"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Accordo su Gaza, Trump: «Ostaggi liberi entro martedì. Sui due stati non ho un’opinione»

di Davide Frattini – Corriere della Sera – 10 Ottobre 2025

Tornano i camion per gli aiuti. La Casa Bianca: «Ora una cerimonia in Egitto». Restano i rebus sulla seconda fase

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME – Gli abbracci, i sorrisi, le strette di mano, le prime difficoltà, le ore di attesa, le riunioni rinviate a dopo il tramonto. I 734 giorni di guerra si portano dietro la coda lunga di euforia mista all’ansia dopo due anni vissuti nell’angoscia. Fino all’ultimo le delegazioni israeliane e quella di Hamas hanno discusso la lista dei detenuti palestinesi da scarcerare. Fino all’ultimo non è stato chiaro quando i 20 ostaggi in vita ancora tenuti a Gaza verranno liberati. «Lunedì o martedì» dice Donald Trump dalla Casa Bianca. «Siamo riusciti a ottenere quello che tutti ritenevano impossibile. Adesso la strada per una pace durevole in Medio Oriente è aperta». Il presidente americano si prepara ad arrivare nella regione. Sono previsti un passaggio in Israele — dove è stato invitato a tenere un discorso in parlamento — e in Egitto: «Ci sarà una cerimonia ufficiale per la firma degli accordi», aggiunge.

I tempi e le fasi

La pace che proclama ha per ora i colori disegnati sulla mappa accompagnata al suo piano in 20 punti: entro 24 ore dall’approvazione dell’intesa da parte del governo israeliano l’esercito si ritirerà lungo una linea gialla, le truppe restano dentro la Striscia e continuano a controllarne il 53 per cento. Il passaggio successivo arriverà dopo una fase complessa: nei 363 chilometri quadrati dovrebbe entrare una forza internazionale per monitorare il disarmo di Hamas e mantenere l’ordine, allo stesso tempo le truppe raggiungono la zona blu ancora più vicina al territorio israeliano. 

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I tempi del ritiro completo non sono definiti, Tsahal manterrebbe comunque una fascia di sicurezza lungo tutto il perimetro della Striscia. Passaggi ancora lontani. È importante che in queste ore i camion con gli aiuti abbiano cominciato a transitare sempre più frequenti attraverso i cancelli verso il territorio devastato dalle bombe, che le famiglie degli ostaggi israeliani possano davvero sperare di riabbracciare gli amati.

La svolta

L’accelerazione nelle trattative è arrivata mercoledì con l’atterraggio a Sharm El Sheikh di Steve Witkoff, l’inviato di Trump, e Jared Kushner, il genero del presidente. È stata la pressione americana a sbloccare gli ostacoli, a far capire ai due contendenti che non era più il tempo di mercanteggiare. Nella notte egiziana, il pomeriggio a Washington, il segretario di Stato Marco Rubio ha consegnato un bigliettino a Trump in diretta televisiva: era il testo da approvare, il leader doveva essere il primo ad annunciare via social media il successo della mediazione. In contemporanea venivano diffuse le foto delle strette di mano nel resort sul Mar Rosso, i sorrisi distesi per la prima volta dopo mesi di discussioni. Trump ha riconosciuto il ruolo giocato dall’Egitto, dal Qatar e anche dai turchi, che è stato lui a voler invitare per questo tentativo finale di fermare il conflitto.

Condizioni imposte

Netanyahu ha ritardato fino a ieri sera tardi le riunioni decisive per l’accettazione dell’accordo, ma tutto sembrava già deciso nonostante i mugugni rabbiosi dei ministri fanatici e messianici che hanno votato contro. «Ringraziando Dio li riporteremo a casa», aveva scritto sui social media nella notte di mercoledì il primo ministro più longevo nella Storia del Paese. I suoi portavoce si affrettano a proclamare che «tutti gli obiettivi sono stati raggiunti», eppure il disarmo di Hamas richiederà mesi: non è la «vittoria totale» che Bibi aveva promesso agli elettori di destra e agli alleati oltranzisti. Si è dovuto piegare alle imposizioni dell’amico Donald.

Dal presidente egiziano Adbel Fattah Al Sisi al premier israeliano, adesso tutti assicurano Trump che «si merita il Nobel per Pace», ambizione mai nascosta. Anche se già ammette di non avere un’opinione «sulla soluzione dei due Stati, vedremo come si mettono d’accordo»: senza uno Stato palestinese è difficile capire come verrebbe raggiunta quella pace di cui parla. Il suo piano non indica un calendario preciso ed è già evidente che solo per recuperare i corpi dei 28 ostaggi morti in cattività e rimasti a Gaza ci vorranno mesi, i capi di Hamas e delle altre fazioni ammettono di non sapere dove siano. La ricostruzione è un’impresa enorme, il 90 per cento dei palazzi è danneggiato, le infrastrutture di una Striscia già poverissima devastate.

Sul campo gli scontri sono andati avanti. I militari hanno voluto impedire alla popolazione di ritornare nella città di Gaza che era stata evacuata per l’operazione Carri di Gedeone 2, l’occupazione ordinata dal governo di Netanyahu un mese fa.

Un mese di sangue

I jihadisti hanno tentato qualche agguato contro le truppe. In un mese — calcola il quotidiano Haaretz — le bombe hanno ucciso 130 palestinesi in zone dichiarate sicure dall’esercito, quelli ammazzati nell’offensiva — ordinata dopo la mattanza del 7 ottobre 2023, 1200 persone massacrate dai terroristi di Hamas — sono oltre 67 mila.

Hamas ha ottenuto garanzie dagli americani, dagli egiziani e dal Qatar che il governo israeliano non riprenderà le battaglie dopo il rilascio degli ostaggi. Lo ribadisce Khalil al Hayya, il capo dei negoziatori che Israele ha cercato di eliminare in Qatar: «Siamo sicuri che la tregua diventerà permanente». Gideon Sa’ar, il ministro degli Esteri, assicura: «Non ne abbiamo l’intenzione». Non lascia però spazio a un ruolo dell’Autorità palestinese «fino a quando non avrà implementato le riforme necessarie». 

Ancora una volta dalla lista dei detenuti da rilasciare sarebbe rimasto escluso Marwan Baghouti, che i palestinesi considerano un simbolo della resistenza e che secondo i diplomatici internazionali — compreso qualche politico israeliano — potrebbe essere il leader adatto ad attuare quelle riforme e con il quale trattare un accordo duraturo.

San Francesco d’Assisi sarebbe felice di condividere la festa del 4 ottobre con Santa Caterina da Siena

di Aldo Cazzullo – Corriere della sera – 8 Ottobre 2025

Bene ha fatto il presidente Mattarella a richiamare l’attenzione delle Camere: l’evento va uniformato. Che sia festa nazionale per entrambi, il santo e la santa, il patrono e la patrona

Si erano dimenticati di santa Caterina. Nella lodevole ansia di proclamare il giorno di Francesco festa nazionale, avevano scordato che il 4 ottobre si celebrava pure Caterina, con la formula della solennità civile. Bene ha fatto Mattarella a richiamare l’attenzione delle Camere: l’evento va uniformato; che sia festa nazionale per entrambi, il santo e la santa, il patrono e la patrona. 

Applicare le categorie del presente al Medioevo è sempre pericoloso; tanto più chiedersi cosa avrebbe fatto un personaggio in certe circostanze. Per una volta, però, non è peregrino pensare che san Francesco sia felicissimo di dividere la sua festa con santa Caterina. Per capire Francesco occorre andare ad Assisi. Il santo nacque, visse e riposa nel cuore d’Italia, l’Umbria; ma l’Italia la girò tutta, fu a Venezia e ad Arezzo, a Bologna e a Roma, ad Ancona e a Firenze… Ma è ad Assisi che si coglie lo spirito di un santo che pensava e scriveva in italiano prima che esistesse l’Italia, che amava tutte le creature, che pensava che l’intera creazione fosse connessa, gli esseri umani con gli animali, i fiori, gli alberi e i quattro elementi, acqua aria terra fuoco: tutti fratelli e sorelle, financo la morte; nessuno si salva da solo, nessuno muore per sempre

Soprattutto, Francesco accolse Chiara da pari a pari, e considerava le donne uguali agli uomini, in un tempo in cui erano sempre proprietà di un uomo, prima il padre poi il marito, e si discuteva se avessero o no l’anima. Allo stesso modo, per capire Caterina occorre andare a Siena. La santa è l’unico personaggio dell’Oca che viene rispettato da tutti, pure dalla Torre. Dalle suore e dalle rocker come Gianna Nannini, che le è devotissima. Se il Papa è a Roma, se l’Italia è il cuore della cristianità, se il nostro Paese ha una missione universale, lo si deve a lei, che convinse il Pontefice a lasciare Avignone e l’influenza francese per valicare le Alpi e tornare nella Città Eterna; e all’epoca l’idea che una donna dicesse a un sovrano assoluto cosa dovesse fare era temeraria prima che rivoluzionaria. 

