"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Salta il vertice di Budapest tra Trump e Putin: «Nessun incontro nel futuro immediato»

di Samuele Finetti – 22 Ottobre 2025

Lo stop degli Usa dopo una telefonata tra Rubio e Lavrov. Mosca resta contraria a un cessate il fuoco immediato. Dieci Paesi Ue: «Fermarsi alla linea del fronte attuale»

«Quindici giorni. Molto rapidamente, in ogni caso». L’orizzonte temporale entro il quale si sarebbe dovuto tenere il vertice di Budapest con Vladimir Putin l’aveva indicato Donald Trump in persona, poco dopo la sua telefonata con il Cremlino del 16 ottobre. Ne sono trascorsi sei, poi Washington ha fatto marcia indietro: «Non ci sarà nessun incontro tra i due leader nel prossimo futuro».

È stato un nuovo colloquio telefonico tra i ministri degli Esteri, Marco Rubio e Sergei Lavrov, a imporre la brusca frenata: «Hanno avuto una conversazione produttiva — ha dichiarato la Casa Bianca — pertanto un ulteriore incontro di persona tra i due non è necessario e non ci sono piani per un summit a breve tra il presidente Trump e il presidente Putin». Il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, a chi gli domandava se l’appuntamento fosse solo rimandato, ha risposto lapidario: «Non si può rinviare ciò che non è mai stato fissato».

Secondo quanto annunciato da Trump meno di una settimana fa, il faccia a faccia tra Rubio e Lavrov avrebbe dovuto «preparare» il vertice in Ungheria. Ma il colloquio di ieri ha fatto emergere ancora una volta una distanza tra le posizioni di Washington e Mosca che pare incolmabile: il Cremlino non è disposto ad accettare il «cessate il fuoco immediato» chiesto dagli Stati Uniti come condizione di partenza per successivi negoziati sul futuro dell’Ucraina.

Putin e i suoi fedelissimi, del resto, lo ripetono da tempo: vanno affrontate e risolte le «radici del conflitto», perché questo possa finire. Tradotto, il dittatore russo pretende che gli sia consegnato tutto il Donbass, nonostante in questi tre anni e più di guerra non sia riuscito a conquistarlo con le armi. Lo ha ribadito anche a Trump, nella loro telefonata: Kiev deve cedere quel che ancora resta ucraino del Lugansk (di cui l’Armata controlla il 99 per cento) e del Donetsk (di cui controlla il 78 per cento).

Come hanno riferito a Reuters due fonti diplomatiche europee di alto livello, «i russi vogliono troppo, ed è apparso evidente agli statunitensi che, a Budapest, Trump non sarebbe riuscito a strappare a Putin alcun accordo». Da qui il timore che il summit magiaro avrebbe solamente offerto all’uomo del Cremlino un’altra passerella col tappeto rosso, dopo quella in Alaska di Ferragosto. Questa volta, per di più, nel cuore dell’Europa.

Europa che, comunque, continua a lavorare per favorire il congelamento del conflitto. Ieri dieci Paesi — Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Polonia, Norvegia, Finlandia, Svezia e Danimarca — insieme con Ucraina e Unione europea hanno firmato una dichiarazione per chiedere che «l’attuale linea del fronte sia utilizzata come base per colloqui di pace». I firmatari stanno poi lavorando a «misure per utilizzare i beni sovrani immobilizzati della Russia, affinché l’Ucraina abbia le risorse di cui ha bisogno».

A questo si aggiunge la stesura di un «piano in 12 punti» che i Paesi Ue e Kiev starebbero elaborando. La bozza, rivela Bloomberg, prevede il ritorno a casa delle migliaia di bimbi ucraini rapiti e uno scambio di prigionieri. Kiev riceverebbe garanzie di sicurezza, fondi per la ricostruzione — cui dovrebbe contribuire anche Mosca, «premiata» con la rimozione graduale delle sanzioni — e un percorso per un rapido ingresso nell’Unione. I due Paesi in guerra dovrebbero infine avviare negoziati sull’amministrazione dei territori occupati, con la premessa che né Europa né Kiev riconoscerebbero la sovranità di Mosca su quelle terre. Dove, nel frattempo, continuano a piovere droni kamikaze e bombe russi. Ieri, altri quattro ucraini morti

Putin vuole quattro regioni dell’Ucraina: Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson. Ma per conquistarle servirebbero altri cinque anni di guerra

di Marta Serafini – Corriere della Sera – 20 Ottobre 2025

La stima dell’Economist sui territori rivendicati da Mosca. L’offensiva estiva russa sta volgendo al termine: Mosca non ha ottenuto un solo risultato di quelli annunciati

Il Donetsk a Mosca? «Un progresso», dicono alcuni funzionari della Casa Bianca interpellati dal Washington Post, mentre Trump fa pressioni su Zelensky. «Darglielo sarebbe come tagliarsi un arto in cambio di niente», è la risposta di un diplomatico europeo.

Il fronte immobile

Rispetto ad aprile, quando Putin respinse la proposta di congelare le ostilità lungo la linea del fronte e chiese il pieno controllo sulla Crimea oltre che degli oblast di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson nonostante non ne abbia mai raggiunto il controllo totale, la posta dello zar si è un po’ abbassata. Ma sia dal vertice di Anchorage tra il presidente statunitense e quello russo a metà agosto, sia dal faccia a faccia tra il leader di Kiev e quello della Casa Bianca a fine settembre, molto poco si è mosso sul campo di battaglia. Perché Kiev dovrebbe allora bere l’amaro calice dopo dieci anni di guerra? Sarebbe un comportamento razionale o quello di Putin è un bluff? Accontentare Trump e cedere garantirebbe poi la pace?

