"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Natale, la festa della semplicità e di un bambino

Davide Prosperi | 23 dicembre 2022

Papa Francesco: anche di fronte a eventi così tragici «siamo chiamati a far fronte alle sfide del mondo con responsabilità e compassione»

Caro direttore, Papa Francesco, nel suo messaggio per la 56a Giornata Mondiale della Pace, invita tutti a lasciare che «Dio trasformi i nostri criteri abituali di interpretazione del mondo e della realtà». Di fronte al male, alla guerra e alle tante contraddizioni del mondo di oggi, il Santo Padre ci ricorda che «anche se gli eventi della nostra esistenza appaiono così tragici […], siamo chiamati a tenere il cuore aperto alla speranza, fiduciosi in Dio che si fa presente».

Il Natale è sempre stato per tutti, anche per chi non crede, un momento carico di gioia e di speranza. Una speranza che oggi sembra appartenere ormai a un passato lontano nella memoria. Ne rimangono le tracce in un sentimento buono, ma disponibile solo per chi se lo può permettere, finché le cose vanno bene. Ma negli ultimi anni le cose non sono andate troppo bene. Scriveva il sociologo Sergio Belardinelli qualche giorno fa a proposito del Natale: «abbiamo essiccato soprattutto la speranza che qualcosa di veramente nuovo possa fare irruzione nella nostra vita sottraendola al suo torpore». È un’aridità che a nessuno è risparmiata, e quando la vita urge, quando iniziano a bombardare la tua terra o quando perdi ciò che hai di più caro, diventa impossibile restare indifferenti.

Qualche settimana fa Antonio Polito (Sette-Corriere della Sera, 11/11/22) ha raccontato del doloroso funerale di Francesco, un ragazzo figlio di vostri colleghi del Corriere, e della domanda di senso che tale tragedia ha inevitabilmente generato. È la stessa domanda che suscitano le immagini che ci arrivano dalla martoriata Ucraina o dai tanti scenari di conflitto presenti nel mondo. Polito aggiunge tuttavia che l’omelia del sacerdote, intrisa di una viva speranza cristiana, ha «alleviato il peso dal nostro cuore, ha asciugato le lacrime dai nostri occhi, credenti e non credenti». Per poi rammaricarsi: «che guaio che il messaggio cristiano si sia così indebolito nella nostra Italia». Eppure, a ben vedere qual è il messaggio cristiano? Su cosa si poggia questa speranza? Un bambino. È quasi folle a pensarci. La speranza del mondo si regge sulla cosa più fragile e indifesa che possa venire in mente. Paradossalmente, è usando della fragilità di questo bambino che Dio si immischia con la vicenda degli uomini: «Un Dio, amico mio, Dio si è scomodato, Dio si è sacrificato per me. Ecco qui il cristianesimo», scriveva Péguy. L’origine e il senso di ogni cosa, quel Mistero al quale il cuore si rivolge in cerca di risposta alle sue esigenze di verità, giustizia, felicità e amore, si è fatto bambino, è venuto tra noi. Non c’è un annuncio più atteso di questo nella storia di tutta l’umanità. Nessuno, se aperto alla possibilità che esista una risposta a quelle esigenze, può evitare di fare i conti con un tale avvenimento.

Perché Dio, come dice Péguy, si è scomodato? A ben pensarci, non mi viene altra risposta se non questa: per amore. Per una infinita tenerezza verso ogni uomo e ogni donna, verso di te e verso di me. Diceva don Giussani parlando della gioia del Natale: «È amore puro, altruismo puro […]. Il Natale è la festa del bambino – in senso evangelico – cioè della semplicità. […] Questa semplicità non è che il trasparire di quel che siamo al fondo: attesa di un altro». Il Natale ci insegna una semplicità che può essere di tutti, perché rivela la possibilità di un amore puro, divino, dentro la vita quotidiana.

Questo bambino rende nuova ogni cosa e a coloro che lo riconoscono dona una modalità di presenza originale che incontra tutti: «Siamo chiamati a far fronte alle sfide del nostro mondo con responsabilità e compassione», dice il Papa nel messaggio già citato. Fatti oggetto dell’amore di Dio che viene tra noi, tutto cambia. Nasce un’amicizia che non rinnega una virgola dell’umanità di ciascuno, che non risolve il male del mondo, ma è capace di un cammino di bene perché certa (per quel fatto accaduto!) di un destino buono. Un’amicizia certa, e al tempo stesso umile. La vera umiltà cristiana consiste infatti nel lasciarsi provocare dalle domande del mondo per condividerle con «responsabilità» e «compassione». È solo per questa ragione che il cristiano è attratto dal grido di senso che sorge davanti al dolore, alla malattia, al limite; o all’esigenza di voler bene ed essere voluti bene in un contesto in cui il senso di queste parole sembra ormai vaporizzato. Sono tanti gli interrogativi a cui l’uomo di oggi, pur con tutto il suo sapere tecnologico, fatica a trovare risposta, finendo per rifugiarsi in un diritto all’autodeterminazione che trascina la società verso un individualismo sempre più sterile (si pensi alla crisi della natalità). Del resto, come spiegava Romano Guardini, «abbandonato Dio, l’uomo si è fatto incomprensibile a se stesso».

Il Natale, invece, è quell’Avvenimento che tutti attendono: liberarsi dall’autodeterminazione per scoprirsi determinati, cioè affermati, amati, da Colui che cerchiamo fin dal primo vagito che emettiamo appena usciti dal ventre di nostra madre. «Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza? Che colmi tutta la terra della tua assenza?», recita un bellissimo verso del poeta Pär La-gerkvist. Quel «Tu» si è rivelato. Qui può davvero consistere il seme di una vera pace. Come consigliava don Giussani ai suoi ragazzi: «Dobbiamo ammettere che è una cosa senza paragone che il cristianesimo dica che Dio è diventato uomo, e permane in mezzo a questa compagnia di amici». Sì, è senza paragone, eppure possibile.

L’autore è Presidente Fraternità di Comunione e Liberazione

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Scienza & fede: il digiuno fa bene anche al corpo

Paolo Gulisano  -La  Nuova  Bussola 22-12-2022

Un gruppo di ricercatori cinesi ha scoperto che un digiuno periodico può sconfiggere malattie letali come il diabete. Questo dato della ricerca medica viene a confermare quello che la Chiesa nella sua sapienza conosceva e proponeva da secoli avendo sempre considerato il digiuno come una vera e propria medicina, dell’anima ma anche del corpo. 

Il digiuno è una antica pratica professata dai cristiani come forma di penitenza. Insieme alla preghiera, all’elemosina e alle opere di carità fa parte della vita del fedele, e rappresenta una forma di ascesi, ovvero di avvicinamento a Dio.

Ora la ricerca medica porta le prove che un digiuno periodico può sconfiggere malattie letali come il diabete, che fanno ogni anno milioni di morti. Questa incoraggiante evidenza emerge da uno studio, pubblicato sull’Endocrine Society’s Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, condotto dagli scienziati dell’University di Changsha, in Cina. Il team, guidato da Dongbo Liu, ha coinvolto 36 pazienti con diabete di tipo 2, che sono stati sottoposti a interventi dietetici di digiuno intermittente per tre mesi. Stando a quanto emerge dall’indagine, il 90% dei partecipanti ha ridotto l’assunzione di farmaci specifici e, di questi, il 55% ha raggiunto la remissione dalla malattia. Ciò dimostra che – a differenza di quanto finora si riteneva in ambito medico, il diabete non e’ necessariamente una malattia permanente. La remissione e’ possibile grazie alla pratica del digiuno intermittente, portando ad una drastica diminuzione di farmaci molto costosi ( lo studio afferma che il digiuno intermittente ridurrebbe del 77% l’onere economico della malattia), ma soprattutto prevenendo tutte le complicazioni del diabete, soprattutto quelle di tipo cardiovascolare.  

Ma che cos’è il digiuno intermittente? Non è una dieta, ma uno stile di vita alimentare, che prevede l’assunzione di cibo solo in determinate finestre di tempo. Non mangiare per un certo numero di ore al giorno o ridurre il numero di pasti a settimana sembra infatti favorire il consumo di grassi, riducendo di conseguenza il rischio di diabete e malattie cardiache.

