di Federico Rampini – Corriere della Sera, 29 Novembre 2025

I numeri dei piani per la leva di Italia e Francia sono bassissimi. Mentre quello elaborato a Berlino, e svelato dal Wall Street Journal, è molto serio: ecco perché

(Questo testo è stato pubblicato su Global, la newsletter di Federico Rampini. 

Certe nazioni si sforzano sempre di pensare in grande, di avere progetti ambiziosi, di disegnare il futuro in modo visionario. In Italia (e anche in Francia) c’è chi preferisce pensare ben più in piccolo. 

Il dibattito sul servizio militare parte così: con un numero ventilato di diecimila reclute, che non basterebbero a difendere il Granducato del Lussemburgo. Ma bastano, eccome, a scatenare un putiferio di accuse sulla «militarizzazione»…

Nelle stesse ore in cui circola questa cifra sui media italiani, in parallelo viene discussa una bozza di progetto di tregua in Ucraina che in una versione considerata favorevole a Putin vorrebbe limitare il futuro esercito di Kiev a… seicentomila uomini e donne. Sì, perché attualmente gli ucraini che riescono a difendere il proprio paese da quasi quattro anni, bloccando o rallentando l’avanzata di un aggressore molto più grosso di loro, sono tra gli ottocentomila e i novecentomila. 

A fronte di questi numeri, un’ipotesi di diecimila futuri volontari nelle forze armate italiane è stata denunciata da alcuni come una sciagurata decisione da guerrafondai. L’Italia ha perso tante cose, fra queste anche il senso del ridicolo. 

In seguito citerò la Germania, dove si discute un po’ più seriamente, e con numeri di ben altra dimensione. Perché il tema attuale – come difenderci da un’aggressione – è imposto da un’emergenza drammatica alle nostre porte. Non è qualcosa di cui dovremmo interessarci solo come lettori di giornali o spettatori di Tg. 

Siamo entrati in una nuova epoca dove la guerra in casa nostra non è più un’eventualità: è già in atto. Diverse forme di aggressione, sabotaggio, guerra «grigia» o ibrida, avvengono quasi ogni giorno. Alcuni Paesi dell’Europa occidentale sono più esposti, ma l’Italia non può illudersi di essere immune: sono a rischio popolazione civile, aziende, infrastrutture vitali e nevralgiche.

C’è una guerra «classica» che imperversa da quasi quattro anni nel cuore d’Europa, la prima dal 1945. Rischia di finire male. Non solo e non tanto per colpa di Trump, ma semmai perché questo presidente per il suo cinico pragmatismo accelera la presa d’atto che i rapporti di forze sul terreno sono sfavorevoli all’Ucraina: e sono tali perché almeno dal 2008 altri presidenti americani e tutti i leader europei hanno accumulato errori spaventosi nel trattare Putin.

L’appeasement che nel 1938 spinse l’Inghilterra a condonare l’invasione di Adolf Hitler nei Sudeti (Cecoslovacchia), si è ripetuto in modo diluito a partire dal 2008 con i molteplici segnali di tolleranza euro-americana verso le guerre di Putin in Georgia, Crimea, e in seguito a tutta l’Ucraina. Il risultato è che oggi anche la «migliore» tregua possibile per Zelensky – cioè nell’ipotesi improbabile che vengano accettate quasi tutte le sue ultime condizioni – servirebbe a Putin per riarmarsi e procedere verso la prossima aggressione. Esattamente come fece dopo il 2008 (Georgia) e dopo il 2014 (Crimea).

Nel frattempo Putin ha già aperto diversi altri fronti nella guerra «grigia», ibrida: sabotaggi e attentati e incursioni di droni sono all’ordine del giorno soprattutto nell’area baltico-scandinava e contro la Germania. L’Italia non è immune.

pacifisti italiani (e i sedicenti tali)  appartengono a molte famiglie ideologiche. Alcune sostengono la tesi per cui «il nemico non esiste, è un’invenzione dei mercanti d’armi, della propaganda guerrafondaia». Questi non hanno aperto un libro di storia, oppure la leggono solo a modo loro? Magari sono gli stessi per i quali facevano benissimo i vietcong ad armarsi fino ai denti per combattere contro gli americani; gli stessi che pensano che è sacrosanta la lotta armata di Hamas contro Israele. Gli unici a non potersi difendere da un aggressore siamo noi, perché «nessuno ce l’ha con noi». Ignorano che l’Europa ha conosciuto il miracolo di 80 anni di pace solo ed esclusivamente perché la Nato era un deterrente credibile contro un’invasione sovietica. L’Armata Rossa entrò con i tank in tempo di pace per schiacciare rivolte democratiche a Budapest nel 1956, a Praga nel 1968, per imporre un golpe a Kabul nel 1979; ma non entrò a Berlino Ovest perché lì temeva la reazione della Nato. 

