Pubblichiamo oggi una preghiera intitolata Ammenda onorevole per il 1° sabato del mese tratta da Un segreto di felicità. Filotea mariana (Propaganda Mariana, Casale Monferrato 1950, pp. 566-567).
Santa Vergine Maria, Madre di Dio, Regina degli Angeli e degli uomini, noi ringraziamo l’adorabile e SS. Trinità dei privilegi gloriosi di cui vi ha favorita. Noi crediamo quanto la Chiesa ci insegna sulle vostre grandezze, circa la vostra potenza, la bontà vostra, le vostre virtù; crediamo specialmente, o Maria, che la Concezione vostra fu immacolata; che la vostra Maternità fu in Voi unita ad una inviolabile, perpetua Verginità; che mediante la pienezza delle grazie da Voi ricevute e la fedeltà vostra a corrispondervi, Voi vi siete elevata al più alto grado di santità, al disopra d’ogni creatura angelica ed umana.
Noi crediamo, o Maria, che, per la parte da Voi presa alla redenzione del mondo, meritaste il titolo di Corredentrice del genere umano; che per l’associarvi che Dio fece alla dispensa dei suoi favori, Voi ne diveniste la tesoriera e la porta del cielo; che infine Voi foste investita di un regno universale e proclamata sovrana, Regina degli Angeli e degli uomini.
Noi siamo lieti di ripetere, o Maria, che siete l’onnipotenza supplichevole, e che vi servite di questo sconfinato potere, solo per la salvezza delle anime ed il conforto degli afflitti, porgendo sempre aiuto a chiunque vi invoca, favorendo spesso di grazie chi non vi ha neppure invocata! O Madre della divina Grazia, rifugio dei peccatori e potente soccorso dei Cristiani!
Ricevete l’umile nostro ringraziamento per le grazie innumerevoli che otteneste all’intera chiesa ed a ciascuno dei suoi figli; noi vi offriamo il tributo della nostra riconoscenza per i vostri benefizi! Perdonateci, o Regina, o Madre di misericordia, tutte le infedeltà da noi commesse verso di Voi! Più che mai vi promettiamo di amarvi, o Maria, di onorarvi, d’imitarvi con l’aiuto della grazia divina.
Perdono, o buona tenera Madre, per tutte le bestemmie lanciate contro di Voi a voce, in iscritto!
Perdono per la profanazione delle vostre immagini!
Perdono per gli oltraggi e le ingratitudini che hanno trafitto il vostro Cuore materno! Perdono per tante anime a Voi consacrate ed infedeli alla grazia…
Noi vogliamo degnamente riparare tante ingiurie e ci uniamo ai cori degli Angeli e dei Santi, agli Eletti che vi lodano sulla terra e nei Cieli… Accogliete l’espressione del nostro filiale amore, mostratevi nostra Madre e rendeteci degni d’esser chiamati e di essere veri vostri figli e vostri fedeli servi. Così sia.
Dopo la Siria, la caduta di Maduro infligge a Mosca perdite sempre più importanti. Il colpo alla presunta potenza globale del Cremlino
L’attacco militare di Donald Trump al Venezuela, condotto in aperta violazione del diritto internazionale e conclusosi con la cattura di Nicolás Maduro, segna un ulteriore passo nella normalizzazione del principio secondo cui la forza prevale sul diritto. E’ il mondo del might is right, inaugurato dalla Russia all’inizio degli anni Novanta, quando scatenò una serie di guerre nel proprio vicinato, intervenendo militarmente in paesi sovrani.
All’epoca, un occidente miope preferì etichettarle come “guerre secessioniste”, invece di chiamarle per quello che erano: violazioni del diritto internazionale da parte di uno stato contro un altro. Trump si inserisce oggi lungo quella stessa traiettoria, spingendoci verso un mondo sempre più instabile, più brutale, più simile a una giungla che a un ordine internazionale.
Un mondo che la Russia ha a lungo invocato e legittimato, per sé e per gli altri. Eppure, anche in questa realtà senza regole, la caduta di Maduro rappresenta oggi una sconfitta per Mosca.
Una volta Barack Obama disse che la Russia era una potenza regionale: il Cremlino se ne risentì. Mosca pretendeva di essere un attore globale e ha cercato di affermarlo lanciando la guerra contro l’Ucraina. Il risultato?
Non hanno conquistato l’Ucraina, sono stati spazzati via dalla Siria, dall’Armenia e dall’Asia centrale (dove l’attore dominante resta la Cina); non riescono a fare granché nemmeno per sostenere il regime iraniano e, oggi, con la caduta del regime di Nicolás Maduro, anche il Venezuela si aggiunge a questo elenco.
Quella frase, pronunciata da Obama nel 2014, fu vissuta a Mosca come un insulto strategico. Non solo una svalutazione simbolica, ma una diagnosi che metteva in discussione l’intero progetto geopolitico russo post-sovietico.
Da allora il Cremlino ha cercato con ostinazione di smentirla, dimostrando – o credendo di dimostrare – che la Russia non fosse una potenza confinata al proprio spazio regionale, bensì un attore globale capace di intervenire, influenzare e determinare gli equilibri internazionali.
L’invasione dell’Ucraina, nel febbraio 2022, è stata il tentativo più ambizioso e rischioso di affermare questa pretesa. Ed è anche il punto da cui oggi emerge, con chiarezza crescente, la sconfitta strategica della Russia su scala globale.
Il caso ucraino è il cuore di questa sconfitta. Dopo quattro anni di guerra – una guerra che nelle intenzioni iniziali doveva durare poche settimane – la Russia non è riuscita a piegare l’Ucraina, né militarmente né politicamente. Kyiv non è caduta, il governo ucraino non è stato rovesciato, l’esercito non si è dissolto.
Al contrario, l’Ucraina ha rafforzato la propria identità nazionale, ha consolidato il legame con l’Unione europea e ha trasformato il conflitto in un fattore strutturale della sicurezza europea.
La Russia, dal canto suo, ha bruciato enormi risorse militari, economiche e umane, compromettendo la propria capacità di proiezione di potenza altrove. Anche laddove ha ottenuto conquiste territoriali parziali, il costo è stato sproporzionato e il risultato strategico nullo: non ha spezzato l’Ucraina, non ha diviso l’Europa e non ha imposto un nuovo ordine regionale.
Questa incapacità ha avuto effetti a catena su altri teatri. La Siria, spesso citata come esempio del “ritorno” russo sulla scena globale, è col tempo diventata il simbolo opposto. In passato Mosca aveva presentato il proprio intervento come la dimostrazione di una potenza affidabile, capace di salvare un alleato e di stabilizzare un regime.
Eppure, quando il regime di Bashar el Assad è caduto, la Russia si è rivelata incapace di proteggerlo, e il massimo che ha potuto offrire al dittatore siriano è stato l’esilio a Mosca. L’attenzione e le risorse erano ormai assorbite dall’Ucraina, e la presenza russa in Siria si è progressivamente svuotata di significato. Gli equilibri sul terreno sono tornati a dipendere da altri attori – regionali e no – mentre Mosca ha perso centralità e credibilità come garante.