Questo dato della ricerca medica, viene a confermare quello che la Chiesa nella sua sapienza conosceva e proponeva da secoli. Sia ben chiaro: la pratica del digiuno che la Chiesa definisce periodico e che ora la Medicina indica col termine “intermittente”, non ha mai avuto finalità salutistiche, ma spirituali. Il digiuno, insieme alla preghiera e agli atti di carità è un atto di offerta e di amore al Padre.  Gesù stesso affronta quaranta giorni di digiuno nel deserto per prepararsi ad adempiere al suo compito e ad affrontare il proprio destino per la salvezza degli uomini e il trionfo dell’amore di Dio. Tuttavia, il digiuno ha anche delle conseguenze benefiche sul corpo, oltre che sull’anima. E il digiuno cristiano è sempre stato “intermittente”: lo si pratica  durante alcuni giorni dell’anno, in particolare in concomitanza con festività solenni, e questo conferisce al digiuno e all’astinenza un valore anche sociale e comunitario, perché ad essi non è chiamato solo il singolo credente, ma l’intera comunità cristiana. Per molto tempo la Chiesa richiese ai fedeli il digiuno due volte la settimana, il mercoledì e il venerdì. Il digiuno del venerdì era un modo per celebrare e onorare la passione e la morte di Gesù. Il digiuno del mercoledì, invece, manifestava l’amore dei fedeli per Gesù ricordando il mercoledì della settimana santa, quando Giuda andò dai farisei e fissò con loro il prezzo del suo tradimento. Questa pratica di digiuno negli ultimi anni ha ritrovato slancio a partire da Medjugorje.  

Quel sacrificio richiesto dal digiuno è finalizzata a elevare l’uomo al di sopra dei suoi limiti fisici, per aprire la sua mente e la sua anima ad accogliere Cristo, a liberarlo da quella concupiscenza che quasi lo incatena dalla parte sensitiva del proprio essere. Per questo la Chiesa ha sempre considerato il digiuno come una vera e propria medicina, dell’anima ma anche del corpo. Il digiuno permette al nostro organismo di ritrovare i suoi ritmi naturali, spesso rallentati e stravolti da abitudini alimentari sbagliate. Libero dal peso della digestione, il corpo si purifica, ritrova il suo equilibrio, e in questo modo si tutela da disagi e malattie, dando anche il tempo alle difese immunitarie di riorganizzarsi per difenderlo. Ricordare questo in un periodo di “eccessi” alimentari come quello delle festività natalizie non è voler guastare il piacere della buona tavola, anzi: ci aiuta a fissare lo sguardo su ciò che davvero conta.

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Bartolomeo I condanna la Russia e la sua guerra di religione

Il patriarca ecumenico di Costantinopoli in un raro intervento denuncia il “panslavismo” russo e l’aura religiosa che Mosca, con l’appoggio del Patriarcato, ha conferito alla guerra contro Kiev

Stefano Caprio – Tempi, 16/12/2022

Il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I ha condannato la Russia

Il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I (Archontonis), è intervenuto il 9 dicembre scorso ad Abu Dhabi, durante la 15ma edizione della World Policy Conference, organizzata dall’Institut français des relationes internationales (Ifri), che ha visto la partecipazione di molte alte personalità della politica, del mondo diplomatico e della cultura. Per l’occasione il “primus inter pares” dell’Ortodossia mondiale ha proposto un’interpretazione delle relazioni con la Chiesa patriarcale di Mosca, che segnano con profonde motivazioni religiose il conflitto in atto in Ucraina, come riportato da AsiaNews il 14 dicembre.

La condanna dell’invasione dell’Ucraina

Bartolomeo aveva condannato l’invasione russa subito dopo il suo inizio, lo scorso 24 febbraio, rivolgendosi al capo della Chiesa autocefala di Kiev, il metropolita Epifanij (Dumenko), che egli stesso aveva riconosciuto ufficialmente con il tomos di autocefalia il 6 gennaio del 2018. Confessando il suo sgomento per l’aggressione delle forze armate moscovite, il patriarca aveva poi emesso un comunicato dalla sua sede del Fanar di Istanbul, esprimendo il suo «profondo dolore per questo atto di palese violazione di qualsiasi legittimità internazionale» e il suo sostegno al popolo ucraino, «che sta lottando per l’integrità della propria patria».

Proprio la scelta di benedire l’autonomia della Chiesa ucraina aveva suscitato le ire di Mosca, costituendo una delle principali motivazioni ideali del conflitto. Bartolomeo aveva ricevuto la visita del patriarca russo Kirill (Gundjaev) ad agosto del 2017, e il colloquio non aveva sortito l’effetto sperato di una riconciliazione in merito alla questione ucraina, che si trascinava da molto tempo. Non a caso, nell’ultimo intervento il patriarca di Costantinopoli ha fatto riferimento all’ideologia medievale della “Terza Roma”, da cui ebbe origine il conflitto tra le due anime dell’Ortodossia, quella “ecumenica” e quella “militante”.

La “seconda” e la “terza Roma”

Fu proprio un predecessore di Bartolomeo, il patriarca Ieremias II di Costantinopoli, che nel 1589 fu costretto a concedere l’istituzione a Mosca di un nuovo patriarcato, dopo essere stato tenuto agli “arresti domiciliari” nel fasto dei palazzi del Cremlino per diversi mesi dall’allora reggente del regno di Mosca, Boris Godunov, in seguito nominato zar anche grazie a quell’iniziativa di “imperialismo ecclesiastico”. Nel documento fatto firmare a Ieremias si proclamava appunto la missione di Mosca in quanto “terza Roma” e unico regno ortodosso non sottomesso alla dominazione degli “agareni”, i musulmani dell’Impero ottomano che avevano conquistato la “seconda Roma” di Costantinopoli oltre un secolo prima.

Si trattava in quel caso di uno strappo evidente alle regole antiche dell’Ortodossia universale, che riservava il titolo di “patriarca” ai capi delle Chiese apostoliche originarie come Gerusalemme, Antiochia e Alessandria d’Egitto, che insieme alla prima Roma di san Pietro, e alla seconda Roma sul Bosforo, evangelizzata dal fratello sant’Andrea, costituivano la “pentarchia” ortodossa.

Le divisioni dell’Ortodossia

Non era mai stata attribuita una dignità “universale” a una Chiesa etnica e la svolta di Mosca ha poi aperto la strada alla suddivisione dei patriarcati nazionali autocefali, realizzati nell’Ottocento con la disgregazione dell’Impero ottomano. Lo stesso Ieremias, liberato da Godunov, sulla strada del ritorno in patria si fermò presso i russi del regno di Polonia, per incitarli a costituire a propria volta un patriarcato di Kiev, in modo da bilanciare le pretese moscovite, riportando l’ordine storico della prima “Chiesa-madre” sempre rimasta sotto il controllo di Costantinopoli, dopo il Battesimo del principe Vladimir di Kiev nel 988.

Il regno di Polonia-Lituania era però rivolto a Occidente e al papa di Roma, e grazie soprattutto all’influenza dei gesuiti, da poco costituiti e rappresentati da uno dei suoi più autorevoli esponenti, il polacco padre Petr Skarga, invece di un nuovo patriarcato fu decisa l’Unione con Roma, sancita nel concilio di Brest-Litovsk del 1596, come vera risposta a Mosca in un’altra “faccia della medaglia”: non la terza Roma, ma il ritorno alla prima. Questo evento può essere considerato come il vero atto di fondazione di quella che in seguito sarebbe stata chiamata Ucraina, nome che indica le “terre di confine” dei cosacchi e dei russi che non volevano più stare sotto il re di Polonia, illudendosi di trovare maggiore libertà sotto lo zar di Mosca.

La guerra di religione della Russia

Il conflitto tra l’anima orientale e quella occidentale dei popoli discendenti dall’antica Rus’ va avanti fin da allora, sia a livello ideale e teologico, sia sul campo militare. Russia e Polonia si sono combattute per secoli, prima che la zarina Caterina II, alla fine del Settecento, riuscisse a ingoiare la Polonia stessa, spartendola con Austria e Prussia. Bartolomeo ha rievocato questa storia facendo anche riferimento alle ideologie ottocentesche, nominando il “panslavismo” che pretendeva non solo la piena riunione di russi e ucraini, ma anche la riaggregazione di tutti i popoli slavi per conquistare la Turchia e Costantinopoli, e giungere fino a Gerusalemme, per chiudere idealmente il cerchio della “fede che salva l’umanità intera”. Questa fu la motivazione con cui la Russia dello zar Nicola I, a metà del XIX secolo, si lanciò nella guerra di Crimea, proprio dove oggi si rinnovano le tragedie belliche, venendo sconfitta e umiliata dalla coalizione di tutti gli altri Stati europei, compreso il regno di Savoia, che grazie alla sua partecipazione ottenne l’approvazione per realizzare l’unità d’Italia.

La guerra russa è una guerra di religione, e d’interpretazione della storia stessa del cristianesimo, come ribadisce il patriarca Bartolomeo, che in estate aveva addirittura denunciato di essere stato messo da Putin sulla lista dei «personaggi da far fuori», perché la guerra fin dall’inizio non si limitava all’obiettivo dell’Ucraina, ma intendeva espandersi a tutto l’Occidente corrotto. E la corruzione più grave, per i russi, è proprio quella relativa alla gestione del cristianesimo ortodosso, garanzia delle aspirazioni universali di Mosca, a cui si contrappone quello che spesso i russi chiamano sprezzantemente il «patriarca turco», considerato una marionetta nelle mani degli europei e degli americani, e anche del Vaticano, che vuole imporsi sugli ortodossi.