Attorno a Francesco e a Caterina è fiorito un meraviglioso culto popolare, arricchito da tradizioni, leggende e miracoli di fede. Francesco fu il primo uomo a ricevere le stimmatele ferite di Gesù, anche se non ne parlò mai. Pure a Caterina sono attribuite le stimmate; ma lei avrebbe chiesto e ottenuto che non fossero visibili, per non trarne vanagloria. Anche per i non credenti o per gli agnostici, tuttavia, da entrambi i nostri santi viene un segnale di profonda fiducia nell’umanità e nella creazione. Ne abbiamo così bisogno, in un tempo in cui la creazione rischia di essere distrutta dalle guerre, dal cambio climatico, dal mondo post-umano delle biotecnologie e dell’intelligenza artificiale

Se l’Italia è importante nel mondo non è solo per le cose buone e belle, ma perché nell’autunno nel Medioevo nacque tra Assisi e Siena, tra Firenze e Roma l’idea dell’umanesimo cristiano: ogni uomo è il centro del mondo, ogni uomo ha un rapporto diretto con Dio, davanti a Dio tutti gli uomini sono uguali, ogni uomo — e ogni donna — ha una dignità che va sempre rispettata. Uomini e donne alla pari: un’idea che san Francesco praticava otto secoli fa è diventata legge dello Stato soltanto nel 1975Se oggi dovesse condividere la sua festa con una donna, Francesco ne sarebbe, anzi ne è, profondamente rallegrato. Forse è proprio questa la «perfetta letizia», la gioia assoluta, la felicità che aveva cercato per tutta la vita.

Gaza, la guerra Israele-Hamas in diretta | «Raggiunto l’accordo sul piano di pace a Gaza»: l’annuncio di Trump

di Paolo Foschi e Redazione Online – Corriere della Sera – 9 Ottobre 2025

Le notizie di giovedì 9 ottobre sul conflitto in Medio Oriente, in diretta

6:42 | 09 Ottobre

Tajani: «L’Italia potrà partecipare alla forza di pace»

«La pace è vicina. Giungono notizie ottime, ma non basta la firma. Ora bisogna difendere questa tregua ed inizia il lavoro». Lo ha detto a Rainews sul Medio oriente il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, aggiungendo che l’Italia potrà partecipare con i propri militari alla forza di pace.

6:15 | 09 Ottobre

Ambasciatore israeliano negli Usa: «Il rilascio degli ostaggi fra domenica e lunedì»

Il rilascio degli ostaggi israeliani è previsto fra «domenica e lunedì»: lo ha detto l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, intervistato dalla Cnn.

5:13 | 09 Ottobre

Abc News: ancora nessun accordo sul disarmo di Hamas

I colloqui a Sharm el-Sheikh si sono concentrati su cosa sarebbe successo nei primi giorni e nelle prime settimane dell’accordo. I colloqui si sono concentrati su un ritiro parziale israeliano da Gaza e su uno scambio di ostaggi con prigionieri palestinesi. Alcuni dei punti più controversi, come il disarmo di Hamas e la questione della governance a Gaza, dovranno essere negoziati in seguito. Lo afferma ABC News, che cita funzionari a conoscenza del dossier.

5:02 | 09 Ottobre

Trump: Gaza verrà ricostruita e i Paesi vicini collaboreranno

Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha detto che «Gaza verrà ricostruita» e che i Paesi vicini contribuiranno. «Davvero – ha dichiarato a Fox News – il Medio Oriente si è unito in modo straordinario, si sono uniti, sai, ci sono alcuni Paesi con una ricchezza straordinaria e il fatto di spendere solo una piccola parte di quella ricchezza può significare moltissimo per quella zona».

4:14 | 09 Ottobre

Trump: gli Stati Uniti saranno coinvolti nel mantenimento della pace a Gaza

Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti contribuiranno alla ricostruzione di Gaza e a mantenerla sicura e pacifica, dopo che Israele e Hamas hanno concordato la prima fase del suo piano di pace.
«Saremo coinvolti nell’aiutarli a raggiungere il successo e a mantenere la pace», ha dichiarato Trump a Fox News poche ore dopo l’annuncio dell’accordo, aggiungendo di essere «molto fiducioso che ci sarà pace in Medio Oriente».

3:15 | 09 Ottobre

Milei: Trump merita il premio Nobel per la pace

Il Presidente dell’Argentina, Javier Milei, si è congratulato con Donald Trump «per aver raggiunto uno storico accordo di pace tra Israele e Hamas» e ritiene che il Presidente americano meriti il premio Nobel per la pace. «Congratulazioni al Presidente Donald Trump», ha scritto Milei sul social network X, per poi aggiungere: «Voglio cogliere l’occasione per dire che firmerò la candidatura di Donald J. Trump per il Nobel della pace, in riconoscimento del suo straordinario contributo alla pace internazionale». E ha affermato: «Qualsiasi altro dirigente con tali risultati l’avrebbe ricevuto già da tempo».

2:44 | 09 Ottobre

Trump: «Nei prossimi giorni andrò in Israele e parlerò alla Knesset»

Donald Trump sarà in Israele nei prossimi giorni ed è intenzionato ad accogliere l’invito del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a intervenire alla Knesset. In una dichiarazione ad Axios, il presidente Usa annuncia: «Si prevede che arriverò in Israele nei prossimi giorni. Questo è un grande giorno per Israele e per il mondo. Vogliono che parli alla Knesset e lo farò sicuramente se lo vorranno». Quanto alla telefonata con Netanyahu dopo il raggiungimento dell’accordo tra Israele e Hamas, Trump afferma: «La mia conversazione con Bibi è stata fantastica. È felice, e giustamente. È un grande risultato. Il mondo intero si è unito per raggiungere questo accordo, compresi i paesi che un tempo erano nemici».

2:26 | 09 Ottobre

Guterres, Onu: «Ora tutti rispettino pienamente i termini dell’accordo»

«Accolgo con favore l’annuncio di un accordo per garantire un cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi a Gaza, sulla base della proposta avanzata dal Presidente degli Stati Uniti. Elogio gli sforzi diplomatici di Stati Uniti, Qatar, Egitto e Turchia nel mediare questa svolta disperatamente necessaria. Esorto tutti gli interessati a rispettare pienamente i termini dell’accordo». Lo scrive il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. Guterres prosegue: «Tutti gli ostaggi devono essere rilasciati in modo dignitoso. Deve essere garantito un cessate il fuoco permanente. I combattimenti devono cessare una volta per tutte. Deve essere garantito l’ingresso immediato e senza ostacoli di aiuti umanitari e materiali commerciali essenziali a Gaza. Le sofferenze devono finire. L’Onu sosterrà la piena attuazione dell’accordo e intensificherà la fornitura di aiuti umanitari duraturi e basati su principi, e promuoveremo gli sforzi di ripresa e ricostruzione a Gaza. Esorto tutte le parti interessate a cogliere questa importante opportunità per stabilire un percorso politico credibile verso la fine dell’occupazione, riconoscendo il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese e giungendo a una soluzione a due Stati che consenta a israeliani e palestinesi di vivere in pace e sicurezza. La posta in gioco non è mai stata così alta».

2:18 | 09 Ottobre

Hamas: il rilascio degli ostaggi in cambio della liberazione di 1950 detenuti palestinesi

Hamas fa sapere che l’accordo raggiunto con Israele prevede la liberazione di 1950 detenuti palestinesi (di cui 250 condannati all’ergastolo) in cambio del rilascio degli ostaggi vivi ancora prigionieri. Lo scambio dovrà avvenire entro 72 ore dall’attuazione dell’accordo.

2:17 | 09 Ottobre

Video diffusi da Al Jazeera mostrano i festeggiamenti degli abitanti di Gaza

Video diffusi da Al Jazeera, mostrano gli abitanti di Gaza festeggiare nelle
strade dopo il raggiungimento di un accordo per porre fine alla guerra nella
Striscia. Le celebrazioni si sono svolte nelle città di Khan Yunis e in altre
zone della Striscia di Gaza.

Netanyahu: telefonata «molto emozionante e calorosa» con Trump

L’ufficio del primo ministro israeliano riferisce che Benyamin Netanyahu ha appena parlato con il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. «I due leader hanno avuto una conversazione molto emozionante e calorosa, e si sono congratulati a vicenda per lo storico risultato ottenuto con la firma dell’accordo per la liberazione di tutti gli ostaggi. Netanyahu ha ringraziato Trump per tutti i suoi sforzi e per la sua leadership a livello globale, il presidente ha elogiato il premier per la sua guida determinata e per le azioni che ha intrapreso». «Netanyahu ha invitato Trump a tenere un discorso davanti alla Knesset».