L’offensiva estiva russa sta volgendo al termine e lo zar non ha ottenuto un solo risultato di quelli annunciati. Pokrovsk, in pericolo da più di un anno, non è caduta. Sono ancora lì Kramatorsk, Kostjantynivka, Kupiansk e perfino Chasiv Yar. Il Donetsk ha una quota di filorussi più alta di molte altre regioni. Ma non bisogna confondere la russofonia con la russofilia: anche se la percentuale di chi parla la lingua di Mosca nella regione magari non è scesa come nel resto del Paese, non è scontato che questo dato si traduca in sostegno politico.

Dall’inizio dell’invasione a gennaio di quest’anno, le perdite russe ammontano a 640.000-877.000 soldati, di cui 137.000-228.000 sono morti. E a metà ottobre il bilancio era aumentato quasi del 60%, passando da 984.000 a 1.438.000 perdite, di cui 190.000-480.000 morti. Il dato è di Kiev. E dunque di parte. Ma anche rivedendo la cifra al ribasso, le perdite russe non si sono tradotte in un corrispondente guadagno territoriale. Se poi si guarda la faccenda in un’ottica di lungo periodo, secondo una stima dell’Economist, al ritmo degli ultimi 30 giorni la conquista di ciò che resta delle quattro regioni che Putin rivendica richiederebbe fino a giugno 2030.

Oltre al tempo, gli uomini. Anche se si prova a girare la medaglia o a guardare le carte dell’altro giocatore, il tavolo non è scontato. Un crollo delle linee difensive ucraine è improbabile. La costante sorveglianza con droni, abbinata ad armi di precisione a lungo raggio, ha reso possibile l’accumulo di forze per entrambe le parti. Ma se la tecnologia ha cambiato i vecchi manuali militari, resta una regola: chi attacca deve avere il triplo degli uomini di chi difende. Inoltre, anche se i russi hanno imparato a usare piccole squadre di uomini nella kill zone, poi hanno bisogno di uomini e mezzi per tenere le posizioni.

Certo la war fatigue, il logoramento, e la carenza di uomini sono un problema per Kiev. Ma sono spine che potrebbero conficcarsi prima o poi anche nel fianco di Mosca. Quando è iniziata l’offensiva, i russi sono stati attirati da generosi bonus di arruolamento e la campagna di reclutamento del Cremlino ha superato quella ucraina di 10.000-15.000 unità al mese. Eppure, perfino per un regime, nascondere i sacchi da morto e le tombe non è facile. E, ancora, Putin non è Caterina la Grande che riuscì a imbrogliare i cosacchi: pure l’utilizzo di mercenari, vedi il caso della Wagner e di Prigozhin, non è semplicissimo da gestire. E perfino la zarina dovette fare concessioni abolendo la servitù della gleba.

Il boomerang

Dalle trincee alle fabbriche. Per quasi quattro anni, l’economia ucraina ha sofferto sotto i colpi dei missili russi. Ma ha provato a reagire producendo in casa missili e droni relativamente economici e proponendo agli alleati europei droni a basso costo. Certo, l’economia russa è molto più grande di quella dell’Ucraina e non è affatto una tigre di carta come ha detto Trump a New York. Ma non è nemmeno così florida come l’ha descritta il tycoon a Zelensky nel loro ultimo incontro. Perché se non è scontato che Pechino continui a foraggiare un alleato che, tutto sommato, fin qui ha portato a casa una guerra di logoramento, la forza di Mosca in termini produttivi è minuscola rispetto a quella degli alleati dell’Ucraina. L’Europa non vuole armarsi e non vuole scendere sul campo di battaglia. Ma se costretta a farlo, la guerra ibrida di Mosca potrebbe trasformarsi in un boomerang che finisce dritto sul tetto del Cremlino. Con o senza i missili Tomahawk.

Papa Leone proclama 7 nuovi santi. “Il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità”

“La loro intercessione ci assista nelle prove e il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità.

Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano, domenica 19 ottobre 2025, 11:37 (ACI Stampa).

Oggi è un altro grande giorno di festa per la Chiesa. Dopo la canonizzazione di Acutis e Frassati, Papa Leone XIV questa mattina in Piazza San Pietro proclama altri sette nuovi santi. Si tratta di carismi e personalità che provengono da varie parti del mondo. Ecco i nomi: Bartolo Longo, Ignazio Choukrallah Maloyan, José Gregorio Hernández Cisneros, Maria del Monte Carmelo Rendiles Martínez, Peter To Rot, Maria Troncatti e Vincenza Maria Poloni. 

In Italia spicca fra tutti Bartolo Longo, il fondatore del santuario di Pompei, uno dei più grandi promotori della devozione al Santo Rosario. Maria Troncatti, religiosa salesiana, fu infermiera della Croce Rossa durante la Prima Guerra Mondiale e successivamente missionaria nell’oriente dell’Ecuador. Vincenza Maria Poloni fondò l’Istituto delle Suore della Misericordia, dedito all’assistenza degli ammalati e dei più poveri.

José Gregorio Hernández Cisneros, venezuelano, conosciuto come “il medico dei poveri”. La prima volta per il popolo venezuelano. Mons. Ignazio Maloyan fu arcivescovo cattolico armeno dell’eparchia di Amida. Durante la Prima Guerra Mondiale, il governo ottomano avviò la deportazione e lo sterminio del popolo armeno, di cui milioni furono vittime. Nel 1915, Maloyan fu arrestato e condannato a morte per la sua fede, dopo essersi rifiutato di abiurare il cristianesimo e convertirsi all’islam. Pietro To Rot, catechista e padre di famiglia nato nel 1912 in Papua Nuova Guinea, assunse la guida pastorale della sua comunità durante l’occupazione giapponese nella Seconda Guerra Mondiale. Quando le autorità tentarono di reintrodurre la poligamia, Pietro si oppose fermamente, difendendo la sacralità del matrimonio cristiano. Fu arrestato e martirizzato nel 1945. Maria del Monte Carmelo Rendiles Martínez, conosciuta come Madre Carmen Rendiles, nacque a Caracas nel 1903 e fondò la Congregazione delle Serve di Gesù, approvata dalla Santa Sede nel 1965.

