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Narrazioni, minacce e affari

Così gira nel mondo la ruota prepotente degli imperi

Siegmund Ginzberg  27 dicembre 2025 – IL FOGLIO

La strategia americana rivela una verità già nota: tutto, oggi, è negoziabile, purché al giusto prezzo. Stati Uniti, Russia e Cina si spartiscono la Terra. L’Europa? Sacrificabile           

Le tirate di Trump e dei suoi ideologi, e quelle di Putin e dei suoi ideologi, convergono su una cosa: nel dare addosso all’Europa. Due dei maggiori imperi, quello americano e quello russo, nemici giurati sino ad un attimo prima, se la prendono con l’Unione europea, che impero non è. Un terzo impero, la Cina di Xi Jinping, l’Europa non se la fila per niente. America e Russia, Cina e America litigano (o fingono di litigare, per meglio mettersi d’accordo). Sono potenze nucleari. Potrebbero anche finire col venire alle mani  di brutto. Ma al momento paiono piuttosto propensi ad accordarsi per dividersi il mondo, in combutta fra di loro.

Tre imperi veri, e un outsider schiacciato dai tre. Sul finire del secolo scorso Reinhard Brandt aveva pubblicato un suggestivo saggio filosofico. Si intitolava “D’Artagnan o il quarto escluso. Su un principio d’ordine della storia culturale europea 1-2-3/4” (Feltrinelli 1998). L’Europa è finita a ritrovarsi, suo malgrado, nel ruolo di “quarto escluso”. E’ frastornata. Comprensibile lo sia. Lo sarebbe anche D’Artagnan, se da un momento all’altro, anziché “tutti per uno, uno per tutti” contro le mene del Cardinale, si ritrovasse solo, abbandonato, con tutti e tre i moschettieri contro.

Tutti gli imperi che si rispettino hanno una loro narrazione. Che non è immutevole. Cambia secondo le circostanze, gli interessi del momento, le correzioni di rotta strategiche, talvolta i capricci delle rispettive leadership. Può cambiare gradualmente, o all’improvviso. L’avversione americana all’Europa ha radici remote, bipartisan. Esempio, famoso il “You know, fuck the EU”, intercettato nel 2013 a Victoria Nuland, portavoce dell’allora segretaria di Stato Hillary Clinton.

 Già allora il battibecco aveva a che fare con l’Ucraina. Ma le posizioni erano rovesciate. Gli Stati Uniti accusavano l’Europa di essere troppo accomodante con la Russia. Ora Trump la accusa di essere troppo aggressiva, senza averne, peraltro, i mezzi. Ha una leadership “debole”, che sta praticando un “suicidio di civiltà”. L’Europa, sedotta e abbandonata, viene ufficialmente sbeffeggiata, indicata come il principale ostacolo alla pace, nonché agli interessi americani.

Il documento sulla National Security Strategy dell’amministrazione Trump è un esempio di cambio qualitativo nella narrazione. Un primo interrogativo si impone: va preso sul serio? E fino a che punto? L’interrogativo si potrebbe estendere a tutte  le “narrazioni” che gli imperi prepotenti danno delle crisi in corso. Ci sono o ci fanno? Segnalano rovesciamenti epocali di strategia, o sono smargiassate propagandistiche che lasciano il tempo che trovano? 

Chi scrive è persuaso che sarà meglio prendere sul serio le cose che dicono, non dare per scontato che siano fanfaronate. Le narrazioni imperiali vanno studiate con attenzione. Non sono mai solo favole. Anche se va fatta la tara sugli elementi di posture, di pura gesticolazione, a fini di intimidazione, o di polemica e propaganda interna. L’amica Antonella Ottai, autrice di “Ridere rende liberi” (Quodlibet 2016), sui comici ebrei finiti nei campi di sterminio nazisti, ricorda lo sketch che negli anni Trenta, prima che diventasse cancelliere Hitler, Kurt Robitschek e Kurt Lilien recitavano ogni sera nel più importante cabaret di Berlino. L’uno chiede all’altro, visto come si stanno mettendo le cose, se non sia il caso di darsi una mossa e correre ai ripari. – E perché mai dovrei? – E mi chiedi perché mai? Tu l’hai letto il Mein Kampf? insiste il primo. – Io non leggo libri cattivi, la risposta. Dei due comici ebrei, quello che sulla scena diceva di averlo letto il Mein Kampf, nel ‘33 era scappato in America. L’altro, che diceva di non curarsene perché gli faceva schifo, finì invece ucciso nel campo di sterminio di Sobibor. 

Ebbene, il documento di Trump è un po’ come il Mein Kampf di infausta memoria. Anticipa, sia in modo affastellato, le intenzioni. Dice quello che i nazisti avevano intenzione di fare: far la Germania grande di nuovo, creare un impero, un Reich millenario. Considerarlo solo un delirio passeggero, un cumulo di sciocchezze, non giovò. 

La situazione internazionale era confusa. Quanto e più di quella attuale. Una doccia fredda, una guerra dopo l’altra. Compresa quella che uno storico di destra, Ernst Nolte, ha definito come “la guerra civile europea”, tra comunismi e fascismi. Una crisi economica epocale, mondiale. Con tentativi di uscirne in direzioni diverse, diametralmente opposte. O invece, sotto sotto, più simili di quanto appaia, come ha suggerito un altro studioso tedesco, Wolfgang Schivelbusch, nel suo 3 New Deal. Parallelismi tra gli Stati Uniti di Roosevelt, l’Italia di Mussolini e  La Germania Di Hitler 1933-1939 (Tropea 2008). 

Negli anni Trenta le alleanze, e le relative narrazioni, erano più volte cambiate. Si erano rovesciate per l’ennesima  volta, a strettissimo giro, tra 1939 e 1941. Il patto tra Hitler e Stalin aveva colto di sorpresa tutti. Era stato accolto con sgomento da chi, a sinistra, per decenni aveva dedicato l’impegno e la vita nella convinzione che lo scontro fosse tra comunismo e fascismo. L’accordo segreto tra Germania e Unione sovietica per spartirsi Polonia e le “terre di sangue” dell’Europa centrale aveva dato inizio alla Seconda guerra mondiale. Stalin aveva umiliato i comunisti francesi chiedendogli di applaudire le truppe naziste che entravano a Parigi. Poi, altrettanto all’improvviso, due anni dopo, Hitler aveva invaso la Russia. E la narrazione era cambiata di nuovo. Una nuova, provvidenziale capriola portò all’alleanza di Inghilterra, America e Unione sovietica per contenere l’impero che Hitler imponeva manu militari in Europa. E dire che, ancora poco prima di scatenare la guerra, Hitler si presentava come “uomo di pace”. Un deputato socialdemocratico svedese aveva proposto ironicamente di assegnargli il Nobel per la pace del 1939. Quell’anno il Nobel per la pace non fu assegnato a nessuno. 

C’è una quantità sterminata di studi sul perché e percome di quel doppio salto mortale. Stalin cercò da subito di far dimenticare il Patto. La nuova narrazione si chiamava “guerra patriottica”, contro l’invasore nazista. Si sarebbe dovuto attendere la glasnost di Gorbaciov perché Mosca ammettesse che era stata la NKDV sovietica, non le SS, ad ammazzare gli ufficiali polacchi sepolti nella foresta di Katyn. Putin si guarda bene dal rievocare la vicenda. Rovistando negli archivi, una studiosa tedesca, Claudia Weber, ha riaperto il caso arrivando alla conclusione che quella collaborazione tra le due dittature non fu un episodio marginale. Tra le scoperte più agghiaccianti, i rapporti sui profughi – ebrei, polacchi, ucraini – che nel primo inverno di guerra vagavano tra la zona di occupazione tedesca e quella sovietica. Vegetavano nelle strade delle città di confine, distrutte dai combattimenti, nei boschi e nelle paludi. Spinti dai tedeschi nelle acque gelide dei fiumi di confine, venivano mitragliati dalle guardie tedesche sulla sponda opposta. Non servì che alcuni dei profughi avessero pagato somme esorbitanti ai trafficanti per attraversare in barca i fiumi, di notte.  

Il documento sulla National Security Strategy non si cura di profughi, civili intrappolati nei conflitti. Anzi indica come origine di tutti i mali “l’incontenibile flusso delle migrazioni di massa”, cioè chi cerca di salvarsi da guerre e povertà. Sciagura frutto del colpevole “buonismo”, peloso e interessato, dell’Europa e dei democratici americani. In realtà, non dice nulla che Trump e i suoi non abbiano già detto in precedenza. L’affondo alle istituzioni europee era venuto forte e chiaro già alla prima uscita del vicepresidente J. D. Vance, alla conferenza sulla sicurezza, lo scorso febbraio a Monaco. Non potevano scegliere luogo più evocativo: la città che, nel 1938, aveva ospitato l’altra, assai più celebre conferenza “di pace” che diede il via libera alle pretese di Hitler sulla Cecoslovacchia. Parevano iperboli, intemperanze propagandistiche ad uso interno. E invece erano un programma. 