2:03 | 09 Ottobre

Hamas ringrazia Trump e i mediatori

Hamas ha dichiarato che «il movimento annuncia il raggiungimento di un accordo che determina la fine della guerra a Gaza, il ritiro dell’Idf, l’ingresso di aiuti e lo scambio di prigionieri, dopo negoziati responsabili e seri che il movimento ha condotto insieme alle fazioni. Apprezziamo profondamente gli sforzi dei fratelli mediatori di Qatar, Egitto e Turchia, e apprezziamo anche gli sforzi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine definitivamente alla guerra e ottenere il completo ritiro dalla Striscia di Gaza»

Trump condivide sui social un video di ringraziamento dei familiari degli ostaggi

 Donald Trump ha condiviso sul suo social network `Truth´ un video inviato dai familiari degli ostaggi, tra cui Lishi Lavi-Miran, moglie dell’ostaggio Omri Miran, e Yotam Cohen, fratello del soldato catturato Nimrod Cohen. «Il Presidente ce l’ha fatta, ha annunciato che i nostri cari stanno tornando a casa», si legge nel video. «Non smetteremo di combattere finché non tornerà l’ultimo dei 48 ostaggi: quelli assassinati in prigionia, quelli ancora vivi. Grazie Presidente Trump, grazie all’amministrazione che ha fatto di tutto per riportarli indietro».

1:46 | 09 Ottobre

Fonti Usa: ostaggi liberi 72 ore dopo che il gabinetto di guerra israeliano avrà approvato l’accordo

Gli ostaggi ancora prigionieri nella Striscia di Gaza saranno liberati «72 ore dopo che il gabinetto di guerra israeliano approverà l’accordo» per il cessate il fuoco. Lo scrive Barak Ravid, giornalista di «Axios», in un post su X in cui cita un alto funzionario statunitense. La fonte ha precisato che ciò dovrebbe avvenire «al più tardi lunedì»

1:31 | 09 Ottobre

Hamas conferma, accordo raggiunto

«Annunciamo il raggiungimento di un accordo per porre fine alla guerra a Gaza, il ritiro dell’occupazione, l’ingresso degli aiuti e lo scambio di prigionieri». Lo annuncia Hamas in una dichiarazione riportata da Al Jazeera. «Apprezziamo gli sforzi dei mediatori in Qatar, Egitto e Turchia, nonché gli sforzi del presidente Trump per porre fine alla guerra una volta per tutte. Chiediamo al presidente Trump, agli Stati garanti e alle parti arabe e islamiche di obbligare l’occupazione ad attuare pienamente l’accordo. Chiediamo al presidente Trump e agli Stati garanti di non permettere all’occupazione di eludere o ritardare l’attuazione dell’accordo», aggiunge la dichiarazione di Hamas.

1:27 | 09 Ottobre

Le famiglie degli ostaggi: «Accogliamo la notizia dell’accordo con trepidazione e apprensione»

«Le famiglie accolgono la notizia della firma dell’accordo per il rientro di tutte le 48 persone rapite con trepidazione e apprensione. Si tratta di un progresso importante e significativo sulla strada del rientro di tutti, ma la nostra lotta non è ancora finita e non terminerà finché non sarà restituita l’ultima persona rapita. Il governo deve riunirsi e approvare l’accordo immediatamente». Lo scrive in una nota il quartier generale delle famiglie degli ostaggi israeliani. «Le famiglie desiderano esprimere la loro profonda gratitudine al presidente degli Stati Uniti Donald Trump», viene aggiunto.

1:09 | 09 Ottobre

Il Qatar conferma «l’accordo raggiunto» per la prima fase del cessate il fuoco

Il Qatar conferma «l’accordo raggiunto» per la prima fase del cessate il fuoco a Gaza.

1:05 | 09 Ottobre

Trump: «Tutte le parti coinvolte saranno trattate con giustizia»

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato che «tutte le parti coinvolte saranno trattate con giustizia» nel quadro dell’accordo per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Lo ha scritto alla fine del suo post su Truth Social.

1:04 | 09 Ottobre

La firma dell’accordo oggi alle 12 (11 in Italia)

L’accordo sul rilascio di tutti gli ostaggi e la fine della guerra a Gaza sarà firmato giovedì alle 12, (le 11 in Italia). Lo riferiscono le tv israeliane.

1:02 | 09 Ottobre

Netanyahu: «Con l’aiuto di Dio, riporteremo tutti a casa»

«Con l’aiuto di Dio, riporteremo tutti a casa». Lo dichiara Benyamin Netanyahu.

1:01 | 09 Ottobre

Trump: «Tutti gli ostaggi saranno presto liberi e Israele ritirerà la sue truppe. Questo è un grande giorno»

«Sono molto orgoglioso di annunciare che Israele e Hamas hanno entrambi firmato la prima fase del nostro piano di pace. Ciò significa che tutti gli ostaggi saranno rilasciati molto presto e Israele ritirerà le sue truppe secondo una linea concordata, come primo passo verso una pace forte e duratura». Lo scrive Donald Trump su Truth, aggiungendo, «questo è un grande giorno».

0:58 | 09 Ottobre

Times of Israel: «Hamas rilascerà sabato gli ostaggi ancora vivi»

«Hamas rilascerà gli ostaggi ancora vivi sabato». Lo hanno dichiarato al ‘Times of Israel‘ due fonti a conoscenza dei negoziati. 

0:55 | 09 Ottobre

Trump: «Raggiunto l’accordo»

0:48 | 09 Ottobre

Putin e il compleanno «nordcoreano» tra inni, preghiere e auspici di immortalità

di Marco Imarisio – Corriere della Sera – 8 Ottobre- 2025

Il 73esimo genetliaco del presidente ha mostrato come in Russia stia dilagando il culto della personalità

«Mnogaya leta», che poi è la traduzione quasi letterale del latino ad multos annos, insomma gli auguri di lunga vita e prosperità. Era questa la scritta in sottofascia che ha accompagnato gran parte della programmazione televisiva di una giornata solo in apparenza normale per la Russia. 

Ieri, infatti, si celebrava il 73esimo compleanno del Caro Leader, e forse l’utilizzo del soprannome che accompagnava Kim Jong-il ha persino una sua giustificazione oggettiva. Perché se è vero che Vladimir Putin ha sempre festeggiato il proprio genetliaco in maniera sobria, in ossequio al riserbo che avvolge la sua famiglia, è altrettanto innegabile che in questi ultimi anni il culto della personalità sorto intorno alla sua figura ha assunto dimensioni quasi nordcoreane.

Sarà per la guerra che dura ormai da quattro anni, sarà perché il futuro è avvolto nelle nubi. Mai come questa volta il giubilo per la lieta ricorrenza ha assunto proporzioni così evidenti. Siccome l’augurio usato come canto liturgico è risuonato ieri nelle televisioni di tutto il Paese, proprio la Chiesa ortodossa è stata la prima a felicitare Putin. Alle nove del mattino, il patriarca Kirill ha fatto pubblicare un messaggio a «Sua Eccellenza, profondamente stimato Vladimir Vladimirovich», augurandogli tra le altre cose, «forze inesauribili, una generosa assistenza divina e successi benedetti», per poi addentrarsi in una analisi dell’operato di Putin tanto personale quanto spietata. 

I bambini degli asili russi sono stati coinvolti nell’iniziativa «La mia Russia, il mio Presidente», disegnando cartoline di auguri a Putin e mostrando cartelli a lui dedicati

«È gratificante constatare come in tutti questi anni, sotto la Sua guida, la Russia si sia incamminata sulla strada dello sviluppo sociale ed economico, superando le sfide del tempo, rafforzando la propria sovranità, le proprie potenzialità scientifiche, tecniche e militari, garantendo così la sicurezza nazionale e costruendo relazioni internazionali eque».

Innumerevoli basiliche e parrocchie hanno seguito l’esempio del patriarca, celebrando messe speciali, e un altro prelato ortodosso, padre Ilia, ha creato una preghiera di nuovo conio. «Signore, Iddio, manda San Michele Arcangelo per assistere il Tuo servo Vladimir sottraendolo ai nemici visibili e invisibili…». Dal sacro al profano, nelle regioni di Belgorod, Voronezh, Samara e Ekaterinburg, in Siberia e nei territori ucraini annessi alla Russia, i bambini degli asili nido sono stati riuniti per ascoltare racconti sulla vita del festeggiato e prendere parte all’iniziativa «La mia Russia, il mio Presidente», disegnando cartoline di auguri, e mostrando cartelli con parole di saluto a lui dedicate.

E poi, l’età è solo un numero. Più vivi, più diventi giovane, diceva lo scorso settembre Putin all’alleato di maggioranza Xi Jinping prima della parata militare a piazza Tienanmen. Citando quello scambio di battute, Konstantin Malofeev, l’oligarca religioso e imperialista, si è fatto avanti per finanziare eventuali studi sull’immortalità del presidente, motivando la gentile offerta con queste parole. «Gli anni del governo di Putin sono diventati un periodo di rinascita politica ed economica. Con lui abbiamo vinto la guerra nel Caucaso e ora riconquistiamo le terre perse sotto Eltsin nella guerra santa in Ucraina… Con Putin vinceremo sempre. L’essenziale è che sia sano e ci governi il più a lungo possibile: così ricorderemo la sua epoca come il Secolo d’Oro. Che non finisca mai!» La Russia ha i suoi problemi, sempre più pesanti ed evidenti. Ma come dicevano i compagni Fantozzi&Filini, Lui è pur sempre un bel presidente, un santo, un apostolo.