Prima dell’omelia il Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi presenta brevemente le biografie dei Beati che vengono proclamati Santi. Molti i pellegrini in Piazza che hanno applaudito ai santi provenienti dai loro paesi. In Piazza San Pietro sono state portate in processione le reliquie di questi nuovi santi. Le autorità competenti – secondo la Sala Stampa della Santa Sede – informano che sono presenti circa 55.000 fedeli all’inizio della Santa Messa in San Pietro.

“Proprio oggi stanno davanti a noi sette testimoni, i nuovi Santi e le nuove Sante, che con la grazia di Dio hanno tenuto accesa la lampada della fede, anzi, sono diventati loro stessi lampade capaci di diffondere la luce di Cristo”, dice il Papa durante l’omelia in Piazza San Pietro.

“Rispetto a grandi beni materiali e culturali, scientifici e artistici, la fede eccelle non perché essi siano da disprezzare, ma perché senza fede perdono senso. Ecco perché Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, si interroga sulla fede: se sparisse dal mondo, che cosa accadrebbe? Il cielo e la terra resterebbero come prima, ma non ci sarebbe più nel nostro cuore la speranza; la libertà di tutti verrebbe sconfitta dalla morte; il nostro desiderio di vita precipiterebbe nel nulla. Senza fede in Dio, non possiamo sperare nella salvezza.

 La domanda di Gesù allora ci inquieta, sì, ma solo se dimentichiamo che è Gesù stesso a pronunciarla. Le parole del Signore, infatti, restano sempre vangelo, cioè annuncio gioioso di salvezza. Questa salvezza è il dono della vita eterna che riceviamo dal Padre, mediante il Figlio, con la forza dello Spirito Santo”, commenta il Papa nella sua omelia.

“La preghiera della Chiesa ci ricorda che Dio fa giustizia verso tutti, donando per tutti la sua vita. Così, quando gridiamo al Signore: “dove sei?”, trasformiamo questa invocazione in preghiera e allora riconosciamo che Dio è lì dove l’innocente soffre. La croce di Cristo rivela la giustizia di Dio. E la giustizia di Dio è il perdono: Egli vede il male e lo redime, prendendolo su di sé. Quando siamo crocifissi dal dolore e dalla violenza, dall’odio e dalla guerra, Cristo è già lì, in croce per noi e con noi. Non c’è pianto che Dio non consoli; non c’è lacrima che sia lontana dal suo cuore. Il Signore ci ascolta, ci abbraccia come siamo, per trasformarci come Lui è. Chi invece rifiuta la misericordia di Dio, resta incapace di misericordia verso il prossimo. Chi non accoglie la pace come un dono, non saprà donare la pace”, continua ancora Papa Leone XIV.

Per il Pontefice Egli è “l’umile che chiama i prepotenti a conversione, il giusto che ci rende giusti, come attestano i nuovi Santi di oggi: non eroi, o paladini di qualche ideale, ma uomini e donne autentici. 

Questi fedeli amici di Cristo sono martiri per la loro fede, come il Vescovo Ignazio Choukrallah Maloyan e il catechista Pietro To Rot; sono evangelizzatori e missionarie, come suor Maria Troncatti; sono carismatiche fondatrici, come suor Vincenza Maria Poloni e suor Carmen Rendiles Martínez; col loro cuore ardente di devozione, sono benefattori dell’umanità, come Bartolo Longo e José Gregorio Hernández Cisneros. La loro intercessione ci assista nelle prove e il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità. La fede sulla terra sostiene così la speranza del cielo”, conclude il Papa.

Putin chiama, Trump risponde. Ma dopo il fiasco di Anchorage il leader Usa è più guardingo

di Federico Rampini – 19 Ottobre 2021

Il tycoon sogna un’intesa in «stile Gaza», che però sarebbe una tregua fragile e precaria. Kiev ed Europa sperano nel «falco» Rubio.

Far dimenticare il fiasco di Anchorage e sfruttare «l’effetto Gaza». Trump ci riprova con Putin, non vuole darsi per vinto. Eppure lui stesso ha avuto uno slancio di sincerità, quando gli hanno chiesto se non teme che il russo lo stia ingannando: «Sì, lo temo». Ma l’autostima prevale: «Ci hanno provato in tanti a fregarmi, per tutta la vita, e me la sono cavata». Si vedrà se proprio lui sarà capace di invertire la tendenza e interrompere la lunga serie dei presidenti Usa beffati dallo zar (Bush, Obama, Biden). Di sicuro Trump ha capito di aver rimediato una figuraccia in Alaska. «Putin mi ha mollato», è il bilancio più onesto che ha fatto di quel summit.

In che cosa consiste l’ultima beffa, sembra chiaro. Il vertice di Budapest nasce da una telefonata di Putin, è lui ad aver proposto l’incontro a casa di Orbán. L’offerta di questo secondo summit è arrivata alla vigilia di una visita di Zelensky alla Casa Bianca, proprio quando Trump sembrava sul punto di autorizzare la vendita all’Ucraina dei potenti missili americani Tomahawk. La lunga gittata di queste armi consentirebbe di colpire basi militari russe molto distanti dal fronte, da cui partono attacchi micidiali.

La guerra si avvicina al suo quarto anno, di sicuro non sta andando bene per nessuno, neanche per Putin. Lo stallo dell’avanzata russa davanti a un esercito più piccolo è sempre più umiliante per Mosca e si aggiunge a tutti i problemi economici. Ora Putin ha già ottenuto il primo risultato che voleva: la fornitura dei Tomahawk è bloccata. Trump soprassiede, spera di fare a Budapest un bis di Sharm-el-Sheik e di incoronarsi come il «mediatore capo», il «presidente che chiude tutte le guerre». Però stavolta sembra un po’ più guardingo che alla vigilia del summit in Alaska. L’invio dei missili a Kiev è sospeso ma non è escluso per sempre. È una minaccia che la delegazione Usa tiene sul tavolo, visto l’effetto che i Tomahawk hanno su Putin.