Ancora più evidente è il fallimento nel Caucaso meridionale. L’Armenia, formalmente alleata della Russia e membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, si è trovata sostanzialmente sola di fronte alla guerra lanciata dall’Azerbaigian, sostenuto apertamente dalla Turchia, per la riconquista dei territori persi negli anni Novanta.
La Russia, che per anni aveva rivendicato un ruolo di arbitro e protettore nella regione, è rimasta impotente. Non è intervenuta, non ha dissuaso Baku, non ha difeso Erevan. Questo non solo ha segnato una sconfitta politica e simbolica, ma ha incrinato in modo profondo la fiducia dell’Armenia nella capacità e nella volontà di Mosca di onorare i propri impegni.
Il risultato? L’Armenia oggi guarda sempre più all’Europa e ricostruisce progressivamente la cooperazione regionale con l’Azerbaijan e la Turchia, con le quali con ogni probabilità si apriranno anche confini rimasti chiusi per oltre trent’anni.
In Asia centrale il processo è meno spettacolare, ma altrettanto significativo. Qui la sconfitta russa non si manifesta attraverso una singola crisi, bensì tramite un lento ma costante arretramento. La Cina si è affermata come attore dominante, soprattutto sul piano economico, infrastrutturale e commerciale.
Mosca conserva una presenza militare e una certa influenza culturale, ma il baricentro della regione si è spostato. I paesi centroasiatici diversificano le proprie relazioni, riducono la dipendenza dalla Russia e guardano sempre più a Pechino come partner strategico. La guerra in Ucraina ha accelerato questo processo, mostrando una Russia indebolita, isolata e meno capace di offrire stabilità e sviluppo.
Tutti questi casi compongono un quadro coerente: la Russia ha sacrificato la propria posizione globale nel tentativo di riaffermarla. Ed è qui che entra in gioco il Venezuela, spesso evocato come ultimo bastione dell’influenza russa nell’emisfero occidentale.
Solo due mesi fa Putin ratificava la legge sul Trattato tra la Russia e il Venezuela sul partenariato strategico e la cooperazione, che prevedeva anche una collaborazione in materia di difesa e sicurezza. Un gesto simbolico, più che sostanziale, volto a ribadire una presenza che in realtà era già fragile e largamente retorica.
La teoria secondo cui esisterebbe un accordo tra Putin e Trump – tu prendi il Venezuela, io prendo l’Ucraina – si rivela oggi per quello che è sempre stata: una costruzione fantasiosa. Con quali mezzi Putin avrebbe potuto difendere Maduro? Con gli stessi con cui ha “difeso” Assad?
La Russia non dispone più delle capacità militari, logistiche ed economiche necessarie per sostenere un alleato lontano, in un contesto ostile e sotto pressione internazionale. Mosca può offrire dichiarazioni, qualche consulenza, forse forniture limitate, ma da tempo non è più in grado di garantire la sopravvivenza di un regime quando questo viene seriamente sfidato.
Il rovesciamento di Maduro potrebbe avere implicazioni molto gravi per la Russia. Sul piano economico, un cambiamento di regime in Venezuela potrebbe aprire la strada a un massiccio aumento della produzione petrolifera, soprattutto se gli Stati Uniti e altri attori occidentali tornassero a investire e a “pompare” petrolio venezuelano su larga scala.
Un aumento significativo dell’offerta globale avrebbe un effetto depressivo sui prezzi del petrolio, colpendo direttamente l’economia russa, che resta fortemente dipendente dalle esportazioni energetiche. In questo scenario la Russia subirebbe un secondo colpo: alla perdita di un alleato simbolico si aggiungerebbe un danno strutturale alle proprie entrate.
In altre parole, Mosca rischia di pagare la caduta di un alleato non solo sul piano geopolitico, ma anche su quello economico. Il Venezuela, da simbolo della proiezione globale russa, si trasforma così in un ulteriore moltiplicatore delle sue vulnerabilità.
La sconfitta strategica della Russia non consiste in una singola battaglia persa o in un alleato abbandonato. E’ un processo cumulativo che attraversa l’Ucraina, il medio oriente, il Caucaso, l’Asia centrale e persino l’America Latina.
Nel tentativo di dimostrare di non essere una semplice potenza regionale, Mosca ha finito per confermare – se non aggravare – proprio quella definizione. Non perché sia irrilevante, resta pur sempre una potenza nucleare, ma perché le sue ambizioni globali superano ormai di gran lunga le sue capacità reali. Questa è la sconfitta strategica della Russia su tutti i fronti.
Ci sono melodie che accompagnano un istante e poi svaniscono, come un’eco lontana. E ce ne sono altre che sembrano attraversare i secoli come un fiume sotterraneo, riaffiorando nei momenti decisivi della vita degli uomini. Adeste fideles appartiene a questa seconda categoria: un canto natalizio dalla storia affascinante, capace di unire popoli e lingue diverse attorno al mistero della Natività.
Per lungo tempo l’inno fu attribuito a san Bonaventura o al re Giovanni IV di Portogallo, ma oggi gli studiosi concordano nell’indicare come suo autore Sir John Francis Wade, musicista cattolico inglese vissuto nel XVIII secolo. Wade era uno degli esuli che avevano lasciato le isole britanniche a causa delle persecuzioni contro i cattolici e si era stabilito a Douai, nel nord della Francia. Questa cittadina era allora un importante centro del cattolicesimo europeo: vi sorgeva infatti un celebre collegio cattolico, fondato da Filippo II di Spagna, che accoglieva studenti e chierici inglesi costretti all’esilio.
Secondo una tradizione accreditata, Wade avrebbe rinvenuto il testo e la melodia di Adeste fideles in alcuni manoscritti conservati in archivio tra il 1743 e il 1744. Egli ne trascrisse lo spartito e lo utilizzò per l’esecuzione liturgica con un coro cattolico a Douai. Nel 1751 decise poi di raccogliere e pubblicare a stampa le sue copie manoscritte in un volume intitolato Cantus Diversi pro Dominicis et Festis per annum. In questa raccolta comparve anche Adeste fideles: si tratta della prima fonte stampata conosciuta che documenta ufficialmente il canto.
Nei manoscritti di Wade, accuratamente miniati, Adeste fideles appare come un inno destinato alla liturgia natalizia, costruito con una struttura semplice e solenne. È un invito pressante – “Venite, fedeli” – che si apre progressivamente alla contemplazione del Bambino nato a Betlemme. La forza del canto risiede nella chiarezza teologica e nella capacità di coinvolgere l’assemblea, quasi trascinandola fisicamente verso la mangiatoia.
L’originale latino è molto più bello delle traduzioni in lingua volgare, ma voglio ricordare le parole di questo canto in italiano:
Venite, fedeli, l’angelo ci invita, venite, venite a Betlemme. Nasce per noi Cristo Salvatore.
Venite, adoriamo, venite, adoriamo, venite, adoriamo il Signore Gesù!
La luce del mondo brilla in una grotta: la fede ci guida a Betlemme. Nasce per noi Cristo Salvatore.
