"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Il Papa scrive agli ucraini: “Siete un popolo nobile e martire”

26 NOV 2022-IL FOGLIO

Pubblichiamo un lungo estratto della lettera che il Pontefice Bergoglio ha inviato al popolo ucraino a nove mesi dallo scoppio dell’invasione da parte della Russia di Putin

Cari fratelli e sorelle ucraini! Sulla vostra terra, da nove mesi, si è scatenata l’assurda follia della guerra. Nel vostro cielo rimbombano senza sosta il fragore sinistro delle esplosioni e il suono inquietante delle sirene. Le vostre città sono martellate dalle bombe mentre piogge di missili provocano morte, distruzione e dolore, fame, sete e freddo. Nelle vostre strade tanti sono dovuti fuggire, lasciando case e affetti.

Accanto ai vostri grandi fiumi scorrono ogni giorno fiumi di sangue e di lacrime. Io vorrei unire le mie lacrime alle vostre e dirvi che non c’è giorno in cui non vi sia vicino e non vi porti nel mio cuore e nella mia preghiera. Il vostro dolore è il mio dolore. Nella croce di Gesù oggi vedo voi, voi che soffrite il terrore scatenato da questa aggressione. Sì, la croce che ha torturato il Signore rivive nelle torture rinvenute sui cadaveri, nelle fosse comuni scoperte in varie città, in quelle e in tante altre immagini cruente che ci sono entrate nell’anima, che fanno levare un grido: perché? Come possono degli uomini trattare così altri uomini?

Nella mia mente ritornano molte storie tragiche di cui vengo a conoscenza. Anzitutto quelle dei piccoli: quanti bambini uccisi, feriti o rimasti orfani, strappati alle loro madri! Piango con voi per ogni piccolo che, a causa di questa guerra, ha perso la vita, come Kira a Odessa, come Lisa a Vinnytsia, e come centinaia di altri bimbi: in ciascuno di loro è sconfitta l’umanità intera. Ora essi sono nel grembo di Dio, vedono i vostri affanni e pregano perché abbiano fine. Ma come non provare angoscia per loro e per quanti, piccoli e grandi, sono stati deportati? È incalcolabile il dolore delle madri ucraine.

Penso poi a voi, giovani, che per difendere coraggiosamente la patria avete dovuto mettere mano alle armi anziché ai sogni che avevate coltivato per il futuro; penso a voi, mogli, che avete perso i vostri mariti e mordendo le labbra continuate nel silenzio, con dignità e determinazione, a fare ogni sacrificio per i vostri figli; a voi, adulti, che cercate in ogni modo di proteggere i vostri cari; a voi, anziani, che invece di trascorrere un sereno tramonto siete stati gettati nella tenebrosa notte della guerra; a voi, donne che avete subito violenze e portate grandi pesi nel cuore; a tutti voi, feriti nell’anima e nel corpo.

Vi penso e vi sono vicino con affetto e con ammirazione per come affrontate prove così dure. E penso a voi, volontari, che vi spendete ogni giorno per il popolo; a voi, Pastori del popolo santo di Dio, che – spesso con grande rischio per la vostra incolumità – siete rimasti accanto alla gente, portando la consolazione di Dio e la solidarietà dei fratelli, trasformando con creatività luoghi comunitari e conventi in alloggi dove offrire ospitalità, soccorso e cibo a chi versa in condizioni difficili. 

Ancora, penso ai profughi e agli sfollati interni, che si trovano lontano dalle loro abitazioni, molte delle quali distrutte; e alle Autorità, per le quali prego: su di loro incombe il dovere di governare il paese in tempi tragici e di prendere decisioni lungimiranti per la pace e per sviluppare l’economia durante la distruzione di tante infrastrutture vitali, in città come nelle campagne.

Cari fratelli e sorelle, in tutto questo mare di male e di dolore – a novant’anni dal terribile genocidio dell’Holodomor  –, sono ammirato del vostro buon ardore. Pur nell’immane tragedia che sta subendo, il popolo ucraino non si è mai scoraggiato o abbandonato alla commiserazione. Il mondo ha riconosciuto un popolo audace e forte, un popolo che soffre e prega, piange e lotta, resiste e spera: un popolo nobile e martire.

 Io continuo a starvi vicino, con il cuore e con la preghiera, con la premura umanitaria, perché vi sentiate accompagnati, perché non ci si abitui alla guerra, perché non siate lasciati soli oggi e soprattutto domani, quando verrà forse la tentazione di dimenticare le vostre sofferenze.

In questi mesi, nei quali la rigidità del clima rende quello che vivete ancora più tragico, vorrei che l’affetto della Chiesa, la forza della preghiera, il bene che vi vogliono tantissimi fratelli e sorelle ad ogni latitudine siano carezze sul vostro volto. Tra poche settimane sarà Natale e lo stridore della sofferenza si avvertirà ancora di più.

Ma vorrei tornare con voi a Betlemme, alla prova che la Sacra Famiglia dovette affrontare in quella notte, che sembrava solo fredda e buia. Invece, la luce arrivò: non dagli uomini, ma da Dio; non dalla terra, ma dal Cielo.

Francesco

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Dugin contro Putin, il giallo del post subito rimosso: «Paga con la vita il sovrano che non ci salva»

di Redazione Online – Corriere della Sera 12-11-2022

Il filosofo Aleksander Dugin avrebbe attaccato il presidente Putin in un post poi cancellato, usando frasi durissime dopo la ritirata da Kherson. Mentre Solovyov, «megafono» della propaganda, chiede «un esercito più grande» e «il pugno di ferro» per risolvere i «gravi problemi» della campagna in Ucraina

In una autocrazia «diamo al sovrano pienezza assoluta dei poteri per salvarci tutti», quindi «pieni poteri in caso di successo, ma anche totalità delle responsabilità in caso di fallimento».
A scriverlo su Telegram sarebbe stato il filosofo Alexander Dugin in quello che — secondo quanto riportato dal Mirror, un tabloid britannico — è stato un duro attacco a Vladimir Putin dopo la ritirata a Kherson.
Secondo il quotidiano britannico, il post — di due giorni fa — è stato rimosso «poco dopo essere stato messo online».
Nel post, Dugin — che ha perso la figlia in un clamoroso attentato organizzato, secondo quanto riportato dal New York Times, da elementi dell’intelligence ucraina — avrebbe specificato di non avere «niente contro Surovikin», ossia il capo delle operazioni militari in Ucraina.
«Il colpo», avrebbe scritto, «non è diretto a lui. È un colpo per voi-sapete-chi».
Nel suo post, Dugin avrebbe fatto riferimento a una storia citata nel libro di James Frazer «Il ramo d’oro», nella quale un sovrano viene ucciso e sventrato perché non è riuscito a riportare la pioggia, ponendo fine a una lunga siccità.
«Se il sovrano si circonda di mer…, o se sputa sulla giustizia sociale, questo non è piacevole. ma è accettabile se il sovrano ci salva. Se no — il destino del “re delle piogge”».
«Quanto avvenuto non è semplicemente un tradimento: è un passo verso l’Armageddon», avrebbe scritto. «Le condizioni dell’Occidente, questa civiltà satanica, non saranno mai accettabili per Mosca. Questo significa che ci resta a disposizione il nostro arsenale di atomiche tattiche e strategiche. Questo è il punto finale».

«Abbiamo già fatto molte correzioni e modifiche all’operazione militare speciale: non ha funzionato. L’ultima risorsa è l’ideologia. Quella vera, non quella che l’amministrazione presidenziale, spaventata a morte da quanto sta accadendo, tenta di venderci. Basta girarci intorno: serve l’Idea Russa. Solo questo. È stupido pensare alla possibilità della distruzione di tutta l’umanità solo per paura dell’Idea Russa, della nostra ideologia. Non c’è altro modo: le autorità russe non possono ritirarsi da altro, il limite è ormai stato raggiunto. La guerra deve diventare una vera, e piena, guerra del popolo. Ma perché questo avvenga, lo Stato deve tornare a essere del popolo — russo, cioè. E non come è oggi».

Il malumore di Solovyov

Il malumore dei fedelissimi di Putin di fronte alla ritirata da Kherson non è visibile solo attraverso il misterioso post di Dugin. Anche Vladimir Solovyov, uno dei principali megafoni della propaganda russa, ha detto in tv che «la Russia ha bisogo di un esercito più grande, in grado di sostenere una guerra a tutto campo in Europa».
Non solo: chiede che i «gravi problemi» insorti nell’operazione militare, «ormai in stallo», vengano «risolti con il pugno di ferro», e che gli obiettivi originari devono rimanere gli stessi.