Anche Zelensky e gli europei sembrano un po’ più ottimisti rispetto alla vigilia di Anchorage. Li rincuora, ad esempio, il fatto che questo secondo incontro bilaterale sembri preceduto da una maggiore preparazione sul versante Usa; e che in questo lavoro preliminare il grosso della responsabilità spetti a Marco Rubio. Il segretario di Stato è in tutto l’entourage trumpiano il personaggio più competente, al Senato si occupò a lungo di politica estera. È anche il più omogeneo alla tradizione dei «falchi» repubblicani, non è sospettabile di russofilia o simpatia per Putin.

Fra gli altri segnali che hanno un po’ attenuato le paure di Kiev, c’è il comportamento concreto del Pentagono negli ultimi mesi, dopo l’incontro di Ferragosto ad Anchorage. Via via che appariva evidente la beffa di Putin, le forniture di armi Usa sono riprese, e con loro il sostegno di intelligence: la qualità delle informazioni ha consentito alle forze ucraine di colpire bersagli all’interno del territorio russo (pur senza arrivare alla profondità dei Tomahawk). Anche i superdazi del 50% contro l’India, per quanto controversi e contestati per l’impatto sui rapporti Washington-Nuova Delhi, sono stati comunque un segnale di indurimento lanciato a Mosca (il castigo colpisce gli indiani perché importano petrolio russo). Infine procede al Congresso un progetto legislativo di nuove sanzioni alla Russia, promosso da leader repubblicani molto vicini alla Casa Bianca come Lindsay Graham.

Trump può continuare ad avere qualche forma di attrazione fatale verso Putin; o più semplicemente può essersi invaghito dell’idea di passare alla Storia come l’artefice di paci multiple. Però il suo entourage sta abbassando le aspettative. Da Budapest si accontenterebbero di estrarre una soluzione «stile Gaza»: una tregua, fragile e precaria, con mille problemi da risolvere prima di poterla trasformare in pace. Una cessazione dell’offensiva russa darebbe agli ucraini il tempo per riorganizzarsi e riparare infrastrutture gravemente danneggiate, in particolare quelle energetiche, in vista dell’inverno.

Putin vuole riportare il rapporto con Trump a prima dell’Alaska

Micol Flammini – 18 ott 2025 – IL FOGLIO

Favori e divisioni fra il capo del Cremlino e il presidente degli Stati Uniti, in attesa del vertice di Budapest

Per raggiungere Budapest, il capo del Cremlino, Vladimir Putin, dovrebbe affrontare un viaggio molto complicato. L’Ungheria non ha sbocchi sul mare, è al centro dell’Europa, confina con paesi che molto difficilmente darebbero all’Ilyushin Il-96-300PU (PU sta per punkt upravlenija, punto di comando), l’aereo con cui viaggia il capo del Cremlino, il permesso di sorvolare i loro cieli. L’Ungheria confina con l’Ucraina e sarebbe folle pensare che Putin possa tentare un sorvolo del paese che ha invaso.

Raggiungere l’Europa è un’impresa e forse al capo del Cremlino resterebbe una sola opzione per recarsi al vertice concordato con Donald Trump, durante la telefonata di giovedì sera. L’unico punto di ingresso accessibile a un aereo del governo russo potrebbe essere la Serbia, che confina con l’Ungheria, ma che comunque è tortuoso raggiungere. 

Un volo che normalmente dovrebbe durare due ore e mezza, impiegherà un tempo spropositato ma, dopotutto, è stato proprio Putin a sovvertire le regole dello spazio aereo dei paesi europei con la sua guerra contro l’Ucraina

Dopo aver ottenuto un accordo  in medio oriente, il presidente americano Donald Trump vuole consolidare la sua nomea di pacificatore arrivando a un accordo che fermi anche la guerra della Russia contro l’Ucraina. Per farlo ha bisogno di mettere al tavolo dei negoziati il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che ieri è stato a Washington per pranzare con lui, e il capo del Cremlino, Vladimir Putin, con il quale potrebbe incontrarsi presto a Budapest.

 Dopo aver permesso che Putin atterrasse in Alaska il 15 agosto, negli Stati Uniti, camminasse sui tappeti rossi stesi dai soldati americani, Trump potrebbe regalare al capo del Cremlino la possibilità di valicare un’altra linea rossa rimettendo piede in un paese dell’Unione europea. L’incontro fra Trump e Putin in Alaska, al di là delle immagini, non era andato affatto bene. Putin era dovuto andare via in anticipo perché Trump aveva cancellato la cena in cui i due avrebbero discusso di cooperazione futura. Fino al vertice di Ferragosto, Putin pensava di avere Trump in pugno: ha sempre ritenuto il capo della Casa Bianca manipolabile. Invece la sua retorica e la sua pedanteria nel riferire le sue ragioni storiche a giustificazione della guerra all’Ucraina, hanno infastidito Trump.

Il presidente americano vuole dei risultati, il fallimento dell’Alaska è stato una macchia sul suo lavoro da pacificatore e anziché pensare di aver sbagliato qualcosa nell’approccio morbido con Putin, si è offeso con il capo del Cremlino. Putin lo ha capito e per due mesi, dal vertice di Ferragosto alla sua ultima telefonata con il presidente americano, in ogni discorso pubblico non ha perso occasione per lodare Trump.

Lo ha adulato, ne ha celebrato le doti come leader e come mediatore, ha ripetuto che con lui questa guerra non ci sarebbe mai stata. Ogni evento pubblico si è trasformato in un atto di celebrazione del presidente americano. 

Putin ha cercato spesso di utilizzare i risultati mediorientali di Trump per proporsi come alleato – sia con la Repubblica islamica dell’Iran sia nella mediazione fra Israele e Hamas – ma la Casa Bianca ha sempre preferito lasciare Putin fuori da ogni accordo o mediazione. Così al capo del Cremlino non è rimasto che usare il medio oriente per unirsi al coro di chi ha proposto Trump per il premio Nobel per la Pace, ben sapendo che l’ostacolo per la futura vittoria del presidente americano potrebbe essere proprio la mancata soluzione della guerra in Ucraina.