La notte risplende, tutto il mondo attende: seguiamo i pastori a Betlemme. Nasce per noi Cristo Salvatore.
“Sia gloria nei cieli, pace sulla terra”, un angelo annuncia a Betlemme. Nasce per noi Cristo Salvatore.
Il Figlio di Dio, Re dell’universo, si è fatto bambino a Betlemme. Nasce per noi Cristo Salvatore.
Adeste fideles non è solo un canto da ascoltare: è una professione di fede che si ripete strofa dopo strofa. Nel corso del XVIII e XIX secolo questa melodia attraversò confini e culture. Dall’Inghilterra cattolica clandestina giunse in Francia, Germania, Italia. Con la diffusione della stampa musicale e dei nuovi repertori liturgici, Adeste fideles divenne uno dei canti natalizi più conosciuti dell’Occidente cristiano. Fu tradotto in numerose lingue: l’inglese O Come, All Ye Faithful, il francese Peuple fidèle, l’italiano Venite fedeli. Ogni traduzione conservava il nucleo originario: l’invito a lasciare tutto per andare incontro a Gesù Bambino nella capanna di Betlemme.
La sera di Natale del 1886, un giovane studente di diciotto anni che aveva abbandonato la pratica religiosa, di nome Paul Claudel, mentre vagava inquieto nelle vie di Parigi, entrò quasi per caso nella cattedrale di Notre-Dame, inondata dal suono dell’organo e del canto Adeste fideles.
Claudel ricorderà così quell’istante decisivo: «Io ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che dominò tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: ‘Come sono felici le persone che credono!’ Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’’Adeste, fideles’ […]».
Entrato incredulo, Paul Claudel uscì dalla cattedrale convertito. Il canto, con il suo invito diretto e universale, lo aveva posto di fronte a una scelta personale. Nelle parole “Venite” il giovane riconobbe qualcosa che lo toccava intimamente. La bellezza musicale e la solennità liturgica non furono un fatto estetico, ma il veicolo di una verità che si impose alla sua mente con evidenza.
Claudel abbracciò pienamente la fede cattolica, che divenne il centro della sua vita e della sua opera. Poeta, drammaturgo, diplomatico, non smise mai di interrogare il mistero cristiano attraverso la parola. Ma tutto ebbe origine da quella notte, da quel canto.
Adeste fideles continua a risuonare ogni Natale nelle chiese del mondo, spesso senza che se ne conosca la storia. Eppure, in quelle dolci note, resta inscritta la testimonianza di una forza discreta ma reale: la capacità della musica sacra di aprire varchi nell’anima, di raggiungere la mente e il cuore dove le parole da sole non bastano. Oggi come allora, questo canto accompagna la celebrazione della Natività. Cantato da cori imponenti o da piccole comunità di fedeli, conserva intatta la sua potenza originaria. La storia di Paul Claudel ci ricorda che la fede può nascere anche così: non da un trattato teologico, ma da una melodia; non da un discorso astratto, ma da un invito cantato. Le note di un canto, quando sono vere, possono toccare il cuore di un uomo e trasformarne la vita
Papa Leone, l’Angelus dalla Loggia | | Vatican Media / EWTN
Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano, martedì 6 gennaio 2026, 12:12 (ACI Stampa).
Sotto una pioggia incessante Papa Leone XIV si affaccia dalla Loggia Centrale della Basilica Vaticana per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro sia per la Chiusura della Porta Santa, sia per la Messa dell’Epifania. È il secondo di questo 2026.
“In questo periodo abbiamo vissuto diversi giorni festivi e la solennità dell’Epifania, già nel suo nome, ci suggerisce che cosa rende possibile la gioia anche in tempi difficili. Come sapete, infatti, la parola “epifania” significa “manifestazione”, e la nostra gioia nasce da un Mistero che non è più nascosto.
Si è svelata la vita di Dio: molte volte e in diversi modi, ma con definitiva chiarezza in Gesù, così che ora sappiamo, anche fra molte tribolazioni, di poter sperare. “Dio salva”: non ha altre intenzioni, non ha un altro nome. Viene da Dio ed è epifania di Dio solo ciò che libera e salva”, dice il Papa prima della recita dell’Angelus.
“Sì, la vita divina è alla nostra portata, si è manifestata, per coinvolgerci nel suo dinamismo liberante che scioglie le paure e ci fa incontrare nella pace. È una possibilità, un invito: la comunione non può essere una costrizione, ma che cosa si può desiderare di più?”, dice il Pontefice.
“Non sappiamo che cosa possedessero i Magi, venuti dall’oriente, ma il loro partire, il loro rischiare, i loro stessi doni ci suggeriscono che tutto, davvero tutto ciò che siamo e possediamo, chiede di essere offerto a Gesù, tesoro inestimabile. E il Giubileo ci ha richiamato a questa giustizia fondata sulla gratuità: esso ha originariamente in sé stesso l’appello a riorganizzare la convivenza, a ridistribuire la terra e le risorse, a restituire “ciò che si ha” e “ciò che si è” ai sogni di Dio, più grandi dei nostri. Carissimi, la speranza che annunciamo dev’essere coi piedi per terra: viene dal cielo, ma per generare, quaggiù, una storia nuova.
Nei doni dei Magi, allora, vediamo ciò che ognuno di noi può mettere in comune, può non tenere più per sé ma condividere, perché Gesù cresca in mezzo a noi. Cresca il suo Regno, si realizzino in noi le sue parole, gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle, al posto delle diseguaglianze ci sia equità, invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace”, commenta il Papa prima della recita mariana.
“Non ci attende nelle location prestigiose, ma nelle realtà umili”
Papa Leone, Omelia Epifania | Daniel Ibanez / EWTN
Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano , martedì 6 gennaio 2026, 10:35 (ACI Stampa).
“Celebriamo oggi l’Epifania del Signore, consapevoli che in sua presenza nulla rimane come prima. Questo è l’inizio della speranza. Dio si rivela e nulla può restare fermo”. Il Papa presiede il rito di Chiusura della Porta Santa e la Santa Messa nella Solennità dell’Epifania del Signore nella Basilica Vaticana.
“La Porta Santa di questa Basilica, che, ultima, oggi è stata chiusa, ha conosciuto il flusso di innumerevoli uomini e donne, pellegrini di speranza, in cammino verso la Città dalle porte sempre aperte, la Gerusalemme nuova. Chi erano e che cosa li muoveva? Ci interroga con particolare serietà, al termine dell’Anno giubilare, la ricerca spirituale dei nostri contemporanei, molto più ricca di quanto forse possiamo comprendere. Milioni di loro hanno varcato la soglia della Chiesa. Che cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione, quale corrispondenza? Sì, i Magi esistono ancora. Sono persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare”, commenta il Pontefice nell’omelia.
