"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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LO STALLO DELLO ZAR IN UCRAINA

di Paolo Mieli| 4 novembre 2025 – Corriere  della Sera – 5 Novembre 2925

Anche l’eventuale presa di Pokrovsk sarebbe per la Russia più immagine che sostanza. La necessità di arrivare alla pace

Se domattina i russi riuscissero a conquistare la città ucraina di Pokrovsk — che da settimane Putin a dispetto di ogni evidenza sostiene di aver accerchiato neutralizzandone le difese — avrebbero ottenuto, i russi stessi, un risultato da sbandierare come una grande vittoria ma assai modesto sotto il profilo militare.

 Pokrovsk contava, prima dell’attacco, poco più di sessantamila abitanti, più o meno come Caltanissetta (pur avendo, senza che si offenda il capoluogo siciliano, un rilievo strategico assai superiore a quello che diede i natali a tanti illustri nisseni). Per sconfiggerla si è resa necessaria la mobilitazione di un numero di soldati russi dieci volte superiore a quello dei resistenti ucraini. I combattimenti sono iniziati quattordici mesi fa.

Per fare un paragone (con ampi margini di fantasia come ogni comparazione storica) è come se le truppe angloamericane, sbarcate in Sicilia agli inizi di luglio del 1943, fossero riuscite a conquistare Caltanissetta alla fine di settembre dell’anno successivo. Mentre è noto che a giugno di quell’anno, il 1944, pur avendo avuto difficoltà non lievi nello scontro con i tedeschi a Montecassino, gli alleati erano riusciti ad entrare a Roma che li accolse in un clima festante. E a fine settembre avevano scavallato l’Appennino toscano.A Pokrovsk, semmai riusciranno ad impadronirsene, i russi non troveranno poi folle festanti e bambini con le bandierine, ma cumuli di rovine da essi stessi provocate.

Cumuli sotto cui resteranno sepolti i corpi di civili che non si può dire abbiano provocato un’ondata di commozione pari a quella di altre guerre del nostro tempo. Di quei morti verrà incolpato da coloro che l’hanno avuto in antipatia fin dal febbraio del 2022 Volodymir Zelensky. Quel Zelensky che, con l’unanime consenso dei suoi collaboratori, non si è voluto arrendere accettando la legge del più forte. E ha voluto dar retta a quanti tra i suoi erano determinati a difendere i confini del Paese visto che i precedenti del 2014 (la cessione della Crimea, silenziosamente accettata dall’intero mondo occidentale) ad ogni evidenza non aveva saziato l’ingordigia russa.

La volontà e la capacità di resistenza ucraina sono state attribuite da osservatori superficiali alle armi fornite dall’Occidente. Strano: gli occidentali avevano armato e addestrato gli afghani per ben venti anni e non appena gli americani hanno lasciato Kabul (agosto 2021) l’esercito locale si è dissolto nel giro di poche ore. Diciamo che armi e addestramento contano sì, ma non sono tutto. Ci vuole anche (se non soprattutto) la determinazione di cui sta dando prova chi si batte in questi giorni a Pokrovsk. Accompagnata, questa determinazione, da un sostegno di popolo che fino ad oggi in Ucraina non è mai mancato.

Due anni fa, il consenso alla decisione iniziale di Zelensky è parso venir meno. L’Economist — su suggestione del capo delle forze armate ucraine, Valery Zaluzhny (reduce dall’insuccesso della controffensiva estiva del 2023) — descrisse il clima di «stanchezza» che si era diffuso a Kiev. Zaluzhny fu poi rimosso, si mostrò da allora assai critico nei confronti di Zelensky ma la guerra è continuata. Senza che i russi riuscissero a sfondare a causa di una insospettabile capacità di resistere da parte degli ucraini (della quale adesso prende atto anche l’Economist).

I quali ucraini, da quando Donald Trump è entrato alla Casa Bianca (20 gennaio scorso), sono stati strattonati al punto di sentirsi costretti ad accettare l’idea di una pace — ancorché provvisoria — lungo la linea del cessate il fuoco. Ma qui Putin ha avanzato sorprendenti pretese su territori che non era riuscito a conquistare e ha lasciato intendere che la sua opzione preferita era quella di continuare la guerra fino a quando non piegherà le numerose Pokrovsk che incontrerà sul suo cammino. 

Chi sosteneva fin dall’inizio che la pace consisteva nel cedere a quelle pretese, è tornato a raccontarci la storia di un’Ucraina ormai sconfitta a cui dovremmo suggerire di mettersi in ginocchio. Peccato che gli ucraini, adesso come nel 2022, non vogliano saperne.

Tanto più che l’Europa, quantomeno una parte di essa, si è mostrata disponibile a fornire ulteriore sostegno a Kiev.

Sicché a questo punto o Putin siederà a un tavolo con Trump (e prima o poi con Zelensky) per abbozzare un accordo di pace o la guerra continuerà verso il traguardo del quarto anno. Quattro anni. Quanto è durata la Prima guerra mondiale. Una durata che dovrebbe suggerirci qualche riflessione in più.

E la storia che l’eventuale caduta di Pokrovsk spianerebbe la strada ai russi per conquistare in un battibaleno il resto dell’Ucraina è simile a quella che ci è stata raccontata troppe altre volte perché si possa darle credito. 

Le città ucraine hanno dato prova di una capacità di resistenza mai conosciuta prima. Perciò o Putin si rassegna a firmare un trattato che faccia cessare i combattimenti o, nonostante la sproporzione delle forze a suo vantaggio, potrà andare incontro a sorprese per noi (ma anche per lui) inimmaginabili.

Nota dottrinale su alcuni titoli mariani riferiti alla cooperazione di Maria all’opera della salvezza

 Nota dottrinale su alcuni titoli mariani  riferiti alla cooperazione di Maria  all’opera della ...

04 novembre 2025

di Víctor Manuel Card.Fernández – Osservatore romano – 4 Novembre 2025

Presentiamo oggi una Nota dottrinale. Ed è bene specificare che l’espressione “dottrinale” nel titolo indica che questo documento ha un valore speciale, superiore agli altri documenti che abbiamo pubblicato negli ultimi anni. Firmata dal Papa, appartiene al Magistero ordinario della Chiesa e dovrà essere presa in considerazione in relazione allo studio e all’approfondimento di argomenti mariologici. Se si volessero confrontare alcune traduzioni, la versione originale è quella spagnola.

Senso e proposito del documento


Questo testo non è un qualcosa che di colpo cade dal cielo. Esso risponde a numerose domande e proposte che sono giunte presso la Santa Sede soprattutto negli ultimi trent’anni e che riguardano la devozione mariana e alcuni titoli mariani. Si tratta, dunque, di questioni ripetutamente trattate nei diversi ambiti di studio del Dicastero, come Congressi, Sessioni ordinarie ecc.

Ed è così che già ai tempi del cardinale prefetto Ratzinger c’era stato un accurato studio su questi argomenti. In quell’occasione il futuro Benedetto XVI si era personalmente coinvolto, insieme ai membri della Feria IV, e ne era scaturita un’analisi alla quale il Papa san Giovanni Paolo II aveva prestato particolare attenzione. La conclusione di Ratzinger come prefetto si trova citata nella Nota. È un po’ inusuale in questo caso, ma ci serve per illustrare il percorso fatto. Quello studio si concluse con una risposta che gli interessati non avevano fatta pubblica, sebbene i suoi concetti fondamentali siano stati riaffermati dal prefetto Ratzinger in un suo libro posteriore.

Questo è solo un esempio significativo che ci conferma che c’è una ricca storia di decenni dietro questo documento. Il Dicastero finalmente ha ritenuto pertanto che è giunto il momento di esprimere pubblicamente alcune conclusioni di questo lungo studio.

Chiarisco qualcosa sul tema. Vedete, ad esempio, Evangelii gaudium è un documento «sull’annuncio» del Vangelo, non sull’evangelizzazione. È importante notarlo, perché l’evangelizzazione è un tema molto più ampio. Se non si avverte questa chiave d’interpretazione il documento non si interpreta bene.

Ora dico che, sebbene il documento che oggi presentiamo risponde a questioni riguardanti alcuni titoli mariani, il suo tema è piuttosto quello del rapporto di Maria con noi. Parliamo cioè dell’autentica devozione mariana alla luce della Parola di Dio. Il motivo mariano di fondo che attraversa queste pagine è la maternità di Maria nei confronti dei credenti, questione che torna e ritorna lungo tutto il documento, come leitmotiv.

La maternità di Maria nei nostri confronti, che provoca la devozione dei fedeli (questo tema è il tema centrale), ha due aspetti fondamentali che sono quanto di più bello e importante possiamo dire di lei: il primo è quello della vicinanza materna, che si esprime in modi molto diversi, anche nell’esistenza concreta di ogni giorno. E il secondo è quello dell’intercessione materna che ci accompagna sempre. Non bisogna, pertanto, inventare altri concetti per valorizzare il significato concreto di Maria per la nostra vita.

Proprio perché la Nota vuole riconoscere il valore di questa devozione, offre un ampio approfondimento sulla devozione mariana nella Bibbia. In questo modo si conferma che essa non è un’invenzione della Chiesa o un prodotto meramente psicologico o culturale, ma un’opera dello Spirito Santo nei fedeli.

Ad esempio, guardiamo al testo sulla visita di Maria ad Elisabetta. Elisabetta si presenta come indegna di ricevere la visita di Maria: «A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?» (Lc 1, 43).

Elisabetta non dice: «Chi sono io perché il mio Signore venga a me?». Essa si riferisce direttamente alla madre. Ed Elisabetta parla colma di Spirito Santo (cfr. Lc 1, 41), in maniera tale che il suo atteggiamento dinanzi a Maria si presenta come opera dello Spirito. Mossa dallo Spirito, non le basta chiamare Gesù «benedetto», ma chiama «benedetta» anche la madre: in questo momento di gioia messianica li contempla intimamente uniti.

Il documento analizza anche altri testi sacri, come la narrazione sulle nozze di Cana o il racconto della presenza di Maria presso la Croce come madre dei discepoli, e lascia emergere così i fondamenti biblici dell’intercessione mariana.

Amare la fede dei semplici


La devozione mariana, che la maternità di Maria suscita, è presentata qui come un tesoro della Chiesa. Possiamo dire che questa Nota è un canto alla devozione popolare mariana, che coglie sempre in Maria accoglienza, incoraggiamento, tenerezza e speranza. Vogliamo valorizzare questa devozione preziosa, riconoscerne la bellezza, ringraziare lo Spirito Santo che la suscita.

Non vogliamo giudicare i cristiani semplici come credenti di seconda classe perché non hanno fatto corsi di teologia o perché non partecipano alle strutture della Chiesa; vogliamo, invece, imparare da loro la fresca fiducia, la capacità di fidarsi senza esitazioni, la tenerezza viva del loro amore spontaneo verso Maria.

