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Newman, il santo dottore che unì tradizione e modernità

Osteggiato, calunniato e dimenticato, fu riscoperto dal Concilio Vaticano II, che però non lo citò mai. Oggi Leone XIV lo proclama Doctor Ecclesiae

Matteo Matzuzzi – 01 novembre 2025

“L’attualità di Newman? I santi sono spesso profeti. Studiando la sua vita drammatica, ci si accorge che ha anticipato molte sfide del nostro tempo”, dice il prof. Hermann Geissler, direttore del Centro internazionale degli Amici di Newman a Roma

Oggi, festa di Ognissanti, in occasione della messa per il Giubileo del mondo educativo, il Papa proclamerà John Henry Newman dottore della Chiesa e co-patrono della missione educativa della Chiesa stessa. Beatificato da Benedetto XVI e canonizzato da Francesco, ora è Leone XIV a mettere il supremo sigillo su questo studioso d’epoca vittoriana dalla vita travagliata, dotto tra i più dotti, passato al cattolicesimo quando era il nome più in vista della Chiesa d’Inghilterra, e per questo abbandonato da tutti, ritenuto essere pietra dello scandalo. La sua influenza fu decisiva per generazioni di intellettuali, direttamente o indirettamente: Tolkien e Chesterton i più celebri. Ma se nell’antica famiglia anglicana il risentimento nei suoi confronti fu inscalfibile, non è che nel mondo cattolico sia andata meglio, nonostante la porpora che Leone XIII gli conferì nel 1879, con buona parte della Chiesa romana che dubitava circa l’opportunità di tale creazione cardinalizia. Solo in pieno Novecento, e con il Vaticano II, il suo nome tornò alla ribalta. E con il suo nome pure le sue idee, dimostrando che il vecchio animatore del Movimento di Oxford fu un novello precursore, cambiando l’esistenza di tanti che lo incontrarono nei suoi scritti o nello studiarne la vicenda umana. Disse Benedetto XVI nella veglia di preghiera per la sua beatificazione, il 18 settembre del 2010 a Hyde Park, che “Newman ha avuto da tanto tempo un influsso importante nella mia vita e nel mio pensiero, come lo è stato per moltissime persone al di là di queste isole. Il dramma della vita di Newman ci invita a esaminare le nostre vite, a vederle nel contesto del vasto orizzonte del piano di Dio, e a crescere in comunione con la Chiesa di ogni tempo e di ogni luogo: la Chiesa degli apostoli, la Chiesa dei martiri, la Chiesa dei santi, la Chiesa che Newman amò e alla cui missione consacrò la propria intera esistenza”. John Henry Newman che, per dirla con Papa Prevost, “contribuì in maniera decisiva al rinnovamento della teologia e alla comprensione della dottrina cristiana nel suo sviluppo”. 

Ma cosa ha da dire, questo teologo e filosofo ottocentesco, a noi uomini del 2025? La domanda provocatoria la poniamo al professor Hermann Geissler, direttore del Centro internazionale degli Amici di Newman a Roma, docente in vari istituti teologici, massimo esperto del nuovo dottore della Chiesa (“Coscienza e verità negli scritti del cardinale John Henry Newman” è il tema della sua tesi di dottorato in teologia, tanto per capire il contesto). Ha scritto per Cantagalli John Henry Newman. Un nuovo dottore della Chiesa?, una sorta di guida alla scoperta del santo inglese accessibile anche a chi non ha tutti gli strumenti a disposizione per entrare nella sua non facile grammatica. La risposta è immediata: “I santi sono spesso profeti. Quando uno legge e studia un po’ la vita di Newman si accorge subito che lui ha davvero vissuto una vita traumatica e ha anticipato molte delle sfide del nostro tempo. E’ stato un grande ricercatore della Verità. Dopo la sua prima conversione all’età di quindici anni, quando ha capito che Dio veramente esiste, ha compreso che Dio è la realtà più importante che c’è. Aveva questa forte percezione della realtà di Dio e l’ha cercato con tutto il cuore, incontrandolo dentro di sé, nella sua coscienza. Questo, secondo me, mostra che lui in qualche modo ha superato la sfida della modernità”. 
In che senso? “Cosa fa la modernità? La modernità mette al centro il proprio io e l’uomo si chiude in sé stesso. Perde il contatto con Dio ma anche con l’altro. Un segno della modernità è proprio l’individualismo. Newman supera questa dialettica, questa opposizione tra io e Dio, tra io e tu, scoprendo Dio nel suo cuore, ‘nella sua coscienza’, come dirà più tardi. E’ molto interessante: lui interpreta la coscienza, che non è la voce del proprio io, come per l’uomo di oggi. Ai nostri tempi, se uno dice ‘scelgo la mia coscienza’, intende la volontà di fare ciò che vuole. Newman dice che questo è l’opposto della coscienza; la coscienza dice all’uomo non ciò che vuoi tu, ma ciò che vuole Dio. La coscienza è l’eco della voce di Dio, perché lui stesso ha fatto questa esperienza, ha sentito questa voce. Anche con tanta sofferenza”. Da qui, spiega Geissler, “ha cercato di seguire questa voce, diventando pastore anglicano e nella preparazione all’ordinazione diaconale ha compiuto una seconda conversione che potremmo definire ‘ecclesiale’. Ha capito che se si vuole seguire questo Dio scoperto nel proprio cuore, bisogna servire l’altro. Solo se amo l’altro posso amare anche Dio, solo se servo l’altro posso servire Dio. Newman ha scoperto la dimensione ecclesiale e pastorale della sua vocazione e scrive nel suo diario queste parole forti: ‘D’ora in poi ho responsabilità per le anime, fino al giorno della mia morte’. Si può dire che abbia capito l’importanza della paternità spirituale, un’altra dimensione molto importante oggi. La gente cerca nella Chiesa un padre spirituale, qualcuno che la guidi nel suo cammino, nelle difficoltà, nelle sfide. Newman voleva essere un padre spirituale, l’ha fatto in tanti modi, con gli studenti, con i suoi parrocchiani, con i semplici operai che seguiva”. Poi? “Poi ha scoperto i Padri della Chiesa, quando aveva meno di trent’anni. Ha cominciato a leggere i Padri in modo sistematico, li ha letti proprio tutti. Conosceva già buona parte della Scrittura a memoria, quindi passò ai Padri della Chiesa: più tardi dirà che sono stati loro a farlo cattolico”. In seguito fondò con alcuni amici il Movimento di Oxford: “Sì, e disse che l’anglicanesimo e la Chiesa d’Inghilterra avevano perso la fede”. 
Anche qui il discorso non sembra troppo distante da certi ragionamenti a noi contemporanei. “Newman – dice il prof. Geissler, che dal 1993 al 2019 ha lavorato presso l’allora congregazione per la Dottrina della fede – sosteneva che ci volesse una seconda Riforma che partisse dai Padri, dalla Chiesa degli inizi, dalla freschezza della fede dei primi secoli. Su questo si diede a un’intesa attività di predicazione con i suoi amici, pubblicando i Tracts for the Times, piccoli trattati su temi di attualità: ha cercato di riportare dentro l’anglicanesimo il patrimonio cattolico che ha scoperto nei Padri della Chiesa, ha voluto ‘cattolicizzare’ la Chiesa anglicana, se vogliamo dire così. Poi però ha capito che ciò non era possibile, ha tentato anche di porre l’anglicanesimo su un fondamento un po’ più sicuro, perché lui era convinto che mentre i protestanti avevano perso per strada alcuni elementi del patrimonio originale e i cattolici avevano aggiunto altri elementi quali ad esempio la devozione mariana, i santi, la preghiera per i defunti, la devozione al Papa, gli anglicani avessero invece trovato la ‘via media’, una posizione per così dire di equilibrio”. Però… “Però, da grande studioso della Storia, scoprì che nel quarto secolo c’era già stata una via media tra i cattolici e gli ariani: c’erano i semi ariani, per esempio. Si è molto spaventato, e per la prima volta che ha capito che forse i cattolici, alla fine, avevano ragione”.

Ma chi era Newman? Qualcuno lo definisce un tradizionalista, altri dicono che fosse un uomo aperto alle idee nuove. Per diversi osservatori è stato precursore addirittura del Concilio Vaticano II. “Per capirlo bisogna raccontare la sua storia. Il suo ultimo trattato è un tentativo di interpretare i trentanove articoli del fondamento dell’anglicanesimo in chiave cattolica. Questo trattato è stato condannato dall’Università di Oxford che tollerava tutto, ma non che qualcuno potesse avere pensieri cattolici. Questo era proibito. Anche i vescovi anglicani lo abbandonarono. Quindi si ritirò a Littlemore dedicandosi solo allo studio, alla preghiera, al digiuno e alla ricerca della verità. E vengo alla domanda, perché è qui, in questa fase della sua vita, che scrive sullo sviluppo della dottrina. Si interroga se le aggiunte cattoliche siano veramente deviazioni e corruzioni – come lui stesso inizialmente pensava – del patrimonio originale. Come spiegarle? Forse, si disse, si tratta di sviluppi organici che come un albero con i suoi rami cresce e matura nel tempo. Alla fine di questo periodo di studio comprende che è davvero così: non si tratta di corruzioni, ma di sviluppi organici. Chiariamo una cosa: Newman sa che bisogna discernere fra sviluppi veri e sviluppi falsi, e a questo scopo propose i sette criteri di discernimento fra sviluppi autentici e corruzioni. Lui ha riportato all’interno della Chiesa anglicana la dimensione della Storia, una novità assoluta. Newman fu un pensatore assolutamente moderno, assolutamente all’avanguardia, un precursore della nouvelle theologie, se si vuole. Non fu un pensatore scolastico, benché naturalmente avesse stima per san Tommaso. Lui partiva sempre dalla Scrittura, dai Padri della Chiesa. Era moderno fino al punto che a Roma i sui scritti sullo sviluppo della dottrina finivano all’Indice, in modo da silenziarlo”.

