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Papa Leone XIV: “Dio ama sperare con il cuore dei piccoli e lo fa coinvolgendoli nel suo disegno di salvezza”

L’omelia del papa ai Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio

Papa Leone XIV alla Celebrazione di oggi | Papa Leone XIV alla Celebrazione di oggi | Credit Vatican MediaPapa Leone XIV alla Celebrazione di oggi | Papa Leone XIV alla Celebrazione di oggi | Credit Vatican Media

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano, mercoledì 31 dicembre 2025, 17:36 (ACI Stampa).

Questo pomeriggio, nella Basilica Vaticana, papa Leone XIV ha presieduto i Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio. E’ la prima volta per papa Leone XIV. Il volto visibilmente commosso. “Deus, in adiutórium meum inténde. Dómine, ad adiuvándum me festína” intona il coro della Cappella Sistina per i Primi Vespri della solennità della Madre di Dio. Ed è proprio da questi che prende spunto l’omelia di papa Leone XIV: una Liturgia che definisce “di una ricchezza singolare, che le deriva sia dal vertiginoso mistero che celebra, sia dalla collocazione proprio alla fine dell’anno solare. Le antifone dei salmi e del Magnificat insistono sull’evento paradossale di un Dio che nasce da una vergine, o, detto a rovescio, della maternità divina di Maria”. E continua sempre sulla festa della Madre di Dio che “concludere l’Ottava del Natale, ricopre il passaggio da un anno all’altro e stende su di esso la benedizione di Colui «che era, che è e che viene»”. 

Parla poi di Disegno di Dio, della nascita del Salvatore: “Un disegno misterioso ma con un centro chiaro, come un alto monte illuminato dal sole in mezzo a una fitta foresta: questo centro è la «pienezza del tempo»”. Ed è sempre sul tema del Disegno che si concentra l’omelia di papa Leone XIV: “In questo nostro tempo sentiamo il bisogno di un disegno sapiente, benevolo, misericordioso. Che sia un progetto libero e liberante, pacifico, fedele, come quello che la Vergine Maria proclamò nel suo cantico di lode: «Di generazione in generazione la sua misericordia / si stende su quelli che lo temono»”. Ma il nostro tempo contemporaneo presenta “altri disegni”: “Sono piuttosto strategie, che mirano a conquistare mercati, territori, zone di influenza. Strategie armate, ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici, di falsi motivi religiosi”. 

Ma il male non può vincere perché la Madre di Dio ha “vinto i superbi nei loro cuori”. Maria è il simbolo della speranza. Maria è al centro di tutto e delle parole del pontefice. E della Vergine sottolinea la “piccolezza”, la sua umiltà. E allora lo sguardo del pontefice si concentra proprio sui “piccoli”: “Dio ama sperare con il cuore dei piccoli, e lo fa coinvolgendoli nel suo disegno di salvezza. Quanto più bello è il disegno, tanto più grande è la speranza. E in effetti il ​​mondo va avanti così, spinto dalla speranza di tante persone semplici, sconosciute ma non a Dio, che malgrado tutto crede in un domani migliore, perché sanno che il futuro è nelle mani di Colui che gli offre la speranza più grande”. 

E il tema della speranza richiama il Giubileo che si sta concludendo in questi giorni. Le parole di papa Leone XIV sono chiare in merito: “Il Giubileo è un grande segno di un mondo nuovo, rinnovato e riconciliato secondo il disegno di Dio. E in questo disegno la Provvidenza ha riservato un posto particolare a questa città di Roma. Non per le sue glorie, non per la sua potenza, ma perché qui hanno versato il loro sangue per Cristo Pietro e Paolo e tanti altri Martiri. Per questo Roma è la città del Giubileo”. E allora il pontefice si chiede: “Cosa possiamo augurare a Roma? Di essere all’altezza dei suoi piccoli. Dei bambini, degli anziani soli e fragili, delle famiglie che fanno più fatica ad andare avanti, di uomini e donne venuti da lontano sperando in una vita dignitosa”.

E conclude: “Ringraziamo tutti coloro che nei mesi e nei giorni del 2025 hanno lavorato al servizio dei pellegrini e per rendere Roma più accogliente. Questo era stato, un anno fa, l’auspicio dell’amato Papa Francesco. Vorrei che lo fosse ancora, e direi ancora di più dopo questo tempo di grazia. Che questa città, animata dalla speranza cristiana, possa essere al servizio del disegno d’amore di Dio sulla famiglia umana. Ce l’ottenga l’intercessione della Santa Madre di Dio, Salus Populi Romani”.

Dopo la recita dei Primi Vespri nella solennità di Maria Madre di Dio e il canto del Te Deum papa Leone XIV si è recato nella piazza di San Pietro per una  visita al Presepe con i pastori realizzato in stile classico del ‘700 napoletano dal maestro Federico Iaccarino di Meta di Sorrento. Il papa si ferma davanti al presepe per un lungo momento di preghiera. Ad illustrare l’opera d’arte presepiale c’è Suor Raffaella Petrini, Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, in occasione dell’inaugurazione e della illuminazione dell’albero e del presepe di Piazza San Pietro. Poi, un fuori programma, inatteso: papa Leone XIV sale i gradini e anche lui, si fa “pastore” fra i pastori, all’interno del Presepe. Si volta, e allora ecco che si avvicina al Bambinello: lo bacia. Da qui, impartisci la benedizione. Una volta scese dal palco del Presepe, un bagno di folla lo attende. Molti i bambini che lo vogliono abbracciare. Papa Leone XIV è davvero contento di tanto affetto dimostrato dalla folla.  

Leone XIV in piazza San Pietro: «Scenari di guerra continuano a sconvolgere il pianeta. La nostra vita è un viaggio con una meta»

di Redazione Roma – Corriere della Sera – 31 Dicembre 2025

Il Pontefice durante l’udienza generale in Vaticano il 31 dicembre. Nel pomeriggio il Te Deum

«L’anno che è passato è stato certamente segnato da eventi importanti: alcuni lieti, come il pellegrinaggio di tanti fedeli in occasione dell’Anno Santo; altri dolorosi, come la dipartita del compianto Papa Francesco e gli scenari di guerra che continuano a sconvolgere il pianeta». Le parole di Papa Leone XIV durante l’udienza generale del 31 dicembre in Vaticano. 

Secondo il Pontefice, occorre «riflettere sui grandi segni che ci hanno accompagnato nei mesi scorsi: quello del “cammino” e della “meta”. Tantissimi pellegrini sono venuti, quest’anno, da ogni parte del mondo, a pregare sulla Tomba di Pietro e a confermare la loro adesione a Cristo. Questo ci ricorda che tutta la nostra vita è un viaggio, la cui meta ultima trascende lo spazio e il tempo, per compiersi nell’incontro con Dio e nella piena ed eterna comunione con Lui». «Chiederemo anche questo nella preghiera del Te Deum, quando diremo: “Accoglici nella tua gloria nell’assemblea dei santi”». 

Prevost, nell’ultima catechesi dell’udienza generale in piazza San Pietro, invita poi a riflettere su «un terzo segno: il passaggio della Porta Santa, che in tanti abbiamo fatto, pregando e impetrando indulgenza per noi e per i nostri cari. Esso esprime il nostro “sì” a Dio, che col suo perdono ci invita a varcare la soglia di una vita nuova, animata dalla grazia, modellata sul Vangelo, infiammata dall”amore a quel prossimo, nella cui definizione è racchiuso ogni uomo, bisognoso di comprensione, di aiuto, di conforto, di sacrificio, anche se a noi personalmente ignoto, anche se fastidioso e ostile, ma insignito dall’incomparabile dignità di fratello. È il nostro “sì” a una vita vissuta con impegno nel presente e orientata all’eternità». 

Il Papa esorta quindi a meditare su «questi segni nella luce del Natale»; segni che sono annuncio della gioia per la nascita di Gesù. «Il suo invito oggi è rivolto a tutti noi, santi per il Battesimo, perché Dio si è fatto nostro compagno nel cammino verso la Vita vera; a noi peccatori, perché, perdonati, con la sua grazia possiamo rialzarci e rimetterci in marcia; infine a noi, poveri e fragili, perché il Signore, facendo propria la nostra debolezza, l’ha redenta e ce ne ha mostrato la bellezza e la forza nella sua umanità perfetta». 

«Per questo vorrei concludere ricordando le parole con cui San Paolo VI, al termine del Giubileo del 1975, ne descriveva il messaggio fondamentale: esso, diceva, è racchiuso in una parola: `amore´. E aggiungeva: `Dio è Amore! Questa è la rivelazione ineffabile, di cui il Giubileo, con la sua pedagogia, con la sua indulgenza, col suo perdono e finalmente con la sua pace, piena di lacrime e di gioia, ci ha voluto riempire lo spirito oggi, e sempre la vita domani: Dio è Amore! Dio mi ama! Dio mi aspettava e io l’ho ritrovato! Dio è misericordia! Dio è perdono! Dio è salvezza! Dio, sì, Dio è la vita!

Ci accompagnino questi pensieri nel passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, e poi sempre, nella nostra vita», conclude Leone XIV.

