"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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PAPA  FRANCESCO: I LEADER POLITICI ASCOLTINO LA VOCE DELLA GENTE

Rinnovo l’appello a una tregua pasquale, segno minimo e tangibile di una volontà di pace. Si arresti l’attacco, per venire incontro alle sofferenze della popolazione stremata; ci si fermi, obbedendo alle parole del Risorto, che il giorno di Pasqua ripete ai suoi discepoli: Pace a voi!

A tutti chiedo di accrescere la preghiera per la pace e di avere il coraggio di dire, di manifestare che la pace è possibile. I leader politici, per favore, ascoltino la voce della gente, che vuole la pace, non una escalation del conflitto.

Sia Lui a donare la pace, oltraggiata dalla barbarie della guerra. Proprio oggi ricorrono due mesi dall’inizio di questa guerra: anziché fermarsi, la guerra si è inasprita.

È triste che in questi giorni, che sono i più santi e solenni per tutti i cristiani, si senta più il fragore mortale delle armi anziché il suono delle campane che annunciano la risurrezione; ed è triste che le armi stiano sempre più prendendo il posto della parola.

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Promesse di Gesù Misericordioso a Suor Faustina Kowalska

«Concederò grazie senza numero a chi reciterà questa corona. Se recitata accanto a un morente non sarò giusto giudice ma Salvatore».

«Io do all’umanità un vaso col quale potrà andare ad attingere le grazie alla sorgente della Misericordia: questo vaso è l’immagine con questa iscrizione: “Gesù, io confido in Te!”.

«Questa immagine deve continuamente ricordare alla povera umanità l’infinita Misericordia di Dio. Chiunque avrà esposta ed onorata, nella sua casa, la Mia Divina Effigie sarà preservato dal castigo».

«Come gli antichi Ebrei che avevano segnato le loro case con la croce fatta col sangue dell’agnello pasquale furono risparmiati dall’Angelo Sterminatore, così sarà in quei tristi momenti per coloro che mi avranno onorato esponendo la mia immagine».

«Quanto più grande è la miseria degli uomini, tanto maggior diritto hanno alla Mia Misericordia, perché desidero salvarli tutti. Scrivi che prima di venire come Giudice, spalancherò tutta la grande porta della Mia Misericordia. Chi non vuol passare da questa porta, dovrà passare per quella della Mia Giustizia. La sorgente della Mia Misericordia è stata aperta dal colpo di lancia sulla Croce, per tutte le Anime. Non ne ho esclusa nessuna. L’umanità non troverà né tranquillità né pace finché non si rivolgerà alla Mia Misericordia. Dì all’umanità sofferente che si rifugi nel Mio Cuore Misericordioso, ed Io la ricolmerò di pace».

«Il raggio pallido rappresenta l’Acqua che giustifica le anime; il raggio rosso rappresenta il Sangue che è la vita delle anime. […] Beato colui che vivrà alla loro ombra».

«Desidero che la prima domenica dopo Pasqua sia la Festa della Mia Misericordia. Figlia Mia, parla a tutto il mondo della Mia incommensurabile Misericordia! L’Anima che in quel giorno si sarà confessata e comunicata, otterrà piena remissione di colpe e castighi. Desidero che questa Festa si celebri solennemente in tutta la Chiesa»

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Breve Riflessione su A. Dugin

Caro Padre Livio,

allego una mia breve riflessione su Dugin.

ti ringrazio di cuore per tutto quello che fai per noi .

Maurizio

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Ho letto alcuni articoli e interviste a Dugin e le poche idee (molto provvisorie) che mi sono fatto sono le seguenti.

Dugin è un intellettuale molto colto e intelligente, che parla 10 lingue e ha scritto più di cinquanta libri, ha un grande fascino sul pubblico, che attrae per il suo eloquio brillante e, a volte, ironico e sarcastico.

E’ un filosofo eclettico, che cita autori più svariati (Heidegger, Evola, de Benoist, Levi-Strauss, ecc.) accomunati dalla critica radicale alla società occidentale dominata dal liberalismo “globalista a atomizzato” odierno.

Il suo libro più importante è intitolato Quarta teoria politica, la quale secondo l’autore è la teoria del futuro che succederà alle precedenti teorie rappresentate dal nazional-fascismo, dal comunismo e dal liberalismo.

Secondo Dugin i popoli e europei e statunitensi sono schiavi del liberalismo imposto da un’élite di capitalisti che impongono alle masse il loro modo di pensare ateo e materialistico.

La Russia dopo la caduta del comunismo sovietico, che aveva rappresentato “un risveglio” per il popolo russo, ha iniziato con Eltsin una “transizione” verso il liberalismo, quindi al globalismo e alla deificazione del mercato, contro la volontà popolare.

Secondo il filosofo il popolo russo non accetta e non accetterà mai il liberalismo, perché “la Russia non è europea, è civiltà con aspetti asiatici e europei, noi siamo la terza Roma, anche continuatori, di Gengis Khan, dell’impero mongolo”.

Infatti secondo Dugin la Russia è il cuore dell’”impero euroasiatico”, di cui fa parte anche il Kazakistan e la Bielorussia. Il popolo russo era contro Eltsin e ciò lo dimostrerebbe anche un’indagine sociologica secondo la quale, quando era ancora presidente Eltsin, il 73% degli intervistati considerava la Russia come facente parte della “civiltà euroasiatica”, contro 13% che la considerava parte dell’Europa, e 14% di indecisi.

