La Russia attacca sempre più forte il territorio ucraino. I numeri dell’impunità
Nella notte tra il 18 e il 19 novembre, la Russia ha lanciato 476 droni e 48 missili (47 da crociera, uno balistico) contro l’Ucraina. La difesa aerea ucraina ha intercettato 442 droni, 34 missili da crociera Kh-101 e sette missili da crociera Kalibr. Ma gli altri sette missili e gli altri 34 droni che non sono stati fermati da una contraerea in sofferenza – a causa principalmente dei tentennamenti e dei ritardi degli alleati dell’Ucraina, cioè noi – hanno colpito 14 località, e i detriti dei velivoli abbattuti sono caduti su altre sei, uccidendo 25 civili e ferendone almeno 115.
Le vittime accertate sono per lo più a Ternopil, una città che sta a centinaia di chilometri dal fronte ed è più vicina al confine con la Polonia che a Kyiv (infatti i caccia polacchi si sono alzati in volo nella notte per via dell’attacco russo alle regioni più occidentali dell’Ucraina): sono stati colpiti i palazzi, in particolare uno, distrutto nella parte alta, come tanti altri edifici ucraini, che restano lì, come moncherini, con le macerie dei tinelli, delle cucine, delle camere da letto in bella vista, a mostrare la quotidianità sventrata degli ucraini.
A Leopoli è stato colpito l’ufficio delle poste appena aperto, non ci sono state vittime, ma sono andati distrutti i circa 900 pacchi e lettere che dovevano essere spediti, altri pezzi di vita distrutti e non più recuperabili. I droni e i missili russi hanno colpito anche la martoriata Kharkiv e una centrale elettrica della Dtek, la principale compagnia elettrica privata del paese: la società non ha specificato in che regione è stata danneggiata la centrale, ma da ottobre le sue infrastrutture sono state colpite già cinque volte. La temperatura media in Ucraina la notte scorsa era di meno tre gradi.
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha ripetuto di aver bisogno di armi per la difesa aerea, gli attacchi russi si sono intensificati e, secondo i dati delle Nazioni Unite, il numero dei morti tra i civili ucraini è aumentato del 27 per cento nell’ultimo anno – l’anno in cui è arrivato alla Casa Bianca Donald Trump, che ha aperto negoziati diretti (e inutili) con il presidente russo Vladimir Putin. L’analisi dei numeri fornisce elementi chiari, che smentiscono tutte le chiacchiere che si fanno sul negoziato, sulla fine della guerra, finanche sulla pace: la Russia attacca più di prima, l’Ucraina riesce a difendersi meno di prima.
Che è come dire: Putin resta impunito, gli ucraini hanno meno armi per contrastare la furia russa. Nel frattempo gli europei, ai quali Trump ha delegato la gestione di una guerra che non considera sua (dice sempre che se fosse stato lui presidente, la guerra non sarebbe scoppiata; ma aveva anche detto che con lui la guerra si sarebbe risolta in due giorni), non riescono a mettersi d’accordo né sulle armi da spedire a Kyiv (la mobilitazione è lenta, gli acquisti dall’America anche) né sui soldi necessari a evitare il default dello stato ucraino, che resterà senza fondi a febbraio, quando inizierà il quinto anno della guerra unprovoked scatenata dai russi.
Fin dal primo dei quasi milletrecentosettanta giorni di aggressione russa, gli ucraini misurano la lentezza e l’indecisione degli alleati in vite perse, e per quanto si siano inventati un modo tutto nuovo – e più autonomo e indipendente – di difendersi dalla Russia e di colpire gli arsenali e le raffinerie russi, hanno bisogno della solidarietà occidentale per continuare a mantenere la propria indipendenza.
Ma gli europei sembrano più sensibili agli scandali di corruzione in Ucraina, alle elucubrazioni sulla tenuta della leadership di Zelensky e dei suoi consiglieri, ai chilometri di terreno persi dagli ucraini (che sono molto pochi se si considera che, come ha detto il ministero della Difesa britannica, i russi hanno perso un milione di uomini dal dicembre del 2022 a oggi a fronte dell’1,1 per cento di territorio ucraino conquistato) che alla propria inefficacia, per non parlare del fatto che, mentre noi centelliniamo armi e soldi, la catena di approvvigionamento iraniana, cinese e nordcoreana per la macchina bellica russa si rafforza sempre di più.
Gli ostaggi israeliani hanno tenuta viva la memoria che nessuna catena può piegare. Anche quando la violenza lacerava il corpo e la fame scavava le ossa e la volontà, loro pregavano. In silenzio. In segreto. Custodivano la loro identità ebraica
Ogni giorno, nei tunnel di Gaza a quaranta metri nel sottosuolo, dove la luce è un ricordo e che per due anni hanno avvolto il passo degli uomini e delle donne israeliani ridotti a ostaggi da Hamas, Omer Shem Tov recitava i versetti del Salmo venti: “Il Signore ti risponda nel giorno dell’angoscia”. Shem Tov aveva vent’anni quando i terroristi palestinesi lo hanno preso durante l’attacco del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele. Era cresciuto in una famiglia laica. Dopo pochi giorni di prigionia, Shem Tov ha iniziato a benedire qualsiasi cibo gli venisse dato dai terroristi e in quel momento il tunnel diventò un tempio. “La fede mi ha spinto ad andare avanti”, ha raccontato al New York Times. E’ stato rilasciato a fine febbraio nell’ambito di un accordo di cessate il fuoco temporaneo dopo 505 giorni a Gaza.
Dentro i tunnel di Gaza, dove il respiro stesso poteva tradire, tra pareti umide di prigionie senza tempo, si è consumata una battaglia spirituale fra i terroristi di Hamas e gli ostaggi, uomini e donne diventati custodi di qualcosa che nessuna catena poteva piegare. Li hanno portati via con la forza, li hanno relegati in ambienti senza orizzonte, domati con la violenza, la tortura e la fame. Ma anche quando la violenza lacerava il corpo e la fame scavava le ossa e la volontà, loro pregavano. In silenzio. In segreto. Custodivano l’identità ebraica che Hamas vuole distruggere in una profondità che pareva isolare il corpo dal mondo. Uno di loro recitava lo Shemà Yisrael, la dichiarazione dell’unico Dio: “Ascolta, Israele: il Signore è nostro Dio, il Signore è Uno”. Quel suono diventava un’eco nei muri del tunnel. Ogni festa che la tradizione ebraica stabiliva – Pesach, Shavuot, Kippur – diventava una sfida all’oblio del terrorismo. E nei tunnel montavano altari d’ombra.
Una stanza angusta diventa Bet HaKnesset, un fazzoletto su una cassa diventa un talith. Con briciole di pane, raccolte nella fame condivisa, ricordavano l’uscita dall’Egitto. E per Kippur, il digiuno non era una scelta ma una condizione, eppure lo abbracciavano. E così, mentre l’occidente scivola nella secolarizzazione fluida, dove la fede è abito da festa, loro resistevano. In un appartamento fatiscente nel cuore di Gaza, un giovane ebreo è seduto sul pavimento polveroso. Si mette un pezzo di carta igienica sulla testa come una kippah improvvisata e sussurra la benedizione che recita al tavolo dello Shabbat in famiglia fin dall’infanzia. Molti ostaggi rilasciati hanno raccontato esperienze simili a quella di Shem Tov, trovando conforto e la forza di sopravvivere nel contatto o nel riconnettersi con rituali ebraici spesso dimenticati. Tra questi ostaggi c’è Eli Sharabi, che è emerso emaciato dopo 491 giorni di prigionia per scoprire che sua moglie e le sue due figlie adolescenti erano state uccise nell’attacco del 7 ottobre 2023. Racconta di aver recitato lo Shemà, la preghiera ebraica più importante, ogni giorno nel buio del tunnel che condivideva con altri ostaggi e di aver provato ogni vigilia di Shabbat a recitare il Kiddush, la benedizione sul vino, sebbene avessero solo acqua.
