"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 51 di 155

San Giovanni della Croce

Nome: San Giovanni della Croce

Titolo: Sacerdote e dottore della Chiesa

Nascita: 1542, Fontiveros, Spagna

Morte: 14 dicembre 1591, Ubeda, Spagna

Ricorrenza: 14 dicembre

Beatificazione:
1675, Roma, papa Clemente X

Canonizzazione:
27 dicembre 1726, Roma, papa Benedetto XIII

Luogo reliquie: Convento dei carmelitani scalzi

Collaboratore di Santa Teresa d’Avila nella fondazione dei Carmelitani Scalzi, Dottore della Chiesa, Giovanni della Croce risulta sempre più un affascinante maestro: le sue parole e il suo messaggio sanno di mistero, del mistero di Dio.

Nacque a Fontiveros in Castiglia (Spagna) nel 1542, da una famiglia poverissima. Orfano molto presto del padre; una madre laboriosa e intraprendente per far fronte alla fame. Il piccolo Juan venne subito colpito dalla durezza della vita. Provato nel fisico, ma temprato nello spirito, si diede da fare come infermiere per mantenersi agli studi cui si sentì portato.

Emerse ben presto la sua voglia di Dio e di Assoluto. A 20 anni decise di entrare nel noviziato dei Carmelitani. Arrivò al Sacerdozio a 24 anni, ma si scoprì dentro una gran voglia di una vita rigorosamente consacrata nel silenzio e nella contemplazione, una voglia che neppure i brillanti studi teologici nella prestigiosa università di Salamanca riuscirono a sopire.

Ci pensò Santa Teresa ad offrirgli una soluzione, invitandolo a partecipare alla Riforma dell’Ordine Carmelitano. Maestro dei novizi, attirò tanti giovani che desideravano condurre una vita come lui. Nello spazio di pochi anni, pieni di fatiche apostoliche sulle strade assolate o ghiacciate di Spagna, accanto a profonde sofferenze, incredibili ed esaltanti esperienze mistiche.

La sua perfezione ascetica, la sua vita d’orazione, la sua elevatezza. di spirito e d’ingegno, l’esperienza mistica personale e la conoscenza dell’ampia esperienza mistica del Carmelo Riformato, la vasta dottrina, la profonda interiorità, e soprattutto la viva fiamma d’amore che lo vivificava e lo consumava fecero di lui non solo un grande santo, ma anche un grande maestro.

Scrisse poemi e trattati che sprigionavano la sua sapienza mistica, quella che non viene dai libri e dagli studi, ma che si “sa per amore”.

Morì a Ubeda il 14 dicembre 1591, a soli 49 anni, facendo sue, in un trasporto d’amore, le parole del Cantico dei cantici: “Rompi la tela ormai al dolce incontro!”.

Le sue spoglie furono traslate nel Convento dei Carmelitani Scalzi a Segovia nel 1593, due anni dopo la sua morte. Il sepolcro è custodito in una cappella all’interno del convento, che è diventato un importante luogo di pellegrinaggio per devoti e studiosi interessati alla vita e alle opere del santo

APPROFONDIMENTO

Il suo linguaggio: poetico e pieno di immagini e simboli, il linguaggio della passione e dell’amore. Con spirito nuovo, da umanista rinascimentale, offre un valido aiuto per il cammino cristiano dell’uomo moderno. Il cammino che propone è necessario e il risultato possibile anche se può sembrare una cosa ardua

Giovanni della Croce invita alla rinuncia, che non è negazione di sé o abdicazione da sé, ma promozione del meglio di sé. L’opera di Giovanni della Croce, se non invita ad un approccio immediato, ridesta tuttavia sempre almeno curiosità e fascino. Sono molte le persone comunque che l’hanno preso sul serio, come Teresa di Gesù Bambino, Elisabetta della Trinità, Edith Stein…, e tanti altri, ci assicurano che l’itinerario proposto da Giovanni della Croce è accessibile. La sua spiritualità non sradica e non impone un programma fisso di vita. Pur rimanendo nei nostri quotidiani impegni, ci chiede di vivere nell’attenzione amorosa, un orientamento a Dio totale e rigorosamente esclusivo.

Il suo magistero orale e scritto, illumina tutto il percorso cui l’anima è chiamata per il raggiungimento del “Monte”, dei vertici della spiritualità ove si compie il mistero amoroso dell’unione con Dio.

La Chiesa ha riconosciuto il valore universale della dottrina ascetica e mistica di S. Giovanni della Croce proclamandolo Dottore Mistico della Chiesa Universale.

Quel che è certo è che tutti i pensieri, tutti i detti di S. Giovanni della Croce sono proprio articoli che regolano il modo di camminare sulle orme di Cristo. Un codice della strada, sì, della vera strada: l’imitazione di Cristo, di Colui che è Egli stesso via. Ed è altrettanto certo che il passaggio obbligato è quello della Croce.

MARTIROLOGIO ROMANO. Memoria di san Giovanni della Croce, sacerdote dell’Ordine dei Carmelitani e dottore della Chiesa, che, su invito di santa Teresa di Gesù, fu il primo tra i frati ad aggregarsi alla riforma dell’Ordine, da lui sostenuta tra innumerevoli fatiche, opere e aspre tribolazioni. Come attestano i suoi scritti, ascese attraverso la notte oscura dell’anima alla montagna di Dio, cercando una vita di interiore nascondimento in Cristo e lasciandosi ardere dalla fiamma dell’amore di Dio. A Ubeda in Spagna riposò, infine, nel Signore.

Duecento anni di rivoluzioni in Russia

di Stefano Caprio – Asia News – 13 Dicembre 2025

La rivolta dei Decabristi il 14 dicembre 1825 vide gli ufficiali dell’esercito e gli intellettuali favorevoli alle riforme liberali cercare di prendere il potere dopo l’improvvisa morte dello zar Alessandro I, per finire poi schiacciati dalla repressione di Nicola I Icona del ricorrente alternarsi di “sistema” e “rivolta”, regime e anarchia, nella parabola della storia russa. 

In questi giorni si susseguono in Russia due date molto significative: il 12 dicembre si è osservato il Giorno della Costituzione, ricordando la legge fondamentale approvata da Boris Eltsin nel 1993, un paio di mesi dopo le cannonate all’edificio del Soviet Supremo dove i parlamentari si erano asserragliati per contestare il nuovo potere filo-occidentale, seguito al crollo dell’Unione Sovietica. Fu l’atto formale che sanciva la fine del regime comunista, con il passaggio all’economia di mercato e l’eliminazione degli istituti di pianificazione e controllo. Di quel testo ormai rimangono solo i contorni, essendo stato stravolto nel 2020 dalle modifiche volute da Vladimir Putin per consacrare il nuovo regime sovranista ortodosso della “verticale del potere”.

Il 14 dicembre si ricordano poi i duecento anni dalla rivolta dei Decabristi (in russo dicembre è dekabr), che nel 1825 cercarono di prendere il potere dopo l’improvvisa morte dello zar Alessandro I, che nonostante la gloria della vittoria su Napoleone non si era deciso a introdurre le riforme liberali tanto desiderate dagli ufficiali dell’esercito e dagli intellettuali russi. La rivolta fu soffocata dal nuovo zar Nicola I, fratello di Alessandro e dedito soltanto all’ordine e alla repressione in Russia e in ogni altro Paese, tanto da meritarsi il titolo di “gendarme d’Europa”.