Il filosofo sottolinea che le stesse percentuali sono presenti in un’altra indagine condotta quando era presidente Putin, segno evidente della volontà del popolo russo di far parte dell’“Eurasia”.

Il passaggio del governo da Eltsin a Putin, secondo Dugin, è stato un evento di carattere “storico”, perché Putin “ha il cuore russo” e “ha lasciato apparire la transizione [dal liberalismo] alla Russia eterna”.

Col termine “Russia eterna” non intende la Russia degli zar, ma lo Spirito della Russia, infatti secondo Dugin ogni popolo sarebbe caratterizzato da un proprio Spirito, che a volte chiama “angelo”, che si manifesta in tutte le espressioni culturali, religiose, politiche di un popolo. Per esplicitare questo concetto è forse utile far riferimento all’idea di Volkgeist (spirito del popolo) di Hegel.

Nella filosofia di Dugin nella Russia di Putin si incarnerebbe il Weltgeist (spirito del mondo) di Hegel che, per la sua superiorità spirituale, avrebbe il compito di illuminare gli altri popoli per aiutarli a prendere coscienza delle loro identità, che sono state negate dai governi che li guidano.

Infatti secondo il filosofo “Putin è la figura storica che ha cambiato la storia della modernità e ha dato la possibilità all’Europa, all’Italia, alla Cina, ai paesi arabi, di riaffermarsi, di risvegliarsi […]”.

“I patrioti italiani, comprendendo la realtà della Russia, capiscono che possono fare molte cose: stabilire un governo popolare, antiglobalista”, la Russia favorisce “la rinascita di tutti i popoli, di tutte le tradizioni, che soffrono di questo attacco del globalismo, che è il nemico comune”.

Putin è presentato come l’odierno messia che personifica l’hegeliano Spirito del mondo, come in passato lo erano stati Carlo Magno e Napoleone, è lui che salverà l’Occidente dal degrado morale e spirituale, mentre Dugin dice di essere “l’ideologo della Russia”, colui che ha il compito di educare il popolo russo perché prenda coscienza della sua identità spirituale e della sua missione profetica.

Afferma Dugin:

“Io sono servo del popolo. […] La filosofia non può non essere radicata nel cuore del popolo. […] Pensare con il popolo, essendo nel popolo”.

Al termine di questo breve resoconto è forse bene meditare queste parole dell’Apocalisse: “Vidi salire dal mare una bestia. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande”.

Segnalo, qui di seguito, alcuni interventi di Dugin registrati su you tube:

  • Alexander Dugin, il filosofo di Putin
  • Alexander Dugin intervistato da NDG su unione eurasiatica, Turchia e crisi siriana
  • Dugin “lotto per la tirannia dei (cosiddetti) liberali”
  • Alexander Dugin, intervista esclusiva al Giornale
  • Putin secondo Dugin

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BIOGRAFIA

Padre Livio Fanzaga è il Direttore di Radio Maria e Director’s Adviser della Famiglia Mondiale di Radio Maria.

Nasce l’11-11- 1940 a Sforzatica, comune Dalmine, in provincia di Bergamo. E’ il primo di sei figli di una famiglia  operaia.

Nel 1954, a 13 anni,  entra in seminario presso gli Scolopi, a Finale Ligure (SV), dove consegue  il  diploma di terza media e frequenta i due anni di ginnasio. La scelta dei Padri Scolopi fu dettata dal  desiderio  di lavorare con i giovani e di andare in missione.

Nel 1957 si reca a Roma,  sempre nel seminario dei Padri Scolopi, dove compie l’anno di noviziato e i tre anni di liceo  classico.

Dopo aver conseguito la maturità, si iscrive alla facoltà di teologia all’Università Gregoriana dove consegue la laurea in teologia.

Ordinato sacerdote il 19 Marzo  1966, viene inviato nella Parrocchia S. Giuseppe Calasanzio dei Padri Scolopi a Milano dove, senza trascurare l’attività  pastorale, frequenta l’Università Cattolica e consegue la laurea in filosofia con una tesi su “San Bonaventura e  l’aristotelismo”.

Erano i tempi bollenti della contestazione  e P. Livio si trovò in classe con i  leader più noti come M. Capanna e F. Schianchi.

Nel 1970 P.Livio chiede ai suoi Superiori  la  possibilità di andare missionario in Africa, nella località di Podor in Senegal, una zona a grande prevalenza islamica, dove  i Padri Scolopi avevano aperto un centro culturale  per  i giovani.

Alterna questa attività con settimanali visite a  un liceo scientifico nella città  di ST. Louis, dove gli è permesso incontrare i giovani (cattolici e mussulmani)  per colloqui personali o per piccoli gruppi.

Nel fine settimana presta aiuto come volontario nel redigere testi presso la Nunziatura Apostolica di Dakar, allora presieduta da Sua Ecc. Mons. Giovanni Mariani

Dopo un anno di presenza in Senagal  P. Livio è costretto a un rientro in Italia  per una forma endemica di tubercolosi.

Riprende la sua attività nella Parrocchia S. Giuseppe Calasanzio, organizzando una biblioteca per i giovani e ideando un progetto originale di post-cresima, un itinerario catechistico formativo che accompagna i giovani dalla cresima al matrimonio.

Si dedica anche alla direzione della Casa dello Studente, un pensionato universitario a fianco della  parrocchia.

