CORRIERE DELLA SERA – 5 OTTOBRE 2025
Il treno dei soldati senza nome
dalla nostra inviata Marta Serafini fotografie di Vincenzo Circosta
A Odessa, tra i corpi dei militari di Kiev uccisi dai russi. «Qui restituiamo loro un’identità. Ma anche dignità»
Marta Serafini, inviata a Odessa – fotografie di Vincenzo Circosta
«Vuoi salire?» Il treno di metallo grigio non è tanto diverso da quelli che si usavano nella Seconda Guerra mondiale. Igor e Vassily manovrano la piattaforma. Su e giù. È quasi ora di pranzo ma il loro turno è iniziato all’alba. Scaricano sacchi da morto di plastica bianca. Su e giù mentre cigolano le ruote del carrello. Dentro il vagone, i corpi dei militari ucraini uccisi al fronte. Ogni body bag, una serie di cifre, scritte a mano con il pennarello sulla plastica. La sequenza contiene la data in cui ogni cadavere è stato caricato nel vagone refrigerato a -10 gradi perché il sole di settembre è ancora caldo e le mosche ronzano fastidiose. «Questi sono arrivati dalla Bielorussia qualche giorno fa ma ce ne sono anche altri che sono qui da più tempo», spiega Vassily. Poi sbuffa. «È così la guerra. Trasforma qualunque lavoro in un lavoro di merda». Prima del 2022, prima che i russi invadessero e l’Ucraina dichiarasse la legge marziale, Vassily scaricava casse al vecchio mercato di Privoz, lo stesso che a luglio è stato colpito da un missile. Ora Vassily sposta salme. Migliaia di salme, resti di una generazione che sta combattendo per difendere l’Europa. E che per proteggere casa, a casa non tornerà mai più.
Carne da cannone, la chiamano. Innominati e innominabili che in guerra parlare dei militari uccisi non è cosa, che al nemico non devi far sapere le perdite. Giovani, per lo più delle classi più povere, quelle che non hanno i soldi per proteggere i figli dalla leva o disoccupati che hanno scelto di andare per la paga. Ma anche ragazzi e ragazze che, credendo di dover salvare la patria, sono partiti volontari. Studenti, artisti, ingegneri, scienziati, sportivi. Uomini e anche donne. Età media, tra i 25 e i 35.
«La nostra esistenza intera è scandita di numeri. Quello della carta d’identità, il codice fiscale, la matricola all’università, la matricola nell’esercito, la matricola del tuo cadavere», scherza Igor mentre si accende una sigaretta. Lui e Vassily la leva l’hanno evitata. Fino ad oggi.
Igor si tira giù gli occhiali da sole.
«Mettiti la mascherina, se no poi vomiti».
Dentro il vagone, decine di sacchi buttati alla rinfusa. Lo sguardo prova a correre verso il fondo del convoglio. Ce ne sono ancora. E ancora. «Forse è giunto il momento che il mondo li veda», dice piano Igor.
Sulla pelle si appiccica l’odore di carne in putrefazione. Mai nessuna doccia potrà mandarlo via. Nella mente, si installa comodo il pensiero che l’uomo è solo una bestia e mai nessun sorriso riuscirà a cacciarlo.
I soldati senza nome vengono quasi tutti dalla regione del Kursk, dove le truppe di Kiev sono entrate l’estate scorsa. Sono caduti in inverno, quando la controffensiva ha subito uno stop. La neve li ha coperti prima che qualcuno venisse a recuperarli. Mani nemiche che molto probabilmente non hanno usato riguardo: non si può ribellare un prigioniero, figurati se può farlo un cadavere. Poi, il viaggio verso casa, passando da una località segreta al confine tra Ucraina e Bielorussia. All’arrivo, nessun abbraccio. Questo ultimo «lotto» da 150 salme fa parte del maxiscambio di mille corpi tra Mosca e Kiev di tre settimane fa. Uno dei pochi risultati raggiunti durante i round negoziali di Istanbul ai quali Putin si è rifiutato di farsi vedere. Sulla liberazione dei bambini non ci sono stati grandi progressi. Ma sui prigionieri e le salme, sì. Fin qui l’Ucraina ha restituito alla Russia circa un migliaio di corpi, mentre la Russia ne ha riconsegnati circa 13mila, seimila nel corso di un’unica spedizione nel mese di luglio. In guerra gli scambi di prigionieri e caduti sono sempre stati la norma. È successo anche in questa. Regole che nemmeno i dittatori e tiranni si sognano di violare. E non solo per umana pietà.

Mandare indietro i morti è un messaggio ai vivi: sangue al sangue, polvere alla polvere. All’inizio del 2022 le restituzioni erano poche decine di cadaveri per volta, quasi sempre sulla linea del fronte. Ma da quest’estate la mole è aumentata. E così a Odessa, uno dei centri più importanti di identificazione del paese, unico collegato al database centrale del Dna ucraino, i tecnici dell’Ufficio regionale di perizia forense dell’istituto statale hanno iniziato a lavorare a ritmo serrato. Dal vagone, i resti passano ai sei tavoli del campo allestito vicino ai binari, trasportati da carrelli di metallo. Il rumore delle ruote sulla ghiaia è come gesso sulla lavagna. Dentro il sacco bianco, un secondo sacco. Nero, questa volta. A guardarci dentro, bisogna restare aggrappati saldi a sé stessi, per non finire nel baratro dell’angoscia. Uno sforzo da nulla se si pensa a cosa deve aver sofferto quella carne. «Non svieni se sai perché lo fai», dice Ruslan Kryvda, capo del dipartimento del medicina genetico-molecolare mentre cerca di coprire il suo grembiule lurido di morte. «Io voglio che le madri e le mogli possano piangere i loro ragazzi, non dei fantasmi».
Sotto il tendone, lavorano in team i tecnici. C’è silenzio. Come se le urla e i boati della battaglia fossero rimasti intrappolati dentro i sacchi. Molti degli operatori non indossano nemmeno più le mascherine, talmente sono abituati. Sezionano i corpi per trovare dna. E quando riescono, gioiscono. «Tatuaggi, patch, segni particolari, documenti, medagliette, possibili cause della morte, guardiamo tutto», spiega Kryvda gentile. È come ricostruire un puzzle.



