo che neppure un filo, una parola della nostra preghiera è caduta nel vuoto».
Aggiunge il nostro santo: «È per mezzo della croce che ci santifichiamo, non per mezzo delle parole e neppure solo delle preghiere; queste giovano anche, ma il più importante è portare bene la croce. La spiritualità però non deve essere triste, ma profondamente serena e fiduciosa nella Provvidenza».
«La confidenza – sottolinea il nostro santo – è la quintessenza della speranza. Confidare è speranza robusta, viva. Nella via della perfezione essa ha una grande parte. Senza confidenza in Dio non si può far nulla; d’altra parte, facciamo torto a Dio non confidando in lui. Ci vuole una confidenza da pretendere miracoli, una confidenza tale, da essere un po’ audaci, “prepotenti”. Il Signore non si offende di ciò. Iddio provvede a tutto per coloro che in lui confidano».
La devozione alla Madonna Consolata è uno dei pilastri della spiritualità di san Giuseppe Allamano, che vede nella Consolata una Madre che guida, sostiene e corregge, e a Lei affida ogni difficoltà. «Se uno non sentisse amore verso la Madonna, lo domandi: non aver amore alla Madonna è cattivo segno. Se non avete la devozione alla Madonna, e non dico solo devozione, ma una tenera devozione – dice – non vi farete santi!»
L’energia è una dote caratteristica della Madonna. «Maria nei suoi dolori non si lasciava abbattere, ma aveva energia: “stava preso la croce di Gesù” (Gv 19, 25),partecipe delle sofferenze del figlio. Generosità, coraggio – esorta – ma anche allegrezza! Dio vuole anime forti e risolute, che si mettano interamente a disposizione di lui! Guai a chi mette riserve nella santificazione! Il Paradiso non è fatto per i fiacchi
Che cos’è la nostra vita? É un’ora. Almeno in quest’ora lavoriamo con tanta intensità, con tanto spirito, di modo che un’ora sola valga tutta la giornata. Non è tanto il cadere nella debolezza che è male, ma il non sollevarsi; invece bisogna sempre cominciare di nuovo, non stancarsi.Coraggio sempre. Avanti nel Signore».
di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 23 Febbraio
L’illusione del presidente russo, la controffensiva ucraina e lo stallo. Con centinaia di migliaia di vittime
KIEV – L’inizio non è un vero inizio, bensì il proseguimento di un’aggressione che era cominciata già 8 anni prima. E però in Ucraina ben pochi se l’aspettano, di sicuro non così ampia e non mirata ad annettere il Paese intero alla Russia. L’invasione su larga scala voluta da Vladimir Putin all’alba del 24 febbraio 2022 non coglie di sorpresa gli americani, che già dall’estate avvisavano Volodymyr Zelensky del pericolo, ma il presidente ucraino era stato lento a reagire. «Sino a poco prima credevamo che Putin avrebbe lanciato un attacco limitato sul fronte orientale per annettersi il Donbass e completare ciò che aveva ottenuto nel 2014 con l’annessione della Crimea», racconteranno subito dopo gli ucraini.
La débâcle di Putin
Va detto chiaro che per il presidente russo le cose vanno male sin dai primi giorni. Il suo piano mirava a spaventare e disperdere le forze nemiche con massicci attacchi su più fronti: dalla Bielorussia e la regione frontaliera di Sumy verso Kiev; da Belgorod su Kharkiv; su tutto il fronte del Donbass sino a Mariupol; dalla Crimea contro il Kherson, Mykolaiev e Zaporizhzhia; dal Mer Nero è programmato lo sbarco sulla costa di Odessa. Una gigantesca operazione a tenaglia che non dovrebbe lasciare scampo a Zelensky.
In verità, i generali hanno illuso il Cremlino, perché nei loro rosei disegni bellici la guerra avrebbe dovuto durare solo poche settimane. Un commando di 600 Spetsnaz, le forze speciali, deve essere elitrasportato a Hostomel, un piccolo aeroporto quaranta chilometri a nord est di Kiev, e da qui, anche aiutati da squadre «dormienti» di collaborazionisti locali, puntare diritti sulla capitale, eliminare Zelensky con i suoi collaboratori, e quindi instaurare un governo vassallo simile a quello di Aleksandr Lukashenko a Minsk.
