"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Dilexi te: la prima esortazione di Leone XIV

di Roberto de Mattei –  CR 1920 – 15 Ottobre 2025

La prima esortazione apostolica di Leone XIV, Dilexi te (“Ti ho amato”), firmata il 4 ottobre 2025 e resa pubblica il 9 ottobre, merita la nostra attenzione più di alcune interviste del Papa, alle quali talvolta viene data un’eccessiva rilevanza mediatica.  Ci troviamo di fronte non a poche parole, ma ad un ampio documento che conta 121 paragrafi e si sviluppa in cinque capitoli più un’introduzione. Come è stato notato, non è un’enciclica sociale, ma un’esortazione apostolica. L’enciclica è un documento dottrinale, l’esortazione apostolica è un documento pastorale, che non definisce dei principi, ma ci esorta a un comportamento. 

Papa Leone chiarisce che Dilexi te nasce da un progetto già avviato da Papa Francesco, che egli ha fatto suo, aggiungendo riflessioni personali. Tuttavia, se il tema della povertà è “bergogliano”, l’approccio non è il medesimo. Papa Francesco, sembrava spingere verso un impegno politico e sociale attivo, mentre Leone XIV, si richiama ad un impegno morale e caritativo. Francesco attribuiva un ruolo predominante ai movimenti, come artefici di giustizia sociale, Leone accenna ai movimenti in maniera generica e subordinata e tra i due poli della giustizia e della carità, attorno a cui si è svolto il dibattito sulla questione sociale dell’ultimo secolo, sembra attribuire un ruolo primario alla carità.

Il riferimento a sant’ Agostino nel n. 47, quando dice che «in una Chiesa che riconosce nei poveri il volto di Cristo e nei beni lo strumento della carità, il pensiero agostiniano rimane una luce sicura», rivela l’intenzione del Papa di ricondurre la carità al suo fondamento teologico e spirituale.

L’espressione «opzione preferenziale da parte di Dio per i poveri», precisa il Papa «non indica mai un esclusivismo o una discriminazione verso altri gruppi, che in Dio sarebbero impossibili» (n. 16). La povertà non è per lui una categoria sociale e tanto meno rivoluzionaria, ma piuttosto la condizione umana di chi, nella società, è debole, fragile, talvolta emarginato o perseguitato.

 «Sul volto ferito dei poveri troviamo impressa la sofferenza degli innocenti e, perciò, la stessa sofferenza del Cristo. Allo stesso tempo, dovremmo parlare forse più correttamente dei numerosi volti dei poveri e della povertà, poiché si tratta di un fenomeno variegato; infatti, esistono molte forme di povertà: quella di chi non ha mezzi di sostentamento materiale, la povertà di chi è emarginato socialmente e non ha strumenti per dare voce alla propria dignità e alle proprie capacità, la povertà morale e spirituale, la povertà culturale, quella di chi si trova in una condizione di debolezza o fragilità personale o sociale, la povertà di chi non ha diritti, non ha spazio, non ha libertà» (n. 9). 

I numerosi esempi che cita il Papa rivelano l’ampiezza della categoria dei poveri a cui si riferisce, che include, non solo malati, sofferenti, perseguitati, ma anche coloro che sono bisognosi di parole di istruzione e di verità«Tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, quando molti cristiani erano catturati nel Mediterraneo o ridotti in schiavitù nelle guerre, sorsero due Ordini religiosi: l’Ordine della Santissima Trinità per la Redenzione degli Schiavi (Trinitari), fondato da San Giovanni de Matha e San Felice di Valois, e l’Ordine della Beata Vergine Maria della Mercede (Mercedari), fondato da San Pietro Nolasco con l’appoggio di San Raimondo di Peñafort, domenicano. Queste comunità di consacrati sono nate con il carisma specifico di liberare i cristiani fatti schiavi, mettendo a loro disposizione i propri beni e, spesso, offrendo in cambio la propria vita» (n. 60). 

«Nel XVI secolosan Giovanni di Dio fondando l’Ordine Ospedaliero che porta il suo nome, creò ospedali-modello che accoglievano tutti, indipendentemente dalla condizione sociale o economica. La sua celebre espressione “Fate del bene, fratelli miei!” divenne un motto per la carità attiva verso i malati. Contemporaneamente, san Camillo de Lellis fondò l’Ordine dei Ministri degli Infermi – i Camilliani – facendo sua la missione di servire i malati con totale dedizione» (n. 50).

Il Papa ricorda ancora le Figlie della Carità di san Vincenzo de’ Paoli, le Suore Ospedaliere, le Piccole Suore della Divina Provvidenza e molte altre congregazioni femminili, che «sono diventate una presenza materna e discreta negli ospedali, nelle case di cura e nelle case di riposo» (n. 51). 

Nel XIX secolo, san Marcellino Champagnat fondò l’Istituto dei Fratelli Maristi delle Scuole, «sensibile ai bisogni spirituali ed educativi del suo tempo, soprattutto all’ignoranza religiosa e alle situazioni di abbandono vissute in particolare dai giovani».«Con lo stesso spirito, in Italia san Giovanni Bosco iniziò la grande opera Salesiana, basata sui tre principi del ‘metodo preventivo’ – ragione, religione e amorevolezza» (n. 70). «Nel XIX secolo, quando milioni di Europei emigravano in cerca di migliori condizioni di vita, due grandi santi si distinsero nella cura pastorale dei migranti: San Giovanni Battista Scalabrini e santa Francesca Cabrini» (n. 74).  

Papa Leone raccomanda infine le «opere di misericordia» (n. 27) e soprattutto un precetto cristiano dimenticato, l’elemosina, perché, afferma, «l’amore e le convinzioni più profonde vanno alimentate, e lo si fa con gesti»; «In ogni caso, l’elemosina, anche se piccola, infonde pietas in una vita sociale in cui tutti si preoccupano del proprio interesse personale. Dice il Libro dei Proverbi: “Chi è generoso sarà benedetto, perché egli dona del suo pane al povero” (Pr 22,9)» (n. 116).

 L’esortazione Dilexi te di Leone XIV ribadisce dunque l’insegnamento della Chiesa sulla carità verso il nostro prossimo. «La cura dei poveri – dice il Papa – fa parte della grande Tradizione della Chiesa, come un faro di luce che, dal Vangelo in poi, ha illuminato i cuori e i passi dei cristiani di ogni tempo» (n. 103). “Quella carità cristiana – potremmo concludere con le parole del suo grande predecessore Leone XIII  che compendia in sé tutto il Vangelo e che, pronta sempre a sacrificarsi per il prossimo, è il più sicuro antidoto contro l’orgoglio e l’egoismo del secolo» (Rerum Novarum, n. 45).

Santa Teresa d’Avila


Nome: Santa Teresa d’Avila

Titolo: Vergine e Dottore della Chiesa

Nome di battesimo: Teresa Sánchez de Cepeda Dávila y Ahumada

Nascita: 28 marzo 1515, Gotarrendura, Spagna

Morte: 4 ottobre 1582, Alba de Tormes, Spagna

Ricorrenza: 15 ottobre


24 aprile 1614, Roma , papa Paolo V

Canonizzazione:
12 marzo 1622, Roma , papa Gregorio XV

Luogo reliquie:Monastero dell’Annunciazione

S. Teresa di Gesù nacque ad Avila (Spagna) il 28 marzo dell’anno 1515, da nobile ed antica famiglia.

Teresa si distinse fin da bambina per un grande amore alla lettura di buoni libri, e specialmente della Sacra Scrittura.

