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INTERVISTA ESCLUSIVA

“Qui si fa l’Ucraina o si muore”, ci dice Kyrylo Budanov, il direttore dell’intelligence ucraina

Paola Peduzzi e Kristina Berdynskykh – 25 ottobre 2025 – IL FOGLIO

Nel suo ufficio buio a Kyiv, Budanov ci dice che la strategia russa di “blackout totale” e di droni nei cieli europei ha l’obiettivo di spezzare l’unità per l’Ucraina e degli ucraini

L’ufficio di Kyrylo Budanov, il direttore dell’intelligence ucraina, è buio: luce spenta, tapparelle giù, l’unica illuminazione – fioca – viene da uno schermo acceso sul muro di fronte alla sua scrivania ricoperta di libri e fascicoli. Nonostante i russi abbiano tentato di ucciderlo molte volte, Budanov continua a lavorare qui, nella sede dei servizi segreti, sulla penisola che si trova nel mezzo di Kyiv e nel mezzo del Dnipro, il fiume che attraversa la capitale ucraina: l’unico tributo alla segretezza è l’oscurità in cui si immerge questo tenente generale di 39 anni che lavora nell’intelligence dal 2007, è stato ferito tre volte in combattimento dopo il 2014 e, di tanto in tanto, partecipa personalmente alle operazioni militari. Budanov non ama i convenevoli né i fronzoli, ha fama di essere laconico e distaccato, i suoi collaboratori ci dicono: domande brevi e precise, lui va sempre dritto al punto. Cominciamo subito dalla strategia di Vladimir Putin per l’inverno, il quarto dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina: nella notte prima del nostro incontro, la sirena che segnala i missili e i droni russi in arrivo è suonata tre volte a Kyiv, le esplosioni si sono sentite anche nel centro della città, è stata attaccata una centrale elettrica che ha lasciato parti della capitale senza luce per tutto il giorno successivo, e in un villaggio della regione è stata colpita la casa in cui abitava una mamma di 38 anni: è rimasta uccisa assieme a sua figlia di sei mesi e a sua nipote di 12 anni. Poco prima del nostro incontro, a Kharkiv i russi hanno colpito in pieno giorno un asilo in cui c’erano 48 bambini: le maestre sono riuscite a portare di corsa i bambini nel rifugio e li hanno salvati. “Non è un segreto che i russi vogliono causare un blackout totale in Ucraina – dice Budanov – Per la seguente ragione: secondo la loro idea, questi attacchi hanno un impatto sugli strati socialmente non protetti della popolazione ucraina”.

“Le persone con reddito medio e alto – continua Budanov – hanno ormai a disposizione tutti i tipi di dispositivi utili per sostenere un blackout, gli inverter e le batterie, e alcuni hanno persino dei generatori privati con cui riscaldare e illuminare la propria casa. Anche le strutture militari e governative sono dotate da parecchio tempo di generatori, ma le persone colpite dagli attacchi russi appartengono agli strati socialmente non protetti, che hanno un reddito più basso. La leadership russa vuole ottenere un blackout totale perché crede in questo modo di creare un malcontento sociale dentro al paese”. Questo è il tema dominante della nostra conversazione: Putin vuole distruggere non soltanto l’Ucraina, ma l’intero sostegno all’Ucraina, quello degli ucraini e quello dei suoi alleati. Molte volte Budanov ci dirà che la cosa più importante, la preoccupazione e allo stesso tempo la forza più grande dell’Ucraina, è l’unità: senza, la guerra non si vince. 


“La leadership russa vuole ottenere un blackout totale perché crede in questo modo di creare un malcontento sociale dentro al paese”


Kyiv ha cambiato il modo di fare la guerra, ingegno, innovazione e strategia hanno permesso all’Ucraina di tenere la linea del fronte e di colpire obiettivi militari e strategici nel territorio russo con i deep strikes. Negli ultimi giorni, le forze di difesa ucraine sono riuscite a colpire lo stabilimento chimico di Brjansk, che produce polvere da sparo, esplosivi e componenti per carburante missilistico, e una raffineria di petrolio in Daghestan. Budanov ci dice che “gli attacchi in profondità si concentrano in due direzioni: la prima è paralizzare significativamente la produzione di petrolio russo e la raffinazione, che sono una delle principali fonti di reddito del bilancio russo. La seconda linea di intervento è, naturalmente, prendere di mira e colpire l’industria della difesa russa e le imprese che producono armi ed equipaggiamento per l’esercito russo”. La differenza tra gli attacchi ucraini e quelli russi è evidente: “Noi non combattiamo in modo mirato contro la società della Federazione russa”. I deep strikes ucraini stanno già dando risultati, lo confermano i dati sulle esportazioni russe di idrocarburi e prodotti petroliferi. “Dal settore delle esportazioni di benzina li abbiamo quasi eliminati”, dice il capo della direzione dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino. Il successo è determinato dal fatto che la difesa antiaerea russa è concentrata lungo il confine, nei territori ucraini occupati e in difesa di Mosca e di San Pietroburgo: “Quando si supera il sistema dislocato lungo il nostro confine, il volo dei nostri droni attraverso la Federazione russa è sempre senza problemi”, dice Budanov. La difesa antiaerea successiva si incontra a protezione di un oggetto specifico: “Ora la Federazione russa sta cercando di aumentarne il numero, ma i volumi sono troppo grandi per proteggere tutto”. Budanov dice di guardare i grafici, i russi stanno cercando di compensare i danni “esportando più greggio e gas liquefatto per bilanciare le entrate del loro bilancio”. Per quanto riguarda gli attacchi all’industria della difesa russa, “ci sono degli effetti, ma sono meno tangibili – dice – Si tratta di effetti più difficili da decifrare, perché stiamo creando problemi al ritmo della produzione militare russa”.
La scorsa settimana, in un incontro pubblico, Budanov ha detto che gli attacchi nel territorio russo funzionano come delle sanzioni alla Russia, ribadendo ciò che ha dichiarato anche il presidente Volodmyr Zelensky: il sottotesto è che le sanzioni occidentali non sono state finora sufficienti e che l’economia russa è ancora solida. “La Federazione russa è un nemico molto potente, indipendentemente da ciò che alcuni dicono e pensano. Ricordo molto bene le opinioni che influenti figure militari russe avevano nel febbraio 2023”, dice Budanov, citandole: “Credevamo di avere un esercito molto potente e un’economia debole – dicevano – Ma abbiamo scoperto che è vero il contrario”. L’economia russa è ancora abbastanza solida da continuare la guerra: “Non mi riferisco soltanto al petrolio, parlo dell’intero settore delle risorse energetiche. Ora tutti discutono di ridurre la dipendenza dal gas russo, ma allo stesso tempo i volumi di esportazione di gas liquefatto russo stanno crescendo al punto da compensare la riduzione nel consumo del gas”. Sono proprio i proventi dell’industria energetica a permettere alla Russia di continuare la guerra, “conta anche l’aiuto di altri paesi, alleati, certamente, ma senza i proventi dall’energia, la Russia non sarebbe stata in grado di continuare a combattere questa guerra. Quindi parlando solo in termini di ipotesi, se ci fosse stato un vero embargo imposto sugli idrocarburi russi e sui prodotti derivati dagli idrocarburi, il quadro generale sarebbe completamente diverso”. In questi giorni sono stati fatti passi avanti da parte degli alleati dell’Ucraina: il 22 ottobre il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato l’introduzione di sanzioni contro i colossi petroliferi russi Rosneft e Lukoil, e le loro società controllate, e il giorno successivo l’Unione europea ha approvato il diciannovesimo pacchetto di sanzioni, che include anche un “blocco energetico”. Prima di passare all’unità del sostegno degli alleati, poniamo a Budanov una domanda specifica, come piace a lui: l’intelligence americana aiuta le forze ucraine nei deep strikes? Eccolo, il Budanov laconico: “Siamo tutti parte di questo processo”, risponde. 