Per questa ragione i russi interruppero la loro partecipazione agli organismi del dialogo ecumenico ancora nella prima decade degli anni Duemila, quando si proponeva di discutere della questione del primato nella Chiesa. Mosca interpretò questo dibattito come un tentativo surrettizio di estendere il “papismo” a Oriente, e la rottura con Costantinopoli si delineò in modo esplicito a giugno del 2016, con il rifiuto moscovita di partecipare al “Grande e Santo Concilio” di Creta, che avrebbe dovuto essere la prima assise pan-ortodossa della storia, dopo lo scisma con Roma del 1054.

Una data comune per la Pasqua

Pochi mesi prima, a febbraio del 2016, il patriarca Kirill aveva incontrato all’Avana papa Francesco, sorprendendo il mondo intero e proponendosi come il vero rappresentante universale dell’Ortodossia. Il rifiuto di recarsi a Creta, dove si sarebbe dovuto discutere anche dell’autocefalia ucraina, ha fatto scivolare gli eventi fino alla totale rottura delle relazioni con Bartolomeo, e mettendo in grave disagio lo stesso pontefice romano, che pur facendo di tutto per mantenere aperto un canale di dialogo con Mosca, non ha potuto non condannare oggi l’invasione dell’Ucraina, e l’infinita tragedia che continua a martoriare il suo popolo.

Pochi giorni prima dell’incontro di Abu Dhabi, incontrando un folto gruppo di sacerdoti e giornalisti in pellegrinaggio presso il Fanar, Bartolomeo aveva dichiarato il suo desiderio di «fissare una data comune per celebrare la Pasqua, in comunione tra cattolici e ortodossi». La questione è altamente simbolica, in quanto sulla data della Pasqua i cristiani si dividono fin dai primissimi secoli, e anche in Ucraina si propone di unificare il calendario per indicare proprio l’unità spirituale del popolo, e delle sue anime cattoliche e ortodosse. Mosca potrebbe rimanere così l’unica Chiesa al mondo separata anche sulle date delle celebrazioni, compresa quella del Natale (il 25 dicembre, secondo il calendario giuliano, cade il 7 gennaio).

I simboli contano molto in questo confronto secolare, e la Pasqua è la celebrazione del mistero della Risurrezione dopo la morte di Cristo in croce, fondamento della fede cristiana. Si attende oggi la risurrezione dei popoli e delle terre di Oriente e Occidente dopo lo sterminio della guerra, sperando nella conversione della Russia, come un secolo fa profetizzava la Madonna di Fatima: questa volta non più dall’ateismo militante, ma dall’ortodossia militante e sacrilega, ritrovando la vera fede dell’antico Battesimo di Kiev.

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Conflitto Russo Ucraino

Caro Padre Livio,

sto seguendo con interesse la discussione in corso sul blog relativa al conflitto russo-ucraino o forse sarebbe meglio dire relativa all’aggressione russa nei confronti dello stato libero e indipendente dell’Ucraina.

Purtroppo dal mio piccolo punto di osservazione mi sono accorto anch’io di una certa, chiamiamola così, inspiegabile indulgenza di diversi cattolici nei confronti di Putin. La cosa addolora e stupisce.

Tante cose interessanti lei ha già scritto e detto in proposito, arricchite dal contributo di tanti ascoltatori di Radio Maria.

Rimanendo a tempi recenti e senza ripercorrere la travagliatissima storia tra queste due distinte entità geo-politiche che ha visto la popolazione ucraina pagare più volte un prezzo salatissimo in termini di morti e miseria, vorrei in primis ricordare che con un solenne trattato bilaterale di “amicizia” siglato nel 31/05/1997, la Russia prendeva in consegna tutte le armi atomiche dislocate in territorio ucraino in cambio di un riconoscimento solenne dei confini della controparte.

Questo trattato fu clamorosamente disatteso da parte russa con la presa della Crimea nel 2014: là dove albergano bugia e violenza sappiamo a chi è dato di regnare.

Ma quello che mi preme fare in quesa sede è solo aggiungere qualche piccolo dettaglio sul nefasto abbraccio stato russo-chiesa ortodossa in merito a questa drammatica contingenza.

Noi cattolici, vista la tragica attualità, non possiamo non soffermarci a riflettere su quello straordinario filo rosso che dai segreti di Fatima si dipana sino a quelli di Medjugorje, anche se trattasi di rivelazioni private alcune pur sempre con riconoscimento ufficiale della Chiesa (Fatima), altre, in quanto in corso, seguite comunque con  interesse e benevolenza dai pontefici (Medjugorje).

Come si sa, questo filo ha tra le altre cose un protagonista negativo: la Russia.

Come è possibile per alcuni non vedere e non ascoltare?

Storia, attualità, profezie già in parte realizzate, sembrano verosimilmente spingere in una sola drammatica direzione.

Entro questo quadro, credo che cosa molto dolorosa per noi cristiani, sia il ruolo della Chiesa ortodossa russa, totalmente asservita, almeno nelle alte gerarchie, alle logiche politiche e militari di Mosca, cosa che ha indotto il Santo Padre Francesco a rilevare con amarezza e parresia che un Patriarca non può diventare chierichietto di Putin.

Andando allora a memoria, viste le mie non poche primavere,  il mio pensiero va all’amarezza di un altro papa: San Giovanni Paolo II.

Amarezza per il rifiuto dell’allora patriarca russo Alessio II ad un incontro che avrebbe certamente avuto una forte valenza ecumenica.

Tante furono le scuse accampate da Alessio, la più notevole delle quali era riferita a un supposto proselitismo cattolico in terra russa a favore di quelle minoranze di culto orientale ma in comunione con la Chiesa di Roma (Uniati).

Tra l’altro la diplomazia vaticana aveva allora consegnato per ben due volte agli omologhi della Chiesa russa una lettera di amicizia per Alessio finalizzata formalmente alla realizzazione di questo incontro ma lo stesso Alessio dichiarò sempre di non averle mai ricevute.

Ebbene, il latore di tali missive entrambe le volte pare fosse il giovane Kirill… come sempre la storia ci spiega molto del presente…

Così oggi il patriarca Kirill sovrappone a tale tremendo conflitto la sua personale guerra di religione, perchè a suo dire la chiesa che presiede  è quella pura e autentica di Cristo mentre le altre chiese (Roma) sono corrotte come ormai corrotto è tutto l’occidente.

Quindi al Patriarca può andar bene che anche in nome di Dio, Putin giochi impunemente al tiro al bersaglio coi suoi missili, seminando atrocità indicibili tra l’inerme popolazione civile ucraina, vecchi e bambini compresi.

Ignobili queste autocrazie imbiancate, più o meno vistosamente e/o opportunisticamente, da velature teocratiche: in Iran in nome di Dio si sta sparando sugli occhi, sui seni e sui genitali delle ragazze che rivendicano la libertà di non mettere il velo…

Ecco allora la Chiesa russa (sempre nei suoi vertici) benedire di fatto e paradossalmente la collaborazione militare con l’Iran o l’amicizia “senza limiti” con la Cina, paese dove i cristiani sono visti come cittadini di infima serie, insani di mente e bisognosi di una forte tutela statuale.

E ancora. In nome della lotta per la purezza della fede cristiana, l’ortodossia russa accetta di buon grado che a seminare violenza e morte tra i cristiani ucraini siano anche quelle famigerate milizie di matrice islamica che sicuramente vedrebbero con soddisfazione sventolare i loro vessilli sulla cupola di San Pietro (!)…

Insomma, l’abbraccio Kirril-Putin pare aver prodotto un corto circuito gravido di conseguenze quanto meno inquietanti ancorchè non ben definite.

Intanto Kiev e la chiesa ortodossa ucraina  ricevono pesanti ulteriori avvertimenti per aver osato, a motivo di tale contingenza bellica, essersi separati dal patriarcato di Mosca, minacce che giungono dal potere politico russo come da quello religioso…

Insomma i drammatici e irrazionali accadimenti attuali non possono non farci vedere questi decenni  di apparizioni mariane sotto una nuova luce: pressante deve essere la nostra preghiera perchè Maria conceda a tutti noi occhi per vedere e orecchie per udire.

La Storia  inesorabilmente inchioderà ciascuno alle proprie responsabilità: preghiera e conversione ci facciano trovare pronti e preparati a tutto, dalla parte giusta senza se e senza ma.

Però al di la delle nubi minacciose che si accavallano già all’orizzonte vorrei concludere con una nota di speranza.