La Santa Messa in occasione del Giubileo dei Poveri
Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano, domenica, 16 novembre, (ACI Stampa).
In occasione del Giubileo dei Poveri, Papa Leone XIV presiede la Santa Messa nella Basilica Vaticana. Il Giubileo dedicato ai poveri si è unito alla IX Giornata Mondiale dei Poveri, istituita da Papa Francesco nel 2017 al termine del Giubileo della Misericordia. “Nelle persecuzioni, nelle sofferenze, nelle fatiche e nelle oppressioni della vita e della società, Dio non ci lascia soli. Egli si manifesta come Colui che prende posizione per noi”, dice il Pontefice nell’omelia.
Questa mattina Papa Leone è andato in Piazza San Pietro a salutare la folla già radunata all’esterno per seguire la celebrazione (circa 12.000 fedeli), fa sapere un telegram della Sala Stampa della Santa Sede.
“Quando leggiamo il Vangelo, una delle frasi che tutti conosciamo è «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). Noi tutti vogliamo essere fra i poveri del Signore, perché la nostra vita è un dono di Dio e lo riceviamo con tanta gratitudine. Io vi ringrazio per la vostra presenza. La Basilica diventa un po’ piccola… Voi fate parte della Chiesa e potete seguire la Santa Messa anche dagli schermi. Partecipate con molto amore, con molta fede e sappiate che siamo tutti uniti in Cristo. Allora, celebriamo l’Eucaristia e dopo ci vediamo per l’Angelus, qui in Piazza”, ha detto questa mattina il Papa in piazza.
“Tutta la Scrittura è attraversata da questo filo rosso che narra un Dio che è sempre dalla parte del più piccolo, dalla parte dell’orfano, dello straniero e della vedova. E in Gesù, suo Figlio, la vicinanza di Dio raggiunge il vertice dell’amore: per questo la presenza e la parola di Cristo diventa giubilo e giubileo per i più poveri, essendo Egli venuto per annunciare ai poveri il lieto annuncio e predicare l’anno di grazia del Signore. Di tale anno di grazia partecipiamo in modo speciale ancora noi, proprio oggi, mentre celebriamo, con questa Giornata mondiale, il Giubileo dei poveri.”, continua il Papa.
Al Giubileo dei poveri, secondo il Dicastero per l’Evangelizzazione, stanno partecipando 10 mila pellegrini da tutto il mondo da venerdì 14 novembre, soprattutto persone in condizioni di fragilità e povertà, assistiti dalle associazioni caritative delle diocesi, volontari e operatori.
“Quante povertà opprimono il nostro mondo! Sono anzitutto povertà materiali, ma vi sono anche tante situazioni morali e spirituali, che spesso riguardano soprattutto i più giovani. E il dramma che in modo trasversale le attraversa tutte è la solitudine. Essa ci sfida a guardare alla povertà in modo integrale, perché certamente occorre a volte rispondere ai bisogni urgenti, ma più in generale è una cultura dell’attenzione quella che dobbiamo sviluppare, proprio per rompere il muro della solitudine. Perciò vogliamo essere attenti all’altro, a ciascuno, lì dove siamo, lì dove viviamo, trasmettendo questo atteggiamento già in famiglia, per viverlo concretamente nei luoghi di lavoro e di studio, nelle diverse comunità, nel mondo digitale, dovunque, spingendoci fino ai margini e diventando testimoni della tenerezza di Dio”, sottolinea Papa Leone XIV.
“Oggi, soprattutto gli scenari di guerra, presenti purtroppo in diverse regioni nel mondo, sembrano confermarci in uno stato di impotenza. Ma la globalizzazione dell’impotenza nasce da una menzogna, dal credere che questa storia è sempre andata così e non potrà cambiare. Il Vangelo, invece, ci dice che proprio negli sconvolgimenti della storia il Signore viene a salvarci. E noi, comunità cristiana, dobbiamo essere oggi, in mezzo ai poveri, segno vivo di questa salvezza”, continua il Pontefice.
“La povertà interpella i cristiani, ma interpella anche tutti coloro che nella società hanno ruoli di responsabilità. Esorto perciò i Capi degli Stati e i Responsabili delle Nazioni ad ascoltare il grido dei più poveri. Non ci potrà essere pace senza giustizia e i poveri ce lo ricordano in tanti modi, con il loro migrare come pure con il loro grido tante volte soffocato dal mito del benessere e del progresso che non tiene conto di tutti, e anzi dimentica molte creature lasciandole al loro destino”, commenta Papa Leone XIV.
Poi un pensiero “agli operatori della carità, ai tanti volontari, a quanti si occupano di alleviare le condizioni dei più poveri esprimo la mia gratitudine, e nel contempo il mio incoraggiamento ad essere sempre più coscienza critica nella società”, dice il Papa.
“Cercare il Regno Dio implica il desiderio di trasformare la convivenza umana in uno spazio di fraternità e di dignità per tutti, nessuno escluso. È sempre dietro l’angolo il pericolo di vivere come dei viaggiatori distratti, noncuranti della meta finale e disinteressati verso quanti condividono con noi il cammino. In questo Giubileo dei poveri lasciamoci ispirare dalla testimonianza dei Santi e delle Sante che hanno servito Cristo nei più bisognosi e lo hanno seguito nella via della piccolezza e della spogliazione. In particolare, vorrei riproporre la figura di San Benedetto Giuseppe Labre, che con la sua vita di “vagabondo di Dio” ha le caratteristiche per essere patrono di tutti i poveri senzatetto”, conclude infine Papa Leone XIV.
Credere nella Russia non significa automaticamente credere in Dio e nei dogmi religiosi, appartenere alla Chiesa ortodossa non comporta necessariamente frequentare le celebrazioni liturgiche, sostenere i “valori tradizionali” non si traduce automaticamente nell’assunzione dei dettami del catechismo.
In occasione del Giorno dell’unità popolare della scorsa settimana, il centro sociologico del Cremlino Vitsom ha svolto un’indagine sul tema delle priorità per l’affermazione dell’identità dei cittadini russi, domandando a quale gruppo sociale o comunitario essi si riferiscono principalmente, in pratica “Chi siete voi?”. I risultati hanno dato a stragrande maggioranza la risposta patriottica “un cittadino della Russia”, mentre in modo sorprendente agli ultimi posti si è rilevato il riconoscimento di “un fedele della mia religione”, che ha raccolto solo il 2% delle risposte (di fatto la percentuale di russi che frequentano le celebrazioni religiose), ancora meno della risposta “un cittadino del mondo”, che ha ottenuto il 3%.
Una delle affermazioni più comuni, al 60%, riguarda “la Russia come Paese multietnico”, che rende il Paese “molto più forte”, anche se lo scorso anno i sostenitori della “multinazionalità” erano il 5% in più. Gli esperti del Vitsom spiegano che “quando si parla della propria identità personale, la cittadinanza appare sempre al primo posto, superando di molto le altre fondamenta identitarie come il gender, la propria generazione, la professione, l’appartenenza etnica e altro”. Il riconoscimento patriottico è il fattore comune che unisce le persone indipendentemente dal sesso, dall’età, dalla condizione sociale e dalla regione di residenza o di origine.
La contraddizione più evidente riguarda in effetti il rapporto con la religione, in particolare con il cristianesimo ortodosso. Un sondaggio del Vitsom nel 2019 riportava un 63% di intervistati che si dichiarava convintamente ortodosso, e non è facile spiegare la grande distanza tra identità e appartenenza religiosa dei russi. Molto dipende da come sono formulate le domande, da cui risulta che la confessione religiosa è una componente secondaria dell’identità patriottica, anche per le altre religioni “tradizionali” della Russia come l’islam, il buddismo e l’ebraismo, e i “valori tradizionali” non a caso vengono sempre definiti “morali e spirituali”, inserendo i secondi in dipendenza dei primi, definiti dalle autorità civili e quindi confermati dalla benedizione del pope, del rabbino, del lama o del mullah.