MADONNA DEL ROSARIO

autore: Luca Giordano anno: 1657 titolo: Madonna del Rosario

Nome: Beata Vergine Maria del Rosario

Titolo: Apparizione

Ricorrenza: 7 ottobre

Tipologia: Commemorazione

La festa odierna ci ricorda il giorno in cui i Cristiani riportarono la vittoria contro i Turchi a Lepanto nel 1571. S. Pio V la istituì sotto il titolo di S. Maria della Vittoria e due anni dopo Gregorio XIII la confermava, mutandone il nome in quello di festa del S. Rosario.

A ragione questa vittoria venne attribuita alla SS. Vergine poiché, mentre a Lepanto si combatteva, in tutta la cristianità si recitava il Rosario. Erano milioni di fedeli con a capo il Papa che pregavano affinché la scimitarra degli infedeli non giungesse a far strage nelle nostre contrade, com’era preciso disegno dei Turchi. L’armata cristiana; inferiore di numero, assalì con grande fede ed ardore il nemico, e gl’inflisse una tale sconfitta che abbatté per sempre la potenza turca sul mare.

Non ci dilunghiamo sui particolari di quel memorando avvenimento; vogliamo invece considerarne meglio l’arma vincitrice, ossia il Rosario. Le sue origini sono molto antiche e vanno ricercate nell’uso degli anacoreti dei primi secoli e dei frati laici i quali non potendo recitare i centocinquanta salmi dell’Ufficio vi supplivano con altrettanti Pater Noster. Verso il secolo XII si incominciò a recitare in tal modo anche l’Ave Maria che ben presto si alternò con il Pater. Più tardi vi si aggiunsero le considerazioni dei misteri e, dopo le dieci Ave Maria, il Gloria Patri. Così si giunse alla forma attuale.

Il merito di aver dato il maggior impulso alla devozione del Rosario è di San Domenico. Si dice che mentre il Santo predicava contro gli Albigesi, gli apparve la Vergine SS. e consegnandogli una corona gli disse che con quell’arma avrebbe vinto l’errore. Il grande predicatore diffuse la pratica del Rosario tra i fedeli e le sue prediche ottennero quel magnifico risultato che la storia registra.

La SS. Vergine confermò più volte con prodigi la eccellenza del Rosario, specialmente apparendo a Lourdes ed a Fatima con la corona in mano.

Il Rosario è senza dubbio la devozione più facile e più cara : è un intreccio delle preghiere che ogni bambino impara sulle ginocchia della mamma: il Pater insegnatoci parola per parola da Gesù; l’Ave Maria composta dalle parole con le quali l’arcangelo Gabriele e S. Elisabetta salutarono Maria SS.; il Gloria, inno di lode e ringraziamento alla SS. Trinità.

Queste soavi preghiere vengono intrecciate con la meditazione dei tratti più notevoli della vita di Gesù e di Maria. Anzi i misteri sono l’anima del Rosario. Infatti lo scopo di questa santa istituzione è appunto quello di ricordarci quei divini misteri che ogni cristiano deve sempre avere dinanzi agli occhi, perché lo incitino alla riconoscenza dei benefici divini e perché possa vedere se la sua vita è conforme ai modelli contemplati.

Per ottenere questi frutti dobbiamo recitare il Rosario adagio, con devozione; e mentre il labbro ripete l’Ave Maria, il pensiero deve meditare i misteri assegnati per ogni decina e trarre da essi i principali insegnamenti pratici.

PRATICA. Acquistiamo la pia abitudine di recitare quotidianamente il S. Rosario.

Il cardinale Pizzaballa: per la prima volta in Terra Santa possibile una nuova pagina

Dopo le aperture di Hamas al piano di pace proposto dagli Usa, il Patriarca latino di Gerusalemme pubblica un messaggio che parla di speranza e di primo passo lungamente atteso verso la fine delle ostilità. “Molto resta da fare, ma come Chiesa siamo chiamati a dire una parola di speranza, ad avere il coraggio di una narrativa che apra orizzonti”

Vatican News

“Sono due anni che la guerra ha assorbito gran parte delle nostre attenzioni ed energie. È ormai a tutti tristemente noto quanto è accaduto a Gaza. Continui massacri di civili, fame, sfollamenti ripetuti, difficoltà di accesso agli ospedali e alle cure mediche, mancanza di igiene, senza dimenticare coloro che sono detenuti contro la loro volontà. Per la prima volta, comunque, le notizie parlano finalmente di una possibile nuova pagina positiva, della liberazione degli ostaggi israeliani, di alcuni prigionieri palestinesi e della cessazione dei bombardamenti e dell’offensiva militare”. Inizia così il messaggio del cardinale Pierbattista Pizzaballa rivolto a tutta la sua diocesi e integralmente pubblicato sul sito internet ufficiale del Patriarcato Latino di Gerusalemme, dopo il pronunciamento di Hamas sul piano di pace proposto dal presidente americano Donald Trump.

Qualcosa di nuovo e positivo all’orizzonte

“È un primo passo importante e lungamente atteso – prosegue il Patriarca -. Nulla è ancora del tutto chiaro e definito, ci sono ancora molte domande che attendono risposta, molto resta da definire, e non dobbiamo farci illusioni. Ma siamo lieti che vi sia comunque qualcosa di nuovo e positivo all’orizzonte. Attendiamo il momento per gioire per le famiglie degli ostaggi, che potranno finalmente abbracciare i loro cari. Ci auguriamo lo stesso anche per le famiglie palestinesi che potranno abbracciare quanti ritornano dalla prigione. Gioiamo soprattutto per la fine delle ostilità, che ci auguriamo non sia temporanea, che porterà sollievo agli abitanti di Gaza. Gioiamo anche per tutti noi, perché la possibile fine di questa guerra orribile, che davvero sembra ormai vicina, potrà finalmente segnare un nuovo inizio per tutti, non solo israeliani e palestinesi, ma anche per tutto il mondo. Dobbiamo comunque restare con i piedi per terra. Molto resta ancora da definire per dare a Gaza un futuro sereno. La cessazione delle ostilità è solo il primo passo – necessario e indispensabile – di un percorso insidioso, in un contesto che resta comunque problematico”.

Lo sguardo del Patriarca latino di Gerusalemme si allarga anche alla Cisgiordania e ai territori limitrofi: “Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che la situazione continua a deteriorarsi anche in Cisgiordania. Sono ormai quotidiani i problemi di ogni genere che le nostre comunità sono costrette ad affrontare, soprattutto nei piccoli villaggi, sempre più accerchiati e soffocati dagli attacchi dei coloni, senza sufficiente difesa delle autorità di sicurezza. I problemi, insomma, sono ancora tanti. Il conflitto continuerà ancora per lungo tempo ad essere parte integrale della vita personale e comunitaria della nostra Chiesa. Nelle decisioni da prendere riguardo alla nostra vita, anche le più banali, dobbiamo sempre prendere in considerazione le dinamiche contorte e dolorose da esso causate: se i confini sono aperti, se abbiamo i permessi, se le strade saranno aperte, se saremo al sicuro”.

Chiamati ad essere segno di speranza

Prosegue il testo: “La mancanza di chiarezza sulle prospettive future, che sono ancora tutte da definire, inoltre, contribuisce al senso di disorientamento e fa crescere il sentimento di sfiducia. Ma è proprio qui che, come Chiesa, siamo chiamati a dire una parola di speranza, ad avere il coraggio di una narrativa che apra orizzonti, che costruisca anziché distruggere, sia nel linguaggio che usiamo che nelle azioni e gesti che porremo. Non siamo qui per dire una parola politica, né per offrire una lettura strategica degli eventi. Il mondo è già pieno di parole simili, che raramente cambiano la realtà. Ci interessa, invece, una visione spirituale che ci aiuti a restare saldi nel Vangelo. Questa guerra, infatti, interroga le nostre coscienze ed è all’origine di riflessioni, non solo politiche ma anche spirituali. La violenza spropositata a cui abbiamo assistito fino ad ora ha devastato non solo il nostro territorio, ma anche l’animo umano di molti, in Terra Santa e nel resto del mondo. Rabbia, rancore, sfiducia, ma anche odio e disprezzo dominano troppo spesso i nostri discorsi e inquinano i nostri cuori. Le immagini sono devastanti, ci sconvolgono e ci pongono davanti a ciò che san Paolo ha chiamato ‘il mistero dell’iniquità’ (2Tes 2,7), che supera la comprensione della mente umana. Corriamo il rischio di abituarci alla sofferenza, ma non deve essere così. Ogni vita perduta, ogni ferita inflitta, ogni fame sopportata rimane uno scandalo agli occhi di Dio”.