Ma l’intelligence Usa allerta gli ucraini, fornisce i riferimenti gps del tragitto dei velivoli russi: gli Spetsnaz vengono massacrati sulla pista d’atterraggio di Hostomel. Il piano dell’alto comando di Mosca è stravolto. Le forze russe superano Bucha, arrivano a Irpin, ma alle periferie di Kiev si fermano, per poi ripiegare sulle basi di partenza oltre il confine internazionale. Ai primi di aprile tutta la regione di Kiev è libera. Lo stesso avviene via via a Chernihiv, Sumy, Kharkiv.
Il contrattacco
Il 20 maggio 2022 si arrendono gli oltre 2.000 combattenti della brigata ucraina Azov asserragliati nei sotterranei delle acciaierie Azovstal di Mariupol. I morti sono migliaia. Secondo l’Onu il 90 per cento degli edifici della città è danneggiato o distrutto. Sarà un modello bellico destinato a replicarsi di continuo: lungo tutta la linea dei combattimenti verranno ridotti in macerie centinaia di quartieri, cittadine, villaggi, zone industriali e fattorie isolate. La guerra sta cambiando di passo.
I russi rinunciano allo sbarco su Odessa. I nuovi droni marini ucraini Magura affondano già ai primi di aprile la Moskva, l’ammiraglia della Flotta del Mar Nero. Presto per i comandi navali russi in Crimea sarà un vero problema: oltre un terzo della flotta sarà colato a picco o reso inservibile. Putin l’11 settembre impone un referendum farlocco per dare una parvenza di copertura legale alla sua annessione delle zone occupate.
Ma subito dopo avviene un altro sviluppo sorprendente: gli ucraini tra fine settembre e novembre 2022 contrattaccano, cacciano i russi da Kherson sino al fiume Dnipro, liberano Izium e minacciano persino le avanzate russe nel Donbass settentrionale. Da adesso in poi la guerra quasi si ferma, diventa un infinito conflitto di logoramento, dove le avanzate non si calcolano più in decine di chilometri, bensì in centinaia di metri: si combatte casa per casa, albero per albero.
I droni dominano ormai i cieli e ben presto anche le battaglie di terra con i nuovi modelli che sostituiscono le fanterie. Si noti che l’aviazione russa non è mai riuscita a penetrare seriamente lo spazio aereo ucraino. Quello che nelle aspirazioni di Putin dovrebbe essere l’esercito di una superpotenza, degna di stare al tavolo con i generali americani e cinesi, si rivela una tigre di carta, al limite una «potenza regionale», che si differenzia dalle altre perché negli arsenali si trovano ancora le bombe atomiche dell’era sovietica.
Logoramento
Nell’estate del 2023 fallisce l’attesa controffensiva ucraina. Il 23 giugno la milizia mercenaria Wagner si ribella contro lo Stato maggiore, addirittura marcia su Mosca, ma viene fermata e poco dopo Putin fa eliminare il suo comandante, Yevgeny Prigozhin, in un «incidente» aereo. I russi trincerano le posizioni conquistate, in larghi settori passano dall’attacco alla difesa.
I due eserciti si dissanguano in dure battaglie limitate in zone specifiche del fronte: Bakhmut e Avdiivka sono le più famose, dove le vittorie russe costano decine di migliaia di morti. La sfida oggi per Pokrovsk dura da circa un anno.
Nell’agosto 2024 gli ucraini sfondano nella regione meridionale di Kursk: Zelensky vorrebbe scambiarla ai negoziati di pace per il Donbass. Ma l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025 cambia l’asse delle alleanze. Il neo-presidente Usa taglia gli aiuti militari a Kiev in marzo e Zelensky è costretto a ordinare la ritirata da Kursk. Da allora la battaglia di terra registra lentissime avanzate russe pagate con perdite enormi. In tutto, dal 2014 i russi occupano adesso circa il 20 per cento dell’Ucraina.
Secondo gli esperti occidentali, tra soldati morti, feriti e prigionieri la Russia potrebbe avere perso oltre un milione e 300 mila uomini; gli ucraini forse meno della metà. Le verifiche indipendenti sono impossibili. Putin sopperisce ai fallimenti di terra moltiplicando i tiri di missili e droni. Da fine dicembre ha intensificato gli attacchi sul sistema energetico per approfittare delle temperature gelide.