“Homo viator, dicevano gli antichi. Siamo vite in cammino. Il Vangelo impegna la Chiesa a non temere tale dinamismo, ma ad apprezzarlo e a orientarlo verso il Dio che lo suscita. È un Dio che ci può turbare, perché non sta fermo nelle nostre mani come gli idoli d’argento e d’oro: è invece vivo e vivificante, come quel Bambino che Maria si trovò fra le braccia e i Magi adorarono. Luoghi santi come le Cattedrali, le Basiliche, i Santuari, divenuti meta di pellegrinaggio giubilare, devono diffondere il profumo della vita, l’impressione incancellabile che un altro mondo è iniziato. Chiediamoci: c’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?”, queste le domande di Papa Leone XIV nell’omelia dell’Epifania.
“Il Giubileo è venuto a ricordarci che si può ricominciare, anzi che siamo ancora agli inizi, che il Signore vuole crescere fra di noi, vuol’essere il Dio-con-noi. Sì, Dio mette in questione l’ordine esistente: ha sogni che ispira anche oggi ai suoi profeti; è determinato a riscattarci da antiche e nuove schiavitù; coinvolge giovani e anziani, poveri e ricchi, uomini e donne, santi e peccatori nelle sue opere di misericordia, nelle meraviglie della sua giustizia. Non fa rumore, ma il suo Regno germoglia già ovunque nel mondo”, dice Leone XIV.
“Quante epifanie ci sono donate o stanno per esserci donate!”, ne è convinto il Papa che poi aggiunge: “Amare la pace, cercare la pace, significa proteggere ciò che è santo e proprio per questo è nascente: piccolo, delicato, fragile come un bambino. Attorno a noi, un’economia distorta prova a trarre da tutto profitto. Lo vediamo: il mercato trasforma in affari anche la sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare. Chiediamoci: ci ha educato il Giubileo a fuggire quel tipo di efficienza che riduce ogni cosa a prodotto e l’essere umano a consumatore? Dopo quest’anno, saremo più capaci di riconoscere nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio?”, continua il Papa.
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“Il Bambino che i Magi adorano è un Bene senza prezzo e senza misura. È l’Epifania della gratuità. Non ci attende nelle “location” prestigiose, ma nelle realtà umili. Quante città, quante comunità hanno bisogno di sentirsi dire: “Non sei davvero l’ultima”. Sì, il Signore ci sorprende ancora! Si fa trovare. Le sue vie non sono le nostre vie, e i violenti non riescono a dominarle, né i poteri del mondo possono bloccarle. Di qui la gioia grandissima dei Magi che si lasciano alle spalle la reggia e il tempio ed escono verso Betlemme: è allora che rivedono la stella!”, conclude infine Papa Leone XIV.
Oggi è anche il giorno dell’annuncio del calendario liturgico. Il 18 febbraio sarà il giorno delle Ceneri. “Il 5 aprile celebrerete con gioia la Santa Pasqua del Nostro Signore. Il 14 maggio l’Ascensione del Signore. Il 24 maggio la Festa di Pentecoste. Il 4 giugno la Festa del Santissimo Corpo e Sangue di cristo, il 29 novembre sarà la prima Domenica dell’Avvento”.
Nel 2025 sono stati 33 milioni i pellegrini arrivati a Roma. «Un bilancio ben oltre le previsioni» ha spiegato la Sala Stampa vaticana. Stamattina il rito finale: ecco come si svolgerà
Avvenire – 6 gennaio 2026
Gli ultimi pellegrini passano la Porta Santa di San Pietro / Siciliani
«Basilica senza la coda…». Il ragazzo lo ripete a chiunque gli passi accanto lungo le Mura vaticane. E di fronte ai pellegrini in attesa dietro le transenne si presenta come il “salta-fila” per attraversare la Porta Santa. Nessuno sa bene come lui riesca ad aggirare i controlli di sicurezza intorno al Colonnato di Bernini e a tagliare i tempi per arrivare fin sul sagrato di San Pietro. Ma tant’è… Soprattutto se le ore finali di apertura del “simbolo” del Giubileo sono caratterizzate da una sorta di corsa dell’ultimo minuto con migliaia di persone dirette verso la Basilica Vaticana. In coda anche sotto la pioggia battente per l’epilogo dell’Anno Santo della speranza. Ombrelli aperti, assedio degli impermeabili, cappucci sulla testa. «E i piedi inzuppati d’acqua», confida un adolescente ai genitori scrutando le scarpe fra i sampietrini che si trasformano in ampie pozzanghere. «Dai, vedrai che ti ricorderai questo giorno. Saremo fra gli ultimi a passare la Porta Santa», lo rincuora la madre.
Scene da un Giubileo ormai agli sgoccioli che neppure i nubifragi rallentano. Anzi, l’ultimo tratto dell’Anno Santo diventa lo specchio di dodici mesi che sono stati tutti un crescendo di fedeli giunti a Roma, come mostra in un grafico l’arcivescovo Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione e delegato per l’organizzazione degli eventi giubilari. Oltre 90mila i pellegrini giornalieri. «E 33 milioni quelli complessivi, ben oltre le previsioni», spiega nel bilancio stilato ieri nella Sala Stampa vaticana. «Un popolo in cammino fra preghiera e desiderio di conversione», aggiunge.
Il “saluto” conclusivo alla Porta Santa viene dato dai volontari del Giubileo. Ultimo gruppo a varcarla ieri intorno alle 18, poco prima che la Basilica venga svuotata. Riaprirà questa mattina per la Messa dell’Epifania che sarà preceduta dal rito finale dell’Anno Santo: la chiusura dell’ultima Porta Santa, quella della Basilica di San Pietro. Atto che segue le chiusure delle altre Porte: nelle Basiliche papali di Santa Maria Maggiore, di San Giovanni in Laterano e di San Paolo fuori le Mura a cui si era aggiunta quella nel carcere di Rebibbia a Roma voluta da papa Francesco. A presiedere il rito di stamani Leone XIV, con quel passaggio di testimone fra papa Bergoglio e lui che è stato uno degli eventi «straordinari» del Giubileo del 2025, come lo definisce Fisichella: indetto e aperto da un Pontefice, è stato concluso dal suo successore. Non accadeva dal 1700 quando era stato Innocenzo XII a inaugurarlo e Clemente XI a terminarlo. Alle 9.30 papa Leone è davanti alla Porta Santa. Ad accompagnarlo l’inno dell’Anno Santo: “Pellegrini di speranza”. Poi la preghiera: «L’amore di Cristo ci ha spinti alla conversione, alla fraternità, alla ricerca della giustizia e della pace – dirà il Papa –. Con animo grato ci accingiamo a chiudere questa Porta Santa, varcata da una moltitudine di fedeli, sicuri che il buon Pastore tiene sempre aperta la porta del suo cuore per accoglierci tutte le volte che ci sentiamo stanchi e oppressi». Quindi la formula: «Si chiude questa Porta Santa, ma non si chiude la tua clemenza». E ancora: «Dio fedele, lascia aperti i tesori della tua grazia e donaci di perseverare nella vita nuova per essere nel mondo testimoni della speranza che non delude». Poi il Pontefice si inginocchia in preghiera sulla soglia e accosta le due ante. Giubileo concluso. E inizio della Messa. Presente anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Epilogo inconsueto della mattinata: la recita dell’Angelus a mezzogiorno dalla loggia centrale della Basilica Vaticana e non dalla consueta finestra del Palazzo Apostolico. Affaccio di Leone XIV che in sette mesi di pontificato è avvenuto solo altre tre volte: il giorno dell’elezione, l’8 maggio, poi l’11 maggio per il primo Regina Coeli e la mattina di Natale per la benedizione Urbi et Orbi.