Tenere fisso lo sguardo su Cristo

Non è con la forza che si costruisce la pace, afferma il cardinale Pizzaballa: “Potenza, forza, violenza sono diventati il criterio principale sul quale si fondano i modelli politici, culturali, economici e forse anche religiosi del nostro tempo. Abbiamo sentito molte volte ripetere in questi ultimi mesi che bisogna usare la forza e solo la forza può imporre le scelte giuste da fare. Solo con la forza si può imporre la pace. Non sembra che la storia abbia insegnato molto, purtroppo. Abbiamo visto nel passato, infatti, cosa producono violenza e forza. Dall’altro lato, però, in Terra Santa e nel mondo, abbiamo assistito e vediamo sempre più spesso la reazione indignata della società civile a questa arrogante logica di potere e di forza. Le immagini di Gaza hanno ferito nel profondo la comune coscienza di diritti e di dignità che abitano il nostro cuore. Questo tempo ha messo alla prova anche la nostra fede. Anche per un credente non è scontato vivere nella fede tempi duri come questo. A volte percepiamo forte dentro di noi la distanza tra la durezza degli eventi drammatici da un lato, e la vita di fede e di preghiera dall’altro. Come se fossero lontane l’una dall’altra. L’uso della religione, inoltre, spesso manipolata per giustificare queste tragedie, non ci aiuta ad accostarci con animo riconciliato al dolore e alla sofferenza delle persone. L’odio profondo che ci invade, con le sue conseguenze di morte e dolore, costituisce una sfida non indifferente per chi vede nella vita del mondo e delle persone un riflesso della presenza di Dio. Da soli non riusciremo a comprendere questo mistero. Con le nostre sole forze non riusciremo a stare di fronte al mistero del male e a resistergli. Per questo sento sempre più impellente il richiamo a tenere fisso lo sguardo su Gesù (cf. Eb 12,2). Solo così riusciremo a mettere ordine dentro di noi e a guardare alla realtà con occhi diversi”.

Dono e perdono. “La resa dei conti” non appartiene alla Chiesa

Nessuna vendetta, ma rispondere alla sfida di rimanere nell’amore è l’esortazione del cardinale Pizzaballa ai fedeli. “Insieme a Gesù, come comunità cristiana vorremmo raccogliere le tante lacrime di questi due anni: le lacrime di chi ha perso parenti, amici, uccisi o rapiti, di chi ha perso casa, lavoro, paese, vita, vittime innocenti di una resa dei conti di cui ancora non si vede la fine. Lo scontro e la resa dei conti sono stati la narrativa dominante di questi anni, con la inevitabile e dolorosissima conseguenza delle prese di posizione. Come Chiesa la resa dei conti non ci appartiene, né come logica né come linguaggio. Gesù, nostro maestro e Signore, ha fatto dell’amore che si fa dono e perdono, la sua scelta di vita. Le sue ferite non sono un incitamento alla vendetta, ma la capacità di soffrire per amore. In questo tempo drammatico la nostra Chiesa è chiamata con maggiore energia a testimoniare la sua fede nella passione e risurrezione di Gesù. La nostra decisione di restare, quando tutto ci chiede di partire, non è una sfida ma un rimanere nell’amore. Il nostro denunciare non è un’offesa alle parti, ma la richiesta di osare una via diversa dalla resa dei conti. Il nostro morire è avvenuto sotto la croce, non su un campo di battaglia”.

Un lungo percorso di ricostruzione e disintossicazione dall’odio

“Non sappiamo se questa guerra davvero finirà, ma sappiamo che il conflitto continuerà ancora, perché le cause profonde che lo alimentano sono ancora tutte da affrontare. Se anche la guerra dovesse finire ora, tutto questo e molto altro costituirà ancora una tragedia umana che avrà bisogno di molto tempo e tante energie per ristabilirsi. La fine della guerra non segna necessariamente l’inizio della pace, afferma il Patriarca latino di Gerusalemme – ma è il primo passo indispensabile per cominciare a costruirla. Ci attende un lungo percorso per ricostruire la fiducia tra noi, per dare concretezza alla speranza, per disintossicarci dall’odio di questi anni. Ma ci impegneremo in questo senso, insieme ai tanti uomini e donne che qui ancora credono che sia possibile immaginare un futuro diverso. La tomba vuota di Cristo, presso cui mai come in questi due anni il nostro cuore ha sostato in attesa di una risurrezione, ci assicura che il dolore non sarà per sempre, che l’attesa non sarà delusa, che le lacrime che stanno innaffiando il deserto faranno fiorire il giardino di Pasqua. Come Maria di Magdala presso quello stesso sepolcro, noi vogliamo continuare a cercare, anche se a tentoni. Vogliamo insistere a cercare vie di giustizia, di verità, di riconciliazione, di perdono: prima o poi, in fondo ad esse, incontreremo la pace del risorto. E come lei, su queste vie vogliamo spingere altri a correre, ad aiutarci nel nostro cercare. Quando tutto sembra volerci dividere, noi diciamo la nostra fiducia nella comunità, nel dialogo, nell’ incontro, nella solidarietà che matura in carità. Noi vogliamo continuare ad annunciare la Vita eterna più forte della morte con gesti nuovi di apertura, di fiducia, di speranza. Sappiamo che il male e la morte, pur così potenti e presenti in noi e attorno a noi, non possono eliminare quel sentimento di umanità che sopravvive nel cuore di ognuno. Sono tante le persone che in Terra Santa e nel mondo si stanno mettendo in gioco per tenere vivo questo desiderio di bene e si impegnano a sostenere la Chiesa di Terra Santa. E li ringraziamo, portando ciascuno di loro nella nostra preghiera. “Circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù” (Eb. 12,1-2)”.

L’11 ottobre, digiuno e preghiera per la pace

In questo mese, dedicato alla Vergine Santissima, vogliamo pregare per questo. Per custodire e preservare da ogni male il nostro cuore e quello di coloro che desiderano il bene, la giustizia e la verità. Per avere il coraggio di seminare germi di vita nonostante il dolore, per non arrendersi mai alla logica dell’esclusione e del rifiuto dell’altro. Preghiamo per le nostre comunità ecclesiali, perché restino unite e salde, per i nostri giovani, le nostre famiglie, i nostri sacerdoti, religiosi e religiose, per tutti coloro che si impegnano per portare ristoro e conforto a chi è nel bisogno. Preghiamo per i nostri fratelli e sorelle di Gaza, che nonostante l’infuriare della guerra su di loro, continuano a testimoniare con coraggio la gioia della vita. Ci uniamo, infine, all’invito di Papa Leone XIV che ha indetto per sabato 11 ottobre una giornata di digiuno e di preghiera per la pace. Invito tutte le comunità parrocchiali e religiose ad organizzare liberamente, per quella giornata, momenti di preghiera, come il rosario, l’adorazione eucaristica, liturgie della Parola e altri momenti simili di condivisione. Ci avviciniamo alla festa della Patrona della nostra diocesi, la Regina di Palestina e di tutta la Terra Santa. Nella speranza che in quella giornata ci si possa finalmente incontrare, rinnoviamo alla nostra Patrona la preghiera di intercessione per la pace.

Gaza, Leone XIV: gli sforzi fermino la guerra, verso una pace giusta e duratura

Prima dell’Angelus, in piazza San Pietro, il Papa si è detto preoccupato per l’insorgenza “dell’odio antisemita nel mondo”, dopo l’attentato a Manchester, e addolorato per la sofferenza del popolo palestinese, ma ha guardato con speranza ai passi avanti nelle trattative di pace, per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi. Vicinanza al popolo filippino colpito dal “forte sisma” di Cebu

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Leone XIV è preoccupato per il crescere “dell’odio antisemita nel mondo”, che si è espresso con l’attentato terroristico alla sinagoga di Manchester, il 2 ottobre, e continua ad essere addolorato per la sofferenza dei palestinesi a Gaza. Ma nelle sue parole prima della preghiera dell’Angelus, in Piazza San Pietro, al termine della Messa per il Giubileo del mondo missionario e dei migranti, c’è anche speranza.

In queste ultime ore, nella drammatica situazione del Medio Oriente, si stanno compiendo alcuni significativi passi in avanti nelle trattative di pace, che auspico possano al più presto raggiungere i risultati sperati. Chiedo a tutti i responsabili di impegnarsi su questa strada, di cessare il fuoco, e di liberare gli ostaggi. Mentre esorto a restare uniti nella preghiera, affinché gli sforzi in corso possano mettere fine alla guerra e condurci verso una pace giusta e duratura.

Grazie a chi prega il Rosario per la pace

Preghiera che oggi risuona forte nel Santuario di Pompei, e il Papa invita ad unirsi spiritualmente con i fedeli radunati per la Supplica alla Vergine del Santo Rosario.