Il rischio per Putin

La situazione, per Putin, presenta ora più di una criticità, secondo quanto riportato da Steve Rosenberg, corrispondente da Mosca della Bbc.
Che — nella sua rassegna stampa del 10 novembre — già segnalava l’editoriale della Nezavisimaya Gazeta che prendeva sì le mosse da quanto accaduto a Kherson, per poi allargare però il discorso. Il titolo dell’editoriale è: «Sull’infallibità di chi è al potere». «Il nostro sistema si fonda sulla ricerca di un grande leader. A lui viene concesso il diritto di decidere le priorità politiche ed economiche. Le sue decisioni non si discutono. Ma questo comporta che lui non possa fare errori, perché non c’è alcun meccanismo per correggerli. È come se un leader che ammettesse di aver fatto errori compromettesse il suo status, e facesse dubitare delle sue qualità le persone che ha intorno. Ma se questa è la percezione del potere, è molto difficile organizzare una politica normale, nella quale uno dei compiti principali sarebbe quello di correggere gli errori per tempo. La politica, in un ambiente come quello attuale, porta inevitabilmente a narrazioni propagandistiche che, a loro volta, non vengono corrette».

In un articolo sulla Bbc — intitolato «Putin non può sfuggire alle conseguenze del ritiro russo in Ucraina» — Rosenberg spiega poi quale sia l’enorme problema che ora Putin si trova di fronte.
Il presidente russo ha cercato in tutti i modi di distanziarsi dalla decisione di ritirarsi da Kherson: non a caso, l’annuncio è arrivato in tv, ma a parlare erano il generale Surovikin — comandante delle forze sul campo — che ha «consigliato» al ministro della Difesa Shoigu di ritirarsi dalla città; e a quel punto, Shoigu ha «accolto» il suggerimento e dato l’ordine alle truppe. «È stato il ministro della Difesa a prendere la decisione, non ho nulla da dire su questo punto», ha commentato infatti il portavoce di Putin, Dmitry Peskov.

Il Cremlino cerca di far sembrare l’esercito responsabile di quanto accaduto. Ma è stato il presidente Putin a ordinare l’invasione dell’Ucraina. Quella che definisce “operazione militare speciale” è stata una sua idea. E prendere le distanze da qualsiasi aspetto di questa operazione non sarà semplice», scrive Rosenberg. «C’è un pericolo per Putin, in questa situazione: un pericolo che c’era già prima della ritirata da Kherson. Gli eventi degli ultimi 9 mesi rischiano di cambiare il modo in cui Putin viene visto in patria: non tanto dal pubblico, quanto — ed è cruciale — dall’élite russa, dalle persone che ha intorno, dalle persone al potere. Per anni hanno visto Putin come un infallibile stratega, come qualcuno in grado di emergere sempre come vincitore. Lo hanno considerato il punto fermo del sistema di cui fanno parte, e che è stato costruito intorno a lui. Ma le vittorie scarseggiano, dal 24 febbraio a oggi.

L’invasione non è andata secondo i piani. Non solo ha portato morte e distruzione in Ucraina, ma ha anche causato significative perdite nell’esercito russo. Putin aveva promesso che soltanto soldati di professione si sarebbero sobbarcati l’onere di combattere: e poi ha mobilitato centinaia di migliaia di cittadini russi perché prendano parte alla guerra. I costi economici sono a loro volta stati considerevoli. Il Cremlino ha sempre dipinto Putin come “mister stabilità”, per la Russia. Ma questa narrazione è diventata ben più complicata, ora».

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Ucraina. Vignarca (Rete pace e Disarmo): “Il momento giusto per dire ‘tacciano le armi e si avvii il negoziato”

5 Novembre 2022 M. Chiara Biagioni -sir

Grande mobilitazione per la pace oggi, 5 novembre, a Roma. A scendere in piazza associazioni locali e nazionali, movimenti, sindacati. Quasi 600 sigle per chiedere il “cessate il fuoco subito” e un “negoziato per la pace”. “Mettiamo al bando tutte le armi nucleari, solidarietà con il popolo ucraino e con le vittime di tutte le guerre”, sarà lo slogan della manifestazione. Per Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne Rete italiana Pace e Disarmo, sarà “una piazza numerosa e allargata” perché “per lavorare alla pace, c’è bisogno di tutti”

“Siamo in un momento cruciale che vede da una parte l’escalation della guerra convenzionale che provoca sempre più morti e dall’altra il possibile e reale rischio di una minaccia nucleare. Ancora di più oggi, ci sembra il momento giusto per dire: cessate il fuoco e avvio dei negoziati”. Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne Rete italiana Pace e Disarmo, spiega così al Sir le motivazioni che spingono un numero sempre crescente di associazioni, organizzazioni e movimenti a scendere oggi in piazza per chiedere – qui il testo della “piattaforma” – all’Italia, all’Unione europea e agli Stati membri e alle Nazioni Unite di “assumersi la responsabilità del negoziato per fermare l’escalation e raggiungere l’immediato cessate il fuoco”. Una manifestazione nazionale organizzata da Europe for Peace, a cui aderiscono quasi 600 sigle. Alle 13 – spiega al Sir Vignarca – partirà un corteo da piazza della Repubblica e raggiungerà piazza San Giovanni.Centinaia sono le adesioni di associazioni locali e nazionali, movimenti, sindacati. E altre continuano ad arrivare. Abbiamo notizie di treni e pullman che sono stati organizzati per la manifestazione.Alle 15 dovrebbero poi iniziare gli interventi dei rappresentanti delle associazioni e organizzazioni ma ci saranno pure testimonianze, anche dal conflitto in Ucraina”.

Un impegno, quello per la pace e il disarmo nucleare, che in realtà giunge da lontano.

Ci siamo sempre occupati dei conflitti e abbiamo sempre dato voce alla volontà di costruire percorsi di pace. È la voce che sale dalle società civili, dalle città, dalle comunità, dalle famiglie. Nello specifico, poi, del conflitto in Ucraina, abbiamo promosso fin dall’inizio una serie di iniziative a partire dalla manifestazione del 26 febbraio a due giorni dall’invasione, alle carovane della pace del coordinamento Stop The War Now del 2 aprile fino alle mobilitazioni nelle piazze italiane.Stiamo facendo né più né meno quello che chiede Papa Francesco che ci sembra davvero l’unico leader internazionale che ha continuato a dire che, oltre al riconoscimento delle responsabilità, bisogna sempre dare una possibilità alla pace e a qualunque via di cessate il fuoco e negoziazione.

In realtà finora i negoziati non sono neanche partiti. Le porte non sono chiuse ma blindate. Cosa vi fa credere che la pace intesa come apertura al negoziato, in questa condizione, sia possibile?

Finché continueremo a pensare che il negoziato lo fanno in due, non arriveremo in effetti da nessuna parte. Quando ci sono conflitti in corso, se lasci i due contendenti da soli, non si riuscirà mai a trovare una mediazione che va bene ad entrambi. Chi è in una posizione di vantaggio, rifiuta qualsiasi accordo e chi sta perdendo, non accetta di riconoscere i passi indietro compiuti. L’unico modo è realizzare un tavolo negoziale multilaterale che comprenda, in questo caso specifico, non solo i rappresentanti dei governi di Kiev e di Mosca, ma tutti gli attori necessari per trovare una pace giusta. Anche per la guerra in Ucraina – al di là delle responsabilità dirette di Putin e del suo regime che l’hanno scatenata – le motivazioni di fondo arrivano da lontano e risalgono al malessere di un mondo che ha perso una sicurezza ed un equilibrio condivisi. Il problema sottostante è un nuovo ordine globale più inclusivo e aperto.

Quali sono le proposte concrete che vorreste portare a questo tavolo negoziale?

Non siamo noi a doverle dire e soprattutto dirle preventivamente perché altrimenti non c’è negoziato. Quello che dobbiamo fare, come Italia, come Europa, come Comunità internazionale, è premere affinché si fermino le armi e si portino tutti gli attori politici coinvolti ad un tavolo negoziale multilaterale e allargato.

Che società civile scenderà in piazza?

Sarà una società civile molto allargata. Ci saranno realtà che in questi mesi non sempre l’hanno pensata nello stesso modo. Mi riferisco, per esempio, alla questione dell’invio delle armi in Ucraina. E ci sarà una società civile che ha lavorato in maniera diversa e su diversi fronti. C’è chi ha lavorato per sostenere la popolazione civile ucraina e chi per favorire e aiutare gli obiettori e i dissidenti russi. Nonostante queste diversità, di modo, di approccio e di ruolo, ci stiamo tutti ritrovando in maniera direi anche numericamente massiccia per dire che oggi è fondamentale smettere di parlare solo di guerra, di soluzione armata e cominciare a parlare di pace. La pace non è vittoria bellica, ma trovare una soluzione insieme. Siamo consapevoli che il percorso è difficile ma è una strada sulla quale non ci si è finora troppo impegnati.