Dopo la catechesi dell’udienza generale in piazza San Pietro, Papa Leone XIV, nei saluti nelle varie lingue, ha ricordato i pellegrini giunti da diverse aree del mondo in particolare i giovani della Terra Santa, provenienti dal Patriarcato Latino di Gerusalemme. Nei saluti in lingua inglese, ha citato tra gli altri i pellegrini provenienti dalla Palestina. «Mentre ci prepariamo alla celebrazione di domani della Solennità di Maria, Madre di Dio, affidiamo l’anno che verrà alla sua materna intercessione. A tutti voi e alle vostre famiglie, porgo i miei migliori auguri di un benedetto periodo natalizio e di un nuovo anno pieno di gioia e pace», ha detto.

Il «Te Deum»

Poi, nel pomeriggio, Papa Leone XIV è entrato in processione nella Basilica di San Pietro dove presiede la celebrazione dei Primi Vespri, cui farà seguito il canto del tradizionale inno «Te Deum» di ringraziamento a conclusione dell’anno civile.

L’alba livida del 2026

31 Dicembre 2025 ore 09:14

di Roberto de Mattei- Corrispondenza Romana – 1931

L’alba livida del 2026 si leva su un’Europa che è in guerra e non sa di esserlo. Anche coloro che lo sanno, coloro che questa guerra l’hanno iniziata, evitano accuratamente di dirlo e continuano a parlare di pace. Del resto, come insegna sant’Agostino, anche coloro che promuovono le guerre non desiderano altro che assicurarsi la pace attraverso la vittoria (De Civitate Dei, lib. XIX, c. VII). Così, nella sua conferenza fiume di fine anno Putin ha affermato di volere la pace, ma basata sul rispetto dei princìpi che lo hanno condotto, non alla guerra, ma ad una “operazione speciale” in Ucraina.

La guerra ormai non coinvolge solo l’Ucraina, ma l’Europa e l’Occidente. È una guerra non dichiarata, ma reale, che nel linguaggio contemporaneo viene definita guerra ibrida. Ciò che è cambiato non è la natura del conflitto, bensì le sue forme, i suoi strumenti e, soprattutto, la soglia di visibilità politica oltre la quale uno Stato è disposto ad ammettere di essere in guerra. Si combatte attraverso operazioni di intelligence, sabotaggi delle infrastrutture del nemico, droni, navi senza bandiera, sottomarini invisibili, mentre in parallelo prosegue il riarmo in vista di una guerra ufficiale che tutti evocano e nessuno dichiara.

Le reti elettriche cedono per misteriosi guasti “tecnici”, i sistemi informatici collassano sotto attacchi “anonimi”, le rotte aeree e commerciali diventano insicure, le campagne di disinformazione confondono l’opinione pubblica fino a renderla incapace di distinguere gli aggressori dai difensori. Eppure, nonostante tutto questo, nessuno si rende conto di essere in guerra. Si combatte in una zona grigia permanente in cui la guerra c’è, ma convive con la sua stessa negazione.

La guerra non dichiarata non è un’invenzione del nostro tempo, ma una costante della storia internazionale, anche se nuova è la modalità in cui oggi essa si svolge. Un esempio emblematico è quello degli Stati Uniti tra il 1940 e il 1941. I cannoni tuonavano in Europa e il presidente Franklin D. Roosevelt era convinto che una vittoria della Germania nazista avrebbe rappresentato una minaccia alla sicurezza americana, ma l’opinione pubblica del suo paese era in maggioranza contraria alla guerra.   

Deciso ad intervenire, pur senza disporre del consenso necessario per una dichiarazione di belligeranza, Roosevelt mise in atto quella che molti storici hanno definito una “guerra non dichiarata” contro la Germania.  Si trattava di una guerra condotta attraverso una sequenza di atti militari, logistici e politici che avvicinarono sempre più gli Stati Uniti allo scontro diretto con il Terzo Reich. 

 Il cuore di questa guerra non dichiarata fu l’Atlantico. Le navi americane iniziarono a scortare i convogli britannici carichi di rifornimenti, pur sapendo che ciò le avrebbe esposte agli attacchi dei sottomarini tedeschi. Nel settembre 1941, dopo lincidente della USS Greer, un cacciatorpediniere americano coinvolto in uno scontro con un U-Boat tedesco, Roosevelt annunciò la politica del “shoot on sight”: le navi tedesche avvistate nelle zone di sicurezza atlantiche potevano essere attaccate senza preavviso. Parallelamente, Washington sosteneva lo sforzo bellico britannico attraverso il programma Lend-Lease Act, che consentiva di fornire armamenti e materiali ai paesi in guerra contro l’Asse.  Nei fatti, la guerra era già iniziata, anche se nessuno la chiamava così.

Questa strategia suscitò dure critiche da parte dell’America First Committee, il più grande movimento isolazionista della storia americana, che accusava Roosevelt di trascinare il Paese nel conflitto aggirando la volontà popolare. Le ferite della Prima guerra mondiale erano ancora aperte e milioni di americani temevano che un nuovo intervento militare in Europa avrebbe prodotto solo morte, debiti e instabilità interna. Lo slogan “America First” condensava una visione del mondo fondata sui princìpi di difendere il continente americano, rafforzare l’economia nazionale e rifiutare qualsiasi coinvolgimento nel Vecchio Continente.  

Il movimento trovò il suo simbolo più noto in Charles Lindbergh, il celebre sorvolatore dell’Atlantico del 1927. Nei suoi discorsi, Lindbergh sosteneva che la Germania fosse militarmente invincibile e che un intervento americano sarebbe stato inutile e disastroso. Alcune sue dichiarazioni, in particolare quelle che attribuivano all’amministrazione Roosevelt e ad ebrei americani e britannici la spinta verso la guerra, suscitarono accuse di antisemitismo e compromisero la credibilità del movimento.  

Ma l’11 dicembre 1941, i giapponesi attaccarono gli Stati Uniti a Pearl Harbor. Pochi giorni dopo, fu la Germania a dichiarare guerra agli Stati Uniti, rendendo ufficiale ciò che, nei fatti, era già in corso da mesi. L’America First Committee si sciolse bruscamente. Di fronte a un’aggressione diretta al territorio americano, gli stessi leader del movimento riconobbero che, da quel momento, l’unità nazionale veniva prima di ogni divisione ideologica.

Se l’America First Committee nacque in un contesto segnato dal trauma della Prima guerra mondiale e dalla paura di sacrifici inutili, oggi l’isolazionismo riemerge negli Stati Uniti sotto forma di critica al costo economico e umano dell’impegno globale. Sarebbe un errore, tuttavia, leggere in chiave isolazionista l’ultimo documento statunitense sulla Strategia di Sicurezza Nazionale (National Security Strategy – NSS) pubblicato nel 2025 dalla Casa Bianca. Il testo pone l’interesse degli Stati Uniti come priorità nazionale e definisce l’Europa un continente in fase di declino, ma Washington si dice pronta a collaborare con un’Europa forte, capace di contribuire alla competizione strategica, anche dal punto di vista militare. La possibilità di una cancellazione dell’identità europea, che il documento sottolinea con preoccupazione, è un pericolo reale, che l’Europa non sembra percepire.

 La frase più discussa del testo, “We want Europe to remain European”, significa che l’Europa sta smettendo di essere sé stessa e deve tornare alle proprie radici. Sono le nazioni europee a doversi assumere la responsabilità di recuperare quella che il documento della Casa Bianca chiama la “auto-stima civilizzazionale”, la consapevolezza, cioè, del patrimonio storico e culturale del Vecchio continente. In una prospettiva non diversa, nel suo messaggio Urbi et Orbi del giorno di Natale, lo stesso Leone XIV ha richiamato la necessità per l’Europa di rimanere fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia.

La decadenza europea oggi si esprime sotto la forma di un “neo- pacifismo” che intercetta un elettorato stanco di guerre “lontane”.  Ma il pacifismo nasce da una rimozione storica: l’illusione che basti dichiararsi “per la pace” per evitarla. Questo atteggiamento legittima la guerra ibrida, perché ne accetta la narrazione. Uno degli strumenti principali della guerra ibrida è la manipolazione dell’opinione pubblica. Ciò avviene attraverso campagne di disinformazione e appelli alla pace che coincidono, nei fatti, con la richiesta di resa a un nemico che non si dichiara tale.  

Il pacifismo, che non ammette l’esistenza di un conflitto, si rivela così incapace di fronteggiare una guerra che non si presenta come guerra. La pace non è più il risultato di un ordine difeso, ma la maschera di una resa progressiva. La guerra ibrida è tragica proprio perché nega la tragedia: non chiede scelte nette, ma le consuma lentamente, fino a quando la guerra, finalmente dichiarata, non appare più come una decisione, ma come una fatalità inevitabile.

La storia dimostra che il pacifismo non è uno spazio neutro: è il terreno in cui prevale chi è disposto a usare la forza senza dirlo. E se la pace, come spiega sant’Agostino, è la tranquillità dell’ordine, allora essa non può nascere dalla rimozione del conflitto, bensì dal coraggio di riconoscerlo. Perché la vera alternativa, oggi, non è tra guerra e pace, ma tra una pace difesa e una pace simulata. E l’Europa, posta di fronte a questa scelta, non potrà a lungo continuare a rimandarla senza scoprire, un giorno, che il rinvio è stata una disastrosa decisione. 