Il documento mette insieme cose più volte dette e ripetute. E’ un manifesto ideologico affidato a un manipolo di teorici del Make America Great Again. Contiene molte cose alla rinfusa. Così come un polpettone indigeribile era, a suo tempo, il Mein Kampf.  Si tratta di una compilazione. Lo stile e l’impostazione mi fanno venire in mente anche un’altra celebre raccolta di pensieri: il Libretto rosso di Mao. Identico, assolutamente evidente, l’intento di compiacere il capo. Nessun altro precedente documento strategico americano aveva citato così profusamente e in modo tanto adulatorio il presidente in carica. Il Libretto rosso, agitato da milioni di mani di guardie rosse, era una trovata dell’allora vice e successore designato del Grande Timoniere, Lin Biao. Diffuso in centinaia di milioni di copie (rilegate con una copertina di plastica rossa che aveva fatto la fortuna della Montedison), aveva ingorgato la Cina di allora, le università d’occidente in rivolta nel ‘68, e persino alcuni dei più brillanti cervelli occidentali. Serviva a una guerra interna, in seno al gruppo dirigente cinese, non a uno scontro internazionale. Per Lin Biao, che pure era riuscito a eliminare i rivali alla successione, finì male. Mao fece abbattere l’aereo su cui Lin fuggiva verso l’allora arcinemica Unione sovietica. Non possiamo sapere che fine farà Vance.

Il Trump-pensiero appare assolutamente maoista anche nel merito. E non solo nel modo in cui promuove un culto della personalità. Riecheggia una concezione del mondo come grande torta da spartirsi tra le maggiori potenze, le maggiori “civiltà”. Già in una poesia del 1935, dedicata al monte Kunlun, il massiccio nevoso che domina il centro dell’Asia, e su cui si affacciano tutti gli imperi, Mao aveva enunciato la sua particolare concezione di un mondo tripolare: “Potessi brandire la mia spada sino al cielo, / ti taglierei in tre pezzi: / uno per l’Europa, / uno per l’America, uno lo terrei qui in Oriente. / E allora regnerebbe la pace nel mondo, / lo stesso calore e lo stesso freddo su tutta la Terra”.

Meno poetico di Mao, Donald Trump concepisce anche lui il mondo in termini di spartizione tra civiltà, imperi, ciascuno dei quali domina la rispettiva sfera di influenza. “Sfere d’influenza” è termine che trae origine dalla Conferenza di Berlino del 1884-85, nella quale le potenze europee si erano accordate per spartirsi l’Africa. Salvo dilaniarsi poi nell’immane massacro, l’“inutile strage” della Prima guerra mondiale. C’è chi evoca piuttosto un ritorno a Yalta 1945, dove Roosevelt, Stalin e Churchill si spartirono l’Europa e il resto del mondo. Non è la stessa cosa di oggi. Quelli allora avevano vinto la Seconda guerra mondiale. Qualcuno finì sacrificato. Ma garantì molti decenni di pace, e anche di prosperità, per l’Europa che era stata crudelmente spartita.  

Cambiano i convitati al gran banchetto. “America first”, naturalmente, “in tutto quello che facciamo”. Poi la Russia, armata sino ai denti di missili atomici e quant’altro. Ragione per cui non è certo il caso di farle la guerra. Ma impedire che sia la Russia a farla a noi comporta essere capaci di dissuaderla, non solo di rabbonirla. Se lo si fosse fatto a tempo debito, e in modo credibile, quando Putin si prese la Crimea, forse non ci sarebbe stata nemmeno l’invasione dell’Ucraina. La Russia pesa economicamente e demograficamente molto meno degli altri imperi. Ma l’America di Trump e la Cina sanno che con la Russia si possono fare lo stesso proficui affari. Quanto alla Cina, nessuno, nemmeno l’America può pensare di farle la guerra e vincerla. Nemmeno una guerra commerciale frontale. Trump ci aveva provato, ha dovuto fare marcia indietro.

Il succo della nuova narrativa americana è che con Russia e Cina si può negoziare, e lasciargli le rispettive sfere di influenza. Purché non minaccino gli interessi americani, a cominciare dagli interessi economici, e in modo specifico gli interessi degli amici e della base elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca.

Rispetto a tutte le precedenti narrazioni americane, non si parla più di “leadership del mondo libero”, di difesa della democrazia e degli alleati. Si parla di interessi concreti, materiali, di “profitto” in soldoni. Tutta la politica internazionale di Trump è concepita dichiaratamente in termini di costi e ricavi, di guadagni e di affari. I dazi sarebbero una manna per il Tesoro Usa, impoverito dai regali fiscali. Non passa discorso in cui Trump non dica al suo popolo che difesa e futura ricostruzione dell’Ucraina sono interamente a carico degli europei, che le armi non saranno più regalate ma vendute, e “a prezzo pieno”, senza sconti.

Nei secoli passati ci si era scannati in guerre di religione. O in guerre per la conquista di territorio e mercati. La guerra fredda era stata anche un conflitto di ideologie. Il mondo di Trump è governato invece come un consiglio di amministrazione, che considera bilanci, acquisizioni, profitti presenti o futuri. E se ne frega dei principi morali. Non è più scontro tra occidente e oriente. Non è più la vecchia egemonia. Le strategie, anche quelle militari, sono dettate da una nuova geografia, così come fu all’epoca delle grandi scoperte marittime. Degli antichi imperialismi restano sì i presupposti territoriali, l’ossessione per le materie prime (non più solo petrolio e acciaio, ma le terre rare, e le risorse intangibili in know-how, ricerca e conoscenze scientifiche). Resta la lotta per il controllo delle rotte commerciali.

La nuova versione rafforzata della ottocentesca “dottrina Monroe” (“L’America agli americani”) non si applica solo al Venezuela, alla maniera in cui in passato si applicava a Cuba, al Cile o al Nicaragua. Si estende a Panama, da dove si controlla il Canale, e al Canada ex britannico e alla Groenlandia ancora danese, che controlla le nuove rotte polari rese possibili dallo scioglimento dei ghiacci. Non esattamente l’isolazionismo d’antan. “Interventismo selettivo”, lo definisce qualcuno.

“Gli affari degli altri Paesi ci interessano solo se la loro azione minaccia direttamente i nostri interessi”. “Perseguiremo buone relazioni […] senza imporre un’evoluzione verso la democrazia o altri mutamenti sociali”. “La nostra è una predisposizione al non-interventismo”. Quindi, “niente più altri decenni di guerre infruttuose di nation building”. Così recita il documento. Traduzione: della democrazia degli altri non ci importa un fico secco. E del resto gli importa poco anche della democrazia americana. Per i nuovi padroni è un ostacolo fastidioso, hanno già cominciato a snaturarla.

A Putin e a Xi Jinping la nuova dottrina americana non dispiace affatto. Comporta che anche i loro imperi abbiano mano libera nelle rispettive sfere d’influenza. Putin si è accortamente premurato di chiarire, prima ancora dell’incontro in Alaska, che considera storicamente giustificate le pretese di Trump su Canada e Groenlandia. Non ha obiezioni a che gli Stati Uniti facciano il bello e cattivo tempo in America latina. Purché non ostacolino le ambizioni della Russia su ciò che fu un tempo parte dell’impero zarista, e in tempi più recenti parte dell’impero staliniano. Le conseguenze logiche sono evidenti: se l’America si prende Canada e Groenlandia, fa una dependance del Messico e dell’Argentina, un domani non lontano magari anche del Brasile, perché mai la Russia non dovrebbe accampare diritti di influenza sull’Ucraina, gli Stati baltici, la Polonia e l’Europa centrale che un tempo faceva parte del Patto di Varsavia? E perché la Cina non dovrebbe un giorno prendersi Taiwan, a cui, a differenza di quanto fece la Russia di Eltsin con l’Ucraina, dopo il crollo dell’Urss, non ha mai rinunciato? Tutto diventa negoziabile. Anche la

sorte degli amici o degli alleati. Purché il prezzo pattuito sia congruo.

In questo quadro, l’Unione europea è expendable, spendibile, sacrificabile. Al pari dell’Ucraina. Anzi, se si riuscisse a togliere di mezzo un’entità da sempre sgradita all’America, a dividere e fare a pezzettini l’Europa unita, tanto di guadagnato. Sarebbe prendere due piccioni con una fava. Nel gran documento strategico si parla di Europa, ma non si menziona mai, nemmeno una volta, l’Unione europea. Trump ci aveva già detto che l’Unione europea “è nata per fregare gli Stati uniti”. Il suo vice che siamo “scrocconi” – free riders – che pretendevano di essere difesi senza cacciare un soldo. “Ci hanno derubato per tanto tempo”, “Ci hanno trattato male”. Adottano politiche “totalmente contrarie agli interessi Usa”, sono indulgenti verso il “fanatismo ambientalista”, l’estremismo woke (la nuova consapevolezza delle ingiustizie e delle discriminazioni sociali, razziali, di genere, di libertà sessuale e affettiva). La colpa peggiore degli europei è l’indulgenza verso la iattura delle iatture, gli immigrati indesiderati.

