di Paolo Mieli| 4 novembre 2025 – Corriere della Sera – 5 Novembre 2925
Anche l’eventuale presa di Pokrovsk sarebbe per la Russia più immagine che sostanza. La necessità di arrivare alla pace
Se domattina i russi riuscissero a conquistare la città ucraina di Pokrovsk — che da settimane Putin a dispetto di ogni evidenza sostiene di aver accerchiato neutralizzandone le difese — avrebbero ottenuto, i russi stessi, un risultato da sbandierare come una grande vittoria ma assai modesto sotto il profilo militare.
Pokrovsk contava, prima dell’attacco, poco più di sessantamila abitanti, più o meno come Caltanissetta (pur avendo, senza che si offenda il capoluogo siciliano, un rilievo strategico assai superiore a quello che diede i natali a tanti illustri nisseni). Per sconfiggerla si è resa necessaria la mobilitazione di un numero di soldati russi dieci volte superiore a quello dei resistenti ucraini. I combattimenti sono iniziati quattordici mesi fa.
Per fare un paragone (con ampi margini di fantasia come ogni comparazione storica) è come se le truppe angloamericane, sbarcate in Sicilia agli inizi di luglio del 1943, fossero riuscite a conquistare Caltanissetta alla fine di settembre dell’anno successivo. Mentre è noto che a giugno di quell’anno, il 1944, pur avendo avuto difficoltà non lievi nello scontro con i tedeschi a Montecassino, gli alleati erano riusciti ad entrare a Roma che li accolse in un clima festante. E a fine settembre avevano scavallato l’Appennino toscano.A Pokrovsk, semmai riusciranno ad impadronirsene, i russi non troveranno poi folle festanti e bambini con le bandierine, ma cumuli di rovine da essi stessi provocate.
Cumuli sotto cui resteranno sepolti i corpi di civili che non si può dire abbiano provocato un’ondata di commozione pari a quella di altre guerre del nostro tempo. Di quei morti verrà incolpato da coloro che l’hanno avuto in antipatia fin dal febbraio del 2022 Volodymir Zelensky. Quel Zelensky che, con l’unanime consenso dei suoi collaboratori, non si è voluto arrendere accettando la legge del più forte. E ha voluto dar retta a quanti tra i suoi erano determinati a difendere i confini del Paese visto che i precedenti del 2014 (la cessione della Crimea, silenziosamente accettata dall’intero mondo occidentale) ad ogni evidenza non aveva saziato l’ingordigia russa.
La volontà e la capacità di resistenza ucraina sono state attribuite da osservatori superficiali alle armi fornite dall’Occidente. Strano: gli occidentali avevano armato e addestrato gli afghani per ben venti anni e non appena gli americani hanno lasciato Kabul (agosto 2021) l’esercito locale si è dissolto nel giro di poche ore. Diciamo che armi e addestramento contano sì, ma non sono tutto. Ci vuole anche (se non soprattutto) la determinazione di cui sta dando prova chi si batte in questi giorni a Pokrovsk. Accompagnata, questa determinazione, da un sostegno di popolo che fino ad oggi in Ucraina non è mai mancato.
Due anni fa, il consenso alla decisione iniziale di Zelensky è parso venir meno. L’Economist — su suggestione del capo delle forze armate ucraine, Valery Zaluzhny (reduce dall’insuccesso della controffensiva estiva del 2023) — descrisse il clima di «stanchezza» che si era diffuso a Kiev. Zaluzhny fu poi rimosso, si mostrò da allora assai critico nei confronti di Zelensky ma la guerra è continuata. Senza che i russi riuscissero a sfondare a causa di una insospettabile capacità di resistere da parte degli ucraini (della quale adesso prende atto anche l’Economist).
I quali ucraini, da quando Donald Trump è entrato alla Casa Bianca (20 gennaio scorso), sono stati strattonati al punto di sentirsi costretti ad accettare l’idea di una pace — ancorché provvisoria — lungo la linea del cessate il fuoco. Ma qui Putin ha avanzato sorprendenti pretese su territori che non era riuscito a conquistare e ha lasciato intendere che la sua opzione preferita era quella di continuare la guerra fino a quando non piegherà le numerose Pokrovsk che incontrerà sul suo cammino.
Chi sosteneva fin dall’inizio che la pace consisteva nel cedere a quelle pretese, è tornato a raccontarci la storia di un’Ucraina ormai sconfitta a cui dovremmo suggerire di mettersi in ginocchio. Peccato che gli ucraini, adesso come nel 2022, non vogliano saperne.
Tanto più che l’Europa, quantomeno una parte di essa, si è mostrata disponibile a fornire ulteriore sostegno a Kiev.
Sicché a questo punto o Putin siederà a un tavolo con Trump (e prima o poi con Zelensky) per abbozzare un accordo di pace o la guerra continuerà verso il traguardo del quarto anno. Quattro anni. Quanto è durata la Prima guerra mondiale. Una durata che dovrebbe suggerirci qualche riflessione in più.
E la storia che l’eventuale caduta di Pokrovsk spianerebbe la strada ai russi per conquistare in un battibaleno il resto dell’Ucraina è simile a quella che ci è stata raccontata troppe altre volte perché si possa darle credito.
Le città ucraine hanno dato prova di una capacità di resistenza mai conosciuta prima. Perciò o Putin si rassegna a firmare un trattato che faccia cessare i combattimenti o, nonostante la sproporzione delle forze a suo vantaggio, potrà andare incontro a sorprese per noi (ma anche per lui) inimmaginabili.