Ma a Roma c’era anche chi lo capiva, però. “Certamente, ebbe una lunga corrispondenza con padre Giovanni Perrone, teologo di Pio IX. Padre Perrone anche se non condivideva ogni pensiero di Newman, lo comprendeva. Soprattutto sul tema dello sviluppo della dottrina. Dopotutto, Perrone fu l’uomo incaricato di lavorare alla preparazione del dogma dell’Immacolata concezione e nel suo lavoro attinse non poco a Newman. Che era moderno anche per quanto scrisse sulla coscienza, cose che ai suoi tempi nessuno diceva. Pensiamo al celebre detto “io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il Papa”: talvolta questa frase è stata interpretata come il fatto che si potrebbe pure dissentire dal Papa. In realtà, Newman intendeva dire solo che Dio ha messo dentro di noi la coscienza che ci spinge a scindere tra il bene e il male, sapendo che poi bisogna formare questa facoltà da noi ricevuta seguendo i genitori, i santi, la Chiesa, il Papa. Per lui il primato della coscienza e il primato del Papa non si oppongono. Lui ha superato l’opposizione della modernità tra io e Dio, tra coscienza e Chiesa, coscienza e autorità. E sì, è stato un precursore del Concilio Vaticano II. Pensiamo a ciò che il Concilio afferma sullo sviluppo della dottrina: siamo perfettamente dentro Dei Verbum, 8. Ma anche a ciò che viene detto sulla coscienza nella Gaudium et spes, 16… questi sono pensieri di Newman. Che è stato ben presente al Vaticano II, nonostante non sia stato mai citato. Era presente attraverso i grandi teologi che l’hanno riscoperto. Dopo la sua morte non è stato capito bene. Essendo all’avanguardia, non di rado i modernisti all’inizio del Novecento si richiamavano a lui. E’ stato scritto che il modernismo aveva le sue radici in Newman, con tutto quel che ne è conseguito. Ma era sbagliato affermare ciò, semplicemente perché non era vero”. Ma attraverso chi è stato riscoperto? “Finita la stagione dell’antimodernismo, il merito della sua riscoperta è stato di Guardini, Przywara, de Lubac, Congar, Ratzinger. Tutti questi teologi hanno capito che Newman era un genio del pensiero. L’hanno accolto e attraverso di loro è entrato nel Magistero della Chiesa”. Non a caso Ian Ker, considerato il più grande esperto del pensiero newmaniano, lo definì “padre del Concilio Vaticano II”. Già nel 1959, dopotutto, Giovanni XIII lo aveva citato nella sua prima enciclica, Ad Petri cathedram, evidenziandone il ruolo nella ricerca dell’unità dei cristiani. Il primo Papa a parlarne in maniera continua fu Paolo VI. In uno storico discorso del 1975 ai partecipanti del primo simposio sul cardinale Newman, Montini sottolineò che il filosofo e teologo inglese “diventa oggi un faro sempre più luminoso per tutti quelli che sono alla ricerca di un preciso orientamento e di una direzione sicura attraverso le incertezze del mondo moderno, un mondo che egli stesso profeticamente aveva preveduto. Molti dei problemi che Newman affrontò con saggezza – anche se fu spesso mal compreso e male interpretato – sono stati l’oggetto del Concilio Vaticano II. Non solo il Concilio, ma anche il tempo presente può essere considerato in modo speciale l’ora di Newman”.

Newman è stato sicuramente un grande campione dell’alleanza tra fede e ragione, un binomio inscindibile che però in quest’epoca, la nostra, appare un po’ sfumato. Nella grande discussione pubblica contemporanea sembra che fede e ragione non possano stare assieme, anzi spesso si pensa che la ragione determini tutto e che la fede sia una superstizione o, nella migliore delle ipotesi, una consolazione. “Quello tra fede e ragione – dice Geissler – è un altro grande ponte che Newman ha costruito. Abbiamo già menzionato l’io e Dio, la coscienza e l’autorità, e bisogna citare anche fede e ragione. Newman ne ha parlato già nei suoi sermoni universitari, ma il suo capolavoro su questo tema è La grammatica dell’assenso, dove lui mostra come l’uomo dà un assenso alla verità. E’ un libro molto complesso ma al contempo molto interessante. Newman mostra che anche in ciò che noi chiamiamo ragione c’è la dimensione della fede. Nella ragione c’è una dimensione della fede e nella fede c’è la dimensione della ragione: la fede è ragionevole, è più difficile spiegare il mondo senza fede che con la fede. Come si può dire che il mondo ha inizio senza avere un creatore? E’ molto difficile. Io mi sono posto tante volte questa domanda, però è un interrogativo continuo, non c’è risposta. Newman direbbe che alla fine ci sono solo due opzioni: o c’è all’inizio un Creatore ragionevole che ha messo la ragione dentro la realtà, oppure tutto è irrazionale. Ma allora nulla avrebbe senso”.

Sull’Osservatore Romano, in un articolo firmato dal professor Luca Tuninetti, si è di recente scritto che l’eredità di Newman e la sua testimonianza sono ancora oggi materia di dibattito tra gli studiosi. Un Newman “continuamente costretto a difendersi dalle stesse accuse che tornano ripetutamente a ogni generazione”. Ma quali sono queste accuse? “Un passo indietro”, premette Hermann Geissler: “Personalità come Charles Kingsley – il grande accusatore di Newman, ndr – non capivano come una persona intelligente potesse diventare cattolica. I cattolici, in quell’Inghilterra, erano considerati infatti ai margini della società. Quindi Newman fu disprezzato anche pubblicamente. Vent’anni dopo la sua conversione, Kingsley scrisse un articolo sostenendo en passant che i preti cattolici sono bugiardi e l’esempio più noto è il dottor Newman. Quest’ultimo prese carta e penna, convinto che bisognasse sì difendersi da un’accusa così grave, ma che soprattutto si dovesse difendere il clero cattolico e la stessa Chiesa cattolica. Quindi in sole otto settimane stilò la Apologia pro vita sua. Ogni settimana veniva pubblicano un capitolo di questo testo, con un’eco straordinaria in Inghilterra. Era il primo libro scritto da un cattolico dai tempi di Enrico VIII che veniva letto dappertutto. Il risultato fu che i cattolici compresero che non c’era miglior difensore della propria causa di John Henry Newman e anche non pochi anglicani che con lui avevano rotto ogni rapporto iniziarono a comprenderlo. Non tanto la sua conversione, ma la sua onestà nel seguire la propria coscienza. E poi, tra l’altro, non potevano fare a meno di ammirare il suo splendido inglese”. In questo testo, “Newman racconta come si è sviluppato il suo pensiero, chi l’ha influenzato, cosa ha letto e cosa gli è rimasto da queste letture. In sostanza, rivela come è maturato il suo pensiero fino alla decisione in coscienza di dover diventare cattolico. E’, se vogliamo, una difesa della Chiesa cattolica in forma di testimonianza”. Ma ci sono davvero ancora discussioni su Newman? “A mio parere, no. Gli stessi anglicani hanno oggi una grande ammirazione per lui. Si pensi che l’ex arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, scrisse una lettera formale a Papa Francesco perorando la richiesta che Newman fosse proclamato dottore della Chiesa. E altrettanto fece l’arcivescovo di York”. In effetti, la notizia della sua proclamazione è stata accolta bene in ogni campo anche cattolico, e non è poco considerato che di questi tempi la Chiesa si divide fra tifoserie su ogni cosa… “Essendo un pensatore molto moderno ma totalmente inserito nella grande tradizione del cristianesimo, Newman ha la forza di unire. Lui riesce a tenere insieme poli diversi: in un mondo dove si tende a dividere, Newman dice che bisogna unire perché la fede è una”.

Tuttavia, al di là delle mere questioni teologiche, quando si parla del nuovo dottore della Chiesa e se ne ripercorre la biografia, si ricorda sempre il suo impegno per il laicato. Parlava cioè di laici impegnati e bene educati quanto a morale e fede. Il che era una cosa sorprendente per una società rigida come quella vittoriana. Anche oggi si parla molto di laicato, i Sinodi pubblicano continuamente documenti sul cosiddetto “laicato impegnato”. Ma oggi intendiamo il laicato alla stessa maniera di come l’intendeva Newman? “No. Newman aveva un grande rispetto per i laici e anche qui si dimostrava all’avanguardia, visto che ai suoi tempi la Chiesa era essenzialmente la Chiesa gerarchica. Dopo la conversione, scrisse molto sui laici, fino al punto da sostenere che andavano consultati in materia di dottrina. Passò qualche guaio, per questo: a Roma fu accusato sostanzialmente di essere eretico, ed è rimasto sotto questo sospetto per tre-quattro anni. In realtà, le sue idee sono di una ortodossia indiscutibile. Newman sostiene solo che la fede viene trasmessa non solo dai vescovi o dai teologi, ma anche dai fedeli laici. Una cosa che oggi nessuno contesterebbe. Portava l’esempio del Quarto secolo, quando la fede nella divinità di Gesù fu trasmessa più dai fedeli laici che dai vescovi, che in buona parte erano ariani. Stiamo parlando di un fatto storico. In sostanza, Newman riteneva che i laici fossero semplicemente i battezzati, cresimati e chiamati a vivere la fede nel contesto in cui si trovavano. Noi oggi per laicato intendiamo più gruppi organizzati, ma Newman non aveva in mente nulla di tutto ciò. Non pensava, per fare un esempio, all’Azione cattolica…”.

Alla fine della sua vita, san Newman descrisse il proprio lavoro come una lotta contro la tendenza crescente a considerare la religione un fatto puramente privato e soggettivo. Una questione riconducibile alle opinioni personali. Elemento peraltro messo in evidenza dallo stesso Ratzinger alla vigilia della beatificazione. Oggi, a più d’un secolo di distanza, si può dire che questa lotta sia ancora ben visibile nella nostra società? A giudizio del professor Geissler, “senza dubbio. Quando ricevette il biglietto che gli annunciava la creazione cardinalizia, Newman ripercorse la propria vita e disse che per mezzo secolo aveva combattuto il male peggiore che ci sia, il liberalismo nella religione. Vale a dire l’idea che la religione non sia una questione di verità, bensì di opinioni, di gusti, di sentimenti. Un fatto privato. Ed è un po’ l’idea che tutte le religioni in sostanza siano uguali, che siano tutte vie per giungere a Dio. E questo pensiero è diffuso anche all’interno della Chiesa, purtroppo. Papa Benedetto XVI aveva la stessa visione di Newman: ha parlato della dittatura del relativismo. L’uomo di oggi pensa che affermare che una religione sia quella vera significhi discriminare tutte le altre. Ma non è discriminazione: è constatare un fatto. E’ chiaro che le religioni sono la ricerca del mistero di Dio da parte degli uomini, ma Gesù è l’unica via verso il Padre, come afferma la Dominus Iesus. Chi predica questo? Chi ha il coraggio di dirlo? Se non lo diciamo, non si capisce più perché fare missione. A mio avviso, la debolezza nella missione in molti paesi ha qui la sua vera ragione, anche in Europa. Il rispetto per la persona di un’altra religione ci deve sempre essere, e questo è ovvio. Ma ciò non deve impedire di farci annunciare ciò che per noi è la verità. Questo è un punto molto importante: il Vaticano II l’ha detto, proprio nella Dignitatis humanae. Anche se pochi lo sanno. Lì si afferma subito che la religione vera è quella della Chiesa cattolica. Noi non dobbiamo rinunciare al nostro patrimonio, anche perché la Chiesa cattolica è sempre pronta a tendere la mano, a compiere il primo passo”.