«Il mondo intero è arrivato a Roma in questi dodici mesi», fa sapere Fisichella. Pellegrini da 185 Paesi. I più numerosi dall’Italia (36%), dagli Stati Uniti (13%), dalla Spagna (6%). E un’escalation di numeri da maggio: per la doppia “coincidenza” dell’arrivo della bella stagione e dell’elezione del nuovo Papa. A vigilare sui fedeli 5mila volontari e 2mila dell’Ordine di Malta che sono la risposta a «un periodo di facile individualismo». Il pro-prefetto parla di «presenze mai riscontrate in precedenza» nei luoghi di preghiera di Roma. Trentacinque i grandi appuntamenti che, sottolinea, «hanno mostrato una Chiesa dinamica che sa guardare alle sfide che ha di fronte» e che sono la riprova di come «il Giubileo abbia permesso uno slancio pastorale che porterà frutti in futuro». Icone dell’Anno Santo restano il milione di «giovani a Tor Vergata con il loro entusiasmo e la loro preghiera», «la processione delle Confraternite di tutto il mondo con le loro statue storiche attraverso il Foro romano», «la canonizzazione di due giovani come emblemi di speranza: Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis». Intanto già si guarda al 2033 quando verranno celebrati «i duemila anni della Redenzione di Cristo», afferma Fisichella. Nuovo Anno Santo e, quindi, Anno Santo della Redenzione? «Sarà il Papa a scegliere la forma e a indirlo», avverte il presule. Ma il Giubileo della speranza «ha orientato il cammino verso la prossima fondamentale ricorrenza per tutti i cristiani», sottolinea citando la bolla di indizione “Spes non confundit” firmata da Francesco. Come a dire che c’è già una continuità fra i due appuntamenti, benché a distanza di otto anni.
Bilancio dell’Anno Santo anche sul versante civile nella Sala Stampa vaticana. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, si dice pronto ad esportare “il metodo Giubileo”, ossia quel «gioco di squadra» fra «istituzioni anche di orientamento politico diverso». Un metodo che verrà utilizzato «a Caivano, nella Terra di fuochi, per l’edilizia penitenziaria, nel lavoro per contrastare le dipendenze», chiarisce Mantovano. E un metodo che non solo «accelera le procedure amministrative ma garantisce sintonia di lavoro» senza cedere alla logica della «competizione», osserva il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. È il sindaco di Roma e commissario straordinario del Giubileo, Roberto Gualtieri, a rassicurare che «su 332 interventi previsti, 204 si sono conclusi». E a ricordare che la città e i suoi abitanti «hanno espresso il loro volto accogliente». Un Anno che «si è svolto non solo in sicurezza, ma anche in serenità», fa sapere il prefetto di Roma, Lamberto Giannini, evitando la «militarizzazione» della capitale ma con un capillare «lavoro di prevenzione» che ha portato anche alla «chiusura di B&b o luoghi di ricezione abusivi» e che ha consentito di avere «cantieri senza incidenti sul lavoro o infiltrazioni mafiose». Mantovano cita l’ottavo centenario della morte di Francesco di Assisi che cade nel 2026. «Il Comitato è già stato istituto dal governo e la vita del santo è una delle risposte più complete alle domande profonde e laceranti
Papa Leone XIV | Papa Leone XIV | Credit Vatican Media
Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano, domenica 4 gennaio 2026, 0:06 (ACI Stampa).
Giornata piovosa, oggi, a Roma. Una pioggia insistente comunque non ha fermato i pellegrini venuti a Roma e desiderosi di ascoltare le parole del pontefice all’Angelus. Il pontefice, nella sua meditazione che precede la recita della preghiera mariana di mezzogiorno, ha subito concentrato la sua attenzione sulla chiusura della Porta Santa della Basilica di San Pietro, il prossimo 6 gennaio, giorno dell’Epifania. Con questa chiusura – dice il pontefice – “concluderemo il Giubileo della speranza, e proprio il Mistero del Natale, in cui siamo immersi, ci ricorda che il fondamento della nostra speranza è l’incarnazione di Dio”.
Poi, il Vangelo di oggi, il Prologo di Giovanni: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». In merito papa Leone XIV continua: “La speranza cristiana, infatti, non si basa su previsioni ottimistiche o calcoli umani, ma sulla scelta di Dio di condividere il nostro cammino, sperando non siamo mai soli nella traversata della vita. Questa è l’opera di Dio: in Gesù si è fatto uno di noi, ha scelto di stare con noi, ha voluto essere per sempre il Dio-con-noi”.
La venuta di Gesù nella “debolezza della carne umana” – continua – “se da una parte ravviva in noi la speranza, dall’altra ci consegna un duplice impegno, uno verso Dio e l’altro verso l’uomo. Verso Dio, perché se Egli si è fatto carne, se ha scelto la nostra umana fragilità come sua dimora, allora siamo sempre chiamati a ripensare Dio a partire dalla carne di Gesù e non da una dottrina astratta”. Per questi motivi, ricorda papa Leone XIV, è importante sempre “verificare la nostra spiritualità e le forme in cui esprimiamo la fede, perché siano davvero incarnate, capaci cioè di pensare, pregare e annunciare il Dio che ci viene incontro in Gesù: non un Dio distante che abita un cielo perfetto sopra di noi, ma un Dio vicino che abita la nostra fragile terra, si fa presente nel volto dei fratelli, si rivela nelle situazioni di ogni giorno”.
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“Se Dio è diventato uno di noi, ogni creatura umana è un suo riflesso, porta in sé la sua immagine, custodisce una scintilla della sua luce; e questo ci chiama a riconoscere in ogni persona la sua dignità inviolabile ea esercitarci nell’amore vicendevole gli uni verso gli altri. Così, l’incarnazione ci chiede anche un impegno concreto per la promozione della fraternità e della comunione, perché la solidarietà diventi il criterio delle relazioni umane, per la giustizia e per la pace, per la cura dei più fragili e la difesa dei deboli. Dio si è fatto carne, perciò non c’è culto autentico verso Dio senza la cura per la carne umana” conclude papa Leone XIV.
Il pensiero del pontefice al popolo venezuelano, mentre si erge, forte, l’appello della Conferenza episcopale del Venezuela
Il bombardamento a Caracas | Il bombardamento a Caracas | Credit Aci Prensa
Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano, domenica 4 gennaio 2026, 12:30 (ACI Stampa).
E dopo la recita dell’Angelus il papa ha lanciato un appello accorato per la situazione venezuelana: ” Con animo colmo di preoccupazione, seguo gli sviluppi della situazione in Venezuela. Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti, e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica. Per questo prego, e vi invito a pregare, affidando la nostra preghiera all’intercessione della Madonna di Coromoto e dei Santi José Gregorio Hernández e Sor Carmen Rendiles”.