L’appartenenza religiosa dei russi è molto formale, come conferma la scarsa frequenza alle liturgie, spesso vissute più come azione folcloristica in occasione della Pasqua e delle grandi feste, quando ci si reca in chiesa per benedire i dolcetti e i regali da distribuire ai parenti. Perfino la partecipazione alle celebrazioni rispecchia una modalità quasi soltanto esteriore: dei pochi che si recano alla Divina Liturgia, la Messa ortodossa, non più del 10% si accosta ai sacramenti della confessione e della comunione, mentre il resto dei fedeli si limita ad accendere una candela davanti all’icona del santo preferito.
La rinascita religiosa degli anni Novanta, dopo la fine dell’ateismo comunista, ha visto una spettacolare trasformazione di cento milioni di “non credenti” in “devoti ortodossi”, con un’iniziale ricerca sincera di riscoperta dei valori religiosi che ben presto è diventata un processo di votserkovlenie, il termine russo che indica la “chiesificazione”. Il battesimo e il matrimonio religioso sono la massima espressione di questo reinserimento nella vita ecclesiale, che assume poi contenuti particolarmente intensi soltanto accostandosi all’esperienza monastica, vissuta in Russia come una forma radicale di identità con la “Patria terrestre e celeste” nello spirito della “fuga dal mondo” vissuta come “fine del mondo”, non credendo veramente che la vita su questa terra possa essere conforme ai principi eterni della religione.
Per la grande massa dei “credenti ortodossi” russi non contano molto le questioni della salvezza individuale, della vita secondo gli ideali spirituali, degli imperativi morali, tanto meno delle problematiche teologiche. L’Ortodossia è la confessione storica della Russia, e di essa bisogna andare fieri come parte solenne della propria cittadinanza, e questo riguarda anche le altre confessioni, ottenendo un “islam moderato” non per interpretazioni coraniche approfondite, ma per la coscienza di un “islam russo” che non deve essere contaminato da quello radicale proveniente dal Medio Oriente o da altre zone musulmane “non patriottiche”. E questo vale anche per i Paesi dell’Asia centrale a maggioranza islamica, che mantengono un’autocoscienza molto affine a quella dei vecchi padroni imperiali.
Del resto, si calcola dai sondaggi anche una percentuale molto alta di cittadini russi che non indicano alcun riferimento a confessioni religiose, tra il 30 e il 40% almeno dalle statistiche ufficiali, e forse anche di più nella realtà. L’indifferenza religiosa è comune a tante altre popolazioni dei Paesi di tradizione cristiana, in Europa e nel resto del mondo, e per la Russia è un fattore analogo alla modalità di adesione all’ideologia sovietica dello scorso secolo. I funzionari di partito e delle varie istituzioni pubbliche si mostravano devoti ai principi del comunismo per convenienza della scala sociale e delle prospettive di carriera, ma la gran massa della popolazione si conformava ai principi ideologici soltanto per evitare complicazioni, nonostante la martellante propaganda delle lezioni di DiaMat, il marxismo-leninismo dialettico, insieme a quelle anti-religiose di “ateismo scientifico”.
Proprio gli specialisti dell’ateismo sono poi diventati, subito dopo la fine del comunismo, i principali maestri della religione, che affermavano di studiare solo apparentemente per contrastarla, in realtà perché erano i primi ad interessarsene. Questo potrebbe far pensare a un “effetto inverso” anche dell’attuale propaganda patriottica ossessiva, dagli asili alle università e in ogni ambito sociale, che potrebbe rivoltarsi in breve tempo con il mutare degli eventi. Molti sociologi in effetti avvertono che l’attuale conformismo ideologico sia sostenuto fondamentalmente dall’operazione militare in Ucraina, che obbliga alla “mobilitazione delle coscienze” prima ancora che della disponibilità al combattimento, spesso lasciato alle popolazioni minori del Caucaso e della Siberia. Non a caso anche ai tempi sovietici il sostegno più entusiasta alle politiche statali veniva dal mondo dei militari, anch’essi trasformatisi velocemente in servitori del culto, per la facile sintonia tra la guerra e la fede “patriottica”.
Credere nella Russia non significa automaticamente credere in Dio e nei dogmi religiosi, appartenere alla Chiesa ortodossa non comporta necessariamente frequentare le celebrazioni liturgiche, sostenere i “valori tradizionali” non si traduce automaticamente nell’assunzione dei dettami del catechismo. Dipende dalle circostanze e dall’orientamento dei leader politici, sostenuti dai gerarchi religiosi. Si può credere alla “missione divina” della Russia senza avere un’idea precisa della missione evangelica di Cristo e degli apostoli, e questo rende il ritorno della Russia alla religione anche più dannoso della professione dell’ateismo militante. Non a caso gli atei espliciti sono oggi sottoposti in Russia a persecuzioni simili a quelle dei credenti nei tempi sovietici, rendendoli una categoria particolarmente significativa per la difesa della libertà di pensiero e di professione religiosa “al contrario”.
Secondo varie definizioni, che spesso vengono trasformate in capi d’accusa, gli atei sono “amorali” e “indegni della cittadinanza”, si assegna loro una “disfunzione mentale” e la “scarsa capacità di comprensione”, vengono accusati di “vandalismo etico” e di “mancato rispetto alla patria”, “immaginazione febbrile”, “licenziosità morale”, “adesione al principio di permissività” e altri epiteti simili. Chi si dichiara ateo non è ammesso all’identità russa, perché trasmette “valori non russi ed estranei”, come frutto di propaganda e di predicazione inversa proveniente dai Paesi stranieri, e questo proprio nel Paese che ha realizzato la più grande professione di ateismo in tutta la storia dell’umanità. Perfino nei Paesi islamici più radicali, nel Medio Oriente e in varie parti del mondo, si lascia maggiore spazio alla libertà di pensiero, pur nella costrizione al rispetto della sharia musulmana, che si limita a mettere in secondo piano i cittadini che non professano la fede musulmana, senza espellerli dalla comunità nazionale, mentre la Russia sembra tornare sempre più verso i tempi bui dell’intolleranza. La religione era per Josif Volokolamskij, il massimo teologo del Quattrocento, la dimensione “istitutrice dello Stato”, espressione molto ripresa oggi da Putin e da Kirill, ma non necessariamente l’istituzione della coscienza e della propria samobytnost, l’identità o “auto-essenza” che si dissolve facilmente nei vortici della storia.
Il Papa ha incontrato i partecipanti al convegno sulla mistica del Dicastero delle Cause dei Santi
Di Marco Mancini
Città del Vaticano, giovedì, 13. novembre, 2025 16:00 (ACI Stampa).
“La mistica si caratterizza come un’esperienza che supera la mera conoscenza razionale non per merito di chi la vive, bensì per un dono spirituale, che può manifestarsi in diversi modi, anche con fenomeni addirittura opposti, come visioni luminose o fitte oscurità, afflizioni o estasi. Per sé, tuttavia, questi eventi eccezionali restano secondari e non essenziali rispetto alla mistica e alla santità stessa: possono esserne segni, in quanto carismi singolari, ma la vera meta è e resta sempre la comunione con Dio”. Lo ha spiegato stamane Leone XIV nel corso dell’udienza al convegno sulla mistica del Dicastero delle Cause dei Santi.
“I fenomeni straordinari che possono connotare l’esperienza mistica – ha aggiunto Papa Leone – non sono condizioni indispensabili per riconoscere la santità di un fedele: se presenti, essi ne fortificano le virtù non come privilegi individuali, ma in quanto ordinati all’edificazione di tutta la Chiesa, corpo mistico di Cristo. Ciò che più conta e che maggiormente si deve sottolineare nell’esame dei candidati alla santità è la loro piena e costante conformità alla volontà di Dio, rivelata nelle Scritture e nella vivente Tradizione apostolica.
