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Le conseguenze dell’azzardo di Trump

di Federico Rampini| 3 gennaio 2026 – Corriere della Sera – 4 Gennaio 2025

Il timore che il nuovo ordine internazionale vada verso «tre imperi e tre autocrati» non è scontato. Sono ancora gli Stati Uniti a dare le carte

La cattura di Maduro è stata un successo sul piano militare che può trasformarsi in un disastro internazionale. Tanto più se Trump vuole davvero assumersi l’onere di un protettorato sul Venezuela, governandolo provvisoriamente da Washington. La tesi è suggestiva. È molto diffusa in Europa. Ucraina, Taiwan, sarebbero le prossime vittime di questo atto di prepotenza.

Affermando in modo brutale che il Venezuela fa parte della sfera d’influenza degli Stati Uniti, che lì possono agire a loro piacimento, Trump ha dato un implicito via libera a Putin e Xi Jinping per fare altrettanto nei rispettivi «cortili di casa». E quindi: io mi prendo il Venezuela, voi fate quel che vi pare con i vostri vicini, Kiev e Taipei non rappresentano interessi vitali per gli Stati Uniti. È una tesi fondata. Ma non è certo che Putin e Xi condividano questa interpretazione.

L’idea che Trump avalli un nuovo ordine internazionale fondato su «tre imperi e tre autocrati», liberi di spadroneggiare calpestando il diritto internazionale e imponendo la logica bruta della forza, piace in Europa perché è così che Trump viene descritto fin dall’inizio. Ci sono però dei fatti che contraddicono questo teorema. Putin e Xi hanno vissuto ieri una sconfitta, simile a quella che avevano subito il 21 giugno 2025 di fronte ai bombardamenti Usa sui siti nucleari dell’Iran.

 Russia e Cina hanno costruito delle coalizioni internazionali, in funzione antiamericana e antioccidentale, e per la seconda volta in sette mesi si rivelano incapaci di difendere i loro alleati. Teheran non venne protetta né dai russi né dai cinesi nonostante tutte le armi che vende a Mosca e tutto il petrolio che vende a Pechino. Maduro non è stato difeso né dai russi né dai cinesi nonostante l’antico sodalizio con Putin e gli intrecci economici con la Repubblica Popolare.

Queste sono prove d’impotenza, che altre nazioni e altre classi dirigenti osservano per trarne delle conseguenze. L’impero cinese, così avanzato nella sua penetrazione in tutto il mondo, è però un impero di serie B se non contrasta questi atti di forza degli Stati Uniti. Tutti i leader del mondo misurano i rapporti di forze, e al momento l’America non appare in declino.

L’operazione «chirurgica» che è stata la cattura di Maduro, Putin sognava di farla con Zelensky nel febbraio 2022. Non ci è riuscito e da quattro anni l’armata russa è impantanata al fronte, perché la resistenza eroica degli ucraini glielo ha impedito, mentre nulla di simile si è visto ieri in Venezuela. Ma gli ucraini possono combattere perché ricevono armi americane e finanziamenti europei. Il sostegno continua sotto Trump. E di recente, grazie alla preziosa intercessione degli europei, Trump sembra essersi convertito a un piano di pace che accoglie molte richieste di Zelensky. In questa conversione un ruolo lo ha svolto il segretario di Stato Marco Rubio, figlio di esuli cubani, che su Maduro è un «falco».

In quanto a Xi Jinping, respingerebbe con sdegno i paragoni tra Venezuela e Taiwan. Giudicherebbe inaccettabile parlare di «sfere d’influenza». Per lui Taiwan è una provincia ribelle, non ha nulla a che vedere con la relazione tra Stati sovrani come Usa e Venezuela. Da anni Xi annuncia che si prenderà l’isola perché è un suo sacrosanto diritto. I cinesi sono attenti alle questioni di principio. Quando organizzano le periodiche simulazioni di attacco all’isola respingono ogni critica come un’interferenza nei loro affari interni. Se l’America di Trump vorrà davvero difendere Taiwan è tutt’altro che certo, come non era sicuro ai tempi di Biden, Obama, Bush. L’unica certezza è che Trump ha appena venduto a Taipei le più importanti forniture militari della storia. E Pechino non l’ha presa bene.

Per valutare i riflessi dell’operazione Maduro sull’ordine internazionale bisogna guardare anche in altre direzioni. In America latina anzitutto. Dove i candidati di destra hanno vinto elezioni recenti in Argentina, Cile, Ecuador: non tanto per un «effetto emulazione» verso Trump, ma perché le stesse cause strutturali che hanno fatto vincere Trump agiscono anche altrove. Emigrazione illegale (tanta dal Venezuela ridotto alla fame da Maduro), narcotraffico, violenza criminale, sono le cause di questo spostamento a destra.

Poi bisognerà valutare come il blitz in Venezuela viene recepito dall’elettorato statunitense. Che certo non è rimasto sorpreso da un’operazione lungamente annunciata, e con tanti precedenti storici, ma dalla sua brevità e mancanza di costi. Bush padre, un repubblicano moderato e multilateralista, ci mise molto più tempo e subì gravi perdite umane per catturare il narco-dittatore Noriega a Panama.

Trump però imbocca una strada pericolosa, ed estranea all’isolazionismo dei Maga, se davvero si prende il compito «provvisorio» di governare il Venezuela. Questo assomiglia al «nation building» che lui stesso rimproverava a Bush figlio e Obama.

Venezuela, Trump ordina l’attacco: «Abbiamo catturato Maduro e la moglie e li abbiamo portati fuori dal Paese». Il regime di Caracas: «Gravissima aggressione, ci difenderemo»

di Irene Soave e Redazione Online – Corriere della sera – 3 Gennaio 2025

Clamoroso attacco statunitense sul Venezuela, l’annuncio di Trump: «Maduro e la moglie portati fuori dal Paese». Colpiti diversi siti, comprese basi militari. Il regime venezuelano: «Gli Stati Uniti non riusciranno a mettere le loro mani sulle nostre risorse». Tajani: «Seguo gli sviluppi, attenzione alla comunità italiana»

Gli Stati Uniti hanno lanciato un clamoroso attacco contro diversi siti in Venezuela, comprese basi militari nel Paese. 

Il presidente americano Donald Trump ha detto che l’esercito americano ha «catturato il presidente del Venezuela Maduro e la moglie Cilia Flores, e li ha portati fuori dal Paese», in una azione svolta «in coordinamento con l’amministrazione della giustizia americana». Una conferenza stampa per spiegare i dettagli dell’azione è prevista per le 17, ora italiana, dalla residenza di Trump a Mar-a-Lago, in Florida.