Che speranze avete di essere ascoltati?

Il simbolo della pace deriva dalla storia di Noè che manda la colomba oltre la tempesta. Quando finalmente torna, appare in cielo l’arcobaleno che è il simbolo di una Nuova Alleanza tra Dio e l’umanità. Ma Noè non ne ha mandato solo una di colomba. Ne ha mandato prima altre e solo dopo un po’ una di loro è tornata indietro. Questo ci fa capire che, nel chiedere la pace, dobbiamo essere perseveranti. La speranza è perseveranza. È difficile, è complicato, non abbiamo la soluzione in tasca ma proviamo ad aprire percorsi che fino ad oggi non sono stati ancora provati

Cosa è la pace?

La pace è la presenza di diritti per tutti. Non è assenza di guerra. Non è solo armistizio e tregua. Non basta fermare la guerra per costruire la pace. Una società, dove non si spara ma dove ci sono pochi ricchi e tanti poveri, non è una società in pace. Occorre quindi lavorare per togliere le disuguaglianze, aiutare i più deboli, dare diritti a tutti, garantire accesso democratico. Per questo la piazza del 5 novembre sarà una piazza numerosa e allargata perché per lavorare alla pace, c’è bisogno di tutti.

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RUSSIA: LE DONNE SI MOBILITANO CONTRO IL RECLUTAMENTO

Il 57% della POPOLAZIONE VUOLE NEGOZIATI DI PACE

2 Novembre 2022

Sarah Numico – SIR

Calano i consensi sulla guerra tra i russi: secondo i dati diffusi dall’Istituto Levada, a settembre il 44% degli interpellati vedeva di buon occhio il proseguimento dell’offensiva in Ucraina, mentre il 48% voleva negoziati per la pace. A ottobre invece è scesa al 36% la fetta di chi vuole che la guerra continui, mentre è il 57% a volere negoziati per la pace. A far cambiare idea forse il fatto che, con la mobilitazione parziale avviata il 21 settembre, la guerra è arrivata nelle famiglie russe. I 300mila soldati desiderati sono stati raccolti: questo dicono le dichiarazioni ufficiali, soddisfatte per le nuove forze disponibili sul fronte ucraino

Calano i consensi sulla guerra tra i russi: secondo i dati diffusi dall’iIstituto Levada, a settembre il 44% degli interpellati vedeva di buon occhio il proseguimento dell’offensiva in Ucraina, mentre il 48% voleva negoziati per la pace. A ottobre invece è scesa al 36% la fetta di chi vuole che la guerra continui, mentre è il 57% a volere negoziati per la pace.
A far cambiare idea forse il fatto che, con la mobilitazione parziale avviata il 21 settembre, la guerra è arrivata nelle famiglie russe.I 300mila soldati desiderati sono stati raccolti: questo dicono le dichiarazioni ufficiali, soddisfatte per le nuove forze disponibili sul fronte ucraino. Ma serve un decreto firmato da Putin per porvi effettivamente fine, cosa che non è ancora avvenuta. Tant’è che i canali Telegram

dell’opposizione alla guerra, ad esempio, mandano avvisi rivolti agli abitanti di Mosca e di San Pietroburgo perché facciano attenzione ai propri spostamenti per non incappare nei punti in cui vengono distribuite lettere di reclutamento.

Mentre gli uomini vanno al fronte, o si nascondono per sfuggire all’arruolamento, la fragile resistenza e la protesta ha il volto di donna.Ci sono le madri e mogli che cercano di non far partire o di far tornare i mariti e figli dalla guerra: si propongono su Telegram riunioni online di gruppi di sostegno in cui condividere la propria situazione con persone con esperienze simili; oppure si offrono consulenze con psicologi professionisti, per sostenere il dolore di chi ha già perso il proprio caro in Ucraina. A tutti si raccomanda di “non usare il proprio vero nome e disattivare il video, per garantire l’anonimato” nelle videochiamate di gruppo. A San Pietroburgo, il coraggioso gruppo delle “madri dei soldati” continua a organizzare riunioni in presenza per le madri che hanno bisogno di consulenze legali o indicazioni su temi legati alla mobilitazione e alla coscrizione. Il 1° novembre infatti è iniziata in Russia la normale fase autunnale dell’arruolamento che dovrebbe reclutare altre 120mila persone. Secondo dichiarazioni riportate sulla stampa russa, tuttavia, questi giovani non saranno assegnati alla guerra in Ucraina. Ma, si sa, le cose possono cambiare con il tempo.

Il gruppo delle “Donne contro la guerra” ha messo in circolazione un nuovo numero del giornale “la Verità delle donne”(in russo “Zenskaja Pravda”, come la ben più famosa e meno indipendente Pravda), che dà indicazioni su quali stipendi devono aspettarsi le famiglie dei mobilitati (in polemica sul fatto che in alcune regioni sono stati offerti beni in natura per compensare il sacrificio di mariti e fratelli). Racconta anche del “boom di matrimoni” che si sono celebrati nelle scorse settimane, in fretta e furia, prima che gli amati partissero. E un articolo commenta in modo critico le parole di un sacerdote ortodosso che in un’intervista televisiva ha consigliato alle madri di “partorire di più, in modo che non sia troppo doloroso perdere figli in guerra”.

Sempre sul mondo parallelo di Telegram circolano le storie di proteste individuali: renderle note è importante perché le persone non scompaiano, ma anche perché il loro coraggio sia esempio contagioso.C’è la vicenda di Danara, che a San Pietroburgo è stata schedata dalla polizia per il suo cartello con una citazione del Dalai Lama “Il militarismo costa molto”. A Omsk, invece un’anziana signora è stata portata via da 5 agenti di polizia perché si è rifiutata di ripiegare il poster su cui aveva scritto: “Le madri fermano la guerra”. C’è la storia di una bambina di 10 anni, Varya, interrogata dalla polizia insieme alla madre per i messaggi a sostegno dell’Ucraina nella chat della scuola. È stato il preside a segnalare il suo comportamento anomalo. La polizia ha anche perquisito l’appartamento dove vivono: nulla di compromettente è stato trovato, ma Varya e la mamma saranno tenute sotto controllo. Da Ekaterinburg arriva la storia di Galina Bastrykina, un’ottantenne che ha partecipato tre volte a iniziative contro la guerra. Dopo una prima multa contenuta, il tribunale regionale di Sverdlovsk gliene ha data una seconda di 300mila rubli, impossibile da pagare con i 20mila rubli di pensione mensile. Grazie a una raccolta fondi, in 50 minuti sono stati trovati i soldi necessari.“Quanta brava gente c’è nel nostro Paese, nonostante gli eventi ostili che ci circondano”, ha commentato l’anziana signora. “Sono così felice che non abbiano ancora ucciso la gentilezza dei nostri cittadini”.

A essere multato – ma solo per 30mila rubli – è stato anche un attore, Artur Smolyaninov, perché in un’intervista rilasciata ad aprile si era espresso criticamente contro la guerra. L’attore ha lasciato la Russia mesi fa, ma il processo si è svolto ad ottobre. Oltre alla multa, Smolyaninov ha perso i diritti ai finanziamenti statali. Rispetto agli artisti che hanno lasciato la Russia con l’inizio della guerra, il ministero della cultura sta preparando un progetto di legge per “ritirare tutte le onorificenze e i pubblici riconoscimenti”. Ma Radio Svoboda fa girare sul suo canale Telegram immagini delle opere che artisti e pittori russi stanno creando per dire no alla guerra. Sono pubblicati “in forma anonima, per motivi di sicurezza”.

L’ong Memorial, a cui è andato il premio Nobel per la pace, ha istituito tanti anni fa la giornata della “restituzione dei nomi”: iniziativa che si è ripetuta il 29 ottobre per far risuonare ancora il nome di tutte le vittime del terrore sovietico: oltre 3,8 milioni di persone annientate.Ma Memorial ha anche voluto la “giornata dei prigionieri politici”, il 30 ottobre,per far risuonare i nomi delle persone che oggi sono rinchiuse nelle prigioni russe per ragioni politiche: sarebbero 502 persone, 29 delle quali imprigionate per la loro posizione contro la guerra.

