San Leone visse nella prima metà del fortunoso secolo V, che vide il dissolvimento e lo sfacelo finale dell’Impero dei Cesari, e gli effetti meravigliosi del Pontificato cattolico, che trasformò ed avviò l’Europa in quei secoli di ferro verso la civiltà cristiana.
Nato in Toscana, ma educato nella Città Eterna, rivelò fin da principio un ingegno non comune, applicato con tutto il vigore della sua verginale giovinezza alla scienza sacra.
Per l’alta dottrina che ben presto raggiunse e per il suo zelo, fu caro al Papa San Celestino I, che lo creò arcidiacono. Fu stimato dal popolo e dai dotti, tanto che il celebre Cassiano gli dedicò i suoi libri sull’Incarnazione, chiamandolo «decoro e splendore della Chiesa Romana e del sacro ministero».
Ma Dio lo riservava a cose più grandi. Nell’anno 440, trovandosi Leone in Francia, ove s’era recato per dirimere una contesa, morì San Sisto III ed il clero, concorde, lo elesse Papa. Reduce dalle Gallie, umile e fidente in Dio, abbracciò la sublime e ardua missione, che esercitò in modo sì mirabile da meritarsi il titolo di «Grande».
Esplicò la sua attività in tutti i campi dello zelo: attese instancabilmente all’istruzione del popolo e alla santificazione del clero, che formarono le sue maggiori preoccupazioni. Nel frattempo, con il concorso di persone ricche e pie, costruì molte chiese.
Fu il martello degli eretici: combatté i Manichei, ma soprattutto smascherò l’eresia di Eutiche, il quale, adulterando il mistero adorabile dell’Incarnazione del Verbo, scuoteva i fondamenti della religione cristiana. E nel Concilio di Calcedonia, dove per ordine suo si erano radunati ben 630 vescovi, l’eresia di Eutiche e quella di Nestorio furono confutate e condannate, principalmente grazie all’esposizione della lettera che egli aveva inviato a San Flaviano, capolavoro e monumento dell’antichità cristiana sul dogma dell’Incarnazione.
Leone si prese cura anche delle necessità materiali dell’Italia e di Roma, e quando l’imperatore e l’esercito, impotenti a frenare le orde devastanti del Flagello di Dio, Attila, fuggivano impauriti, il Santo Pontefice, fidente nell’aiuto di Dio, si recò sulle rive del Mincio e fece retrocedere il fiero conquistatore. Poco dopo, risparmiò pure Roma dalla totale distruzione minacciata dal vandalo Genserico.
Questa forza morale per cui Leone s’imponeva perfino agli imperatori più crudeli era l’effetto della sua umiltà, della sua carità e della sua dolcezza, che lo facevano amare e rispettare non solo dal popolo, ma anche dai principi, dagli imperatori, dai barbari e persino dagli stessi eretici.
Dopo un pontificato glorioso di ben 21 anni, nel 461 andò a ricevere il premio da quel Dio che aveva tanto amato e glorificato. Fu scrittore profondo, tanto che la Chiesa lo dichiarò Dottore. Anzi, San Leone deve una gran parte della gloria che sempre godé nella Chiesa alle sue 69 omelie e 173 lettere, monumenti autentici della sua pietà e del suo ingegno.
Secondo alcuni storici, Leone Magno fu il primo Papa a essere sepolto all’interno della Basilica Vaticana. Ancora oggi, le sue reliquie sono custodite in San Pietro, nella Cappella della “Madonna della Colonna”.
La preghiera per la pace: si cessi il fuoco e si metta impegno nelle trattati
Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano, domenica 9 novembre 2025, 12:08 (ACI Stampa).
Uno sguardo spirituale “ci aiuta ad andare oltre l’aspetto esteriore, per cogliere nel mistero della Chiesa ben più di un semplice luogo, di uno spazio fisico, di una costruzione fatta di pietre”.
Prima della preghiera dell’ Angelus di mezzogiorno Papa Leone XIV ha proposto ancora una riflessione sulla Dedicazione della Basilica Lateranense: “contempliamo il mistero di unità e di
comunione con la Chiesa di Roma, chiamata ad essere la madre che con premura si prende cura della fede e del cammino dei cristiani sparsi nel mondo”. E del resto “il vero santuario di Dio è il Cristo morto e risorto. Egli è l’unico mediatore della salvezza, l’unico redentore, Colui che legandosi alla nostra umanità e trasformandoci col suo amore, rappresenta la porta che si spalanca per noi e ci conduce al Padre”.
Uno sguardo spirituale per cui “dobbiamo allenare il cuore. Tante volte, le fragilità e gli errori dei cristiani, insieme a tanti luoghi comuni e pregiudizi, ci impediscono di cogliere
la ricchezza del mistero della Chiesa; la sua santità, infatti, non risiede nei nostri meriti, ma nel «dono del Signore, mai ritrattato», che continua a scegliere «come contenitore della sua presenza, con amore paradossale, anche e proprio le sporche mani degli uomini »” ha detto citando Joseph Ratzinger. E conclude: “Camminiamo allora nella gioia di essere il Popolo santo che Dio si è scelto e invochiamo Maria, madre della Chiesa, perché ci aiuti ad accogliere Cristo e ci accompagni con la sua intercessione”.
Poi la preghiera per le Filippine colpite dal tifone e per la Giornata del Ringraziamento per contrastare lo spreco alimentare e il Papa ringrazia Dio per “Sora nostra Madre Terra”. E un apprezzamento per chi si impegna per la pace.
Poi un pensiero ai morti nelle guerre, nonostante siano civili anziani e ammalati. “Si cessi il fuoco e si metta impegno nelle trattative” dice il Papa.
C’è un filo rosso che attraversa il magistero del nuovo Papa, che ha proposto un modello di comunità cristiana dove si vive la comunione, missionaria e perciò capace di servire tutti, a partire dagli ultimi, impegnata nel favorire il dialogo e la pace. Una Chiesa che non si “appoggia” ai potenti e non confonde la missione con il marketing religioso, ma sa essere lievito perché riflette la luce di un Altro.
Andrea Tornielli – Vatican News – 9 Novembre 2025
Sono passati sei mesi da quel pomeriggio dell’8 maggio quando il nuovo Vescovo di Roma, primo Papa statunitense e agostiniano, si è affacciato dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro. C’è un filo rosso che attraversa il suo magistero ed è quello di una Chiesa segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato di fronte alle guerre, all’odio e alle violenze. Al di là delle analisi sugli accenti di continuità e di discontinuità con il predecessore (naturali in ogni pontificato), vale la pena ripercorrere alcune tappe di questo magistero, che evidenziano come l’annuncio dell’essenziale della fede non sia mai disgiunto dalla testimonianza della carità, dall’impegno concreto in favore degli ultimi e per la costruzione di una società più giusta. Fin dalle sue prime parole, pronunciate nel saluto subito dopo l’elezione: “La pace sia con tutti voi! (…) Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. (…) Dobbiamo cercare insieme come essere una Chiesa missionaria, una Chiesa che costruisce i ponti, il dialogo, sempre aperta ad accogliere”. Una Chiesa, ha detto nell’omelia della Messa per l’inizio del pontificato il 18 maggio 2025, “unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato. In questo nostro tempo, vediamo ancora troppa discordia, troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri. E noi vogliamo essere, dentro questa pasta, un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità”.
Al cuore della missione: sparire perché rimanga Cristo
Il giorno dopo l’elezione, nella prima celebrazione con i cardinali nella Cappella Sistina, Leone XIV ha richiamato un “impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”. Nell’omelia del 18 maggio, il Papa ha parlato di “amore e unità” come delle due dimensioni affidate da Gesù a Pietro e ha spiegato che questo compito è possibile solo perché Pietro “ha sperimentato nella propria vita l’amore infinito e incondizionato di Dio, anche nell’ora del fallimento e del rinnegamento”. Perché, come ha detto ai giovani radunati a Tor Vergata la sera del 2 agosto, “all’origine di noi stessi non c’è stata una nostra decisione, ma un amore che ci ha voluti”. Questo amore ci precede, come ha spiegato il Papa nella catechesi all’udienza di mercoledì 20 agosto, parlando di Giuda che riceve il boccone di pane da Gesù all’Ultima Cena: “Gesù porta avanti e a fondo il suo amore (…) Perché sa che il vero perdono non aspetta il pentimento, ma si offre per primo, come dono gratuito, ancor prima di essere accolto”.
La missione della Chiesa è testimoniare questo amore. Per farlo, ha spiegato Leone il 7 giugno 2025 durante la veglia di Pentecoste, “non occorrono sostenitori potenti, compromessi mondani, strategie emozionali. L’evangelizzazione è opera di Dio e, se talvolta passa attraverso le nostre persone, è per i legami che rende possibili”. Alla Chiesa non servono scambi di favori con il mondo, ma nemmeno strategie di marketing che fanno leva sulle emozioni o sull’eccesso di protagonismo. L’evangelizzazione infatti è Dio che opera. Fondamentale per la missione è l’unità nella diversità, cioè la comunione vissuta. È una fede, come ha sottolineato domenica 5 ottobre 2025 celebrando il Giubileo del mondo missionario, che “non si impone con i mezzi della potenza e in modi straordinari; ne basta quanto un granello di senape per fare cose impensabili, perché reca in sé la forza dell’amore di Dio che apre vie di salvezza. È una salvezza che si realizza quando ci impegniamo in prima persona e ci prendiamo cura, con la compassione del Vangelo, della sofferenza del prossimo”.