Le due date s’intrecciano in una rilettura della storia recente e antica della Russia, sempre in bilico tra i lunghi inverni delle “stagnazioni” dittatoriali e le esplosioni primaverili di nuovi stravolgimenti popolari, senza mai trovare un equilibrio delle sue diverse anime. Nel convegno sui due secoli dalla rivolta, che si è aperto a Mosca all’Accademia delle Scienze, uno degli storici più autorevoli, Jurij Pivovarov, propone come chiave interpretativa il pendolo tra samoderžavie (“autocrazia”) e samovlastie (“auto-potere”), due termini quasi identici per indicare la contrapposizione tra “sistema” e “rivolta”, tra regime e anarchia.

La Russia è storicamente portata all’eccesso nelle contraddizioni, e proprio a partire dall’epoca dei decabristi questo si articola in una serie di immagini opposte e successive: dalla “Santa Alleanza” di Alessandro I nel 1815 (la prima “Unione Europea”) si giunge nel 1853 alla Guerra di Crimea di Nicola I, con la Russia che si oppone all’Europa intera, per poi vivere le grandi riforme di Alessandro II con la liberazione dalla schiavitù della gleba nel 1861. Questa svolta sarebbe poi stata premiata da 80 tentativi di assassinio dello zar, conclusi con la sua morte nel 1881 per mano dei rivoluzionari, premessa della salita al potere dei bolscevichi dopo le rivoluzioni del 1905 e del febbraio 1917, prima della grande Rivoluzione d’Ottobre.

Anche i settant’anni di comunismo totalitario non sono stati certo sereni e uniformi; dopo la guerra civile del 1918-1920, c’è stata la lunga lotta interna al partito, vinta da Stalin nel 1930 dopo aver eliminato tutti gli avversari, instaurando il regime del terrore poi denunciato durante il “disgelo” di Khruščev nel 1957, e quindi sostituito da Brežnev nel 1964 con la restaurazione del controllo neo-staliniano. Gorbačëv ha quindi tentato la “rivoluzione gentile” della perestrojka nel 1986, per poi cedere al tentativo di golpe del Kgb nel 1991, sventato da Eltsin che sale sul carro armato inneggiato dal popolo, che il giorno dopo si raduna per rimuovere il monumento sulla piazza della Lubjanka, la sede del Kgb, che rappresentava il suo fondatore Feliks Dzeržinskij.

Non stupisce quindi che anche il regime “democratico” dello stesso Eltsin, inaugurato dalle cannonate del 1993, si sia poi trasformato in una serie di guerre e rivolte in Cecenia, Inguscezia e Transnistria, per poi convergere nell’attuale dittatura di Vladimir Putin, costruita sulla repressione delle manifestazioni di popolo organizzate da Aleksej Naval’nyj e sfociata nella guerra contro la Georgia, l’Ucraina, l’Europa, l’Occidente e l’Anticristo universale. Dal samovlastie eltsiniano, che dava a ciascuno la possibilità di prendersi “tutto il potere che è in grado di inghiottire”, siamo tornati al samoderžavie putiniano, un sistema di potere che non lascia alcuna libertà o speranza di cambiamento, fino al prossimo giro della bussola impazzita della Russia.

Si ripropone quindi ogni volta la domanda che gli studiosi stanno analizzando in questi giorni a proposito dei decabristi: si tratta soltanto di reazioni all’insoddisfazione per il ruolo della Russia nella storia, o di realizzazioni di ideologie in grado di formare nuovi sistemi statali, destinati a cambiare il volto del mondo intero? Questa è oggi la questione, se il putinismo sia destinato a esaurirsi e scomparire, o giungerà a dominare il resto del mondo, a cominciare dall’America dell’amico Trump. I decabristi venivano esaltati dai sovietici come inizio della grande epopea rivoluzionaria, per poi essere dimenticati con l’instaurazione del regime putiniano, che mal sopporta ogni parvenza di rivolta popolare.

Eppure al gruppo dei decabristi faceva riferimento anche il giovane Aleksandr Puškin, vate della riscoperta dell’anima russa dopo un secolo di occidentalismo e oggi tanto celebrato dai russi quanto odiato dagli ucraini, per aver sottratto loro il primo vero grande poeta e scrittore ucraino, Nikolaj Gogol, facendolo innamorare della Grande Russia. Nel corso sui “Fondamenti e principi della statualità russa”, obbligatorio oggi in tutte le scuole di ogni ordine e grado della Russia come le lezioni di marxismo e materialismo dialettico ai tempi sovietici, la rivolta del 1825 viene completamente oscurata, rileggendo la storia con la chiave della censura di Nicola I, la Okhrana madre dei servizi speciali, fino al Kgb e all’attuale Fsb, la scuola di potere di Putin e perfino del patriarca di Mosca Kirill.

I nobili e ufficiali che si radunarono nella piazza del Senato di San Pietroburgo il 14 dicembre 1825 intendevano proprio eliminare l’autocrazia, impedendo la salita al trono di Nicola I, un colpo di Stato in preparazione da anni e accelerato dalla morte inattesa di Alessandro I nella città meridionale di Taganrog, dove si era recato per far curare la moglie. La scomparsa dello zar-vincitore è uno dei grandi misteri della storia russa, essendo avvenuta in età ancora relativamente giovane a 48 anni, e non essendo stata compiuta una vera autopsia. La leggenda successiva vede lo zar trasformato nello starets Fedor Kuzmič, predicatore itinerante della Siberia, e nessun regime successivo ha mai voluto verificare a chi appartengano veramente le spoglie sepolte nella tomba della cattedrale dei Santi Pietro e Paolo di San Pietroburgo insieme agli altri zar dell’epoca moderna, dove sono peraltro deposti anche l’ultimo zar Nicola II con la sua famiglia, con resti altrettanto dubbi recuperati dalle fosse comuni sugli Urali.

L’incertezza sui destini degli zar e della loro memoria riflette il bisogno di riscrivere continuamente la storia della Russia, che costituisce oggi una delle motivazioni principali dell’ideologia sovranista e imperiale dello zar Putin. “La Crimea è nostra”, “il Donbass è sempre stato russo”, la volontà di attribuirsi il Baltico, il Caucaso, l’Asia centrale e magari altre regioni del mondo dall’Africa al Sudamerica, caratterizzano una ricerca spasmodica di un’identità che non è legata veramente alla terra, ma alle sfere superiori del cielo ideologico. Questa era anche la contraddizione interiore di Alessandro I, che entrando trionfalmente a Parigi nel 1814 aveva pensato di poter riunificare tutti i popoli e perfino le Chiese, unendo nella “Santa” Alleanza gli ortodossi russi con i cattolici austriaci e i protestanti prussiani.

La guerra ucraina di Putin si richiama esplicitamente alla vittoria di Stalin sui nazisti, ma non meno significativa è la memoria del periodo seguito alle guerre napoleoniche, in cui la premessa ideologica era proprio la contrapposizione tra potere assoluto e rivoluzione liberale, tra samoderžavie e samovlastie. I decabristi derivavano in parte da una società segreta formata a Mosca nel 1818, il Sojuz Blagodenstvija, “l’Unione della Prosperità”, che intendeva formare un movimento popolare di orientamento liberale, per costruire una società senza alcuna forma di dittatura e di schiavitù, un sogno romantico che si ripropone spesso nella storia, lasciando quasi sempre il passo a nuove forme di autocrazia. Gli ideali della società liberale presupponevano un riavvicinamento tra gli intellettuali e il popolo, come era avvenuto durante la guerra contro Napoleone, con l’incontro tra gli ufficiali e i soldati più umili.