Leggendo ad un suo fratellino le gesta dei Martiri, tutti e due furono accesi di santo ardore di morire per il nome di Gesù, ed un giorno, non visti, fuggirono per andare tra i Mori infedeli: « Così, dicevano, voleremo subito in Paradiso! ».

Mirabile ingenuità! Ma un loro zio li ricondusse alla casa paterna. Allora pensarono di condurre una vita solitaria e si costruirono una celletta nel giardino, dove si ritiravano in preghiera.

A 12 anni le morì la madre e Teresa provò tale dolore da non trovare conforto sulla terra.

Pensò allora che le rimaneva un’altra madre ben più amorosa e potente: la Madonna, e a Lei si affidò. Intanto andava preparandosi pel chiostro e a 20 anni seguì la divina chiamata. Si ritirò nel monastero dell’Incarnazione del Monte Carmelo in Avila, dove ben presto rifulse per ogni virtù.

Per una grave malattia dovette lasciare il monastero e ritornare in famiglia: guarì, ma perdette il primitivo fervore.

Una visione la fece ritornare in sè ed allora si diede con tutte le forze alla propria santificazione. Così si preparò a quella grande riforma dei monasteri Carmelitani, che fu accettata non solo da tutti i monasteri delle suore, ma anche da parecchi conventi dei frati. Aveva conosciuto S. Giovanni della Croce, tenuto in grande fama di dotto e santo, e se ne servi come del più valido aiuto.

titolo Nostra Signora del Monte Carmelo consegna lo scapolare dell’ordine ai santi Simone Stock, Angelo da Gerusalemme, Maria Maddalena de’ Pazzi e Teresa d’Avila
autore Pietro Novelli anno 1641

Indicibili furono i dolori fisici, le penitenze e le discipline, ma sostenne tutto colla più dolce serenità di spirito. Gesù la ricompensava con sublimi estasi, rivelandole verità altissime che ella tramandò nelle sue mirabili « Opere ».

«I ragazzi russi non sanno nulla di Stalin e dei gulag. Una popolazione plasmata dalla guerra, Putin ne approfitta»

di Marco Imarisio- Corriere della Sera – 14 Ottobre 2025

Lo storico Mark Galeotti autore del libro «Forgiati dalla guerra»: «La Russia non ha mai fatto veramente i conti con i demoni del passato»

«Quando insegnavo a Mosca, mi stupiva sempre la passione degli studenti per la storia. I ragazzi conoscevano in dettaglio quanti carri armati fossero stati impiegati nella battaglia del Kursk durante la Seconda Guerra Mondiale, e le differenze di strategia tra i comandanti Zhukov e Konev. Ma non sapevano quasi nulla dei crimini di Stalin, dei gulag, e delle altre guerre, civili e straniere, combattute dal loro Paese».

Anche in Italia è finalmente stato pubblicato «Forgiati dalla guerra» (Leg edizioni), una delle opere più importanti di Mark Galeotti, storico inglese tra i più profondi e conosciuti esperti di Russia. Il titolo enuncia già la tesi: come i conflitti e un malinteso senso della storia hanno profondamente plasmato l’evoluzione della Russia, creando una mentalità bellicista e aggressiva, sulla quale gran parte del mondo si interroga. 

«Vladimir Putin è l’homo sovieticus per eccellenza, che si nutre di ideologia senza avere più quella che stava alla base dell’Urss. L’uso distorto di una Storia dove tutto deve essere glorioso e senza macchie, gli è servito per dare una direzione al suo Paese. Per creare una identità temporanea, soffiando sulle paure ancestrali».

Professore, cosa temono i russi?
«La posizione della Russia è stata anche la sua tragedia. Nessun confine naturale, poche delle risorse che arricchivano i rivali, un perpetuo svantaggio tecnologico contro chiunque. Questo costante senso di vulnerabilità, e il sentirsi stretti tra i pericoli dell’invasione esterna e la ribellione dall’interno, hanno definito la mentalità dei suoi governanti. E di conseguenza, la minaccia della guerra e la necessità di essere in grado di combatterla sono stati il cardine dell’evoluzione statale».

L’elevato numero di conflitti è l’unica spiegazione possibile?
«Non è solo una questione di densità: in Russia, le istituzioni, la cultura della nazione, il concetto stesso dell’essere russo, sono stati definiti dalle guerre. Se un principe medievale moscovita si trovasse catapultato nell’epoca moderna, credo che in qualche modo sarebbe in grado di capire le scelte di Putin».

Che bisogno c’era di creare una nuova ideologia, se già alla fine dell’Urss la gente aveva smesso di credere a quella vecchia?
«Le reliquie del marxismo-leninismo davano comunque un senso all’essere un cittadino sovietico. Negli anni Novanta, i russi non sapevano più chi fossero. Qual era il loro posto nel mondo? Provare a copiare l’Occidente? Essere una civiltà distinta? A un certo punto, Putin ha provato a creare una identità attraverso la storia».

Quando, di preciso?

«Con la crisi finanziaria del 2008 e le proteste di piazza del 2011 e del 2012, Putin capisce che il contratto sociale tra lo Stato e il cittadino medio, stai lontano dalla politica e noi proviamo a farti vivere decentemente, non regge più. Ha bisogno d’altro. E allora chiede aiuto alla storia».

Che giudizio dà del Putin storico in capo?
«La sua passione per la storia è pari solo alla sua incapacità di comprenderla veramente. La tratta come fosse un buffet, dal quale ci si può servire a piacimento. In questo, approfitta del fatto che la Russia non ha mai davvero fatto i conti con i demoni del suo passato»

Il terreno per la guerra in Ucraina è stato preparato così?
«Già nel 2014, gli “omini verdi” che entrarono nel Donbass vennero ribattezzati Opolchentsky, come le milizie patriote che nel Seicento liberarono Mosca, la cui storia da allora incarnava l’idea che nei momenti di crisi ogni russo è tenuto a combattere, senza farsi troppe domande».

Perché lei sostiene che Putin verrà ricordato come una “figura di transizione”?
«Dobbiamo riconoscere che la Russia ha fatto molti progressi negli ultimi 25 anni. Ma nonostante i suoi tentativi, Putin non è mai riuscito a stabilire cosa sia la Russia oggi, e quale sia la sua visione. Improvvisa. Reagisce al momento. Stiamo parlando di un settuagenario plasmato dalle esperienze dell’Urss in declino, che, come molti suoi predecessori, vede il mondo in termini di minaccia e cerca di affrontare la fine del potere sovietico in un’era post-sovietica».E dopo di lui?
«La prossima generazione al potere sarà molto diversa. Non è certo che avranno successo, e sicuramente non saranno dei liberali. Ma saranno i primi non sovietici, e ben presto capiranno che il loro compito non è di rimanere intrappolati nel passato. Magari con un necessario choc culturale e di sistema, dovranno far capire al loro popolo che la Russia ha un ruolo importante nel mondo, ma non è più una potenza imperiale. E che una nazione forgiata dalla guerra non deve essere plasmata da essa per sempre».

