"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Il Papa: i cori segno di una Chiesa in cammino che loda Dio e aiuta il prossimo

Nell’omelia della Messa nella solennità di Cristo Re dell’universo e in occasione del Giubileo dedicato alle corali, Leone XIV esalta il valore della musica, capace di esprimere emozioni che non sempre le parole riescono ad esprimere. Esorta i cantori a non cedere alla “tentazione dell’esibizione”, invitandoli a porsi come “parte” della comunità e non “davanti”

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

Il viaggio dell’esistenza si dispiega come un susseguirsi di salite ardue e piane, fatiche e sollievi che solo la musica, a volte, riesce a restituire in vibrazioni autentiche. Il cammino si intreccia con volti e voci diverse, note di un unico spartito: la Chiesa. E così la strada, pur tortuosa, sembra farsi più lieve mentre conduce verso quella “meta” gioiosa di cui tanto si è udito il canto. È questa l’immagine che, dal sagrato della Basilica di San Pietro, dove nella fredda mattinata splende il sole, Papa Leone XIV propone oggi, 23 novembre, presiedendo la Messa nella Solennità di Gesù Cristo Re dell’Universo e in occasione del Giubileo dedicato ai cori e alle corali. Con lui, all’altare il cardinale decano del collegio cardinalizio Giovanni Battista Re. 

Leone XIV all’arrivo sul sagrato della basilica vaticana (@Vatican Media)

Gesù “sovrano mite e umile”

L’omelia del Pontefice rivolta ai circa 60mila fedeli e pellegrini partecipanti si apre con la citazione del Salmo 121, intonato durante la liturgia della Parola: “Andremo con gioia alla casa del Signore”. Un versetto che richiama la solennità odierna e loda Gesù, “sovrano mite e umile”, che ha per trono la Croce dalla quale irradia il suo Regno, rivelando al mondo “l’immensa misericordia del cuore di Dio”.

Alcuni partecipanti alla Messa (@Vatican Media)

Edificare spiritualmente i fratelli

È l’amore stesso di Dio a scaldare le voci dei coristi e gli strumenti dei musicisti che celebrano oggi il loro Giubileo. Il loro compito non è affatto banale: si tratta dell’“edificazione spirituale dei fratelli”, come ricorda la Sacrosanctum Concilium, favorendo la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica, evidenzia il Papa.

Oggi esprimete appieno il vostro “iubilum”, la vostra esultanza, che nasce dal cuore inondato dalla gioia della grazia.

La musica espressione naturale dell’umano

La storia della musica attraversa quella delle civiltà del mondo, rendendo comunicabile ciò che portiamo nel profondo del cuore e che “non sempre le parole possono esprimere”, fa notare, poi il Pontefice. È un coro, appunto, di sentimenti ed emozioni che scaturiscono da un rapporto intimo e vivo con la realtà

Il canto, in modo particolare, rappresenta un’espressione naturale e completa dell’essere umano: la mente, i sentimenti, il corpo e l’anima qui si uniscono insieme per comunicare le cose grandi della vita.

Concelebranti alla Messa (@VATICAN MEDIA)

“Cantare è proprio di chi ama”

“Cantare amantis est, cantare è proprio di chi ama”, scriveva sant’Agostino. Lo ricorda il Papa, sottolineando come la musica sappia esprimere un ampio ventaglio di sentimenti: amore, dolore, tenerezza e desiderio. Per il Popolo di Dio essa diventa invocazione e lode, grazia cantata da “figli della Chiesa che trovano nel Risorto la causa della loro gioia”.

La musica liturgica diviene così uno strumento preziosissimo mediante il quale svolgiamo il servizio di lode a Dio ed esprimiamo la gioia della Vita nuova in Cristo.  

Il coro che ha animato la Messa presieduta dal Papa (@Vatican Media)

La Chiesa in cammino

Il canto, aggiunge ancora il santo vescovo di Ippona, è proprio anche dei viandanti: pellegrini talvolta affaticati che, nel susseguirsi delle note e delle armonie, trovano “un anticipo della gioia che proveranno quando raggiungeranno la loro meta”. “Canta ma cammina” diceva il grande padre della Chiesa, “avanza nel bene”. Si canta insieme, ci si consola nelle sofferenze, ci si sostiene nella stanchezza, si ravviva l’entusiasmo quando prevale la fatica.

Cantare ci ricorda che siamo Chiesa in cammino, autentica realtà sinodale, capace di condividere con tutti la vocazione alla lode e alla gioia, in un pellegrinaggio d’amore e di speranza.

Il Papa sul sagrato della basilica vaticana (@Vatican Media)

Il coro espressione dell’unità ecclesiale

Leone cita, poi, sant’Ignazio di Antiochia, che metteva in relazione il canto del coro con l’unità della Chiesa:

Dalla vostra unità e dal vostro amore concorde si canta a Gesù Cristo. E ciascuno diventi un coro, affinché nell’armonia del vostro accordo prendendo nell’unità il tono di Dio, cantiate a una sola voce per Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e vi riconosca per le buone opere.

Infatti, la Chiesa potrebbe rispecchiarsi nelle voci diverse di un coro, che armonizzate tra di loro danno vita a un’unica lode, unita dall’amore “in un’unica soave melodia”.

Un gruppo di cori presenti in piazza San Pietro (@Vatican Media)

Le corali, piccole famiglie unite dall’amore

Il ministero del corista, prosegue il Papa, richiede preparazione, fedeltà, intesa reciproca e un’intensa vita spirituale: “se voi, cantando, pregate, aiutate tutti a pregare”. Il buon cantore è disciplinato e permeato di spirito di servizio. Il coro è una piccola famiglia “di persone diverse unite dall’amore per la musica e dal servizio offerto”.

Ricordate, però, che la comunità è la vostra grande famiglia: non le state davanti, ma ne siete parte, impegnati a rendetela più unita ispirandola e coinvolgendola.