Nel frattempo completa  la  sua formazione  culturale frequentando la  facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica, e  partecipando, fra  l’altro, alle lezioni dei Professori A. Miglio e E. Severino.

Nel 1985, in seguito ad un pellegrinaggio a Medjugorje, P. Livio diventa uno dei più ferventi sostenitori delle apparizioni mariane .

Da allora ha sempre trascorso le sue vacanze a Medjugorje, ha imparato la  lingua croata e ha stretto amicizia con alcuni veggenti, frequentando anche le loro famiglie.

In quella occasione è venuto a conoscenza di Radio Maria, una  piccola radio locale del comune di Erba, che organizzava  pellegrinaggi a Medjugorje.

Dal 1986 al 1988 Padre Livio ha collaborato alla radio parrocchiale, facendo la spola tra Erba e Milano,  arricchendola con programmi di teologia e di spiritualità, oltre che con una catechesi giovanile settimanale in  presenza di gruppi di ragazzi.

Una giovanissima Roberta lo ha aiutato a prendere confidenza col mixer e col microfono. Era venuta un anno prima come volontaria e sarebbe presto diventata il suo braccio destro e una colonna fondamentale di Radio Maria.

Nell’Ottobre del 1988 P. Livio, col permesso dei suoi Superiori e  l’invito del Presidente Emanuele Ferrario, si reca ad Erba per dedicarsi a tempo pieno a Radio Maria come Direttore e come membro del Direttivo.

La radio parrocchiale con  la  S.  Messa  e il Rosario  era  pur sempre una certa novità  in quei tempi. Per il resto era tutta da costruire.

P. Livio, una  volta  chiarito che Radio Maria era  un  progetto autonomo dalla Parrocchia e dai suoi responsabili, si è impegnato subito a farne  una emittente di contenuti, con un  palinsesto  ordinato, dei programmi di livello e con una precisa finalità spirituale e culturale.

Venivano così contattati numerosi esperti in  diversi campi della Teologia, della Spiritualità, della Sacra Scrittura, della  Promozione umana, sviluppando una forma variegata, capillare ed unica di volontariato, che diventerà una caratteristica di tutte le Radio Maria del mondo.

In particolare sono stati rapidamente organizzati  per  la prima volta in Italia collegamenti quotidiani di preghiera, mediante  studi mobili, con parrocchie, monasteri, comunità varie, carceri, ospedali di ogni parte  d’Italia, facendo di Radio Maria uno strumento al servizio della Chiesa e un  modello  per tutte  le successive fondazioni.

Fin dall’inizio P. Livio ha dato a Radio Maria una impronta ispirata alla Regina della  Pace, centrandola sulla Preghiera, la Evangelizzazione e la Conversione, eliminando con convinzione ogni forma di pubblicità e confidando unicamente nella Divina  Provvidenza.

Radio Maria infatti è percepita dai suoi ascoltatori, decine di milioni in Italia e nel mondo, come un dono della Regina della pace , che Lei ha voluto, ha guidato e ha diffuso, moltiplicandolo nelle lingue più sconosciute e arrivando nei luoghi più emarginati, con 125 sedi di trasmissione, ognuna dei quali guidata da un sacerdote della Chiesa cattolica.

Questa impostazione ha  permesso  a Radio Maria di espandersi in soli tre  anni in tutta  Italia e successivamente  nei cinque continenti. 

Nel frattempo P. Livio ha stilato un Documento sulla Identità  di Radio Maria, che ne precisa il carisma di emittente cattolica e mariana, a cui si devono ispirare tutte   le Radio Maria del  mondo.

P.Livio conduce personalmente numerose trasmissioni radiofoniche, in particolare la “Lettura cristiana della cronaca e della storia”, la catechesi ogni mattina dal lunedì al venerdì, la catechesi giovanile il venerdì sera, la riflessione sui vangeli festivi, i commenti ai messaggi della Regina della Pace, la telefonata con Marija di  Medjugorje  per il messaggio della Regina della Pace del 25 di ogni mese ed altri programmi radiofonici alimentati da numerose pubblicazioni (oltre 130 libri).

Nella “Lettura cristiana della cronaca e della storia”, la più seguita trasmissione di Radio Maria iniziata nel 1988, P. Livio commenta, alla luce della rivelazione cristiana e dei messaggi della Regina della Pace, le notizie apparse sui principali quotidiani italiani e siti on line. Gli argomenti affrontati coprono l’attualità religiosa e riguardano temi eticamente sensibili italiani ed esteri.

Padre Livio è molto attivo anche sui social. Il 25 Ottobre 2021 ha dato inizio  a  un Blog (blogdipadrelivio.it) dal  titolo:  “Vi supplico Convertitevi”(Regina della  pace) con interventi quotidiani e decine di migliaia di utenti.

Nel suo incarico di Director’s Adviser Padre Livio guida l’Ufficio Editoriale della Famiglia Mondiale di Radio Maria, vigila sul carisma e la sua attuazione, offre conferenze di formazione in occasione di incontri continentali e mondiali e incontra personalmente i Sacerdoti candidati a divenire Direttori.