Fu poi il grande scrittore russo Ivan Turgenev a descrivere questo incontro nelle Memorie di un cacciatore, dove il nobile narratore durante la caccia s’imbatte in una serie di figure di basso livello, come i contadini Khor e Kalinič che vivono nel bosco ed esprimono sentimenti di autentica dignità umana. Turgenev coniò per descrivere questi incontri un termine oggi di nuovo molto diffuso, il populizm dal latino russificato (lo scrittore inserì poi nei suoi romanzi altri termini diventati universali, come anarkhizm e nigilizm), profetizzando la grande ambiguità dei tempi in cui viviamo nel terzo millennio, tra le illusioni sovraniste dei nuovi imperatori e le confusioni populiste delle ideologie artificiali, in attesa di un mondo nuovo e di nuove rivoluzioni.

Santa Lucia

Nome: Santa Lucia

Titolo: Vergine e martire

Nascita: 281, Siracusa

Morte: 13 dicembre 304, Siracusa

Ricorrenza: 13 dicembre

Protettrice:
degli occhi, della vista, ciechi, degli elettristici, dalle malattie degli occhi e le carestie, degli oculisti

Luogo reliquie: Chiesa di San Geremia Cattedrale metropolitana della Natività di Maria Santissima

Lucia nacque a Siracusa nell’anno 281 da nobilissima e ricchissima famiglia. Rimasta orfana di padre all’età di cinque anni venne educata nella religione cristiana dalla pia e saggia Eutichia, sua madre.

Fatta grandicella e accesa di puro amore di Dio, decise all’insaputa della madre di mantenere perpetua verginità. Ignorando questo segreto la buona Eutichia, come allora usavasi universalmente, non tardò d’interessarsi per trovare alla figliuola uno sposo che convenisse. Era questi un giovane nobile, ricco e di buone qualità, però non cristiano. Lucia si turbò: ma non volendo manifestare il suo segreto alla madre, cercò pretesti per tramandare le nozze; ed intanto confidava nella preghiera e nella grazia.

Ed ecco quanto avvenne: Eutichia fu presa da una grave malattia, per cui non bastando né medici nè medicine, per consiglio di Lucia, mamma e figlia decisero di portarsi in pellegrinaggio a Catania, alla tomba di S. Agata, per ottenere la guarigione.

Giunte a Catania, e prostratesi in preghiera presso quelle sacre reliquie, Lucia fece intendere a Agata di rimanere fedele al voto fatto e di accettare, se necessario, anche il martirio per amor di Gesù. La madre ottenne la guarigione, ma una grazia maggiore ebbe Lucia: il suo avvenire era irrevocabilmente deciso.

Tornate a Siracusa, Lucia si confidò con la madre ed ottenne che la lasciasse libera nella scelta del suo stato. Così lucia con una lampada fissata sul capo, percorse gli angusti cunicoli delle catacombe per distribuire ai bisognosi il denaro ricavato dalla vendita della sue ricchezze.

Il pretendente deluso, montò subito sulle furie e giurò vendetta, appena seppe che il rifiuto di Lucia proveniva dal fatto di essere cristiana. Si presentò quindi al proconsole romano Pascasio e accusò la giovane come seguace della religione cristiana e perciò ribelle agli dèi ed a Cesare.

Tradotta davanti al proconsole, si svolse un dialogo drammatico, nel quale rifulsero la fermezza e costanza della martire. Neppur la forza valse a smuoverla, poiché Gesù rese impotenti i suoi nemici: invano i soldati la spingevano cadendo sfiniti a terra, invano la trascinavano legata a mani e piedi o trainata da molti buoi

Fu martirizzata il 13 dicembre del 304. Lucia fu cosparsa di olio, posta su legna e torturata col fuoco, ma le fiamme non la toccarono. Fu infine messa in ginocchio e finita con la spada per decapitazione. La festa cade in prossimità del solstizio d’inverno (da cui il detto “santa Lucia il giorno più corto che ci sia”).

autore Mario Minniti anno XVII sec titolo Martirio di Santa Lucia

Rese il suo spirito solamente dopo aver ricevuto l’Eucarestia, la salma fu posta nelle Catacombe, dove sei anni dopo sorse un maestoso tempio a lei dedicato. 

Le spoglie di Santa Lucia si trovano a Venezia per una serie di vicende storiche legate alle traslazioni di reliquie. Dopo il martirio della santa a Siracusa nel 304 d.C., le sue spoglie furono inizialmente custodite nella città siciliana. Tuttavia, nel 1039 furono trasferite a Costantinopoli da Giorgio Maniace, generale bizantino, durante il dominio bizantino in Sicilia.

Nel 1204, durante la Quarta Crociata, i crociati conquistarono Costantinopoli e saccheggiarono la città. In quell’occasione, le reliquie di Santa Lucia furono portate a Venezia come bottino di guerra. Da allora sono conservate nella città lagunare.

La tomba di Santa Lucia si trova nella Chiesa di San Geremia a Venezia, nel sestiere di Cannaregio. Le spoglie della santa sono state trasferite in questa chiesa nel 1861, dopo che la precedente chiesa di Santa Lucia fu demolita per la costruzione della stazione ferroviaria che porta il suo nome. L’urna con le reliquie è collocata in una cappella dedicata all’interno della chiesa, decorata con fregi di bronzo dorato e materiali recuperati dalla chiesa originaria.

A Siracusa la venerazione delle reliquie di Santa Lucia, patrona della città, è parte centrale della devozione locale e delle celebrazioni liturgiche. A Siracusa sono presenti reliquie autentiche di grande rilievo come frammenti di ossa (tra cui tre costole), la tunica, il velo e le scarpette, conservati e venerati in teche preziose nella Cattedrale di Siracusa durante la festa della santa e in occasioni particolari. Durante le celebrazioni del 13 dicembre e in alcuni periodi dell’anno, parte delle reliquie o il simulacro contenente ossa e reliquie vengono portati in processione per le vie della città onorando così la memoria della martire siracusana.

PROTETTRICE DELLA VISTA

Si dice che a S. Lucia venissero cavati gli occhi poiché “portatrice di luce”, ossia di speranza, di spirituale visibilità e cambiamento e che le fossero immediatamente restituiti dal Signore. Per questa ragione e per lo stesso suo nome che significa Luce, essa è invocata come protettrice degli occhi e della vista.

Inoltre, il suo nome stesso, Lucia, deriva dal latino lux, che significa “luce”, rafforzando ulteriormente il suo ruolo come protettrice della vista. 

Poche lacrime per Zelensky

diPaolo Mieli| 13 dicembre 2025- Corriere della Sera –

Trump si è allineato con Putin e troppi intellettuali non muovono un dito per contrastare l’autocrate russo

Ha un bel dire Vladimir Putin quando, pressoché ogni giorno, annuncia al mondo che le sue truppe in Ucraina hanno travolto i nemici e conquistato questa o quella città. Poi accade, come l’altro ieri, che Volodymir Zelensky si presenti alla periferia di Kupyansk data per «presa» da tempo immemorabile e sia in grado di mostrare filmati dei suoi che percorrono strade ben riconoscibili della città E che nello stesso momento i servizi segreti inglesi sostengano con prove fotografiche che né la celeberrima Pokrovsk né Siversk possano essere considerate cadute nelle mani dei russi.

Vogliamo lasciar intendere che gli ucraini siano in grado di riconquistare quel 20% del loro Paese ormai usurpato dalle truppe putiniane? No. Assolutamente no. Ma è un fatto che la tenacia della resistenza ucraina abbia dell’incredibile. Senza più energia elettrica, apertamente boicottati dagli Stati Uniti, mentre l’Europa fatica a trovare risorse da destinare alla loro causa, gli ucraini danno una prova di tenacia che ha pochi precedenti nella storia. Altro che cavia. Gran parte delle opinioni pubbliche occidentali li hanno abbandonati al loro destino e così anche molti che fanno parte delle classi dirigenti.