Durante l’estate alcune fonti del Foglio dicevano che il cessate il fuoco fosse vicino: non si trattava di una speranza, gli ucraini hanno imparato a non costruire la loro strategia sulla speranza ma sulle informazioni, i calcoli, il realismo. Ma il cessate il fuoco non c’è stato. Budanov conferma che ci sono delle possibilità, ma spiega che si devono incastrare molti fattori – in Ucraina, in Russia, nei paesi alleati – e tutti insieme: soltanto la combinazione esatta di questi elementi in un momento pianificato darà dei risultati, altrimenti “la guerra continuerà”. Come tutti i leader ucraini, Budanov non critica Donald Trump nemmeno quando questi continua ad alimentare l’illusione di un negoziato possibile con Vladimir Putin: questa compostezza, ancora una volta, fa parte di un approccio che non si fonda sulle speranze né sulle lamentele, ma sul realismo. “Che ci piaccia o no, per gli Stati Uniti la Russia e la Cina sono delle potenze mondiali. La Russia non è nulla dal punto di vista economico, ma ha la potenza militare; la Cina è entrambe le cose, una potenza economica e militare. E l’America non vuole peggiorare la propria posizione in nessun senso, si preoccupa principalmente del proprio interesse, America first, e noi dobbiamo tenere conto di questa priorità. Se mi state chiedendo: ci piace?, la risposta è ovvia. Ma per loro è America first e noi non possiamo non farci i conti. Però non dobbiamo nemmeno dimenticare un’altra cosa: senza il sostegno degli Stati Uniti, chissà cosa sarebbe già accaduto qui da noi”. Nel frattempo lo slancio di Trump nei confronti di Putin, dalla telefonata del 16 ottobre alla preparazione del vertice tra i due a Budapest, è già evaporato: “Ogni volta che parlo con Vladimir, abbiamo buone conversazioni, ma non portano da nessuna parte”, ha detto il presidente americano in uno dei suoi (frequentissimi) incontri con i giornalisti alla Casa Bianca. 


L’intelligence americana  collabora agli attacchi in territorio russo? Eccolo, il Budanov laconico: “Siamo tutti parte di questo processo”


La proposta di Trump coincide con quella di molti leader europei: fermare il conflitto lungo la linea del fronte di oggi. Sarebbe un buon risultato per l’Ucraina? Nella penombra non è facile riconoscere come e quanto cambia l’espressione di Budanov, ma mentre parla scende un velo cupo nel suo sguardo: “E’ difficile rispondere a questa domanda perché il suo senso rientra quasi nel campo della filosofia. Per me, perdere un millimetro quadrato della nostra terra è un brutto risultato. Ma se adotti anche altri punti di vista, allora certamente risparmiarci migliaia e migliaia di morti è una cosa buona”. Sappiamo che cosa fanno i russi nei territori occupati, sappiamo delle torture, dell’indottrinamento, del soffocamento di ogni libertà, ed è per questo che per gli ucraini è doloroso, insopportabile, dover condannare altri ucraini a vivere sotto il regime russo. Ma poi ci sono le vite da salvare.

Ci mettiamo a parlare dell’Europa, degli attacchi russi contro i nostri paesi, la cosiddetta “guerra ibrida” che comprende sabotaggi, attacchi cibernetici, droni e aerei militari nei nostri cieli: cosa vuole ottenere Putin? “Questa risposta è facile – dice Budanov, il velo cupo è scomparso – nella scienza militare questa tipologia di attacco si chiama ‘ricognizione attraverso il combattimento’” e gli obiettivi sono due, anzi tre, anche se uno è più psicologico, ed è a uso interno: “Putin sta preparando i russi, vuole distruggere, nella loro testa, l’idea che l’Europa valga qualcosa, che l’Europa sia forte”. I droni nei nostri cieli hanno un obiettivo pratico, che riguarda gli europei: “I russi stanno testando la vostra reazione, la vostra capacità di prendere decisioni, la vostra volontà di usare la forza. Intanto fanno ricognizione, rilevano i vostri sistemi, capiscono come funzionano e dove sono posizionati”. E’ un doppio test insomma, politico e militare. “Ma se prendiamo tutto insieme, i droni, i sabotaggi nelle fabbriche e nelle ferrovie, gli attacchi informatici, vediamo che l’obiettivo dei russi è scatenare un sentimento contro la guerra nei paesi europei e nelle vostre opinioni pubbliche. Per loro il vantaggio è doppio: se voi europei non ne potete più della guerra, si riducono gli aiuti che arrivano a noi, all’Ucraina. E intanto i russi seminano l’idea nei popoli europei che non ci si dovrebbe proprio mettere a combattere contro la Russia. Non sono io che lo dico, è l’opinione russa al riguardo”. E come sta rispondendo l’Europa a questo doppio test, come giudica la reazione? La risposta di Budanov è una risata. Piena, spontanea. Passiamo alla prossima domanda, dice, il freddo agente ucraino scostante e taciturno continua a sorridere. Gli chiediamo allora come l’Ucraina può aiutare gli europei a difendersi, visto che da soli fanno, facciamo ridere: “Teoricamente, possiamo aiutarvi, ma finché la guerra continua, la nostra capacità è piuttosto limitata. Questa domanda riguarda il futuro e riguarda il cambiamento dell’architettura di sicurezza in Europa. Dal punto di vista geografico, la risposta è ovvia: è vantaggioso per tutti rendere l’Ucraina il più forte possibile, in modo che faccia da cuscinetto o da scudo o come volete chiamarlo. Così, l’Europa si salverebbe, altrimenti, avete sentito prima la risata. Al momento stiamo dando un aiuto condividendo la nostra esperienza di difesa”, ma se la Russia dovesse diventare più attiva – e si sta preparando – allora ci vorrebbe tutta un’altra risposta da parte degli europei. 


“Se c’è unità, anche gli ucraini lo sentono e si cementa l’unità nella nostra società. E siamo onesti: in queste condizioni, nessuno può sconfiggerci”


Dovrebbe essere chiaro a questo punto che è nell’interesse degli alleati il rafforzamento della difesa ucraina e secondo Budanov questa è direttamente dipendente dal mantenimento dell’unità, dal sostegno collettivo e duraturo degli alleati dell’Ucraina. “La prima cosa di cui abbiamo bisogno è preservare l’unità del mondo nel sostenerci, e questa è, tra l’altro, la cosa più complicata. Se c’è unità, allora le questioni riguardo al sostegno finanziario, al sostegno materiale come l’equipaggiamento, e forse anche al sostegno militare diretto sono negoziabili e possono essere risolte, semplicemente si trasformeranno nel tempo”, ma se l’unità non c’è, si spezza tutto, perché “l’unità esterna si riflette sull’unità interna qui in Ucraina, nella nostra società. Quindi se il sostegno è potente e unito, anche gli ucraini lo sentono e si cementa l’unità che ancora c’è nella nostra società. E siamo onesti: in queste condizioni, nessuno può sconfiggerci”. 