C’è un’impressionante compatibilità tra la narrazione trumpiana e quella di Putin. Per Sergei Karaganov, considerato uno dei cervelli geopolitici di Putin, “il vero nemico della Russia è l’Europa”. E’ ora di smettere di essere ingenui e pensare che l’Europa possa essere un fattore di pace. “La guerra con l’Europa è già iniziata, anche se non la chiamiamo ancora così”.  L’Unione europea sarebbe un’accozzaglia di stati in mano a élites “irresponsabili”, “rabbiose” “imbastardite”, “abbrutite”  e “corrotte”, che si reggono sul consenso di una popolazione “intossicata” dalla propaganda antirussa. Solo “la messa in atto delle minacce nucleari li ricondurrà, forse, alla ragione”.  La tanto vantata “democrazia” europea non sarebbe che una trovata dei “plutocrati” per continuare a governare, anzi tiranneggiare i rispettivi paesi.

La propaganda nazista degli anni Trenta dava la colpa di tutto alla democrazia corrotta della Repubblica di Weimar. Dava addosso a plutocrati, banchieri internazionali, bolscevichi, alla sinistra socialdemocratica (tutti “marxisti” ai loro occhi), e soprattutto agli ebrei.  Li accusava di nutrire un odio irreprimibile e di complottare verso la Germania, di voler imbastardire con la sostituzione etnica la purezza della razza germanica, anzi di voler “sterminare” il popolo tedesco. La Francia veniva accusata esattamente dello stesso peccato di cui ora si accusa l’Europa: di accogliere indiscriminatamente immigrati da ogni angolo del mondo, ebrei, gialli e neri, di imbastardire irrimediabilmente la razza bianca. I nemici hanno cambiato nome. Ma la triade di nemici giurati della Russia denunciata dagli ideologi di Putin sembra una copia carbone degli slogan del Terzo Reich.

C’è convergenza piena tra Trump e Putin anche nell’assecondare l’ondata mondiale che spinge a destra. All’uno e all’altro piacciono le destre, specie se estreme: Alternative für Deutschland in Germania, il Rassemblement national lepenista in Francia, il Reform Uk di Nigel Farage in Gran Bretagna, gli amici Orbán e Fico in Ungheria e in Slovacchia e compagnia bella. Tra populisti di destra ci si intende. Li colmano di lodi, e anche di sovvenzioni. Gli piacciono coloro che vorrebbero riportare l’Europa sulla retta via, illiberale e autoritaria. Né a Trump né a Putin importa che alcuni di questi loro nuovi amici europei rivendichino, più o meno esplicitamente, discendenze dal fascismo e dal nazismo. Basta siano propensi a smantellare l’Unione europea. A far premio, prima ancora degli interessi politici ed economici,  è l’affinità ideologica col trumpismo.

L’impero di Xi Jinping, a differenza degli altri due, non ce l’ha con l’Europa. Semplicemente la ignora. E’ difficile immaginare che gli stia a cuore il futuro della democrazia all’europea. Perché mai dovrebbe? La Cina non è una democrazia, è un impero autoritario, erede degli imperi millenari, che si ritrova a essere governata dall’ultima delle dinastie imperiali, quella inaugurata da Mao. L’Europa gli è  indifferente. Un’Europa incapace di tener testa all’America, di avere una propria autonomia non gli serve. Gli serviva quando, nel secolo scorso, l’Europa era un fattore di equilibrio nei confronti della prepotenza sovietica, e in qualche misura nei confronti della prepotenza americana. Con la Russia di Putin ormai la Cina è in grado di vedersela da sola. Anzi, ce l’ha in pugno. Non ha probabilmente alcuna fiducia che questa Europa possa resistere al ricatto americano: o fate affari con noi o li fate con i cinesi. Abbiamo abbozzato. Non è bastato a farci dare la grazia da Washington, né sui dazi, né sul resto.

La Cina non è buona o cattiva. Ha sempre fatto e continuerà a fare i propri interessi. Rivendica il suo ruolo imperiale ”al centro del mondo”. A me è incomprensibile come sia passata senza colpo ferire, o anzi resti dominante, la narrativa sul pericolo cinese, l’invasione cinese, e via dicendo. E il conseguente assioma per cui l’Europa e America dovrebbero unirsi come un sol uomo per contrastarlo. Non ha senso. Così come non convince la contro-narrativa cinese per cui sarebbe la Cina il vero campione del libero commercio, del salvataggio del clima, della stabilità globale, sin da quando nel 2008 ci salvò dal crollo. Così fan tutti, a cantar virtù, direbbe Mozart. La Cina è un impero permaloso. Si offende facilmente con chi sgarra, dice o fa qualcosa che non le piace, su Taiwan o sulle prerogative imperiali di Pechino. Sa minacciare e punire, che si tratti di Giappone o di Australia, di Corea del Sud, di Filippine o di Vietnam. Ma militarmente la Cina non è una minaccia per l’Europa. La potenza economica cinese ci domina già comunque, ci piaccia o no. Il decoupling è un’utopia impraticabile. Per l’Europa come per l’America.

Nella nuova versione del Risiko, del Monopoli planetario, vince chi sopravanza gli altri nel controllo le nuove tecnologie. Ma siccome tutto si tiene, ciascun impero è dipendente anche dall’altro. Non c’è possibile decoupling, autarchia, a meno di non pagare un prezzo altissimo. A fare la faccia feroce con la Cina sui dazi Trump ha dovuto rinunciare già lo scorso ottobre, quando Pechino aveva deciso per ritorsione la sospensione delle esportazioni strategiche, delle terre rare. Bon gré mal gré, con la Cina anche il focoso Trump non può fare a meno di un compromesso. Anzi, c’è, tra i commentatori, chi nel documento sulla strategia vede una confessione di impotenza, il riconoscimento della necessità di un’intesa con la Cina.

Ronald Reagan ce l’aveva con “l’impero del Male” sovietico. George Bush e i suoi ideologi neo-cons ce l’avevano, dopo l’attacco alle Torri gemelle, con i terroristi e gli “stati canaglia”. Nixon aveva aperto a Mao per contrastare la minaccia sovietica, certo non per dare in pasto a Breznev l’Europa occidentale. Ora è cambiata la morale della favola. E’ finita l’era in cui l’America si ergeva a leader del “mondo libero”.  Dimenticata la “Buona guerra” per definizione, quella con cui l’America aveva liberato l’Europa dal nazifascismo. Dimenticato pure il tripudio con cui avevano accolto e rivendicato la caduta del Muro e del comunismo. Trump non ce l’ha con i più minacciosi. Ce l’ha con i perdenti, con quelli che ritiene siano i più deboli.

 E’ pronto a trattare, a fare la pace, e soprattutto a fare affari con i forti. Bastona il cane che è finito in acqua, come recita l’antico detto cinese. Gli uomini forti disprezzano i losers, i perdenti. Mediare, per Trump, vuol dire stare dalla parte del contendente che sta vincendo. Così ha fatto finora per tutte guerre che vorrebbe far finire, anzi, si vanta di avere già fatto finire. Ben venga la narrativa brutale, se ci può dare la sveglia

San Giovanni


autore: Carlo Dolci anno: XVII secolo titolo: San Giovanni Evangelista luogo: Palazzo Pitti, Firenze

Nome: San Giovanni

Titolo: Apostolo ed evangelista

Nascita: I secolo , Betsaida

Morte: 104 circa, Efeso

Ricorrenza: 27 dicembre

Tipologia: Festa

Patrono di:
San Giovanni la Punta, Sansepolcro, Ponsacco, Teverola, Montelupo Fiorentino, Montopoli in Val d’Arno, Montale, Gavirate, Galbiate, Mariglianella >>> altri comuni

Figlio di Zebedeo e Maria Salome e fratello di Giacomo il Maggiore, esercitava la professione del pescatore nel lago di Tiberiade, quando Gesù lo chiamò all’apostolato.

Giovanni allora era nel fiore degli anni, purissimo, e per questa sua purità meritò singolari favori dal Signore; udita la voce di Dio, abbandonò le reti e assieme al fratello seguì Gesù.

I due fratelli ricevettero il nome di figli del tuono per la loro impetuosità.

autore Valentin de Boulogne anno 1625-1626 titolo Ultima Cena

Giovanni, assieme a Pietro e Giacomo, fu testimonio della trasfigurazione e, nell’ultima cena poté reclinare il capo sul petto adorabile del Salvatore.

Fu poi vicino a Gesù non solo nel tempo della letizia, ma anche in quello del dolore: nell’orto del Getsemani, e unico degli Apostoli, sul Calvario.

autore Guido Reni anno 1619 titolo Gesù Cristo Crocifisso, la Vergine Addolorata, Santa Maria Maddalena e San Giovanni

Ricevuto lo Spirito Santo nella Pentecoste, infiammato di ardente amore, annunziò il Vangelo ai Giudei, in compagnia del Principe degli Apostoli.