Maduro è stato accusato da parte degli Stati Uniti di essere alla guida di un «narco-stato», e di aver truccato le elezioni che lo avevano portato al potere. Il leader venezuelano, che aveva preso il potere dopo Hugo Chavez, aveva replicato accusando gli Usa di voler mettere le mani sulle riserve petrolifere del Venezuela, le più imponenti al mondo.

Trump, che ha ordinato l’attacco, aveva evocato nelle scorse settimane la possibilità di attacchi terrestri contro il Venezuela in nome di una «guerra ai cartelli della droga» e aveva affermato che i giorni del presidente venezuelano Nicolás Maduro erano «contati».

L’attacco, che Trump ha definito «su larga scala», ha causato forti esplosioni a partire dalle 2 di notte, ora locale (le 7 del mattino in Italia), nella capitale del Venezuela, Caracas, e in altre località negli Stati di Miranda, Aragua e La Guaira, dove il governo ha fatto a tempo a confermare che sono state colpite diverse basi militari. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha condiviso, poco dopo l’attacco, un elenco dei siti colpiti: tra questi ci sono a Caracas la sede del Parlamento e il Cuartel de la Montaña, dove si trova il mausoleo di Hugo Chávez, luogo altamente simbolico. Secondo Petro, e secondo diverse testimonianze sui social, a Caracas sarebbe stato colpito anche il Fuerte Tiuna, il principale complesso militare del Paese, e la base aerea di La Carlota nel centro della capitale. Prima dell’annuncio di Trump sulla cattura di Maduro, Petro aveva anche annunciato l’avvio di un piano di difesa militare al palazzo presidenziale di Miraflores. Fuori dalla capitale, tra gli altri obiettivi menzionati: la base dei caccia F-16 a Barquisimeto, la base militare di elicotteri di Higuerote, l’aeroporto di El Hatillo e l’aeroporto privato di Charallave, a sud di Caracas

IL CORAGGIO DELLA FEDE SECONDO BENEDETTO XVI

Benedetto XVI – 31 dicembre 2025 – IL FOGLIO

Il 31 dicembre di tre anni fa moriva Benedetto XVI.

Pubblichiamo un estratto dell’omelia che il Papa emerito pronunciò il 17 agosto 2014 nella Cappella privata del Monastero Mater Ecclesiale. Il testo fa parte del volume “Dio è la vera realtà – Omelie inedite 2005-2017. Tempo ordinario”, edito dalla Lev-Libreria editrice vaticana (448 pp., 25 euro).


Noi oggi pensiamo forse troppo facilmente che le religioni alla fine siano tutte la stessa cosa. Non è vero: solo quando siamo in cammino verso il vero Dio e la sua bontà, siamo nel cammino della vera religione; dobbiamo sempre superare le caricature della religione, dove Dio è pretesto per la violenza e per l’amoralità. Preghiamo il Signore, perché ci aiuti a superare le idolatrie.

I missionari ci raccontano che c’è sempre il pericolo di ricadute nel paganesimo, nella magia, nella stregoneria, dove Dio appare lontano e si pensa che debba fare subito ciò che si desidera, come pretendono di fare i maghi, e così si instaurano la schiavitù della magia, il dominio della menzogna e anche del denaro. Dobbiamo pregare il Signore perché ci aiuti a essere veramente nella via verso Dio, e così a essere capaci di superare il paganesimo negativo, che è una caricatura della vera religione.

Le due letture precedenti (Is 56,1.6-7; Rm 11,13-15.29-32, ndr) mostrano anche un altro problema, che non appare immediatamente nel Vangelo. Cioè, san Paolo ci parla della disobbedienza degli ebrei nel momento dell’arrivo del Figlio di Dio. Non ascoltano, non accettano: è la tentazione di una religione storica, che si è costituita come forma di vita e non è più aperta alla novità di Dio. Questo è anche il pericolo del cristianesimo, che diventi un sistema di vita e non abbia più la forza di alzarsi e di rinnovarsi nel cammino verso Dio.

C’è anche un altro pericolo che il Signore indica in un’altra parabola, dove parla del demonio che è stato escluso, ma dopo un certo tempo ritorna e vede che l’appartamento è pulito, bello, vuoto e così ritorna con altri demoni peggiori (cfr. Lc 11,24-26). Lo vediamo anche adesso nell’Europa post cristiana: i demoni sono stati esclusi, ma la casa è rimasta vuota. Se Dio non abita nella casa, la casa è vuota e così si offre ai demoni come appartamento, e ritornano sette demoni peggiori dei precedenti. 

Oggi vediamo le schiavitù della droga, del denaro, tutta questa situazione in cui si scatenano dei demoni. Se pensiamo ai grandi sistemi ideologici – marxismo, nazismo – che hanno distrutto l’umanità fino in fondo, vediamo come questa casa rimasta vuota, nella quale Dio non abita, invita il demonio a ritornare, e a tornare con forza maggiore e con una tirannia più grave, più crudele.

Perciò è vero che i demoni non sono vinti con la sola razionalità, come si pensa, non sono vinti solo nella profanità; solo Dio vince i demoni e solo la fede ci protegge contro i demoni.

Questo è l’ultimo messaggio di questa giornata: che sempre e solo la fede espelle i demoni, rende bella la vita, ci apre verso l’amore infinito. Preghiamo il Signore che ci dia una fede forte, coraggiosa, umile, perseverante.

Preghiamo perché nella casa della nostra Europa abiti di nuovo Dio e così la gioia del Vangelo sia realmente presente tra noi. Amen!

Papa Leone XIV: “Mettiamo tutto davanti al Signore, affidandoci alla sua Provvidenza”

In Piazza San Pietro l’ultima udienza generale del 2025

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, mercoledì 31 dicembre 2025, 10:10 (ACI Stampa).

“L’anno che è passato è stato certamente segnato da eventi importanti: alcuni lieti, come il pellegrinaggio di tanti fedeli in occasione dell’Anno Santo; altri dolorosi, come la dipartita del compianto Papa Francesco e gli scenari di guerra che continuano a sconvolgere il pianeta. Alla sua conclusione, la Chiesa ci invita a mettere tutto davanti al Signore, affidandoci alla sua Provvidenza e chiedendogli che si rinnovino, in noi e attorno a noi, nei giorni a venire, i prodigi della sua grazia e della sua misericordia”. Lo ha detto stamane Papa Leone XIV nel corso dell’udienza generale in Piazza San Pietro, l’ultima del 2025.

Il Papa ha poi ricordato che questa sera verrà intonato il Te Deum “con cui ringrazieremo il Signore per i benefici ricevuti”.