È importante perciò avere equilibrio: come non bisogna promuovere le Cause di Canonizzazione solo in presenza di fenomeni eccezionali, così va posta attenzione a non penalizzarle se gli stessi fenomeni connotano la vita dei Servi di Dio”.
“Con impegno costante – ha ancora sottolineato il Papa – il Magistero, la teologia e gli autori spirituali hanno inoltre fornito criteri per distinguere fenomeni spirituali autentici, che possono accadere in un clima di orazione e sincera ricerca di Dio, da manifestazioni che possono essere ingannevoli. Per non cadere nell’illusione superstiziosa, occorre valutare con prudenza simili eventi, attraverso un discernimento umile e conforme all’insegnamento della Chiesa”.
“Al centro del discernimento circa un fedele – ha concluso il Pontefice – sta l’ascolto della sua fama di santità e l’esame circa la sua perfetta virtù, come espressioni di comunione ecclesiale e intima unione con Dio. Svolgendo questo prezioso servizio, specialmente quanti tra voi operano nell’ambito delle Cause di Canonizzazione sono chiamati a imitare i Santi e coltivare così la vocazione che tutti ci accomuna come battezzati, membra vive dell’unico popolo di Dio”.
La nuova collaborazione armata fra la Russia e la Repubblica islamica dell’Iran ci riguarda sempre di più
Dopo ogni bombardamento, in Ucraina, i sopravvissuti prendono spesso le misure per verificare se la distanza fra la loro salvezza e la loro morte è stata questione di pochi metri. Questo tipo di calcolo per gli ucraini è quotidiano, si piangono i vicini uccisi e si rimane increduli e grati per la propria salvezza, che è sempre una questione, appunto, di pochi metri.
Queste misurazioni, gli abitanti del distretto Desniansky di Kyiv le hanno fatte venerdì all’alba, dopo l’ultimo imperterrito attacco della Russia con quattrocentotrenta droni e diciotto missili, balistici e da crociera, lanciati contro tutto il territorio dell’Ucraina – oltre centoventi droni sono stati mandati contro la capitale.
Desniansky si trova nella parte settentrionale della capitale, è una zona residenziale ben collegata, vicina al centro, per questo la densità abitativa è più alta che in altre zone. Non ci sono obiettivi militari, né industrie importanti. Le vittime dell’attacco, sei morti e oltre trenta feriti, sono coloro che ieri mattina sono finiti nei metri della morte e non in quelli della salvezza.
Capire la guerra in Ucraina vuol dire anche conoscere i ragionamenti che gli abitanti di un quartiere residenziale sono costretti a fare. Sanno di non essere obiettivi militari, sanno che vicino alle loro case non ci sono caserme o depositi di armi, sanno che però potrebbero essere ugualmente colpiti, perché conoscono il metodo di Mosca: rosicchiare il fronte e tormentare le città lontane dalla linea dei combattimenti con attacchi sulle infrastrutture energetiche e appartamenti.
Mosca non ha fretta di chiudere la guerra, secondo le intelligence occidentali è anche pronta a espanderla fra qualche anno, ha le armi per farlo. L’espansione della guerra non è una questione che riguarda soltanto l’Ucraina, ma coinvolge tutta l’Europa e anche il medio oriente.
Secondo fonti consultate dal Foglio, la collaborazione fra la Repubblica islamica dell’Iran e la Russia sta riprendendo vigore dopo la Guerra dei dodici giorni per fermare l’arricchimento dell’uranio di Teheran e ridurre il rischio che il regime possa dotarsi di ordigni atomici.
Da quando la Russia ha attaccato l’Ucraina, Teheran ha dato un forte contributo, vendendo a Mosca i suoi droni Shahed e cedendo le competenze necessarie per fabbricarli, tanto che la Russia ha aperto una fabbrica ad Alabuga, nella repubblica del Tatarstan, in cui realizza la maggior parte dei droni. L’impianto è talmente grande e produttivo che Mosca cerca lavoratori stranieri e secondo l’intelligence di Kyiv accoglierà presto dodicimila operai nordcoreani.
In cambio, il regime di Teheran aveva sempre avuto molto meno, e quando la possibilità di un confronto diretto con Israele era nell’aria, Mosca aveva fatto ben poco per il suo fornitore di droni, rimasto senza difese agli attacchi dell’esercito israeliano. Ora il Cremlino sembra pronto a impegnarsi di più per non perdere l’alleato che nel frattempo sembra essersi rivolto molto di più a Pechino.
In ottobre, un gruppo hacker aveva pubblicato un documento della Rostec, il conglomerato russo di tutte le agenzie della Difesa, su una possibile vendita di quarantotto caccia Sukhoi-35, da consegnare fra il 2026 e il 2028 per un valore totale di sei miliardi di euro.
Teheran sta affrontando una grave crisi economica, la capitale non riesce più nemmeno a soddisfare il fabbisogno di acqua dei suoi cittadini e va verso il razionamento, ma dopo la Guerra dei dodici giorni il regime è determinato a eliminare lo smacco dell’attacco di Tsahal, spettacolare anche perché i cieli dell’Iran erano del tutto sgombri ai sorvoli dei caccia degli israeliani.
E’ rimasto deluso dalla mancanza di aiuto di Mosca e ha provato a rivolgersi alla Cina, dalla quale sarebbero arrivati missili in cambio di riserve di petrolio. Pechino ha smentito di aver aiutato il regime iraniano. L’alleanza con Teheran per Mosca si è rivelata molto comoda e senza spese, anche perché finora Israele, per non cercare scontri con il Cremlino, ha evitato di aiutare l’Ucraina quanto avrebbe potuto, soprattutto dopo il coinvolgimento dei droni iraniani usati da Mosca.
La qualità del rapporto fra la Russia e la Repubblica islamica però potrebbe diventare più profonda. Durante l’ultima visita a Mosca del Consigliere per la sicurezza nazionale di Teheran, Ali Larijani, non si sarebbe parlato soltanto di Sukhoi, ma della possibile implementazione delle armi iraniane attraverso dei motori che consentirebbero di ampliare la gittata.
La russa Rosoboronexport, l’agenzia statale responsabile dell’esportazione di armi e tecnologie militari, starebbe negoziando la vendita dei motori adatti a implementare le capacità dei missili iraniani che potrebbe andare ben oltre Israele, fino al territorio europeo. Il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, dopo la visita di Larijani, ha detto: “La Russia è assolutamente pronta ad ampliare i suoi legami con l’Iran in tutti i settori. L’Iran è un nostro partner… I paesi europei stanno esercitando troppe pressioni sull’Iran riguardo al suo programma nucleare”.
Per Putin perdere in Ucraina sarebbe un fiasco intollerabile: e mentre l’Occidente parla di «negoziati», sul campo i russi accelerano
Perché la situazione sul fronte ucraino è così drammatica? Dietro l’urgenza di Putin, giunto al quarto inverno di un’offensiva che doveva durare… quindici giorni, c’è un imperativo geopolitico: bloccare i preparativi per l’adesione di Kiev all’Unione europea.
Benché quell’adesione non sia comparabile ad un eventuale ingresso nella Nato (che non è in agenda), tuttavia per Putin rappresenterebbe una perdita incancellabile, un fiasco totale. Se riesce a fermare quel processo, l’autocrate russo ha poi in mente un piano in più fasi per soggiogare gradualmente Kiev, infine reintegrare l’Ucraina nella sfera d’influenza russa.
Nel frattempo deve convincere tutti – la popolazione ucraina, gli europei, in America sia Trump che il Congresso e il Pentagono, infine il suo stesso entourage moscovita – che il tempo è dalla sua parte. Cosa tutt’altro che certa.
Prendo questo scenario da un’acuta analisi di un esperto militare britannico, Jack Watling, ricercatore al Royal United Services Institute di Londra. L’ha pubblicata sulla rivista americana Foreign Affairs con il titolo “L’inverno più difficile per l’Ucraina”. Eccovi la mia sintesi.