Dal 24 giugno 1981, nel villaggio di Medjugorje, in Bosnia Erzegovina, accadono eventi tali che, dopo decenni di discernimento, un documento del Dicastero per la Dottrina della Fede, approvato da Papa Francesco, pur non pronunciandosi sulla soprannaturalità delle apparizioni della Madonna, ne riconosce gli abbondanti frutti spirituali e formula un giudizio complessivamente positivo sui Messaggi. Da 45 anni sei persone affermano di avere apparizioni della Regina della pace e di riceverne i Messaggi. Papa Francesco ha nominato un delegato pontificio, al quale spetta il compito di valutarli e di diffonderli, se li giudica coerenti con la sacra scrittura e la tradizione. I veggenti affermano che la Madonna ha consegnato loro dieci segreti, scritti su un rotolo di pergamena, che riguardano avvenimenti concernenti il futuro del mondo e della Chiesa.
Padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, lo ha messo nero su bianco in un libro appena edito da Sugarco, Tutti i segreti si realizzeranno. La promessa della Madonna a Medjugorje. E in un’ora di conversazione a Erba, in provincia di Como, da dove l’emittente cattolica si è moltiplicata in 131 centri di trasmissione, in 83 lingue, anticipa qualche sua riflessione sul piano in via di compimento.
«Più il tempo passa più i Segreti si avvicinano, questo è fuori discussione. Nel 2033 saremo nel secondo millennio della redenzione. Pensa, siamo nel 2026. Sono sette anni in cui il mondo cambierà. E tutta questa vicenda potrebbe essere terminata».
Quale vicenda, padre Livio?
«La vicenda del mondo senza Dio, preceduta dalla realizzazione dei dieci segreti di Medjugorje. Sarà la battaglia fra il Cielo e la Terra, fra la Madonna da una parte e satana dall’altra. Non è mica una cosa da poco. Già ora stiamo vivendo momenti tremendi e ancora di più lo saranno i prossimi».
Si annuncia la fine del mondo?
«Non ancora. Sono gli ultimi tempi, ma che non portano alla fine del mondo. È una prospettiva molto ampia. Può durare anche secoli, come diceva San Giovanni Paolo II. E noi siamo entrati in quella fase degli ultimi tempi che è il primo grande combattimento spirituale del libro dell’Apocalisse, al capitolo 12, fra la Donna vestita di sole e il grande dragone rosso. In un secondo combattimento sconfiggerà le due bestie, citate nel capitolo 13 dell’Apocalisse, la pantera, cioè il potere umano assoluto e l’agnello che ha la voce di drago ed è la falsa religione, diciamo il modernismo che ha sostituito il cristianesimo oggi. Ma l’esito finale è un tempo di pace, che vedrà il trionfo del Cuore Immacolato di Maria, come profetizzato anche a Fatima. Solo successivamente si consumerà l’ultima fase della storia che vedrà Cristo da una parte e satana dall’altra. Ne sappiamo poco per la verità, soltanto che alla fine satana sarà scaraventato all’inferno e ci sarà il giudizio finale».
Come lo ha capito?
«La Madonna ha profetizzato più volte che per il mondo nuovo senza Dio che stiamo costruendo non c’è né futuro né vita eterna, nessuna prospettiva neanche storica: è destinato a crollare. Ma dal 2000 in avanti i messaggi affidati ai veggenti di Medjugorje descrivono in modo straordinario la fase storica che noi viviamo. Il primo gennaio del 2000 dicendo: “Ora che satana è sciolto dalle catene, consacratevi in modo speciale al mio cuore e quello di mio figlio Gesù”. Ora “satana è sciolto dalle catene” che cosa significa? È il regno dell’anticristo, se vogliamo chiamarlo così, cioè il mondo nuovo senza Dio. La Madonna descrive il piano di satana, che vuole raggiungere due obiettivi. Il primo è distruggere la fede: la Chiesa è il primo obiettivo che vuole raggiungere e il secondo è quello di distruggere il mondo. La Madonna aveva già anticipato tutto questo proprio nel 1991, quando crollò l’Unione Sovietica. Il 25 gennaio del 1991 uscì un messaggio, dove la Madonna diceva: “satana vuole distruggere le vostre vite, vuole distruggere la vita, la natura e il mondo sul quale vivete”».
Un piano di disintegrazione della creazione di Dio?