“I russi stanno testando la vostra capacità di prendere decisioni e di usare la forza. Intanto rilevano i vostri sistemi, capiscono come funzionano e dove sono posizionati”


Finiamo la nostra conversazione parlando dell’Italia, Budanov dice che l’Ucraina continua ad aver bisogno soprattutto dei sistemi di difesa antiaerea Samp/T, “abbiamo a disposizione una quantità bassa, a un livello critico, di questi missili”. Serve tutto, serve tanto, gli italiani dovrebbero capirlo, saperlo, sentirlo. “Vi cito un vostro eroe nazionale – dice Budanov – Giuseppe Garibaldi, che disse: ‘Qui si fa l’Italia o si muore’”, citando le parole che Garibaldi disse a Calatafimi nel 1860, per dare coraggio e forza ai suoi uomini in un momento critico della battaglia contro i borbonici. “Ecco, questo vale anche da noi, ‘qui si fa l’Ucraina o si muore’”, dice Budanov, che è un eroe dell’Ucraina, gli è stata conferita la Stella d’oro nel 2024 da Zelensky per il suo coraggio personale e per il suo eroismo nella difesa dell’Ucraina. 
Il direttore dell’intelligence si alza, ora i quadri, le fotografie, le statuette, i diplomi, i libri e il suo volto diventano visibili: ha acceso la luce. 

Leone XIV al Messico alluvionato: vi sono vicino, prego per famiglie e defunti

Il Pontefice esprime la sua solidarietà alle popolazioni del centro America colpite da violente piogge che hanno portato al disastro umanitario: 65 morti, decine di dispersi, migliaia di abitazioni e di infrastrutture distrutte. Poi l’incoraggiamento a pregare senza stancarsi per la pace nel mondo. Infine, il saluto alle Suore Riparatrici del Sacro Cuore di Gesù, che in questi giorni celebrano 150 anni dalla fondazione

Daniele Piccini – Città del Vaticano

Sono vicino, con affetto, alle popolazioni del Messico orientale colpite nei giorni scorsi dall’alluvione. Prego per le famiglie e per tutti coloro che soffrono a causa di questa calamità e affido al Signore, per intercessione della Vergine Santa, le anime dei defunti.

Leone XIV esprime la sua solidarietà ai messicani che stanno vivendo momenti difficili per le conseguenze di ingenti precipitazioni, dopo la preghiera dell’Angelus recitata dalla finestra del suo studio, nel Palazzo Apostolico. A tutto il Paese americano, che si trova adesso ad affrontare un enorme disastro umanitario: 65 persone morte, decine disperse e ingenti danni alle abitazioni e alle infrastrutture, il Pontefice manifesta la sua prossimità, assicurando la sua preghiera.

26/10/2025

Il Messico in ginocchio

Piogge eccezionalmente abbondanti hanno sferzato per una settimana la Nazione. Veracruz, Querétaro, San Luis Potosí e Hidalgo gli Stati più danneggiati. Interi villaggi sono stati sommersi da fango e detriti, migliaia di messicani sono rimasti senza acqua ed elettricità. L’eccezionale evento meteorologico sarebbe scaturito dalla sovrapposizione di due sistemi tropicali formatisi al largo della costa occidentale del Paese: l’uragano Priscilla e la tempesta tropicale Raymond.

I fedeli in piazza mostrano un’immagine mariana.  

(@VATICAN MEDIA)

Contribuire alla pace pregando

Nelle parole del Papa al termine della preghiera mariana con i fedeli radunati in piazza San Pietro, anche un pensiero per quanti soffrono a causa di conflitti e ostilità. 

Prosegue incessante la nostra preghiera per la pace, particolarmente mediante la recita comunitaria del Santo Rosario. Contemplando i misteri di Cristo insieme con la Vergine Maria, facciamo nostra la sofferenza e la speranza dei bambini, delle madri, dei padri, degli anziani vittime della guerra. E da questa intercessione del cuore nascono tanti gesti di carità evangelica, di vicinanza concreta, di solidarietà.

Il Pontefice, come già in tante occasioni pubbliche, invita a pregare ancora, assiduamente, per la pace nel mondo. E rivolge “a tutti coloro che, ogni giorno, con fiduciosa perseveranza” si impegnano per l’armonia tra i popoli, l’esclamazione usata da Gesù nel Discorso della Montagna. “A voi ripeto – ha detto il Vescovo di Roma – ‘Beati gli operatori di pace!’”.

Il Papa ripreso dal maxi schermo in piazza San Pietro durante l’Angelus.   (@VATICAN MEDIA)

Un importante anniversario

Infine, tra i pellegrini presenti all’Angelus, il Papa saluta con particolare affetto le Suore Riparatrici del Sacro Cuore di Gesù, che proprio in questi giorni celebrano l’anniversario dei 150 anni dalla fondazione. Nata a Napoli, con l’incoraggiamento e l’approvazione dell’allora arcivescovo, cardinale Sisto Riario Sforza, la famiglia religiosa si deve all’iniziativa di Isabella de Rosis, originaria di Cosenza, il 24 ottobre 1875. Nel nome della congregazione risiede tutto il senso della sua missione: riparare, con l’offerta di vita, preghiera, azione e sacrificio, gli oltraggi e le ferite arrecate al Cuore di Gesù.

Leone XIV: con umiltà e coraggio affidiamo i nostri errori alla misericordia di Dio

All’Angelus il Pontefice si sofferma sul Vangelo del giorno, che narra la parabola del fariseo e del pubblicano in preghiera nel Tempio. Il primo esalta i suoi meriti, ma nasconde i suoi veri peccati, il secondo, invece, si presenta con coraggio al Signore per com’è. “Se facciamo anche noi come il pubblicano, il Regno crescerà, in noi e attorno a noi”

Daniele Piccini – Città del Vaticano

Non è ostentando i propri meriti che ci si salva, né nascondendo i propri errori, ma presentandosi onestamente, così come siamo, davanti a Dio, a sé stessi e agli altri, chiedendo perdono e affidandosi alla grazia del Signore.

In questo modo Papa Leone XIV, durante la preghiera dell’Angelus, dalla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano, sintetizza il messaggio contenuto nella parabola del fariseo e del pubblicano che pregano nel Tempio. Gesù la racconta in un brano del Vangelo secondo Luca, letto durante la liturgia di oggi, domenica 26 ottobre.

L’arroganza del fariseo

Il fariseo, spiega il Pontefice, fa “un lungo elenco di meriti”, di tutte le “opere buone che compie”. “Si sente migliore degli altri, che giudica in modo sprezzante. Il suo atteggiamento è chiaramente presuntuoso”. La sua è “un’osservanza della Legge esatta, sì, ma povera d’amore, priva di misericordia”, aggiunge il Papa.

I fedeli in piazza San Pietro per ascoltare la preghiera dell’Angelus del Papa.   (@VATICAN MEDIA)

Il pubblicano “giustificato”

Anche il pubblicano, “esattore al soldo dell’Impero romano”, sta pregando, ma in modo completamente diverso. “Ha tanto da farsi perdonare”, argomenta Leone XIV. Il suo lavoro, infatti, “gli permette di speculare sui proventi” delle imposte, “a scapito dei suoi stessi connazionali”. Eppure, spiega il Vescovo di Roma ripetendo le parole di Gesù, torna a casa “giustificato” dopo aver pregato, ossia “perdonato e rinnovato dall’incontro con Dio”. Questo accade perché “il pubblicano ha il coraggio e l’umiltà di presentarsi davanti a Dio, non si rassegna al male che ha fatto”.