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Papa Francesco, Urbi et Orbi di Pasqua:

“Oggi più che mai abbiamo bisogno del Risorto”

Quaresima che sembra non avere fine” quella che ha colpito il mondo, dalla pandemia alla guerra scoppiata nel cuore dell’Europa, che si aggiunge ai conflitti in Medio Oriente, in Asia, in situazioni del mondo dove la Santa Sede è presene anche quando non c’è nessuno. E proprio per questo, oggi più che mai “abbiamo bisogno del Crocifisso Risorto”, sottolinea Papa Francesco nel tradizionale messaggio Urbi et Orbi di Pasqua. Una “Pasqua di guerra”, dice il Papa, di fronte alla quale “anche i nostri occhi sono increduli”.

È una Pasqua che vediamo “con gli occhi increduli” come i discepoli di fronte al sudario, perché “è una Pasqua di guerra” – dice Papa Francesco – e abbiamo visto “troppo sangue, troppa violenza”, mentre i nostri cuori “si sono riempiti di paura e angoscia” e “tanti nostri fratelli e sorelle si sono dovuti chiudere dentro per difendersi dalle bombe”.

Una situazione in cui “facciamo fatica a credere che Gesù sia veramente risorto”. Eppure, sottolinea con forza Papa Francesco, la Resurrezione “non è una illusione”. E allora “oggi più che mai abbiamo bisogno di Lui, al termine di una Quaresima che sembra non voler finire”, perché dopo due anni di pandemia “stiamo dimostrando che in noi c’è ancora lo spirito di Caino, che guarda Abele non come un fratello, ma come un rivale, e pensa come eliminarlo”.

Papa Francesco afferma, allora che “abbiamo bisogno del Crocifisso Risorto per credere nella vittoria dell’amore, per sperare nella riconciliazione”, perché solo Gesù può “venire in mezzo a noi” a dire “pace a lui”, come solo lui ha il diritto di fare perché “porta le piaghe, le nostre piaghe”, ovvero “nostre perché procurate a Lui da noi, dai nostri peccati, dalla nostra durezza di cuore, dall’odio fratricida” e “perché Lui le porta per noi, non le ha cancellate dal suo Corpo glorioso, ha voluto tenerle, portarle in sé per sempre”.

Queste piaghe “sono un sigillo incancellabile del suo amore per noi”, e sono “il segno della lotta che Lui ha combattuto e vinto per noi, con le armi dell’amore, perché noi possiamo avere pace, essere in pace, vivere in pace”.

Papa Francesco chiede di “lasciare entrare la pace di Cristo nelle nostre vite, nelle nostre case, nei nostri Paesi”. E per la prima volta dopo tanti anni, non è più la Siria a cominciare la lista degli scenari di conflitto, ma “la martoriata Ucraina, così duramente provata dalla violenza e dalla distruzione della guerra crudele e insensata in cui è stata trascinata”.

Papa Francesco esclama: “Su questa terribile notte di sofferenza e di morte sorga presto una nuova alba di speranza! Si scelga la pace. Si smetta di mostrare i muscoli mentre la gente soffre”.

Il Papa chiede di “non abituarsi alla guerra”, esorta ad impegnarsi “a chiedere a gran voce la pace, dai balconi, per le strade”, invita “chi ha la responsabilità delle Nazioni” ad ascoltare “il grido di pace della gente,” e in particolare alla domanda scritta nel manifesto “Russel Einstein” del 9 luglio 1955”: “Metteremo fine al genere umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra?”.

Papa Francesco dice di portare nel cuore “tutte le numerose vittime ucraine, i milioni di rifugiati e di sfollati interni, le famiglie divise, gli anziani rimasti soli, le vite spezzate e le città rase al suolo”, afferma di avere “negli occhi lo sguardo dei bambini rimasti orfani e che fuggono dalla guerra”, e dice che in quei bambini c’è il grido di dolore di tanti bambini che soffrono nel mondo, per fame, assenze di cure, perché sono vittime di abusi o violenze o anche quelli cui è stato negato il diritto di nascere”.

Papa Francesco guarda però anche ai “segni incoraggianti, come le porte aperte di tante famiglie e comunità che in tutta Europa accolgono migranti e rifugiati”, atti di carità che devono diventare “una benedizione per le nostre società, talvolta degradate da tanto egoismo e individualismo” e contribuire “a renderle accoglienti per tutti”.

Se gli occhi sono al conflitto prossimo, per Papa Francesco non si devono dimenticare anche altre situazioni conflitto. Anzi, questo conflitto ci deve rendere “più solleciti anche davanti ad altre situazioni di tensione, sofferenza e dolore, che interessano troppe regioni del mondo e non possiamo né vogliamo dimenticare”. (Aci Stampa)

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INNO PASQUALE


Sfolgora il sole di Pasqua,
risuona il cielo di canti,
esulta di gioia la terra.

Dagli abissi della morte
Cristo ascende vittorioso
insieme agli antichi padri.

Accanto al sepolcro vuoto
invano veglia il custode:
il Signore è risorto.

O Gesù, re immortale,
unisci alla tua vittoria
i rinati nel battesimo.

Irradia sulla tua Chiesa,
pegno d’amore e di pace,
la luce della tua Pasqua.

Sia gloria e onore a Cristo,
al Padre e al Santo Spirito
ora e nei secoli eterni. Amen.