La fede proposta da Leone XIV nell’omelia del 29 giugno, è attenta al “rischio di cadere nell’abitudine, nel ritualismo, in schemi pastorali che si ripetono senza rinnovarsi e senza cogliere le sfide del presente”, ed è capace di “lasciarsi interrogare dagli avvenimenti, dagli incontri e dalle situazioni concrete delle comunità, di cercare strade nuove per l’evangelizzazione a partire dai problemi e dalle domande posti dai fratelli e dalle sorelle nella fede”. È una fede che non giudica gli altri, che non ci fa sentire “perfetti”, anche perché, come ha spiegato all’Angelus di domenica 24 agosto, Gesù mette in crisi “la sicurezza dei credenti”: “Egli, infatti, ci dice che non basta professare la fede con le parole, mangiare e bere con Lui celebrando l’Eucaristia o conoscere bene gli insegnamenti cristiani. La nostra fede è autentica quando abbraccia tutta la nostra vita, quando diventa un criterio per le nostre scelte, quando ci rende donne e uomini che si impegnano nel bene e rischiano nell’amore proprio come ha fatto Gesù”. I cristiani infatti, ha detto il Papa all’udienza generale del 3 settembre, sono testimoni di un Dio che sulla croce “non appare come un eroe vittorioso, ma come un mendicante d’amore. Non proclama, non condanna, non si difende. Chiede, umilmente, ciò che da solo non può in alcun modo darsi (…) Questo è il paradosso cristiano: Dio salva non facendo, ma lasciandosi fare. Non vincendo il male con la forza, ma accettando fino in fondo la debolezza dell’amore. Sulla croce, Gesù ci insegna che l’uomo non si realizza nel potere, ma nell’apertura fiduciosa all’altro, persino quando ci è ostile e nemico”.
Testimoniare la pace
Dopo averlo fatto in quel primo saluto il giorno dell’elezione, Leone XIV ha parlato moltissime volte di pace, invitando i cristiani a testimoniarla concretamente: “La nonviolenza come metodo e come stile deve contraddistinguere le nostre decisioni, le nostre relazioni, le nostre azioni” ha detto il 30 maggio ai movimenti e associazioni dell’Arena della pace. E ai vescovi italiani il 17 giugno 2025 ha chiesto “che ogni Diocesi possa promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro”.
Allo stesso tempo, il Successore di Pietro ha alzato più volte la sua voce contro il riarmo, come ha fatto alla fine dell’udienza il 18 giugno: “Non dobbiamo abituarci alla guerra! Anzi, bisogna respingere come una tentazione il fascino degli armamenti potenti e sofisticati”. Leone XIV ha parlato delle fake news usate come pretesto per attacchi preventivi o per scatenare nuove guerre, come ha fatto il 26 giugno ricevendo i partecipanti della ROACO, la Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali: “Siamo chiamati noi tutti, umanità, a valutare le cause di questi conflitti, a verificare quelle vere e a cercare di superarle, e a rigettare quelle spurie, frutto di simulazioni emotive e di retorica, smascherandole con decisione. La gente non può morire a causa di fake news”. In quello stesso discorso anche un passaggio caratterizzato da un grande realismo e senso della storia, quella memoria che molti oggi sembrano aver perduto: “Come si può credere, dopo secoli di storia, che le azioni belliche portino la pace e non si ritorcano contro chi le ha condotte? (…) Come si può continuare a tradire i desideri di pace dei popoli con le false propagande del riarmo, nella vana illusione che la supremazia risolva i problemi anziché alimentare odio e vendetta? La gente è sempre meno ignara della quantità di soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte e con le quali si potrebbero costruire ospedali e scuole; e invece si distruggono quelli che sono già costruiti!”.
Il disarmo chiesto dal Vescovo di Roma riguarda sia i governanti delle nazioni affinché non trasformino la ricchezza “contro l’uomo, trasformandola in armi che distruggono i popoli e in monopoli che umiliano i lavoratori” (omelia di domenica 21 settembre nella parrocchia di sant’Anna in Vaticano), sia ciascuno di noi, perché l’invito di Gesù è a disarmare la mano ma prima di tutto il cuore. Come Leone ha affermato al termine della Veglia mariana per la pace sabato 11 ottobre 2025: “Metti via la spada è parola rivolta ai potenti del mondo, a coloro che guidano le sorti dei popoli: abbiate l’audacia del disarmo! Ed è rivolta al tempo stesso a ciascuno di noi, per farci sempre più consapevoli che per nessuna idea, o fede, o politica noi possiamo uccidere. Da disarmare prima di tutto è il cuore, perché se non c’è pace in noi, non daremo pace”. È l’invito “ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi”.
Leone, il 9 ottobre, nel discorso alla Fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre, ha anche spiegato, che “nessuna pace è possibile laddove non c’è libertà religiosa o dove non c’è libertà di pensiero e di parola e il rispetto delle opinioni altrui”.
L’amore ai poveri
Nella sua prima esortazione apostolica, Dilexi te, pubblicata il 9 ottobre, Papa Leone ha spiegato che aiutando chi soffre “non siamo nell’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione: il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia”. L’amore ai poveri non è un “percorso opzionale”, ma rappresenta “il criterio del vero culto”. “Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo, per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana”. Ed “è compito di tutti i membri del Popolo di Dio far sentire una voce che svegli, che denunci, che si esponga”. Anche a costo di sembrare “stupidi”.
Leone ha spiegato, nella catechesi dell’udienza generale del 28 maggio, che “la pratica del culto non porta automaticamente ad essere compassionevoli. Infatti, prima che una questione religiosa, la compassione è una questione di umanità! Prima di essere credenti, siamo chiamati a essere umani”. Incontrando i nunzi apostolici, il 10 giugno 2025, il Papa ha detto loro: “Conto su di voi affinché nei Paesi dove vivete tutti sappiano che la Chiesa è sempre pronta a tutto per amore, che è sempre dalla parte degli ultimi, dei poveri, e che sempre difenderà il sacrosanto diritto a credere in Dio (…) Solo l’amore è degno di fede, di fronte al dolore degli innocenti, dei crocifissi di oggi”. E il 13 luglio da Castelgandolfo ha invitato, seguendo l’esempio del Buon Samaritano, a non “passare oltre” ma a lasciarci “trafiggere il cuore” da “tutti coloro che sprofondano nel male, nella sofferenza e nella povertà”, da “tanti popoli spogliati, derubati e saccheggiati, vittime di sistemi politici oppressivi, di un’economia che li costringe alla povertà, della guerra che uccide i loro sogni e le loro vite”. Definendo le opere di misericordia, come ha fatto il 10 agosto all’Angelus, “la banca più sicura e redditizia dove affidare il tesoro della nostra esistenza (…) in famiglia, in parrocchia, a scuola e nei luoghi di lavoro, ovunque siamo, cerchiamo di non perdere nessuna occasione per amare”.
Il Papa, al Giubileo degli operatori di giustizia, il 20 settembre, ha invitato a non distogliere lo sguardo dalla “realtà di tanti Paesi e popoli che hanno fame e sete di giustizia, perché le loro condizioni di vita sono talmente inique e disumane da risultare inaccettabili”, ricordando che “lo Stato, in cui non si ha la giustizia, non è uno Stato”. Parlando ai Movimenti popolari, il 23 ottobre 2025, il Successore di Pietro ha ricordato che “l’esclusione è il nuovo volto dell’ingiustizia sociale. Il divario tra una “piccola minoranza” – l’1% della popolazione – e la stragrande maggioranza si è ampliato in modo drammatico. (…) Come Vescovo in Perù, sono felice di aver sperimentato una Chiesa che accompagna le persone nei loro dolori, nelle loro gioie, nelle loro lotte e nelle loro speranze. Questo è un antidoto contro un’indifferenza strutturale che si va diffondendo e che non prende sul serio il dramma di popoli spogliati, derubati, saccheggiati e costretti alla povertà”.
I migranti nostri fratelli
Leone XIV, nell’omelia per il Giubileo del Mondo missionario e dei migranti, domenica 5 ottobre ha parlato della “storia di tanti nostri fratelli migranti, il dramma della loro fuga dalla violenza, la sofferenza che li accompagna, la paura di non farcela, il rischio di pericolose traversate lungo le coste del mare, il loro grido di dolore e di disperazione: fratelli e sorelle, quelle barche che sperano di avvistare un porto sicuro in cui fermarsi e quegli occhi carichi di angoscia e speranza che cercano una terra ferma in cui approdare, non possono e non devono trovare la freddezza dell’indifferenza o lo stigma della discriminazione!”. E nel discorso ai Movimenti popolari del 23 ottobre ha parlato del tema della sicurezza: “Gli Stati hanno il diritto e il dovere di proteggere i propri confini, ma ciò dovrebbe essere bilanciato dall’obbligo morale di fornire rifugio. Con l’abuso dei migranti vulnerabili, non assistiamo al legittimo esercizio della sovranità nazionale, ma piuttosto a gravi crimini commessi o tollerati dallo Stato. Si stanno adottando misure sempre più disumane – persino politicamente celebrate – per trattare questi ‘indesiderabili’ come se fossero spazzatura e non esseri umani. Il cristianesimo, invece, si riferisce al Dio amore, che ci rende fratelli tutti e ci chiede di vivere da fratelli e sorelle”.