Mostrare le ferite al “medico”

Il Pontefice cita, poi, sant’Agostino che, nel Discorso 351, ha approfondito il significato della parabola paragonando “il fariseo a un malato che, per vergogna e orgoglio, nasconde al medico le sue piaghe”. Il pubblicano invece, “con umiltà e saggezza, mette a nudo davanti al dottore le proprie ferite, per quanto brutte a vedersi, chiedendo aiuto”. “Facciamo così anche noi”, esorta il Papa.

Non abbiamo paura di riconoscere i nostri errori, di metterli a nudo assumendocene la responsabilità e affidandoli alla misericordia di Dio.

In questo modo, il Regno di Dio, “che non appartiene ai superbi, ma agli umili”, potrà “crescere in noi e intorno a noi”, conclude il Pontefice, che infine invita a invocare l’aiuto di Maria, “modello di santità”, che può aiutarci a “crescere in queste virtù”.

I fedeli con gli striscioni delle loro diocesi o associazioni.  

(@VATICAN MEDIA)

Il “miraggio della vittoria” nella lunga campagna di guerra russa in Ucraina

di Stefano Caprio – Asia News – 26 Ottobre 2025

Si avvia alla conclusione la campagna militare 2025 prima del gelo invernale, la più violenta e sistematica. Per gli esperti “il contesto strategico della guerra sta cambiando”, mentre l’economia scivola verso la stagnazione. La tentazione di Trump di concludere con Putin un “affare reciproco”.  Né la Russia, né l’Ucraina sono veramente in grado di modificare il corso e il carattere della guerra. 

L’illusione di una nuova trattativa di pace tra Donald Trump e Vladimir Putin, con scenario ancora più gradito ai russi rispetto all’Alaska come l’Ungheria dell’amico di Mosca Viktor Orban, si è dissolta dopo la mossa di Volodymyr Zelenskyj, che si è detto disponibile a unirsi ai due imperatori, e lo scarso gradimento degli altri Paesi europei. È stato il ministro degli Esteri Sergej Lavrov a chiudere la questione, non vedendo la necessità di sospendere le operazioni militari senza la garanzia della vittoria per la Russia.

E in effetti il miraggio della grande vittoria sembra allontanarsi sempre di più, mentre ci si avvia alla conclusione della campagna militare del 2025 prima del gelo invernale, la più violenta e sistematica dei quattro anni di guerra, senza aver ottenuto risultati concreti. Con piogge continue di missili e droni, ricambiati dagli ucraini con la sistematica distruzione dei siti energetici russi, e numeri sempre più impressionanti di caduti militari e civili innocenti, l’avanzata russa ha guadagnato secondo i calcoli più verosimili non oltre tremila chilometri quadrati, lo 0,4% del territorio ucraino. Per The Economist servono almeno altri cinque anni a questo ritmo per conquistare l’intero territorio delle quattro regioni occupate del Donbass di Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporižja, e se Mosca volesse occupare l’intera Ucraina bisognerà aspettare oltre un secolo, una prospettiva a cui il Cremlino non si sottrarrebbe comunque.

Secondo Nigel Gould-Davies, esperto dell’Istituto internazionale di ricerche strategiche, “il contesto strategico della guerra sta cambiando”. La campagna estiva della Russia è fallita con enormi perdite di forze in campo, superando ormai i 300mila tra morti e feriti gravi in tutto, e la strategia di accordo con gli americani non sta dando alcun risultato, anzi ha provocato ulteriori danni con la recente sanzione sul petrolio russo. I finanziamenti europei all’Ucraina, pur nella lentezza con cui vengono decisi e realizzati, “si stanno trasformando in uno tsunami” per i russi, e crescono i problemi interni per un’economia che scivola sempre più verso la stagnazione. La Cina offre qualche sponda con le consegne di tecnologia per gli armamenti, ma il vero sostegno sarebbe l’acquisto di gas con le nuove infrastrutture da costruire, ciò che non potrà dare un reale sostegno alle risorse finanziarie della Russia prima del 2030.

D’altra parte, gli alleati occidentali degli ucraini non sembrano in grado di insistere a sufficienza su questi fattori critici, per costringere la Russia al cessate il fuoco a condizioni accettabili per Kiev. A Washington non sembra superata la tentazione di concludere con Putin un “affare reciproco” a svantaggio dell’Ucraina, nonostante i tentennamenti dei colloqui tra Trump e Putin, e queste incertezze incoraggiano la Russia nel proseguire la guerra a oltranza, variando i tempi e le modalità delle operazioni militari. L’avanzata russa dipende dal rilievo geografico delle zone, dal livello di urbanizzazione e concentrazione di industrie e strutture produttive, ciascuna delle quali secondo le necessità può trasformarsi in bastione difensivo a lungo termine.

L’esercito russo può muoversi con tempi relativamente rapidi nella direzione settentrionale della regione di Zaporižja, la parte ancora non occupata e controllata dagli ucraini, qualche centinaio di chilometri quadrati poco abitati e con pochi confini naturali per la difesa come fiumi e alture, ma anche poco significativi dal punto di vista strategico. Nella regione di Donetsk, molto più urbanizzata e industriale, l’avanzata dei russi è molto lenta e senza grandi possibilità di mantenere i chilometri già raggiunti, come del resto avviene da queste parti da ben prima del 2022, con gli scontri “ibridi” e variabili iniziati nel 2014.

Negli ultimi mesi gli sforzi principali dei soldati russi si concentrano su due snodi fondamentali dei trasporti per tutto il Donbass, quelli di Kupjansk e Pokrovsk, da cui si apre l’accesso a Liman e la possibilità di avanzare a nord di Zaporižja e a sud-est di Dnepropetrovsk. Secondo gli esperti, questo indica la volontà dello Stato maggiore russo di creare le condizioni per una campagna di primavera-estate dell’anno prossimo verso Zaporižja, con un aggiramento per attaccare quindi la “linea delle fortezze” della regione di Donetsk, dove sono schierati i distaccamenti più robusti delle forze armate ucraine sulla linea Slavjansk-Kramatorsk-Konstaninovka. Senza la conquista di queste roccaforti risulta impossibile l’occupazione definitiva della zona, ma l’operazione richiede colossali spiegamenti di forze e mezzi, con perdite umane certamente molto numerose.

Gli scarsi risultati delle azioni militari dell’anno in corso, soprattutto a fronte delle grandi ambizioni di Mosca, insieme al peggioramento delle condizioni economiche, stanno suscitando ai vertici della Russia un’evidente incertezza, anche se ovviamente non si traduce in pubblici dibattiti se continuare la guerra senza fermarsi o accettare le proposte di Trump, cercando di trasformare il conflitto in “guerra ibrida” permanente. Nell’incontro con i generali dello Stato maggiore dei giorni scorsi, Putin ha ribadito che “dobbiamo garantire di raggiungere senza condizioni tutti gli scopi che stanno davanti all’esercito, nel corso dell’operazione militare speciale”, frase riportata con grande enfasi dalla Tass e da tutti i media statali. Questo presuppone il rifiuto di qualunque accordo, poiché in esso le parti in causa devono comunque rinunciare a qualche obiettivo, ma la Russia potrebbe non essere in grado di portare avanti la guerra molto a lungo.