Tanti di loro non dubitano che esista la trascendenza, non si mettono a ragionare se Dio esista o meno, sanno con certezza che hanno bisogno del mistero che li supera. E, come dicevano i vescovi latinoamericani ad Aparecida, i poveri «incontrano la tenerezza e l’amore di Dio sul volto di Maria. In lei loro vedono riflesso il messaggio essenziale del Vangelo» (Ap, 265).

In che senso i più semplici trovano in Maria il volto del Vangelo? Perché lo Spirito Santo che ha ispirato il Vangelo è lo stesso che ha fatto di Maria la «piena di grazia». Quello che lo Spirito esprime nel Vangelo, l’ha scolpito in Maria, nel suo volto. Nel punto 77 della Nota si mostra questo, concretamente, in un intreccio di testi biblici. Dice così: «Il popolo fedele non si allontana da Cristo, né dal Vangelo, quando si avvicina a lei», perché in questo volto vede riflesso il Signore che ci cerca e che viene incontro a noi con le braccia aperte. Nel volto di Maria, il popolo legge questa vicinanza, il Signore che si ferma davanti al cieco nel cammino e dice: «Che vuoi che faccia per te?». Il popolo trova nel volto di Maria questo messaggio, il Dio che ci guarda con amore, che non ci condanna. Questo volto di donna canta il mistero dell’incarnazione, riconoscendo il mistero della Croce, e in quel volto illuminato dalla luce pasquale si percepisce che Cristo è vivo. In questo intreccio si capisce che il popolo legge il Vangelo nel volto di Maria.

Bisogna capire che questa fede ha un modo proprio di manifestarsi, che non è quello delle parole, delle teorie o delle spiegazioni, ma è, piuttosto, una espressione mistagogica e simbolica di quell’attitudine evangelica di fiducia nel Signore che lo stesso Spirito Santo suscita liberamente nei credenti. E un tale atteggiamento è fortemente collegato a Maria di Nazaret.

I credenti, cioè, che possono pure ornare le effigi mariane di fiori e di dettagli d’oro e di gloria, non dimenticano mai che in quelle effigi si onora la Maria storica che incontriamo nei Vangeli, quella che è una di loro. Lei che, come le nostre donne, ha portato suo figlio in grembo, lo ha allattato, lo ha cresciuto amorevolmente, e non senza i problemi della maternità (cfr. Lc 2, 48-50).

È ancora colei che canta al Dio che «ha ricolmato di beni gli affamati, e ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1, 53), colei che soffre con gli sposi che sono rimasti senza vino per la loro festa (cfr. Gn 2, 3), che sa correre per dare una mano alla cugina che ne ha bisogno (cfr. Lc 1, 39-40), che si lascia ferire, come trafitta da una spada a causa della storia del suo popolo (Lc 2, 35); è colei che capisce cosa significa essere un migrante o un esule (cfr. Mt 2, 13-15), che nella sua povertà può offrire solo due piccoli colombi (cfr. Lc 2, 24) e che sa cosa vuol dire essere disprezzati per appartenere alla famiglia di un povero falegname (cfr. Mc 6, 3-4).

Loro capiscono che questa, una di loro, è la loro Madre. Questa Madre accompagna la fede e la vita dei semplici con la sua intercessione e con la sua vicinanza materna e per molti diventa il grande sostegno che esprime la vicinanza di Cristo con un volto di donna.

«Mater Populi»


Il titolo del documento mostra che la devozione mariana non è solo una questione individuale o intimistica, ma che la devozione mariana è la forza di un popolo di credenti.

Il popolo non è la somma degli individui, ma un tessuto che formiamo insieme, dove la fede di uno stimola la fede degli altri, dove manifestiamo insieme la nostra fede, e questa vita comunitaria ci sostiene. Nella pietà popolare questo aspetto si verifica specialmente nei pellegrinaggi.

Ma che sia una esperienza comunitaria non significa che allo stesso tempo quella dei pellegrinaggi non sia un’esperienza meravigliosamente personale ed intima. Continua il testo di Aparecida: «L’arrivo è un incontro d’amore. Lo sguardo del pellegrino si posa su un’immagine che simboleggia la tenerezza e la vicinanza di Dio. L’amore si ferma, contempla il mistero e lo gusta in silenzio. Anche lui è commosso, riversa tutto il peso del suo dolore e dei suoi sogni. La supplica sincera, che fluisce con fiducia, è la migliore espressione di un cuore che ha rinunciato all’autosufficienza, riconoscendo che nulla può realizzare da solo. Un breve istante condensa una vivida esperienza spirituale» (Ap, 259).

Guardate: spiega che il pellegrino arriva, e di fronte allo sguardo della madonna «l’amore si ferma, contempla il mistero, lo gusta in silenzio». Non è una religiosità mariana di scarso valore.

Chiarimenti su alcuni titoli mariani


Solo in questo contesto preciso si colloca bene e si comprende la preoccupazione per chiarire la portata di alcuni titoli mariani.

E questa è una distinzione molto, molto importante perché, oltre alla diffusa pietà popolare, esistono alcuni gruppi di ispirazione mariana, alcune pubblicazioni, nuove forme di devozione e diverse richieste di dogmi mariani che prendono la parola sui titoli mariani. Essendo molto presenti nel web risvegliano con frequenza dubbi nei fedeli più semplici.

Perciò, il presente documento prende in considerazione tali proposte, per indicare in che senso alcune di esse rispondono a una devozione mariana genuina e ispirata al Vangelo, o in quale senso altre devono essere evitate, perché non favoriscono un’adeguata comprensione dell’armonia del messaggio cristiano.

Non si tratta di giudicare le intenzioni di questi gruppi e persone — sicuramente oneste e piene di fede — che tentano di esprimere in nuovi modi la bellezza di Maria.

Tempo fa mi sono fermato a lungo davanti alla pietà di Michelangelo. Guardando le braccia ferme di Maria, il suo volto che esprime un immenso dolore e allo stesso tempo la forza della sua maternità, e tanti altri messaggi assai belli, ho capito come, di fronte a tale bellezza, alcuni gruppi vogliano dire di tutto e di più su Maria.

Ma allo stesso tempo è compito proprio del Magistero quello di discernere, al fine di tutelare la genuina fede del popolo di Dio.

E sottolineo che non si tratta solo del titolo “Corredentrice”, sono stati studiati altri titoli. E abbiamo un grosso problema: alcuni non hanno rispettato l’embargo e hanno pubblicato quello che dice il nostro documento sul titolo “Corredentrice”, ma questi paragrafi non si capiscono se non si legge tutto il documento. E poi aggiungono nei loro commenti: «Ma non dice quello, ma non dice questo», e questi aspetti si dicono cinque, dieci, venti pagine dopo.

Qui la Nota formula l’invito, come aveva fatto lo stesso cardinale Ratzinger, a prendere molto sul serio alcuni testi biblici perentori, come questi due testi che seguono e che vanno letti sine glossa, senza annacquarli: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4, 12).

«Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato sé stesso in riscatto per tutti» (1 Tim 2, 5-6).

Di fronte a due testi così chiari, così forti della Parola rivelata, non si farebbe pertanto alcun omaggio alla Madonna se questa convinzione centrale venisse indebolita. La Chiesa ha spiegato questo posto unico di Cristo per il fatto che, essendo Egli Figlio eterno e infinito, a Lui è unita ipostaticamente l’umanità che Egli ha assunto. Tale posto è esclusivo della sua umanità e le conseguenze che ne derivano possono applicarsi solamente a Cristo. Questo non esclude che, in altri sensi, il Figlio coinvolga Maria in una «mediazione partecipata».

E si torna sempre al centro: la maternità spirituale di Maria che si esprime particolarmente nella sua intercessione, ma anche in gesti materni che ci motivano ad aprire il cuore alla grazia che soltanto Dio può creare e comunicare nel più intimo dei nostri cuori. Solo Dio salva, solo Lui infonde la sua grazia che ci fa ineffabilmente vicini a Lui in modo tale che nemmeno Maria può situarsi fra noi e Lui.

Questi chiarimenti vogliono mantenere il necessario equilibrio tra i misteri della fede. Per l’adeguata trasmissione della fede sono fondamentali due cose: proprio l’armonia tra i diversi misteri della fede, insieme alla gerarchia che esiste tra loro in questo complesso armonico, è fondamentale per l’adeguata trasmissione della fede. Alle volte è facile rompere questa armonia, del tutto.

Aggiungo una questione che non troverete sul testo stampato: la Nota cerca, in conclusione, di accompagnare e sostenere l’amore dei credenti verso Maria e la fiducia nella sua intercessione materna; allo stesso tempo si impegna ad evitare che questa fede perda la sua freschezza e il suo profumo di Vangelo. Ricordate santa Teresina, che diceva «io preferisco la Madonna al Vangelo», e lo diceva così, chiaramente. In questo modo si supera la dialettica tra massimalismo e minimalismo mariano: divinizzarla o farla diventare solamente un simbolo. Tra di essi c’è questa posizione di Ratzinger e quella nostra, e questa sintesi di valutazione positiva e di cura vigilante si trova negli ultimi tre Pontefici: in Benedetto XVI con la sua devozione mariana sobria ma intensa, in Papa Francesco che nutriva riserve sul titolo di corredentrice ma con devozione esuberante. Guardiamo i gesti: prima e dopo ogni viaggio si recava alla Salus Populi romani, quando aveva un problema si rivolgeva all’effigie della “Madonna che scioglie i nodi”. In conversazioni che ho avuto con lui su temi complicati, arrivava il momento in cui chiedeva il permesso di una pausa, e si fermava un attimo di fronte a questa effigie. Da ultimo, il mattino in cui è deceduto, mi hanno chiamato, sono andato a dargli il mio addio, e prima di stringergli la mano mi sono fermato di fronte al suo comodino: lì c’erano diverse immagini della Madonna a cui lui teneva tantissimo. Ho provato emozione e tenerezza di fronte a queste immagini.

Né Papa Benedetto, né Papa Francesco rifiutavano alcuni titoli per mancanza di amore a Maria, tutto il contrario: era un atto di amore. Lo stesso possiamo dire della solida e intensa fede mariana di Leone XIV. Egli come membro del Dicastero ha partecipato alla Feria IV e l’ha firmata come Pontefice. Questo documento non piacerà ad alcuni, ma in questo superamento della dialettica tra massimalismo e minimalismo, ci si prende così cura della fede del popolo fedele senza complicarla con questioni che non appartengono alle preoccupazioni della stragrande maggioranza dei fedeli, né aggiungono niente di essenziale al loro amore verso Maria.

