di Federico Rampini| 25 novembre 2025

Per gli analisti Florence Gaub e Andrew Monaghan, il Cremlino contempla la guerra come un’espressione del conflitto totale nel lungo periodo

Esistono sul terreno militare e su quello geopolitico-diplomatico le condizioni per una «buona» pace in Ucraina, cioè una pace giusta, che ristabilisca i principi del diritto internazionale? Probabilmente no. Donald Trump gestisce in modo pasticciato, ambiguo e inquietante, una situazione già tragica e disperata che molti altri avevano creato prima di lui: i governi europei dell’ultimo ventennio (Angela Merkel in testa) succubi di Putin, e tre presidenti americani incapaci di fermare l’aggressività russa (Bush, Obama, Biden).

Se partiamo da questa constatazione realistica – una tregua, una pace provvisoria, se mai vedrà la luce, sarà basata su concessioni sostanziali all’aggressore – allora dobbiamo prepararci al dopo: cioè ai piani futuri di Putin. Se otterrà anche solo la metà di quel che proclama di volere, sarà confortato nella certezza che «il crimine paga». L’espansionismo russo potrà rivolgersi altrove. E noi, cosa facciamo per difenderci?

Ecco tre temi. Il primo è lo scenario delle prossime aggressioni, come viene discusso sia dai russi sia da coloro che dovrebbero difendere l’Europa. Il secondo è una notizia riportata dal corrispondente del Corriere a Parigi, Stefano Montefiori: l’orrore suscitato dalle parole di un generale francese sui sacrifici di vite umane che potrebbero diventare necessari per difendersi. Il terzo è il modello russo di costruzione di un’efficiente industria dei droni in poco tempo: un caso da studiare, se la tecnologia è l’unica speranza per proteggere un’Europa pacifista…

Primo punto. Nel giugno 2025, il Segretario generale della NATO, Mark Rutte, intervenendo presso il think-tank Chatham House, ha lanciato questo monito: «La Russia potrebbe essere pronta a usare la forza militare contro di noi entro cinque anni». L’Occidente è costretto a confrontarsi con un «futuro noto», ossia con uno scenario di guerra che entra oggi nella sfera della pianificazione concreta. Mosca ci pensa, i suoi generali ne discutono apertamente, e si preparano.

 Partiamo da qui: quella che da alcuni viene liquidata come paranoia occidentale (o peggio, uno scenario alimentato da forze guerrafondaie di casa nostra) è in realtà una lettura che trova solide conferme. Gli analisti Florence Gaub e Andrew Monaghan, in un recente saggio dal titolo “How Russia sees the next war” (Engelsberg ideas), sottolineano che il Cremlino, lungi dal considerare la guerra un’eventualità estrema, la contempla come un’espressione del conflitto totale nel lungo periodo. Mosca sta ragionando non soltanto su operazioni limitate o “speciali”, ma su una possibile guerra continentale o su larga scala contro la coalizione occidentale, ossia contro la NATO stessa o i suoi alleati. Come scrivono Gaub e Monaghan, l’obiettivo russo può riguardare l’intero teatro europeo, con la dottrina che richiede «la mobilitazione di tutte le risorse fisiche e spirituali dello Stato».

La capacità occidentale di interpretare Putin e prevedere le sue mosse ha fallito sistematicamente in passato: Bush non capì la gravità della guerra contro la Georgia (2008), Obama rifece lo stesso errore con la Crimea (2014), Biden nel febbraio 2022 si preoccupò tanto di garantire «nessun coinvolgimento diretto Usa o Nato», che il suo messaggio fu inteso come un via libera.

Gli europei, tedeschi in testa, continuavano (in parte continuano tuttora) a fare affari con Putin e a finanziare le sue guerre. L’elenco delle incomprensioni occidentali deve includere la Siria (dove Putin beffò Obama); la capacità di Mosca resistere al regime delle sanzioni; o l’illusione che Xi Jinping volesse svolgere un ruolo di pacificazione.

Oggi, quando avranno di fronte una brutta pace in Ucraina, cosa faranno gli europei, oltre a protestare per le concessioni a Putin? Gaub e Monaghan vedono il rischio che l’Occidente si fissi sugli scenari più scontati — invasione russa dei Paesi baltici in 36-60 ore, attacchi di droni massicci — e finiscano per escludere alternative.

 «C’è un rischio reale che il rafforzarsi del consenso intorno al “futuro noto” di un’invasione russa dei Paesi baltici diventi un’ortodossia che ci fa trascurare tutte le altre possibilità», scrivono. Invece la dottrina militare di Mosca elabora apertamente scenari di guerre estese all’intero continente (ed eventuali allargamenti all’Indo-Pacifico, con Cina-Taiwan).