Non sono soltanto gli economisti all’estero e gli oppositori del regime putiniano ad affermare che l’economia russa è sempre più in crisi, ma la stessa presidente della Banca centrale Elvira Nabiullina ha riconosciuto che le riserve che hanno permesso di resistere nei primi anni di guerra sono ormai esaurite. Il capo del comitato della Duma per il bilancio statale, Andrej Makarov, ha dichiarato esplicitamente che “possono finire i soldi dello Stato”, ciò che porterebbe alla ripetizione di quanto avvenuto alla fine dell’Unione Sovietica. Uno dei fattori che colpisce più direttamente l’economia russa è la sempre più limitata capacità di esportare il petrolio attraverso le rotte marittime.

L’esportazione di petrolio grezzo e derivati costituisce infatti a tutt’oggi il 75% delle entrate sull’export di idrocarburi, e l’80% di essi viene trasportato via mare. Se questa direttiva venisse ridotta della metà, la Russia perderebbe circa 50 miliardi di dollari, o 4 mila miliardi di rubli, e teoricamente l’Ucraina ha la possibilità di raggiungere questo risultato. I trasporti di petrolio si svolgono principalmente attraverso un numero limitato di porti che si affacciano sul mar Baltico e sul mar Nero, in cui il ruolo fondamentale è ristretto a 6-7 terminali, tra cui i principali sono quelli di Primorsk e Ust-Luga sul Baltico, e quello di Šeskharis sulle rive del mar Nero, da ciascuno dei quali passano circa 75 milioni di tonnellate di petrolio all’anno. I porti di carico del petrolio sono strutture molto complesse tecnicamente, e obiettivi sensibili dal punto di vista militare, e per annientarli basterebbe una decina di missili Tomahawk, che finora Kiev non ha ottenuto dagli Usa, ma se saltassero tutte le trattative potrebbero tornare in gioco.

Certamente le forze armate ucraine, al di là delle consegne di armamenti da parte degli occidentali, si trovano in condizioni estremamente critiche, soprattutto per la carenza di personale per la mobilitazione alla guerra difensiva. Secondo le valutazioni ufficiali i soldati ucraini al fronte sono meno di centomila, a fronte di oltre mezzo milione di russi, a cui si aggiungono continuamente nuovi effettivi. Questo finora non ha condotto a una completa catastrofe, considerando che per l’attacco servono molte più forze che per la difesa, e che gran parte dei combattimenti oggi si svolge con l’invio dei droni d’assalto in grado di garantire le cosiddette “zone della morte”, spazi da circa 15 chilometri lungo le linee del fronte che impediscono al nemico di avanzare senza grandi perdite. Tuttavia, la difesa ucraina viene descritta come una “fascia porosa” con gravi lacune e aperture in mezzo alle zone di maggiore controllo, attraverso le quali riescono a penetrare gruppi limitati di assalitori russi.

Queste carenze nel sistema ucraino di difesa dipendono da diversi fattori sociali e politici interni al Paese, considerando i tanti giovani di classe medio-alta che fuggono dal servizio militare, appoggiandosi anche alle fasce più corrotte delle amministrazioni. L’ingiustizia sociale in Ucraina demoralizza la massa dei cittadini di livello inferiore che si assumono tutto il peso della guerra difensiva, e la classe politica non riesce a trovare soluzioni a questi squilibri. Il presidente Zelenskyj e i suoi più stretti collaboratori non vogliono cambiare il personale ai vertici dello Stato maggiore, temendo che l’ascesa di personaggi più efficaci, al posto degli attuali comandanti assai poco popolari ed evidentemente scarsamente competenti, possa generare ambizioni politiche difficili da arginare. La questione del futuro dell’Ucraina, anche oltre gli esiti della guerra, dipende molto da questi fattori.

In definitiva, né la Russia, né l’Ucraina sono veramente in grado di modificare il corso e il carattere della guerra, e per il prossimo anno lo scenario difficilmente presenterà altre soluzioni, oltre ai combattimenti a oltranza. La guerra rimane immutabile dal punto di vista militare, economico e politico, senza più comprendere i veri scopi del conflitto da una parte e dall’altra e lasciando prevalere le astrazioni mistico-ideologiche della “guerra dei mondi” tanto cara allo zar del Cremlino, o le operazioni demagogiche e finanziarie del grande immobiliarista della Casa Bianca.

Ucraina – Russia, le notizie sul conflitto in diretta | Putin, testato nuovo missile a propulsione nucleare «invincibile». Mosca: «Kupyansk circondata»

di Redazione Online – Corriere della Sera – 26 Ottobre 2025

Le notizie di domenica 26 ottobre sul conflitto in Ucraina, in diretta

  • È il 1.341° giorno di guerra in Ucraina
  • Gli Usa hanno introdotto nuove, pesanti sanzioni contro le big russe del petrolio, i colossi Rosneft e Lukoil. Approvato dall’Ue il 19esimo pacchetto di sanzioni con nuove misure energetiche, finanziarie e commerciali. Secondo Reuters, la Cina sospende gli acquisti di petrolio russo e l’India è pronta a ridurre «drasticamente» le quantità importate
  • Trump: «Nessun incontro con Putin se non c’è la certezza di un accordo, non perderò tempo»

Putin: non esiste al mondo missile analogo al Burevestinik

Il missile da crociera a propulsione nucleare Burevestnik «non ha eguali al mondo». Lo ha dichiarato il presidente russo Vladimir Putin, durante una visita al posto di comando del gruppo di forze congiunte, come riferisce la Tass. «Ho un rapporto dell’industria e le valutazioni del Ministero della Difesa sono generalmente note. Dopotutto, si tratta di un prodotto unico, diverso da qualsiasi altro al mondo», ha affermato Putin. «Ricordo vividamente quando annunciammo che stavamo sviluppando un’arma del genere. Persino specialisti altamente qualificati mi dissero che, sì, era un obiettivo valido e meritevole, ma irrealizzabile nel prossimo futuro. Questa era l’opinione di specialisti altamente qualificati, lo ripeto», ha aggiunto.

Putin: «Un missile invincibile»

Putin ha affermato che il 9M730 Burevestnik (Storm Petrel) – soprannominato SSC-X-9 Skyfall dalla NATO – è «invincibile» rispetto alle attuali e future difese missilistiche, con una gittata quasi illimitata e una traiettoria di volo imprevedibile. I test cruciali sul Burevestnik sono ora stati completati e che si dovrebbe iniziare a lavorare alla fase finale prima di schierare i missili. 

La Russia ha testato un nuovo missile da crociera a propulsione nucleare

La Russia ha testato un nuovo missile da crociera a propulsione nucleare con capacità nucleare denominato Burevestnik il 21 ottobre, ha riferito il generale russo al presidente Vladimir Putin in alcune dichiarazioni rese pubbliche domenica. Il missile ha percorso 14.000 km (8.700 miglia) ed è rimasto in volata per circa 15 ore, ha riferito a Putin il generale Valery Gerasimov, capo di stato maggiore delle forze armate russe. 