La storia sembra ripetersi, lo sappiamo ormai, e la guerra di Putin contro i diritti e le libertà non si ferma, proprio come quella in Ucraina: il 27 ottobre la Duma di Stato ha adottato una proposta di legge che introduce il divieto totale di “propaganda Lgbt” in Russia, vale a dire la possibilità di mostrare in qualsiasi contesto e in una luce positiva “relazioni non tradizionali”. Si è ufficialmente aperto un nuovo capitolo della repressione.

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I santi e la pietà per le anime del Purgatorio

Da santa Gertrude a Caterina da Genova, da Leonardo da Porto Maurizio a Pio da Pietrelcina, i santi sono coloro che più si sono esercitati nell’amore verso le anime del Purgatorio. E ci insegnano, con tutta la Chiesa, a lucrare le indulgenze in favore dei defunti.

La commemorazione di tutti i fedeli defunti, fissata liturgicamente al 2 novembre, ricorda in modo inequivocabile l’esistenza del Purgatorio e il dovere cristiano di offrire Messe, preghiere e altre opere di bene in favore delle anime purganti. Solo queste ultime anime, tra quelle nell’aldilà, possono infatti beneficiare dei nostri suffragi, che non servono ai dannati dell’Inferno – i quali hanno rifiutato, per l’eternità, l’amore di Dio – né giovano, per altro verso, alle anime del Paradiso, le quali già godono della visione beatifica (anch’esse, per l’eternità) e che piuttosto possiamo pregare per ottenerne l’intercessione.

A dispetto delle mistificazioni di ambienti non cattolici, l’esistenza di un luogo intermedio dove espiare la pena temporale connessa al peccato (luogo a cui la Chiesa dà appunto il nome di Purgatorio) è fondata sulle Sacre Scritture e sulla Tradizione, trovando continue conferme nelle pratiche di pietà diffuse fin dai primissimi secoli cristiani, nel solco di quanto peraltro si sapeva già nell’Antica Alleanza (vedi la carità di Giuda Maccabeo verso i compagni defunti; 2 Mac, 12-38-45). Ciò che la Chiesa ha poi definito a livello dottrinale, soprattutto nei Concili di Firenze e di Trento (XV e XVI secolo), è la logica conseguenza delle basi scritturistiche e di quel che gli antichi Padri e i comuni fedeli avevano sempre creduto, insegnato e praticato.

Va da sé che i santi sono coloro che più si sono esercitati nell’amore verso le anime del Purgatorio, lasciandoci inoltre una miriade di insegnamenti. Tra i più noti è il Trattato del Purgatorio di santa Caterina da Genova, che descrive come il fuoco dell’Amore divino purifichi da ogni macchia le anime che attendono di contemplare il volto di Dio. La grande verità che emerge dalle parole di Caterina è che il Purgatorio è sì necessario per soddisfare la giustizia divina, ma non solo: esso è allo stesso tempo segno dell’infinita misericordia di Dio, che vuole riportare le anime alla bellezza perduta con il peccato. Nel Purgatorio c’è una totale adesione alla volontà divina; perciò l’anima stessa vuole essere purificata, per presentarsi a Dio in tutto il proprio splendore, come una sposa farebbe con il suo sposo: «[…] l’anima, la quale in sé abbia tanta imperfezione quanto sarebbe un minimo bruscolo, si getterebbe più presto in mille Inferni, che trovarsi in presenza della divina maestà con quella macchia», cioè il peccato non ancora espiato.

La pena che l’anima espia sta nella lontananza da Dio, a cui essa ora anela con tutte le forze, essendo ormai caduto il velo terreno – legato alla colpa – che le impediva di riconoscere e vivere per il suo Sommo Bene. Inoltre, se da un lato l’anima purgante vive la suddetta pena, dall’altro – vedendo che «Dio non cessa mai di tirarla e condurla all’intera sua perfezione», come scrive la mistica – sperimenta una gioia ineffabile, che cresce man mano che si approssima al Paradiso. La “Dottoressa del Purgatorio” sintetizza tra l’altro così questa duplice esperienza: «È vero che l’amor di Dio, il qual ridonda nell’anima (secondo ch’io veggio), le dà una contentezza sì grande, che non si può esprimere, ma questa contentezza, all’anime che sono in Purgatorio, non leva scintilla di pena. Anzi quell’amore, il quale si trova ritardato, è quello che fa loro la pena: e tanto lor fa pena maggiore, quanta è la perfezione dell’amore del quale Iddio l’ha fatte capaci. Sicché l’anime in Purgatorio han contento grandissimo, e pena grandissima: e l’una cosa non impedisce l’altra».

Le anime purganti non possono più meritare niente per sé stesse, ma possono sperare che le loro pene vengano abbreviate grazie ai suffragi dei vivi. E a loro volta possono intercedere, ottenendo grazie per chi è ancora in terra. Lo testimonia sempre Caterina da Genova, insieme a molti altri santi, come per esempio santa Gertrude e san Leonardo da Porto Maurizio. Afferma quest’ultimo: «Per la strada, nei ritagli di tempo, prego sempre per le anime del Purgatorio. Queste sante anime con la loro intercessione mi hanno salvato da tanti pericoli dell’anima e del corpo». Ed esorta: «Prega sempre la Santa Vergine per le anime del Purgatorio. La Madonna attende la tua preghiera per portarla al trono di Dio e liberare subito le anime per le quali la supplichi».

Avvicinandoci ai giorni nostri, ritroviamo tanti insegnamenti sul tema negli scritti di don Dolindo Ruotolo. Il Servo di Dio è noto anche per aver fatto il cosiddetto Atto eroico per le anime del Purgatorio, che consiste nel mettere nelle mani di Maria Santissima il valore di tutte le nostre buone opere e di quelle che altri faranno per noi dopo la nostra morte, perché la Madre celeste disponga tutto in favore delle anime purganti. Ma questa cessione, eroica, di meriti non rimane senza frutto. La già citata santa Gertrude (†1302) fece questo Atto; in punto di morte, dopo che il diavolo aveva tentato di scoraggiarla facendole credere di aver fatto un pessimo affare, si sentì dire da Gesù: «Coraggio e fiducia! Tra breve sarai in Cielo. Ecco la moltitudine di anime da te liberate dal Purgatorio: ti vengono incontro con canti di esultanza per accompagnarti al premio eterno».

Tornando al XX secolo, san Pio da Pietrelcina si offrì più volte come «vittima per i poveri peccatori e per le anime purganti». Una sua contemporanea, santa Faustina Kowalska, racconta nel suo Diario tante esperienze legate alle anime del Purgatorio: a loro, tra l’altro, è dedicato l’ottavo giorno della novena alla Divina Misericordia insegnatale da Gesù. La stessa mistica polacca fu condotta in Purgatorio dal suo angelo custode. Lì le anime le spiegarono che «il loro maggior tormento è l’ardente desiderio di Dio». Dopo essere uscita da quel «luogo nebbioso, invaso dal fuoco», Faustina udì nell’intimo la voce del Signore: «La Mia Misericordia non vuole questo, ma lo esige la giustizia». In un’altra occasione, il 9 luglio 1937, suor Faustina fu visitata – per misericordia di Dio – da una consorella defunta, che le chiese di offrire in suo favore tutte le pratiche di pietà di un giorno intero. All’indomani, la santa esaudì la richiesta della consorella: «Durante la Santa Messa per un momento ho vissuto il suo tormento, ho provato nell’anima una fame così grande di Dio che mi sembrava di morire per il desiderio di unirmi a Lui. La cosa è durata un breve momento, ma ho capito che cos’è la nostalgia delle anime del Purgatorio».

La pena temporale che un’anima sconta in Purgatorio può essere rimessa (in tutto o in parte) mediante una gran quantità di indulgenze (plenarie o parziali) che sono annesse a molte preghiere e opere di misericordia, tra le quali ha un valore sovreminente la Santa Messa, con la quale offriamo i meriti di nostro Signore Gesù Cristo. Nel Manuale delle indulgenze (Enchiridion indulgentiarum) si trova tutta la dottrina e l’uso odierno in merito.