Fu messo in prigione, flagellato, ma tutto sopportò con allegrezza, contento di essere reputato degno di patire contumelie pel nome di Gesù Cristo.

Passò la maggior parte dei suoi anni in Efeso in compagnia della Madonna: quivi fondò una fiorente comunità religiosa e governò le Chiese circonvicine.

Chiamato da Domiziano, dovette recarsi a Roma, ove fu condannato alla immersione in una caldaia di olio bollente. Il Santo però non ne ricevette alcun danno, anzi usci dal supplizio più vegeto di quanto vi era entrato.

autore Battista Dossi anno XVI sec titolo Visione di San Giovanni Evangelista

Allora gli fu commutata la pena di morte in quella dell’esilio nell’isola di Patmos, ove scrisse l’Apocalisse. Domiziano mori ed avendo Nerva, suo successore, annullato il di lui operato, Giovanni ritornò ad Efeso riprendendo il governo delle sue Chiese. Sorsero in quel tempo eresiarchi che spargevano dottrine false contro i dogmi della fede e specie contro la divinità di Gesù Cristo.

Essendo l’unico Apostolo ancora vivente, fu pregato dai fedeli e vescovi di mettere per iscritto la dottrina che predicava: così scrisse il quarto Vangelo che suppone i primi tre e li completa. È il Vangelo della divinità di Cristo. Lasciò pure in dono alla Chiesa tre lettere canoniche, nelle quali trasfuse tutto l’amore di cui ardeva la sua grand’anima.

Già cadente per gli anni, né potendosi più reggere, si faceva portare in chiesa per predicare, ma non ripeteva che queste parole: « Figliuolini miei, amatevi l’un l’altro ». Stanchi di udire sempre lo stesso ritornello i fedeli gli fecero rimostranze; ma egli rispose: « È questo il gran precetto del Signore, fate questo e avrete fatto abbastanza ».

Raggiunse l’età di 100 anni e fu l’unico fra gli Apostoli che non suggellò col sangue il suo apostolato. San Giovanni è sempre raffigurato insieme ad un’aquila perché lui, rispetto agli altri tre evangelisti, nel vangelo ha parlato con una visione più alta e ampia verso l’assoluto.

Papa Leone XIV: Forza dell’amore, più forte della forza delle armi

All’Angelus nella festa di santo Stefano di oggi in piazza San Pietro

Papa Leone XIV | Papa Leone XIV | Credit Vatican MediaPapa Leone XIV | Papa Leone XIV | Credit Vatican Media

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano, venerdì 26 dicembre 2025, 12:06 (ACI Stampa).

Finalmente, oggi, pare che il tempo dia un po’ di tregua ai pellegrini giunti a Roma. Dopo questi giorni piovosi un po’ di sole si scorge nella piazza più famosa al mondo, piazza San Pietro. Alle ore 12 di oggi, festa di santo Stefano, diacono e primo martire, papa Leone XIV dal suo studio del palazzo apostolico vaticano si è rivolto alla folla per il tradizionale Angelus. Prima della preghiera mariana, una meditazione incentrata sul senso del martirio:  

“Il martirio è nascita al cielo: uno sguardo di fede, infatti, persino nella morte non vede più soltanto il buio. Noi veniamo al mondo senza deciderlo, ma poi passiamo attraverso molte esperienze in cui ci è chiesto sempre più consapevolmente di “venire alla luce”, di scegliere la luce” così il pontefice ai pellegrini riuniti nella piazza. 

E segue: “Il racconto degli Atti degli Apostoli testimonia che chi vide Stefano andare verso il martirio fu sorpreso dalla luce del suo volto e delle sue parole. È scritto: «E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo» . È il volto di chi non se ne va indifferente dalla storia, ma la affronta con amore. Tutto ciò che Stefano fa e dice rappresenta l’amore divino apparso in Gesù, la Luce brillata nelle nostre tenebre”, ha continuato.

La sua attenzione poi si rivolge alla nascita di Gesù che “chiama alla vita di figli di Dio”. E poi sottolinea come questa nasciata abbia suscitato comunque “fin dall’inizio, la reazione di chi teme per il proprio potere, di chi è smascherato nella sua ingiustizia da una bontà che rivela i pensieri dei cuori”. E ribadisce che “nessuna potenza, però, fino a oggi, può prevalere sull’opera di Dio. Dovunque nel mondo c’è chi sceglie la giustizia anche se costa, chi antepone la pace alle proprie paure, chi serve i poveri invece di sé stesso. Germoglia allora la speranza, e ha senso fare festa malgrado tutto” afferma il pontefice.

Il suo sguardo poi si rivolge al presente in cui potrebbe sembrare “impossibile la gioia”. E chi oggi “crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici” precisa il pontefice. Tuttavia, il cristiano non ha nemici, ma “fratelli e sorelle, che rimangono tali anche quando non ci si comprende.

Il Mistero del Natale ci porta questa gioia: una gioia motivata dalla tenacia di chi vive già la fraternità, di chi già riconosce attorno a sé, anche nei propri avversari, la dignità indelebile di figlie e figli di Dio. Per questo Stefano morì perdonando, come Gesù: per una forza più vera di quella delle armi” sottolinea il pontefice.

E dopo la recita dell’Angelus, aggiunge: “Nel ricordo di Santo Stefano, primo martire, invochiamo la sua intercessione perché renda forte la nostra fede e sostenga le comunità che maggiormente soffrono per la loro testimonianza cristiana. Il suo esempio di mitezza, di coraggio e di perdono (0:45) accompagni quanti si impegnano nelle situazioni di conflitto  per promuovere il dialogo, la riconciliazione e la pace.  A tutti auguro una buona festa!”.

Santo Stefano


autore: Girolamo da Santacroce anno: 1530 – 1540 titolo: Santo Stefano luogo: Pinacoteca di Brera, Milano

Nome: Santo Stefano

Titolo: Primo martire

Nascita: 5 dopo Cristo

Morte: 34 dopo Cristo, Gerusalemme, Israele

Ricorrenza: 26 dicembre

Protettore:
dei muratori

Luogo reliquie: Basilica di San Lorenzo fuori le mura – Cattedrale di San Ciriaco

Stefano fu il primo a dare la vita e il sangue per Gesù Cristo. Ebreo di nascita, e convertito alla fede dalla predicazione di S. Pietro, mostrò subito un meraviglioso zelo per la gloria di Dio e una grande sapienza nel confutare i Giudei, che increduli disprezzavano il Nazareno.

Fu eletto dagli Apostoli primo dei sette diaconi per provvedere ai bisogni dei primi fedeli, specialmente delle vedove e degli orfani di cui la Chiesa ebbe sempre cura particolare.

E S. Stefano pieno di grazia e di fortezza, animato dallo Spirito Santo predicava con forza e confermava la predicazione coi miracoli.

Per questo si attirò l’odio dei Giudei che non potevano soffrire tanto zelo, né resistere alla sua sapienza, operatrice di numerose conversioni.

Essi vollero dapprima disputare con Stefano, ma vedendosi vinti dallo Spirito che parlava per bocca di lui, cercarono falsi testimoni per accusarlo di bestemmia contro Mosè e contro Dio. Il Signore però volle manifestare la innocenza del suo servo facendo apparire il suo volto bello come quello di un Angelo.

Dopo la lettura delle accuse, il sommo sacerdote Caifa gli disse di parlare per difendersi, ed egli fece la sua apologia, rappresentando loro la bontà e la misericordia del Signore verso il popolo ebreo, cominciando da Abramo fino a Davide.

Se da una parte mostrò i benefici che il Signore aveva concesso alla nazione dei Giudei, dall’altra ricordò pure le ingiurie fatte a Dio dai loro padri. Ma non facendo quelle parole alcuna impressione in quei cuori induriti, pieni di malizia, mutando d’un tratto tono disse: « O uomini di dura cervice e incirconcisi di cuore, voi sempre resistete allo Spirito Santo; come fecero i vostri padri, così fate anche voi». Essi all’udire queste cose fremettero nei loro cuori e digrignarono i denti contro di lui. Ma egli pieno di Spirito Santo, fissati gli occhi nel cielo, esclamò: « Ecco io vedo i cieli aperti e il Figlio dell’Uomo stare alla destra di Dio ».

autore Giorgio Vasari anno 1569-1571 titolo Lapidazione di Santo Stefano

Quelli, alzando grandi grida, si turaron le orecchie e tutti insieme gli si avventarono addosso e trascinatolo fuori della città si diedero a lapidarlo, deponendo le loro vesti ai piedi d’un giovane chiamato Saulo.

E lapidarono Stefano che pregava dicendo: « Signore Gesù, ricevi il mio spirito », e ad alta voce: « Signore, non imputare loro questo peccato ». Ciò detto s’addormentò nel Signore.

Santo Stefano è il protettore dei muratori infatti nell’iconografia è sempre raffigurato con il suo principale attributo: le pietre della lapidazione. Indossa quasi sempre la ‘dalmatica’ la veste liturgica dei diaconi. È invocato contro il mal di pietra ossia i calcoli.