LA MADONNINA DI CIVITAVECCHIA

LA TESTIMONIANZA DI JESSICA GREGORI SUL TERZO SEGRETO DI FATIMA

Il Purgatorio nel Diario di S. Faustina Kowalska

Padre Livio: “Il Purgatorio” Edizioni Sugarco (pag. 73-88)

  Sono numerosi i santi e le anime elette che, per divina permissione, hanno avuto rivelazioni particolari riguardo alle anime del purgatorio e alla condizione nella quale si trovano. Tali rivelazioni non hanno lo scopo di soddisfare curiosità inutili, quanto piuttosto di esortare alla preghiera per affrettare la loro purificazione. Le sofferenze del purgatorio, sulla cui intensità la tradizione spirituale è concorde, sono un ammonimento anche per i vivi, perché affrettino durante il pellegrinaggio terreno le opere di penitenza. Inquadrate nelle dottrina della Chiesa, della quale sono una conferma,  questo tipo di rivelazioni hanno il merito di tenere viva la fede nell’eternità che ci attende e di estendere la carità verso coloro che hanno bisogno di noi per abbreviare il tempo che li separa dall’incontro con Cristo.  E’ particolarmente significativo al riguardo la testimonianza di S. Faustina Kowalska ( 1905 – 1938), per la sua modernità e per l’influsso straordinario che esercita sui fedeli il suo messaggio sulla Divina Misericordia. Il Diario di Santa Faustina è un capolavoro di spiritualità, che pone la suora polacca fra i grandi della mistica  cattolica. Alcune pagine del Diario riportano delle visioni di anime del purgatorio che impressionano per l’intensità e per la verità che irradiano. Se pensiamo che  un giorno anche noi potremmo trovarci in quella condizione, le conseguenze per la nostra vita cristiana sono evidenti.

Poco tempo dopo mi ammalai. La cara Madre Superiora mi mandò, assieme ad altre due suore, a passare le vacanze a Skolimòw, un po’ fuori Varsavia. In quel tempo domandai al Signore Gesù: « Per chi ancora devo pregare? ». Gesù mi rispose che la notte seguente m’avrebbe fatto conoscere per chi dovevo pregare. Vidi l’Angelo Custode, che mi ordinò di seguirlo. In un momento mi trovai in un luogo nebbioso, invaso dal fuoco e, in esso, una folla enorme di anime sofferenti. Queste anime pregano con grande fervore, ma senza efficacia per se stesse: soltanto noi le possiamo aiutare. Le fiamme che bruciavano loro, non mi toccavano. Il mio Angelo Custode non mi abbandonò un solo istante. E chiesi a quelle anime quale fosse il loro maggior tormento. Ed unanimemente mi risposero che il loro maggior tormento è l’ardente desiderio di Dio. Scorsi la Madonna che visitava le anime del purgatorio. Le anime chiamano Maria « Stella del Mare ». Ella reca loro refrigerio. Avrei voluto parlare più a lungo con loro, ma il mio Angelo Custode mi fece cenno d’uscire. Ed uscimmo dalla porta di quella prigione di dolore. Udii nel mio intimo una voce che disse: « La Mia Misericordia non vuole questo, ma lo esige la giustizia ». Da allora sono in rapporti più stretti con le anime sofferenti del purgatorio. (1. VIII. 1925).

S. Faustina non racconta una visione che ha avuto del purgatorio, ma una vera e propria visita, accompagnata dall’Angelo custode. Il motivo della visita è specificato dalla domanda iniziale, che la santa rivolge a Gesù: “Per chi devo ancora pregare?”. Il compito che Dio affida a particolari anime è quello dell’intercessione per il bene dei fratelli e fra questi ci sono anche le anime che si purificano in purgatorio.  L’effetto della visione è sintetizzato nella frase conclusiva: “Da allora sono in rapporti più stretti con le anime sofferenti del purgatorio”. Lo scopo di queste particolare grazie mistiche è quello di dilatare il cuore alla carità verso quella parte della Chiesa che ,attraverso la sofferenza, si prepara all’incontro col suo Signore. La descrizione del purgatorio non è diversa da quella di altre visioni analoghe: il luogo nebbioso, il fuoco, la ressa delle anime che soffrono. Si tratta di una raffigurazione che ha un significato spirituale preciso. La nebbia, della quale parlano anche i veggenti di Medjugorje, è una realtà di mezzo fra le tenebre infernali e la luce radiosa del paradiso. Sta a indicare l’opacità dell’anima e l’imperfezione della fede e della carità nel momento della morte. Il fuoco non è un elemento distruttivo come nell’inferno, ma è un fattore positivo di purificazione. Se il fuoco infernale indica il divampare dell’odio, quello del purgatorio indica l’anelito di amore dell’anima che cerca Dio. Le anime pregano, ma non per se stesse. Sono però unite al Culto divino dell’intera Chiesa che abbraccia il cielo e la terra. Benché non esista ancora al riguardo una presa di posizione del Magistero, possiamo pensare che intercedano per la Chiesa pellegrinate sulla terra. Straordinaria è l’indicazione del tormento maggiore delle anime del purgatorio. Non si tratta di pene corporali, ma delle pene di amore dell’anima che desidera Dio, ma ne è momentaneamente lontana. Soffre sia per la lontananza. ma anche per la sua indegnità. In questo senso le pene purificatorie del purgatorio sono fiamme di amore. I mistici, come S. Caterina da Genova, mettono in luce che questa pene è mitigata dalla certezza che man mano che il tempo passa, più si avvicina il momento della liberazione e dell’abbraccio con Cristo.  Qui S. Faustina non fa accenno, come altri mistici, alla gioia delle anime purganti. Il purgatorio, come la santa lo ha visto, è “una prigione di dolore”, però mitigata dalla visita della Madonna e dalle preghiere della Chiesa.

“Una volta venni citata al giudizio di Dio. Stetti davanti al Signore faccia a faccia. Gesù era tale e quale è durante la Passione. Dopo un momento scomparvero le 7 Piaghe e ne rimasero solo cinque: alle mani, ai piedi ed al costato. Vidi immediatamente tutto lo stato della mia anima, cosi come la vede Iddio. Vidi chiaramente tutto quello che a Dio non piace. Non sapevo che bisogna rendere conto al Signore anche di ombre tanto piccole. Che momento! Chi potrà descriverlo? Trovarsi di fronte altre volte Santo! Gesù mi domandò: «Chi sei? ». Risposi: « Io sono una tua serva, Signore ». « Devi scontare un giorno di fuoco nel purgatorio ». Avrei voluto gettarmi immediatamente fra le fiamme del purgatorio, ma Gesù mi trattenne e disse: « Che cosa preferisci: soffrire adesso per un giorno oppure per un breve tempo sulla terra? ». Risposi: « Gesù, voglio soffrire in purgatorio e voglio soffrire sulla terra sia pure i più grandi tormenti fino alla fine del mondo ». Gesù disse: « E sufficiente una cosa sola. Scenderai in terra e soffrirai molto, ma non per molto tempo ed eseguirai la Mia volontà ed i Miei desideri ed un Mio servo fedele ti aiuterà ad eseguirla. Ora posa il capo sul Mio petto, sul Mio Cuore ed attingivi forza e vigore per tutte le sofferenze, dato che altrove non troverai sollievo, né aiuto, né conforto. Sappi che avrai molto, molto da soffrire, ma questo non ti spaventi. Io sono con te ». Poco dopo mi ammalai. I disturbi fisici furono una scuola di pazienza per me. Solo Gesù sa quanti sforzi di volontà dovetti fare per adempiere i miei doveri. Gesù quando intende purificare un’anima, usa gli strumenti che vuole. La mia anima si sente completamente abbandonata dalle creature. Talvolta l’intenzione più retta viene interpretata male dalle suore. Questa è una sofferenza molto dolorosa, ma il Signore la permette e bisogna accettarla, perché questo ci fa assomigliare maggiormente a Gesù. Una cosa non sono riuscita a comprendere per molto tempo, cioè che Gesù mi ordinava di dire tutto ai superiori, mentre i superiori non credevano alle mie parole e mi commiseravano come fossi stata una povera illusa o una vittima della mia fantasticheria. Per questo motivo, temendo di essere un’illusa, decisi di evitare interiormente Dio, dato che avevo paura delle illusioni. Ma la grazia di Dio m’inseguiva ad ogni passo e quando meno me l’aspettavo, Iddio mi rivolgeva la parola”. (29.IV.1926).

L’esperienza di S. Faustina è tipica di molti santi. Più si avanza nel cammino spirituale e più la luce di Dio che investe l’anima mostra anche le più piccole imperfezioni. Nel momento del giudizio l’anima si vede in Dio e guarda se stessa nella luce del tre volte Santo. La santità di Dio appare  la misura alla quale ogni anima è chiamata e, vedendo se stessa nella sua miseria, vorrebbe affrontare qualsiasi sofferenza pur di essere degna dell’amore divino. Solo la infinita Misericordia potrebbe rivestire l’anima di quella pienezza di santità, bellezza e grazia per essere una sposa meritevole di tale Sposo. Tuttavia l’Amore misericordioso esige un cammino penitenziale di purificazione, come l’oro che si affina nel fuoco. Gesù vuole insegnare a S. Faustina che è incomparabilmente più vantaggiosa la penitenza fatta in questa vita che quella del purgatorio. Infatti il tempo della vita è quello in cui è possibile meritare o demeritare, salire sulla vetta della perfezione o precipitare nell’abisso dell’eterna perdizione. La purificazione del purgatorio invece è meramente passiva. Viene subita senza una cooperazione personale, mentre risulta efficacissimo l’aiuto della Chiesa pellegrinante. Fra la penitenza e la purificazione sulla terra o nel purgatorio, la prima è di gran lunga preferibile. Il cristianesimo attuale ha un po’ perso l’aspetto penitenziale che gli è essenziale. Non si tratta soltanto fare delle penitenze, ma di accettare quelle che Dio ci manda per la nostra purificazione

“Una volta di notte venne a trovarmi una delle nostre suore, che era morta due mesi prima. Era una suora del primo coro. La vidi in uno stato spaventoso: tutta avvolta dalle fiamme, con la faccia dolorosamente stravolta. L’apparizione durò un breve momento e scomparve. I brividi trapassarono la mia anima, ma pur non sapendo dove soffrisse, se in purgatorio o all’inferno, raddoppiai in ogni caso le mie preghiere per lei. La notte seguente venne di nuovo ed era in uno stato ancora più spaventoso, tra fiamme più fitte, sul suo volto era evidente la disperazione. Rimasi molto sorpresa di vederla in condizioni più orribili, dopo le preghiere che avevo offerto per lei e le chiesi: « Non ti hanno giovato per nulla le mie preghiere? ». Mi rispose che le mie preghiere non le erano servite a nulla e che niente poteva aiutarla. Domandai: « E le preghiere fatte per te da tutta la Congregazione, anche quelle non ti hanno giovato niente? ». Mi rispose: « Niente. Quelle preghiere sono andate a profitto di altre anime ». E io le dissi: «Se le mie preghiere non le giovano per niente, la prego di non venire da me ». E scomparve immediatamente. Io però non cessai di pregare. Dopo un certo tempo venne di nuovo da me di notte, ma in uno stato diverso. Non era tra le fiamme come prima ed il suo volto era raggiante, gli occhi brillavano di gioia e mi disse che avevo il vero amore per il prossimo, che molte altre anime avevano avuto giovamento dalle mie preghiere e mi esortò a non cessare di pregare per le anime sofferenti nel purgatorio e mi disse che essa non sarebbe rimasta a lungo in purgatorio. I giudizi di Dio sono veramente misteriosi!” (1933).