Nel messaggio di Benedetto XVI del 2010 in occasione del Simposio organizzato dal Centro internazionale Amici di Newman, si sosteneva che “dopo la conversione, egli si lasciò guidare da due criteri fondamentali che manifestano appieno il primato di Dio nella sua vita. Il primo, ‘la santità piuttosto che la pace’, documenta la sua ferma volontà di aderire al Maestro interiore con la propria coscienza, di abbandonarsi fiduciosamente al Padre e di vivere nella fedeltà alla verità riconosciuta. Spieghiamo meglio questo riferimento alla santità piuttosto che alla pace? “Questa è una frase presa dal libro ‘La forza della verità’, che stava all’origine della sua conversione a quindici anni. Newman era sempre un uomo di pace: non voleva mai mettere la pace in secondo ordine, ma aveva capito che esiste anche una finta pace, una pace superficiale. La pace per lui aveva bisogno di un solido fondamento che può essere solo la Verità, la giustizia, l’amore e la santità. Se io cerco di vivere una vita santa, sono veramente uomo di pace”. 

Newman ci ricorda anche che il progresso scientifico, se separato dalla dimensione etica e spirituale, rischia di smarrire il senso ultimo della verità e della dignità umana. “E’ l’ultimo capitolo della Apologia pro vita sua: la ragione umana, con tutta la sua capacità ha anche una forza che può spaventare. Newman dice che l’uomo può annientare se stesso, il pericolo del suicidio. Afferma che l’uomo non è solo ragione, ma è anche cuore. E’ l’unione della facoltà conoscitiva e di quella morale che unisce l’uomo nella persona umana. E ciò è assolutamente attuale: con la tecnica possiamo aiutare le persone, ad esempio possiamo superare il problema della fame nel mondo, ma al contempo far cadere una bomba atomica. La scienza, da sola, è ambigua. Ha bisogno di forza morale per essere guidata. Papa Benedetto tante volte ha affermato che scienza e morale devono andare assieme per il bene dell’uomo e dell’umanità. Proprio sulla linea di Newman”

PREGHIERA PER OGNISSANTI

O Dio, Padre buono e misericordioso
ti ringraziamo perché in ogni tempo Tu rinnovi e vivifichi la tua Chiesa, suscitando in essa i
Santi, attraverso i quali Tu fai risplendere la varietà e la ricchezza dei doni del tuo Spirito d’Amore.
Noi sappiamo che i Santi, deboli e fragili come noi, hanno compreso il vero senso della vita, sono vissuti nell’eroismo della fede, della speranza e della carità; hanno imitato perfettamente il Figlio tuo, ed ora, vicini a Gesù nella Gloria, sono nostri modelli e intercessori.

Ti ringraziamo, Padre nostro, perché hai voluto che continuasse tra noi e i Santi la comunione di vita nell’unità dello stesso Corpo mistico di Cristo.

Ti chiediamo, o Signore, la grazia e la forza di poter seguire il cammino che essi ci hanno tracciato, affinché alla fine della nostra esistenza terrena possiamo giungere con loro a godere della felicità eterna.

Signore Gesù, Tu ci chiami alla santità come bellezza e gioia della nostra storia; rendi santa la nostra vita, per testimoniare che si può vivere da autentici figli di Dio. Dona pace e speranza all’umanità, affinché il bene possa trionfare sul male, con la potenza della tua grazia e della tua misericordia.

Ti preghiamo, o Signore, per tutti i fratelli che hanno lasciato questo mondo e dona la tua consolazione a coloro che soffrono solitudine e angoscia per la perdita dei propri cari.

O spiriti celesti e voi tutti Santi del Paradiso, volgete pietosi il vostro sguardo sopra di noi, ancora peregrinanti in questa valle di dolore e di.
Voi godete ora la gloria che vi siete meritata seminando nelle lacrime in questa terra di esilio. Dio è ora il premio delle vostre fatiche, il principio, l’oggetto e il fine della vostra beatitudine.

O anime sante, intercedete per noi
Otteneteci di seguire fedelmente le vostre orme, di imitare i vostri esempi di zelo e di amore ardente a Gesù e alle anime, di modellare in noi le virtù vostre, affinché diveniamo, anche noi, partecipi della gloria
immortale. Amen.

INDULGENZA PLENARIA PER I DEFUNTI

Possiamo acquistare a favore delle anime del Purgatorio l’indulgenza plenaria (una sola volta) dal mezzogiorno del 1° novembre fino a tutto il 2 novembre vistando una chiesa (non necessariamente una parrocchia) e ivi recitando il Credo e il Padre Nostro.

Sono inoltre da adempiere le tre condizioni che occorrono per qualsiasi indulgenza plenaria:

  • confessione sacramentale Questa condizione può essere adempiuta parecchi giorni prima o dopo. Con una confessione si possono acquistare più indulgenze plenarie, purché permanga in noi l’esclusione di qualsiasi affetto al peccato, anche veniale.
  • comunione eucaristica.
  • preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice recitando Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre.
  • distacco da ogni affetto al peccato, anche veniale.

La stessa facoltà è concessa nei giorni dal 1° all’ 8 novembre al fedele che devotamente visita il cimitero e anche soltanto mentalmente prega per i fedeli defunti, sempre rispettando le medesime condizioni generali (confessione, comunione, preghiera secondo le intenzioni del Papa e distacco dal peccato) .

Trump atomico. Un messaggio a Mosca e Pechino

Perché è difficile pensare a nuovi test nel Pacifico, e pure in Nevada

Giulia Pompili – 31 ottobre 2025 – Il Foglio

L’annuncio a sorpresa del presidente americano su Truth sui nuovi possibili test atomici riapre la partita della deterrenza nucleare. Mosca minaccia di uscire dal trattato del 1996, mentre a Pechino il segnale è più inquietante. Il problema dei siti e le diverse interpretazioni sugli esperimenti 

La notizia di un possibile ritorno ai test nucleari dell’America deve aver sorpreso non poco la delegazione cinese mentre viaggiava verso l’aeroporto internazionale di Busan-Gimhae, dove poco dopo avrebbe dovuto incontrare la controparte americana. Secondo quanto riportato dal Washington Post, il presidente americano Donald Trump ha scritto il suo messaggio a sorpresa su Truth mentre si spostava verso il luogo dell’incontro in elicottero da Gyeongju: “Ho dato istruzione al dipartimento della Guerra di iniziare a testare le nostre armi nucleari”, ha scritto Trump.

A dire la verità, la dichiarazione del capo della Casa Bianca ha sorpreso anche molti funzionari del dipartimento della Difesa, che ora si chiama dipartimento della Guerra. Senza elaborare oltre – anche nelle ore successive, la Casa Bianca è stata piuttosto evasiva sul significato delle parole del presidente, segnale che forse non tutta la catena di comando era stata avvisata – Trump ha detto che “gli Stati Uniti possiedono più armi nucleari di qualsiasi altro paese” (un’affermazione falsa anche secondo i rilevamenti della sua intelligence, che ripete spesso che la Russia avrebbe 4.380 testate, numero superiore alle 3.748 degli Stati Uniti).

Ma per il presidente americano “questo risultato”, ha scritto nello stesso messaggio, “che include anche un completo aggiornamento e una ristrutturazione delle armi già esistenti, è stato raggiunto durante il mio primo mandato alla Casa Bianca. A causa dell’enorme potere distruttivo di queste armi, ho ODIATO doverlo fare, ma non avevo scelta! La Russia è seconda, e la Cina è molto più indietro, ma ci raggiungerà entro cinque anni”, e dunque è il momento, secondo Trump, di mostrare i muscoli.

Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino, ha dichiarato alle agenzie russe di sperare che Trump sia stato “correttamente informato” sui test russi più recenti – domenica scorsa quello del missile da crociera nucleare Burevestnik, e l’altro ieri il missile sottomarino a propulsione e capacità nucleare Poseidon –  “perché certamente non possono essere considerati test nucleari veri e propri”.

Ma Peskov ha avvertito che se un paese si ritirerà di fatto dal Trattato per la messa al bando completa dei test nucleari firmato nel 1996, allora anche la Russia lo farà. Una simile escalation, ha scritto ieri il Washington Post, “potrebbe compromettere le recenti iniziative di Trump volte a consolidare la sua immagine di ‘presidente di pace’”.

Ma il messaggio politico di deterrenza del capo della Casa Bianca sembra abbastanza chiaro, ed è stato recepito anche a Pechino, la potenza che negli ultimi dieci anni ha sviluppato di più e ampliato il suo sistema offensivo nucleare, e potrebbe superare le mille testate entro il 2030.

Del resto, ci sono molti dubbi sulla dichiarazione di Trump. Non è chiaro, per esempio, a quale tipo di test si riferisca esattamente, se parla di esperimenti esplosivi di testate nucleari, oppure più probabilmente di test di missili o di altri sistemi d’arma equipaggiati con armi nucleari. Il primo caso è il più complicato, e forse perfino meno utile politicamente: ieri diversi esperti in proliferazione nucleare facevano notare che per riattivare la defunta struttura sotterranea del Nevada, il Nevada National Security Site dove è stato effettuato anche l’ultimo test atomico americano il 23 settembre del 1992, ci vorrebbe almeno un anno e mezzo.

 Situato a un centinaio di chilometri a nord-ovest di Las Vegas, secondo diversi commentatori sarebbe un problema non solo tecnico ed economico, ma anche di opinione pubblica, perché nessuno vuole un esperimento atomico sotto ai suoi piedi. Non solo: c’è un grosso problema di testate. Solo  tre giorni fa Alicia Inez Guzmán ha firmato sul New York Times una lunga inchiesta sulle ambizioni nucleari dell’Amministrazione Trump: il problema riguarda un luogo, il Los Alamos National Laboratory dove i tecnici cercano di star dietro alle richieste del dipartimento dell’Energia americano di aumentare il numero di Bombe.

La National Nuclear Security Administration, che garantisce a livello federale la produzione costante di armi nucleari per gli Stati Uniti, fa parte del dipartimento dell’Energia. L’intera industria avrebbe bisogno di miglioramenti e sistemi più nuovi e sicuri, ma quando si tratta di nucleare e materiale radioattivo, scrive Guzmán, non è così facile.  Dopo la chiusura nel 1992 del Rocky Flats Plant in Colorado, “che per decenni aveva prodotto i nuclei di plutonio” per le Bombe americane, “Los Alamos era  una soluzione temporanea”, che più di trent’anni dopo è ancora l’unica definitiva. 

Com’è andato l’incontro fra Trump e Xi. Il presidente Usa: «Un successo: al via una de-escalation nello scontro commerciale fra Usa e Cina»

di Viviana Mazza – Corriere della Sera – 30 Ottobre 2025

Il presidente Usa ha annunciato che andrà in Cina ad aprile. Pechino per un anno ha accettato di sospendere le restrizioni sulle esportazioni di terre rare. Gli Usa pronti a riprendere i test nucleari

DALLA NOSTRA INVIATA
WASHINGTON – Alla fine dell’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, durato 90 minuti, nessuno dei due presidenti ha fatto commenti. Ma in volo sull’Air Force One, diretto alla Casa Bianca dopo una settimana in Asia, il leader americano ha detto ai giornalisti che ci sarà una de-escalation nello scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina e che crede che i due Paesi potrebbero firmare «presto» un accordo che resterebbe in vigore per almeno un anno. Se dovesse scegliere un numero da 1 a 10 per descrivere il successo del suo vertice con Xi, Trump sceglierebbe il numero 12.