Conversione per custodire il Creato
Più volte il Papa ha parlato della custodia del Creato, sulla scia dell’enciclica “Laudato si’” del predecessore Francesco. Come ha fatto il 9 luglio, introducendo la “Messa per il Creato”: “All’inizio della Messa abbiamo pregato per la conversione, la nostra conversione. Vorrei aggiungere che dobbiamo pregare per la conversione di tante persone, dentro e fuori della Chiesa, che ancora non riconoscono l’urgenza di curare la casa comune. Tanti disastri naturali che ancora vediamo nel mondo, quasi tutti i giorni in tanti luoghi, in tanti Paesi, sono in parte causati anche dagli eccessi dell’essere umano, col suo stile di vita. Perciò dobbiamo chiederci se noi stessi stiamo vivendo o no quella conversione: quanto ce n’è bisogno!”.
di Ester Palma – Corriere della Sera – 9 Novembre 2025
Corriere della Sera – 9 Novembre 2025
La comunicazione inviata dalla Segreteria di Stato vaticana ai cardinali lo scorso 6 novembre
Papa Leone XIV convocherà un concistoro straordinario di cardinali per l’inizio di gennaio 2026. Lo scrive il quotidiano cattolico statunitense National Catholic Register, citando una comunicazione inviata dalla Segreteria di Stato vaticana ai cardinali lo scorso 6 novembre. Il Concistoro, secondo quanto riferisce il periodico cattolico, si dovrebbe tenere nei giorni 7 e 8 gennaio 2026 e per Leone sarà il primo da Papa.
Cos’è il concistoro
Il concistoro è una riunione, formale e solenne, del Collegio cardinalizio, convocata e presieduta dal Papa per discutere questioni di rilievo per la Chiesa. La parola deriva dal termine latino «consistorium», ovvero «assemblea» o «riunione». Ora, mentre il concistoro ordinario (cui in genere partecipano soltanto i cardinali che vivono a Roma) riguarda questioni importanti, come la canonizzazione di santi o la nomina di nuovi cardinali, in quello straordinario, come questo, il Papa chiama a raccolta tutti i cardinali del mondo per trattare temi particolarmente gravi o che riguardano l’attività della Chiesa e per ricevere da loro consigli e proposte. Crescono quindi la curiosità e l’attesa sui temi che il Papa vorrà trattare nell’assemblea, che non sono stati ancora annunciati.
«Il percorso sinodale è in salita, ma non bisogna scoraggiarsi»
Leone comunque è tornato a parlare di percorso sinodale della Chiesa partecipando alla cerimonia religiosa in San Giovanni in Laterano per la Solennità della Dedicazione della Basilica Lateranense, definendolo «un cammino in salita, ma per cui non bisogna scoraggiarsi». La Basilica, Cattedrale di Roma e «Madre e capo di tutte le chiese del mondo» fu realizzata 1700 anni fa da papa Silvestro I, su volontà dell’imperatore Costantino, che nel 313, aveva concesso ai cristiani la libertà di professare la propria fede e di esercitare il culto. «E’ stata usata spesso in questi anni, l’immagine del “cantiere” per descrivere il nostro cammino ecclesiale. È un’immagine bella, che parla di attività, creatività, impegno, ma anche di fatica, di problemi da risolvere, a volte complessi, ma con cui le nostre comunità crescono ogni giorno. La Chiesa di Roma, in particolare, ne è testimone in questa fase attuativa del Sinodo, in cui ciò che è maturato in anni di lavoro chiede di passare attraverso il confronto e la verifica “sul campo”. Gesù ci cambia, e ci chiama a lavorare nel grande cantiere di Dio, modellandoci sapientemente secondo i suoi disegni di salvezza». E ha parlato anche dell’importanza della liturgia, «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e la fonte da cui promana tutta la sua energia, in cui ci ritroviamo edificati come tempio di Dio e riceviamo forza per predicare Cristo nel mondo. La sua cura, pertanto, nel luogo della Sede di Pietro, dev’essere tale da potersi proporre ad esempio per tutto il popolo di Dio, nel rispetto delle norme, nell’attenzione alle diverse sensibilità di chi partecipa, secondo il principio di una sapiente inculturazione, ma anche nella fedeltà allo stile di solenne sobrietà tipico della tradizione romana».
Controverso, ancora da approfondire, oggetto di studi filosofici e teologici. Sembra che il 1300 ancora sia presente tra noi: è il beato Duns Scoto di cui domani ricore la memoria liturgica. Emblema del sapere, Scoto, rimane nella storia della Chiesa come il teologo “innamorato” di Maria. Nasce in Scozia, intorno al 1265/1266.
Nel 1303, mentre stava perseguendo il baccellierato a Parigi, deve lasciare l’università per non aver aderito al progetto di Filippo il Bello, re di Francia, contro papa Bonifacio VIII. Ritorna poi nel 1304 per concludere gli studi, accompagnato da una lettera del ministro generale dell’Ordine, il quale scrive: “Sia per lunga esperienza, sia per la fama che s’era sparsa ovunque, della vita lodevole, della scienza eccellente e dell’ingegno sottilissimo” del candidato. Altra città nella sua biografia, Colonia, dove morirà l’8 novembre 1308.
Una vita dedicata all’insegnamento, soprattutto. Luoghi del sapere: Oxford, Parigi e nell’ultima Colonia. Autore fecondo di testi che ancora oggi vengono esaminati, studiati, approfonditi. Fra questi, ricordiamo: la “Lectura”, l’ “Ordinatio”, i “Reportata Parisiensia”, le “Quaestiones quodlibetales”; il “De primo principio” ei “Theoremata”. Alla base di ogni riflessione etica Duns Scoto pone il primato della volontà, mentre alla base della teologia il primato dell’amore.
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Particolare interesse per il suo campo d’indagine teologica ricoprirà la Vergine Maria, che per Scoto è l’Immacolata: “Ai tempi di Duns Scoto la maggior parte dei teologi si opponeva a un’obiezione, che sembrava insormontabile, alla dottrina secondo cui Maria Santissima fu esente dal peccato originale sin dal primo istante del suo concepimento: di fatto, l’universalità della Redenzione operata da Cristo, a prima vista, poteva apparire compromessa da una somiglianza, come se Maria non aveva avuto bisogno di Cristo e della sua redenzione. Perciò i teologi si opponevano a questa tesi. Duns Scoto, allora, per far capire questa preservazione dal peccato originale sviluppò l’argomento … della Redenzione preventiva, secondo cui l’Immacolata Concezione rappresenta il capolavoro della Redenzione operata da Cristo, perché proprio la potenza del suo amore e della sua mediazione ha ottenuto che Maria fosse preservata dal peccato originale prima della concezione” così spiegava papa Benedetto XVI.
Giovanni Paolo II lo ha proclamato beato il 20 marzo 1993 definendolo “cantore del Verbo incarnato e difensore dell’Immacolato concepimento di Maria”. Le sue spoglie mortali sono custodite nella chiesa dei frati minori di Colonia.
di Stefano Caprio- Corriere della Sera – 8 Novembre 2925
L’unione universale nuova religione di Mosca in un mondo diviso e conflittuale. Destabilizzazione, propaganda, finanziamento delle élite e degli oligarchi “amichevoli” leali a Mosca e le Chiese come strumenti di potere. Dopo l’Ucraina, il Kazakistan Paese più a rischio con la più lunga frontiera terrestre e la più importante diaspora. Usa, Ue e partner internazionali dovranno rafforzare le relazioni economiche e diplomatiche coi territori nel mirino di Mosca.
La principale festa nazionale russa del 4 novembre, Den Narodnogo Edinstva (“Giornata dell’Unità Popolare”), è stata anche quest’anno la più solenne occasione per celebrare l’ideologia di Stato che proclama la superiorità della Russia su tutti gli altri popoli della sua Federazione, e per estensione simbolica anche su quelli del resto del mondo. In essa si ricorda l’evento tanto bramato anche oggi dalla Russia di Vladimir Putin, la vittoria sui polacchi invasori e sull’intero Occidente nel 1612, dopo il ventennio dei Torbidi che aveva completamente cancellato il sogno della “Terza Roma” del primo zar Ivan il Terribile.
Le analogie non sono soltanto nell’esaltazione del patriottismo bellico, consacrato nelle statue bronzee di Kuzma Minin e Dmitrij Požarskij davanti alle Porte Rosse (Krasnye Vorota), l’ingresso principale del Cremlino, con i due condottieri della resistenza ai polacchi che indicano l’Occidente, dove i nemici della Russia devono tornare umiliati e sconfitti. I Torbidi furono anche il fallimento delle politiche del successore dello zar Ivan, il suo fedele assistente Boris Godunov, che aveva tentato di riformare il Paese passando dall’autocrazia imperiale all’oligarchia feudale, inventandosi perfino l’istituzione del patriarcato di Mosca per dare alla Chiesa ortodossa un ruolo istituzionale.