In questo mese di ottobre, contemplando con Maria i misteri di Cristo Salvatore, intensifichiamo la nostra preghiera per la pace, una preghiera che si fa solidarietà concreta con le popolazioni martoriate dalla guerra. Grazie ai tantissimi bambini che in tutto il mondo si sono impegnati a pregare il Rosario per questa intenzione. Grazie di cuore

REPORTAGE DA ODESSA (UCRAINA)

CORRIERE DELLA SERA – 5 OTTOBRE 2025

Il treno dei soldati senza nome

dalla nostra inviata Marta Serafini fotografie di Vincenzo Circosta

A Odessa, tra i corpi dei militari di Kiev uccisi dai russi. «Qui restituiamo loro un’identità. Ma anche dignità»

Marta Serafini, inviata a Odessa – fotografie di Vincenzo Circosta

«Vuoi salire?» Il treno di metallo grigio non è tanto diverso da quelli che si usavano nella Seconda Guerra mondiale. Igor e Vassily manovrano la piattaforma. Su e giù. È quasi ora di pranzo ma il loro turno è iniziato all’alba. Scaricano sacchi da morto di plastica bianca. Su e giù mentre cigolano le ruote del carrello. Dentro il vagone, i corpi dei militari ucraini uccisi al fronte. Ogni body bag, una serie di cifre, scritte a mano con il pennarello sulla plastica. La sequenza contiene la data in cui ogni cadavere è stato caricato nel vagone refrigerato a -10 gradi perché il sole di settembre è ancora caldo e le mosche ronzano fastidiose. «Questi sono arrivati dalla Bielorussia qualche giorno fa ma ce ne sono anche altri che sono qui da più tempo», spiega Vassily. Poi sbuffa. «È così la guerra. Trasforma qualunque lavoro in un lavoro di merda». Prima del 2022, prima che i russi invadessero e l’Ucraina dichiarasse la legge marziale, Vassily scaricava casse al vecchio mercato di Privoz, lo stesso che a luglio è stato colpito da un missile. Ora Vassily sposta salme. Migliaia di salme, resti di una generazione che sta combattendo per difendere l’Europa. E che per proteggere casa, a casa non tornerà mai più.

Carne da cannone, la chiamano. Innominati e innominabili che in guerra parlare dei militari uccisi non è cosa, che al nemico non devi far sapere le perdite. Giovani, per lo più delle classi più povere, quelle che non hanno i soldi per proteggere i figli dalla leva o disoccupati che hanno scelto di andare per la paga. Ma anche ragazzi e ragazze che, credendo di dover salvare la patria, sono partiti volontari. Studenti, artisti, ingegneri, scienziati, sportivi. Uomini e anche donne. Età media, tra i 25 e i 35.

«La nostra esistenza intera è scandita di numeri. Quello della carta d’identità, il codice fiscale, la matricola all’università, la matricola nell’esercito, la matricola del tuo cadavere», scherza Igor mentre si accende una sigaretta. Lui e Vassily la leva l’hanno evitata. Fino ad oggi.

Igor si tira giù gli occhiali da sole.
«Mettiti la mascherina, se no poi vomiti».

Dentro il vagone, decine di sacchi buttati alla rinfusa. Lo sguardo prova a correre verso il fondo del convoglio. Ce ne sono ancora. E ancora. «Forse è giunto il momento che il mondo li veda», dice piano Igor.

Sulla pelle si appiccica l’odore di carne in putrefazione. Mai nessuna doccia potrà mandarlo via. Nella mente, si installa comodo il pensiero che l’uomo è solo una bestia e mai nessun sorriso riuscirà a cacciarlo.

I soldati senza nome vengono quasi tutti dalla regione del Kursk, dove le truppe di Kiev sono entrate l’estate scorsa. Sono caduti in inverno, quando la controffensiva ha subito uno stop. La neve li ha coperti prima che qualcuno venisse a recuperarli. Mani nemiche che molto probabilmente non hanno usato riguardo: non si può ribellare un prigioniero, figurati se può farlo un cadavere. Poi, il viaggio verso casa, passando da una località segreta al confine tra Ucraina e Bielorussia. All’arrivo, nessun abbraccio. Questo ultimo «lotto» da 150 salme fa parte del maxiscambio di mille corpi tra Mosca e Kiev di tre settimane fa. Uno dei pochi risultati raggiunti durante i round negoziali di Istanbul ai quali Putin si è rifiutato di farsi vedere. Sulla liberazione dei bambini non ci sono stati grandi progressi. Ma sui prigionieri e le salme, sì. Fin qui l’Ucraina ha restituito alla Russia circa un migliaio di corpi, mentre la Russia ne ha riconsegnati circa 13mila, seimila nel corso di un’unica spedizione nel mese di luglio. In guerra gli scambi di prigionieri e caduti sono sempre stati la norma. È successo anche in questa. Regole che nemmeno i dittatori e tiranni si sognano di violare. E non solo per umana pietà.

Mandare indietro i morti è un messaggio ai vivi: sangue al sangue, polvere alla polvere. All’inizio del 2022 le restituzioni erano poche decine di cadaveri per volta, quasi sempre sulla linea del fronte. Ma da quest’estate la mole è aumentata. E così a Odessa, uno dei centri più importanti di identificazione del paese, unico collegato al database centrale del Dna ucraino, i tecnici dell’Ufficio regionale di perizia forense dell’istituto statale hanno iniziato a lavorare a ritmo serrato. Dal vagone, i resti passano ai sei tavoli del campo allestito vicino ai binari, trasportati da carrelli di metallo. Il rumore delle ruote sulla ghiaia è come gesso sulla lavagna. Dentro il sacco bianco, un secondo sacco. Nero, questa volta. A guardarci dentro, bisogna restare aggrappati saldi a sé stessi, per non finire nel baratro dell’angoscia. Uno sforzo da nulla se si pensa a cosa deve aver sofferto quella carne. «Non svieni se sai perché lo fai», dice Ruslan Kryvda, capo del dipartimento del medicina genetico-molecolare mentre cerca di coprire il suo grembiule lurido di morte. «Io voglio che le madri e le mogli possano piangere i loro ragazzi, non dei fantasmi».

Sotto il tendone, lavorano in team i tecnici. C’è silenzio. Come se le urla e i boati della battaglia fossero rimasti intrappolati dentro i sacchi. Molti degli operatori non indossano nemmeno più le mascherine, talmente sono abituati. Sezionano i corpi per trovare dna. E quando riescono, gioiscono. «Tatuaggi, patch, segni particolari, documenti, medagliette, possibili cause della morte, guardiamo tutto», spiega Kryvda gentile. È come ricostruire un puzzle.

In un angolo, vicino ai tavoli, sopra un telo, le divise lerce e lacere. Gli scarponi che hanno calpestato il fronte ora se ne stanno lì, fermi. Erano ricoperti di fango. Ora sono avvolti da una patina di liquame. A volte, del puzzle, resta solo qualche piccolo frammento. E allora viene conservato in un sacco più piccolo. Altre, in un sacco, si trovano i resti di più vite. Carne che si è mescolata e bruciata nella furia della guerra. E non è raro che lì dentro ci siano anche i resti del nemico. «Questo complica il lavoro, perché il dna si danneggia, mi è capitato anche di trovare 6 resti di 6 militari diversi in un solo scarpone». Spesso i cadaveri contengono frammenti di proiettili ed esplosivi. A volte sono i russi ad averceli lasciati apposta. A volte, semplicemente, nessuno se n’è accorto. E allora bisogna chiamare gli artificieri per evitare che esploda tutto.

A quello che resta viene assegnato un numero più corto che viene attaccato con una fascetta nera alla body bag e passato in laboratorio. Se andrà bene ci sarà una corrispondenza. E, forse, un nome.

Seduta nel suo ufficio Tatiana Papizh, controfirma i documenti della Croce Rossa Internazionale. A porgerglieli è Niamh Smith, esperta forense di ICRC. Tutte due bionde, con gli occhi azzurri. Una ucraina e una irlandese. Sembrano uscite da una serie di Netflix. Le due donne lavorano gomito a gomito. È Ginevra a fornire i materiali per il mantenimento e il trasporto dei corpi ed occuparsi dello scambio mentre il team ucraino si occupa delle procedure di riconoscimento. «Da quest’estate sgobbiamo tutti senza sosta, senza cedere un attimo. Ora ho chiesto che mi mandino le lampade anche per andare avanti coi turni pure di notte». Tatiana ha un quaderno su cui appunta tutte le chiamate che fa con le famiglie. «Mi impegno con ognuno di loro, mi appunto i loro nomi e la data delle telefonate, così non mi dimentico». Dall’inizio di maggio 2024, ha gestito 10 rimpatri, per un totale di 2.600. «Si tratta di corpi restituiti nell’ambito degli scambi con la Russia. Il più grande ha avuto luogo in estate, quando 6.000 sono stati consegnati all’Ucraina, di cui Odessa ne ha ricevuti 1.700: 1.600 a giugno e altri 100 ad agosto, poi questi 150», spiega Papizh. In un anno lei e il suo team hanno identificato il 10 per cento dei resti ricevuti. Il presidente Zelensky le ha tributato un riconoscimento. Papizh è orgogliosa mentre mostra la targa. «Quando ho iniziato questo mestiere non avrei mai pensato di trovarmi a fare questo lavoro tutto il giorno, tutti i giorni». Al suo fianco, Anna Kalita, criminologa forense. «Andiamo avanti, facciamo quello che dobbiamo. Ma lo so anche io che in uno di quei sacchi, un giorno, potrebbe esserci mio figlio».

