"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Roma, manifestazione nazionale per Gaza  Imbrattata la statua di Papa Wojtyla a Termini. Meloni: «Atto indegno»

Corriere della Sera – 4 Ottobre 2025

(Rinaldo Frignani) Sabato mattina in piazza dei Cinquecento, dove è terminato il presidio a sostegno della causa palestinese allestito lo scorso 26 settembre, i carabinieri della stazione Macao hanno accertato che alcune persone hanno imbrattato la statua di Papa Giovanni Paolo II con la scritta «fascista di merda» e il simbolo «falce e martello». Gli stessi carabinieri hanno attivato le procedure per la rimozione delle scritte e il ripristino dello stato dei luoghi. Si indaga ora anche con i filmati delle telecamere di sicurezza della stazione Termini per cercare di individuare i responsabili delle scritte.

Santa Maria Faustina Kowalska


Nome: Santa Maria Faustina Kowalska

Titolo: Vergine

Nome di battesimo: Helena Kowalska

Nascita: 25 agosto 1905, Glogowiec, Polonia

Morte: 5 ottobre 1938, Cracovia, Polonia

Ricorrenza: 5 ottobre

Martirologio: edizione 2004

Tipologia: Commemorazione

Beatificazione:
18 aprile 1993, Roma , papa Giovanni Paolo II

Canonizzazione:
30 aprile 2000, Roma , papa Giovanni Paolo II

Luogo reliquie: Santuario della Divina Misericordia

Elena Kowalska è conterranea di Giovanni Paolo II che l’ha elevata agli onori degli altari nell’anno 2000. Era nata a Giogowiec, nel distretto di Turek, provincia di Lodz, il 25 agosto 1905.

Le difficili condizioni economiche e sociali provocate dalla prima guerra mondiale, che avevano messo in ginocchio molte famiglie polacche, compresa la sua, non consentirono a Elena, che pure era di intelligenza vivace, di andare oltre le prime tre classi della scuola elementare. Per contribuire a far quadrare in qualche modo il bilancio familiare, andò a lavorare come domestica in una casa di buona famiglia.

Ma mentre lavava piatti e tirava a cera i lindi pavimenti dei suoi signori, pensava ad altro. Nel suo cuore era germogliato il desiderio di abbracciare la vita religiosa, non certo per sottrarsi alla fatica del lavoro, ma per vivere in modo più profondo e radicale la vocazione cristiana.

Incontrò subito l’opposizione dei genitori, che con la sua entrata in convento avrebbero perso un’indispensabile fonte di guadagno. La risolutezza di Elena ebbe però la meglio e nel 1924 poté chiedere finalmente di essere accolta nella Congregazione della Beata Vergine Maria della Misericordia.

Era consuetudine che ogni aspirante alla vita religiosa portasse con sé, nel momento dell’ammissione, una congrua dote, perché i conventi, essendo poveri, non erano in grado di provvedere al corredo delle aspiranti. Ma neppure la famiglia di Elena poteva farlo, per cui la giovane dovette lavorare sodo ancora un anno per mettere insieme almeno l’indispensabile. Non le venne invece chiesta la dote vera e propria, che avrebbe richiesto ben più di un anno di lavoro.

Aveva vent’anni quando venne ammessa al postulantato e poi (1926) al noviziato come suora conversa, addetta cioè al servizio della comunità. Come avviene in altri ordini o congregazioni religiose, con l’occasione cambiò il nome di Elena con quello di Maria Faustina: era un modo per segnare il distacco dalla vita precedente e l’inizio di un nuovo modo di stare con il Signore e con gli altri.

Due anni dopo emise i voti temporanei e nel 1933 quelli definitivi, nel suggestivo rito della professione perpetua.

Per tredici anni suor Faustina lavorò in quasi tutte le case della provincia, che erano allora dieci, occupandosi dei mestieri più umili: la cucina, il giardino e la portineria. Eseguiva sempre con molta fedeltà quanto richiestole, e con gioia, illuminando ogni atto con la luce della sua spiritualità, molto intensa, costellata da slanci mistici dei quali erano a conoscenza solo i suoi direttori spirituali e le superiore.

Nel 1934, obbedendo all’indicazione del suo direttore spirituale, cominciò a scrivere un diario personale che intitolò La divina misericordia nell’anima mia, e che è un resoconto particolareggiato di rivelazioni e di esperienze mistiche.

Nel 1935 Faustina ricevette una rivelazione privata da Gesù, nella quale egli le avrebbe richiesto una particolare forma di preghiera detta Coroncina alla Divina Misericordia. Secondo suor Faustina, particolari grazie sarebbero state concesse a chi avesse recitato questa preghiera:

«La mia misericordia avvolgerà in vita e specialmente nell’ora della morte le anime che reciteranno questa coroncina. Per la recita di questa coroncina mi piace concedere tutto ciò che mi chiederanno. I sacerdoti la consiglieranno ai peccatori come ultima tavola di salvezza; anche se si trattasse del peccatore più incallito, se recita questa coroncina una volta sola, otterrà la grazia della mia infinita misericordia. Quando vicino ad un agonizzante viene recitata questa coroncina, si placa l’ira di Dio e l’imperscrutabile misericordia avvolge l’anima.»

La Coroncina della Divina Misericordia

  1. Si inizia recitando, dopo il segno della croce, un Padre nostro, un Ave Maria e il Credo.
  2. Sui 5 (cinque) grani del Padre Nostro, ovvero i grani maggiori del Santo Rosario si dice: «Eterno Padre, io Ti offro il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio e Nostro Signore Gesù Cristo, in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero.»
  3. Sui 50 (cinquanta) grani minori si dice: «Per la Sua dolorosa Passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero.»
  4. Al termine si dice per tre volte: «Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi e del mondo intero.»
  5. La preghiera termina con la seguente invocazione: «O Sangue ed Acqua che scaturisti dal Cuore di Gesù come sorgente di misericordia per noi, confido in te!»; ed infine nuovamente il segno della croce.

Suor Faustina viene ricordata anche come l’apostola della devozione a Gesù misericordioso. Una pia pratica che, radicatasi in Polonia grazie al suo zelo, si estese, a partire dai primi anni Quaranta, anche fuori dai confini polacchi per abbracciare tutto il mondo. Con tale pratica si diffuse anche la conoscenza di colei che ne aveva fatto il centro della propria spiritualità.

