22 Ottobre – 2025- Corrispondenza Romana 1921
di Roberto de Mattei
La precaria tregua di Gaza non deve alimentare illusioni né sul futuro di questo accordo, né sulla possibilità di una imminente pace tra Russia ed Ucraina. Tra i due conflitti in corso esiste, oltretutto, una differenza sostanziale.
L’accordo di Gaza è stato possibile innanzitutto perché c’erano un vincitore e un vinto, rispettivamente Israele ed Hamas. In secondo luogo, perché si è formata una vasta cooperazione di Stati arabo-musulmani decisi ristabilire quell’ordine che Hamas ha sconvolto con l’attacco a Israele del 7 ottobre 2023.
In Ucraina, al contrario, non solo non c’è ancora un vincitore ed un vinto, ma non esiste un’ampia coalizione di Stati disponibile ad isolare la Russia che, a differenza di Hamas, è un vasto paese dalla potenza nucleare.
La Cina, da cui la Russia oggi dipende, ha tutto l’interesse a congelare l’impegno in Europa degli Stati Uniti, per poter distogliere le loro forze dall’Indo-Pacifico e sferrare contro Taiwan il colpo mortale al quale si prepara da anni.
Per poter aumentare la presenza militare in quell’area geopolitica, il presidente americano Trump vorrebbe disimpegnarsi dal fronte europeo, non comprendendo come la partita in gioco in Ucraina tocca l’intero Occidente. Infatti, all’interno di ciò che chiamiamo Occidente, se, sul piano economico, politico e militare, l’Europa è la sorella minore degli Stati Uniti, sul piano spirituale e culturale ne è la madre, perché la civiltà americana affonda le sue radici nell’eredità intellettuale, religiosa e morale europea.
L’Ucraina, l’antico regno di Kyiv, per la sua storia e per la volontà politica che oggi esprime, fa parte dell’Europa e non della Russia moscovita. Abbandonarla sarebbe un gesto di viltà morale e di miopia politica.
Trump, inoltre, nel suo sforzo di chiudere la partita ucraina, rischia di commettere lo stesso errore di Putin: sottovalutare non tanto il carattere di Zelenski, un attore che ha fatto della sua vita il suo palcoscenico, quanto lo spirito di resistenza del popolo ucraino: una nazione che ha subito, senza piegarsi, l’Holodomor, lo sterminio per fame (1932-1933), voluto da Stalin, con la morte di circa 4 milioni di persone, e che, tra il 1941 e il 1960, ha espresso la resistenza militare antisovietica più combattiva dell’Europa orientale. Sarà difficile realizzare un accordo che imponga a questo popolo condizioni inaccettabili.
Ci troviamo, insomma, di fronte, a nodi quasi inestricabili. Il presidente Trump certamente non conosce le pagine che alla Russia hanno dedicato Joseph de Maistre (1753-1821) e Juan Donoso Cortés (1809-1853), e forse nemmeno quelle dello storico americano Henry Adams (1838-1918), che individuava il pericolo di questo paese orientale, definendolo un’immensa realtà territoriale e umana, difficile da comprendere o governare, una forza naturale più che una nazione nel senso occidentale (The Education of Henry Adams. An Autobiography, Modern Library, New York 1996, pp. 438-439).
Non è chiaro fino a che punto l’obiettivo primario di Trump sia accrescere la grandezza dell’America o quella del proprio “io”, aggiudicandosi un premio, ormai screditato, ma a cui sembra attribuire grande importanza, qual è il Nobel per la pace.
Tuttavia, bisogna ammettere che il presidente americano è circondato da una équipe di collaboratori pronta a correggerne gli errori di calcolo, mentre il presidente russo, come tutti i dittatori, è drammaticamente isolato nelle sue decisioni, perché nessuno osa contraddirlo.
Trump guarda agli allori che può ottenere, oltre il suo mandato presidenziale, Putin sa di essere condannato a governare fino alla morte, se vuole evitare la morte al termine del suo governo. Anche per questo, una pulsione suicida sembra consumare il presidente della Federazione russa.
Putin ha fatto assassinare i suoi avversari, all’interno e all’esterno del suo paese, e sta facendo massacrare centinaia di migliaia di suoi compatrioti in una delle campagne militari più fallimentari mai intraprese dalla Russia nella sua storia.