 «L’intera relazione è molto, molto importante», ha detto ai reporter, annunciando che si recherà in Cina ad aprile. Trump ha aggiunto che la guerra in Ucraina è un tema che è emerso «in modo molto forte» dall’incontro con Xi: ne avrebbero parlato a lungo. «Stiamo cercando entrambi di vedere se possiamo fare qualcosa». 

Il presidente americano non ha voluto dire se, dopo aver fatto pressione su diversi Paesi perché smettano di comprare petrolio e gas dalla Russia, abbia chiesto la stessa cosa anche a presidente cinese. «Compra petrolio dalla Russia da molto tempo», si è limitato a replicare Trump. Invece «Taiwan non è stata discussa», ha concluso.

Un risultato dell’incontro è che Pechino per un anno ha accettato di sospendere le restrizioni sulle esportazioni di terre rare, ha detto Trump. Il presidente americano ha anche affermato che Xi ha accettato di fare di più per bloccare l’esportazione di componenti chimici usati per produrre il fentanyl e in cambio gli Stati Uniti ridurranno al 10% i dazi del 20% imposti per il fentanyl. Così i dazi sui prodotti cinesi passerebbero dal 55% al 45%.

Trump ha aggiunto che la Cina comprerà «grandi quantità di soia». La Casa Bianca rimanderà il piano di far pagare una costosa tassa alle navi di proprietà o di costruzione cinese che arrivano nei porti americani: la Cina aveva risposto già con le sue tasse contro le navi americane. Trump ha detto di aver discusso con Xi di «portare molti chip» in Cina, ma che non avrebbero parlato esplicitamente di Blackwell, il chip più avanzato di Nvidia. 

All’inizio della settimana il presidente aveva suggerito che forse ne avrebbero parlato, facendo pensare che gli Stati Uniti avrebbero rimosso le restrizioni che impediscono alla Cina l’accesso a quella tecnologia. Trump ha detto che quei colloqui dovrebbero coinvolgere direttamente Nvidia e la Cina e che gli Stati Uniti potrebbero fare da arbitro.

Poco prima dell’incontro, avvenuto in una base sudcoreana, Trump aveva annunciato sul suo social Truth che gli Stati Uniti avrebbero immediatamente ricominciato a fare «test nucleari» (sarebbe la prima volta da 33 anni). «La Russia è al secondo posto, la Cina è distante al terzo posto ma sarà pari in cinque anni», ha scritto Trump affermando che gli Stati Uniti detengono ancora il primato sulle armi nucleari.

 Dopo l’incontro, parlando con i reporter, il presidente ha affermato che l’annuncio non era legato alla Cina ma «ad altri». Molti esperti pensano che Trump intenda testare i missili e non le testate nucleari vere e proprie; lo deducono dal termine «sulla stessa base» usato nel suo post: «Per via dei test degli altri Paesi, ho ordinato al dipartimento della Guerra di iniziare a testare le nostre Armi Nucleari sulla stessa base».

La Cina sta ampliando il proprio programma nucleare, cosa che preoccupa il Pentagono, ma non ha testato un’arma nucleare dal 1996, la Russia l’ha fatto l’ultima volta nel 1990 anche se alcuni giorni fa Putin ha annunciato che di aver testato un missile da crociera e un missile sottomarino a propulsione nucleare.
 
Anche se Trump ha accolto Xi calorosamente prima dei colloqui, accompagnando la stretta di mano con pacche sulle braccia del leader cinese, il clima era ovviamente più teso che agli incontri del presidente americano con gli alleati della regione. Xi è apparso piuttosto silenzioso, mentre Trump all’arrivo e alla partenza continuava a parlare.

 Quando si sono stretti la mano, il presidente americano ha parlato subito dell’accordo commerciale, ha ricordato che i due leader si conoscono da tempo, e ha scherzato che Xi è «negoziatore duro e questo non va bene». Il presidente cinese è rimasto impassibile, anche se ha detto che era «un grande piacere» rivedere Trump.

Poi, seduti al tavolo con le loro delegazioni, entrambi i leader hanno fatto alcune brevi dichiarazioni. Trump ha descritto Xi come «un mio grande amico» e «un presidente distinto e rispettato». Ha aggiunto che si sono messi d’accordo su «molte cose» e che ritiene che avranno «un rapporto fantastico per lungo tempo».

 Il presidente cinese ha affermato che con Trump «non sempre ci troviamo d’accordo» ma «è normale per due delle economie principali del mondo che ci siano frizioni di tanto in tanto». «Lo sviluppo della Cina si accompagna alla vostra visione di rendere l’America di nuovo grande», ha detto il presidente cinese, descrivendo il rapporto tra i due Paesi come una gigantesca nave che ha bisogno della mano decisa di due leader alla guida, per affrontare le sfide. È una metafora che ha già usato in passato e che indica come il presidente cinese voglia evitare che su Trump prevalga l’influenza dei falchi repubblicani anti-Cina.

L’inganno di Halloween, la bellezza di Ognissanti

28 Ottobre 2025

di padre Francesco Bamonte, Vicepresidente dell’Associazione Internazionale Esorcisti

Pochi sanno che dal 22 settembre di ogni anno i gruppi e movimenti della neo-stregoneria Wicca e del satanismo iniziano una “quaresima” blasfema che va avanti per quaranta giorni, caratterizzata da azioni e rituali sempre più turpi per giungere al loro culmine nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, che essi chiamano la notte di Halloween, ma che per i cattolici di tutto il mondo è invece la bellissima luminosa notte della Festa di Tutti i Santi.

A differenza della Festa di Tutti i Santi, Halloween propone temi oscuri quali la violenza omicida, l’irrisione della morte o la sua esaltazione disperante, il macabro, l’orrore, l’occulto, la stregoneria, il demoniaco. I personaggi di Halloween, che ispirano il travestimento di minori e adulti, sono mostri, vampiri, fantasmi, scheletri, licantropi, zombie, streghe, diavoli.
L’attrattiva e il fascino per questi costumi e per questi temi è il segno evidente di una grave forma di malessere interiore diffuso nella società odierna. Halloween esalta così la bruttezza e celebra il raccapricciante e l’oscurità, instillando l’orrido nella mente dei più piccoli e dei giovani, per poi esporli a incubi e terrori notturni.

Questa festa collettiva, consumistica e allo stesso tempo irrazionale, da un lato conferma le profonde trasformazioni culturali causate dalla secolarizzazione con il suo contraddittorio recupero della mentalità magica culminante in un revival neopagano; dall’altro, ci mostra la macchina commerciale che l’alimenta e che si impone nei contesti geografici e culturali più disparati, Africa inclusa, non rispettando tradizioni e sensibilità religiose locali.

Da alcuni anni, in Italia e all’estero, circoli occultistici e satanici mascherati sotto l’etichetta di associazioni culturali, organizzano per l’occasione, già nelle settimane che precedono il 31 ottobre, spettacoli che fanno parte di una precisa strategia che non è per nulla casuale. Si arriva persino a organizzare scuole di magia e stregoneria con intenti giocosi, apparentemente innocui… si tratta di un inganno per le famiglie e di una trappola per ragazzini e giovani.

Ricordiamo che Halloween, considerata da tante famiglie come occasione di gioco e divertimento per i propri figli, è una ricorrenza contraddistinta dall’occulto, dalla magia, dalla stregoneria e dal demoniaco che affonda le sue radici in una celebrazione religiosa pagana: la festa di Samhain che ebbe origine tra i Celti, una popolazione che si stabilì in antico in molte aree del continente, dalle isole britanniche all’Italia settentrionale.

Perciò Halloween non è affatto una ricorrenza laica, un’innocua festa globale di massa, perché in realtà ci troviamo davanti a una vera e propria ripresentazione e al rilancio di una festa religiosa pagana durante la quale venivano eseguiti rituali magici con sacrifici animali e persino umani.

La neo-stregoneria dei nostri tempi, che si è organizzata in movimento con il nome di Wicca, nelle sue feste principali dell’anno celebra, come facevano i Celti, la ricorrenza di Samhain. Questa celebrazione, secondo il calendario della Wicca, dà il via al nuovo anno della stregoneria, la notte appunto fra il 31 ottobre e il 1° novembre.
Anche per i cultori del demonio, i satanisti, la principale festa delle loro immonde celebrazioni – l’inizio dell’anno satanico – è proprio quella notte.

Il fatto che tale ricorrenza, che negli ultimi cinquant’anni ha sempre più esaltato la morte, la violenza, l’orrore e il demoniaco, e ha inglobato in sé la rappresentazione occulta della stregoneria e il satanismo, venga persino inserita nella programmazione scolastica, è un ulteriore fatto di una gravità inaudita. Festeggiare Halloween sul piano sociale con una pericolosa superficialità invece di promuovere i valori della non violenza, della pace, della bellezza e dell’armonia, è un segno di grave oscuramento delle coscienze.

Chi festeggia Halloween, pertanto, anche se non ha l’intenzione di aggregarsi alla stregoneria e non ha intenzione di celebrare il demonio, di fatto si mette in comunione con queste realtà tenebrose.

Orientare mediante Halloween le nuove generazioni al brutto e all’oscuro, significa indicare loro una direzione opposta a ciò che è buono e vero, e quindi a Dio che è la fonte del vero, del buono e del bello.

I satanisti, ad esempio, sono ben consapevoli e felici che i cristiani festeggino Halloween, proprio perché sono convinti che chi lo festeggia onori implicitamente il demonio e di conseguenza si apra al suo influsso nocivo. Il fondatore della Chiesa di Satana negli Stati Uniti, Anton LaVey, affermava soddisfatto: «Sono contento che i genitori cristiani permettano ai loro figli di adorare il diavolo almeno una notte all’anno. Benvenuti ad Halloween!».

Quest’atmosfera malefica, questo alone oscuro che avvolge Halloween fa sì che il periodo preparatorio a questa festa diventi un momento privilegiato di contatto dei ragazzi e dei giovani con sette e gruppi del mondo dell’occultismo. Alcuni siti internet per bambini, dove si descrivono personaggi e scenari horror, presentano persino dei link con i quali si accede direttamente a siti di satanismo e magia nera.

Davanti a questo innegabile scenario tenebroso come si può ancora sostenere che Halloween sia una festa innocua e innocente?  Sotto la forma del gioco e del divertimento, essa introduce e abitua i bambini e i giovani al “buio” sia fisico che morale, perché fa diventare per loro normale la “cultura di morte”. Tutto questo fenomeno ha come conseguenza lo spegnimento della speranza nelle nuove generazioni e l’esaltazione della disperazione e della violenza.

Come arginare e trasformare questo triste e doloroso fenomeno? Innanzitutto, non si può prescindere da un passo fondamentale: favorire una nuova evangelizzazione. Il fenomeno Halloween è cresciuto nel momento in cui il cristianesimo ha cominciato ad avere sempre meno influenza sulla società.