Il 5 ottobre 1938 suor Faustina tornava alla casa del Padre. Morì nel convento di Lagiewniki nei pressi di Cracovia, offrendosi alla misericordia divina come vittima per la conversione dei peccatori.. Venne sepolta nel cimitero della congregazione. Quando fu avviato il processo informativo per verificare l’eroicità delle sue virtù, le sue spoglie vennero trasferite nella cappella della congregazione, diventata subito cuore della devozione di molti fedeli che si affidano alla sua intercessione per ottenere conforto dell’anima e sollievo nelle malattie.

È stata proclamata beata il 18 aprile 1993 e santa nel 2000, anno del Giubileo, da Giovanni Paolo II.

Papa Leone XIV, la Chiesa è giovane e attira i giovani, si deve scegliere come Santa Chiara

La catechesi dell’udienza giubilare

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano, sabato 4 ottobre 2025, 10:20 (ACI Stampa).

“Sperare è scegliere”. Papa Leone XIV propone questa riflessione ai pellegrini del Giubileo riuniti in Piazza San Pietro. Scegliere: il mondo cambia se noi cambiamo, ma soprattutto “sperare è scegliere perché chi non sceglie si dispera. Una delle conseguenze più comuni della tristezza spirituale, cioè dell’accidia, è non scegliere niente. Allora chi la prova è preso da una pigrizia interiore che è peggio della morte. Sperare, invece, è scegliere”.

Il Papa porta come esempio Chiara di Assisi: “sono contento di parlare di lei proprio nel giorno della festa di San Francesco. Sappiamo che Francesco, scegliendo la povertà evangelica, dovette rompere con la propria famiglia. Era però un uomo: lo scandalo ci fu, ma fu minore. La scelta di Chiara risultò ancora più impressionante: una ragazza che voleva essere come Francesco, che voleva vivere, da donna, libera come quei fratelli!”

Scegliere come come ha fatto Chiara, due le conseguenze del suo coraggio: molte altre ragazze di quel territorio trovarono lo stesso coraggio e scelsero la povertà di Gesù, la vita delle Beatitudini e quella scelta non fu come un fuoco di paglia, ma dura nel tempo, fino a noi. “La scelta di Chiara ha ispirato scelte vocazionali in tutto il mondo e così continua a fare fino a oggi”.

E conclude il Papa: “la Chiesa è giovane e attira i giovani. Chiara di Assisi ci ricorda che il Vangelo piace ai giovani. È ancora così: ai giovani piacciono le persone che hanno scelto e portano le conseguenze delle loro scelte. E questo fa venire voglia ad altri di scegliere. È una santa imitazione: non si diventa “fotocopie”, ma ognuno – quando sceglie il Vangelo – sceglie sé stesso. Perde sé stesso e trova sé stesso. L’esperienza lo dimostra: succede così”.

Infine la preghiera del Papa “per i giovani; e preghiamo per essere una Chiesa che non serve il denaro o sé stessa, ma il Regno di Dio e la sua giustizia. Una Chiesa che, come Santa Chiara, ha il coraggio di abitare diversamente la città. Questo dà speranza!”.

Trump a Israele: «Stop alle bombe su Gaza, credo che Hamas sia pronto a una pace duratura». Netanyahu «sorpreso» dalla reazione Usa

di Viviana Mazza – Corriere della Sera – 4 Ottobre 2025

Dopo il messaggio di Hamas sulla proposta di pace Usa, il presidente dichiara: «Non si tratta solo di Gaza, si tratta della pace tanto attesa in Medio Oriente»

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE
New York – La risposta di Trump al messaggio di Hamas è stata quasi immediata e molto positiva. Mentre la sua portavoce Karoline Leavitt pubblicava sul social X l’immagine del presidente che registrava una risposta in video, lo stesso Trump ha scritto sul suo social Truth di credere che «sulla base della dichiarazione appena pubblicata» Hamas sia «pronto per una PACE duratura» e per la prima volta ha chiesto a Israele «di fermare immediatamente i bombardamenti su Gaza per poter liberare gli ostaggi in modo sicuro e rapido» visto che è «troppo pericoloso farlo altrimenti».

Netanyahu è rimasto sorpreso dalla risposta di Trump secondo un funzionario israeliano citato dal reporter israeliano-americano Barak Ravid. Il premier israeliano, poco prima che Trump reagisse, aveva detto ai suoi consiglieri di considerare la risposta di Hamas un rifiuto del piano di pace (anche se la squadra di negoziatori israeliani che cercano di liberare gli ostaggi lo avrebbe visto come una apertura alla possibilità di un accordo).

Netanyahu aveva anche espresso la necessità di consultarsi con gli americani per coordinare la risposta in modo da non dare l’impressione che Hamas avesse dato il suo assenso al piano. Ma Trump lo ha preceduto con il suo messaggio su Truth in cui conclude che «i dettagli sono già in discussione» per un cessate il fuoco. E sottolinea: «Questo non riguarda solo Gaza, questo riguarda la ricerca della PACE in Medio Oriente».

Il leader dell’opposizione democratica al Senato Chuck Schumer ha parlato di «passo nella giusta direzione», per il senatore John Fetterman è «incoraggiante».

Tra i repubblicani la deputata della Georgia Marjorie Taylor Greene – capofila dell’ala «Make America Great Again» che vuole tagliare gli aiuti militari a Israele dice che «la pace è fortemente necessaria», mentre la risposta del «falco» senatore della South Carolina Linsday Graham è che la risposta di Hamas «è in pratica un rifiuto della proposta ‘prendere o lasciare’ del presidente Trump» perché è un «classico sì ma», e non si parla del disarmo del gruppo oltre a esserci altri problemi.

Le sue parole sono in linea con quanto sostenuto da fonti della Casa Bianca nei giorni scorsi, ovvero che Hamas non avrebbe potuto modificare il piano di Trump. Anche ieri mattina Trump aveva scritto su Truth un messaggio minaccioso dove avvertiva che il gruppo aveva tempo fino a domenica per decidere oppure avrebbe dato il suo assenso a ulteriori attacchi che avrebbero spazzato via i miliziani.

Dopo la risposta di Hamas, Trump aveva due opzioni, dice al New York Times Daniel C. Kurtzer, ex ambasciatore Usa in Israele. Poteva puntare sugli aspetti del piano che Hamas non ha accettato oppure sottolineare quello che invece ha accettato: il rilascio di tutti gli ostaggi in cambio della fine della guerra, l’aumento degli aiuti e l’inizio del ritiro israeliano da Gaza.

Trump ha scelto la seconda via, senza prestare attenzione alle condizioni di Hamas inclusa l’insistenza a negoziare i dettagli del piano e a giocare un ruolo nel futuro dei palestinesi. «Sembra che dirà a Netanyahu che è così che deve essere. È affascinante perché stamattina tutta la pressione era su Hamas e adesso dopo la risposta di Trump tutta la pressione è su Israele».