Le normali stonature

Come in ogni comunità, possono sorgere tensioni ed incomprensioni, considera il Pontefice. Stonature normali, “quando si lavora insieme e si fatica per raggiungere un risultato”.

Possiamo dire che il coro è un po’ un simbolo della Chiesa che, protesa verso la sua meta, cammina nella storia lodando Dio. Anche se a volte questo cammino è irto di difficoltà e di prove, e ai momenti gioiosi se ne alternano altri più faticosi, il canto rende più leggero il viaggio e reca sollievo e consolazione.

“Segno eloquente della preghiera della Chiesa”

Leone XIV invita allora a trasformare i cori in prodigi di armonia e bellezza, immagini luminose di una Chiesa “che loda il suo Signore”. Esorta i coristi a studiare il Magistero e a rendere partecipe il popolo di Dio, “senza cedere alla tentazione dell’esibizione che esclude la partecipazione attiva dell’intera assemblea liturgica”.

Siate, in questo, segno eloquente della preghiera della Chiesa, che attraverso la bellezza della musica esprime il suo amore a Dio. Vigilate affinché la vostra vita spirituale sia sempre all’altezza del servizio che svolgete, così che esso possa esprimere autenticamente la grazia della Liturgia.

Il Papa mentre benedice un bambino (@VATICAN MEDIA)

L’affidamento a santa Cecilia

Infine, il Papa affida ogni corista alla protezione di santa Cecilia, commemorata ieri, 22 novembre, “che qui a Roma, con la sua vita, ha innalzato il canto d’amore più bello, donandosi totalmente a Cristo e offrendo alla Chiesa la sua luminosa testimonianza di fede e di amore”.

Leone XIV mentre riceve un regalo (@Vatican Media)

Al termine della celebrazione eucaristica, Leone saluta corali e cori venuti da ogni parte del mondo. Poi, prima della recita dell’Angelus, rivolge il suo pensiero ai sacerdoti, fedeli e studenti rapiti in Nigeria e in Camerun chiedendo la loro liberazione. Abbraccia, inoltre, spiritualmente, i giovani che oggi nelle diocesi di tutto il mondo celebrano la Giornata Mondiale della Gioventù e annuncia la pubblicazione, oggi, della sua Lettera apostolica In unitate fidei, che commemora il 1700.mo anniversario del Concilio di Nicea, a pochi giorni dal suo viaggio apostolico in Turchia e in Libano.

Ultimata la preghiera mariana, il Papa raggiunge con la sua jeep bianca i fedeli radunati in piazza San Pietro, fermandosi a benedire bambini e a salutare gruppi e pellegrini che gli consegnano doni e regali.

Chi vuole la pace?

di Paolo Mieli| 22 novembre 2025 – Corriere della Sera – 23 Novembre

Il piano americano per arrivare a una soluzione della guerra in Ucraina è stretto tra provocazioni e tentativi di mediazione internazionale e indifferenti

Il piano di pace per l’Ucraina messo a punto da Steve Witkoff e Kirill Dmitriev è stato probabilmente qualcosa di simile se non proprio una riedizione del turbolento primo incontro tra Donald Trump e Volodymir Zelensky alla Casa Bianca, il 28 febbraio scorso.

 Una provocazione destinata forse a smuover le acque, ad accelerare i tempi. Del resto, nessuno ha saputo dar spiegazioni del perché sarebbero stati necessari dieci mesi e una serie infinita di incontri accompagnati da ultimatum americani (regolarmente a vuoto) per partorire una bozza — scritta per giunta in un inglese da traduttore automatico — di quella che sostanzialmente era una riproposizione delle iniziali richieste russe: la resa dell’Ucraina senza alcuna contropartita per Kiev. 

Lo scopo di quel piano (anche stavolta con annesso ultimatum) era — a voler essere generosi — quello di minacciare, spaventare Zelensky e con lui l’Europa tutta. Ma Zelensky e i leader europei, ormai avvezzi alle sortite trumpiane, hanno tenuto i nervi a posto. E alla fine Trump ha fatto un’apprezzabile marcia indietro definendo «non definitiva» la bozza di intenti uscita dai cassetti della sua scrivania.

Ieri, a margine del vertice del G20 a Johannesburg, si è tenuta, su invito del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, una riunione di ritessitura dei «volenterosi» a cui hanno preso parte il leader francese Emmanuel Macron, l’inglese Keir Starmer, il tedesco Friedrich Merz, il canadese Mark Carney e rappresentanti di Norvegia, Giappone, Australia, Finlandia, Irlanda, Paesi Bassi e Spagna. Stavolta era presente anche Giorgia Meloni.

E, pur con toni concilianti nel tentativo di non urtare la suscettibilità del capo di Stato americano, si è deciso di rimettere tutto in discussione considerando il lavoro del tandem Witkoff-Dmitriev un punto di partenza.

Oggi a Ginevra si incontreranno emissari di Stati Uniti, Unione europea e Ucraina per ridefinire l’intera prospettiva con l’intento condiviso di trovare una via d’uscita senza provocare rotture irreparabili con il presidente degli Stati Uniti.

Lo stesso Putin ha accolto senza grande entusiasmo quello che nelle intenzioni dei proponenti americani avrebbe dovuto essere un progetto concordato con lui per interposto Dmitriev. 

Come ha notato ieri su queste pagine Marco Imarisio, il quotidiano ufficiale della Russia putiniana, Izvestia, ha scritto che il piano ad ogni evidenza non poteva essere considerato frutto di un «lavoro da professionisti». Per poi aggiungere — quasi irridendolo — che, se Trump riuscirà a convincere il resto dell’Occidente a far propri quei ventotto punti, sarà una cosa «fantastica». Ma se invece Trump fallirà, saranno affari suoi. Mosca non ne farà un dramma. Tanto più che Putin, complice la distrazione di molti «pacifisti» sparsi nell’orbe terracqueo, volentieri prosegue a sganciare bombe su quello che già papa Francesco definiva «martoriato Paese». Provocando con quei missili vittime tra i civili che anche in queste contrade si contano a decine di migliaia. Nell’indifferenza dei supposti amanti della pace, dicevamo. 