Zelensky, il sogno della morte di Putin, l’Armata che avanza e il negoziato «in stallo»: il Natale d’inferno e guerra in Ucraina

di Francesco Battistini- Corriere  della Sera – 26 Dicembre 2025

Kiev e gli Stati Uniti hanno lavorato a una nuova proposta di piano di pace, in 20 punti, ma Trump parla di «odio» e si dimostra poco ottimista, mentre dal Cremlino arrivano accuse all’Europa e segnali negativi. E sul campo Mosca continua a fare passi avanti

Un’Ucraina sovrana. Il congelamento della linea di fuoco nel Donbass, senza concessioni dei territori del Donetsk non (ancora) occupati dai russi: al massimo, una zona economica libera e demilitarizzata. Basta aggressioni, con la garanzia di controlli Nato e la presenza d’almeno 800mila soldati ucraini. Una futura membership di Kiev nell’Unione europea (e quanto all’Alleanza atlantica, mai dire mai). La cogestione Ucraina-Russia-Usa della centrale atomica di Zaporizhzhia. E poi la ricostruzione, da concordare con gli Usa, e la libera navigazione sul Dnipro e sul Mar Nero, la restituzione dei bambini rapiti…

C’è voluto un mese, per trasformare in una (im)possibile pace il piano di resa che – senza consultare l’Ucraina – i proconsoli di Donald Trump e di Vladimir Putin avevano apparecchiato al Cremlino. 

I ventotto punti, inizialmente scesi a diciotto, ora sono diventati venti: la bozza d’un accordo che stavolta piace più a Kiev che a Mosca, tanto da essere stata subito resa pubblica dal leader ucraino Volodymyr Zelensky. 

L’ennesima proposta che fa scuotere la testa al presidente americano: c’è «odio», si limita a commentare, tutt’altro che ottimista.

Le speranze ucraine

Dopo le ripetute umiliazioni davanti al mondo, Zelensky è soddisfatto per aver ottenuto dagli Usa la revisione del piano. Le novità più importanti sono le linee del fronte congelate, senza che si discutano adesso questioni territoriali o le due richieste-chiave di Mosca: a Kiev (punto 14) non s’impone più il ritiro delle truppe in quel che le resta del Donbass (ovvero il 20% del territorio conteso); in nessun punto, s’impegna l’Ucraina a non aderire in futuro alla Nato. «Siamo in una situazione in cui i russi vogliono il nostro ritiro dalla regione di Donetsk, mentre gli americani stanno cercando di trovare una soluzione», assicura il presidente ucraino. 

In realtà, gli Usa non hanno concesso nulla su Donetsk. E difficilmente Putin accetterebbe qualcosa di meno di un’annessione. Lo stesso vale per la Nato: «Spetta all’Alleanza decidere se accoglierci come membro – dice Zelensky -. La nostra scelta è fatta. Abbiamo abbandonato l’idea di modificare la Costituzione per includere una clausola che stabilisca che il Paese non aderirà alla Nato». Tutto questo significa poco, però. La nuova bozza non chiede più impegni «costituzionali» di Kiev, è vero, ma resta insuperabile la netta opposizione di Washington e di diversi Paesi Nato all’adesione.

Il gelo russo

«Lento ma costante», dichiara Maria Zakharova dal ministero degli Esteri russo, il negoziato «avanza». Verso dove? La portavoce si rifà sempre allo «spirito di Anchorage», all’incontro che Trump e Putin ebbero a Ferragosto in Alaska, e accusa l’Europa – al solito – di «boicottare questi sforzi e di vanificare tutti i risultati diplomatici». Secondo Bloomberg, che cita fonti del Cremlino, Mosca vuole soprattutto modifiche sostanziali al piano. Anche il New York Times prevede un rifiuto generale della proposta. In particolare, non s’accettano le capacità militari ucraine (un mese fa, la Russia chiedeva di concedere al nemico un esercito di non più di 600mila soldati), le questioni territoriali e lo status di Zaporizhzhia. Putin insiste con le garanzie su una non-estensione della Nato a Est, con lo status di neutralità dell’Ucraina, con la revoca delle sanzioni e con lo scongelamento dei beni in Europa. Un ritiro militare da alcune regioni non sarebbe escluso, nell’ipotesi d’aree totalmente smilitarizzate. Siamo però alle ipotesi: Putin non s’è pronunciato e i suoi portavoce definiscono «false» le indiscrezioni.

Territori e smilitarizzazione

«Nelle regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson – si legge nel nuovo piano -, la linea di dispiegamento delle truppe è di fatto riconosciuta come linea di contatto. La Russia deve ritirare le sue truppe dalle regioni di Dnipropetrovsk, Mykolaiv, Sumy e Kharkiv. Forze internazionali saranno dispiegate lungo la linea di contatto per monitorare il rispetto dell’accordo». 

È forse la principale novità: americani e ucraini hanno estratto dal cilindro l’idea – già avanzata negli incontri a Miami – d’una «zona economica libera», un’area speciale libera sia dai soldati ucraini che dalle truppe russe. Questo, sul cuore industriale orientale del Paese, è il maggior compromesso accettato da Zelensky. Ma quanto dovrebbero ritirarsi i due contendenti? E dove si schiererebbero i monitor internazionali?

La centrale nucleare

Gli Usa propongono di gestire Zaporizhzhia – la più grande centrale atomica d’Europa, occupata nel 2022 da Putin – in consorzio con l’Ucraina e la Russia, in cui ciascuna parte avrebbe una quota uguale. 

Zelensky invece rilancia una joint-venture solo tra Washington e Kiev, in cui gli americani potrebbero decidere come distribuire la loro quota: anche cedendone una parte a Mosca. Al momento, non c’è alcun consenso. La gestione congiunta coi russi, per Zelensky, è «molto inappropriata e non del tutto realistica».

A che punto è la guerra, intanto

La Russia ha finora respinto qualsiasi richiesta di cessate il fuoco, senza un accordo di conciliazione a lungo termine, sostenendo che una pausa nei combattimenti servirebbe solo all’Ucraina per riarmarsi. Sul campo, l’esercito russo ha accelerato la sua avanzata negli ultimi mesi. 

Martedì, le forze ucraine hanno annunciato d’essere state costrette a ritirarsi dalla città di Siversk, una delle ultime roccaforti che impediscono alle forze russe di avvicinarsi a Sloviansk e Kramatorsk, le grandi città della regione del Donbass rimaste sotto il controllo ucraino. «La Russia non ha interrotto i suoi brutali bombardamenti sui civili in Ucraina nemmeno nella notte di Natale», denuncia il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha: «Gli attacchi su Odessa hanno ucciso una persona e ne hanno ferite altre due. Un civile è stato ucciso nella regione di Kharkiv e un altro in quella di Chernihiv. Odessa è la città che soffre di più, in questi giorni», la popolazione è senza elettricità, acqua e riscaldamento a temperature gelide. 

Un genocidio, dice Kiev: «Non c’è nessuno scopo militare, solo l’intenzione della Russia di uccidere persone perché sono ucraine». Non se ne esce, insomma, e a Kiev non rimane che sperare in un intervento soprannaturale: «Oggi abbiamo tutti un sogno – confessa Zelensky a proposito del presidente russo -: che possa morire». «Viene da chiedersi», gli risponde piccato il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, se un leader che augura la morte allo Zar «sia in grado di prendere decisioni adeguate a risolvere la situazione con mezzi politico-diplomatici».

Raid americano in Nigeria contro lo Stato islamico. Cosa c’è dietro l’intervento militare

Redazione  26 dic 2025 -IL FOGLIO

L’operazione americana, annunciata da Trump, è avvenuta con il consenso di Abuja. Dall’insurrezione jihadista alle accuse di violenze settarie, l’operazione di Washington si inserisce in una strategia più ampia contro l’Isis

Gli Stati Uniti hanno condotto una serie di attacchi aerei contro obiettivi riconducibili allo Stato islamico nel nord-ovest della Nigeria. L’operazione, annunciata dal presidente Donald Trump, è stata confermata dal Dipartimento della Difesa e dal Comando statunitense per l’Africa (Africom), che ha precisato come l’azione sia avvenuta in coordinamento con le autorità nigeriane e abbia colpito basi jihadiste nello stato di Sokoto, vicino al confine con il Niger.

Secondo quanto riferito da un funzionario militare statunitense, gli attacchi avrebbero coinvolto oltre una dozzina di missili da crociera Tomahawk lanciati da una nave della Marina nel Golfo di Guinea.

Gli obiettivi sarebbero stati due campi operativi di una diramazione dello Stato islamico attiva nella regione, nota come Islamic State-Sahel, responsabile di attacchi contro forze di sicurezza e civili in una zona attraversata da reti jihadiste e gruppi armati locali. Africom ha comunicato che la valutazione iniziale indica l’uccisione di “molteplici” miliziani.

