di Federico Rampini – 19 Ottobre 2021

Il tycoon sogna un’intesa in «stile Gaza», che però sarebbe una tregua fragile e precaria. Kiev ed Europa sperano nel «falco» Rubio.

Far dimenticare il fiasco di Anchorage e sfruttare «l’effetto Gaza». Trump ci riprova con Putin, non vuole darsi per vinto. Eppure lui stesso ha avuto uno slancio di sincerità, quando gli hanno chiesto se non teme che il russo lo stia ingannando: «Sì, lo temo». Ma l’autostima prevale: «Ci hanno provato in tanti a fregarmi, per tutta la vita, e me la sono cavata». Si vedrà se proprio lui sarà capace di invertire la tendenza e interrompere la lunga serie dei presidenti Usa beffati dallo zar (Bush, Obama, Biden). Di sicuro Trump ha capito di aver rimediato una figuraccia in Alaska. «Putin mi ha mollato», è il bilancio più onesto che ha fatto di quel summit.

In che cosa consiste l’ultima beffa, sembra chiaro. Il vertice di Budapest nasce da una telefonata di Putin, è lui ad aver proposto l’incontro a casa di Orbán. L’offerta di questo secondo summit è arrivata alla vigilia di una visita di Zelensky alla Casa Bianca, proprio quando Trump sembrava sul punto di autorizzare la vendita all’Ucraina dei potenti missili americani Tomahawk. La lunga gittata di queste armi consentirebbe di colpire basi militari russe molto distanti dal fronte, da cui partono attacchi micidiali.

La guerra si avvicina al suo quarto anno, di sicuro non sta andando bene per nessuno, neanche per Putin. Lo stallo dell’avanzata russa davanti a un esercito più piccolo è sempre più umiliante per Mosca e si aggiunge a tutti i problemi economici. Ora Putin ha già ottenuto il primo risultato che voleva: la fornitura dei Tomahawk è bloccata. Trump soprassiede, spera di fare a Budapest un bis di Sharm-el-Sheik e di incoronarsi come il «mediatore capo», il «presidente che chiude tutte le guerre». Però stavolta sembra un po’ più guardingo che alla vigilia del summit in Alaska. L’invio dei missili a Kiev è sospeso ma non è escluso per sempre. È una minaccia che la delegazione Usa tiene sul tavolo, visto l’effetto che i Tomahawk hanno su Putin.

Anche Zelensky e gli europei sembrano un po’ più ottimisti rispetto alla vigilia di Anchorage. Li rincuora, ad esempio, il fatto che questo secondo incontro bilaterale sembri preceduto da una maggiore preparazione sul versante Usa; e che in questo lavoro preliminare il grosso della responsabilità spetti a Marco Rubio. Il segretario di Stato è in tutto l’entourage trumpiano il personaggio più competente, al Senato si occupò a lungo di politica estera. È anche il più omogeneo alla tradizione dei «falchi» repubblicani, non è sospettabile di russofilia o simpatia per Putin.

Fra gli altri segnali che hanno un po’ attenuato le paure di Kiev, c’è il comportamento concreto del Pentagono negli ultimi mesi, dopo l’incontro di Ferragosto ad Anchorage. Via via che appariva evidente la beffa di Putin, le forniture di armi Usa sono riprese, e con loro il sostegno di intelligence: la qualità delle informazioni ha consentito alle forze ucraine di colpire bersagli all’interno del territorio russo (pur senza arrivare alla profondità dei Tomahawk). Anche i superdazi del 50% contro l’India, per quanto controversi e contestati per l’impatto sui rapporti Washington-Nuova Delhi, sono stati comunque un segnale di indurimento lanciato a Mosca (il castigo colpisce gli indiani perché importano petrolio russo). Infine procede al Congresso un progetto legislativo di nuove sanzioni alla Russia, promosso da leader repubblicani molto vicini alla Casa Bianca come Lindsay Graham.

Trump può continuare ad avere qualche forma di attrazione fatale verso Putin; o più semplicemente può essersi invaghito dell’idea di passare alla Storia come l’artefice di paci multiple. Però il suo entourage sta abbassando le aspettative. Da Budapest si accontenterebbero di estrarre una soluzione «stile Gaza»: una tregua, fragile e precaria, con mille problemi da risolvere prima di poterla trasformare in pace. Una cessazione dell’offensiva russa darebbe agli ucraini il tempo per riorganizzarsi e riparare infrastrutture gravemente danneggiate, in particolare quelle energetiche, in vista dell’inverno.