Qui ci limitiamo a ricordare che da mezzogiorno dell’1 novembre fino a tutto il 2 novembre si può lucrare l’indulgenza plenaria per un defunto, visitando il cimitero o una chiesa e ivi recitando il Padre Nostro e il Credo. Vanno adempiute altre tre condizioni: Confessione (anche 8 giorni prima o dopo, purché ci si comunichi in grazia di Dio), Comunione e preghiera secondo le intenzioni del Papa (Padre Nostro, Ave Maria e Gloria). La stessa possibilità – con le medesime tre condizioni – è concessa dall’1 all’8 novembre, una volta al giorno, ai fedeli che visitano un cimitero e pregano, anche solo mentalmente, per un defunto

Ermes Dovico –La  Nuova Bussola 02-11-2022

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LE ANIME PURGANTI SOFFRONO E GIOISCONO NEL MEDESIMO TEMPO

Il purgatorio è uno stato di sofferenza. Si tratta tuttavia di una sofferenza che ha lo scopo di purificare l’anima e di renderla pronta all’incontro con Cristo. Questo è il costante insegnamento della Chiesa, così sintetizzato nel nuovo Catechismo: “ Coloro che muoiono  nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo”. (1030). Per quanto riguarda la natura, l’intensità e la durata delle pene del purgatorio, il Magistero non ha definito nulla di vincolante. L’argomento rimane aperto alla riflessione teologica, dove tuttavia le intuizioni dei mistici svolgono un notevole influsso. Infatti appare sempre meno sostenibile la posizione di coloro che assimilano le pene del purgatorio a quelle infernali, dalle quali differirebbero perché qui le anime hanno la certezza della loro salvezza e della provvisorietà della punizione.

 Alcuni collocano i diavoli persino in purgatorio, come strumenti della giustizia divina e parlano di un fuoco che avrebbe la medesima natura di quello dell’inferno. Si tratta di una visione delle pene del purgatorio che si allontana dal concetto di purificazione che sta alla base dell’insegnamento del Magistero. Infatti vi è una differenza radicale fra le pene punitive dell’inferno e quelle purificatorie del purgatorio. Le prime sono senza pentimento e nella disperazione, le seconde sono nella contrizione e nella speranza, tanto che l’anima si purifica perfezionandosi nell’amore di Dio. Infatti le anime purganti non subiscono passivamente  la punizione, ma, per quanto essa sia nel dolore e nella sofferenza, l’accettano e la desiderano, per diventare degne dell’abbraccio col Signore. D’altra parte basta la certezza della propria salvezza, e perciò della durata limitata della sofferenza, per cambiare la natura delle pene del purgatorio rispetto a quelle dell’inferno. Questa seconda posizione riflette meglio l’insegnamento della Chiesa per la quale “ La purificazione finale degli eletti è  tutt’altra cosa dal castigo dei dannati” ( Catechismo C. C. 1031).

Se la pena principale dell’inferno è l’eterna privazione di Dio, dal quale si è separati per sempre per una nostra libera scelta ( Catechismo C. C, 1033), la pena principale del purgatorio consiste in una lontananza provvisoria da Dio. Infatti le anime sta create  ad immagine di Dio, capaci di conoscerlo e di amarlo. Il desiderio di Dio diviene ancora più acuto nelle anime separate dal corpo, che vivono una vita spirituale più intensa, poiché sono libere dal peso e dalle oscurità della carne. Lontane dalle illusioni terrene, dal ribollire delle passioni, dalle distrazioni e dalle dissipazioni della vita, che si dissolvano come fantasmi alla luce dell’eternità, le anime purganti conoscono con chiarezza qual è il fine ultimo della vita e la fonte inesauribile della gioia. Concepiscono così un insopprimibile desiderio di unirsi a Dio e di contemplare il suo volto faccia a faccia. Essendo membra vive del Corpo mistico di Cristo, sentono una spinta incoercibile verso il Capo, che infonde la sua grazia in tutte le membra.

Tuttavia il desiderio acuto di Dio è contrastato dalla loro situazione di imperfezione e dalla consapevolezza della propria indegnità. Infatti su di loro grava un triplice fardello: la pena temporale non ancora espiata, dovuta ai peccati gravi perdonati, i peccati veniali non rimessi e le cattive inclinazioni contratte nella vita terrena. Impossibilitate a raggiungere Dio, le anime purganti sentono le pene proprie di un cuore straziato, a causa dell’assenza di Colui che solo può placarlo. Ferite d’amore, invocano il Diletto che non risponde, chiamano l’Amato che non viene. In questo desiderio mai sazio dell’amore divino, le anime purganti rimpiangono le infedeltà terrene, le tiepidezze e le grazie perdute, che causano loro una così grande angoscia. Si rendono conto di quanto hanno mancato non corrispondendo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente all’amore del Creatore.

Non avendo sulla terra messo  Dio al primo posto, ora ne provano la pungente nostalgia. Uscite ormai dalla prigione angusta del proprio io egoistico, nella luce dell’eternità si rendono conto con quanto “legno”, “paglia” e “fieno” abbiano costruito sul fondamento divino del battesimo. Per tale profonda tristezza e per l’anelito costante verso il Cielo, nell’intimo di queste anime si forma un circolo misterioso di amore e di dolore, come i battiti di sistole e di diastole del cuore. L’amore per la sua intensità genera la sofferenza;  questa a sua volta affina l’amore. Così l’anima espia, si purifica e “si fa più bella”, così che “di salir al cielo diventa degna” (Dante). In questa prospettiva anche il fuoco del purgatorio, che però non compare nelle dichiarazioni dei Concili ecumenici, viene inteso in senso molto spirituale ed equiparato a una fiamma ardente di carità.

Le anime purganti non si impongono da se stesse le pene, ma le accettano da Dio. Questa accettazione, pur essendo passiva e non meritoria, non è involontaria, perché esse desiderano di venire purificate.  Sulla intensità delle pene, il Magistero non si pronuncia.  Per alcuni teologi,  fra cui S. Gregorio Magno e S. Tommaso d’Aquino, la minima pena del purgatorio supera la massima di questa terra. In ogni caso le pene sono proporzionate ai peccati e alla imperfezioni di ciascuno e quindi sono graduate. Sulla durata della permanenza in purgatorio non si può dire nulla, se non che terminerà con la Giudizio universale e che può venire abbreviata dai suffragi dei fedeli.

Le anime purganti soffrono e gioiscono nel medesimo tempo. Non vi è contraddizione in questo, perché anche nelle situazioni della vita il dolore è conciliabile con la gioia. Infatti il peccatore pentito sperimenta nello stesso tempo la gioia per il perdono ottenuto e dispiacere per le offese recate a Dio. Per le anime del purgatorio il ricordo del passato, unito al pensiero dei pericoli superati, è  fonte di letizia e di gratitudine immense.  Rivedono i momenti in cui la mano di Dio le ha salvate dall’abisso nel quale avrebbero potuto precipitare. Ripercorrono le insidie del tentatore occulto, che li trascinava alla perdizione con la seduzione e con l’inganno. Nel medesimo tempo   scorgono l’opera della grazia e della misericordia che è intervenuta per la loro salvezza.  Scampate alla morte eterna, gioiscono nella certezza che un giorno entreranno in paradiso.

Questa consapevolezza fa dire a S. Caterina da Genova: “ Io non credo che dopo la felicità dei Santi in Cielo, possa darsi altra gioia pari a quella delle anime del purgatorio”.  Secondo la tradizione spirituale le anime del Purgatorio provano una grande sollievo per la visita degli angeli, in particolare dell’angelo custode, e soprattutto della Santa Vergine, chiamata “Solatium Purgatorii” ( Sollievo del Purgatorio). E’ dogma di fede che le anime del purgatorio sono sollevate dai suffragi dei fedeli, soprattutto dalla S. Messa. A loro volta esse ricambiano impetrando per loro grazie e benedizioni. Questo scambio di doni nel mistero della Comunione dei Santi lenisce sia la nostra come la loro sofferenza. 

( Padre Livio – Il Purgatorio – Cap 12)

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Ora la persecuzione anticristiana è globale

di Mauro Faverzani – Corrispendenza Romana

Dopo gli Stati Uniti, anche in Canada si moltiplicano i cosiddetti «crimini d’odio» contro la Chiesa cattolica, aumentati del 260 % in un solo anno, dai 43 del 2020 ai 155 del 2021. A rivelarlo, è il recente rapporto pubblicato dall’agenzia statistica del governo. 

Per lo più si tratta di vandalismi, di profanazioni, di minacce ai sacerdoti, di incendi ai danni di parrocchie, cappelle e oratori. Molte comunità di fedeli lamentano l’assenza di risposta a tali esecrabili azioni: le istituzioni preposte brillano per latitanza, indifferenza, trascuratezza, governo e media non ne parlano e, di conseguenza, non affrontano il problema.

L’allarme non sarebbe solo locale: secondo quanto dichiarato dalla direttrice dell’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa, Madeleine Enzbelger, la tendenza del fenomeno sarebbe ormai globale. Infatti, anche oltre i confini del Vecchio Continente non poca inquietudine suscitano casi di intolleranza sempre più numerosi.