LA LIBERAZIONE DEGLI OSTAGGI

13 OTTOBRE FESTA DELLA MADONNA DI FATIMA


Corriere della Sera – 13 Ottobre 2025

Israele, la liberazione degli ostaggi alle 8 ora locale (le 7 in Italia). Trump: «Guerra finita» Video | «Le loro vite ferme da due  anni»

Gaza, notizie in diretta sull'accordo di pace Israele - Hamas | Media: «Il rilascio degli ostaggi inizierà alle 8 ora locale (le 7 in Italia)». Trump: «La guerra è finita»

di Davide Frattini e Greta Privitera, inviati a Tel Aviv, Paolo Foschi e Redazione Online

Witkoff: «Grazie a Regno Unito. Suo ruolo fondamentale»

L’inviato americano Steve Witkoff ha ringraziato la Gran Bretagna per il supporto chiave dato agli Usa. «Desidero riconoscere il ruolo fondamentale del Regno Unito nell’assistenza e nel coordinamento degli sforzi che ci hanno condotto a questa giornata storica in Israele», ha scritto in un post su X. «In particolare, desidero riconoscere l’incredibile contributo e l’instancabile impegno del Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jonathan Powell», ha aggiunto.

7:59 | 13 Ottobre

Portavoce Casa Bianca: «Una nuova alba in Medio Oriente»

«È una nuova alba in Medio Oriente». Lo ha scritto su X la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt condividendo in un post una foto della vista dal finestrino dell’Air Force One sulla quale sta viaggiando insieme al presidente americano Donald Trump diretto in Israele, dove è atteso intorno alle 8.20.
Ecco «la vista dall’Air Force One, mentre il presidente Trump atterrerà presto in Israele. E’ una nuova alba in Medio Oriente», ha scritto Leavitt. 

Ministero Salute Israele mobilitato per ricevere ostaggi

Il direttore generale del ministero della Salute israeliano, Moshe Bar Siman-Tov, ha dichiarato che l’intero sistema sanitario dello stato ebraico è mobilitato per accogliere i 20 ostaggi vivi liberati oggi da Gaza, oltre ai corpi degli ostaggi deceduti che saranno restituiti al Paese. «Oltre alla speranza e alla gioia, c’è anche un immenso dolore per le famiglie degli ostaggi che troveranno riposo eterno in Israele», ha spiegato. Siman-Tov ha ringraziato le divisioni professionali del ministero della Salute, gli ospedali, i sistemi sanitari e l’Istituto Nazionale di Medicina Legale Abu Kabir. Ha affermato che il ministero continuerà a fornire «il miglior supporto psicologico possibile all’intera popolazione israeliana».

Germania: «Da stati arabi pressioni su Hamas per disarmo»

Qatar, Egitto, Turchia e altri stati arabi stanno esercitando pressioni su Hamas a Gaza affinché accetti il disarmo, per sostenere il proseguimento dei negoziati di pace con Israele. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri tedesco. «Tutti questi stati non vogliono» che il movimento integralista islamico palestinese «Hamas continui a essere attivo. Vogliono il disarmo e, a questo proposito, abbiamo uno scenario favorevole, perché senza pressioni non funzionerà», ha dichiarato il ministro degli Esteri Johann Wadephul alla radio Deutschlandfunk.

7:53 | 13 Ottobre

1.916 prigionieri palestinesi liberati saliti su bus

I 1.966 prigionieri palestinesi che dovrebbero essere rilasciati da Israele oggi, nell’ambito del previsto scambio tra ostaggi e detenuti nella Striscia di Gaza, sono saliti a bordo di autobus all’esterno dalle carceri israeliane. Lo ha riferito l’agenzia di stampa Reuters. Tra loro, ci sono 1.716 palestinesi di Gaza che saranno trasferiti all’ospedale Nasser. I 250 palestinesi condannati all’ergastolo in Israele saranno trasferiti in Cisgiordania, a Gerusalemme e all’estero.

Trump assiste a rilascio ostaggi da Air Force One

Il presidente americano Donald Trump ha assistito alla liberazione dei primi sette ostaggi israeliani dall’Air Force One che lo porta a Tel Aviv. «La storia mentre accade», ha scritto la sua portavoce Karoline Leavitt sui social media, insieme a una foto della televisione che sull’aereo presidenziale trasmetteva immagini da Gaza e da Israele.

7:47 | 13 Ottobre

Hamas: «Rispetteremo l’accordo se anche Israele lo farà»

Hamas ha assicurato che rispetterà l’intera di Sharm el Sheikh, a patto che lo faccia anche Israele. «Assicuriamo il nostro impegno sull’accordo e sui relativi calendari, a condizione che Israele li rispetti», si legge in una nota diffusa dai media.

​«L’accordo che è stato raggiunto è il frutto della fermezza e della resistenza del nostro popolo», si legge ancora nel comunicato delle Brigate al-Qassam, braccio armato di Hamas. «L’occupazione avrebbe potuto riportare la maggior parte dei suoi prigionieri vivi molti mesi fa, ma ha continuato a temporeggiare», si sottolinea.

7:42 | 13 Ottobre

Al Jazeera: «Seconda fase rilascio ostaggi inizierà alle 10»

La seconda fase del rilascio degli ostaggi israeliani ancora in vita a seguito degli attacchi del 7 ottobre inizierà alle 10 locali (le 9 italiane) nel sud della Striscia di Gaza. Lo ha riportato la tv satellitare araba al Jazeera. In precedenza, erano state liberate sette persone sequestrate da Hamas a Gaza City, nel nord della Striscia. Il movimento integralista islamico palestinese questa mattina dovrebbe rilasciare complessivamente venti ostaggi ancora in vita.

7:36 | 13 Ottobre

Ostaggi Gaza: capo stato maggiore Idf ringrazia esercito

Il capo di stato maggiore delle Idf (Forze di Difesa israeliane), tenente Generale Eyal Zamir, ha tenuto una valutazione con gli alti ufficiali presso il quartier generale militare per gli ostaggi e le persone scomparse, in occasione del rilascio di sette ostaggi. Hamas li ha consegnati alla Croce Rossa, che li trasferirà in seguito nelle mani dell’esercito israeliano.
Zamir “ha espresso il suo apprezzamento a tutti gli organi delle Idf per la loro accurata preparazione e ha sottolineato l’importanza di mantenere un elevato livello di prontezza e allerta”, si legge in una dichiarazione dell’esercito.