In Europa – anche in Paesi con una tradizione militare – il tema della difesa suscita rigetto, dubbi, panico. Pochi giorni fa il generale Fabien Mandon, Capo di Stato maggiore dell’Armée de Terre, ha dichiarato davanti a un congresso di sindaci: «La Francia deve essere pronta ad accettare la perdita dei propri figli, la sofferenza economica, perché la difesa implica questo».

Il comandante dell’esercito ha rimproverato la mancanza della «forza d’animo di essere pronti a sacrificarci per difendere ciò che siamo». Le sue parole hanno suscitato una tale rivolta politica e mediatica, che la portavoce del governo ha dovuto precisare: «Parlava dei soldati. E i nostri figli non andranno a combattere e morire in Ucraina». 

Forse non ci aspettavamo un simile psicodramma nella Quinta Repubblica fondata da un generale (Charles de Gaulle), fiera della sua force de frappe nucleare, e fino a tempi recentissimi determinata a fare il gendarme dell’Africa francofona. Invece anche in Francia – come in molti Stati europei – domina una cultura del disarmo, radicata negli anni successivi alla fine della guerra fredda, che ha trasformato il concetto di esercito da deterrente essenziale a «male necessario» da minimizzare.

Il generale Mandon ha semplicemente richiamato ciò che è ovvio per un paese esposto al rischio di un’aggressione: la difesa non è solo budget — è anche sacrificio umano, mobilitazione collettiva. Ma questo è tabù in Europa. Ne sa qualcosa, sulla riva opposta del Reno, il cancelliere Merz: affronta la rivolta dei suoi partner socialdemocratici, per aver osato proporre il ripristino della leva militare obbligatoria.

La vicenda francese mette in evidenza due problemi. La divaricazione fra élite militare e opinione pubblica: il generale sa che la guerra è una possibilità reale, basta leggere le dottrine esplicite della Russia e i discorsi di Putin; la società civile francese non ci crede e reagisce con sconcerto. Il ritardo nella ristrutturazione dell’industria della difesa e nella mobilitazione politica è l’altro problema.

È umano che i francesi non vogliano neanche prendere in considerazione la perdita dei propri figli – eventualità tragica, di fronte alla quale il rifiuto è comprensibile; ma sono anche pronti a scendere in piazza e paralizzare il proprio paese a oltranza pur di non andare in pensione qualche anno più tardi… (che c’entrano le pensioni? c’entrano, il Welfare sembra ormai l’unico valore sacro).

La vicenda francese è un avvertimento: l’Europa ha ragione a voler evitare la guerra, ma l’unico modo per fermare la Russia e potenziare la deterrenza. Questo implica preparazione, investimento, fatica.

L’industria dei droni russa offre una lezione praticabile per l’Occidente. Tutti ricordiamo che all’inizio dell’invasione nel febbraio 2022 l’armata russa venne umiliata dalla resistenza ucraina, i generali di Putin diedero una prova di inefficienza e incompetenza disastrosa. Ma dopo quasi quattro anni, e numerosi licenziamenti, hanno fatto progressi. Tim Lister e Kostya Gak della tv Cnn hanno realizzato di recente un reportage sul Rubicon Centre for Advanced Unmanned Technologies, nato nell’agosto 2024 su impulso del Ministro della Difesa russo Andrei Belousov.

Al tempo stesso un’unità combattente, una start-up, un centro di ricerca e sviluppo. Integra fanti che sono operatori di droni; supporto logistico; innovazione industriale. Cosa possiamo imparare da Rubicon? L’integrazione stretta fra ricerca, industria e truppa: la filiera è accorciata; ciò che viene pensato in laboratorio finisce presto sul campo. Il ruolo proattivo per accelerare l’automazione del conflitto: i russi scommettono che la “macchina” (i droni, i sistemi autonomi, la raccolta dati) riduca il peso dell’uomo ma aumenti il ritmo della guerra.

Per l’Occidente la via d’uscita è un riarmo «intelligente». Produzione tecnologica, robotizzazione, sistemi intelligenti, sensori, logistica 4.0. Visto che le risorse umane scarseggiano sia per motivi demografici che culturali, al fronte l’uomo dev’essere in secondo piano, la macchina in primo piano.

Le forze occidentali sono ancora troppo radicate in modelli della Guerra Fredda: troppo cari, troppo complessi, troppo lenti. Se la Russia è pronta a usare la forza entro cinque anni, come indicato dalle sue dottrine strategiche e dai suoi preparativi, la vera domanda non è se combatteremo – ma se sapremo farlo preparati, con mezzi adeguati, con strategie credibili, e con una volontà politica adeguata.