“E anche e soprattutto dell’opera della redenzione compiuta da Gesù Cristo, che prosegue nella storia attraverso la Chiesa. Non è una cosa campata in aria. D’altra parte siamo qui tutti a dire che rischiamo l’autodistruzione. La Madonna farà sì che non avvenga, ma che il mondo nuovo senza Dio si autodistrugga e al suo posto trionfino il cristianesimo e l’umanità stessa. In questi prossimi anni quindi la Madonna sta già costruendo ora la sua vittoria. La veggente Mirjana ha detto che già con il primo segreto Satana comincerà a perdere potere perché la potenza di Dio manifesterà prima quello che accadrà e quindi la gente aprirà gli occhi. E man mano che si va avanti con i segreti il mondo nuovo senza Dio crolla. Ci sarà una grande conversione nel mondo. Perché ci sia la pace nel mondo bisogna che i popoli si riconcilino con Dio.
E come?
«Si riconcilieranno con Dio attraverso la presenza di Maria che li riporta a suo Figlio e nella Chiesa cattolica. Ecco, e alla fine di questo processo di conversione mondiale ci sarà anche il popolo russo che nel segreto di Fatima e di Medjugorje è il protagonista. Cioè un secolo e mezzo dal 1917 quando il popolo russo è cominciato a diventare protagonista mondiale col comunismo».
Capisco che i dieci segreti non siano stati rivelati, ma non c’è proprio nessun indizio che ci aiuti a capire in che cosa consistono?
«Non è mai trapelato nulla dai veggenti, che dovranno comunicare i segreti a un sacerdote che sarà indicato direttamente dalla Madonna. Potrebbe anche essere il Papa, visto che è un prete. Si sa che saranno rivelati tre giorni prima che accadano, per dare ai credenti il tempo di prepararsi. Quindi non succederà nulla all’improvviso. I primi due saranno calamità naturali che riguarderanno Medjugorje. Il terzo invece sarà un segno indistruttibile, durevole e che viene dal Signore che comparirà sulla collina delle prime apparizioni. Gli ultimi sette, a giudicare dal numero, sembrano i sette flagelli dell’Apocalisse. Si può ipotizzare che si verifichino in Europa, in Russia, magari negli Stati Uniti, ma sono congetture».
Su che cosa si fondano?
«C’è un protagonista ben preciso della storia mondiale a partire dal comunismo: è la Russia. Il primo a osservarlo fu il cardinale Carlo Caffarra che considerava le rivelazioni di Fatima, avvenute in Portogallo oltre un secolo fa e riconosciute come autentiche dalla Chiesa, l’unica apparizione profetica della storia, che cioè ha come scopo di cambiare la storia. E la Russia è protagonista della storia della salvezza, come il figliol prodigo, che prima ne combina di tutti i colori e poi alla fine partecipa al pranzo e si converte. E difatti il Segreto di Fatima dice che la Russia provocherà guerre, distruggerà popoli, diffonderà errori, farà soffrire il Papa. Lo aveva spiegato bene, prima di essere eletto Papa, il cardinale Joseph Ratzinger, il 13 maggio 2004, al Senato della Repubblica italiana, nella Lectio magistralis sulla storia dell’Europa. I fondamenti spirituali ieri, oggi e domani, che la Russia ha elaborato in tutta la sua storia, sono il programma di ricostruire l’impero romano mondiale attraverso l’etnia russa e appropriarsi del pontificato. Se questo è il programma dell’attuale dirigenza russa, non mi meraviglio di quello che è preannunciato nel segreto di Fatima e cioè che dei soldati, non dei terroristi…..
Quindi riconoscibili dalla divisa.
«In divisa, che uccidono, sterminano la Chiesa che sale verso il Calvario, i cardinali, i vescovi, tutte le classi e poi alla fine uccidono il Papa».
Con che cosa?
«Con colpi di arma da fuoco e frecce, cioè con la disinformazione. Quel segreto di Fatima, san Giovanni Paolo II l’ha attribuito a se stesso e ha fatto dire al cardinale Sodano che il Papa cadde come morto. No, non c’è scritto che il Papa cadde come morto. C’è scritto che il Papa cadde morto. Quindi il Papa del segreto di Fatima non era Giovanni Paolo II, quello era un anticipo. E chi ha tentato di uccidere Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981? Lui lo dice nel suo ultimo libro Memoria e identità: erano quelli che parlano in cirillico che hanno ucciso San Giovanni Paolo II. Ma lo sanno tutti. Lo sapeva anche il giudice Ilario Martella alla fine. Ma non è Giovanni Paolo II quel Papa del segreto di Fatima. Non era lui. Perché Giovanni Paolo II si è salvato».