I tifosi di Putin e di Donald Trump trovano il coraggio di uscire allo scoperto. Si chiede agli ucraini l’impossibile come lasciare al nemico territori che — come s’è detto — i russi non sono riusciti a conquistare. Oppure, cosa che quasi non ha precedenti, di tenere elezioni in tempo di guerra. E loro rispondono di sì. Anzi qualcuno, come l’ex ministro degli esteri Dmytro Kuleba dimissionato sedici mesi fa, risponde che resterà a combattere e lascerà il Paese definitivamente solo quando i russi occuperanno Kiev. Un altro dimissionato illustre Andriy Yermak va a rischiare la vita al fronte.

E persino il più rancoroso rivale di Zelensky, l’ex comandante in capo delle forze armate ucraine Valerii Zaluzhnyi, o il capo dell’intelligence Kyrylo Budanov che avrebbe buone chances di competere con Zelensky, restano al loro posto. Lo scandalo della corruzione non li ha fiaccati più di tanto. Tutti sono consapevoli del fatto che quella è una triste eredità, quasi inestirpabile, dei regimi che furono comunisti.

È il resto del mondo che appare confuso, disorientato. Colpisce, ad esempio, l’insensibilità nei confronti dell’aggressione russa ai membri della Corte penale internazionale. Indifferenza da parte di coloro che non molto tempo addietro osannavano alla sacralità di quell’organismo. Ci riferiamo all’epoca del caso Almasri, il criminale libico che undici mesi fa, a dispetto di un mandato di cattura della Cpi, fu lasciato libero dalle autorità italiane e restituito al suo Paese con un volo di Stato. All’epoca sì, che si si levarono attestati di solidarietà alla corte dell’Aia.

 Adesso un tribunale ordinario moscovita, presieduto da Andrey Suvorov, il magistrato che a suo tempo spedì Alexey Navalny nella prigione in cui trovò la morte, ha condannato a quindici anni di carcere (fortunatamente in contumacia) il giudice italiano Rosario Aitala. La colpa di Aitala è quella d’aver firmato, quale membro della Cpi, il mandato di cattura per Putin accusato d’aver fatto rapire non si sa quanti bambini ucraini. Quei bambini che una delicatissima missione guidata dal cardinale Matteo Zuppi sta cercando di riportare a casa. Uno per uno. E con qualche successo. Tant’è che, a dar risalto all’iniziativa, una delegazione di quei piccoli è stata ricevuta da papa Leone XIV.

Giudichi il lettore se il caso Aitala ha ricevuto un’accoglienza mediatica paragonabile a quella di Almasri. Eppure, si tratta in entrambe le situazioni di torti fatti a togati della medesima corte. Quello russo, semmai, più gravido di minacce.

I casi di doppio standard non sono una novità. In Italia il livello di indignazione per le malefatte di Putin è al minimo. Stesso discorso vale per Trump da quando il Presidente statunitense si è totalmente allineato all’autocrate russo. Persino quegli intellettuali, che furono per decenni campioni di sfrenato antiamericanismo, adesso cercano bersagli altrove. Trump può oltraggiare quotidianamente Zelensky (strano modo, sia detto per inciso, di condurre una trattativa di pace) ma qui da noi la mobilitazione di scrittori e artisti vari è distratta da altri impegni. È considerata una miglior causa la battaglia contro la presenza della casa editrice «Passaggio al bosco» in una fiera libraria. 

Né i morti civili provocati dai bombardamenti russi sull’Ucraina provocano — eccezion fatta per la Chiesa di papa Leone e per il capo dello Stato — alcuna manifestazione di indignazione. Né di pietà. Cosa che non ci stupisce da parte di coloro che si presentano come asettici osservatori geopolitici (anche se è bizzarro che da quasi quattro anni le loro «analisi» coincidano, alla lettera, con quelle di Dmitry Peskov e Marija Zacharova). Una qualche dose di cinismo fa parte del loro mestiere. Colpisce invece non vedere neanche una lacrima negli occhi di quelli che si autodefiniscono pacifisti e cristiani. Ci sembra strano che nel tragitto tra Perugia e Assisi non ci sia qualcuno che, in aggiunta alle tradizionali invocazioni alla pace, dedichi una sosta di meditazione per le vittime innocenti provocate dalle bombe di Putin. Che, da quando ventisei anni fa si è preso tutti i poteri, sono davvero tante. Troppe

PENSIERO QUOTIDIANO

TROVI LE PUNTATE PRECEDENTI NELLA SEZIONE IL DIARIO DI PADRE LIVIO

53. Maria è una Madre che guida la Chiesa

La Regina della pace nei suoi messaggi, in tutto questo lungo arco di tempo, si propone come la nostra guida e non si stanca di invitaci a seguirla.

Non vuole sostituire i Pastori nel loro compito di pascolare il gregge, ma insegna loro col suo esempio che cosa sia la “sequela Christi”.

Nella sequela di Gesù il cristiano non potrebbe avere una guida più sicura di Maria. Lei è innanzi tutto la Madre che ha preparato il Figlio alla sua missione e poi l’ha seguito, con determinazione e coraggio, portando la croce, la più pesante dopo quella del Redentore.

 Maria ha perseverato fino alla fine, seguendo il Figlio fino alla cima del Calvario. La sua fede incrollabile è stata l’unica luce che è rimasta accesa nelle tenebre, intorno alla quale la piccola comunità dei discepoli si è raccolta.

Quando l’oscurità avvolge il mondo e la falsa luce acceca gli occhi, è difficile anche per i migliori andare avanti nella giusta direzione. Se non si cammina accanto alla Madre, lasciandoci dolcemente orientare dal suo sguardo luminoso, rischiamo di perderci nel buio impenetrabile delle notti infernali.

La Madonna è la guida più sicura nella sequela di Gesù perché è tutta orientata a Lui. Fin dal momento dell’annunciazione, quando il Verbo si è fatto carne nel suo grembo, gli occhi della Madre sono costantemente rivolti verso il Figlio.

Ogni battito del suo cuore è un sussulto di amore per Lui. L’intera sua vita è al servizio della missione del Figlio. Anche ora in cielo, nella gloria della Santissima Trinità, continua ad essere l’Ancella del Signore, cooperando con Gesù nell’opera della salvezza del mondo.

Per quanto la Madonna sia madre più di qualsiasi altra, tuttavia si distingue per il fatto che non trattiene mai i suoi figli per sé. Lei sa che di averli ricevuti in consegna dal Figlio morente sulla croce.

Lei conserva nel suo cuore quelle parole che mai passeranno: “Donna ecco tuo figlio” (Gv 19, 26). I figli di Maria sono un dono di Gesù. Suo compito materno, fino alla fine dei tempi, è quello di condurli a Lui.

“Ad Jesum per Mariam”, a Gesù per mezzo di Maria, è l’insegnamento costante della Chiesa. Il piano della divina Sapienza incanta per la sua mirabile semplicità.

Il Padre ci ha donato il Figlio per mezzo di Maria e il Figlio a sua volta vuole che sia Maria a condurci a Lui.

Nella pericolosa traversata attraverso l’oceano della vita, solo coloro che guardano alla stella che brilla nell’oscurità sono sicuri di arrivare sani e salvi al golfo di luce dell’eternità.

Leone XIV, Maria, aiutaci a non macchiare con il nostro peccato e la nostra miseria la santità della Chiesa

Papa Leone XIV prega la Madonna di Guadalupe, nel giorno della sua festa, nella omelia della Messa celebrata in san Pietro

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano, venerdì 12 dicembre 2025, 16:34 (ACI Stampa).