“Oggi – ha osservato Leone XIV – siamo chiamati a meditare su ciò che il Signore ha fatto per noi nell’anno passato, come pure a fare un onesto esame di coscienza, a valutare la nostra risposta ai suoi doni e chiedere perdono per tutti i momenti in cui non abbiamo saputo far tesoro delle sue ispirazioni e investire al meglio i talenti che ci ha affidato”.

“Questo ci porta a riflettere – ha proseguito il Papa – su un altro grande segno che ci ha accompagnato nei mesi scorsi: quello del “cammino” e della “meta”. Tantissimi pellegrini sono venuti, quest’anno, da ogni parte del mondo, a pregare sulla Tomba di Pietro e a confermare la loro adesione a Cristo. Questo ci ricorda che tutta la nostra vita è un viaggio, la cui meta ultima trascende lo spazio e il tempo, per compiersi nell’incontro con Dio e nella piena ed eterna comunione con Lui”.

Papa Leone ha anche ricordato “il passaggio della Porta Santa, . Esso esprime il nostro “sì” a Dio, che col suo perdono ci invita a varcare la soglia di una vita nuova, animata dalla grazia, modellata sul Vangelo. È il nostro “sì” a una vita vissuta con impegno nel presente e orientata all’eternità”.

Infine una citazione di San Leone Magno che “vedeva nella festa della Nascita di Gesù l’annuncio di una gioia che è per tutti. Il suo invito oggi è rivolto a tutti noi, santi per il Battesimo, perché Dio si è fatto nostro compagno nel cammino verso la Vita vera; a noi peccatori, perché, perdonati, con la sua grazia possiamo rialzarci e rimetterci in marcia; infine a noi, poveri e fragili, perché il Signore, facendo propria la nostra debolezza, l’ha redenta e ce ne ha mostrato la bellezza e la forza nella sua umanità perfetta”.

Papa Leone XIV: “Dio ama sperare con il cuore dei piccoli e lo fa coinvolgendoli nel suo disegno di salvezza”

L’omelia del papa ai Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio

Papa Leone XIV alla Celebrazione di oggi | Papa Leone XIV alla Celebrazione di oggi | Credit Vatican MediaPapa Leone XIV alla Celebrazione di oggi | Papa Leone XIV alla Celebrazione di oggi | Credit Vatican Media

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano, mercoledì 31 dicembre 2025, 17:36 (ACI Stampa).

Questo pomeriggio, nella Basilica Vaticana, papa Leone XIV ha presieduto i Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio. E’ la prima volta per papa Leone XIV. Il volto visibilmente commosso. “Deus, in adiutórium meum inténde. Dómine, ad adiuvándum me festína” intona il coro della Cappella Sistina per i Primi Vespri della solennità della Madre di Dio. Ed è proprio da questi che prende spunto l’omelia di papa Leone XIV: una Liturgia che definisce “di una ricchezza singolare, che le deriva sia dal vertiginoso mistero che celebra, sia dalla collocazione proprio alla fine dell’anno solare. Le antifone dei salmi e del Magnificat insistono sull’evento paradossale di un Dio che nasce da una vergine, o, detto a rovescio, della maternità divina di Maria”. E continua sempre sulla festa della Madre di Dio che “concludere l’Ottava del Natale, ricopre il passaggio da un anno all’altro e stende su di esso la benedizione di Colui «che era, che è e che viene»”. 

Parla poi di Disegno di Dio, della nascita del Salvatore: “Un disegno misterioso ma con un centro chiaro, come un alto monte illuminato dal sole in mezzo a una fitta foresta: questo centro è la «pienezza del tempo»”. Ed è sempre sul tema del Disegno che si concentra l’omelia di papa Leone XIV: “In questo nostro tempo sentiamo il bisogno di un disegno sapiente, benevolo, misericordioso. Che sia un progetto libero e liberante, pacifico, fedele, come quello che la Vergine Maria proclamò nel suo cantico di lode: «Di generazione in generazione la sua misericordia / si stende su quelli che lo temono»”. Ma il nostro tempo contemporaneo presenta “altri disegni”: “Sono piuttosto strategie, che mirano a conquistare mercati, territori, zone di influenza. Strategie armate, ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici, di falsi motivi religiosi”. 

Ma il male non può vincere perché la Madre di Dio ha “vinto i superbi nei loro cuori”. Maria è il simbolo della speranza. Maria è al centro di tutto e delle parole del pontefice. E della Vergine sottolinea la “piccolezza”, la sua umiltà. E allora lo sguardo del pontefice si concentra proprio sui “piccoli”: “Dio ama sperare con il cuore dei piccoli, e lo fa coinvolgendoli nel suo disegno di salvezza. Quanto più bello è il disegno, tanto più grande è la speranza. E in effetti il ​​mondo va avanti così, spinto dalla speranza di tante persone semplici, sconosciute ma non a Dio, che malgrado tutto crede in un domani migliore, perché sanno che il futuro è nelle mani di Colui che gli offre la speranza più grande”. 

E il tema della speranza richiama il Giubileo che si sta concludendo in questi giorni. Le parole di papa Leone XIV sono chiare in merito: “Il Giubileo è un grande segno di un mondo nuovo, rinnovato e riconciliato secondo il disegno di Dio. E in questo disegno la Provvidenza ha riservato un posto particolare a questa città di Roma. Non per le sue glorie, non per la sua potenza, ma perché qui hanno versato il loro sangue per Cristo Pietro e Paolo e tanti altri Martiri. Per questo Roma è la città del Giubileo”. E allora il pontefice si chiede: “Cosa possiamo augurare a Roma? Di essere all’altezza dei suoi piccoli. Dei bambini, degli anziani soli e fragili, delle famiglie che fanno più fatica ad andare avanti, di uomini e donne venuti da lontano sperando in una vita dignitosa”.

E conclude: “Ringraziamo tutti coloro che nei mesi e nei giorni del 2025 hanno lavorato al servizio dei pellegrini e per rendere Roma più accogliente. Questo era stato, un anno fa, l’auspicio dell’amato Papa Francesco. Vorrei che lo fosse ancora, e direi ancora di più dopo questo tempo di grazia. Che questa città, animata dalla speranza cristiana, possa essere al servizio del disegno d’amore di Dio sulla famiglia umana. Ce l’ottenga l’intercessione della Santa Madre di Dio, Salus Populi Romani”.