La crisi economica, le rivolte popolari e una serie di calamità naturali condussero lo zar Boris a una morte prematura, aprendo la strada ai conflitti tra le grandi famiglie dei Boiari e i traditori che condussero i polacchi fino a Mosca. A riportare la Russia all’ordine, dopo la vittoria sugli invasori, fu la dinastia dei Romanov, inaugurata nel 1613 dalla coppia regnante di padre e figlio, il patriarca Filaret e lo zar Mikhail, espressione della sinfonia di trono e altare di tradizione bizantina in salsa russa. Tutto questo ispira ancora oggi la Russia dello zar Putin e del patriarca Kirill, nella guerra all’Occidente e nella sottomissione della multiformità interna dell’impero.
Come ha ricordato il deputato della Duma di Mosca Pavel Krašeninnikov, il Giorno dell’unità popolare ricorda la “rinascita spirituale della Russia dopo la tragedia del tempo dei Torbidi”, e il superamento della distruzione e della frammentazione che è stato possibile grazie “alla fedeltà delle generazioni successive ai valori tradizionali della famiglia, l’unica forma di regolazione della vita comune in grado di unire in una sola Patria, nella storia e nella cultura”.
Proprio il rapporto tra il patriarca-padre e lo zar-figlio, che si è protratto in varie modalità per tutto il Seicento, dimostra questo senso di “famiglia istitutrice dello Stato” come definizione dei rapporti di potere nei vari livelli della società, come del resto avveniva in tutti regni e principati d’Europa in varia misura. Famiglia in questa accezione significa “successione e sottomissione”, come nella dittatura sovietica del successore di Lenin e “Padre dei Popoli”, Josif Stalin, in qualche modo la vera reincarnazione di Ivan il Terribile.
Nell’occasione del 4 novembre Putin ha ripreso a sua volta il ruolo “paterno” staliniano, firmando il decreto per l’istituzione di due nuove feste, il Giorno degli Stati minori nativi della Federazione Russa e il Giorno delle lingue dei popoli della Russia, che verranno celebrate il 30 aprile e l’8 settembre, per “custodire le tradizioni, i modelli di vita e i valori culturali dei popoli minori” e la loro eredità linguistica, nel giorno della nascita del poeta daghestano Rasul Gamzatov, unendo le varie lingue a quella russa. Il significato di queste nuove feste, che intendono rispondere in qualche modo ai vari nazionalismi locali che stanno riprendendo vigore, è proprio la riaffermazione del ruolo del “popolo-padre” russo che impone la “lingua-madre” a tutti i “figli minori”, nella grande famiglia dell’Unione universale.
Proprio da questa concezione si è generato il conflitto con l’Ucraina, che è considerata dai russi il primo dei “popoli minori”, il principale fratello di sangue insieme alla Bielorussia, declassando tutti gli altri popoli ex-sovietici e federali a fratellastri o figli adottivi.
Come per l’Ucraina, Putin ha ribadito più volte anche per il Kazakistan, il più vasto territorio dei “minori”, che “non ha mai avuto una propria statualità”, e ancora più profonde sono le tensioni con l’Armenia, una terra di una statualità antichissima e sempre controversa, poi confluita nella grande famiglia russa in seguito al genocidio operato dalla Turchia moderna a inizio Novecento. La Russia cerca di mantenere gli armeni sottomessi grazie al sostegno della Chiesa Apostolica, la principale forza di orientamento filo-russo del Paese in conflitto con il premier Nikol Pašinyan, che intende costruire una “nuova Armenia” indipendente e filo-occidentale.
Per questi motivi la Russia comprende come obiettivi della guerra globale anche i Paesi del Caucaso e dell’Asia centrale, oltre alle altre latitudini dell’Europa orientale, dai Baltici alla Moldavia verso il mar Nero. La guerra è in corso in tutte le direzioni, se necessario anche a livello militare, come avvenne in Georgia nel 2008-2009, ciò che ha condotto ormai alla piena sottomissione di Tbilisi a Mosca, soffocando ogni protesta grazie alla dittatura oligarchica del Sogno Georgiano, il partito fondato dal miliardario putiniano Bidzina Ivanišvili.
La guerra ibrida si sviluppa sempre più grazie alla dezinformatsija, alle provocazioni e ai sabotaggi, alle azioni destinate ad aumentare lo stato di tensione e contrapposizione all’interno delle società non solo dei Paesi vicini, ma di quelli del mondo intero. Destabilizzazione, propaganda, finanziamento delle élite e degli oligarchi “amichevoli” leali a Mosca, e non da ultimo l’uso della religione e delle Chiese come strumenti di potere, come è evidente in Ucraina, in Armenia, in Moldavia e Romania, ma perfino ormai in Africa e in diversi paesi dell’Asia, tutti territori affidati all’unica vera Chiesa ortodossa di Mosca.
Il Kazakistan è il Paese più a rischio, con la più lunga frontiera terrestre con la Russia e la più importante diaspora russa dopo l’Ucraina. Inoltre l’esercito kazaco non è neanche lontanamente paragonabile a quello ucraino per il livello di preparazione militare, e migliaia di chilometri di confine sono di fatto indifesi. Finché Mosca è impegnata in Ucraina non è pronta per aprire un nuovo fronte, ma le pressioni d’influsso informativo ed economico sono molto attive verso Astana, che cerca di barcamenarsi con la sua politica di equilibrio tra Settentrione, Oriente, Occidente e Meridione.
Gli Stati Uniti possono ricoprire un ruolo importante nella regione centrasiatica, come risulta evidente dall’incontro con i leader dei Paesi centrasiatici nel formato “5+1” a Washington in questi giorni, dove si discute di terre rare particolarmente ricercate in questi tempi, in alternativa a quelle cinesi, ma l’influenza dei russi nella regione è sempre difficile da limitare. Anche in Armenia, dopo l’accordo americano di agosto con l’Azerbaigian, Mosca continua a cercare di ristabilire il proprio ruolo storico, con grandi tensioni anche nei confronti di Baku, che a sua volta cerca di ritagliarsi un ruolo indipendente negli equilibri regionali.
La Russia sta perdendo il controllo su tutto lo spazio post-sovietico, ma la finestra delle possibilità per questi Paesi per passare a sistemi veramente democratici non rimarrà aperta a lungo, perché i russi sono comunque in grado di minare la loro stabilità anche senza invasioni militari, come del resto sarà anche per il futuro della stessa Ucraina. Gli Usa, la Ue e gli altri partner internazionali dovranno riuscire a rafforzare le relazioni economiche e diplomatiche in questi territori, per evitare che venga nuovamente innalzata la bandiera dell’impero moscovita, come avvenuto nei giorni scorsi nel palazzo devastato del municipio di Pokrovsk, l’ultima conquista russa sul fronte ucraino.
Sono trascorsi trentacinque anni dalla fine della Guerra Fredda, e dopo quasi quattro anni di guerra rovente in Ucraina, sembra prospettarsi un nuovo scenario di equilibrio mondiale di guerra ibrida, con tanto di esercitazioni nucleari di America e Russia come ai tempi di Brežnev e Nixon, quando il mondo era appeso alla “lotta per la pace” degli imperi sempre pronti alla guerra vera e propria.
Come afferma il culturologo russo Evgenij Dobrenko, “con la fine del comunismo è iniziata anche la fine dell’Occidente”, che si affanna nel bi-populismo dei radicalismi sovranisti e anti-sovranisti ben rappresentati da Donald Trump e dal nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani. Da un lato in Oriente abbiamo una Russia agonizzante che sogna il suo ritorno al centro della politica mondiale con operazioni militari suicide, che di fatto si consegna sempre più alla sottomissione feudale dell’impero economico cinese, dall’altro l’Occidente non riesce a trovare una forma condivisa di risposta efficace, al di là di infinite sanzioni sempre più contraddittorie e facili da aggirare.
La Russia non è in grado di sconfiggere l’Occidente, ma cerca di farlo crollare dall’interno, rinnovando le sue utopie che dal comunismo si trasformano nel “cristianesimo universale” dell’Ortodossia russa, che nelle celebrazioni di questi giorni sono state definite da Putin “ideologie tra loro vicine, che proclamano la libertà e la fratellanza, l’uguaglianza e la giustizia”.
Il patriarca Kirill ha proclamato che “noi siamo l’unico popolo russo, capace di unire le altre culture senza alcun conflitto, come nessun altro Paese è capace di fare, perché nell’anima dell’uomo russo predomina il senso dell’umiltà, il fondamento della vera unione con gli altri”. È la nuova religione della Russia, l’utopia dell’unione universale dei popoli, in un mondo sempre più diviso e conflittuale, in cerca di nuove rivelazioni per un futuro ancora da scoprire.
Una riproposta dell’intervento del 2010 ai “Sabati Mariani” di Maria Marcellina Pedico, Prof.ssa alla Pontificia Facoltà Teologica «Marianum», una relazione che ha messo in evidenza la grande capacità di far dialogare Ragione e Fede di chi, a pochi mesi sarebbe diventato beato, e soprattutto di essere un testimone credibile del dialogo ecumenico.