7:

Hamas ordina ai residenti palestinesi di non diffondere informazioni sul rilascio degli ostaggi

Un sito affiliato ad Hamas ha ordinato oggi ai residenti di Gaza di non condividere online alcuna informazione riguardante il rilascio degli ostaggi detenuti dall’organizzazione islamista palestinese, avvertendo che eventuali violazioni saranno considerate un «pericoloso rischio per la sicurezza» e che i responsabili «saranno chiamati a rispondere». Il sito web «Al Majd», collegato all’apparato di sicurezza di Hamas, ha pubblicato linee guida che vietano la diffusione di dettagli o immagini relative ai movimenti della Unità ombra” – l’unità militare di Hamas che custodisce gli ostaggi – ai loro luoghi di detenzione o agli orari e percorsi dei trasferimenti all’interno della Striscia di Gaza. Secondo fonti di Hamas intervistate dal canale saudita Asharq, il rilascio degli ostaggi ha avuto inizio dopo le 8:00 (le 7 in Italia) in tre località: Gaza City, Gaza centrale e Khan Yunis, nel sud della Striscia. Le stesse fonti hanno confermato che domenica sera si è tenuto un incontro tecnico con il Comitato internazionale della Croce rossa (Icrc) per coordinare le procedure di rilascio, e che l’organizzazione umanitaria è stata aggiornata sulle condizioni di salute degli ostaggi, che in alcuni casi sono gravi.

Croce Rossa: «Rilasciati primi 7 ostaggi israeliani»

Sono stati rilasciati a Gaza i primi sette ostaggi israeliani che erano dal 7 ottobre 2023 nelle mani di Hamas. Lo ha annunciato la Croce Rossa, a quanto riportano media israeliani.

7:10 | 13 Ottobre

«Liberi tutti, ora», i nomi degli ostaggi letti al microfono: la piazza di Tel Aviv aspetta i suoi figli

(Greta Privitera, inviata a Tel Aviv) Nella piazza degli Ostaggi, a Tel Aviv, migliaia di persone si sono date appuntamento per condividere l’ultimo miglio. Sono 738 giorni che aspettano il ritorno dei loro amati e questi sono gli ultimi momenti di inferno per le famiglie e per le persone di questo paese, da due anni intrappolate nel trauma del 7 ottobre. Qui si grida «liberi tutti, ora». E si guarda lo schermo che mostra le immagini del luogo in cui arriveranno i venti uomini che torneranno in libertà. Dal palco, con il microfono, si leggono i nomi di coloro che verranno liberati. E sul grande schermo posizionato in piazza passano anche le immagini delle famiglie che aspettano al confine con Gaza.

Gaza, notizie in diretta sull'accordo di pace Israele - Hamas | Croce Rossa: «Rilasciati i primi sette ostaggi». L'attesa nella piazza di Tel Aviv. Trump: «La guerra è finita»

7:07 | 13 Ottobre

Nota scritta a mano di Benjamin e Sara Netanyahu per gli ostaggi: «Bentornati»

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e la moglie Sara hanno scritto a mano un bigliettino indirizzato agli ostaggi rilasciati per salutare il loro ritorno a casa. Secondo quanto riferito dall’ufficio del premier, il bigliettino è contenuto in un kit preparato per gli ostaggi, che contiene tra l’altro abiti, un computer, un cellulare e un tablet. «A nome dell’intero popolo di Israele, bentornati. Vi aspettavamo e vi abbracciamo», si legge sulla nota scritta dal premier e dalla moglie.

7:03 | 13 Ottobre

«Grazie presidente Trump», scritta gigante su spiaggia Tel Aviv

Un enorme cartello di ringraziamento al presidente degli Stati Uniti Donald Trump è esposto sulla spiaggia di Tel Aviv, come mostrato nelle immagini trasmesse da Channel 12. «Grazie», si legge sul cartello, raffigurante la sagoma della testa di Trump sospesa sopra due strisce blu e le stelle di David blu che simboleggiano la bandiera israeliana. La scrittura include anche la parola «casa» in inglese ed ebraico. Trump atterrerà in Israele nelle prossime ore per celebrare l’accordo tra Israele e Hamas per la restituzione dei restanti 48 ostaggi e la fine della guerra. Gli aerei che atterrano in Israele sorvolano spesso la spiaggia di Tel Aviv mentre si avvicinano all’aeroporto Ben Gurion, quindi il presidente potrebbe riuscire a vedere le parole dall’Air Force One.

6:57 | 13 Ottobre

Israele conferirà a Trump la più alta onorificenza civile del Paese

Il presidente israeliano Isaac Herzog ha dichiarato oggi che consegnerà la più alta onorificenza civile del Paese a Donald Trump, per il ruolo del presidente americano nel garantire il rilascio degli ostaggi da Gaza e nel contribuire a porre fine alla guerra con Hamas. «Grazie ai suoi instancabili sforzi, Trump non solo ha contribuito a riportare a casa i nostri cari ma ha anche gettato le basi per una nuova era in Medio Oriente fondata sulla sicurezza, la cooperazione e una genuina speranza per un futuro di pace», ha dichiarato Herzog in un comunicato rilasciato dal suo ufficio. «Sarà un grande onore per me consegnargli la Medaglia d’onore presidenziale israeliana». Herzog ha affermato che il premio sarà consegnato nei «prossimi mesi» e che informerà Trump della sua decisione durante la visita del tycoon oggi in Israele.

5:27 | 13 Ottobre

Hostages Square prepara la festa per il rilascio degli ostaggi

Centinaia di bandiere di Israele con il nastro giallo divenuto, simbolo della
mobilitazione per il rilascio degli ostaggi, e cartelli con i volti dei
prigionieri nelle mani di Hamas. Così Hostages Square  a Tel Aviv si
prepara a vivere il momento atteso da 737 giorni: il rilascio dei propri cari,
annunciato dalle autorità alle 8 di mattina (le 7 in Italia). In sottofondo una
canzone in inglese ripete «Bring `em home”, riportateli a casa.

5:03 | 13 Ottobre

4:50 | 13 Ottobre

Famiglie degli ostaggi invitate ad avvicinarsi al confine con la Striscia di Gaza​

Alcune famiglie che vivono lontano dal sud di Israele hanno ricevuto messaggi di iniziare a dirigersi verso la base di Re’im al confine con la Striscia di Gaza in vista del previsto rilascio dei loro parenti, riportano i media dello Stato ebraico. Secondo l’emittente Channel 12, i rilasci avverranno in due fasi a partire dalle 8 ora locale (le 7 in Italia). Alle 10 gli ostaggi ancora in vita saranno rilasciati da Khan Younis e da altre aree dell’enclave palestinese, riporta il media israeliano.

4:06 | 13 Ottobre

Trump. «Stiamo andando a rendere tutti felici»

«Non so perché hanno fischiato Netanyahu, noi stiamo andando a rendere tutti felici»: l’ ho ha detto Trump ai giornalisti.

3:37 | 13 Ottobre

Folla in piazza a Tel Aviv: «Thank you Trump, thank you Trump…»

Folla in piazza a Tel Aviv in attesa del rilascio degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas. Centinaia di persone si sono riunite in Hostages Square in una veglia di preghiera e speranza. Tantissimi i cori di ringraziamento per Donald Trump.

Ucraina – Russia, le notizie sul conflitto in diretta | Zelensky, seconda telefonata in due giorni con Trump. Il Cremlino: «Momento drammatico di escalation»

di Redazione Online – Corriere della Sera – 12 Ottobre 2025

15:54 | 12 Ottobre

Il Cremlino: «Momento drammatico di escalation»

Il Cremlino ha indicato di essere profondamente preoccupato dalla possibilità che gli Stati Uniti forniscano missili Tomahawk all’Ucraina, e ha parlato di un «momento davvero drammatico, legato a una escalation della tensione su tutti i fronti».