Dopo la recita dei Primi Vespri nella solennità di Maria Madre di Dio e il canto del Te Deum papa Leone XIV si è recato nella piazza di San Pietro per una  visita al Presepe con i pastori realizzato in stile classico del ‘700 napoletano dal maestro Federico Iaccarino di Meta di Sorrento. Il papa si ferma davanti al presepe per un lungo momento di preghiera. Ad illustrare l’opera d’arte presepiale c’è Suor Raffaella Petrini, Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, in occasione dell’inaugurazione e della illuminazione dell’albero e del presepe di Piazza San Pietro. Poi, un fuori programma, inatteso: papa Leone XIV sale i gradini e anche lui, si fa “pastore” fra i pastori, all’interno del Presepe. Si volta, e allora ecco che si avvicina al Bambinello: lo bacia. Da qui, impartisci la benedizione. Una volta scese dal palco del Presepe, un bagno di folla lo attende. Molti i bambini che lo vogliono abbracciare. Papa Leone XIV è davvero contento di tanto affetto dimostrato dalla folla.  

Leone XIV in piazza San Pietro: «Scenari di guerra continuano a sconvolgere il pianeta. La nostra vita è un viaggio con una meta»

di Redazione Roma – Corriere della Sera – 31 Dicembre 2025

Il Pontefice durante l’udienza generale in Vaticano il 31 dicembre. Nel pomeriggio il Te Deum

«L’anno che è passato è stato certamente segnato da eventi importanti: alcuni lieti, come il pellegrinaggio di tanti fedeli in occasione dell’Anno Santo; altri dolorosi, come la dipartita del compianto Papa Francesco e gli scenari di guerra che continuano a sconvolgere il pianeta». Le parole di Papa Leone XIV durante l’udienza generale del 31 dicembre in Vaticano. 

Secondo il Pontefice, occorre «riflettere sui grandi segni che ci hanno accompagnato nei mesi scorsi: quello del “cammino” e della “meta”. Tantissimi pellegrini sono venuti, quest’anno, da ogni parte del mondo, a pregare sulla Tomba di Pietro e a confermare la loro adesione a Cristo. Questo ci ricorda che tutta la nostra vita è un viaggio, la cui meta ultima trascende lo spazio e il tempo, per compiersi nell’incontro con Dio e nella piena ed eterna comunione con Lui». «Chiederemo anche questo nella preghiera del Te Deum, quando diremo: “Accoglici nella tua gloria nell’assemblea dei santi”». 

Prevost, nell’ultima catechesi dell’udienza generale in piazza San Pietro, invita poi a riflettere su «un terzo segno: il passaggio della Porta Santa, che in tanti abbiamo fatto, pregando e impetrando indulgenza per noi e per i nostri cari. Esso esprime il nostro “sì” a Dio, che col suo perdono ci invita a varcare la soglia di una vita nuova, animata dalla grazia, modellata sul Vangelo, infiammata dall”amore a quel prossimo, nella cui definizione è racchiuso ogni uomo, bisognoso di comprensione, di aiuto, di conforto, di sacrificio, anche se a noi personalmente ignoto, anche se fastidioso e ostile, ma insignito dall’incomparabile dignità di fratello. È il nostro “sì” a una vita vissuta con impegno nel presente e orientata all’eternità». 

Il Papa esorta quindi a meditare su «questi segni nella luce del Natale»; segni che sono annuncio della gioia per la nascita di Gesù. «Il suo invito oggi è rivolto a tutti noi, santi per il Battesimo, perché Dio si è fatto nostro compagno nel cammino verso la Vita vera; a noi peccatori, perché, perdonati, con la sua grazia possiamo rialzarci e rimetterci in marcia; infine a noi, poveri e fragili, perché il Signore, facendo propria la nostra debolezza, l’ha redenta e ce ne ha mostrato la bellezza e la forza nella sua umanità perfetta». 

«Per questo vorrei concludere ricordando le parole con cui San Paolo VI, al termine del Giubileo del 1975, ne descriveva il messaggio fondamentale: esso, diceva, è racchiuso in una parola: `amore´. E aggiungeva: `Dio è Amore! Questa è la rivelazione ineffabile, di cui il Giubileo, con la sua pedagogia, con la sua indulgenza, col suo perdono e finalmente con la sua pace, piena di lacrime e di gioia, ci ha voluto riempire lo spirito oggi, e sempre la vita domani: Dio è Amore! Dio mi ama! Dio mi aspettava e io l’ho ritrovato! Dio è misericordia! Dio è perdono! Dio è salvezza! Dio, sì, Dio è la vita!

Ci accompagnino questi pensieri nel passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, e poi sempre, nella nostra vita», conclude Leone XIV.

Dopo la catechesi dell’udienza generale in piazza San Pietro, Papa Leone XIV, nei saluti nelle varie lingue, ha ricordato i pellegrini giunti da diverse aree del mondo in particolare i giovani della Terra Santa, provenienti dal Patriarcato Latino di Gerusalemme. Nei saluti in lingua inglese, ha citato tra gli altri i pellegrini provenienti dalla Palestina. «Mentre ci prepariamo alla celebrazione di domani della Solennità di Maria, Madre di Dio, affidiamo l’anno che verrà alla sua materna intercessione. A tutti voi e alle vostre famiglie, porgo i miei migliori auguri di un benedetto periodo natalizio e di un nuovo anno pieno di gioia e pace», ha detto.

Il «Te Deum»

Poi, nel pomeriggio, Papa Leone XIV è entrato in processione nella Basilica di San Pietro dove presiede la celebrazione dei Primi Vespri, cui farà seguito il canto del tradizionale inno «Te Deum» di ringraziamento a conclusione dell’anno civile.

L’alba livida del 2026

31 Dicembre 2025 ore 09:14

di Roberto de Mattei- Corrispondenza Romana – 1931

L’alba livida del 2026 si leva su un’Europa che è in guerra e non sa di esserlo. Anche coloro che lo sanno, coloro che questa guerra l’hanno iniziata, evitano accuratamente di dirlo e continuano a parlare di pace. Del resto, come insegna sant’Agostino, anche coloro che promuovono le guerre non desiderano altro che assicurarsi la pace attraverso la vittoria (De Civitate Dei, lib. XIX, c. VII). Così, nella sua conferenza fiume di fine anno Putin ha affermato di volere la pace, ma basata sul rispetto dei princìpi che lo hanno condotto, non alla guerra, ma ad una “operazione speciale” in Ucraina.

La guerra ormai non coinvolge solo l’Ucraina, ma l’Europa e l’Occidente. È una guerra non dichiarata, ma reale, che nel linguaggio contemporaneo viene definita guerra ibrida. Ciò che è cambiato non è la natura del conflitto, bensì le sue forme, i suoi strumenti e, soprattutto, la soglia di visibilità politica oltre la quale uno Stato è disposto ad ammettere di essere in guerra. Si combatte attraverso operazioni di intelligence, sabotaggi delle infrastrutture del nemico, droni, navi senza bandiera, sottomarini invisibili, mentre in parallelo prosegue il riarmo in vista di una guerra ufficiale che tutti evocano e nessuno dichiara.