Questa visione di S. Faustina, per quanto indecifrabile a lei stessa, contiene alcuni insegnamenti preziosi. In primo luogo, come la Madonna ha tenuto a precisare a Medjugorje, in purgatorio si trovano anche anime di religiosi e di consacrati. Non basta infatti la stato di perfezione della vita religiosa per essere perfetti. E’ necessario un cammino di santità quotidiana, animato dal fervore e dall’amore. Il secondo insegnamento è l’efficacia e la perseveranza della preghiera dei vivi, la quale però viene distribuita a vantaggio delle anime dalla sapienza divina. La Comunione dei santi è tale che le preghiere e le opere dei vivi per i defunti vanno a vantaggio di tutti e in ogni caso è Dio che decide come amministrarle. E’ possibile che le preghiere da noi fatte per una persona siano di utilità per un’altra, secondo quanto Dio dispone.  Anche qui, come in altre esperienze analoghe, si afferma che il purgatorio ha diversi livelli e che in quelli inferiori le pene sono simili a quelle dell’inferno. Resta tuttavia una differenza essenziale da non sottovalutare. All’inferno c’è la morte eterna del peccato, c’è la disperazione senza speranza, c’è l’odio e la bestemmia contro Dio. Nulla di ciò vi è in purgatorio, dove le anime sono in grazia, pregano e desiderano Dio. Per quanto siano tremende le loro pene, la loro natura è purificatoria e non punitiva. Un ultimo prezioso insegnamento riguarda l’efficacia di una preghiera animata dall’amore per l’anima di un defunto. Può infatti ottenere una rapida liberazione anche di chi è nella situazione più dolorosa.

“Appena mi misi a letto, mi addormentai subito, ma verso le undici satana diede uno scossone al mio letto. Mi svegliai immediatamente e cominciai tranquillamente a pregare il mio Angelo Custode. All’improvviso vidi le anime che stanno espiando in purgatorio. Il loro aspetto era come un’ombra e fra loro vidi molti demoni. Uno cercò di infastidirmi, gettandosi sul mio letto e sui miei piedi sotto forma di gatto ed era molto pesante, direi alcuni pud. Continuai per tutto il tempo a recitare il rosario. Sul fare del mattino quelle figure se ne andarono e potei prendere sonno. La mattina, quando arrivai in cappella, sentii nell’anima questa voce: «Sei unita a Me e non aver paura di nulla. Ma sappi questo, figlia Mia, che satana ti odia. Benché odi ogni anima, egli arde di un odio particolare contro di te, perché hai sottratto molte anime al suo dominio” (21.III.35).

La visione del purgatorio con la presenza dei demoni fa parte di molte altre esperienze, in quanto i demoni vengono ritenuti gli esecutori della giustizia divina. All’inferno comminando alle anime dei tormenti eterni, dei quali loro stessi soffrono. In purgatorio flagellando le anime con tormenti temporanei. Questa impostazione riflette l’opinione che la differenza fra le pene dell’inferno e quelle del purgatorio consiste nel fatto che le pene dell’inferno siano eterne, mentre quelle del purgatorio siano temporanee. Ecco dunque perché i demoni eseguiscono la giustizia divina sia all’inferno come in purgatorio. Tuttavia la dottrina della Chiesa sulla natura delle pene del purgatorio è chiarissima fin dalle prime definizioni conciliari, Le pene del purgatorio sono di natura diversa da quelle dell’inferno. Le prima sono purificatorie e conducono alla santificazione, mentre le seconde sono punitive e senza speranza di redenzione. Possiamo quindi sperare di non incontrare diavoli in purgatorio.

“ Una volta che entrai in cappella per cinque minuti di adorazione e pregai per una certa persona, compresi che non sempre Dio accetta le nostre preghiere per quelle anime per le quali noi preghiamo, ma le destina per altre anime e non portiamo loro sollievo nelle pene che soffrono nel fuoco del purgatorio. La nostra preghiera però non va perduta” (1933).

Santa Faustina qui chiarisce il significato delle parole della consorella in purgatorio che le erano rimaste misteriose.  Aveva infatti affermato che le preghiere per lei non erano servite a nulla. Qual è il motivo? Dio, nella sua sapienza e giustizia, aveva destinato ad altre anime quelle preghiere. Tuttavia, avendo perseverato nella preghiera, alla fine anche l’anima della consorella ne aveva avuto beneficio. L’intuizione della santa ci aiuta a capire che la nostra intercessione per una persona non va automaticamente a suo beneficio. Tutto passa per Dio che è la fonte di ogni grazia e di ogni purificazione. Quanto noi gli offriamo è poca cosa, ma diviene preziosa in unione ai meriti di Gesù Cristo, che sono a beneficio di tutte le anime. Se così non fosse, quante anime resterebbero in uno stato di abbandono perché nessuno prega per loro! 

“Questa sera è venuta da me una delle suore defunte: mi ha chiesto un giorno di digiuno e di offrire per lei in quel giorno tutte le pratiche di pietà. Le ho risposto che ero d’accordo. Il giorno dopo fin dal mattino ho espresso l’intenzione di offrire tutto a favore di quella suora. Durante la santa Messa per un momento ho vissuto il suo tormento, ho provato nell’anima una fame così grande di Dio che mi sembrava di morire per il desiderio di unirmi a Lui. La cosa è durata un breve momento, ma ho capito che cos’è la nostalgia delle anime del purgatorio. Subito dopo la santa Messa ho chiesto alla Madre Superiora il permesso per il digiuno, ma non l’ho ottenuto perché sono ammalata. Quando sono entrata in cappella, ho sentito queste parole: «Se lei, sorella, avesse digiunato, avrei ottenuto il sollievo soltanto questa sera, ma per l’obbedienza, che le ha proibito di digiunare, ho ottenuto il sollievo immediatamente. L’obbedienza ha un grande potere». Dopo tali parole udii:  Dio gliene renda merito “ (9.VII.1937).

L’insegnamento più prezioso di questa esperienza riguarda la natura delle pene del purgatorio. Sono fondamentalmente pene di amore. Di qui la radicale differenza da quelle dell’inferno. L’anima infatti è stata creata per Dio e, trovandosi nel purgatorio in uno stato di grazia per quanto imperfetto, anela a lui come al fine ultimo della sua vita e alla fonte della sua felicità. La sofferenza delle anime purganti è una fame inappagata dell’amore di Dio, unita alla consapevolezza delle proprie mancanze e della propria indegnità. Sono le anime stesse infatti che, nel momento del giudizio, desiderano precipitarsi in purgatorio per affrettare la purificazione. Sperimentiamo qualcosa del genere anche in questa vita, quando siamo separati da una persona che amiamo. Tuttavia la certezza che un giorno la incontreremo di nuovo, impedisce al dolore di divenire disperazione. Dovremmo guardare alla luce della speranza ogni separazione dai nostri cari, che ci hanno preceduto nell’aldilà, perché è solo temporanea per coloro che sono nella Comunione dei santi.  Significativa è anche l’affermazione che il digiuno e l’obbedienza, come ogni altro sacrificio corporale o spirituale, può essere offerto a beneficio delle anime purganti. 

Durante la meditazione la presenza di Dio è penetrata vivamente in me ed ho conosciuto la gioia della SS.ma Vergine al momento della Sua Assunzione in cielo… Durante la cerimonia che si è svolta in onore della Madre di Dio, verso la fine della stessa, ho visto la Vergine SS.ma, che mi ha detto: «Oh, quanto Mi è gradito l’omaggio del Vostro amore!». E in quello stesso momento ha coperto col Suo manto tutte le suore della nostra Congregazione. Con la mano destra ha stretto a Sé la Madre Generale Michaela e con la sinistra me, e tutte le suore erano ai Suoi piedi coperte dal Suo manto. Poi la Madre di Dio ha detto: «Ognuna di voi che persevererà nello zelo fino alla morte nella Mia Congregazione, eviterà il fuoco del purgatorio, e desidero che ciascuna si distingua per queste virtù: umiltà e mitezza, purezza e amor di Dio e del prossimo, compassione e Misericordia». Dopo queste parole è scomparsa tutta la Congregazione, sono rimasta sola con la Madonna, la quale mi ha istruita circa la volontà di Dio, come applicarla nella vita, sottomettendomi totalmente ai Suoi santissimi decreti. È impossibile piacere a Dio non facendo la Sua santa volontà. «Figlia Mia, ti raccomando Vivamente di compiere fedelmente tutti i desideri di Dio, poiché questa è la cosa cara ai Suoi occhi. Desidero ardentemente che tu ti distingua in questo, cioè in questa fedeltà, nell’adempiere la volontà di Dio. La volontà di Dio anteponila a tutti i sacrifici ed olocausti». Mentre la Madre Celeste parlava con me, è entrata nella mia anima una profonda comprensione della volontà di Dio. O mio Gesù, delizia del mio cuore, quando la mia anima è imbevuta della Tua divinità, accetto con identico equilibrio la dolcezza e l’amarezza. L’una e l’altra cosa passeranno, una sola cosa conserverò nell’anima, l’amor di Dio; questo m’impegno a conquistarlo, per tutto il resto mi preoccupo relativamente (15.VIII.1937).

L’insegnamento più prezioso della Madonna riguarda la possibilità di evitare il purgatorio. La purificazione nell’altra vita è necessaria per tutti coloro che non hanno raggiunto la perfezione dell’amore. La Chiesa non ha accettato l’affermazione di chi sosteneva che nessuno muore in uno stato tale da non dover passare attraverso il purgatorio. Per chi lo desidera e lo chiede come grazia, è aperta la possibilità di concludere la sua vita terrena con l’abbraccio di Cristo nel Regno di Dio. Non è forse stata questa l’inestimabile grazia che Gesù in croce a concesso al malfattore pentito? Non bisogna dunque rassegnarsi al purgatorio, come se fosse un passaggio obbligato. Dio desidera la perfezione dell’amore ora, in modo tale che il paradiso sia sperimentato nel cuore durante il tempo del pellegrinaggio.  Non vi è paragone fra il valore della penitenza compiuta volontariamente in questa vita e quella accettata passivamente in purgatorio. Al riguardo la Madonna a Medjugrje ha fugato ogni dubbio dicendo: “Vi conviene rinunciare a tutto pur di essere portati direttamente in paradiso al momento della vostra morte” .

