di Marta Serafini _ Corriere della Sera – 23 Ottobre
Lo scrittore Mykhed: da ucraino non penso sia giusto cedere la nostra terra e la nostra storia
«La Russia ha cercato di cancellare il Dna storico del Donbass per decenni ma stiamo parlando della porta d’ingresso dell’Europa a Est». Oleksander Mykhed è uno scrittore ucraino tradotto all’estero oltre che un militare. Nel suo ultimo libro pubblicato in inglese racconta il suo viaggio in questa regione
«I’ll Mix Your Blood with Coal: Snapshots from the Ukrainian East» nasce quasi dieci anni fa…
«Sì, era il 2016, quando ho partecipato a un progetto multidisciplinare con architetti, ricercatori urbani e curatori culturali. Volevamo esplorare sei città del Donbass per capire identità, storia e contemporaneità di una regione che stava già vivendo la prima fase della guerra russo-ucraina».
Il Donbass è spesso percepito come lontano dall’Europa. È così?
«La sua storia è intrecciata con quella europea. Nel libro racconto, ad esempio, dell’imprenditore gallese John Hughes che fondò Yuzovka (oggi Donetsk), dell’influenza belga su Lugansk e Donetsk nel XIX secolo, dell’arrivo di ingegneri, minatori, architetti francesi, tedeschi, britannici. I tram, lo stile industriale, persino l’urbanistica sono di origine europea. Il Donbass è nato anche grazie all’Europa — non solo alla Russia».
In che modo Mosca interviene su questa identità?
«Putin non invade solo territori: invade anche la memoria. Cerca di riscrivere la storia del Donbass come spazio russo, eliminando ogni traccia europea. La propaganda russa lavora per convincere che il Donbass appartiene culturalmente a Mosca, ignorando secoli di connessioni con l’Occidente. È una guerra anche contro gli archivi, le fotografie, la storia».
Come vivono gli abitanti del Donbass l’arrivo della Russia?
«In modi totalmente opposti. Alcuni hanno visto l’occupazione come una liberazione, altri come un inferno fatto di crimini di guerra, rapimenti, distruzione. Racconto entrambe le prospettive, perché la verità non sta solo da una parte: è nascosta tra le storie personali e le cicatrici della terra».
Alcuni in Europa pensano che cedere il Donbass a Putin potrebbe fermare la guerra. Cosa risponde?
«Tutti i regimi, anche quello di Putin, sono temporanei. La terra del Donbass ha visto passare cosacchi, industriali europei, imperi, rivoluzioni. Putin vuole far credere che sia per sempre, ma non è così. Da ucraino, non posso accettare l’idea che l’Europa ceda una parte della sua stessa storia solo per illudersi di avere pace».
Come giudica il modo in cui Putin conduce oggi la guerra?
«Usa i missili come linguaggio politico. Sonda l’Occidente con ultimatum senza conseguenze. Approfitta della debolezza e della divisione. Non è “solo la guerra di Putin”: è un sistema che coinvolge milioni di soldati, famiglie, fabbriche di armi, propaganda. E senza giustizia — senza tribunali, responsabilità, restituzione dei bambini ucraini deportati — non ci sarà pace reale».