L’offensiva estiva russa sta volgendo al termine e, come sottolinea Marta Serafini sul “Corriere della Sera” del 20 ottobre, lo zar russo non ha ottenuto un solo risultato di quelli annunciati. Potrkrovsk, in pericolo da più di un anno, non è caduta, né l’esercito russo ha mai raggiunto il controllo degli oblast di Dnetsk, Lugansk, Zaporuzhzhia e Kherson, che Putin rivendica.
Il dittatore russo sa di non poter vincere, eppure è disposto a tutto pur di non perdere. È difficile prevedere le sue mosse future, come quelle di Trump, che ama l’improvvisazione e i colpi di scena.
Il problema è che un tempo le relazioni internazionali erano complesse partite a scacchi, tra giocatori esperti, che impegnavano nella partita tutte le loro facoltà intellettuali. Oggi, al contrario, quel che domina la scena è un groviglio di passioni, che costituisce la causa prima dell’instabilità internazionale.
Robert Kaplan parla di “declino shakespeariano” per riferirsi ai demoni interiori che spingono i leader politici verso un certo grado di follia (Il secolo fragile. Caos e potere nel mondo in crisi permanente, Marsilio, Venezia 2025, p. 100). Tuttavia, agli uomini di potere contemporanei mancano la consapevolezza tragica e la grandezza d’animo che caratterizzano i personaggi di Shakespeare nella loro discesa verso la rovina.
Il teatro elisabettiano, inoltre, è stato sostituito da un mondo digitale in cui ogni individuo – leader, influencer o semplice spettatore – recita il proprio ruolo davanti a un pubblico invisibile, mentre i social media incoraggiano e moltiplicano la potenza espansiva delle passioni disordinate.
Come nei drammi di Shakespeare, le emozioni dominano la ragione, ma i demoni interiori di Macbeth e Otello si manifestano sotto forma di dipendenza sociale dagli algoritmi. Rabbia, vendetta, odio e risentimento sono diventati gli impulsi dominanti di una psicologia collettiva volatile, che si alimenta nel mondo virtuale, davanti a un pubblico planetario.
È in questo contesto che prende forma la caduta interiore di una civiltà che, come i personaggi di Shakespeare, è divorata dai propri demoni. Solo che oggi la follia non si restringe al silenzio di un palazzo, ma si auto-rappresenta davanti a uno schermo, come una tragedia globale in diretta.
La psicologia degli individui e delle masse sfugge a chi tenta di ricostruire la storia secondo linee ideologiche preconcette, perché l’epoca contemporanea non è più governata da idee, ma da stati d’animo collettivi e da un pathos incontrollato.
Nel mondo delle passioni, reali e virtuali, tutte le ideologie si dissolvono. Sopravvive però la forza distruttiva del comunismo, che il presidente cinese Xi Jinping rilancia a Pechino e Vladimir Putin traduce in prassi di potere a Mosca.
La profezia di Fatima si realizza e la Chiesa cattolica, apostolica, romana, con le sue verità infallibili di fede e di morale, rimane l’ultimo punto fermo nel caos contemporaneo. Quando tutto è inghiottito dal vortice del presente e il tempo diviene una corrente di eventi senza direzione in cui tutto è possibile e tutto è imprevedibile, la riflessione storica e teologica è necessaria. L’intervento di Dio è in ogni momento possibile e basta un solo atto di fedeltà o di tradimento di un uomo per cambiare il corso degli eventi.
Nel V secolo il generale romano Bonifacio, comes Africae, governatore dell’Africa romana (circa 422-432 d.C.), tradì la sua fede e l’Impero, accordandosi con gli invasori Vandali (Prospero d’Aquitania, Chronicon, ad annum 429). Sant’Agostino, che lo esortava alla lotta, morì mentre la città di Ippona era assediata, meditando sul significato della caduta dell’Impero romano, che crollava non solo per la forza dei barbari, ma per la defezione dei suoi difensori. Eppure, sulle rovine di quell’Impero, sarebbe nata la Civiltà cristiana del Medioevo.
La teologia della storia di sant’Agostino, il testimone del declino dell’Impero romano, è l’unica che possa aprire il cuore alla speranza. Chi, se non Leone XIV, potrebbe oggi recuperarne il significato perenne?