Ma non del successore di Francesco, papa Leone XIV, che proprio in questi giorni ha lanciato un segnale inequivocabile ricevendo quattro adolescenti ucraini in rappresentanza dei mille (su decine di migliaia «rapiti» dai russi) che una missione iniziata dal cardinale Matteo Zuppi ha contribuito a far tornare alle proprie famiglie.

 I ragazzi gli hanno raccontato delle sofferenze che hanno subito nel corso dei programmi di «rieducazione» e di «ricollocamento» in famiglie russe a cui molti loro coetanei su ordine di Putin vengono ancora sottoposti. Ordine che — vale la pena ricordarlo — è all’origine di un mandato di cattura nei confronti di Putin stesso emesso dalla Corte penale internazionale il 17 marzo del 2023.

Inoltre, altro atto significativo da parte del nuovo Pontefice, il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin — ne ha dato notizia il quotidiano della Conferenza episcopale Avvenire — ha celebrato una messa di commemorazione dell’Holodomor, lo sterminio per fame di oltre sei milioni di ucraini perpetrato su disposizione di Mosca tra il 1932 e il 1933.

Anche questo conta. E non poco. La Chiesa di papa Leone comprende bene che la pace da trovare mentre le guerre sono ancora in corso non può che essere di difficile e lenta costruzione. Come è accaduto tra israeliani e palestinesi, deve iniziare da una sospensione delle ostilità per poi essere edificata giorno dopo giorno lungo un percorso che può richiedere mesi, forse anni. 

Dove in ogni momento si potrà avere la più che giustificata impressione che tutto stia andando in frantumi, che non si tratti di vera pace, che si stia tornando al punto di partenza. Questo percorso inevitabilmente lento necessita del coinvolgimento di tutti gli attori dell’area direttamente o indirettamente investita dalla tempesta. Fino al momento in cui siano isolate e messe in condizioni di non nuocere le parti più radicali presenti su tutti i fronti. Quelli — e ce ne sono molti, anche ben dissimulati — che la pace non la vogliono affatto.

Paura e frustrazione nelle strade di Kiev, le testimonianze: «Ci hanno umiliati e ora ci rubano la vita»

di Francesco Battistini – Corriere della Sera – 23 Novembre

La regista e poetessa Cilyk: «Niente patti col diavolo». «Per cosa abbiamo combattuto?» scrive un soldato, che come molti si sente tradito

DAL NOSTRO INVIATO 
KIEV – Che cos’ha pensato, ascoltando Volodymyr Zelensky che diceva: ucraini, dobbiamo scegliere? «Che è stata la popolazione a salvare l’Ucraina sull’orlo dell’abisso durante l’invasione e che è importante non dimenticare quanto sia pericolosa l’insoddisfazione della nazione. Che stiamo attraversando un periodo difficile, per uno scandalo di corruzione. Che c’è la pressione esercitata dal piano russo per la resa, mascherato da proposta Usa…».

 E quindi, no, a Iryna Cilyk «quel discorso non ha fatto una buona impressione. Soprattutto dove dice che non è il momento di litigare fra noi. In realtà, servono messaggi più trasparenti: l’Ucraina, a differenza della Russia, è un Paese in cui la volontà del popolo rimane la forza trainante».

Regista e poetessa pluripremiata nel mondo, moglie d’uno scrittore (Artem Check) che combatte al fronte, Iryna Cilyk è scettica: «Non credo che questo piano possa essere firmato. Troppo irrealistico. Sì, siamo in una posizione di grande svantaggio, ma non ancora disperati tanto da accettare un patto col diavolo. Non c’è motivo per cui dovremmo tradire la memoria dei nostri caduti. E anche la Russia non è in grado d’imporci tali condizioni: sa che negli ultimi due anni ha occupato meno dell’1% del nostro territorio?».

È un sabato di nebbia e d’anniversari. Coincidenza delle date: si celebrano l’Holodomor e le due rivoluzioni di Maidan. Un giorno, si celebrerà anche questo discorso di Zelensky, che a molti sembra una resa? Il metallo più resistente può alla fine rompersi, dice il presidente, ma le voci di risposta sono cori di no: «Per che cos’abbiamo combattuto?», scrive in un post il soldato Oleksandr K. «Chi potrà mai sgomberare una città come Kramatorsk e darla ai russi?», protesta un sindaco. «Ci hanno rubato le vite e ora anche i soldi», s’indigna l’elettore Anatolii Chernoivan. 

Polemiche sparse, unite nel rifiuto della bandiera bianca. Anche Irina è perplessa: «Non so come interpretare la metafora del metallo. Sì, non siamo indomabili, ma non vogliamo nemmeno essere lo scudo metallico dell’Europa, che stiamo coprendo coi nostri corpi. Sono stanca di seppellire i miei amici e parlare della nostra forza d’animo. Questa parola ora mi suona volgare e falsa.

C’è una grande stanchezza collettiva che mina la capacità di resistere. Ma vedo anche un sentimento comune: questo accordo umiliante non può essere firmato. Ci viene offerto di fare pace con lo stupratore, di dargli ciò che ci appartiene di diritto: il territorio, le tombe. E cosa fare della nostra memoria? Come continuare a vivere, sapendo che lo stupratore è rimasto impunito?».