Nel periodo di pace promesso che seguirà la realizzazione dei segreti ecco la profezia di qualcosa di inaudito. La Madonna ci svela che la Russia sarà il popolo che maggiormente onorerà il Signore.

Come sarà possibile? Come si potrà realizzare questa promessa?

Beh, in primis occorre dire ovviamente che a Dio nulla è impossibile e che le grandi conversioni nella storia del cristianesimo ci sono sempre state e sempe ci saranno.

Lo stesso Apostolo ci dice che dove è abbondato il peccato là è sovrabbondata la grazia.

Si potrebbe allora pensare (una volta realizzati i dieci segreti) a una nuova classe dirigente russa sinceramente democratica e cristiana, che per rimediare ai  gravi errori del passato e per non permettere a futuri governanti russi altre azioni da bulli planetari, prenda una decisione veramente ma verante storica: una fortissima riduzione del proprio potenziale bellico con l’azzeramento totale in primo luogo dell’ arsenale nucleare.

Sarebbe una vera svolta epocale nella storia dell’umanità e del suo pianeta Terra.

Preghiamo anche perchè qualcosa di simile possa presto in ogni caso realizzarsi.

Scusandomi per la lunghezza del testo colgo l’occasione di ringraziarla, caro Padre Livio, per l’instancabile opera di apostolato attravero Radio Maria sulla quale imploro ogni celeste benedizione.

Pace.

Francesco, Catania.

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L’OSSESSIONE CHE SPINGE LA RUSSIA

diErnesto Galli della Loggia – Corriere  della  Sera – 11 Dicembre  2022

L’annessionismo e la ricerca di una sfera d’influenza erano dietro il patto firmato nel 1939 da Molotov e von Ribbentrop. E sembrano animare anche le scelte di Putin

La  storia può essere una mirabile galleria di precedenti: il 31 ottobre 1939, in una sessione straordinaria del Soviet Supremo, Molotov, presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli esteri dell’Unione sovietica, dopo aver definito la Polonia appena annientata dalle armate naziste «una mostruosa creatura generata dal Trattato di Versailles tenuta in vita a spese dell’oppressione delle nazionalità non polacche», e della quale perciò era impensabile una futura restaurazione, annunciò l’accoglimento della richiesta da parte delle locali Assemblee del popolo di far entrare l’Ucraina e la Bielorussia occidentali (fino a due mesi prima territori a tutti gli effetti polacchi) nell’Urss. Più o meno insomma — sia pure senza l’ipocrita modalità del finto referendum — si trattò della medesima tecnica di annessione messa in opera qualche mese fa da Vladimir Putin ai danni della regione ucraina del Donbass: «Sono loro che vogliono essere annessi, noi non facciamo altro che acconsentire». All’annessione dei territori polacchi fece poi seguito da parte di Mosca l’occupazione militare nonché la brutale quanto rapida sovietizzazione anche di Estonia, Lettonia e Lituania culminata nel giugno del ’40 nell’ incorporazione anche dei tre Stati baltici nell’Unione sovietica. Solo con la Finlandia l’operazione non riuscì perché Helsinki decise di resistere con le armi.

Quello appena ricordato è l’esempio più clamoroso (dirò poi perché) di due caratteri costitutivi della storia russa da cui con tutta evidenza Putin è suggestionato fin quasi all’ossessione: l’annessionismo e la ricerca di una sfera d’influenza.

Tra il XVII e il XIX secolo una particolarissima condizione geografica consentì alla Moscovia, il cuore dello Stato russo, di divenire, prima grazie alla conquista della sterminata Siberia e all’annessione di gran parte della Polonia-Lituania, dell’Ucraina e della Crimea, e poi grazie all’occupazione coloniale dei confinanti altrettanto immensi territori dell’Asia centrale, l’unico Stato transcontinentale del pianeta: da Varsavia all’Alaska (russa fino a metà ’800), dall’Artico alle vette dell’Hindu-Kush. Ciò che peraltro non impedì alla medesima Russia zarista di aspirare costantemente anche a una sfera d’influenza nei Balcani e a uscire dal Mar Nero verso il Mediterraneo. La Russia sovietica fu la degna erede di questa storia. A causa della Prima guerra mondiale e della rivoluzione essa dovette rinunciare agli Stati Baltici, alla Polonia e alla Finlandia, ma nonostante i proclami iniziali si guardò bene dal concedere l’indipendenza all’Asia islamica che anzi in pratica incorporò. Anche nei dirigenti comunisti, insomma, rimase la medesima ossessione spaziale dei loro predecessori: se possibile ancor più acuita dal perenne timore paranoico della «reazione in agguato», del nemico esterno, dal quale quindi cautelarsi allontanandolo alla maggiore distanza possibile.

Ma non è questa esattamente la medesima ossessione che si legge oggi dietro i discorsi e le azioni di Vladimir Putin, dietro la sua decisione di aggredire l’Ucraina? Non è forse anche all’odierno padrone del Cremlino che l’espansione, la ricerca di sempre maggior spazio, la bulimia di influenza territoriale, appaiono il solo modo di esorcizzare l’insicurezza profonda di cui il suo potere, così come da secoli ogni potere russo a torto o a ragione, si sente sempre minacciato? Non sembra forse anche lui convinto che qualunque venir meno di un «grande spazio» metta in discussione la stessa identità dello Stato russo (quasi, viene da pensare, che come i suoi predecessori pure lui non sia sicuro di dove inizi e dove finisca la Russia stessa)?

Ma finito il tempo degli zar dal 1917 Mosca ha un problema cruciale: cercare di nascondere o contraffare di fronte al mondo il carattere reazionario e le brutali conseguenze imperialistiche del suo drammatico e irrisolto rapporto con lo spazio.

Ed è precisamente da questo punto di vista che appare davvero esemplare, simbolicamente esemplare, il comportamento tenuto dal potere russo rispetto al documento-chiave, all’atto in un certo senso fondativo, della sua vertiginosa crescita territoriale e di potere geo-politico in coincidenza con la Seconda guerra mondiale. Comportamento sul quale oggi possiamo dire di sapere tutto grazie a un importante libro appena uscito di Antonella Salomoni (Il protocollo segreto. Il patto Molotov-Ribbentrop e la falsificazione della storia, il Mulino) che ne ha ricostruito tutte le tappe.

Si tratta del protocollo firmato dall’Urss e dalla Germania nazista contemporaneamente al Patto di non aggressione del 23 agosto ’39 — che entrambe le parti s’impegnarono a tenere segreto — con il quale non solo in pratica i due Paesi si spartirono la Polonia ma si dividevano altresì in due grandi sfere d’influenza tutta l’area dalla Finlandia alla Moldavia (dove come ho già detto, la Russia si affrettò subito a fare man bassa in attesa di completare l’opera dopo il 1945). Un protocollo segreto che cambiava completamente la vera natura e il significato del patto. Il fine sbandierato della «non aggressione», diveniva infatti la maschera di tutt’altro: della piena partecipazione dell’Urss ai frutti dell’aggressione hitleriana alla Polonia, atto d’inizio della guerra europea. Era cioè il consenso sovietico a quell’aggressione in cambio di un enorme ampliamento territoriale sul Baltico e della creazione di una potenziale sfera d’influenza nei Balcani sudorientali. Da parte russa, dunque, era non già un modo per guadagnare tempo e cercare di ritardare l’attacco della Germania considerato prima o poi inevitabile — come l’ Unione sovietica si sforzò da subito e poi sempre in seguito di presentare l’accordo — bensì si trattava di una vera e propria alleanza in cui Berlino metteva le armi e Mosca il suo placet (oltre che una vera e propria valanga di materie prime per la macchina bellica tedesca, con un’altra intesa): ovviamente comune, pertanto, la divisione degli utili. Come avrebbe ammesso il presidente della Commissione d’indagine russa nominata un anno prima del crollo del comunismo, il protocollo «inficiava lo status ufficiale dell’Urss come neutrale»: insomma ne faceva virtualmente un’alleata del Terzo Reich e perciò suo complice nello scatenamento della guerra. L’intero senso del secondo conflitto mondiale ne usciva profondamente cambiato rispetto alla versione corrente: era dunque davvero necessario che il protocollo restasse segreto.

Ciò che fu possibile perché la sola altra copia esistente, quella presso il ministero degli esteri tedesco, era andata distrutta sotto le bombe. Sicché il mondo potè venire a conoscenza dell’accordo unicamente perché subito dopo la guerra uno stretto collaboratore di Ribbentrop ne cedette una copia microfilmata agli americani in cambio della libertà. Copia che naturalmente i sovietici sostennero sempre essere un volgarissimo falso.