San Davide


autore: Domenichino anno: 1600-1641 titolo: David che suona l’arpa luogo: Francia Versailles Chateau de Versailles

Nome: San Davide

Titolo: Re

Ricorrenza: 29 dicembre

Tipologia: Commemorazione

Pastore, Re, Santo, Profeta e Poeta: questi sono i titoli di David. E la sua condizione è quella di peccatore, ma di peccatore pentito, lavato dal pianto sincero e amarissimo. Nessun’altra figura dell’Antico Testamento ha la tragica grandiosità, la drammatica potenza di questo personaggio, dalla cui radice terrosa e vitale doveva sorgere l’immacolato stelo della Vergine.

Durante il regno di Saul, Dio ordinò che venissero sterminati gli Amaleciti e tutto ciò che apparteneva loro, ma il rifiuto del re fece perde a Dio la stima per lui e mandò quindi il profeta Samuele a Betlemme a cercare un nuovo re di Israele tra i figli di Iesse. Quest’ultimo fece passare sette dei suoi figli davanti a Samuele ma nessuno di loro era il prescelto. Allora Samuele gli chiese se ne avesse altri e Iesse rispose che il più giovane, Davide, fulvo di capelli e di bell’aspetto, era al pascolo con le pecore.

Quando gli fu portato davanti, Dio disse a Samuele: «Alzati, ungilo, perché è lui»

Egli è un giovane pastore, quando viene recato presso il Re Saul, perché col suo canto lenisca la tetraggine del sovrano sospettoso e fughi i fantasmi della sua pazzia, derivata dallo smodato abuso del potere regale.



Sul campo di battaglia, dinanzi ai tracotanti Filistei, egli affronta il gigante Golia, armato di sola fionda. Golia ride di lui. Ma il giovane pastore e cantore, sicuro di sé, rivolge all’avversario le parole che non declinano: «Tu vieni a me con la spada, la lancia, lo scudo. Io invece vengo nel nome del Signore». E nel nome dà Signore, scaglia il sasso che abbatte Golia, simbolo della potenza terrena, sempre vinta da chi agisce ed opera nel nome del Signore.

Il successo del giovane eroe rende Saul ingiusto verso di lui. David è costretto a fuggire e a nascondersi, perseguitato, ma generoso e pietoso verso il suo folle persecutore. Non confida che nel Signore: «In te spero, o Signore. Ch’io non sia confuso in eterno». «Nelle tue mani raccomando il mio spirito. Salvami, Signore, Dio di verità ».

Infine, vittorioso e proclamato Re, danza e canta dinanzi all’Arca Sacra, contenente le Tavole della Legge. E suscita il disprezzo di Micol, figlia di Saul, ch’egli ha sposato, ma che non capisce la grandezza spirituale del marito.

Dalla sua anima s’alzano allora gl’inni della riconoscenza e dell’ammirazione: «I cieli narrano la gloria di Dio E le opere sue annunziano il firmamento. Un giorno getta all’altro la parola E la notte alla notte la racconta». Così egli è degno di fondare la città alta sul monte: Gerusalemme, simbolo e figura della città celeste.

Eppure questo eroe, questo grande Pracconta»to altissimo Poeta, questo glorioso Re, pecca. Egli è un uomo: il suo corpo è impastato di fango; dal suo grasso fermentano le iniquità; il suo cuore è un grumo di passioni: «Ecco, nell’iniquità sono stato generato e nei peccati mi generò mia madre ».

Il suo peccato ha un nome di donna: Bersabea. La sua iniquità ha il nome del marito di lei, mandato da lui a morte sicura: l’eroico Uria. Eppure David sente d’avere peccato, non contro Uria né con Bersabea, ma contro il suo Signore: «Contro di te solo ho peccato e ho fatto ciò che è male ai tuoi occhi».

Piange amaramente, riconosce la sua miseria, invoca il perdono: «Abbi pietà di me, Signore secondo la tua misericordia. Con la tua grande clemenza togli i peccati miei lava le mie iniquità. Dal mio peccato mondami, riconosco il mio delitto. Il mio peccato è dinanzi a me».

E intanto son le lacrime che lo bagnano. È la cenere del pentimento che lo vela. Il frutto del peccato, il figlio illegittimo, muore. E il padre, dopo aver implorato, scongiurato, digiunato, accetta la punizione. «Tu sei giustificato nella tua clemenza E inattaccabile è il tuo giudizio».

Ma di qui innanzi, la vita del Re profeta e poeta non sarà che un seguito di sciagure. I suoi figli gli si ribelleranno. I suoi sudditi lo tradiranno. Egli è ormai la figura stessa del dolore: «Inaridito come un coccio è il mio vigore e la mia lingua mi s’è attaccata alle fauci. Alla polvere della morte m’hai ridotto.”

Santificato dal dolore, David diventa la figura della vittima, e i canti della sua sofferenza si mutano in profezie sulla passione di Cristo: «Una turba di malfattori mi ha assediato han trafitto le mie mani e i miei piedi». «Fiele mi han dato per cibo e nella mia sete mi hanno abbeverato d’aceto». «Si sono divisi i miei panni e sulla mia veste han gettato i dadi».

E grida, come griderà Gesù sulla Croce: «Dio, Dio mio, guarda a me. Perché mi hai abbandonato?». Ma regnò ancora, nonostante pericoli e affanni. Resse lo scettro d’Israele per una quarantina d’anni, fino alla morte, sui settanta, grande nella gloria, ma ancor più nell’umiliazione e nel pentimento.



Re, poeta, profeta. E Santo, secondo la Chiesa, per il dolore accettato e quasi invocato, come fuoco divoratore sulla sua odiata iniquità, sul suo peccato confessato e maledetto.

MARTIROLOGIO ROMANO. Commemorazione di san Davide, re e profeta, che, figlio di Iesse il Betlemita, trovò grazia presso Dio e fu unto con olio santo dal profeta Samuele, perché regnasse sul popolo d’Israele; trasportò nella città di Gerusalemme l’Arca dell’Alleanza del Signore e il Signore stesso gli giurò che la sua discendenza sarebbe rimasta in eterno, perché da essa sarebbe nato Gesù Cristo secondo la carne.

Papa Leone XIV: “La Famiglia, nido e culla dell’unica possibile risposta di salvezza: quella di Dio”

“Nella luce del Natale del Signore continuiamo a pregare per la pace, per le famiglie che soffrono a causa della guerra”

Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano , domenica, 28. dicembre, 2025 12:15 (ACI Stampa).

Domenica fra l’ottava di Natale, festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, Papa Leone XIV si affaccia alla finestra dello studio, nel Palazzo Apostolico Vaticano, per recitare l’Angelus con i fedeli in una Piazza San Pietro “illuminata” dall’albero di Natale e dal presepe. Il sole riscalda i tanti romani e i pellegrini che sono venuti a salutare il Papa.

“Oggi celebriamo la Festa della Santa Famiglia e la Liturgia ci propone il racconto della “fuga in Egitto – ricorda subito il Pontefice – È un momento di prova per Gesù, Maria e Giuseppe. Sul quadro luminoso del Natale si proietta infatti, quasi improvvisamente, l’ombra inquietante di una minaccia mortale, che ha la sua origine nella vita tormentata di Erode, un uomo crudele e sanguinario, temuto per la sua efferatezza, ma proprio per questo profondamente solo e ossessionato dalla paura di essere spodestato”.

“Nel suo regno Dio sta realizzando il miracolo più grande della storia, in cui trovano compimento tutte le antiche promesse di salvezza, ma questo lui non riesce a vederlo, accecato dal timore di perdere il trono, le sue ricchezze, i suoi privilegi”, spiega ancora Papa Leone XIV.

“A Betlemme c’è luce, c’è gioia. Ma di tutto ciò niente riesce a penetrare oltre le difese corazzate del palazzo reale, se non come eco distorta di una minaccia, da soffocare nella violenza cieca. Proprio questa durezza di cuore, però, evidenzia ancora di più il valore della presenza e della missione della Santa Famiglia che, nel mondo dispotico e ingordo che il tiranno rappresenta, è nido e culla dell’unica possibile risposta di salvezza: quella di Dio che, in totale gratuità, si dona agli uomini senza riserve e senza pretese”, commenta il Pontefice prima della preghiera mariana.

“In Egitto, infatti, la fiamma d’amore domestico a cui il Signore ha affidato la sua presenza nel mondo cresce e prende vigore per portare luce al mondo intero. Mentre guardiamo con stupore e gratitudine a questo mistero, pensiamo alle nostre famiglie, e alla luce che pure da esse può venire alla società in cui viviamo. Il mondo, purtroppo, ha sempre i suoi “Erode”, i suoi miti di successo ad ogni costo, di potere senza scrupoli, di benessere vuoto e superficiale, e spesso ne paga le conseguenze in solitudine, disperazione, divisioni e conflitti. Non lasciamo che questi miraggi soffochino la fiamma dell’amore nelle famiglie cristiane. Al contrario, custodiamo in esse i valori del Vangelo: la preghiera, la frequenza ai sacramenti – specialmente la Confessione e la Comunione – gli affetti sani, il dialogo sincero, la fedeltà, la concretezza semplice e bella delle parole e dei gesti buoni di ogni giorno”, è questo l’invito di Papa Leone nella Festa dedicata alla famiglia.