Steve Witkoff, il suo inviato per il Medio Oriente, e Jared Kushner, suo genero, hanno portato un riluttante Netanyahu al tavolo, e adesso dovranno vedere se la pressione funzionerà.

In un post su X, il presidente francese Emmanuel Macron, leader di uno dei Paesi che — criticati dagli Stati Uniti — hanno riconosciuto lo Stato palestinese alle Nazioni Unite, ha dichiarato: «Il rilascio di tutti gli ostaggi e un cessate il fuoco a Gaza possono essere ottenuti!». Ha ringraziato il presidente Trump per l’opportunità di fare «progressi decisivi verso la pace».

San Francesco d’Assisi


autore: Guido Reni anno: 1606 / 1607 titolo: San Francesco confortato da angelo musicante luogo: Pinacoteca Nazionale, Bologna

Titolo: Patrono d’Italia

Nome di battesimo: Giovanni di Pietro di Bernardone

Nascita: 26 settembre 1182, Assisi

Morte: 3 ottobre 1226, Assisi

Ricorrenza: 4 ottobre

Tipologia: Festa

Canonizzazione:
16 luglio 1228, Assisi, papa Gregorio IX

Luogo reliquie: Basilica di San Francesco

S. Francesco nacque ad Assisi il 26 settembre dell’anno 1182 da Pietro Bernardone e da madonna Pica, ricchi commercianti. La sua nascita fu circondata da avvenimenti misteriosi: un mendicante, presentatosi a madonna Giovanna Pica, pochi giorni prima della nascita di Francesco, le disse: « Fra queste mura spunterà presto un sole… »; il giorno stesso della nascita, essendo la madre oltremodo accasciata per i dolori del parto, un altro pellegrino le disse: « Tutto andrà bene, purché la madre sia condotta nella stalla », e così avvenne. Un altro giorno fu udito per le vie di Assisi un romito che gridava: « Pace e bene, pace e bene! » il futuro motto di Francesco. La dolce madonna Pica taceva e pregava, pensando: cosa mai sarà di questo fanciullo così prediletto da Dio? 

Intanto Francesco cresceva vivace, allegro, amante delle spensierate brigate, delle laute cene, dei suoni e dei canti. Siccome gli affari andavano bene, il padre lo avviò alla mercatura. Di ingegno vivace, riusciva a meraviglia; combatté anche contro Perugia e sostenne lunga prigionia.

La grazia di Dio intanto lavorava. Un giorno gli amici, vedendolo assorto, gli domandarono: « Pensi a prendere moglie? »« Sì, rispose Francesco, e sposerò la donna più bella e più amabile del mondo ». Si riferiva a « madonna povertà »! Una mattina, è colpito, in una chiesetta di campagna davanti al Crocifisso di San Damiano, da un brano del Vangelo, che dice: « Non tenere né oro né argento né altra moneta; non borse, non sacchi, non due vesti, non scarpe, non bastone  ». Fu allora che il Crocifisso gli parlò con commovente bontà: « Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va’ dunque e restauramela ». Tremante e stupefatto, il giovane rispose: « Lo farò volentieri, Signore ». Egli aveva però frainteso: pensava si trattasse di quella chiesa che, per la sua antichità, minacciava prossima rovina. Per quelle parole del Cristo egli si fece immensamente lieto e raggiante; sentì nell’anima ch’era stato veramente il Crocifisso a rivolgergli il messaggio.

Si spogliò dunque di tutto, diede quanto aveva in elemosina, e a suo padre che l’aveva citato davanti al Vescovo, diceva rendendogli anche i vestiti: « Finora ho chiamato Pietro di Bernardone mio padre, d’ora in poi a maggior ragione dirò: Padre mio che sei nei cieli ». Esce all’aperto e, immediatamente. mette in pratica il consiglio evangelico. Si scalza, s’infila una tunica contadinesca, getta la cintura di cuoio e al suo posto s’annoda sui fianchi una corda. (La cintura di cuoio era nel medioevo la parte più importante dell’abito, tanto importante che Dante. quando vorrà lodare la rude semplicità dei vecchi fiorentini, li dirà “cinti di cuoio e d’osso”)

Da quel giorno l’eroismo di Francesco non ebbe più limiti: i poveri, i lebbrosi, gli ammalati di ogni specie furono la sua parte eletta. Fu trattato da pazzo, percosso, vilipeso, maledetto, ed egli ricambiava tutto con preghiere, carità, amore. Ai suoi seguaci che volle chiamare « Frati Minori » insegnava il lavoro, l’elemosina, la preghiera e la povertà più assoluta.

All’inizio del 1209 Francesco assieme ai suo adepti si riunì così in una capanna nella località di Rivotorto, nella pianura sottostante la città di Assisi, presso la Porziuncola, iniziando così la prima scuola di formazione dove oltre ad insegnare i suoi principi fondamentali istruì i discepoli alla questua per sostenersi e per riparare le chiese danneggiate.

Dove passò portò la benedizione di Dio: la pace fra le fazioni e l’amore fra i nemici: convertì peccatori, salvò miserabili, protesse oppressi.

autore Cigoli anno tra il 1597 e il 1599 titolo San Francesco

I tre voti francescani, obbedienza, povertà e castità, non erano pesi che il figlio di Pietro Bernardone prendeva sulle sue grame spalle e che imponeva ai compagni d’avventura. Al contrario, quei voti rendevano lui e i suoi seguaci più presti e leggeri. L’obbedienza scioglieva da ogni dubbio; la povertà liberava da ogni cupidigia; la castità sollevava da ogni impegno carnale. I vizi contrari a quei voti, cioè la superbia, l’avarizia e la lussuria, erano tre mostruose fibbie, che imbrigliavano l’uomo mondano.

Benedetto dal papa, estese ovunque ed a tutti la sua opera; istituì le Clarisse; fondò e diffuse il Terz’Ordine. Andò in Egitto e Palestina per far cessare le ostilità tra i due popoli, mandò apostoli dappertutto a portare «pace e bene».

Alla Verna, Dio impresse sul suo servo fedele il segno del suo amore: le sacre stimmate.

Compose laudi in onore del suo Dio perché esclamava: « L’amore non è amato, l’amore non è amato! ». Morì, benedicendo i suoi figliuoli e la sua cara città di Assisi, il 3 ottobre 1226.

Fu chiamato il più santo degli Italiani, e il più Italiano dei santi; assieme a S. Caterina da Siena è il grande protettore della nostra amata patria.