Un momento chiave che tutti i giovani europei dovrebbero studiare fu la crisi degli euromissili alla fine degli anni 70: l’Urss tentò di separare l’Europa occidentale (mettendola sotto il ricatto di un improvviso e massiccio dispiegamento di missili nucleari) dall’America; se Washington si fosse voltata dall’altra parte, il Muro di Berlino sarebbe caduto sì, ma per far passare i tank sovietici diretti a Parigi, Bruxelles, Roma. È solo quando l’Occidente è entrato in un letargo geopolitico, in una cultura del disarmo, che Putin ha rialzato la testa e ha visto le condizioni ideali per ricostruire l’impero sovietico.

Esiste anche un «pacifismo realista»: equivale allo slogan «meglio rossi che morti» gridato nelle piazze dai giovani socialisti tedeschi durante la crisi degli euromissili. In soldoni la pensa così. La Russia è vicina e troppo forte. L’America è lontana e l’isolazionismo è il suo destino (con o senza Trump). Meglio arrendersi subito, che morire combattendo. Per i nostri figli e nipoti un futuro da servi di Mosca è pur sempre preferibile a una morte precoce da martiri in guerre di resistenza perdute a priori. Ma anche questo significa chiudere gli occhi caparbiamente davanti alla lezione di 80 anni di storia della Nato: prova provata dell’antico detto «si vis pacem para bellum». Finché hai un deterrente efficace, se sei armato a sufficienza e preparato a difenderti, allora il despota russo è costretto a rispettare la tua libertà e indipendenza. Se Kiev non avesse ceduto le sue armi nucleari alla Russia, e se fosse stata un membro della Nato…

Il tema della «leva militare» è importante, per motivi di sicurezza e per ragioni culturali-valoriali; ma viene definito impropriamente.  Nessuno – neanche Putin, almeno finora – pensa di reintrodurre il servizio militare obbligatorio di massa. Anche l’armata più numerosa del pianeta, che è l’Esercito Popolare di Liberazione cinese, è composta da professionisti. Il che non impedisce alla Cina di imporre a tutti i suoi studenti universitari, ragazze e ragazzi, un breve corso di addestramento militare in divisa: quello però ha fini educativi più che bellici, vuole istillare il rispetto delle forze armate, la disciplina, la devozione alla patria, lo spirito di sacrificio al servizio della comunità nazionale.

Per onestà storica bisogna anche ricordare che un tempo la leva militare obbligatoria per tutti era un valore strenuamente difeso dalla sinistra comunista: un esercito di popolo era considerato l’antidoto a un esercito di destra, magari esposto a tentazioni golpiste. Un tempo la sinistra non era «pacifista», altrimenti anziché esaltare i partigiani antifascisti gli avrebbe rimproverato di non aver seguito il metodo nonviolento del Mahatma Gandhi. La guerra partigiana fu catalogata nel novero delle «guerre giuste» perché difendeva l’Italia dalle truppe di occupazione della Germania nazista. Non si può scendere in piazza ogni 25 aprile per festeggiare la Liberazione, ma pretendere di cancellare il diritto-dovere di resistenza armata nei confronti di chi oggi può minacciare sovranità, indipendenza, libertà, democrazia della Repubblica. Ai cinici che pensano «chissenefrega se dopo Kiev tocca a polacchi e baltici» bisogna ricordare che Putin è già in Libia, e non ha mai rinunciato a influenzare i Balcani, alle porte dell’Italia.

Il dibattito sui diecimila volontari italiani è una tempesta in un bicchier d’acqua, anzi in un tazzina da caffè espresso molto ristretto. 

Ma lo stesso vale per i maldipancia francesi: i numeri del reclutamento volontario annunciati da Macron sono paragonabili a quelli italiani; Parigi ci aggiunge la sua beffa stupida in un dettaglio, la paga di 800 euro mensili. In questo caso ha ragione la sinistra radicale (France Insoumise) che a Parigi denuncia: sarebbero pagati sotto il salario minimo?! Il contrario di quel che richiede la sicurezza nazionale di fronte alle guerre ibride: eserciti ad altissima professionalità, addestrati alle tecnologie più avanzate.