La nuova evangelizzazione sarà pertanto tanto più efficace e libererà i cuori dalla bruttezza e dall’oscurità che scaturiscono da Halloween, come anche da altri fenomeni negativi della società odierna, nella misura in cui i cuori dei vescovi e dei sacerdoti, dei consacrati e delle consacrate, dei genitori e degli educatori, di tutti i cristiani e le cristiane conosceranno profondamente e ameranno appassionatamente Gesù e la Vergine Maria, la sua e nostra Madre Santissima, trasmettendo alle nuove generazioni il fascino per il mondo divino nel quale si contempla la bellezza meravigliosa alla quale siamo chiamati e nella quale la nostra esistenza si realizza pienamente. Il mondo soprannaturale divino è infatti portatore della verità e della bontà che Dio, infinitamente vero, infinitamente buono e infinitamente bello, vuole partecipare alle sue creature.

I bambini, gli adolescenti, i giovani hanno bisogno di bellezza, non di bruttezza; hanno bisogno di bontà, non di cattiveria; hanno bisogno di verità, non di menzogna; hanno bisogno del bene, non del male. La bellezza soprannaturale, quella che splende in Cristo, nella Vergine Maria, negli Angeli e nei Santi li aiuta a distinguere tra ciò che è vero e ciò che è falso, tra ciò che buono e ciò che è cattivo.
È consolante e riempie il cuore di gioia il fatto che nella sera e nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, in alternativa ad Halloween, sempre più sacerdoti organizzano iniziative varie, quali processioni dei Santi, rappresentazioni della vita dei Santi nelle sale parrocchiali, ore di adorazione del Santissimo Sacramento in riparazione e varie altre proposte orientate alla sensibilizzazione cristiana della celebrazione della festa di Tutti i Santi. Così come la luce è la bella alternativa al buio, queste iniziative rilanciano tra le nuove generazioni gli splendidi volti dei Santi invece delle orride maschere di Halloween.

Tra queste iniziative è da segnalare, da alcuni anni, la “Notte dei Santi” organizzata in varie diocesi.
Lodevolissime sono poi anche le Veglie di preghiera con turni di adorazione del Santissimo Sacramento. Lo scorso anno vari gruppi di giovani in tutta Italia si sono alternati tutta la notte in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. L’adorazione si è conclusa alla mattina con il momento del sorteggio del santo. Il santo che hanno estratto è stato il proprio patrono per un anno. Chi lo ha estratto si è impegnato a leggerne la vita e a chiederne la sua intercessione presso Dio.

Altre lodevoli iniziative, da parte dei sacerdoti, sono aiutare i piccoli e gli adulti a distinguere ciò che è innocuo da ciò che non lo è, anche parlando loro dei nostri Santi e della comunione che ci lega con essi e con nostri cari defunti.

Una bella iniziativa che vi racconto fu quella di una mamma che organizzò un gruppo di 6/7 ragazzi, tra i quali suo figlio di 9 anni, inviandoli la sera del 31 ottobre vestiti normalmente, nelle case e nei negozi, a distribuire immaginette di Santi. Nelle case e nei negozi i ragazzi furono accolti aspettandosi che avrebbero detto la formula “dolcetto o scherzetto?” e la gente era già pronta a regalare caramelle o cioccolatini. Con grande loro sorpresa, però, le persone si vedevano donare dai ragazzi semplicemente l’immaginetta di un Santo senza dire alcuna formula. Tutti la prendevano e alcuni anche volentieri. Dopodiché regalavano ugualmente loro dei dolci. Questa bella iniziativa mi è stata riferita da un seminarista che era proprio quel bambino di 9 anni che la mamma aveva inviato con gli altri suoi amici ai negozi e alle case la sera del 31 ottobre. E il seminarista conclude la sua testimonianza dicendo: «Ho un bel ricordo di quella sera in compagnia dei miei amici e del cesto piene di immaginette. Ripensandoci ora che sono più grande, mi rendo conto quanto la festa di Halloween nasconda e faccia dimenticare la vera festa, quella di Tutti i Santi».

Quest’anno l’Associazione Internazionale Esorcisti ha realizzato l’importante iniziativa di un video che fino a questo momento è stato prodotto in italiano, inglese, spagnolo, portoghese, tedesco e coreano. Il video dura 4 minuti e mezzo, e propone un efficace e meditato decalogo che smaschera la realtà occulta che si nasconde dietro questo fenomeno di massa. Il video è uno strumento educativo e pastorale che la nostra Associazione diffonde mediante il proprio sito. Basta scrivere sul motore di ricerca Associazione Internazionale Esorcisti Halloween e vi uscirà questo video che potete scaricare e condividere con i vostri contatti.

Spero che quanto sin qui scritto sia stato utile per scoprire meglio le radici del fenomeno Halloween con la sua valenza negativa e comprendere quanto sia importante per i cattolici festeggiare i Santi, che hanno testimoniato Dio, la luce e la gioia dell’esistenza e che con la loro intercessione possono ottenerci tante grazie. Accanto ai Santi non dimentichiamo di commemorare i nostri cari defunti, che attendono le nostre preghiere e con i quali un giorno speriamo di congiungerci, per l’eternità.

«L’ascesa della Cina non sarà pacifica», lo dicono i falchi di Pechino

diFederico Rampini| 28 ottobre 2025

Che cosa ha in serbo Xi Jinping per l’America e il resto del mondo?

Nella sua tournée asiatica Donald Trump sta visitando alcuni alleati storici dell’America – in testa Giappone e Corea del Sud – e giovedì incontra il leader del rivale numero uno, la Cina. È evidente che questo presidente americano esercita in Asia lo stesso impatto destabilizzante che ha in Europa. Mette in discussione le alleanze, al fine di riequilibrare i rapporti sul fronte militare e su quello commerciale. Può quindi aprire delle opportunità per un rivale come la Cina, anche se finora il teorema della sua «attrazione fatale» verso gli autocrati non si è tradotto in nulla di concreto. 

Poiché l’attenzione di tutti è smisuratamente focalizzata su quel che dice o fa Trump, è meno studiata e discussa la strategia della Cina. A parte le ovvie misure difensive per arrivare a un accordo con Trump limitando i danni del protezionismo americano, che cosa ha in serbo per l’America e per il resto del mondo Xi Jinping?

I suoi predecessori, da Deng Xiaoping fino a Hu Jintao, adottarono una politica estera dal profilo cauto e prudente. Per rassicurare i partner stranieri usarono espressioni seducenti: la globalizzazione come un «win-win game», gioco a somma positiva dove tutti raccolgono benefici; le relazioni internazionali come un sistema «armonioso»; la crescita cinese come «pacifica». 

*Ma Xi dalla sua ascesa al potere oltre dieci anni fa si è distinto per aver abbandonato la modestia, abbracciando un linguaggio più nazionalista.

Per aprire uno squarcio sull’autentica visione cinese oggi vi propongo la teoria di uno studioso autorevole e organico al regime: Jin Canron, autore di un saggio dal titolo esplicito: Perché l’ascesa della Cina potrebbe non essere pacifica. Appartiene alla scuola di quelli che nell’ambiente diplomatico cinese sono stati chiamati Guerrieri Lupo, una nuova generazione di ambasciatori addestrati a un piglio aggressivo

Jin Canron è un teorico dell’ala dei falchi in seno al partito comunista, spesso la più rappresentativa del pensiero di Xi. Questo intervento mi è segnalato da un trio di esperti della Cina contemporanea che seguo: Thomas des Garets Geddes, James Farquharson e William A. Callahan. Lo stesso Jin Canron in passato si è distinto per i suoi attacchi contro l’ala che lui definisce «pacifista» in seno al partito, la cui influenza vuole estirpare dall’élite.

I punti chiave del suo intervento sono questi:
1. Se la Cina vuole stabilire nuove norme e istituzioni globali, è probabile che la violenza sarà necessaria — la storia mostra che ciò avviene quasi sempre.
2. Da un punto di vista diplomatico, la scelta di Pechino di usare il termine «sviluppo pacifico» è pragmatica, per non suscitare apprensione negli altri Stati.
3. Tuttavia, un’enfasi esclusiva sulla pace non è coerente con la realtà di ciò che potrebbe essere necessario per l’ascesa della Cina.

Pur essendo la pace preferibile alla guerra, negare la possibilità di conflitto è auto-ingannarsi: vincola le opzioni strategiche future della Cina.

Qualche informazione sull’autore. Jin Canrong (62 anni), è docente con cattedra alla School of International Studies, Renmin University of China; Direttore del Centre for China’s Foreign Strategy Studies. Ma il suo ruolo più significativo è quello di consigliere dell’Assemblea del Popolo, il Parlamento cinese, nonché consulente per vari ministeri e dipartimenti governativi. È quindi una figura di spicco fra i cervelli del regime.

Eccovi alcuni estratti del suo saggio:
«Davvero, tra le grandi potenze odierne la Cina è quella che aderisce più fermamente al percorso dello sviluppo pacifico — è la sua politica nazionale di base. Eppure oggi ci troviamo di fronte a un problema: nella storia dell’umanità sono molto rari i casi di grandi potenze che emergono pacificamente.

La natura umana comprende un lato razionale e uno irrazionale. Nel corso della storia, la crescita di quasi tutte le grandi potenze è stata accompagnata dalla guerra: gli Stati Uniti non fanno eccezione. Nel 1898 gli Usa provocarono intenzionalmente un conflitto, dichiarando guerra alla Spagna e occupando Cuba, Guam, le Filippine e altri territori.