Due sono le angolature con le quali la professoressa Pedico ha presentato il Cardinale Newman: quando era ancora di professione anglicana e dopo la conversione al cattolicesimo. Maria Marcellina Pedico quindi ha messo in evidenza dapprima l’aspetto di Maria in Newman anglicano: “La Vergine ha un ruolo significativo –ha affermato la prof. Pedico – nella vita di Newman anche da anglicano.
Con ragione Giovanni Velocci – uno dei massimi studiosi del nostro autore – mette in risalto che «la conoscenza progressiva del mistero di Maria scandisce il cammino personale di Newman verso tutta la verità cattolica». “Fin dall’inizio del suo libro autobiografico – ha continuato la prof. Maria Pedico – c’è un episodio nell’infanzia di Newman che ha tutta l’aria di un presagio: da quel momento fino agli ultimi mesi della sua vita quando, vecchio e debole cardinale, non può più celebrare la messa né recitare il breviario e riesce appena a usare il suo rosario, la Beata Vergine è una presenza costante nella sua esistenza.
Nella vita di Newman un avvenimento colpisce e rimane impresso: la conversione al cattolicesimo a 44 anni, che costituisce il momento più drammatico del suo itinerario religioso. La conversione viene preparata da un lungo travaglio, da pazienti ricerche, da riflessioni accurate, e comporta il superamento di molte difficoltà.
Una delle più notevoli è il culto reso a Maria nella Chiesa cattolica che Newman ritiene, con tutti gli anglicani, contrario alla rivelazione e all’onore dovuto a Dio solo. Leggiamo nell’Apologia pro vita sua: «Durante il Movimento di Oxford ritenevo che il peccato essenziale della Chiesa romana consistesse negli onori che essa attribuiva alla beata Vergine e ai santi; e quanto più crescevo nella mia devozione verso i santi e verso la Madonna, tanto più diventavo intollerante delle pratiche romane, come se quelle creature glorificate da Dio dovessero sentirsi gravemente offese dalla venerazione indebita della quale erano oggetto».
In questo testo autobiografico, Newman sintetizza il suo atteggiamento verso Maria: da una parte condanna le forme devote verso di lei, dall’altra avverte una vera devozione. In questo atteggiamento strano e contraddittorio il suo spirito è attraversato da due correnti: una superficiale ed esterna, l’altra intima e profonda. Tale situazione si spiega alla luce della vita e dell’educazione religiosa e culturale di Newman.
Egli cresce nell’anglicanesimo e si forma nello studio della sua teologia, che ha come punto fermo l’incontro diretto e immediato con Dio; nessun intermediario può esserci tra l’anima e il suo Creatore. Newman matura in quegli anni ancora giovanili la certezza interiore: «due, e solo due esseri assoluti, di un’intrinseca e luminosa evidenza: me stesso e il mio Creatore» (Apol. 18), certezza che resterà una delle sue note fondamentali e quasi il sigillo della sua vocazione religiosa.
La fedeltà alla Chiesa anglicana e l’ascolto della voce della coscienza lo portano a disapprovare le usanze religiose esteriori, contrarie, a suo giudizio, all’adorazione del Dio unico.” “Ma in Newman – ha detto ancora Maria Pedico – c’è un’altra corrente più profonda dello spirito, che suscita in lui la vera devozione alla Madre del Signore. Questa deriva da uno di quei princìpi che sempre lo hanno orientato, e cioè l’evento essenziale del cristianesimo: l’Incarnazione di Cristo, principio dogmatico su cui fonda la devozione verso la Vergine.
Newman è fortemente colpito dalla verità di fede secondo cui il Figlio di Dio, che vive da tutta l’eternità, ha voluto nascere nel tempo e assumere la natura umana da una donna. Concezioni così chiare e precise sull’Incarnazione erano rare nel mondo anglicano al tempo di Newman, quando molti travolti dal razionalismo, rifiutano il soprannaturale; altri, vinti da pigrizia mentale e trattenuti dall’altezza del mistero, rifuggono da speculazioni ardite e si adagiano in una credenza superficiale.
Newman invece, animato da fede forte e vissuta, abbraccia la rivelazione nella sua pienezza e s’impegna a studiarla in tutti gli aspetti. E qui si alimenta il suo vero culto verso Maria. Questa sua devozione anglicana si basa su quello che conosce della Scrittura riguardo al mistero dell’Incarnazione e della vicinanza di Maria a Cristo. Quando inizia a studiare i Padri della Chiesa cominciano a presentarsi alla sua mente nuove possibilità di sviluppo dei fatti embrionali del testo sacro.
Tuttavia, in ciò che dice e scrive mantiene solitamente un tono di riserva e moderazione, sia per non turbare i suoi amici anglicani, come anche per la paura di essere invischiato in dottrine e usi cattolici che ancora considerava fallaci. In Newman si coglie una particolare devozione personale verso Maria, la Madre del Salvatore.
Non c’è dubbio su questo; lui stesso lo testimonia nel libro autobiografico: «Nonostante la mia inveterata paura di Roma…, nonostante il mio affetto per Oxford e per Oriel, io provavo in segreto uno struggente amore per Roma, madre del cristianesimo inglese, e avevo una sincera devozione per la Beata Vergine: io vivevo nel suo collegio, servivo il suo altare, e avevo esaltato la sua immacolata purezza in uno dei primi sermoni che avessi dato alle stampe».
Il sermone al quale si riferisce Newman viene da lui pronunciato per la festa dell’Annunciazione del 1832. È considerato dagli studiosi un brano eccezionale nella letteratura religiosa e il più straordinario sermone di Newman anglicano su Maria, nel quale ci offre una delle migliori sintesi del suo pensiero. In esso sono messe in risalto le parole rivolte alla Vergine dall’angelo Gabriele, parole che costituiscono il fondamento biblico dell’insegnamento della Chiesa sulla maternità di Maria, la perpetua verginità, l’Immacolato concepimento della Vergine.
Riassumendo i motivi di questo sermone, per cui la Vergine è chiamata «beata» nella Scrittura, Newman espone quasi tutto il suo pensiero anglicano su di lei. Il primo motivo deriva dal parallelismo tra Maria ed Eva nella storia salvifica, aspetto distintivo della mariologia di Newman. In Maria – scrive – «la maledizione pronunciata contro Eva è stata tramutata in benedizione» (Maria Pagine scelte, Paoline, p. 117).
Il secondo motivo deriva dal fatto che la sottomissione della donna all’uomo a causa della disobbedienza di Eva, viene riscattata attraverso l’obbedienza di Maria. Cristo difende i diritti e l’onore di sua Madre e, attraverso di lei, di tutte le donne, secondo il progetto di Dio per la creazione. Newman tocca qui un argomento di estrema rilevanza oggi: la dignità e il ruolo della donna.
Anche la Chiesa, nel suo insegnamento ufficiale, guarda a Maria nel mistero dell’incarnazione come alla persona in cui ogni donna trova il modello della propria grandezza e del genio femminile (cf MD 11). Il terzo motivo della beatitudine di Maria è collegato con la sua santità, derivata dalla sua vicinanza a Cristo, il Figlio incarnato di Dio.
Proprio questo suo rapporto con Cristo e con il mistero dell’Incarnazione è alla base del suo insegnamento su Maria. Dalla verità dell’Incarnazione, così come è rivelata nella Scrittura, consegue che Maria è la madre di Cristo. Newman ancora anglicano ha il massimo rispetto per Maria e ne ammira la santità.
Ci si potrebbe comunque chiedere se la sua opinione sulla santità di Maria si spinge tanto in là da includere l’esenzione dal peccato anche al momento del suo concepimento. Dobbiamo ricordare che la Chiesa cattolica non aveva ancora definito il dogma dell’Immacolata Concezione. In questo terzo motivo del perché Maria è «beata» c’è un passo che lascia sottintendere ai suoi ascoltatori che la natura umana di Maria è sempre stata in uno stato santificato di grazia, e perciò sempre senza peccato.
Gli studiosi discutono su quello che Newman veramente crede da anglicano riguardo alla dottrina dell’Immacolata Concezione e sono in disaccordo. Alcuni ritengono che egli, finché non diviene cattolico non comprende pienamente questa dottrina e non vi crede; altri sostengono che giunge personalmente a questa convinzione, ma si astiene dal dichiararlo esplicitamente per non offendere i suoi compaesani. Può darsi che ci sia qualche esitazione iniziale, ma si può certamente dire che vi sono tutte le premesse per tale convinzione.
“Maria in Newman cattolico” è il secondo aspetto del documento scritto dalla professoressa Maria Marcellina Pedico. In esso l’insigne studiosa ha affermato “Cercando di introdurre un breve resoconto della presenza di Maria in Newman cattolico, possiamo facilmente cogliere alcuni tratti caratteristici.
Da notare in primo luogo che Giovanni Velocci nei suoi studi su Newman scrive che forse nessuno più di lui era adatto a trattare l’argomento su Maria. E questo per vari motivi: la sua esperienza personale, la conoscenza delle opposizioni degli eretici, la sua capacità eccezionale di afferrare le difficoltà altrui.