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Nuovo appello di Francesco: la guerra è un oltraggio a Dio

Ancora una volta papa Francesco definisce «l’aggressione armata di questi giorni» come «un oltraggio a Dio, un tradimento blasfemo del Signore della Pasqua». Parole chiare e dure allo stesso tempo che ha scelto di pronunciare ieri mattina nell’udienza generale che precede il Triduo pasquale, tornando a parlare di pace che, sottolinea con forza il Pontefice, «non deve essere un intervallo tra le guerre », bensì deve partire dal «dono di sé». È questa la pace di Gesù, che «non sovrasta gli altri, non è mai una pace armata. Le armi del Vangelo sono la preghiera, la tenerezza, il perdono e l’amore gratuito al prossimo». Quell’amore che molte nazioni stanno mostrando verso i profughi che fuggono dall’Ucraina.

Data di pubblicazione: 14 Aprile 2022 – AVVENIRE

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Siamo al centro della Settimana Santa, che si snoda dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Pasqua. Entrambe queste domeniche si caratterizzano per la festa che viene fatta intorno a Gesù. Ma sono due feste diverse.

Domenica scorsa abbiamo visto Cristo entrare solennemente a Gerusalemme, come una festa, accolto come Messia: e per Lui vengono stesi sulla strada mantelli (cfr Lc 19,36) e rami tagliati dagli alberi (cfr Mt 21,8). La folla esultante benedice a gran voce «colui che viene, il re», e acclama: «Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli» ( Lc 19,38). Quella gente là festeggia perché vede nell’ingresso di Gesù l’arrivo di un nuovo re, che avrebbe portato pace e gloria. Ecco qual era la pace attesa da quella gente: una pace gloriosa, frutto di un intervento regale, quello di un messia potente che avrebbe liberato Gerusalemme dall’occupazione dei Romani. Altri, probabilmente, sognavano il ristabilimento di una pace sociale e vedevano in Gesù il re ideale, che avrebbe sfamato le folle di pani, come aveva già fatto, e operato grandi miracoli, portando così più giustizia nel mondo. Ma Gesù non parla mai di questo. Ha davanti a sé una Pasqua diversa, non una Pasqua trionfale. L’unica cosa a cui tiene per preparare il suo ingresso a Gerusalemme è cavalcare «un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno» (v. 30). Ecco come Cristo porta la pace nel mondo: attraverso la mansuetudine e la mitezza, simboleggiate da quel puledro legato, su cui nessuno era salito. Nessuno, perché il modo di fare di Dio è diverso da quello del mondo. Gesù, infatti, appena prima di Pasqua, spiega ai discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace non come la dà il mondo, io la do a voi» ( Gv 14,27). Sono due modalità diverse: un modo come il mondo ci dà la pace e un modo come Dio ci dà la pace. Sono diversi.

La pace che Gesù ci dà a Pasqua non è la pace che segue le strategie del mondo, il quale crede di ottenerla attraverso la forza, con le conquiste e con varie forme di imposizione. Questa pace, in realtà, è solo un intervallo tra le guerre: lo sappiamo bene. La pace del Signore segue la via della mitezza e della croce: è farsi carico degli altri. Cristo, infatti, ha preso su di sé il nostro male, il nostro peccato e la nostra morte. Ha preso su di sé tutto questo. Così ci ha liberati. Lui ha pagato per noi. La sua pace non è frutto di qualche compromesso, ma nasce dal dono di sé. Questa pace mite e coraggiosa, però, è difficile da accogliere. Infatti, la folla che osannava Gesù è la stessa che dopo pochi giorni grida “Crocifiggilo” e, impaurita e delusa, non muove un dito per Lui.

A questo proposito, è sempre attuale un grande racconto di Dostoevskij, la cosiddetta Leggenda del Grande Inquisitore. Si narra di Gesù che, dopo vari secoli, torna sulla Terra. Subito è accolto dalla folla festante, che lo riconosce e lo acclama. “Ah, sei tornato! Vieni, vieni con noi!”. Ma poi viene arrestato dall’Inquisitore, che rappresenta la logica mondana. Questi lo interroga e lo critica ferocemente. Il motivo finale del rimprovero è che Cristo, pur potendo, non ha mai voluto diventare Cesare, il più grande re di questo mondo, preferendo lasciare libero l’uomo anziché soggiogarlo e risolverne i problemi con la forza. Avrebbe potuto stabilire la pace nel mondo, piegando il cuore libero ma precario dell’uomo in forza di un potere superiore, ma non ha voluto: ha rispettato la nostra libertà. «Tu – dice l’Inquisitore a Gesù –, accettando il mondo e la porpora dei Cesari, avresti fondato il regno universale e dato la pace universale » ( I fratelli Karamazov, Milano 2012, 345); e con sentenza sferzante conclude: «Se c’è qualcuno che ha meritato più di tutti il nostro rogo, sei proprio Tu» (348). Ecco l’inganno che si ripete nella storia, la tentazione di una pace falsa, basata sul potere, che poi conduce all’odio e al tradimento di Dio e a tanta amarezza nell’anima.

Alla fine, secondo questo relato, l’Inquisitore vorrebbe che Gesù «gli dicesse qualche cosa, magari anche qualche cosa di amaro, di terribile». Ma Cristo reagisce con un gesto dolce e concreto: «gli si avvicina in silenzio, e lo bacia dolcemente sulle vecchie labbra esangui» (352). La pace di Gesù non sovrasta gli altri, non è mai una pace armata: mai! Le armi del Vangelo sono la preghiera, la tenerezza, il perdono e l’amore gratuito al prossimo, l’amore a ogni prossimo. È così che si porta la pace di Dio nel mondo. Ecco perché l’aggressione armata di questi giorni, come ogni guerra, rappresenta un oltraggio a Dio, un tradimento blasfemo del Signore della Pasqua, un preferire al suo volto mite quello del falso dio di questo mondo. Sempre la guerra è un’azione umana per portare all’idolatria del potere.