 Nel parlare di Trump, Putin è parso spesso docile. Il motivo è semplice:  pensa di riottenere il favore del presidente americano e di poterlo  convincere a forzare l’Ucraina a cedere le regioni che l’esercito russo non ha conquistato. 

Il lavoro al Cremlino in realtà è di squadra. Il capo non ha attaccato il presidente americano neppure quando l’arrivo dei missili a lungo raggio Tomahawk in Ucraina pareva una decisione già presa. Ha lasciato che fossero i suoi scagnozzi ad attaccare gli Stati Uniti e a minacciare l’arrivo di una guerra più estesa.

Putin è rimasto nel suo silenzio e, soltanto giovedì, si è preso la briga di lasciar trapelare dal comunicato finale della telefonata con Trump che la fornitura dei Tomahawk a Kyiv era stata discussa.

 Nel frattempo Kirill Dmitriev, il capo del Fondo russo per gli investimenti all’estero, ha continuato a lavorare da tessitore di sintonie fra Stati Uniti e Russia, proponendo, da ultimo, anche la costruzione di un tunnel lungo 100 chilometri per collegare i due paesi passando sotto lo Stretto di Bering. Il costo dell’opera sarebbe di 65 miliardi di dollari.

 La vera lezione che Putin ha imparato dall’Alaska è che per ottenere il favore di Trump bisogna offrirgli una vittoria in cambio, ed è proprio questo il punto di scontro fra i due: se vince l’uno non vince l’altro e non ci sono tunnel che potrebbero unire le due posizioni.  

San Luca


Nome: San Luca

Titolo: Evangelista

Nascita: I secolo, Antiochia di Siria

Morte: 18 ottobre 93, Tebe

Ricorrenza: 18 ottobre

Tipologia: Festa

Protettore:
dei pittori, degli artisti, chirurghi, dei medici, notai, degli scultori

Luogo reliquie: Cattedrale di San Vito – Basilica di Santa Giustina

L’Evangelista S. Luca nacque in Antiochia di Siria, da genitori pagani. Imparò la scienza medica e, allo scopo di perfezionare le sue cognizioni, intraprese diversi viaggi nella Grecia e nell’Egitto. Si portò poi a Troade per esercitarvi la sua professione: ma qui il Signore l’attendeva per un’altra missione più grande. Essendo passato di là l’apostolo Paolo a predicare il S. Vangelo, Luca, conquistato dalla verità, volle seguirlo nel sacro ministero e gli fu compagno fedelissimo fino alla morte.

Verso il 60, mentre Paolo si trovava prigioniero a Cesarea, Luca scrisse, per divina ispirazione, il terzo Vangelo in lingua greca, che si distingue per la sua chiarezza ed eleganza.

Questo Vangelo è dedicato a Teofilo, che era un famoso cristiano di Antiochia, ma nello stesso tempo è indirizzato a tutti i Cristiani e a tutti quelli che vogliono salvarsi, siano essi ebrei o pagani: il regno di Dio è aperto a tutti. Egli voleva dimostrare la bontà e la misericordia di Dio, e perciò racconta gli episodi e le parabole più commoventi.

Eloquentissime sono le parabole del buon samaritano, della pecorella smarrita, del fariseo e del pubblicano, di Zaccheo e del figliuol prodigo, che ci manifestano l’infinita misericordia di un Dio morto per noi sulla croce e che perdona agli stessi suoi crocifissori: « Padre, perdona loro, perché non sanno quel che fanno ».

Il santo evangelista si diede anche alla predicazione ed evangelizzò la Macedonia, la Dalmazia, l’Italia e la Gallia. Durante la prigionia di S. Paolo in Roma scrisse gli « Atti degli Apostoli » in cui narra la storia dei primi anni della Chiesa e particolarmente i viaggi di S. Paolo. Ma la tradizione ci dice che S. Luca, oltre che medico, era pure pittore. Devotissimo della Madonna, è tra gli Evangelisti quello che ne parla più diffusamente. Non può non averla vista, non averle parlato: lo dimostrano anche le belle immagini della Vergine che ci furono tramandate sotto il suo nome.

Mori nella Bitinia, all’età di 84 anni. Le sue venerate spoglie vennero deposte nella città di Costantinopoli, assieme a quelle di S. Andrea, nella basilica dedicata ai dodici Apostoli. Giunsero poi a Padova, dove tuttora si trovano nella Basilica di Santa Giustina. S. Paolo lo chiama « medico carissimo » e « quel fratello di cui la lode pel vangelo risuona per tutte le chiese ».

Il suo simbolo è un toro alato, perché il primo personaggio che introduce nel suo Vangelo è il padre di Giovanni Battista, Zaccaria, sacerdote del tempio e responsabile del sacrificio di tori.

PRATICA Il Vangelo sia la regola della nostra vita.

Tirate storiche, voci alzate e un pranzo annullato: la ricostruzione dell’incontro Trump-Putin, in Alaska

di Viviana Mazza – Corriere della  Sera – 7 Ottobre 25

La ricostruzione del vertice di Ferragosto tra Trump e Putin: mentre il leader Usa era certo di avere tra le mani un’ottima offerta, il presidente russo si è lanciato in una disamina storica tesa a dimostrare come l’Ucraina sia territorio russo. Trump, alzando la voce, ha minacciato di andarsene: e ha poi annullato il pranzo in programma

WASHINGTON – Quando il presidente Trump è arrivato in Alaska lo scorso ferragosto, si aspettava che ci fosse davvero la possibilità di un accordo con Putin per porre fine alla guerra in Ucraina. Ma una volta atterrato ad Anchorage, il leader russo ha respinto la sua proposta e ha iniziato di fargli «una lezione di Storia»