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Subito dopo la recita dell’Angelus, il Papa passa ai consueti saluti. Saluti i gruppi presenti, come gli scout di Treviso e tanti altri. “Nella luce del Natale del Signore continuiamo a pregare per la pace, per le famiglie che soffrono a causa della guerra, per i bambini, gli anziani e le persone fragili. Affidiamoci alla Santa Famiglia di Nazareth”, conclude infine il Pontefice.

La Chiesa ortodossa russa contro Babbo Natale

di Stefano Caprio – Asia News – 27 Dicembre 2025

Nonostante la differenza dei calendari che li porta a celebrare il Natale il 7 gennaio, i russi a Capodanno fin dai tempi sovietici celebrano l’arrivo del Ded Moroz, il “Nonno Gelo” che scende dalle sponde ghiacciate per rallegrare con i doni i bambini. Questa narrazione – dalle radici antiche nella cultura locale, ma troppo simile a quanto accade in Occidente – oggi è sempre più criticata dai predicatori ortodossi che invitano a “non confondere” i più piccoli.

Il Natale di Cristo viene festeggiato dalla Chiesa ortodossa russa il 7 gennaio, che corrisponde al 25 dicembre secondo il vecchio calendario “giuliano” introdotto nel 46 a.C. dall’imperatore Giulio Cesare. Esso venne corretto dal papa Gregorio XIII nel 1582, e il suo rifiuto da parte dei russi si lega all’istituzione del patriarcato di Mosca nel 1589, intendendo mostrare la propria fedeltà alle tradizioni rispetto alle “innovazioni” dei latini e diventando uno degli elementi più simbolici della contrapposizione tra Oriente e Occidente nelle pratiche religiose.

Molte Chiese ortodosse hanno poi accettato il calendario “papale”, e dall’anno scorso anche l’Ucraina ha proclamato ufficialmente la data gregoriana come la festa natalizia di tutto il Paese, irritando ulteriormente i russi che lamentano la “persecuzione dei propri fedeli” da parte dell’odiato nemico che si è venduto agli occidentali.

Una conseguenza del Natale in gennaio per la Russia è stata l’esaltazione popolare del Capodanno, vissuto con tutta la tipica euforia del Natale occidentale, che i russi chiamano con disprezzo il Krizmas (Christmas), il trionfo del consumismo e del rilassamento dei consumi. Dall’evocazione dei riti pagani anche in Russia si festeggia però il 31 dicembre l’arrivo di Babbo Natale, non quello rosso spumeggiante sulla slitta con le renne, ma il Ded Moroz, il “Nonno Gelo” gradito anche al regime sovietico, vestito con abiti consunti di colore verde scuro, che scende dalle sponde ghiacciate dell’Artico insieme alla Sneguročka (Biancaneve) per rallegrare con i doni i bambini sparsi per lo sterminato territorio eurasiatico. A lui corrisponde anche la Baba Yaga, la Befana russa che non viene relegata a una data specifica, ma dopo l’inizio dell’anno nuovo giunge per scatenare gli Svjatki, i “giorni santi” in cui s’indossano maschere per due settimane, il vero carnevale russo popolare.

Negli anni Novanta, ormai liberi dalle limitazioni dell’ateismo di Stato sovietico, la Russia ha riscoperto la religione e le antiche tradizioni, e allo stesso tempo è stata “invasa” dagli usi e costumi occidentali, compresi gli eccessi del Christmas e delle sue propagande pubblicitarie.

Con l’avvento del sovranismo putiniano, le feste natalizie “gregoriane” vengono sempre più vituperate, lasciando alle minoranze cattoliche e protestanti l’incombenza di celebrare in giorni feriali, quando il presidente, il governo e la Chiesa ortodossa organizzano ogni tipo di impegno che aiuti a dimenticare la sintonia con il resto del mondo. E da quest’anno sembra che anche il Ded Moroz russo susciti reazioni di repulsione, come nella condanna della “ondata di passioni di Capodanno” da parte di uno dei parroci più autorevoli di Mosca, il protoierej Feodor Borodin della chiesa dei santi Cosma e Damiano, una chiesa dove fino a poco tempo fa si radunavano i fedeli più ecumenici dell’ortodossia russa al centro della capitale, eredi del grande “padre spirituale del dissenso”, padre Aleksandr Men, ucciso in circostanze mai del tutto chiarite nel 1990.

Padre Feodor ha definito “inaccettabile per un cristiano” la credenza nell’arrivo di Babbo Natale, che risulta in realtà “un inganno incompatibile con la fede in Gesù Cristo”. Il suo intervento è stato subito appoggiato da molti alti esponenti del clero patriarcale, come il padre Vjačeslav Kljuev, presidente del Comitato panrusso dei genitori ortodossi, secondo cui “raccontare di Babbo Natale ai propri bambini è un peccato grave e un inganno deliberato”, perché in questo modo “il genitore crea un mondo immaginario, un mondo fantastico, che prima o poi verrà dissipato”.

 La storia di Ded Moroz è una “quasi-religione” che veniva apposta alimentata ai tempi sovietici dal sistema ateista, per cancellare ogni traccia del cristianesimo, istillando “la fede nell’inesistenza di Dio”. Un altro sacerdote dell’eparchia di Ivanovo nella Russia centrale, lo ieromonaco Makarij (Markiš), ha invitato a “distinguere chiaramente nella mente dei bambini questo nonno con la barba da San Nicola il Taumaturgo”, il patrono della Russia tanto amato e che ha dato origine alle leggende natalizie.

Queste dichiarazioni sono poi state confermate da un rappresentante ufficiale delle strutture patriarcali, il vice-presidente del dipartimento per le relazioni tra la Chiesa e la società Vakhtang Kipšidze, che ha proposto di “ricoverare in manicomio quelli che parlano con Babbo Natale”, impegnandosi a “disincantare” il mito dell’anno nuovo, asfaltando tutte le “metafore, le false immagini e i simboli inappropriati”. In questo modo si impone di razionalizzare la fede, e di “non ritornare alle condizioni dell’uomo primitivo”.

Tempo fa, l’allora vice-patriarca e metropolita Ilarion (Alfeev), ora in esilio nelle terme della Repubblica Ceca, aveva proposto di trovare delle modalità di compensazione per rendere “accettabile a livello ecclesiale” la figura di Babbo Natale, definendolo “una figura esaltata nel periodo sovietico come Ded Moroz, ma che discende dalla storia di san Nicola di Myra”. A inizio degli anni Duemila, il potente sindaco di Mosca Jurij Lužkov aveva identificato come luogo di residenza del Babbo Natale russo la cittadina estrema settentrionale di Velikij Ustjug, e l’arcivescovo ortodosso di Vologda Maksimilian (Lazarenko) aveva addirittura proposto di battezzare simbolicamente l’eroe delle favole invernali, ciò che gli fu impossibile da realizzare, a causa della sua pronta rimozione dalla cattedra episcopale in seguito alle sue dichiarazioni.

L’astio ortodosso nei confronti di Babbo Natale sta suscitando reazioni piuttosto confuse nel pubblico della Russia, dove si insiste ossessivamente sull’importanza dei “valori tradizionali”, escludendo da essi una figura tanto amata come il Ded Moroz e tutta la mitologia a lui collegata, che anche in Russia discende da narrazioni molto antiche. Come si chiede Aleksandr Soldatov, corrispondente di Novaja Gazeta, questo potrebbe portare a definire i “credenti in Babbo Natale” membri di una “organizzazione terroristica”, come già avvenuto per la setta dei satanisti.

Nelle cronache e nel folklore russo non vi è alcuna chiara indicazione di una connessione tra il ciclo di festività attorno al solstizio d’inverno con Nonno Gelo o Sneguročka. Riti di Capodanno simili a quelli odierni iniziarono ad affermarsi solo sotto Pietro il Grande, con lo spostamento del Capodanno al 1° gennaio del 1699, “seguendo l’esempio delle nazioni cristiane”. Un decreto reale prescriveva anche di decorare le case con rami di pino per Natale, ma questa usanza tardò ad affermarsi su larga scala. Fu solo a metà del XIX secolo che i simboli del Capodanno russo presero forma. Così, grazie agli sforzi del collezionista di fiabe russo Aleksandr Afanasev e del poeta Nikolaj Nekrasov, lo spirito malvagio Morozko fu trasformato nel buono Moroz. Gli studiosi del folklore moderno individuano parallelismi tra il Morozko slavo orientale (noto anche come Morok, Studenets o Zyuzya) e la divinità unna Yerlu, che discese sulla terra la notte di Capodanno. Morozko-Morok portò forti gelate che distrussero i raccolti invernali, quindi dovette essere placato con frittelle e focacce.

Un altro prototipo folcloristico del Ded Moroz è anch’esso un personaggio piuttosto cupo: il Ded è un antenato che torna a casa sotto forma di spirito o fantasma durante gli Svjatki. Anche questo Nonno aveva bisogno di cibo rituale e, se gli piaceva, proteggeva la casa; altrimenti, mandava disastri. Forse la prima interpretazione positiva di questa immagine fu offerta negli anni Quaranta dell’Ottocento dallo scrittore Vladimir Odoevskij, nella sua fiaba per bambini “Nonno Gelo”. I bambini si recavano nella sua capanna nella foresta per invocare l’arrivo della primavera. Nel periodo sovietico durante gli anni staliniani apparve quindi un tentativo di appropriazione di queste favole, in seguito a un articolo del 1935 di Pavel Postyšev, allora vice-segretario del Comitato Centrale del Pcus, in cui si invitava a “organizzare per l’anno nuovo una bella festa per i nostri bambini”. Sugli alberi di Natale cominciò ad apparire l’immagine di “Nonno Lenin”, e il culto della personalità di Stalin venne accostata anche al buon Ded che porta i regali, in un rituale sovietico celebrato perfino alla Casa dei Soviet nel Cremlino, mettendo al centro una solenne figura di Babbo Natale molto simile al dittatore georgiano.