Per mezzo secolo Mosca negò sempre, ostinatamente, l’esistenza del protocollo e lo stesso documento cartaceo originale con il testo del medesimo e le relative firme fu trasferito dall’archivio del ministero degli esteri per venire sepolto, con la classificazione più segreta, nell’archivio del Dipartimento generale del Comitato centrale del Pcus, una specie di camera blindata degli arcana imperii del comunismo russo. Un documento circondato da un valore politico-simbolico così dirompente che — ci dice Salomoni — della sua vera esistenza furono sempre a conoscenza pochissimi e che quando nel luglio 1987 Gorbaciov chiese che gli fosse mostrato, dopo averlo studiato decise di non condividerne il contenuto nemmeno con i membri del Politburo ordinando: «Non bisogna mostrarlo a nessuno. Sarò io stesso a dire con chi occorre farlo».

L’ora della verità sarebbe così venuta solo alla vigilia del crollo dell’Unione sovietica. Alla vigilia della «più grande catastrofe geopolitica della storia», come tante volte l’ha definita con rammarico Putin: dimentico però che prima di quella geopolitica c’era stata una gigantesca catastrofe morale e che nella storia talvolta capita che tra le due cose ci sia qualche rapporto

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La Nuova Era d’amore in cui la Volontà di Dio regnerà sulla terra in modo tutto nuovo

Dagli Scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta “la Piccola Figlia della Divina Volontà”:

Sta per venire l’Era nuova del compimento della Volontà di Dio sulla terra. Il segno più bello e certo

“Figlia mia, tutto il mondo è sottosopra e tutti stanno in aspettativa di cambiamenti, di pace, di cose nuove. Loro stessi si uniscono per conferire e si meravigliano che non sanno concludere nulla e venire a serie decisioni, sicché la vera pace non spunta e tutto si risolve in parole, ma nulla in fatti, e sperano che altre conferenze possano venire a decisioni serie, ma invano aspettano. E intanto, in questo aspettare stanno tutti in timore, e chi si prepara a nuove guerre, chi spera nuove conquiste; ma con ciò i popoli immiseriscono, si spogliano vivi, e mentre aspettano, stanchi dell’era triste presente che li involge, torbida e sanguinante, aspettano e sperano un’era nuova di pace e di luce. Il mondo si trova proprio nel punto quando Io dovevo venire sulla terra, tutti stavano in aspettativa di un gran avvenimento, di un’era nuova, come difatti avvenne.

Così ora, dovendo venire il grande avvenimento, l’era nuova, che la Volontà di Dio si faccia in terra come in Cielo, tutti stanno in aspettativa di un’era nuova, stanchi di questa, senza sapere quale sia questa novità, questo cambiamento, come non lo sapevano quando Io venni sulla terra.

Questa aspettativa è un segno certo che l’ora è vicina, ma il segno più certo è che Io vado manifestando ciò che voglio fare e che, rivolgendomi ad un’anima, come mi rivolsi alla mia Mamma nello scendere dal Cielo in terra, le comunico la mia Volontà e i beni e gli effetti che Essa contiene, per farne un dono a tutta l’umanità.” (14.07.1923)

Il Signore sta preparando l’Era del suo terzo “Fiat”

“O iniquo mondo, tu stai facendo di tutto per cacciarmi dalla faccia della terra, per sbandirmi dalla società, dalle scuole, dalle conversazioni, da tutto; stai macchinando come abbattere templi e altari, come distruggere la mia Chiesa e uccidere i ministri, ed Io ti sto preparando un’era d’amore, l’era del mio terzo «FIAT». Tu farai la tua via per sbandirmi ed Io ti con fonderò d’amore, ti seguirò di dietro, mi farò incontro davanti per confonderti in amore, e dove tu mi hai sbandito Io erigerò il mio trono e vi regnerò più di prima, ma in modo più sorprendente, tanto che tu stesso cadrai ai piedi del mio trono, come legato dalla forza del mio amore”. 

“Ah, figlia mia, la creatura imperversa sempre più nel male. Quante macchinazioni di rovina stanno preparando! Giungeranno a tanto, da esaurire lo stesso male, ma mentre loro si occuperanno nel fare la loro via, Io mi occuperò di fare che il mio «FIAT VOLUNTAS TUA» abbia compimento ed esaudimento, che la mia Volontà regni sulla terra, ma in modo tutto nuovo; mi occuperò a preparare l’era del terzo «FIAT», in cui il mio amore sfoggerà in modo meraviglioso ed inaudito. Ah, sì, voglio confondere l’uomo tutto in amore. Perciò sii attenta; ti voglio con Me a preparare questa era d’amore, celeste e divina. Ci daremo la mano a vicenda e opereremo insieme”. (08.02.1921)

Sarà l’Era della vera libertà: libertà della creatura di prendere tutto ciò che è di Gesù

“…Oh, che libero sfogo avrà il mio Amore! Avrò libero campo in tutto, non più inceppamento. Quanti tabernacoli voglio, ne avrò; le ostie saranno innumerevoli, ad ogni istante ci comunicheremo insieme e anch’Io griderò «Libertà, libertà! Venite tutti nella mia Volontà e godrete la vera libertà!» Fuori della mia Volontà, quanti inceppamenti non trova l’anima; ma nella mia Volontà è libera, Io la lascio libera di amarmi come vuole, anzi le dico: Lascia le tue spoglie umane, prendi le divine; Io non sono avaro e geloso dei miei beni, voglio che prenda tutto; amami immensamente, prendi, prendi tutto il mio amore, fa tuo il mio potere, la mia bellezza falla tua. Quanto più prendi, tanto più è contento il tuo Gesù. 

La terra mi forma pochi tabernacoli, le ostie sono quasi numerate; e poi, i sacrilegi, le irriverenze che mi fanno… Oh, come è offeso ed inceppato il mio Amore! Invece nella mia Volontà niente inceppamento, non c’è l’ombra dell’offesa, e la creatura mi dà amore, riparazione divina e corrispondenza completa, e mi sostituisce, insieme con Me, a tutti i mali dell’umana famiglia. Sii attenta e non ti spostare dal punto dove ti chiamo e voglio”. (27.02.1919)

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Civili fucilati, l’Onu inchioda la Russia «In 102 villaggi ucraini 441 trucidati»

NELLO SCAVO – AVVENIRE – 9 Dicembre 2022

Quando la neve si scioglierà, il lungo sentiero dei crimini di guerra sarà percorribile in 102 tappe. Le prime, non le uniche. Da Kiev al Donbass, dalla confine bielorusso ai campi minati verso la Crimea, nei primi 40 giorni di guerra sono state inflitte torture fino alla morte ed esecuzioni per 441 civili disarmati: 341 uomini, 72 donne, 20 ragazzini e 8 ragazze. Ed era solo l’inizio. Una mattanza deliberata, persona per persona, ucraino dopo ucraino, ricostruita nel rapporto della missione Onu a Kiev. Il più duro atto d’accusa contro il Cremlino e gli esecutori militari degli ordini di Vladimir Putin. Perché non c’è niente di incidentale nelle fucilazioni dei civili inermi. Ci sono voluti mesi di indagini, riscontri sul campo, perizie legali, testimonianze incrociate per confermare quello che i superstiti denunciavano. A luglio le “Bucha” individuate dagli investigatori internazionali erano 16, oggi bisogna moltiplicarle almeno per dieci. Proprio a Bucha la missione Onu «è in procinto di confermare altri 105 omicidi», e ulteriori 200 casi di civili trucidati nel resto del Paese vengono esaminati in questi giorni.

Le informazioni a disposizione dell’Ohchr, l’ufficio Onu per i diritti umani, «indicano che il numero totale di esecuzioni sommarie e attacchi letali diretti contro singoli civili da parte delle forze armate russe nelle tre regioni di Kiev, Chernikiv e Sumy durante il periodo di riferimento – avverte il dossier – è considerevolmente più elevato».

Sin dai primi giorni nei 102 centri abitati individuati dall’Onu lo schema di occupazione si è ripetuto secondo un modello preordinato. Niente di casuale o improvvisato. « I civili sono stati detenuti in case, scantinati, garage, negli uffici postali, in complessi agricoli o altri locali occupati dalle truppe russe». I corpi dei civili uccisi «sono stati trovati in strutture di detenzione improvvisate e, nella maggior parte dei casi, ammanettati o con le mani legate con nastro adesivo». Sui cadaveri il segno del disprezzo: « Ferite da arma da fuoco alle estremità o nella zona inguinale, coltellate e arti mutilati, suggeriscono che le vittime sono state torturate prima di essere state uccise».

A causa della precipitosa ritirata non sempre le forze di Mosca sono riuscite a distruggere le prove dei propri crimini. La condizione dei resti, rinvenuti a mesi di distanza, non ha permesso nell’immediato l’esatta ricostruzione delle sevizie subite, ma in più di un caso «il corpo della vittima presentava ferite che suggerivano violenza sessuale».