L’annuncio di Trump è arrivato tramite un messaggio sui social media, in cui il presidente ha definito l’azione una “potente e mortale” risposta contro l’Isis, accusando il gruppo di colpire in modo particolare la popolazione cristiana. “Sotto la mia guida, il nostro paese non permetterà al terrorismo islamico radicale di prosperare”, ha scritto Trump sul social Truth. “Avevo già avvertito questi terroristi che se non avessero smesso di massacrare i cristiani, avrebbero pagato un prezzo altissimo, e stasera è successo”.

Nelle scorse settimane, Trump aveva ordinato al Dipartimento della Difesa di preparare opzioni militari per un possibile intervento in Nigeria, sostenendo la necessità di proteggere i cristiani da violenze degli islamisti. Una posizione che ha trovato eco in ambienti conservatori ed evangelici statunitensi. 

Da allora, però, si erano intensificate le azioni violente, come ha sottolineato l’arcivescovo di Lagos, Alfred Adewale Martins, in un intervento pubblicato sull’organo diocesiano The Catholic Herald, che nel suo titolo di copertina parla di “campi di sterminio”. L’arcivescovo afferma che “sembra vi siano persone che stanno deliberatamente cercando di gettare questa nazione nel caos”. 

Il governo nigeriano esclude motivazioni religiose

Le autorità di Abuja hanno più volte contestato la narrazione di una persecuzione sistematica dei cristiani. Il ministro degli Esteri nigeriano, Yusuf Maitama Tuggar, ha confermato alla BBC che l’operazione è stata “congiunta” e pianificata da tempo, sulla base di informazioni di intelligence fornite anche dalla Nigeria. Tuggar ha sottolineato che l’intervento “non ha nulla a che vedere con una particolare religione” e ha parlato di un’azione mirata contro gruppi terroristici.

Una linea ribadita dal ministero degli Esteri nigeriano in una nota ufficiale, nella quale si fa riferimento a una cooperazione strutturata con partner internazionali, inclusi gli Stati Uniti, per contrastare terrorismo ed estremismo violento.

Trump ha recentemente designato la Nigeria come “paese di particolare preoccupazione” per le violazioni della libertà religiosa, una classificazione prevista dalla normativa americana che può aprire la strada a sanzioni.

 La Nigeria è oggi il paese più pericoloso al mondo per i cristiani, ha denunciato in un’intervista Vicky Hartzler, da giugno scorso presidente della US Commission on International Religious Freedom (Uscirf), organismo bipartisan incaricato di monitorare e promuovere il rispetto della libertà religiosa nel mondo: qui, nel 2023, si è concentrato il 69 per cento di tutti i cristiani uccisi a livello globale, dal 2009 ne sono stati assassinati oltre 50.000. Solo in un attacco a una chiesa cattolica, avvenuto lo scorso giugno, i morti sono stati più di 2.000. Secondo la World Watch List 2025 di Open Doors, 3.100 cristiani sono stati assassinati e 2.830 rapiti in un solo anno. 

Il presidente nigeriano Bola Tinubu ha risposto riaffermando l’impegno del suo governo per la tutela di tutte le comunità religiose e per la collaborazione con partner internazionali nel contrasto ai gruppi armati. La Nigeria è divisa quasi equamente tra le due principali confessioni religiose e i conflitti che attraversano il paese hanno origini e dinamiche differenti a seconda delle regioni.

Nel nord-est della Nigeria, da oltre un decennio, l’insurrezione jihadista di Boko Haram e della sua scissione più recente, l’Islamic State West Africa Province (Iswap), ha causato decine di migliaia di vittime, in larga maggioranza musulmane. Nel nord-ovest e nel centro del paese, invece, la violenza è spesso legata ad attività di banditismo armato, sequestri a scopo di riscatto e scontri tra pastori, in prevalenza musulmani, e comunità agricole, spesso cristiane, per il controllo di terre e risorse idriche.

Una panoramica

L’operazione in Nigeria rappresenta il secondo intervento militare statunitense contro lo Stato islamico in pochi giorni. La settimana scorsa, Washington aveva condotto una vasta serie di raid in Siria, colpendo oltre 70 obiettivi in risposta a un attentato che aveva causato la morte di due soldati americani e di un interprete civile. Nel caso nigeriano, funzionari del Pentagono hanno tuttavia espresso dubbi sull’impatto a lungo termine di attacchi mirati, considerata la natura radicata e frammentata dei conflitti locali.

Nel frattempo, la situazione della sicurezza in Nigeria resta critica. Secondo Acled, nel corso dell’anno più di 12.000 persone sono state uccise da vari gruppi armati, un bilancio che colloca il paese tra quelli con il più alto numero di vittime da violenza organizzata, pur non essendo formalmente in guerra.

 Proprio nei giorni degli attacchi statunitensi, un attentato suicida in una moschea a Maiduguri, nel nord-est, ha provocato numerosi morti e feriti, a conferma di un contesto segnato da instabilità diffusa e minacce multiple.

 In questo quadro, la cooperazione militare tra Stati Uniti e Nigeria appare destinata a proseguire

Forze diverse, sigle e sequestri di massa (che rendono milioni): Nigeria, un teatro complesso

di Guido Olimpio – Corriere della Sera – 25 Dicembre 2025

L’operazione americana scattata la notte di Natale con i raid del Pentagono. Nel Paese coesistono forze diverse e il nemico non è ben delineato

Lo strike americano in Nigeria non rappresenta una sorpresa, risponde ad una strategia della Casa Bianca e si svolge in un teatro complesso dove non sempre il nemico è ben delineato. Ci sono infatti sovrapposizioni, sigle, scissioni, personalismi.

La campagna

Donald Trump aveva promesso un’azione decisa in difesa dei cristiani nigeriani, una campagna presentata come la difesa di una comunità perseguitata dai terroristi islamici. Un messaggio forte che ha l’appoggio della base evangelica del suo elettorato. Tuttavia, molti esperti sottolineano che le violenze colpiscono non solo i cristiani e rappresentano una minaccia che coinvolge altre componenti della nazione. Con punti critici nel nord est e nel nord ovest per quanto riguarda gli islamici mentre sono profondi i contrasti tra clan di agricoltori/allevatori, lotte enfatizzate da questioni etniche.

I movimenti

Da anni agiscono militanti di ispirazione jihadista, eredi del qaedismo e poi associati, in forme diverse, al Califfato. Un recente report statunitense del CTC ha indicato almeno cinque entità. Mahmudawa: guidato da Mallah Mahmuda, presente anche in Niger e in alcune zone del Benin; JAS, fazione nata dalle ceneri di Boko Haram, che continua le sue incursioni in diverse aree; Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico, è ritenuto il gruppo più poderoso; Ansaru, altra costola staccatisi da Boko Haram; Lakurawa, composto da guerriglieri locali ma soprattutto da combattenti provenienti da Stati vicini. Alcuni dei movimenti hanno condotto attentati suicidi in serie, usando anche un alto numero di donne e persino di minori. Tattiche che hanno confermato la ferocia del terrorismo nigeriano.

Il banditismo

Esiste una minaccia multipla: accanto all’offensiva mossa dall’ideologia radicale ci sono le scorrerie di predoni. In alcuni casi queste gang operano insieme ai miliziani, ci sono punti di contiguità, aree grigie dove si mescolano spinte e interessi. Non di rado le fazioni cercano di sfruttare legami territoriali. A questo si aggiunge la piaga dei sequestri di massa, una “economia” parallela che rende milioni ai rapitori.

La regione

Siamo in un quadrante altamente instabile, con gli attacchi continui di qaedisti e Califfato lungo l’intero Sahel. Burkina, Niger, Mali sono le realtà più esposte ma è evidente il tentativo degli estremisti di avanzare verso la costa occidentale del continente. È cambiato anche il contesto internazionale, così come sono mutati i rapporti di alleanza. I francesi sono stati scalzati via dai russi che hanno inviato prima mercenari e poi militari, impegno profondo legato allo sfruttamento minerario. La missione di Mosca, se da un lato ha puntellato i regimi, dall’altro non è riuscita ad allontanare i pericoli. La prova evidente è il Mali sotto assedio. Washington, sotto Trump, ha preferito dedicarsi ad altro. Così il Pentagono ha chiuso una base per droni in Niger ed ha ridotto la presenza nello scacchiere preferendo concentrarsi sulla Somalia dove ha condotto molti raid contro gli Shebab (qaedisti). Ora, però, ha aperto il nuovo fronte nigeriano.

I bambini per strada, le luci, i turisti: Natale a Betlemme, che s’è rialzata

di Luca Foschi, Betlemme

La fragile tregua a Gaza ha dato una boccata d’ossigeno alla città. Il sindaco, cristiano: «L’economia è al collasso, ma diciamo al mondo che ci siamo ancora»

24 dicembre 2025 – Avvenire

Palestinesi in festa nella piazza della Mangiatoia a Betlemme, accanto alla Basilica della Natività/REUTERS

Fino a sera i bambini si rincorrono nella piazza della Mangiatoia, dando con gioia calci a un pallone. Intorno, i carretti degli ultimi ambulanti continuano a esalare i fumi del mais; sotto i portici, i proprietari dei negozi di souvenir si ostinano a restare seduti sulla soglia o chiudono lentamente i battenti. I poliziotti parlano e scherzano, mentre un turista si contorce nel tentativo di cogliere nella stessa inquadratura la compagna, il Presepio, il grande albero di Natale e l’oro silenzioso della Basilica della Natività.