Una lunga preghiera a Maria Madre dell’umanità. Papa Leone XIV prega la Madonna di Guadalupe nel giorno della sua festa nella omelia della messa celebrata in san Pietro.

La gioia che Maria riceve all’annuncio dell’ Angelo diventa la dinamica di chi lascia che la Parola di Dio entri nella sua vita e la trasformi. E così anche davanti alle domande di Juan Diego “in mezzo a conflitti senza fine, ingiustizie e sofferenze in cerca di sollievo, la Madonna di Guadalupe proclama il nucleo del suo messaggio: “Non sono forse qui io, che sono tua madre?” .

È la voce che risuona con la promessa della fedeltà divina, la presenza che sostiene quando la vita diventa insopportabile”. E così “Per tutta la sua vita, Maria porta questa gioia là dove la gioia umana è insufficiente” e risponde ai suoi figli.

“E come tuo figlio, ti chiedo: Madre, insegna alle nazioni che desiderano essere tuoi figli a non dividere il mondo in fazioni inconciliabili” e “istruisci i loro leader nel loro dovere di salvaguardare la dignità di ogni persona in ogni fase della vita” 

E poi il Papa chiede di sostenere i giovani “mostra loro che tuo Figlio cammina al loro fianco” e cerca “coloro che si sono allontanati dalla santa Chiesa” e “rafforza le famiglie: affinché, seguendo il tuo esempio, i genitori educhino i figli con tenerezza e fermezza, affinché ogni casa sia una scuola di fede” e “sostieni il clero e la vita consacrata nella loro fedeltà quotidiana e rinnova il loro primo amore”.

E per tutti il Papa chiede di imparare a custodire “il Vangelo nel cuore. Aiutaci a comprendere che, pur essendo destinatari, non siamo padroni di questo messaggio, ma, come San Juan Diego, ne siamo semplici servitori”, e “aiutaci a non macchiare con il nostro peccato e la nostra miseria la santità della Chiesa che, come te, è madre”.

 Infine il Papa chiede: “vieni in aiuto del Successore di Pietro, affinché confermi nell’unica via che conduce al Frutto benedetto del tuo grembo, tutti coloro che mi sono stati affidati. Ricordati di questo tuo figlio, «al quale Cristo ha affidato le chiavi del Regno dei cieli per il bene di tutti», affinché queste chiavi servano «a legare e sciogliere e a redimere ogni miseria umana» “.

La messa si è celebrata con i canti mariani dedicati alla Madonna di Guadalupe e in spagnolo.

Il Papa Oggi a Roma

A Città del Messico oggi

Sorpresa: la base trumpiana ama la Nato, non Putin

diFederico Rampini| 11 dicembre 2025- Corriere  della Sera 11 Dicembre 2025

L’opinione pubblica è più vicina alle idee del presidente Reagan che a quelle spesso espresse da Trump

Gli elettori repubblicani amano la Nato, non Putin. La nuova dottrina di politica estera enunciata nel controverso documento sulla National Security Strategy (NSS, la Strategia di Sicurezza Nazionale) non riflette le opinioni più diffuse nella base trumpiana. 

È una dottrina che riprende tutte le tesi già esposte dal vicepresidente JD Vance a febbraio alla conferenza strategica di Monaco, ma rimane minoritaria fra gli elettori americani. Questo induce alcuni osservatori a una previsione: l’attuale crisi nei rapporti transatlantici non durerà in eterno, ha una data di scadenza che coincide con la fine di questa Amministrazione nel 2028, o addirittura (per i più ottimisti) a fine 2026 se Trump incassa una sconfitta alle elezioni di metà legislatura.

Vi riferisco una posizione che è ovviamente di parte, e tuttavia autorevole: viene dalla destra non trumpiana, dai repubblicani che non si sono arresi all’egemonia di questo presidente sul loro partito. Ma è un’analisi suffragata dai fatti, in particolare da un recente sondaggio presentato in una sede emblematica: la biblioteca presidenziale di Ronald Reagan, il più amato di tutti i presidenti repubblicani del Novecento, il padre della rivoluzione neoliberista, nonché il vincitore della guerra fredda contro l’Unione sovietica.


A illustrare i risultati del sondaggio è Karl Rove, che fu lo stratega delle due vittorie elettorali di George W. Bush nel 2000 e nel 2004, in un articolo pubblicato oggi sul Wall Street Journal. Ne riporto qui alcuni estratti, i numeri che cita meritano attenzione.

«La nuova Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata dalla Casa Bianca riapre la domanda se gli americani stiano diventando isolazionisti. Un recente sondaggio suggerisce il contrario. Dal 2013, ogni anno i massimi comandanti militari del Paese, funzionari statunitensi, leader dell’industria della difesa e alcune delle migliori menti in materia di politica estera e sicurezza nazionale si riuniscono alla Ronald Reagan Presidential Library, in California. 

Lì esaminano la postura difensiva degli Stati Uniti e discutono del nostro mondo pericoloso, includendo negli ultimi anni anche un sondaggio condotto dal Ronald Reagan Institute sulle opinioni degli americani in materia di politica estera. Il sondaggio del 2025 ha prodotto risultati sorprendenti.

 Il 64% degli americani ritiene che sia meglio per gli Stati Uniti essere più impegnati e assumere un ruolo di guida. Solo il 33% pensa che il Paese debba essere meno coinvolto e limitarsi a reagire agli eventi. 

Anche la suddivisione partitica è controintuitiva. Il 79% dei repubblicani che si identificano con il movimento MAGA e il 57% dei democratici sostengono un maggiore impegno degli Stati Uniti. Neppure l’Europa e la Nato sono abbandonate dagli americani. Il 68% ha una visione favorevole dell’Alleanza Atlantica, la quota più alta da quando il Reagan Institute ha iniziato i sondaggi nel 2018. 

Ancora di più (76%) sostengono l’uso della forza militare statunitense se un alleato Nato fosse attaccato, in aumento rispetto al 71% di giugno. La maggioranza degli americani – il 59% – si oppone al ritiro dalla Nato. Solo il 34% sostiene l’uscita, e uno su cinque tra i favorevoli al ritiro cambia idea quando gli viene detto che gli alleati europei stanno aumentando la spesa militare. 

Vi è anche un ampio consenso sull’importanza che gli Stati Uniti dispongano delle forze armate più potenti al mondo. L’87% degli intervistati concorda sul fatto che ciò sia cruciale, e il 71% ritiene che il mondo abbia maggiori probabilità di raggiungere la pace quando gli Stati Uniti mantengono la forza militare più robusta a livello globale. 

Il 64% ritiene che le forze armate americane dovrebbero essere sufficientemente grandi da combattere guerre simultanee contro la Cina e un altro avversario — sia la Russia, sia un nemico più piccolo come l’Iran o la Corea del Nord. Gli americani hanno idee chiare anche su chi siano i nostri avversari. Quasi la metà indica la Cina come la minaccia più grave, seguita dalla Russia al 26%. La crescente cooperazione tra Cina, Russia, Iran e Corea del Nord preoccupa l’87% degli intervistati. Con un margine del 62% contro l’11%, gli americani vogliono che l’Ucraina vinca la sua guerra contro la Russia — inclusi il 57% dei repubblicani e il 72% dei democratici. 

Il sostegno alla vendita di armi ai Paesi europei affinché le forniscano a Kiev è ancora più alto, pari al 68% — con i repubblicani al 75% e i democratici al 67%. Solo il 28% degli intervistati si fiderebbe che la Russia rispetti un eventuale accordo di pace, mentre il 70% non si fiderebbe. 