Mentre la guerra in Ucraina entra nel suo quarto inverno, paradossalmente il tema dominante nelle capitali occidentali è il «dopo»: scenari di cessate il fuoco, piani di ricostruzione, garanzie di sicurezza, promesse di ingresso nell’Unione Europea e nella Nato. S
Sul campo, la realtà si muove in direzione opposta. La Russia non sta rallentando, sta accelerando. Mentre i governi discutono di negoziati, Putin cerca di imporre con le armi una soluzione che renda quei negoziati inutili: la ratifica di una sconfitta ucraina.
Per capire dove stiamo andando, vale la pena di partire da un luogo che quasi nessuno in Europa saprebbe collocare su una mappa: Pokrovsk, nodo logistico nel Donbass.
Mosca progettava di occuparla entro novembre 2024. È in ritardo di un anno, ma ora è sul punto di farcela. I russi avanzano tra edifici sventrati, macerie ghiacciate, palazzi vuoti che diventano postazioni di tiro. I droni di Mosca tagliano le vie di rifornimento, le truppe ucraine difendono casa per casa, avendo inflitto nei mesi scorsi perdite enormi: oltre 20 mila soldati russi uccisi al mese, secondo le stime più accreditate. Eppure la marea, lentamente, sale.
Pokrovsk non è un’eccezione, è un simbolo. A nord e a sud, le linee ucraine vengono «stirate», piegate, trasformate in sacche. I russi sono alle porte di Kostyantynivka. Usano droni guidati a filo e bombe plananti non solo contro obiettivi militari ma per spopolare i centri abitati man mano che entrano nel raggio d’azione: lo hanno fatto a Kherson, ora replicano la stessa strategia su Kramatorsk e possono minacciare il cuore industriale di Zaporizhzhia. Se il Donbass cade, il prossimo obiettivo logico è Kharkiv, la seconda città del Paese.
Mentre tutto questo accade, la conversazione globale si concentra sulla parola magica: «negoziato». È una parola rassicurante, che parla alla nostra stanchezza, alla nostra inquietudine di europei spettatori di una guerra lunga, costosa, incomprensibile per chi non conosce la storia di questa regione. Ma a Mosca la parola «negoziato» significa qualcos’altro: guadagnare tempo, cambiare i fatti sul terreno, logorare la resistenza ucraina, spaccare l’unità occidentale.
In questi mesi Kiev non ha chiuso la porta al dialogo. Al contrario, la leadership ucraina ha mandato più volte segnali di disponibilità. È Mosca che non si è mossa di un millimetro dalle sue pretese massimaliste. Nella versione russa, qualsiasi sospensione dei combattimenti dovrebbe avvenire a spese della sovranità ucraina, sancendo come irreversibile la perdita di territori e il diritto di Mosca di intervenire di nuovo. Finché l’aggressore è determinato a proseguire, il Paese aggredito non ha scelta: può soltanto continuare a combattere.
C’è poi un elemento che spesso in Occidente non vogliamo guardare in faccia: il comportamento della comunità internazionale, in particolare degli alleati, ha incoraggiato Putin a proseguire. Il calo dell’assistenza militare e tecnica statunitense – segnali di stanchezza del Congresso, polemiche sulla durata del sostegno – hanno alimentato nel Cremlino la speranza di poter esaurire le riserve ucraine di munizioni e di energia.
L’Europa, dal canto suo, ha parlato sempre più di quale architettura di sicurezza offrirà all’Ucraina «dopo la guerra», con una «coalizione dei volenterosi» pronta a mettere truppe sul terreno una volta firmato un cessate il fuoco. Il risultato, dal punto di vista di Mosca, è semplice: prolungare la guerra diventa il modo migliore per impedire proprio quell’integrazione euro-atlantica che l’Ucraina cerca dal 2013.
Qui tocchiamo il punto centrale. La Russia non combatte solo per un corridoio di terra verso la Crimea, per il controllo del Mar Nero, per qualche oblast in più o in meno. Combatte per impedire che l’Ucraina diventi definitivamente parte dell’Occidente, della sua economia, dei suoi sistemi di sicurezza. L’obiettivo strategico di Putin non è solo territoriale, è geopolitico: riportare Kiev nella propria orbita, svuotarne la sovranità dall’interno.
Ecco perché il Cremlino guarda con ostilità non solo alla Nato ma anche all’Unione Europea. La Russia non vuole che l’Ucraina si integri con l’Europa e con le sue strutture di sicurezza: dopotutto, l’invasione del 2022 ha le sue origini nel 2013, quando Mosca fece pressioni sul presidente ucraino di allora, Viktor Yanukovych, affinché non firmasse l’accordo di associazione con l’Unione Europea. Se un cessate il fuoco rende imminente questa integrazione, come suggeriscono i leader europei della coalizione dei volenterosi, allora la Russia ha un fortissimo incentivo a evitare un cessate il fuoco.
Se accettiamo questo punto di partenza, diventa più chiaro anche il piano di lungo periodo che Putin insegue.
Il suo obiettivo strategico è di soggiogare l’Ucraina in tre fasi. Eccolo nei dettagli, secondo Watling: «Primo, Mosca mira a occupare o distruggere abbastanza territorio ucraino da garantire che ciò che resta del Paese sia economicamente sostenibile solo con l’acquiescenza della Russia. I pianificatori russi ritengono che ciò potrebbe essere ottenuto se la Russia mantenesse i quattro oblast che ha già annesso e aggiungesse Kharkiv, Mykolaiv e Odessa, il che taglierebbe di fatto l’Ucraina fuori dal Mar Nero.
In queste condizioni, il Cremlino cercherebbe un cessate il fuoco, nella convinzione di poter poi condurre una seconda fase, in cui sfruttare leva economica e guerra politica, sostenute dalla minaccia di una nuova invasione, per esercitare controllo su Kiev. Nella fase finale, la Russia assorbirebbe l’Ucraina nella propria orbita in modo analogo alla Bielorussia».
È un programma che ricorda altri capitoli della storia europea: la riduzione territoriale e l’asfissia economica come preludio per soggiogare una nazione e ridurla in uno stato di vassallaggio, fino all’assorbimento finale. C’è una logica fredda, quasi amministrativa, dietro la ferocia delle battaglie di Pokrovsk o di Kherson. Mosca sa di essere ancora lontana dal completare la prima fase, ma conta sul logoramento progressivo delle forze ucraine: meno fanteria addestrata, meno capacità di tenere una linea difensiva continua, più vulnerabilità di fronte a un nemico che, per ora, resta all’offensiva.
Questa strategia ha però anche i suoi limiti. La Russia ha finora sostenuto la guerra con un massiccio ricorso ai volontari, comprati con bonus e indennizzi promessi alle famiglie. Nel 2024 sarebbero stati reclutati circa 420 mila uomini, più di 300 mila nel 2025. Ma il bacino di chi è disposto a rischiare la vita per un premio in denaro non è infinito. Le cifre del reclutamento sono già in calo, e le autorità hanno iniziato a usare metodi più coercitivi. A un certo punto il Cremlino dovrà cambiare modo di combattere – riducendo l’uso di ondate di fanteria sacrificate – oppure inventare un altro modello di mobilitazione.
C’è poi il limite economico. Finché la Russia riesce a vendere petrolio, gas e materie prime, ha la liquidità necessaria per comprare armamenti e pagare gli stipendi dei soldati. Ma il calo dei prezzi del petrolio nel 2025 ha cominciato a pesare sulle riserve. Gli attacchi ucraini a lungo raggio contro le raffinerie hanno già colpito la capacità di raffinazione interna e la disponibilità di carburante. Se a questo si aggiungesse una vera stretta occidentale sulla cosiddetta «flotta ombra» – la rete di petroliere vetuste che trasportano il greggio russo verso India e Cina eludendo le sanzioni – la Russia potrebbe trovarsi nel 2026 davanti a un problema di cassa molto serio.