Le reti elettriche cedono per misteriosi guasti “tecnici”, i sistemi informatici collassano sotto attacchi “anonimi”, le rotte aeree e commerciali diventano insicure, le campagne di disinformazione confondono l’opinione pubblica fino a renderla incapace di distinguere gli aggressori dai difensori. Eppure, nonostante tutto questo, nessuno si rende conto di essere in guerra. Si combatte in una zona grigia permanente in cui la guerra c’è, ma convive con la sua stessa negazione.

La guerra non dichiarata non è un’invenzione del nostro tempo, ma una costante della storia internazionale, anche se nuova è la modalità in cui oggi essa si svolge. Un esempio emblematico è quello degli Stati Uniti tra il 1940 e il 1941. I cannoni tuonavano in Europa e il presidente Franklin D. Roosevelt era convinto che una vittoria della Germania nazista avrebbe rappresentato una minaccia alla sicurezza americana, ma l’opinione pubblica del suo paese era in maggioranza contraria alla guerra.   

Deciso ad intervenire, pur senza disporre del consenso necessario per una dichiarazione di belligeranza, Roosevelt mise in atto quella che molti storici hanno definito una “guerra non dichiarata” contro la Germania.  Si trattava di una guerra condotta attraverso una sequenza di atti militari, logistici e politici che avvicinarono sempre più gli Stati Uniti allo scontro diretto con il Terzo Reich. 

 Il cuore di questa guerra non dichiarata fu l’Atlantico. Le navi americane iniziarono a scortare i convogli britannici carichi di rifornimenti, pur sapendo che ciò le avrebbe esposte agli attacchi dei sottomarini tedeschi. Nel settembre 1941, dopo l’incidente della USS Greer, un cacciatorpediniere americano coinvolto in uno scontro con un U-Boat tedesco, Roosevelt annunciò la politica del “shoot on sight”: le navi tedesche avvistate nelle zone di sicurezza atlantiche potevano essere attaccate senza preavviso. Parallelamente, Washington sosteneva lo sforzo bellico britannico attraverso il programma Lend-Lease Act, che consentiva di fornire armamenti e materiali ai paesi in guerra contro l’Asse.  Nei fatti, la guerra era già iniziata, anche se nessuno la chiamava così.

Questa strategia suscitò dure critiche da parte dell’America First Committee, il più grande movimento isolazionista della storia americana, che accusava Roosevelt di trascinare il Paese nel conflitto aggirando la volontà popolare. Le ferite della Prima guerra mondiale erano ancora aperte e milioni di americani temevano che un nuovo intervento militare in Europa avrebbe prodotto solo morte, debiti e instabilità interna. Lo slogan “America First” condensava una visione del mondo fondata sui princìpi di difendere il continente americano, rafforzare l’economia nazionale e rifiutare qualsiasi coinvolgimento nel Vecchio Continente.  

Il movimento trovò il suo simbolo più noto in Charles Lindbergh, il celebre sorvolatore dell’Atlantico del 1927. Nei suoi discorsi, Lindbergh sosteneva che la Germania fosse militarmente invincibile e che un intervento americano sarebbe stato inutile e disastroso. Alcune sue dichiarazioni, in particolare quelle che attribuivano all’amministrazione Roosevelt e ad ebrei americani e britannici la spinta verso la guerra, suscitarono accuse di antisemitismo e compromisero la credibilità del movimento.  

Ma l’11 dicembre 1941, i giapponesi attaccarono gli Stati Uniti a Pearl Harbor. Pochi giorni dopo, fu la Germania a dichiarare guerra agli Stati Uniti, rendendo ufficiale ciò che, nei fatti, era già in corso da mesi. L’America First Committee si sciolse bruscamente. Di fronte a un’aggressione diretta al territorio americano, gli stessi leader del movimento riconobbero che, da quel momento, l’unità nazionale veniva prima di ogni divisione ideologica.

Se l’America First Committee nacque in un contesto segnato dal trauma della Prima guerra mondiale e dalla paura di sacrifici inutili, oggi l’isolazionismo riemerge negli Stati Uniti sotto forma di critica al costo economico e umano dell’impegno globale. Sarebbe un errore, tuttavia, leggere in chiave isolazionista l’ultimo documento statunitense sulla Strategia di Sicurezza Nazionale (National Security Strategy – NSS) pubblicato nel 2025 dalla Casa Bianca. Il testo pone l’interesse degli Stati Uniti come priorità nazionale e definisce l’Europa un continente in fase di declino, ma Washington si dice pronta a collaborare con un’Europa forte, capace di contribuire alla competizione strategica, anche dal punto di vista militare. La possibilità di una cancellazione dell’identità europea, che il documento sottolinea con preoccupazione, è un pericolo reale, che l’Europa non sembra percepire.

 La frase più discussa del testo, “We want Europe to remain European”, significa che l’Europa sta smettendo di essere sé stessa e deve tornare alle proprie radici. Sono le nazioni europee a doversi assumere la responsabilità di recuperare quella che il documento della Casa Bianca chiama la “auto-stima civilizzazionale”, la consapevolezza, cioè, del patrimonio storico e culturale del Vecchio continente. In una prospettiva non diversa, nel suo messaggio Urbi et Orbi del giorno di Natale, lo stesso Leone XIV ha richiamato la necessità per l’Europa di rimanere fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia.

La decadenza europea oggi si esprime sotto la forma di un “neo- pacifismo” che intercetta un elettorato stanco di guerre “lontane”.  Ma il pacifismo nasce da una rimozione storica: l’illusione che basti dichiararsi “per la pace” per evitarla. Questo atteggiamento legittima la guerra ibrida, perché ne accetta la narrazione. Uno degli strumenti principali della guerra ibrida è la manipolazione dell’opinione pubblica. Ciò avviene attraverso campagne di disinformazione e appelli alla pace che coincidono, nei fatti, con la richiesta di resa a un nemico che non si dichiara tale.  

Il pacifismo, che non ammette l’esistenza di un conflitto, si rivela così incapace di fronteggiare una guerra che non si presenta come guerra. La pace non è più il risultato di un ordine difeso, ma la maschera di una resa progressiva. La guerra ibrida è tragica proprio perché nega la tragedia: non chiede scelte nette, ma le consuma lentamente, fino a quando la guerra, finalmente dichiarata, non appare più come una decisione, ma come una fatalità inevitabile.

La storia dimostra che il pacifismo non è uno spazio neutro: è il terreno in cui prevale chi è disposto a usare la forza senza dirlo. E se la pace, come spiega sant’Agostino, è la tranquillità dell’ordine, allora essa non può nascere dalla rimozione del conflitto, bensì dal coraggio di riconoscerlo. Perché la vera alternativa, oggi, non è tra guerra e pace, ma tra una pace difesa e una pace simulata. E l’Europa, posta di fronte a questa scelta, non potrà a lungo continuare a rimandarla senza scoprire, un giorno, che il rinvio è stata una disastrosa decisione. 