Gesù, prima della sua ultima Pasqua, disse ai suoi: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore » ( Gv 14,27). Sì, perché mentre il potere mondano lascia solo distruzione e morte – lo abbiamo visto in questi giorni –, la sua pace edifica la storia, a partire dal cuore di ogni uomo che la accoglie. Pasqua è allora la vera festa di Dio e dell’uomo, perché la pace, che Cristo ha conquistato sulla croce nel dono di sé, viene distribuita a noi. Perciò il Risorto, il giorno di Pasqua, appare ai discepoli e come li saluta? «Pace a voi!» ( Gv 20,19.21). Questo è il saluto di Cristo vincitore, di Cristo risorto.

Fratelli, sorelle, Pasqua significa “passaggio”. È, soprattutto quest’anno, l’occasione benedetta per passare dal dio mondano al Dio cristiano, dall’avidità che ci portiamo dentro alla carità che ci fa liberi, dall’attesa di una pace portata con la forza all’impegno di testimoniare concretamente la pace di Gesù. Fratelli e sorelle, mettiamoci davanti al Crocifisso, sorgente della nostra pace, e chiediamogli la pace del cuore e la pace nel mondo.

Nel discorso in lingua italiana, alla vigilia del Triduo pasquale, il Papa ha incentrato la sua riflessione sul tema: “La pace di Pasqua” (Lettura: Gv 14,27).

«La pace non è un intervallo tra due conflitti». «Le armi del Vangelo sono preghiera, tenerezza perdono e amore»

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LA PAROLA DEL PAPA:

IL CORAGGIO DI FAR PACE

Editoriale Avvenire 13 Aprile 2022

L’odio, prima che sia troppo tardi, va estirpato dai cuori. E per farlo c’è bisogno di dialogo, di negoziato, di ascolto, di capacità e di creatività diplomatica, di politica lungimirante capace di costruire un nuovo sistema di convivenza che non sia più basato sulle armi, sulla potenza delle armi, sulla deterrenza. Ogni guerra rappresenta non soltanto una sconfitta della politica, ma anche una resa vergognosa di fronte alle forze del male.

Nel novembre 2019, a Hiroshima, città simbolo della Seconda guerra mondiale i cui abitanti furono trucidati, insieme a quelli di Nagasaki, da due bombe nucleari, ho ribadito che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune. L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche.

Chi poteva immaginare che meno di tre anni dopo lo spettro di una guerra nucleare si sarebbe affacciato in Europa? Così, passo dopo passo, ci avviamo verso la catastrofe. Pezzo dopo pezzo il mondo rischia di diventare il teatro di una unica Terza guerra mondiale. Cui si avvia come fosse ineluttabile.

Invece dobbiamo ripetere con forza: no, non è ineluttabile! No, la guerra non è ineluttabile! Quando ci lasciamo divorare da questo mostro rappresentato dalla guerra, quando permettiamo a questo mostro di alzare la testa e di guidare le nostre azioni, pèrdono tutti, distruggiamo le

creature di Dio, commettiamo un sacrilegio e prepariamo un futuro di morte per i nostri figli e i nostri nipoti.

La cupidigia, l’intolleranza, l’ambizione di potere, la violenza, sono motivi che spingono avanti la decisione bellica, e questi motivi sono spesso giustificati da un’ideologia bellica che dimentica l’incommensurabile dignità della vita umana, di ogni vita umana, e il rispetto e la cura che le dobbiamo.

Di fronte alle immagini di morte che ci arrivano dall’Ucraina è difficile sperare.

Eppure ci sono segni di speranza. Ci sono milioni di persone che non aspirano alla guerra, che non giustificano la guerra, ma chiedono pace. Ci sono milioni di giovani che ci chiedono di fare di tutto, il possibile e l’impossibile, per fermare la guerra, per fermare le guerre. È pensando innanzitutto a loro, ai giovani, e ai bambini, che dobbiamo ripetere insieme: mai più la guerra. E insieme impegnarci a costruire un mondo che sia più pacifico perché più giusto, dove a trionfare sia la pace, non la follia della guerra; la giustizia e non l’ingiustizia della guerra; il perdono reciproco e non l’odio che divide e che ci fa vedere nell’altro, nel diverso da noi, un nemico.

Mi piace qui citare un pastore d’anime italiano, il venerabile don Tonino Bello, vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, in Puglia, instancabile profeta di pace, il quale amava ripetere: i conflitti e tutte le guerre «trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti»

Quando cancelliamo il volto dell’altro, allora possiamo far crepitare il rumore delle armi. Quando l’altro, il suo volto come il suo dolore, ce lo teniamo davanti agli occhi, allora non ci è permesso sfregiarne la dignità con la violenza. Nell’enciclica «Fratelli tutti» ho proposto di usare il denaro che si impiega nelle armi e in altre spese militari per costituire un Fondo mondiale destinato a eliminare finalmente la fame e a favorire lo sviluppo dei Paesi più poveri, così che i loro abitanti non ricorrano a soluzioni violente o ingannevoli e non siano costretti ad abbandonare i loro Paesi per cercare una vita più dignitosa.