Innanzitutto Newman si sforza di operare la distinzione tra fede e devozione: la fede, o dottrina, è il Credo e l’assenso ad esso; la devozione sono gli onori religiosi dovuti agli oggetti della fede, e la loro relativa manifestazione. La dottrina (fede) riguardante la Beata Vergine è stata fissata una volta per sempre fin dal principio e sostanzialmente è la stessa ora e al tempo degli apostoli.
La devozione, al contrario, è qualcosa di accidentale, è conseguente alla fede, e perciò col passare del tempo può essere soggetta a mutamenti. Le pratiche di pietà sono quindi infinite nello loro manifestazioni; differiscono da luogo a luogo, da individuo a individuo secondo i tempi.” “Newman –ha sottolineato nel documento la professoressa Maria Pedico – dà la sua preferenza a quelle più confacenti al carattere e alla cultura inglese.
Egli evita sempre le esagerazioni non compatibili con la teologia nella devozione mariana. Inoltre, egli pone una solida base dogmatica per il culto della Beata Vergine. La dottrina mariana, egli afferma, come conseguenza della dottrina dell’Incarnazione, è attestata dall’antichità ed è un legittimo sviluppo dell’insegnamento primitivo. Sant’Atanasio († 373), il primo grande maestro dell’Incarnazione, ha il merito di aver posto delle solide fondamenta per la devozione a Maria.
È vero che talvolta questa devozione può aprire la via ad eccessi, abusi o superstizioni; tuttavia, nonostante tutto, rimane dottrinalmente ben fondata. L’unione talmente intima di Maria al suo Divin Figlio giustifica, secondo Newman, l’onore che la Chiesa cattolica le riconosce. Al riguardo si domanda: «Quale altezza di gloria non possiamo attribuire a lei? E cosa dobbiamo dire di coloro che, per ignoranza, si oppongono alla voce della Scrittura, alla testimonianza dei Padri, alla tradizione dell’Oriente e dell’Occidente, e parlano e agiscono con disprezzo nei confronti di colei che il Signore si è compiaciuto di onorare?».
Le glorie di Maria, sottolinea Newman, dipendono dal Figlio; Maria è interamente dipendente da lui e tutto ciò che ella ha contribuisce alla lode.” “Nell’esperienza di Newman cattolico – e questo l’aspetto centrale della mariologia del cardinal Newman – si coglie la sua sensibilità ecumenica nel trattare temi mariani. Egli fonda le sue riflessioni sulla Scrittura dove si trova il motivo profondo della sua spiritualità.
L’altra fonte, anch’essa di enorme importanza, sono i Padri della Chiesa, che Newman ha studiato e amato intensamente.” “Il suo spirito ecumenico – ha concluso Maria Pedico – risalta soprattutto nella Lettera a Pusey, il suo capolavoro di teologia mariana –che scrive nel 1865,. Maria è sempre presente nella sua attività di oratore, come documentano le meditazioni sulle Litanie Lauretane pronunciate varie volte per il mese di maggio nella chiesa dell’Oratorio di Birmingham; e nel corso dell’anno liturgico tiene spesso le meditazioni sui misteri di Maria.
Sono degni di rilievo anche i discorsi mariani rivolti ai cattolici e ai protestanti nei quali risaltano il suo spirito ecumenico e il suo tentativo di riavvicinare i membri delle due confessioni contrastanti. Da ricordare anche i testi di preghiere e altri scritti spirituali e poetici.” Da notare che è in corso la causa di beatificazione del Cardinale Newman proprio per il suo spirito profondamente ecumenico e chissà se questa possa dare un impulso forte, con l’aiuto della Vergine Maria, al processo di unificazione di queste due grandi confessioni cristiane : quella protestante e quella cattolica.
Come si diceva Newman divenne beato il 16 settembre 2010. Fare memoria storica (a 214 anni dalla sua nascita) di beati e santi rafforza la Fede e fa crescere la Chiesa : questo il fine ultimo di quest’articolo.
Preghiera a Maria del Nuovo Dottore della Chiesa
O Maria, vorrei aver visto…
Quell’anima virginale cerca sempre il suo Amato che è in cielo, e Lo vede in qualsiasi cosa amorevole sulla Terra, amando gli amici terreni assai teneramente, ma al loro giusto posto, come Suoi doni, e Suoi rappresentanti, amando solo Gesù con affetto supremo, e sopportando di perdere tutto per poter tenere Lui.
O Maria, vorrei aver visto come ti comportavi nei confronti di tuo padre e di tua madre, soprattutto con Sant’Anna, e come ti comportavi con i sacerdoti del tempio, e poi con San Giuseppe, e con Santa Elisabetta, con San Giovanni Battista, e poi con gli apostoli, soprattutto San Giovanni.
Vedrei come eri dolce e amorevole nei confronti di ciascuno di loro, anche se il tuo cuore era solo con Gesù. E loro lo capirebbero bene, nonostante la tua gentilezza nei loro confronti.
O Maria, quando guadagnerai per me un po’ di questa purezza celestiale, questo vero candore dell’anima, perché possa concentrare il mio cuore sul mio vero amore?
di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 7 Novembre 2025
Il colonnello ucraino Kmytiuk trincerato nella città: «Non siamo alla fine. Il vero incubo? È in corso una gigantesca sfida per il controllo dei cieli, dominata dai droni»
«Si combatte la classica battaglia urbana nell’era dei droni. Piccolissime unità, tre o quattro uomini, si muovono tra le macerie e gli edifici ancora in piedi. È la sfida casa per casa, cantina per cantina, non sai mai cosa c’è di fronte a te, o dietro. Giornate stressanti, con il meglio dei battaglioni russi che sono penetrati in città. Per ogni soldato nostro o loro l’incubo peggiore sono i droni. Nei cieli si sentono ronzare di continuo e non sappiamo se siano loro o nostri».
Il tenente colonnello 32enne Mykhailo Kmytiuk da Pokrovsk ci racconta gli scenari di quello che in questo momento è il campo di battaglia più sanguinoso e rilevante dell’intero teatro di guerra russo-ucraino. Mykhailo, nome di battaglia Michel, comanda la «Taifun», l’unità specializzata nell’utilizzo dei droni e inquadrata nei ranghi della Guardia Nazionale, si trova in questo settore dall’ottobre 2024: riusciamo a parlargli mentre si muove con la sua jeep.
Da Mosca dicono che siete circondati e Pokrovsk cadrà presto nelle loro mani. Gli ucraini stanno perdendo? La situazione resta difficile. Ma un poco meglio che tre o quattro giorni fa, abbiamo ricevuto rinforzi e nuove armi. La guerra urbana continua, molto crudele. Ma adesso per noi appare più stabile e più sotto controllo di prima. Siamo anche riusciti a fermare l’attacco russo in zone limitrofe come Dobropillia. Ma è ovvio che Putin vorrebbe prendere tutto il Donbass per poi concentrarsi su Zaporizhzhia».
Come reagiscono i russi all’arrivo dei vostri rinforzi? «Stanno attaccando e lo fanno intensificando i lanci di droni e bombe plananti, che vengono tirate dagli aerei lontano dal fronte e arrivano in planata molto veloce, difficili da colpire. Noi non abbiamo ancora risposte precise a questi tipi di arma».
Ma perché per voi ora andrebbe meglio? «Sono arrivati i ricambi per migliaia di soldati che erano davvero esausti in tutte le unità, possiamo avvicendarci».
Mosca sostiene che siete totalmente circondati… «Non è vero, possiamo ancora entrare e uscire dalla città, sebbene con enormi difficoltà. Anche per loro i movimenti sono complicati e molto pericolosi. Lo vedo tutte le volte che osservo gli schermi nel nostro bunker comando: è in corso una gigantesca sfida per il controllo dei cieli dominata dai droni».
Le fonti aperte degli osservatori militari americani valutano che i russi controllino almeno il 60 per cento dell’area urbana. Conferma? «Impossibile dire, c’è una gigantesca area grigia tra le case dove le pattuglie russe e ucraine stanno combattendo. Il fronte cambia di minuto in minuto».
In primavera noi giornalisti potevamo ancora visitare Pokrovsk, i russi si trovavano a una decina di chilometri dalle periferie orientali. Come mai verso fine luglio sono riusciti a entrare? «Mosca ha bombardato con ordigni giganteschi, pesanti oltre tre tonnellate. Poi hanno inviato il meglio delle loro brigate, con unità speciali addestrate per la guerriglia urbana».
Si stimano 170 mila soldati russi concentrati nella zona. Concorda? «Crediamo anche di più».
E quanti civili restano dei 60 mila abitanti originari? «Purtroppo ancora tanti, credo 3 o 4 mila. Per noi rappresentano un problema: non sappiamo se stiano con noi, oppure con i nemici. Temiamo che chi resta diventi spia e informatore dei russi, rivelano ai loro cecchini le postazioni dei nostri soldati. Ogni volta che li incontriamo nelle cantine, nascosti, cerchiamo di parlare con loro, di capire cosa pensino, ma è difficile. E la domanda è sempre la stessa: perché restate, visto che la morte è tutta attorno a voi?».