Fu proclamato santo da papa Gregorio IX nel 1228 e dichiarato, assieme a santa Caterina da Siena, patrono principale d’Italia il 18 giugno 1939 da papa Pio XII
PRATICA. Ad onore di S. Francesco facciamo oggi una mortificazione ed una elemosina.

Gaza, la guerra Israele-Hamas in diretta | Hamas: «Sì al piano di Trump per la pace, rilasciamo tutti gli ostaggi, ma servono ulteriori negoziati»

di Redazione Online Corriere della Sera – 3 Ottobre 2025

Trump posta su Truth la risposta di Hamas al suo piano di pace

Hamas: «Sì al piano di Trump, rilasciamo tutti gli ostaggi vivi e morti»

«Sì al piano di Trump per la pace, rilasciamo tutti gli ostaggi vivi e morti, ma servono ulteriori chiarimenti». Lo scrive Hamas su Telegram in arabo, dichiarandosi favorevole ad accettare il piano in 20 punti proposto dal presidente Usa, chiedendo ulteriori negoziati per discutere i dettagli.

​Ecco il testo del messaggio pubblicato su Telegram: «Nel nome di Dio, la più graziosa, la più misericordiosa dichiarazione importante riguardo alla risposta di Hamas alla proposta del presidente degli Stati Uniti Trump. Nel tentativo di fermare l’aggressione e la guerra di sterminio contro il nostro risoluto popolo nella Striscia di Gaza, e basata sulla responsabilità nazionale e sulla preoccupazione per i principi, i diritti e gli interessi supremi del nostro popolo, il Movimento di Resistenza Islamica “Hamas” ha tenuto consultazioni approfondite all’interno delle sue istituzioni dirigenti, ampie consultazioni con le forze e le fazioni palestinesi, e consultazioni con i nostri fratelli e amici mediatori, per raggiungere una posizione di responsabilità nell’affrontare il piano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Dopo uno studio approfondito, il movimento ha preso la sua decisione e ha presentato la seguente risposta ai fratelli mediatori. Il Movimento di Resistenza Islamica, Hamas, apprezza gli sforzi arabi, islamici e internazionali, così come gli sforzi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che chiede la fine della guerra nella Striscia di Gaza, uno scambio di prigionieri, l’ingresso immediato degli aiuti, il rifiuto dell’occupazione della Striscia e lo sfollamento del nostro popolo palestinese da essa. In questo contesto, e al fine di raggiungere un cessate il fuoco e un ritiro completo dalla Striscia di Gaza, il movimento annuncia il suo accordo per il rilascio di tutti i prigionieri israeliani vivi e morti, in conformità con la formula di scambio contenuta nella proposta del presidente Trump, a condizione che siano soddisfatte le condizioni necessarie sul terreno per lo scambio. In questo contesto, il movimento afferma la sua disponibilità ad avviare immediatamente negoziati attraverso mediatori per discutere i dettagli di questo processo. Il movimento ribadisce anche il suo accordo di affidare l’amministrazione della Striscia di Gaza a un corpo palestinese di tecnocrati indipendenti, sulla base del consenso nazionale palestinese e del sostegno arabo e islamico. Le altre questioni incluse nella proposta del presidente Trump, relative al futuro della Striscia di Gaza e ai diritti intrinseci del popolo palestinese, sono legate a una posizione nazionale globale e basate su leggi e risoluzioni internazionali pertinenti. Saranno discussi all’interno di un quadro nazionale palestinese globale, all’interno del quale Hamas farà parte e al quale contribuirà responsabilmente». 

Hamas è divisa su Trump, la risposta entro il weekend

di Giusi Fasano – Corriere della Sera – 3 Ottobre 2025

La Casa Bianca: dal presidente nuova linea rossa. I timori per gli ostaggi

DALLA NOSTRA INVIATA GERUSALEMME 

Hamas tergiversa sul piano Trump per il cessate il fuoco presentato al mondo lunedì sera. La risposta che doveva arrivare il giorno dopo, e poi quello successivo e poi quello dopo ancora, non si è vista fino a ieri sera. «Decideremo presto» annuncia dall’ufficio politico Mohammed Nazzal. E dalla Casa Bianca la portavoce Karoline Leavitt fa sapere in un’intervista a Fox news che «il presidente traccerà una linea rossa per la risposta dell’organizzazione terroristica».

Pare — lo dicono fonti giornalistiche libanesi che sostengono di aver parlato con Washington — che quella linea rossa sia il weekend in arrivo. Quindi: deadline domenica 5 ottobre. Che poi è un giorno in più rispetto ai «3-4 giorni» dichiarati dallo stesso Trump martedì mattina in una conferenza stampa.

All’interno del movimento islamista, intanto, pare si sia arrivati a una specie di resa dei conti fra l’ala militare, che da Gaza boccia il piano su tutta la linea ritenendolo «troppo a favore di Israele» e «concepito per annientare Hamas», e l’ala politica che ha casa a Doha, in Qatar, e che invece sarebbe propensa a dire sì pur chiedendo chiarimenti e modifiche di alcuni dei 20 punti dell’accordo.

Secondo la Bbc è Izz al-Din al-Hadda, il capo dell’ala militare in persona, a non volere il piano studiato a suo dire per «porre fine ad Hamas indipendentemente dal fatto che lo accetti». Quindi la parola d’ordine sarebbe quella di sempre: «Continuare a combattere». Ma c’è grande confusione sotto il cielo di questo inizio ottobre. Fonti palestinesi rivelano che alcune fazioni armate di Gaza vogliono garanzie per accettare l’accordo. Che chiedono un rilascio graduale degli ostaggi legato al ritiro dei soldati dell’esercito israeliano da Gaza.

Media israeliani dicono invece che i mediatori arabi hanno avuto «colloqui produttivi» con Hamas e che i vertici sarebbero pronti a firmare l’accordo modificandone alcune parti: sul ritiro dei soldati, sul disarmo del Movimento islamista e sulle garanzie di incolumità personale per i leader dell’organizzazione che sceglieranno l’esilio. Tutto questo pare sia stato riferito direttamente dal Qatar al presidente Trump. Che però già nei giorni scorsi aveva dato speranze scarse (per non dire inesistenti) alla possibilità di modifiche al piano. La sostanza è: potete chiedere chiarimenti, se volete, ma stavolta non ci sono margini di cambiamento.