Perché una mano ha deviato la pallottola
«Ma non è morto. Non è morto. Dunque è un altro Papa».
Fu lui a rendere pubblica la terza parte del Segreto di Fatima dove peraltro si dice: Se il Papa consacrerà la Russia al mio cuore Immacolato la Russia si convertirà. La consacrazione è avvenuta, il totalitarismo comunista è caduto, qualche cosa è successo, ma la Russia non si è convertita.
«Ecco, alla fine di questo processo di conversione mondiale ci sarà anche il popolo russo che comunque è il protagonista del segreto di Fatima e di Medjugorje. Nel prossimo futuro, che potrebbe essere fra 10 anni, possiamo fare un conto di questo genere. Quindi è questa è la prospettiva di speranza che abbiamo davanti, a mio parere. È la prospettiva per cui vale la pena combattere, vale la pena impegnarsi perché la Madonna vincerà, non c’è dubbio, ma col nostro aiuto. Per questo Lei dice “Aiutatemi ad aiutarvi”».
Torniamo al Papa. Una delle novità del suo libro è la sottolineatura del ruolo del regnante pontefice, cioè di Papa Leone XIV. Che, lei dice, è il Papa dei segreti di Medjugorje. È il Papa dei 10 segreti. O della profezia di Fatima…
«A me ovviamente piacerebbe lasciare Papa Leone tranquillo perché lo vedo infervorato dalla sua missione straordinaria in questo momento, dalla passione con cui testimonia Gesù Cristo ogni giorno».
“TUTTI I SEGRETI SI REALIZZERANNO” di Padre Livio
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Riportiamo uno dei passi centrali dell’enciclica di Pio XII Ad Coeli Reginam dell’11 ottobre 1954 su La dignità regale della Santa Vergine Maria.
L’argomento principale, su cui si fonda la dignità regale di Maria, già evidente nei testi della tradizione antica e nella sacra liturgia, è senza alcun dubbio la sua divina maternità. Nelle Sacre Scritture infatti, del Figlio, che sarà partorito dalla Vergine, si afferma: «Sarà chiamato Figlio dell’Altissimo e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre; e regnerà nella casa di Giacobbe eternamente e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33); e inoltre Maria è proclamata «Madre del Signore» (Lc 1, 43). Ne segue logicamente che ella stessa è Regina, avendo dato la vita a un Figlio; che nel medesimo istante del concepimento, anche come uomo, era re e signore di tutte le cose, per l’unione ipostatica della natura umana col Verbo. San Giovanni Damasceno scrive dunque a buon diritto: «È veramente diventata la Signora di tutta la creazione, nel momento in cui divenne Madre del Creatore» (S. Ioannes Damascenus, De fide orthodoxa, 1. IV, c. 14: PG 94, 1158s.B.) e lo stesso arcangelo Gabriele può dirsi il primo araldo della dignità regale di Maria.
Tuttavia, la beatissima Vergine si deve proclamare regina non soltanto per la maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell’opera della nostra salvezza eterna. «Quale pensiero – scrive il Nostro predecessore di felice memoria Pio XI – potremmo avere più dolce e soave di questo, che Cristo è nostro re non solo per diritto nativo, ma anche per diritto acquisito e cioè per la redenzione? Ripensino tutti gli uomini dimentichi quanto costammo al nostro Salvatore: “Non siete stati redenti con oro o argento, beni corruttibili, … ma col sangue prezioso di Cristo, agnello immacolato e incontaminato” (1 Pt 1;18-19). Non apparteniamo dunque a noi stessi, perché “Cristo a caro prezzo” (1 Cor 6, 20) ci ha comprati» (Pius XI, Litt. enc. Quas primas: AAS 17(1925), p. 599; EE 5/147).