Fino ad oggi le misure europee e americane contro questa flotta sono state timide, più simboliche che sostanziali. Eppure è qui che l’Occidente avrebbe un’arma potentissima, forse più efficace di tante dichiarazioni altisonanti sulla «fermezza» a lungo termine. Bloccare davvero, in modo coordinato, il passaggio delle petroliere della flotta ombra attraverso lo Stretto di Danimarca significherebbe colpire il cuore del sistema di finanziamento della guerra, senza necessariamente provocare un’esplosione dei prezzi, perché altri produttori OPEC sarebbero pronti a raccogliere la domanda. (E qui può risultare prezioso l’asse Usa-Arabia, il rapporto stretto fra Donald Trump e Mohammed Bin Salman).
In parallelo, l’Ucraina sta cercando di migliorare l’efficacia della propria campagna di attacchi profondi. Finora la difesa aerea russa ha abbattuto fino al 95 per cento dei droni, e non tutti quelli che arrivano a destinazione producono danni significativi. Ma Kiev sta accumulando missili da crociera di progettazione nazionale, capaci di colpire una gamma più ampia di obiettivi. Se questi sistemi verranno utilizzati contro infrastrutture di esportazione di petrolio e gas, la pressione su Mosca crescerà.
Sul fronte ucraino, il tallone d’Achille non è tanto la mancanza di uomini in età militare, quanto la capacità di trasformarli in unità combattenti efficaci. L’addestramento effettuato finora fuori dal Paese ha dato risultati deludenti, perché le unità non hanno potuto saldarsi davvero con i loro comandi e con l’equipaggiamento che poi avrebbero usato al fronte. Una delle proposte che circolano nelle capitali europee è il passaggio a un addestramento «in teatro»: istruttori europei che operano dentro l’Ucraina, coordinati dai comandi ucraini, su equipaggiamenti che poi verranno effettivamente impiegati.
È una soluzione che comporta rischi – gli istruttori diventerebbero bersagli perfetti per Mosca – ma finora i russi hanno avuto scarso successo nel colpire questo tipo di obiettivi, e il guadagno in termini di qualità delle forze ucraine potrebbe essere decisivo.
Infine c’è la questione dell’inverno che arriva. La Russia sta producendo più missili che mai, la rete elettrica ucraina è già oggi incapace di alimentare in modo continuo il Paese: anche nel centro di Kiev la corrente manca per ore ogni giorno. Il riscaldamento funziona, ma le temperature scendono. Mosca punta, oltre che sul logoramento militare, su uno stress estremo della popolazione civile: blackout prolungati, città di prima linea svuotate, fuga di famiglie dalle aree più esposte.
Se questa strategia riuscisse, la Russia potrebbe trovarsi in posizione di costringere l’Ucraina a una resa di fatto nel 2026.
Non è inevitabile.
L’analisi più realistica suggerisce un’altra via: se l’Ucraina riuscirà a tenere le linee difensive ancora un anno, e se in quello stesso arco di tempo l’Occidente saprà trasformare le sanzioni da rito simbolico in vera pressione economica – sulla flotta ombra, sulle esportazioni energetiche, sulle capacità industriali – allora il Cremlino comincerà a intravedere il rischio di una crisi di lungo periodo in cui i costi superano i benefici attesi.
Il cessate il fuoco arriverà quando la Russia sarà convinta di essere su una traiettoria insostenibile. Fino ad allora, il compito degli alleati è duplice: dare all’Ucraina i mezzi per resistere, e convincere Putin che il tempo non è più dalla sua parte.
L’elezione di Zohran Mamdani, a sindaco di New York è un evento di rilevanza internazionale, che merita alcune considerazioni.
L’elezione di un candidato di estrema sinistra nella più influente città americana conferma prima di tutto l’esistenza di una forte polarizzazione all’interno degli Stati Uniti. L’uccisione di Charlie Kirk, lo scorso 10 settembre, l’aveva già messa in luce. Tyler Robinson, assassino del giovane leader conservatore, rappresenta infatti una radicale espressione di quel mondo ultra-progressista americano che odia visceralmente l’ordine sociale tradizionale e che è pronto ad usare anche la violenza per distruggerlo. Donald Trump, anch’egli scampato ad un attentato il 13 luglio dello scorso anno, è considerato il nemico per eccellenza di questo mondo.
New York, pur non rappresentando l’America profonda, è una vetrina dell’America sul mondo e chi oggi la guida è un social-comunista, nemico giurato del presidente degli Stati Uniti. Mamdani ha presentato la propria vittoria come una sfida diretta a Donald Trump, insistendo sul fatto che la sua battaglia politica non si esaurisce entro i confini municipali. «New York sarà l’avanguardia della resistenza», ha affermato nel suo discorso da nuovo sindaco di New York al Brooklyn Paramount, poco dopo la sua vittoria elettorale.
La città di New York si trova a fronteggiare gravi problemi, come l’aumento della criminalità, la crisi del mercato immobiliare, la precarietà delle infrastrutture, la bassa qualità dell’istruzione e il degrado urbano. Le ricette proposte da Mamdani, «più attivista che amministratore», come sottolinea il New York Post del 24 ottobre, sono utopiche e rischiano di aggravarla. Le sue priorità sembrano riguardare la mobilitazione ideologica più che la gestione pragmatica. New York diviene così la piattaforma di una battaglia planetaria. Non a caso, in un’intervista del 16 giugno 2025, Mamdani ha usato l’espressione «Globalize the Intifada», per indicare l’orizzonte globale di una lotta che ha le sue fondamenta nel teatro medio-orientale.
Mamdani è il primo sindaco musulmano di New York, di origine sud-asiatica, nato in Africa e da pochi anni cittadino americano, ma il padre Mahmood Mamdani, è professore di antropologia alla Columbia University e la madre, Mira Nair, è una famosa regista cinematografica. Nella biografia, e nel programma di Mamdani, confluiscono dunque due identità apparentemente antitetiche: da una parte la cultura woke – figlia delle università progressiste americane – dall’altra il filo-islamismo sempre più diffuso, come in Europa, tra gli immigrati musulmani di seconda e terza generazione. Di questi due mondi, uno celebra il relativismo e la fluidità identitaria, l’altro si richiama alla legge della Shari’a.
Il paradigma woke interpreta l’Occidente come una struttura di potere da decostruire metodicamente. In essa vede l’origine di ogni “oppressione”: il colonialismo, il patriarcato, il capitalismo, l’etero-normatività. L’obiettivo finale non è riformare, ma dissolvere identità, confini, tradizioni.
L’islamismo politico legge l’Occidente in una chiave opposta ma speculare: non come una costruzione culturale ingiusta, bensì come una civiltà in declino, segnata dalla corruzione dei costumi, dalla secolarizzazione forzata e da un’espansione geopolitica percepita come aggressiva o ostile verso il mondo musulmano.
Il lessico politico di Mamdani attinge dunque al serbatoio retorico di movimenti islamisti e di ultra-sinistra, che dividono il mondo in oppressori e oppressi e considerano l’Occidente un blocco moralmente delegittimato. Come ha titolato il New York Post: «Non è islamofobia notare che Mamdani odia l’Occidente». L’articolo non giudica le sue idee: constata la sua ostilità verso i pilastri della cultura occidentale.
La convergenza tra islamismo radicale e attivismo woke non è costruita su di un progetto, ma su una coalizione essenzialmente negativa, caratterizzata più dal rifiuto che da una proposta costruttiva. In questo senso, la strategia che unisce elementi dell’ideologia islamista con pratiche tipiche dei movimenti di ultra-sinistra può essere definita “anarco-islamismo”.
L’idea di fondo non è di creare reti internazionali con le istituzioni e la società, ma di sostenere esperienze di protesta radicale e di opposizione permanente, per creare un clima di conflittualità sociale e culturale, soprattutto nelle grandi città, facendo percepire la società occidentale come in “crisi”.