Ora il Ded Moroz tanto deprecato dagli ortodossi non ha più nulla a che fare con le celebrazioni presidenziali putiniane, che non ha voluto riprendere le simbologie folcloristiche per evitare eccessive confusioni. Il Babbo è tornato nelle terre del grande nord, assumendo dimensioni trascendentali che fanno infuriare il patriarca Kirill e i suoi collaboratori, che quando arriva il vero Natale ortodosso si sentono messi sempre più in secondo piano, per colpa di quel maledetto calendario dell’imperatore romano.

Narrazioni, minacce e affari

Così gira nel mondo la ruota prepotente degli imperi

Siegmund Ginzberg  27 dicembre 2025 – IL FOGLIO

La strategia americana rivela una verità già nota: tutto, oggi, è negoziabile, purché al giusto prezzo. Stati Uniti, Russia e Cina si spartiscono la Terra. L’Europa? Sacrificabile           

Le tirate di Trump e dei suoi ideologi, e quelle di Putin e dei suoi ideologi, convergono su una cosa: nel dare addosso all’Europa. Due dei maggiori imperi, quello americano e quello russo, nemici giurati sino ad un attimo prima, se la prendono con l’Unione europea, che impero non è. Un terzo impero, la Cina di Xi Jinping, l’Europa non se la fila per niente. America e Russia, Cina e America litigano (o fingono di litigare, per meglio mettersi d’accordo). Sono potenze nucleari. Potrebbero anche finire col venire alle mani  di brutto. Ma al momento paiono piuttosto propensi ad accordarsi per dividersi il mondo, in combutta fra di loro.

Tre imperi veri, e un outsider schiacciato dai tre. Sul finire del secolo scorso Reinhard Brandt aveva pubblicato un suggestivo saggio filosofico. Si intitolava “D’Artagnan o il quarto escluso. Su un principio d’ordine della storia culturale europea 1-2-3/4” (Feltrinelli 1998). L’Europa è finita a ritrovarsi, suo malgrado, nel ruolo di “quarto escluso”. E’ frastornata. Comprensibile lo sia. Lo sarebbe anche D’Artagnan, se da un momento all’altro, anziché “tutti per uno, uno per tutti” contro le mene del Cardinale, si ritrovasse solo, abbandonato, con tutti e tre i moschettieri contro.

Tutti gli imperi che si rispettino hanno una loro narrazione. Che non è immutevole. Cambia secondo le circostanze, gli interessi del momento, le correzioni di rotta strategiche, talvolta i capricci delle rispettive leadership. Può cambiare gradualmente, o all’improvviso. L’avversione americana all’Europa ha radici remote, bipartisan. Esempio, famoso il “You know, fuck the EU”, intercettato nel 2013 a Victoria Nuland, portavoce dell’allora segretaria di Stato Hillary Clinton.

 Già allora il battibecco aveva a che fare con l’Ucraina. Ma le posizioni erano rovesciate. Gli Stati Uniti accusavano l’Europa di essere troppo accomodante con la Russia. Ora Trump la accusa di essere troppo aggressiva, senza averne, peraltro, i mezzi. Ha una leadership “debole”, che sta praticando un “suicidio di civiltà”. L’Europa, sedotta e abbandonata, viene ufficialmente sbeffeggiata, indicata come il principale ostacolo alla pace, nonché agli interessi americani.

Il documento sulla National Security Strategy dell’amministrazione Trump è un esempio di cambio qualitativo nella narrazione. Un primo interrogativo si impone: va preso sul serio? E fino a che punto? L’interrogativo si potrebbe estendere a tutte  le “narrazioni” che gli imperi prepotenti danno delle crisi in corso. Ci sono o ci fanno? Segnalano rovesciamenti epocali di strategia, o sono smargiassate propagandistiche che lasciano il tempo che trovano? 

Chi scrive è persuaso che sarà meglio prendere sul serio le cose che dicono, non dare per scontato che siano fanfaronate. Le narrazioni imperiali vanno studiate con attenzione. Non sono mai solo favole. Anche se va fatta la tara sugli elementi di posture, di pura gesticolazione, a fini di intimidazione, o di polemica e propaganda interna. L’amica Antonella Ottai, autrice di “Ridere rende liberi” (Quodlibet 2016), sui comici ebrei finiti nei campi di sterminio nazisti, ricorda lo sketch che negli anni Trenta, prima che diventasse cancelliere Hitler, Kurt Robitschek e Kurt Lilien recitavano ogni sera nel più importante cabaret di Berlino. L’uno chiede all’altro, visto come si stanno mettendo le cose, se non sia il caso di darsi una mossa e correre ai ripari. – E perché mai dovrei? – E mi chiedi perché mai? Tu l’hai letto il Mein Kampf? insiste il primo. – Io non leggo libri cattivi, la risposta. Dei due comici ebrei, quello che sulla scena diceva di averlo letto il Mein Kampf, nel ‘33 era scappato in America. L’altro, che diceva di non curarsene perché gli faceva schifo, finì invece ucciso nel campo di sterminio di Sobibor. 

Ebbene, il documento di Trump è un po’ come il Mein Kampf di infausta memoria. Anticipa, sia in modo affastellato, le intenzioni. Dice quello che i nazisti avevano intenzione di fare: far la Germania grande di nuovo, creare un impero, un Reich millenario. Considerarlo solo un delirio passeggero, un cumulo di sciocchezze, non giovò. 

La situazione internazionale era confusa. Quanto e più di quella attuale. Una doccia fredda, una guerra dopo l’altra. Compresa quella che uno storico di destra, Ernst Nolte, ha definito come “la guerra civile europea”, tra comunismi e fascismi. Una crisi economica epocale, mondiale. Con tentativi di uscirne in direzioni diverse, diametralmente opposte. O invece, sotto sotto, più simili di quanto appaia, come ha suggerito un altro studioso tedesco, Wolfgang Schivelbusch, nel suo 3 New Deal. Parallelismi tra gli Stati Uniti di Roosevelt, l’Italia di Mussolini e  La Germania Di Hitler 1933-1939 (Tropea 2008). 

Negli anni Trenta le alleanze, e le relative narrazioni, erano più volte cambiate. Si erano rovesciate per l’ennesima  volta, a strettissimo giro, tra 1939 e 1941. Il patto tra Hitler e Stalin aveva colto di sorpresa tutti. Era stato accolto con sgomento da chi, a sinistra, per decenni aveva dedicato l’impegno e la vita nella convinzione che lo scontro fosse tra comunismo e fascismo. L’accordo segreto tra Germania e Unione sovietica per spartirsi Polonia e le “terre di sangue” dell’Europa centrale aveva dato inizio alla Seconda guerra mondiale. Stalin aveva umiliato i comunisti francesi chiedendogli di applaudire le truppe naziste che entravano a Parigi. Poi, altrettanto all’improvviso, due anni dopo, Hitler aveva invaso la Russia. E la narrazione era cambiata di nuovo. Una nuova, provvidenziale capriola portò all’alleanza di Inghilterra, America e Unione sovietica per contenere l’impero che Hitler imponeva manu militari in Europa. E dire che, ancora poco prima di scatenare la guerra, Hitler si presentava come “uomo di pace”. Un deputato socialdemocratico svedese aveva proposto ironicamente di assegnargli il Nobel per la pace del 1939. Quell’anno il Nobel per la pace non fu assegnato a nessuno. 

C’è una quantità sterminata di studi sul perché e percome di quel doppio salto mortale. Stalin cercò da subito di far dimenticare il Patto. La nuova narrazione si chiamava “guerra patriottica”, contro l’invasore nazista. Si sarebbe dovuto attendere la glasnost di Gorbaciov perché Mosca ammettesse che era stata la NKDV sovietica, non le SS, ad ammazzare gli ufficiali polacchi sepolti nella foresta di Katyn. Putin si guarda bene dal rievocare la vicenda. Rovistando negli archivi, una studiosa tedesca, Claudia Weber, ha riaperto il caso arrivando alla conclusione che quella collaborazione tra le due dittature non fu un episodio marginale. Tra le scoperte più agghiaccianti, i rapporti sui profughi – ebrei, polacchi, ucraini – che nel primo inverno di guerra vagavano tra la zona di occupazione tedesca e quella sovietica. Vegetavano nelle strade delle città di confine, distrutte dai combattimenti, nei boschi e nelle paludi. Spinti dai tedeschi nelle acque gelide dei fiumi di confine, venivano mitragliati dalle guardie tedesche sulla sponda opposta. Non servì che alcuni dei profughi avessero pagato somme esorbitanti ai trafficanti per attraversare in barca i fiumi, di notte.  