È la Betlemme della vigilia, con la sua luce mite e antica che torna ad affiorare dopo oltre due anni di guerra e oscurità. Ora la piazza si riempie di lingue diverse, di passi, di giornalisti affannati. «Hic de Virgine Maria Jesus Christus natus est», si legge nel cerchio della stella a quattordici punte che indica il luogo della grotta dove nacque il Messia, a poche spanne dallo spazio che ospitò la mangiatoia, sotto l’altare maggiore della Basilica. Johnny, guida turistica locale, si addentra nella simbologia della stella e poi, più prosaicamente, annuncia: «Siete fortunati, qui in condizioni normali è difficile anche farsi fare una foto». Il suo sparuto gruppo di pellegrini è composto da cinesi, sudcoreani, americani. «È il mio quinto lavoro in due anni, temo che passato il Natale sarà tutto finito», aggiunge, mentre aiuta una signora a rialzarsi dalla posa.

È un sentimento che pervade la città, come tutta la Cisgiordania trascinata in un nuovo girone di miseria e di lutto dal conflitto di Gaza e dal conseguente inasprimento dell’occupazione israeliana. Imprigionata dai check-point, privata dei pellegrini, Betlemme è stata per due anni un deserto. La fragile tregua iniziata in ottobre ha però facilitato i movimenti: come una breve pioggia su un terreno arido, ha nutrito l’insopprimibile istinto alla rinascita. Luce, dunque, e ombre.

«Siamo circondati da 134 barriere. L’economia della città, che dipende all’80 per cento dal turismo, è collassata. La disoccupazione ha raggiunto il 65 per cento. Chi può emigra. Ma abbiamo deciso di riaccendere lo spirito del Natale, nonostante le difficili condizioni. Le persone devono poter immaginare un futuro. Voglio che Betlemme mandi il messaggio giusto al mondo: sosteneteci, sostenete la Palestina, la giustizia.

Solo con la giustizia potremo ottenere una pace durevole», spiega ad Avvenire Maher Canawati, il sindaco cristiano della città. Dopo la visita in Vaticano di settembre, papa Leone gli ha inviato una lettera, letta pubblicamente il 6 dicembre, il giorno dell’accensione dell’albero.

«In questi giorni ci sono stati centinaia di turisti, gli alberghi hanno riaperto, i ristoranti hanno ricominciato a lavorare.

L’Autorità Palestinese ci sta aiutando a rendere le strade sicure. Betlemme è viva, abbiamo risposto», afferma Canawati. Oggi la piazza della Mangiatoia ospita parate, canti, danze, una grande festa che culminerà con la Messa di mezzanotte celebrata dal patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, appena rientrato da Gaza.

 Uno spettacolo per i betlemiti e per il mondo, per i suoi popoli e i loro governi, chiamati a discernere fra distruzione e giustizia, verità e oblio, redenzione e tenebra, mentre restano spettatori dell’immensa solitudine delle vittime. Nel campo profughi di Aida, alla periferia di Betlemme, una piccola bicicletta prende velocità in discesa; la ruota s’incastra in una crepa dell’asfalto logoro e lo scolaro rovina a terra. Sopraggiungono i compagni, lo rincuorano. Si rialza con una smorfia rigida, sintesi di pianto e orgoglio.

Il Natale arriva anche qui, dove la tendopoli del 1950 è diventata un asfittico labirinto di edifici irregolari, poveri carruggi segnati dai murales di pace e resistenza, circondati dal grande muro di separazione, dalle sue torrette occhiute e da un’area di addestramento dell’esercito israeliano che dista pochi metri dall’ingresso del campo: un grande buco di serratura sovrastato da una chiave, simbolo delle case perdute nella Nakba del 1948 e del mai sopito desiderio di ritorno.

Le scuole, i centri educativi, le Ong organizzano attività culturali e ludiche per bambini e adolescenti, coinvolgendoli nel colore della festa natalizia, oltre il grigiore del cemento. «Siamo qui da 77 anni, in uno spazio ormai senza regole. L’esercito israeliano entra quando vuole, terrorizza, arresta. Nessuno riesce a proteggerci, né l’Autorità Palestinese né la comunità internazionale.

 Ma dobbiamo preservare la nostra umanità: continuiamo a resistere come se l’occupazione non ci fosse. Non possiamo vivere nella paura. Loro fanno il loro peggio, noi il nostro meglio. Loro distruggono, noi creiamo», spiega nel suo ufficio Abdel Fattah Abu Srour, fondatore di al-Rowwad, centro culturale che ha scelto teatro, musica e danza come forme di resistenza nonviolenta.

 Negli ultimi mesi il centro ha dovuto destinare molte energie alla distribuzione di beni di prima necessità: fra i settemila abitanti, la disoccupazione supera il 75 per cento. Abu Srour chiama sumud la natura profonda dell’animo palestinese: perseveranza, capacità di sopportazione, resistenza ostinata. Un altro esempio vive nella selva di souvenir e articoli religiosi del Nativity Store, situato a «cinque metri da dove è nato Gesù», racconta con entusiasmo Rony Tabash, erede di una lunga tradizione.

«Mio nonno ha aperto il negozio nel 1927, fra poco saranno cento anni. Tre generazioni», dice in un italiano limpido, con un’allegria che si attenua solo quando ricorda che ormai da Betlemme non emigrano più singoli individui, ma famiglie intere. La storica bottega coinvolge venticinque artigiani e non si è arresa a quattro anni di pandemia e guerra. «Nell’ultimo periodo mio padre è stato malato, ma ogni giorno mi diceva: vai, Rony, apri il negozio. Anche se c’è la guerra, anche se non c’è nessuno. Apri la porta, aprila alla speranza. Abbiamo bisogno del mondo per resistere, ma senza di noi questo posto diventerà un museo. Ce lo ha insegnato Gesù: siamo noi la pietra viva».

Natale, Papa Leone XIV: “Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona”

Il Papa nell’omelia della Messa delle Notte di Natale: “La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente”

Papa Leone XIV |  | Daniel Ibanez EWTN

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, mercoledì 24 dicembre 2025, 22:55 (ACI Stampa).

Papa Leone XIV ha presieduto questa sera nella Basilica Vaticana, per la prima volta nel suo pontificato, la Messa della Notte di Natale.

“In questa notte – ha esordito il Papa nell’omelia, citando la Scrittura -il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.  Oggi – ha aggiunto Papa Leone – “viene Colui senza il quale non saremmo stati mai. Vive con noi chi per noi dà la sua vita, illuminando di salvezza la nostra notte. Non esiste tenebra che questa stella non rischiari, perché alla sua luce l’intera umanità vede l’aurora di una esistenza nuova ed eterna. È il Natale di Gesù, l’Emmanuele”.

“Nel Figlio fatto uomo – ha osservato – Dio non ci dona qualcosa, ma Sé stesso. Nasce nella notte Colui che dalla notte ci riscatta: la traccia del giorno che albeggia non è più da cercare lontano, negli spazi siderali, ma chinando il capo, nella stalla accanto. Il chiaro segno dato al mondo buio è infatti un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia.  

Per trovare il Salvatore, non bisogna guardare in alto, ma contemplare in basso: l’onnipotenza di Dio rifulge nell’impotenza di un neonato; l’eloquenza del Verbo eterno risuona nel primo vagito di un infante; la santità dello Spirito brilla in quel corpicino appena lavato e avvolto in fasce. È divino il bisogno di cura e di calore, che il Figlio del Padre condivide nella storia con tutti i suoi fratelli. 

La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente. Per illuminare la nostra cecità, il Signore ha voluto rivelarsi da uomo all’uomo, sua vera immagine, secondo un progetto d’amore iniziato con la creazione del mondo”.

“Finché la notte dell’errore oscura questa provvidenziale verità, allora – ha detto ancora il Papa citando Benedetto XVI -non c’è neppure spazio per gli altri, per i bambini, per i poveri, per gli stranieri. Così attuali, le parole di Papa Benedetto XVI ci ricordano che sulla terra non c’è spazio per Dio se non c’è spazio per l’uomo: non accogliere l’uno significa non accogliere l’altro. Invece là dove c’è posto per l’uomo, c’è posto per Dio: allora una stalla può diventare più sacra di un tempio e il grembo della Vergine Maria è l’arca della nuova alleanza”.

“Ammiriamo- è l’invito di Leone XIV-, la sapienza del Natale. Nel bambino Gesù, Dio dà al mondo una vita nuova: la sua, per tutti. Non un’idea risolutiva per ogni problema, ma una storia d’amore che ci coinvolge. Davanti alle attese dei popoli Egli manda un infante, perché sia parola di speranza; davanti al dolore dei miseri.

Egli manda un inerme, perché sia forza per rialzarsi; davanti alla violenza e alla sopraffazione Egli accende una luce gentile che illumina di salvezza tutti i figli di questo mondo.