Cosa può dire dei soldati caduti, davvero i russi perdono tanti uomini? «Impossibile dare un quadro generale. Posso dire che la nostra unità nel suo settore ha di fronte un centinaio di soldati russi e in media ne uccide 2-3 al giorno, i feriti sono tra gli 8 e 12. Noi per lo più subiamo feriti perché siamo trincerati».
Ma quanti sono i vostri caduti? «Abbiamo molti feriti leggeri e una media quotidiana di 2 o 3 gravi».
Putin vorrebbe occupare Pokrovsk entro la fine dell’anno: ci riuscirà? «Mi sembra ancora una storia lunga. Certo è che i russi hanno tanti soldati e ne continuano a inviare».
Che armi vi mancano? «Ci servono droni ad ala fissa, che possono colpire le retrovie russe, anche a 20 chilometri dal fronte dove sono le loro basi e soprattutto i comandi dei loro droni. La novità è che adesso l’area pericolosa si è allargata parecchio, supera i 25 chilometri e dunque occorrono droni dotati di maggiore autonomia».
Vladimir Putin vuole usare la città per dimostrare a Donald Trump che il Donetsk è spacciato, ma la mappa del fronte racconta un’altra storia
Ogni battaglia all’ultimo metro quadrato è entrata nel racconto della guerra fra la Russia e l’Ucraina come una storia di resistenza e distruzione. Ogni nome di città più o meno grande è stato pronunciato dagli ucraini con la consapevolezza che di là dalla cortina di occupazione non sarebbero crollate soltanto macerie, ma anche abitanti sottomessi ai soldati di Mosca, alle loro regole, al trattamento imposto a tutti i territori occupati: divieto di parlare ucraino, nuovo sistema scolastico, nuovo passaporto, mobilitazione forzata, difficoltà sanitarie.
Mariupol, Bakhmut, Avdiivka e ora Pokrovsk, assieme ad altri non sono soltanto i nomi di città per le quali i soldati hanno combattuto, resistito, sono le storie e le immagini del soffocamento russo in Ucraina. Alcune città sono più strategiche di altre, e Pokrovsk, per la quale gli ucraini stanno lottando da oltre un anno, lo è molto.
I russi hanno provato a prenderla bombardandola senza sosta, circondarla, poi hanno cambiato idea, mandando piccoli gruppi di sabotatori, poi di fanteria, spesso difficili da riconoscere per i cecchini ucraini, perché vestiti da civili. Pokrovsk è distrutta, una città fantasma, ma la resistenza continua.
Dall’inizio dell’azione militare contro la città, i russi hanno detto che era fatta, che Pokrovsk era ormai caduta nelle mani dell’esercito. Da ultimo il capo di stato maggiore Valeri Gerasimov aveva raccontato a Putin che la città era completamente circondata con i battaglioni ucraini ormai in trappola.
Ogni battaglia finora ha fatto parte della propaganda, ma con Pokrovsk è diverso perché la propaganda che Mosca vuole farne non è soltanto a uso e consumo dei russi incollati alla televisione di stato, ma anche esterna, negoziale, per convincere soprattutto gli Stati Uniti di quello che il capo del Cremlino, Vladimir Putin, ha raccontato al presidente americano Donald Trump durante il vertice ad Anchorage, in Alaska, il 15 agosto.
Putin andò all’incontro di Ferragosto non soltanto per mostrare al capo della Casa Bianca che la sua guerra aveva delle ragioni storiche profonde – e stando a diverse ricostruzioni, la pazienza di Trump si è esaurita proprio mentre il suo omologo indugiava sulle lezioni di storia – ma anche per dimostrare agli americani che l’Ucraina era ormai spacciata, che la cosa più conveniente e ragionevole che Volodymyr Zelensky avrebbe potuto accettare era cedere alle condizioni di Mosca e dare tutta la regione di Donetsk con le buone prima che l’esercito del Cremlino fosse andato a prendersela con le cattive.
La lezione di storia su Trump non aveva attecchito, ma la distruzione del Donetsk aveva fatto breccia nel presidente, tanto che quando Zelensky, dopo il vertice in Alaska, andò alla Casa Bianca, dovette portare dietro le sue mappe del fronte per mostrare e dimostrare che Mosca stava mentendo.
Pokrovsk conta i suoi giorni, i blogger militari che seguono l’esercito russo da giorni riempiono i media e i loro canali telegram con le storie della “liberazione”. Mosca chiama l’occupazione “liberazione”, oppure “ritorno delle regioni storiche”.
Con la caduta di Pokrovsk, il Cremlino intende iniziare una campagna volta a dimostrare agli Stati Uniti che il Donetsk non ha speranze e dopo la conquista della città, seguiranno le altre, in direzione di un’altra oblast, Dnipropetrovsk.
Il Donetsk però non finisce a Pokrovsk, oltre ci sono città come Slovjansk e Kramatorsk, più grandi e con un sistema di difesa implementato in oltre dieci anni. La Russia vuole usare Pokrovsk per dire di essere a un passo dalla conquista della parte restante della regione del Donbas, ma la verità sul terreno è un’altra e mostra che l’avanzata verso il resto della regione non è questione di giorni o di mesi, ma di combattimenti che dovrebbero durare ancora anni.
Cari lettori, iniziamo oggi una rubrica De Maria numquam satis che uscirà ogni settimana in appendice ad ogni numero di Corrispondenza romana dedicata ad onorare la SS.ma Vergine con i più bei brani scritti da Santi, Dottori della Chiesa, Papi, Teologi, Mariologi… nel corso di tutti i secoli. Questa raccolta di testi vuole essere un florilegio che offriamo alla nostra Regina per riparare le offese che Le sono rivolte ed offrirLe il nostro tributo di amore e di fedeltà.
Il primo testo è tratto dal Trattato della vera devozione alla Santa Vergine di san Luigi Maria Grignion de Montfort nel quale il Santo bretone ci spiega chi sono i falsi devoti a Maria.
90. Bisogna ora finalmente fare una buona scelta della vera devozione alla Santa Vergine, poiché vi sono delle false devozioni che è facile prendere come vere. Il demonio, come un falsario e ingannatore sperimentato, ha già raggirato e fatto perdere tante anime con una falsa devozione alla Santa Vergine; e ogni giorno, nella sua diabolica esperienza, si dà da fare per perderne molte altre, illudendole e facendole addormentare nel peccato, con il pretesto di qualche preghiera, recitata male, e di qualche pratica esteriore da lui suggerita. Come un falsario non contraffà di solito che l’oro e l’argento e solo raramente gli altri metalli, perché non ne vale la pena, così lo spirito maligno non falsifica tante altre devozioni, ma quelle di Gesù e di Maria, cioè la devozione all’Eucaristia e quella mariana, perché queste rappresentano ciò che l’oro e l’argento sono in confronto agli altri metalli.
91. E’ dunque molto importante conoscere anzitutto le false devozioni alla Vergine Santa per evitarle, e quella vera per abbracciarla. In secondo luogo, tra le tante e diverse pratiche della vera devozione alla Santa Vergine, bisogna conoscere quella che è la più perfetta e gradita alla Santa Vergine, la più gloriosa per Dio e la più santificante per noi, per impegnarci a viverla.
92. Ho trovato sette specie di false devozioni alla Santa Vergine: 1°. i devoti critici; 2°. i devoti scrupolosi; 3°. i devoti esteriori; 4°. i devoti presuntuosi; 5°. i devoti incostanti; 6°. i devoti ipocriti; 7°. i devoti interessati.
93. I devoti critici sono di solito degli intellettuali orgogliosi, spiriti forti e presuntuosi, che hanno in fondo una certa devozione alla Santa Vergine, ma che criticano quasi tutte le pratiche di essa che le persone semplici rivolgono semplicemente e santamente a questa buona Madre. Le criticano perché tali pratiche non sono di loro gusto; mettono in dubbio tutti i miracoli e i racconti riportati da autori degni di fede, o tratte dalle cronache degli ordini religiosi, che testimoniano le misericordie e la potenza della Vergine Santa; guardano con fastidio le persone semplici e umili inginocchi davanti a un altare, o ad un’immagine della Vergine, a volte in un angolo della strada, per pregare Dio; e li accusano pure di idolatria, come se adorassero il legno o la pietra; dicono che – per quanto li riguarda – non amano per nulla queste devozioni esteriori e che non sono così deboli di spirito da aggiungere alla fede tutti quei racconti e storielle circa la Santa Vergine. Quando vengono poi riferite loro le lodi meravigliose che i santi Padri tributano alla Vergine Santa, essi rispondono dicendo che quelli hanno parlato da oratori, esagerando, oppure ne danno una loro spiegazione alterata. Questa specie di falsi devoti e di persone orgogliose e mondane è molto da temere; essi fanno un torto enorme alla Vergine Santa e riescono ad allontanare il popolo, con il pretesto di estirparne gli abusi
94. I devoti scrupolosi sono persone che temono di disonorare il Figlio onorando la Madre, di abbassare l’uno elevando l’altra. Non sanno accettare che vengano attribuite alla Santa Vergine le lodi giustissime che le hanno dato i santi Padri; accettano con difficoltà che vi sia più gente inginocchiata davanti all’altare della Santa Vergine che davanti al Santissimo Sacramento, come se l’uno fosse contro l’altro, come se coloro che pregano la Santa Vergine non pregassero Gesù Cristo per mezzo di lei! Non vogliono che si parli Spesso della Vergine Santa e che ci si rivolga a lei tanto di frequente. Ecco alcune loro affermazioni ricorrenti: A che servono tanti Rosari, tante confraternite e tante pratiche esteriori di devozione mariana? Quanta ignoranza in questi casi! Si mette in ridicolo la nostra fede! Parlatemi di chi è devoto di Gesù Cristo (e lo nominano senza scoprirsi il capo, lo dico tra Parentesi): bisogna ricorrere a Gesù Cristo, è lui il nostro unico mediatore; bisogna pregare Gesù Cristo, ecco ciò che è serio! Quanto essi dicono è vero da una parte, ma l’applicazione che ne fanno, per impedire la devozione alla Santa Vergine, è molto pericolosa; è un tranello del demonio, con il pretesto di un bene maggiore; infatti non si onora di più Gesù Cristo che quando si onora molto la Santa Vergine; si onora lei allo scopo di onorare più perfettamente Gesù Cristo; si va infatti a lei come alla strada per giungere al traguardo del cammino, che è Gesù.