San Davide


autore: Domenichino anno: 1600-1641 titolo: David che suona l’arpa luogo: Francia Versailles Chateau de Versailles

Nome: San Davide

Titolo: Re

Ricorrenza: 29 dicembre

Tipologia: Commemorazione

Pastore, Re, Santo, Profeta e Poeta: questi sono i titoli di David. E la sua condizione è quella di peccatore, ma di peccatore pentito, lavato dal pianto sincero e amarissimo. Nessun’altra figura dell’Antico Testamento ha la tragica grandiosità, la drammatica potenza di questo personaggio, dalla cui radice terrosa e vitale doveva sorgere l’immacolato stelo della Vergine.

Durante il regno di Saul, Dio ordinò che venissero sterminati gli Amaleciti e tutto ciò che apparteneva loro, ma il rifiuto del re fece perde a Dio la stima per lui e mandò quindi il profeta Samuele a Betlemme a cercare un nuovo re di Israele tra i figli di Iesse. Quest’ultimo fece passare sette dei suoi figli davanti a Samuele ma nessuno di loro era il prescelto. Allora Samuele gli chiese se ne avesse altri e Iesse rispose che il più giovane, Davide, fulvo di capelli e di bell’aspetto, era al pascolo con le pecore.

Quando gli fu portato davanti, Dio disse a Samuele: «Alzati, ungilo, perché è lui»

Egli è un giovane pastore, quando viene recato presso il Re Saul, perché col suo canto lenisca la tetraggine del sovrano sospettoso e fughi i fantasmi della sua pazzia, derivata dallo smodato abuso del potere regale.



Sul campo di battaglia, dinanzi ai tracotanti Filistei, egli affronta il gigante Golia, armato di sola fionda. Golia ride di lui. Ma il giovane pastore e cantore, sicuro di sé, rivolge all’avversario le parole che non declinano: «Tu vieni a me con la spada, la lancia, lo scudo. Io invece vengo nel nome del Signore». E nel nome dà Signore, scaglia il sasso che abbatte Golia, simbolo della potenza terrena, sempre vinta da chi agisce ed opera nel nome del Signore.

Il successo del giovane eroe rende Saul ingiusto verso di lui. David è costretto a fuggire e a nascondersi, perseguitato, ma generoso e pietoso verso il suo folle persecutore. Non confida che nel Signore: «In te spero, o Signore. Ch’io non sia confuso in eterno». «Nelle tue mani raccomando il mio spirito. Salvami, Signore, Dio di verità ».

Infine, vittorioso e proclamato Re, danza e canta dinanzi all’Arca Sacra, contenente le Tavole della Legge. E suscita il disprezzo di Micol, figlia di Saul, ch’egli ha sposato, ma che non capisce la grandezza spirituale del marito.

Dalla sua anima s’alzano allora gl’inni della riconoscenza e dell’ammirazione: «I cieli narrano la gloria di Dio E le opere sue annunziano il firmamento. Un giorno getta all’altro la parola E la notte alla notte la racconta». Così egli è degno di fondare la città alta sul monte: Gerusalemme, simbolo e figura della città celeste.

Eppure questo eroe, questo grande Pracconta»to altissimo Poeta, questo glorioso Re, pecca. Egli è un uomo: il suo corpo è impastato di fango; dal suo grasso fermentano le iniquità; il suo cuore è un grumo di passioni: «Ecco, nell’iniquità sono stato generato e nei peccati mi generò mia madre ».

Il suo peccato ha un nome di donna: Bersabea. La sua iniquità ha il nome del marito di lei, mandato da lui a morte sicura: l’eroico Uria. Eppure David sente d’avere peccato, non contro Uria né con Bersabea, ma contro il suo Signore: «Contro di te solo ho peccato e ho fatto ciò che è male ai tuoi occhi».

Piange amaramente, riconosce la sua miseria, invoca il perdono: «Abbi pietà di me, Signore secondo la tua misericordia. Con la tua grande clemenza togli i peccati miei lava le mie iniquità. Dal mio peccato mondami, riconosco il mio delitto. Il mio peccato è dinanzi a me».

E intanto son le lacrime che lo bagnano. È la cenere del pentimento che lo vela. Il frutto del peccato, il figlio illegittimo, muore. E il padre, dopo aver implorato, scongiurato, digiunato, accetta la punizione. «Tu sei giustificato nella tua clemenza E inattaccabile è il tuo giudizio».

Ma di qui innanzi, la vita del Re profeta e poeta non sarà che un seguito di sciagure. I suoi figli gli si ribelleranno. I suoi sudditi lo tradiranno. Egli è ormai la figura stessa del dolore: «Inaridito come un coccio è il mio vigore e la mia lingua mi s’è attaccata alle fauci. Alla polvere della morte m’hai ridotto.”

Santificato dal dolore, David diventa la figura della vittima, e i canti della sua sofferenza si mutano in profezie sulla passione di Cristo: «Una turba di malfattori mi ha assediato han trafitto le mie mani e i miei piedi». «Fiele mi han dato per cibo e nella mia sete mi hanno abbeverato d’aceto». «Si sono divisi i miei panni e sulla mia veste han gettato i dadi».

E grida, come griderà Gesù sulla Croce: «Dio, Dio mio, guarda a me. Perché mi hai abbandonato?». Ma regnò ancora, nonostante pericoli e affanni. Resse lo scettro d’Israele per una quarantina d’anni, fino alla morte, sui settanta, grande nella gloria, ma ancor più nell’umiliazione e nel pentimento.



Re, poeta, profeta. E Santo, secondo la Chiesa, per il dolore accettato e quasi invocato, come fuoco divoratore sulla sua odiata iniquità, sul suo peccato confessato e maledetto.

MARTIROLOGIO ROMANO. Commemorazione di san Davide, re e profeta, che, figlio di Iesse il Betlemita, trovò grazia presso Dio e fu unto con olio santo dal profeta Samuele, perché regnasse sul popolo d’Israele; trasportò nella città di Gerusalemme l’Arca dell’Alleanza del Signore e il Signore stesso gli giurò che la sua discendenza sarebbe rimasta in eterno, perché da essa sarebbe nato Gesù Cristo secondo la carne.

Papa Leone XIV: “La Famiglia, nido e culla dell’unica possibile risposta di salvezza: quella di Dio”

“Nella luce del Natale del Signore continuiamo a pregare per la pace, per le famiglie che soffrono a causa della guerra”

Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano , domenica, 28. dicembre, 2025 12:15 (ACI Stampa).