Non bisogna avere paura di questo ridicolo personaggio. Nel tempo dei dieci Segreti farà la fine del Faraone che credeva di essere invincibile (P. Livio)

LA BATTAGLIA CONTRO IL TERRORISMO RUSSO

I bambini di Kharkiv, i bambini di Melania, i bambini rieducati. La battaglia contro il terrorismo russo

Paola Peduzzi – 24 ottobre 2025 – Il Foglio

“Bring Kids Back” è l’iniziativa voluta dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky: ci sono quasi 20mila minorenni deportati in Russia, ogni settimana ne tornano in media una decina. Basta ascoltare la commissaria russa per i Diritti dei bambini Maria Lvova-Belova per comprendere l’istinto genocidario che guida la Russia in Ucraina

Quando suona la sirena che segnala missili e droni russi in arrivo, i ragazzini ucraini a scuola si fermano: se sono già in classe, vanno nei rifugi, se non sono ancora arrivati, il ritardo è giustificato. Si impara a studiare a singhiozzo, a riprendere la concentrazione in fretta, a riaddormentarsi veloci di notte, ad arrangiarsi se i genitori non arrivano in tempo a scuola o a cena, e i telefoni sono scarichi perché non c’è l’elettricità per caricarli. Due giorni fa a Kharkiv, i russi hanno colpito vicino a un asilo, i primi ad arrivare sono stati i soccorritori che sono usciti dall’edificio mezzo a pezzi con i bambini piccoli in braccio che gridavano di paura per l’attacco ma anche perché erano addosso a sconosciuti, che erano arrivati correndo e li avevano portati fuori correndo, e i genitori sono arrivati molto dopo. 

La vita dei bambini ucraini è questa qui, piena di spaventi e di ritardi e di sonno – e non sai come prendere la piccola Olena che è stata via da Kyiv per un po’ di tempo e non riusciva a dormire di notte: c’era troppo silenzio, dice –  e questa è la vita migliore che si possa avere oggi: l’altra è essere deportati in Russia. Ci sono quasi 20 mila minorenni che sono stati presi dalle loro famiglie o dagli orfanotrofi, dove erano finiti perché i russi li hanno resi orfani, e portati via – bambini da crescere come russi.


Per chi ancora non vuole capire che l’obiettivo di Putin non è misurabile in chilometri quadrati perché lui vuole estirpare l’identità ucraina, basta ascoltare Maria Lvova-Belova, la commissaria russa per i Diritti dei bambini che ha ricevuto un mandato di arresto internazionale, mentre racconta come ha rieducato Filip, il ragazzino ucraino che ha adottato, dopo averlo “incontrato” in uno dei suoi “viaggi umanitari” a Mariupol, la città ucraina bombardata, affamata, soffocata fino alla capitolazione, dove a giudicare dai cimiteri che si vedono nelle immagini satellitari ci sono stati, secondo le ultime agghiaccianti stime, 100 mila morti. Belova chiama “evacuazione umanitaria” quel che è un rapimento, il suo: Filip non voleva andare in Russia, continuava ad ascoltare musica ucraina, a leggere siti ucraini, e Belova lo ha rieducato, liquidando il fatto che un ragazzino ucraino si sentisse ucraino come una “crisi adolescenziale”, confermando così non soltanto le accuse internazionali ma l’istinto genocidario che guida la Russia in Ucraina.

Ogni settimana di queste migliaia di bambini deportati ne tornano in media una decina. “Bring kids back”, l’iniziativa voluta dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, pubblica i numeri dei ritorni con un “+” davanti, un altro bambino ritrovato è un’aggiunta, una festa, una commozione, e un lavoro di recupero. Il “+” più celebre è quello gestito dalla first lady americana, Melania Trump, che si è mobilitata per riportare a casa i bambini ucraini deportati: aveva scritto una lettera che suo marito aveva consegnato personalmente a Vladimir Putin quando si erano incontrati in Alaska ad agosto e aveva aperto un canale diretto con il presidente russo che ha portato al rientro di 8 bambini (quando ha annunciato la notizia, Melania ha smesso di utilizzare il termine “deportati” preferendo un più cedevole “sfollati”, con grande plauso russo). Una goccia nel mare della deportazione, ma gli ucraini hanno festeggiato e ringraziato, pazienza se la prima dama d’America poteva forse ottenere di più, come ripetono sempre: ogni centimetro di terra ucraina risparmiata dall’occupazione conta, ogni vita salvata conta. E ieri il ringraziamento è andato a Lindsey Graham e Richard Blumenthal, i due senatori americani che hanno costruito una proposta di legge bipartisan che ha una parte famosissima, quella relativa alle sanzioni (che Trump ha bloccato per mesi), e una che mette la Russia nella lista degli stati sponsor del terrorismo visto che non restituisce i 20 mila minorenni che “ha rapito” nelle aree ucraine occupate. Ieri la commissione Relazioni internazionali del Senato ha approvato questa seconda parte, mentre si muove la macchina amministrativa americana sulle sanzioni: si dice che la questione ucraina spacchi la capricciosa America, ma l’unico barlume di umanitarismo bipartisan è per i bambini ucraini. 

Sant’Agostino e la crisi del mondo presente

22 Ottobre – 2025-  Corrispondenza Romana 1921

di Roberto de Mattei

La precaria tregua di Gaza non deve alimentare illusioni né sul futuro di questo accordo, né sulla possibilità di una imminente pace tra Russia ed Ucraina. Tra i due conflitti in corso esiste, oltretutto, una differenza sostanziale.

L’accordo di Gaza è stato possibile innanzitutto perché c’erano un vincitore e un vinto, rispettivamente Israele ed Hamas. In secondo luogo, perché si è formata una vasta cooperazione di Stati arabo-musulmani decisi ristabilire quell’ordine che Hamas ha sconvolto con l’attacco a Israele del 7 ottobre 2023.

In Ucraina, al contrario, non solo non c’è ancora un vincitore ed un vinto, ma non esiste un’ampia coalizione di Stati disponibile ad isolare la Russia che, a differenza di Hamas, è un vasto paese dalla potenza nucleare.

 La Cina, da cui la Russia oggi dipende, ha tutto l’interesse a congelare l’impegno in Europa degli Stati Uniti, per poter distogliere le loro forze dall’Indo-Pacifico e sferrare contro Taiwan il colpo mortale al quale si prepara da anni.

Per poter aumentare la presenza militare in quell’area geopolitica, il presidente americano Trump vorrebbe disimpegnarsi dal fronte europeo, non comprendendo come la partita in gioco in Ucraina tocca l’intero Occidente. Infatti, all’interno di ciò che chiamiamo Occidente, se, sul piano economico, politico e militare, l’Europa è la sorella minore degli Stati Uniti, sul piano spirituale e culturale ne è la madre, perché la civiltà americana affonda le sue radici nell’eredità intellettuale, religiosa e morale europea.

L’Ucraina, l’antico regno di Kyiv, per la sua storia e per la volontà politica che oggi esprime, fa parte dell’Europa e non della Russia moscovita. Abbandonarla sarebbe un gesto di viltà morale e di miopia politica. 

Trump, inoltre, nel suo sforzo di chiudere la partita ucraina, rischia di commettere lo stesso errore di Putin: sottovalutare non tanto il carattere di Zelenski, un attore che ha fatto della sua vita il suo palcoscenico, quanto lo spirito di resistenza del popolo ucraino: una nazione che ha subito, senza piegarsi, l’Holodomor, lo sterminio per fame (1932-1933), voluto da Stalin, con la morte di circa 4 milioni di persone, e che, tra il 1941 e il 1960, ha espresso la resistenza militare antisovietica più combattiva dell’Europa orientale. Sarà difficile realizzare un accordo che imponga a questo popolo condizioni inaccettabili.