Rinnovo questa proposta anche oggi, soprattutto oggi. Perché la guerra va fermata, perché le guerre vanno fermate e si fermeranno soltanto se noi smetteremo di ‘alimentarle’.

Francesco

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L’estremo monito di Primo Levi sull’abisso oscuro della Bomba

DANIELA PADOAN – AVVENIRE – 12 Aprile 2022

Potenti anche nel nostro oggi le riflessioni «nucleari» del grande scrittore sopravvissuto ai campi di sterminio. Come mai, si chiedeva, non pensiamo al rischio atomico? E meno di tutti ci pensano i giovani, che sono nati nell’era atomica e sembrano accettare come naturale l’equilibrio del terrore?

Trentacinque anni fa, l’11 aprile 1987, moriva Primo Levi. La sua figura e i suoi scritti, il suo instancabile riflettere sull’enormità che aveva visto e patito nel campo di concentramento e sterminio di Auschwitz – un’enormità che si era ripresentata fino alla fine dei suoi giorni nel suono scabro del comando del Lager, Wastawac! Alzarsi!, a interrompere la fragile normalità del ‘dopo’ – continuano a parlarci in questi giorni di guerra e allarme atomico, con la voce pacata e implacabile di chi ha visto il precipizio della nostra cultura nelle file di esseri umani destinati alla camera a gas.

Si è molto discusso se la sua morte, nel vuoto della tromba delle scale, fosse da attribuire a un malore o a un atto di volontà. Nel suo racconto Verso Occidente, del 1971, uno studioso cerca di capire il motivo della fine dei lemming, lambiccandosi sul perché un essere vivente dovrebbe voler morire, ma anche sul perché dovrebbe sempre voler vivere.

Benché l’abitudine a vivere si contragga nascendo, l’amore per la vita si può perdere, «lo possono perdere anche gruppi di individui, epoche, nazioni, famiglie »; e «fra chi possiede l’amore di vita e chi lo ha smarrito non esiste un linguaggio comune», conclude il protagonista, che morirà travolto dalla corsa dei lemming verso il mare. 

«Non ho mai avuto fiducia nell’istinto morale dell’umanità, nell’uomo buono naturaliter », disse Levi in una delle prime interviste rilasciate al ritorno dalla prigionia, dopo un lungo viaggio attraverso l’Europa ridotta in frantumi, «ma credevo che la storia si potesse interpretare in funzione di utilità.

Invece, chi consideri la storia di ieri non può non restare perplesso davanti alla strage fine a se stessa, al di fuori di ogni vantaggio privato o collettivo, scaturita soltanto da un odio di natura zoologica, anzi, biologica, affermato, inculcato, nutrito, lodato come tale ».

È questo odio, apparentemente addomesticato e sempre pronto a rinascere, al cui termine stanno il Lager e la morte di massa, che Levi non ha mai smesso di indicarci, nella disperata speranza che la consapevolezza possa trasformarsi in azione morale e politica. La possibilità del ritorno di una guerra, questa volta atomica, segna la sua opera.

«È lecito a un incompetente, inerme, ingenuo, ma non del tutto ine- sperto dei mali del mondo, dire qualche parola a titolo personale sulla questione delle questioni, quella della minaccia nucleare? », scrive con ironia abissale nel 1985 nel breve saggio I padroni del destino.

Come mai non pensiamo al rischio atomico, si chiedeva, o ci pensiamo poco? E meno di tutti ci pensano i giovani, che sono nati nell’era atomica e sembrano accettare come naturale l’attuale equilibrio del terrore? Perché, rispondeva, tendiamo a rimuovere le angosce, soprattutto quella connessa alla nostra morte individuale, e «perché tutti abbiamo da risolvere problemi più urgenti, la fame nel mondo, il nostro destino prossimo, la malattia, i disagi, l’incertezza del diritto e del lavoro».

E anche per un cauto ottimismo dato da trascorsi «dal momento in cui la pila di Fermi ha cominciato a funzionare, dimostrandoci ad un tempo che l’umanità potrà in futuro disporre di quantità illimitate di energia, e che l’energia sviluppata dalla trasmutazione di pochi grammi di materia è stata sufficiente a distruggere due città in pochi attimi, e a creare una somma non misurabile di dolore umano».

In questa letale mistura di tracotanza e indifferenza, con immutata fede nella tecnosfera, come petulanti sonnambuli camminiamo sul precipizio, ignari del terreno smisurato su cui la guerra si gioca: la disseminazione del nucleare civile e bellico, e la minaccia atomica – un’atomica tattica, come se le parole potessero indebolire, ingannare la realtà di ciò che viene pronunciato con sempre maggiore frequenza nei talk show, tra una pubblicità e l’altra.

In Russia, un presidente ha dichiarato lo stato di massima allerta per le forze di deterrenza nucleare; negli Stati Uniti d’America, un presidente ha parlato di revisione della dottrina del first nuclear strike; in Italia, in u- na cittadina in provincia di Brescia e in un piccolo Comune in provincia di Pordenone, sarebbero depositate ‘in conto terzi’ almeno settanta bombe atomiche che, come detto lapidariamente dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, ci rendono un bersaglio potenziale: «Non è accettabile per la Russia che alcuni Paesi europei ospitino armi nucleari degli Stati Uniti».