Domenica fra l’ottava di Natale, festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, Papa Leone XIV si affaccia alla finestra dello studio, nel Palazzo Apostolico Vaticano, per recitare l’Angelus con i fedeli in una Piazza San Pietro “illuminata” dall’albero di Natale e dal presepe. Il sole riscalda i tanti romani e i pellegrini che sono venuti a salutare il Papa.

“Oggi celebriamo la Festa della Santa Famiglia e la Liturgia ci propone il racconto della “fuga in Egitto – ricorda subito il Pontefice – È un momento di prova per Gesù, Maria e Giuseppe. Sul quadro luminoso del Natale si proietta infatti, quasi improvvisamente, l’ombra inquietante di una minaccia mortale, che ha la sua origine nella vita tormentata di Erode, un uomo crudele e sanguinario, temuto per la sua efferatezza, ma proprio per questo profondamente solo e ossessionato dalla paura di essere spodestato”.

“Nel suo regno Dio sta realizzando il miracolo più grande della storia, in cui trovano compimento tutte le antiche promesse di salvezza, ma questo lui non riesce a vederlo, accecato dal timore di perdere il trono, le sue ricchezze, i suoi privilegi”, spiega ancora Papa Leone XIV.

“A Betlemme c’è luce, c’è gioia. Ma di tutto ciò niente riesce a penetrare oltre le difese corazzate del palazzo reale, se non come eco distorta di una minaccia, da soffocare nella violenza cieca. Proprio questa durezza di cuore, però, evidenzia ancora di più il valore della presenza e della missione della Santa Famiglia che, nel mondo dispotico e ingordo che il tiranno rappresenta, è nido e culla dell’unica possibile risposta di salvezza: quella di Dio che, in totale gratuità, si dona agli uomini senza riserve e senza pretese”, commenta il Pontefice prima della preghiera mariana.

“In Egitto, infatti, la fiamma d’amore domestico a cui il Signore ha affidato la sua presenza nel mondo cresce e prende vigore per portare luce al mondo intero. Mentre guardiamo con stupore e gratitudine a questo mistero, pensiamo alle nostre famiglie, e alla luce che pure da esse può venire alla società in cui viviamo. Il mondo, purtroppo, ha sempre i suoi “Erode”, i suoi miti di successo ad ogni costo, di potere senza scrupoli, di benessere vuoto e superficiale, e spesso ne paga le conseguenze in solitudine, disperazione, divisioni e conflitti. Non lasciamo che questi miraggi soffochino la fiamma dell’amore nelle famiglie cristiane. Al contrario, custodiamo in esse i valori del Vangelo: la preghiera, la frequenza ai sacramenti – specialmente la Confessione e la Comunione – gli affetti sani, il dialogo sincero, la fedeltà, la concretezza semplice e bella delle parole e dei gesti buoni di ogni giorno”, è questo l’invito di Papa Leone nella Festa dedicata alla famiglia.

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Subito dopo la recita dell’Angelus, il Papa passa ai consueti saluti. Saluti i gruppi presenti, come gli scout di Treviso e tanti altri. “Nella luce del Natale del Signore continuiamo a pregare per la pace, per le famiglie che soffrono a causa della guerra, per i bambini, gli anziani e le persone fragili. Affidiamoci alla Santa Famiglia di Nazareth”, conclude infine il Pontefice.

La Chiesa ortodossa russa contro Babbo Natale

di Stefano Caprio – Asia News – 27 Dicembre 2025

Nonostante la differenza dei calendari che li porta a celebrare il Natale il 7 gennaio, i russi a Capodanno fin dai tempi sovietici celebrano l’arrivo del Ded Moroz, il “Nonno Gelo” che scende dalle sponde ghiacciate per rallegrare con i doni i bambini. Questa narrazione – dalle radici antiche nella cultura locale, ma troppo simile a quanto accade in Occidente – oggi è sempre più criticata dai predicatori ortodossi che invitano a “non confondere” i più piccoli.

Il Natale di Cristo viene festeggiato dalla Chiesa ortodossa russa il 7 gennaio, che corrisponde al 25 dicembre secondo il vecchio calendario “giuliano” introdotto nel 46 a.C. dall’imperatore Giulio Cesare. Esso venne corretto dal papa Gregorio XIII nel 1582, e il suo rifiuto da parte dei russi si lega all’istituzione del patriarcato di Mosca nel 1589, intendendo mostrare la propria fedeltà alle tradizioni rispetto alle “innovazioni” dei latini e diventando uno degli elementi più simbolici della contrapposizione tra Oriente e Occidente nelle pratiche religiose.

Molte Chiese ortodosse hanno poi accettato il calendario “papale”, e dall’anno scorso anche l’Ucraina ha proclamato ufficialmente la data gregoriana come la festa natalizia di tutto il Paese, irritando ulteriormente i russi che lamentano la “persecuzione dei propri fedeli” da parte dell’odiato nemico che si è venduto agli occidentali.

Una conseguenza del Natale in gennaio per la Russia è stata l’esaltazione popolare del Capodanno, vissuto con tutta la tipica euforia del Natale occidentale, che i russi chiamano con disprezzo il Krizmas (Christmas), il trionfo del consumismo e del rilassamento dei consumi. Dall’evocazione dei riti pagani anche in Russia si festeggia però il 31 dicembre l’arrivo di Babbo Natale, non quello rosso spumeggiante sulla slitta con le renne, ma il Ded Moroz, il “Nonno Gelo” gradito anche al regime sovietico, vestito con abiti consunti di colore verde scuro, che scende dalle sponde ghiacciate dell’Artico insieme alla Sneguročka (Biancaneve) per rallegrare con i doni i bambini sparsi per lo sterminato territorio eurasiatico. A lui corrisponde anche la Baba Yaga, la Befana russa che non viene relegata a una data specifica, ma dopo l’inizio dell’anno nuovo giunge per scatenare gli Svjatki, i “giorni santi” in cui s’indossano maschere per due settimane, il vero carnevale russo popolare.

Negli anni Novanta, ormai liberi dalle limitazioni dell’ateismo di Stato sovietico, la Russia ha riscoperto la religione e le antiche tradizioni, e allo stesso tempo è stata “invasa” dagli usi e costumi occidentali, compresi gli eccessi del Christmas e delle sue propagande pubblicitarie.