Lo spazio urbano, dove le tensioni emergono più facilmente, diventa il teatro privilegiato dell’azione: manifestazioni che spesso sfociano nella violenza, occupazioni, contro-narrazioni sui social media. E’ la logica rivoluzionaria: quando la Verità cessa di essere il principio ordinatore di riferimento, il vuoto viene riempito dai suoi negatori, anche se in maniera caotica e frammentata.
New York ha rappresentato per decenni la tribuna della cultura liberaldemocratica mondiale. Era la città in cui le Nazioni Unite hanno trovato sede, dove si sperimentavano le forme più avanzate di pluralismo culturale, dove la libertà individuale – economica, politica, artistica – veniva innalzata a paradigma universale.
La città incarnava ciò che Francis Fukuyama, nel 1992, definì «la fine della storia»: il trionfo della democrazia liberale come modello definitivo dell’organizzazione politica mondiale. Questo progetto è fallito e dobbiamo prenderne atto.
L’elezione di Zohran Mamdani non è solo un cambio di amministrazione, ma attesta l’autodissoluzione di una cultura liberale, che non solo si è dimostrata incapace di fronteggiare i nemici dell’Occidente, ma che spiana loro la strada.
L’Occidente, non può più identificarsi con la civiltà moderna, figlia delle Rivoluzione francese, ma con la civiltà cristiana, che ha le sue radici nel Medioevo e nella cultura greco-romana. Lottiamo per difendere questa civiltà e Zohran Mamdani, che vuole distruggerla, è un nostro nemico culturale.
Pubblichiamo oggi un brano tratto dal capitolo V delle Glorie di Maria di sant’Alfonso Maria de’ Liguori sulla Necessità che abbiamo dell’intercessione di Maria per salvarci.
Nessuno nega che Gesù Cristo sia l’unico mediatore di giustizia che con i suoi meriti ci ha ottenuto la riconciliazione con Dio. Ma al contrario è cosa empia il negare che Dio si compiaccia di fare le grazie per intercessione dei santi e specialmente di Maria sua Madre, che Gesù tanto desidera di vedere da noi amata e onorata. Chi non sa che l’onore tributato alle madri si riflette sui figli? «Gloria dei figli, i loro padri» (Pro 17, 6).
Perciò san Bernardo dice che non deve pensare di oscurare la gloria del figlio chi loda molto la madre, perché «quanto più si onora la madre, tanto più si loda il figlio». Sant’Ildefonso dice: «Tutto l’onore che si rende alla madre si riflette su suo figlio e fino al re s’innalzano gli omaggi rivolti alla regina del cielo». Si sa che per i meriti di Gesù è stata concessa a Maria l’autorità di essere la mediatrice della nostra salvezza: mediatrice non di giustizia, ma di grazia e d’intercessione, come appunto è chiamata da san Bonaventura: «Maria la fedelissima mediatrice della nostra salvezza». E san Lorenzo Giustiniani dice: «Come non è piena di grazia colei che è stata scelta scala del paradiso, porta del cielo e la più autentica mediatrice tra Dio e gli uomini?».
Perciò con ragione sant’Anselmo scrive che quando noi preghiamo la santa Vergine di ottenerci le grazie, non è che diffidiamo della divina misericordia, ma piuttosto che diffidiamo della nostra indegnità e ci raccomandiamo a Maria affinché la sua dignità supplisca alla nostra miseria. Dunque soltanto quelli che mancano di fede possono dubitare che il ricorrere all’intercessione di Maria sia cosa molto utile e santa.
Ma il punto che qui intendiamo provare è che l’intercessione di Maria è necessaria anche per la nostra salvezza: necessaria diciamo, non di una necessità assoluta, ma, propriamente parlando, di una necessità morale. Diciamo che questa necessità nasce dalla stessa volontà di Dio, il quale vuole che tutte le grazie che egli ci dispensa passino attraverso le mani di Maria, secondo il pensiero espresso da san Bernardo. E si può dire con l’autore del Regno di Maria che questa sentenza è oggi comune tra i teologi e i dottori. La seguono Vega, Mendoza, Paciuchelli, Segneri, Poiré, Crasset e molti altri dotti autori. Persino il padre Natale di Alessandro, autore peraltro così riservato nelle sue proposizioni, dice anch’egli essere volontà di Dio che noi aspettiamo tutte le grazie per l’intercessione di Maria.
«Dio vuole – sono le sue parole – che ogni bene che speriamo da lui ci sia concesso per l’intercessione della Vergine Madre, quando la invochiamo come si conviene». E a conferma della sua asserzione, cita il celebre passo di san Bernardo: «E’ volontà di Dio che tutto ci sia concesso per mezzo di Maria». Vincenzo Contenson esprime lo stesso pensiero. Spiegando le parole dette da Gesù Cristo in croce a san Giovanni: «Ecco tua madre», egli scrive: «Come se dicesse: Nessuno sarà partecipe del mio sangue, se non per intercessione della Madre mia. Le mie ferite sono sorgenti di grazie; ma a nessuno perverranno questi torrenti, se non per mezzo di Maria. Giovanni, mio discepolo, tanto da me sarai amato, quanto tu l’amerai».
Questa proposizione, cioè che tutto il bene che riceviamo dal Signore ci viene per mezzo di Maria, non piace molto a un certo autore moderno, il quale peraltro, sebbene tratti con molta pietà e sapienza della vera e della falsa devozione, tuttavia parlando della devozione verso la divina Madre, si è dimostrato molto avaro nell’accordarle questa gloria, che non hanno avuto scrupolo a riconoscerle diversi santi come Germano, Anselmo, Giovanni Damasceno, Bonaventura, Antonino, Bernardino da Siena, il venerabile abate di Selles e tanti altri dottori, i quali non hanno avuto difficoltà a dire che per la suddetta ragione l’intercessione di Maria non solo è utile, ma necessaria.
Quest’autore dice che una tale proposizione, cioè che Dio non faccia alcuna grazia se non per mezzo di Maria, e un’iperbole e un’esagerazione sfuggita al fervore di alcuni santi ma che, propriamente parlando, significa semplicemente che da Maria abbiamo ricevuto Gesù Cristo, per i cui meriti riceviamo poi tutte le grazie. Altrimenti, conclude, sarebbe errore il credere che Dio non ci potesse concedere le grazie senza l’intercessione di Maria, poiché san Paolo dice che noi riconosciamo un solo Dio e un solo mediatore tra Dio e gli uomini: Gesù Cristo (1Tm 2,5).
Tali sono le idee di quest’autore. Ma come egli stesso ci insegna nel suo libro, altro è la mediazione di giustizia per via di merito, altro la mediazione di grazia per via di preghiere. Altro è il dire che Dio non possa, altro che Dio non voglia concedere le grazie senza l’intercessione di Maria. Noi confessiamo che Dio è la fonte di ogni bene e il Signore assoluto di tutte le grazie e che Maria non è che una pura creatura la quale riceve da Dio gratuitamente tutto quello che ottiene. Ma chi mai può negare quanto sia ragionevole e conveniente affermare che Dio voglia che tutte le grazie concesse alle anime redente passino e si dispensino attraverso le mani di lei, per esaltare questa incomparabile creatura, che più di tutte le altre creature lo ha onorato e amato durante la sua vita e che egli ha eletto come Madre del Figlio suo, nostro comun Redentore?
Noi confessiamo, conformemente alla distinzione fatta sopra, che Gesù Cristo è l’unico mediatore di giustizia, che con i suoi meriti ci ottiene le grazie e la salvezza, ma diciamo che Maria è mediatrice di grazia e che, se tutto ciò che ottiene l’ottiene per i meriti di Gesù Cristo e perché prega e lo domanda in nome di Gesù Cristo, nondimeno tutte le grazie che noi chiediamo, le riceviamo per mezzo della sua intercessione. In ciò non vi è certamente nulla di contrario ai sacri dogmi, anzi tutto è conforme ai sentimenti della Chiesa, che nelle pubbliche preghiere da lei approvate ci insegna a ricorrere continuamente a questa divina Madre e ad invocarla: «Salute degli infermi, rifugio dei peccatori, aiuto dei cristiani, vita, speranza nostra».