In laboratorio, Irina Lantsman, esperta di dna, inserisce un liquido dentro le fialette prima di metterle nella centrifuga. Ha i capelli raccolti in una crocchia. Mostra delle ossa, provengono da corpi diversi. In media, per ogni singolo campione ci vogliono dai 14 ai 21 giorni. «Per i confronti ci basiamo sui campioni dei familiari. Certo, sarebbe più semplice se ad ogni soldato venisse prelevato il dna quando si arruola». A volte Irina deve ripetere i test: «Non sempre abbiamo campioni di paragone perché i parenti sono morti o si trovano nei territori occupati. Ma non vado a casa la sera finché non li ho finiti di esaminare tutti. Non posso farlo».

Fuori dal cancello, Ludmilla, 32 anni, aspetta. È vestita di nero. Ha una rosa rossa in mano, le nocche sono bianche a furia di stringere. Aspetta da 2 anni e 3 mesi, 730 giorni da quando suo marito, il padre di suo figlio, è stato dichiarato MIA, missing in action. Le hanno detto che era morto a Bakhmut e che il suo corpo non poteva essere recuperato perché era dietro le linee nemiche. Poi, invece, la notizia che era arrivato un riscontro su un frammento.

Un funzionario con la giacca e la cravatta si avvicina. «Prego, venga con me». Non avrà indietro un corpo.

Solo un pezzo di carta con sopra scritto un nome su cui piangere e forse un giorno essere libera.

Ludmilla lascia andare la rosa e sussurra piano: «Bogdan».

La chiamata universale alle armi della Russia

di Stefano Caprio – Asia News 5 Ottobre 2025

Entro il 31 dicembre altri 135mila giovani russi saranno chiamati alla leva militare con modalità sempre più stringenti per evitare scappatoie. Dove lo scopo non è principalmente l’ampliamento dei reparti dell’esercito, ma la ridefinizione della stessa vita comune della società, facendo sentire l’intera popolazione al fronte, anche se poi si mandano principalmente i caucasici e gli asiatici a farsi massacrare. 

Dal 1° ottobre è iniziata in Russia la nuova chiamata alla leva militare, che secondo i canoni abituali si estende fino al 31 dicembre per radunare i giovani coscritti, ma quest’anno l’appello assume toni e modalità particolarmente intensi e universali.

A cominciare da Mosca e a catena nelle altre regioni verranno inviati soltanto avvisi elettronici, al posto della classica cartolina che molti cercavano di evitare nascondendosi da qualche parte, fosse pure nei boschi sugli Urali o nella tajga siberiana, mentre ora non ci sarà più alcuna via di scampo. Verranno chiamate 135mila persone tra i 18 e i 30 anni, più dei 132mila dell’anno precedente, quando molti erano riusciti a far perdere le proprie tracce.

Oltre alla coscrizione obbligatoria, molti giovani sono stati inviati direttamente al fronte in Ucraina, attingendo al movimento della Junarmija, l’esercito giovanile da molti ridefinito la Putinjugend, da cui sono stati prelevati per la guerra 11mila ragazzi.

 Inoltre è stata approvata dalla Duma una legge che abolisce dal prossimo anno le limitazioni stagionali della leva, e introduce la “chiamata perpetua” in ogni giorno dell’anno, estendendo il controllo elettronico in funzione delle esigenze dell’esercito. Le regole diventano sempre più stringenti, e sono ben poche le scappatoie che possono permettere ai giovani di evitare il servizio militare.

Come afferma il dirigente del progetto “Cittadino ed esercito” Sergej Krivenko, “i collaboratori della polizia dovranno insistere nelle ricerche dei richiamati utilizzando ogni strumento operativo a loro disposizione”.

Formalmente sono ancora in vigore le possibilità di esenzione dal servizio, per motivi di salute delle malattie di “categoria B”, a cui si appella circa un terzo dei potenziali coscritti. Molti cercano comunque di non farsi trovare cambiando il luogo di domicilio e non presentarsi in caserma, ma oggi questo tentativo di scomparire appare sempre più impraticabile, visto che i distretti militari ricevono le informazioni direttamente dagli archivi informatici e la polizia locale controlla costantemente le residenze dei cittadini.

La ricerca dei fuggitivi dal servizio viene equiparata a quella dei banditi e delinquenti di ogni genere, usando i mezzi di controllo dei telefoni, delle videocamere della metropolitana e sulle strade, e nelle città è quasi impossibile evitare di essere scoperti. Anche la fuga all’estero è impedita dai controlli elettronici, e accedere al servizio civile alternativo, ancora permesso dalla legge, diventa sempre più problematico per una serie di condizioni sempre più restrittive.

Una delle possibilità di evitare la fase del servizio militare in caserma è proprio il contratto per andare direttamente al fronte in Ucraina, visto che le nuove leve dovrebbero rimanere riservate dai combattimenti, anche se si creano situazioni come l’invasione ucraina a Kursk, che ha fatto riversare i giovani nella regione contesa. In guerra si può guadagnare una libertà maggiore dopo un certo periodo, ammesso che si torni a casa integri e in posizione orizzontale.

A coloro che arrivano al distretto viene subito proposto l’accordo per andare a combattere, promettendo soldi e impunità per il resto della vita, e molti accettano per disperazione o lasciandosi attirare dalle illusioni; i dati dei contrattisti sono riservati, ma si sa comunque che non sono pochi. Ci sono anche casi che sfuggono al segreto militare, come nella città di Čebarkul sugli Urali, dove il comandante della divisione ha firmato con l’inganno i contratti per tutti i coscritti, come poi è stato confermato dalla procura, ma i ragazzi sono comunque rimasti al fronte.

La Junarmija viene sempre più esaltata nella propaganda per il suo contributo alla guerra, come conferma il comandante in capo dell’organizzazione militare giovanile Vladislav Golovin, che informa come già 5 giovani rappresentanti del movimento abbiano ottenuto il titolo di Eroi di Russia, e oltre 700 siano stati insigniti della medaglia al valore per il coraggio dimostrato. In nove anni dalla fondazione, si sono iscritti alla Junarmija quasi due milioni di ragazzi. Come spiega il politologo Boris Pastukhov, un’associazione come quella dei “giovani soldati” è particolarmente importante nel clima di “chiamata universale alle armi”, per imporre in tutta la società “delle strutture in grado di controllare le coscienze delle persone”.

Il vero scopo di questa convocazione di massa, in effetti, non è principalmente il completamento o l’ampliamento dei reparti dell’esercito, ma la ridefinizione della stessa vita comune della società, imponendo categorie che creino una sensazione di guerra a tutti i livelli, facendo sentire l’intera popolazione al fronte, anche se poi si mandano principalmente i caucasici e gli asiatici a farsi massacrare.

 Ci deve essere sempre “qualcuno che ti controlla, una corporazione a cui devi rispondere e sottoporti, a cui devi appartenere”, afferma Pastukhov, ritrovando quella sensazione di “totale condivisione” che c’era ai tempi dell’Urss. Diventare membri del partito era allora “una preparazione dei quadri sociali per entrare nel luminoso futuro”, con la possibilità di fare pressioni su tutti coloro che non corrispondono alle direttive: la convocazione alle armi di oggi ha la funzione di proiettare la società russa verso la dimensione di un futuro “multipolare e di difesa delle tradizioni”, più che verso la conquista di altri villaggi dell’Ucraina, un risultato peraltro piuttosto deludente nell’ultimo mese, nonostante i continui bombardamenti.

Il “servizio militare” è la vera identità della cittadinanza nella Russia putiniana, che deve essere inculcata soprattutto nelle generazioni più giovani, rinverdendo le tradizioni dei pionieri e del Komsomol dei bei tempi sovietici, vivendo la guerra come contenuto principale della propria identità personale, sociale e religiosa.

Che questo poi si traduca nuovamente in tragedia, invasione e distruzione come in Ucraina diventa in fondo secondario, anche se non mancano i progetti su tanti altri Paesi ex-sovietici da “riunificare” in Europa, nel Caucaso e in Asia centrale.

Si tratta di una forma di educazione e formazione interiore, homo putinianus come nuova variante dell’homo sovieticus, un’ideologia e una visione del mondo universale e apocalittica, visto che la felicità futura non ha connotati reali, né quelli del socialismo rivoluzionario, né quelli del consumismo degradante dei “nuovi russi” che negli anni Novanta cercavano di spendere tutti i capitali accumulati nei luoghi ameni dell’Europa o dell’America.

Il discorso di Putin al Club Valdaj del 2 ottobre, in cui ha associato idealmente alla Russia anche la Svezia e la Finlandia, ha confermato la nuova rivelazione della visione del mondo basato sulla guerra permanente e interiore, unica risposta della Russia a tutte le possibili trattative di pace e di accordi internazionali.