In un angolo, vicino ai tavoli, sopra un telo, le divise lerce e lacere. Gli scarponi che hanno calpestato il fronte ora se ne stanno lì, fermi. Erano ricoperti di fango. Ora sono avvolti da una patina di liquame. A volte, del puzzle, resta solo qualche piccolo frammento. E allora viene conservato in un sacco più piccolo. Altre, in un sacco, si trovano i resti di più vite. Carne che si è mescolata e bruciata nella furia della guerra. E non è raro che lì dentro ci siano anche i resti del nemico. «Questo complica il lavoro, perché il dna si danneggia, mi è capitato anche di trovare 6 resti di 6 militari diversi in un solo scarpone». Spesso i cadaveri contengono frammenti di proiettili ed esplosivi. A volte sono i russi ad averceli lasciati apposta. A volte, semplicemente, nessuno se n’è accorto. E allora bisogna chiamare gli artificieri per evitare che esploda tutto.
A quello che resta viene assegnato un numero più corto che viene attaccato con una fascetta nera alla body bag e passato in laboratorio. Se andrà bene ci sarà una corrispondenza. E, forse, un nome.
Seduta nel suo ufficio Tatiana Papizh, controfirma i documenti della Croce Rossa Internazionale. A porgerglieli è Niamh Smith, esperta forense di ICRC. Tutte due bionde, con gli occhi azzurri. Una ucraina e una irlandese. Sembrano uscite da una serie di Netflix. Le due donne lavorano gomito a gomito. È Ginevra a fornire i materiali per il mantenimento e il trasporto dei corpi ed occuparsi dello scambio mentre il team ucraino si occupa delle procedure di riconoscimento. «Da quest’estate sgobbiamo tutti senza sosta, senza cedere un attimo. Ora ho chiesto che mi mandino le lampade anche per andare avanti coi turni pure di notte». Tatiana ha un quaderno su cui appunta tutte le chiamate che fa con le famiglie. «Mi impegno con ognuno di loro, mi appunto i loro nomi e la data delle telefonate, così non mi dimentico». Dall’inizio di maggio 2024, ha gestito 10 rimpatri, per un totale di 2.600. «Si tratta di corpi restituiti nell’ambito degli scambi con la Russia. Il più grande ha avuto luogo in estate, quando 6.000 sono stati consegnati all’Ucraina, di cui Odessa ne ha ricevuti 1.700: 1.600 a giugno e altri 100 ad agosto, poi questi 150», spiega Papizh. In un anno lei e il suo team hanno identificato il 10 per cento dei resti ricevuti. Il presidente Zelensky le ha tributato un riconoscimento. Papizh è orgogliosa mentre mostra la targa. «Quando ho iniziato questo mestiere non avrei mai pensato di trovarmi a fare questo lavoro tutto il giorno, tutti i giorni». Al suo fianco, Anna Kalita, criminologa forense. «Andiamo avanti, facciamo quello che dobbiamo. Ma lo so anche io che in uno di quei sacchi, un giorno, potrebbe esserci mio figlio».



In laboratorio, Irina Lantsman, esperta di dna, inserisce un liquido dentro le fialette prima di metterle nella centrifuga. Ha i capelli raccolti in una crocchia. Mostra delle ossa, provengono da corpi diversi. In media, per ogni singolo campione ci vogliono dai 14 ai 21 giorni. «Per i confronti ci basiamo sui campioni dei familiari. Certo, sarebbe più semplice se ad ogni soldato venisse prelevato il dna quando si arruola». A volte Irina deve ripetere i test: «Non sempre abbiamo campioni di paragone perché i parenti sono morti o si trovano nei territori occupati. Ma non vado a casa la sera finché non li ho finiti di esaminare tutti. Non posso farlo».
Fuori dal cancello, Ludmilla, 32 anni, aspetta. È vestita di nero. Ha una rosa rossa in mano, le nocche sono bianche a furia di stringere. Aspetta da 2 anni e 3 mesi, 730 giorni da quando suo marito, il padre di suo figlio, è stato dichiarato MIA, missing in action. Le hanno detto che era morto a Bakhmut e che il suo corpo non poteva essere recuperato perché era dietro le linee nemiche. Poi, invece, la notizia che era arrivato un riscontro su un frammento.
Un funzionario con la giacca e la cravatta si avvicina. «Prego, venga con me». Non avrà indietro un corpo.
Solo un pezzo di carta con sopra scritto un nome su cui piangere e forse un giorno essere libera.
Ludmilla lascia andare la rosa e sussurra piano: «Bogdan».