L’accordo dei Paesi arabi (Qatar compreso) e della Turchia con Trump e con il premier israeliano Netanyahu fa terra bruciata attorno ad Hamas che scopre come mai prima quanto siano profonde le fratture interne al gruppo, tra l’altro in perenne riorganizzazione per la continua perdita dei leader. L’agenzia di stampa palestinese Ma’an news dice che secondo Hamas sarebbe impossibile consegnare gli ostaggi, anche i vivi, nelle 72 ore previste dall’accordo. Perché per l’intensità dei bombardamenti di questi giorni il movimento islamista «non è in grado di comunicare con i gruppi che tengono prigionieri i rapiti e non ha informazioni sulla loro posizione e sulle condizioni di salute degli ostaggi». Che lo ricordiamo: si stima sino 20 ancora in vita e altri 28 morti.

L’ala militare che è contraria all’accordo, pur essendo in difficoltà sul campo è in posizione di forza rispetto all’alla politica che tratta a Doha perché ha nelle sue mani gli ostaggi. È questo lo scoglio più grande per i mediatori di Doha. Sapremo presto se e come sapranno superarlo.

“Gli angeli custodi, guardie dell’anima e del corpo”

angeli-custodi

 CR 1918 – 2 Ottobre 2025 ore 

di Cristina Siccardi

Il mondo non ci aiuta affatto ad avvicinarci alla dimensione soprannaturale, anzi, la sua tendenza è quella di indicarci non solo tutto ciò che è immanenza, ma addirittura a portarci verso passioni e vizi che sono svilenti della nostra natura, anche perché lo ha detto il Re dell’Universo: il principe di questo mondo è Satana. Purtroppo anche molti pastori della Chiesa, oltre ad essere essi stessi troppo presi con le cose del mondo, non aiutano i fedeli a guardare verso l’alto, indicazione che tuttavia ci viene ricordata dal calendario ogni giorno, con i suoi Santi e i suoi Angeli e la Regina degli Angeli e dei Santi. 

Il 2 di ottobre Santa Madre Chiesa fa memoria di una festa molto importante, quella degli Angeli custodi. Ebbene sì, il Creatore, nella sua immensa bontà, ha assegnato ad ognuno un compagno buono, fedele, vigile e accorto per accompagnarci lungo il cammino della vita. Lascia scritto sant’Agostino: «Gli spiriti immortali e beati, che abitano le sedi dei cieli e godono della partecipazione al loro Creatore – per la cui eternità sono saldi, nella cui verità sono certi, per cui dono sono salvi – amano con grande misericordia noi, mortali e miseri, desiderando che  diventiamo beati e immortali; però non vogliono, e a buon diritto, che noi a loro scarifichiamo, ma solo a colui per il quale sanno che noi e loro siamo un sacrificio» (La città di Dio, 10, 7).

Molti santi hanno visto il loro Angelo custode, come per esempio Padre Pio, che parlava e colloquiava con lui, pregava e lodava Dio insieme a lui; ma non basta, egli dialogava anche con gli Angeli custodi dei suoi figli spirituali. «L’angelo custode», affermava il cappuccino stigmatizzato, «è il nostro amico più sincero e sicuro, quando non abbiamo il torto di rattristarlo con la nostra cattiva condotta», così diceva il santo mistico di Pietrelcina. Nelle sue numerose e terribili battaglie che sostenne contro le aggressioni demoniache, un personaggio luminoso gli stava sempre accanto per dargli coraggio, forza e vigore. Già da bambino, all’epoca di nome Francesco, vedeva il suo Angelo e la Madonna, convinto che queste celesti incontri fossero comuni a tutti quanti.

Fra’ Pio Maria da Verona riporta, in un articolo pubblicato su “Il Settimanale di Padre Pio” (n. 36, 28 settembre 2025), una lettera che il santo cappuccino scrisse nel 1915 a Raffaelina Cerase, una delle sue prime figlie spirituali: «Al nostro fianco c’è uno spirito celeste che, dalla culla alla tomba, non ci abbandona nemmeno per un istante, che ci guida, ci protegge come un amico, come un fratello e che ci consola sempre, specialmente nelle ore che sono per noi le più tristi. Sappiate che questo buon Angelo prega per voi: offre a Dio tutte le buone opere che fate, i vostri desideri più santi e puri. Nelle ore in cui vi sembra di essere sola e abbandonata, non dimenticate questo compagno invisibile sempre presente per ascoltarvi, sempre pronto a consolarvi. O deliziosa intimità! O felice compagnia».

Fu papa Clemente X, nel 1670, ad istituire la festa degli Angeli custodi, fissandola nel giorno del 2 ottobre. L’ esistenza degli Angeli benefici e malefici, presenti fin dall’Antico Testamento è un dogma di fede, definito dalla Chiesa nel IV Concilio Lateranense (1215) e nel Concilio Vaticano I (1869-70). I Padri della Chiesa e gli integri teologi hanno pronunciato ed elaborato considerazioni e insegnamenti che riguardano la loro creazione, spiritualità, azione, intelligenza, volontà.

Nel Catechismo della Dottrina cristiana di san Pio X si dice che «gli angeli sono i ministri invisibili di Dio, ed anche nostri Custodi, avendo Dio affidato ciascun uomo ad uno di essi». La parola angelo, dal latino angelus, che ha origine nel lemma greco ἄγγελος, significa messaggero, messo, servitore, vemendo così espresso l’ufficio degli Angeli e non la loro natura, come ha dimostrato sant’Agostino (Cfr. Discorso 7, Il roveto bruciava ma non si consumava, discorso tenuto nel digiuno di quinquagesima).

L’Angelo custode, guardia dell’anima e del corpo, non ci lascia mai, né di giorno, né di notte, è sempre al nostro fianco. Se siamo ben disposti ci illumina, ci sospinge a buoni propositi e sentimenti; allo stesso tempo, ci protegge dalle tentazioni e dai pericoli morali o materiali. Al nostro Angelo siamo debitori e gli dobbiamo profonda gratitudine per l’aiuto che ci offre nelle necessità su questa terra e per il soccorso verso la salvezza eterna. Affermava san Francesco di Sales: «I buoni angeli desiderano il nostro bene e non disdegnano di assisterci. I nostri buoni angeli ci danno la forza e il coraggio di praticare la virtù. Tendete la mano al buon angelo affinché vi conduca al cielo». 

La mistica Santa Teresa d’Avila, nelle sue memorie, descrive come fu un angelo a trafiggerle il cuore con un dardo dorato dalla punta infuocata, lasciandola immersa in un infinito amore per Dio. San Filippo Neri aveva un rapporto tutto speciale con il suo Angelo custode. Una volta venne sollevato in alto per evitare che una carrozza lo travolgesse in un vicolo di Roma. Un’altra volta il suo Angelo gli comparve nella forma di un povero che chiedeva l’elemosina: il santo era pronto a dargli tutto il poco che aveva con sé, ma a questo punto l’Angelo gli rispose che voleva solo vedere di cosa fosse capace, poi scomparve. 