Questo rende la figura del presidente sempre più sacrale e superiore a tutte le prospettive politiche, economiche e militari: a Putin non serve vincere le battaglie sul campo, ma soltanto la grande battaglia dello spirito, imponendo ai sudditi e di riflesso al mondo intero una sensazione di totale sacrificio e disponibilità a rinunciare a sé stessi, per fondare un mondo nuovo.

Questa è la via per la definitiva affermazione del culto della personalità del nuovo zar, che non si basa sull’ipnosi della retorica come era per Mussolini e Hitler, ma piuttosto sull’anonimato della comune identificazione nella massa di chi è pronto a morire per la patria, come nell’esempio di Stalin che vinceva la guerra mondiale dal chiuso del suo bunker moscovita.

La chiamata di Putin alla guerra ricorda il tragico esempio dell’ultimo zar della dinastia dei Romanov, Nicola II, che si recava vicino al fronte senza rendersi conto della rivoluzione in atto in patria, e ha poi sacrificato la sua stessa vita, insieme a tutti i familiari e i servitori, rimanendo un simbolo di una fede cieca nella redenzione del popolo contro tutte le tragedie del mondo.

Le sue spoglie non sono mai state riconosciute ufficialmente dalla Chiesa ortodossa, nonostante le ossa recuperate siano disposte nella cappella imperiale della cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo, per la contrarietà da parte dei devoti chiamati tsarebožniki, i “divinizzatori dello zar”, che fin dai tempi dell’emigrazione dei filo-zaristi nel periodo sovietico erano convinti che il corpo dello zar fosse stato sottratto alla terra, e le spoglie ritrovate dai sovietici negli anni Settanta fossero un inganno usato da chi voleva impadronirsene per i propri interessi.

Gli tsarebožniki esprimevano una contestazione del potere costituito, prima dei sovietici e poi dei liberali eltsiniani, fino alla stessa “democrazia illiberale” di Putin. Durante il Covid vi fu la clamorosa contestazione dell’igumeno Sergej Romanov, che dal suo monastero sugli Urali rifiutava i vaccini e ogni altra imposizione statale in nome della memoria del santo zar, e ora è rinchiuso in un lager con tanti suoi seguaci.

La guerra in Ucraina permette a Putin di volgere a suo favore questa devozione all’ideale dello “zar redentore”, che sacrifica sé stesso e l’intero Paese per una causa superiore, chiamando l’intero popolo alla vocazione della guerra contro i nemici di ogni parte del mondo, e soprattutto contro quelli che sorgono all’interno del proprio cuore.

Piano Trump, speranze e incognite

di Federico Rampini| Corriere della Sera – 4 ottobre 2025

Pace in Medio Oriente, serve ancora cautela: da Hamas risposte poco chiare

Troppe speranze per Gaza sono andate deluse in passato, ma bisogna prendere atto dell’ottimismo professato da Benjamin Netanyahu sul Piano Trump. Si è detto fiducioso che gli ostaggi sopravvissuti torneranno a casa presto. Ma il Piano Trump è fatto di venti punti, lo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi è solo una piccola parte ancorché di enorme importanza umanitaria. I leader di Hamas hanno dato la loro adesione con qualche distinguo e qualche silenzio. Un esempio. La proposta americana prevede la fine dell’offensiva militare israeliana in cambio di un disarmo di Hamas: capi e militanti di questa organizzazione avranno immunità, amnistia, lasciapassare. Su questo punto manca l’adesione di Hamas, non è chiaro se ciò che resta di questa milizia accetti la resa e l’esilio. 

Altro esempio. Il piano Usa prevede che il governo di Gaza passi a una struttura transitoria dove i palestinesi saranno rappresentati, sia da tecnocrati indipendenti, sia da una loro autorità di autogoverno «riformata», sotto l’inquadramento di una coalizione di Stati arabi, con lo stesso Trump e l’ex premier britannico Tony Blair come garanti. In questa struttura non c’è posto per Hamas: è tutt’altro che scontato che i suoi capi accettino questa estromissione. Al contrario, nelle prime valutazioni sul Piano Trump i leader di Hamas sembrano alludere a un proprio ruolo attivo nella consultazione della popolazione palestinese, cosa che né l’America né Israele accetterebbero.

Le tante incognite non impediscono di apprezzare alcune novità nella situazione attuale. Autorevoli ricostruzioni degli ultimi eventi indicano come un punto di svolta il raid israeliano su Doha, capitale del Qatar. Quel tentativo di eliminare i leader politici di Hamas fu un insuccesso sul piano militare, e un disastro diplomatico. Pur con tutte le ambiguità che lo hanno reso inviso ai suoi vicini, il Qatar ha fatto comodo a molti nel suo ruolo di battitore libero: ondeggiante fra l’Iran e l’Arabia saudita; sede della tv Al Jazeera che simpatizza con forze jihadiste; finanziatore di forze estremiste; e gigante mondiale nel business del gas. Furono Barack Obama e Netanyahu a volere i capi di Hamas alloggiati nei sontuosi hotel di Doha, per mantenere qualche triangolazione diplomatica con loro, ed evitare che finissero «ospiti» di Teheran.

 Il Qatar ospita la più grande base militare americana in Medio Oriente. L’attacco israeliano su Doha oltre a umiliare i leader locali ha offeso anche i vicini, per ragioni di principio. Ha messo in imbarazzo il Pentagono, costretto a «girarsi dall’altra parte» mentre i cieli di un Paese alleato venivano violati. Non a caso, quando Trump ha accolto alla Casa Bianca il premier israeliano e gli ha presentato il suo Piano, gli ha imposto di «telefonare in pubblico» le sue scuse formali all’emiro del Qatar. Un prezzo politico essenziale per ricucire il consenso in tutta la coalizione araba.

Alla fine quel consenso c’è ed è vasto. I paesi che appoggiano il Piano Trump non sono soltanto i «soliti noti», tradizionalmente filoamericani come Arabia saudita Egitto Giordania. Ci sono anche lo stesso Qatar e la Turchia, due forze che in passato hanno avuto posizioni molto diverse, e relazioni strette con forze fondamentaliste, la galassia dei Fratelli musulmani. Questo è un punto di forza del Piano Trump, tanto più che i paesi favorevoli sarebbero poi chiamati a esporsi in prima linea: sia partecipando alla ricostruzione, sia dentro la struttura di governo di Gaza. Quest’ultimo aspetto è il più delicato. I soldi per gli aiuti umanitari e per ricostruire Gaza si trovano, l’area del Golfo è ricca. Ma per i paesi arabi, vista la sensibilità acuta delle loro opinioni pubbliche, è ben più rischioso esporsi con ruoli di governo e di polizia a Gaza, con il rischio di essere in qualche modo «associati» alle responsabilità israeliane.

L’elenco delle incognite non si esaurisce qui. C’è il grande punto interrogativo sull’Iran. La strage del 7 ottobre 2023 ebbe il beneplacito del regime teocratico sciita. Khamenei e gli ayatollah sono indeboliti dal duplice attacco israeliano-americano. Non è chiaro in che modo cercheranno di proteggere la loro influenza in Medio Oriente, dopo i colpi subiti anche in Libano e in Siria. Ci vorrebbe una grande lucidità politica a Teheran, per tentare di fare un bis del 1982: quando l’allora leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Yasser Arafat, fu convinto a lasciare Beirut per esiliarsi a Tunisi con tutti i suoi. L’Iran dovrebbe in questo caso convincere i capi di Hamas a ritirarsi in attesa di una rinascita proiettata in un futuro incerto e distante.

Ci sono dubbi sull’Autorità palestinese. Quali riforme le sono richieste per essere legittimata a partecipare al governo di Gaza? A parte la lotta alla corruzione, due cose sono dirimenti: deve cessare di remunerare i terroristi e le loro famiglie, quando uccidono israeliani. Deve rinunciare a insegnare ai bambini nelle sue scuole l’odio per Israele e l’antisemitismo. Sono concessioni tutt’altro che scontate.

Infine c’è Israele. Trump fa leva sul suo rapporto storico con Netanyahu, infinitamente migliore di quello che avevano Obama e Biden. Forse solo un presidente così amico può ottenere da Tel Aviv la fine della guerra e il ritorno degli aiuti umanitari. Va pure dato atto che il «secondo migliore amico» di Trump in quell’area, il principe saudita Mohammed bin Salman, ha esercitato un’influenza positiva.

 Riad mette sul tavolo la possibilità di rivitalizzare e portare fino al traguardo finale quegli Accordi Abramo che furono il successo diplomatico della prima Amministrazione Trump. Però Netanyahu non governa da solo, nella sua coalizione ci sono forze ancora più estremiste che si sono innamorate dell’idea di una Gaza in mano loro. C’è quindi un versante interno alla politica israeliana da non sottovalutare. Le mine sul terreno, che possono far saltare il Piano Trump, sono tante. Per adesso è pur sempre meglio che si parli di questo, e non soltanto di bombe, morti, fame e sofferenza.

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