Lo stesso Ministero della Difesa italiano, in un rapporto segreto rivelato da Greenpeace nel 2020, spiegava che un attentato alle basi di Aviano e Ghedi provocherebbe da due a dieci milioni di vittime, a seconda della dispersione di polveri radioattive data dal vento e dalla tempestività degli interventi. 

Sulla scena mondiale, scriveva Levi in I padroni del destino, «appaiono ed agiscono uomini grigi, vaghi, effimeri, privi di demonismo e carisma […]. A questi scialbi padroni dei nostri destini – che essi siano realmente stati, o solo apparentemente, o per nulla affatto, eletti dalla volontà dei popoli – sono concessi potenziali decisionali enormi: nelle stanze dei bottoni ci sono loro e solo loro.

Su di loro dobbiamo influire, da loro dobbiamo farci sentire, da ogni angolo del mondo, con tutti i mezzi possibili, con tutte le iniziative, anche le più strane e ingenue, che la nostra fantasia potrà inventare». Per esempio, poiché non siamo una specie stupida, per quale motivo non dovremmo essere «ca- paci di erodere le barriere poliziesche e di trasmetterci, da popolo a popolo, la nostra volontà di pace?».

La paura nucleare è nuova, nella storia umana, rifletteva di nuovo in Eclissi dei profeti, è «strana e informe: è troppo vasta per essere razionalmente accettata. Non ci pesa addosso come sarebbe da aspettarsi: ha assunto la forma di un oscuro disagio, dovuto alla novità della nostra condizione, alla quale non siamo preparati. Siamo privi dell’unico strumento che ci aiuta a stimare la probabilità di un evento futuro, cioè il conteggio di quante volte e in quali circostanze esso si è verificato in passato ».

Nel nostro spaesamento, nell’inconoscibilità dell’avvenire che scoraggia ogni progetto a lungo termine, abbiamo tuttavia una lezione da apprendere. «Nessun profeta ardisce più rivelarci il nostro domani, e questa, l’eclissi dei profeti, è una medicina amara ma necessaria. Il domani dobbiamo costruircelo noi, alla cieca, a tentoni; costruirlo dalle radici, senza cedere alla tentazione di ricomporre i cocci degli idoli frantumati, e senza costruircene di nuovi».

Non ideologie, non leader carismatici, non costruzioni manichee del nemico, mentre vaghiamo sul bordo del baratro, ma l’assunzione che purtroppo ‘questo è stato’, come un patto fondativo, a difesa dalla natura intrinseca del dominio totalitario, oppressione che porta a rendere gli uomini compiutamente superflui. 

Nella poesia La bambina di Pompei, Primo Levi abbraccia la «fanciulla scarna» sorpresa dall’eruzione, stretta convulsamente alla madre («quasi volessi rientrare in lei / quando il meriggio si è fatto nero. / Invano, perché l’aria volta in veleno / è filtrata a cercarti per le finestre serrate»), per poi rivolgersi alla «fanciulla d’Olanda» ridotta a «cenere muta», e alla scolara di Hiroshima, «ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli»

Davanti a queste immagini, la voce di Levi assume la feroce consapevolezza della possibilità dell’olocausto atomico, e di nuovo si leva il suo monito: «Potenti della terra padroni di nuovi veleni, / Tristi custodi segreti del tuono definitivo, / Ci bastano d’assai le afflizioni donate dal cielo. / Prima di premere il dito, fermatevi e considerate».

L’uomo che aveva visto il precipizio della nostra cultura nelle file di esseri umani destinati alla camera a gas, in più scritti lanciò l’allarme sul rischio di una catastrofe per l’umanità Un attentato alle basi di Aviano e Ghedi provocherebbe da due a dieci milioni di vittime, a seconda della dispersione di polveri.

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Ucraina, il Papa: inizi una tregua pasquale per la pace non per ricaricare le armi

Un forte appello per la cessazione delle ostilità nel cuore dell’Europa: Francesco rivolge il suo pensiero ad “una guerra che ogni giorno ci pone davanti agli occhi stragi efferate e atroci crudeltà compiute contro civili inermi”. Sottolinea che cercando di vincere “alla maniera del mondo si perde soltanto”. L’invito è a fermare le armi – precisa – unicamente per far prevalere “il bene della gente”

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Con un richiamo all’Annunciazione e alla consapevolezza che “nulla è impossibile a Dio”, Papa Francesco chiede di “far cessare una guerra di cui non si vede la fine, una guerra che ogni giorno ci pone davanti agli occhi stragi efferate e atroci crudeltà compiute contro civili inermi”. Lo fa prima della recita dell’Angelus, al termine della celebrazione in Piazza San Pietro della Domenica delle Palme: 

Siamo nei giorni che precedono la Pasqua. Ci stiamo preparando a celebrare la vittoria del Signore Gesù Cristo sul peccato e sulla morte. Sul peccato e sulla morte, non su qualcuno e contro qualcun altro. Ma oggi c’è la guerra. Perché si vuole vincere così, alla maniera del mondo? Così si perde soltanto. 

Il Papa: nella follia della guerra si torna a crocifiggere Cristo

Il richiamo alla vittoria di Cristo oltre le logiche umane:

Perché non lasciare che vinca Lui? Cristo ha portato la croce per liberarci dal dominio del male. È morto perché regnino la vita, l’amore, la pace.

L’invocazione per una tregua pasquale

Francesco torna a far risuonare il forte appello lanciato sin dall’inizio del conflitto a far prevalere il bene della gente:

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