L’Europa traditrice… «Certo, non saremmo sopravvissuti senza l’aiuto europeo, ma siamo frustrati dalla lentezza con cui vengono prese le decisioni. La Russia capisce solo il linguaggio della forza, ma la “coalizione dei volenterosi” è purtroppo indecisa. Un errore. Questo mostro deve essere radicalmente decapitato. E se gli si dà l’opportunità di far crescere nuove teste, il risultato saranno attacchi contro altri Paesi europei». E Trump? «Sono cresciuta coi film americani, l’immagine d’un Paese pronto a lottare per la giustizia. Che ingenua…».

La guerra non è finita, Iryna lo sa: «Mio marito è diventato soldato nel 2015: ha già trascorso più di 5 anni a difendere il Paese. Tutti combattiamo o aspettiamo chi combatte. Ho seppellito amici, le mie amiche sono diventate giovani vedove, conosco persone catturate dai russi e torturate, molti menomati. Siamo tutti cambiati molto. Ma abbiamo smesso d’avere paura, viviamo le nostre vite, mentre qualcuno brucia vivo nel suo appartamento. Sono stupita dalle persone, la loro capacità di superare il dolore con un umorismo nero, di sacrificarsi per il bene degli altri. Ci sono ancora molte persone così. E quindi no, non siamo ancora pronti a firmare patti col diavolo»

L’OPZIONE CRISTIANA: “DIO C’È E SI È FATTO UOMO”

BENEDETTO XVI AI GIOVANI DELLA DIOCESI DI ROMA E DEL LAZIO – PIAZZA SAN PIETRO, 6 APRILE 2000

“Dio o c’è o non c’è. Ci sono solo due opzioni. O si riconosce la priorità della ragione, della Ragione creatrice che sta all’inizio di tutto ed è il principio di tutto – la priorità della ragione è anche priorità della libertà – o si sostiene la priorità dell’irrazionale, per cui tutto quanto funziona sulla nostra terra e nella nostra vita sarebbe solo occasionale, marginale, un prodotto irrazionale – la ragione sarebbe un prodotto della irrazionalità.

Non si può ultimamente “provare” l’uno o l’altro progetto, ma la grande opzione del Cristianesimo è l’opzione per la razionalità e per la priorità della ragione. Questa mi sembra un’ottima opzione, che ci dimostra come dietro a tutto ci sia una grande Intelligenza, alla quale possiamo affidarci.

Ma il vero problema contro la fede oggi mi sembra essere il male nel mondo: ci si chiede come esso sia compatibile con questa razionalità del Creatore. E qui abbiamo bisogno realmente del Dio che si è fatto carne e che ci mostra come Egli non sia solo una ragione matematica, ma che questa ragione originaria è anche Amore.

Se guardiamo alle grandi opzioni, l’opzione cristiana è anche oggi quella più razionale e quella più umana. Per questo possiamo elaborare con fiducia una filosofia, una visione del mondo che sia basata su questa priorità della ragione, su questa fiducia che la Ragione creatrice è amore, e che questo amore è Dio”.

Santa Cecilia

autore: Simon Vouet anno: 1626 titolo: Santa Cecilia luogo: Museo di Arte Blanton, Austin

Nome: Santa Cecilia

Titolo: Vergine e martire

Nascita: II Secolo, Roma

Morte: 22 novembre 230, Roma

Ricorrenza: 22 novembre

Luogo reliquie: Basilica di Santa Cecilia in Trastevere

Sotto l’impero di Alessandro Severo era stata proibita ogni persecuzione contro i cristiani e la Chiesa godette un periodo di tranquillità e di pace. Ma a turbare il mite gregge di Cristo sorse presto il tristo prefetto di Roma, Almachio.

Essendosi assentato l’imperatore dalla capitale, egli ne approfittò per sfogare il suo odio contro i cristiani scatenando contro di loro una terribile persecuzione.

Fra le sue vittime più illustri, va ricordata Santa Cecilia, nobilissima vergine romana. Nacque ella da ricchissima famiglia alle falde del Gianicolo, e quivi fra agi e comodità fu educata dai più rinomati maestri di Roma.

Fattasi segretamente cristiana, andava ogni giorno più distaccando il suo cuore dalle cose terrene.

Costretta a sposarsi, durante le feste del matrimonio, mentre tutti l’attorniavano per festeggiarla e cantavano inni pagani, essa in cuor suo cantava un cantico di amore al suo mistico e vero sposo, Gesù Cristo. Quando fu sola con Valeriano gli disse: «Sappi che io sono cristiana e già da molto tempo ho consacrato a Gesù tutto il mio cuore… Egli solo è il mio sposo, e tu devi rispettare il mio corpo, perché io ho sempre vicino a me un Angelo del Signore che mi custodisce e mi difende».

Valeriano rispose: «Io crederò a quanto mi dici e farò quello che tu desideri, se potrò vedere questo Angelo che ti custodisce». E Cecilia: «Nessuno può vedere l’Angelo del Signore, se non è battezzato. Va’ dunque dal santo vescovo Urbano, fatti istruire nella religione cristiana, fatti battezzare, e poi ritorna e vedrai quanto desideri».

Valeriano andò, si fece istruire ed il Vescovo Urbano, vedendo le sue buone disposizioni e la mirabile trasformazione che la grazia aveva operato in lui, lo battezzò.

Ritornato presso la sua santa sposa, entrando nella stanza, vide un Angelo di bellissimo aspetto, che teneva in mano due corone intrecciate di rose e di gigli. A tale vista Valeriano comprese che una di quelle corone era preparata per lui se fosse rimasto sempre fedele a Gesù Cristo.

Quindi non solo promise di custodire intatta la purezza della sua castissima sposa, ma si fece ferventissimo cristiano ed istruì e fece battezzare anche suo fratello Tiburzio. Continuava intanto la persecuzione: Valeriano ed il fratello Tiburzio furono decapitati, mentre Cecilia fu condannata a morire asfissiata nella sua stessa camera da bagno.