Ora nel compimento dell’opera di redenzione Maria santissima fu certo strettamente associata a Cristo, onde giustamente si canta nella sacra liturgia: «Santa Maria, regina del cielo e signora del mondo, affranta dal dolore, se ne stava in piedi presso la croce del Signore nostro Gesù Cristo». (Festum septem dolorum B. Mariae Virg., Tractus). E un piissimo discepolo di sant’Anselmo poteva scrivere nel medioevo: «Come … Dio, creando tutte le cose nella sua potenza, è padre e signore di tutto, così Maria, riparando tutte le cose con i suoi meriti, è la madre e la signora di tutto: Dio è signore di tutte le cose, perché le ha costituite nella loro propria natura con il suo comando, e Maria è signora di tutte le cose, riportandole alla loro originale dignità con la grazia che ella meritò» (Eadmerus, De excellentia Virginis Mariae, c. 11: PL 159, 508AB).
Infatti: «Come Cristo per il titolo particolare della redenzione è nostro signore e nostro re, così anche la Vergine beata (è nostra signora) per il singolare concorso prestato alla nostra redenzione, somministrando la sua sostanza e offrendola volontariamente per noi, desiderando, chiedendo e procurando in modo singolare la nostra salvezza» (F. Suarez, De mysteriis vitae Christi, disp. XXII, sect. II: éd. Vivès, XIX, 327).
Da queste premesse si può così argomentare: se Maria, nell’opera della salute spirituale, per volontà di Dio, fu associata a Cristo Gesù, principio di salvezza, e in maniera simile a quella con cui Eva fu associata ad Adamo, principio di morte, sicché si può affermare che la nostra redenzione si compì secondo una certa «ricapitolazione» (S. Irenaeus, Adv. haer., V, 19, 1: PG 7, 1175B) per cui il genere umano, assoggettato alla morte, per causa di una vergine, si salva anche per mezzo di una Vergine; se inoltre si può dire che questa gloriosissima Signora venne scelta a Madre di Cristo proprio «per essere a lui associata nella redenzione del genere umano» (Pius XI, Epist. Auspicatus profecto: AAS 25(1933), p. 80) e se realmente «fu lei, che esente da ogni colpa personale o ereditaria, strettissimamente sempre unita al suo Figlio, lo ha offerto sul Golgota all’eterno Padre sacrificando insieme l’amore e i diritti materni, quale nuova Eva, per tutta la posterità di Adamo, macchiata dalla sua caduta miseranda» (Pius XII, Litt, enc. Mystici corporis: AAS 35(1943), p. 247; EE 6/258) se ne potrà legittimamente concludere che, come Cristo, il nuovo Adamo, è nostro re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché nostro redentore, così, secondo una certa analogia, si può affermare parimenti che la beatissima Vergine è regina, non solo perché Madre di Dio, ma anche perché quale nuova Eva è stata associata al nuovo Adamo.
È certo che in senso pieno, proprio e assoluto, soltanto Gesù Cristo, Dio e uomo, è re; tuttavia, anche Maria, sia come madre di Cristo Dio, sia come socia nell’opera del divin Redentore, e nella lotta con i nemici e nel trionfo ottenuto su tutti, ne partecipa la dignità regale, sia pure in maniera limitata e analogica. Infatti da questa unione con Cristo re deriva a lei tale splendida sublimità, da superare l’eccellenza di tutte le cose create: da questa stessa unione con Cristo nasce quella regale potenza, per cui ella può dispensare i tesori del regno del divin redentore; infine dalla stessa unione con Cristo ha origine l’inesauribile efficacia della sua materna intercessione presso il Figlio e presso il Padre.
Nessun dubbio pertanto che Maria santissima sopravanzi in dignità tutta la creazione e abbia su tutti il primato, dopo il suo Figliuolo. «Tu infine – canta san Sofronio – hai di gran lunga sopravanzato ogni creatura. … Che cosa può esistere di più sublime di tale gioia, o Vergine Madre? Che cosa può esistere di più elevato di tale grazia, che per volontà divina tu sola hai avuto in sorte?» (S. Sophronius, In Annuntiationem Beatae Mariae Virginis: PG 87, 3238D et 3242°).
E va ancora più oltre nella lode san Germano: «La tua onorifica dignità ti pone al di sopra di tutta la creazione: la tua sublimità ti fa superiore agli angeli» (S. Germanus, Hom. II in Dormitionem Beatae Mariae Virginis: PG 98, 354B). San Giovanni Damasceno poi giunge a scrivere la seguente espressione: «È infinita la differenza tra i servi di Dio e la sua Madre» (S. Ioannes Damascenus, Hom. I in Dormitionem Beatae Mariae Virginis: PG 96, 715A).