Lo racconta il Financial Times, e il tema è più che mai rilevante in vista del prossimo incontro Trump-Putin tra «un paio di settimane» a Budapest. Ad Anchorage, Putin era stato accolto con un tappeto rosso, aveva sorriso molto tra strette di mano e pacche sulle spalle con Trump. Ma una volta chiuse le porte, l’atteggiamento caloroso era sparito

Secondo le fonti del quotidiano, Putin avrebbe subito rifiutato l’offerta di una rimozione delle sanzioni in cambio di un cessate il fuoco, insistendo che la guerra finirà solo quando l’Ucraina si arrenderà e cederà i territori nel Donbass. Il presidente russo ha poi iniziato a parlare di principi medievali come Rurik di Novgorov e Jaroslav detto il Saggio, di leader cosacchi come Bohdan Khmelnytsky, personaggi spesso da lui citati per sostenere l’idea che Ucraina e Russia siano una sola nazione

Trump, sorpreso, avrebbe alzato la voce più volte e ad un certo punto avrebbe minacciato di andarsene, ma alla fine ha accorciato l’incontro cancellando il pranzo dove le delegazioni allargate avrebbero dovuto discutere di rapporti e cooperazione economica tra i due Paesi. I giornalisti si precipitarono prima del tempo alla conferenza stampa che era stata prevista più tardi. L’unico problema per Putin è che quell’incontro ha portato Trump ad essere maggiormente predisposto a fare concessioni a Kiev, cercando puti di pressione su Putin. 

Ma comunque il presidente americano, oltre a vendere armi agli alleati della Nato e applicare il 25% di dazi aggiuntivi sui prodotti indiani in risposta al continuo acquisto di petrolio russo, non ha ancora approvato i missili a lungo raggio Tomahawk, né le sanzioni secondarie più dure contro la Russia per cui spingono anche molti repubblicani al Congresso Usa. Molti credono che la ragione è che Trump vuole ancora spingere per l’accordo con Putin, perché – come ha spiegato la sua portavoce Karoline Leavitt giovedì – il presidente americano crede ancora che sia possibile porre fine con la diplomazia a questa guerra. 

Il presidente americano rifiuta di definire il summit in Alaska un fallimento, e ha detto ai giornalisti che è un evento che ha «preparato la scena». Ma già prima del summit c’erano state subito critiche da parte di alcuni funzionari europei nei confronti di Steve Witkoff, per aver frainteso le reali possibilità di un accordo di pace con Putin quando lo ha incontrato nel suo viaggio ai primi di agosto a Mosca che ha aperto la strada al summit in Alaska. Dopo quell’incontro di tre ore tra l’inviato speciale di Trump e il leader russo, gli americani avevano detto agli alleati che un accordo era all’improvviso possibile, che Putin era sembrato più flessibile sui territori rispetto a precedenti incontri con Witkoff. 

Ma benché in Alaska Trump fosse pronto a riconoscere l’annessione russa della Crimea e a spingere l’Ucraina a ritirarsi da alcune zone sul fronte nel Donbass e nell’est del Paese se la Russia avesse posto fine ai combattimenti, Mosca si è rivelata solo disposta a «congelare» la linea del fronte in zone che comunque non era riuscita a conquistare. Putin chiedeva che Zelensky rinunciasse a tutto il Donbass. Non ci sono indicazioni al momento che, in vista dell’incontro a Budapest, Putin sia pronto a fare concessioni. 

L’ideologo di Putin: «Noi russi in guerra con l’Europa. A Trump fermarci non conviene: si arricchisce, prosciugando voi»

di Marco Imarisio – Corriere della Sera – 17 Ottobre 2025

Sergey Karaganov, ideologo del capo del Cremlino: «Deve tornare la paura. Gli Usa non rappresentano il peggio della civilità occidentale: sono molto più razionali di voi europei, è più facile trattare con loro»

MOSCA – «Un grande Paese ha bisogno di una ideologia di Stato. Altrimenti non è niente. E quando la perde evapora la nazione stessa. L’antica Roma ce l’aveva, l’Italia di oggi no. Forse è per questo che da molti secoli non siete un grande Paese». 

Non devono ingannare Le quattro stagioni in sottofondo, «Vivaldi è il mio compositore preferito, quindi io amo l’Italia», il gatto che ronfa sugli scaffali della libreria, il tè offerto dalla segretaria e l’aria affabile del padrone di casa, che ci riceve nel suo ufficio alla Hse, la facoltà di Economia e Affari internazionali che molti considerano come l’incubatrice della nuova classe dirigente russa. 

Sergey Karaganov è capace di dire cose tremende sempre con il sorriso sulle labbra, un sorriso che non si capisce bene se frutto di una naturale gentilezza o del compatimento verso l’interlocutore, un altro europeo incapace di comprendere il nuovo mondo. «A prescindere da quello che legge, invece Vladimir Vladimirovich capisce quello che dico, e io capisco quello che lui pensa». 

Al Forum economico di San Pietroburgo dello scorso giugno non era sfuggito a nessuno l’elogio del professor Karaganov fatto da Putin in persona, accompagnato persino da una pacca sulla spalla. «Mi ha fatto piacere. Credo che lui sia d’accordo con la mia visione del mondo». 

Le coordinate di Karaganov, politologo, uno dei fondatori del Valdai Club alle cui riunioni Putin prende parte regolarmente, sono contenute in un testo di pochi mesi fa, Il sogno della Russia nel XXI secolo, dove propone l’adozione di una ideologia statale nel suo Paese, una sorta di nuovo collettivismo spirituale nel cui nome devono essere sacrificate le libertà individuali. Non si conosce l’opinione di Putin sul saggio di Karaganov. Ma il fatto che sia stato pubblicato sul sito del ministero degli Esteri e in quello del Consiglio di sicurezza è già un indizio. 