I soldati eseguirono l’ordine, ma aperta la camera dopo un giorno e una notte trovarono la Santa sana e salva come se avesse respirata aria purissima. Comandò allora Almachio che un littore le troncasse il capo. Andò il littore, vibrò ben tre colpi, ma non riuscì a staccare completamente la testa dal busto, per cui terrorizzato si allontanò lasciando la Santa in una pozza di sangue.

I fedeli accorsi, raccolsero con pannolini il sangue della Martire, come preziosa reliquia e soccorsero Cecilia che visse ancora tre giorni, pregando ed incoraggiando gli astanti ad essere forti nella fede.

Finalmente, consolata dal Papa Urbano a cui donò la propria casa affinchè fosse trasformata in chiesa, placidamente spirò, e andò a cantare eternamente le lodi al suo amato sposo Gesù.

Perché difendiamo Kyiv

Paola Peduzzi  22 nov 2025- Il  Foglio

Trump svilisce ogni lotta democratica, ma l’Ucraina libera è la garanzia di sicurezza per tutti  

Il catastrofismo attorno al piano americano per l’Ucraina e alla leadership di Volodymyr Zelensky, scossa da uno scandalo di corruzione che non coinvolge lui direttamente ma i suoi collaboratori sì, ha scandito la copertura mediatica di quest’ultima settimana di guerra (oggi sono 1.368 giorni di aggressione russa all’Ucraina).

Zelensky è all’angolo, Zelensky è furioso, Zelensky è un’anatra zoppa, Zelensky attraversa una crisi fatale, Zelensky deve dare un segnale: questo è il tenore delle analisi pubblicate sui media occidentali. Vladimir Putin se n’è subito approfittato, sprezzante: gli ucraini pensano ai loro water d’oro e non al popolo, ha detto dal pulpito del presidente di una Russia che non disdegna il lusso pacchiano e che ha fatto ammazzare in un gulag siberiano l’oppositore che ha denunciato la corruzione del regime.

Gli americani, in questo senso, sono stati più coerenti: Donald Trump ha accettato un Boeing 747 da un paese straniero in cerca di favori, ha preso un lingotto d’oro del valore di 130 mila dollari da un altro paese e ha i parenti che fanno affari in criptovalute con governi stranieri: diciamo che non è la corruzione ucraina il motivo per cui i trumpiani si accaniscono su Zelensky, semmai vogliono rientrare dell’investimento di una guerra che considerano evitabile (nel piano in 28 punti questo aspetto è piuttosto chiaro).

Gli europei invece sono andati nel panico, pressati come sono dai partiti sovranisti antiucraini – che sono quelli che si finanziano nei modi più creativi, nel migliore dei casi, e più illegali in tutti gli altri – che si sono avventati sullo scandalo di corruzione per dire: ecco, ci fate buttare via i nostri soldi. 

L’Economist, che non è mai  tenero con il sistema di potere del presidente ucraino, anzi, in un editoriale rimette in ordine le cose: “L’Ucraina non è, e non è mai stata, un modello limpido di governance. Non è per questo che l’occidente ha speso circa 400 miliardi di dollari  – e il numero continua a crescere –  per contribuire a difenderla. Se il sostegno occidentale dovesse vacillare, l’unico vincitore sarebbe  Putin”.

 Non difendiamo gli ucraini perché sono integerrimi o resistenti come l’acciaio, li difendiamo perché sono stati ingiustamente aggrediti, perché sono un paese indipendente, sovrano e libero che proprio per questa sua ambizione democratica è stato vessato da un vicino vorace e sanguinario.

Ieri, mentre contavano i morti quotidiani causati dai russi e partecipavano ai funerali dei morti dei giorni precedenti, gli ucraini celebravano il giorno della dignità e della libertà, in ricordo della rivoluzione del 2004 e di quella del 2013, quando migliaia di persone scesero nelle piazze per difendere il loro diritto di decidere autonomamente del loro futuro – un futuro europeo e libero (non perdere “la dignità” è anche l’espressione usata da Zelensky nel suo discorso di ieri, fierissimo, che è stato paragonato al “se necessario per anni, se necessario da soli” che disse Churchill per definire la battaglia contro i nazisti). 

In questi dieci mesi alla Casa Bianca, Trump è riuscito a svuotare la difesa dell’Ucraina del suo valore globale, ne ha fatto una questione geografica (se ne occupano gli europei che sono lì vicini), economica (non dando più le armi gratuitamente ma facendole pagare agli europei) e ideologico-personale (mettere fine alla guerra con qualsiasi pace trovabile, anche una miserabile, basta che passi alla storia come la pace di Trump).

Ma la difesa dell’Ucraina è tutt’altra cosa: è la difesa dell’integrità territoriale di un paese indipendente, è la difesa di un popolo europeo che vuole vivere con le regole e i diritti dell’occidente, è la difesa di un paese che sta facendo scudo contro la Russia per mettere in sicurezza tutti noi perché Putin è insaziabile. Non è un atto di generosità, la difesa dell’Ucraina, è la salvaguardia di un interesse europeo e americano, e costa molto meno di una capitolazione. 

L’Ue contro il piano Witkoff: senza Kyiv e Bruxelles la trattativa non inizia

David Carretta – 20 novembre 2025 – IL FOGLIO

“L’Ue ha un piano molto chiaro in due punti: primo, indebolire la Russia, secondo, sostenere l’Ucraina”, dice l’Alto rappresentante Kallas, minimizzando l’importanza del piano dell’inviato speciale di Trump. L’idea è chiara, ma la sua esecuzione un po’ meno: i paesi europei non possono sostenere Zelensky da soli

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Bruxelles. I ministri degli Esteri dell’Unione europea hanno minimizzato l’importanza del piano che l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, ha preparato con il consigliere di Vladimir Putin, Kirill Dmitriev, per imporre all’Ucraina la capitolazione. “I ministri nella stanza sono stati solidi e abbastanza calmi. Lo abbiamo già visto prima: i piani di pace non possono funzionare senza gli ucraini e senza gli europei”, ha detto l’Alto rappresentante, Kaja Kallas.