A utilizzare questi termini – secondo quanto riferito dall’agenzia Reuters – è stato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, nel corso di un colloquio sulla televisione di Stato russa.

​«Immaginate questa situazione: un missile a lunga gittata viene lanciato, è in volo, e noi sappiamo che potrebbe portare una testata nucleare. Cosa dovrebbe pensare la Federazione Russa. Come dovrebbe reagire la Russia?».

​Il riferimento è al fatto che alcune varianti – ormai ritirate – dei missili tomahawk potevano essere armate con testate atomiche.

​I tomahawk hanno gittata fino a 2.500 chilometri. Se l’Ucraina ne fosse dotata, potrebbe utilizzarli per colpire in profondità in territorio russo: potenzialmente, potrebbe persino colpire Mosca. 

​Nei giorni scorsi, Trump ha detto di aver ricevuto da Zelensky la richiesta di poter avere questi missili; ha detto anche di aver «quasi deciso» sulla risposta, senza però spiegare quale questa risposta fosse.

​Il presidente russo Vladimir Putin ha detto che i Tomahawk non possono essere utilizzati senza la partecipazione diretta di personale militare statunitense, e che dunque qualunque fornitura all’Ucraina scatenerebbe «un livello di escalation qualitativamente nuovo». 

​Il Financial Times, nelle scorse ore, ha riferito che gli Stati Uniti stanno offrendo almeno dallo scorso luglio informazioni di intelligence per aiutare Kiev a colpire in profondità, con i propri droni in territorio russo, e per distruggere infrastrutture energetiche. L’intelligence condivisa dagli Stati Uniti – secondo il quotidiano finanziario britannico – aiuterebbe Kiev nella pianificazione delle rotte, dell’altitudine, della scelta dei tempi e più in generale nella scelta delle missioni da effettuare.

​Secondo le fonti citate dal Financial Times, questa condivisione ha l’obiettivo di piegare le capacità economiche russe, costringendo Putin a sedersi al tavolo dei negoziati. 

15:37 | 12 Ottobre

Zelensky: parlato con Trump di difesa e lungo raggio

«Ho appena parlato con il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, per la seconda volta in due giorni, e anche oggi è stata una conversazione molto produttiva», annuncia via social il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. 

«Ieri abbiamo concordato un argomento specifico per oggi e abbiamo esaminato tutti gli aspetti della situazione. Proteggere la vita nel nostro Paese, rafforzarla, sia in termini di difesa aerea, sia in termini di resilienza e capacità a lungo raggio. Molti dettagli sull’energia. Il Presidente Trump è ben informato su tutto ciò che sta accadendo. Abbiamo concordato di proseguire la nostra conversazione e le squadre si stanno preparando. Grazie!»

13:14 | 12 Ottobre

Papa: dolore per nuovi attacchi in Ucraina

«Con dolore seguo le notizie dei nuovi violenti attacchi che hanno colpito diverse città e infrastrutture civili in Ucraina, provocando la morte di persone innocenti, tra cui bambini, e lasciando moltissime famiglie senza elettricità e riscaldamento». Così Papa Leone XIV prima di guidare l’Angelus in piazza San Pietro. «Il mio cuore si unisce alla sofferenza della popolazione, che da anni vive nell’angoscia e nella privazione. Rinnovo l’appello a mettere fine alla violenza, a fermare la distruzione, ad aprirsi al dialogo e alla pace».

12:10 | 12 Ottobre

Zelensky: contro di noi in 7 giorni 3.100 droni e 1.360 bombe

Nel corso di una settimana, la Federazione Russa ha utilizzato più di 3.100 droni, 92 missili e quasi 1.360 bombe aeree guidate contro l’Ucraina: lo ha dichiarato su facebook il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, citato da Ukrinform. «La Russia – ha scritto – continua a praticare il terrore aereo contro le nostre città e comunità, intensificando gli attacchi alle nostre infrastrutture energetiche. L’immoralità di questi crimini è tale che ogni giorno i russi uccidono la nostra gente. Ieri a Kostiantynivka, un bambino è stato ucciso in una chiesa da una bomba aerea. In totale, solo questa settimana, sono stati utilizzati contro l’Ucraina più di 3.100 droni, 92 missili e circa 1.360 bombe plananti», ha dichiarato il presidente.

11:57 | 12 Ottobre

Kiev, `colpite ancora dai russi infrastrutture energetiche´

La scorsa notte i russi hanno colpito ancora infrastrutture per il trasporto di energia e gas dell’Ucraina: lo ha riferito su Facebook il ministero dell’Energia di Kiev, citato da Ukrinform, spiegando che i lavori di ripristino sono in corso. «Ieri sera, il nemico ha nuovamente attaccato le infrastrutture di trasporto di energia e gas dell’Ucraina. Gli impianti energetici nelle regioni di Donetsk, Odessa e Chernihiv sono stati danneggiati», si legge nel comunicato. Si segnala che le squadre del servizio di emergenza statale e delle compagnie energetiche stanno lavorando per stabilizzare la situazione dell’approvvigionamento energetico il più rapidamente possibile. Secondo Ukrinform, i russi hanno attaccato per 59 volte in 24 ore gli insediamenti nella regione di Chernihiv, dove, nel distretto di Nizhyn, un drone ha colpito un impianto energetico.

11:26 | 12 Ottobre

Kiev, `abbattuti 103 droni russi su 118 e un missile lanciati´

Le forze di difesa aerea ucraine hanno abbattuto durante la notte 103 droni russi, almeno 50 dei quali erano droni d’attacco Shahed, più droni-esca, su 118 lanciati, oltre ad almeno un missile ipersonico guidato X-31, sul nord, l’est e l’ovest dell’Ucraina. Quest’ultimo e 15 droni d’attacco sono però andati a segno, colpendo 10 località. Lo scrivono i media ucraini, fra cui Ukrinform, citando il canale Telegram dell’aeronautica di Kiev. Non si conoscono ulteriori dettagli.

11:05 | 12 Ottobre

Zelensky, escalation Mosca mentre mondo guarda Medio Oriente

La Russia sta intensificando gli attacchi sull’Ucraina approfittando del fatto che il mondo è distratto dalla guerra a Gaza. A spiegarlo è stato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, in un post sui social media. «Mosca si permette un’escalation degli attacchi e sfrutta apertamente il fatto che il mondo sia concentrato a garantire la pace in Medio Oriente», ha detto. «Proprio per questo non si può permettere alcun allentamento della pressione. Sanzioni, tariffe, azioni congiunte contro gli acquirenti del petrolio russo che finanziano questa guerra, tutto deve rimanere sul tavolo», ha ammonito. «Ed è proprio questo che può aprire la strada a una pace duratura per l’Europa», ha detto, «parallelamente al processo di pace in Medio Oriente».

Papa Leone XIV: “Guardiamoci da ogni strumentalizzazione della fede”

Il Pontefice per il giubileo della spiritualità mariana: “L’affetto per Maria di Nazaret ci rende con lei discepoli di Gesù, ci educa a tornare a Lui”

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, domenica 12 ottobre 2025, 11:11 (ACI Stampa).