È sorprendente che la Spagna, a quel tempo, avesse in larga misura acconsentito alle richieste statunitensi e fosse disposta ad inginocchiarsi o prostrarsi su comando — completamente sottomessa, si può dire. Eppure gli Stati Uniti scelsero comunque di infliggerle una dura lezione. 
Dato tutto ciò, se la Cina riuscirà a realizzare la riunificazione nazionale e la grande rinascita della nazione cinese senza ricorrere alla guerra resta, francamente, una questione aperta. Su determinate questioni potremmo non avere scelta se non dimostrare la nostra forza.
La mia visione della storia è la seguente: la violenza costituisce la logica sottostante del moto storico. Ciò che distingue gli esseri umani dagli animali è il possesso di istituzioni, ma la creazione delle istituzioni è in ultima analisi inseparabile dalla violenza. L’attività economica si svolge entro il quadro delle istituzioni, e ogni comportamento economico deve aderire a norme politiche; altrimenti torna a forme economiche primitive.
Perché la Cina possa emergere, deve instaurare le proprie istituzioni e norme nella comunità internazionale. Tuttavia, la storia dimostra che l’instaurazione di nuove istituzioni e norme è quasi sempre accompagnata da misure violente. La Cina può davvero sfuggire a questo modello storico? Ho i miei dubbi. I cinesi sono anch’essi esseri umani e, per quanto capaci, non possono trascendere le leggi fondamentali della società umana. Ci sforzeremo naturalmente di fare affidamento sulla nostra diligenza e ingegno per raggiungere lo sviluppo, ma su questioni di fondamentale interesse nazionale dobbiamo anche essere pronti a “mostrare i muscoli” quando necessario.
Nella fase iniziale della riforma e apertura (“riforma e apertura” è la definizione delle politiche di Deng Xiaoping dopo la morte di Mao: transizione all’economia di mercato e aumento degli scambi con l’estero, ndr) abbiamo promosso il concetto di “sviluppo pacifico”. Successivamente, con i risultati dello sviluppo, almeno una porzione della comunità internazionale ha cominciato a riconoscere la realtà dell’ascesa cinese. Ma se avessimo continuato a enfatizzare puramente lo “sviluppo pacifico”, sarebbe divenuto sempre più difficile rispondere alle preoccupazioni esterne circa la crescita della potenza cinese.
Fu in questo contesto che alcuni studiosi nazionali proposero il concetto di “ascesa pacifica”. In termini semplici, nell’ambito generale del nostro “sviluppo pacifico” riconosciamo la realtà della “crescita” cinese enfatizzandone al contempo il carattere “pacifico”. All’epoca però molti diplomatici di alto rango si opposero, sostenendo che si trattava di una mossa poco saggia: il termine “ascesa” era troppo provocatorio e poteva facilmente aumentare tensione e vigilanza nella comunità internazionale. Perciò il governo centrale smise di usare questa espressione e ritornò alla formula del “sviluppo pacifico”.
In realtà sembra più un tentativo auto-ingannevole di evitare conflitti. Valutati i nostri reali interessi, non possiamo garantire in modo assoluto che la Cina possa crescere pacificamente. Dobbiamo prima riconoscere il fatto dell’ascesa cinese, chiarendo al contempo che ci impegneremo in coscienza a raggiungerla pacificamente. Tuttavia non dovremmo fare promesse assolute circa una “ascesa pacifica”. Dopotutto, qualsiasi promessa assoluta rischia di legarci le mani.
Le considerazioni sopra sono semplicemente le mie riflessioni provvisorie — una scuola di pensiero offerta come riferimento. Non fraintendetemi: non ho alcuna intenzione di fare propaganda per la guerra.
Perché la Cina moderna nel XIX e XX secolo rimase indietro? Perché tanti Paesi riuscirono a invaderla? Perché il Giappone osò lanciare una guerra d’aggressione su vasta scala? La ragione fondamentale è che la forza industriale della Cina a quel tempo era molto inferiore a quella dell’Occidente. Dopo la fondazione della Repubblica Popolare nel 1949, il leader Mao Zedong identificò correttamente questa contraddizione centrale e dedicò immense energie all’industrializzazione, creando infine il più grande sistema industriale del mondo. È proprio perché abbiamo costruito questa base industriale comprensiva che non temiamo più alcun avversario.
Oggi dobbiamo consolidare ulteriormente i nostri vantaggi industriali e, partendo da questa forte capacità produttiva, sviluppare capacità militari e tecnologiche più avanzate. Abbiamo ripetutamente esortato il Giappone a riflettere sulla sua storia, ma poiché rifiuta, così sia. Se in futuro dovessero scoppiare contrasti tra Cina e Giappone, li risolveremo con la forza assoluta». 

Economia dipendente dagli aiuti, crepe nella politica, stanchezza: quanto può resistere Kiev?

di Marta Serafini – Corriere della Sera – 28 ottobre 2025

Secondo il presidente Zelensky l’Ucraina potrebbe continuare la guerra per due o tre anni. Ma la società civile è allo stremo. Ecco i tre fattori chiave

L’Ucraina è pronta a combattere la Russia ancora per due o tre anni. Parola del premier polacco Donald Tusk che, in un’intervista al Sunday Times, ha riferito la stima fatta da Volodymyr Zelensky. Il Paese però sta pagando su tre fronti — economico, politico e militare — un prezzo davvero enorme.

Il sogno Ue

Rispetto a due anni fa la war fatigue è sempre più palpabile nella società. La guerra ha eroso la fiducia nel futuro: l’Onu stima che oltre 5 milioni di persone siano fuggite dall’Ucraina. Le attività economiche, già paralizzate dai blackout e dai missili russi, soffrono per la carenza di manodopera mentre le scuole si svuotano. In questo contesto, una crescita economica del 2 per cento è vista come un successo.

 Un terzo proviene da difesa e tecnologia. L’ingresso nell’Unione europea è ancora il Santo Graal per buona parte degli ucraini fin dalle proteste di Euromaidan. Ma è osteggiato dal premier ungherese Viktor Orbán e dagli interessi agricoli polacchi. E non solo. Il bilancio pubblico è sostenuto quasi solo da aiuti esteri.

L’Ucraina ha ricevuto la maggior parte dei 15,6 miliardi di dollari Usa previsti dal programma del Fondo monetario internazionale concordato nel 2023 e le due parti stanno ora negoziando un nuovo pacchetto del valore di 8 miliardi di dollari. Le tasse interne coprono appena le spese militari. Per il 2025 è previsto un buco di 45 miliardi di dollari, mentre le promesse occidentali arrivano solo a 27 miliardi. «Non ci sono più soldi», ha ammesso un funzionario ucraino parlando con l’Economist. Il Fmi sta facendo pressioni su Kiev affinché svaluti la grivna.

Linee del fronte

Sul fronte militare, dopo tre anni e mezzo, la Russia non ha ottenuto obiettivi decisivi: non ha preso Kharkiv né Kiev. I porti ucraini lavorano di più rispetto a prima della guerra e la flotta russa si è ritirata a Novorossijsk. Le linee del fronte sono quasi ferme dal 2022. Le innovazioni ucraine e l’uso dei droni hanno reso ogni movimento estremamente rischioso. Si stima oltre un milione tra morti e feriti russi. In questo quadro, fin dall’inizio dell’invasione, l’Ucraina resiste soprattutto grazie alla società civile: reti di imprese e volontari suppliscono alle lacune dello Stato e del «ministero del Caos», come viene chiamato dagli ucraini il Dicastero della Difesa.

Molte innovazioni militari sono nate nei garage di Kiev e delle principali città ucraine ma la Russia è brava a copiarle e a produrle più rapidamente. La coscrizione è sempre più dura; la fanteria è a corto di uomini. All’inizio i volontari facevano la fila per andare al fronte, ora molti scappano. Senza una leva più ampia, è difficile immaginare una vittoria. 

Alcuni ipotizzano un compromesso imposto da Trump: concessioni diplomatiche a Mosca di cui era impensabile sentire parlare anche solo un anno fa, tra cui il riconoscimento dell’annessione della Crimea e il congelamento del fronte ora sono considerate accettabili. Ed è ormai chiaro a quasi tutti che, per il momento, molti dei territori persi non potranno essere riconquistati. I negoziatori ucraini però non vedono reali spiragli e ripetono: «La Russia vende aria».

Accuse alla presidenza

Oltre agli uomini, l’Ucraina rischia di esaurire la propria legittimità democratica. Il patto tra governo e società si è incrinato. A luglio le prime proteste anti governative dall’inizio della guerra hanno denunciato corruzione e abuso di potere. Zelensky, eletto nel 2019 con il pieno controllo del parlamento, ha accentrato ulteriormente il potere per via della guerra.

Secondo gli oppositori, la sua immagine di eroe occidentale lo ha reso arrogante. Ora decide con una cerchia ristretta, dominata dal capo di gabinetto Andriy Yermak. La presidenza è accusata di intimidire media e oppositori, intentare cause politiche e tollerare estorsioni dei servizi di sicurezza.

Le proteste non hanno frenato questa deriva. Il futuro appare incerto: né una tregua né una guerra lunga offrono soluzioni facili. La pace richiederebbe ricostruzione, cure ai veterani, gestire il risentimento e meno aiuti esteri. Il governo valuta il voto nel 2026 se le condizioni lo permetteranno. 

Sondaggi indicano che Zelensky potrebbe vincere il primo turno, ma potrebbe perdere al ballottaggio contro l’ex capo di stato maggiore, il generale Valery Zaluzhny. Molti cittadini però non si riconoscono in nessuno dei due.

Nonostante tutto, esistono motivi di speranza: la società civile, il settore privato, l’esercito, l’economia digitale e la difesa mostrano progressi significativi. Ma Zelensky, che ha salvato l’Ucraina all’inizio della guerra, ora sembra aver smarrito la rotta. Resta da capire se saprà trovarne una nuova.

IL FOGLIO INTERNZIONALE

Israele ha vinto la sua guerra

IL FOGLIO INTERNAZIONALE – 27 ottobre 2025

“Sinwar aveva scommesso sulla debolezza della democrazia ebraica. Ha fatto male i calcoli”, scrive Bret Stephens sul New York Times

“Benché oggi possa sembrare assurdo, molti tra i dirigenti di Hamas erano convinti che il massacro del 7 ottobre 2023 non solo avrebbe ferito Israele, ma l’avrebbe distrutto” scrive Bret Stephens sul New York Times. “Lo credevano per fervore religioso. Lo credevano perché speravano di ispirare Hezbollah e l’Iran a unirsi alla battaglia con attacchi su vasta scala. E lo credevano perché pensavano che Israele, nonostante la sua sofisticata tecnologia, fosse debole.

i sbagliavano – e quell’errore è stato fatale. Ma non del tutto infondato. ‘Fra vent’anni diventerete deboli, e allora vi attaccherò’, avrebbe detto Yahya Sinwar, la mente del 7 ottobre, al suo dentista del carcere israeliano circa vent’anni fa, secondo un’inchiesta di David Remnick per il New Yorker. 

Sinwar e altri dirigenti di Hamas vedevano in Israele un paese disposto a liberare più di mille prigionieri palestinesi – tra cui lo stesso Sinwar – per un solo ostaggio. Un paese i cui leader parlavano con durezza ma tendevano a evitare i rischi, temendo di turbare la sete di prosperità e tranquillità dell’opinione pubblica. 

Un paese attraversato da profonde fratture interne – religiosi contro laici, ebrei contro non ebrei, fautori e oppositori della riforma giudiziaria. Un paese ansioso del giudizio del mondo. Tutto questo Sinwar lo aveva dedotto leggendo con attenzione i giornali in ebraico, un’abitudine maturata nei lunghi anni trascorsi nelle prigioni israeliane. 

Ma proprio questo è stato forse il suo errore più grande. Il giornalismo in una democrazia – e in Israele in particolare – tende a trascurare ciò che funziona in una società, ossessionandosi per ciò che non funziona (mentre nelle autocrazie avviene l’opposto). Il risultato è che Sinwar conosceva bene i difetti auto-denunciati di Israele, ma non la sua forza profonda.