«Gli Usa non rappresentano il peggio della civiltà occidentale. Sono molto più razionali di voi europei — nel nominarci, il sorriso di Karaganov diventa una smorfia di disgusto — e quindi diventa più facile trattare con loro. Ma Donald Trump non ha interesse nel fermare la guerra in Ucraina, se non quello della vanagloria personale, a meno che non vi sia una escalation verso un disastro totale, un fiasco come quello dell’Afghanistan, oppure un incidente nucleare. Lui e l’America ne stanno traendo beneficio, prosciugando l’Europa, spogliandola delle sue risorse, facendosi pagare per tenere in vita Kiev. Perché mai dovrebbe fermare tutto?». 

L’idea di Karaganov per concludere il conflitto ucraino è quasi irriferibile. Nell’estate 2023 sostenne la necessità di lanciare una testata nucleare sulla Polonia. «Era un paradosso. Io dicevo solo che bisogna reinstallare il sentimento della paura nel genere umano, che ha completamente perso il timore di Dio e della guerra. Per questo dico che se voi ci attaccaste, dovremmo rispondere con l’atomica. Io spero nella pace, e sono grato a Putin e Trump per i loro sforzi. Ma i vertici e le strette di mano non bastano. A cominciare dagli Usa, tutti devono capire che noi non stiamo combattendo contro l’Ucraina. La nostra è una guerra contro l’Europa unita. Contro l’Europa di Napoleone e Hitler. Le vostre élite hanno perso ogni forma di credibilità e di autorità, e per questo cercano una guerra contro di noi. Per fermarle, potrebbe essere necessario uno choc». L’osservazione sul piccolo dettaglio che la Russia ha invaso uno Stato sovrano si perde nell’esposizione della sua ideologia statale, che sembra piacere anche a Putin e sembra pensata in contrasto alla discutibile idea del nostro continente, condivisa da entrambi. 

A settant’anni suonati, dopo aver scritto discorsi per Breznev e per ogni altro presidente russo, «tranne Gorbaciov, del quale non condividevo nulla», dopo aver teorizzato la «Siberizzazione» della Russia, intesa come sguardo e portafoglio rivolto a Oriente, Karaganov si gode un riconoscimento tardivo derivante dall’adesione alle sue tesi da parte dell’ala più nazionalista del potere e dell’opinione pubblica russe. «Tengo a precisare che io e l’attuale presidente siamo due entità separate. Non sempre siamo d’accordo. Lui pensa che la fine dell’Urss sia stata la più grande tragedia del ventesimo secolo, io credo invece che le due Guerre mondiali siano state molto peggio. E sono entrambe cominciate in quell’Europa che oggi è la culla dell’individualismo più sfrenato, di un consumismo contro natura che ha generato un neofemminismo nichilista, la negazione della Storia e una inaccettabile libertà dei costumi. Quello che io propongo è una idea basata sul ritorno a valori comuni, antichi e condivisi. Io ho creato una ideologia per leader veri. E se vuoi esserlo davvero, sei obbligato a limitare le libertà individuali e civili. La missione della Russia è quella di fermare il degrado dell’uomo e di liberare il mondo dalle egemonie globali. E siamo finalmente sulla strada giusta. Forse per questo Trump è affascinato da Putin. Il presidente americano sa che siamo obbligati a vincere questa guerra. Ma il tempo delle sue scelte si sta avvicinando. O sta con noi, oppure sta con l’Europa». 

Santa Margherita Maria Alacoque


Nome: Santa Margherita Maria Alacoque

Titolo: Vergine

Nome di battesimo: Margherita Maria Alacoque

Nascita: 22 luglio 1647, Autun, Francia

Morte: 17 ottobre 1690, Paray-le-Monial, Francia

Ricorrenza: 16 ottobre

Tipologia: Memoria facoltativa

Canonizzazione:
1920, Roma , papa Benedetto XV

Luogo reliquie: Cappella della Visitazione Basilica del Sacro Cuore

Questa grande Santa fu la confidente del S. Cuore. Nacque il 22 luglio dell’anno 1647 da onorata famiglia, in un piccolo villaggio della diocesi di Autun. Accesa di amore per la Vergine e per l’augusto Sacramento dell’Eucarestia, giovanetta ancora, consacrò a Dio la sua verginità.

All’età di 15 anni, attraversò un periodo di rilassamento: l’amore umano e l’amore divino sembrava che se la contendessero; ma alla fine quest’ultimo trionfò. Iddio l’aveva eletta per rivelarle i tesori ineffabili del suo Cuore. A 23 anni entrò nel monastero della Visitazione in ParayleMonial. È qui dove incominciano le più sublimi ascensioni nella via della santità e dove ammiriamo le visioni e le conversazioni di Margherita col suo Celeste Sposo.

Da parte sua si teneva in grande umiltà e nutriva una devozione particolarissima verso la passione di Nostro Signore. Sentiva compassione per le grandi offese che continuamente laceravano il Cuore Sacratissimo di Gesù e voleva ripararle. Un giorno, mentre pregava ai piedi del Crocifisso, Gesù le mostrò il suo Cuore, acceso di fiamme e circondato di spine, e le disse: « Ecco quel Cuore che tanto ha amato gli uomini e dai quali non riceve che ingratitudini ».

Margherita si adoperò in tutti i modi per propagare la devozione al Sacro Cuore. Non mancarono le pene e le lotte. S. Claudio de la Colombière, suo confessore, la aiutò e così il suo apostolato passò le mura del monastero e si diffuse nel mondo

Margherita ricevette così dal suo direttore spirituale l’ordine di scrivere le sue esperienze ascetiche. Ella però inizia l’autobiografia sottolineando tutto la sua repulsione per quanto le viene chiesto:

«Soltanto per amor Tuo, o mio Dio, mi sottometto all’obbedienza di scrivere queste memorie e ti chiedo perdono della resistenza che fino ad ora ti ho opposta. E siccome Tu solo sai quanto forte sia la mia ripugnanza, Tu solo puoi concedermi la forza di superarla.»

«Devo farmi estrema violenza per scrivere tutte queste cose che avevo tenute nascoste con tanta gelosia e tante precauzioni per il futuro.»

«Queste parole mi dettero un gran coraggio, ma la paura, che questo mio scritto cada sotto lo sguardo altrui, continua.»