 Prestito di riparazione da 140 miliardi, nuove sanzioni, caccia alla flotta di petroliere ombra: l’Ue deve “concentrarsi su quello che possiamo fare noi”, ha detto Kallas. Ma il senso d’urgenza manca, come dimostrano i ritardi sul prestito di riparazione. Il piano Witkoff-Dmitriev basterà a smuovere i leader dell’Ue?

Il piano in 28 punti per la capitolazione dell’Ucraina non è un accordo di pace, ma una replica delle richieste massimaliste di Putin per porre fine alla guerra. Secondo i media che lo hanno rivelato – Axios, Financial Times e New York Times – l’Ucraina dovrebbe cedere la parte del Donbas che la Russia non è riuscita a conquistare con le armi, i territori occupati dovrebbero essere riconosciuti come russi, l’esercito ucraino dovrebbe essere ridotto della metà. A Kyiv sarebbe vietato avere missili a lunga gittata, mentre i suoi alleati dovrebbero interrompere le forniture di armi. La presenza di una forza militare di dissuasione nell’ambito della coalizione dei volenterosi sarebbe esclusa. Le sanzioni contro la Russia dovrebbero essere cancellate. L’Ucraina dovrebbe abbandonare le inchieste per crimini di guerra contro i responsabili russi, riconoscere il russo come lingua di stato e reintrodurre lo status della Chiesa ortodossa russa.

Il presidente Volodymyr Zelensky ha definito queste richieste inaccettabili ogni volta che Putin è riuscito a convincere Trump a inserirle nei suoi piani per l’Ucraina. Le condizioni sono inaccettabili anche per gli europei, la cui sicurezza dipende dall’Ucraina. “Gli ucraini, che da oltre tre anni resistono eroicamente all’aggressione incondizionata della Russia, rifiuteranno sempre qualsiasi forma di capitolazione”, ha detto il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot. “Non è la vittima che deve vedersi imporre delle restrizioni sulla sua capacità di difendersi, ma l’aggressore”, ha spiegato il suo omologo polacco, Radoslaw Sikorski. “Gli ucraini soffrono” per gli attacchi russi prima dell’inverno e vogliono la pace, ma “il prezzo non può essere cedere il paese”, ha aggiunto Kallas. Secondo l’italiano, Antonio Tajani, “la trattativa ancora non è iniziata” perché “non si può fare senza l’Ucraina e senza l’Europa”. E’ la linea ufficiale. E’ l’Ucraina che deve decidere quali sono le condizioni accettabili di una pace giusta e duratura.

L’Ue ha la sua parola da dire, perché gran parte delle sanzioni che colpiscono la Russia sono state decise dai ventisette e non possono essere revocate da un ordine esecutivo di Donald Trump. Kaja Kallas ha dato la sua interpretazione all’improvviso attivismo diplomatico di Witkoff e Dmitriev: le difficoltà sempre più serie in cui si trova la Russia sul piano economico. I russi “sono spaventati dal prestito di riparazione. Stanno arrivando al punto in cui stanno esaurendo i soldi. Vogliono mostrare che sono super forti, ma non è così”, ha detto l’Alto rappresentante.

Questo dovrebbe spingere gli europei a “essere forti e fare più pressioni sulla Russia”, ha spiegato Kallas: “L’Ue ha un piano molto chiaro in due punti: primo, indebolire la Russia, secondo, sostenere l’Ucraina”.

Il piano può essere chiaro, ma la sua esecuzione lascia a desiderare. Dalla fine dell’estate la priorità è il prestito di riparazione da 140 miliardi di euro per evitare che l’Ucraina rimanga senza fondi alla fine di febbraio. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, hanno proposto in settembre di usare gli attivi sovrani russi congelati.

Sono passati due mesi e mezzo e la proposta si è trasformata in una serie di opzioni alternative, allungando i tempi della discussione e dei negoziati tra i governi dell’Ue. Il lavoro sul ventesimo pacchetto di sanzioni non è ancora iniziato, malgrado la richiesta di diversi stati membri. Una maggioranza di paesi è pronta a modificare il regime sanzionatorio per colpire in modo più rapido le navi che fanno parte della flotta ombra russa, ma non c’è ancora l’unanimità necessaria a un accordo.

Sullo sfondo rimane il grande interrogativo a cui nessuno vuole rispondere pubblicamente: l’Ue è in grado di sostenere l’Ucraina da sola, se gli Stati Uniti taglieranno le armi e l’intelligence per il rifiuto di Zelensky di capitolare? La questione è posta dal primo incontro fra Trump e Zelensky alla Casa Bianca del 28 febbraio. Nove mesi dopo la risposta è sempre la stessa: no.

Preghiamo la Madonna per l’Ucraina e stiamo vicini a questo popolo valoroso che lotta per la sua libertà e la sua dignità. Un giorno non lontano potrebbe toccare a noi.

Corriere della Sera – 21 Novembre 2025

Zelensky: «Non tradirò l’Ucraina, la prossima settimana sarà molto difficile»

Il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, e il vicepresidente degli Stati Uniti, James David Vance, hanno discusso al telefono oggi, 21 novembre, del piano di pace proposto da Washington per porre fine alla guerra nel Paese dell’est Europa. Lo riferisce il giornalista di Axios Barak Ravid sul proprio profilo X, citando una fonte a conoscenza del dossier. Come riferito dai media Usa, l’amministrazione del presidente Donald Trump sta esercitando «forti pressioni» sull’Ucraina affinché approvi entro il Giorno del Ringraziamento, il prossimo 27 novembre, il piano di pace negoziato con la Russia, che prevede concessioni significative a Mosca.