Ci troviamo, insomma, di fronte, a nodi quasi inestricabili. Il presidente Trump certamente non conosce le pagine che alla Russia hanno dedicato Joseph de Maistre (1753-1821) e Juan Donoso Cortés (1809-1853), e forse nemmeno quelle dello storico americano Henry Adams (1838-1918), che individuava il pericolo di questo paese orientale, definendolo un’immensa realtà territoriale e umana, difficile da comprendere o governare, una forza naturale più che una nazione nel senso occidentale (The Education of Henry Adams. An Autobiography, Modern Library, New York 1996, pp. 438-439).

Non è chiaro fino a che punto l’obiettivo primario di Trump sia accrescere la grandezza dell’America o quella del proprio “io”, aggiudicandosi un premio, ormai screditato, ma a cui sembra attribuire grande importanza, qual è il Nobel per la pace.

Tuttavia, bisogna ammettere che il presidente americano è circondato da una équipe di collaboratori pronta a correggerne gli errori di calcolo, mentre il presidente russo, come tutti i dittatori, è drammaticamente isolato nelle sue decisioni, perché nessuno osa contraddirlo.

Trump guarda agli allori che può ottenere, oltre il suo mandato presidenziale, Putin sa di essere condannato a governare fino alla morte, se vuole evitare la morte al termine del suo governo. Anche per questo, una pulsione suicida sembra consumare il presidente della Federazione russa.

Putin ha fatto assassinare i suoi avversari, all’interno e all’esterno del suo paese, e sta facendo massacrare centinaia di migliaia di suoi compatrioti in una delle campagne militari più fallimentari mai intraprese dalla Russia nella sua storia.

L’offensiva estiva russa sta volgendo al termine e, come sottolinea Marta Serafini sul “Corriere della Sera” del 20 ottobre, lo zar russo non ha ottenuto un solo risultato di quelli annunciati. Potrkrovsk, in pericolo da più di un anno, non è caduta, né l’esercito russo ha mai raggiunto il controllo degli oblast di Dnetsk, Lugansk, Zaporuzhzhia e Kherson, che Putin rivendica.

Il dittatore russo sa di non poter vincere, eppure è disposto a tutto pur di non perdere. È difficile prevedere le sue mosse future, come quelle di Trump, che ama l’improvvisazione e i colpi di scena.

Il problema è che un tempo le relazioni internazionali erano complesse partite a scacchi, tra giocatori esperti, che impegnavano nella partita tutte le loro facoltà intellettuali. Oggi, al contrario, quel che domina la scena è un groviglio di passioni, che costituisce la causa prima dell’instabilità internazionale.

Robert Kaplan parla di “declino shakespeariano” per riferirsi ai demoni interiori che spingono i leader politici verso un certo grado di follia (Il secolo fragile. Caos e potere nel mondo in crisi permanente, Marsilio, Venezia 2025, p. 100). Tuttavia, agli uomini di potere contemporanei mancano la consapevolezza tragica e la grandezza d’animo che caratterizzano i personaggi di Shakespeare nella loro discesa verso la rovina. 

Il teatro elisabettiano, inoltre, è stato sostituito da un mondo digitale in cui ogni individuo – leader, influencer o semplice spettatore – recita il proprio ruolo davanti a un pubblico invisibile, mentre i social media incoraggiano e moltiplicano la potenza espansiva delle passioni disordinate.

Come nei drammi di Shakespeare, le emozioni dominano la ragionema i demoni interiori di Macbeth e Otello si manifestano sotto forma di dipendenza sociale dagli algoritmi. Rabbia, vendetta, odio e risentimento sono diventati gli impulsi dominanti di una psicologia collettiva volatile, che si alimenta nel mondo virtuale, davanti a un pubblico planetario. 

È in questo contesto che prende forma la caduta interiore di una civiltà che, come i personaggi di Shakespeare, è divorata dai propri demoni. Solo che oggi la follia non si restringe al silenzio di un palazzo, ma si auto-rappresenta davanti a uno schermo, come una tragedia globale in diretta.

La psicologia degli individui e delle masse sfugge a chi tenta di ricostruire la storia secondo linee ideologiche preconcette, perché l’epoca contemporanea non è più governata da idee, ma da stati d’animo collettivi e da un pathos incontrollato.

Nel mondo delle passioni, reali e virtuali, tutte le ideologie si dissolvono. Sopravvive però la forza distruttiva del comunismo, che il presidente cinese Xi Jinping rilancia a Pechino e Vladimir Putin traduce in prassi di potere a Mosca.

La profezia di Fatima si realizza e la Chiesa cattolica, apostolica, romana, con le sue verità infallibili di fede e di morale, rimane l’ultimo punto fermo nel caos contemporaneo. Quando tutto è inghiottito dal vortice del presente e il tempo diviene una corrente di eventi senza direzione in cui tutto è possibile e tutto è imprevedibile, la riflessione storica e teologica è necessaria. L’intervento di Dio è in ogni momento possibile e basta un solo atto di fedeltà o di tradimento di un uomo per cambiare il corso degli eventi.

Nel V secolo il generale romano Bonifacio, comes Africae, governatore dell’Africa romana (circa 422-432 d.C.), tradì la sua fede e l’Impero, accordandosi con gli invasori Vandali (Prospero d’Aquitania, Chronicon, ad annum 429). Sant’Agostino, che lo esortava alla lotta, morì mentre la città di Ippona era assediata, meditando sul significato della caduta dell’Impero romano, che crollava non solo per la forza dei barbari, ma per la defezione dei suoi difensori. Eppure, sulle rovine di quell’Impero, sarebbe nata la Civiltà cristiana del Medioevo.

La teologia della storia di sant’Agostino, il testimone del declino dell’Impero romano, è l’unica che possa aprire il cuore alla speranza. Chi, se non Leone XIV, potrebbe oggi recuperarne il significato perenne? 

«Il Donbass ha radici europee che la Russia vuole cancellare: non lo accettiamo»

di Marta Serafini _ Corriere della Sera – 23 Ottobre

Lo scrittore Mykhed: da ucraino non penso sia giusto cedere la nostra terra e la nostra storia

«La Russia ha cercato di cancellare il Dna storico del Donbass per decenni ma stiamo parlando della porta d’ingresso dell’Europa a Est». Oleksander Mykhed è uno scrittore ucraino tradotto all’estero oltre che un militare. Nel suo ultimo libro pubblicato in inglese racconta il suo viaggio in questa regione

«I’ll Mix Your Blood with Coal: Snapshots from the Ukrainian East» nasce quasi dieci anni fa…

«Sì, era il 2016, quando ho partecipato a un progetto multidisciplinare con architetti, ricercatori urbani e curatori culturali. Volevamo esplorare sei città del Donbass per capire identità, storia e contemporaneità di una regione che stava già vivendo la prima fase della guerra russo-ucraina».

Il Donbass è spesso percepito come lontano dall’Europa. È così?