La spiritualità mariana, che nutre la nostra fede, ha Gesù come centro. Come la domenica, che apre ogni nuova settimana nell’orizzonte della sua Risurrezione dai morti. Ricordati di Gesù Cristo: questo solo conta, questo fa la differenza tra le spiritualità umane e la via di Dio”. Lo ha ribadito questa mattina il Papa, nell’omelia pronunciata durante la Messa  per il Giubileo della Spiritualità Mariana.

“Gesù – ha spiegato Leone XIV – è la fedeltà di Dio, la fedeltà di Dio a sé stesso. Bisogna dunque che la domenica ci renda cristiani, riempia cioè della memoria incandescente di Gesù il sentire e il pensare, modificando il nostro vivere insieme, il nostro abitare la terra. Ogni spiritualità cristiana si sviluppa da questo fuoco e contribuisce a renderlo più vivo”.

Commentando poi la guarigione di Naamàn, il Papa ha osservato: “meno titoli si possono vantare, più è chiaro che l’amore è gratuito. Dio è puro dono, sola grazia, ma quante voci e convinzioni possono separarci anche oggi da questa nuda e dirompente verità! La spiritualità mariana è a servizio del Vangelo: ne svela la semplicità.

 L’affetto per Maria di Nazaret ci rende con lei discepoli di Gesù, ci educa a tornare a Lui, a meditare e collegare i fatti della vita nei quali il Risorto ancora ci visita e ci chiama. La spiritualità mariana ci immerge nella storia su cui il cielo si è aperto, ci aiuta a vedere i superbi dispersi nei pensieri del loro cuore, i potenti rovesciati dai troni, i ricchi rimandati a mani vuote. Ci impegna a ricolmare di beni gli affamati, a innalzare gli umili, a ricordarci la misericordia di Dio e a confidare nella potenza del suo braccio. Il suo Regno viene coinvolgendoci, proprio come a Maria ha chiesto il sì, pronunciato una volta e poi rinnovato di giorno in giorno”.

“I lebbrosi che nel Vangelo non tornano a ringraziare – ha detto ancora nell’omelia – ci ricordano che la grazia di Dio può anche raggiungerci e non trovare risposta, può guarirci e non coinvolgerci. Guardiamoci, dunque, da quel salire al tempio che non ci mette alla sequela di Gesù. Esistono forme di culto che non ci legano agli altri e ci anestetizzano il cuore. Allora non viviamo veri incontri con coloro che Dio pone sul nostro cammino; non partecipiamo, come ha fatto Maria, al cambiamento del mondo e alla gioia del Magnificat. Guardiamoci da ogni strumentalizzazione della fede, che rischia di trasformare i diversi – spesso i poveri – in nemici, in lebbrosi da evitare e respingere”.

“Il cammino di Maria – ha concluso Papa Leone – è dietro a Gesù, e quello di Gesù è verso ogni essere umano, specialmente verso chi è povero, ferito, peccatore. Per questo la spiritualità mariana autentica rende attuale nella Chiesa la tenerezza di Dio, la sua maternità. In  questo mondo assetato di giustizia e di pace, teniamo viva la spiritualità cristiana, la devozione popolare a quei fatti e a quei luoghi che, benedetti da Dio, hanno cambiato per sempre la faccia della terra. Facciamone un motore di rinnovamento e di trasformazione, come chiede il Giubileo, tempo di conversione e di restituzione, di ripensamento e di liberazione”.

Chi sono i 20 ostaggi ancora vivi di Hamas che ritornano dai tunnel di Gaza?

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 12 Ottobre 2025

Sono tutti uomini: per lo più civili (molti i ragazzi del Nova) ma anche soldati. La loro vita è ferma dal 7 ottobre 2023

DALLA NOSTRA INVIATA TEL AVIV – La prima volta li incontri nei corridoi dell’aeroporto di Ben Gurion, appena atterri a Tel Aviv. Li rivedi per le strade, sui manifesti sbiaditi che hanno preso il posto delle pubblicità. Sono sugli adesivi che si attaccano alle macchine. Sventolano sui balconi con le bandiere israeliane. Capita di incrociarli anche stampati sulle t-shirt. I volti dei venti ostaggi vivi (28 quelli deceduti) rimasti a Gaza sono ovunque. Se il primo ministro Benjamin Netanyahu fatica a ricordare il numero preciso dei prigionieri, nella piazza di Tel Aviv, il suo popolo conosce tutto di loro. Le storie, i nomi e, soprattutto, le famiglie, che da due anni lottano perché tornino a casa. Manca poco ormai, «se tutto va bene», come dicono gli amici, per scaramanzia: è questione di ore e saranno liberati. Quelli in vita, sarebbero solo uomini. Civili e anche soldati: tanti i giovani. Il 7 ottobre, molti di loro sono stati rapiti dal Nova Festival, l’evento musicale in cui i terroristi hanno ucciso 400 persone.

Nella lista c’è Matan Angrest. Un soldato rapito dal suo carro armato mentre era in servizio, nel Sud di Israele. In questi mesi sua madre Anat è sempre stata in prima linea, dalla piazza ha gridato il nome del figlio e le colpe del primo ministro. Ci sono i gemelli Gali e Ziv Berman, rapiti dal kibbutz di Kfar Aza. Alcuni ex ostaggi hanno raccontato che i due fratelli sono stati tenuti divisi per tutto il tempo. Poi c’è Elkana Bohbot rapito al Nova Festival. Suo figlio Reem va all’asilo e ha costruito un binocolo per «cercare il papà», raccontano. Anche Rom Braslavski era al Nova. Faceva il servizio di sicurezza ed è stato ferito a entrambe le mani. Nimrod Cohen era un soldato come Matan e anche lui è stato preso mentre si trovava su un carro armato.

Ariel e Davide Cunio sono fratelli. Sono stati rapiti con altri cinque membri della loro famiglia, poi liberati. Evyatar David lo abbiamo visto ad agosto in un video atroce dove si scavava la fossa. Evyatar è stato sequestrato dal Nova. Anche Guy Gilboa-Dalal, mentre suo fratello è riuscito a fuggire. Maxim Herkin ha una figlia di tre anni che lo aspetta a casa. Preso dal Nova anche lui. Eitan Horn il 7 ottobre si trovava al kibbutz di Nir Oz per fare visita al fratello Iair, liberato a febbraio. Segev Kalfon è un altro giovane rapito al Nova: l’ultima volta è stato visto mentre fuggiva lungo l’autostrada. Anche Bar Kuperstein era al festival. Alcuni testimoni hanno raccontato che fosse rimasto per soccorrere i feriti.

Omri Miran è stato prelevato dal kibbutz Nahal Oz quando le sue figlie avevano due anni e sei mesi. Eitan Mor era un’altra guardia di sicurezza del Nova, i suoi genitori sono tra i fondatori del Tikva Forum, le famiglie che si sono battute per fare pressione militare e non per un cessate il fuoco immediato. Yosef-Haim Ohana faceva il barista al festival musicale. C’era anche Alon Ohel. Pianista di talento, i suoi genitori hanno distribuito pianoforti in Israele e nel mondo per sensibilizzare l’opinione pubblica.