«Ora l’Ucraina potrebbe trovarsi davanti a una scelta molto difficile: o la perdita della dignità, o il rischio di perdere un partner chiave», ha annunciato pochi minuti fa sul proprio canale Telegram il presidente ucraino in un discorso alla nazione, sottolineando che lui non tradirà il suo Paese. «Ucraini, ucraine, nella vita di ogni nazione arriva un momento in cui tutti devono parlare onestamente, con calma, senza supposizioni, voci o pettegolezzi, senza tutto ciò che è superfluo, così come è, come io cerco sempre di parlare con voi. Ora siamo in uno dei momenti più difficili della nostra storia. Ora la pressione sull’Ucraina è tra le più forti. Ora l’Ucraina potrebbe trovarsi davanti a una scelta molto difficile: o la perdita della dignità, o il rischio di perdere un partner chiave», ha dichiarato Zelensky. «O 28 punti complessi, oppure un inverno estremamente duro. Il più difficile e con rischi ulteriori. Una vita senza libertà, senza dignità, senza giustizia. E dover credere a chi ha già attaccato due volte», ha proseguito il presidente ucraino.

La Presentazione di Maria, il significato della festa

Antonio Tarallo – La Nuova Bussola – 21 Novembre 2025

Secondo l’apocrifo Protovangelo di Giacomo, Maria fu presentata dai genitori al Tempio all’età di tre anni. Ma qual è l’origine e il significato della memoria liturgica odierna? La Bussola intervista padre Antonio Luigi Piccolo, rettore generale dell’Ordine della Madre di Dio.

Protovangelo di Giacomo riguardo alla Presentazione di Maria al Tempio, di cui oggi ricorre la memoria liturgica. Un episodio che non viene descritto nelle Sacre Scritture, è importante ricordarlo, ma appunto è presente in questo testo apocrifo del II secolo che in alcuni suoi elementi è stato accolto dalla tradizione cattolica. E per comprendere meglio come nasce questa memoria liturgica mariana così importante La Nuova Bussola ha intervistato padre Antonio Luigi Piccolo, rettore generale dell’Ordine dei Chierici regolari della Madre di Dio, l’istituto religioso fondato a Lucca l’1 settembre 1574 da san Giovanni Leonardi, che alla Vergine ha dedicato l’intera sua esistenza e ministero.

Padre Piccolo, qual è la storia della memoria liturgica della Presentazione della Beata Vergine Maria?
Bisogna dire che la festa ha origini antiche anche perché lo stesso culto della Vergine è antico. Le prime tracce possiamo trovarle già fin dalla nascita della Chiesa. I cristiani hanno rivolto alla Vergine una grande attenzione fin dall’inizio del cristianesimo. Questo fa comprendere come la sua figura sia profondamente radicata nella memoria fin dalle origini. La data della festività, il 21 novembre, deriva dal giorno di consacrazione della basilica di Santa Maria Nova, nella città di Gerusalemme, nel 543. La prima celebrazione della Presentazione viene fatta risalire al calendario di Basilio II di Bisanzio, imperatore dell’XI secolo. L’episodio della vita della Vergine che viene celebrato è quello della piccola bambina Maria – il Protovangelo di Giacomo ci dice che aveva solamente tre anni – che viene presentata al Tempio del Signore dai suoi genitori Gioacchino e Anna. Si tratta di una festa che veniva celebrata nel rito bizantino. A questo punto è necessario fare una precisazione: l’anno liturgico nel rito bizantino era e tuttora è scandito da dodici feste. Ebbene, ben quattro di queste erano e sono feste mariane. La Chiesa di Roma, evidentemente, aveva risentito fortemente di questo influsso dal mondo bizantino. Andiamo avanti con il tempo fino ad arrivare al XIV secolo. All’epoca il pontefice, Gregorio XI,  si trovava nella cosiddetta “cattività di Avignone”. A lui giunsero notizie della sontuosa festa del rito bizantino e così, colpito dal racconto, decise di introdurla nel calendario cattolico romano. Ma, solo nel 1585, venne adottata da papa Sisto V, per tutta la Chiesa occidentale. Papa Clemente VIII diede alla festa ancora più rilevanza nella Chiesa. Fino ad arrivare alla rivisitazione del calendario liturgico seguita al Concilio Vaticano II quando la festa è divenuta vera e propria memoria liturgica. San Giovanni Paolo II scelse la data del 21 novembre come giornata dedicata alle consacrate claustrali.

Cosa ci dice questo importante episodio della vita di Maria?
Partiamo prima di tutto dal testo: «Quando la bambina compì i tre anni, Gioacchino disse: “Chiamate le figlie senza macchia degli Ebrei: ognuna prenda una fiaccola accesa e la tenga accesa affinché la bambina non si volti indietro e il suo cuore non sia attratto fuori del tempio del Signore”. Quelle fecero così fino a che furono salite nel tempio del Signore. Il sacerdote l’accolse e, baciatala, la benedisse esclamando: “Il Signore ha magnificato il tuo nome in tutte le generazioni. Nell’ultimo giorno, il Signore manifesterà in te ai figli di Israele la sua redenzione”». Focalizziamo l’attenzione su un dato: Anna e Gioacchino non avevano avuto figli e ciò era visto dal popolo ebraico come una sorta di sventura “mandata” dal Signore. Anna, allora, decise di fare un voto a Dio: se lei e Gioacchino avessero avuto un primogenito (maschio o femmina) l’avrebbero consacrato al Signore. Ecco come nasce la presentazione di Maria al Tempio. Una volta nata la piccola, dovevano dunque adempiere la promessa fatta a Dio. E a dircelo è sempre questo vangelo apocrifo: «Per mantenere la promessa fatta, conduciamola al Tempio del Signore».