“Quando venne a mancare Suor Domenica, la notte verso l’una venne da me e mi fece capire che era morta. Pregai fervorosamente per lei. La mattina le suore mi dissero che era morta, risposi che lo sapevo poiché era venuta da me. La suora infermiera mi pregò di dare una mano a vestirla. Mentre rimasi con lei, il Signore mi fece conoscere che soffriva ancora in purgatorio. Raddoppiai le mie preghiere per lei, ma nonostante il fervore col quale prego sempre per le suore defunte, mi sbagliai nei giorni e, invece di offrire tre giorni di preghiere come prescrive la regola, io per errore ne offrii due. Il quarto giorno mi fece conoscere che le dovevo ancora delle preghiere e che ne aveva bisogno. Formulai immediatamente l’intenzione di offrire un giorno intero per lei, e non solo quel giorno, ma di più, secondo quanto mi suggeriva l’amore del prossimo. Dato che Suor Domenica, dopo morta, appariva molto bella e non dava l’impressione del cadavere, alcune suore espressero il dubbio che fosse in letargo ed una suora mi disse di andare con lei a metterle uno specchietto davanti alla bocca per vedere se si appannava, poiché se era viva, si sarebbe appannato. Fui d’accordo e facemmo come avevamo detto, ma lo specchietto non si appannò, anche se a noi sembrava che si fosse realmente appannato. Il Signore però mi fece conoscere quanto ciò Gli fosse dispiaciuto, e venni ammonita severamente a non agire mai contro la convinzione interiore. Mi umiliai profondamente davanti al Signore e Gli domandai perdono” (10.XI.1937).

Suor Domenica dopo morta appariva tanto bella che non dava l’impressione di essere un cadavere. Mentre le suore fanno la prova  dello specchietto davanti alla bocca, l’anima della povera suora soffriva in purgatorio.  E’ facile farsi ingannare dalle apparenze. Non tutto quello che luccica è oro, concludeva Soloviev a conclusione del celebre racconto sull’Anticristo. Dalla testimonianza di Santa Faustina emergono due insegnamenti importanti. E’ Dio stesso che chiede le preghiere per le anime, oppure sono le anime a supplicarle su comando divino. Ogni iniziativa umana per comunicare con l’aldilà si espone al pericolo del nemico e al peccato di “divinazione”, condannato dalla S. Scrittura e dal Magistero della chiesa. Inoltre la purificazione appare una cosa seria, che richiede molte preghiere e sacrifici,  Non si può comparire dinanzi a Dio se non si è rivestiti della vesta candida della sposa.

Quando entrai per un momento in cappella, il Signore mi fece conoscere che fra le anime che sceglie ne ha alcune elette in modo particolare, che chiama ad una santità superiore, ad un’unione eccezionale con Sé. Sono anime serafiche, dalle quali Iddio esige che Lo amino più delle altre anime, benché vivano tutte nello stesso convento; talvolta però questo amore più intenso lo esige da una sola anima. Quest’anima comprende la chiamata, poiché Iddio gliela fa conoscere interiormente, però può seguirla e può anche non seguirla. Dipende dall’anima rispondere alla chiamata dello Spirito Santo oppure opporsi allo stesso Spirito Santo. Ho saputo che c’è un luogo in purgatorio, dove le anime espiano di fronte a Dio per colpe di questo genere. Questa fra le varie pene è la più dura. L’anima segnata in modo particolare da Dio si distinguerà ovunque, in paradiso, in purgatorio e all’inferno. In paradiso si distingue dalle altre anime per una gloria maggiore, per lo splendore e per una più profonda conoscenza di Dio. In purgatorio per una sofferenza più acuta, poiché conosce più a fondo e desidera più violentemente Iddio. All’inferno soffrirà più delle altre anime perché conosce meglio Colui che ha perduto. Il sigillo dell’amore esclusivo di Dio che è in lei non si cancella. O Gesù, mantienimi nel Tuo santo timore, in modo che non sprechi le grazie. Aiutami ad essere fedele alle ispirazioni dello Spirito Santo, permetti che mi si spezzi il cuore per amore verso di Te, piuttosto che tralasci un solo atto di quest’amore. ( 1.II.1938)

L’illuminazione che ha avuto Santa Faustina, riguardo alle anime che sono elette in modo particolare, riflette la parabola dei talenti. Dio non crea le anime in serie, ma ognuna è unica, diversa da tutte le altre, con una missione specifica e con doni speciali. Proprio la santa è una di queste anime elette, alle quali sarà chiesto molto perché molto hanno ricevuto. Ad ogni elezione corrisponde una croce proporzionata, come appare in un modo del tutto particolarissimo nella vita della Santissima Vergine. Le anime prescelte, che si ritraggono o si intiepidiscono di fronte agli impegni dell’elezione, patiranno in purgatorio pene più acute, perché più delle altre hanno conosciuto l’amore di Dio, al quale non hanno saputo corrispondere pienamente. In questo senso i consacrati, come le consorelle della Santa che le sono apparse chiedendo preghiere, patiscono più intensamente e hanno bisogno di una più grande purificazione. 

Oggi Gesù mi ha fatto sapere che dovevo parlar poco con una certa religiosa. Una speciale grazia del Signore mi ha sostenuta durante quel colloquio che, in caso contrario, non sarebbe stato a lode di Dio. Il Signore mi ha detto: «Entra spesso in purgatorio, poiché là hanno bisogno di te».O mio Gesù, comprendo il significato di queste parole che mi rivolgi, ma permettimi prima di entrare nel tesoro della Tua Misericordia. «Figlia Mia, scrivi che per un’anima pentita sono la Misericordia stessa. La più grande miseria di un’anima non accende la Mia ira, ma il Mio Cuore nei suoi confronti prova una grande Misericordia». O mio Gesù, dammi la forza di sopportare le sofferenze, in modo che non mi rifiuti di bere il calice dell’amarezza. Alutami Tu stesso, affinché il mio sacrificio Ti sia gradito; non lo contamini l’amor proprio, anche se si prolunga negli anni. La purezza d’intenzione Te lo renda ben accetto, sempre nuovo e vitale. Una lotta perenne, uno sforzo incessante, questa è la mia vita, per adempiere la Tua santa volontà, ma tutto ciò che è in me, sia la miseria che la forza, tutto Ti lodi, o Signore.  (26.V.1938).

“Entra spesso in purgatorio, perché là hanno bisogno di te”. Questo comando di Gesù, rivolto a S. Faustina, è valido per ogni cristiano ed è fondato sulle esigenze della carità che si estende anche ai fratelli che soffrono in purgatorio. Le anime purganti  hanno bisogno di aiuti spirituali, che solo noi pellegrini sulla terra, possiamo dare.  Sono le preghiere, i sacrifici, le elemosine, le indulgenze. Dobbiamo visitarle spesso con questi preziosi aiuti, così come visitiamo i fratelli bisognosi qui sulla terra. Nel tempo della nostra vita terrena un profondo pentimento e una totale fiducia nella Divina Misericordia affretta quella purificazione che non dovrà essere più fatta in purgatorio dopo la morte.

Guerra e Castigo della Russia in Ucraina

di Stefano Caprio – Asia News – 2 Novembre 2025

Ripercorrendo nel suo nuovo libro attraverso una galleria di personaggi gli ultimi trent’anni dell’Unione Sovietica, lo scrittore Mikhail Zygar aiuta a leggere il presente di Mosca a partire dall’idea che nessuna dittatura è eterna e che il futuro offre sempre una chance per cambiare.

La casa editrice russa Meduza, uno dei principali punti di riferimento dell’opposizione russa all’estero, ha annunciato la prossima uscita del nuovo libro di Mikhail Zygar, La parte oscura della Terra. Storia di come il popolo sovietico sconfisse l’Unione Sovietica, dedicata agli ultimi trent’anni dell’esistenza dell’Urss, dal massimo sviluppo dell’impero sovietico fino al suo crollo rovinoso all’inizio degli anni Novanta. Proprio in questi giorni si celebrano infatti gli anniversari delle Dichiarazioni di Sovranità approvate da quasi tutte le repubbliche sovietiche nel 1990, a partire dalla Russia di Eltsin fino alle regioni uraliche del Tatarstan e del Baškortostan, che ambivano a diventare a loro volta degli Stati indipendenti.

Prima ancora quindi della fine dell’Unione, l’impero si era sgretolato dopo un quinquennio di perestrojka di Mikhail Gorbačëv, tanto promettente dal punto di vista delle libertà e dei diritti, quanto inefficace nelle riforme economiche e politiche. Questi ricordi permettono di paragonare gli sviluppi odierni della Russia putiniana con le varie fasi della storia sovietica, essendo i due periodi legati tra loro in modo inestricabile, al di là delle tante rievocazioni della storia antica della Rus’ di Kiev, della Moscovia che ambiva alla “Terza Roma” o dell’impero occidentalista di San Pietroburgo, da Pietro il Grande a Nicola II.

Zygar è un giornalista politico, scrittore e documentarista tra i più brillanti delle ultime generazioni, essendo nato nel 1981 e avendo visto la decadenza del sistema sovietico con occhi di bambino. Già capo redattore del canale televisivo Dožd, è autore di diversi libri che hanno commentato con grande profondità questi passaggi storici come Tutta la schiera del CremlinoL’impero deve morireTutti liberi e soprattutto quello dal titolo più efficace, Guerra e Castigo, unendo la Guerra e Pace di Lev Tolstoj con il Delitto e Castigo di Fedor Dostoevskij, la riflessione sulla guerra di Napoleone con l’illusione del superuomo Raskolnikov. Il sottotitolo di questo libro, pubblicato nel 2023, è Come la Russia ha distrutto l’Ucraina, non solo nella guerra attuale, ma nel corso dei secoli passati.

Quello a cui stiamo assistendo ormai da un quarto di secolo è infatti una riedizione piuttosto grottesca del trentennio staliniano che costruì di fatto l’impero sovietico tra il 1924 e il 1953, dopo il periodo convulso delle rivoluzioni, guerre civili, repressioni e liberalizzazioni degli anni di Vladimir Lenin. Ad esso seguì il decennio del “disgelo” khruscioviano tra il 1954 e il 1964, che in varie dimensioni può essere paragonato al decennio di Gorbačëv e Boris Eltsin tra il 1986, con la glasnost in conseguenza dell’esplosione della centrale di Černobyl, fino alla rielezione di Eltsin nel 1996, dopo la quale iniziarono a scatenarsi le forze restauratrici e sovraniste dei comunisti di Gennadij Zjuganov, che aprirono la strada all’avvento di Vladimir Putin. Il regno del nuovo zar, che si avvia a superare la durata di quello del georgiano “Padre dei Popoli”, è da confrontare anche con il ventennio della “stagnazione” di Leonid Brežnev tra il 1965 e il 1985, che alla repressione dei dissidenti associava l’escalation del confronto con l’America nella “guerra fredda” senza fine, lo schema mentale prima ancora che militare in cui sono cresciuti gli attuali leader della Russia, il presidente Putin e il patriarca ortodosso Kirill (Gundjaev), in una Russia che si sta avviando a una nuova stagnazione economica.