In India, ad esempio, nello Stato nordorientale dell’Assam, per la precisione, tre cittadini svedesi con visto turistico – Annah Mikaela Bloom, Marcus Arne Henrik Bloom e Susanna Elisabeth Hakannson – sono stati arrestati e poi espulsi solo per essersi impegnati nell’organizzazione di incontri di preghiera. Ciascuno di loro è stato colpito comunque da una sanzione di 500 euro per aver violato le norme sui visti, prima della partenza. E, oltre tutto, il governo sta ora indagando contro di loro, per capire se siano imputabili anche del “reato” di «conversioni religiose», «un’accusa infondata», come ha osservato in un’intervista rilasciata a UCA News Allen Brooks, portavoce dell’Assam Christian Forum. Non dello stesso avviso Swetank Mishra, Sovrintendente della Polizia del Distretto di Dibrugarh, convinto di avere prove in tal senso, soprattutto foto e video. In particolare, sarebbe stata violata la Sezione 14 modificata della legge sugli stranieri del 1946.

Anche in Australia Andrew Thorburn, direttore generale di una squadra di calcio, l’Essendon Football Club, facente parte dell’Australian Football League, è stato costretto a dimettersi dall’incarico soltanto un giorno dopo esser entrato in carica, per il fatto di ritenere l’omosessualità un peccato e l’aborto un omicidio, coerentemente con la propria fede cristiana. Nessuna solidarietà, del resto, gli è giunta dai vertici del club: secondo quanto riportato da The Age,il suo presidente, David Barham, lo avrebbe subito posto di fronte alla scelta tra le sue convinzioni e la squadra. Sofferta, ma inevitabile la decisione, che è stato costretto ad assumere. Ha scritto Joel Agius sullo Spectator Australia che Thorburn è stato letteralmente «assalito da un’incessante retorica d’odio da

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ESPERIENZE ORDINARIE DI PARADISO

Il paradiso è ciò che l’uomo desidera dal profondo del suo cuore. E’ la ragione per la quale è stato creato. E’ il fine ultimo della  vita. E’ l’approdo della tormentata navigazione nel mare del tempo. Il golfo di luce del paradiso dà senso alle fatiche e alle traversie affrontate. Ogni uomo nasce crocifisso. Senza la gloria della resurrezione e la beatitudine eterna la vita avrebbe l’amaro sapore  di una beffa. Se la vita è dolore, come insegnano l’esperienza e la saggezza dei popoli, che senso avrebbe se finisse, come osservava Pascal, con un paio di badilate di terra sulla fatidica bara? L’attesa del paradiso ha una sua logica razionale. Non è solo un desiderio insopprimibile, ma un postulato della ragione.  Senza la prospettiva della vita eterna non varrebbe neppure la pena incominciare l’estenuante traversata. Il tentativo patetico di chi colloca il paradiso su questa terra per motivare la fatica di vivere, altro non è che una pietosa bugia, come l’ultima sigaretta offerta al condannato prima di sistemarsi sulla sedia elettrica. Il paradiso è l’unica risposta ragionevole e accettabile alla domanda che senso abbia una vita flagellata dal male e dalla sofferenza e votata inesorabilmente alla morte.

Il desiderio del paradiso ha una sua razionalità. E’ radicato profondamente nella natura umana nella quale si riflette l’ immagine divina. L’uomo, creato capace di Dio, è stato ordinato fin dal principio al paradiso. L’ Eden originario, dove l’uomo godeva della divina amicizia e di doni straordinari, prima fra tutti quello dell’immortalità, è una profezia del paradiso. La condizione esistenziale dei progenitori dell’umanità era un’attesa della beatitudine eterna. Non c’è da meravigliarsi che le tematiche connesse al paradiso attraversino le culture più diverse. Senza il paradiso, quello vero, che la Parola di Dio ci ha rivelato, la vita umana sarebbe un’ombra subito dissipata e lo stesso cammino storico dell’umanità sarebbe un correre inutile verso il nulla. Il Paradiso è necessario perché la vita umana abbia un senso e la storia uno sbocco. Come il mondo ha bisogno di un Dio creatore per essere razionale e intelligibile, così il mistero della nostra esistenza, assediata dal dolore e dalla morte, ha bisogno della speranza della vita eterna per essere sopportabile.

La ragione può ipotizzare l’esistenza di una felicità ultraterrena a partire dalle considerazioni sulla natura umana, orientata alla trascendenza, e sui desideri del cuore impregnati di infinito. Ma è la Parola di Dio che afferma esplicitamente che l’uomo è stato creato per il paradiso. Nel mirabile affresco, nel quale delinea il grandioso piano della creazione e della redenzione, S. Paolo così si esprime: “ In lui ( Cristo) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi, mediante Gesù Cristo, secondo il disegno di amore della sua volontà” ( Ef 1, 4-5). Per l’apostolo c’è una vera e propria predestinazione dell’uomo al paradiso, dove gli uomini sono figli adottivi di Dio in Cristo Gesù. Il Padre crea ogni uomo mediante Gesù Cristo e in vista di Lui, perché sia santo e immacolato davanti a Lui nella carità.

Il fine per cui Dio crea gli uomini è la gloria del cielo. Il catechismo tradizionale sintetizzava l’insegnamento millenario della Chiesa con parole di una semplicità disarmante. “Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e per goderlo per sempre nell’altra in paradiso”. La dottrina cattolica ha rigettato l’opinione di Calvino sulla doppia predestinazione, come se Dio creasse gli uomini alcuni per il paradiso e altri per l’inferno (cfr Institutio, 3.221.5). E’ aberrante per il concetto stesso di divinità, come per la dignità dell’uomo creato libero, che Dio decida con un decreto eterno che alcuni siano predestinati alla vita eterna e altri alla dannazione eterna. L’amore di Dio ha creato gli angeli e gli uomini perché partecipino alla gloria e alla gioia della Santissima Trinità.  Il raggiungimento della meta è un dono di grazia, ma passa attraverso la libera scelta di ognuno. Decidersi per il paradiso è dunque ciò che l’uomo deve fare nel tempo della vita perché raggiunga il suo fine ultimo.

Non solo l’uomo è creato per il paradiso, ma lo sperimenta già qui sulla terra, grazie al dono dello Spirito Santo. La presenza dello Spirito nel cuore dell’uomo fa sì che il desiderio della felicità eterna si faccia strada nel groviglio dei desideri carnali e tenga viva la speranza della luce anche nei momenti più oscuri. Lo Spirito Santo è l’amore di Dio diffuso nei nostri cuori. La sua azione intima e silenziosa fa pregustare, nel tempo del pellegrinaggio, la gioia del cielo, acuendone sempre più il desiderio. La certezza del paradiso proviene indubbiamente dall’atto di fede, che crede fermamente nella divina rivelazione, in particolare alle parole di Gesù al riguardo. Tuttavia la verità della fede è confortata dall’esperienza della vita cristiana, che, in quando avvolta dall’amore di Dio e dalla sua grazia, fa pregustare la felicità del cielo. Dio, nella sua sublime sapienza nel guidare le anime, le infiamma per il paradiso facendo pregustare quella che S. Paolo chiama la “caparra” della vita eterna.

“ In Lui (Cristo) siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà –a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, che era stato promesso, il quale è la caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria” ( Ef 1, 11-14). Nella visione paolina, prima di conseguire la completa redenzione in cielo, il cristiano può già sperimentare su questa terra un  “anticipo” (“caparra”) della gloria e della gioia future. Non si tratta un dono particolare riservato ad alcune anime privilegiate, ma della normalità della vita cristiana, in quanto permeata e guidata dallo Spirito Santo (cfr Rm  8, 14- 17).

Tuttavia l’esperienza del paradiso può anche assumere il significato di una grazia particolare, che Dio concede, in determinati momenti della loro vita, a delle anime privilegiate. Al riguardo assumono uno straordinario valore le esperienze mistiche di alcuni santi, che Dio concede non solo come dono personale, ma anche per la edificazione del popolo cristiano.  Si tratta indubbiamente di esperienze straordinarie, che però confermano la vita cristiana ordinaria vissuta sotto la guida dello Spirito. L’anima sposa, accesa dall’amore di Dio, vorrebbe sciogliere i vincoli della carne per poter unirsi subito a  Cristo sposo. La vita sulla terra appare un esilio insopportabile e la morte una liberazione. “Mòro perché non moro” ( “Muoio perché non muoio”) recita il celebre ritornello di una poesia di S. Teresa d’Avila. “ Morte, orsù, dunque, affrettati, scocca il tuo dardo d’oro! Quella che in ciel tripudia, quella è la vira vera; ma poiché invan raggiungerla, senza morir, si spera, morte, crudel non essere, dammi il il Tesor che imploro!”  ( S. Teresa d’Avila – Poesie-  Desiderio del Cielo).