Tutto il materiale raccolto è sui tavoli della Corte penale internazionale dell’Aja, che partecipa con propri investigatori alle indagini. Non c’è prova di improvvisi e isolati raptus di singoli soldati. Semmai la conferma di un piano sistematico, su vasta scala, messo in atto sin dal suo primo capitolo, dal 24 febbraio al 6 aprile. Alcuni giorni dopo lo stesso Putin premierà con scintillanti medaglie i boia di Bucha, colpevoli di aver sterminato quasi 400 civili.

I morti accertati trai civili sono quasi 7mila, ma si tratta di stime prudenziali anche perché le forze russe continuano a negare il permesso di accesso alle aree sotto il proprio controllo, dove viene segnalato il maggior numero di vittime.

Uomini adulti e minorenni di sesso maschile costituiscono l’88% dei bersagli colpiti nel corso di esecuzioni sommarie, «il che indica che erano stati presi di mira – scrivono gli investigatori internazionali – in modo sproporzionato».

Molto spesso i comandanti russi hanno dato l’ordine di nascondere o distruggere le prove dei crimini. Perciò investigare «sulla tortura e sulla violenza sessuale – spiegano gli autori del report – presenta ulteriori sfide se i corpi vengono riesumati in stato di avanzata decomposizione».

Oltre all’esecuzione sommaria di civili, il rapporto copre casi in cui le truppe russe hanno lanciato attacchi che non hanno rispettato il principio di distinzione tra obiettivi militari e civili e non hanno preso tutte le precauzioni possibili per risparmiare i civili. «I civili sono stati presi di mira sulle strade mentre si spostavano all’interno o tra gli insediamenti, anche mentre tentavano di fuggire dalle ostilità», ha detto Matilda Bogner, capo della Missione di monitoraggio Onu in Ucraina. Il rapporto esamina più dettagliatamente 100 omicidi. «L’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite non ha trovato alcuna informazione che le autorità russe abbiano attivamente indagato o perseguito nessuno di questi casi», denuncia ancora Bogner.

Dei 100 casi esaminati, 57 vengono annoverati alla voce «esecuzioni sommarie» (48 uomini, 7 donne e 2 bambini), 30 di queste sono avvenute in luoghi di detenzione, altre 27 persone sono state uccise sul posto, dopo essere state controllate dalle forze russe. Le altre 43 uccisioni esaminate (27 uomini, 13 donne e 3 ragazzi), riguardano civili uccisi mentre si muovevano all’interno dei villaggi o spostandosi tra centri vicini. Alcuni andavano in bicicletta, altri a piedi, in trattore, in auto. «La maggior parte delle vittime è stata presa di mira mentre si recava al lavoro, consegnava cibo ad altri, visitava vicini o parenti, o mentre cercava di fuggire dalle ostilità». In tutti i casi documentati, l’Ufficio dell’alto commissario per i diritti umani ha riscontrato che i responsabili non hanno neanche tentato di prendere «tutte le precauzioni possibili per risparmiare i civili».

Il terribile esito dopo mesi di indagini, riscontri sul campo, testimonianze incrociate: si tratta di 341 uomini, 72 donne, 20 ragazzini e 8 ragazze La gran parte delle vittime «erano ammanettate o con le mani legate con nastro adesivo»

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SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

ATTO DI VENERAZIONE ALL’IMMACOLATA IN PIAZZA DI SPAGNA
PREGHIERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO A MARIA IMMACOLATA – Giovedì, 8 dicembre 2022

Madre nostra Immacolata,
oggi il popolo romano si stringe intorno a te.
I fiori deposti ai tuoi piedi
da tante realtà cittadine
esprimono l’amore e la devozione per te,
che vegli su tutti noi.
E tu vedi e accogli anche
quei fiori invisibili che sono tante invocazioni,
tante suppliche silenziose, a volte soffocate,
nascoste ma non per te, che sei Madre.
Dopo due anni nei quali sono venuto
a renderti omaggio da solo sul far del giorno,
oggi ritorno a te insieme alla gente,
la gente di questa Chiesa, la gente di questa Città.
E ti porto i ringraziamenti e le suppliche
di tutti i tuoi figli, vicini e lontani.
Tu, dal Cielo in cui Dio ti ha accolta,
vedi le cose della terra molto meglio di noi;
ma come Madre ascolti le nostre invocazioni
per presentarle al tuo Figlio,
al suo Cuore pieno di misericordia.
Prima di tutto ti porto l’amore filiale
di innumerevoli uomini e donne, non solo cristiani,
che nutrono per te la più grande riconoscenza
per la tua bellezza tutta grazia e umiltà:
perché in mezzo a tante nubi oscure
tu sei segno di speranza e di consolazione.
Ti porto i sorrisi dei bambini,
che imparano il tuo nome davanti a una tua immagine,
in braccio alle mamme e alle nonne,
e cominciano a conoscere
che hanno anche una Mamma in Cielo.
E quando, nella vita, capita che quei sorrisi
lasciano il posto alle lacrime,
com’è importante averti conosciuta,
avere avuto in dono la tua maternità!
Ti porto la gratitudine degli anziani e dei vecchi:
un grazie che fa tutt’uno con la loro vita,
tessuto di ricordi, di gioie e di dolori,
di traguardi che loro sanno bene
di aver raggiunto con il tuo aiuto,
tenendo la loro mano nella tua.
Madre, ti porto le preoccupazioni delle famiglie,
dei padri e delle madri che spesso fanno fatica

a far quadrare i bilanci di casa,
e affrontano giorno per giorno
piccole e grandi sfide per andare avanti.
In particolare ti affido le giovani coppie,
perché guardando a te e a San Giuseppe
vadano incontro alla vita con coraggio
confidando nella Provvidenza di Dio.
Ti porto i sogni e le ansie dei giovani,
aperti al futuro ma frenati da una cultura
ricca di cose e povera di valori,
satura di informazioni e carente nell’educare,
suadente nell’illudere e spietata nel deludere.
Ti raccomando specialmente i ragazzi
che più hanno risentito della pandemia,
perché piano piano riprendano
a scuotere e spiegare le loro ali
e ritrovino il gusto di volare in alto.
Vergine Immacolata, avrei voluto oggi
portarti il ringraziamento del popolo ucraino,
per la pace che da tempo chiediamo al Signore.
Invece devo ancora presentarti la supplica
dei bambini, degli anziani,
dei padri e delle madri, dei giovani
di quella terra martoriata, che soffre tanto.
Ma in realtà noi tutti sappiamo
che tu sei con loro e con tutti i sofferenti,
così come fosti accanto alla croce del tuo Figlio.
Grazie, Madre nostra!
Guardando a te, che sei senza peccato,
possiamo continuare a credere e sperare
che sull’odio vinca l’amore,
sulla menzogna vinca la verità,
sull’offesa vinca il perdono,
sulla guerra vinca la pace. Così sia!

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LE APPARIZIONI DELLA MADONNA A GRUSHEVO

ALLA MADONNA STA PARTICOLARMENTE A CUORE L’UCRAINA

 1806

La Santa Vergine apparve nel 1806, allontanando un’epidemia di colera e facendo zampillare ai piedi di un salice acque salutari in ricordo della sua apparizione. Maria era già apparsa in questo villaggio nel XVI secolo al tempo della guerra dei cosacchi contro il re di Polonia.

 12 maggio del 1914 

Il 12 maggio 1914 la Vergine apparve a 22 contadini. La visione durò fino al giorno successivo. I veggenti ricevettero un messaggio profetico, che preannunciava tempi dolorosi per il mondo e per l’Ucraina in particolare. Ella predisse loro la perdita di sovranità dell’Ucraina per 80 anni: per otto decenni ci sarebbero state sofferenze e persecuzioni, al termine delle quali la cristianità avrebbe trionfato e l’Ucraina sarebbe tornata libera. Inoltre, disse loro che lo scoppio della guerra mondiale era imminente e che la Russia sarebbe diventata un paese senza Dio.

 26 aprile 1987 

Il 26 aprile 1987 la Madonna appare a Maria Kyzyn (1976). Maria, mentre sta uscendo da casa per recarsi a scuola, nota una strana luce sulla cappella sconsacrata (chiusa al culto dal regime nel 1947) che confina col giardino di casa sua. Si sofferma ad osservarla, quando, all’improvviso scorge, su una delle facce della torre ottagonale che copre la cupola della cappella, una figura: è una Donna vestita di nero con un Bambino in braccio. La piccola rientra di corsa dalla madre Miroslava e l’avverte. La madre esce e, riconosciuta la Madonna, invita la figlia ad inginocchiarsi a pregare. L’immagine della Vergine è rimasta visibile a tutti per un mese, ora nel vano di una finestra del campanile, ora sulla sommità della cupola, ora nel cielo sopra la chiesetta. Testimoni diretti dell’evento miracoloso sono state almeno mezzo milione di persone.