Il nuovo libro di Zygar, secondo le presentazioni, non cerca di ricostruire i modelli economici e le caratteristiche politiche dei vari regimi, ma ripercorre quei periodi attraverso le figure che li hanno segnati, “criminali e vittime, eroi e burocrati, poeti e soldati”. Si narra di Mikhail Gorbačëv e della moglie Raisa, simbolo femminile della nuova apertura della Russia all’Occidente, il “sommo poeta” dell’ultima era sovietica Evgenij Evtušenko, che fu anche il primo a interpretare le aspirazioni del dissenso in era brezneviana, fino a ispirare la stessa perestrojka, il primo astronauta Jurij Gagarin che in cielo “non aveva visto Dio”, per poi morire giovane consumato dai fumi dell’alcol, e il cantautore ribelle e popolare Vladimir Vysotskij. Ci sono attori e scrittori come Marina Vlady, Alla Pugačeva, Aleksandr Solženitsyn e la moglie Natalia, il campione di scacchi Garri Kasparov, uno dei principali politici di opposizione oggi in esilio, il premio Nobel per la pace Andrei Sakharov con la moglie Elena Bonner, il regista Sergej Paradžanov, i cantanti Boris Grebenšikov e Viktor Tsoj, lo stesso Eltsin e tanti altri.

Si raccontano gli eventi che si susseguirono nel trentennio finale a tutte le latitudini dell’impero sovietico, a Mosca e a Kiev, a Černobyl e Tbilisi, a Erevan e Špitak, Baku, Vilnius, Riga, Chişinău (allora Kišinev), Alma-Ata (oggi Almaty), Taškent, Varsavia, Praga, fino a Berlino con la caduta del muro, a Washington e nel resto del mondo. La “Parte oscura della Terra”, rappresentata per settant’anni dall’Unione Sovietica, riguarda la scelta che milioni di abitanti dell’impero del male dovevano fare in condizioni drammatiche di cambiamenti epocali, e vuole affermare che nessuna dittatura è eterna, che il futuro offre sempre una chance per cambiare, e che bisogna guardare in avanti con speranza, e non soltanto con timore.

Le conclusioni di Zygar si associano ai messaggi dei politici russi all’estero come Vladimir Kara-Murza, che invita a “tenersi pronti al prossimo repentino cambiamento della Russia”, e come Julia Naval’naja, la vedova del martire Aleksej, che ha lodato il nuovo libro affermando che “amo moltissimo le storie di un intero Paese attraverso le semplici vicende di famiglia di tante persone, famose o no”. Ella esprime la sua ammirazione per Zygar, “uno dei più profondi scrittori russi contemporanei, e in ogni pagina si vede un lavoro molto scrupoloso e intenso… ti sembra di sapere come va a finire, ma non puoi fare a meno di leggerlo fino alla fine”. Libri come questo permettono di tornare a riflettere sulle ragioni delle crisi e delle evoluzioni più imprevedibili e drammatiche, come anche quella dell’attuale guerra di Putin contro l’Ucraina, che nessuno si aspettava e che sembra non possa mai finire.

Il conflitto tra Mosca e Kiev è uno dei temi su cui Zygar si è concentrato in diverse pubblicazioni, e soprattutto nella Guerra e Castigo, scritto in risposta all’invasione del 2022. Egli descrive i tanti “miti dell’Ucraina” che la Russia ha elaborato nel corso dei secoli, e che oggi fungono da giustificazione per l’aggressione “difensiva” che dall’Ucraina si estende al mondo intero. Lo scrittore definisce questo libro “una confessione”, simile a quanto scriveva Solženitsyn riguardo al rapporto tra russi e ucraini, che riguarda le profondità dell’animo degli uomini del “mondo russo”.  Questa idea che oggi definisce l’ideologia imperiale di Putin e Kirill nacque infatti a metà del Seicento con le rivolte dei cosacchi di Bogdan Khmel’nitskij contro il regno di Polonia, che portarono gli abitanti delle terre del Don a chiedere di essere integrati nei vasti territori dell’impero dello zar Aleksej Romanov. Il termine “ucraini” definisce quindi gli “uomini di confine” che vogliono rimanere liberi nella vastità del “mondo russo”, inteso come una dimensione territoriale non costretta nei confini dei padroni feudali e delle potenze militari.

Russia e Ucraina sono “un unico popolo” secondo l’interpretazione putiniana, che non va attribuita alle follie personali di Vladimir Putin, ma si è formata nella coscienza dei russi anche grazie all’intelligentsija liberale dell’Ottocento, a cominciare dal vate Aleksandr Puškin che allevava il giovane ucraino Nikolaj Gogol, persuadendolo che la Malorossija delle rive del Don avrebbe potuto prosperare soltanto sotto la guida della Grande Russia, motivo per cui gli ucraini di oggi ripudiano il più grande scrittore ucraino della storia. Oppure quando scrittori e filosofi slavofili di Mosca e San Pietroburgo disprezzavano il sogno del grande poeta ucraino Taras Ševčenko, anch’egli nel circolo degli intellettuali della capitale russa, e fu costretto a scrivere i primi grandi testi in lingua ucraina nel confino della Siberia, dopo l’unica visita a Kiev in cui s’incontrò con i rappresentanti del movimento “Cirillo e Metodio” per la nascita della nazione ucraina. Si ricorda una delle accuse più ricorrenti che Putin rivolge al capo della rivoluzione Vladimir Lenin, quello di “avere inventato la repubblica ucraina” invece di combatterla e annientarla, per rimetterla al suo posto nel ventre della Russia sovietica; nel 1918 in effetti era nata l’Ucraina socialista indipendente e anche la repubblica autonoma di Crimea, poi reintegrate nell’Unione Sovietica con livelli di particolare autonomia.

Zygar racconta nei suoi libri anche dell’ascesa di tanti uomini di potere nella Russia post-sovietica, che nell’ultima fase dell’Urss erano solo dei grigi burocrati di secondo piano come lo stesso Putin e il suo delfino Dmitrij Medvedev, o l’ex-autista e venditore di aranciate Igor Sečin, scrittore e traduttore dal portoghese e dallo spagnolo, poi diventato uno degli autocrati e oligarchi più influenti del putinismo. Si ricorda la visita all’Avana di Sečin insieme a Nikolaj Patrušev, il “guardiano di Putin”, e altri ministri e funzionari nel 2008, alla vigilia della guerra con la Georgia che ha inaugurato la fase bellica del putinismo. Allora la Russia scelse di rispondere all’aggressività della presidenza di George W. Bush e ai suoi piani di rinforzare lo scudo antimissilistico della Nato in Europa, inteso come il segnale di una nuova guerra mondiale, che arriva fino alla minaccia di Putin con l’uso del nuovo missile Burevestnik, “il “tornado inarrestabile” che può distruggere qualunque nemico, o del sottomarino nucleare Pozeidon, che “nessuno al mondo possiede”. La storia del presente e le prospettive del futuro si comprendono rileggendo il passato che ancora agisce nel pensiero degli uomini, liberandosi dai miti e ritrovando i motivi per sperare in un mondo diverso.

Forze speciali ucraine lanciate dagli elicotteri e i generali sul campo a Pokrovsk: così Kiev prova a resistere

di Marta Serafini – Corriere della Sea – 2 Novembre 2025

Il via al blitz dopo lo stop alle linee di rifornimento. Da venerdì è in corso la battaglia che potrebbe decidere le sorti del conflitto in Ucraina

Una decina di uomini che si lanciano a terra senza paracadute. Un Black Hawk che li lascia sul campo di battaglia mentre la polvere copre la loro discesa e il pilota dell’elicottero li guarda, forse, per l’ultima volta. A pochi chilometri di distanza, chiusi in un bunker, il comandante del Hur, l’intelligence militare, Kyrylo Budanov, l’uomo delle operazioni speciali in territorio russo, e il capo di stato maggiore Oleksander Syrskyi, l’eroe della resistenza di Kiev, li osservano e trattengono il respiro. 

È iniziata venerdì pomeriggio la battaglia delle battaglie del conflitto ucraino, quella che potrebbe decidere le sorti della guerra dopo uno degli assedi più lunghi, che Putin vuole vincere a tutti i costi per tentare di ribaltare il tavolo negoziale e prendersi tutto il Donbass pur senza aver chiuso la cintura di Donetsk che corre da Sloviansk a Pokrovsk. Dalla cittadina porta di Donetsk non arrivano più voci ormai da settimane, sulle macerie è calato il silenzio di ogni battaglia decisiva. I pochi civili, per lo più anziani, sono intrappolati nelle cantine. Anche i comandanti più blasonati stanno attenti a sbottonarsi e parlano a condizione solo di stretto anonimato. Non è dato sapere se gli uomini del 7° corpo delle forze aeree d’assalto siano ancora vivi o siano morti come dicono i russi. «Quello che sappiamo con certezza è che sono degli eroi», ci dicono fonti dell’intelligence militare.

E non solo. «Hanno condotto un’operazione unica nel suo genere: un lancio senza l’uso di paracadute». Putin spinge, insiste nel dire che gli ucraini sono accerchiati. Si fida di quello che gli ha detto il generale Valery Gerasimov già la settimana scorsa: gli ucraini sono circondati, non ce la fanno. Addirittura lo zar ha invitato i giornalisti a vedere sul campo coi loro occhi. Ma sono gli stessi blogger russi ad accusare Gerasimov di aver mentito per non indispettire il capo. La propaganda russa mostra video di prigionieri ucraini che raccontano di essere rimasti intrappolati senza acqua. In realtà, l’operazione speciale di Kiev è stata lanciata su Pokrovsk proprio per evitare che la linea di rifornimento da Myrnohrad venga chiusa, dopo giorni di forte pioggia che hanno permesso ai russi di aumentare le infiltrazioni e di dichiarare conquiste non verificabili. Ma le polemiche non sono mancate anche sul fronte di Kiev. Rotazioni sbagliate e decisioni prese in ritardo potrebbero aver reso la caduta di Pokrovsk inevitabile e l’operazione di Budanov e Syrskyi più che una controffensiva sarebbe una mossa per consentire ai militari ucraini di evacuare prima che sia troppo tardi. 

Il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov secondo da destra vicino a Pokrovsk

Lo stesso DeepState, gruppo di monitoraggio open source ucraino, stima che circa metà di Pokrovsk sia «zona grigia» di cui nessuna delle due parti ha il pieno controllo. Una fonte militare conferma che le forze ucraine non sono circondate, ma che le loro linee di rifornimento sono rimaste sotto il fuoco delle truppe russe. «La situazione in città è cambiata così tanto che Syrskyi sta ora inviando unità d’élite nella città per stabilizzarla», spiega. Tra queste, le forze speciali e le unità d’assalto dell’intelligence militare. «Sono in corso combattimenti per la stazione ferroviaria e la zona industriale a ovest. Gli scontri sempre più intensi hanno costretto ad evitare movimenti logistici coi mezzi, con soli spostamenti a piedi». Il risultato è che «le forze armate ucraine non sono in una situazione di accerchiamento fisico, ma operativo: ciò significa che tutta la logistica è resa impossibile». Tradotto, significa che negli ultimi giorni non erano più possibili rifornimenti, cambi ed evacuazioni dei feriti. A confermare il quadro è l’Isw, l’Institute of Study of War che basa i suoi report sulle informazioni di intelligence occidentale. 