Dunque, davanti a noi abbiamo la Vergine Maria che entra nel Tempio. Pensare a questa bambina davanti a un mistero così immenso ci fa molta tenerezza. Una domanda, allora: così piccola poteva essere già consapevole del progetto di Dio su di lei?
Sarebbe bello poter entrare nel cuore di Maria, in quel momento, per poter rispondere a questa domanda. Penso che la parola “consapevolezza”, in merito al progetto di Dio su di lei, sia troppo forte, vista anche la tenera età della bambina. Ma sicuramente nel salire quelle scale sentiva nel cuore una grandissima gioia.

Abbiamo parlato di progetto di Dio. E allora come si inserisce questo momento così importante della sua infanzia in questo disegno così vasto e misterioso?
L’episodio ci presenta una bambina che non ha timore: il distacco dai genitori poteva essere qualcosa di traumatico e, invece, eccola entrare nel Tempio con la piena fiducia nel Signore. Non si volge indietro, anzi come il Protovangelo ci narra, «il Signore Iddio la rivestì di grazia; ed ella danzò con i suoi piedi» nel salire gli altri scalini. Maria danza. È una danza che tanto ricorda il Magnificat che canterà nel momento in cui sarà definita la «benedetta fra le donne» (Lc 1,42). Esulterà piena di gioia in quell’istante. E così fa nella Presentazione al Tempio. E poi, sempre per quanto ci dice il Protovangelo, sale delle scale. Il verbo “salire”: quanti significati importanti nella fede. Quel salire, quell’andare verso il Padre, nel Suo Tempio, sembra ricordare quell’«Eccomi sono la serva del Signore, si compia in me la Tua Parola» (Lc 1,38). Già nel momento della Presentazione, Maria è tutta fiduciosa nella Parola di Dio, nel suo Signore. Le immagini che questo episodio della Vergine ci presenta sono cariche di significato; e meditare su tutto ciò, credo sia quasi una necessità-dovere per ogni cristiano, figlio di Maria. Capire la fanciullezza della propria madre, per ognuno, vuol dire anche comprendere le proprie origini. Ma una cosa mi affascina sempre e mi fa riflettere: Maria entra nel Tempio, sì. Ma poi in quel luogo cosa accade? Questo non è scritto. È molto probabile che quel periodo sia servito a Maria quasi come una “palestra” per il dopo. Per l’adempiersi del progetto divino su di lei. Sicuramente, in questo periodo, si sarà addentrata meglio nelle Scritture ebraiche. Nel silenzio. Un silenzio che ritroveremo più avanti nella sua biografia: «E serbava tutte queste cose nel suo cuore».

Presentazione della Beata Vergine Maria al Tempio

Ermes Dovico – La Nuova Bussola – 21 Novembre 2021

Attraverso l’influsso dell’Oriente questa celebrazione si diffuse in Occidente a partire dal 1372. Diverse le congregazioni intitolate alla Presentazione di Maria.

Con la memoria liturgica della Presentazione della Beata Vergine Maria, la Chiesa cattolica ricorda la presentazione di Maria bambina al tempio di Gerusalemme, celebrata nello stesso giorno dagli ortodossi con il titolo di «Ingresso della Madre di Dio al tempio».

La ricorrenza affonda le sue origini nella consacrazione nel 543, a Gerusalemme, della Basilica di Santa Maria Nuova, costruita per volere di Giustiniano I. Solo in seguito nacque però la vera festa della Presentazione, di cui vi è una prima traccia nel calendario dell’imperatore bizantino Basilio II Bulgaroctono (958-1025). Attraverso l’influsso dell’Oriente la celebrazione si diffuse in Occidente a partire dal 1372, quando Gregorio XI la inserì nel calendario della Curia Romana. Il papa era stato persuaso dall’ambasciatore a Cipro, Filippo di Mézières, che gli raccontò come gli ortodossi celebrassero l’evento con grande solennità. Nei secoli successivi la Presentazione si affermò in tutta la Chiesa cattolica come festa, a parte una temporanea soppressione nel XVI secolo. La riforma del calendario liturgico del 1969 ne ha ridotto il rango liturgico a memoria.

Questo mistero della vita di Maria non è menzionato nei Vangeli, ma compare per la prima volta nell’apocrifo Protovangelo di Giacomo, scritto verso la metà del II secolo. Di questo testo la tradizione cristiana ha accolto alcuni contenuti relativi alla vita della Beata Vergine e dei suoi genitori, i santi Anna e Gioacchino, mentre ha rigettato come non ispirate altre narrazioni lontane dallo stile asciutto e sobrio dei quattro evangelisti. Secondo il racconto del Protovangelo, Maria fu presentata ai sacerdoti e ai sommi sacerdoti all’età di un anno; a tre anni i genitori la condussero al Tempio perché vi fosse allevata.

Sull’evento dell’offerta di Maria bambina a Dio si è sviluppata la riflessione degli autori cristiani, come san Germano di Costantinopoli (634-733), che in un’omelia sulla celebrazione odierna disse: «Oggi la porta del tempio divino, spalancata, riceve la sigillata porta dell’Emmanuele che entra rivolto verso l’Oriente».

Sono diverse le congregazioni intitolate alla Presentazione di Maria e di essa parla estesamente anche la venerabile Maria di Agreda nella Mistica Città di Dio (cap. 1, libro 2°). La religiosa spagnola sottolinea la differenza tra le processioni solenni dell’Arca antica, «figura di questa, vera e spirituale, del Nuovo Testamento», e l’umiltà con cui Anna e Gioacchino condussero Maria al tempio: «Dio volle che tutta la gloria e la maestà di questa processione fosse invisibile e divina, poiché i misteri di Maria Santissima furono così sublimi e nascosti che ancora oggi molti di essi continuano a essere tali secondo gli imperscrutabili giudizi del Signore, il quale ha stabilito il tempo opportuno per ogni cosa»

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