San Luigi Gonzaga aveva una forte devozione per l’Angelo custode che pregava con l’Angele Dei almeno tre volte al giorno. Anche Domenico Savio ebbe esperienza concreta della presenza del suo Angelo. San Francesco d’Assisi ricevette le stigmate da un Serafino con sei ali infuocate e nella chiesa della Porziuncola gli Angeli gli si manifestavano, mentre nella malattia lo confortavano con il loro canto. San Giovanni Bosco, invece, ebbe un Angelo custode che lo proteggeva e lo tutelava manifestandosi in un modo molto singolare. Per difenderlo e salvarlo dagli agguati a cui era esposto a causa dei valdesi e dei massoni, compariva misteriosamente un cane e sempre al momento opportuno. Don Bosco lo chiamava «il Grigio» e di questa eccezionale guardia del corpo confessò ironicamente: «Dire che era un angelo farebbe ridere. Ma non si può dire nondimeno che fosse un cane come gli altri». Il Grigio, che arrivava da chissà dove e spariva non si sa dove, non prendeva mai cibo ed acqua, riapparve dopo ben 32 anni dalla prima volta, giovane come un tempo, addirittura dei testimoni lo videro poi nel 1959. 

Questa la testimonianza lasciata da Renato Celato (1923-2020), autista di ben quattro Rettori maggiori salesiani (cfr. Don Bruno Ferrero, https://www.infoans.org/sezioni/interviste/item/530-rmg-ho-accarezzato-il-grigio-incontro-con-il-signor-renato-celato): «Ho potuto vedere, toccare, accarezzare quel misterioso cane. Era il 5 o il 6 di maggio del 1959 […]. Eravamo di ritorno da Roma con l’urna di don Bosco. L’urna era rimasta a Roma vari giorni. Era venuto ad onorarla anche Papa Giovanni XXIII. In contemporanea c’era a Roma anche l’urna con le spoglie di San Pio X. L’urna di don Bosco rimase due giorni a San Pietro […]. Siamo partiti da Roma nel tardo pomeriggio. Cominciava a farsi buio. Dovevamo arrivare a La Spezia alle quattro del mattino, sennonché eravamo stanchi e don Giraudi ci consigliò di fermarci un paio d’ore a Livorno dai Salesiani. Arrivammo a La Spezia verso le sette invece che alle quattro. Il confratello sacrista, signor Bodrato, aveva aperto le porte della Chiesa alle quattro e mezzo e aveva visto questo cane accovacciato davanti alla porta e gli aveva rifilato un calcio per mandarlo via. Senza reagire, il cane si era ritirato in disparte ed aveva aspettato l’arrivo dell’urna.

Quando siamo arrivati, abbiamo portato l’urna in chiesa e l’abbiamo appoggiata su un bancone dei falegnami, il cane ci ha seguiti e si è accoccolato sotto l’urna. Lì per lì nessuno ci ha badato. Poi quando incominciò ad arrivare la gente e iniziarono le messe e le funzioni, il direttore si preoccupò e disse ai carabinieri: “Mandate via questa bestia che sta sotto l’urna!”. Ma non ci riuscirono. Il cane digrignava i denti e sembrava arrabbiato. Rimase là fino a mezzogiorno. A quell’ora chiusero la chiesa. Il cane uscì e cominciò a gironzolare tra i ragazzi in cortile. I ragazzi naturalmente erano felici di averlo in mezzo a loro: lo accarezzavano, gli tiravano la coda. Mi unii anch’io a loro.

Andammo a pranzo. C’erano l’Ispettore, tutti i direttori della Ispettoria, i novizi e i confratelli che erano riusciti ad entrare. La sala da pranzo era al piano superiore. Durante il pranzo vedemmo questo cane che tranquillamente spinse la porta con le zampe anteriori ed entrò. Cominciò a gironzolare tra le tavole. Don Puddu, segretario del Consiglio Superiore, gli sferrò un calcio, ma il cane non si scompose e continuò a passeggiare. Gli offrirono pane, prosciutto, salame. Annusava in segno di gradimento, ma non toccò niente. Rimase lì per tutto il pranzo. Poco prima della preghiera finale, aprì di nuovo la porta da solo ed uscì. 

Verso le quattordici, tornammo in chiesa per ripartire, perché il viaggio era ancora lungo. Il cane era di nuovo accovacciato sotto l’urna. Come aveva fatto a entrare? La chiesa aveva le porte sbarrate, com’è facile immaginare.

Caricammo la pesantissima urna sul furgone e il cane era ancora lì in mezzo a noi. Ho lasciato in archivio una fotografia che documenta quel momento. Partimmo per Genova Sampierdarena, passando per il valico del Turchino. Non c’era l’autostrada allora. Don Giraudi, che era in macchina con me, mi diceva ogni tanto: “Sta attento, guarda un po’ se c’è il cane!” C’era. Sempre dietro il nostro furgone, anche in città. Lo vidi ancora fino al terzo tornante della salita. Poi scomparve».

Perché nelle nostre case, nelle nostre parrocchie non parlare ai bambini come agli adulti di queste vicende di carattere spirituale, che appartengono alla linfa della nostra religione e che sicuramente verrebbero accolte da tante anime assetate di cose divine perché ormai stanche, annoiate e sature di mondo laico e ateo? Forse si tace per vergogna oppure per colpevole incredulità?

Putin e Hamas, i veri perdenti

di Danilo Taino| 2 ottobre 2025- Corriere della Sera – 3 Ottobre 2025

La Russia sconfitta in Ucraina e i terroristi a Gaza non hanno ottenuto ciò che volevano. Stiamo vedendo che il club dei bellicisti e degli odiatori delle democrazie ha, come dice Trump, delle tigri di carta tra i soci

La Russia di Putin ha ormai perso la guerra che ha scatenato contro l’Ucraina: possiamo dirlo. E la sconfitta di Hamas è vicina, con essa quella dell’Asse della Resistenza incardinato sull’Iran. Forse, a questo punto, faremmo bene a cambiare la conversazione prevalente: stiamo vedendo che il club dei bellicisti e degli odiatori delle democrazie ha, come dice Trump, delle tigri di carta tra i soci; e, pur con tutte le loro indecisioni e incertezze morali, i Paesi occidentali mantengono una forza, almeno d’inerzia, che nemmeno essi sapevano di avere. L’attacco al sistema liberale è probabilmente solo agli inizi ma per ora non registra risultati, anzi. L’offensiva di Mosca è finita nella sabbia: non riuscirà ad annullare l’Ucraina come pretendeva dal 2014 e poi nel 2022. Il pogrom di Hamas del 7 ottobre 2023 ha prodotto il contrario dell’obiettivo: il ridisegno della mappa politica del Medio Oriente che segna la fine dell’egemonia imposta da ayatollah e terroristi.