In questo panorama sconfortante si distingue per fortuna il piano di difesa della Germania che è stato oggetto di uno scoop del Wall Street Journal. Quello è una cosa seria. Il piano tedesco precede l’arrivo al governo del cancelliere Merz, il quale vuole mettere in cantiere fino a mille miliardi d’investimento per il riarmo, e in quanto a reclutamento parte da un minimo di 70/80.000 soldati aggiuntivi (farà fatica a trovarli, ma almeno ragiona su numeri che hanno un senso, possono incidere, al contrario delle bazzecole franco-italiane). L’aspetto che rende il piano tedesco pre-Merz più interessante, è l’approccio «olistico»: è l’embrione di una strategia integrata per proteggere il paese, che include il ruolo delle infrastrutture, della logistica di trasporto, delle aziende. È l’unico approccio che ha un senso e può contribuire ad aprire gli occhi al paese. Eccovi la sintesi.

Da oltre due anni, un gruppo ristretto di alti ufficiali tedeschi lavora a un documento segreto di 1.200 pagine: OPLAN DEU, il piano per preparare la Germania – e dunque la Nato – a un’eventuale guerra con la Russia. L’invasione dell’Ucraina nel 2022 ha dissolto ogni illusione di stabilità e ha costretto Berlino a pensare come snodo logistico del fronte europeo. 

Il piano non è un esercizio teorico: ora la Bundeswehr (le forze armate tedesche) corre per trasformarlo in realtà. 

Al centro della strategia c’è una gigantesca operazione logistica che dovrebbe muovere fino a 800.000 soldati tedeschi, statunitensi e alleati, proiettandoli verso Est. Tutto dipende dalla rete di porti, fiumi e canali, ferrovie e autostrade, che attraversano la Germania come vene e arterie di un corpo continentale. Le carte militari mostrano un dato ineludibile: il Baltico e il Mare del Nord sono vulnerabili; la pianura tedesca rimane il corridoio naturale.

Questa necessità strategica si scontra con una realtà scomoda: decenni di pace hanno eroso la capacità infrastrutturale tedesca. L’articolo del WSJ elenca dettagli che sembrano uscire da un manuale di archeologia militare: tratti di autostrade costruiti durante la guerra fredda come piste di atterraggio d’emergenza, mediane in cemento, piazzole con serbatoi di kerosene sepolti sottoterra, guardrail smontabili a mano. Molto di questo patrimonio è oggi inutilizzabile o deteriorato. Berlino stima che il 20% delle autostrade e un quarto dei ponti necessitino riparazioni urgenti; i porti sul Mare del Nord e Baltico richiedono 15 miliardi di euro di lavori, di cui 3 miliardi per riadattarli al doppio uso civile-militare. 

La vulnerabilità non è teorica. Nel 2024 una nave cargo ha colpito un ponte ferroviario sul fiume Hunte, interrompendo per settimane l’unica linea che collega al porto di Nordenham – allora l’unico terminal del Nord Europa autorizzato a gestire i carichi di munizioni diretti in Ucraina. Il danno si è ripetuto pochi mesi dopo: simbolo di quanto un singolo punto critico possa paralizzare l’intera catena logistica Nato. Il piano tedesco prevede dunque non solo investimenti infrastrutturali monumentali – 166 miliardi di euro entro il 2029 – ma un cambio culturale completo: un ritorno alla mentalità della difesa totale. 

L’esercito deve cooperare con aziende private, governi locali, forze dell’ordine, ospedali, protezione civile. E deve farlo in un’epoca di nuove minacce: sabotaggi, droni, campagne di spionaggio. Le leggi tedesche, figlie dell’epoca postbellica, procedono però in senso opposto: regole sulla privacy, limiti all’uso dei droni, commesse pubbliche e procedure di acquisto troppo lente. Le esercitazioni condotte finora – fra cui «Red Storm Bravo» ad Amburgo – mostrano simultaneamente progressi e carenze: convogli rallentati da manifestanti, falle nella protezione anti-drone, carenze di coordinamento fra militari e polizia. 

Gli autori di OPLAN DEU insistono su un punto: la logistica è il deterrente. Mostrare che la Germania può mobilitare e spostare masse di truppe in tempi rapidi dovrebbe scoraggiare Mosca. 

Ma il tempo stringe: Berlino stima che la Russia potrebbe essere pronta ad attaccare la Nato già nel 2029, se non prima. Sabotaggi, cyberattacchi e intrusioni aeree segnalano che il confine fra pace e guerra si fa sempre più sottile. «Non siamo in guerra», ha detto il cancelliere Merz, «ma non viviamo più in tempo di pace».