A causa delle preoccupazioni riguardo alla Cina, cresce anche il sostegno verso Taiwan. Il 77% degli elettori — compresi l’81% dei repubblicani e il 78% dei democratici — afferma che l’isola è importante per gli Stati Uniti… 

Alcuni populisti, apologeti di Putin e neo-isolazionisti spingono affinché l’America si ritiri dal mondo, ignorando semplicemente le conseguenze che deriverebbero dall’avanzata dei nostri avversari su scala globale. È chiaro che non è questa la direzione voluta dagli americani. L’opinione pubblica è più vicina alle idee del presidente Reagan che a quelle spesso espresse dal presidente Trump — o almeno dai suoi consiglieri più isolazionisti.

Trump farebbe bene a imparare dal suo predecessore, uno dei più grandi presidenti repubblicani della storia, i cui principi di politica estera sono condivisi dalla maggioranza della base del Partito Repubblicano. Perfino i repubblicani MAGA, a ben vedere, sono piuttosto reaganiani».

Fin qui le parole di Karl Rove. Aggiungo una notazione di contorno. La visione «reaganiana» è ben presente non solo nella base, ma anche in alcuni esponenti al vertice dell’Amministrazione: il più importante è nientemeno che il segretario di Stato Marco Rubio. Il silenzio di Rubio sul documento strategico NSS è evidente. Quel documento non lo ha ispirato lui ed è molto distante dalle sue opinioni, per esempio su Putin e su Xi Jinping. 

È ragionevole affermare che la pensano come Rubio molti capi delle forze armate, dell’intelligence, della diplomazia americana. A prescindere se siano repubblicani, democratici, indipendenti, molti di loro si sono formati durante la guerra fredda o comunque ne hanno assorbito bene tutte le lezioni, e non sono pronti ad abbassare la guardia verso Russia e Cina.

Il documento NSS assomiglia al tentativo di imprimere una brusca sterzata a una portaerei: la politica estera e militare della superpotenza Usa è proprio come una grande nave, ha una forza inerziale che non si presta a cambi di rotta troppo repentini.

Una utile integrazione al sondaggio esposto da Rove la dà un altro esponente della famiglia repubblicana anti-trumpiana, quel Robert Zoellick che ebbe diversi incarichi di rilievo nell’Amministrazione Bush, fino alla presidenza della Banca Mondiale. Ecco la sua analisi sul documento NSS:

«La Strategia di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca per il 2025 è rivelatrice — soprattutto per quanto riguarda la visione del mondo del vicepresidente JD Vance. In termini pratici, il documento non limiterà l’ambizione di Donald Trump di diventare il «presidente della pace» attraverso accordi. 

Ma gli autori di questo documento — probabilmente guidati da Andy Baker, vice consigliere per la sicurezza nazionale ed ex collaboratore di Vance — hanno spiegato come intenderebbero creare un nuovo quadro strategico dopo la distruzione del vecchio ordine da parte di Trump. 

La strategia forgia uno strano miscuglio geopolitico-culturale fatto di equilibri regionali di potere e di appelli a un rinnovamento spirituale, familiare e di civiltà. Prefigura una competizione tra Stati-nazione con sfere d’influenza ed economie nazionalizzate — elementi che rendono il documento simile alla retorica precedente alla Prima guerra mondiale. 

La strategia regionale prende avvio dall’emisfero occidentale, invocando un «Corollario Trump» alla Dottrina Monroe, imitando la revisione di quella dottrina da parte di Theodore Roosevelt. La politica estera è collegata direttamente agli interessi interni del Paese, questi impongono di fermare la migrazione «destabilizzante» e di usare i militari contro i narcotrafficanti. Invece di fare affidamento sul potere di attrazione dell’economia statunitense e della democrazia, l’amministrazione imporrà costi economici per costringere i Paesi latinoamericani a collaborare. 

Non c’è alcun accenno ai piani dell’amministrazione per il Venezuela, se non per indicare che la strategia fissa una «soglia elevata» per qualsiasi intervento ed esprime un generico desiderio di evitare guerre. La politica europea rappresenta il cambiamento più radicale.

 L’Amministrazione sostiene che l’Europa affronta stagnazione economica e una «cancellazione della propria civiltà». Aborrisce la sovranità condivisa dell’Unione Europea. 

La fede di Vance nel populismo nazionale lo porta a criticare le risposte delle democrazie europee alle paure storiche circa l’estremismo politico e l’influenza russa.

 Il linguaggio riecheggia in modo inquietante le critiche di Vladimir Putin all’Europa. La strategia tratta Europa e Russia come equivalenti dal punto di vista politico. Il ruolo degli Stati Uniti sarà quello di mediare un ripristino della sicurezza stabile in Europa. 

L’Ucraina è vista come un fattore irritante che ostacola un accordo, senza alcun riconoscimento del fatto che la sottomissione dell’Ucraina da parte di Putin aumenterebbe i pericoli invece di garantire sicurezza. Sebbene alcuni alla Casa Bianca abbiano proclamato la sicurezza nell’Indo-Pacifico come priorità, la strategia per la regione appare poco ispirata, tranne che per il protezionismo economico. 

Il documento enfatizza la libertà di navigazione, in particolare per le catene di approvvigionamento. Il piano prevede di dissuadere la Cina pur riconoscendo i futuri «campi di battaglia economici». Taiwan resta in una situazione di attesa. Gli alleati americani dovranno ampliare i loro ruoli militari seguendo la linea di Washington su politica industriale e sicurezza economica. 

La strategia lascia spazio a una coesistenza economica con la Cina — commercio nei settori non sensibili — se i rapporti economici potranno essere riequilibrati. In Medio Oriente, gli autori sono ansiosi che Washington prosegua con il suo ritiro a lungo rinviato, anche se il presidente è impegnato nella regione mentre è alla ricerca frenetica di accordi di pace. 

La strategia si affida alle monarchie del Golfo affinché mantengano la sicurezza in qualche forma di associazione con Israele. La psicologia populista del vicepresidente sostiene queste strategie regionali. Egli fa appello ai risentimenti circa gli eccessi del passato, i fardelli ingiusti, gli stranieri inaffidabili, l’agenda woke, le élite — e soprattutto la migrazione. 

Il documento aggiunge una ideologia di protezione delle culture nazionali contro le influenze straniere e la migrazione. La «grandezza» americana di Trump dovrebbe essere una forma di soft power capace di guidare una rinascita culturale tra popoli diversi in tutto il mondo. 

La strategia si affida alla politica industriale, ai dazi e alla direzione della Casa Bianca per ottenere sicurezza economica… 

Nella migliore delle ipotesi, la nuova strategia imita il tentativo di Theodore Roosevelt di sfruttare l’influenza crescente dell’America per mediare equilibri di potere nell’Asia orientale e in Europa, mantenendo al contempo il dominio nel Nord America e nei Caraibi. 

Ma il nuovo documento ignora le lezioni del secolo successivo. Le guerre in Europa e nel Pacifico hanno minacciato direttamente gli Stati Uniti. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’America ha dovuto costruire alleanze per contrastare le minacce — compreso l’impero sovietico — e preservare la sicurezza nelle estremità occidentali e orientali dell’Eurasia…»

«Ecco l’offerta degli Usa alla Russia»: i punti del piano sull’Ucraina presentato al Cremlino, che Putin considera «timido» (e che per gli Usa sarebbe uno strappo storico)

di Federico Fubini – Corriere della Sera – 10 Dicembre 2025

Witkoff e Kushner hanno proposto a Putin il riconoscimento della sovranità russa su Crimea e Zaporizhzhia e la cessione da parte ucraina anche delle porzioni di Donetsk non ancora conquistate dai russi. Ma per Mosca non è ancora abbastanza

Steve Witkoff, al centro, e Jared Kushner, a destra, inviati di Trump al Cremlino il 2 dicembre scorso

Cessione da parte ucraina della porzione del Donetsk che la Russia non occupa già e riconoscimento americano, ufficiale, della sovranità russa sulla Crimea e la porzione della regione di Zaporizhzhia invasa dalla Russia (inclusa la centrale nucleare). 