Inoltre, ha espresso ancora la sua vicinanza “a quanti sono nel dolore a causa della tragedia avvenuta a Crans – Montana, in Svizzera. Assicuro la preghiera per i giovani defunti, per i feriti e per i loro familiari”.
Nella mattinata di oggi, intanto, riguardo alla grave situazione che si sta delineando nel Venezuela – a seguito del bombardamento di Caracas per poter catturare il presidente venezuelano Maduro (e la moglie) avvenuto alle due del mattino (le 7 in Italia) di sabato 3 gennaio – la voce dei vescovi del Venezuela echeggia forte oggi:“Perseveriamo nella preghiera per l’unità”, questo l’incipit del messaggio di accompagnamento e vicinanza che la Conferenza episcopale del Venezuela rivolge al popolo di Dio, attraverso i suoi canali sociali. Un messaggio, breve, conciso, senza troppe parole. Ma forte: “Alla luce degli eventi che si stanno verificando oggi nel nostro Paese, chiediamo a Dio di donare a tutti i venezuelani serenità, saggezza e forza”, scrive i vescovi dopo quanto accaduto a Caracas ieri, per catturare il presidente Maduro e la moglie e incriminarli e processarli per narcotraffico e terrorismo.
Inoltre nel messaggio, diffuso via sociale, viene espressa solidarietà ai “feriti” e alle “famiglie di coloro che sono morti”. Infine, un invito alla popolazione “a vivere più intensamente la speranza e la fervente preghiera per la pace” nei “cuori e nella società”. E aggiungiamo: “Rifiutiamo ogni forma di violenza”. C’è poi l’incoraggiamento all’“incontro” e al “sostegno reciproco” in questo momento così particolare della storia del Venezuela e del mondo. Il messaggio si conclude con l’invocazione alla Madonna di Coromoto perché accompagna il cammino di tutti.
Chiesa cattolica | CR 1931 31 Dicembre 2025 ore 09:00
di Redazione
Pubblichiamo oggi un brano tratto dall’Enciclica di Pio XII, Ad Coeli Reginam, dell’11 ottobre 1954.
L’argomento principale, su cui si fonda la dignità regale di Maria, già evidente nei testi della tradizione antica e nella sacra liturgia, è senza alcun dubbio la sua divina maternità. Nelle sacre Scritture infatti, del Figlio, che sarà partorito dalla Vergine, si afferma: «Sarà chiamato Figlio dell’Altissimo e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre; e regnerà nella casa di Giacobbe eternamente e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33); e inoltre Maria è proclamata «Madre del Signore» (Lc 1, 43).
Ne segue logicamente che ella stessa è Regina, avendo dato la vita a un Figlio; che nel medesimo istante del concepimento, anche come uomo, era re e signore di tutte le cose, per l’unione ipostatica della natura umana col Verbo. San Giovanni Damasceno scrive dunque a buon diritto: «È veramente diventata la Signora di tutta la creazione, nel momento in cui divenne Madre del Creatore»(36) e lo stesso arcangelo Gabriele può dirsi il primo araldo della dignità regale di Maria.
Tuttavia la beatissima Vergine si deve proclamare regina non soltanto per la maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell’opera della nostra salvezza eterna. «Quale pensiero – scrive il Nostro predecessore di felice memoria Pio XI – potremmo avere più dolce e soave di questo, che Cristo è nostro re non solo per diritto nativo, ma anche per diritto acquisito e cioè per la redenzione? Ripensino tutti gli uomini dimentichi quanto costammo al nostro Salvatore: “Non siete stati redenti con oro o argento, beni corruttibili, … ma col sangue prezioso di Cristo, agnello immacolato e incontaminato” (1 Pt 1;18-19). Non apparteniamo dunque a noi stessi, perché “Cristo a caro prezzo” (1 Cor 6, 20) ci ha comprati».(37)
Ora nel compimento dell’opera di redenzione Maria santissima fu certo strettamente associata a Cristo, onde giustamente si canta nella sacra liturgia: «Santa Maria, regina del cielo e signora del mondo, affranta dal dolore, se ne stava in piedi presso la croce del Signore nostro Gesù Cristo».(38) E un piissimo discepolo di sant’Anselmo poteva scrivere nel medioevo: «Come … Dio, creando tutte le cose nella sua potenza, è padre e signore di tutto, così Maria, riparando tutte le cose con i suoi meriti, è la madre e la signora di tutto: Dio è signore di tutte le cose, perché le ha costituite nella loro propria natura con il suo comando, e Maria è signora di tutte le cose, riportandole alla loro originale dignità con la grazia che ella meritò».(39) Infatti: «Come Cristo per il titolo particolare della redenzione è nostro signore e nostro re, così anche la Vergine beata (è nostra signora) per il singolare concorso prestato alla nostra redenzione, somministrando la sua sostanza e offrendola volontariamente per noi, desiderando, chiedendo e procurando in modo singolare la nostra salvezza».(40)
Da queste premesse si può così argomentare: se Maria, nell’opera della salute spirituale, per volontà di Dio, fu associata a Cristo Gesù, principio di salvezza, e in maniera simile a quella con cui Eva fu associata ad Adamo, principio di morte, sicché si può affermare che la nostra redenzione si compì secondo una certa «ricapitolazione»,(41) per cui il genere umano, assoggettato alla morte, per causa di una vergine, si salva anche per mezzo di una Vergine; se inoltre si può dire che questa gloriosissima Signora venne scelta a Madre di Cristo proprio «per essere a lui associata nella redenzione del genere umano»(42) e se realmente «fu lei, che esente da ogni colpa personale o ereditaria, strettissimamente sempre unita al suo Figlio, lo ha offerto sul Golgota all’eterno Padre sacrificando insieme l’amore e i diritti materni, quale nuova Eva, per tutta la posterità di Adamo, macchiata dalla sua caduta miseranda»;(43) se ne potrà legittimamente concludere che, come Cristo, il nuovo Adamo, è nostro re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché nostro redentore, così, secondo una certa analogia, si può affermare parimenti che la beatissima Vergine è regina, non solo perché Madre di Dio, ma anche perché quale nuova Eva è stata associata al nuovo Adamo.
È certo che in senso pieno, proprio e assoluto, soltanto Gesù Cristo, Dio e uomo, è re; tuttavia, anche Maria, sia come madre di Cristo Dio, sia come socia nell’opera del divin Redentore, e nella lotta con i nemici e nel trionfo ottenuto su tutti, ne partecipa la dignità regale, sia pure in maniera limitata e analogica. Infatti da questa unione con Cristo re deriva a lei tale splendida sublimità, da superare l’eccellenza di tutte le cose create: da questa stessa unione con Cristo nasce quella regale potenza, per cui ella può dispensare i tesori del regno del divin redentore; infine dalla stessa unione con Cristo ha origine l’inesauribile efficacia della sua materna intercessione presso il Figlio e presso il Padre.