La propaganda del Cremlino, condivisa spesso dai filorussi in Europa, vuole fare credere che Mosca sta avanzando sia sul terreno ucraino sia in termini politici e diplomatici. È falso. L’invasione del febbraio 2022 è stata un fallimento e, da allora, anche l’avanzata nelle regioni di confine dell’Est è stata insignificante, nonostante il milione di soldati russi morti e feriti che Putin ha mandato al sacrificio. Sul Financial Times, lo storico militare Yuval Noah Harari ha calcolato che, se avanzasse al ritmo degli scorsi nove mesi, l’esercito russo impiegherebbe cento anni e decine di milioni di perdite umane per raggiungere l’obiettivo. Sul mare gli ucraini hanno costretto la Marina russa a stare lontana. E nei cieli Mosca non è mai riuscita ad avere il controllo di quello ucraino.
In parallelo, l’esercito di Kiev era del tutto impreparato nel 2014, quando la Russia invase la prima volta e si impossessò della Crimea: oggi è probabilmente l’esercito tecnologicamente più preparato al mondo, innovativo e determinato. Difendere il proprio Paese mobilita e aguzza le menti. Il Cremlino riesce solo a colpire case e infrastrutture, a uccidere i civili. All’interno, Putin ha creato un’economia di guerra, ma ciò ha significato asfissiare l’economia civile. Un fallimento in fondo prevedibile data la logica vecchia di un Paese che non ha capacità d’innovazione e deve contare sempre più sul sostegno di Cina, Corea del Nord, Iran. Certo, Mosca è impegnata in una guerra ibrida contro l’Europa, nella speranza di ottenere successi grazie alle quinte colonne che ha in un po’ di Paesi: in questo è pericolosa, ma finora ha ottenuto di fare entrare Finlandia e Svezia nella Nato e di dare una sveglia ai Paesi della Ue (non tutti) e al Regno Unito. Contava su Trump ma anche il presidente americano sembra avere realizzato che Putin è, come direbbe lui stesso, «un perdente».

Se Hamas pensava, il 7 ottobre 2023, di approfittare della guerra in Ucraina per sistemare i conti con Israele, anzi con gli ebrei, ha ottenuto l’opposto: il declassamento suo e dei suoi amici che per decenni hanno tenuto il Medio Oriente sotto il ricatto del terrorismo e delle minacce armate. È vero che Israele oggi è isolata a livello internazionale a causa di una guerra che le è stata dichiarata e che non ha potuto che accettare, pena la sua sopravvivenza. È vero che il governo Netanyahu ha compiuto errori e ha pagato l’avere nella sua maggioranza estremisti su posizioni inaccettabili per i Paesi democratici. È altrettanto vero che le forze di Israele — in gran parte riservisti, civili che difendono il diritto di esistere della loro casa, come gli ucraini — in Libano hanno disarticolato i vertici e parte della struttura di Hezbollah, si sono difesi con successo dagli attacchi jihadisti provenienti dall’Iraq e dagli houthi, hanno favorito la caduta del regime di Assad in Siria, hanno decimato la potenza militare di Hamas e infine hanno, con l’aiuto di Washington, ridimensionato gli obiettivi e il prestigio degli ayatollah di Teheran.

La conversazione prevalente in Europa addossa a Israele la responsabilità della tragedia in corso a Gaza. E le bombe che uccidono civili non sono meno orribili di quelle britanniche e americane che caddero su Dresda, su Hiroshima e Nagasaki nel 1945. Ma una parte dell’indignazione che corre è data dall’avere troppo spesso presa come realtà la propaganda di Hamas stessa; un’altra parte viene dai passi estremi del governo israeliano, spesso anche arrogante; e un’altra parte ancora da una dose preoccupante di antisionismo e antisemitismo risuscitati. Soprattutto, non ci si è quasi mai chiesti quale alternativa aveva Israele dopo il pogrom di due anni fa. Ora, vedremo se il piano in venti punti avanzato da Trump, accettato dal primo ministro israeliano e apprezzato da una serie di Paesi arabi avrà le gambe per camminare. Il presidente americano ha certamente torto il braccio dietro la schiena a Netanyahu per limitarlo e spingerlo verso l’accordo. Ma, se un accordo ci sarà, sarà perché l’Asse della Resistenza è stato declassato e deve accettare il proprio ridimensionamento politico e militare. Non perché, come spesso si dice, Hamas ha comunque vinto in quanto avrebbe attratto Israele in una trappola: non ha vinto.
Putin, gli ayatollah, i terroristi non cesseranno le loro azioni. Anzi, feriti possono essere ancora più aggressivi. Ma mostrano di avere i piedi d’argilla.

Riflessioni sulla Flotilla

 1 Ottobre 2025 – ore 23:19

di Roberto de Mattei

Giunta al suo epilogo, tra farsa e tragedia, la vicenda della “Global Sumud Flotilla” impone alcune riflessioni. Secondo la vulgata mediatica, all’origine della spedizione navale sarebbe la drammatica situazione del popolo palestinese, sottoposto a un brutale attacco israeliano nella striscia di Gaza. La situazione di emergenza avrebbe reso necessaria la creazione di un “corridoio umanitario”, anche a costo di forzare il blocco navale di Israele, ritenuto illegittimo perché esteso ad acque internazionali. Questa presentazione del problema è falsa e ipocrita, perché dimentica alcune verità fattuali.

La prima è l’esistenza di una guerra asimmetrica, condotta da Hamas contro Israele, per distruggerla, ben prima del 7 ottobre 2022, anche se in quel giorno ha avuto una sua plastica e simbolica espressione. Non c’è bisogno di essere degli esperti di strategia militare per sapere che in guerra il diritto internazionale diviene quello del più forte, anche se i princìpi morali, come il rispetto della vita degli innocenti, non devono mai venir meno.

E’ certo che da parte di Hamas c’è stata un efferata violazione di tali diritti, alla quale Israele ha risposto con estrema violenza, ma con una differenza: Hamas ha deliberatamente ucciso circa 1200 innocenti e 250 ne ha presi in ostaggio, facendosene scudo, così come si fa scudo di strutture ospedaliere e scolastiche, non tanto per difendersi, quanto per provocare un’indignazione internazionale contro la reazione di Israele.