Sarebbe questa l’offerta che Steven Witkoff e Jared Kushner avrebbero portato a Vladimir Putin all’incontro al Cremlino del 2 dicembre scorso, in veste di emissari di Donald Trump. Lo riferiscono osservatori con accesso diretto alle discussioni in corso all’interno dell’amministrazione americana. Questa offerta resterebbe una base di lavoro fra Russia e Stati Uniti. 

Non è assolutamente detto che un eventuale accordo, o congelamento del conflitto in Ucraina, possa arrivare su questi presupposti. Yury Ushakov, consigliere di politica estera del presidente russo ed ex ambasciatore di Mosca negli Stati Uniti, è uscito dalla riunione di Putin con gli emissari di Trump il 2 dicembre lasciando capire che non c’era accordo completo fra le due delegazioni. Sintomo, sicuramente, che il Cremlino chiederà ancora più concessioni. 

Nella prospettiva dell’amministrazione Trump, per Kiev cedere alla Russia quanto resta del Donbass (circa cinquemila chilometri quadrati nel Donetsk) in teoria non dovrebbe essere troppo doloroso. Si ritiene che in quella porzione di territorio non restino più di 100 mila abitanti, che dunque per la Casa Bianca dovrebbero essere spendibili da parte del governo di Kiev e consegnati alla Russia in cambio di un congelamento del conflitto.

Quanto ai riconoscimenti ufficiali della sovranità russa sulla Crimea e sulla parte di Zaporizhza già invasa, l’amministrazione americana si sarebbe detta pronta. L’intesa prevederebbe che gli Stati Uniti procederebbero al riconoscimento, mentre le Nazioni Unite, i Paesi dell’Unione europea e altri governi non farebbero altrettanto. Ciò permetterebbe alle imprese americane di investire in sicurezza in quei territori ora controllati dalla Russia.

Per gli Stati Uniti, si tratterebbe di una svolta storica. Sarebbe la prima volta dal 1945 che un’amministrazione americana riconosce come legittimo il controllo di un territorio che un Paese terzo ha ottenuto invadendo, bombardando indiscriminatamente la popolazione civile e persino attraverso i rapimenti di bambini della popolazione aggredita.

Sarebbe un atto di ripudio dei presupposti e dei principi sui quali l’Onu è stata formata proprio su spinta americana ottanta anni fa. Per esempio, sulla base dei principi della Carta dell’Onu, gli Stati Uniti e tutti i Paesi di Europa occidentale si rifiutarono sempre di riconoscere la sovranità sovietica sui Paesi baltici, dopo l’avanzata dell’esercito di Mosca alla fine della seconda guerra mondiale. Questa posizione ha facilitò poi il percorso di Estonia, Lituania e Lettonia verso l’indipendenza, l’autodeterminazione, la democrazia, l’ingresso nella Nato e nell’Unione europea.

Ora la Crimea e la regione di Zaporizhza dovrebbero avere la sorte opposta, secondo il piano americano.

È significativo tuttavia che Putin non l’abbia accettato in pieno. Dato che questa offerta molto audace sembra rappresentare solo l’apertura di un negoziato di merito, la Russia ha subito chiesto di più: fra gli altri punti, senz’altro una riduzione dell’esercito ucraino e una stretta limitazione di qualunque garanzia di sicurezza a favore dell’Ucraina. 

Ciò renderebbe una nuova aggressione più facile e probabile in futuro, dato che Putin non ha mai nascosto l’obiettivo di sottomettere l’intero Paese invaso. 

L’Immacolata vincitrice di tutte le eresie

10 Dicembre 2025 ore 09:43

di Roberto de Mattei

Chiesa cattolica | CR 1928

Parlare della Madonna non è mai ripetitivo. La speculazione intellettuale sulla sua grandezza è inesauribile per l’intelletto umano, perché Ella, pur essendo una creatura, è un perfetto riflesso della immensa grandezza di Dio. 

La verità dell’Immacolata Concezione fu proclamata come dogma infallibile della Chiesa dal beato Pio IX, l’8 dicembre 1854 con la bolla Ineffabilis Deus, con la quale il Papa definisce che la Vergine Maria fu preservata dal peccato originale fin da primo istante del suo concepimento. Il fondamento di questo privilegio mariano sta nell’assoluta opposizione, nella infinita inconciliabilità, tra Dio e il peccato.

All’uomo concepito nel peccato si contrappone Maria concepita senza ombra di peccato, purissima e senza macchia. E poiché il peccato è un disordine dell’intelligenza e della volontà, a Maria, in quanto Immacolata, è riservato di vincere ogni male, errore ed eresia che nasce e si sviluppa nel mondo come conseguenza del peccato. 

Nel momento in cui Maria fu concepita da san Gioacchino e sant’Anna, regnava l’imperatore romano Augusto e la Palestina era sotto il dominio del Re Erode il Grande, ma l’umanità era immersa nel peccato, a cominciare dal popolo ebraico. La nascita di Maria illuminò la storia e costituì la premessa della nascita della Civiltà cristiana. Per mezzo di Maria, infatti, venne al mondo, il Redentore dell’umanità e dal Suo sangue versato sul Calvario nacque, sulle rovine dell’Impero Romano, la Santa Chiesa Romana, madre della grande Civiltà cristiana medioevale. 

Quando, nel 1845, salì sul trono pontificio Pio IX, giungeva al suo acme una Rivoluzione plurisecolare, che aveva come fine la distruzione dell’ordine sociale cristiano. Uno dei suoi fondamenti ideologici era la negazione del peccato originale.  Il sistema naturalistico e razionalistico liberale e socialista riteneva infatti che la grandezza e il progresso dell’uomo fossero il fine supremo della storia e che l’uomo moderno dovesse diventare autosufficiente e “maggiorenne”, liberandosi dalla tutela finora ricevuta dalla Chiesa. 

Il grande pensatore spagnolo Juan Donoso Cortès, consultato, come tante altre personalità, da Pio IX, sull’opportunità di definire il dogma del peccato originale, gli aveva risposto in questi termini:

«La negazione del peccato originale è uno dei dogmi fondamentali della Rivoluzione. Supporre che l’uomo non sia caduto nel peccato originale significa negare, e si nega, che l’uomo sia stato redento. Supporre che l’uomo non sia stato redento significa negare, e si nega, il mistero della Redenzione e della Incarnazione, il dogma della personalità esteriore del Verbo e il Verbo stesso.

Supporre l’integrità naturale della volontà umana, da una parte, e non riconoscere, dall’altra, l’esistenza di altro male e di altro peccato che il male ed il peccato filosofico, significa negare, e si nega, l’azione santificante di Dio sull’uomo e con essa il dogma della personalità dello Spirito Santo

. Da tutte queste negazioni deriva la negazione del dogma sovrano della Santissima Trinità, pietra angolare della nostra fede e fondamento di tutti i dogmi cattolici» (Lettera al cardinal Fornari, 19 giugno 1852).