Il 13 maggio, anniversario dell’apparizione di Fatima, sugli schermi della televisione locale va in onda un servizio denigratorio sul fenomeno di Grushew, proprio per scoraggiare i pellegrini: ma durante tale programma, sul video apparve l’immagine della Madonna, che tutti i telespettatori della regione poterono osservare. Occorre ricordare che l’apparizione del 26 aprile si è verificata nello stesso giorno e nella stessa ora in cui ebbe luogo un anno prima il disastro di Chernobyl. Il ché potrebbe sembrare una curiosa coincidenza se la Vergine, in un suo ammonimento, non vi avesse fatto esplicito accenno. La Madonna ha dato a Maria, nel corso delle numerose apparizioni che la giovane veggente ha avuto, diversi messaggi: talvolta piangendo ha chiesto penitenza per la remissione dei peccati dell’umanità; in altre occasioni ha invitato alla preghiera e al perdono per la conversione della Russia; alla recita del Santo Rosario, arma potente contro satana. Ha invitato a non dimenticare coloro che sono morti nel disastro di Chernobyl, che è stato un avvertimento e un segno per il mondo intero.

Il regime comunista fece di tutto per impedire ai veggenti di sostare sul posto e per scoraggiare il pellegrinaggio: ha innalzato barricate, ha scavato fossati lungo tutte le strade di accesso al villaggio e allargato il perimetro della zona vietata ai pellegrini. Ma tutto ciò non arrestò l’afflusso dei fedeli: una fonte governativa ha parlato della presenza di 45.000 persone al giorno, che provenivano anche da molto lontano. La chiesa di Hrushiv è uniate, ovvero appartenente alla comunità cattolica di rito greco fedele alla Chiesa di Roma e molto perseguitata dal regime sovietico. Non appena la notizia dell’apparizione si diffuse, però, anche gli ortodossi accorsero sul luogo del miracolo. 

La cappella dell’apparizione, sconsacrata nel 1959, era stata costruita a metà Ottocento, dopo che la Vergine, apparendo, aveva allontanato un’epidemia di colera nel 1806. La Madonna era riapparsa nel 1914, alla vigilia dello scoppio della guerra mondiale. Sul luogo sorgeva un salice e una fonte miracolosa, venerata fin dal XVI° secolo. I pellegrini vi si recavano tre volte all’anno per chiedere perdono o guarigione. Il primate della Chiesa ucraina, il cardinale Lubachivsky, pur non avendo espresso un giudizio definitivo sugli eventi di Grushew, ha apprezzato il fatto che in seguito alle apparizioni la fede della gente si sia rafforzata.

Dai messaggi dell’aprile 1988: “E’ per tramite vostro e del sangue dei martiri che avverrà la conversione della Russia. Pentitevi e amatevi gli uni e gli altri. Stanno per arrivare i tempi che sono stati preannunciati come quelli della fine del tempo. guardate la desolazione che circonda il mondo: i peccati, l’accidia, il genocidio… Se per la Russia non c’è ritorno al cristianesimo, ci sarà una terza guerra mondiale e il mondo intero si troverà davanti alla rovina”. “Insegnate ai bambini a pregare. Insegnate loro a vivere nella verità e vivete voi stessi nella verità. Dite il Santo Rosario. E’ l’arma contro satana… Sono venuta a confortarvi e a dirvi che le vostre sofferenze ben presto finiranno. Io vi proteggerò per la gloria e il futuro del Regno di Dio sulla terra, che durerà mille anni. Il Regno del Cielo e della Terra è a portata di mano. Verrà solo attraverso la penitenza e il pentimento dei peccati… Molti vengono come falsi messia e falsi profeti. Siate attenti… Io non faccio distinzioni di razza o religione. Voi qui in Ucraina avete ricevuto la conoscenza dell’unica, vera, Chiesa apostolica… Il Dio Eterno vi chiama. Ecco perché sono stata mandata a voi… nonostante le lunghe persecuzioni che avete subito non avete perduto la fede, la speranza e la carità”.


La Madonna è apparsa anche in Russia nella regione cattolica dell’Ucraina.

Ed ora, la Madonna appare – anzi, riappare – anche nella Russia sovietica, nella cattolica regione dell’Ucraina. Ritorna a prendere possesso di una terra che già fu sua per mille anni. E’ successo a Gruscevo, un villaggio dell’Ucraina occidentale dove un tempo sorgeva un famoso Santuario mariano; per l’esattezza il 26 aprile 1987, nell’anniversario del disastro di Chernobyl, e le apparizioni si sono ripetute per alcuni giorni.

La notizia è di quelle che dovrebbero far sobbalzare le telescriventi dei giornali, come un terremoto dell’8° grado della scala Richter che rompe i pennini dei sismografi. I nostri giornali ne accennarono appena, con titoletti su una o due colonne; alla RAI-TV, silenzio di tomba. In compenso fu ampiamente registrata, sia pure in toni ironici prescritti dall’ideologia del partito, da organi della stampa sovietica come il foglio giovanile Leninska Molod, il quale parlò di “decine di migliaia di persone attratte dalla curiosità”. Il che se non altro attesta la realtà dell’avvenimento. Altre informazioni più dettagliate si sono avute da fogli della cristianità clandestina russa pervenuti in occidente e per bocca del leader dei cattolici ucraini Josip Terelja, 45 anni (18 dei quali trascorsi nei lager siberiani o in ospedali “psichiatrici” a causa della sua fede indomita), testimone diretto dei fatti di Gruscevo, poi espulso dall’URSS e recentemente intervistato a Roma dal settimanale “Oggi”.

Per tre volte la Vergine è apparsa nel Santuario di Gruscevo (distrutto da Stalin) nel corso dei secoli. La prima volta nel XVI° secolo nel corso di una guerra russo-polacca. La seconda nel 1914, allo scoppio della guerra europea e quindi alla vigilia della rivoluzione comunista nel 1917. In quell’occasione – dice Terelja – “La Beata Vergine annunciava il sopraggiungere di tempi dolorosi per il mondo e soprattutto per la nostra nazione. Diceva che per otto decenni ci sarebbero state sofferenze e persecuzioni, al termine delle quali, tuttavia, la cristianità avrebbe trionfato”. “Per otto decenni”: quasi ci siamo, se facciamo i conti. La nuova apparizione a Gruscevo ne è una conferma. E solleva nell’animo dei credenti l’eco di un’altra grande profezia mariana, quella consegnata il 13 luglio 1917 ai tre pastorelli di Fatima. Chi non la ricorda?

Ecco dunque che l’arco si chiude: Fatima si allaccia a Gruscevo, passando per Medjugorje e altre teofanie mariane degli ultimi tempi. Il disegno salvifico di Dio in questo secolo dominato da satana e dall’ateismo (teorico e pratico) si delinea nella sua pienezza, grazie all’intercessione e alla pienezza luminosa della Madre di Cristo che è anche Mater Ecclesiae. Ma che cosa è accaduto esattamente a Gruscevo il 26 aprile dello scorso anno?

Ecco i fatti in breve.

Una bambina di 12 anni, Marina Kizyn, appena uscita da casa per andare a scuola, nota una strana luce sulla cupola di una cappella che sorge a due passi dalla sua abitazione. Guardando meglio, nota la figura di una giovane donna con un bimbo in braccio e, spaventata, corre ad avvertire sua madre Miroslava. La giovane esce di corsa, vede l’apparizione, e non ha esitazioni. Dice alla figlia:”Inginocchiati e prega: è Lei, la Madonna”. La notizia si sparge in un lampo nel paese, accorre altra gente, tutti vedono. La cappella, chiusa al culto dal regime fin dal 1958 (Kruscev infatti aveva completato l’opera demolitrice di Stalin nei confronti del cattolicesimo ucraino), era stata costruita nella metà del secolo scorso sul luogo dove sorgeva un salice, alle cui radici sgorgava una fonte di acqua miracolosa. L’apparizione rimase visibile per parecchi giorni. La Madonna appariva in tutto simile a quella della cosiddetta “Vergine della Tenerezza”, un’icona donata circa l’anno mille a Vladimiro il Grande, principe di Kiev, da sua moglie Anna, dopo la conversione di quel popolo al Cristianesimo, culminata con un “battesimo in massa” nelle acque del fiume Dniepr. E’ la più antica e venerata immagine sacra Ucraina. 