Probabilmente non sapremo mai se Sinwar  sia mai arrivato a comprendere la portata del suo errore.  Gli israeliani non si sono affatto sgretolati di fronte alla  carneficina, che egli avrebbe ordinato esplicitamente contro soldati e comunità civili ‘per suscitare terrore e destabilizzare il paese’, secondo un  rapporto del Times.

Non si sono limitati a poche settimane di combattimenti, come in guerre precedenti; non hanno ceduto alle pressioni internazionali; né hanno sacrificato i principali obiettivi bellici pur di ottenere la liberazione degli ostaggi. Al contrario, gli israeliani si sono compattati – e hanno vinto.

Per quanto una ‘vittoria duratura’ sia mai possibile in medio oriente. Hanno cambiato gli equilibri con Libano e Siria. Hanno umiliato e indebolito l’Iran, il cui regime  è ormai vacillante. Hanno recuperato i loro ultimi ostaggi vivi senza rinunciare al principale strumento di pressione su Gaza: il controllo del suo perimetro interno.

Hanno ottenuto l’impegno di diversi paesi musulmani a garantire una Gaza libera dal dominio di Hamas; e se ciò dovesse fallire, almeno hanno la ragionevole certezza che molti gazawi resisteranno a futuri tentativi di Hamas di trascinarli in un’altra guerra disastrosa. Hanno mantenuto relazioni diplomatiche con gli stati arabi amici. E, nonostante le proteste di piazza nel mondo, gli editoriali ostili e gli irrilevanti embarghi sulle armi, hanno conservato il pieno appoggio dell’unico governo straniero che davvero conta: quello degli Stati Uniti.

Tutto ciò, però, ha avuto un prezzo altissimo: una Gaza devastata, con decine di migliaia di vittime civili e sofferenze indicibili per chi è rimasto intrappolato nei combattimenti; un antisemitismo in crescita; e una generazione di progressisti occidentali – cui si aggiungono settori della destra estrema – che considera lo stato ebraico come l’incarnazione stessa del male. 

Forse tutto questo si sarebbe potuto evitare, anche se è difficile crederlo: Israele era già stato giudicato colpevole di ‘crimini di guerra’ dai suoi critici fin dai primi giorni del conflitto.  Secoli di persecuzioni e discriminazioni, intervallati da brevi periodi di pietà e tolleranza, sono ciò che spinse gli ebrei a fondare lo stato di Israele. Ed è anche ciò che li ha spinti, in questa guerra, a vincere.

 Gran parte delle analisi sulla strategia militare israeliana si è concentrata sul ‘come’: come Israele ha portato a termine l’operazione dei cercapersone contro Hezbollah? Come il Mossad ha fatto entrare una bomba nella casa sicura di Teheran dove alloggiava il leader di Hamas Ismail Haniyeh? Come Benjamin Netanyahu ha convinto Donald Trump a unirsi all’attacco contro l’Iran?  

Ma le domande sul ‘come’ rivelano meno di quelle sul ‘perché’. Perché, al contrario di quanto credeva Sinwar, Israele non è crollato il 7 ottobre? Perché gli israeliani hanno resistito a massacri, sfollamenti interni, attacchi missilistici e isolamento internazionale? Perché Israele ha voluto vincere, invece di accontentarsi di una fine prematura della guerra che avrebbe lasciato intatti i suoi principali nemici?

La risposta mi è apparsa in una base militare israeliana vicino a Gaza, dove ho incontrato un sergente soprannominato Cholo. Prima del 7 ottobre, Cholo faceva il dj ai concerti rave in Brasile; ma era tornato immediatamente in Israele per arruolarsi. “Non sostengo questo governo”, mi ha detto. ‘Ma andrò nell’esercito’.

La parola giusta per questo è patriottismo – o, come scrisse Mark Twain, ‘sostenere il proprio paese sempre, il proprio governo solo quando lo merita’. Molti dei soldati israeliani che hanno combattuto e sono caduti a Gaza e sugli altri fronti avevano probabilmente manifestato contro Netanyahu durante le proteste sulla riforma giudiziaria. Venivano da ogni orientamento politico. Hanno combattuto non per ideologia o appartenenza di partito, ma perché gli obiettivi e i metodi di Sinwar, il 7 ottobre, avevano reso chiaro che la posta in gioco era esistenziale.

 E il sostegno entusiastico che quegli obiettivi e metodi hanno suscitato nel mondo intero ha reso evidente un’altra verità: ancora oggi, non esiste un asilo sicuro per gli ebrei. Non in Australia. Non in Canada. Non in Gran Bretagna, Francia o Germania. Forse nemmeno in America. I progressisti sinceri credono davvero che, se lo stato ebraico scomparisse domani  le furie antiebraiche in medio oriente, in Europa o in Nord America si placherebbero? O piuttosto troverebbero bersagli ancora più facili?

Gli israeliani non hanno combattuto soltanto perché minacciati da un pericolo esistenziale. Hanno combattuto anche contro una menzogna esistenziale: la menzogna secondo cui Israele sarebbe uno stato colonialista, una razza invasiva priva di radici in quella terra. E’ una menzogna ormai diffusa ovunque, nonostante tremila anni di storia la smentiscano.

 Ed è una menzogna che, man mano che si rafforza, attacca le radici stesse dell’identità ebraica. ‘Se ti dimentico, Gerusalemme’, non era solo una metafora letteraria. Per dimostrarlo, Israele doveva combattere e vincere questa guerra. L’attuale cessate il fuoco apre interrogativi difficili su ciò che verrà dopo – per israeliani, palestinesi e per tutti coloro che hanno a cuore il loro futuro.

Ma dovrebbe chiudere, una volta per tutte, alcune questioni fondamentali. Gli israeliani sono deboli? Il loro stato poggia su fondamenta di sabbia? Il loro attaccamento alle proprie convinzioni è superficiale?  Sinwar e chi lo seguiva pensavano di sì. La tomba che si è scavato da solo dovrebbe averli smentiti per sempre”.

(Traduzione di Giulio Meotti)

INTERVISTA ESCLUSIVA

“Qui si fa l’Ucraina o si muore”, ci dice Kyrylo Budanov, il direttore dell’intelligence ucraina

Paola Peduzzi e Kristina Berdynskykh – 25 ottobre 2025 – IL FOGLIO

Nel suo ufficio buio a Kyiv, Budanov ci dice che la strategia russa di “blackout totale” e di droni nei cieli europei ha l’obiettivo di spezzare l’unità per l’Ucraina e degli ucraini

L’ufficio di Kyrylo Budanov, il direttore dell’intelligence ucraina, è buio: luce spenta, tapparelle giù, l’unica illuminazione – fioca – viene da uno schermo acceso sul muro di fronte alla sua scrivania ricoperta di libri e fascicoli. Nonostante i russi abbiano tentato di ucciderlo molte volte, Budanov continua a lavorare qui, nella sede dei servizi segreti, sulla penisola che si trova nel mezzo di Kyiv e nel mezzo del Dnipro, il fiume che attraversa la capitale ucraina: l’unico tributo alla segretezza è l’oscurità in cui si immerge questo tenente generale di 39 anni che lavora nell’intelligence dal 2007, è stato ferito tre volte in combattimento dopo il 2014 e, di tanto in tanto, partecipa personalmente alle operazioni militari. Budanov non ama i convenevoli né i fronzoli, ha fama di essere laconico e distaccato, i suoi collaboratori ci dicono: domande brevi e precise, lui va sempre dritto al punto. Cominciamo subito dalla strategia di Vladimir Putin per l’inverno, il quarto dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina: nella notte prima del nostro incontro, la sirena che segnala i missili e i droni russi in arrivo è suonata tre volte a Kyiv, le esplosioni si sono sentite anche nel centro della città, è stata attaccata una centrale elettrica che ha lasciato parti della capitale senza luce per tutto il giorno successivo, e in un villaggio della regione è stata colpita la casa in cui abitava una mamma di 38 anni: è rimasta uccisa assieme a sua figlia di sei mesi e a sua nipote di 12 anni. Poco prima del nostro incontro, a Kharkiv i russi hanno colpito in pieno giorno un asilo in cui c’erano 48 bambini: le maestre sono riuscite a portare di corsa i bambini nel rifugio e li hanno salvati. “Non è un segreto che i russi vogliono causare un blackout totale in Ucraina – dice Budanov – Per la seguente ragione: secondo la loro idea, questi attacchi hanno un impatto sugli strati socialmente non protetti della popolazione ucraina”.

“Le persone con reddito medio e alto – continua Budanov – hanno ormai a disposizione tutti i tipi di dispositivi utili per sostenere un blackout, gli inverter e le batterie, e alcuni hanno persino dei generatori privati con cui riscaldare e illuminare la propria casa. Anche le strutture militari e governative sono dotate da parecchio tempo di generatori, ma le persone colpite dagli attacchi russi appartengono agli strati socialmente non protetti, che hanno un reddito più basso. La leadership russa vuole ottenere un blackout totale perché crede in questo modo di creare un malcontento sociale dentro al paese”. Questo è il tema dominante della nostra conversazione: Putin vuole distruggere non soltanto l’Ucraina, ma l’intero sostegno all’Ucraina, quello degli ucraini e quello dei suoi alleati. Molte volte Budanov ci dirà che la cosa più importante, la preoccupazione e allo stesso tempo la forza più grande dell’Ucraina, è l’unità: senza, la guerra non si vince. 


“La leadership russa vuole ottenere un blackout totale perché crede in questo modo di creare un malcontento sociale dentro al paese”