Israele applica da parte sua il principio antico dell’“occhio per occhio, dente per dente”, estraneo alla tradizione cristiana, ma non ignora la legge mosaica che proibisce l’uccisione degli innocenti. Secondo questo principio la morte dell’innocente può essere accettata solo come effetto non voluto di un atto che ha come fine l’uccisione dei colpevoli.

 Questa dottrina, che la morale cattolica ha sviluppato come principio del “duplice effetto”, deve rispettare tuttavia, per essere lecita, il criterio di proporzionalità. Ci si può legittimamente chiedere se tale criterio sia rispettato da Israele, ma certamente è ignorato dalla legge islamica, che condanna a morte gli infedeli, ebrei o cristiani che siano, per la sola colpa di esserlo.

Ma la falsità è dimostrata soprattutto dal fatto che, nel 2008, quando si formarono le prime cosiddette flotillas, non esisteva né genocidio, né emergenza umanitaria, ma solo una dura lotta tra Israele e il mondo arabo che ne voleva la distruzione. Le Flotillas costituirono uno strumento di azione marittima contro Israele sotto l’egida del Free Gaza Movement, soprattutto a partire dal 2009, quando il governo di Tel Aviv impose un blocco navale sulle coste di Gaza per limitare la capacità di Hamas di introdurre clandestinamente armi e materiale bellico.

Il 31 maggio 2010, la Gaza Freedom Flotilla, composta da sei imbarcazioni e circa 700 attivisti provenienti da oltre 50 Paesi, tentò di rompere il blocco navale, costringendo Israele a intervenire militarmente, con la conseguenza di nove attivisti uccisi negli scontri in mare. Da allora le Flotillas continuarono la loro attività, con maggior prudenza. Nel 2011 fu tentata la Freedom Flotilla II – Stay Human, ma molte navi non partirono o furono intercettate. Nei successivi anni vennero organizzate missioni come la Women’s Boat to Gaza (2016) o Freedom Flotilla III (2015). Nel 2018 la Freedom Flotilla Coalition lanciò una nuova operazione contro il blocco navale, fermata dalle forze israeliane.  

La Flotilla, oggi come allora, non ha un’unica identità nazionale, ma è il prodotto di una coalizione fluida e transnazionale, che unisce militanti di estrema sinistra, attivisti LGBTQ, ecologisti, giornalisti e qualche parlamentare. La natura ideologica di questa coalizione non è misteriosa. Una parte rilevante delle Flotillas, in particolare quella del 2010 con la nave Mavi Marmara, è stata organizzata o sostenuta dall’ONG turcaIHH (İnsan Hak ve Hürriyetleri ve İnsani Yardım Vakfı), un’associazione che ha legami storici con ambienti islamisti turchi, vicini ai Fratelli Musulmanidi cui Hamas è espressione in Palestina.

 Le Flotillas si presentano come convogli di attivisti, organizzazioni non governative e volontari che sfruttano la loro retorica umanitaria e la loro apparente indeterminatezza di mezzi e di obiettivi per ottenere un palese vantaggio politico. 

 Al di là del fatto che, negli anni recenti, alcuni organizzatori delle Flotillas hanno avuto contatti diretti e documentati con dirigenti di Hamas, è evidente il beneficio che questo movimento ne trae: ogni missione che sfida il blocco israeliano viene usata come prova del sostegno internazionale alla causa palestinese.

L’Iran, pur non avendo un ruolo diretto nell’organizzazione delle navi, utilizza la narrativa della Flotilla per legittimare la propria posizione anti-israeliana e anti-occidentale. Le reti della Flotilla coinvolgono del resto attivisti musulmani in Europa, Nord America e Asia, rafforzando la dimensione transnazionale islamica dell’iniziativa, che non si limita a Gaza o al Medio Oriente, ma coinvolge seguaci di Allah a livello globale.

Le organizzazioni promotrici hanno definito la loro spedizione navale come una prosecuzione delle flotillas precedenti, con l’obiettivo dichiarato di «rovesciare il blocco navale illegale». Si tratta dunque di un atto esplicitamente bellico: ciò che lo rende tale non è l’uso delle armi, ma il fine oggettivo, che è quello di provocare uno scontro in mare aperto contro un nemico armato.  Non si tratta di “atto umanitario” verso il popolo palestinese, ma di un’iniziativa bellica, all’interno di uno scenario di guerra che si estende dai mari del Nord al Medio Oriente e presto, forse, si allargherà all’area indo-pacifica.

La guerra in corso ha come protagonisti principali due conglomerati di nazioni che comprendono, da una parte, gli Stati Uniti d’America, i paesi dell’Unione Europea e lo Stato d’Israele; dall’altra, la Cina, la Russia la Corea del Nord e una parte del mondo arabo.  Lo scontro tuttavia non può essere limitato a una polarizzazione geopolitica Occidente/Oriente, né ad un conflitto tra liberal-democrazie occidentali e autocrazie orientali.  

Chi interpreta la storia secondo l’insegnamento di sant’Agostino nel De Civitate Dei, riconduce gli eventi in corso ad una guerra religiosa e culturale, più ampia e più antica, tra chi difende quanto sopravvive della Civiltà cristiana e chi invece vuole estirparne le radici.

Questa guerra, che viene da lontano, è divenuta totale, per diverse ragioni: perché è planetaria; perché non fa differenza tra militari e civili; perché non si concluderà se non con l’annientamento di uno dei due contendenti. È totale, inoltre, perché potrebbe culminare in una catastrofe nucleare, e perché si estende dal campo militare a quello economico, dall’informazione alla tecnologia digitale.

 Gli interessi di Putin e di Xi nella vicenda di Gaza non sono geostrategici, ma psicologici. Occorre mostrare agli occhi del mondo la debolezza di ciò che viene chiamato Occidente e impedire che il vigore con cui Israele si difende possa contagiare chi ha abbondonato al suo destino la Crimea e l’Afghanistan.

Tutto ciò avviene proprio mentre Donald Trump propone il primo piano credibile di pace in Medio Oriente, accettato anche dalla quasi totalità dei paesi arabi. L’atto terroristico del 7 ottobre contribuì a far saltare i cosiddetti “Accordi di Abramo” del 2020, voluti dallo stesso Trump. I vertici di Hamas in quell’attentato non misero a repentaglio la propria vita, né previdero la durezza della reazione di Israele.

Oggi sanno che, rifiutando la proposta americana su loro «si scatenerà l’inferno», come ha detto Trump con una delle sue colorite espressioni. Imboccherà Hamas la strada del suicidio collettivo o, come è più probabile, eviterà di immolarsi, lasciando che quanto di drammatico o di ridicolo possa ancora accadere riguardi solo la sgangherata flotilla?

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