Il documento sulla National Security Strategy non si cura di profughi, civili intrappolati nei conflitti. Anzi indica come origine di tutti i mali “l’incontenibile flusso delle migrazioni di massa”, cioè chi cerca di salvarsi da guerre e povertà. Sciagura frutto del colpevole “buonismo”, peloso e interessato, dell’Europa e dei democratici americani. In realtà, non dice nulla che Trump e i suoi non abbiano già detto in precedenza. L’affondo alle istituzioni europee era venuto forte e chiaro già alla prima uscita del vicepresidente J. D. Vance, alla conferenza sulla sicurezza, lo scorso febbraio a Monaco. Non potevano scegliere luogo più evocativo: la città che, nel 1938, aveva ospitato l’altra, assai più celebre conferenza “di pace” che diede il via libera alle pretese di Hitler sulla Cecoslovacchia. Parevano iperboli, intemperanze propagandistiche ad uso interno. E invece erano un programma. 

Il documento mette insieme cose più volte dette e ripetute. E’ un manifesto ideologico affidato a un manipolo di teorici del Make America Great Again. Contiene molte cose alla rinfusa. Così come un polpettone indigeribile era, a suo tempo, il Mein Kampf.  Si tratta di una compilazione. Lo stile e l’impostazione mi fanno venire in mente anche un’altra celebre raccolta di pensieri: il Libretto rosso di Mao. Identico, assolutamente evidente, l’intento di compiacere il capo. Nessun altro precedente documento strategico americano aveva citato così profusamente e in modo tanto adulatorio il presidente in carica. Il Libretto rosso, agitato da milioni di mani di guardie rosse, era una trovata dell’allora vice e successore designato del Grande Timoniere, Lin Biao. Diffuso in centinaia di milioni di copie (rilegate con una copertina di plastica rossa che aveva fatto la fortuna della Montedison), aveva ingorgato la Cina di allora, le università d’occidente in rivolta nel ‘68, e persino alcuni dei più brillanti cervelli occidentali. Serviva a una guerra interna, in seno al gruppo dirigente cinese, non a uno scontro internazionale. Per Lin Biao, che pure era riuscito a eliminare i rivali alla successione, finì male. Mao fece abbattere l’aereo su cui Lin fuggiva verso l’allora arcinemica Unione sovietica. Non possiamo sapere che fine farà Vance.

Il Trump-pensiero appare assolutamente maoista anche nel merito. E non solo nel modo in cui promuove un culto della personalità. Riecheggia una concezione del mondo come grande torta da spartirsi tra le maggiori potenze, le maggiori “civiltà”. Già in una poesia del 1935, dedicata al monte Kunlun, il massiccio nevoso che domina il centro dell’Asia, e su cui si affacciano tutti gli imperi, Mao aveva enunciato la sua particolare concezione di un mondo tripolare: “Potessi brandire la mia spada sino al cielo, / ti taglierei in tre pezzi: / uno per l’Europa, / uno per l’America, uno lo terrei qui in Oriente. / E allora regnerebbe la pace nel mondo, / lo stesso calore e lo stesso freddo su tutta la Terra”.

Meno poetico di Mao, Donald Trump concepisce anche lui il mondo in termini di spartizione tra civiltà, imperi, ciascuno dei quali domina la rispettiva sfera di influenza. “Sfere d’influenza” è termine che trae origine dalla Conferenza di Berlino del 1884-85, nella quale le potenze europee si erano accordate per spartirsi l’Africa. Salvo dilaniarsi poi nell’immane massacro, l’“inutile strage” della Prima guerra mondiale. C’è chi evoca piuttosto un ritorno a Yalta 1945, dove Roosevelt, Stalin e Churchill si spartirono l’Europa e il resto del mondo. Non è la stessa cosa di oggi. Quelli allora avevano vinto la Seconda guerra mondiale. Qualcuno finì sacrificato. Ma garantì molti decenni di pace, e anche di prosperità, per l’Europa che era stata crudelmente spartita.  

Cambiano i convitati al gran banchetto. “America first”, naturalmente, “in tutto quello che facciamo”. Poi la Russia, armata sino ai denti di missili atomici e quant’altro. Ragione per cui non è certo il caso di farle la guerra. Ma impedire che sia la Russia a farla a noi comporta essere capaci di dissuaderla, non solo di rabbonirla. Se lo si fosse fatto a tempo debito, e in modo credibile, quando Putin si prese la Crimea, forse non ci sarebbe stata nemmeno l’invasione dell’Ucraina. La Russia pesa economicamente e demograficamente molto meno degli altri imperi. Ma l’America di Trump e la Cina sanno che con la Russia si possono fare lo stesso proficui affari. Quanto alla Cina, nessuno, nemmeno l’America può pensare di farle la guerra e vincerla. Nemmeno una guerra commerciale frontale. Trump ci aveva provato, ha dovuto fare marcia indietro.

Il succo della nuova narrativa americana è che con Russia e Cina si può negoziare, e lasciargli le rispettive sfere di influenza. Purché non minaccino gli interessi americani, a cominciare dagli interessi economici, e in modo specifico gli interessi degli amici e della base elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca.

Rispetto a tutte le precedenti narrazioni americane, non si parla più di “leadership del mondo libero”, di difesa della democrazia e degli alleati. Si parla di interessi concreti, materiali, di “profitto” in soldoni. Tutta la politica internazionale di Trump è concepita dichiaratamente in termini di costi e ricavi, di guadagni e di affari. I dazi sarebbero una manna per il Tesoro Usa, impoverito dai regali fiscali. Non passa discorso in cui Trump non dica al suo popolo che difesa e futura ricostruzione dell’Ucraina sono interamente a carico degli europei, che le armi non saranno più regalate ma vendute, e “a prezzo pieno”, senza sconti.

Nei secoli passati ci si era scannati in guerre di religione. O in guerre per la conquista di territorio e mercati. La guerra fredda era stata anche un conflitto di ideologie. Il mondo di Trump è governato invece come un consiglio di amministrazione, che considera bilanci, acquisizioni, profitti presenti o futuri. E se ne frega dei principi morali. Non è più scontro tra occidente e oriente. Non è più la vecchia egemonia. Le strategie, anche quelle militari, sono dettate da una nuova geografia, così come fu all’epoca delle grandi scoperte marittime. Degli antichi imperialismi restano sì i presupposti territoriali, l’ossessione per le materie prime (non più solo petrolio e acciaio, ma le terre rare, e le risorse intangibili in know-how, ricerca e conoscenze scientifiche). Resta la lotta per il controllo delle rotte commerciali.

La nuova versione rafforzata della ottocentesca “dottrina Monroe” (“L’America agli americani”) non si applica solo al Venezuela, alla maniera in cui in passato si applicava a Cuba, al Cile o al Nicaragua. Si estende a Panama, da dove si controlla il Canale, e al Canada ex britannico e alla Groenlandia ancora danese, che controlla le nuove rotte polari rese possibili dallo scioglimento dei ghiacci. Non esattamente l’isolazionismo d’antan. “Interventismo selettivo”, lo definisce qualcuno.

“Gli affari degli altri Paesi ci interessano solo se la loro azione minaccia direttamente i nostri interessi”. “Perseguiremo buone relazioni […] senza imporre un’evoluzione verso la democrazia o altri mutamenti sociali”. “La nostra è una predisposizione al non-interventismo”. Quindi, “niente più altri decenni di guerre infruttuose di nation building”. Così recita il documento. Traduzione: della democrazia degli altri non ci importa un fico secco. E del resto gli importa poco anche della democrazia americana. Per i nuovi padroni è un ostacolo fastidioso, hanno già cominciato a snaturarla.

A Putin e a Xi Jinping la nuova dottrina americana non dispiace affatto. Comporta che anche i loro imperi abbiano mano libera nelle rispettive sfere d’influenza. Putin si è accortamente premurato di chiarire, prima ancora dell’incontro in Alaska, che considera storicamente giustificate le pretese di Trump su Canada e Groenlandia. Non ha obiezioni a che gli Stati Uniti facciano il bello e cattivo tempo in America latina. Purché non ostacolino le ambizioni della Russia su ciò che fu un tempo parte dell’impero zarista, e in tempi più recenti parte dell’impero staliniano. Le conseguenze logiche sono evidenti: se l’America si prende Canada e Groenlandia, fa una dependance del Messico e dell’Argentina, un domani non lontano magari anche del Brasile, perché mai la Russia non dovrebbe accampare diritti di influenza sull’Ucraina, gli Stati baltici, la Polonia e l’Europa centrale che un tempo faceva parte del Patto di Varsavia? E perché la Cina non dovrebbe un giorno prendersi Taiwan, a cui, a differenza di quanto fece la Russia di Eltsin con l’Ucraina, dopo il crollo dell’Urss, non ha mai rinunciato? Tutto diventa negoziabile. Anche la

sorte degli amici o degli alleati. Purché il prezzo pattuito sia congruo.