Per aiutarci a comprendere la sublime dignità che la Madre di Dio ha raggiunto al di sopra di tutte le creature, possiamo ripensare che la santissima Vergine, fin dal primo istante del suo concepimento, fu ricolma di tale abbondanza di grazie da superare la grazia di tutti i santi. Onde – come scrisse il Nostro predecessore Pio IX di fel. mem. nella lettera apostolica Ineffabilis Deus – «ha con tanta munificenza arricchito Maria con l’abbondanza di doni celesti, tratti dal tesoro della divinità, di gran lunga al di sopra degli angeli e di tutti i santi, che ella, del tutto immune da ogni macchia di peccato, in tutta la sua bellezza e perfezione, avesse tale pienezza d’innocenza e di santità che non se ne può pensare una più grande al di sotto di Dio e che all’infuori di Dio nessuno riuscirà mai a comprendere» (Pius IX, Bulla Ineffabilis Deus: Acta Pii IX, I, pp. 597-598; EE 2/app.).
Inoltre la beata Vergine non ha avuto soltanto il supremo grado, dopo Cristo, dell’eccellenza e della perfezione, ma anche una partecipazione di quell’influsso, con cui il suo Figlio e Redentore nostro giustamente si dice che regna sulla mente e sulla volontà degli uomini. Se infatti il Verbo opera i miracoli e infonde la grazia per mezzo dell’umanità che ha assunto, se si serve dei sacramenti dei suoi santi come di strumenti per la salvezza delle anime, perché non può servirsi dell’ufficio e dell’opera della Madre sua santissima per distribuire a noi i frutti della redenzione? «Con animo veramente materno – così dice lo stesso predecessore Nostro Pio IX di imm. mem. – trattando l’affare della nostra salute ella è sollecita di tutto il genere umano, essendo costituita dal Signore regina del cielo e della terra ed esaltata sopra tutti i cori degli angeli e sopra tutti i gradi dei santi in cielo, stando alla destra del suo unigenito Figlio; Gesù Cristo, Signore nostro, con le sue materne suppliche impetra efficacissimamente, ottiene quanto chiede, né può rimanere inesaudita» (Ibidem, p. 618; EE 2/app). A questo proposito l’altro predecessore Nostro di fel. mem., Leone XIII, dichiarò che alla beata Vergine Maria è stato concesso un potere «quasi immenso» nell’elargizione delle grazie (Leo XIII, Litt. enc. Adiutricem populi: AAS 28(1895-96), p.130; EE 3) e san Pio X aggiunge che Maria compie questo suo ufficio «come per diritto materno» (Pius X, Litt. enc. Ad diem illum: AAS 36(1903-04), p. 455; EE 4/27).
Godano dunque tutti i fedeli cristiani di sottomettersi all’impero della vergine Madre di Dio, la quale, mentre dispone di un potere regale, arde di materno amore.
Abbiamo paura del silenzio. L’Ipponate non ci chiede di amare il vuoto ma di attraversarlo perché diventi spazio di verità. Per scoprire non solo lo ciò che ci manca ma anche ciò che cerchiamo davvero quando proviamo a colmarlo
Un ritratto di Sant’Agostino
Un’inquietudine attraversa il nostro tempo: la paura del silenzio. Lo riempiamo appena si affaccia: podcast durante la corsa, playlist mentre cuciniamo, scroll continuo nei tempi morti. La nostra epoca soffre di horror vacui, terrore del vuoto. Restare soli con noi stessi ci inquieta, nemmeno il tempo di un viaggio in metro senza auricolari. Eppure, la liturgia di questa prima domenica di Quaresima ci conduce là dove il vuoto ci fa paura: nel deserto, dove Gesù affronta le tentazioni. Un deserto che la tradizione cristiana ha sempre riconosciuto come necessario. È lo spazio in cui affiora ciò che abita il cuore.
Nelle Confessioni Agostino racconta il suo lungo vagabondaggio esteriore – inseguendo il successo, i piaceri, i riconoscimenti – finché non comprende che il vero viaggio è altrove: «Noli foras ire, in te ipsum redi» (La vera religione, 39.72): non andare fuori, rientra in te stesso. È nell’interiorità che abita la verità. Quel “rientrare” richiede di fare deserto attorno a sé per scoprire cosa davvero ci abita dentro. L’uomo contemporaneo fatica con questo movimento. Viviamo proiettati all’esterno: misurare, comparare, apparire. I social media hanno reso l’esteriorità una seconda natura. Esistiamo attraverso lo sguardo degli altri, validati dai like, ansiosi di aggiornare il profilo. Agostino chiamerebbe tutto questo regio dissimilitudinis (Confessioni, 7, 10.16), la regione della dissomiglianza: il luogo in cui ci siamo allontanati da noi stessi, in cui non ci riconosciamo più. Benedetto XVI parlava di «desertificazione spirituale», a proposito di quel «vuoto che si è diffuso». Riempire ogni silenzio diventa una strategia di difesa.