Molte sono le promesse che il Sacro Cuore per mezzo di S. Margherita fece ai fedeli che praticano questa devozione. Fra tutte spicca « La Grande Promessa »: « Tutti coloro che si comunicheranno nei primi venerdì di nove mesi consecutivi avranno la grazia della perseveranza finale; non morranno in mia disgrazia, nè senza ricevere i Ss. Sacramenti. Io stesso sarò loro sicuro asilo in quell’ora ».

Il 17 ottobre del 1690, Margherita, quasi consunta dall’amor di Dio, spirò serenamente nel dolcissimo amplesso di quel Cuore che tanto aveva amato. Moltissimi furono i miracoli operati per la sua intercessione e Benedetto XV l’iscrisse tra i Santi. Il Sommo Pontefice Pio XI ne estese l’Ufficio a tutta la Chiesa.

PRATICA. Facciamo i primi nove venerdì per assicurarci la salvezza eterna.

Le notti all’istituto di medicina legale Abu Kabir, dove si cerca l’identità degli ostaggi uccisi

Micol Flammini – 16 ott 2025 – Il Foglio

Hamas non rispetta l’accordo, usa i cadaveri per  prolungare la prima fase del piano e riprendere il controllo di Gaza. Il disarmo e il compromesso

Tel Aviv, dalla nostra inviata. L’istituto di medicina legale Abu Kabir di Tel Aviv è il posto in cui gli israeliani hanno imparato a ricevere i dettagli delle atrocità del 7 ottobre: nell’edificio furono portati i corpi dei civili massacrati da Hamas, nell’edificio in questi giorni entrano i corpi che Hamas sta rimandando indietro troppo lentamente, senza rispettare i termini dell’accordo con Israele per implementare la prima fase.

All’Abu Kabir le famiglie dei morti ricevono la conferma che la salma irriconoscibile è stata un tempo loro padre, figlio, fratello.

 Lunedì il gruppo della Striscia ha consegnato i corpi di quattro ostaggi, martedì ne ha rimandati altri quattro, ma uno non apparteneva a nessuno dei rapiti, era di un palestinese con addosso la divisa di Tsahal. Non è la prima volta che Hamas restituisce un corpo che non appartiene a un ostaggio. I terroristi hanno detto che si trattava dei resti di un soldato ucciso durante un’operazione del 2024 a Jabaliya. Tsahal ha negato che il corpo di un soldato israeliano caduto in combattimento sia finito nelle mani  dei terroristi.

Il lavoro sui resti  che hanno atteso due anni per essere restituiti è interminabile, del passato rimane poco e i dottori trascorrono la notte nel tentativo di identificarli. Escono stravolti, parlano a monosillabi. Sanno soltanto che il gioco di Hamas con i corpi degli uccisi andrà avanti a lungo.  A lungo andranno avanti le loro notti.  A lungo le famiglie attenderanno un segnale: vengono convocate all’Abu Kabir soltanto quando c’è la conferma dell’identità del corpo. 

Con la tortura imposta alle famiglie dei rapiti uccisi, Hamas  allunga  la prima fase dell’accordo per consolidare il potere perso nella Striscia. “In questi primi giorni, Hamas ha cercato di reimporre la sua  sovranità, sfidando i clan armati tra Khan Younis e la città di Gaza”, dice Michael Milshtein, analista del Dayan Center, grande conoscitore della storia e della strategia di Hamas. 

“Non è la stessa organizzazione di due anni fa, ha perso uomini, mezzi, comandanti e non è semplice riprendere il controllo. Ma può contare sull’ideologia, sulla fedeltà dei suoi membri e fino a questo momento sta avendo la meglio su almeno due dei clan rivali”.

La seconda fase dell’accordo prevede che il gruppo venga disarmato e passi il potere a un’amministrazione tecnica. Questa sembra la parte più difficile  del piano: Hamas vuole sopravvivere, è per questo che ha scelto di liberare gli ostaggi, ora tiene di più alle sue armi. 

I leader arabi che sostengono il piano di Donald Trump stanno cercando soluzioni alternative: “Gli egiziani hanno proposto di congelare l’arsenale del gruppo, il Qatar  vuole  fare una distinzione fra armi offensive  e quelle difensive. I paesi arabi conoscono la natura di Hamas e probabilmente convinceranno Trump ad accontentarsi di un compromesso che non rovini il cessate il fuoco”.

Secondo Milshtein, sarà questo l’unico modo per mandare avanti l’accordo. Ma prima ci sono le notti all’Abu Kabir, ci sono le analisi dei medici che uscendo con il volto distrutto sussurrano una sola consolazione: almeno sono tornati a casa. Per vedere tornare gli ostaggi vivi e morti, Israele si è ritirato dietro a quella che viene definita la “linea gialla” e ha scarcerato circa duemila detenuti palestinesi, alcuni arrestati dopo il 7 ottobre, più di duecento condannati all’ergastolo per atti di terrorismo:

“Far uscire dalle prigioni i detenuti ha un peso emotivo  sulla società israeliana”, spiega l’analista. Il dolore per queste scarcerazioni gli israeliani lo hanno sentito ogni volta che hanno scelto di liberare un numero sproporzionato di detenuti per vedere tornare un ostaggio, “è un dilemma antico, ma finora la scelta è sempre stata una: fare di tutto per riavere gli ostaggi. Nonostante il rischio”.

Fra i terroristi rilasciati c’è un nome che spicca: Mahmoud Issa, leader della cellula “unità speciale 101” di Gerusalemme est. Ora la cellula è di nuovo al completo e Milshtein è certo che Issa assumerà un ruolo di comando.  Hamas si prende il tempo per rafforzarsi. Nel frattempo, le notti all’Abu Kabir si trascinano. La strada che porta all’istituto è accompagnata da una schiera di bandiere. Sono il corridoio di saluto per gli ostaggi che ormai hanno soltanto una storia da raccontare: la loro morte. 

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