di Giuseppe Sarcina| Corriere della Sera – 5 dicembre 2025
Senza la sponda Usa è sempre più difficile prendere decisioni sull’Ucraina e sulla difesa dei propri confini
Nel documento sulla «Strategia di sicurezza nazionale», pubblicato ieri dalla Casa Bianca, a un certo punto si legge: «Se va avanti così, tra vent’anni l’Europa non sarà più riconoscibile…c’è il rischio reale ed evidente che la sua civiltà venga cancellata». Con una battuta si potrebbe osservare che per quanto riguarda gli Stati Uniti, non è necessario aspettare vent’anni: già oggi sono irriconoscibili. Ma, purtroppo, le battute non bastano.
Quel testo delinea il quadro della politica estera americana. In grande sintesi: l’Amministrazione Trump rivendica l’influenza in esclusiva sull’America Latina; cerca un’intesa con la Russia e un modo per convivere con la Cina.
I passaggi più aspri sono riservati a noi europei: «La Ue e altri organismi transnazionali stanno mettendo a rischio la libertà politica e la sovranità degli Stati». E ancora: «le politiche migratorie stanno trasformando il continente, soffocando e censurando la libertà di parola e sopprimendo l’opposizione politica».
È facile riconoscere le impronte digitali di J.D. Vance. Il vice presidente Usa aveva già espresso gli stessi concetti il 14 febbraio scorso, nel discorso tenuto alla «Conferenza sulla sicurezza di Monaco».
In realtà da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, la Ue e i Paesi del Vecchio continente hanno patito l’offensiva politico-diplomatica americana, dai dazi all’aumento delle spese militari Nato. Fino a restare sostanzialmente soli al cospetto di Vladimir Putin. Ci sarà mai una risposta europea? O meglio, perché sembra così difficile reagire? Ci sono molte spiegazioni. Una è quella prospettata da Paolo Valentino sul Corriere di giovedì 4 dicembre: la paura, intesa come mancanza di coraggio politico, che paralizza le scelte su tutti i fronti. Dal rapporto con gli Usa a quello con la Russia.
Oltre alla paura, ci sono anche le divisioni e le ambiguità. Il 2025 ci lascia in eredità almeno due questioni cruciali che gli europei non riescono ad affrontare e risolvere fino in fondo. La più urgente riguarda il giudizio su Putin. Il presidente russo rappresenta davvero una minaccia esistenziale per l’Europa? Il solco all’interno dell’Unione europea si sta allargando sempre di più. I governi dell’Est e del Nord Europa,dalla Polonia alla Finlandia, dai Baltici all’Olanda, da tempo non ragionano sul «se», ma sul «quando» Putin attaccherà il fianco orientale della Nato.
Il fronte degli altri Stati, Germania, Francia, Italia, Spagna, Grecia è più incerto, più composito. Prendiamo, per esempio, il dibattito italiano. Nell’area di governo, il segretario della Lega, Matteo Salvini, di fatto non vede alcuna minaccia reale per l’Italia. Così come il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte. Non ci sarebbe bisogno, quindi, di un robusto piano di riarmo.
Finora queste due posizioni sono riuscite a convivere, sia pure faticosamente, sia nello spazio politico europeo che in quello italiano. Ma presto arriverà il momento delle decisioni difficili, non più rinviabili. Che cosa faranno gli europei, se, o forse sarebbe meglio dire quando, Trump e Putin imporranno un accordo ingiusto a Zelensky? Il compromesso tra i due schieramenti non è semplice. Ma potrebbe essere facilitato se venissero tolti di mezzo un paio di argomentazioni fuorvianti. Per esempio: non è detto che l’Italia sia al sicuro, solo perché l’armata putiniana non valicherà mai le Alpi.
Se Putin dovesse destabilizzare l’Estonia, la Lettonia o la Lituania, potrebbe portare al collasso l’intero sistema dell’euro, visto che i tre Paesi baltici aderiscono alla moneta unica. Sull’altro versante: riconoscere il pericolo posto da Putin non significa necessariamente chiudere tutti i canali diplomatici e militarizzare la società civile, come sta facendo, tra gli altri, la Finlandia. Anche nelle situazioni di pericolo non bisognerebbe mai rinunciare a proporre soluzioni, senza essere costretti a inseguire gli schemi e i pasticci dell’amico di Trump, l’inviato-immobiliarista Steve Witkoff.
L’altro nodo riguarda l’Ucraina. Le accuse di corruzione che hanno indotto Zelensy a sbarazzarsi di un paio di ministri e del suo più stretto collaboratore, Andriy Yarmak, hanno innescato una discussione al ribasso. I populisti e i partiti sovranisti, come la Lega, hanno colto l’occasione per screditare il leader ucraino, non meritevole più di alcun sostegno. I sostenitori di Zelensky, invece, hanno sottolineato come l’Ucraina abbia dimostrato di avere «gli anticorpi» per contrastare il virus del malaffare.
Anche qui servirebbe un cambio di passo. Ormai è evidente che la più solida speranza per l’Ucraina di sopravvivere come Stato indipendente sia quella di aderire quanto prima all’Unione europea.
A parole, più o meno quasi tutti i governi della Ue sono d’accordo. Nessuno, però, ha fissato una scadenza. L’unica a esporsi è stata la Commissaria all’allargamento, la slovena Marta Kos: Kiev sarà ammessa entro il 2030. È una data realistica? Sotto traccia l’Unione è divisa, ancora su basi geografiche più che politiche. Blocco Nord-Est favorevole; Sud-Ovest più scettico. In Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Grecia sono già in allarme le lobby agricole e i loro partiti di riferimento (da noi Lega e Fratelli d’Italia soprattutto). L’arrivo di un gigante agricolo come l’Ucraina ridurrebbe drasticamente le sovvenzioni destinate alla fascia mediterranea.
Ma non dovrebbe essere il momento per queste manovre. Lo scenario è drammatico. L’Europa deve decidere se puntellare, a dispetto di Trump, di Vance, di Putin, di Xi Jinping, la resistenza ucraina. Per farlo non bastano le armi. Occorre aprire a Kiev la porta d’accesso dell’Unione. Servono una data, coraggio politico e grande rigore nei confronti anche di Zelensky. L’opinione pubblica dei nostri Paesi deve sapere chi ci stiamo portando in casa. Non c’è bisogno di inventarsi niente di particolare. Gli strumenti di verifica sono già predisposti dalla procedura di ammissione. Il Paese candidato deve soddisfare, innanzitutto, i cosiddetti «tre criteri di Copenaghen»: Stato di diritto, economia di mercato, capacità di rispettare gli obblighi comunitari.
Nel concreto occorre capire e comunicarlo nel modo più trasparente possibile, se davvero l’Ucraina si sia emancipata dal controllo informale dei potentati politico-economici che fanno capo agli oligarchi. Se è così, non ci sarebbe alcun motivo per non fissare una data entro la quale concludere le procedure. Poi si discuterà di grano, ortaggi, fondi di coesione e di tutto il resto. Adesso per la Ue è urgente, e sulla carta sarebbe possibile, recuperare un ruolo concreto nella trattativa con Trump e con Putin.