Dalle nebbie della battaglia ad un certo punto emergerà un risultato. Ma Pokrovsk non vive più dall’agosto del 2024, quando sulla stessa banchina della stazione vicino cui ora si combatte abbiamo salutato i convogli con le donne e i bambini, mentre gli altoparlanti avvertivano i civili di lasciare la città e i mortai rombavano. Le forze dell’Armata allora non sfondarono, nonostante le trincee fuori dalla città fossero rimaste vuote. In quelle stesse settimane Kiev era entrata nel Kursk, lasciando sguarnito l’Est. Un rischio calcolato, secondo molti analisti, che ha permesso alle forze ucraine di fare prigionieri da scambiare salvando uomini. «Pokrovsk non è il tritacarne di Bakhmut», ci ha sempre ripetuto un comandante di un’unità di carristi, dispiegato sia a Kherson che in Donbass. Se Pokrovsk sarà un azzardo di Zelensky o un bluff di Putin, sarà il campo a dirlo. Di sicuro è che un’altra città che è morta. Per un anno intero, la Russia ha cercato di conquistare una città con una popolazione prebellica di appena 60 mila abitanti. Nel tentativo, ha perso circa 120 mila soldati per prenderne appena la metà. E per le sue strade i bambini non torneranno a correre e ridere per molto tempo.

INDULGENZA PLENARIA PER I FEDELI DEFUNTI

Possiamo acquistare a favore delle anime del Purgatorio l’indulgenza plenaria (una sola volta) dal mezzogiorno del 1° novembre fino a tutto il 2 novembre vistando una chiesa (non necessariamente una parrocchia) e ivi recitando il Credo e il Padre Nostro.

Sono inoltre da adempiere le tre condizioni che occorrono per qualsiasi indulgenza plenaria:

  • confessione sacramentale Questa condizione può essere adempiuta parecchi giorni prima o dopo. Con una confessione si possono acquistare più indulgenze plenarie, purché permanga in noi l’esclusione di qualsiasi affetto al peccato, anche veniale.
  • comunione eucaristica.
  • preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice recitando Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre.
  • distacco da ogni affetto al peccato, anche veniale.

La stessa facoltà è concessa nei giorni dal 1° all’ 8 novembre al fedele che devotamente visita il cimitero e anche soltanto mentalmente prega per i fedeli defunti, sempre rispettando le medesime condizioni generali (confessione, comunione, preghiera secondo le intenzioni del Papa e distacco dal peccato) .

CREDO LA VITA ETERNA

CATECHISMO DELLLA CHIESA CATTOLICA

CREDO LA VITA ETERNA

1020Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna. Quando la Chiesa ha pronunciato, per l’ultima volta, le parole di perdono dell’assoluzione di Cristo sul cristiano morente, l’ha segnato, per l’ultima volta, con una unzione fortificante e gli ha dato Cristo nel viatico come nutrimento per il viaggio, a lui si rivolge con queste dolci e rassicuranti parole:

« Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo, che ti è stato dato in dono; la tua dimora sia oggi nella pace della santa Gerusalemme, con la Vergine Maria, Madre di Dio, con san Giuseppe, con tutti gli angeli e i santi. […] Tu possa tornare al tuo Creatore, che ti ha formato dalla polvere della terra. Quando lascerai questa vita, ti venga incontro la Vergine Maria con gli angeli e i santi. […] Mite e festoso ti appaia il volto di Cristo e possa tu contemplarlo per tutti i secoli in eterno ». 604

I. Il giudizio particolare

1021La morte pone fine alla vita dell’uomo come tempo aperto all’accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo. 605 Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell’incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l’immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro 606 e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone 607 così come altri testi del Nuovo Testamento 608 parlano di una sorte ultima dell’anima 609 che può essere diversa per le une e per le altre.

1022Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, 610 o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, 611 oppure si dannerà immediatamente per sempre. 612

« Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore ». 613

II. Il cielo

1023Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono « così come egli è » (1 Gv 3,2), « a faccia a faccia » (1 Cor 13,12): 614

« Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo […] e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c’era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate, […] anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale — e questo dopo l’ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo — sono state, sono e saranno in cielo, associate al regno dei cieli e al paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l’essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura ». 615

1024 Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata « il cielo ». Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva.

1025 Vivere in cielo è « essere con Cristo ». 616 Gli eletti vivono « in lui », ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome: 617

« Vita est enim esse cum Christo; ideo ubi Christus, ibi vita, ibi Regnum – La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c’è Cristo, là c’è la vita, là c’è il Regno ». 618

1026 Con la sua morte e la sua risurrezione Gesù Cristo ci ha « aperto » il cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui.

1027 Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: « Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano » (1 Cor 2,9).

1028 A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando egli stesso apre il suo mistero alla contemplazione immediata dell’uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa « la visione beatifica »:

« Questa sarà la tua gloria e la tua felicità: essere ammesso a vedere Dio, avere l’onore di partecipare alle gioie della salvezza e della luce eterna insieme con Cristo, il Signore tuo Dio, […] godere nel regno dei cieli, insieme con i giusti e gli amici di Dio, le gioie dell’immortalità raggiunta ». 619

1029 Nella gloria del cielo i beati continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli altri uomini e all’intera creazione. Regnano già con Cristo; con lui « regneranno nei secoli dei secoli » (Ap 22,5). 620

III. La purificazione finale o purgatorio

1030 Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo.

1031 La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt’altra cosa dal castigo dei dannati. La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al purgatorio soprattutto nei Concili di Firenze 621 e di Trento. 622 La Tradizione della Chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura, 623 parla di un fuoco purificatore:

« Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve credere che c’è, prima del giudizio, un fuoco purificatore; infatti colui che è la Verità afferma che, se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro (Mt 12,32). Da questa affermazione si deduce che certe colpe possono essere rimesse in questo secolo, ma certe altre nel secolo futuro ». 624

1032 Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i defunti di cui la Sacra Scrittura già parla: « Perciò [Giuda Maccabeo] fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato » (2 Mac 12,45). Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, 625 affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti:

« Rechiamo loro soccorso e commemoriamoli. Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre, 626 perché dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti portino loro qualche consolazione? […] Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire per loro le nostre preghiere ». 627

IV. L’inferno

1033 Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: « Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna » (1 Gv 3,14-15). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. 628 Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola « inferno ».

1034 Gesù parla ripetutamente della « geenna », del « fuoco inestinguibile », 629 che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l’anima che il corpo. 630 Gesù annunzia con parole severe: « Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno […] tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente » (Mt 13,41-42), ed egli pronunzierà la condanna: « Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno! » (Mt 25,41).

1035 La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, « il fuoco eterno ». 631 La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.

1036 Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l’inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l’uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione: « Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano! » (Mt 7,13-14).

« Siccome non conosciamo né il giorno né l’ora, bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente, affinché, finito l’unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati tra i beati, né ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove ci sarà pianto e stridore di denti ». 632

1037 Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno; 633 questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole « che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi » (2 Pt 3,9):

« Accetta con benevolenza, o Signore, l’offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti ». 634

V. Il giudizio finale

1038 La risurrezione di tutti i morti, « dei giusti e degli ingiusti » (At 24,15), precederà il giudizio finale. Sarà « l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce [del Figlio dell’uomo] e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna » (Gv 5,28-29). Allora Cristo « verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli […]. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. […] E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna » (Mt 25,31-33.46).

1039 Davanti a Cristo che è la verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio. 635 Il giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena:

« Tutto il male che fanno i cattivi viene registrato a loro insaputa. Il giorno in cui Dio non tacerà (Sal 50,3) […] egli si volgerà verso i malvagi e dirà loro: Io avevo posto sulla terra i miei poverelli, per voi. Io, loro capo, sedevo nel cielo alla destra di mio Padre, ma sulla terra le mie membra avevano fame. Se voi aveste donato alle mie membra, il vostro dono sarebbe giunto fino al capo. Quando ho posto i miei poverelli sulla terra, li ho costituiti come vostri fattorini perché portassero le vostre buone opere nel mio tesoro: voi non avete posto nulla nelle loro mani, per questo non possedete nulla presso di me ». 636

1040 Il giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l’ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte. 637

1041 Il messaggio del giudizio finale chiama alla conversione fin tanto che Dio dona agli uomini « il momento favorevole, il giorno della salvezza » (2 Cor 6,2). Ispira il santo timor di Dio. Impegna per la giustizia del regno di Dio. Annunzia la « beata speranza » (Tt 2,13) del ritorno del Signore il quale « verrà per essere glorificato nei suoi santi ed essere riconosciuto mirabile in tutti quelli che avranno creduto » (2 Ts 1,10).

VI. La speranza dei cieli nuovi e della terra nuova

1042 Alla fine dei tempi, il regno di Dio giungerà alla sua pienezza. Dopo il giudizio universale i giusti regneranno per sempre con Cristo, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo sarà rinnovato:

Allora la Chiesa « avrà il suo compimento […] nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l’uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo ». 638

1043 Questo misterioso rinnovamento, che trasformerà l’umanità e il mondo, dalla Sacra Scrittura è definito con l’espressione: « i nuovi cieli e una terra nuova » (2 Pt 3,13). 639 Sarà la realizzazione definitiva del disegno di Dio di « ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra » (Ef 1,10).

1044 In questo nuovo universo, 640 la Gerusalemme celeste, Dio avrà la sua dimora in mezzo agli uomini. Egli « tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate » (Ap 21,4). 641

1045 Per l’uomo questo compimento sarà la realizzazione definitiva dell’unità del genere umano, voluta da Dio fin dalla creazione e di cui la Chiesa nella storia è « come sacramento ». 642 Coloro che saranno uniti a Cristo formeranno la comunità dei redenti, la « Città santa » di Dio (Ap 21,2), « la Sposa dell’Agnello » (Ap 21,9). Essa non sarà più ferita dal peccato, dalle impurità, 643 dall’amor proprio, che distruggono o feriscono la comunità terrena degli uomini. La visione beatifica, nella quale Dio si manifesterà in modo inesauribile agli eletti, sarà sorgente perenne di gaudio, di pace e di reciproca comunione.

1046 Quanto al cosmo, la Rivelazione afferma la profonda comunione di destino fra il mondo materiale e l’uomo:

« La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio […] e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione […]. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo » (Rm 8,19-23).

1047 Anche l’universo visibile, dunque, è destinato ad essere trasformato, « affinché il mondo stesso, restaurato nel suo stato primitivo, sia, senza più alcun ostacolo, al servizio dei giusti », 644 partecipando alla loro glorificazione in Gesù Cristo risorto.