“Mentre un’economia distorta – ha ammonito il Papa nell’omelia – induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù. Ci basterà questo amore, per cambiare la nostra storia? La risposta viene appena ci destiamo, come i pastori, da una notte mortale alla luce della vita nascente, contemplando il bambino Gesù.

Sopra la stalla di Betlemme, dove Maria e Giuseppe, pieni di stupore, vegliano il Neonato, il cielo stellato diventa «una moltitudine dell’esercito celeste». Sono schiere disarmate e disarmanti, perché cantano la gloria di Dio, della quale la pace è manifestazione in terra: nel cuore di Cristo, infatti, palpita il legame che unisce nell’amore il cielo e la terra, il Creatore e le creature”.

“Ora che il Giubileo – ha concluso il Pontefice – si avvia al suo compimento, il Natale è per noi tempo di gratitudine e di missione. Gratitudine per il dono ricevuto, missione per testimoniarlo al mondo. La contemplazione del Verbo fatto carne suscita in tutta la Chiesa una parola nuova e vera: proclamiamo allora la gioia del Natale, che è festa della fede, della carità e della speranza.

 È festa della fede, perché Dio diventa uomo, nascendo dalla Vergine. È festa della carità, perché il dono del Figlio redentore si avvera nella dedizione fraterna. È festa della speranza, perché il bambino Gesù la accende in noi, facendoci messaggeri di pace. Con queste virtù nel cuore, senza temere la notte, possiamo andare incontro all’alba del giorno nuovo”.

Prima di iniziare la Messa, Papa Leone – che per la prima volta dall’inizio del pontificato ha indossato la fascia bianca con il suo stemma papale ricamato – si era recato sul sagrato della Basilica per salutare e benedire i fedeli che non sono potuti entrare all’interno per seguire la Messa.

“La Basilica di San Pietro – ha detto il Papa – è molto grande, ma purtroppo non è abbastanza grande da accogliere tutti voi. Tante grazie per essere venuti qui questa sera. Vogliamo celebrare insieme la festa di Natale. Gesù Cristo che è nato per noi ci porta la pace, ci porti l’amore di Dio”.

Il Santo Natale e il Paradiso

24 Dicembre 2025 

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana 1930

I sacerdoti oggi parlano raramente dell’inferno e del Paradiso, quasi temendo che il richiamo ai novissimi possa apparire fuori tempo o inadatto alla sensibilità contemporanea. Eppure, proprio queste realtà ultime ricordano all’uomo il fine per cui è stato creato e il destino irrevocabile verso cui la sua anima è orientata. 

Il silenzio su inferno e Paradiso non rende queste realtà ultime meno vere né meno decisive; al contrario, le rende pericolosamente dimenticate. Tacere sui novissimi, significa oscurare il senso stesso dell’esistenza umana, che non si esaurisce nel tempo ma è protesa verso l’eternità. Ma l’eternità non è soltanto una realtà futura: essa getta la sua ombra e la sua luce nel tempo presente, nella nostra quotidianità. San Gregorio Magno insegna che «la vita presente è come un seme: ciò che ora si semina, nell’eternità si raccoglie» (Moralia in Iob, XXV, 16). Ogni atto, ogni scelta, ogni orientamento del cuore prepara già ora il raccolto eterno. Come ricorda sant’Alfonso Maria de’ Liguori, «l’eternità dipende da un momento, e quel momento è il presente» (Apparecchio alla morte, Considerazione I). Così nel momento presente, noi incontriamo l’eternità.

Il mondo in cui viviamo ci offre tempi, luoghi e immagini che prefigurano ciò che potranno essere l’inferno e il Paradiso e ci aiutano a comprendere, almeno per analogia, cosa significhi vivere lontani da Dio o vivere in unione con Lui.

 Per avere un’idea dell’inferno non occorre sforzare l’immaginazione: basta leggere i giornali, seguire le cronache quotidiane, osservare con attenzione la realtà che ci circonda. La violenza diffusa, la menzogna sistematica, l’inganno elevato a norma, l’infelicità profonda che abita cuori apparentemente sazi, costituiscono la cifra drammatica della nostra epoca. L’inferno, potremmo dire, è attorno a noi. Non si tratta certo dell’inferno in senso proprio, ma di una sua inquietante anticipazione: un mondo in cui l’uomo, rifiutando la verità e l’amore di Dio, sperimenta già la solitudine, il vuoto e una sofferenza che si traduce spesso in disperazione, anche se mascherata.

Ma se il nostro tempo offre immagini così numerose che evocano le sofferenze dell’inferno, esso non è privo di segni e momenti che rimandano alle gioie del Paradiso. Uno di questi momenti simbolici è il Santo Natale, un mistero divino che ci offre una delle immagini più alte del Paradiso anticipato nel tempo.  Contempliamo il Presepe. In una grotta povera, in un bambino deposto in una mangiatoia, il cielo si apre sulla terra. Lì dove tutto sembra fragile e insignificante, Dio si rende visibile e vicino. Il presepe ce lo ricorda con semplicità e profondità.

Gesù che viene al mondo è circondato dalla Madonna e da san Giuseppe e forma con loro la Sacra Famiglia, modello di tutte le famiglie della terra. Gli angeli cantano la gloria di Dio sopra la capanna di Betlemme; i pastori e i Re Magi adorano il Verbo fatto carne. Tutte le famiglie che, nella notte di Natale, si raccolgono attorno al Santo Presepe, che hanno la grazia di prepararlo e offrirlo al Signore, partecipano, anche se spesso in modo inconsapevole, a questa gioia che ha la sua sorgente nella vita soprannaturale irradiata dalla Sacra Famiglia.

Il Natale, con il calore e l’affetto che palpabilmente trasmette a chi lo vive con cuore semplice e sincero, ci ricorda che esiste un ambiente soprannaturale; che l’ambiente soprannaturale per eccellenza è il Cielo; che il Cielo è la nostra vera patria e il luogo di eterna felicità al quale ogni uomo è chiamato e, se corrisponde alla Grazia, è destinato ad arrivare. La pace e la gioia spirituale che il Natale accende nei cuori sono una prefigurazione della felicità eterna del Paradiso, dove l’anima sarà completamente immersa nel possesso e nel godimento di Dio.

Il Paradiso è una realtà che supera ogni immaginazione: è la pienezza di tutti i beni desiderabili, l’estasi eterna della visione beatifica. I secoli si succederanno ai secoli senza diminuire la felicità degli eletti; anzi, la certezza di possedere eternamente il Bene supremo ne accrescerà senza fine la dolcezza. I beni spirituali sono inesauribili, come dimostrano le amicizie spirituali che nascono sulla terra. Quando queste amicizie durano nel tempo e rimangono sempre nuove, senza sazietà, è segno che sono di origine divina. E in Paradiso queste amicizie saranno riannodate, così come i legami familiari con i nostri cari, ritrovati alla luce di Dio, per non più separarci da loro. I Beati vivono nella gioia inesauribile di amare e di essere amati, in una vita che fiorisce continuamente senza conoscere noia né stanchezza.

Ma dopo la visione intuitiva di Dio, ciò che accrescerà maggiormente la gioia dei Beati sarà la contemplazione dell’Uomo-Dio, Gesù Cristo, Verbo Incarnato, e della sua Santissima Madre, la Beatissima Vergine Maria, Regina degli angeli, dei santi e del Paradiso stesso. Le melodie del Paradiso saranno quelle intonate dagli Angeli a Betlemme per cantare la gloria di Dio e la pace in terra agli uomini di buona volontà. Ma coloro che in terra furono uomini di buona volontà, perché amarono Dio, oggi ascolteranno con commozione queste melodie in Cielo. 

Così, mentre il mondo mostra ogni giorno le ferite dell’inferno che l’uomo costruisce quando si allontana da Dio, il Natale ci ricorda che il paradiso comincia ogni volta che Dio viene accolto. Tra queste due anticipazioni – una di luce e una di tenebra – l’uomo è chiamato a scegliere. La scelta dell’eternità si gioca nel tempo, nelle decisioni quotidiane, nel modo in cui crediamo, adoriamo, speriamo ed amiamo, come la Madonna a Fatima ci ha invitato a fare.  

Natale è l’anticipo storico di ciò che il Paradiso è in modo eterno: la comunione piena tra Dio e l’uomo. San Gregorio di Nissa insegna che l’anima è stata creata con un desiderio infinito, capace di essere colmato solo da Dio (De vita Moysis, II, 232-239). Il Natale accende nel cuore una pace fragile e ancora esposta alle ferite; il Paradiso è quella stessa pace portata a compimento, senza più dolori né separazioni.

San Tommaso d’Aquino afferma che la felicità suprema dell’uomo consiste nella visione di Dio (Summa Theologiae, I-II, q.3). A Natale, Dio si lascia vedere in un volto umano; in Paradiso l’uomo vedrà Dio senza veli. Il Natale è la prima visione di Dio concessa all’uomo; il Paradiso sarà l’ultima, definitiva ed eterna. 

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