95. La Santa Chiesa, con lo Spirito Santo, benedice prima la Santa Vergine e poi Gesù Cristo: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo, Gesù». Non perché la Santa Vergine sia, più di Gesù Cristo, o uguale a lui: sarebbe un’eresia intollerabile; ma è che per benedire più perfettamente Gesù Cristo, bisogna prima benedire Maria. Diciamo dunque con tutti i veri devoti della Vergine Santa, contro questi falsi devoti scrupolosi: «O Maria, tu sei benedetta tra tutte le donne e benedetto è il frutto del tuo grembo, Gesù».
96. I devoti esteriori sono persone che fanno consistere tutta la devozione alla Santa Vergine nelle pratiche esteriori; esse non gustano che l’esteriore della devozione alla Santa Vergine, perché non hanno uno spirito interiore; recitano molti Rosari, ma in fretta; ascoltano molte Messe, ma senza attenzione; vanno alle processioni, ma senza devozione; si iscrivono a tutte le confraternite, ma senza cambiare vita, senza vincere le loro passioni e senza giungere a imitare le virtù di questa Vergine santissima. Non amano che l’aspetto sensibile della devozione, senza gustarne la sostanza; se non trovano gusto sensibile nelle loro pratiche, credono che non siano efficaci e se ne distaccano, le abbandonano, o le fanno a capriccio. Il mondo è pieno di questa specie di devoti esteriori e nessuno più di loro critica le persone di orazione, che si applicano all’interiore come all’essenziale, senza disprezzare l’esteriore di modestia, che sempre accompagna la vera devozione.
97. I devoti presuntuosi sono dei peccatori abbandonati alle proprie passioni, o degli amanti del mondo, i quali, sotto il bel nome di cristiani e di devoti della Santa Vergine, nascondono l’orgoglio, o l’avarizia, o l’impurità, o l’ubriachezza, o la collera, o la bestemmia, o la maldicenza o l’ingiustizia, ecc. Essi dormono tranquilli nelle loro cattive abitudini, senza sforzarsi molto per correggersi, con la scusa che sono devoti della Vergine e pensano che Dio li perdonerà e che non moriranno senza essersi confessati e che non andranno dannati perché recitano il Rosario, digiunano il sabato, sono iscritti la confraternita del Santo Rosario o a quella dello Scapolare, o perché sono membri di un’associazione, o portano l’abitino o la catenella della Santa Vergine, ecc. Quando si dice loro che questa devozione non è che una illusione del demonio e una pericolosa presunzione, capace di perderli, essi non lo vogliono credere; rispondono che Dio è buono e misericordioso, che non ci ha creati per dannarci e che non c’è uomo che non pecchi; dicono che non moriranno senza confessarsi e che un buon mea culpa in punto di morte basterà; e aggiungono che in più sono devoti della Santa Vergine, portano lo scapolare e recitano in suo onore ogni giorno sette Pater e sette Ave fedelmente e senza ostentazione, e anzi ogni tanto recitano pure il Rosario e l’ufficio della Santa Vergine e che digiunano, ecc. A conferma di quanto dicono e per accecarsi ancor più, raccontano qualche episodio, sentito o letto sui libri, non importa loro se vero o falso, in cui si dice di qualcuno, morto in peccato mortale e senza confessarsi, e che, avendo in vita recitato qualche preghiera o compiuto qualche pratica di devozione alla Santa Vergine, sarebbe stato fatto risuscitare per confessarsi, o che la sua anima sarebbe rimasta miracolosamente nel corpo fino a che non avesse potuto confessarsi, oppure che, per la misericordia della Vergine Santa, abbia ottenuto da Dio, in punto di morte, la contrizione e il perdono dei suoi peccati e con questo sia stato salvato. E concludono dicendo che sperano la stessa cosa per loro stessi.
98. Nulla, nel cristianesimo, è più condannabile di una simile presunzione diabolica; come si può dire infatti di amare e onorare davvero la Santa Vergine, quando a causa dei propri peccati, si continua a colpire, a trafiggere, a mettere in croce e ad offendere senza pietà Gesù Cristo suo Figlio? Se Maria si facesse un dovere di salvare con la sua misericordia simili persone, sarebbe come se autorizzasse la colpa e contribuisse ad oltraggiare e a crocifiggere il Figlio suo; chi oserebbe mai pensare questo?
99. Io sono convinto che se si abusa in questo modo della devozione alla Santa Vergine, che è la più santa e la più solida delle devozioni, dopo quella a Gesù Cristo Signore, si commette un orribile sacrilegio, il più grave e meno perdonabile, dopo quello della Comunione ricevuta indegnamente. Ammetto che per essere un vero devoto della Vergine Santa, non è strettamente necessario essere cosi santo da evitare ogni peccato, anche se ciò sarebbe augurabile, ma – si noti bene ciò che dico – bisogna almeno: 1°. essere sinceramente decisi ad evitare almeno tutti i peccati mortali, che offendono tanto la Madre quanto il Figlio; 2°. sforzarsi di evitare ogni altro peccato; 3°. iscriversi alle confraternite, recitare il Rosario o altre preghiere, digiunare il sabato, ecc.
100. Tutto questo è mirabilmente utile alla conversione di un peccatore, anche indurito. Se tu che leggi fossi uno di questi, se avessi pure un piede sull’abisso, io ti consiglio queste pratiche, ma a condizione che tu compia tali buone opere con l’intenzione di ottenere da Dio, per intercessione della Vergine Santa, la grazia della contrizione e del perdono dei tuoi peccati e per vincere le tue cattive abitudini, e non per rimanere pigramente nello stato di peccato, resistendo ai rimorsi di coscienza, all’esempio di Gesù Cristo e dei santi e agli insegnamenti del santo Vangelo.
101. I devoti incostanti sono coloro che manifestano devozione alla Santa Vergine solo a intervalli e in modo volubile: ora sono fervorosi e ora tiepidi; ora sembrano pronti a tutto per servirla e poco dopo non sono più gli stessi. A un momento vorrebbero abbracciare tutte le pratiche di devozione alla Santa Vergine, dare il nome a tutte le confraternite, e poi non ne praticano per nulla le regole con fedeltà; cambiano come la luna, e Maria li mette sotto i suoi piedi come questa, perché sono instabili e non meritano di essere posti tra i servitori di questa Vergine fedele, i quali invece hanno come divisa la fedeltà e la costanza. Piuttosto che caricarsi di tante preghiere e pratiche di devozione, è meglio farne poche con amore e perseveranza, resistendo al mondo, al demonio e alla carne.
102. Vi sono altri falsi devoti della Vergine Santa che sono gli ipocriti. Questi coprono i loro peccati e le cattive abitudini sotto il manto di questa Vergine fedele, per apparire agli occhi degli altri diversi da quello che sono.
103. Un’altra categoria sono i devoti interessati, i quali ricorrono alla Vergine Santa solo per vincere qualche processo, o per evitare un pericolo, guarire da una malattia, o per qualche altro bisogno di questo genere; senza queste circostanze la dimenticherebbero. Gli uni e gli altri sono falsi devoti, senza valore davanti a Dio e alla sua santa Madre.
104. Facciamo dunque bene attenzione per non essere nel numero dei devoti critici, che non credono a nulla e criticano tutto; né dei devoti scrupolosi, che temono di essere troppo devoti della Santa Vergine in rapporto a Gesù Cristo; né dei devoti esteriori, che fanno consistere tutta la devozione in pratiche esteriori; né dei devoti presuntuosi, che con il pretesto della loro falsa devozione alla Santa Vergine marciscono nel peccato; né dei devoti incostanti, che cambiano con leggerezza le loro pratiche di devozione, o alla prima tentazione le abbandonano del tutto; né dei devoti ipocriti, che si iscrivono alle confraternite e portano le insegne della Vergine Santa per farsi credere buoni; né infine dei devoti interessati, che ricorrono alla Vergine Santa solo per essere liberati dai mali del corpo, o per ottenere dei beni temporali.