Cinquant’anni dopo, commemorando il «giorno d’incomparabile letizia» in cui Pio IX aveva promulgato la Ineffabilis Deus, il Papa san Pio X, nella sua magnifica enciclica Ad diem illum laetissimum del 2 febbraio 1904proporrà ancora una volta il dogma dell’Immacolata Concezione come straordinario antidoto alla «colluvie di errori» dei «nemici della fede», affermando:

«Negano essi che l’uomo sia incorso nella colpa, e che sia perciò caduto dal primitivo suo grado di nobiltà. Relegano perciò tra le favole il peccato di origine, ed i danni che ne provennero: la corruzione cioè dell’origine stessa dell’umano genere, la rovina quindi di tutta l’umana progenie, i mali introdotti tra i mortali, e la necessità imposta di un riparatore.

Ciò ammesso ognuno facilmente intende come non vi sia più posto per Cristo, né per la Chiesa, né per la grazia, né per un ordine qualsiasi che superi la natura; in una parola, tutto l’edificio della fede viene minato alla sua base. (…)

Orbene, credano invece i popoli e confessino apertamente che Maria Vergine, fin dal primo istante della sua concezione, fu esente da ogni macchia; con ciò stesso è necessario ammettere anche il peccato originale e la redenzione degli uomini per opera di Cristo, il Vangelo, la Chiesa, e perfino la legge stessa del dolore: con le quali cose, quanto sa di “razionalismo” e di “materialismo” verrà sradicato e distrutto, e rimane alla dottrina cristiana il merito di custodire e difendere la verità. 

Inoltre, tutti gli avversari della fede, soprattutto nella nostra età, per riuscire a svellere più facilmente dagli animi la stessa fede, rigettano e proclamano che si deve rigettare ogni soggezione ed obbedienza all’autorità della Chiesa anzi a qualsiasi autorità anche umana.

Di qui ha origine l’“anarchia”, di cui nulla è più contrario e pestifero all’ordine sia naturale come soprannaturale. Orbene anche questa peste, funestissima ugualmente per la civile e per la cristiana società, trova la sua medicina nel dogma dell’Immacolato Concepimento della Madre di Dio; dal quale siamo costretti a riconoscere nella Chiesa un potere cui bisogna sottomettere, non solo la volontà, ma anche l’intelletto; perché, per questa soggezione appunto dell’intelletto, il popolo cristiano inneggia alla Vergine: “Tutta bella sei, o Maria, e in te non vi è macchia originale”. 

E ancora sarà dimostrato che a ragione la Chiesa rende merito alla santa Vergine per aver distrutto, Ella sola, tutte le eresie nel mondo intero» (Enciclica Ad diem illum laetissimum, del 2 febbraio 1904).

La Madonna dunque, quale si staglia sullo sfondo grandioso della Ineffabilis Deus, è la «vincitrice gloriosa delle eresie» di cui parlano tutti i Pontefici e, nella contrapposizione tra la Vergine «tutta bella e Immacolata» e il «crudelissimo serpente» è ricondotto ai primi e fondamentali agenti l’antagonismo radicale tra la Chiesa e quella Rivoluzione dei tempi moderni che ha i suoi germi più attivi e profondi proprio nel disordine delle passioni e dell’intelletto, padre di ogni errore ed eresia e frutto del peccato dell’uomo decaduto. 

Su questo sfondo si situa la lotta tra la Chiesa e la Rivoluzione, che oggi divampa più violenta che mai e che si potrebbe chiamare lotta mortale, se uno dei contendenti non fosse immortale.

Papa Leone XIV a Piazza di Spagna, la preghiera dinanzi alla statua dell’Immacolata

Il Papa prima di lasciare Piazza di Spagna si è fermato a salutare i tanti malati accorsi per l’omaggio all’Immacolata. 

Di Marco Mancini

Roma, lunedì 8 dicembre 2025, 16:30 (ACI Stampa).

Come da tradizione ogni 8 dicembre, anche Papa Leone XIV – per la prima volta durante il suo pontificato – non ha voluto mancare all’appuntamento in Piazza di Spagna per l’atto di venerazione alla statua dell’Immacolata.

Il Papa, arrivato a bordo della papamobile scoperta, è stato accolto dal Cardinale Baldassare Reina, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, e dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Prima del suo arrivo in Piazza di Spagna il Pontefice ha sostato brevemente davanti alla Chiesa della Santissima Trinità, dove  ha ricevuto  l’omaggio dell’Associazione Commercianti Via Condotti.

Dinanzi alla statua il Papa ha recitato una preghiera rivolta alla Vergine:

Ave, o Maria!

Rallegrati, piena di grazia,

di quella grazia che, come luce gentile, rende radiosi

coloro su cui riverbera la presenza di Dio.

Il Mistero ti ha avvolta dal principio,

dal grembo di tua madre ha iniziato a fare in te grandi cose,

che presto richiesero il tuo consenso,

quel “Sì” che ha ispirato molti altri “sì”.

Immacolata, Madre di un popolo fedele,

la tua trasparenza illumina Roma di luce eterna,

il tuo cammino profuma le sue strade più dei fiori che oggi ti offriamo.

Molti pellegrini dal mondo intero, o Immacolata,

hanno percorso le strade di questa città

nel corso della storia e in questo anno giubilare.

Un’umanità provata, talvolta schiacciata,

umile come la terra da cui Dio l’ha plasmata

e in cui non cessa di soffiare il suo Spirito di vita.

Guarda, o Maria, a tanti figli e figlie in cui non si è spenta la speranza:

germogli in loro ciò che il tuo Figlio ha seminato.

Lui, Parola viva che in ciascuno domanda di crescere ancora,

di prendere carne, volto e voce.

Fiorisca la speranza giubilare a Roma e in ogni angolo della terra,

speranza nel mondo nuovo che Dio prepara

e di cui tu, o Vergine, sei come la gemma e l’aurora.

Dopo le porte sante, si aprano ora altre porte

di case e oasi di pace in cui rifiorisca la dignità,

si educhi alla non violenza, si impari l’arte della riconciliazione.

Venga il regno di Dio,

novità che tanto sperasti e a cui apristi integralmente te stessa,

da bambina, da giovane donna e da madre della Chiesa nascente.

Ispira nuove intuizioni alla Chiesa che in Roma cammina

e alle Chiese particolari che in ogni contesto raccolgono

le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce

dei nostri contemporanei, dei poveri soprattutto,

e di tutti coloro che soffrono.

Il battesimo generi ancora uomini e donne santi e immacolati,

chiamati a diventare membra vive del Corpo di Cristo,

un Corpo che agisce, consola, riconcilia e trasforma

la città terrena in cui si prepara la Città di Dio.

Intercedi per noi, alle prese con cambiamenti

che sembrano trovarci impreparati e impotenti.

Ispira sogni, visioni e coraggio,

tu che sai più di chiunque altro che nulla è impossibile a Dio,

e insieme che Dio non fa nulla da solo.

Mettici in strada, con la fretta che un giorno mosse i tuoi passi

verso la cugina Elisabetta

e la trepidazione con cui ti facesti esule e pellegrina,

per essere benedetta, sì, ma fra tutte le donne,

prima discepola del tuo Figlio,

madre del Dio con noi.

Aiutaci ad essere sempre Chiesa con e tra la gente,

lievito nella pasta di un’umanità che invoca giustizia e speranza.

Immacolata, donna di infinita bellezza,

abbi cura di questa città, di questa umanità.

Indicale Gesù, portala a Gesù, presentala a Gesù.

Dopo aver letto la preghiera Papa Leone XIV ha impartito la Benedizione Apostolica e prima di lasciare Piazza di Spagna si è fermato a salutare i tanti malati accorsi per l’omaggio all’Immacolata.

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