La stessa santa Chiesa nell’officio che fa recitare nelle festività della Vergine, applicando a lei le parole della Sapienza, ci fa capire che in Maria troveremo ogni speranza: «In me ogni speranza di vita e di virtù»; in Maria ogni grazia: «In me ogni grazia di via e di verità» (Eccl, [= Sir] 24,25 Volg.). In Maria insomma troveremo la vita e la salvezza eterna: «Chi mi avrà trovato, avrà trovato la vita e riceverà la salute dal Signore» (Pro 8,35). E altrove: «Quelli che operano per me, non peccheranno; quelli che mi mettono in luce, avranno la vita eterna» (Eccli [= Sir] 24,30-31 Volg.).
Tutte queste parole ci dicono la necessità che abbiamo dell’intercessione di Maria. In questo sentimento ci confermano molti teologi e santi padri che lo hanno espresso. Infatti non è giusto dire, come fa l’autore suddetto, che per esaltare Maria essi si siano lasciati sfuggire iperboli ed esagerazioni. L’esagerare e il proferire iperboli è oltrepassare i limiti del vero, il che non si può dire dei santi, che hanno parlato con lo spirito di Dio, il quale è spirito di verità.
Mi si permetta qui una breve digressione per esprimere un mio sentimento. Quando un’opinione onora in qualche modo la santa Vergine, ha un certo fondamento e non ha nulla di contrario né alla fede né ai decreti della Chiesa, né alla verità, il non accettarla e il contraddirla perché anche l’opinione opposta potrebbe essere vera, denota poca devozione verso la Madre di Dio. Io non voglio essere annoverato fra questi spiriti poco devoti, né vorrei che lo fosse il mio lettore, ma piuttosto vorrei essere annoverato fra coloro che credono pienamente e fermamente tutto ciò che senza errore si può credere delle grandezze di Maria.
Secondo l’abate Ruperto, «credere fermamente alle sue grandezze» è uno degli omaggi più graditi alla nostra Madre. Del resto, per toglierci il timore di eccedere nelle nostre lodi basti l’opinione di sant’Agostino, il quale afferma che tutto ciò che diciamo in lode di Maria è poca cosa rispetto a quel che ella merita per la sua dignità di Madre di Dio. E la santa Chiesa fa leggere nella messa della beata Vergine: «Sei infatti beata e degnissima di ogni lode, o santa Vergine Maria».
autore: S. Tosi anno: 1945 titolo: San Martino a cavallo e il povero luogo: Chiesa di San Martino Vescovo, Ferno
Titolo: Vescovo
Nascita: 316 , Sabaria, Pannonia
Morte: 8 novembre 397, Candes
Ricorrenza: 11 novembre
Tipologia: Memoria liturgica
Patrono di: Sesto Fiorentino, Belluno, Bollate, Riccione, Casalecchio di Reno, Treviglio, Legnago, Magenta, Paese, Lastra a Signa >>> altri comuni
Protettore: dei soldati, dei pellegrini, degli albergatori, vendemmiatori, dei traditi, sinistrati, sarti, degli osti, delle oche, militari, mendicanti, forestieri, della fanteria, fabbricanti di maiolica, cavalieri, viticoltori
Luogo reliquie: Basilica di San Martino
Uno dei più illustri ornamenti della Chiesa nel secolo IV fu certamente S. Martino, vescovo di Tours e fondatore del monachismo in Francia. Nato nel 316 in Sabaria, città della Pannonia, l’odierna Ungheria, da genitori nobili ma pagani, ancor bambino si trasferì a Pavia, ove conobbe la religione cristiana. A 10 anni all’insaputa dei genitori si fece catecumeno, e prese a frequentare le assemblee cristiane. Appena dodicenne deliberò di ritirarsi nel deserto; essendo però figlio d’un tribuno, dovette presto seguire il padre nella cavalleria e per tre anni militare sotto gli imperatori Costanzo e Giuliano.
Umile e caritatevole, aveva per attendente uno schiavo, al quale però egli puliva i calzari e che trattava come fratello. Un giorno nel rigore dell’inverno era in marcia per Amiens quando incontrò un povero seminudo: sprovvisto di denaro, tagliò colla spada metà del suo mantello e lo copri. La notte seguente, Gesù, in sembianza di povero, gli apparve in un sogno e mostrandogli il mantello disse: « Martino ancor catecumeno m’ha coperto con questo mantello » al risveglio ritrovò il mantello miracolosamente intatto. Allora bramoso di militare solo più sotto la bandiera di Cristo, chiese e ottenne dall’imperatore stesso l’esenzione dalle armi. Si portò a Poitiers presso il vescovo S. Ilario da cui fu istruito, battezzato e in seguito ordinato sacerdote. Visitò ancora una volta i genitori per convertirli; poi, fatto ritorno presso il maestro, in breve divenne la gloria delle Gallie e della Chiesa.
Desideroso di vita austera e raccolta, si ritirò dapprima in una solitudine montana, poi eresse la celebre e tuttora esistente abbazia di Marmoutier (la più antica della Francia) ove fu per parecchi anni padre di oltre 80 monaci. I suoi numerosissimi miracoli, le sue eccelse virtù e profezie lo resero così famoso, che, appena vacante la sede di Tours, per unanime consenso del popolo fu eletto vescovo di quella città. La vita di San Martino fu compendiata in questo epigramma: “Soldato per forza, vescovo per dovere, monaco per scelta”.
Il nuovo Pastore non cambiò appunto tenore di vita, ma raccoltosi a meditare i gravi doveri che assumeva, si diede con sollecitudine ad eseguirli. Sedò contese, stabilì la pace tra i popoli, fu il padre dei poveri e più che tutto zelantissimo nel dissipare ogni resto di idolatria dalla sua diocesi e dalle Gallie.
Formidabile lottatore, instancabile missionario, grandissimo vescovo, sempre vicino ai bisognosi, ai poveri e ai perseguitati. Disprezzato dai nobili, irriso dai fatui, malvisto anche da una parte del clero, che trovava scomodo un vescovo troppo esigente, resse la diocesi di Tours per 27 anni, in mezzo a contrasti e persecuzioni.
Tormentato con querele e false accuse da un suo prete di nome Brizio, diceva: “Se Cristo ha sopportato Giuda, perché non dovrei sopportare Brizio?” Stremato di forze, malato, pregava: “Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non mi rifiuto di soffrire. Altrimenti, venga la morte”.
autore Simone Martini anno 1322-1326 titolo Morte di San Martino
Nell’anno 397 udì che a Candate (Candes-Saint-Martin) era sorto un grave scisma: benché ottantenne, si portò colà, convocò clero e popolo e ricompose gli animi nella pace. Ma stando per tornare alla sua sede, fu assalito da febbri mortali. Volle essere adagiato sulla nuda terra e cosparso di cenere, per morire, come sempre aveva vissuto, da penitente. Il volto del santo rimase nella morte splendente come se fosse avvolto da una luce di gloria e da molti fu udito un coro di angeli cantare intorno alla sua salma. Si narra che alle sue esequie si riunirono gli abitanti di Poitou e di Tours e così cominciarono ad altercare. Dicevano gli uni: ” È un monaco della nostra città e noi ne vogliamo il corpo”. E gli altri di rimando: “Dio ve l’ha tolto per darlo a noi”. La notte seguente, mentre gli abitanti di Poitou dormivano, gli abitanti di Tours si impadronirono del corpo di Martino, lo gettarono da una finestra su di un battello e lo portarono seguendo il corso della Loira fino a Tours con gran gioia e venerazione.
Fu così sepolto a Tours, ove gli fu dedicata la cattedrale e dove egli compi innumerevoli miracoli.