Avinatan Or è stato preso dal Nova con la sua ragazza, Noa Argamani, liberata da un’azione dell’esercito israeliano e tra i volti più noti degli ostaggi per il video che la ritrae su una motocicletta di Hamas. E poi c’è Matan Zangauker. Rapito dal kibbutz di Nir Oz e figlio di Einav, madre coraggiosa e spina nel fianco del governo di Netanyahu. 

Papa Leone XIV: “La pace non è ultimatum, ma dialogo

Durante la veglia per il giubileo della spiritualità mariana il Papa si rivolge ai potenti del mondo: “Abbiate l’audacia del disarmo”

Papa Leone XIV |  | Daniel Ibanez EWTN

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, sabato 11 ottobre 2025, 19:20 (ACI Stampa).

Tutti insieme, perseveranti e concordi, non ci stanchiamo di intercedere per la pace, dono di Dio che deve diventare nostra conquista e nostro impegno”. Lo ha detto questa sera Papa Leone XIV introducendo la meditazione in occasione della Veglia di Preghiera per il Giubileo della Spiritualità Mariana.

In Maria – ha detto il Papa citando il Concilio Vaticano II  – cerchiamo “la guida del nostro pellegrinaggio nella speranza, guardando alle sue virtù umane ed evangeliche, la cui imitazione costituisce la più autentica devozione mariana.

“Guardiamo alla Madre di Gesù e a quel piccolo gruppo di donne coraggiose presso la Croce – ha proseguito – per imparare anche noi a sostare come loro accanto alle infinite croci del mondo, dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli, per portarvi conforto, comunione e aiuto”.

Citando poi le parole di Maria – fate quel che vi dirà – riportate dal Vangelo nell’episodio delle Nozze di Cana, il Papa ha osservato che da quel momento Maria “non parlerà più. Dunque queste parole, che risultano quasi un testamento, devono essere carissime ai figli, come ogni testamento di una madre. Qualsiasi cosa Lui vi dica. Lei è certa che il Figlio parlerà, la sua Parola non è finita, crea ancora, genera, opera, riempie di primavere il mondo e di vino le anfore della festa. Maria, come un segnale indicatore, orienta oltre sé stessa, mostra che il punto di arrivo è il Signore Gesù e la sua Parola, il centro verso cui tutto converge, l’asse attorno al quale ruotano il tempo e l’eternità”.

“Fate la sua Parola, raccomanda. Fate – ha esortato Leone XIV – il Vangelo, rendetelo gesto e corpo, sangue e carne, fatica e sorriso. Fate il Vangelo, e si trasformerà la vita, da vuota a piena, da spenta ad accesa. Fate qualsiasi cosa vi dica: tutto il Vangelo, la parola esigente, la carezza consolante, il rimprovero e l’abbraccio. Ciò che capisci e anche ciò che non capisci. Maria ci esorta ad essere come i profeti: a non lasciare andare a vuoto una sola delle sue parole”.

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Il Papa ha poi ripreso l’esortazione di Gesù a Pietro: metti via la spada. Esortazione quanti mai attuale oggi. “La pace è disarmata e disarmante. Non è deterrenza, ma fratellanza, si . Non verrà come frutto di vittorie sul nemico, ma come risultato di semine di giustizia e di coraggioso perdono. Metti via la spada è parola rivolta ai potenti del mondo, a coloro che guidano le sorti dei popoli: abbiate l’audacia del disarmo! Ed è rivolta al tempo stesso a ciascuno di noi, per farci sempre più consapevoli che per nessuna idea, o fede, o politica noi possiamo uccidere. Da disarmare prima di tutto è il cuore, perché se non c’è pace in noi, non daremo pace”.

Il Papa ha anche ammonito: “I grandi del mondo si costruiscono imperi con il potere e il denaro. Voi però non fate così. Dio non fa così: il Maestro  non ha troni, ma si cinge un asciugamano e s’inginocchia ai piedi di ciascuno. Il suo impero è quel poco di spazio che basta per lavare i piedi dei suoi amici e prendersi cura di loro. È anche l’invito ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi; per guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti; per interpretare gli avvenimenti della storia con il punto di vista della vedova, dell’orfano, dello straniero, del bambino ferito, dell’esule, del fuggiasco. Altrimenti non cambierà mai niente, e non sorgerà un tempo nuovo, un regno di giustizia e di pace”.

“Dio – ha concluso il Papa – regala gioia a chi produce amore nel mondo, gioia a quanti, alla vittoria sul nemico, preferiscono la pace con lui. Coraggio, avanti, in cammino, voi che costruite le condizioni per un futuro di pace, nella giustizia e nel perdono; siate miti e determinati, non lasciatevi cadere le braccia. La pace è un cammino e Dio cammina con voi. Il Signore crea e diffonde la pace attraverso i suoi amici pacificati nel cuore, che diventano a loro volta pacificatori, strumenti della sua pace”.

Ucraina, Shevchuk: il male si vince con la preghiera e la conversione

L’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč, capo del Sinodo della Chiesa greco-cattolica ucraina, sul Rosario per la pace con Leone XIV: “Questa iniziativa del Santo Padre ha avuto un riscontro, un’eco particolare nel cuore degli ucraini perché il nostro paese soffre ogni giorno il disastro della guerra”

Taras Kotsur – Città del Vaticano – 11 Ottobre 2025

«In Ucraina la pace non è solo una parola, un accordo fra i potenti che un giorno decidono di non attaccarsi a vicenda: la pace è lo spazio della vita, dell’armonia, dove l’esistenza umana ha la possibilità di essere conservata e sviluppata». Perché «senza la pace non c’è cultura, non c’è civiltà, non c’è umanesimo, non c’è futuro».

 Sua beatitudine Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč, capo del Sinodo della Chiesa greco-cattolica ucraina, ci risponde così alla domanda sul significato di partecipare al Rosario per la pace che Papa Leone XIV guiderà in piazza San Pietro dalle ore 18 di oggi, 11 ottobre, nel giorno in cui si ricorda l’apertura del Concilio Vaticano II e in occasione della veglia del Giubileo della spiritualità mariana.

«Questa iniziativa del Santo Padre ha avuto un riscontro, un’eco particolare nel cuore degli ucraini perché il nostro paese soffre ogni giorno il disastro della guerra e, forse più di tutti gli altri popoli, prega e desidera la pace. Non tutti capiscono che la pace è un dono di Dio. Quei popoli che vivono nella tranquillità la pace la danno per scontata». Ma non certo in Ucraina, ha osservato Shevchuk, dove «ogni giorno preghiamo per la pace e in modo particolare lo faremo stasera, uniti con il Successore di Pietro».

La statua della Madonna di Fátima

L’arcivescovo di Kyiv sottolinea il fatto che il Rosario per la pace sarà accompagnato dalla Madre di Dio, in particolare dalla statua originale della Madonna di Fátima: «Sono appena tornato da Fátima, lì dove la Vergine Maria è apparsa ai pastorelli. L’appello della Madre di Dio all’umanità di pregare e convertirsi è una “ricetta” per porre dei limiti al male del giorno d’oggi, una proposta per spegnere il fuoco della guerra».