Kyiv ha cambiato il modo di fare la guerra, ingegno, innovazione e strategia hanno permesso all’Ucraina di tenere la linea del fronte e di colpire obiettivi militari e strategici nel territorio russo con i deep strikes. Negli ultimi giorni, le forze di difesa ucraine sono riuscite a colpire lo stabilimento chimico di Brjansk, che produce polvere da sparo, esplosivi e componenti per carburante missilistico, e una raffineria di petrolio in Daghestan. Budanov ci dice che “gli attacchi in profondità si concentrano in due direzioni: la prima è paralizzare significativamente la produzione di petrolio russo e la raffinazione, che sono una delle principali fonti di reddito del bilancio russo. La seconda linea di intervento è, naturalmente, prendere di mira e colpire l’industria della difesa russa e le imprese che producono armi ed equipaggiamento per l’esercito russo”. La differenza tra gli attacchi ucraini e quelli russi è evidente: “Noi non combattiamo in modo mirato contro la società della Federazione russa”. I deep strikes ucraini stanno già dando risultati, lo confermano i dati sulle esportazioni russe di idrocarburi e prodotti petroliferi. “Dal settore delle esportazioni di benzina li abbiamo quasi eliminati”, dice il capo della direzione dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino. Il successo è determinato dal fatto che la difesa antiaerea russa è concentrata lungo il confine, nei territori ucraini occupati e in difesa di Mosca e di San Pietroburgo: “Quando si supera il sistema dislocato lungo il nostro confine, il volo dei nostri droni attraverso la Federazione russa è sempre senza problemi”, dice Budanov. La difesa antiaerea successiva si incontra a protezione di un oggetto specifico: “Ora la Federazione russa sta cercando di aumentarne il numero, ma i volumi sono troppo grandi per proteggere tutto”. Budanov dice di guardare i grafici, i russi stanno cercando di compensare i danni “esportando più greggio e gas liquefatto per bilanciare le entrate del loro bilancio”. Per quanto riguarda gli attacchi all’industria della difesa russa, “ci sono degli effetti, ma sono meno tangibili – dice – Si tratta di effetti più difficili da decifrare, perché stiamo creando problemi al ritmo della produzione militare russa”.
La scorsa settimana, in un incontro pubblico, Budanov ha detto che gli attacchi nel territorio russo funzionano come delle sanzioni alla Russia, ribadendo ciò che ha dichiarato anche il presidente Volodmyr Zelensky: il sottotesto è che le sanzioni occidentali non sono state finora sufficienti e che l’economia russa è ancora solida. “La Federazione russa è un nemico molto potente, indipendentemente da ciò che alcuni dicono e pensano. Ricordo molto bene le opinioni che influenti figure militari russe avevano nel febbraio 2023”, dice Budanov, citandole: “Credevamo di avere un esercito molto potente e un’economia debole – dicevano – Ma abbiamo scoperto che è vero il contrario”. L’economia russa è ancora abbastanza solida da continuare la guerra: “Non mi riferisco soltanto al petrolio, parlo dell’intero settore delle risorse energetiche. Ora tutti discutono di ridurre la dipendenza dal gas russo, ma allo stesso tempo i volumi di esportazione di gas liquefatto russo stanno crescendo al punto da compensare la riduzione nel consumo del gas”. Sono proprio i proventi dell’industria energetica a permettere alla Russia di continuare la guerra, “conta anche l’aiuto di altri paesi, alleati, certamente, ma senza i proventi dall’energia, la Russia non sarebbe stata in grado di continuare a combattere questa guerra. Quindi parlando solo in termini di ipotesi, se ci fosse stato un vero embargo imposto sugli idrocarburi russi e sui prodotti derivati dagli idrocarburi, il quadro generale sarebbe completamente diverso”. In questi giorni sono stati fatti passi avanti da parte degli alleati dell’Ucraina: il 22 ottobre il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato l’introduzione di sanzioni contro i colossi petroliferi russi Rosneft e Lukoil, e le loro società controllate, e il giorno successivo l’Unione europea ha approvato il diciannovesimo pacchetto di sanzioni, che include anche un “blocco energetico”. Prima di passare all’unità del sostegno degli alleati, poniamo a Budanov una domanda specifica, come piace a lui: l’intelligence americana aiuta le forze ucraine nei deep strikes? Eccolo, il Budanov laconico: “Siamo tutti parte di questo processo”, risponde. 

Durante l’estate alcune fonti del Foglio dicevano che il cessate il fuoco fosse vicino: non si trattava di una speranza, gli ucraini hanno imparato a non costruire la loro strategia sulla speranza ma sulle informazioni, i calcoli, il realismo. Ma il cessate il fuoco non c’è stato. Budanov conferma che ci sono delle possibilità, ma spiega che si devono incastrare molti fattori – in Ucraina, in Russia, nei paesi alleati – e tutti insieme: soltanto la combinazione esatta di questi elementi in un momento pianificato darà dei risultati, altrimenti “la guerra continuerà”. Come tutti i leader ucraini, Budanov non critica Donald Trump nemmeno quando questi continua ad alimentare l’illusione di un negoziato possibile con Vladimir Putin: questa compostezza, ancora una volta, fa parte di un approccio che non si fonda sulle speranze né sulle lamentele, ma sul realismo. “Che ci piaccia o no, per gli Stati Uniti la Russia e la Cina sono delle potenze mondiali. La Russia non è nulla dal punto di vista economico, ma ha la potenza militare; la Cina è entrambe le cose, una potenza economica e militare. E l’America non vuole peggiorare la propria posizione in nessun senso, si preoccupa principalmente del proprio interesse, America first, e noi dobbiamo tenere conto di questa priorità. Se mi state chiedendo: ci piace?, la risposta è ovvia. Ma per loro è America first e noi non possiamo non farci i conti. Però non dobbiamo nemmeno dimenticare un’altra cosa: senza il sostegno degli Stati Uniti, chissà cosa sarebbe già accaduto qui da noi”. Nel frattempo lo slancio di Trump nei confronti di Putin, dalla telefonata del 16 ottobre alla preparazione del vertice tra i due a Budapest, è già evaporato: “Ogni volta che parlo con Vladimir, abbiamo buone conversazioni, ma non portano da nessuna parte”, ha detto il presidente americano in uno dei suoi (frequentissimi) incontri con i giornalisti alla Casa Bianca. 


L’intelligence americana  collabora agli attacchi in territorio russo? Eccolo, il Budanov laconico: “Siamo tutti parte di questo processo”


La proposta di Trump coincide con quella di molti leader europei: fermare il conflitto lungo la linea del fronte di oggi. Sarebbe un buon risultato per l’Ucraina? Nella penombra non è facile riconoscere come e quanto cambia l’espressione di Budanov, ma mentre parla scende un velo cupo nel suo sguardo: “E’ difficile rispondere a questa domanda perché il suo senso rientra quasi nel campo della filosofia. Per me, perdere un millimetro quadrato della nostra terra è un brutto risultato. Ma se adotti anche altri punti di vista, allora certamente risparmiarci migliaia e migliaia di morti è una cosa buona”. Sappiamo che cosa fanno i russi nei territori occupati, sappiamo delle torture, dell’indottrinamento, del soffocamento di ogni libertà, ed è per questo che per gli ucraini è doloroso, insopportabile, dover condannare altri ucraini a vivere sotto il regime russo. Ma poi ci sono le vite da salvare.

Ci mettiamo a parlare dell’Europa, degli attacchi russi contro i nostri paesi, la cosiddetta “guerra ibrida” che comprende sabotaggi, attacchi cibernetici, droni e aerei militari nei nostri cieli: cosa vuole ottenere Putin? “Questa risposta è facile – dice Budanov, il velo cupo è scomparso – nella scienza militare questa tipologia di attacco si chiama ‘ricognizione attraverso il combattimento’” e gli obiettivi sono due, anzi tre, anche se uno è più psicologico, ed è a uso interno: “Putin sta preparando i russi, vuole distruggere, nella loro testa, l’idea che l’Europa valga qualcosa, che l’Europa sia forte”. I droni nei nostri cieli hanno un obiettivo pratico, che riguarda gli europei: “I russi stanno testando la vostra reazione, la vostra capacità di prendere decisioni, la vostra volontà di usare la forza. Intanto fanno ricognizione, rilevano i vostri sistemi, capiscono come funzionano e dove sono posizionati”. E’ un doppio test insomma, politico e militare. “Ma se prendiamo tutto insieme, i droni, i sabotaggi nelle fabbriche e nelle ferrovie, gli attacchi informatici, vediamo che l’obiettivo dei russi è scatenare un sentimento contro la guerra nei paesi europei e nelle vostre opinioni pubbliche. Per loro il vantaggio è doppio: se voi europei non ne potete più della guerra, si riducono gli aiuti che arrivano a noi, all’Ucraina. E intanto i russi seminano l’idea nei popoli europei che non ci si dovrebbe proprio mettere a combattere contro la Russia. Non sono io che lo dico, è l’opinione russa al riguardo”. E come sta rispondendo l’Europa a questo doppio test, come giudica la reazione? La risposta di Budanov è una risata. Piena, spontanea. Passiamo alla prossima domanda, dice, il freddo agente ucraino scostante e taciturno continua a sorridere. Gli chiediamo allora come l’Ucraina può aiutare gli europei a difendersi, visto che da soli fanno, facciamo ridere: “Teoricamente, possiamo aiutarvi, ma finché la guerra continua, la nostra capacità è piuttosto limitata. Questa domanda riguarda il futuro e riguarda il cambiamento dell’architettura di sicurezza in Europa. Dal punto di vista geografico, la risposta è ovvia: è vantaggioso per tutti rendere l’Ucraina il più forte possibile, in modo che faccia da cuscinetto o da scudo o come volete chiamarlo. Così, l’Europa si salverebbe, altrimenti, avete sentito prima la risata. Al momento stiamo dando un aiuto condividendo la nostra esperienza di difesa”, ma se la Russia dovesse diventare più attiva – e si sta preparando – allora ci vorrebbe tutta un’altra risposta da parte degli europei. 


“Se c’è unità, anche gli ucraini lo sentono e si cementa l’unità nella nostra società. E siamo onesti: in queste condizioni, nessuno può sconfiggerci”


Dovrebbe essere chiaro a questo punto che è nell’interesse degli alleati il rafforzamento della difesa ucraina e secondo Budanov questa è direttamente dipendente dal mantenimento dell’unità, dal sostegno collettivo e duraturo degli alleati dell’Ucraina. “La prima cosa di cui abbiamo bisogno è preservare l’unità del mondo nel sostenerci, e questa è, tra l’altro, la cosa più complicata. Se c’è unità, allora le questioni riguardo al sostegno finanziario, al sostegno materiale come l’equipaggiamento, e forse anche al sostegno militare diretto sono negoziabili e possono essere risolte, semplicemente si trasformeranno nel tempo”, ma se l’unità non c’è, si spezza tutto, perché “l’unità esterna si riflette sull’unità interna qui in Ucraina, nella nostra società. Quindi se il sostegno è potente e unito, anche gli ucraini lo sentono e si cementa l’unità che ancora c’è nella nostra società. E siamo onesti: in queste condizioni, nessuno può sconfiggerci”. 


“I russi stanno testando la vostra capacità di prendere decisioni e di usare la forza. Intanto rilevano i vostri sistemi, capiscono come funzionano e dove sono posizionati”


Finiamo la nostra conversazione parlando dell’Italia, Budanov dice che l’Ucraina continua ad aver bisogno soprattutto dei sistemi di difesa antiaerea Samp/T, “abbiamo a disposizione una quantità bassa, a un livello critico, di questi missili”. Serve tutto, serve tanto, gli italiani dovrebbero capirlo, saperlo, sentirlo. “Vi cito un vostro eroe nazionale – dice Budanov – Giuseppe Garibaldi, che disse: ‘Qui si fa l’Italia o si muore’”, citando le parole che Garibaldi disse a Calatafimi nel 1860, per dare coraggio e forza ai suoi uomini in un momento critico della battaglia contro i borbonici. “Ecco, questo vale anche da noi, ‘qui si fa l’Ucraina o si muore’”, dice Budanov, che è un eroe dell’Ucraina, gli è stata conferita la Stella d’oro nel 2024 da Zelensky per il suo coraggio personale e per il suo eroismo nella difesa dell’Ucraina. 
Il direttore dell’intelligence si alza, ora i quadri, le fotografie, le statuette, i diplomi, i libri e il suo volto diventano visibili: ha acceso la luce. 

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