Nessun dubbio pertanto che Maria santissima sopravanzi in dignità tutta la creazione e abbia su tutti il primato, dopo il suo Figliuolo. «Tu infine – canta san Sofronio – hai di gran lunga sopravanzato ogni creatura. … Che cosa può esistere di più sublime di tale gioia, o Vergine Madre? Che cosa può esistere di più elevato di tale grazia, che per volontà divina tu sola hai avuto in sorte?».(44) E va ancora più oltre nella lode san Germano: «La tua onorifica dignità ti pone al di sopra di tutta la creazione: la tua sublimità ti fa superiore agli angeli».(45) San Giovanni Damasceno poi giunge a scrivere la seguente espressione: «È infinita la differenza tra i servi di Dio e la sua Madre».(46)
Per aiutarci a comprendere la sublime dignità che la Madre di Dio ha raggiunto al di sopra di tutte le creature, possiamo ripensare che la santissima Vergine, fin dal primo istante del suo concepimento, fu ricolma di tale abbondanza di grazie da superare la grazia di tutti i santi. Onde – come scrisse il Nostro predecessore Pio XI di fel. mem. nella lettera apostolica Ineffabilis Deus – «ha con tanta munificenza arricchito Maria con l’abbondanza di doni celesti, tratti dal tesoro della divinità, di gran lunga al di sopra degli angeli e di tutti i santi, che ella, del tutto immune da ogni macchia di peccato, in tutta la sua bellezza e perfezione, avesse tale pienezza d’innocenza e di santità che non se ne può pensare una più grande al di sotto di Dio e che all’infuori di Dio nessuno riuscirà mai a comprendere».(47)
Inoltre la beata Vergine non ha avuto soltanto il supremo grado, dopo Cristo, dell’eccellenza e della perfezione, ma anche una partecipazione di quell’influsso, con cui il suo Figlio e Redentore nostro giustamente si dice che regna sulla mente e sulla volontà degli uomini. Se infatti il Verbo opera i miracoli e infonde la grazia per mezzo dell’umanità che ha assunto, se si serve dei sacramenti dei suoi santi come di strumenti per la salvezza delle anime, perché non può servirsi dell’ufficio e dell’opera della Madre sua santissima per distribuire a noi i frutti della redenzione?
«Con animo veramente materno – così dice lo stesso predecessore Nostro Pio IX di imm. mem. – trattando l’affare della nostra salute ella è sollecita di tutto il genere umano, essendo costituita dal Signore regina del cielo e della terra ed esaltata sopra tutti i cori degli angeli e sopra tutti i gradi dei santi in cielo, stando alla destra del suo unigenito Figlio; Gesù Cristo, Signore nostro, con le sue materne suppliche impetra efficacissimamente, ottiene quanto chiede, né può rimanere inesaudita».(48) A questo proposito l’altro predecessore Nostro di fel. mem., Leone XIII, dichiarò che alla beata vergine Maria è stato concesso un potere «quasi immenso» nell’elargizione delle grazie;(49) e san Pio X aggiunge che Maria compie questo suo ufficio «come per diritto materno».(50)
Godano dunque tutti i fedeli cristiani di sottomettersi all’impero della vergine Madre di Dio, la quale, mentre dispone di un potere regale, arde di materno amore.
Note
(36) S. IOANNES DAMASCENUS, De fide orthodoxa, 1. IV, c. 14: PG 94, 1158s.B.
(37) PIUS XI, Litt. enc. Quas primas: AAS 17(1925), p. 599; EE 5/147.
(38) Festum septem dolorum B. Mariae Virg., Tractus.
(39) EADMERUS, De excellentia Virginis Mariae, c. 11: PL 159, 508AB.
(40) F. SUAREZ, De mysteriis vitae Christi, disp. XXII, sect. II: éd. Vivès, XIX, 327.
La famosa formula degli zar ottocenteschi dell’Autocrazia-Ortodossia-Popolarismo è reinterpretata oggi dagli ideologi di Putin nella nuova triade Sovranismo-Tradizionalismo-Stato Sociale. Dove è però proprio quello ai “valori morali e spirituali” il riferimento meno chiaro, incapace di andare oltre la contrapposizione rispetto a quelli “distruttivi e degradati” dell’Occidente.
Il 2025 è stato un anno che ha lasciato tracce molto profonde nella ricerca dell’identità della Russia del futuro, come conseguenza e riassunto di un intero ventennio di “rinascita” dell’impero, dalle prime parole di rivincita nel 2004 alle azioni aggressive a partire dal 2008 del presidente Vladimir Putin nei confronti dell’Occidente “invasore”, della Georgia, dell’Ucraina e dei tanti paesi ex-sovietici “traditori”. L’arrivo a gennaio dell’amico Donald Trump sul trono americano ha suscitato quindi un moto di soddisfazione, culminato nel vertice di Ferragosto in Alaska che ha consacrato i due imperatori come i capi delle grandi potenze che si spartiscono il mondo, l’obiettivo principale delle tante “operazioni speciali” putiniane della guerra ibrida e catastrofica di questi anni.
Possiamo dunque considerare in qualche modo realizzata la “restaurazione ideologica” del regime moscovita al potere, che intendeva ridare vita nella nuova Russia a tutte le Russie del passato, dalla mitologica Rus’ di Kiev alla Terza Roma di Ivan il Terribile, dall’impero pietroburghese di Pietro il Grande all’Internazionale sovietica di Josif Stalin. L’espressione più completa delle tante smanie della “Grande Russia” era stata finora proposta dagli ideologi ottocenteschi, la famosa “triade zarista” dell’Autocrazia-Ortodossia-Popolarismo, oggi riproposta e rinnovata dal nuovo zar del Cremlino.
La nuova triade risulta all’orecchio meno efficace e apodittica di quella di due secoli fa, ma su di essa si insiste con dedizione ancora più ossessiva, celebrando il Sovranismo-Tradizionalismo-Stato Sociale, come risulta dai tanti documenti approvati quest’anno dal presidente-eterno Vladimir Putin fino alla Concezione dei Processi Sociali approvata e pubblicata sull’almanacco ufficiale del “Block-Notes della formazione sociale” di novembre-dicembre 2025. La sovranità della Russia è lo scopo più evidente perseguito con la contrapposizione e la guerra nei confronti del mondo intero, e la “socialità” erede del popolarismo zarista non è altro che il ritorno ad un sistema economico sempre più di tipo sovietico, con continue nazionalizzazioni e piani quinquennali che indicano il radioso futuro della società autarchica e “rivolta ad Oriente”.