In questo quadro, l’Unione europea è expendable, spendibile, sacrificabile. Al pari dell’Ucraina. Anzi, se si riuscisse a togliere di mezzo un’entità da sempre sgradita all’America, a dividere e fare a pezzettini l’Europa unita, tanto di guadagnato. Sarebbe prendere due piccioni con una fava. Nel gran documento strategico si parla di Europa, ma non si menziona mai, nemmeno una volta, l’Unione europea. Trump ci aveva già detto che l’Unione europea “è nata per fregare gli Stati uniti”. Il suo vice che siamo “scrocconi” – free riders – che pretendevano di essere difesi senza cacciare un soldo. “Ci hanno derubato per tanto tempo”, “Ci hanno trattato male”. Adottano politiche “totalmente contrarie agli interessi Usa”, sono indulgenti verso il “fanatismo ambientalista”, l’estremismo woke (la nuova consapevolezza delle ingiustizie e delle discriminazioni sociali, razziali, di genere, di libertà sessuale e affettiva). La colpa peggiore degli europei è l’indulgenza verso la iattura delle iatture, gli immigrati indesiderati.

C’è un’impressionante compatibilità tra la narrazione trumpiana e quella di Putin. Per Sergei Karaganov, considerato uno dei cervelli geopolitici di Putin, “il vero nemico della Russia è l’Europa”. E’ ora di smettere di essere ingenui e pensare che l’Europa possa essere un fattore di pace. “La guerra con l’Europa è già iniziata, anche se non la chiamiamo ancora così”.  L’Unione europea sarebbe un’accozzaglia di stati in mano a élites “irresponsabili”, “rabbiose” “imbastardite”, “abbrutite”  e “corrotte”, che si reggono sul consenso di una popolazione “intossicata” dalla propaganda antirussa. Solo “la messa in atto delle minacce nucleari li ricondurrà, forse, alla ragione”.  La tanto vantata “democrazia” europea non sarebbe che una trovata dei “plutocrati” per continuare a governare, anzi tiranneggiare i rispettivi paesi.

La propaganda nazista degli anni Trenta dava la colpa di tutto alla democrazia corrotta della Repubblica di Weimar. Dava addosso a plutocrati, banchieri internazionali, bolscevichi, alla sinistra socialdemocratica (tutti “marxisti” ai loro occhi), e soprattutto agli ebrei.  Li accusava di nutrire un odio irreprimibile e di complottare verso la Germania, di voler imbastardire con la sostituzione etnica la purezza della razza germanica, anzi di voler “sterminare” il popolo tedesco. La Francia veniva accusata esattamente dello stesso peccato di cui ora si accusa l’Europa: di accogliere indiscriminatamente immigrati da ogni angolo del mondo, ebrei, gialli e neri, di imbastardire irrimediabilmente la razza bianca. I nemici hanno cambiato nome. Ma la triade di nemici giurati della Russia denunciata dagli ideologi di Putin sembra una copia carbone degli slogan del Terzo Reich.

C’è convergenza piena tra Trump e Putin anche nell’assecondare l’ondata mondiale che spinge a destra. All’uno e all’altro piacciono le destre, specie se estreme: Alternative für Deutschland in Germania, il Rassemblement national lepenista in Francia, il Reform Uk di Nigel Farage in Gran Bretagna, gli amici Orbán e Fico in Ungheria e in Slovacchia e compagnia bella. Tra populisti di destra ci si intende. Li colmano di lodi, e anche di sovvenzioni. Gli piacciono coloro che vorrebbero riportare l’Europa sulla retta via, illiberale e autoritaria. Né a Trump né a Putin importa che alcuni di questi loro nuovi amici europei rivendichino, più o meno esplicitamente, discendenze dal fascismo e dal nazismo. Basta siano propensi a smantellare l’Unione europea. A far premio, prima ancora degli interessi politici ed economici,  è l’affinità ideologica col trumpismo.

L’impero di Xi Jinping, a differenza degli altri due, non ce l’ha con l’Europa. Semplicemente la ignora. E’ difficile immaginare che gli stia a cuore il futuro della democrazia all’europea. Perché mai dovrebbe? La Cina non è una democrazia, è un impero autoritario, erede degli imperi millenari, che si ritrova a essere governata dall’ultima delle dinastie imperiali, quella inaugurata da Mao. L’Europa gli è  indifferente. Un’Europa incapace di tener testa all’America, di avere una propria autonomia non gli serve. Gli serviva quando, nel secolo scorso, l’Europa era un fattore di equilibrio nei confronti della prepotenza sovietica, e in qualche misura nei confronti della prepotenza americana. Con la Russia di Putin ormai la Cina è in grado di vedersela da sola. Anzi, ce l’ha in pugno. Non ha probabilmente alcuna fiducia che questa Europa possa resistere al ricatto americano: o fate affari con noi o li fate con i cinesi. Abbiamo abbozzato. Non è bastato a farci dare la grazia da Washington, né sui dazi, né sul resto.

La Cina non è buona o cattiva. Ha sempre fatto e continuerà a fare i propri interessi. Rivendica il suo ruolo imperiale ”al centro del mondo”. A me è incomprensibile come sia passata senza colpo ferire, o anzi resti dominante, la narrativa sul pericolo cinese, l’invasione cinese, e via dicendo. E il conseguente assioma per cui l’Europa e America dovrebbero unirsi come un sol uomo per contrastarlo. Non ha senso. Così come non convince la contro-narrativa cinese per cui sarebbe la Cina il vero campione del libero commercio, del salvataggio del clima, della stabilità globale, sin da quando nel 2008 ci salvò dal crollo. Così fan tutti, a cantar virtù, direbbe Mozart. La Cina è un impero permaloso. Si offende facilmente con chi sgarra, dice o fa qualcosa che non le piace, su Taiwan o sulle prerogative imperiali di Pechino. Sa minacciare e punire, che si tratti di Giappone o di Australia, di Corea del Sud, di Filippine o di Vietnam. Ma militarmente la Cina non è una minaccia per l’Europa. La potenza economica cinese ci domina già comunque, ci piaccia o no. Il decoupling è un’utopia impraticabile. Per l’Europa come per l’America.

Nella nuova versione del Risiko, del Monopoli planetario, vince chi sopravanza gli altri nel controllo le nuove tecnologie. Ma siccome tutto si tiene, ciascun impero è dipendente anche dall’altro. Non c’è possibile decoupling, autarchia, a meno di non pagare un prezzo altissimo. A fare la faccia feroce con la Cina sui dazi Trump ha dovuto rinunciare già lo scorso ottobre, quando Pechino aveva deciso per ritorsione la sospensione delle esportazioni strategiche, delle terre rare. Bon gré mal gré, con la Cina anche il focoso Trump non può fare a meno di un compromesso. Anzi, c’è, tra i commentatori, chi nel documento sulla strategia vede una confessione di impotenza, il riconoscimento della necessità di un’intesa con la Cina.

Ronald Reagan ce l’aveva con “l’impero del Male” sovietico. George Bush e i suoi ideologi neo-cons ce l’avevano, dopo l’attacco alle Torri gemelle, con i terroristi e gli “stati canaglia”. Nixon aveva aperto a Mao per contrastare la minaccia sovietica, certo non per dare in pasto a Breznev l’Europa occidentale. Ora è cambiata la morale della favola. E’ finita l’era in cui l’America si ergeva a leader del “mondo libero”.  Dimenticata la “Buona guerra” per definizione, quella con cui l’America aveva liberato l’Europa dal nazifascismo. Dimenticato pure il tripudio con cui avevano accolto e rivendicato la caduta del Muro e del comunismo. Trump non ce l’ha con i più minacciosi. Ce l’ha con i perdenti, con quelli che ritiene siano i più deboli.

 E’ pronto a trattare, a fare la pace, e soprattutto a fare affari con i forti. Bastona il cane che è finito in acqua, come recita l’antico detto cinese. Gli uomini forti disprezzano i losers, i perdenti. Mediare, per Trump, vuol dire stare dalla parte del contendente che sta vincendo. Così ha fatto finora per tutte guerre che vorrebbe far finire, anzi, si vanta di avere già fatto finire. Ben venga la narrativa brutale, se ci può dare la sveglia

San Giovanni


autore: Carlo Dolci anno: XVII secolo titolo: San Giovanni Evangelista luogo: Palazzo Pitti, Firenze

Nome: San Giovanni

Titolo: Apostolo ed evangelista

Nascita: I secolo , Betsaida

Morte: 104 circa, Efeso

Ricorrenza: 27 dicembre

Tipologia: Festa

Patrono di:
San Giovanni la Punta, Sansepolcro, Ponsacco, Teverola, Montelupo Fiorentino, Montopoli in Val d’Arno, Montale, Gavirate, Galbiate, Mariglianella >>> altri comuni

Figlio di Zebedeo e Maria Salome e fratello di Giacomo il Maggiore, esercitava la professione del pescatore nel lago di Tiberiade, quando Gesù lo chiamò all’apostolato.

Giovanni allora era nel fiore degli anni, purissimo, e per questa sua purità meritò singolari favori dal Signore; udita la voce di Dio, abbandonò le reti e assieme al fratello seguì Gesù.

I due fratelli ricevettero il nome di figli del tuono per la loro impetuosità.

autore Valentin de Boulogne anno 1625-1626 titolo Ultima Cena

Giovanni, assieme a Pietro e Giacomo, fu testimonio della trasfigurazione e, nell’ultima cena poté reclinare il capo sul petto adorabile del Salvatore.

Fu poi vicino a Gesù non solo nel tempo della letizia, ma anche in quello del dolore: nell’orto del Getsemani, e unico degli Apostoli, sul Calvario.

autore Guido Reni anno 1619 titolo Gesù Cristo Crocifisso, la Vergine Addolorata, Santa Maria Maddalena e San Giovanni

Ricevuto lo Spirito Santo nella Pentecoste, infiammato di ardente amore, annunziò il Vangelo ai Giudei, in compagnia del Principe degli Apostoli.

