di Federico Rampini| Corriere della Sera – 4 ottobre 2025

Pace in Medio Oriente, serve ancora cautela: da Hamas risposte poco chiare

Troppe speranze per Gaza sono andate deluse in passato, ma bisogna prendere atto dell’ottimismo professato da Benjamin Netanyahu sul Piano Trump. Si è detto fiducioso che gli ostaggi sopravvissuti torneranno a casa presto. Ma il Piano Trump è fatto di venti punti, lo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi è solo una piccola parte ancorché di enorme importanza umanitaria. I leader di Hamas hanno dato la loro adesione con qualche distinguo e qualche silenzio. Un esempio. La proposta americana prevede la fine dell’offensiva militare israeliana in cambio di un disarmo di Hamas: capi e militanti di questa organizzazione avranno immunità, amnistia, lasciapassare. Su questo punto manca l’adesione di Hamas, non è chiaro se ciò che resta di questa milizia accetti la resa e l’esilio. 

Altro esempio. Il piano Usa prevede che il governo di Gaza passi a una struttura transitoria dove i palestinesi saranno rappresentati, sia da tecnocrati indipendenti, sia da una loro autorità di autogoverno «riformata», sotto l’inquadramento di una coalizione di Stati arabi, con lo stesso Trump e l’ex premier britannico Tony Blair come garanti. In questa struttura non c’è posto per Hamas: è tutt’altro che scontato che i suoi capi accettino questa estromissione. Al contrario, nelle prime valutazioni sul Piano Trump i leader di Hamas sembrano alludere a un proprio ruolo attivo nella consultazione della popolazione palestinese, cosa che né l’America né Israele accetterebbero.

Le tante incognite non impediscono di apprezzare alcune novità nella situazione attuale. Autorevoli ricostruzioni degli ultimi eventi indicano come un punto di svolta il raid israeliano su Doha, capitale del Qatar. Quel tentativo di eliminare i leader politici di Hamas fu un insuccesso sul piano militare, e un disastro diplomatico. Pur con tutte le ambiguità che lo hanno reso inviso ai suoi vicini, il Qatar ha fatto comodo a molti nel suo ruolo di battitore libero: ondeggiante fra l’Iran e l’Arabia saudita; sede della tv Al Jazeera che simpatizza con forze jihadiste; finanziatore di forze estremiste; e gigante mondiale nel business del gas. Furono Barack Obama e Netanyahu a volere i capi di Hamas alloggiati nei sontuosi hotel di Doha, per mantenere qualche triangolazione diplomatica con loro, ed evitare che finissero «ospiti» di Teheran.

 Il Qatar ospita la più grande base militare americana in Medio Oriente. L’attacco israeliano su Doha oltre a umiliare i leader locali ha offeso anche i vicini, per ragioni di principio. Ha messo in imbarazzo il Pentagono, costretto a «girarsi dall’altra parte» mentre i cieli di un Paese alleato venivano violati. Non a caso, quando Trump ha accolto alla Casa Bianca il premier israeliano e gli ha presentato il suo Piano, gli ha imposto di «telefonare in pubblico» le sue scuse formali all’emiro del Qatar. Un prezzo politico essenziale per ricucire il consenso in tutta la coalizione araba.

Alla fine quel consenso c’è ed è vasto. I paesi che appoggiano il Piano Trump non sono soltanto i «soliti noti», tradizionalmente filoamericani come Arabia saudita Egitto Giordania. Ci sono anche lo stesso Qatar e la Turchia, due forze che in passato hanno avuto posizioni molto diverse, e relazioni strette con forze fondamentaliste, la galassia dei Fratelli musulmani. Questo è un punto di forza del Piano Trump, tanto più che i paesi favorevoli sarebbero poi chiamati a esporsi in prima linea: sia partecipando alla ricostruzione, sia dentro la struttura di governo di Gaza. Quest’ultimo aspetto è il più delicato. I soldi per gli aiuti umanitari e per ricostruire Gaza si trovano, l’area del Golfo è ricca. Ma per i paesi arabi, vista la sensibilità acuta delle loro opinioni pubbliche, è ben più rischioso esporsi con ruoli di governo e di polizia a Gaza, con il rischio di essere in qualche modo «associati» alle responsabilità israeliane.

L’elenco delle incognite non si esaurisce qui. C’è il grande punto interrogativo sull’Iran. La strage del 7 ottobre 2023 ebbe il beneplacito del regime teocratico sciita. Khamenei e gli ayatollah sono indeboliti dal duplice attacco israeliano-americano. Non è chiaro in che modo cercheranno di proteggere la loro influenza in Medio Oriente, dopo i colpi subiti anche in Libano e in Siria. Ci vorrebbe una grande lucidità politica a Teheran, per tentare di fare un bis del 1982: quando l’allora leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Yasser Arafat, fu convinto a lasciare Beirut per esiliarsi a Tunisi con tutti i suoi. L’Iran dovrebbe in questo caso convincere i capi di Hamas a ritirarsi in attesa di una rinascita proiettata in un futuro incerto e distante.

Ci sono dubbi sull’Autorità palestinese. Quali riforme le sono richieste per essere legittimata a partecipare al governo di Gaza? A parte la lotta alla corruzione, due cose sono dirimenti: deve cessare di remunerare i terroristi e le loro famiglie, quando uccidono israeliani. Deve rinunciare a insegnare ai bambini nelle sue scuole l’odio per Israele e l’antisemitismo. Sono concessioni tutt’altro che scontate.

Infine c’è Israele. Trump fa leva sul suo rapporto storico con Netanyahu, infinitamente migliore di quello che avevano Obama e Biden. Forse solo un presidente così amico può ottenere da Tel Aviv la fine della guerra e il ritorno degli aiuti umanitari. Va pure dato atto che il «secondo migliore amico» di Trump in quell’area, il principe saudita Mohammed bin Salman, ha esercitato un’influenza positiva.

 Riad mette sul tavolo la possibilità di rivitalizzare e portare fino al traguardo finale quegli Accordi Abramo che furono il successo diplomatico della prima Amministrazione Trump. Però Netanyahu non governa da solo, nella sua coalizione ci sono forze ancora più estremiste che si sono innamorate dell’idea di una Gaza in mano loro. C’è quindi un versante interno alla politica israeliana da non sottovalutare. Le mine sul terreno, che possono far saltare il Piano Trump, sono tante. Per adesso è pur sempre meglio che si parli di questo, e non soltanto di bombe, morti, fame e sofferenza.