L’ideale che rimane sempre piuttosto oscuro rimane quello della Tradizione e dei suoi “valori morali e spirituali”, che non si riescono a definire se non in contrapposizione a quelli “distruttivi e degradati” dell’Europa e dell’Occidente. A quale tradizione ci si riferisca non è molto chiaro, se a quella sovietica o a quella zarista, occidentalista o slavofila, kievliana, moscovita o pietroburghese, visto che le Russie del passato sono molte e assai diverse l’una dall’altra. I principati della Rus’ originaria erano in continuo conflitto gli uni con gli altri, tra le prime città di Novgorod, Kiev, Pskov, Vladimir e tante altre, e si può quindi considerare una “tradizione” anche l’attuale guerra “fratricida” della Russia con l’Ucraina, nel Caucaso e nelle terre della Bessarabia (Moldavia e Romania), dell’Ungheria e soprattutto della Polonia, il vero grande avversario storico e “speculare” per la conquista del dominio sull’Europa orientale.
La Moscovia del Quattrocento si era faticosamente liberata del Giogo Tartaro, che ha lasciato una traccia asiatica indelebile nell’animo russo, oggi tornata prepotentemente a galla. Il Gran Principe Ivan III il Grande ha cercato di riunificare le terre russe, diventando il modello della comunione dei popoli, la sobornost che oggi si ripropone come vocazione “tradizionale” della Russia. Suo nipote, il primo zar Ivan IV il Terribile, ha poi pensato di suddividere la Terza Roma in due livelli, zemščina e opričnina, la “terra dei sudditi” e quella dei “controllori”, i membri della Guardia Imperiale che opprimevano il popolo in nome della “vera fede”, galoppando per tutti i territori con le nere vesti monastiche, una lugubre visione dell’Ortodossia religiosa imperiale, anch’essa tornata di grande attualità sotto il minaccioso bastone del patriarca Kirill (Gundjaev).
Ivan IV fece uccidere il metropolita Filipp (Kolyčev) nella sua cella di detenzione monastica, dove era rinchiuso per essersi rifiutato di benedire le guerre dello zar, e oggi i sacerdoti russi vengono scomunicati, imprigionati o cacciati all’estero se non pronunciano le litanie per ottenere la vittoria in Ucraina, riportando la Russia del Duemila a quella del Cinquecento. Questo è proprio quanto si propone nel Block-Notes ideologico, come scrive nella presentazione il direttore del dipartimento governativo sociale Boris Rapoport: “La politica statale deve basarsi anzitutto sull’esperienza storica della Russia”. Quindi ogni scelta deve in qualche modo ribadire e contraddire quelle precedenti, come accadde alla Russia dei Torbidi seicenteschi che provocarono continui scismi interni a livello sociale, politico, militare e religioso, o quella settecentesca che tra Pietro il Grande e Caterina II vide la successione delle imperatrici con i loro amanti, alternando quelli filo-germanici con quelli gallicani che parlavano soltanto il francese aristocratico, tranne poi rimanere terrorizzati dalla rivoluzione del 1792 e dalle mire imperiali di Napoleone.
La Tradizione russa corrisponde alla Ortodossia della triade zarista, la fede cristiana che nel periodo originario kievliano si sovrapponeva alle diverse varianti del paganesimo scandinavo e caucasico, lasciando in eredità una “doppia fede”, la tipica dvoeverie russa da non condividere con nessun altro e che riassume in sé tutte le altre fedi. La coincidenza della rinascita di Mosca con la rovina di Costantinopoli ha poi conferito alla religione russa un particolare impeto missionario, da “forza istitutrice dello Stato” a bastione della vera fede contro ogni avversario eretico o invasore, fino a ispirare la rivoluzione mondiale sovietica e la costruzione dell’ideale società comunista, tutto questo oggi sintetizzato nel compito di proclamare il “giusto mondo multipolare”, il nuovo regno dei cieli sulla terra. Anche in campo teologico e ascetico non ci si preoccupa di accostare ideologie e strutture del tutto contraddittorie tra di loro, come l’impero occidentalista che cancella il patriarcato o il regime ateista che lo restaura per metterlo al suo servizio, per poi riproporre una grottesca “sinfonia” di Stato e Chiesa nella Russia dei “due Vladimir” pietroburghesi, il presidente Putin e il patriarca Kirill.
Nell’introduzione di Rapoport la nuova Ortodossia non è semplicemente una “doppia fede”, ma presenta addirittura una tripla estensione: “Abbiamo tre fedi, perché crediamo nella Patria, crediamo in coloro che sono vicini a noi e crediamo nel futuro”. I valori morali e spirituali tradizionali collegano a quelli della “fede ortodossa” anche quelli “tipicamente umani”, e pazienza se gli uni contraddicono gli altri in qualche dettaglio, come la fedeltà coniugale e la necessaria “multipolarità” di ogni famiglia, come quella molto variegata del presidente, e secondo alcune inchieste di questi giorni anche quella del patriarca, che sarebbe riuscito a nascondere per decenni la moglie, facendo credere di avere altre preferenze. E comunque la definizione per esteso afferma che “la società tradizionale della Russia è costituita dalla famiglia delle famiglie nella continuità delle generazioni, la fedeltà a quanto viene tramandato e agli orientamenti morali e spirituali”, e ancora si specifica che “la società tradizionale non è una forma di stagnazione, ma uno sviluppo inarrestabile, che assume la linfa dalle proprie radici”.
A corredo della concezione ideologica ufficiale si illustrano i dati dei sondaggi ufficiali Vitsom, secondo i quali solo il 2% dei cittadini russi ritiene che la Russia debba mettere al centro dei suoi interessi l’economia, non si parla nemmeno dello sviluppo tecnologico, mentre si sottolinea la necessità di “sconfiggere ogni debolezza”, espressa con l’ambiguo termine antikhrupkost, “anti-fragilità”, affrontando e superando “tutte le sfide geopolitiche e ideologiche del mondo contemporaneo”. Si usano per specificare questo concetto anche termini di natura religiosa, dallo sviluppo alla “trasfigurazione e ascensione” della Russia alla gloria imperitura. Mentre l’Istituto Puškin di San Pietroburgo, massima autorità della lingua russa, ha decretato che la parola dell’anno 2025 è stata Pobeda, “Vittoria”, tanto auspicata quanto per ora rimandata forse a quest’anno nuovo per quanto riguarda la guerra in corso, e celebrata per gli ottant’anni dalla gloriosa fine della Grande Guerra Patriottica, l’evento celebrativo di ogni tradizione della Russia.
Volendo indicare la parola russa decisiva dell’ultimo quarto di secolo putiniano, certamente tocca esaltare la necessaria premessa della Vittoria, cioè Voina, la Guerra e i suoi surrogati, dalla “operazione antiterroristica in Cecenia” agli albori del regno di Putin, alla “costrizione alla pace” nei confronti della Georgia, la “primavera russa” in Crimea fino alla Svo, l’operazione militare speciale in Ucraina, visto che “guerra” è un termine che può pronunciare solo il patriarca Kirill dall’altare della cattedrale di Cristo Salvatore, intesa come “guerra santa”. La guerra in Russia riassume tutte le triadi ideologiche, l’economia e la società, il potere politico e quello religioso, e ad essa si riferiscono tutti i termini che riempiono le cronache quotidiane soprattutto nell’anno appena concluso, dai “droni” alle “trattative” che si richiamano a vicenda: più trattative sono in corso, più droni vengono scagliati, per festeggiare l’anno nuovo.