Con l’avvento del sovranismo putiniano, le feste natalizie “gregoriane” vengono sempre più vituperate, lasciando alle minoranze cattoliche e protestanti l’incombenza di celebrare in giorni feriali, quando il presidente, il governo e la Chiesa ortodossa organizzano ogni tipo di impegno che aiuti a dimenticare la sintonia con il resto del mondo. E da quest’anno sembra che anche il Ded Moroz russo susciti reazioni di repulsione, come nella condanna della “ondata di passioni di Capodanno” da parte di uno dei parroci più autorevoli di Mosca, il protoierej Feodor Borodin della chiesa dei santi Cosma e Damiano, una chiesa dove fino a poco tempo fa si radunavano i fedeli più ecumenici dell’ortodossia russa al centro della capitale, eredi del grande “padre spirituale del dissenso”, padre Aleksandr Men, ucciso in circostanze mai del tutto chiarite nel 1990.

Padre Feodor ha definito “inaccettabile per un cristiano” la credenza nell’arrivo di Babbo Natale, che risulta in realtà “un inganno incompatibile con la fede in Gesù Cristo”. Il suo intervento è stato subito appoggiato da molti alti esponenti del clero patriarcale, come il padre Vjačeslav Kljuev, presidente del Comitato panrusso dei genitori ortodossi, secondo cui “raccontare di Babbo Natale ai propri bambini è un peccato grave e un inganno deliberato”, perché in questo modo “il genitore crea un mondo immaginario, un mondo fantastico, che prima o poi verrà dissipato”.

 La storia di Ded Moroz è una “quasi-religione” che veniva apposta alimentata ai tempi sovietici dal sistema ateista, per cancellare ogni traccia del cristianesimo, istillando “la fede nell’inesistenza di Dio”. Un altro sacerdote dell’eparchia di Ivanovo nella Russia centrale, lo ieromonaco Makarij (Markiš), ha invitato a “distinguere chiaramente nella mente dei bambini questo nonno con la barba da San Nicola il Taumaturgo”, il patrono della Russia tanto amato e che ha dato origine alle leggende natalizie.

Queste dichiarazioni sono poi state confermate da un rappresentante ufficiale delle strutture patriarcali, il vice-presidente del dipartimento per le relazioni tra la Chiesa e la società Vakhtang Kipšidze, che ha proposto di “ricoverare in manicomio quelli che parlano con Babbo Natale”, impegnandosi a “disincantare” il mito dell’anno nuovo, asfaltando tutte le “metafore, le false immagini e i simboli inappropriati”. In questo modo si impone di razionalizzare la fede, e di “non ritornare alle condizioni dell’uomo primitivo”.

Tempo fa, l’allora vice-patriarca e metropolita Ilarion (Alfeev), ora in esilio nelle terme della Repubblica Ceca, aveva proposto di trovare delle modalità di compensazione per rendere “accettabile a livello ecclesiale” la figura di Babbo Natale, definendolo “una figura esaltata nel periodo sovietico come Ded Moroz, ma che discende dalla storia di san Nicola di Myra”. A inizio degli anni Duemila, il potente sindaco di Mosca Jurij Lužkov aveva identificato come luogo di residenza del Babbo Natale russo la cittadina estrema settentrionale di Velikij Ustjug, e l’arcivescovo ortodosso di Vologda Maksimilian (Lazarenko) aveva addirittura proposto di battezzare simbolicamente l’eroe delle favole invernali, ciò che gli fu impossibile da realizzare, a causa della sua pronta rimozione dalla cattedra episcopale in seguito alle sue dichiarazioni.

L’astio ortodosso nei confronti di Babbo Natale sta suscitando reazioni piuttosto confuse nel pubblico della Russia, dove si insiste ossessivamente sull’importanza dei “valori tradizionali”, escludendo da essi una figura tanto amata come il Ded Moroz e tutta la mitologia a lui collegata, che anche in Russia discende da narrazioni molto antiche. Come si chiede Aleksandr Soldatov, corrispondente di Novaja Gazeta, questo potrebbe portare a definire i “credenti in Babbo Natale” membri di una “organizzazione terroristica”, come già avvenuto per la setta dei satanisti.

Nelle cronache e nel folklore russo non vi è alcuna chiara indicazione di una connessione tra il ciclo di festività attorno al solstizio d’inverno con Nonno Gelo o Sneguročka. Riti di Capodanno simili a quelli odierni iniziarono ad affermarsi solo sotto Pietro il Grande, con lo spostamento del Capodanno al 1° gennaio del 1699, “seguendo l’esempio delle nazioni cristiane”. Un decreto reale prescriveva anche di decorare le case con rami di pino per Natale, ma questa usanza tardò ad affermarsi su larga scala. Fu solo a metà del XIX secolo che i simboli del Capodanno russo presero forma. Così, grazie agli sforzi del collezionista di fiabe russo Aleksandr Afanasev e del poeta Nikolaj Nekrasov, lo spirito malvagio Morozko fu trasformato nel buono Moroz. Gli studiosi del folklore moderno individuano parallelismi tra il Morozko slavo orientale (noto anche come Morok, Studenets o Zyuzya) e la divinità unna Yerlu, che discese sulla terra la notte di Capodanno. Morozko-Morok portò forti gelate che distrussero i raccolti invernali, quindi dovette essere placato con frittelle e focacce.

Un altro prototipo folcloristico del Ded Moroz è anch’esso un personaggio piuttosto cupo: il Ded è un antenato che torna a casa sotto forma di spirito o fantasma durante gli Svjatki. Anche questo Nonno aveva bisogno di cibo rituale e, se gli piaceva, proteggeva la casa; altrimenti, mandava disastri. Forse la prima interpretazione positiva di questa immagine fu offerta negli anni Quaranta dell’Ottocento dallo scrittore Vladimir Odoevskij, nella sua fiaba per bambini “Nonno Gelo”. I bambini si recavano nella sua capanna nella foresta per invocare l’arrivo della primavera. Nel periodo sovietico durante gli anni staliniani apparve quindi un tentativo di appropriazione di queste favole, in seguito a un articolo del 1935 di Pavel Postyšev, allora vice-segretario del Comitato Centrale del Pcus, in cui si invitava a “organizzare per l’anno nuovo una bella festa per i nostri bambini”. Sugli alberi di Natale cominciò ad apparire l’immagine di “Nonno Lenin”, e il culto della personalità di Stalin venne accostata anche al buon Ded che porta i regali, in un rituale sovietico celebrato perfino alla Casa dei Soviet nel Cremlino, mettendo al centro una solenne figura di Babbo Natale molto simile al dittatore georgiano.

Ora il Ded Moroz tanto deprecato dagli ortodossi non ha più nulla a che fare con le celebrazioni presidenziali putiniane, che non ha voluto riprendere le simbologie folcloristiche per evitare eccessive confusioni. Il Babbo è tornato nelle terre del grande nord, assumendo dimensioni trascendentali che fanno infuriare il patriarca Kirill e i suoi collaboratori, che quando arriva il vero Natale ortodosso si sentono messi sempre più in secondo piano, per colpa di quel maledetto calendario dell’imperatore romano.

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