Il deserto quaresimale, invece, è una pedagogia del silenzio abitato. Non chiede di amare il vuoto ma di attraversarlo perché diventi spazio di verità. Nel deserto scopriamo non solo ciò che ci manca ma anche ciò che cerchiamo davvero quando proviamo a colmare i vuoti. Ma perché abbiamo così paura del deserto interiore? Perché intuiamo che è il luogo delle tentazioni. Il deserto non crea le tentazioni: le rivela. Ecco perché lo evitiamo. Nel rumore costante non dobbiamo affrontare ciò che portiamo dentro. Finché c’è rumore possiamo fingere che tutto vada bene. Il silenzio del deserto è spietato: ci mette di fronte a noi stessi, senza filtri. Agostino descrive con lucidità questo meccanismo. Prima della conversione – racconta – viveva «disperso nelle cose esteriori», incapace di raccogliersi. La sua vita era un continuo inseguire, fuori di sé, ciò che aveva perduto dentro di sé. Solo quando accetta di fermarsi, di fare deserto può sentire quella voce interiore che lo chiama da sempre: «Eri dentro di me e io ero fuori» (Confessioni 10, 27.38). La conversione agostiniana è un riconoscimento interiore. È smettere di fuggire.
Il deserto quaresimale ci aiuta a questo: sottrarci alla dispersione. Non per annullarci, ma per ritrovarci. Contrariamente a quanto pensiamo, il deserto non è uno spazio vuoto. È uno spazio pieno – pieno di verità. Là scopriamo cosa davvero desideriamo, cosa davvero temiamo, chi davvero siamo. «L’uomo non conosce sé stesso a meno che non impari a conoscersi nella tentazione» scrive Agostino (Discorso 2.3). Le tentazioni di Gesù nel deserto ce lo mostrano. La prima – trasformare le pietre in pane – è la tentazione del bisogno immediato, della riduzione dell’esistenza a sopravvivenza. Quante volte riempiamo il silenzio perché non sopportiamo l’inquietudine, preferendo qualsiasi distrazione al confronto con la fame vera? La seconda – gettarsi dal tempio – è la tentazione dello spettacolo, del gesto eclatante che ci dispensa dalla fatica quotidiana della fedeltà. Non è forse la logica dei social, dove l’apparire conta più dell’essere? La terza – adorare il potere – è la tentazione del dominio, della soluzione violenta che promette risultati immediati. È la tentazione di chi non sopporta i lunghi tempi della trasformazione interiore.
Gesù risponde a tutte e tre le tentazioni non con argomenti filosofici ma con la Parola: riporta ogni tentazione alla Verità che lo abita. «Non credi che la parola di Dio sia pane?» (Commento al Salmo 90, 2.6), chiede Agostino. Può farlo perché nel deserto ha imparato a riconoscere quella voce. Cristo non evita la prova, la attraversa. E attraversandola in lui, impariamo che in lui siamo vincitori. Come scrive Agostino: «Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore» (Commento al Salmo 60.3). Che cosa significa? Che Cristo, assumendo la nostra carne, assume anche la nostra tentazione. Si lascia tentare non perché ne abbia bisogno ma per insegnarci a vincere. La sua vittoria diventa la nostra vittoria possibile.
La Quaresima ci offre quaranta giorni di deserto. Non necessariamente fisico, ma interiore. Piccoli deserti quotidiani. Spazi vuoti in apparenza che, in realtà, si riempiono di presenza. Una Presenza che non impone, ma attende. Questo è il frutto del deserto: discernere. Distinguere tra la voce che chiama fuori e la Voce che chiama dentro. Tra il desiderio autentico e il surrogato. Tra ciò che ci costituisce e ciò che ci disperde. Agostino lo dice con parole che attraversano i secoli: «Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato! Tu eri dentro di me e io ero fuori» (Confessioni 10, 27.38).