Non bisogna tuttavia pensare che i mistici abbiano trascorso l’intera vita in questa continua tensione amorosa. Anche loro hanno avuto momenti, a volte lunghi,  di oscurità e di aridità. Dio conduce le anime non solo con infinita sapienza, ma anche con straordinaria dolcezza. Ciò che Dio concede come dono straordinario ad alcune anime, non lo nega come esperienza ordinaria a tutte quelle anime che aprono il cuore al suo amore. Non c’è anima aperta ai tocchi della grazia nella quale Dio non versi qualche goccia del suo amore purissimo. Si tratta di momenti speciali, che sono delle vere e proprie perle preziose da conservare gelosamente nel segreto del cuore lungo il cammino della vita. Quando si è sperimentata, anche per un solo istante, la dolcezza del paradiso non la si dimentica più.

(Padre Livio – Il Paradiso – Edizioni Ares)

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Gli Usa non escludono più di usare per primi l’atomica

Il nuovo documento strategico di Biden cambia la dottrina sulle armi nucleari. Una rivoluzione  per rispondere alle nuove minacce di Cina e Russia. E trovare strumenti di deterrenza per cercare di fermare la corsa verso ordigni ancora più devastanti

29 OTTOBRE 2022 La Repubblica

È caduto un muro, l’ultima barriera che separava rigidamente il concetto di guerra dal ricorso agli arsenali nucleari, tenendo distinti gli scenari di un conflitto tradizionale e quelli dell’Armageddon. La strategia di sicurezza degli Stati Uniti presentata giovedì rivoluziona l’idea di deterrenza: non è più esclusa la possibilità di usare per primi gli ordigni atomici. L’intera l’architettura di strumenti e azioni previste per difendere l’interesse nazionale viene di fatto sconvolta. Gli analisti americani che seguono quotidianamente gli sviluppi delle dottrine strategiche hanno giudicato il documento voluto dal presidente Biden come deludente, sottolineandone la gestazione iniziata prima dell’invasione dell’Ucraina e poi rapidamente sterzata per adeguarlo alla situazione bellica. Ma se viene letto come metro di quanto si sia trasformato il quadro mondiale, allora la stessa scelta delle parole e dei termini ci mette davanti a un panorama completamente nuovo.

Il primo colpo

Dai tempi della Guerra Fredda la Casa Bianca aveva diviso le prospettive di uno scontro tra eserciti e quelle di una sfida atomica, stabilendo regole diverse per ciascun confronto: una scelta nata davanti alla realtà della “mutua distruzione assicurata” che imponeva di evitare a tutti i costi il rischio che la risposta a un attacco dei tank sovietici si trasformasse nell’Apocalisse. Non esisteva l’ipotesi di un first strike ordinato da Washington perché – questo era il mantra – “un conflitto nucleare non può essere vinto”: anche una singola bomba avrebbe innescato una reazione a catena tale da provocare milioni e milioni di morti.

Adesso non è più così, a partire proprio dalle dichiarazioni di principio, ossia le frasi che incarnano la linea di condotta statunitense. “Abbiamo condotto la revisione di un largo spettro di opzioni sulla politica di dichiarazioni – tra cui il No First Use e il Sole Purpose – e abbiamo concluso che questi approcci potrebbero comportare un livello di rischio inaccettabile alla luce della gamma di capacità non nucleari che vengono schierate e progettate dai nostri avversari, tali da infliggere danni strategici agli Usa e ai nostri alleati”. Cosa significa? Il No first use era appunto l’impegno a non usare per primi la Bomba: sarebbe stata utilizzata soltanto in risposta a un’aggressione nucleare nemica. Il Sole Use invece condizionava esclusivamente l’arsenale atomico come strumento per fronteggiare una minaccia dello stesso tipo. Oggi persino quest’ultimo vincolo viene messo in discussione, perché non è più un punto di partenza ma un punto di arrivo: “Manteniamo l’obiettivo di andare verso una dichiarazione di Sole Purpose e lavoriamo con i nostri partner per stabilire i passi concreti che ci permetterebbero di farlo”.

Un unico arsenale

Il presidente Biden ha deciso che le minacce del presente richiedono di integrare le armi convenzionali e quelle nucleari. E testimonia la sua scelta accorpando i tre documenti che stabiliscono le strategie: quello sulla sicurezza nazionale, sulla postura atomica e sullo scudo anti-missile formano una trinità, in cui restano autonomi ma vengono direttamente legati l’uno all’altro. Non era mai accaduto prima. E mai prima d’ora l’America e l’Occidente si era trovati di fronte a una situazione così tesa. Che riguarda le minacce del presente e soprattutto quelle totalmente imprevedibili del futuro prossimo. Come nello spot tv per gli arruolamenti dei Marines appena messo in onda negli States, dove si vedono scontri contro macchine fantascientifiche e droni mostruosi, si prende atto di una metamorfosi dell’idea di guerra, senza più confini e senza più limiti. Qualcosa di terribile e indecifrabile. Perché alla potenza degli ordigni atomici ereditati dal passato si aggiungono innovazioni per allargano il campo di battaglia va dallo spazio agli abissi marini, dalle reti dei computer ai progetti per manipolare il cervello. Armi chimiche e biologiche che colpiscono in maniera invisibile, missili ipersonici per abbattere i satelliti, intelligenze artificiali che uccidono senza controllo umano, sistemi quantistici per comunicare e spiare. E soprattutto nuovi metodi di lotta. Per questo nel documento della Casa Bianca viene più volte ripetuto l’appello ad aziende e università: c’è bisogno di tecnologie nuove ma soprattutto di idee e visioni che possano garantire la sicurezza in un mondo che avanza verso un decennio di incertezza totale. “Viviamo in tempi turbolenti – ha scritto Llyod Austin, il generale nominato ministro alla Difesa – e non possiamo limitarci al business as usual“.

Nulla è più uguale a prima: non esiste più la routine dei manuali militari. Anzitutto, l’America deve fare i conti con due grandi potenze nemiche. La Cina resta l’avversario principale, perché continua a crescere aumentando e modernizzando la sua forza militare ma già “incrementa le azioni coercitive per ridisegnare la regione del Pacifico e il sistema internazionale per imporre le sue indicazioni autoritarie”. Ma se Pechino è pericolo del futuro, il presente è dominato dall’aggressione russa all’Ucraina che ripropone la centralità dell’Europa, completamente dimenticata negli scorsi venti anni. Nel documento c’è la risposta a Putin: “Il Pentagono si concentrerà sull’impedire attacchi russi agli Usa, ai membri della Nato e agli altri partner, rinforzando la nostra determinazione a sostenere le alleanze per includere nella deterrenza le aggressioni convenzionali che hanno il potenziale di portare all’impiego di armi nucleari di ogni livello”. Il riferimento è proprio alle duemila bombe tattiche a disposizione del Cremlino, evocate sempre più spesso nei discorsi dei leader mondiali, che “potrebbero venire usate per vincere una guerra su sui confini o impedire una sconfitta nel caso in cui si trovasse in pericolo di perdere un conflitto regionale”. Più volte nel dossier le armi atomiche vengono messe sullo stesso piano dei nuovi attacchi convenzionali: non conta più la natura dell’ordigno ma quella degli effetti che può provocare. Questo implicitamente e in alcuni passaggi anche esplicitamente sdogana la possibilità di impiegare le testate nucleari.

Nella zona grigia

Gli Stati Uniti hanno per la prima volta la piena consapevolezza che la partita contemporanea si gioca nella Zona Grigia, mettendo a segno attacchi che non hanno nulla di militare ma fanno più guasti dei bombardamenti: una mischia nell’ombra, conducendo assalti di qualsiasi genere per destabilizzare ma senza dichiarare ufficialmente guerra, anzi potendo nascondere la paternità delle incursioni. “La Cina impiega forze sotto controllo statale, operazioni spaziali e cyber, il ricatto economico contro gli Usa e i suoi alleati. La Russia usa la disinformazione, le operazioni spaziali e cyber, e manipola i reparti di altri Paesi contro di noi. Altri attori statali, in particolar modo Corea del Nord e Iran, fanno cose simili anche se finora in maniera più limitata. La proliferazione di missili avanzati, droni, strumenti cyber forniti ai loro partner permette ai rivali di minacciarci per procura con azioni indirette e non attribuibili”. Il Pentagono ha compreso che la risposta con le armi non è la strada migliore per contrastare queste minacce: “in molti casi, la condivisione dell’intelligence, le misure economiche, le azioni diplomatiche e le iniziative nel dominio informativo sono più efficaci”. Ed ecco la scelta di scendere sullo stesso terreno oscuro: “Dobbiamo condurre operazioni cyber per scardinare le attività malevole dei nostri avversari”. Anche in questo caso, c’è il problema di stabilire limiti e procedure. E anche in questo caso, l’America si scopre in ritardo sul fronte delle dottrine e degli strumenti.