“L’Ukrain Weekly”, settimanale dei cattolici ucraini che vivono in esilio in Inghilterra, ha riferito da fonti private che il 13 maggio 1987, festa della Madonna di Fatima, durante un programma della TV locale sull’argomento del giorno, l’immagine della Vergine apparve anche sui teleschermi e fu vista in tutta la regione. Josyp Terelja fu tra i primi ad accorrere sul posto non appena si sparse la voce. Era stato liberato solo due mesi prima dalle carceri del KGB, ma non aveva paura. Anche lui la vide. “Pensai: quant’è bella! Era un volto soprannaturale, ma al tempo stesso umano, familiare… La Madonna piangeva e chiedeva penitenza per la remissione dei nostri peccati. Il concorso di folla in quei giorni divenne imponente. Il foglio clandestino “Cronache della Chiesa Cattolica ucraina”, citato da “Ukrainian Weekly”, parla di 80.000 persone al giorno arrivate sul posto con tutti i mezzi. C’erano targhe di pulmann e di auto di tutti gli stati dell’Urss. La polizia, presa fra le antiche abitudini e la “Perestroika” di Gorbaciov, dava un colpo al cerchio e uno alla botte. Un po’ creava ostacoli, erigeva steccati, faceva la “faccia feroce”; un po’ lasciava correre. La stampa del regime, compresa l’autorevole “Literaturnaria Gazeta”, seguì la stessa linea; ammetteva in tono agrodolce l’eccezionale afflusso dei pellegrini da ogni parte dell’Unione, ma si affrettava a spiegare che non si trattava di “fede nei miracoli” (queste “anticaglie”), ma di semplice curiosità…

Non è la prima volta che la Madonna appare in Ucraina in questo dopoguerra. Essa è apparsa per 11 volte a Seredne, sempre nell’Ucraina occidentale, nel 1954-55, a una giovane veggente di nome Anna, dandole un messaggio che non differisce sostanzialmente da quelli di Fatima e di Medjugorje. E l’anno scorso si è parlato di apparizioni anche in un’altra località vicino a Gruscevo. Bisogna riflettere all’epopea di fede e di martirio vissuta tra i cattolici ucraini durante questo terribile “ottantennio” che sta per chiudersi: essi hanno davvero meritato la predilezione della Vergine e possono celebrare, sia pure in silenzio ma con rinnovata speranza, il millenario della conversione della Russia al Vangelo.

Di Leone Dogo Fonte: Foglietto Medjugorje-Torino marzo/aprile 1988

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A proposito di Andrea Cionci

di Roberto de Mattei –  Corrispondenza Romana – 30 Novembre 2022

C’è in Italia un giornalista che scrive di cose della Chiesa e si lamenta essere ignorato da una serie di intellettuali e di testate cattoliche di orientamento tradizionale, di cui riporta un puntiglioso elenco, accusandole di sottrarsi a un confronto che il giornalista giudica doveroso data l’importanza del tema: i presunti messaggi in codice che l’unico papa legittimo, Benedetto XVI, trasmetterebbe per denunciare l’impostura dell’antipapa, Jorge Maria Bergoglio. Il giornalista non si duole delle numerose critiche che ha già ricevuto, ma di quelle che non sono ancora arrivate, impedendo, con questo silenzio, che la sua ricostruzione delle vicende della Chiesa venga presa nell’«attenta, serissima e approfondita considerazione» che, a suo avviso, merita. 

Poiché tra le testate che egli accusa di non avere ancora espresso un giudizio su di lui e sulla sua opera, c’è anche Corrispondenza Romana, non abbiamo difficoltà a soddisfare il suo desiderio: si chiama Andrea Cionci, un giornalista di cui abbiamo apprezzato gli articoli fino ai primi mesi del 2020 quando, con la pandemia, sembra aver completamente perso la bussola, come altri promettenti ingegni. 

Cionci si vanta di aver pubblicato centinaia di articoli e un libro che ha venduto 12.000 copie ed è stato tradotto in due lingue, ma si illude se pensa che questi numeri corrispondano a un ampio consenso di pubblico. La ragione del suo successo sta nella “curiosità” che le sue cervellotiche tesi suscitano tra lettori amanti del sensazionalismo. La vana curiositas che, come spiega san Tommaso, è l’aspetto vizioso del desiderio di conoscere (Somma Teologica, II-II, q. 167), è una malattia della mente da cui ogni cattolico deve guardarsi. Questa è la ragione per cui non riteniamo necessario pubblicizzare il suo libro e i suoi articoli, senza che di ciò ci si debba far rimprovero.   

La ragione per la quale il silenzio ha accompagnato la sua “inchiesta” sul conclave del 2013 sta anche nel fatto che egli pretende di parlare di una questione non solo seria, ma drammatica, riguardante la vita della Chiesa, senza avere la pur minima competenza per farlo. Cionci infatti non ha alcuna conoscenza teologica o canonica, ma soprattutto sembra  privo di quel buon senso, prima ancora che di quello spirito cattolico, che è condizione necessaria per affrontare problemi delicati e complessi che toccano la vita delle anime. Gli “esperti” a cui si richiama per giustificare le sue tesi sono citati a sproposito, perché nessuno di essi le condivide. E l’unica arte di cui egli si dimostra padrone è purtroppo quella del sofisma.

L’abdicazione di Benedetto XVI e il modo con cui essa è avvenuta sono considerati da molti studiosi e anche da eminenti membri del Sacro Collegio come un grave errore, mentre per Cionci è un’astutissima manovra del “Papa emerito” per mettere con le spalle al muro il suo rivale Francesco. Cionci ha coniato l’espressione di “auto-impedimento” per descrivere un’inedita situazione in cui Benedetto XVI, unico vero Papa, combatte in maniera occulta contro l’usurpatore Bergoglio.

Papa Benedetto, a suo parere, si esprime in maniera criptica, attraverso una comunicazione in codice che solo Cionci è in grado di decifrare. Ma se il linguaggio di Benedetto è volutamente segreto, non si capisce perché Cionci, che è un suo ammiratore, lo riveli al mondo intero. Benedetto, direttamente o attraverso il suo segretario mons. Georg Gänswein, ha più volte smentito la tesi che lo vuole ancora Papa regnante, ma ogni smentita è per Cionci una conferma, perché, a suo avviso, se Benedetto confermasse pubblicamente il suo piano, svelerebbe il gioco che conduce. E se Benedetto dicesse che Cionci è matto, il nostro sarebbe pronto a dichiarare che, in senso spirituale, la follia può rappresentare il passaggio ad un alto livello di conoscenza. Non a caso nelle carte dei Tarocchi il “matto” cambia il suo significato a seconda di come esce nel giuoco, positivo se è diritto, negativo se è a rovescio. 

Cionci afferma che il prof. Roberto de Mattei, direttore di Corrispondenza Romana, «non ha colto che la questione della legittimità di Bergoglio è canonica, anni luce prima di essere teologica».  In realtà è proprio il Diritto canonico, prima ancora della dottrina teologica, a rendere inconsistente la tesi di Cionci, per cui la Chiesa cattolica sarebbe prossima alla sua fine, a causa di un’illegittima successione al pontificato. Cionci sembra ignorare che la Chiesa è necessariamente, e per sua natura, una società visibile. Pio XII lo esprime in questi termini: «La Chiesa cattolica è il gran mistero visibile, perché visibile è il suo capo sulla terra, il Vicario di Cristo, visibili sono i suoi ministri, visibile la sua vita, visibile il suo culto, visibile l’opera e l’azione sua per la salvezza e la perfezione degli uomini” (Discorso del 4 dicembre 1943).

Se la Chiesa cattolica non fosse visibile, non potrebbe essere riconosciuta ed essa può e deve essere riconosciuta da ogni uomo sulla terra proprio per le proprietà visibili che la caratterizzano. Questa visibilità è data innanzitutto dalla successione apostolica, un carattere che si trova solo nella Chiesa cattolica romana. Chi proclama l’interruzione della successione apostolica si situa nel solco delle innumerevoli conventicole eretiche di cui sant’Alfonso Maria de’ Liguori ha fatto un esauriente e sempre attuale compendio (Storia delle eresie colle loro confutazioni, Phronesis, Palermo 2022). Nell’orgoglio, nota sant’Agostino, hanno la loro radice tutte le eresie e le apostasie della fede (Sermo 46, n. 18).

Solo un uomo pieno di presunzione può anteporre l’opinione propria al giudizio della Chiesa universale fondata da Dio. Per mortificare quella forma di orgoglio della mente che è la vana curiositas, potrebbe essere utile sostituire alle letture mattutine o serali di tanti blog pseudo-cattolici, le meditazioni illuminanti sull’Avvento del grande abate di Solesmes, dom Prosper Guéranger (1805-1875). Le parole della Liturgia spiegate da don Guéranger parlano di tenebre che Dio solo può dissipare e di piaghe che solo la sua bontà può risanare: sono le piaghe della Chiesa e sono le tenebre in cui è immerso chiunque rifiuta di accettarne il Mistero.

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