Fu messo in prigione, flagellato, ma tutto sopportò con allegrezza, contento di essere reputato degno di patire contumelie pel nome di Gesù Cristo.

Passò la maggior parte dei suoi anni in Efeso in compagnia della Madonna: quivi fondò una fiorente comunità religiosa e governò le Chiese circonvicine.

Chiamato da Domiziano, dovette recarsi a Roma, ove fu condannato alla immersione in una caldaia di olio bollente. Il Santo però non ne ricevette alcun danno, anzi usci dal supplizio più vegeto di quanto vi era entrato.

autore Battista Dossi anno XVI sec titolo Visione di San Giovanni Evangelista

Allora gli fu commutata la pena di morte in quella dell’esilio nell’isola di Patmos, ove scrisse l’Apocalisse. Domiziano mori ed avendo Nerva, suo successore, annullato il di lui operato, Giovanni ritornò ad Efeso riprendendo il governo delle sue Chiese. Sorsero in quel tempo eresiarchi che spargevano dottrine false contro i dogmi della fede e specie contro la divinità di Gesù Cristo.

Essendo l’unico Apostolo ancora vivente, fu pregato dai fedeli e vescovi di mettere per iscritto la dottrina che predicava: così scrisse il quarto Vangelo che suppone i primi tre e li completa. È il Vangelo della divinità di Cristo. Lasciò pure in dono alla Chiesa tre lettere canoniche, nelle quali trasfuse tutto l’amore di cui ardeva la sua grand’anima.

Già cadente per gli anni, né potendosi più reggere, si faceva portare in chiesa per predicare, ma non ripeteva che queste parole: « Figliuolini miei, amatevi l’un l’altro ». Stanchi di udire sempre lo stesso ritornello i fedeli gli fecero rimostranze; ma egli rispose: « È questo il gran precetto del Signore, fate questo e avrete fatto abbastanza ».

Raggiunse l’età di 100 anni e fu l’unico fra gli Apostoli che non suggellò col sangue il suo apostolato. San Giovanni è sempre raffigurato insieme ad un’aquila perché lui, rispetto agli altri tre evangelisti, nel vangelo ha parlato con una visione più alta e ampia verso l’assoluto.

Papa Leone XIV: Forza dell’amore, più forte della forza delle armi

All’Angelus nella festa di santo Stefano di oggi in piazza San Pietro

Papa Leone XIV | Papa Leone XIV | Credit Vatican MediaPapa Leone XIV | Papa Leone XIV | Credit Vatican Media

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano, venerdì 26 dicembre 2025, 12:06 (ACI Stampa).

Finalmente, oggi, pare che il tempo dia un po’ di tregua ai pellegrini giunti a Roma. Dopo questi giorni piovosi un po’ di sole si scorge nella piazza più famosa al mondo, piazza San Pietro. Alle ore 12 di oggi, festa di santo Stefano, diacono e primo martire, papa Leone XIV dal suo studio del palazzo apostolico vaticano si è rivolto alla folla per il tradizionale Angelus. Prima della preghiera mariana, una meditazione incentrata sul senso del martirio:  

“Il martirio è nascita al cielo: uno sguardo di fede, infatti, persino nella morte non vede più soltanto il buio. Noi veniamo al mondo senza deciderlo, ma poi passiamo attraverso molte esperienze in cui ci è chiesto sempre più consapevolmente di “venire alla luce”, di scegliere la luce” così il pontefice ai pellegrini riuniti nella piazza. 

E segue: “Il racconto degli Atti degli Apostoli testimonia che chi vide Stefano andare verso il martirio fu sorpreso dalla luce del suo volto e delle sue parole. È scritto: «E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo» . È il volto di chi non se ne va indifferente dalla storia, ma la affronta con amore. Tutto ciò che Stefano fa e dice rappresenta l’amore divino apparso in Gesù, la Luce brillata nelle nostre tenebre”, ha continuato.

La sua attenzione poi si rivolge alla nascita di Gesù che “chiama alla vita di figli di Dio”. E poi sottolinea come questa nasciata abbia suscitato comunque “fin dall’inizio, la reazione di chi teme per il proprio potere, di chi è smascherato nella sua ingiustizia da una bontà che rivela i pensieri dei cuori”. E ribadisce che “nessuna potenza, però, fino a oggi, può prevalere sull’opera di Dio. Dovunque nel mondo c’è chi sceglie la giustizia anche se costa, chi antepone la pace alle proprie paure, chi serve i poveri invece di sé stesso. Germoglia allora la speranza, e ha senso fare festa malgrado tutto” afferma il pontefice.

Il suo sguardo poi si rivolge al presente in cui potrebbe sembrare “impossibile la gioia”. E chi oggi “crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici” precisa il pontefice. Tuttavia, il cristiano non ha nemici, ma “fratelli e sorelle, che rimangono tali anche quando non ci si comprende.

Il Mistero del Natale ci porta questa gioia: una gioia motivata dalla tenacia di chi vive già la fraternità, di chi già riconosce attorno a sé, anche nei propri avversari, la dignità indelebile di figlie e figli di Dio. Per questo Stefano morì perdonando, come Gesù: per una forza più vera di quella delle armi” sottolinea il pontefice.

E dopo la recita dell’Angelus, aggiunge: “Nel ricordo di Santo Stefano, primo martire, invochiamo la sua intercessione perché renda forte la nostra fede e sostenga le comunità che maggiormente soffrono per la loro testimonianza cristiana. Il suo esempio di mitezza, di coraggio e di perdono (0:45) accompagni quanti si impegnano nelle situazioni di conflitto  per promuovere il dialogo, la riconciliazione e la pace.  A tutti auguro una buona festa!”.

Santo Stefano


autore: Girolamo da Santacroce anno: 1530 – 1540 titolo: Santo Stefano luogo: Pinacoteca di Brera, Milano

Nome: Santo Stefano

Titolo: Primo martire

Nascita: 5 dopo Cristo

Morte: 34 dopo Cristo, Gerusalemme, Israele

Ricorrenza: 26 dicembre

Protettore:
dei muratori

Luogo reliquie: Basilica di San Lorenzo fuori le mura – Cattedrale di San Ciriaco

Stefano fu il primo a dare la vita e il sangue per Gesù Cristo. Ebreo di nascita, e convertito alla fede dalla predicazione di S. Pietro, mostrò subito un meraviglioso zelo per la gloria di Dio e una grande sapienza nel confutare i Giudei, che increduli disprezzavano il Nazareno.

Fu eletto dagli Apostoli primo dei sette diaconi per provvedere ai bisogni dei primi fedeli, specialmente delle vedove e degli orfani di cui la Chiesa ebbe sempre cura particolare.

E S. Stefano pieno di grazia e di fortezza, animato dallo Spirito Santo predicava con forza e confermava la predicazione coi miracoli.

Per questo si attirò l’odio dei Giudei che non potevano soffrire tanto zelo, né resistere alla sua sapienza, operatrice di numerose conversioni.

Essi vollero dapprima disputare con Stefano, ma vedendosi vinti dallo Spirito che parlava per bocca di lui, cercarono falsi testimoni per accusarlo di bestemmia contro Mosè e contro Dio. Il Signore però volle manifestare la innocenza del suo servo facendo apparire il suo volto bello come quello di un Angelo.

Dopo la lettura delle accuse, il sommo sacerdote Caifa gli disse di parlare per difendersi, ed egli fece la sua apologia, rappresentando loro la bontà e la misericordia del Signore verso il popolo ebreo, cominciando da Abramo fino a Davide.

Se da una parte mostrò i benefici che il Signore aveva concesso alla nazione dei Giudei, dall’altra ricordò pure le ingiurie fatte a Dio dai loro padri. Ma non facendo quelle parole alcuna impressione in quei cuori induriti, pieni di malizia, mutando d’un tratto tono disse: « O uomini di dura cervice e incirconcisi di cuore, voi sempre resistete allo Spirito Santo; come fecero i vostri padri, così fate anche voi». Essi all’udire queste cose fremettero nei loro cuori e digrignarono i denti contro di lui. Ma egli pieno di Spirito Santo, fissati gli occhi nel cielo, esclamò: « Ecco io vedo i cieli aperti e il Figlio dell’Uomo stare alla destra di Dio ».

autore Giorgio Vasari anno 1569-1571 titolo Lapidazione di Santo Stefano

Quelli, alzando grandi grida, si turaron le orecchie e tutti insieme gli si avventarono addosso e trascinatolo fuori della città si diedero a lapidarlo, deponendo le loro vesti ai piedi d’un giovane chiamato Saulo.

E lapidarono Stefano che pregava dicendo: « Signore Gesù, ricevi il mio spirito », e ad alta voce: « Signore, non imputare loro questo peccato ». Ciò detto s’addormentò nel Signore.

Santo Stefano è il protettore dei muratori infatti nell’iconografia è sempre raffigurato con il suo principale attributo: le pietre della lapidazione. Indossa quasi sempre la ‘dalmatica’ la veste liturgica dei diaconi. È invocato contro il mal di pietra ossia i calcoli.

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