«La sua storia è intrecciata con quella europea. Nel libro racconto, ad esempio, dell’imprenditore gallese John Hughes che fondò Yuzovka (oggi Donetsk), dell’influenza belga su Lugansk e Donetsk nel XIX secolo, dell’arrivo di ingegneri, minatori, architetti francesi, tedeschi, britannici. I tram, lo stile industriale, persino l’urbanistica sono di origine europea. Il Donbass è nato anche grazie all’Europa — non solo alla Russia».

In che modo Mosca interviene su questa identità?

«Putin non invade solo territori: invade anche la memoria. Cerca di riscrivere la storia del Donbass come spazio russo, eliminando ogni traccia europea. La propaganda russa lavora per convincere che il Donbass appartiene culturalmente a Mosca, ignorando secoli di connessioni con l’Occidente. È una guerra anche contro gli archivi, le fotografie, la storia».

Come vivono gli abitanti del Donbass l’arrivo della Russia?

«In modi totalmente opposti. Alcuni hanno visto l’occupazione come una liberazione, altri come un inferno fatto di crimini di guerra, rapimenti, distruzione. Racconto entrambe le prospettive, perché la verità non sta solo da una parte: è nascosta tra le storie personali e le cicatrici della terra».

Alcuni in Europa pensano che cedere il Donbass a Putin potrebbe fermare la guerra. Cosa risponde?

«Tutti i regimi, anche quello di Putin, sono temporanei. La terra del Donbass ha visto passare cosacchi, industriali europei, imperi, rivoluzioni. Putin vuole far credere che sia per sempre, ma non è così. Da ucraino, non posso accettare l’idea che l’Europa ceda una parte della sua stessa storia solo per illudersi di avere pace».

Come giudica il modo in cui Putin conduce oggi la guerra?

«Usa i missili come linguaggio politico. Sonda l’Occidente con ultimatum senza conseguenze. Approfitta della debolezza e della divisione. Non è “solo la guerra di Putin”: è un sistema che coinvolge milioni di soldati, famiglie, fabbriche di armi, propaganda. E senza giustizia — senza tribunali, responsabilità, restituzione dei bambini ucraini deportati — non ci sarà pace reale».

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Programma di Padre Livio – Mercoledì 22 ottobre 2025

h. 9.00: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)

 h. 8.50 – 9.25: ATTUALITA’ MONDO – CHIESA

+Salta il vertice fra Tump e Putin a Budapest

+Dilexi te: la prima esortazione di Leone XIV (Roberto de Mattei)


h. 9.25 – h. 9.35: VIATICO QUOTIDIANO

Pensieri sulla Fede (25)


h. 9.35 – 9.55: MEDJUGORJE: LE MIE PAROLE VENGONO DAL CIELO

17. “Senza Dio non avete né futuro né vita eterna” (25 Marzo 25)

+La grande impostura anticristica del terzo millennio

+Il rifiuto del Cristianesimo

+La religione dell’uomo al posto di Dio

+La guerra per la supremazia nel mondo

+La profezia mariana nel tempo dei segreti

+Il collo del mondo senza Dio

+Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria


h. 10.00: TELEFONATA A PADRE LIVIO

BLOG: blogdipadrelivio.it

Il pensiero quotidiano: Tutti possono vedere la Madonna con gli occhi del cuore


h. 10.05: IL CORAGGIO DEL PERDONO (9)


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Salta il vertice di Budapest tra Trump e Putin: «Nessun incontro nel futuro immediato»

di Samuele Finetti – 22 Ottobre 2025

Lo stop degli Usa dopo una telefonata tra Rubio e Lavrov. Mosca resta contraria a un cessate il fuoco immediato. Dieci Paesi Ue: «Fermarsi alla linea del fronte attuale»

«Quindici giorni. Molto rapidamente, in ogni caso». L’orizzonte temporale entro il quale si sarebbe dovuto tenere il vertice di Budapest con Vladimir Putin l’aveva indicato Donald Trump in persona, poco dopo la sua telefonata con il Cremlino del 16 ottobre. Ne sono trascorsi sei, poi Washington ha fatto marcia indietro: «Non ci sarà nessun incontro tra i due leader nel prossimo futuro».

È stato un nuovo colloquio telefonico tra i ministri degli Esteri, Marco Rubio e Sergei Lavrov, a imporre la brusca frenata: «Hanno avuto una conversazione produttiva — ha dichiarato la Casa Bianca — pertanto un ulteriore incontro di persona tra i due non è necessario e non ci sono piani per un summit a breve tra il presidente Trump e il presidente Putin». Il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, a chi gli domandava se l’appuntamento fosse solo rimandato, ha risposto lapidario: «Non si può rinviare ciò che non è mai stato fissato».

Secondo quanto annunciato da Trump meno di una settimana fa, il faccia a faccia tra Rubio e Lavrov avrebbe dovuto «preparare» il vertice in Ungheria. Ma il colloquio di ieri ha fatto emergere ancora una volta una distanza tra le posizioni di Washington e Mosca che pare incolmabile: il Cremlino non è disposto ad accettare il «cessate il fuoco immediato» chiesto dagli Stati Uniti come condizione di partenza per successivi negoziati sul futuro dell’Ucraina.

Putin e i suoi fedelissimi, del resto, lo ripetono da tempo: vanno affrontate e risolte le «radici del conflitto», perché questo possa finire. Tradotto, il dittatore russo pretende che gli sia consegnato tutto il Donbass, nonostante in questi tre anni e più di guerra non sia riuscito a conquistarlo con le armi. Lo ha ribadito anche a Trump, nella loro telefonata: Kiev deve cedere quel che ancora resta ucraino del Lugansk (di cui l’Armata controlla il 99 per cento) e del Donetsk (di cui controlla il 78 per cento).

Come hanno riferito a Reuters due fonti diplomatiche europee di alto livello, «i russi vogliono troppo, ed è apparso evidente agli statunitensi che, a Budapest, Trump non sarebbe riuscito a strappare a Putin alcun accordo». Da qui il timore che il summit magiaro avrebbe solamente offerto all’uomo del Cremlino un’altra passerella col tappeto rosso, dopo quella in Alaska di Ferragosto. Questa volta, per di più, nel cuore dell’Europa.

Europa che, comunque, continua a lavorare per favorire il congelamento del conflitto. Ieri dieci Paesi — Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Polonia, Norvegia, Finlandia, Svezia e Danimarca — insieme con Ucraina e Unione europea hanno firmato una dichiarazione per chiedere che «l’attuale linea del fronte sia utilizzata come base per colloqui di pace». I firmatari stanno poi lavorando a «misure per utilizzare i beni sovrani immobilizzati della Russia, affinché l’Ucraina abbia le risorse di cui ha bisogno».

A questo si aggiunge la stesura di un «piano in 12 punti» che i Paesi Ue e Kiev starebbero elaborando. La bozza, rivela Bloomberg, prevede il ritorno a casa delle migliaia di bimbi ucraini rapiti e uno scambio di prigionieri. Kiev riceverebbe garanzie di sicurezza, fondi per la ricostruzione — cui dovrebbe contribuire anche Mosca, «premiata» con la rimozione graduale delle sanzioni — e un percorso per un rapido ingresso nell’Unione. I due Paesi in guerra dovrebbero infine avviare negoziati sull’amministrazione dei territori occupati, con la premessa che né Europa né Kiev riconoscerebbero la sovranità di Mosca su quelle terre. Dove, nel frattempo, continuano a piovere droni kamikaze e bombe russi. Ieri, altri quattro ucraini morti

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