L’autocritica atomica

Se si passa dalle armi innovative del futuro a quelle infinitamente più devastanti del passato, l’arsenale nucleare, il Pentagono fa una sorta di autocritica: fino a oggi ha ripetuto i rituali della Guerra Fredda, con spese enormi per aggiornare quei modelli di ordigni e quegli schemi di reazione elaborati prima del crollo dell’Urss. La triade dell’Apocalisse, mantenuta viva per convincere il Cremlino a non lanciare sfide atomiche, era rimasta identica: missili intercontinentali nei silos, nei sottomarini e sui bombardieri a lungo raggio. D’altronde, fino al tramonto della presidenza Obama gli sforzi erano rivolti allo smantellamento degli arsenali, con una pressione per diminuire le testate attraverso i negoziati diplomatici. Ma la via della pace sembra essere smarrita. Perché Russia e Cina – sottolinea il documento – “continuano a espandere e diversificare le loro capacità nucleari, per includere sistemi nuovi e destabilizzanti”: entro un decennio Pechino potrà contare su mille testate; Mosca ne ha 1550 per attacchi intercontinentali e duemila tattiche. Oltre ai numeri, progettano ordigni in grado di sfuggire ai radar – come quelli orbitanti o i siluri sottomarini – e portare la distruzione nel cuore degli States. Inoltre viene ribadito che Cina e Russia “mettono a punto capacità non nucleari che possono venire sfruttate per realizzare attacchi strategici”. Un esempio? Un assalto cyber che paralizzi le reti di computer vitali per i trasporti o la distribuzione dell’energia elettrica. O, per andare sul concreto, il sabotaggio delle condotte sottomarine di gas e di fibre ottiche. Aggressioni che provocano danni enormi ma finora non avrebbero innescato una reazione atomica. Per questo Washington sente la necessità di “adottare e integrare un approccio alla deterrenza che funzioni come leva su strumenti atomici e non”: “una deterrenza calibrata in circostanze specifiche”, senza più vincoli all’uso delle armi più devastanti.

Solo l’alleanza fa la forza

Un’altra svolta, soprattutto rispetto alle posizioni della presidenza Trump, è la spinta a potenziare i rapporti con i partner della Nato e con gli altri alleati degli Usa. Compare in maniera ossessiva in tutti i tre documenti ed è il frutto delle lezioni apprese sia nel confronto con la Cina nel Pacifico ma soprattutto nell’invasione dell’Ucraina. La Casa Bianca sostiene che le alleanze siano indispensabili in tutti gli aspetti dei conflitti di oggi e di domani, dagli scontri nella Zona Grigia alla deterrenza nucleare. È una necessità dettata dalla geografia e dal bisogno di basi in territori lontani, ma anche dai vantaggi possibili solo con la condivisione di informazioni, idee e mezzi. “Il Pentagono cerca di integrare le sue attività, operazioni e strategie più estesamente e più profondamente con i suoi alleati e partner per trasmettere agli avversari la certezza che un aggressione sarebbe accolta con una reazione collettiva. Il coinvolgimento delle forze degli alleati provoca incertezza e rende più difficile la pianificazioni dei nemici”. Questo vale pure sul fronte atomico, per rendere chiaro che “il rischio di un’aggressione locale possa avere conseguenze più larghe, con conseguenze potenzialmente catastrofiche”.

Non a caso, c’è l’enfasi sul programma per la modernizzazione delle bombe atomiche tattiche B-61, schierate in Europa e destinate a venire utilizzate dagli aerei della Nato. E lo stesso accento viene posto sull’integrazione delle protezioni antimissile, che sono incardinate nel vecchio continente. Sono due capitoli che riguardano direttamente l’Italia. Le B-61 si trovano pure nel nostro territorio: a Ghedi (Brescia) e ad Aviano (Pordenone), mentre nel paragrafo sullo scudo antimissile si citano le batteria terra-aria Samp-T in dotazione al nostro Paese. Dallo scorso febbraio il mondo è cambiato. Prima di allora, le minacce erano remote e la sfida tra potenze pareva destinata ad avvenire nel lontano Pacifico: adesso l’Europa è tornata a essere prima linea, in un confronto che non esclude più l’escalation nucleare.

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L’EUROPA NON  E’ CRISTIANA E NON VUOLE  ESSERLO

Il nuovo libro di Pierre Manent

GIULIO MEOTTI  28 OTT 2022 il Il Foglio

Il discepolo di Raymond Aron e fra i maggiori intellettuali francesi affronta il declino del cattolicesimo nella nostra società. “L’Europa non è cristiana, non vuole esserlo. Vuole essere qualcos’altro, è aperta a tutte le altre possibilità, anche essere niente, ma non essere cristiana”

“La perplessità e il dubbio che segnano sempre più profondamente l’autocoscienza degli europei (chi siamo?) è in gran parte dovuto a una causa che non viene quasi mai citata: gli europei non sanno cosa pensare o fare del cristianesimo”.

Si apre così “Blaise Pascal et la proposition chrétienne” (Grasset), il nuovo libro di Pierre Manent, il discepolo di Raymond Aron (di cui fu assistente al Collège de France) e fra i maggiori intellettuali francesi, in cui alla luce dell’autore dei “Pensieri” affronta la questione che gli è più cara, ovvero il declino del cattolicesimo nella nostra società (ne parlerà anche Chantal Delsol in “La fine della cristianità e il ritorno del paganesimo” in uscita da Cantagalli).

Il libro di Manent, classe 1949, figlio di comunisti di Tolosa, è una grande riflessione sulla scristianizzazione. “Così come Israele si è formato nell’Alleanza e nella contesa amorosa con il suo Dio, la dinamica della storia europea si è svolta in un confronto incessante con il cristianesimo”. L’Europa però ha deciso di dichiarare preclusa questa possibilità. “Ha deciso di rinascere. Ma questo battesimo è la cancel culture.

Lo dichiara pubblicamente, lo dimostra con le sue azioni: l’Europa non è cristiana, non vuole esserlo. Vuole essere qualcos’altro, è aperta a tutte le altre possibilità, anche essere niente, ma non essere cristiana”.

Dalla secolarizzazione si passa alla scristianizzazione. “La neutralità dello stato si è estesa alla società stessa e a tutte le istituzioni fondate su una certa ‘idea del bene’”. Oggi lo stato e la scienza, che ai tempi di Pascal iniziarono la loro supremazia, stanno raggiungendo il culmine della propria ambizione.

“Niente sfugge alla sorveglianza del welfare state e all’intrusione dello sguardo scientifico. Il progetto europeo si basa sulla decisione di rifiutare ogni continuità tra la nuova Europa e quella che l’ha preceduta, come a proteggersi dalla contaminazione. Un presepe è accettabile nello spazio pubblico solo come residuo folcloristico”.

Non si tratta solo dell’attaccamento alle vecchie chiese, alle croci sul ciglio della strada e alle espressioni religiose entrate a far parte del linguaggio quotidiano. Secondo Manent, sempre più persone possono passare tutta la vita senza incontrare la questione del loro rapporto con il cristianesimo. “Il termine scristianizzazione è troppo astratto. È più un’apostasia, una stanchezza, un’indifferenza, a volte un’avversione palpabile”.

Ma nello stesso momento in cui svuota lo spazio pubblico europeo dei segni del cristianesimo, l’Europa accoglie incondizionatamente l’islam. “L’islam è la religione che si afferma in forme pubbliche conquistatrici, mettendo in dubbio la grande narrativa della secolarizzazione. Sfida l’autocoscienza su cui si è basata la fiducia in se stessa dell’Europa moderna”. 

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Questo libro conferma, sotto il profilo dell’’indagine culturale,  quello che la Regina della  pace  ha detto nel suo  ultimo messaggio: “ L’umanità  ha deciso per la  morte”.

Tuttavia si avvicina il momento in cui ognuno, se vorrà salvarsi, dovrà fare  prendere una  decisione dinanzi alla  speranza cristiana (P.  Livio)

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