1048 « Ignoriamo il tempo in cui saranno portate a compimento la terra e l’umanità, e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini ». 645

1049 « Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza ». 646

1050 « Infatti i beni della dignità dell’uomo, della comunione fraterna e della libertà, cioè tutti questi buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando Cristo rimetterà al Padre il regno eterno e universale ». 647 Dio allora sarà « tutto in tutti » (1 Cor 15,28), nella vita eterna:

« La vita, nella sua stessa realtà e verità, è il Padre, che attraverso il Figlio nello Spirito Santo riversa come fonte su tutti noi i suoi doni celesti. E per la su

Newman è Dottore della Chiesa. Papa Leone XIV al mondo educativo: Risplendete come astri nel mondo!

Nella solennità di Tutti i Santi e durante il Giubileo del mondo educativo papa Leone XIV proclama Newman Dottore della Chiesa. Le parole dell’omelia

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano, sabato 1 novembre 2025, 11:19 (ACI Stampa).

“In questa Solennità di Tutti i Santi, è una grande gioia inscrivere San John Henry Newman fra i Dottori della Chiesa e, al tempo stesso, in occasione del Giubileo del Mondo Educativo, nominarlo co-patrono, insieme a San Tommaso d’Aquino, di tutti i soggetti che partecipano al processo educativo”, queste le parole d’esordio di papa Leone XIV nell’omelia di oggi, solennità di Tutti i Santi. 

Auspica papa Leone XIV che la figura di Newman sia “d’ispirazione a nuove generazioni dal cuore assetato d’infinito, disponibili per realizzare, tramite la ricerca e la conoscenza, quel viaggio che, come dicevano gli antichi, ci fa passare per aspera ad astra, cioè attraverso le difficoltà fino alle stelle”. E poi, il pontefice si concentra sulla testimonianza dei santi: la loro vita, infatti, ci insegna che “è possibile vivere appassionatamente in mezzo alla complessità del presente, senza lasciare da parte il mandato apostolico: «Risplendete come astri nel mondo»”. Cita san Paolo, la Lettera ai Filippesi. 

Ed è lo stesso invito che il pontefice esprime agli educatori e alle istituzioni educative che sono chiamate oggi a vivere il loro Giubileo: “Risplendete oggi come astri nel mondo”, grazie all’autenticità del vostro impegno nella ricerca corale della verità condivisione, nella sua coerente e generosa, attraverso il servizio ai giovani, in particolare ai poveri, e nella esperienza quotidiana”. 

Parla delle scuole e delle università “come laboratori di profezia, dove la speranza viene vissuta e continuamente raccontata e riproposta” dice il pontefice. Prende spunto dal Vangelo di oggi, quello delle Beatitudini: “Le Beatitudini portano in sé una nuova interpretazione della realtà. Sono il cammino e il messaggio di Gesù educatore. A una prima impressione, pare impossibile dichiarare beati i poveri, quelli che hanno fama e sete di giustizia, i perseguitati o gli operatori di pace. Ma quello che sembra inconcepibile nella grammatica del mondo, si riempie di senso e di luce nella vicinanza del Regno di Dio”. E definisce le Beatitudini come “l’insegnamento per eccellenza” in quanto viene da Gesù che “non è uno dei tanti maestri, è il Maestro per eccellenza. Di più, è l’Educatore per eccellenza”. 

Certamente, il mondo di oggi potrebbe dare a tutti l’impressione di vivere nell’oscurità. Sembra non esserci luce. Ed è alla luce che papa Leone XIV fa riferimento parlando del nuovo Dottore della Chiesa Newman: di lui ricorda il famoso inno Lead, kindly light (“Guidami, luce gentile”): “In quella bellissima preghiera – continua papa Leone – ci accorgiamo di essere lontani da casa, di avere i piedi vacillanti, di non riuscire a decifrare con chiarezza l’orizzonte. Ma niente di tutto questo ci blocca, perché abbiamo trovato la Guida: «Guidami Tu, Luce gentile, attraverso il buio che mi circonda, sii Tu a condurmi!»”.  Papa Leone XIV recita alcuni versi, in inglese, della bellissima poesia del nuovo Dottore della Chiesa. 

È questo il compito dell’educazione – sottolinea il pontefice – e cioè “offrire questa Luce Gentile a coloro che altrimenti potrebbero rimanere imprigionati dalle ombre particolarmente insidiose del pessimismo e della paura”. Non c’è spazio allora per “le false ragioni della rassegnazione e dell’impotenza”. L’incoraggiamento del pontefice è quello di “fare delle scuole, delle università e di ogni realtà educativa, anche informale e di strada, come le soglie di una civiltà di dialogo e di pace”. 

Incoraggia, poi, a essere quella “moltitudine immensa” di cui parla la liturgia odierna: il Libro dell’Apocalisse. Lo sguardo del pontefice si posa sui “meno dotati” e si chiede: “Non sono persone umane? I deboli non hanno la stessa nostra dignità? Quelli che sono nati con meno possibilità valgono meno come esseri umani, devono solo limitarsi a sopravvivere? Dalla risposta che diamo a queste domande dipende il valore  delle nostre società e da essa dipende pure il nostro futuro”, così papa Leone XIV citando la sua recente Esortazione apostolica “Dilexi te”. Il pontefice, allora risponde: “Aggiungiamo: da questa risposta dipende anche la qualità evangelica della nostra educazione. Tra le eredità durature di San John Henry vi sono, in tal senso, alcuni contributi molto significativi alla teoria e alla pratica dell’educazione”. 

Cita Newman che aveva nel cuore “il mistero della dignità di ogni persona umana e anche quello della varietà dei doni distribuiti da Dio”. E aggiunge: “La vita si illumina non perché siamo ricchi o belli o potenti. Si illumina quando uno scopre dentro di sé questa verità: sono chiamato da Dio, ho una vocazione, ho una missione, la mia vita serve a qualcosa più grande di me stesso! Ogni singola creatura ha un ruolo da svolgere. Il contributo che ciascuno ha da offrire è di valore unico, e il compito delle comunità educative è quello di incoraggiare e valorizzare tale contributo”.  

E, infine, ricorda le parole che papa Benedetto XVI – in occasione del Viaggio Apostolico in Gran Bretagna, nel settembre 2010, durante il quale beatificò John Henry Newman – espresse ai giovani invitandoli a diventare santi: “Ciò che Dio desidera più di ogni altra cosa per ciascuno di voi è che diventiate santi. Egli vi ama molto più di quanto possiate immaginare e vuole il meglio per voi”.

La luce del sole risplende su tutta la piazza. La luce di Newman sembra davvero risplendere, oggi, su tutta la Chiesa. E’ la luce della sapienza. E’ la luce di tutti i Santi.  

Teheran, il cardinale Mathieu: l’immagine della Vergine nella metro, segno di pace

L’arcivescovo della capitale iraniana parla della decisione di dedicare una stazione della metropolitana cittadina alla Madonna, raffigurata in un bassorilievo: è un segnale di apertura e di dialogo “che desta interesse”

Federico Piana – Città del Vaticano – Vatican News 31 Ottobre 2025

Vedere l’immagine della Vergine con le mani giunte in preghiera collocata in un bassorilievo in una stazione della metropolitana di Teheran non è una cosa di tutti i giorni. Ed è molto sorprendente venire a sapere che, pochi giorni fa, quella stazione della capitale della Repubblica islamica dell’Iran è stata dedicata alla Madonna con il titolo di Maryam-e Moghaddas, che in sostanza significa “Santa Maria”.

Aperture positive

Anche il cardinale Dominique Joseph Mathieu, arcivescovo di Teheran-Ispahan — arcidiocesi che si prende cura dei cattolici di rito latino di tutto il Paese — è positivamente sorpreso. Quando lo incontriamo a Roma, non esita a mettere in evidenza che in questo evento si celano due dimensioni, quella del dialogo e quella della pace: «C’è sicuramente l’interesse di mostrare, alla comunità nazionale e al mondo intero, l’apertura di un Paese nel quale non c’è libertà religiosa ma una libertà di culto che si concretizza dentro il quadro di leggi che vanno rispettate».

Atmosfera di raccogliemento

Chi, come il cardinale, ha avuto modo di visionare le foto e le informazioni che hanno fatto rapidamente il giro del web, racconta che i binari della stazione si trovano ad oltre 30 metri di profondità e che per raggiungerli, utilizzando le scale o le scale mobili, ci si imbatte in una prima scritta di augurio, benedizione, a Dio. «È molto interessante perché non è solo in persiano, la lingua ufficiale, ma anche in arabo, armeno ed inglese. Mentre si scende, alle pareti dei livelli intermedi si notano degli archi sopra i quali è stato posto un cielo bianco ed azzurro, colori usati anche per la Madonna. Ne viene fuori un’atmosfera che sa proprio di raccoglimento, di chiesa». Scendendo ancora, gli altri testi vergati sulle pareti sono quelli della Guida suprema e frasi che presentano Gesù principalmente come un profeta e come un rivoluzionario. «C’è una placca in metallo — aggiunge il cardinale — che fa riferimento al brano coranico sulla gente del Libro nel quale si dice che bisogna considerare in questo modo Gesù mentre Maria viene definita madre del profeta».

Vari livelli

La grande hall, la cui volta ricorda anche in questo caso un cielo illuminato da molte lampadine, si trova al termine della discesa e porta ad alcune scale che conducono ai binari. È a questo livello, e a quello successivo dei binari, che sono stati installati alcuni bassorilievi che l’arcivescovo di Teheran descrive in modo minuzioso: «Uno di questi, riprendendo un brano coranico, ovviamente differente da quello del Vangelo, mostra un Gesù molto bello che cammina sulle acque. Di fronte a lui, però, non ci sono delle persone ma è stato posto il testo di una poesia che parla delle difficoltà della vita. Anche se Gesù viene messo in relazione con la poesia persiana questa immagine può essere ben riconosciuta dai cristiani».

Palpebre chiuse

Il bassorilievo con l’immagine di Maria si trova, invece, nel lato opposto. «A destra e a sinistra della sua figura si vedono dei tulipani, che solo ora ho scoperto essere dei fiori iraniani che si offrono a persone importanti. Maria ha le mani giunte e un’aureola discreta, che non prende nessun colore». Quello che ha colpito particolarmente il cardinale Mathieu è il fatto che sia Gesù che la Vergine sono raffigurati con le palpebre chiuse: lo sguardo con il viaggiatore c’è ma manca quel contatto diretto, intimo, che si sprigionerebbe se le pupille potessero incontrarsi. «È una visione molto chiara dell’Islam su Maria, su Gesù, ma rimane pur sempre un simbolo di dialogo che desta interesse». La stazione della metropolitana si trova esattamente al centro della linea 6 e sorge in un parco già dedicato alla Madonna e nel quale sono situati la cattedrale dei cristiani armeni apostolici, san Sarkis, ed il loro centro culturale

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