 Sua beatitudine ricorda che nel 1917 il mondo, l’Europa, erano stanchi della guerra, la prima guerra mondiale, che ha portato tante distruzioni, tante vittime. Allora la Madonna «ha cercato non i potenti, non i re, i generali, i presidenti, i comandanti degli eserciti. No, si è rivolta ai più deboli di questo mondo, a dei poveri piccoli pastorelli, e ha consegnato loro gli strumenti del come costruire e arrivare alla pace: preghiera e conversione».

Perché «non si può vincere il male con le armi. Il male può essere vinto soltanto con la conversione, cioè l’abbandono del male e il ritorno a Dio. Perciò pregare per la pace vuol dire pregare per la conversione di coloro che promuovono la guerra. E noi ucraini abbiamo ricevuto questo appello: di pregare per la conversione di quelli che ci uccidono», spiega.

La preghiera quotidiana per la pace

Shevchuk ci dice che «nella nostra Chiesa, ormai da dieci anni, c’è una preghiera costante, quotidiana, per la pace. Ogni giorno alle ore 20 il nostro popolo prega il Rosario, che unisce migliaia di persone. Pregano insieme, anche online, per la pace».

Ci sono parrocchie dove le porte delle chiese non si chiudono, a catena persone si susseguono per perpetuare questa preghiera. Come accadrà, con ancor maggiore partecipazione, questa sera. All’inizio del mese, durante la preghiera dell’Angelus, Papa Leone ha affidato questa intenzione in particolar modo ai bambini, come fece la Madonna cento anni fa. Chiediamo a sua beatitudine che forza abbia la preghiera dei piccoli.

 «Proprio a Fátima ho partecipato a questa preghiera dei bambini. Stare lì, vicino alla Cappella delle Apparizioni, vedere i bambini che pregano la Madonna per la pace e meditano il mistero del Rosario, tutto questo è stato per me un dono particolare», confida Shevchuk, il quale poi ci informa di un’iniziativa particolare:

«La scuola ucraina di San Giosafat a Toronto ha lanciato la proposta secondo cui il 13 di ogni mese i bambini si riuniranno per una preghiera globale della nostra Chiesa per la pace in Ucraina. Penso che la forza della preghiera di un bambino sia capace di aprire il cuore immacolato della Madre di Dio, che alla fine trionferà.

 Sono grato a questi nostri bambini perché possono essere per noi in un certo senso dei “maestri della preghiera”, anche per il loro desiderio di creare la propria relazione personale con Dio, per crescere, vivere, meditare la propria storia, la storia del proprio paese, della propria Chiesa, per costruire la pace in Ucraina e nel mondo intero».

Allarme sicurezza per le alte cariche: non c’è un bunker per il capo dello Stato. Lo sfogo di Crosetto: «Ci sono regole incredibili»

di Francesco Verderami – Corriere della Sera -11 Ottobre 2025

In caso di attacco aereo il presidente del Consiglio verrebbe trasferito a Forte Braschi, manca invece il sito per il presidente della Repubblica e il ministro dell’Interno. Il ministro della Difesa: «Per costruire questi ripari le stesse regole dei capannoni, è incredibile»

C’era una volta la guerra fredda e visto il clima era stato allestito un bunker anti-atomico per tutelare le più alte cariche istituzionali. Poi spuntò il sole e il sito venne dismesso. Ora che il clima è tornato rigido manca un riparo per il capo dello Stato. La speranza è che il (difficile) processo di pace in Medio Oriente presto si allarghi anche al conflitto ucraino. Ma al momento non si vedono le condizioni per fermare la «guerra dimenticata». Anzi, proprio alla vigilia degli accordi per Gaza, la Russia ha intensificato i bombardamenti su Kiev. 

Perciò in Italia il livello di allerta resta elevato. E come dice Guido Crosetto, «un ministro della Difesa deve sempre pensare al peggio». Così aggiornando il piano di sicurezza nazionale, ci si è resi conto di una falla: in caso di attacco esterno il presidente della Repubblica, che è anche il capo delle Forze Armate, sarebbe provvisto di adeguate misure di sicurezza. Ma non di un bunker.

L’unico che ne dispone è il presidente del Consiglio, per il quale sarebbe previsto il trasferimento a Forte Braschi, nel «campo trincerato» di Roma gestito dai servizi. A fronte di condizioni estreme l’obiettivo è tutelare la linea di comando e tra le cariche da salvaguardare ci sono per priorità anche il titolare dell’Interno e il responsabile della Difesa. Al Viminale come in via XX Settembre sono allestiti degli alloggi blindati per la sicurezza ma — come sottolinea una fonte accreditata — «quelle stanze non sarebbero capaci di resistere a un attacco aereo». Il sistema di tutela dei vertici dello Stato è figlio di un lungo periodo di pace durante il quale per certe misure non erano stati più previsti degli aggiornamenti.

Il vecchio bunker di Monte Soratte, un dedalo di gallerie sessanta chilometri a nord della Capitale, apparteneva a un passato che si pensava non sarebbe più tornato. Creato nel 1937, trent’anni dopo era stato modificato in un bunker anti-atomico sotto l’egida della Nato. Finché l’area non è stata dismessa e affidata a un’associazione per consentire visite guidate. È vero, c’è un sito ancora attivo: si chiama «DC 75» e si trova a Montelibretti, cinquanta chilometri a est di Roma. È situato nell’area dove ha sede la Scuola di formazione operativa dei Vigili del fuoco. La struttura, anti-sismica e in cemento armato, si sviluppa su più piani interrati ed è a prova di ordigni ad alto potenziale.

«DC 75» sta per Difesa Civile e contiene la sala operativa del Viminale, con personale e apparecchiature informatiche e telefoniche che in situazioni di emergenza entrerebbero in funzione per la gestione da remoto da parte del ministero dell’Interno. Sarebbe un posto ideale per la protezione delle cariche dello Stato, se non fosse che è troppo distante per essere raggiunto in caso di necessità: gli elicotteri infatti non potrebbero essere utilizzati qualora ci fosse un attacco aereo.

Raccontano che quando Crosetto ha analizzato il dossier e le possibili soluzioni abbia imprecato: «È incredibile che la Difesa per costruire un bunker debba seguire le stesse regole di un imprenditore che vuole costruire un capannone industriale». E il fatto che il governo possa «operare in deroga» per ragioni di «sicurezza nazionale», è una mezza verità: «Perché poi basta un comitato civico a bloccare i lavori». È accaduto per una scuola dei Carabinieri, che Lorenzo Guerini aveva previsto in Toscana durante il governo di Mario Draghi. Figurarsi un bunker.

Una cosa è certa. Le nuove disposizioni impediscono alle cariche dello Stato di muoversi insieme. Non potrà più accadere ciò che successe il giorno delle esequie di Silvio Berlusconi, quando l’intero esecutivo volò a Milano con lo stesso aereo. Allora il titolare dell’Interno Matteo Piantedosi osservò la scena e tra il serio e il faceto commentò: «Qui basta un colpo e fanno fuori tutto il governo».

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